mercoledì 20 settembre 2023

MZ 783

Profilo delle motozattere tipo MZ-B, cui apparteneva la MZ 783 (Historisches Marinearchiv)

Motozattera della seconda serie della classe MZ, tipo "MZ-B", costruita per trasportare anche carri armati grazie ad una stiva più alta ed al portellone di sbarco rinforzato rispetto alle unità della serie precedenti. Lunga 46,50 metri e larga 6,50, con un pescaggio di 1,18 metri se scarica, dislocava 140 o 174 tonnellate, che salivano a 279 a pieno carico (poteva caricare 65 tonnellate di materiali). Era propulsa da tre motori diesel prodotti dalle Officine Meccaniche di Milano, della potenza complessiva di 450 HP, su altrettante eliche; raggiungeva una velocità di 11-12 nodi, con un’autonomia di 1450 miglia a 8 nodi. L’armamento consisteva in un cannone da 76/40 mm e due mitragliere da 20/70 mm.
 
Breve e parziale cronologia.
 
Novembre 1942
Impostata dai Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 1425).
15 febbraio 1943
Varata nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone.
4 marzo 1943
Entrata in servizio (altra fonte colloca l’entrata in servizio al 1° marzo).
20 marzo 1943
Alle 19 la MZ 783 (guardiamarina Gaetano Luigi Mereu) salpa da Trapani insieme alle gemelle MZ 778 (capoconvoglio, tenente di vascello Giorgio Lupo), MZ 779, MZ 781 e MZ 782, per una missione di trasporto di rifornimenti verso la Tunisia.
Durante la notte, circa a metà della traversata del Canale di Sicilia, si aggrega al convoglio anche la motozattera MZ 786 (guardiamarina Mario Lanfredi), partita da Palermo e carica di benzina e carri armati. Si posiziona sulla sinistra della MZ 778.
21 marzo 1943
Alle 5.28 le motozattere del convoglio vedono un’enorme vampata levarsi dalla MZ 786, che viene subito avvolta dalle fiamme: il suo carico di benzina, pompata nei doppi fondi, ha preso fuoco.
La MZ 783, trovandosi sopravvento, è insieme alla MZ 781 l’unica motozattera del convoglio che non è costretta ad allontanarsi dall’unità incendiata per il rischio di essere raggiunta dal carburante in fiamme, riversatosi in mare e rapidamente sparsosi sulla superficie intorno alla MZ 786. Dopo che la MZ 781 ha compiuto un giro attorno al relitto incendiato della MZ 786 (che continua a girare in tondo spargendo altro carburante in fiamme, avendo il timone incatastato ed il motore ancora in funzione) senza avvistare naufraghi, la MZ 783 rimane nei pressi del relitto e mette a mare un battellino per cercare eventuali sopravvissuti; nel corso delle ore successive l’imbarcazione recupera dal mare il nocchiere Gioacchino Terzo, il sergente cannoniere Antonio Pastore e quattro carristi (che viaggiavano sulla MZ 786 per accompagnare in Africa i loro carri armati), tutti gravemente ustionati e quasi irriconoscibili. Pastore muore poco dopo il salvataggio. Per ultimi vengono tratti in salvo e portati sulla MZ 783 il direttore di macchina della MZ 786, capo Alfonso Ghirardini, ed un sergente nocchiere, che non presentano invece ferite gravi.
Ulteriori ricerche risultano del tutto infruttuose: non ci sono altri sopravvissuti; la MZ 778 finisce a cannonate il relitto in fiamme della 786 in posizione 37°33' N e 10°54' E (a nord di Capo Bon), poi alle 9.30 la flottiglia riprende la navigazione verso Biserta, dove giunge in giornata.
23 marzo 1943
Lascia Biserta per rientrare in Italia, insieme alle altre motozattere.
24 marzo 1943
Arriva a Trapani.
 
Mine
 
L’incredibile storia della MZ 783 mostra come nemmeno le motozattere, a dispetto del ridottissimo pescaggio, potessero considerarsi al sicuro dall’arma più insidiosa della guerra sul mare: la mina.
Il mattino del 24 marzo 1943 un convoglio di quattro cacciatorpediniere, in missione di trasporto truppe verso la Tunisia, incappò in un campo minato posato alcune settimane prima dal posamine britannico Abdiel nel canale di Sicilia: affondarono i cacciatorpediniere Ascari e Lanzerotto Malocello, con i quali scomparvero in mare quasi mille uomini tra membri degli equipaggi e soldati tedeschi diretti in Tunisia. Per soccorrere i naufraghi, dalla Sicilia e dalla Tunisia furono inviate sul luogo del disastro alcune motozattere, che per le loro caratteristiche erano ritenute più adatte ad affrontare i pericoli di una zona minata; il Comando della 4a Flottiglia Motozattere, di stanza a Trapani, dispose che almeno due delle sue unità, rientrate da poche ore da una missione di trasporto in Tunisia, riprendessero subito il mare per andare in soccorso dei naufraghi di Ascari e Malocello. Il tenente di vascello Giorgio Lupo, comandante della MZ 778 ed ufficiale più anziano, scelse per il difficile compito la sua unità e la MZ 783, comandata dal guardiamarina Gaetano Luigi Mereu; inoltre per avere un aiuto fece imbarcare sulla MZ 778 anche il sottotenente di vascello Giorgio Arcangeli, comandante della MZ 724, e sulla MZ 783 il guardiamarina Fioravanti Tartuffo, comandante della MZ 784.
 
Alle 18.30 MZ 783 e MZ 778 salparono dunque da Trapani e si diressero a dieci nodi verso il luogo del disastro, scontrandosi con il mare da scirocco, che andava peggiorando. Alle 2.30 del 25 marzo avvistarono una nave ospedale illuminata e tentarono di avvicinarsi per chiedere maggiori informazioni, ma questa, non avendole viste nell’oscurità, rimise in moto e si allontanò. Alle 3.30 il tenente di vascello Lupo giudicò di essere giunto sul luogo del duplice affondamento ed ordinò di iniziare il rastrello, sottovento rispetto all’area in cui i due cacciatorpediniere dovevano essere affondati, per tener conto dello scarroccio. Nel giro di un’ora, le due motozattere si persero di vista, e proseguirono le ricerche ognuna per conto proprio.
Il mare mosso faceva rollare e beccheggiare fortemente le piccole unità, i cui scafi sprofondavano a volte nel cavo delle onde immergendosi al di sotto del loro normale pescaggio, ed avvicinandosi così alla profondità a cui potevano trovarsi le mine. Alle 6.40 la MZ 783 venne scossa da una violenta esplosione: prima che il comandante Mereu, che con Tartuffo e parte dell’equipaggio si trovava in coperta, potesse rendersi conto di cosa fosse successo, tutta la poppa era scomparsa, troncata di netto ad un paio di metri dalla plancia. Con essa si erano inabissati i nove uomini che si trovavano nel locale equipaggio, situato a poppa estrema. Non c’era stato il tempo di fare niente, probabilmente non avevano nemmeno avuto il tempo di comprendere cosa stesse accadendo.
Di colpo l’equipaggio della MZ 783 era stato dimezzato: su 18 uomini presenti a bordo al momento della partenza da Trapani, ne rimanevano ora nove: Mereu, Tartuffo, i nocchieri Giuseppe Bologna e Giovanni Puma, il mitragliere Davide Manfrini, il radiotelegrafista Mario Calvanese, illesi; il sergente nocchiere Anchise Coli, il sergente cannoniere Luigi Nocera ed il marinaio cannoniere puntatore scelto Damiano Granata, feriti. Granata era grave. Subito gli uomini rimasti indenni prestarono i primi soccorsi ai tre feriti, che si trovavano vicino al cannone, tra i sacchetti di sabbia. Tutt’attorno al cannone si erano sparpagliate le munizioni delle riservette, già spolettate, per fortuna senza esplodere.
 
Mereu ritenne poi che l’esplosione fosse stata causata da una mina magnetica. Un primo esame dei danni mostrò che la poppa era stata asportata a partire dal locale motori, che era andato distrutto; lo scafo, a causa del sollevamento della poppa, aveva subito una flessione al centro con conseguente allagamento dei doppi fondi di dritta, del deposito munizioni e dell’alloggio del comandante, oltre ad infiltrazioni d’acqua nella stiva. Venne verificata la chiusura stagna di tutti gli sfoghi d’aria delle sentine; penetrato nel suo alloggio semiallagato, il comandante Mereu tentò di trasmettere la posizione della sua unità con il radiotelefono, ma l’acqua che aveva allagato lo scomparto delle batterie aveva messo fuori uso il prezioso apparato.
Senza più eliche né timoni, la motozattera era diventata una semplice zattera, ed i suoi occupanti poco più che naufraghi, nemmeno in grado di comunicare a terra la loro critica situazione. Se non altro, per quanto mutilata, la MZ 783 sembrava galleggiare bene; occorreva periodicamente svuotare la stiva dell’acqua che vi si infiltrava, operazione che Mereu ordinò di effettuare ogni tre ore. Per stabilizzare la piccola unità a fronte del mare e del vento in forte aumento, Mereu diede ordine di calare le due ancore di prua, filando tutti i cento metri di cavo da entrambe le parti.
Non rimaneva ora che aspettare e sperare che la MZ 778, o qualche altro mezzo navale od aereo, avvistasse la MZ 783 e si rendesse conto della sua critica situazione. Purché ad avvistarla per prima non fosse il nemico.
Nella stiva era stato rinvenuto un barilotto con una dozzina di litri d’acqua dolce, che Mereu razionò assegnando a ciascuno un terzo di bicchiere al giorno, mentre dalla cambusa, interamente allagata, venne recuperato un sacco di gallette, ormai imbevute di acqua salata e di nafta.
 
Non sarebbe stata la MZ 778 ad andare in soccorso dell’unità gemella: Mereu non lo poteva sapere, ma alle 9.05 la motozattera del tenente di vascello Lupo era stata mitragliata da alcuni caccia P-38 "Lightning", che l’avevano seriamente danneggiata e costretta a rientrare alla base.
Alle undici la MZ 783 avvistò due convogli di aerei, di cui cercò vanamente di attirare l’attenzione; meglio andò alle 16.30, quando due bimotori della Luftwaffe avvistarono la motozattera danneggiata e la sorvolarono a bassa quota a più riprese, segno evidente che si erano accorti della sua situazione. Mezz’ora più tardi sopraggiunsero altri due aerei tedeschi ed un idrovolante anch’esso tedesco, che a dispetto del forte vento sorvolarono ripetutamente a bassa quota la MZ 783, lanciandole un pacco di provviste e diversi battelli pneumatici, che però l’equipaggio della motozattera non riuscì a recuperare a causa del forte vento che li aveva fatti cadere in mare e li spingeva rapidamente lontano. Mare e vento andavano infatti peggiorando, e la motozattera andava accentuando il suo sbandamento sulla dritta. Alle sei di sera Damiano Granata, il ferito grave, esalò l’ultimo respiro: niente si era potuto fare per aiutarlo, in mancanza di personale ed attrezzature mediche adeguate.
 
Il mattino del 26 marzo l’equipaggio della motozattera avvistò un aereo a grande distanza, che da parta sua non sembrò averla vista. Il preoccupante sbandamento sulla dritta, ormai di trenta gradi, indusse a procedere all’allagamento della cala del nostromo a sinistra, al fine di controbilanciarlo; le condizioni meteomarine non accennavano a migliorare. Passò un altro giorno, senza che nessuno giungesse in soccorso. Alle 12.30 del 27 marzo gli uomini della MZ 783 avvistarono un altro aereo e, credendolo amico, sventolarono i salvagente rossi per richiamarne l’attenzione: ma il velivolo, puntando sulla sinistra della motozattera, sganciò da trenta metri di quota una bomba, ad una ventina di metri di distanza sul traverso della motozattera. Fortunatamente, l’ordigno rimbalzò e sorvolò la piccola unità prima di ricadere in mare sulla dritta, senza esplodere; dopo aver lanciato la bomba, l’aereo aprì il fuoco sulla motozattera con la mitragliatrice di coda, indi effettuò un secondo passaggio mitragliando a bassa quota e poi se ne andò. Se non altro, questo attacco causò danni di rilievo solo al di sopra della linea di galleggiamento.
Alle cinque di quel pomeriggio vennero avvistati due trimotori italiani Savoia Marchetti S.M. 81, che tuttavia non si avvicinarono. Unica buona notizia per quel giorno, nel corso del pomeriggio vento e mare andarono gradualmente migliorando.
 
Il mattino del 28 marzo una aereo passò ad alta quota sopra la MZ 783, mentre il vento continuava a soffiare da sudest. Anche questo giorno passò senza che nessuno giungesse in aiuto, ma finalmente, alle sei del mattino del 29 marzo, venne avvistata la terraferma: era la costa della Sardegna. Il vento aveva cambiato direzione e spingeva la motozattera proprio verso la costa; non essendoci abbastanza uomini per salpare le due ancore, il comandante Mereu diede ordine di filarle in mare, e fece preparare una zattera di fortuna con cui raggiungere la terra nel caso il vento fosse nuovamente girato ed avesse nuovamente sospinto il relitto galleggiante della MZ 783 verso il mare aperto. Per tutta la mattina l’equipaggio sparò diversi razzi di segnalazione Very, nella speranza che qualcuno li vedesse dalla riva; alle due del pomeriggio venne avvistato un motoveliero, che alle 14.45 prese la MZ 783 e diresse su Arbatax, dove finalmente giunse alle sei di quella sera. La motozattera di Mereu era andata alla deriva per quattro giorni e mezzo, coprendo una distanza di quasi trecento miglia.
 
Quel che restava della motozattera venne preso in consegna dal capitano di corvetta che comandava il distaccamento di Marina Arbatax, mente gli otto “naufraghi” mangiavano e pernottavano in città. Coli e De Nocera vennero ricoverati nella locale infermeria, mentre il corpo di Granata fu lasciato a bordo della MZ 783.
Il mattino del 30 marzo i superstiti furono condotti in ambulanza a Cagliari, dove vennero presentati all’ammiraglio. Coli e De Nocera vennero poi ricoverati in un ospedale della zona, mentre i sei uomini rimasti indenni furono mandati l’indomani all’Ospedale Militare Marittimo della Maddalena.
 
Le vittime:
 
Antonio Bisaccia, marinaio motorista, da Villa San Giovanni
Luigi De Cicco, marinaio cannoniere, da Napoli
Damiano Granata, marinaio cannoniere, da Gaeta
Firmo Pedretti, marinaio cannoniere, da Villa Carcina
Giuseppe Piccinno, marinaio segnalatore, da Bagnolo del Salento
Wladimiro Sangiorgio, marinaio cannoniere, da Dubino
Bruno Sauri, sergente motorista, da Venezia
Luciano Soldati, marinaio motorista, da Carrara
Mario Valle, marinaio cannoniere, da Recco
Pietro Villani, marinaio cannoniere, da Agerola
 
La motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare conferita al guardiamarina Gaetano Luigi Mereu, nato a Nuoro il 29 luglio 1920:
 
"Comandante di motozattera in missione verso una base avanzata per salvataggio di naufraghi, saltata l'unità su mina e avuta asportata la poppa, dimostrava durante 5 giorni in cui la motozattera con mare tempestoso è andata alla deriva, animo virile e sereno coraggio. Ha saputo infondere ai superstiti dell'equipaggio la fiducia e la certezza, prendendo tutte le disposizioni utili per portare a salvataggio il relitto. Bell'esempio di virtù militari, e di sentimento del dovere. (Mediterraneo Centrale, 24 -29 marzo 1943)."
 
La motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare conferita al guardiamarina Fioravanti Tartuffo, nato a Pietra Ligure il 28 dicembre 1921:
 
"Comandante di motozattera, appena rientrato da missione verso base avanzata si offriva volontariamente per coadiuvare altro comandante che riusciva immediatamente per salvataggio naufraghi. Saltata l'unità su mina e asportata la poppa, per 5 giorni in mare tempestoso, coadiuvava con fermo coraggio il comandante per cercare con tutti i mezzi il salvataggio del rottame alla deriva. Magnifico esempio di virtù militari e di sentimento del dovere. (Mediterraneo Centrale, 24-29 marzo 1943)."
 
La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita al sergente nocchiere Anchise Coli (nato a Monte Argentario il 7 luglio 1919), al sergente cannoniere Luigi Nocera (nato a Castellammare di Stabia il 3 giugno 1914), ai marinai nocchieri Giovanni Puma (nato a Pozzallo il 4 gennaio 1920) e Giuseppe Bologna (nato a Palermo il 1° gennaio 1919), al marinaio cannoniere puntatore mitragliere Davide Manfrini (nato a Rovereto il 1° dicembre 1922)
 
"Con sereno spirito di abnegazione ed entusiasmo, appena rientrato da una missione verso base avanzata, riprendeva subito il mare per tentare il salvataggio di naufraghi. Sinistrata la nave per esplosione su mina, durante cinque giorni di navigazione alla deriva, con mare tempestoso fra stenti e privazioni, mostrava di possedere forti virtù militari e marinaresche, rendendosi di valido aiuto a bordo. (Mediterraneo Centrale, 24-29 marzo 1943)."
 
Alla memoria dei dieci caduti venne conferita la Croce di Guerra al Valor Militare.
 
 
Nonostante i gravissimi danni, la MZ 783 venne ritenuta ancora riparabile, e da Arbatax fu portata a Livorno, dove entrò in cantiere per i lavori di ricostruzione della poppa. I lavori erano ancora lungi dal completamento quando l’8 settembre 1943 venne annunciato l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, e l’indomani Livorno fu occupata dalle truppe tedesche; al pari delle altre unità che vi si trovavano in lavori ed erano impossibilitate a muovere (le corvette Antilope, Artemide e Camoscio, più le corvette Alce, Capriolo, Cervo, Renna, Daino e Stambecco ed i cacciatorpediniere Carrista, Corsaro II, Comandante Margottini, Comandante Borsini e Comandante Baroni, ancora in costruzione od in allestimento), la MZ 783 cadde così in mano tedesca e venne incorporata nella Kriegsmarine con il nuovo nome di F 2783 (per altra fonte, F 4777, ma sembra probabile un errore).
 
Assegnata alla 2. Landungsflottille, se ne perdono le tracce: dalla documentazione tedesca non emerge alcuna notizia sulla sua sorte successiva alla cattura. Con ogni probabilità, i lavori di riparazione non furono mai completati, ed il moncone di motozattera rimase inutilizzato a Livorno finché non fu distrutto da uno degli innumerevoli bombardamenti angloamericani che devastarono la città toscana nel 1943-1944, o venne autoaffondato dai tedeschi come ostruzione prima della loro ritirata nel luglio 1944.
 
 

venerdì 1 settembre 2023

Algerino

L'Algerino (Coll. Giorgio Spazzapan)

Piroscafo da carico di 1370,78 tsl e 792,74 tsn, lungo 68,52-72,8 metri, largo 10,51 e pescante 3,64-3,81, con velocità di 9,53 nodi. Di proprietà della Società Anonima di Navigazione Tripcovich & C. di Trieste, iscritto con matricola 257 al Compartimento Marittimo di Trieste, nominativo di chiamata IJLG.
 
Breve e parziale cronologia.
 
11 ottobre 1920
Varato presso i cantieri Vulcan-Werke A.G. di Amburgo (numero di costruzione 680) come Cairo.
16 febbraio 1921
Completato come Cairo per la Hamburg Amerikanische Packetfahrt Aktien Gesellschaft (HAPAG) di Amburgo, nota anche come Hamburg-Amerika Linie. Porto di registrazione Amburgo, stazza lorda originaria 978 o 987 tsl (in seguito portata a 1414 tsl), netta 530 o 446 tsn, portata lorda 1350 tpl, dislocamento 2475 tonnellate.
In gestione alla Deutsche Levante Linie di Amburgo, una controllata della HAPAG; ha una nave gemella, l'Aleppo, che andrà perduta per collisione dopo soli tre anni di servizio.
1924
Il porto di registrazione viene cambiato da Amburgo a Brema.
28 o 30 maggio 1925
Acquistato dalla Bugsier Reederei und Bergungs A. G. di Amburgo e ribattezzato Holstenau.
4 giugno 1926
Acquistato dall'armatore Danilo Tripcovich di Trieste (o Società Anonima di Navigazione, Rimorchi e Salvataggi D. Tripcovich) e ribattezzato Algerino.
Stazza lorda e netta sono 978 tsl e 446 tsn.
1928
Stazza lorda e netta risultano essere 987 tsl e 530 tsn; l'armatore ha mutato ragione sociale in Compagnia Generale di Navigazione D. Tripcovich. Nominativo di chiamata NCPI.
1932
Altro cambio di ragione sociale dell'armatore, che diviene D. Tripcovich & C. Società Anonima di Navigazione, Rimorchi e Salvataggi.
1935
Il nominativo di chiamata diviene IJLG.
1936
Nuovo cambio di ragione sociale dell’armatore: "Tripcovich" Servizi Marittimi del Mediterraneo.
1938
L'armatore ritorna ad essere D. Tripcovich & C. Società Anonima di Navigazione, Rimorchi e Salvataggi.
22 settembre 1940
L'Algerino ed i piroscafi Silvano e Doris Ursino salpano da Tripoli per Palermo alle 14.30. Li scorta fino al tramonto la torpediniera Orsa, poi rilevata dalla torpediniera Aldebaran.
24 settembre 1940
In seguito ad allarme per sommergibili, alle dieci la scorta viene rinforzata dalle torpediniere Altair e Sagittario.
26 settembre 1940
Il convoglio raggiunge Palermo alle 7.30.
27 luglio 1942
Requisito a Cagliari dalla Regia Marina, senza essere iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
8 agosto 1942
Verso mezzogiorno l'Algerino viene avvistato dal sommergibile britannico P 42 (poi Unbroken; tenente di vascello Alastair Campbell Gillespie Mars) mentre è in navigazione senza scorta lungo la costa, a sud di Capo Bonifati ed al largo di Capri (secondo una fonte stava rientrando dall'Africa in zavorra). Mars identifica l'Algerino come una nave da carico costiera (“coastal tramp”) di circa 2000 tsl, in navigazione di conserva con un peschereccio d’altura di moderna costruzione.
Alle 12.23, in posizione 39°23' N e 15°56' E, il P 42 lancia un siluro contro l'Algerino da 915 metri di distanza (gli ordini sono di lanciare una salva di siluri soltanto contro bersagli di medio-grande tonnellaggio), per poi allontanarsi in previsione di un contrattacco che però non si verifica. Il siluro non va a segno.
26 agosto 1942
L'Algerino salpa da Palermo alle 00.00 diretto a Tripoli, da solo e senza scorta. I decrittatori britannici di “ULTRA” intercettano un messaggio in codice da cui apprendono che la nave è attesa a Tripoli, ma la sua navigazione non sarà comunque molestata.
29 agosto 1942
Arriva a Tripoli alle otto, dopo aver percorso le rotte costiere della Tunisia.
4 settembre 1942
Salpa da Tripoli per Suda alle 21, da solo e senza scorta.
7 settembre 1942
Arriva a Suda alle otto.
4 ottobre 1942
L'Algerino lascia Tripoli alle 21 diretto a Napoli via Susa, con la scorta della torpediniera Generale Antonino Cascino. Questa lo accompagna però soltanto fino a Lampedusa.
7 ottobre 1942
Arriva a Susa alle otto del mattino, sostandovi per due giorni.
9 ottobre 1942
Lascia Susa alle tre di notte.
11 ottobre 1942
Arriva a Napoli alle 12.15.
22 ottobre 1942
L'Algerino lascia Trapani per Tripoli alle 15.20, scortato dalle torpediniere Centauro (caposcorta) e Cigno (di pattugliamento).
26 ottobre 1942
Arriva a Tripoli alle tre di notte.
2 novembre 1942
Iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato nella categoria delle navi onerarie, a partire dalle 00.00.
 
L'affondamento
 
Alle otto di sera del 24 novembre 1942 l'Algerino, al comando del sottotenente di vascello militarizzato Ettore Natale, salpò da Tripoli diretto a Buerat el Hsun con un carico di munizioni, scortato dalla cannoniera-cacciasommergibili Eso (tenente di vascello Gian Battista Garrone). In seguito alla sconfitta di El Alamein, il porticciolo di Buerat era il più vicino alla nuova, effimera linea del fronte stabilita dall’armata italo-tedesca in ritirata attraverso la Libia; cadute Tobruk e Bengasi il 13 ed il 20 novembre, il traffico di cabotaggio che per anni, partendo da Tripoli, aveva alimentato le truppe dell'Asse attraverso i porti più avanzati era ormai in via di esaurimento.
Secondo una fonte britannica (il libro "The Armed Rovers" di Roy Conyers Nesbit) avrebbero fatto parte del piccolo convoglio anche due motozattere tipo MZ/MFP, ma di esse non si fa menzione nella storia ufficiale dell'USMM.
 
Intorno alle dieci del mattino del 25 novembre il convoglio, che seguiva la rotta costiera, venne attaccato al largo di Zliten, tra Homs e Misurata, da quelli che da bordo delle navi vennero identificati come sei bombardieri; in realtà gli attaccanti erano otto, cacciabombardieri Bristol Beaufighter del 227th Squadron della Royal Air Force, decollati dalla base maltese di Ta’ Qali e guidati dal tenente colonnello Cedric Masterman. Quattro Beaufighters erano armati con due bombe da 500 libbre (227 kg) ciascuno, gli altri quattro non portavano bombe ed erano incaricati di sopprimere il fuoco contraereo delle navi.
Gli attaccanti abbatterono il solitario aereo di scorta antisommergibili alle navi ed attaccarono queste ultime con lancio di bombe; l'Eso aprì il fuoco sia con l’armamento contraereo che con quello principale, ma il suo fuoco sembrò in parte essere “soppresso” dagli attacchi dei quattro Beaufighter senza bombe, a giudizio dei piloti. Il sergente Casimir Marmaduke “Cas” de Bounevialle si avvicinò con il suo Beaufighter fino a sessanta metri senza notare alcun tiro contraereo, ma dovette invece notarlo il tenente canadese John Archibald Rae, il cui Beaufighter, colpito da schegge di proiettili contraerei, fu costretto ad effettuare un atterraggio d’emergenza a Ta’ Qali.
Nessuno degli ordigni colpì direttamente l'Algerino, ma una salva di bombe, esplose in mare a ridottissima distanza, danneggiarono lo scafo causando infiltrazioni che le pompe non furono in grado di contenere, tanto che in poco tempo l’acqua raggiunse i forni delle caldaie, spegnendoli. (Le bombe erano probabilmente quelle sganciate dal capitano canadese Dallas Wilbur Schmidt, che ritenne erroneamente di aver colpito l'Algerino con una bomba sulla prua; Schmidt era uno dei migliori piloti di Beaufighter di Malta, e nei mesi precedenti aveva già affondato il piroscafo Carbonia e la nave cisterna Sanandrea).
 
In via di lento affondamento, l'Algerino venne preso a rimorchio dall'Eso, che tentò di riportarlo a Tripoli, ma alle 18.30 dovette essere portato all’incaglio su un bassofondale, a 150 metri dalla riva, nel tentativo di scongiurarne l’affondamento. Tutto inutile; la nave affondò nella notte, entro le undici del 26 novembre giaceva completamente sul fondale con il castello a fior d’acqua, in posizione 32°26' N e 14°48' E (a 14 miglia per 104° da Zliten ed una dozzina di miglia ad ovest di Misurata).
Non vi furono vittime, anche se parecchi membri dell’equipaggio rimasero feriti, fortunatamente nessuno in modo grave.
 
Nel diario del Comando Supremo italiano, dopo la notizia della perdita dell'Algerino, è annotata la seguente precisazione: “Bastico aveva espresso al Comando tedesco parere contrario che detto piroscafo fosse impiegato nel cabotaggio libico lungo la Sirtica data esperienza scorso anno in cui erasi dovuto sospendere tale cabotaggio per gravissime perdite subite”.
Alberto Santoni, nel suo libro "Il vero traditore", riferisce che il 22 novembre i decrittatori di “ULTRA” intercettarono messaggi dell'Asse da cui appresero che l'Algerino, al pari di altri piroscafi di simile tonnellaggio (l'Emilio Morandi, il Torquato Gennari ed il tedesco Salona), aveva ricevuto il 18 novembre l’ordine di caricare munizioni e carburante a Tripoli per portarle a Buerat, e che il 25 novembre “ULTRA” aveva decrittato altre comunicazioni sulla base delle quali aveva potuto informare i Comandi britannici che “l'Algerino e due mezzi da sbarco scortati da un cacciasommergibili sono partiti da Tripoli alle 20.00 del 24”. Tuttavia, in considerazione del fatto che quest’ultima decrittazione, l’unica da cui si potessero trarre informazioni utili per pianificare un attacco, venne compiuta soltanto il 25 novembre, e che l'Algerino fu attaccato il mattino di quel giorno, Santoni ritiene improbabile che l’intercettazione del piroscafo sia riconducibile all’operato di “ULTRA”.
 
Il volume USMM "Navi mercantili perdute" attribuisce erroneamente la perdita dell'Algerino al sommergibile britannico Umbra, mentre "La difesa del traffico con l'Africa Settentrionale dal 1° ottobre 1942 alla caduta della Tunisia", anch’esso dell'USMM, descrive correttamente la sua perdita per attacco aereo.