sabato 15 febbraio 2020

Sant'Antonio

Il Sant’Antonio sotto il precedente nome di Anton (da www.croinfo.net)

Piroscafo da carico di 1480,20 tsl e 787,27 tsn, lungo 73,24-78,90 metri, largo 11-11,90 e pescante 5,82-6,95, con velocità di 9 nodi. Ex jugoslavo Anton iscritto al Compartimento Marittimo di Spalato.

Breve e parziale cronologia.

Marzo 1919
Varato nel Jordanvale Yard di Whiteinch (Glasgow) del Lloyd Royal Belge, come Lombardier (numero di cantiere 8).
Il Jordanvale Yard, originariamente di proprietà della Jordanvale Shipbuilding (John Reid & Company), aveva cessato l’attività alcuni anni prima, ed è stato riattivato nel 1916 dal Lloyd Royal Belge – che non è una società di costruzioni navali, bensì una compagnia di navigazione, tra le più importanti del Belgio –, con il permesso del Governo britannico, per costruire nuove navi per la propria flotta.
Il Lombardier era stato originariamente impostato per lo Shipping Controller britannico (organismo statale incaricato della gestione del naviglio mercantile in tempo di guerra e dell’organizzazione delle relative costruzioni) col nome di War Tay; il suo nome è stato cambiato durante la costruzione, anche se non è chiaro quando: alcune fonti affermano che sarebbe stato varato già con il nome di Lombardier, mentre secondo altre sarebbe stato varato ancora come War Tay, cambiando nome soltanto alcuni giorni dopo. Risulterebbe registrato presso lo Shipping Controller di Londra come War Tay in data 22 marzo 1919, ricevendo anche l’Official Number 143060, pur non essendo mai entrato in servizio per quell’ente.
Si tratta di una nave da carico standardizzata del tipo C5, uno dei molti modelli standardizzati di navi mercantili prodotti dalla cantieristica britannica durante la prima guerra mondiale, per consentire la costruzione di navi in serie e ripianare più velocemente le perdite causate dagli U-Boote tedeschi. I nomi delle navi da carico standardizzate costruite nel Regno Unito durante la Grande Guerra erano caratterizzati dal prefisso "War", tanto che nel loro insieme questi bastimenti erano chiamati anche "tipo War". Il tipo C5 è una nave mercantile per traffico costiero («coaster»), il cui progetto è stato derivato da quello del piroscafo Dulwich, costruito dai cantieri della Dublin Dockyard Company di Dublino: si tratta di piroscafi di modesto tonnellaggio (1400-1500 tsl, 2300-2500 tpl, lunghezza di 73-76 metri) con cassero rialzato (caratteristica eliminata, tuttavia, nelle ultime navi del tipo ad essere messe in cantiere, per semplificare la costruzione), macchine a centro nave, boccaporti di stiva particolarmente ampi – per agevolare lo scaricamento mediante benne bivalve –, sei picchi di carico doppi, ed alloggi per ufficiali ed equipaggio attorno ai locali macchine e caldaie (più precisamente, comandante e steward avevano i loro alloggi nella parte prodiera della sovrastruttura, dove si trovava anche la sala da pranzo; gli altri ufficiali di coperta e di macchina avevano le loro cabine sui lati; e fuochisti e marinai sul ponte sottostante, mentre all’epoca gli alloggi di fuochisti e marinai erano solitamente situati sotto il castello di prua). Inoltre, il fondo della stiva numero 4 (la più poppiera) è rialzato fino all’altezza del soffitto del tunnel delle eliche, in modo da permettere alle benne bivalve di svuotare completamente la stiva. In tutto, durante e subito dopo la prima guerra mondiale sono stati costruiti 25 piroscafi del tipo C5.
22 marzo 1919
Registrato presso il porto di Anversa (ma nella stessa data risulta registrato presso il porto di Londra come War Tay).
Aprile 1919
Completato come Lombardier per il Lloyd Royal Belge S. A. di Anversa. Stazza lorda e netta sono rispettivamente 1480 tsl e 787 tsn.
1922
Venduto alla Manor Line Ltd., con sede a Londra (in gestione a C. Angel & Co. di Londra), registrato a Londra e ribattezzato Chiswick Manor. Nominativo di chiamata internazionale KNQT, nominativo di chiamata radio GPDX.
1930
Venduto alla Henley Steamship Company Ltd., con sede a Cardiff (per altra fonte Londra), senza cambiare nome; in gestione ad Ernest Dallimore di Cardiff.
1934
Acquistato dalla Jugoslavenska Plovidba D.D. di Susak (Jugoslavia) e ribattezzato Kobac. Porto di registrazione Susak.
1936
Acquistato da Anton Babarovic di Milna (Jugoslavia) e ribattezzato Anton. Porto di registrazione Milna, nominativo di chiamata internazionale YTPN.
Aprile 1941
Catturato dall’Italia in seguito all’invasione della Jugoslavia nel corso della seconda guerra mondiale. Trasferito al Governo italiano e ribattezzato Sant’Antonio.
1° agosto 1941
Requisito a Fiume dalla Regia Marina.
14 agosto 1941
Iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato con sigla L 8, caratteristica alfanumerica assegnata ai bastimenti adibiti al servizio di cabotaggio sulle coste della Libia (nel regio decreto n. 49116 di radiazione dal quadro del naviglio ausiliario dello Stato emanato il 18 ottobre 1942, tuttavia, il Sant’Antonio verrà indicato come facente parte della categoria delle «navi da crociera»). Adibito, per l’appunto, al servizio del cabotaggio libico.
11 novembre 1941
Alle 19.30 il Sant’Antonio ed un altro piroscafo, il Le Tre Marie, salpano da Trapani per trasportare a Tripoli 3000 tonnellate di provviste e materiali per la popolazione civile in Libia. Il piccolo convoglio, scortato dalla vecchia torpediniera Generale Marcello Prestinari, procede a velocità di poco superiore ai 7 nodi.
12 novembre 1941
Il convoglietto giunge a Pantelleria alle 11 e vi sosta fino all’indomani.
13 novembre 1941
Le navi ripartono da Pantelleria alle 17, senza subire attacchi. La navigazione procede però con molta lentezza, perché Sant’Antonio e Le Tre Marie, a causa sia del maltempo che di altre ragioni, si trattengono per una notte alla fonda presso la boa numero 6 delle secche di Kerkennah, dopo di che, una volta imboccate le rotte costiere verso Tripoli, si incagliano entrambi vicino a Zuara.
17 novembre 1941
Dopo essere riuscito a disincagliarsi grazie all’aiuto della Prestinari e del rimorchiatore Ciclope, il Sant’Antonio raggiungendo Tripoli alle nove del mattino (per altra fonte, invece, già la sera del 16). Per liberare il Le Tre Marie occorreranno invece più di due settimane.
25 dicembre 1941
Il Sant’Antonio salpa da Tunisi per Tripoli alle due di notte, da solo e senza scorta, e raggiunge indenne il porto libico dopo dodici ore di navigazione, trasportando un carico di fosfati.
23 gennaio 1942
Il Sant’Antonio ed il piroscafo per recuperi Raffio partono da Tripoli alle 19, diretti a Trapani, viaggiando senza scorta.
La Forza K britannica (incrociatore leggero Penelope, cacciatorpediniere Sikh, Lance, Legion, Lively, Maori e Zulu) salpa da Malta per intercettare il piccolo convoglio durante la notte, ma non riesce a trovarlo, e fa ritorno a Malta il mattino del 24.
24 gennaio 1942
Sant’Antonio e Raffio raggiungono Pantelleria alle dieci del mattino, per poi sostarvi fino al 7 febbraio.
(Secondo altra fonte, il Sant’Antonio si sarebbe trasferito da Tripoli a Tunisi tra il 29 ed il 31 gennaio 1942, per poi restare nel porto tunisino fino al 10 marzo, caricando fosfati da trasportare in Italia).
7 febbraio 1942
Sant’Antonio e Raffio lasciano Pantelleria diretti a Trapani.
8 febbraio 1942
Arrivano a Trapani alle 8.30.
10 marzo 1942
Il Sant’Antonio salpa da Tunisi per Tripoli alle 13, viaggiando senza scorta.
12 marzo 1942
Arriva a Tripoli alle 11.30.
19 aprile 1942
Il Sant’Antonio parte da Tripoli alle 19 diretto a Bengasi, insieme al piroscafo tedesco Sturla, con la scorta della Prestinari e dei motodragamine tedeschi R 9R 12 e R 15.
20 aprile 1942
L’R 15 lascia il convoglio e ritorna a Tripoli.
22 aprile 1942
Sant’Antonio, Sturla ed il resto della scorta arrivano a Bengasi a mezzogiorno.
30 maggio 1942
Il Sant’Antonio ed il piroscafo Regulus partono da Tripoli per Bengasi alle 18, scortati dalla torpediniera Pallade.
2 giugno 1942
Sant’Antonio, Regulus e Pallade arrivano a Bengasi alle 9.30.

L’affondamento

Alle sette di sera del 21 giugno 1942 il Sant’Antonio partì da Tripoli alla volta di Bengasi per un altro viaggio sulle rotte del cabotaggio libico, utilizzate per inviare rifornimenti da Tripoli ai meno attrezzati porti della Cirenaica, in modo da farli giungere più vicini alla linea del fronte.
Il porto di Bengasi, già non particolarmente ricettivo all’inizio della guerra, aveva visto la sua capacità di scarico ridursi fortemente a causa delle distruzioni belliche; pertanto era giocoforza inviarvi quasi esclusivamente motovelieri e piroscafi di modesto tonnellaggio, come appunto il Sant’Antonio, che lo raggiungevano partendo da Tripoli e costeggiando la costa libica. Il Sant’Antonio aveva già compiuto diversi viaggi di questo genere nei mesi precedenti; nel viaggio iniziato il 21 giugno, avrebbe navigato in convoglio con un altro piroscafo di non grandi dimensioni, il Regulus (insieme al quale aveva già compiuto un viaggio su quella rotta qualche settimana prima), ed al motoveliero Maria Gabriella. La scorta era rappresentata dalla torpediniera Perseo (capitano di corvetta Alessandro Cavriani).
La traversata, benché si svolgesse interamente in acque costiere, era tutt’altro che priva di rischi: sapendo della rotta di cabotaggio seguita dalle navi italiane dirette a Bengasi, infatti, i Comandi britannici mantenevano costantemente in agguato alcuni sommergibili nel Golfo della Sirte e sulle coste della Cirenaica. Questi battelli conducevano solitamente i loro attacchi dal lato di terra, lanciando i siluri verso il largo, in condizioni tali da rendere più difficile l’avvistamento del sommergibile o delle scie dei siluri. In varie occasioni questi attacchi furono sventati dalle tempestive contromanovre delle navi attaccate, ed in generale, le perdite sulla rotta di cabotaggio libica rimasero molto ridotte; ma non sempre tutto filava liscio.

Proprio in questi “lupi” britannici, in agguato sulla costa libica, incappò il convoglietto partito da Tripoli nella sera del 21 giugno. Si trattava del sommergibile Thrasher (tenente di vascello Hugh Stirling Mackenzie), partito da Alessandria d’Egitto il 9 giugno per un pattugliamento del Mediterraneo Centrale, tra Tripoli, Tobruk e le isole al largo della costa occidentale greca: la sua undicesima missione di guerra. Giunto in zona – lungo la rotta Tripoli-Bengasi, sulla base di informazioni ottenute attraverso la decrittazione di comunicazioni radio dell’Asse – proprio il 23 giugno (il 22 secondo le fonti britanniche), quello stesso pomeriggio avvistò ed attaccò il convoglio di cui faceva parte il Sant’Antonio, lanciando alle 17.15 due siluri da soli 730 metri  di distanza contro “una piccola nave mercantile” (che avrebbe potuto essere sia il Sant’Antonio che il Regulus, entrambi piroscafi di modeste dimensioni). I siluri, però, erano stati lanciati con mira troppo grossolana, ed avevano mancato il bersaglio.
Non appena calato il buio, il Thrasher emerse e si pose all’inseguimento del convoglio, che aveva intanto perso di vista; durante l’inseguimento fu ripetutamente costretto all’immersione da aerei italo-tedeschi, ma riuscì egualmente ad avvistare nuovamente il convoglio alle 21.45 del 23 giugno, nel Golfo della Sirte. Avvicinatosi per tentare un secondo attacco, alle 23.50, dopo essersi portato sei miglia a proravia del convoglio – esattamente sulla sua rotta –, s’immerse per attaccare in immersione.
Alle 00.33 del 24 giugno il Thrasher lanciò tre siluri contro il mercantile più grande, di cui Mackenzie aveva sovrastimato la stazza in 2500 tsl, da una distanza di 1370 metri.
Dopo una breve corsa, due dei siluri colpirono il Sant’Antonio, che affondò in pochi minuti a sole quattro miglia dalla costa (secondo le fonti italiane; fonti britanniche, invece, indicano la posizione dell’affondamento come 31°53’ N e 16°35’ E o 31°58’ N e 15°36’ E, cioè circa 45 miglia a nord di Sirte).
La Perseo effettuò un fugace ed inefficace contrattacco, poi iniziò a recuperare i naufraghi della nave affondata.
Un dato degno di nota è una discrepanza di ben ventiquattr’ore tra le fonti italiane e britanniche: secondo i britannici, infatti, il Thrasher avrebbe iniziato il suo attacco nella serata del 22 giugno ed avrebbe affondato il Sant’Antonio nelle prime ore del 23; secondo gli italiani, invece, il siluramento e affondamento del piroscafo sarebbe avvenuto nelle prime ore del 24 giugno. Altre differenze, ma più spiegabili, riguardano l’orario del siluramento – le 00.30 secondo le fonti italiane, qualche minuto dopo le 00.33 secondo il Thrasher – ed il numero di siluri andati a segno: Mackenzie stimò invece che solo uno avesse colpito, mentre da parte italiana risulta che la nave sia stata raggiunta da due delle armi.

Su 35 uomini che componevano l’equipaggio del Sant’Antonio, quattro persero la vita; i 31 superstiti, tra cui tre feriti, furono tratti in salvo dalla Perseo.
Terminato il salvataggio dei naufraghi, il convoglio riprese la navigazione, ma poche ore dopo incappò in un secondo sommergibile, il Turbulent, che silurò anche il Regulus, il quale fu portato ad incagliare in costa (il carico poté essere in parte recuperato, mentre la nave fu considerata perduta). Ironia della sorte, prima di assumere il suo sesto ed ultimo nome nel 1936, il Regulus si era chiamato proprio Sant’Antonio. Perseo e Maria Gabriella raggiunsero Bengasi alle quattro del pomeriggio dello stesso 24 giugno.


L’affondamento del Sant’Antonio nel giornale di bordo del Thrasher (da Uboat.net):

“At 2245 hours (time zone -3) on the 22nd Thrasher sighted the convoy (2 merchants, 1 torpedo boat) again she had already chased and attacked some hours before. At 0050 hours (23rd) she was in position six nautical miles right ahead of the convoy. She dived to make a submerged attack.
At 0133 hours three torpedoes were fired at the larger (2500 tons) of the two merchants. One hit was obtained. A slight and ineffective counter attack was carried out by the escorting torpedo boat. The merchant that was hit was heard to break up.”


sabato 8 febbraio 2020

Nereide

Il Nereide (g.c. Marcello Risolo, via www.naviearmatori.net)

Sommergibile di piccola crociera della classe Sirena (dislocamento di 678 tonnellate in superficie, 842 tonnellate in immersione).
Durante il conflitto effettuò 25 missioni esplorative/offensive e 11 di trasferimento (in massima parte in Mediterraneo orientale ed Egeo, con base a Lero), percorrendo 18.121 miglia in superficie e 4563 in immersione e trascorrendo 222 giorni in mare.
Il suo motto era "novus exorior", ossia “sorgo nuovamente”, in riferimento al sommergibile omonimo affondato nella Grande Guerra, il cui nome riviveva nel nuovo Nereide.

Breve e parziale cronologia.

30 maggio 1931
Impostazione nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 257).

Nereide, Naiade, Anfitrite, Medusa, Sirena, Galatea ed Ondina in vari stadi di costruzione sugli scali dei CRDA di Monfalcone, nel 1931 (da www.cad3d.it)

25 maggio 1933
Varo nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone.
Subito posto a disposizione del Comando Marina di Pola, rimane a Monfalcone per l’allestimento ed i collaudi presso i cantieri.


Il Nereide il giorno del varo (g.c. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net, e ANMI)


Nereide e Galatea in allestimento (da La Voce del Marinaio)

17 febbraio 1934
Entrata in servizio. Suo primo comandante è il tenente di vascello (poi promosso a capitano di corvetta in dicembre) Stefano Pugliese, che rimarrà al suo comando per quindici mesi.
18 febbraio 1934
Preso in forza dall’Ispettorato Sommergibili.
10 luglio 1934
Assegnato alla X Squadriglia Sommergibili (alle dipendenze del Comando Divisione Sommergibili), di base a Brindisi e composta oltre che dal Nereide dai gemelli Sirena, Naiade, Ondina e Galatea. Per via di questi nomi, tale squadriglia è detta delle "deità marine".
1934
Compie una lunga crociera addestrativa in Mediterraneo occidentale, con scalo nelle Baleari e ad Almeria.


Il Nereide a Brindisi nel 1934; sullo sfondo il Monumento al Marinaio (g.c. Marcello Risolo, via www.naviearmatori.net)


1934-1937
Svolge attività addestrativa in acque italiane.
2 febbraio 1937
Inquadrato nel IV Grupsom di Taranto, il Nereide (capitano di corvetta Michele Asnach) parte da Napoli per una missione clandestina nell’ambito della guerra civile spagnola.
La missione consiste in un pattugliamento delle acque di Cartagena: durante i successivi sedici giorni il Nereide inizia nove manovre d’attacco, ma non ne porta a termine nessuna, a causa dell’impossibilità di identificare con certezza i bersagli.
15 settembre 1937
Inquadrato adesso nel III Grupsom di Messina, il Nereide (tenente di vascello Luigi Montesi) parte da Taranto per un’altra missione clandestina in acque spagnole.
Stavolta l’area di pattugliamento assegnata è nel Canale di Sicilia, a nord di Pantelleria.
29 settembre 1937
Rientra alla base senza aver avvistato navi sospette.
1938
Trasferito alla XLII Squadriglia Sommergibili, anch’essa con base a Brindisi, formata oltre che dal Nereide dai gemelli Sirena, Naiade, Anfitrite, Ondina e Galatea.
In questo periodo viene impiegato in attività d’addestramento in acque nazionali.
14-16 maggio 1938
Il Nereide è tra le unità della Regia Marina che a Genova, nell’ambito di una grande rivista navale organizzata dal regime, sono “aperte al pubblico” e vengono visitate dalla popolazione civile.
L’evento è organizzato in occasione di una visita ufficiale a Genova di Benito Mussolini, la prima da dodici anni: gran parte della flotta (che appena pochi giorni prima ha partecipato a Napoli alla rivista "H", organizzata in occasione della visita in Italia di Adolf Hitler) è radunata nel capoluogo ligure, con diverse navi liberamente visitabili dai civili. Nel suo discorso ai genovesi del 14 maggio, Mussolini dichiara: “…Le direttive della nostra politica sono chiare: noi vogliamo la pace, la pace con tutti. (…) Ma la pace, per essere sicura, deve essere armata. Ecco perché io ho voluto che a Genova si raccogliesse tutta la flotta: per mostrare a voi e agli Italiani delle due regioni più continentali, che sono il Piemonte e la Lombardia, quale è la nostra effettiva forza sul mare. Noi vogliamo la pace, ma dobbiamo esser pronti con tutte le nostre forze a difenderla, specie quando si odono discorsi, sia pure d'oltre Oceano, sui quali dobbiamo riflettere. È forse da escludere che le cosiddette grandi democrazie si preparino veramente ad una guerra di dottrine. Comunque, è bene che si sappia che, in questo caso, gli Stati totalitari faranno immediatamente blocco e marceranno fino in fondo”.
19 aprile-14 giugno 1939
È comandante del Nereide il tenente di vascello Junio Valerio Borghese.
1940
Trasferito a Tobruk.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. Il Nereide fa parte della LXII Squadriglia Sommergibili (VI Grupsom), di base a Tobruk, insieme ai similari Topazio, Diamante, Galatea e Lafolè.
Al momento della dichiarazione di guerra, il Nereide (al comando del trentaduenne tenente di vascello spezzino Mario Spano) si trova già in missione di guerra nelle acque del Golfo di Sollum, un agguato offensivo nel quadro di uno sbarramento che forma insieme ai sommergibili Diamante, Topazio e Lafolè. Tale sbarramento ha lo scopo di proteggere i porti della Cirenaica ed eventualmente di intercettare eventuale traffico avversario sulla rotta Alessandria-Malta; i sommergibili sono disposti ad intervalli di venti miglia, a partire dal punto a 30 miglia per 030° da Ras Azzaz.
12 giugno 1940
Alle cinque del mattino il Nereide (tenente di vascello Mario Spano), stando in immersione, avvista in posizione 32°57’ N e 26°05’ E (al largo della costa egiziana) una grossa nave cisterna (secondo una fonte, di stazza stimata in 15.000 tsl) in navigazione isolata con rotta verso est (secondo alcune fonti, verso Alessandria d’Egitto); avvicinatosi a ridotta distanza e raggiunta una posizione favorevole per il lancio, alle 5.03 le lancia un siluro regolato per quattro metri di profondità e ritiene di averla colpita a prua e danneggiata (a bordo del Nereide viene nettamente sentita una detonazione dopo il tempo previsto, ed il comandante Spano vede la nave cisterna sbandare ed appruarsi fortemente, allontanandosi a bassa velocità), ma poi la perde di vista a causa della fitta foschia.
La nave attaccata era quasi certamente la motonave cisterna norvegese Orkanger, di 8029 tsl, affondata alcune ore più tardi (alle 22.55) dal sommergibile Naiade, gemello del Nereide. L’Orkanger era in navigazione da Porto Said a Malta con un carico di nafta per la Royal Navy; secondo alcune fonti italiane (ed anche secondo lo storico tedesco Jürgen Rohwer), sarebbe stata silurata e danneggiata dal Nereide (secondo Rohwer l’Orkanger sarebbe stata incendiata dal siluro del Nereide), riuscendo a proseguire soltanto per essere poi silurata ancora ed affondata dal Naiade quella sera stessa.
Le fonti norvegesi (a partire dal rapporto ufficiale redatto dai superstiti dell’Orkanger), tuttavia, menzionano un unico attacco, quello delle 22.55: dunque il Nereide, contrariamente a quanto ritenuto, non colpì l’Orkanger, che anzi non si accorse neanche di essere stata attaccata e proseguì per la propria rotta fino al suo secondo e fatale incontro con il Naiade.

(da www.lavocedelmarinaio.com)

14 giugno 1940
Rientra alla base, così concludendo la sua prima missione di guerra.
13 settembre 1940
Alle 22, in agguato 20 miglia ad ovest di Cefalonia e Zante, il Nereide avvista a soli 400 metri di distanza tre cacciatorpediniere britannici in navigazione ad alta velocità; il Nereide manovra subito per attaccare, ma viene a sua volta avvistato da una delle unità avversarie e, siccome questa sta manovrando per contrattaccare, deve abbandonare l’attacco e disimpegnarsi scendendo in profondità.
("I sommergibili italiani 1940-1943" di Erminio Bagnasco e Maurizio Brescia invece afferma che il Nereide sarebbe stato in agguato circa 20 miglia a sud di Gaudo e che avrebbe attaccato una formazione britannica comprensiva della portaerei Illustrious, lanciando infruttuosamente due siluri contro quest’ultima, da una distanza di 1500 metri).
Ottobre 1940
Svolge un agguato protettivo nel Golfo di Taranto, senza avvistare navi nemiche.
Novembre 1940
Altro agguato protettivo nel Golfo di Taranto, di nuovo senza incontrare unità avversarie.
11-12 novembre 1940
Il Nereide si trova a Taranto, ormeggiato in Mar Piccolo alla banchina sommergibili (insieme ad Ambra, Anfitrite, Atropo, Malachite, Pietro Micca, Naiade, Sirena, Ondina, Uarsciek e Zoea, tutti del IV Grupsom, nonché a Dagabur, Serpente e Smeraldo del X Grupsom, Giovanni Da Procida del III Grupsom e Ciro Menotti dell’VIII Grupsom) quando la base navale viene attaccata da aerosiluranti britannici decollati dalla portaerei Illustrious che silurano tre corazzate (Conte di Cavour, Littorio e Duilio, affondando la prima e danneggiando gravemente le altre due) in quella che diverrà nota come “notte di Taranto”. 
Nelle prime ore del 12 novembre, in seguito alle prime notizie dell’attacco britannico, Supermarina – ipotizzando che all’alba un squadra navale britannica potrebbe entrare nel Golfo di Taranto – richiede al Comando Squadra Sommergibili (Maricosom) di formare uno sbarramento di sommergibili nel Golfo. Maricosom, pertanto, ordina al IV Gruppo Sommergibili di Taranto di far uscire subito in mare Nereide, Malachite, Jalea ed Ondina, che all’alba formano una linea d’agguato a 20-25 miglia da Taranto, con l’ordine di attaccare nelle ore di oscurità soltanto “eventuali navi maggiori nemiche” avvistate con rotta su Taranto. Comunque, la flotta britannica non si avvicina a Taranto, ed il Nereide non incontra dunque unità nemiche, al pari degli altri sommergibili.
20 novembre-1° dicembre 1940
Insieme al capoclasse Sirena, compie un agguato nel Canale d’Otranto a protezione dei convogli in navigazione tra l’Italia e l’Albania.
Febbraio 1941
Ulteriore agguato protettivo nel Golfo di Taranto, ancora una volta senza incontri con navi nemiche.
5 marzo 1941
Inviato nelle acque intorno a Creta, insieme ad altri sommergibili per attaccare i convogli britannici in mare nell’ambito dell’operazione "Lustre".
Tale operazione, decisa dai comandi britannici pochi giorni prima, consiste nell’invio in Grecia, con convogli partiti dall’Egitto, di rinforzi e rifornimenti britannici per aiutare l’esercito ellenico, impegnato contro quello italiano in Albania ed ora minacciato anche dall’imminente intervento tedesco sul confine bulgaro, come è emerso dalle decrittazioni di “ULTRA”. "Lustre" è cominciata il 4 marzo con l’invio delle prime navi cariche di rinforzi da Alessandria al Pireo. Tra marzo ed aprile 1941, con il duplice invio, ogni tre giorni (da Alessandria al Pireo ed a Volo), di un convoglio di navi mercantili scortate cariche di materiali ed un convoglio veloce di navi da guerra adibite a trasporto truppe (in tutto 27 convogli, 15 dall’Egitto alla Grecia e 12 sulla rotta opposta), saranno trasferiti dall’Egitto alla Grecia 58.364 o 60.364 uomini (la 1a Brigata Corazzata, la 2a Divisione Neozelandese e la 6a e 7a Divisione Australiana) e 8588 tra veicoli, mezzi corazzati e pezzi d’artiglieria, più i relativi equipaggiamenti e rifornimenti. Per la difesa contraerea dei convogli sono a disposizione gli incrociatori antiaerei CoventryCalcutta e Carlisle, mentre contro eventuali attacchi con navi di superficie prende il mare una forza di copertura solitamente composta da una corazzata od un incrociatore, più un gruppo di cacciatorpediniere.
Da parte italiana, ben undici sommergibili sono stati inviati nelle acque attorno a Creta (nei canali ad est ed ovest dell’isola, nonché a sudest della stessa) per ostacolare, durante tutto il mese di marzo, il flusso dei convogli britannici: oltre al Nereide, anche il Beilul, il Galatea, il Malachite, lo Smeraldo, l’Ambra, l’Ascianghi, l’Anfitrite, il Dagabur, l’Ondina e l’Onice. L’impiego di questi sommergibili risulterà però infruttuoso (non verrà affondato nessun mercantile, anche se il 31 marzo l’Ambra coglierà un isolato successo affondando l’incrociatore leggero Bonaventure), come pure lo saranno i primi attacchi aerei lanciati dalla Regia Aeronautica, il 6 marzo, contro i convogli AS. 16 e AN. 17 a sud del Canale di Caso: l’unico effetto sarà di costringere la scorta a consumare tra il 30 % ed il 50 % delle proprie munizioni per respingere gli attacchi, ma nessuna nave sarà colpita.
Durante la sua missione, il Nereide non riesce ad intercettare convogli nemici.
Gennaio 1941
Assume il comando del Nereide il tenente di vascello Augusto Migliorini (30 anni, da Piombino).
Nei mesi successivi, il Nereide svolgerà varie missioni in Mediterraneo orientale ed Egeo, senza tuttavia cogliere successi.

Il tenente di vascello Augusto Migliorini, comandante del Nereide dal gennaio 1941 all’aprile 1942 (dal Dizionario Biografico Uomini della Marina 1861-1946)

22 marzo 1941
Inviato 130 miglia a sud/sudovest di Alessandria d’Egitto nell’ambito dell’operazione «Gaudo», un’incursione in Egeo da parte di un’importante aliquota della flotta italiana, avente lo scopo di attaccare i convogli britannici in quel settore.
Oltre al Nereide, altri quattro sommergibili sono stati dislocati in Mediterraneo orientale per tale operazione: il Galatea è stato inviato 40 miglia a sud del Canale di Caso, mentre Ambra, Ascianghi e Dagabur formano uno sbarramento sulla direttrice Alessandria-Capo Krio. I sommergibili hanno scopo offensivo/esplorativo (segnalare eventuali avvistamenti di forze navali nemiche nel Mediterraneo orientale) nonché di appoggio dell’azione delle forze di superficie, ma non sono avvertiti da Supermarina dell’operazione in corso, e della particolare importanza di segnalare qualsiasi segno di movimento rilevato. I sommergibili non coglieranno il risultato desiderato: nella notte sul 28 marzo la flotta britannica passerà tra le maglie troppo larghe dello sbarramento, e dei cinque battelli, soltanto l’Ambra rileverà qualche segnale del passaggio di navi britanniche (lontani rumori di motori captati all’idrofono), senza però giungere all’avvistamento. L’operazione «Gaudo» sfocerà nella tragedia di Capo Matapan.
24 marzo 1941
Si sposta a 80 miglia da Alessandria d’Egitto.
26 marzo 1941
Torna nuovamente 130 miglia a sud/sudovest di Alessandria d’Egitto e pattuglia l’area fino al 31 marzo, senza avvistare navi nemiche.
20-30 aprile 1941
Pattuglia le acque al largo di Alessandria d’Egitto insieme al sommergibile Turchese.
20 maggio 1941
Inviato nelle acque a nord di Creta per fornire appoggio all’invasione dell’isola da parte delle forze tedesche (operazione "Merkur"). Contestualmente, altri dieci sommergibili (Tricheco, Uarsciek, Fisalia, Topazio, Adua, Dessie, Malachite, Squalo, Sirena e Smeraldo) pattugliano le acque tra Creta, Sollum ed Alessandria allo stesso scopo.
10 luglio 1941
Inviato ad est di Tinos, nelle Cicladi settentrionali, in missione di pattugliamento antisommergibili.
16 luglio 1941
Durante la notte, in posizione 37°25’ N e 25°52’ E (tra Icaria e Mykonos), il Nereide (tenente di vascello Augusto Migliorini) avvista un sommergibile avversario – identificato dal comandante Migliorini come un battello britannico della classe Parthian – mentre si trova in superficie. Avvicinatosi e giunto in posizione favorevole per il lancio, all’1.07 il Nereide lo attacca lanciando due siluri da soli 700 metri di distanza, ed aprendo al contempo il fuoco con cannone e mitragliere: uno dei due siluri ha corsa irregolare e devia dalla traiettoria prevista, mentre l’altro, secondo quanto osservato da bordo del Nereide, sembra colpire il sommergibile nemico, che sta tentando una manovra d’immersione rapida, a poppavia della torretta. L’esplosione viene vista e sentita sul Nereide 40 secondi dopo il lancio; pochi secondi prima di questo scoppio, vengono viste da bordo quelle che sembrano le scie di due siluri lanciati dall’unità avversaria, che vengono evitate con pronta manovra.
Il capitano di vascello Aldo Cocchia, all’epoca comandante militare di Lero, così ricorda nelle sue memorie (“Convogli”, scritte nel 1944, quando ancora Cocchia credeva che l’azione fosse stata coronata da successo) questo episodio: «…Chi riportò un bel successo nella lotta contro le unità subacquee nemiche fu il sommergibile Nereide di Migliorini. Già, proprio così, contro sommergibili nemici venne impiegato un nostro sommergibile. La stazione di vedetta di Amorfo aveva segnalato l’avvistamento di un battello nemico. Fu immediatamente dislocato in quelle acque il Nereide col compito di dare la caccia al similare nemico servendosi molto degli idrofoni e moltissimo della propria prontezza e della propria astuzia. Il colpo riuscì. Il Nereide “incrociò” l’inglese di notte mentre era a galla per la carica degli accumulatori, lo attaccò fulmineamente col cannone e coi siluri e, poiché l’altro, colpito, tardava ad affondare, gli sparò contro anche con le mitragliere. Inutile dire che al ritorno in porto il Nereide ebbe molte feste. L’ammiraglio Biancheri venne apposta da Rodi…». Nell’erronea convinzione che il sommergibile nemico sia stato affondato, l’azione del Nereide sarà citata anche dal bollettino di guerra n. 410 del 20 luglio 1941 ("Nel Mediterraneo un nostro sommergibile al comando del tenente di va­scello Zanni ha silurato ed affondato un cacciatorpediniere britan­nico; altra unità dello stesso tipo, al comando del tenente di vascello Migliorini, ha affondato un sommergibile nemico"), ed il comandante Migliorini sarà decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare («Comandante di sommergibile, in un’azione notturna attaccava e affondava un sommergibile nemico, colpendolo con il siluro e le armi di bordo. Dirigeva l’azione con particolare animo aggressivo, con abilità e con perfetta manovra riuscendo a schivare due siluri lanciati dal nemico alcuni secondi prima dell’affondamento, dimostrando spiccate qualità di comandante, magnifica calma e sprezzo del pericolo»).
Alcune fonti italiane affermano che il sommergibile avversario sarebbe stato il greco Triton (che comunque fu affondato soltanto nel novembre 1942), ma in realtà il sommergibile incontrato dal Nereide era il britannico Tetrarch (capitano di corvetta George Henry Greenway), e non è stato colpito. Il Tetrarch indicherà nel suo rapporto di essere stato attaccato all’1.15 del 16 luglio, a 10 miglia per 220° da Capo Papas nell’isola di Icaria (cioè in posizione approssimata 37°22’ N e 25°54’ E), da quelle che nel buio Greenway ritiene erroneamente essere due (inesistenti) motosiluranti, anziché un sommergibile. L’ufficiale di guardia sul Tetrarch ha accostato verso la “prima” “motosilurante” avvistata, e quando il comandante Greenway ha avvistato anche la “seconda”, ha accostato verso quest’ultima e dato l’ordine d’immersione. Subito prima d’immergersi, gli uomini del Tetrarch hanno visto una scia di siluro passare a poca distanza dalla poppa; Greenway scriverà nel giornale di bordo che “il Tetrarch è stato molto probabilmente salvato dalla rapida reazione dell’ufficiale di guardia”. Il Tetrarch rimarrà immerso in profondità fino alle cinque del mattino, quando, salito a quota periscopica, non avvisterà più alcuna unità nelle vicinanze.
18 luglio 1941
Rientra alla base.
24-25 luglio 1941
Nella notte tra il 24 ed il 25 luglio, durante una nuova missione in Mediterraneo orientale, il Nereide viene sottoposto da unità antisommergibili britanniche a pesante caccia che provoca seri danni, ma riesce infine a sfuggire e, dopo aver riparato provvisoriamente le avarie, a rientrare alla base. Il comandante Migliorini sarà decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con motivazione "Comandante di sommergibile, in prossimità di una base nemica veniva sottoposto a violenta caccia che menomava gravemente l'efficienza del sommergibile, tanto da rendere estremamente difficile la navigazione. Con grande perizia, fermezza di carattere ed eccezionale coraggio si sottraeva alla caccia e successivamente riusciva a riparare temporaneamente le avarie più gravi in modo da poter eseguire, nei giorni successivi, l'allontanamento dalla zona, sottraendo il sommergibile ad ulteriore offesa".
Agosto 1941
Altra missione in Mar Egeo.
Settembre 1941-Marzo 1942
Sottoposto ad un lungo periodo di grandi lavori di manutenzione presso i Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone.


Il Nereide in secco nei CRDA di Monfalcone durante i lavori di grande manutenzione condotti tra il settembre 1941 ed il marzo 1942 (g.c. STORIA militare e Coll. Erminio Bagnasco via www.associazione-venus.it)


Un’altra immagine del Nereide durante i lavori effettuati a Monfalcone nel 1941-1942 (g.c. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net)

5-15 aprile 1942
Il Nereide pattuglia le acque a nord delle Cicladi.
22 aprile 1942
Il capitano di corvetta Migliorini, gravemente ammalatosi, lascia il comando del Nereide, venendo sostituito dal parigrado Pasquale Terra (34 anni, da Città Sant’Angelo).
(Secondo il Dizionario Biografico Uomini della Marina 1861-1946, invece, Migliorini sarebbe rimasto al comando del Nereide fino a luglio, ma si tratta certamente di un errore, dal momento che già a inizio giugno era al comando del Luigi Torelli in missione in Atlantico. Per altra fonte Migliorini avrebbe lasciato il comando del Nereide ad inizio aprile).
29 aprile 1942
Il Nereide (capitano di corvetta Pasquale Terra) parte da Lero alle 14.25 per un pattugliamento delle coste della Cirenaica.
2 maggio 1942
Alle 19.30, nelle acque tra Creta e la Cirenaica, il Nereide avvista un sommergibile che sta emergendo a circa mille metri di distanza, in posizione 33°58’ N e 22°58’ E. Il comandante Terra, ritenendo che si tratti di un U-Boot tedesco, non lo attacca; per evitare incidenti, comunque, decide di immergersi.
Il battello avvistato è in realtà il sommergibile britannico Porpoise (capitano di fregata Edward Fowle Pizey), che a sua volta avvista il Nereide un po’ più tardi (alle 20.50 secondo l’orario britannico, che è avanti di un’ora rispetto a quello italiano), in posizione 33°56’ N e 23°04’ E, ma che non riesce ad attaccarlo. Entrambi i sommergibili, infatti, s’immergono rapidamente.
Alle 22.27 il Porpoise lancia un segnale di scoperta, relativo a quello che il comandante Pizey ritiene essere un U-Boot avente rotta 090°, al Comando della 1st Submarine Flotilla di Alessandria.
12 maggio 1942
Rientra alla base.
Luglio 1942
Inviato in Mediterraneo orientale per operare contro i convogli britannici in navigazione tra l’Egitto e la Palestina (insieme ai sommergibili Perla, Alagi, Asteria ed Ondina), ma pur rilevando intenso traffico non coglie successi a causa della rigida vigilanza antisommergibili britannica.
Settembre 1942 (?)
Il capitano di corvetta Terra lascia il comando del Nereide, venendo sostituito dal tenente di vascello Renato Scandola.
24 settembre 1942
Inviato in pattugliamento a sud di Creta, unitamente all’Ametista.
Dicembre 1942
Compie un infruttuoso agguato nel Mediterraneo centro-orientale.

Il Nereide durante un turno di grandi lavori in bacino galleggiante, nei primi mesi del 1943 (g.c. STORIA militare)

Febbraio 1943
Inviato nel Golfo della Sirte durante la seconda e terza decade del mese, senza cogliere successi.
Primavera 1943
Sottoposto ad un altro periodo di grandi lavori, durante i quali viene tra l’altro ridimensionata considerevolmente la voluminosa torretta.

Il Nereide dopo le ultime modifiche (Coll. Erminio Bagnasco, via www.naviearmatori.net)

Sicilia ’43

Il 10 luglio 1943 la più grande flotta d’invasione che il mondo avesse mai visto (almeno fino a quel momento: un anno dopo questo primato sarebbe stato battuto dalla flotta che effettuò lo sbarco in Normandia) sbarcò 160.000 soldati statunitensi, britannici e canadesi sulle spiagge di Gela, Licata, Scoglitti, Avola, Noto e Pachino, dando inizio all’invasione della Sicilia. Per il traballante regime fascista e per l’Italia, sconfitta in Africa e Russia e battuta dai bombardamenti, iniziava il capitolo finale della guerra contro gli Alleati.
La flotta d’invasione contava 2590 unità navali di sette nazionalità diverse: 1614 britanniche, 945 statunitensi, dieci olandesi, nove polacche, sette greche, quattro norvegesi, una belga; 237 erano le navi navi trasporto, con 1742 tra mezzi e navi da sbarco, il tutto scortato, appoggiato e protetto da 6 corazzate, due portaerei, 15 incrociatori, quattro navi antiaeree, tre monitori, 128 cacciatorpediniere, 36 fregate, cinque cannoniere, quattro posamine, 42 dragamine, 26 sommergibili, 243 tra motosiluranti e motocannoniere ed altre unità minori ed ausiliarie. Nei cieli volavano più di 4000 aerei appartenenti a 259 gruppi di volo (146 statunitensi e 113 britannici), più di quanto la Regia Aeronautica e la Luftwaffe non potessero allineare nell’intero scacchiere del Mediterraneo: soltanto 1500 aerei tra italiani e tedeschi erano disponibili per contrastare l’invasione.
Quei 160.000 uomini sarebbero poi cresciuti, nelle settimane seguenti, a 478.000 (250.000 anglo-canadesi e 228.000 statunitensi), con 600 carri armati (contro soli 265 italo-tedeschi, tra cui alcuni decrepiti Fiat 3000 dei primi anni Venti e molti Renault R35 di preda bellica francese, che non avevano speranze contro gli Sherman e i Grant), 1800 cannoni e 14.000 veicoli. A fronteggiare questa massa di uomini e mezzi c’erano 252.000 soldati italiani, male armati (specie nelle sgangherate divisioni costiere, dove molte armi ed equipaggiamenti risalivano ancora alla Grande Guerra e scarseggiavano persino le calzature) e in gran parte già demoralizzati dall’andamento di una guerra che ormai appariva irrimediabilmente persa, e 68.000 tedeschi. L’operazione era denominata "Husky": la battaglia per la Sicilia, iniziata in quel momento, sarebbe durata per trentotto giorni.

Molto si è detto, a sproposito, sul mancato intervento della flotta di superficie italiana. La verità è che la disparità di forze ed il dominio del cielo da parte angloamericana avrebbero reso il suo intervento un suicidio: soltanto sommergibili e mezzi insidiosi avevano qualche speranza di contrastare – o sarebbe più realistico dire, intaccare – il nemico. E così fu.
Al momento dello sbarco il Nereide, partito da Pozzuoli al comando del tenente di vascello Renato Scandola, si trovava in agguato a sud della Sardegna, ma lo stesso 10 luglio ricevette ordine di spostarsi nelle acque tra Augusta e Siracusa per contrastare lo sbarco. (Ciò secondo "Navi militari perdute" dell’USMM; secondo altra fonte, probabilmente erronea, il Nereide salpò invece da Pozzuoli l’11 luglio, insieme ai sommergibili Bronzo e Beilul, per contrastare le forze navali angloamericane impegnate negli sbarchi).
Il Nereide fu in assoluto uno dei primi sommergibili ad essere inviati contro la flotta d’invasione Alleata, insieme ad Alagi e Nichelio (anch’essi dirottati dalle loro originarie zone di agguato a sud della Sardegna); ad essi si unirono poi anche Diaspro e Turchese e successivamente Argo, Acciaio, Bronzo, Flutto, Velella e Brin (tutti partiti il 10 luglio), nonché il Beilul, dirottato dal suo settore d’agguato situato a nord della Cirenaica, e poi ancora il Platino, il Dandolo e l’Ascianghi.
Il Nereide, in particolare, venne inviato al largo di Siracusa, insieme a Bronzo e Beilul.
Giuseppe Chiarlot e Nullo Zimola, imbarcati sul Nereide rispettivamente come silurista e come cuoco, avrebbero ricordati anche a decenni di distanza il messaggio ricevuto prima della missione dal comandante in capo della flotta subacquea italiana, ammiraglio Antonio Legnani: "Il nemico vuole la nostra terra. Annientatelo. Distruggetelo. Un forte abbraccio. Legnani".


La torretta del Nereide nella sua configurazione finale, dopo gli ultimi lavori di modifica compiuti nella primavera del 1943 (g.c. STORIA militare)


Il 12 luglio 1943 il Nereide, mentre transitava in superficie nelle acque di Taormina, avvistò un gruppo di cacciatorpediniere britannici che stavano bombardando la costa siciliana con le loro artiglierie. Subito immersosi (per altra versione, invece, si sarebbe immerso rapidamente soltanto dopo l’attacco, per eludere la reazione delle unità avversarie), il sommergibile lanciò una salva di tre siluri contro le navi nemiche alle cinque del pomeriggio, mentre queste ripiegavano dopo aver terminato il loro cannoneggiamento: a bordo del Nereide vennero udite due forti esplosioni, ma il battello fu subito sottoposto a caccia antisommergibili e costretto a disimpegnarsi scendendo in profondità; non poté dunque osservare cosa esattamente fosse successo (a bordo si credette di aver colpito ed affondato qualcosa, come ricorda il silurista Giuseppe Chiarlot, secondo il quale il Nereide avrebbe “affondato un supercaccia tipo Jervis ed un’altra unità imprecisata”). Ad ogni modo non risulta, da fonte britannica, alcuna notizia di affondamenti o danneggiamenti, dunque i siluri del Nereide mancarono il bersaglio.

La missione proseguì, e dopo aver eluso la caccia il Nereide giunse nelle acque antistanti Augusta nelle prime ore del 13 luglio: quella munita piazzaforte era caduta in mano britannica appena qualche ora prima. (Secondo il ricordo di Giuseppe Chiarlot, che come tutte le memorie a distanza di decenni dev’essere preso con beneficio d’inventario, “dopo l’operazione di disimpegno [successivamente all’attacco del 12 luglio], passammo i dettagli a Roma e ricevemmo in cambio un fonogramma con il quale ci ordinavano di entrare sulla rotta di sicurezza. Eseguimmo gli ordini, ma subito dopo ci accorgemmo che la rotta di sicurezza era controllata dagli inglesi”). Pattugliando quelle acque in emersione, alle 4.30 il Nereide avvistò tre cacciatorpediniere che apparivano intenti in ricerca antisommergibili, ma venne a sua volta avvistato (secondo una fonte di dubbia affidabilità, mentre cercava di attaccare un convoglio) e costretto ad immergersi ad elevata profondità (a circa settanta metri, secondo il ricordo di Giuseppe Chiarlot); dopo di che ebbe inizio la caccia da parte dei cacciatorpediniere britannici Echo (capitano di corvetta Richard Herbert Calcraft Wyld) ed Ilex (capitano di corvetta Vere Alison Wight-Boycott), facenti parte dello schermo di cacciatorpediniere della Forza H dell’ammiraglio John Cunningham.
Più precisamente, Echo ed Ilex erano due degli otto cacciatorpediniere – gli altri sei erano Fury, Faulknor, Eclipse, Inglefield, Raider e Vasilissa Olga – appartenenti alla 2a Divisione, una delle tre Divisioni navali che formavano la Forza H; tale Divisione comprendeva anche le corazzate Valiant e Warspite, la portaerei Formidable e gli incrociatori leggeri Aurora e Penelope. Altra fonte afferma invece che Echo ed Ilex avrebbero fatto parte della Forza Q, incaricata il 13 luglio di condurre un “pattugliamento d’intercettazione”, unitamente agli incrociatori leggeri Cleopatra ed Euryalus, che invece appartenevano alla 1a Divisione della Forza H.
La Forza H, incaricata del supporto alle operazioni di sbarco in Sicilia e della copertura delle forze da sbarco contro un’eventuale sortita della flotta italiana, allineava in totale ben 6 corazzate – Rodney, Nelson, Valiant, Warspite, King George V e Howe –, due portaerei – Indomitable e Formidable –, 6 incrociatori e 21 cacciatorpediniere: più di quanto l’intera Regia Marina non disponesse, ormai, in termini di forze navali da battaglia.
L’Ilex poteva considerarsi un veterano della lotta antisommergibili: nei precedenti tre anni aveva partecipato alla distruzione di tre unità subacquee, due italiane (Console Generale Liuzzi e Uebi Scebeli) ed una tedesca (U 42).
I due cacciatorpediniere non tardarono a localizzare il sommergibile con i loro sonar, dopo di che sferrarono una serie di attacchi che si protrassero per ore quasi senza interruzione, con lancio di numerose bombe di profondità: a bordo dell’Ilex l’ufficiale antisommergibili (Anti-Submarine Control Officer), tenente di vascello James Desmond Rea Haslett, ed l’operatore sonar, marinaio John Oddy Beeston, analizzarono attentamente gli echi ottenuti al sonar per distinguere quelli generati al sommergibile da quelli che non lo erano, mantenendolo poi ininterrottamente per tutta la durata della caccia a dispetto del crescente numero di echi “estranei” generati dalle esplosioni delle bombe di profondità e dalle scie delle navi.
Le esplosioni causarono gravi danni ed avarie agli impianti del Nereide, che alla fine – alle 7.05 – fu costretto ad emergere. Non appena giunse in superficie, il sommergibile venne inquadrato dai cannoni di Echo ed Ilex, che lo colpirono fin dalle prime salve: gran parte dell’equipaggio rimase uccisa o ferita, ed ai superstiti non rimase che abbandonare il battello.
Poco dopo, alle 7.30 di quel 13 luglio, il Nereide colò a picco nel punto 37°25’ N e 16°07’ E, una quarantina di miglia ad est di Augusta e 25 miglia a sudest di Capo Spartivento Calabro (altre fonti britanniche dell’epoca indicano invece la posizione 37°27’ N e 16°13’ E, al largo di Catania, o ancora 37°36’ N e 16°17’ E; altra fonte afferma che sarebbe affondato dieci miglia a nordest di Augusta, ma è probabile un errore). Affondarono con il Nereide anche il sottocapo motorista Dino Giubbina ed il sottocapo furiere Nicola Zini, che si erano attardati all’interno del sommergibile per indicare ai compagni l’unico portello utilizzabile per la fuoriuscita. Il loro sacrificio fu riconosciuto dalla Medaglia d’Argento al Valor Militare, alla memoria, con motivazione: «Imbarcato su sommergibile nel corso di missione di guerra cooperava con sereno coraggio durante fruttuoso attacco a potente formazione di ct. avversari e nella successiva prolungata violentissima caccia subita dall’unità. Costretto il battello ad emergere per i notevoli danni subiti, nei pochi istanti che precedettero l’affondamento si attardava all’interno del sommergibile nell’intento di indicare ai compagni l’unico efficiente portello di uscita. Nel generoso eroico tentativo scompariva in mare con l’unità immolando la propria vita ad un supremo senso del dovere. (Mediterraneo, 12-13 luglio 1943)».

Dell’equipaggio del Nereide, 20 uomini (6 sottufficiali, 9 sottocapi e 5 marinai) persero la vita, mentre i superstiti – che le fonti britanniche quantificano variabilmente in 22, 23, 25, 27 o 30 –, tra cui il comandante Scandola e tutti gli ufficiali, furono recuperati e fatti prigionieri da Echo ed Ilex. Un rapporto britannico dell’epoca precisa che l’Echo recuperò 23 uomini, tra cui il comandante Scandola e tre ufficiali, mentre l’Ilex ne prese a bordo sette. Terminato il salvataggio, i due cacciatorpediniere lasciarono la zona a 29 nodi.
Uno dei sopravvissuti, il marinaio Giovanni Petitto, morì in prigionia a Malta quindici giorni più tardi, probabilmente per le ferite riportate nel combattimento, portando il numero delle vittime a 21.

Le vittime:

Benito Broggio, sottocapo silurista, da Cavarzere (deceduto)
Francesco Coldesina, sergente segnalatore, da Garbagna (deceduto)
Antonio Di Tria, marinaio elettricista, da Minervino Murge (deceduto)
Dino Giubbina, sottocapo motorista, da Selvazzano Dentro (deceduto)
Giuseppe Greco, marinaio motorista, da Brindisi (deceduto)
Augusto Ioannes, capo elettricista di prima classe, da Novara (disperso)
Silvestro Laganà, marinaio silurista, da Messina (deceduto)
Vasco Lorenzoni, sottocapo silurista, da Stazzema (deceduto)
Vittorio Moriani, secondo capo motorista, da Carrara (deceduto)
Felice Persano, marinaio nocchiere, da Isola d’Istria (deceduto)
Giovanni Petitto, marinaio, da Napoli (deceduto in prigionia a Malta il 28.7.1943)
Alessandro Petrazzini, secondo capo elettricista, da Villa Bartolomea (deceduto)
Carmelo Piraino, sottocapo motorista, da Venezia (deceduto)
Goffredo Quintavalle, sottocapo silurista, da Rimini (deceduto)
Libertario Ricci, sergente fuochista, da Rio Marina (deceduto)
Adamo Sabbatini, sottocapo nocchiere, da Recanati (deceduto)
Domenico Scardaci, sottocapo nocchiere, da Catania (deceduto)
Ugo Secondo, sottocapo radiotelegrafista, da Taranto (deceduto)
Luigi Staderini, secondo capo silurista, da Firenze (deceduto)
Luigi Tolomeo, marinaio motorista, da Messina (deceduto)
Nicola Zini, sottocapo furiere, da Bassano del Grappa (deceduto)


Alla memoria dei caduti (eccetto Giubbina e Zini, che ricevettero la Medaglia d’Argento al Valor Militare) fu conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con motivazione: «Imbarcato su sommergibile nel corso di missione di guerra cooperava con sereno coraggio durante fruttuoso attacco a potente formazione di cacciatorpediniere e nella successiva prolungata violentissima caccia subita dal battello. Scompariva in mare con l’unità immolando la propria vita per il dovere. (Mediterraneo, 12-13 luglio 1943)».
Il comandante Scandola (nato a Castelfranco Emilia il 9 novembre 1916), che in mare dopo l’affondamento aveva salvato un sottufficiale che stava per annegare, venne decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare, con motivazione «Comandante di sommergibile nel corso di missione di guerra attaccava con audacia formazione composta di dieci siluranti avversarie, silurandone due. Il giorno successivo nella stessa zona attaccava in superficie altra formazione di tre siluranti; scoperto e costretto alll’immersione veniva sottoposto a violentissima e lunga caccia e costretto ad emergere; per i notevoli danni subiti autoaffondava l’unità mentre l’avversario lo faceva segno a tiro d’artiglieria. In acqua dava generoso soccorso ai dipendenti e traeva in salvo un sottufficiale in pericolo di vita. Esempio di capace ardimento, coraggio ed elevate virtù militari. (Mediterraneo, 12-13 luglio 1943)».
Il marinaio silurista Domenico Mastrangelo (nato a Putignano il 23 maggio 1925) fu decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con motivazione: «Imbarcato su sommergibile nel corso di missione di guerra cooperava con sereno coraggio durante fruttuoso attacco a potente formazione di cacciatorpediniere avversari, e nella successiva prolungata violentissima caccia subita dal battello, che doveva autoaffondarsi. (Mediterraneo 12–13 luglio 1943)».
I superstiti finirono in un campo di prigionia in Libia.

Dai prigionieri, i britannici appresero che il Nereide era in mare da ventiquattr’ore (il che però non era vero). L’annotazione dell’affondamento del sommergibile sul diario di guerra dell’Ammiragliato britannico è corredata da una postilla piuttosto criptica: "Suggest this kill be promulgated in the right circles to discourage others".
Per l’affondamento del Nereide, i comandanti di Echo ed Ilex ed i rispettivi ufficiali antisommergibili, sottotenente di vascello George Onslow Graham dell’Echo e tenente di vascello James Desmond Rea Haslett dell’Ilex, vennero decorati con la Distinguished Service Cross. Ricevettero inoltre la Distinguished Service Medal il sottufficiale Joseph Walter Sammels ed il marinaio John Oddy Beeston, e furono “menzionati nei dispacci” il tenente di vascello Thomas Eric Harris, il cannoniere William Pascoe, il sottocapo Michael Bradie Rorie ed i marinai Frank George Farrant e Donald Chisholm. Per tutti, la motivazione fu “For great courage and resolution in action with enemy submarines while serving in H.M. Ships Echo and Ilex”.

Giuseppe Chiarlot e Nullo Zimola si sarebbero reincontrati ad oltre trent’anni di distanza, nel 1980, in Australia, dove entrambi erano emigrati nel dopoguerra. Fu Chiarlot a scoprire per caso, sfogliando un elenco telefonico, il nome del mai dimenticato commilitone con cui aveva condiviso le sue traversie di guerra e di prigionia: pensando che si potesse trattare proprio di lui, ebbe l’idea di telefonare al numero indicato sull’elenco, e si sentì rispondere proprio dal vecchio amico. Con comprensibile emozione, Chiarlot e Zimola – che ora avevano rispettivamente 52 e 55 anni – si rincontrarono la sera stessa, al “Fogolar Furlan” di Sydney, e rievocarono le tante avventure passate insieme: ne rinacque un’amicizia protrattasi poi ancora per molti anni.

Un’altra immagine del Nereide (da www.xmasgrupsom.com)