martedì 19 giugno 2018

Malachite

Il Malachite (da www.grupsom.com)

Sommergibile di piccola crociera della classe Perla (dislocamento di 680 tonnellate in superficie, 844 in immersione).
Il Malachite ed il gemello Ambra si distinguevano dai gemelli per il diverso apparato motore, costituito da due motori diesel Tosi per la navigazione in superficie (anziché FIAT o CRDA come le altre unità della classe) e da due motori elettrici MEP Marelli per la navigazione in immersione (invece che CRDA come sugli altri sommergibili della classe).

Durante la seconda guerra mondiale il Malachite effettuò in tutto 36 missioni (22 offensive/esplorative, 13 per esercitazione o trasferimento e 1 di trasporto incursori), percorrendo complessivamente 25.125 miglia in superficie e 3960 in immersione, e trascorrendo 245 giorni in mare.

Breve e parziale cronologia.

31 agosto 1935
Impostazione nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano (La Spezia).
15 luglio 1936
Varo nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano.
6 novembre 1936
Entrata in servizio. Assegnato alla XIII Squadriglia Sommergibili di La Spezia.



 Due foto del Malachite, a destra, insieme ai gemelli Ambra, Iride ed Onice in allestimento nei cantieri del Muggiano nel 1936 (sopra: dal libro “Gli squali dell’Adriatico” di Alessandro Turrini; sotto: g.c. Dante Flore via www.naviearmatori.net)


1937
Nei primi mesi del 1937 effettua una lunga crociera d’addestramento in acque italiane, e successivamente partecipa ad una campagna addestrativa con scali in Grecia, nel Dodecaneso ed a Tobruk.
24 agosto 1937
Il Malachite (capitano di corvetta Alberto Dominici), inquadrato nel I Gruppo Sommergibili di La Spezia, salpa da La Maddalena per effettuare una missione clandestina nell’ambito della guerra civile spagnola, pattugliando la zona di Barcellona.
29 agosto 1937
Localizzato da una nave da guerra spagnola repubblicana, viene sottoposto a caccia antisommergibili con lancio di bombe di profondità, ma non subisce danni.
4 settembre 1937
Conclude la missione e rientra alla base, così terminando la sua partecipazione alla guerra di Spagna.
18 novembre 1937
Riceve a Savona la bandiera di combattimento, donata dal Comune di Savona. È madrina della bandiera la vedova di un soldato morto nella guerra d’Etiopia.
Presta servizio in questo periodo sul Malachite il capitano medico Bruno Falcomatà, futura M.O.V.M.
1938-1940
Dislocato per lunghi periodi in basi oltremare, principalmente Tobruk in Libia.
Al suo rientro in Italia, viene messo alle dipendenze del IV Gruppo Sommergibili di Taranto.
10 giugno 1940
All’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, il Malachite (capitano di corvetta Renato D’Elia) si trova dislocato a Taranto, dove forma la XLVII Squadriglia Sommergibili (IV Grupsom) insieme ai gemelli Ambra e Rubino.
Comandante in seconda del Malachite, fin dall’ottobre 1938, è il tenente di vascello Gianfranco Gazzana Priaroggia, destinato a diventare un asso in Atlantico, al comando del sommergibile Leonardo Da Vinci. Poco dopo l’entrata in guerra, Gazzana Priaroggia verrà trasferito su un altro sommergibile, il Tazzoli.
Poco dopo la dichiarazione di guerra, il Malachite viene assegnato al X Gruppo Sommergibili e trasferito ad Augusta.
20 giugno 1940
Inviato in missione offensiva a nord di Maiorca, per controllare gli accessi del Golfo del Leone.
24 giugno 1940
In serata il Malachite (capitano di corvetta Renato D’Elia) avvista un convoglio a grande distanza, ma non riesce ad attaccarlo.
27 giugno 1940
Lascia in serata il settore d’operazioni e ritorna a Taranto.
Seguono alcuni mesi di lavori di manutenzione, durante i quali il tenente di vascello Enzo Zanni sostituisce il capitano di corvetta D’Elia (trasferito sul sommergibile oceanico Reginaldo Giuliani) nel comando del Malachite.
12-13 novembre 1940
Inviato in agguato difensivo notturno nel Golfo di Taranto.
15 dicembre 1940
Durante la navigazione verso un settore d’agguato ubicato a nordest di Derna, assegnatogli per una nuova missione, il Malachite viene attaccato da un aereo, ma lo respinge col tiro delle proprie mitragliere.
18 dicembre 1940
Raggiunge il settore assegnato per la missione.


Una foto interna del Malachite durante una missione di guerra (da www.abyssi.it)

21 dicembre 1940
Lascia il settore ed inizia la navigazione di rientro.
27 gennaio 1941
Inviato nello Stretto di Messina in missione notturna di ascolto idrofonico.
9 febbraio 1941
Inviato in missione al largo di Bardia, caduta in mano britannica un mese prima.
14 febbraio 1941
Avvista una nave da guerra di tipo imprecisato e tenta di avvicinarsi, ma senza successo, a causa della distanza eccessiva e della maggiore velocità dell’unità avvistata.
15 febbraio 1941
Lascia il settore per rientrare alla base.
15 marzo 1941
Inviato in agguato nel Canale di Cerigotto.
Il Malachite è uno dei sommergibili (gli altri sono Ambra, OndinaBeilulGalateaSmeraldoNereideAscianghiAmbraDagabur ed Onice) schierati in Egeo a contrasto dell’operazione britannica «Lustre», consistente nell’invio dall’Egitto alla Grecia di 58.000 uomini, quale rinforzo per la Grecia, con una serie di convogli (uno ogni tre giorni, da Alessandria al Pireo), nell’arco di un mese.
19 marzo 1941
All’1.19 lancia due siluri contro un incrociatore scortato da alcuni cacciatorpediniere. Le armi non vanno a segno, ed il Malachite non può proseguire l’attacco a causa della pesante reazione da parte della scorta, che lo bombarda con cariche di profondità, obbligandolo a ritirarsi in immersione.
22 marzo 1941
Lascia il settore d’agguato e rientra alla base.
10 aprile 1941
Inviato in agguato a nord del Golfo di Sollum.
14 aprile 1941
Avvista un grosso convoglio durante la sera ed alle 23.37 tenta di attaccarlo, ma la pronta reazione della scorta gli impedisce di portarsi a distanza abbastanza ridotta da poter lanciare i siluri.
18 aprile 1941
Ritorna in porto.
20-28 maggio 1941
Dislocato in agguato al largo dell’isola di Gaidaro (Grecia, Mar Egeo). Fa parte di uno schieramento di sommergibili (gli altri sono UarsciekFisalia, TopazioAduaTrichecoSqualoSmeraldoDessiè e Sirena) dislocati nelle acque tra Creta, Alessandria d’Egitto e Sollum, in appoggio all’invasione tedesca di Creta.
19 giugno 1941
Durante la notte, mentre pattuglia un settore al largo di Creta, il Malachite (tenente di vascello Enzo Zanni) avvista un incrociatore accompagnato da cacciatorpediniere, in posizione idonea ad un attacco in superficie. Nonostante la reazione antisommergibili delle unità di scorta, il battello italiano si porta all’attacco e lancia due siluri contro l’incrociatore, che tuttavia lo mancano, passandogli qualche decina di metri a poppavia. Il  Malachite si sottrae poi alla caccia con l’immersione rapida, ma non ha modo di ripetere l’attacco.
3 luglio 1941
Inviato in agguato a nord di Ras Azzaz (Cirenaica), al comando del tenente di vascello Enzo Zanni.
Alle 20 il Malachite avvista in posizione 32°25’ N e 24°40’ E l’incrociatore leggero britannico Phoebe (capitano di vascello Guy Grantham), scortato da due cacciatorpediniere e con rotta apparente verso Tobruk: andato all’attacco, alle 20.05 gli lancia un siluro. Avvertita un’esplosione che viene attribuita al siluro andato a segno, si allontana poi in immersione. In realtà, nessuna nave è stata colpita (qualche fonte italiana afferma che "da intercettazioni r.t. risulterebbe colpito un Ct della scorta", ma senza specificare altro).
14 luglio 1941
Conclude l’agguato rientrando alla base.



Due immagini della torretta del Malachite nel 1941, dopo il primo ciclo di lavori di modifica (da “Sommergibili in guerra” di Achille Rastelli ed Erminio Bagnasco, Albertelli Edizioni, 1994, via www.betasom.it)


25 settembre-5 ottobre 1941
Missione di agguato al largo di Ras Aamer (Cirenaica), senza eventi di rilievo.
20-27 gennaio 1942
Altro agguato nelle acque di Ras Aamer, senza eventi di rilievo.
10 febbraio 1942
Il Malachite (tenente di vascello Enzo Zanni) prende il mare per una missione di agguato nelle acque della Cirenaica.
11 febbraio 1942
Alle 00.43, nel punto 37°29’ N e 16°26’ E, il Malachite, mentre procede con rotta 200° verso il settore assegnato per la missione (che raggiungerà più tardi nella stessa giornata), viene avvistato dal sommergibile britannico Upright (tenente di vascello John Walter David Coombe) ad appena 270 metri di distanza. L’Upright s’immerge e perde il contatto, che non riesce più a trovare; anche il Malachite intraprende una manovra evasiva e si allontana dalla zona.
23 febbraio 1942
Termina la missione.
8-21 aprile 1942
Altro agguato al largo della Cirenaica, senza eventi di rilievo.
1°-9 giugno 1942
Missione di pattugliamento a nordovest di Algeri, priva di eventi di rilievo.
15-18 giugno 1942
Agguato a nordovest di Algeri, senza eventi degni di nota.
22-24 giugno 1942
Agguato a nord di Capo Blanc, di nuovo senza eventi di rilievo.
16 luglio 1942
Prende il mare per un pattugliamento nelle acque della Tunisia.
17 luglio 1942
Deve rientrare alla base per via di un’avaria.
Segue un lungo periodo di riparazioni in arsenale, durante il quale all’equipaggio viene concesso un turno di riposo dopo l’intensa attività dei mesi precedenti.
Durante il periodo di lavori il comandante Zanni viene avvicendato dal tenente di vascello Alpinolo Cinti, che sarà l’ultimo comandante del Malachite.
20 novembre 1942
Conclusi i lavori, il Malachite (tenente di vascello Alpinolo Cinti) prende il mare per un nuovo agguato lungo la costa dell’Algeria, dove sono sbarcate ingenti forze angloamericane nell’ambito dell’Operazione "Torch".
24 novembre 1942
Durante la notte il Malachite penetra nella rada di Philippeville, dove avvista due gruppi di navi nemiche, a poca distanza l’uno dall’altro: uno composto da tre trasporti e dalla loro scorta, ed un altro formato da una grossa petroliera anch’essa scortata.
Alle 4.11 il sommergibile lancia tre siluri contro uno dei piroscafi della prima formazione, stimato in 15.000 tsl; dopo il tempo previsto viene avvertito uno scoppio, e dopo quattro minuti il Malachite lancia altri due siluri, a brevi intervalli, contro la petroliera, avvertendo due violente detonazioni, anch’esse dopo il tempo previsto. Nonostante le esplosioni avvertite a bordo del Malachite, non risulta che in questi attacchi siano state colpite unità Alleate (fonti Internet affermano che "la documentazione ufficiale britannica, pur non facendo diretto riferimento all'azione, conferma alcuni danneggiamenti avvenuti quel giorno nella zona di Philippeville", vale a dire che risulterebbero danneggiamenti di navi ma per altre cause, probabilmente aerei od altri sommergibili dell’Asse).
Così Pasquale Pelillo, all’epoca imbarcato sul Malachite come sottocapo motorista navale, descrisse molti anni dopo l’azione del 23-24 novembre 1942 (da www.abyss.it): “Il Comandante Cinti, ci portò tanto vicino all'imboccatura della Baia di Philippeville, dove si vedevano chiaramente le onde frangersi contro le banchine del porto, le case della città biancheggiare come fossero di gesso, gli alberi del lungomare agitati dal vento, Philipeville senza un lume alle finestre senza una lampada per le vie, in uno scuramento di guerra perfetto. A questo punto il Comandante Cinti sotto quel plenilunio che illuminava a giorno il mare, vide una motosilurante nemica avventarsi alla distanza di tre o quattro miglia, verso il sommergibile e ordinò immediatamente la rapida immersione.
Fu soltanto più tardi, quando gli idrofoni, esplorando bene bene il mare diedero la certezza della zona libera, che effettuammo l'emersione e senza indugio il Comandante ci spinse sotto la costa; adesso la nuvolaggine, mettendo ogni tanto uno schermo allo sfacciato chiarore della luna aiutava il nostro compito. Quando però il riflettore della luna si riaccendeva, tutto tornava improvvisamente terso ed allucinante. Ci allontanammo dalla Baia di Philipeville, non c'erano navi nemiche ma non era detto che non ce ne fossero nei dintorni, infatti fu proprio ad una decina di miglia dalla costa al largo di Capo de Fer, in una zona dove il nemico doveva sentirsi abbastanza sicuro che avvistammo una formazione composta da quattro piroscafi e tre cacciatorpediniere di scorta. Il Comandante Cinti capì subito che una delle quattro navi era una petroliera. Il sommergibile aveva la luna alle spalle e appariva sullo sfondo del cielo, tanto che la petroliera ci avvistò e cominciò a spararci contro con il cannone. Il Comandante Cinti ordinò subito il lancio di due siluri verso il piroscafo di testa e sentimmo un fortissimo scoppio con accompagnamento di vampe di fuoco. Ormai il piroscafo era perduto, si arrestò di colpo come fecero le altre navi che gli si affollarono intorno, proprio come si fa con un infortunato sulla pubblica via. I cacciatorpediniere in circostanze simili non possono usare le bombe di profondità come è comprensibile in caso di naufraghi in mare.
Mentre tutto questo accadeva altri due siluri erano partiti contro la petroliera che illuminata dai razzi dei cacciatorpediniere continuava a spararci cannonate sino a quando non è esplosa inabissandosi. Era arrivato il momento di effettuare l'immersione e per tutto il giorno seguente restammo fermi sul fondo ad ascoltare il gran "passeggiare" di navi sopra la torretta, un ansimare di turbine, un avvicinarsi ed allontanarsi di motori. Ci allontanammo dalla zona e con l'ultima emersione navigammo diretti alla nostra base di Cagliari.
L’azione del Malachite verrà citata nel bollettino di guerra n. 914 del 25 novembre 1942, secondo il quale «…altro sommergibile, al comando del tenente di vascello Alpinolo Cinti, intercettava al largo di Cap de Fer (Algeria) una formazione avversaria, silurando un piroscafo di grosso tonnellaggio che si inabissava».
Il giornalista, scrittore e poeta Dino Buzzati, all’epoca corrispondente di guerra, scriverà un articolo dai toni romanzeschi sulla missione del Malachite.
26 novembre 1942
Termina la missione raggiungendo Cagliari. Viene qui dislocato stabilmente, inquadrato nel VII Gruppo Sommergibili.
16-24 dicembre 1942
Pattugliamento tra Cap de Fer e l’isola di La Galite.
4-5 gennaio 1943
Infruttuoso agguato al largo di La Galite.
21 gennaio 1943
Inviato in agguato tra Capo Bougaroni e Capo Carbon.
22 gennaio 1943
Alle 4.55 il Malachite (tenente di vascello Alpinolo Cinti), in posizione 37°14’ N e 06°28’ E, avvista un convoglio in navigazione verso Bona: portatosi a distanza utile per il lancio, alle 5.18 (o 5.19) il sommergibile lancia una salva di quattro siluri elettrici contro una nave identificata come un grosso cacciatorpediniere della classe H o I, dopo di che la tempestiva e pesante reazione della scorta lo costringe al disimpegno con immersione rapida. Mentre s’immerge, un minuto e venti secondi dopo il lancio, vengono avvertiti distintamente due forti scoppi, ma in realtà nessuna nave è stata colpita.
L’errata presunzione che il cacciatorpediniere sia stato colpito è riflessa dal bollettino di guerra n. 974 del 24 gennaio 1943, che annuncia che «Un nostro sommergibile, al comando del tenente di vascello Alpinolo Cinti, ha silurato e colpito un cacciatorpediniere di scorta a un convoglio nel Mediterraneo».

Il Malachite con l’equipaggio schierato in coperta, in una foto del 1943 (da www.abyssi.it)

Missione speciale

Alle 19.30 (o 20.30) del 2 febbraio 1943 il Malachite, al comando del tenente di vascello Alpinolo Cinti, lasciò Cagliari per effettuare una missione speciale: non un altro agguato come quelli che aveva sempre svolto, bensì una missione d’infiltrazione di una squadra di incursori da sbarcare in territorio nemico, sulla costa dell’Algeria.
S’imbarcarono pertanto sul Malachite, per compiere questa missione, dieci (altre fonti parlano di undici, un ufficiale e dieci arditi) uomini della 102a Compagnia Nuotatori del I Battaglione del 10° Reggimento Arditi, un reparto dell’Esercito creato pochi mesi prima per rispondere alle analoghe operazioni dei “commandos” britannici, e dislocato in quel periodo a Cagliari e La Maddalena. Gli uomini destinati alla missione, che componevano la 5a Pattuglia della 102a Compagnia, erano il sottotenente Dario Bertolini (comandante della squadra), il sergente maggiore Massa, i sergenti Pieralli e Saracino, il caporale maggiore Dal Passo, il caporale Landolfi e gli arditi Caivaletto, D’Ercole, Vincenzi e Pasini. Loro obiettivo era di raggiungere e distruggere un viadotto ferroviario sullo Oued Bou Donaou (indicato nei documenti italiani come “Uadi Boudovaou”), unico punto in cui la linea ferroviaria che attraversava l’Algeria, e che transitava piuttosto all’interno, compiva una curva avvicinandosi alla costa, e risultando così raggiungibile dal mare. La distruzione del viadotto avrebbe permesso di interrompere almeno temporaneamente la linea ferroviaria che gli Alleati utilizzavano per trasportare truppe e rifornimenti sul fronte tunisino.
Viene spesso riportato (persino dal volume dell’U.S.M.M. "Le fanterie di Marina italiane", che attribuisce l’azione al Reggimento San Marco) che gli incursori imbarcati dal Malachite sarebbero stati appartenenti, a seconda della versione, al Battaglione «NP» (Nuotatori-Paracadutisti) della X Flottiglia MAS (peraltro non ancora esistente all’epoca, quando vi erano ancora due separati battaglioni «N», Nuotatori, e «P», Paracadutisti, riuniti solo il 1° aprile 1943 in un unico reparto di Nuotatori-Paracadutisti che comunque non passò alle dipendenze della X MAS fino a dopo l’8 settembre 1943) oppure al Reggimento San Marco, ma si tratta di un errore, così come è errata l’indicazione che gli incursori dovessero distruggere il ponte ferroviario di “El Kejur”.
Insieme al Malachite salpò da Cagliari anche un secondo sommergibile, il Volframio (tenente di vascello Giovanni Manunta), incaricato di analoga missione: le due unità avrebbero dovuto sbarcare le rispettive pattuglie di arditi in due diversi punti della costa algerina. Il Malachite, in particolare, doveva sbarcare i suoi nei pressi di Capo Matifou.
Obiettivo degli incursori trasportati dal Volframio era un altro ponte in Algeria, situato ad El Kjeur: è probabile che qui sia l’origine dell’errata informazione secondo cui gli arditi trasportati dal Malachite fossero incaricati di distruggere “il ponte ferroviario di El Kejur” (in realtà questo, che si chiamava El Kjeur e non El Kejur, era l’obiettivo degli arditi imbarcati sul Volframio).
Per fare spazio agli incursori, due membri dell’equipaggio del Malachite vennero lasciati a terra per quella missione, su ordine del comandante Cinti: il sottocapo motorista Pasquale Pelillo ed il sottocapo radiotelegrafista Pappalardo. Per Pelillo quest’ordine avrebbe fatto la differenza tra la vita e la morte: assegnato al motore di sinistra, se non fosse sbarcato si sarebbe trovato sottocoperta al momento dell’affondamento e sarebbe affondato con il Malachite, come accadde al suo collega e fraterno amico Mario Loi, addetto al motore di dritta.

Giunto dinanzi alla costa algerina alle tre di notte del 5 febbraio, dopo aver navigato per tre giorni procedendo in superficie di notte ed in immersione di giorno, il Malachite individuò il punto designato per lo sbarco alle 16 dello stesso 5 febbraio, dopo alcune ore di attesa. Il comandante Cinti fece controllare al periscopio, al sottotenente Bartolini, per sincerarsi che il punto fosse quello giusto (punti di riferimento erano Capo Matifou e gli scogli di Aghelli), dopo di che il sommergibile si posò sul fondale in attesa del buio, ad un paio di miglia dalla costa. Lo sbarco degli incursori era inizialmente programmato per la sera del 5, ma dovette essere rinviato a causa sia del mare mosso (forza 4 in peggioramento, che rendeva proibitiva la messa a mare dei battellini pneumatici che avrebbero portato a terra gli arditi: tali condizioni del mare indussero il Volframio, dopo tre giorni di attesa, a rinunciare e tornare alla base) che dell’avvistamento nei dintorni di due unità sottili nemiche, forse cacciatorpediniere, chiaramente intente in pattugliamento antisommergibili, che costrinsero il Malachite a manovre evasive e gli crearono anche difficoltà a governare e tenersi in quota.
La sera del 6 febbraio, tuttavia, migliorate le condizioni del mare e sparite le navi nemiche, fu possibile procedere: alle 21.10 (nel punto previsto, a 9 miglia e mezzo per 105° dal semaforo di Capo Matifou) gli arditi presero posto nei tre battellini pneumatici che avrebbero dovuto traghettarli fino a riva, ed alle 23.30 sbarcarono sulla costa algerina, a otto miglia e mezza da Capo Matifou, nei pressi della fattoria San Salvatore (sulla riva destra dello Oued Bou Donaou).
Dopo la partenza degli arditi il Malachite s’immerse e stazionò in zona, mantenendosi in silenzio assoluto, aspettando il segnale convenuto per il ritorno degli incursori: erano previsti quattro possibili appuntamenti, ad orari precisi: tra le 3 e le 3.15, tra le 4 e le 4.15, tra le 5 e le 5.15, tra le 6 e le 6.15. Gli arditi avrebbero dovuto annunciare il loro arrivo con un segnale acustico che gli idrofoni avrebbero agevolmente rilevato: «Reiterati colpi di pugnale su un volantino di bronzo tenuto immerso nell'acqua». Una volta giunti nei pressi del sommergibile, gli incursori avrebbero dovuto dare la parola d’ordine «Modena», cui dal Malachite si sarebbe risposto con la controparola «San Marco».
Alle 4.29 ed alle 4.35 l’equipaggio del sommergibile sentì distintamente tre violente esplosioni, ed alle 5.30 (o 5.35) gli idrofoni sentirono rumore di colpi di pugnale contro un oggetto metallico, i segnali concordati per il rientro degli arditi; alle 5.58 il Malachite emerse e vennero osservati dei segnali ottici come quelli previsti, che dovevano annunciare il successo della missione ed il ritorno degli arditi. Secondo alcune fonti, mentre il Malachite si avvicinava per recuperare gli incursori, sulla spiaggia designata come luogo di reimbarco si accese un accanito combattimento, con spari ed esplosioni. Per altra versione, invece, il sommergibile attese fino alle 6.30, ma dopo le 5.58 non vi fu più alcun segno di vita da parte degli arditi (non si fa invece menzione di rumori di combattimenti svoltisi a terra, che in effetti non risulterebbero aver avuto luogo, in base alle fonti che raccontano più in dettaglio la sorte degli incursori). Nessuno degli incursori riuscì a tornare a bordo: il sommergibile continuò ad aspettare anche molto oltre il tempo originariamente stabilito, rischiando di essere scoperto ed attaccato, finché alle 6.30 del mattino del 7 febbraio, essendo evidente che nessuno sarebbe più tornato, dovette iniziare la navigazione di ritorno verso Cagliari. Ormai a bordo l’aria era tanto viziata, a causa della prolungata immersione, che si faticava a respirare, e diversi uomini iniziavano a manifestare dolori alla testa, capogiri ed indebolimento: bisognava allontanarsi e stare in superficie un po’ per cambiare l’aria.

Su ciò che accadde agli incursori sembrano esistere due versioni abbastanza differenti. Secondo una (riportata da Pietro Faggioli), dopo le oltre due ore impiegate per raggiungere la costa con i battellini in gomma, gli arditi impiegarono altre cinque ore per trovare l’obiettivo: giunsero così al ponte ferroviario dello Oued Bou Donaou solo alle 4.30 del mattino del 7, quando in base ai piani si sarebbero già dovuti trovare sulla via del ritorno (il piano originario prevedeva un’ora e mezza per raggiungere la costa, tre ore per raggiungere l’obiettivo ed un’ora per tornare sul Malachite). Dato il poco tempo rimasto ed i chiarori dell’alba ormai incombente, gli incursori giudicarono che le condizioni non fossero più adatte a condurre l’attacco, e presero dunque la decisione di tornare sul Malachite, per ripetere l’attacco la notte successiva.
Tornati sulla costa, gli arditi si reimbarcarono sui canotti e si portarono alle sei del mattino sul punto concordato per l’appuntamento col sommergibile, effettuando i segnali previsti; ma non trovarono il Malachite, per cui dopo vana attesa si diressero nuovamente verso terra. Durante il tragitto verso la costa vennero avvistati da due aerei da caccia, e non appena toccarono terra vennero circondati e catturati da un nutrito reparto della Francia Libera.
Secondo la seconda versione (riportata da Daniele Lembo), invece, gli incursori, una volta raggiunto il viadotto, riuscirono ad eludere la sorveglianza nemica ed a piazzare le cariche, provocandone la distruzione, dopo di che cercarono di riguadagnare la costa braccati dagli inseguitori, mentre il Malachite veniva a sua volta attaccato da unità di superficie nemiche, che lo costrinsero a manovre evasive. Tale situazione impedì il ricongiungimento ed il recupero degli incursori, che rimasero sulla costa e vennero fatti prigionieri.
Non potevano sospettarlo, ma la cattura salvò probabilmente loro la vita, visto ciò che accadde al Malachite sulla rotta di ritorno.

La navigazione di rientro del sommergibile fu disturbata da saltuaria ricerca e caccia antisommergibile (per due volte il battello venne individuato da unità nemiche, e per due volte riuscì a fuggire), ma nonostante tutto il mattino del 9 febbraio il Malachite era giunto indenne nel punto di atterraggio di Cagliari, tre miglia a sud di Capo Spartivento (altra fonte riferisce "ad otto miglia da Capo Spartivento"), ormai in vista della costa sarda. A bordo ci si credeva ormai in acque sicure, e ci si preparava all’arrivo in porto.
Invece, era in agguato proprio in quella zona (costa sudoccidentale della Sardegna) il sommergibile olandese Dolfijn (tenente di vascello Henri Max Louis Frédéric Emile van Oostrom Soede): si trattava di un’unità della numerosa e riuscita classe britannica "U", ceduta prima del completamento alla Marina del Governo olandese in esilio ed armata da equipaggio olandese. Dislocato ad Algeri con la 8a Flottiglia Sommergibili, il Dolfijn era alla sua prima missione in Mediterraneo; stava pattugliando il canale dragato di accesso a Cagliari, una decina di miglia a sud di Capo Spartivento.
Il battello olandese era immerso, per non essere visto da due piccole unità antisommergibili (altra fonte parla di alcuni motopescherecci intenti a pescare), quando alle 10.47 i suoi idrofoni rilevarono i rumori prodotti dalle eliche di una terza unità, su rilevamento 100°, lo stesso delle due unità antisommergibili. Dato che l’osservazione al periscopio mostrava che soltanto le due unità da pattugliamento erano in vista, Van Oostrom Soede dedusse che la terza unità dovesse essere un sommergibile immerso, e che le due unità antisommergibili in vista lo stessero aspettando per poi assumerne la scorta nel tratto finale della navigazione verso Cagliari.
Alle 10.48 il comandante olandese vide infatti il Malachite (che l’olandese identificò correttamente come un sommergibile italiano – la bandiera era chiaramente visibile –, probabilmente della “classe Gemma”, cioè classe Perla) emergere improvvisamente ad appena due miglia dalla sua posizione, su rilevamento 095°. Il Dolfijn virò con tutta la barra a dritta, per portarsi all’attacco; l’ufficiale addetto al lancio aveva quasi finito di determinare l’angolo per l’attaccco, quando alle 10.57 il Malachite modificò la propria rotta, costringendo il sommergibile olandese ad accostare rapidamente di 40° a sinistra e ricalcolare rotta e velocità del bersaglio. (Secondo altra versione, inizialmente la distanza era troppo elevata, e la rotta seguita dal sommergibile italiano inadatta per un lancio, ma alle 10.57 il Malachite, ignaro della presenza del nemico, accostò fatalmente proprio in direzione del Dolfijn).
Dopo aver nuovamente accostato a dritta, alle 10.59 il sommergibile olandese, da una distanza di 2000-2300 metri, lanciò tutti i quattro siluri dei tubi prodieri, a ventaglio (regolati per profondità comprese tra i due metri e mezzo ed i tre), con intervalli di otto secondi e mezzo tra l’uno e l’altro, per incrementare la probabilità di colpire.
Sul Malachite il nocchiere Sisto Fosci, vedetta di prua, avvistò le scie e gridò «Siluri a sinistra ore 8»; il comandante Cinti ordinò di mettere tutta la barra a dritta, e con tale pronta manovra il sommergibile riuscì ad evitare tre siluri, che gli passarono a proravia: il primo a 50 metri di distanza, il secondo a cinque, il terzo a meno di un metro di distanza. Ma non fu così per il quarto siluro, che circa due minuti dopo il lancio (11.03 ora italiana) colpì il Malachite sul lato sinistro, a poppavia della torretta (sul Dolfijn, prima che la parziale perdita di assetto causata dal lancio obbligasse a ritirare il periscopio, vennero viste due scie passare a proravia del Malachite; ciò indusse il comandante olandese – che non poté osservare il momento dell’impatto per il motivo appena detto – a ritenere che il terzo siluro avesse colpito, ma da testimonianze italiane appare invece che si trattasse del quarto). Il sommergibile italiano iniziò subito ad affondare di poppa; quando era già quasi completamente sott’acqua, il Malachite s’impennò improvvisamente levando la prua quasi verticalmente, interamente fuori dell’acqua fin quasi all’altezza della torretta, dopo di che affondò nel volgere di un istante. In soli 50 secondi dall’impatto del siluro il battello italiano si era inabissato nel punto 38°42’ N e 08°52’ E (a sud della Sardegna), tre miglia a sud di Capo Spartivento sardo.
Il comandante Van Oostrom Soede, vedendo le unità antisommergibili precipitarsi sul punto dell’affondamento per recuperare i sopravvissuti del Malachite, diede ordine di allontanarsi, cosa che il Dolfijn fece silenziosamente, non visto da nessuno. Dopo aver ultimato il salvataggio, le due piccole unità lanciarono una trentina di bombe di profondità, ma ormai il sommergibile olandese si era allontanato (la distanza degli scoppi delle bombe venne valutata come oscillante tra le due e le dieci miglia).

L’equipaggio del Dolfijn in posa al ritorno dalla missione in cui affondò il Malachite (Dutch Navy Museum)

Su 48 uomini che formavano dell’equipaggio del Malachite, soltanto quattro ufficiali e nove tra sottufficiali e marinai (che si trovavano tutti o quasi tutti in coperta od in torretta al momento del siluramento), tra cui il comandante Cinti ed il comandante in seconda (tenente di vascello Giovanni Battista Cardillo), riuscirono a salvarsi. Gettati in mare dall’esplosione, furono tratti in salvo poco dopo dai cacciasommergibili ausiliari AS 8 Arcioni (già pirovedetta della Guardia di Finanza) e AS 63 Dori (ex motoveliero da pesca) del Comando di Cagliari, subito giunti sul posto (dovevano essere queste le due unità antisommergibili viste dal Dolfijn).
Morirono nell’affondamento un ufficiale (il sottotenente G.N. Giovanni Rubino, sottordine di macchina, che scomparve in mare dopo essere stato proiettato in mare dall’esplosione del siluro) e 34 tra sottufficiali e marinai.

I loro nomi:

Ernesto Ariani, sottocapo nocchiere, da Marciana Marina (disperso)
Sesto Andreolini, sottocapo silurista, da Castagneto Carducci (disperso)
Dante Baldassarre, marinaio, da Pescara (disperso)
Ermanno Bani, marinaio elettricista, da Livorno (disperso)
Dino Buglioni, sottocapo fuochista, da Camerino (disperso)
Corrado Cadaleta, secondo capo motorista, da Molfetta (deceduto)
Bruno Carotenuto, sottocapo fuochista, da Poggiomarino (disperso)
Otello Casadei, marinaio nocchiere, da Rimini (disperso)
Ruggero Casola, sergente furiere, da Venezia (disperso)
Giuseppe Cesarini, secondo capo silurista, da Viterbo (disperso)
Aldo Cesca, sergente radiotelegrafista, da Castelnuovo del Friuli (disperso)
Vittorio Colombo, sottocapo motorista, da Legnano (disperso)
Alterio Cozzolino, marinaio, da Civitavecchia (disperso)
Francesco Di Corato, capo motorista di seconda classe, da Andria (disperso)
Elios Durazzi, marinaio motorista, da Moglia (disperso)
Ettore Etro, sergente elettricista, da Bassano del Grappa (disperso)
Sebastiano Faoro, marinaio fuochista, da Arsiè (disperso)
Mario Fossati, secondo capo radiotelegrafista, da Roma (disperso)
Raffaele Franzoni, marinaio silurista, da Vibo Valentia (disperso)
Mario Giberto, sottocapo furiere, da Moneglia (disperso)
Nello Giovanetti, sottocapo cannoniere, da Premilcuore (disperso)
Angelo Lamonea, sottocapo radiotelegrafista, da Pietradefusi (disperso)
Egidio Lazzari, sottocapo fuochista, da Collio (disperso)
Mario Loi (o Loy), sottocapo motorista, da Trieste (disperso)
Renato Negrin, sottocapo radiotelegrafista (disperso)
Ermelindo Orlando, sottocapo elettricista, da Chiamano (disperso)
Carmine Passaro, sottocapo cannoniere, da Castellabate (disperso)
Pasquale Picca, sottocapo cannoniere, da Cervinara (disperso)
Vincenzo Piscopo, marinaio, da Napoli (disperso)
Mario Piuri, marinaio silurista, da Saronno (disperso)
Bruno Raviola, marinaio silurista, da Asti (disperso)
Giuseppe Rossi, secondo capo motorista, da Milano (disperso)
Giovanni Rubino, sottotenente del Genio Navale, da La Spezia (disperso)
Ottavio Sciarpella, sottocapo silurista, da Grosseto (disperso)
Giuseppe Serini, capo silurista di terza classe, da Bari (deceduto)


I sopravvissuti del Malachite in una foto scattata nel 1943, poco tempo dopo l'affondamento: il comandante in seconda T.V. Giovanni Battista Cardillo è il quinto da destra (da www.gammasom.it via www.u-historia.com)

Pelillo e Pappalardo, i due uomini lasciati a terra per quella missione, attesero con ansia l’arrivo dei sopravvissuti, e quando giunsero li abbracciarono tutti. Pelillo cercò tra di essi l’amico Mario Loi, ma non lo trovò: era rimasto in fondo al mare con il Malachite. Abbracciò anche il comandante Cinti, per la prima volta: «Era un ufficiale severo e molto serio, infatti quando quasi tutti soffrivamo il maledetto mal di mare lui rimaneva impassibile, solo al mio abbraccio colsi nel suo sguardo quello che nascondeva nell'animo».
Alpinolo Cinti sopravvisse anche al conflitto (nel corso del quale ottenne ben sei decorazioni al Valor Militare, due medaglie d’argento e quattro di bronzo) e proseguì la sua carriera nella Marina italiana del dopoguerra, raggiungendo il grado di ammiraglio e l’incarico di comandante della ridimensionata squadra sommergibili della Marina Militare; morì in età non ancora avanzata, stroncato da un infarto in riva al mare, dov’era solito recarsi all’alba per ricordare i suoi uomini inghiottiti dal Mediterraneo.


L’affondamento del Malachite nel giornale di bordo del Dolfijn (da www.uboat.net):

“1047 hours - Heard HE bearing 100°.
1048 hours - Sighted a submarine bearing 095°. Started attack. The submarine was identified as Italian, the Ensign was clearly visible, most likely a Gemma-class boat.
1059 hours - Fired a full salvo of four torpedoes from 2200 yards. One hit was obtained. The enemy quickly started to sink by the stern. When almost gone the submarine popped up vertically out of the water with the bow visible almost up to the conning tower before she slipped under the waves for the final time.”

Sisto Fosci, ultimo superstite in vita del Malachite, tra i figli del comandante Cinti (don Vittorio Cinti, a destra) e del comandante in seconda Cardillo (Giuseppe Rosario Cardillo, a sinistra), in una foto scattata nel 1994 a Porto Potenza Picena in occasione di una cerimonia in memoria del sottocapo Dino Buglioni, morto nell’affondamento del Malachite (da www.abyssi.it)

Il relitto del Malachite, localizzato con lo scandaglio nel settembre 1999 – dopo un anno di ricerche – dai subacquei cagliaritani Alberto Angius ed Enrico Saver, giace su un fondale sabbioso ad una profondità compresa tra i 117 ed i 124 metri, sbandato di 45° sulla sinistra e privo degli ultimi dieci metri della poppa. La prua è danneggiata dall’impatto con il fondale, mentre il resto del sommergibile (a parte la poppa distrutta dal siluro) si presenta in ottime condizioni, con pochissime incrostazioni, grazie all’elevata profondità. Sono ancora chiaramente riconoscibili il cannone, l’antenna del radiogoniometro, le camicie dei periscopi e la mitragliera contraerea; il boccaporto della torretta e quello di poppa sono entrambi aperti. Il moncone poppiero (lungo una decina di metri), staccato dallo scoppio del siluro, giace ad una cinquantina di metri dal resto del relitto. Il relitto è abitato da grosse cernie.
Forti correnti, reti da pesca e cime impigliate dal relitto, insieme all’elevata profondità, rendono l’immersione particolarmente difficile e pericolosa.
Il 9 febbraio 2013, in occasione del 70° anniversario dell’affondamento, è stata celebrata una duplice cerimonia commemorativa, con apposizione sul relitto (assicurato da subacquei all’antenna radio) di un guidone dell’A. C. X Flottiglia MAS (nell’erronea convinzione, già accennata in precedenza, che gli incursori trasportati dal Malachite nella sua ultima missione fossero della X MAS), la recitazione della Preghiera del Marinaio ed il lancio di una corona d’alloro sul punto dell’affondamento, dalla motovedetta M7V, alla presenza del comandante in seconda della Capitaneria di porto di Cagliari, capitano di fregata Martines, di alcuni reduci della X Flottiglia MAS (il presidente dell’associazione combattenti Masciadri, il vicepresidente Pogliani, l’ex paracadutista del Battaglione «N.P.» Ivan Bianchini), di alcuni soci dell’ANMI di Cagliari e di don Alessandro Amodeo, cappellano dell’Opera Apostolato del Mare di Trieste dell’associazione Stella Maris.
Il Comune di Castelraimondo (Macerata) celebra annualmente una cerimonia in ricordo del sottocapo Dino Buglioni, perito sul Malachite. Nel 1994 ha partecipato alla cerimonia il secondo capo Sisto Fosci, ultimo sopravvissuto del Malachite ancora in vita (da allora deceduto), insieme ai figli del comandante Cinti e del comandante in seconda Cardillo.

Un’altra immagine del Malachite


martedì 12 giugno 2018

Duino

Una bella cartolina raffigurante il Duino (da www.nauticots.forumattivo.com)

Piroscafo passeggeri di 1334 o 1344 tsl, 789 tsn e 1735 tpl, lungo 68,75-72,54 metri, largo 10,49 e pescante 4,18-4,22, con velocità massima di 13,5-15 nodi. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Adriatica, con sede a Venezia, ed iscritto con matricola 182 al Compartimento Marittimo di Venezia; nominativo di chiamata radio IBTJ. Poteva trasportare fino a 85 passeggeri in cabina ed aveva tre stive della capienza di 562 metri cubi.

Breve e parziale cronologia.

15 dicembre 1914
Impostato nel Cantiere San Marco di Trieste dello Stabilimento Tecnico Triestino (numero di costruzione 520) per la Società di Navigazione Dalmatia, con sede a Trieste e porto di registrazione Zara (all’epoca facente parte, come pure Trieste, dell’Impero Austro-Ungarico).
La costruzione procede a rilento a causa della prima guerra mondiale.


Il Duino (Claudio Piro – Archivio L’Arena di Pola)

11 luglio 1916
Varato nel Cantiere San Marco di Trieste. La priorità data alla costruzione di navi da guerra nell’impiego di scali, materiali e personale cantieristico, fa sì che il Duino rimanga incompleto fino alla fine del conflitto.
1918
Con la vittoria dell’Italia nella prima guerra mondiale, il crollo dell’Impero Austro-Ungarico e la nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi divenuto di Jugoslavia, Trieste (e con essa il Cantiere San Marco) entra a far parte del Regno d’Italia, mentre la Società Dalmatia si fonde con altre compagnie di navigazione jugoslave e rinuncia alla costruzione del Duino, stornando l’ordine.


La stessa cartolina, ma in bianco e nero e con livrea diversa da quella della società Adriatica (da www.nauticots.forumattivo.com)

7 giugno 1923
Finalmente completato, dopo otto anni e mezzo dall’impostazione, e noleggiato alla Società Anonima di Navigazione Lloyd Triestino, con sede a Triste.
1925 o 1926
Venduto dal Lloyd Triestino alla Compagnia di Navigazione San Marco (Società Anonima di Navigazione "San Marco"), con sede a Venezia.
4 aprile 1932
La Compagnia di Navigazione San Marco, insieme ad altre compagnie di navigazione dell’Adriatico (''Costiera'' di Fiume, ''Nautica'' di Fiume, ''Puglia'' di Bari, S.A.I.M. di Ancona e Società di Navigazione Zaratina di Zara), confluisce nella nuova Compagnia Adriatica di Navigazione S.A., con sede a Venezia.
Il Duino passa pertanto alla flotta della nuova compagnia, venendo adibito alla linea n. 8 (Ancona-Zara, giornaliera).

Il Duino nel 1933 (g.c. Giorgio Micoli via www.naviearmatori.net)

17 dicembre 1936
La Compagnia Adriatica di Navigazione diventa Società Anonima di Navigazione Adriatica, sempre con sede a Venezia.
Il Duino viene impiegato sulla linea n. 41 (Trieste-Zara-Gravosa-Venezia).


Il Duino negli anni Trenta (g.c. Giorgio Micoli via www.naviearmatori.net)

Giugno 1937
Assegnato alla linea n. 44 (Bari-Durazzo). Successivamente compie alcuni viaggi straordinari.
3 marzo 1938
Assegnato alle linee 61 (Rodi-Piscopi-Stampalia), 62 (Rodi-Castelrosso) e 63A (Rodi-Caso) nel Dodecaneso.

Tre donne posano per una foto davanti al Duino, ormeggiato vicino alla capitaneria di porto di Ancona, l’11 ottobre 1935 (g.c. Nedo B. Gonzales via www.naviearmatori.net)

1° gennaio 1940
Trasferito sulla linea n. 46 (Bari-Barletta-Manfredonia-Tremiti-Rodi Garganico-Lagosta).
Da una guida turistica del 1940 (Guide d’Italia – Albania – Consociazione Turistica Italiana) il Duino risulterebbe anche in servizio sulla linea 44-bis Bari-Brindisi-Albania, giornaliera.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. Il Duino non verrà mai requisito dalla Regia Marina, né iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato, ma continuerà invece ad effettuare servizio di linea, con qualche saltuario viaggio straordinario per esigenze di guerra.

Il Duino in una cartolina della società Adriatica (da www.adriatica.altervista.org)

Settembre 1940
Compie alcuni viaggi straordinari, con partenze regolate direttamente dalle autorità.
Successivamente ritorna al servizio di linea, fino alla perdita.
3 ottobre 1941
Danneggiato da una collisione con il piroscafo Francesco Crispi, avvenuta nel porto di Bari.

Il Duino in tempo di pace (da www.nauticots.forumattivo.com)

L’affondamento

Il 7 febbraio 1942 il Duino raggiunse Cattaro, in Montenegro, per un viaggio speciale, imbarcando personale militare che doveva rientrare in Italia.
Alle sei del mattino dell’8 febbraio il Duino – al comando del capitano di lungo corso Mario Olivotto, da Mestre – lasciò Cattaro diretto a Bari, dove sarebbe dovuto giungere alle 19 dello stesso giorno. A bordo si trovavano 44 uomini di equipaggio civile, 12 militari del C.R.E.M. (Corpo Reali Equipaggi Marittimi) addetti all’armamento di bordo e 161 passeggeri tra civili e – in maggioranza – militari che rimpatriavano, per un totale di 217 anime.
Ciò secondo i documenti dell’Archivio Storico della Marina Militare consultati da Pasquale Trizio, presidente dell'Associazione Marinara «Puglia»; il sito "Giornale Nautico Parte Prima" di Franco Prevato, basandosi su documentazione della società Adriatica, fornisce invece un dato leggermente differente sul numero dei passeggeri, che sarebbero stati 156, di cui 14 civili e 142 militari.
Tra i passeggeri militari vi era il generale di brigata Carlo Tucci, comandante della 18a Divisione Fanteria "Messina" (stanziata in Montenegro con compiti di occupazione), che rimpatriava dai Balcani per una licenza speciale.
Ma il piroscafo non giunse a destinazione all’orario previsto, né dopo tre ore, né dopo cinque.
Sulle prime, il mancato arrivo venne attribuito dal Comando Marina di Bari ad un ritardo dovuto alle cattive condizioni della carena del Duino, che nel giro di alcuni giorni doveva infatti entrare in cantiere per un turno di lavori: si erano già verificati parecchi ritardi durante i viaggi precedenti, proprio per questo motivo.
A mezzanotte del Duino non c’erano ancora notizie, ma a Bari si pensò che la nave fosse probabilmente rientrata a Cattaro per un’avaria: nessuno sembrò pensare all’eventualità che fosse accaduto qualcosa di più grave. In mare aperto, il tempo era da lupi: mare agitato, vento teso di scirocco, cielo coperto e scarsa visibilità.
Alle nove del mattino del 9 febbraio, dato che del Duino continuava a non esserci traccia, Marina Bari si decise a contattare Marina Teodo a Cattaro, via telegrafo, per chiedere notizie sulla nave: ma la risposta giunse solo dopo venti ore, alle 4.10 del 10 febbraio, quando Marina Teodo riferì che il Duino era regolarmente partito da Cattaro, dopo di che non se ne era saputo più niente. Non c’era stato alcun SOS da parte del piroscafo, ma nemmeno comunicazioni di altro tipo.
Solo a questo punto – il mattino del 10 febbraio, quasi due giorni dopo la scomparsa della nave – vennero avviate le ricerche. Sia da Bari che dalle basi del Montenegro decollarono alcuni aerei che batterono la rotta che il Duino avrebbe dovuto seguire, mentre vennero messe in allerta le stazioni di Vieste e Lagosta. Le ricerche, protrattesi per tutta la giornata del 10, non produssero alcun risultato.
L’11 febbraio ricominciarono le ricerche aeree, ma la fitta foschia obbligò i ricognitori a volare a 50 metri di quota, senza trovare nulla; neanche le stazioni semaforiche, i convogli in partenza e in arrivo e gli aerei che sorvolavano la zona per missioni di altro tipo ebbero qualcosa da segnalare.
Poco prima del tramonto dell’11, infine, fu il piroscafo Anna Martini a trovare qualcosa.
Partito da Bari alle 14.30, il mercantile avvistò a 17 miglia per 63° dal porto pugliese due zattere cariche di naufraghi, che agitavano le braccia e chiedevano aiuto. L’Anna Martini si avvicinò alle zattere e ne recuperò gli occupanti: 21 uomini fradici, semiassiderati e stremati da 72 ore passate senza cibo né acqua. Alcuni di essi chiesero di continuare a cercare, perché dovevano esserci almeno altre due zattere, che loro avevano visto allontanarsi dopo l’affondamento. Nel frattempo, però, era calato il buio; il mare era ancora mosso da scirocco, al punto da far rollare fortemente l’Anna Martini, che per salvare i naufraghi aveva fermato le macchine e si era traversato alle onde. Il comandante del piroscafo, pertanto, decise di rientrare subito a Bari, per consentire ai naufraghi del Duino di ricevere le cure necessarie il prima possibile.
All’alba del 12 febbraio presero il mare la torpediniera Insidioso, il dragamine RD 22 e due motovedette, assistite da un aereo, per cercare altri superstiti: diressero per il luogo dove l’Anna Martini aveva trovato le zattere, e l’RD 22 riuscì ad avvistare le altre due zattere di cui avevano parlato i naufraghi. Vennero così tratti in salvo altri 23 sopravvissuti; su una delle zattere si trovava anche un corpo senza vita. Ormai erano passati quattro giorni da quando il Duino era affondato.
Non furono trovati altri superstiti oltre ai 44 recuperati dall’Anna Martini e dall’RD 22; quattro o cinque giorni dopo la tragedia alcune salme vennero rivenute nei pressi di Otranto, ed il 22 febbraio vennero trovati sulla costa di Otranto i rottami di una scialuppa e due cadaveri, uno dei quali apparteneva al macchinista Ranieri.

Quello che era successo lo si apprese dai racconti dei sopravvissuti. Dopo la partenza il Duino, una volta uscito dalla zona dei campi minati a nord di Cattaro, aveva fatto rotta per Bari, navigando più lentamente del solito a causa del già citato cattivo stato della carena e della precaria visibilità causata dalle avverse condizioni meteomarine. Il faro di Bari era stato avvistato soltanto alle 18.45 dell’8 febbraio, quando – se si fosse potuto attenere agli orari previsti – il Duino si sarebbe già dovuto trovare all’imboccatura del porto pugliese: ed il tardivo avvistamento del faro aveva impedito al piroscafo di calcolare in tempo il punto nave, con tragiche conseguenze. (A proposito del faro, il rapporto della Marina asserì che questo fosse stato acceso fin dalle 17, mentre il generale Tucci, uno dei superstiti del Duino, sostenne invece che fosse stato acceso soltanto alle 18.45, troppo tardi per permettere un rilevamento corretto, date le condizioni di luce e di tempo e la foschia). Spinto fuori rotta dal vento di scirocco, il Duino era inconsapevolmente scarrocciato verso i campi minati difensivi italiani.
Dopo aver fatto il punto nave su San Cataldo, il piroscafo aveva corretto la rotta mettendo la prua su Bari, ma dopo pochi minuti era stato scosso da una violenta esplosione subacquea, che aveva aperto un grosso squarcio a prua sinistra: aveva urtato una mina degli sbarramenti difensivi italiani. Sbandato fortemente sulla dritta, il Duino era affondato di prua nel giro di due o tre minuti, intorno alle 18.50 dell’8 febbraio, a 7-8 miglia da Bari.

Al momento dell’affondamento, la maggior parte dell’equipaggio era nei ponti inferiori, intento nei preparativi per lo sbarco; altri stavano cenando sottocoperta, e tra di essi anche il radiotelegrafista (che non sopravvisse), il che spiega perché non venne lanciata una richiesta di aiuto via radio. La rapidità dell’affondamento del Duino significò che i più rimasero intrappolati nei ponti inferiori, ed affondarono con la nave; altri cercarono di calare le scialuppe di poppa, ma l’affondamento fu così rapido che non si fece in tempo a metterle a mare: cariche di gente, rimasero appese ai paranchi e vennero trascinate a fondo dalla nave. Si salvò soltanto chi si gettò in acqua in tempo e riuscì poi a raggiungere le zattere, che si erano staccate dal ponte di coperta mentre la nave affondava.
Molti naufraghi, scampati all’affondamento, morirono assiderati durante i tre giorni trascorsi alla mercé del mare, su zattere o aggrappati a rottami, prima che arrivassero i soccorsi.

Le vittime del Duino furono 173: perirono 37 uomini dell’equipaggio civile (tra cui il comandante Olivotto e tutti gli ufficiali tranne uno), 9 militari del C.R.E.M. addetti all’armamento di bordo e 127 passeggeri. Vennero salvati soltanto 7 membri dell’equipaggio civile (il secondo ufficiale di macchina, un marinaio, un fuochista, due giovanotti di coperta, un garzone di camera ed un piccolo di cucina, tutti feriti), tre membri dell’equipaggio militare e 34 passeggeri, tra cui 33 militari (compreso il generale Tucci) ed un unico civile.
"Giornale Nautico Parte Prima" fornisce, di nuovo, dati leggermente divergenti: secondo Prevato morirono 37 membri dell’equipaggio civile, 10 membri dell’equipaggio militare e 118 passeggeri (in tutto, 165 persone), mentre vennero salvati 45 uomini (7 membri dell’equipaggio civile e 38 passeggeri).

Sull’origine dell’esplosione subacquea che aveva affondato il Duino, si considerò anche l’ipotesi del siluramento da parte di un sommergibile, che venne però esclusa, dato che nessuno dei naufraghi riferì dell’avvistamento di scie di siluri o periscopi, né tantomeno dell’emersione di un sommergibile dopo l’affondamento. Oggi, infatti, si sa che nessun sommergibile britannico o Alleato si trovava nella zona al momento del disastro. Alcune fonti, perlopiù britanniche (ma anche "Navi mercantili perdute" dell’U.S.M.M., che fa coesistere le due ipotesi riferendo che il Duino avrebbe urtato una mina e sarebbe stato contemporaneamente silurato dall’Upholder), hanno riportato per qualche tempo che il Duino sarebbe stato silurato dal sommergibile britannico Upholder, il più famoso sommergibile della Royal Navy, che nel medesimo attacco avrebbe anche affondato il piroscafo Salpi. In realtà, si tratta di un errore: nel febbraio 1942 l’Upholder non si trovava al largo di Bari e nemmeno in Adriatico, bensì al largo della costa nordoccidentale della Sicilia, dove si svolse tutta la sua missione; l’8 febbraio attaccò infruttuosamente il piroscafo Bosforo al largo di Capo San Vito. Nemmeno il Salpi, peraltro, fu affondato dall’Upholder, ma andò invece anch’esso perduto per urto contro mina (posata probabilmente dal sommergibile HMS Rorqual) al largo della Sardegna, il 9 febbraio 1942.
Ipotesi più probabile per la perdita del Duino era dunque la mina: poteva essersi trattato di una mina alla deriva, strappata dal proprio ancoraggio dal maltempo, oppure la nave era incappata in un campo minato. Considerata la posizione stimata dell’affondamento del Duino, come già detto, appariva più verosimile la seconda delle due possibilità: il piroscafo, deviato più a nord della rotta che avrebbe dovuto seguire (a causa sia dello scarroccio causato dal vento da sudest, che di un errore nella stima della propria posizione dovuto al ritardo nell’avvistamento del faro di Bari), era inavvertitamente entrato in uno degli sbarramenti difensivi italiani posati al largo di Bari. Probabilmente, in particolare, si era trattato del campo minato difensivo posato il 21 giugno 1940 dal cacciatorpediniere Carlo Mirabello.
Si criticò, giustamente, il tardivo invio dei soccorsi, con ricerche avviate soltanto dopo che erano trascorsi due giorni senza notizie della nave: in tempo di guerra, dove i rischi erano sempre presenti (anche se l’Adriatico era un mare relativamente tranquillo sotto questo aspetto), fu grave mancanza liquidare il forte ritardo come dovuto ad un’avaria, senza contattare Marina Teodo fino al mattino del 9 febbraio, come grave fu pure l’enorme lasso di tempo – quasi venti ore – che Marina Teodo lasciò passare prima di rispondere alla richiesta di notizie di Marina Bari. Soccorsi più tempestivi avrebbero permesso di salvare più naufraghi, che soccombettero al freddo e allo sfinimento nei tre giorni trascorsi tra l’affondamento e l’avvistamento dei primi sopravvissuti. Il generale Tucci elogiò la condotta di uno dei pochi sopravvissuti dell’equipaggio, il fuochista Tindaro Falcone, che durante l’affondamento aveva mantenuto la calma e si era prodigato nell’assistere i passeggeri, aiutando lo stesso Tucci ad indossare il salvagente; il suo comportamento fu improntato «ad altissimo senso del dovere e a spirito di sacrificio degni di ogni ammirazione».
La notizia dell’affondamento del Duino, come tante altre tragedie simili, venne passata sotto silenzio a causa della censura di guerra.

(foto tratta da www.modellismopiu.net)