martedì 25 ottobre 2016

Lerici

La Lerici (da “Il vero traditore” di Alberto Santoni, Mursia, 1981).

Motonave da carico di 6070 tsl e 9150 tpl, lunga 143,5 metri, larga 18,5 e pescante 8, con velocità di 14 nodi. Appartenente all’armatore genovese Giobatta Bibolini ed iscritta con matricola 55 al Compartimento Marittimo di La Spezia.
Aveva cinque gemelle: Valfiorita, Ombrina, Unione, Ravello e Napoli. Faceva parte del primo gruppo di nuove, moderne, grandi (8000-9000 tpl) e veloci (14-16 nodi a pieno carico) motonavi da carico completate tra agosto e dicembre del 1941, e subito impiegate per la formazione di convogli veloci di navi da carico, impossibili fino al loro arrivo.

Breve e parziale cronologia.

25 gennaio 1939
Impostata nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano, La Spezia (numero di cantiere 254).
6 luglio 1941
Varata nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano (La Spezia).
23 dicembre 1941
Completata per l’armatore Giovanni Battista Bibolini, di Genova, ed immediatamente requisita a La Spezia dalla Regia Marina, senza essere iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
3 gennaio 1942
La Lerici (che ha caricato 621 tonnellate di munizioni per le forze italiane, 528 di munizioni per le forze tedesche, 1663 tonnellate di materiali per le forze italiane, 752 per quelle tedesche, 16 carri armati italiani, 14 tedeschi – compresi dei cacciacarri Panzerjäger I del Panzerjäger-Abteilung 605 –, 81 automezzi italiani, 41 tedeschi, 398 tonnellate di carburante per le forze italiane, 242 tra ufficiali, sottufficiali e soldati italiani e 50 tedeschi), insieme alle motonavi Monginevro e Nino Bixio, lascia Messina per Tripoli alle 10.15, nell’ambito dell’operazione di rifornimento «M. 43». Le tre motonavi formano il convoglio n. 1 di tale operazione, scortato dai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi (contrammiraglio Amedeo Nomis di Pollone), Nicoloso Da Recco, Antoniotto Usodimare, Bersagliere e Fuciliere.
La «M. 43» prevede in tutto l’invio in Libia di cinque grandi motonavi da carico ed una petroliera, tutte veloci (almeno 14 nodi) e di recente costruzione, con una scorta poderosa: oltre alle siluranti di scorta di ciascun convoglio, vi sono una forza di «scorta diretta incorporata nel convoglio» (ammiraglio di squadra Carlo Bergamini, con il compito di respingere eventuali attacchi di formazioni leggere di superficie come la Forza K) composta dalla corazzata Duilio con gli incrociatori leggeri Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Raimondo Montecuccoli, Muzio Attendolo e Giuseppe Garibaldi ed i cacciatorpediniere MaeStrale, Scirocco, Alfredo Oriani e Vincenzo Gioberti, ed un gruppo d’appoggio a distanza (ammiraglio di squadra Angelo Iachino, con l’incarico di proteggere il convoglio da un eventuale attacco in forze della Mediterranean Fleet) formato dalle corazzate Littorio, Giulio Cesare ed Andrea Doria, dagli incrociatori pesanti Trento e Gorizia e dai cacciatorpediniere Aviere, Geniere, Carabiniere, Alpino, Camicia Nera, Ascari, Antonio Pigafetta ed Antonio Da Noli. Alla scorta aerea concorrono la Regia Aeronautica (Armata Aerea e Ricognizione Marittima) e la Luftwaffe (II Corpo Aereo Tedesco e X Corpo Aereo Tedesco, di base l’uno in Sicilia e l’altro in Grecia) per effettuare ricognizione sul porto della Valletta (Malta) e nelle acque di Alessandria, bombardamenti preventivi sugli aeroporti maltesi e scorta di caccia, antiaerosilurante ed antisommergibile sui cieli del convoglio nonché a protezione delle navi impegnate nello scarico una volta giunte a Tripoli. Completa il dispositivo di difesa la dislocazione di undici sommergibili sulle probabili rotte che una ipotetica forza navale nemica dovrebbe percorrere per attaccare il convoglio.
4 gennaio 1942
Tra le 4 e le 11, come previsto, il convoglio n. 1 si unisce ai convogli 2 (motonave Monviso, motocisterna Giulio Giordani, torpediniere Orsa, Aretusa, Castore ed Antares) e 3 (motonave Gino Allegri, cacciatorpediniere Freccia, torpediniera Procione), partiti rispettivamente da Taranto e Brindisi; si forma così un unico grande convoglio, il cui caposcorta è il contrammiraglio Nomis di Pollone. Mentre il convoglio «Allegri» si unisce al Gruppo «Duilio», la III Divisione Navale (Trento e Gorizia) del gruppo d’appoggio viene avvistata da un ricognitore britannico; da Malta decolla una formazione aerea per attaccare, ma deve rientrare senza essere riuscita a trovare il convoglio. Al tramonto il gruppo «Duilio» s’incorpora nella formazione del convoglio, che durante la notte mette la prua su Tripoli.
5 gennaio 1942
Il gruppo «Duilio» lascia il convoglio, che giunge indenne a Tripoli alle 12.30 senza aver subito alcun attacco.
19 gennaio 1942
Lerici ed Allegri lasciano Tripoli alle 16.30 per rientrare a Trapani, scortate dai cacciatorpediniere Antonio Da Noli (caposcorta) e Saetta e dalla torpediniera Clio. Sulla Lerici si trovano 462 sudditi anglo-maltesi, internati civili, avviati verso campi di concentramento situati in Italia.
20 gennaio 1942
Le due motonavi arrivano a Trapani alle 20.20.
21 febbraio 1942
Alle 13.30 del 21 febbraio la Lerici parte da Corfù per Tripoli insieme alla motonave Monviso ed alla nave cisterna Giulio Giordani, con la scorta dei cacciatorpediniere MaeStraleScirocco, Antonio Pigafetta (caposcorta, capitano di vascello Mirti della Valle), Emanuele Pessagno ed Antoniotto Usodimare e della torpediniera Circe: si tratta del convoglio n. 2 (trasferitosi da Brindisi a Corfù nelle ore precedenti) nell’ambito dell'operazione «K. 7», consistente nell’invio in Libia di due convogli per totali sei mercantili (carichi complessivamente di 29.517 tonnellate di materiali, 113 carri armati, 575 veicoli e 405 uomini), scortati da dieci cacciatorpediniere e due torpediniere. I convogli fruiscono inoltre della scorta indiretta del gruppo «Gorizia» (ammiraglio di divisione Angelo Parona; incrociatori pesanti Trento e Gorizia, incrociatore leggero Bande Nere, cacciatorpediniere Alpino, Oriani e Da Noli) e del gruppo «Duilio», formato dall’omonima corazzata (ammiraglio di squadra Carlo Bergamini) insieme a quattro cacciatorpediniere (Aviere, Geniere, Ascari e Camicia Nera).
La Lerici ha un carico di 97 automezzi, 44 mezzi corazzati (tra cui altri cacciacarri Panzerjäger I del Panzerjäger-Abteilung 605), 753 tonnellate di munizioni, 1118 di gasolio e lubrificanti e 2780 di materiali vari.
22 febbraio 1942
Intorno alle 12.45, 180 miglia ad est di Malta, il convoglio n. 2 si accoda – con una manovra piuttosto lenta – al convoglio n. 1 (motonavi Monginevro, Unione, Ravello, cacciatorpediniere Vivaldi, Zeno, Malocello, Premuda e Strale, torpediniera Pallade), salpato da Messina e che è già stato raggiunto dai gruppi «Gorizia» e «Duilio» (quest’ultimo segue il resto delle navi italiane a breve distanza). La formazione assume rotta 184° e velocità 14 nodi; sin dalla prima mattina (e fino alle 19.45) volano sul suo cielo aerei tedeschi Junkers Ju 88 e Messerschmitt Bf 110 decollati dalla Sicilia per la sua scorta.
Dalle prime ore del mattino compaiono anche ricognitori britannici, che segnalano il convoglio agli aerei di base a Malta; tra le 14 e le 16 si verifica un attacco aereo, che i velivoli della Luftwaffe respingono, abbattendo tre degli aerei attaccanti ed impedendo agli altri di portare a fondo l’attacco (tranne un Boeing B 17 che lancia delle bombe di piccolo calibro contro la Duilio, senza colpirla). Quando l’ammiraglio Bergamini chiede altri aerei mediante il collegamento radio diretto, la richiesta viene prontamente soddisfatta.
La sera del 22, in base agli ordini ricevuti, il gruppo «Duilio» lascia i convogli, che proseguono con la scorta diretta ed il gruppo «Gorizia».
Nella notte seguente il convoglio, che è rimasto diviso in due gruppi (cioè i convogli 1 e 2, che procedono uno dietro l’altro ma separati), viene più volte sorvolato da dei bengalieri nemici (tra le 00.30 e le 5.30 del 23 dei bengala si accendono sul cielo dei convogli), ma non subisce danni, grazie alle manovre ed all’emissione di cortine fumogene.
23 febbraio 1942
Poco dopo le otto del mattino sopraggiungono due torpediniere inviate da Marilibia in rinforzo alla scorta, cui l’ammiraglio Parona ordina di unirsi al gruppo «Vivaldi». La foschia impedisce ai due convogli, distanti solo 8-9 miglia, di vedersi, ed alla scorta aerea della Luftwaffe di trovare le navi; le trovano invece, ma solo quelle del gruppo «Gorizia», i caccia italiani FIAT CR. 42 inviati anch’essi per la scorta.
Alle 10.14 del mattino, una novantina di miglia ad est di Tripoli ed al largo di Capo Misurata, la Circe localizza con l’ecogoniometro il sommergibile britannico P 38, che sta tentando di attaccare il convoglio (poco dopo ne viene avvistato anche il periscopio, che però subito scompare poiché il sommergibile, capendo di essere stato individuato, s’immerge a profondità maggiore), e, dopo aver ordinato al convoglio di virare a dritta, alle 10.32 lo bombarda con bombe di profondità, arrecandogli gravi danni. Subito dopo il P 38 affiora in superficie, per poi riaffondare subito: a questo punto si uniscono alla caccia anche l’Usodimare ed il Pessagno, che gettano altre cariche di profondità, e, insieme ad aerei della scorta, mitragliano il sommergibile. L’attacco è tanto violento e confuso che un marinaio, su una delle navi italiane, rimane ucciso dal tiro delle mitragliere, e la Circe deve richiamare le altre unità al loro posto per poter proseguire nella sua azione. Dopo questi ulteriori attacchi, la Circe effettua un nuovo attacco con bombe di profondità, ed alle 10.40 il sommergibile affiora di nuovo con la poppa, fortemente appruato, le eliche che girano all’impazzata ed i timoni orientati a salire, per poi affondare di prua con l’intero equipaggio in posizione 32°48’ N e 14°58’ E. Un’ampia chiazza di carburante, rottami e resti umani marcano la tomba dell’unità britannica.
Nel frattempo, alle 10.30, lo Scirocco (come stabilito in precedenza) lascia la scorta del convoglio numero 2 e si aggrega al gruppo «Gorizia», che, essendo ormai il convoglio vicino a Tripoli, e non presentandosi più rischi di attacchi di navi di superficie, si avvia sulla rotta di rientro.
I convogli giungono indenni a Tripoli tra le 16 e le 16.40 del 23.
8 marzo 1942
La Lerici lascia Tripoli alle 21, insieme ad Unione, Giordani e Ravello, per rientrare in Italia con la scorta del cacciatorpediniere Strale e delle torpediniere Cigno e Procione. Sulla Lerici sono imbarcati 110 “indesiderabili” in Libia, mentre Unione e Ravello trasportano prigionieri di guerra.
9 marzo 1942
Alle 7.30 il convoglio s’incontra con un altro proveniente dall’Italia e diretto a Tripoli, nell’ambito dell’operazione «V. 5»; i cacciatorpediniere Scirocco ed Antonio Pigafetta, appartenenti alla scorta di quest’ultimo, lo lasciano e si uniscono alla scorta del convoglio della Lerici (il Pigafetta, capitano di vascello Enrico Mirti della Valle, ne diviene anzi il caposcorta). Il convoglio gode inoltre dell’appoggio del gruppo di scorta «Garibaldi» (incrociatori leggeri Giuseppe Garibaldi – nave di bandiera dell’ammiraglio di divisione Raffaele De Courten, comandante superiore in mare –, Eugenio di Savoia e Raimondo Montecuccoli, cacciatorpediniere Aviere, Geniere, Oriani ed Ascari).
In mattinata l’ammiraglio De Courten, avendo intercettato comunicazioni di aerei britannici che seguono la formazione italiana e ne riportano la presenza (il convoglio è stato avvistato da un ricognitore Martin Maryland del 69th Squadron RAF, circa 200 miglia a sudest di Malta), ordina che il convoglio ed il gruppo di scorta compiano una deviazione verso est, per allontanarsi da Malta, da dove si presume che arriveranno gli attacchi aerei.
Ciononostante, tra le 16.40 e le 17.20 (170 miglia a nordest di Tripoli), mentre la scorta aerea è più ridotta (tre bombardieri Junkers Ju 88 ed un caccia bimotore Messerschmitt Bf 110 della Luftwaffe), il convoglio viene attaccato da otto aerosiluranti Bristol Beaufort del 39th Squadron RAF (li guida il capitano C. S. Taylor), che De Courten ritiene correttamente provenire dalla Marmarica (sono decollati dalla base di Bu Amud). In realtà il loro obiettivo non è il convoglio della Lerici, bensì quello incontrato qualche ora prima e diretto in Libia: hanno attaccato il convoglio sbagliato. Non è neanche l’unica cosa andata storta nei piani dei britannici, dal momento che i Beaufort non hanno trovato la prevista scorta di caccia Bristol Beaufighter, e sono dovuti proseguire da soli. Uno degli aerosiluranti lancia contro il mercantile di maggior dimensioni, gli altri contro le navi della scorta; nessuna viene colpita, ed i Beaufort, superato indenni il tiro contraereo delle navi, si allontanano inseguiti dalla scorta aerea tedesca. Uno degli aerosiluranti viene leggermente danneggiato da quest’ultima, mentre da parte britannica si rivendica l’abbattimento di uno Ju 88 ed il danneggiamento del Messerschmitt.
Durante la notte, il gruppo di scorta s’incorpora nel convoglio; per tutta la notte le navi sono sorvolate da bengalieri che chiamano più volte altri aerei all’attacco, ma non ci sono conseguenze (un primo gruppo di aerei non trova le navi; del secondo, venti bombardieri Vickers Wellington decollano per attaccare il convoglio, ma solo in tre riescono a trovarlo, e le loro bombe mancano le navi).
10 marzo 1942
Di nuovo il convoglio è tallonato da ricognitori. Da Alessandria, in seguito all’errata notizia che un incrociatore italiano sarebbe stato colpito durante gli attacchi di Beaufort del pomeriggio precedente, prende il mare una formazione al comando del viceammiraglio Philip Vian, per intercettarlo; naturalmente non troveranno nulla e l’indomani, durante il ritorno, l’incrociatore leggero Naiad (nave ammiraglia di Vian) sarà affondata dal sommergibile tedesco U 565, con la perdita di 82 uomini.
Alle 17.30 la scorta è rinforzata dall’arrivo della torpediniera Aretusa.
11 marzo 1942
Il convoglio si divide in due gruppi. Lerici, Giordani, Ravello, Cigno, Aretusa, Pigafetta e Scirocco giungono a Taranto alle tre di notte, mentre le altre navi raggiungono Brindisi.
2 aprile 1942
La Lerici salpa da Taranto per Tripoli alle 12.50 insieme alla motonave Unione, scortata dai cacciatorpediniere Antonio Pigafetta (caposcorta), Euro ed Antonio Da Noli e dalla torpediniera Pallade, nell’ambito dell’operazione di traffico «Lupo».
A mezzanotte la Cigno lascia la scorta, sostituita dalla gemella Pallade.
3 aprile 1942
Alle otto del mattino, una sessantina di miglia ad est di Capo Murro di Porco, il convoglio che comprende la Lerici si unisce – come prestabilito – ad un secondo proveniente da Taranto e composto dalle motonavi Nino Bixio e Monviso, scortate dai cacciatorpediniere Emanuele Pessagno e Folgore e dalla torpediniera Centauro. Si forma così un unico convoglio, che imbocca una rotta che passa a 110 miglia da Malta per raggiungere Tripoli.
Al tramonto si aggregano al convoglio anche le motonavi Gino Allegri e Monreale, provenienti da Augusta con la scorta dei cacciatorpediniere Freccia e Nicolò Zeno.
4 aprile 1942
Il convoglio viene avvistato da ricognitori britannici e sottoposto a diversi attacchi aerei, ma non subisce alcun danno e giunge a Tripoli tra le 9 e le 10.30, portando a destinazione un prezioso carico di 14.955 tonnellate di munizioni e materiali vari, 6190 tonnellate di carburante, 769 tra automezzi e rimorchi, 82 carri armati e 327 militari.
17 aprile 1942
La Lerici (che ha a bordo anche 52 ebrei anglo-libici e due anglo-maltesi, internati in Libia e diretti in campi di concentramento situati in Italia) e la motonave Monviso lasciano Tripoli alle 15, scortate dai cacciatorpediniere Freccia (caposcorta) e Mitragliere e dalla torpediniera Pegaso.
Il convoglio viene dirottato verso la Grecia a seguito dell’affondamento, sulla stessa rotta, del piroscafo tedesco Bellona da parte di un sommergibile britannico (il Torbay); poi viene diviso in base alla destinazione: Lerici e Freccia verso Taranto, Monviso e Mitragliere verso Brindisi.
19 aprile 1942
Lerici e Freccia giungono a Taranto alle 14.15.
30 aprile 1942
Lerici e Bixio salpano da Taranto e Napoli alle 10.20, scortate dai cacciatorpediniere Antonio Pigafetta (caposcorta) e Nicolò Zeno e dalla torpediniera Orsa.
2 maggio 1942
Raggiunto dalla torpediniera Clio, inviatagli incontro da Tripoli, il convoglio giunge in quest’ultimo porto alle 8.
6 maggio 1942
La Lerici lascia Tripoli per Napoli alle 19, scortata dalle torpediniere Centauro (caposcorta) e Generale Marcello Prestinari.
7 maggio 1942
La Prestinari lascia la scorta alle 17.40.
8 maggio 1942
Lerici e Centauro raggiungono Napoli alle 8.45.
16 maggio 1942
La Lerici salpa da Napoli per Tripoli all’1.45, scortata dalla torpediniera Perseo. Le due navi formano il convoglio «C», uno dei tre diretti in Libia nell’ambito dell’operazione di traffico «Lero».
17 maggio 1942
Alle 7.25 Lerici e Perseo vengono raggiunte dalla torpediniera Clio, inviata da Tripoli.
Alle 8.30, 70 miglia a sud di Capo Spartivento, il convoglio «C» si congiunge con i convogli «R» (motonave Mario Roselli e cacciatorpediniere Nicolò Zeno, provenienti da Brindisi) e «X» (motonave Nino Bixio e cacciatorpediniere Turbine, provenienti da Taranto), già unitisi in precedenza, formando un convoglio unico avente come caposcorta lo Zeno.
Tale convoglio procede sulla rotta a levante di Malta, fino alle 19.45: a quell’ora, giunte le navi a 80 miglia da Tripoli, il convoglio «C» (Lerici, Clio e Perseo) si separa nuovamente dagli altri (che sono diretti invece a Bengasi) e fa rotta per Tripoli.
18 maggio 1942
Lerici, Clio e Perseo entrano a Tripoli all’alba.
23 maggio 1942
Lerici, Zeno (caposcorta) e la torpediniera Climene lasciano Tripoli per Napoli alle due di notte.
24 maggio 1942
Le tre navi giungono a Napoli alle 14.10.
1° giugno 1942
Lerici e Zeno salpano da Napoli per Tripoli alle 8. La Lerici trasporta 3168 tonnellate di materiale d’artiglieria e materiale vario, 645 tonnellate di carburanti e lubrificanti, 156 automezzi, tre carri armati, una maona del peso di 26 tonnellate e 123 militari.
2 giugno 1942
Le due navi sostano nella rada di Pantelleria dalle 4 alle 5.30, per sfuggire all’avvistamento da parte di aerei nemici, poi proseguono. Subiscono attacchi aerei durante la navigazione, al largo di Pantelleria, ma senza riportare danni, e giungono a Tripoli alle 22.30.
7 giugno 1942
La Lerici, la motonave italiana Rosolino Pilo e la tedesca Reichenfels salpano da Tripoli per Napoli alle 23, scortate dai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi (caposcorta) e Lanzerotto Malocello e dalla torpediniera Polluce. Esse formano il convoglio «K».
8 giugno 1942
Al largo di Ras Iddah, alle 17.25, il convoglio «K» incontra il convoglio «Numidia», con il piroscafo Numidia e la nave cisterna Caucaso in navigazione da Palermo a Tripoli scortate dalle torpediniere Castore e Clio; la Polluce, come stabilito in precedenza, lascia la scorta del convoglio «K» e diviene caposcorta del convoglio «Numidia», mentre le altre navi mantengono i rispettivi ruoli.
9 giugno 1942
Il convoglio «K» giunge a Napoli a mezzogiorno.
9 luglio 1942
La Lerici e la Ravello, provenienti da Napoli, partono da Patrasso alle 23, scortati dai cacciatorpediniere Folgore e Lampo. Le navi formano il convoglio «L»; sulla Lerici si trovano 3478 tonnellate di materiali vari, 263 tonnellate di carburanti e lubrificanti, due bettoline del peso complessivo di 75 tonnellate, 199 tra automezzi e rimorchi, due carri armati (cacciacarri tedeschi Marder III Sd. Kfz. 139), 17 motocarrozzette e 127 militari.
10 luglio 1942
Alle 5.20 il convoglio «L» si unisce al convoglio «O» (motonave Unione, scortata dai cacciatorpediniere Freccia e Partenope e dalle torpediniere Polluce e Calliope), proveniente da Gallipoli, formando il convoglio «S» (caposcorta Freccia); alle 10 si aggrega anche il convoglio «N» (motonave Apuania, torpediniere Orsa e Pallade) da Napoli.
Alle 18 il convoglio viene raggiunto dal cacciatorpediniere Saetta, che lo lascia alle 19.30 diretto a Suda, insieme a Lerici e Polluce, quivi dirottate.
17 luglio 1942
La Lerici ed il posamine ausiliario Lero lasciano Suda alle 20, scortate dalle torpediniere Polluce e Sagittario (caposcorta) e dalla II Squadriglia MAS con sette unità.
Successivamente il convoglio si divide: Lerici e Sagittario dirigono per Bengasi, le altre unità per Tobruk.
18 luglio 1942
Lerici e Sagittario arrivano a Bengasi alle 19.15.
30 luglio 1942
La Lerici e la motonave Manfredo Camperio salpano da Bengasi per Brindisi alle 8.30, cariche di 3000 prigionieri di guerra. Le scorta la torpediniera Circe.
31 luglio 1942
La Circe lascia la scorta alle 23; viene sostituita dalla gemella Clio. A Navarino, la Clio è a sua volta avvicendata dal cacciatorpediniere Freccia.
1° agosto 1942
Lerici e Camperio arrivano a Brindisi alle 11.15.
 

La Lerici od una sua nave gemella nella primavera del 1942 (Archivio Centrale dello Stato, via Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net
L’affondamento

Il 14 agosto 1942, alle 4.30, la Lerici salpò da Brindisi alla volta di Bengasi, scortata dalle torpediniere Castore (tenente di vascello Bruno Tezel) e Calliope (capitano di corvetta Cocchi). La motonave trasportava 2198 tonnellate di munizioni, materiale d’artiglieria e materiali vari, 588 tonnellate di carburanti e lubrificanti, 173 tra automezzi e rimorchi ed un carro armato. Vi erano a bordo 158 militari del Regio Esercito di passaggio più l’equipaggio, per un totale di 290 o 291 uomini.
Verso le 10.30 dello stesso giorno, al largo di Leuca, le tre navi si congiunsero con un secondo gruppo proveniente da Taranto: lo formavano la motonave Ravello, la torpediniera Polluce (tenente di vascello Tito Burattini) ed il cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco (capitano di vascello Aldo Cocchia), che divenne il caposcorta del convoglio unico così formato. La destinazione di tutte era Bengasi; il convoglio seguì le rotte che costeggiavano la Grecia occidentale, tenendosi molto ad est di Malta.
Ma “ULTRA” già da giorni sfornava rapporti frutto dell’intercettazione e decifrazione di messaggi in codice relativi al convoglio: già il 10 agosto i comandi britannici avevano appreso che Lerici e Ravello sarebbero dovuti partire rispettivamente da Brindisi e Taranto per riunirsi in mare alle 10.30 del 12, e che ad esse si sarebbe poi unita anche la motonave Foscolo (che si trovava al Pireo) per raggiungere Bengasi alle 8 del 14.
La partenza era poi stata rimandata di quarantott’ore: ma nemmeno questo era sfuggito ai decrittatori britannici, che il 12 agosto avevano comunicato che la partenza di Lerici, Foscolo e Ravello era stata ritardata fino a nuovo ordine, ed il 14 avevano precisato che Lerici e Ravello sarebbero partite quel giorno, con arrivo previsto a Bengasi alle 8 del 16 agosto.
Verso le quattro del pomeriggio del 15 agosto il convoglio venne avvistato da ricognitori britannici, inviati sia per “coprire” l’operato di “ULTRA” che per ottenere un ultimo aggiornamento sulla posizione del convoglio; gli aerei ne segnalarono la posizione al comandante della 10th Submarine Flotilla di Malta (capitano di vascello George Walter Willow Simpson, detto “Shrimp”), che a sua volta inviò ad incontrarlo il sommergibile Porpoise (tenente di vascello Leslie William Abel Bennington), in agguato non lontano. Supermarina intercettò a sua volta i messaggi dei ricognitori britannici ed inviò al convoglio due messaggi urgenti PAPA (Precedenza Assoluta sulle Precedenze Assolute) per avvisarlo di essere stato scoperto da ricognitori, ma ciò non bastò ad impedire l’attacco.
Il Porpoise avvistò un oggetto dritto di prora alle 17.54, e s’immerse per poi iniziare ad avvicinarsi: alle 18.08 avvistò le navi del convoglio, dapprima le due motonavi e dopo qualche minuto la scorta navale (che identificò, erroneamente, come quattro cacciatorpediniere classe Navigatori) e due velivoli della scorta aerea. Lerici e Ravello procedevano in linea di fronte ad una distanza di circa 900 metri tra di loro, mentre le unità della scorta erano disposte a mezzaluna; Bennington stimò la rotta del convoglio come 210°, e la velocità in 11 nodi. Alle 18.12, calata la distanza a circa 4600 metri, Bennington decise di portarsi in una posizione tra i due mercantili e di attaccare la motonave di sinistra (la Lerici); alle 18.18 il Porpoise accostò per 120° e si avvicinò alla Lerici con rotta perpendicolare, ed alle 18.24 accostò per 100°, mentre una nave della scorta passava a soli 365 metri di distanza. Tutte le unità della scorta erano dotate di ecogoniometro, ma nessuna rilevò il sommergibile immerso.
Bennington decise di attaccare con un angolo di 70°, per evitare di essere speronati dalla motonave di dritta. Alle 18.28, all’imbrunire, il Porpoise lanciò due siluri contro la Lerici, in posizione 34°45’ N e 21°32’ E (fonti italiane riportano invece la posizione come 34°50’ N e 21°30’ E, circa 120 miglia a nord di Ras Aamer, o 34°42’ N e 21°35’ E, cento miglia ad ovest/sudovest di Creta; per fonte ancora differente, 140 miglia ad ovest di Creta).
Soltanto quando la Ravello avvistò la scia di un siluro e diede l’allarme sommergibili il convoglio si accorse di essere sotto attacco. La Ravello evitò il siluro con pronta manovra, ma la Lerici non vide i segnali, o non li seguì, e così alle 18.30 fu colpita a poppa (da uno o da entrambi i siluri, a seconda delle fonti) ed immobilizzata. Sembrò però mantenere una buona galleggiabilità, facendo ben sperare nelle possibilità di un salvataggio.
Il Da Recco comunicò l’accaduto al comando della VIII Divisione Navale, avente sede a Navarino (distante un centinaio di miglia), poi proseguì con Castore e Ravello, lasciando Polluce e Calliope sul posto per assistere la danneggiata Lerici e tentare di condurla in salvo. Su ordine di Cocchia, la Calliope (dopo aver recuperato 259 naufraghi, che avevano abbandonato la nave in seguito al siluramento) tentò di prendere a rimorchio la motonave, mentre la Polluce dava la caccia al sommergibile attaccante.
Dopo il lancio, il Porpoise era sceso a 24 metri e si era allontanato a tutta forza su rotta 230°: il contrattacco iniziò alle 18.40, ma le bombe furono lanciate troppo lontane dal Porpoise, che si portò a quota periscopica alle 19 e constatò che la Lerici era fortemente appoppata, con due torpediniere ferme nei pressi e numerose scialuppe in mare. Il sommergibile accostò per 350° e poi per 030° per attaccare la torpediniera più vicina, ma alle 19.20 la Polluce localizzò il Porpoise all’ecogoniometro ed effettuò diversi passaggi con lancio di bombe di profondità (in tutto 38, in tre passaggi), alcune delle quali esplosero piuttosto vicine al bersaglio, ma senza causare danni.
Il Porpoise scese di nuovo a 24 metri e si allontanò lentamente su rotta 60°; la Polluce, ritenendo a torto di averlo affondato, recuperò un naufrago isolato della Lerici e tornò ad assumere la scorta delle altre due navi.
Il comando della VIII Divisione inviò in soccorso della Lerici anche i cacciatorpediniere Mitragliere (capitano di fregata Garino) e Bersagliere, che salparono da Navarino in nottata e giunsero sul posto alle undici del mattino del 16 agosto, trovando e soccorrendo altri dieci sopravvissuti.
Un improvviso incendio, scoppiato sulla prua della Lerici durante la notte, vanificò ogni tentativo di salvataggio del bastimento: le fiamme si estesero rapidamente a tutta la nave, ed i tentativi di rimorchio verso Navarino fallirono irrimediabilmente. Il mattino del 16 il comandante del Mitragliere, stante l’impossibilità di salvare il mercantile – ormai avvolto dalle fiamme e con la poppa sommersa –, decise di dargli il colpo di grazia dopo aver tratto in salvo equipaggio e militari passeggeri. La Lerici fu affondata a cannonate dal Mitragliere, inabissandosi a mezzogiorno del 16 agosto.
Le vittime della Lerici furono 20 o 21, mentre i 270 sopravvissuti vennero sbarcati dalle quattro unità soccorritrici a Navarino, dove giunsero alle 19.30.
“ULTRA” decrittò anche i messaggi che riferivano della perdita della Lerici, informandone prontamente l’ammiragliato britannico.


Il siluramento della Lerici nel giornale di bordo del Porpoise (da Uboat.net):

“1854 hours - Sighted an object dead ahead. Dived and closed.
1908 hours - Sighted two large merchant ships dead ahead. A few minutes later an escort of four Navigatori-class destroyers and two aircraft were sighted. The merchant ships were in line abreast about 1000 yards apart. The destroyers were formed in a crescent-shaped screen. The wing destroyers were about 1500 yards on the beam of the merchant ships and the inside destroyers were about 2000 yards apart and 1000 yards ahead of the convoy. Enemy course was estimated as being 210°, speed 11 knots.
1912 hours - Porpoise was now slightly on the starboard bow of the starboard ship of the convoy and about 10° on the starboard bow of the port ship. Range was about 5000 yards. Both targets appeared equally desirable and it was decided to do an advancing attack on the port ship, endeavouring to fire from a position between the two ships.
1918 hours - Altered course to 120° and closed the port ship on a 90° track.
1924 hours - Altered course to 100° the starboard inner destroyer passed 400 yards astern of Porpoise. It was considered desirable to attack on a 70° track to avoid being rammed by the starboard ship.
1928 hours - Fired two torpedoes at the port ship in position 34°45'N, 21°32'E. Both torpedoes hit. Porpoise went to 80 feet and increased to full speed and altered course to 230°. For some time there was no counter attack.
1940 hours - Heard breaking up noises followed by one terrific explosion. Counter attacks by the escorts now followed but these were for the moment not close.
2000 hours - Came to periscope depth. The target was well down by the stern and two destroyers were stopped nearby. Several lifeboats were seen in the water. Altered course to 350° and later to 030° to close and attack the nearest destroyer. By this time both destroyers had started using their Asdic sets.
2020 hours - One destroyer obtained an Asdic contact. Both destroyers got under way and one carried out several attacks, apparently in firm contact with something. Some of the depth charges fell appreciably closer. It was now getting too dark for periscope visibility. Dived to 80 feet and altered course to 60° and made off at slow speed. When last seen the stern of the target was awash, numerous small explosions could be heard emanating from her and she was on fire forward. Altogether the destroyers dropped 60 depth charges.
2236 hours - Surfaced in position 34°47'N, 21°37'E and proceeded on main engines, course 60°.”
 
La Lerici in navigazione verso il Nordafrica (g.c. Mauro Millefiorini via www.naviearmatori.net)


mercoledì 19 ottobre 2016

Giuseppe Dezza

La nave sotto l’originale nome di Pilade Bronzetti (da www.marina.difesa.it

Torpediniera, già cacciatorpediniere, della classe Rosolino Pilo (dislocamento in carico normale 770 tonnellate, a pieno carico 806 tonnellate) della numerosa serie delle “tre pipe”. Ex Pilade Bronzetti.
Durante la seconda guerra mondiale, dal 10 giugno 1940 all’8 settembre 1943, effettuò 174 missioni di scorta e 27 di caccia antisommergibili.

Breve e parziale cronologia.

12 settembre 1913
Impostazione nel cantiere Nicolò Odero di Sestri Ponente.
26 ottobre 1915
Varo nel cantiere Nicolò Odero di Sestri Ponente.
1° gennaio 1916
Entrata in servizio, come cacciatorpediniere Pilade Bronzetti. La costruzione è costata 2.400.000 lire.
Inizialmente dislocato a Brindisi, in seno alla VII Squadriglia Cacciatorpediniere (e poi trasferito alla I Squadriglia Cacciatorpediniere) della 2a Squadra Navale, il Bronzetti opera nel Basso Adriatico.
21 gennaio 1916
Il Bronzetti scorta il cacciatorpediniere Giuseppe Cesare Abba, che trasporta in Italia il re del Montenegro, il quale ha lasciato il proprio Paese invaso dalle truppe austroungariche.
24 gennaio 1916
Il Bronzetti ed il cacciatorpediniere Animoso scortano fin nei pressi di San Giovanni di Medua i piropescherecci armati francesi Petrel e Marie-Rose, inviati a recuperare le ultime centinaia di soldati serbi ancora presenti in tale porto, prossimo alla caduta in mano austroungrarica. Dopo che le due unità francesi hanno imbarcato i soldati serbi e sono ripartite insieme a tre vecchie golette ed una grossa chiatta (anch’esse cariche di militari serbi), Bronzetti ed Animoso tornano a scortarle nella navigazione di ritorno, e danno anche la caccia ad un sommergibile che ha lanciato dei siluri contro le navi francesi.
5 febbraio 1916
Il Bronzetti (capitano di corvetta Grixoni) salpa da Brindisi all’una di notte insieme all’incrociatore leggero britannico Liverpool (capitano di vascello G. W. Vivian), per una crociera di protezione del traffico navale costiero tra Valona e Durazzo, connesso con le operazioni di salvataggio dell’esercito serbo. L’esercito serbo, sconfitto e braccato da quello austroungarico, si è ritirato in Albania e qui viene imbarcato su navi dell’Intesa – in massima parte italiane, nonché francesi e britanniche – ed evacuato verso l’Italia. Tra il dicembre 1915 ed il febbraio 1916 la Regia Marina, con 202 viaggi e 184 crociere di protezione, trarrà in salvo 160.000 tra militari serbi e 23.000 prigionieri austroungarici (nonché 10.000 cavalli e 22.000 tonnellate di materiali), subendo perdite minime.
6 febbraio 1916
Mentre Bronzetti e Liverpool stanno navigando verso Brindisi per concludere la missione, viene avvistato un aereo nemico a 45 miglia per 6° da Cattaro (e 18 miglia ad est di Capo Laghi). Il velivolo, prima che il Bronzetti (informato dal Liverpool della presenza dell’aereo) possa aprie il fuoco coi cannoni contraerei, si allontana subito verso nord, ed il comandante Vivian del Liverpool, ritenendo che l’aereo possa essere avvisaglia di una forza austroungarica di dimensioni ben maggiori, decide di seguirlo; pochi minuti dopo (sono da poco passate le 14) viene avvistato fumo in direzione di Cattaro, ed il Bronzetti viene inviato ad investigare. Il fumo proviene dal cacciatorpediniere austroungarico Wildfang, diretto verso sud: quest’ultimo rappresenta la punta avanzata di una formazione composta dall’esploratore Helgoland e da sei torpediniere (TB 74, 78, 80, 83, 87 e 88), che ha preso il mare per attaccare il naviglio dell’Intesa (piroscafi Assiria, Armenie, Barletta, Dauno, Epiro, Menfi, Miquelon e Verdun; incrociatore ausiliario Città di Sassari; incrociatore Agordat) in partenza da Durazzo con 9600 tra soldati e profughi serbi. Gruppi di incrociatori e cacciatorpediniere italiani, francesi e britannici incrociano a protezione della rotta Durazzo-Valona: tra questi, appunto, Bronzetti e Liverpool.
Bronzetti e Liverpool si pongono a tutta forza all’inseguimento del Wildfang (subito fuggito verso Cattaro), col Bronzetti in posizione avanzata per esplorazione (anche perché il Liverpool ha velocità massima insufficiente ad inseguire l’unità avversaria); la distanza tra la nave italiana e quella austroungarica va lentamente calando. Dopo un’ora di navigazione a 32 nodi (la massima velocità raggiungibile) su rotta vera 5°, il comandante Grixoni riconosce la nave nemica come del tipo Huszar; essa dirige a tutta forza verso sud, emettendo copiosamente fumo, apparentemente diretta verso la baia di Traste. Alle 14.15, ritenendo Grixoni di essere giunto a distanza di tiro (e trovandosi il Wildfang sotto rilevamento polare, che permette di sparare con quattro cannoni), il Bronzetti apre il fuoco, eseguendo dapprima quattro tiri di aggiustamento e poi fuoco a salve, che però risulta corto. Il Wildfang reagisce con tiro ben diretto, ma lento e parziale; anche una batteria costiera nemica, situata vicino a Traste, apre immediatamente il fuoco sul Bronzetti, eseguendo tiro a salve ben centrato ma corto. La nave italiana prosegue nell’inseguimento. Alle 14.55, dato che il Bronzetti si sta avvicinando troppo alle batterie costiere nemiche (salve d’artiglieria ormai cadono in mare tutt’attorno alla nave), e non appare possibile raggiungere il Wildfang prima che questi si ponga al riparo delle batterie costiere, il Liverpool gli ordina di rinunciare all’inseguimento e riunirsi ad esso (in questo momento il Bronzetti si trova a tre miglia dalla penisola di Lustica ed a sei da Punta d’Ostro). Il Wildfang raggiunge Cattaro, mentre Bronzetti e Liverpool riprendono la navigazione verso Brindisi, dove arrivano entro sera.


Un’immagine del Bronzetti (da www.wrecksite.eu

19 febbraio 1916
Il Bronzetti ed il gemello Simone Schiaffino inseguono infruttuosamente un U-Boot nel Basso Adriatico, e lo stesso giorno bombardano con le loro artiglierie località della costa albanese in mano nemica.
In questo periodo è direttore del tiro del Bronzetti il sottotenente di vascello Umberto Novaro, futura Medaglia d’Oro al Valor Militare nella seconda guerra mondiale.
27 febbraio 1916
Il Bronzetti, uscito da Brindisi per un pattugliamento, viene brevemente inviato in ricognizione nel porto di Durazzo, appena occupato dalle truppe austroungariche in avanzata in Albania.
14 marzo 1916
Insieme ai gemelli Antonio Mosto, Francesco Nullo e Simone Schiaffino ed all’esploratore Marsala, il Bronzetti partecipa ad una perlustrazione della costa albanese, alla vana ricerca di navi austroungariche o nuclei di soldati distaccati lungo la costa. Non viene trovata alcuna nave a San Giovanni di Medua, e solo pochi velieri albanesi a Durazzo; vengono avvistati due U-Boote, cui viene data la caccia senza risultato.
18 marzo 1916
Il Bronzetti scorta l’incrociatore leggero britannico Dartmouth, uscito in mare per appoggiare una ricognizione lungo le coste dalmate da parte di sei siluranti (tre italiane e tre francesi, suddivise in tre sezioni).
17 aprile 1916
Il Bronzetti e l’esploratore Marsala trasportano da Brindisi a Malta il principe di Serbia.
Maggio 1916
Assegnato alla Divisione Esploratori, sempre con base a Brindisi, ed adibito a ruoli di ricognizione nel Basso Adriatico e di protezione dello sbarramento del Canale d’Otranto, spingendosi saltuariamente anche in acque greche.
Successivamente sarà trasferito alla Divisione Siluranti (ancora di base a Brindisi) ed impiegato in missioni di scorta nell’Adriatico, nello Ionio e nel Basso Tirreno.
13 giugno 1916
Il Bronzetti (capitano di corvetta Comolli), insieme ai cacciatorpediniere Audace, Antonio Mosto e Rosolino Pilo, dà scorta ed appoggio ai MAS 5 e 7, inviati ad attaccare il naviglio austroungarico a San Giovanni di Medua. I due MAS, rimorchiati fino in prossimità di San Giovanni di Medua dalle torpediniere costiere 35 PN e 37 PN, vanno all’attacco, ma non trovano navi ormeggiate in porto (infatti non ce ne sono) e devono ritirarsi sotto il tiro d’artiglieria nemico (batterie costiere ed il Wildfang), senza comunque subire danni.
8 luglio 1916
Il Bronzetti ed il cacciatorpediniere Ardito effettuano un’esercitazione al largo di Valona insieme all’incrociatore leggero britannico Sapphire.
Dicembre 1916
Il Bronzetti ha base a Brindisi, dove forma una squadriglia insieme ai cacciatorpediniere Ardente, Ardito ed Animoso.


Il Bronzetti nel 1917; sullo sfondo un incrociatore corazzato classe San Giorgio (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net

4-5 maggio 1917
Il Bronzetti, insieme ad altri sette cacciatorpediniere (Rosolino Pilo, Simone Schiaffino, Ippolito Nievo, Antonio Mosto, Giuseppe Missori, Francesco Nullo ed Insidioso) e due torpediniere (Airone e Pegaso), esce in mare per fornire appoggio e guida ad una formazione di aerei inviati a bombardare la base austroungarica di Cattaro. Le unità sono suddivise in sei gruppi: Bronzetti costituisce il secondo, insieme al gemello Rosolino Pilo. Gli altri sei gruppi sono composti da Simone Schiaffino ed Ippolito Nievo (1° Gruppo), Antonio Mosto e Giuseppe Missori (3° Gruppo), Insidioso (4° Gruppo), Francesco Nullo (5° Gruppo), Airone (6° Gruppo) e Pegaso (7° Gruppo). Il 1°, 2°  e 3° Gruppo, composti da due unità ciascuno, sono posizionati più vicini alle coste nemiche. Sono in mare anche gli esploratori Aquila e Carlo Alberto Racchia, per fornire appoggio a distanza alle siluranti.
Queste ultime indicano agli aerei la rotta da seguire puntando i fari verso l’alto e verso le loro scie, ed impiegando fuochi verdi o rossi per indicare ai velivoli se si trovino a sud od a nord del segnalamento. Nonostante il forte scarroccio e la fitta foschia rendano difficile l’avvistamento delle siluranti, dodici aerei (su uno dei quali è imbarcato il poeta Gabriele D’Annunzio; comandante della formazione è invece il maggiore Armani) riescono a raggiungere Cattaro ed a sganciare le bombe sull’obiettivo, per poi rientrare alla base senza subire perdite, dopo un volo di cinque ore e mezza.
Ottobre 1917
Il Bronzetti forma, insieme ai gemelli Ippolito Nievo, Rosolino Pilo e Simone Schiaffino, la VI Squadriglia Cacciatorpediniere, di base a Brindisi.
19 ottobre 1917
Parte da Brindisi alle 6.30 unitamente agli esploratori Guglielmo Pepe (con a bordo il contrammiraglio Biscaretti) ed Alessandro Poerio ed ai cacciatorpediniere Insidioso e Simone Schiaffino, a seguito dell’avvistamento, da parte della stazione di Brindisi, di quattro navi nemiche con rotta nord. Una formazione navale austroungarica (esploratore Helgoland e cacciatorpediniere Orjen, Csepel, Balaton, Tatra, Triglaw e Lika) è salpata il giorno precedente da Cattaro per attaccare i convogli italiani al largo di Valona; non avendo trovato convogli da attaccare, l’Helgoland ed il Lika si spingono sino al largo di Brindisi al preciso scopo di essere avvistati ed inseguiti, per condurre le navi italiane nella morsa dei sommergibili U 32 (al largo di Valona) ed U 40 (davanti a Saseno), che attendono in agguato. Le altre navi si mettono invece a cercare unità dell’Intesa al largo di San Cataldo, di nuovo senza risultato.
La formazione di cui fa parte il Bronzetti avvista i sommergibili e ne comunica la presenza, permettendo così che vengano attaccati da idrovolanti provenienti da Brindisi; le unità austroungariche si suddividono in due gruppi, uno (Csepel e Triglaw) che dirige subito per il rientro, e l’altro (Helgoland e le altre unità) che fa rotta verso Punta Menders finché, attaccato da idrovolanti dell’Intesa che danneggano leggermente l’Helgoland, decide anch’esso di rientrare alla base. Il prolungato inseguimento, nel quale anche degli aerei prendono parte agli attacchi sulle unità austroungariche (e a duelli aerei con idrovolanti austroungarici frattanto sopraggiunti da Kumber: un FBA4 viene anche danneggiato), non porta però a nulla; le unità italiane, giunte sul parallelo delle foci del Drin senza essere riuscite a portarsi a distanza balistica dalle navi nemiche, invertono la rotta e rientrano tutte indenni alla base.


Il Bronzetti a Brindisi nel 1917 (Coll. Luigi Accorsi via www.associazione-venus.it

Gennaio 1918
Assegnato alla IV Squadriglia Cacciatorpediniere.
10 marzo 1918
Il Bronzetti prende il mare per una missione di appoggio ad un attacco di MAS, consistente in un’incursione dei MAS 99 e 100, rimorchiati dai cacciatorpediniere Ippolito Nievo ed Antonio Mosto, contro le unità austroungariche presenti a Portorose. Il gruppo di appoggio, oltre al Bronzetti, comprende un altro cacciatorpediniere italiano, il Giacinto Carini, gli esploratori leggeri Carlo MirabelloAugusto Riboty (nave di bandiera del contrammiraglio Guido Biscaretti, comandante superiore in mare), Alessandro Poerio e Cesare Rossarol, ed una squadriglia di cacciatorpediniere francesi, la squadriglia «Casque-Mangini»; queste unità hanno il compito di posizionarsi a metà strada tra Brindisi e Punta d’Ostro, per fornire supporto alle operazioni. Le avverse condizioni del tempo costringono però i MAS a rientrare a Brindisi e rimandare l’attacco.
16 marzo 1918
Nuovo tentativo di attacco contro Portorose; anch’esso dev’essere annullato per via del maltempo.
8 aprile 1918
Altro tentativo d’incursione contro Portorose, annullato dopo che ricognitori appurano che a Portorose non ci sono navi da attaccare. L’accorciamento della notte spinge poi a rinunciare, almeno per il momento, ad ulteriori progetti di attacco contro tale base.
23-24 aprile 1918
Bronzetti, Mirabello, Poerio, La Masa ed i cacciatorpediniere  Cimeterre (francese), TorrensCometAlarmRedpole e Rifleman (tutti britannici) escono in mare per porsi all’inseguimento dei cacciatorpediniere austroungarici TriglavCsepelUzsokLika e Dukla, che hanno attaccato lo sbarramento del canale d’Otranto e danneggiato gravemente i cacciatorpediniere britannici Hornet e Jackal, intervenuti per fermarli. Il Bronzetti è il primo a prendere il mare, salpando da Brindisi, seguito da Mirabello (con a bordo il contrammiraglio Biscaretti, comandante della IV Divisione) e Poerio, e poco più tardi anche dal La Masa. Da Valona esce anche l’incrociatore leggero britannico Gloucester.
A causa della loro posizione, sfavorevole ad un’intercettazione, le navi italo-franco-britanniche non riescono a raggiungere quelle austroungariche prima che esse rientrino in porto.
12 maggio 1918
Il Bronzetti ed il gemello Ippolito Nievo lasciano di nuovo Brindisi, alle 18.10, rimorchiando i MAS 99 (capitano di corvetta Pagano) e 100 (tenente di vascello Azzi), che dovranno attaccare i piroscafi austroungarici alla fonda nella rada di Durazzo. Gli esploratori Mirabello e Riboty forniscono copertura alla formazione. Alle 23, giunta la formazione a dieci miglia da Durazzo, viene mollato il rimorchio, ed i due MAS si dirigono verso il porto per attaccare.
13 maggio 1918
Dalle navi in attesa al largo, tra le 3 e le 3.04 si notano l’accensione di proiettori, bagliori di esplosioni, vampe d’artiglieria e razzi; alle 3.40 vengono avvistate poco lontane una serie di linee di luce bianca, il segnale prestabilito per indicare la riuscita della missione, per cui si dirige per rientrare a Brindisi.
Alle 2.30, infatti, il MAS 99 ha silurato il piroscafo austroungarico Bregenz, che s’inabissa in pochi minuti portando con sé 234 uomini.
L’affondamento della nave causa una forte reazione nemica, ma tutte le unità italiane fanno ritorno a Brindisi.
14 maggio 1918
Bronzetti e Nievo rimorchiano MAS 99 e MAS 100 per una nuova missione, stavolta contro Antivari; i cavi di rimorchio vengono mollati alle 23.54, a circa 15 miglia dal porto. In mare vi sono anche gli esploratori Guglielmo Pepe e Cesare Rossarol, per supporto alla fomazione.
15 maggio 1918
L’attacco dei MAS risulta infruttuoso; i due MAS si ricongiungono alla formazione, che rientra a Brindisi alle 9.
25 maggio 1918
Il Bronzetti, il cacciatorpediniere Giuseppe La Masa e gli esploratori Poerio e Mirabello (con a bordo il contrammiraglio Leopoldo Notarbartolo, comandante della IV Divisione), lasciano Brindisi per dare la caccia a cinque unità austroungariche avvistate e segnalate da cacciatorpediniere britannici, ma senza risultato.
2 giugno 1918
Il Bronzetti ed il gemello Antonio Mosto bombardano Lagosta, in cooperazione con quattro aerei decollati da Varano.
1° novembre 1918
Il Bronzetti risulta inquadrato nella IV Squadriglia Cacciatorpediniere, con Giacinto Carini, Angelo Bassini, Simone Schiaffino, Antonio Mosto, Ippolito Nievo, Ardente ed Animoso. Tale Squadriglia ha base a Brindisi, ma il Bronzetti si trova a Genova.
Finita la prima guerra mondiale, il Bronzetti viene adibito a compiti di scorta, vigilanza sul traffico ed ispezione in varie parti del Mediterraneo.
1919
Il Bronzetti opera in Albania e Montenegro, poi viene dislocato in Alto Adriatico per compiti di sorveglianza. Poi inviato in Medio Oriente, operando nelle acque di Grecia e Turchia fino a metà agosto 1919.
Agosto 1919
Assegnato per qualche mese al Comando Superiore Navale Albania.
Maggio-Giugno 1920
Dislocato ad Antivari quale stazionario.
Viene poi posto sotto il controllo dell’Ispettorato Siluranti, ma rimane in Albania fino a novembre.
Novembre 1920
Il Bronzetti viene inviato in Alto Adriatico con compiti di sorveglianza, per partecipare al blocco navale di Fiume, dove il poeta Gabriele D’Annunzio ha occupato la città, alla testa di 2600 militari rivoltosi (i “legionari fiumani”), fondandovi la “Reggenza del Carnaro” per annettere la città all’Italia.
6-7 dicembre 1920
Nella notte tra il 6 ed il 7, mentre il Bronzetti naviga nelle acque del Quarnaro, l’equipaggio si ammutina e cattura gli ufficiali, sorprendendoli mentre fanno colazione; dopo averli legati ed imbavagliati, l’equipaggio porta la nave a Fiume, ponendola agli ordini di D’Annunzio. Quest’ultimo accoglie solennemente i marinai del Bronzetti, inginocchiandosi e complimentandosi personalmente con essi, e pronunciando sulla gradinata del palazzo del Comando un discorso durante il quale li chiama «giovani salvatori dell'onore della Marina italiana». Gli ufficiali, dopo vane richieste di lasciare la nave libera di tornare alla base, vengono lasciati liberi di lasciare Fiume individualmente (per altra versione, invece, sono trattenuti a bordo). D’Annunzio affida il comando del Bronzetti al tenente di vascello Arrigo Biego.
24-29 dicembre 1920
“Natale di Sangue”: le forze regolari italiane, 8000 uomini a terra (al comando del generale Enrico Caviglia) appoggiati da un’aliquota della Regia Marina (in particolare la corazzata Andrea Doria, che bombarda il palazzo nel quale D’Annunzio ha installato il suo governo), attaccano le forze di D’Annunzio e le costringono alla resa dopo cinque giorni di scontri, nei quali rimangono uccisi 25 soldati dell’esercito regolare italiano, 22 legionari fiumani e 7 civili, mentre i feriti sono 207 (139 militari dell’esercito regolare, 46 “legionari” e 22 civili). Due salve dell’Andrea Doria, contro le navi al servizio di D’Annunzio, incendiano il cacciatorpediniere Espero e riducono al silenzio (ma senza danneggiarli) il Bronzetti e la torpediniera costiera 68 PN.
Inizio gennaio 1921
Conclusa l’impresa di Fiume con la ritirata di D’Annunzio e dei suoi uomini, il Bronzetti rientra a Pola.
16 gennaio 1921
A Pola, quale simbolica “punizione” per il suo ammutinamento, la nave viene radiata dai ruoli del naviglio militare, e poi nuovamente iscritta con un nuovo nome, quello di Giuseppe Dezza.
Viene inviato presso la Scuola Meccanici di Venezia.


Il Dezza in manovra a Taranto nel 1925 (Coll. Luigi Accorsi via www.associazione-venus.it)

Ottobre 1923-1925
Periodo di lavori di modifica, effettuati nell’Arsenale di Taranto: i quattro cannoni da 76/40 mm e i due da 76/30 mm dell’armamento principale vengono sostituiti con cinque cannoni da 102/35 mm; vengono inoltre installati due cannoncini contraerei da 40/39 mm, ed il dislocamento a pieno carico viene portato a 900 tonnellate.
1925-1926
Dislocato a Napoli e messo temporaneamente in disponibilità.
Aprile 1926
Assegnato alla Divisione Siluranti, al comando del capitano di corvetta Emilio Brenta.
1926
Trasporta da Tripoli a Napoli il generale Emilio De Bono, ex governatore della Libia.
1927
Il Dezza è nave ammiraglia dipartimentale a Taranto.


La nave fotografata a Venezia nel 1927 (Coll. Luigi Accorsi via www.associazione-venus.it)

1929
Il Dezza, con i similari Giuseppe Cesare Abba, Giuseppe MissoriAntonio MostoFratelli Cairoli, forma la IX Squadriglia Cacciatorpediniere, che, insieme X Squadriglia Cacciatorpediniere (Giovanni Acerbi, Giuseppe Sirtori, Francesco Stocco, Ippolito Nievo) ed all'esploratore Aquila, compone la 5a Flottiglia della Divisione Speciale, che comprende anche l'esploratore Brindisi, nave comando.
In questo periodo è comandante del Dezza il capitano di fregata Emilio Brenta.
1° ottobre 1929
Declassato a torpediniera ed assegnato alla Scuola Comando di Taranto.
In questo periodo comanda la Dezza il tenente di vascello Giorgio Ghè.
1931
La Dezza, insieme ai cacciatorpediniere Palestro, San Martino e Monzambano ed agli esploratori Bari e Taranto, viene assegnata alla IV Divisione della 2a Squadra Navale.


L’unità fotografata verosimilmente durante il periodo interbellico (da www.wrecksite.eu

16 gennaio 1939
Durante un’esercitazione in mare, in cui la Dezza deve fungere da bersaglio per un lancio di siluri da parte del sommergibile Mocenigo, il siluro lanciato da quest’ultimo, anziché passare sotto la chiglia della torpediniera come previsto, subisce un’avaria che lo fa venire in superficie e colpisce lo scafo della Dezza, aprendo una falla in sala macchine. Il siluro, penetrato nel locale dinamo, provoca danni non molto gravi, ma rompe una tubatura del vapore: il vapore surriscaldato riempie il locale, uccidendo un uomo ed ustionandone altri due, uno dei quali, gravissimo, morirà successivamente.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. La Dezza forma la V Squadriglia Torpediniere, di base a Messina, insieme alle similari Giuseppe Cesare Abba, Simone Schiaffino e Giuseppe La Farina ed al ben più recente cacciasommergibili sperimentale Albatros.
Allo scoppio della guerra la Dezza è impiegata per rimorchio di bersagli a Messina, ma subito dopo l’entrata in guerra viene trasferita a Cagliari.


Il Giuseppe Dezza (da www.tc-seeteufel.at

25 settembre 1940
La Dezza assume a Trapani la scorta dei trasporti truppe Esperia e Marco Polo, che rientrano scarichi da Tripoli a Napoli, sostituendo in tale compito la XIV Squadriglia Cacciatorpediniere (Luca Tarigo, Antonio Da Noli e Lanzerotto Malocello). Alle 18.30 il convoglio giunge a Palermo, poi prosegue per Napoli.
28 settembre 1940
Le navi arrivano a Napoli alle 16.
9 gennaio 1941
La Dezza, insieme al MAS 502 ed ad un idrovolante CANT Z. 501, viene inviata a dare la caccia al sommergibile britannico Pandora (capitano di corvetta John Wallace LInton), che ha affondato i piroscafi Palma e Valdivagna in posizione 39°22’ N e 09°50’ E, una decina di miglia ad est/nordest di Capo Ferrato (Sardegna).
Al termine della caccia, la Dezza e le altre unità ritengono di aver affondato il Pandora, ma in realtà il sommergibile si è sottratto alla caccia senza aver subito danni.
12-13 marzo 1941
La Dezza esce in mare quale parte della forza di scorta a distanza (incrociatori pesanti Trento, Trieste e Bolzano della III Divisione, cacciatorpediniere Aviere, Corazziere e Carabiniere, tre MAS) di un convoglio composto dai trasporti truppe Victoria, Conte Rosso e Marco Polo, aventi la scorta diretta dei cacciatorpediniere Folgore, Geniere e Camicia Nera. Il convoglio, partito da Napoli all’1.30 del 12 marzo, giunge a Tripoli alle 15.30 del 13.
16 marzo 1941
La Dezza viene inviata a rafforzare la scorta (consistente solamente nel piccolo incrociatore ausiliario Lago Tana) di un convoglio formato dai piroscafi Valsavoia e Maddalena G., in navigazione da Catania a Gallipoli e Bari, dopo che il terzo piroscafo di tale convoglio – il Giovanni Boccaccio – è stato silurato e danneggiato, al largo di Capo dell’Armi (in posizione 37°57’ N e 15°40’ E), dal sommergibile britannico Parthian (capitano di fregata Michael Gordon Rimington).
29 marzo 1941
La Dezza, insieme alla gemella Schiaffino, ai cacciatorpediniere Maestrale e Libeccio ed al minuscolo incrociatore ausiliario Lago Zuai, viene inviata a soccorrere il cacciatorpediniere Alfredo Oriani, rimasto immobilizzato al largo di Augusta per le conseguenze dei danni subiti nella battaglia di Capo Matapan. L’Oriani, preso a rimorchio, giungerà ad Augusta alle 5 del 30 marzo.
13 aprile 1941
Alle 23 la Dezza si unisce alla scorta (torpediniere Sirio e Climene) dell’incrociatore leggero Alberto Di Giussano, in navigazione di trasferimento da La Spezia a Brindisi. La Dezza accompagna la formazione fino a Punta Stilo, poi rientra alla base.


La Dezza a Cagliari nel 1941 (Coll. Luigi Accorsi via www.associazione-venus.it)

23 aprile 1941
In serata la Dezza, insieme alla gemella Schiaffino, prende il mare per effettuare rastrellamento antisommergibile nel Canale di Sicilia, nell’area dove l’indomani avrà luogo la posa del secondo tratto («S 12» e «S 13») della prima spezzata («S 1») dello sbarramento di mine «S».
24 aprile 1941
Alle 7.55, poco dopo la conclusione della posa del campo minato, la Schiaffino, rimasta sul posto per segnalare la posizione del tratto di sbarramento già posato nei giorni precedenti, urta una mina di tale tratto ed affonda rapidamente sette miglia a nordest di Capo Bon, nel punto 37°08’ N e 11°10’ E. La Dezza, che si trova nei pressi, riesce a recuperare soltanto tre naufraghi; altri 36 verranno recuperati dal cacciatorpediniere Nicolò Zeno, mentre i morti saranno 79.
Giugno 1941
A metà mese la Dezza torna ad avere base a Messina, da dove viene impiegata in missioni di scorta e pattugliamento principalmente nel Basso Tirreno e lungo le coste della Sicilia, nonché, più raramente, sulle rotte per Tripoli e Bengasi.
19 agosto 1941
Alle 13.30 la Dezza, proveniente da Trapani, si unisce, quale rinforzo, alla scorta (cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi, Nicoloso Da Recco, Alfredo Oriani e Vincenzo Gioberti, sotto il comando del contrammiraglio Amedeo Nomis di Pollone, imbarcato sul Vivaldi) di un convoglio veloce composto dai trasporti truppe Esperia, Marco Polo (capoconvoglio, contrammiraglio Francesco Canzonieri), Neptunia ed Oceania, in navigazione da Napoli a Tripoli.
Alle 14.50, quale ulteriore rinforzo (dopo un infruttuoso attacco da parte del sommergibile Unbeaten, che lanciò tre siluri contro l’Esperia, 15 miglia a nord di Pantelleria), si uniscono alla scorta anche i cacciatorpediniere Maestrale, Grecale e Scirocco. Vi è inoltre una scorta aerea, presente continuamente durante le ore diurne fino alle 21 (sia nel Tirreno che nel Canale di Sicilia), consistente in bombardieri S.M. 79 e caccia FIAT CR. 42 nonché, nel tardo pomeriggio del 19, idrovolanti CANT Z. 506 in funzione antisommergibili.
Il convoglio procede a zig zag, seguendo la rotta che passa a ponente di Malta, passando per il Canale di Sicilia, Pantelleria e le Kerkennah.
Nel tardo pomeriggio il convoglio, che si trovava a nord di Pantelleria, incappa in uno sbarramento di sommergibili britannici, venendo attaccato pressoché contemporaneamente dall’Urge (tenente di vascello Edward Philip Tomkinson) e dall’Unbeaten (capitano di corvetta Edward Arthur Woodward). Quest’ultimo avvista il convoglio alle 18.18 (inizialmente i soli fumaioli, a 8700 metri di distanza per 325°; le navi intere alle 18.22, quando la distanza era scesa a 7315 metri) in posizione 37°02’ N e 12°00’ E, circa 15 miglia a nord di Pantelleria, ed alle 18.31 lancia tre siluri (un quarto non parte) da 5945 metri; le armi passano tutte molto a proravia del convoglio, senza colpire nulla, ed un CANT Z. 501 della 196a Squadriglia avvista le scie e lancia due bombe contro l’Unbeaten, che tuttavia è già sceso in profondità dopo il lancio. L’Urge, invece, avvista il convoglio (avente rotta 180°) alle 18.26, nel punto 37°04’ N e 11°51’ E (una quindicina di miglia a nord-nord-ovest di Pantelleria), a 6400-7315 metri per 30°, e manovra per attaccare, ma alle 18.32 la sua manovra d’attacco viene interrotta da un’accidentale perdita di assetto, e dal contemporaneo rapido avvicinamento di un cacciatorpediniere, avvisato da un aereo che lo ha avvistato alle 18.15. Tra le 18.36 e le 19.25 Vivaldi e Gioberti bombardano l’Urge con bombe di profondità, senza riuscire a danneggiarlo, ma costringendolo a ritirarsi verso nordovest ed a rinunciare all’attacco. Prima di questi attacchi, alle 17.20 (a nord di Pantelleria), il Marco Polo ha già evitato due siluri con la manovra, dopo la diramazione del segnale «Scie di siluri a sinistra».
20 agosto 1941
All’una di notte Maestrale e Grecale lasciano il convoglio per tornare a Trapani, mentre alle 8.30 – quando il convoglio imbocca la rotta di sicurezza numero 3 (rotta vera 138°) – si aggregano alla scorta la torpediniera Partenope (con funzioni di pilotaggio) e due MAS inviati da Tripoli; il convoglio è inoltre preceduto da un gruppo di dragamine, che già da diverse ore stanno passando a setaccio quel tratto di mare. Le navi procedono a 17 nodi di velocità, zigzagando fin dall’alba (tranne la Partenope); pur essendo già sulla rotta di sicurezza, il caposcorta ha preferito mantenere la formazione di navigazione in mare aperto e lo zigzagamento, quale ulteriore precauzione contro i molti sommergibili che si sapeva infestare le acque antistanti le coste della Libia. In prossimità del punto «A» di atterraggio a Tripoli, l’Oriani lancia sei bombe di profondità a scopo intimidatorio.
Il convoglio procede su quattro colonne, due di mercantili e due di navi scorta: da sinistra, una prima colonna formata da Vivaldi (a proravia) e Gioberti (poppavia, al traverso a sinistra dell’Esperia), con un MAS sul lato esterno; più a dritta, la colonna formata da Marco Polo (a proravia) ed Esperia (a poppavia); a dritta di queste, la Neptunia seguita dall’Oceania (al traverso a dritta dell’Esperia); poi un altro MAS (a proravia sinistra della Neptunia) e, sul lato esterno a dritta, una colonna formata da Da Recco (a proravia), Oriani (al centro) e Scirocco (a poppavia). La Partenope procede in testa al convoglio, mentre la Dezza lo chiude in coda, a poppavia di Esperia ed Oceania.
Fin dall’alba del 20 torna sul cielo del convoglio la scorta aerea, costituita da due caccia e da due idrovolanti CANT Z. 501 per scorta antisommergibili.
Tra le 6.36 e le 7.25 il sommergibile britannico Unique (tenente di vascello Anthony Richard Hezlet) avvista la Partenope ed i MAS diretti incontro al convoglio e tre dei dragamine (che passano a circa un miglio di distanza del sommergibile, più vicini alla costa): ciò gli permette di dedurre la posizione del canale dragato, e di posizionarsi vicino al suo imbocco per attendere il previsto arrivo del convoglio. Alle 9.56 il sommergibile avvista nel punto 33°03’ N e 13°03’ E, a otto miglia per 305°, quattro transatlantici in avvicinamento con rotta 155°; alle 10.10 la distanza si è ridotta a 5945 metri, e Hezlet inizia a distinguere alcune unità della scorta. Alle 10.19, dopo aver superato lo schermo della scorta, l’Unique lancia una salva di quattro siluri da appena 600 metri di distanza, contro l’Esperia, per poi scendere subito a 27 metri ed iniziare a ritirarsi verso nord.
Alle 10.20 l’Esperia viene colpito in rapida successione da tre siluri, ed inizia rapidamente a sbandare sulla sinistra.
Il resto del convoglio accosta immediatamente sulla dritta, come prescritto dalle norme, poi il Marco Polo segnala alle altre navi di seguirlo e dirige a tutta forza verso il vicino porto, preceduto dalla Partenope e seguito dagli altri trasporti (arriveranno tutti indenni a Tripoli, alle 12.30).
Pochi minuti dopo il siluramento, i velivoli della scorta aerea sganciano alcune bombe contro l’Unique, circa un chilometro al traverso a sinistra dell’Esperia; a questo punto il caposcorta Nomis di Pollone, acclarato che la nave è stata silurata da un sommergibile (prima vi era incertezza, sulle altre unità, se le esplosioni fossero dovute a siluri oppure a mine), ordina al Gioberti ed ai MAS di dare la caccia al sommergibile, al Da Recco di accompagnare i trasporti nel primo tratto dell’allontanamento (poi lo richiamò perché si unisse alla caccia antisommergibili) ed a Dezza, Oriani e Scirocco di provvedere al salvataggio dei naufraghi, cui inoltre partecipa con il suo stesso Vivaldi.
In soli dieci minuti l’Esperia affonda nel punto 33°03’ N e 13°03’ E, a 11 miglia per 318° dal faro di Tripoli, tra il caos totale dovuto al panico che ha invaso le truppe imbarcate.
Per un’ora e mezza Dezza, Oriani, Vivaldi e Scirocco seguitano infaticabilmente a ripescare naufraghi dal mare, soldati e marinai, italiani e tedeschi; ai naufraghi viene data fraterna assistenza. A mezzogiorno sopraggiungono tre rimorchiatori ed alcuni motovelieri di Marina Tripoli; dato che le navi della scorta hanno già recuperato la maggior parte dei superstiti, ed è pericoloso che si trattenessero ancora in zona insidiata dai sommergibili con centinaia di naufraghi a bordo, Nomis di Pollone ordina ad Oriani e Scirocco di raggiungere Tripoli, e lascia sul posto i rimorchiatori e motovelieri di Marina Tripoli per completare l’opera di salvataggio, sotto la protezione della Dezza.
Grazie all’operato delle unità soccorritrici, ben 1139 dei 1182 uomini imbarcati sull’Esperia (oltre il 96 %) vengono tratti in salvo, nonostante la rapidità e caoticità dell’affondamento. La Dezza ha recuperato 61 naufraghi.


La Dezza nel porto di Gallipoli (da www.marklinfan.com

22 agosto 1941
Il marinaio Gennaro Pica, della Dezza, muore in Libia.
27 agosto 1941
La Dezza lascia Tripoli per Bengasi alle 19, scortando i piroscafi Brook (tedesco) e Pertusola ed il motoveliero Rita.
30 agosto 1941
Il convoglietto giunge a Bengasi alle 11.
La Dezza assume poi la scorta, assieme alla torpediniera Perseo, della pirocisterna tedesca Ossag, proveniente da Patrasso (con la scorta, nel primo tratto, della torpediniera San Martino) e diretta a Bengasi.
31 agosto 1941
Dezza, Ossag e Perseo arrivano a Bengasi alle 13.
4 settembre 1941
La Dezza salpa da Bengasi per Tripoli alle 19.30, scortando il motoveliero Esperia ed il piroscafo tedesco Brook, avente a rimorchio il motopeschereccio Francesco.
7 settembre 1941
Il convoglietto giunge a Tripoli alle 8.
10 settembre 1941
La Dezza lascia Tripoli alle 9.30, scortando il piroscafo Liv diretto a Palermo. I decrittatori britannici di “ULTRA” intercettano alcuni messaggi riguardanti il convoglio, del quale apprendono composizione, data e porto di partenza, ma non si verificano attacchi.
13 settembre 1941
Dezza e Liv giungono a Palermo alle 10.30.
18 settembre 1941
La Dezza salpa da Palermo per Tripoli alle 18, scortando il piroscafo Marigola.
20 settembre 1941
Durante la notte le due navi vengono attaccate da aerosiluranti e da sommergibili: il Marigola viene silurato, e dev’essere portato ad incagliare sulle secche di Kuriat, dove andrà perduto.
25 settembre 1941
La Dezza e la torpediniera Generale Antonino Cascino vengono inviate a cercare il sommergibile britannico Urge (tenente di vascello Edward Philip Tomkinson), che ha sbarcato sulla costa siciliana, presso Capo Gallo, un agente francese che è stato subito catturato dalla polizia segreta ed ha accettato di collaborare con essa. Dezza e Cascino riescono quasi a localizzare il sommergibile, ma questi riesce a sfuggire alla trappola.
8-9 novembre 1941
La Dezza svolge vigilanza antisommergibili a sud dello Stretto di Messina e della costa siciliana, a protezione del transito del convoglio «Beta» (meglio noto come «Duisburg») diretto in Libia (il convoglio sarà poi distrutto da un attacco della Forza K britannica nella notte tra l’8 ed il 9 novembre).
12 dicembre 1941
La Dezza, uscita da Messina, si unisce per alcune ore – a sud dello stretto di Messina, nella zona dove maggiore è il pericolo di attacchi subacquei – alla scorta (cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco ed Antoniotto Usodimare) delle motonavi Fabio Filzi e Carlo Del Greco, in navigazione da Messina a Taranto. Rientra poi alla base.
26 novembre 1941
La Dezza, la torpediniera Enrico Cosenz ed il cacciatorpediniere Alvise Da Mosto lasciano Taranto per scortare a Trapani la nave cisterna Iridio Mantovani. Nello stretto di Messina una torpediniera lancia un allarme sommergibili, ed il Da Mosto effettua un’infruttuosa ricerca; poi, al largo dell’estremità meridionale della Sicilia, viene stato rilevato un campo minato di cui non era nota la presenza, e l’S-Geraet del Da Mosto permette di localizzare le mine ed evitarle.
La Dezza deve però lasciare la scorta per avaria, mentre il resto del convoglio prosegue.


Incrocio tra la Dezza ed un’altra “tre pipe” (da www.kreiser.unoforum.pro

1942
In seguito a lavori di modifica, l’armamento principale viene ridotto a due cannoni da 102/35 mm, e quello silurante dimezzato, per ridurre i pesi e favorire la stabilità a seguito dell’installazione di due scaricabombe per bombe di profondità e delle ferroguide per il trasporto e la posa di 10 mine; gli obsoleti cannoncini da 40/39 mm vengono eliminati e sostituiti con 6 mitragliere singole Breda 1940 da 20/65 mm.
22 gennaio 1942
Alle 11.45, la Dezza salpa da Brindisi insieme alle torpediniere Audace e Giuseppe Missori per scortare a Venezia la corazzata Impero, in corso di allestimento e propulsa dalle sue macchine. Il gruppo di scorta della Impero (sotto il comando del capitano di vascello Adone Del Cima), oltre alle tre torpediniere, include il cacciatorpediniere Emanuele Pessagno, i sommergibili Otaria e Tito Speri (incaricati di eseguire ascolto idrofonico lungo la rotta), ed i rimorchiatori Instancabile, Marettimo e Lido, che dovranno fornire assistenza all’Impero in caso di necessità. È prevista anche scorta aerea con aerei da caccia ed idrovolanti in funzione antisommergibili.
L’Impero, inizialmente assistita per la manovra dai rimorchiatori Porto Torres, Porto Pisano, Porto Conte e Pantelleria, supera il Canale Pigonatti alle 12.24 e, superate le ostruzioni esterne, lascia i rimorchi e procede con le proprie macchine, preceduta da Missori e Pessagno (che hanno messo a mare l’attrezzatura per il dragaggio di mine) e seguita dalla Dezza. Alle 14.45, in procinto di superare il Gargano, le navi assumono la formazione prevista per il trasferimento: Audace e Pessagno a proravia dell’Impero, a 1200 metri per 60° a dritta e sinistra, e Missori 500 metri a poppavia. La Dezza, incaricata della scorta solo per il tratto iniziale del viaggio, lascia la formazione.
1° febbraio 1942
Il sommergibile britannico Urge (capitano di corvetta Edward Philip Tomkinson) avvista alle 10.27 un convoglietto costiero composto dal piroscafo tedesco Trapani e dalla motocisterna italiana Rondine, scortato dalla Dezza e dalla torpediniera Aretusa, al largo di Capo dell’Armi (Calabria, in posizione 37°56’ N e 15°42’ E). Alle 10.53 l’Urge lancia tre siluri da 6500 metri di distanza, ma nessuno va a segno; l’Aretusa contrattacca con 29 bombe di profondità, egualmente senza risultato.
16 febbraio 1942
La Dezza e due MAS escono da Messina per dare scorta antisommergibili alla III Divisione Navale (incrociatori pesanti Trento e Gorizia, più i cacciatorpediniere Fuciliere, Alpino, Bersagliere e Carabiniere della XIII Squadriglia), che sta rientrando a Messina dopo un’infruttuosa uscita in mare a contrasto dell’operazione britannica «M.F.5». Nel cielo della formazione, sempre in funzione antisommergibili, vi sono anche due idrovolanti CANT Z. 501 della Regia Aeronautica e tre bombardieri Junkers Ju 88 e due caccia Messerschmitt Bf 109 della Luftwaffe.
Nonostante tali misure, alle 13.45 il cacciatorpediniere Carabiniere vene colpito da un siluro che gli asporta la prua: a lanciarlo è stato il sommergibile britannico P 36 (tenente di vascello Harry Noel Edmonds), che ha avvistato la formazione alle 13.01 ed ha lanciato quattro siluri alle 13.15, in posizione 37°42’ N e 15°35’ E, da 915 metri di distanza (sebbene il bersaglio fosse il Gorizia, e non il Carabiniere).
La nave, gravemente danneggiata, rimane a galla; la Dezza prende inizialmente a rimorchio il Carabiniere, poi passa il rimorchio al rimorchiatore Instancabile, appositamente inviato da Messina. Intanto, alle 13.18 inizia il contrattacco della scorta, con il lancio di 105 bombe di profondità: nessuna, tuttavia, esplode abbastanza vicina al P 36 da arrecargli danni.
Il Carabiniere raggiungerà Messina alle 8.30 del 17 febbraio.
9 luglio 1942
La Dezza parte da Napoli alle 11 scortando il piroscafo Amsterdam, diretto a Tripoli.
10 luglio 1942
Le due navi giungono a Trapani alle 22. Qui si ferma la Dezza; l’Amsterdam proseguirà con la scorta della torpediniera Orione.
21 luglio 1942
La Dezza lascia Palermo alle 14.30, scortando il piroscafo Paolina diretto a Tripoli. La Dezza accompagna il Paolina fino a Trapani, poi quest’ultimo prosegue con la scorta della torpediniera Centauro.
30 luglio 1942
La Dezza (caposcorta) salpa da Trapani per Tripoli alle 4.15, scortando, insieme al cacciasommergibili Eso (cui più tardi si unirà il gemello Selve, inviato da Tripoli), il piroscafo Istria.
1° agosto 1942
Il convoglietto giunge a Tripoli alle 10; la sera del 4 proseguirà per Bengasi.
3 settembre 1942
La Dezza, insieme alle torpediniere Ardito e Centauro ed al cacciatorpediniere Giovanni Da Verrazzano, viene inviata a dare assistenza alla motonave Monti, danneggiata da aerosiluranti durante la navigazione da Messina a Bengasi e rimorchiata dalla torpediniera Giuseppe Sirtori verso Fiumara Condoianni (Gerace) dove verrà fatta incagliare. Sarà possibile, dopo aver tamponato la falla, rimorchiare il mercantile a Messina, dove giungerà alle 16 del 10 agosto.
17 ottobre 1942
La Dezza salpa da Napoli alle 4.10, insieme al cacciatorpediniere Maestrale, per scortare a Tripoli la motonave cisterna Panuco.
18 ottobre 1942
Alle 5.30 la Dezza (tenente di vascello richiamato Reginaldo Scarpa) e la torpediniera Giuseppe Sirtori (tenente di vascello di complemento Emilio Gaetano) salpano da Messina per scortare a Tripoli, insieme ai cacciatorpediniere Maestrale (caposcorta, capitano di vascello Riccardo Pontremoli) e Grecale (capitano di fregata Luigi Gasparrini), la nave cisterna Panuco, qui giunta da Napoli.
Il convoglio costeggia verso nord la costa della Calabria e poi raggiunge le acque della Grecia, per poi puntare su Tripoli cercando di mantenersi sempre alla massima distanza possibile da Malta.
Alle 10.20 Supermarina comunica al convoglio di stare pronto a fronteggiare un possibile attacco aereo: le navi sono state avvistate da ricognitori nemici.
Alle 12.50 il sommergibile britannico Una (tenente di vascello Compton Patrick Norman), in posizione 38°26’ N e 16°41’ E (al largo di Capo Spartivento), avvista su rilevamento 220° il fumo delle navi del convoglio, e si avvicina per attaccare, identificando le unità del convoglio – che hanno rotta 040° – alle 13.30. Alle 13.56, poco prima di poter lanciare i siluri, l’Una viene localizzato e costretto a rinunciare all’attacco e scendere in profondità; ad individuarlo ed a dargli la caccia è il Grecale, che procede in testa alla formazione (ma l’orario indicato dalle fonti italiane è alquanto differente, le 15.15). Il Grecale dà la caccia all’Una per un’ora, con lancio di bombe di profondità, ma senza risultato. Alle 19 Dezza e Sirtori vengono lasciate libere dal caposcorta, con l’ordine di effettuare un rastrello antisommergibili prima di rientrare a Messina.
In serata la Panuco sarà silurata ed incendiata da un aerosilurante, ma riuscirà a raggiungere Taranto con l’assistenza di Maestrale e Grecale.
20 ottobre 1942
Panuco e scorta giungono a Taranto alle due di notte.
5 novembre 1942
La Dezza (caposcorta) e la torpediniera Giuseppe Cesare Abba salpano da Trapani per Tripoli alle 19, scortando il piroscafo Scillin.
8 novembre 1942
Le tre navi giungono a Tripoli alle nove del mattino.


La Dezza, in secondo piano, e la torpediniera Generale Carlo Montanari (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net

7 gennaio 1943
La Dezza salpa da Trapani per Biserta alle 14, scortando cinque motozattere tedesche.
8 gennaio 1943
Dezza e motozattere giungono a Biserta alle 8.30.
10 gennaio 1943
La Dezza (tenente di vascello Gino Mancusi) salpa da Biserta insieme al piropeschereccio Cefalo, attrezzato per la caccia antisommergibile, ed ai rimorchiatori Porto Cesareo e Vigoreux, per dare assistenza al cacciatorpediniere Maestrale, che ha perso la poppa su un campo minato al largo della costa tunisina. Le quattro navi giungono sul posto verso mezzogiorno; la Dezza assume la scorta del Maestrale, che è stato preso a rimorchio dalla torpediniera Calliope (tenente di vascello Giudici; a bordo l’ammiraglio di divisione Luigi Biancheri, comandante di Marina Tunisia), precedentemente giunta da Biserta. Ad essa si unirà alle 17 anche la torpediniera Cigno (capitano di corvetta Franti), proveniente da Tunisi.
Il “convoglio” procede dapprima con il Maestrale rimorchiato dalla Calliope; i cavi di rimorchio si spezzano più volte, e dopo l’arrivo del Vigoreux (che prende il rimorchio insieme alla Calliope) si decide di usare per il rimorchio la catena dell’ancora del Maestrale, anziché i cavi. Verso le 17.30 il Porto Cesareo sostituisce il Vigoreux.
Dezza e Cigno fungono da scorta, mentre il Cefalo dà protezione antisommergibili. Dopo una faticosa navigazione, interrotta più volte da varie rotture dei cavi, il Maestrale potrà essere rimorchiato in salvo a Biserta, giungendovi tra le 7.30 e le 8 dell’11 gennaio.
12 gennaio 1943
La Dezza salpa da Biserta alle otto del mattino, scortando i piroscafi Cefalo ed Adernò, diretti a Palermo.
13 gennaio 1943
Le tre navi giungono a Palermo alle sette del mattino.
Sempre in gennaio, la Dezza riceve dal Capo di Stato Maggiore della Marina un elogio per una missione di scorta.
4 febbraio 1943
La Dezza, la torpediniera Sagittario ed il cacciatorpediniere Riboty salpano da Taranto per scortare a Palermo la nave cisterna Utilitas, carica di 5000 tonnellate di nafta.
5 febbraio 1943
Alle 4.45 il sommergibile britannico Turbulent (capitano di fregata John Wallace Linton) avvista petroliera e scorta al largo di Capo Cefalù, pertanto si avvicina per attaccare e s’immerge alle 6.14. Alle 6.49 il Turbulent lancia quattro siluri da 4115 metri di distanza, in posizione 38°10’ N e 13°43’ E.
Due siluri vanno a segno, e l’Utilitas s’inabissa al largo di Capo Zaffarano (all’estremità orientale del Golfo di Palermo, 15 miglia ad est del capoluogo siciliano). A contrattaccare è la Sagittario (che alle 7.29 lancia un primo pacchetto di 10 bombe di profondità, poi altri due di 7 e 12 bombe fino alle 7.39), cui poi si unisce anche la torpediniera di scorta Animoso; il Turbulent non subisce danni.
15 febbraio 1943
Muore nel Mediterraneo Centrale il marinaio fuochista Giovanni Aluffi, della Dezza.
1° marzo 1943
Alle 12.20 la Dezza viene inviata alla ricerca del sommergibile britannico Turbulent (capitano di fregata John Wallace Linton), che ha affondato il piccolo piroscafo San Vincenzo ad un miglio per 330° dalla stazione di avvistamento di Paola. La ricerca si protrarrà fino alle 10.40 del giorno seguente, ma senza risultato.
8 marzo 1943
La Dezza (tenente di vascello Aldo Cecchi) salpa da Napoli alle 17.30 insieme alla torpediniera Libra (caposcorta, capitano di corvetta Gustavo Lovatelli) ed a cinque cacciasommergibili tedeschi, scortando un convoglio composto dai piroscafi Venezia, Lucera (diretti a Messina) e Todi (diretto a Palermo), dalla pirocisterna Rosario (diretta a Palermo) e dalla cisterna militare Devoli (diretta a Trapani).
9 marzo 1943
A causa di mare e vento tempestosi da scirocco, in serata il convoglio deve mettersi alla cappa nel Golfo di Sant’Eufemia.


Un’altra immagine del Dezza (da www.navyworld.narod.ru

10 marzo 1943
Migliorato sensibilmente il tempo, il convoglio riprende la navigazione, ma i motori della Devoli vanno in avaria e la cisterna deve poggiare a Vibo Valentia, scortata dalla Dezza, mentre il resto del convoglio prosegue.
Alle 18.30 Dezza e Devoli ripartono da Vibo Valentia, e raggiungono Messina, dove la Devoli potrà riparare le avarie (ripartirà per Palermo la sera del 12, giungendovi il 13 mattina).
29 marzo 1943
Alle 18 la Dezza (tenente di vascello Aldo Cecchi) salpa da Napoli per assumere la scorta di un convoglio (denominato «SS») composto dalla nave cisterna Bivona, carica di carburante, dai piroscafi italiani Aquila (con a bordo veicoli, bombe d’aereo e munizioni) e Giacomo C. (con carri armati e munizioni) e dal tedesco Charles Le Borgne (carico di munizioni e bombe d’aereo). A testimonianza della decimazione della flotta mercantile italiana dell’anteguerra, tre su quattro (tranne il Giacomo C.) sono navi ex francesi catturate da pochi mesi. La scorta, oltre che dalla Dezza, è composta dal cacciatorpediniere Lubiana (caposcorta, capitano di fregata Luigi Caneschi) e dalla moderna torpediniera di scorta Tifone (capitano di corvetta Stefano Baccarini), più i cacciasommergibili tedeschi UJ 2205 e UJ 2208 in retroguardia (altra fonte parla dei cacciasommergibili tedeschi UJ 2202, UJ 2203 e UJ 2207).
Il convoglio è in franchia alle 19, ed assume subito rotta diretta per Tunisi.
30 marzo 1943
Verso le dieci del mattino il convoglio, rallentato dal Giacomo C. che è in avaria, viene superato da un altro convoglio composto dai piroscafi Nuoro, Crema e Benevento e scortato dalle torpediniere Clio, Cigno e Cassiopea.
Alle 12.24 il sommergibile britannico Tribune (tenente di vascello Stewart Armstrong Porter) avvista a 7 miglia di distanza il convoglio italiano, in navigazione verso sudest. Alle 13.31, ridotte le distanze a 5950 metri, il Tribune lancia tre siluri contro il Benevento in posizione 39°37’ N e 13°15’E (una cinquantina di miglia a nord di Ustica). Nessuna delle armi va a segno, ed alle 13.36 la Dezza passa al contrattacco, lanciando 15 bombe di profondità. Il Tribune, tuttavia, riesce ad eludere indenne la caccia dopo quasi un’ora e mezza.
Il convoglio prosegue; il Giacomo C. dev’essere però mandato a Palermo, assistito dalla Dezza. Le due navi lasciano il convoglio alle 17.50.
31 marzo 1943
Dezza e Giacomo C. arrivano a Palermo alle 00.20.
6 maggio 1943
La Dezza, insieme alla similare Giuseppe Missori ed all’incrociatore ausiliario Olbia, scorta da Durazzo a Bari i piroscafi Milano e Quirinale, carichi di truppe rimpatrianti.
Agosto 1943
In seguito all’invasione Alleata della Sicilia, ed alla conseguente caduta di Messina in mano angloamericana, la Dezza viene trasferita a Brindisi, sua nuova base. Assegnata al III Gruppo Torpediniere del Dipartimento Militare Marittimo «Ionio e Basso Adriatico», insieme alle similari Giuseppe Sirtori, Giuseppe Missori, Francesco Stocco, Giuseppe Cesare Abba ed Enrico Cosenz.
Successivamente viene inviata a Fiume per un periodo di lavori (consistenti, per una fonte, in modifiche all’armamento).

La Giuseppe Dezza in navigazione (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net

Cattura e affondamento

Quando fu annunciato l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, l’8 settembre 1943, la Dezza si trovava ai lavori presso i Cantieri del Quarnaro, a Fiume. Ironia della sorte, il suo servizio sotto bandiera italiana sarebbe terminato proprio nella città dove, in nome dell’Italia, la nave era stata protagonista dell’evento forse più importante della sua storia.
Nei cantieri della città quarnerina si trovavano in quel momento diverse unità: ai lavori, oltre alla Dezza, c’erano la piccola e vecchia torpediniera T 3, il cacciatorpediniere Antonio Pigafetta ed il rimorchiatore militare Pianosa; in costruzione, in varie fasi di avanzamento, vi erano le moderne torpediniere Stella Polare (già varata ed in allestimento, pronta alle prove in mare), Spica (pronta al varo), Fionda e Balestra (entrambe sullo scalo ed ancora ben lontane dal varo) e la motonave da carico Vittorio Locchi (sullo scalo), nonché quattro rimorchiatori.
Il Comando Marina di Fiume era retto dal capitano di vascello richiamato Alfredo Crespi, ma la difesa della città e del porto era affidata all’Esercito: comandante delle difese di Fiume era il generale Michele Rolla, dipendente dal V Corpo d’Armata del generale Antonio Squero, a sua volta facente parte della 2a Armata del generale Mario Robotti.
Il generale Robotti, sulla base della «Memoria OP 44 » (direttiva emanata il 2 settembre 1943 ai Comandi superiori dal generale Mario Roatta, capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, in cui si prescriveva di reagire con le armi se le truppe tedesche, dopo l’armistizio, avessero tentato di impossessarsi delle installazioni militari italiane e di sopraffare le unità italiane), aveva dato disposizioni improntate ad una decisa resistenza alle forze tedesche; ma assurdamente, nella notte tra il 9 ed il 10 settembre – come se la confusione non fosse già sufficiente –, a seguito di una riorganizzazione della 2a e 8a Armata decisa prima che fosse nota l’imminente dichiarazione dell’armistizio, Robotti venne sostituito dal generale Gastone Gambara. Quest’ultimo, contrariamente a quanto ordinato dal suo predecessore, trattò immediatamente la resa delle sue truppe (le trattative furono avviate il mattino del 10 settembre e concluse nel pomeriggio), consegnando Fiume ai tedeschi senza opporre resistenza.
A seguito delle trattative coi tedeschi, Gambara ordinò al comandante Crespi di evacuare tutte le unità navali presenti a Fiume – imbarcandovi personale e materiale dell’Intendenza – entro la mezzanotte del 10 settembre, dato che l’accordo prevedeva che i primi reparti tedeschi giungessero in città l’11. In realtà, dato che le truppe tedesche incontrarono resistenza sia da parte dei partigiani jugoslavi (che sin dalla sera dell’8 avevano iniziato ad interferire con le autorità italiane, dapprima occupando temporaneamente alcuni fortini ed affermando di volersi sostituire alle autorità italiane, quindi assumendo il controllo di Sussak e disarmando le truppe italiane in transito verso Fiume) che da una parte delle truppe italiane, attenutesi ai precedenti ordini del generale Robotti, i tedeschi giunsero a Fiume solo il 16 settembre 1943.
Stretto tra i tedeschi da una parte ed i partigiani jugoslavi dall’altra, il comandante Crespi (con l’assistenza del colonnello di porto Corsi, comandante del porto, che sovrintese all’organizzazione delle partenze) fece partire ogni natante in grado di navigare entro l’una di notte dell’11, imbarcando su ognuno quante più persone possibile (il mare era l’unica via possibile per lasciare la città, essendo del tutto interrotti i collegamenti con l’interno).
Entro mezzogiorno dell’11 settembre, sempre su ordine di Crespi, il colonnello del Genio Navale Antonio Parilli, comandante di Navalgenio, procedette a rendere inutilizzabili tutte le navi non in grado di prendere il mare. Le unità che potevano essere approntate in meno di tre mesi furono sabotate, le altre vennero semplicemente abbandonate. La Dezza, impossibilitata a muovere ma approntabile in meno di tre mesi, venne sabotata dall’equipaggio l’11 settembre.
Il personale delle navi non in grado di prendere il mare lasciò anch’esso Fiume sulle navi in partenza: otto navi mercantili cariche di personale e di materiale, 14 motopescherecci e numerosi natanti minori. Le sorti di queste navi si divisero: la motonave Leopardi (avente a bordo 1500 tra ufficiali, soldati, marinai, civili e famiglie al seguito) finì catturata da due motosiluranti tedesche e dirottata a Venezia; il piroscafo Iadera, avente a bordo il tesoro della Banca d’Italia, sbarcò tale tesoro ad Ancona e poi raggiunse Volosca, dove venne catturato dai tedeschi; l’incrociatore ausiliario Lazzaro Mocenigo raggiunse Taranto. I pescherecci approdarono in vari porti della sponda occidentale dell’Adriatico, da Porto Corsini in giù.

Gran parte dell’equipaggio della Dezza fu catturato (secondo una fonte l’intero equipaggio si era imbarcato sulla Leopardi e fu quindi fatto prigioniero in seguito alla cattura di questa nave), e gli uomini finirono nei campi di prigionia tedeschi come «internati militari italiani»; non tutti tornarono.
Del marinaio fuochista Basso Lanzone, di Termoli, si perse ogni traccia fin dal 9 settembre 1943; fu dichiarato disperso.
Il sergente silurista Sabatino Martini, napoletano, morì in prigionia in Germania il 20 novembre 1944.
Il sottotenente di vascello Giuseppe Arena, messinese, fu dichiarato disperso in prigionia in Polonia il 9 gennaio 1945.
Il marinaio cannoniere Mario Vezzelli, di Bastiglia, morì in prigionia in Germania il 16 febbraio 1945, per malattia.
Il marinaio fuochista Luigi Stivala, di Salve, morì in Germania il 10 agosto 1945, a guerra finita, prima di poter rientrare dalla prigionia.
Diversa sorte aveva avuto il sottocapo meccanico Aurelio Vassallo, di Monte Argentario: arruolatosi nella X Flottiglia MAS della Repubblica Sociale Italiana, fu ferito in Mar Tirreno sul MAS 561 nel marzo 1944, e morì nell’ospedale dell’Argentario il 13 di quel mese.
Il marinaio cannoniere Eusebio Campanini, di Castellanza, morì in territorio metropolitano il 3 dicembre 1945.

Finì in prigionia in Germania anche il comandante della Dezza, che si nascose addosso un lembo della bandiera della sua nave; nel campo di Przemyśl, in Polonia, centinaia di sottotenenti di cavalleria della Scuola di Pinerolo, catturati prima del giuramento di fine corso, giurano clandestinamente fedeltà al re baciando il lembo della bandiera della Dezza.

La Dezza, catturata dai tedeschi al loro arrivo a Fiume (era stata sabotata, ma era ancora galleggiante), venne portata ai CRDA di Trieste e qui riparata. Inizialmente le autorità tedesche intendevano offrirla alla piccola Marina dello Stato Indipendente di Croazia, stato fantoccio della Germania nazista dominato dagli ustascia di Ante Pavelic; ma per vari motivi, non ultimo il ritardo nel completamento delle torpediniere classe Ariete catturate in costruzione all’armistizio (per altra fonte, la nave venne rifiutata dalla stessa Marina croata), si decise infine di porla in servizio sotto bandiera tedesca. È interessante notare come la Marina tedesca non sembrò neppure prendere in considerazione la possibilità di offrire la Dezza, nave già italiana, alla Marina Nazionale Repubblicana, la minuscola Marina della Repubblica Sociale Italiana, preferendo invece offrirla alla Marina croata. Quando ne fu informato dai comandi tedeschi, nell’aprile 1944, il capo di Stato Maggiore della MNR, ammiraglio Giuseppe Sparzani, scrisse al capitano di vascello Leone Rocca, ufficiale di collegamento presso la Kriegsmarine, una lettera in cui lamentava questa umiliante decisione, con la quale la Marina tedesca mostrava di considerare gli italiani meno dei croati, riponendo in essi così poca fiducia da non concedere loro nemmeno una piccola e vecchia torpediniera che peraltro era già stata italiana (la più grande nave “da guerra” che i tedeschi concessero alla RSI fu il cacciasommergibili ausiliario Equa).
Durante i lavori di riparazione, l’armamento contraereo della Dezza venne potenziato con l’aggiunta armi di produzione tedesca: vennero installate due mitragliere pesanti da 37 mm e 9 da 20/65 mm M1940 (cinque in impianti singoli ed una in impianto quadrinato). Per altra fonte, vennero installate 15 mitragliere da 20 mm. Il mattino del 29 marzo 1944 la TA 35, salpata da Fiume, venne danneggiata dall’esplosione di un ventilatore azionato dalle turbine.
Il 9 giugno 1944 la nave entrò in servizio nella Kriegsmarine con equipaggio tedesco ed il nome di TA 35, assegnata alla 2. Geleitflotille (2a Flottiglia di Scorta), avente base a Fiume ed interamente composta da vecchie torpediniere ex italiane: TA 20 (ex Audace), TA 21 (ex Insidioso), TA 22 (ex Missori) e TA 35. Al comando del tenente di vascello Keck (poi sostituito in luglio dal parigrado Adolf Dirks), la TA 35 fu impiegata per servizi locali e missioni di scorta nelle acque della Dalmazia.
La breve vita della TA 35 sotto bandiera tedesca s’interruppe alle 4.58 del 17 agosto 1944, quando la torpediniera, in navigazione nel Canale di Fasana (proveniente da Pola, era diretta a Rovigno), urtò una mina (probabilmente appartenente ad uno sbarramento difensivo tedesco, secondo quanto annotato dal diario del Reparto Operazioni dello Stato Maggiore della Kriegsmarine; altre fonti parlano di un attacco di aerosiluranti britannici, nel quale un siluro avrebbe colpito un deposito munizioni, ma si tratta di un errore) ed affondò rapidamente, spezzata in due, nel punto 44°53’ N e 13°47’ E. Morirono nell’affondamento 71 uomini dell’equipaggio, tra cui il comandante, tenente di vascello Adolf Dirks.

Una foto variamente attribuita alla TA 35 od alla gemella TA 22 (ex Giuseppe Missori) (da www.navyworld.narod.ru

Alcune fonti – probabilmente per un errore commesso da qualche storico e poi copiato e diffuso da altri senza verificare, come talvolta accade – sostengono che la Dezza venne recuperata, rimorchiata a Trieste per essere riparata nel cantiere San Marco, e qui affondata da bombardamento aereo e demolita alla fine del conflitto. Evidentemente, si tratta di una notizia di per sé inverosimile e di fatto completamente errata, in primo luogo perché il relitto della TA 35, localizzato nel 1989 da subacquei italiani (tra di essi Danilo Pellegrini), giace ancor oggi sul fondo del Canale di Fasana, nel punto in cui i documenti della Kriegsmarine ne registrarono l’affondamento, tanto da essere oggi meta di subacquei. Quando fu ritrovato, nel 1989, il relitto risultava perfettamente conservato, tanto che le strumentazioni della plancia erano ancora al loro posto e venne ritrovato persino un brogliaccio di macchina, ancora leggibile dopo 45 anni trascorsi sott’acqua, con i nomi del personale tedesco di turno al momento dell’affondamento. L’interno risultava facilmente accessibile, a differenza di oggi; negli anni successivi, prima che le autorità croate ponessero delle restrizioni alle immersioni “sportive”, molti degli oggetti e delle apparecchiature presenti nel relitto vennero asportati da subacquei.
Oggi il relitto della TA 35, spezzato in due tronconi – all’altezza della sala macchine – ma ben conservato, giace su fondali piatti e fangosi a profondità comprese tra i 30 ed i 36 metri, in posizione 44°58'34" N e 13°40'44" E (o 44°58’34” N e 13°35’16” E). Presso alcuni subacquei è noto anche come “Insidioso”, probabilmente perché, all’epoca del suo ritrovamento, si ritenne che potesse essere l’Insidioso, un’altra “tre pipe” catturata dai tedeschi (TA 21) e perduta in Alto Adriatico (ma nel porto di Fiume). La vera identità del relitto fu comunque rapidamente accertata; tra l’altro è ancora visibile sullo scafo, ricoperto di incrostazioni, il nome della Dezza.
Il troncone prodiero, troncato subito dopo la plancia, è adagiato sul fianco sinistro, mentre quello poppiero (lungo circa 35 metri), distante circa 80-100 metri, è in assetto di navigazione. Il troncone poppiero, leggermente più lungo, è il meglio conservato dei due, con gran parte dell’armamento ancora ben visibile.

La Dezza in linea di fila con unità similari, probabilmente negli anni Trenta (USMM via www.gravitazero.org