mercoledì 23 ottobre 2013

Ariosto

 
L’Ariosto a Porto Baross, vicino a Fiume, nel 1905, quando ancora portava il nome di Báró Fejérváry (g.c. www.hajoregiszter.hu)
Piroscafo da carico da 4115 tsl e 3659 tsn, lungo 111,34 metri, largo 14,69 metri e con un pescaggio di 5,34 metri; velocità 14 nodi. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Tirrenia, con sede a Napoli, ed iscritto con matricola 15 al Compartimento Marittimo di Fiume.
 
Breve e parziale cronologia
 
9 maggio 1902
Varato nel cantiere Neptune di Low Walker della società Wigham Richardson & Co. di Newcastle-upon-Tyne (numero di costruzione 390).
31 giugno 1902
Completato come piroscafo da carico Báró Fejérváry, da 3889 tsl, 2460 tsn e 5980 tpl, per la Reale Compagnia Ungherese di Navigazione “Adria” di Fiume, allora parte dell’Impero Austroungarico.
Caratteristiche originarie: 111,52 metri di lunghezza, 13,83 m di larghezza, 6,77 m di pescaggio, 3925 tsl, 5900 tpl, 11 nodi di velocità.
5 agosto 1914
Lo scoppio della prima guerra mondiale sorprende il Báró Fejérváry nel porto di Nikolayev, in Russia: dato lo stato di guerra esistente tra Impero Russo ed Impero Austroungarico, la nave viene confiscata dalle autorità russe e consegnata alla Marina Imperiale Russa, venendo da questa incorporata, ribattezzata Bulganak ed impiegata come trasporto N 8.
1918
Nell’autunno 1918, con l’occupazione tedesca di Novorossiysk a seguito del trattato di Brest-Litovsk, il Bulganak viene ricatturato dalle unità austroungariche dello Squadrone del Danubio, inviate in Mar Nero al comando del capitano di vascello Olaf Wulff, e restituito alla compagnia proprietaria, riassumendo il nome di Báró Fejérváry. Successivamente (nel corso dello stesso anno) la nave lascia la Russia e raggiunge l’Italia, issando bandiera italiana (l’Impero Austroungarico ha cessato di esistere) nella torbida situazione del primo dopoguerra, che vede grande incertezza tanto in Russia, dilaniata dalla guerra civile, quanto nei territori del disciolto Impero Austroungarico, con Fiume assegnata alla neonata Jugoslavia ma reclamata dall’Italia.


Il Bulganak ormeggiato davanti ad una nave da guerra russa, per evitare attacchi siluranti (g.c. Hórváth József)

1920
La compagnia di navigazione cambia nome in Adria Società Anonima di Navigazione Marittima, Fiume (e per alcune fonti sia la compagnia che la nave diventano italiane, sebbene sia da rilevare che Fiume fu effettivamente annessa all’Italia solo nel 1924).
1922
Ribattezzato Ariosto (dal 1924 Fiume diverrà a tutti gli effetti italiana).
1937
Passato alla Società Anonima di Navigazione Tirrenia.
31 ottobre 1941
Requisito dalla Regia Marina a Catania, senza essere iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
 
L’affondamento
 
Alle cinque del pomeriggio del 13 febbraio 1942 l’Ariosto lasciò Tripoli diretto a Palermo con a bordo in totale 410 persone: oltre all’equipaggio, la nave trasportava 82 militari italiani e tedeschi che rimpatriavano e 294 prigionieri di guerra britannici. Il piroscafo era scortato dal cacciatorpediniere Premuda; una volta in mare, le due navi si unirono al piroscafo tedesco Atlas (avente a bordo 150 prigionieri) ed alla torpediniera Polluce, partiti anch’essi da Tripoli un’ora prima, formando così un unico convoglio.
I comandi britannici, tuttavia, come sempre più spesso accadeva, erano già al corrente del previsto viaggio del convoglio italiano: già dal 7 febbraio, infatti, il servizio di decrittazione britannico “ULTRA” aveva iniziato ad intercettare e decifrare messaggi sulla programmata partenza dell’Ariosto. “ULTRA” intercettò e decifrò i primi messaggi, che genericamente annunciavano che la nave era pronta a tornare in Italia, il 7 e l’8 febbraio; il 10 febbraio decrittò un messaggio che riferiva che l’Ariosto e l’Atlas sarebbero dovuti partire da Tripoli per Palermo già alle 17.30 del 9, ma che la partenza era stata rinviata; il 12 che le due navi erano pronte a partire; il 14 ed il 15 febbraio, infine, “ULTRA” poté riferire ai comandi britannici che Ariosto ed Atlas erano partiti il pomeriggio del 13 con la scorta di Premuda e Polluce, che viaggiavano a 9 nodi e che l’arrivo a Palermo era previsto per l’una del 16 febbraio. Nel messaggio del 14 febbraio “ULTRA” decifrò anche che Ariosto ed Atlas trasportavano rispettivamente 300 e 150 prigionieri britannici, ma questo, come in altri casi prima e dopo, non arrestò minimamente la pianificazione degli attacchi: i comandi britannici, infatti, ritenevano che se le navi che trasportavano prigionieri non fossero state attaccate, a differenza delle altre, i comandi italiani si sarebbero potuti insospettire ed avrebbero potuto cambiare i propri codici, vanificando così il lavoro di “ULTRA”.
La macchina bellica si mise così in moto: per tutta la giornata del 14 febbraio il convoglio, in navigazione a 9 lungo la costa della Tunisia, subì ripetuti attacchi aerei. Alle 3.47 di notte del 14, in particolare, si verificò un attacco da parte di aerosiluranti britannici provenienti da Malta: l’Ariosto, che aprì il fuoco con le sue mitragliere contraeree, fu fatto oggetto del lancio di due siluri, ma venne mancato, e nessuna nave fu colpita. I piloti degli aerei ritennero, durante questo attacco, di aver colpito una nave, che videro sbandata e danneggiata, ma si trattava, come spesso accadeva negli attacchi aerei a danno di navi, di un’impressione errata.
Alle 22.03 del 14 febbraio, tuttavia, l’Ariosto venne colpito da uno o due siluri lanciati dal sommergibile britannico P 38. La nave rimase a galla per circa un’ora dopo il siluramento, poi si spezzò in due ed il troncone prodiero, separatosi dalla poppa, affondò, mentre quello poppiero continuò a galleggiare per un altro po’. Per altra versione la nave si spezzò in due subito dopo il siluramento, e la prua affondò in breve, mentre il troncone poppiero, di maggiori dimensioni, galleggiò ancora per qualche ora; oppure i due tronconi galleggiarono entrambi per circa quattro ore, poi la prua affondò per prima, e la poppa s’inabissò più tardi. Il troncone di poppa affondò anch’esso all’1.31 del 15 febbraio, a dodici miglia per 63° da Capo Africa (al largo di Mahdia, Tunisia). Morirono nell’affondamento 138 prigionieri (molti dei quali uccisi dallo scoppio del siluro nella stiva prodiera) e 20 italiani. I 252 superstiti, alcuni dei quali rimasero in acqua per ore, vennero recuperati da Polluce e Premuda. La Polluce e l’Atlas proseguirono poi per Palermo, dove arrivarono alle tre del pomeriggio del 16 febbraio. I corpi di alcune delle vittime vennero portati dalle onde sulle spiagge tunisine anche a settimane di distanza e furono sepolti in Tunisia, molti in tombe senza nome. Questo triste successo fu l’unico colto dal P 38, da poco entrato in servizio, il cui comandante, tenente di vascello Rowland Hemingway, non ebbe mai modo di venire a sapere del tragico risultato della sua azione: pochi giorni dopo, infatti, il P 38 venne affondato con tutto l’equipaggio dalla torpediniera Circe, durante un attacco ad un altro convoglio.
 
Tra i venti membri dell’equipaggio italiano periti sull’Ariosto vi erano diversi marittimi istriani, dalmati e giuliani, tutti della marina mercantile:
 
Liberato Bercarich (o Bertarich, da Valdarsa, figlio di Antonio Bercarich), fuochista, deceduto nell’affondamento
 
Carlo Cucich (da Orsera, figlio di Domenico Cucici), deceduto nell’affondamento
 
Giacomo Demetilla (da Arsia, figlio di Giacomo Demetilla), deceduto nell’affondamento
 
Livio De Simoni (nato a Pola il 30 settembre 1920, figlio di Giovanni De Simoni), secondo ufficiale, gravemente ferito nel siluramento e deceduto a Trapani il 16 febbraio 1942
 
Giovanni Franchetti (da Fiume, figlio di Giovanni Franchetti), deceduto nell’affondamento
 
Giuseppe Iurman (da Valdarsa), deceduto nell’affondamento
 
Ruggero Situlin (da Pola, figlio di Antonio Situlin), deceduto nell’affondamento
 
Antonio Zandel (da Albona, figlio di Carlo Zandel), deceduto nell’affondamento
 

Un’altra immagine del Báró Fejérváry, probabilmente scattata nella stessa occasione di quella all’inizio della pagina (g.c. Hórváth József).

 
Il relitto che si presume appartenere all’Ariosto (originariamente noto localmente come “Sola” dal nome dell’unico pescatore che ne conosceva la posizione) giace a 9,5 miglia dal porto tunisino di Mahdia, spezzato in due, ad una profondità di 53 metri (con le strutture superiori che arrivano a 38 metri).
Nel 1998, sulla sua verticale, è stata celebrata una breve cerimonia in memoria dei prigionieri scomparsi, con il lancio di una corona di fiori sul punto dell’affondamento.
 

3 commenti:

  1. Grazie. È la prima volta che leggo una versione così completa dell'affondamento della Ludovico Ariosto nel quale morì mio nonno Antonio Zandel, padre di mio padre Carlo, che porta il nome in onore del suo nonno, e di.mio figlio che porta il nome in onore di mio padre e del suo bisnonno. Grazie ancora. Sono commosso.

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  2. C'era anche mio nonno. Una tra quelli rimasti in mare x ore. Ciao nonno.

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  3. Anche mio nonno è morto con l'affondamento dell'ariosto... sarà in una di quelle tombe senza nome in Libia, perché quella col suo nome che visito da 40 anni è vuota. Si chiamava Giuseppe. Ha lasciato 4 figli tra cui mio padre. Grazie davvero e se avete altre informazioni, per favore ...... condividetele.

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