mercoledì 28 maggio 2014

Lafolè

Il varo del sommergibile (g.c. STORIA militare)

Sommergibile di piccola crociera della classe Adua (698 tonnellate di dislocamento in superficie e 866 in immersione). Effettuò cinque missioni di guerra (di cui quattro offensive), percorrendo in tutto 2442 miglia in superficie e 901 in immersione e trascorrendo 40 giorni in mare.

Breve e parziale cronologia.

30 giugno 1937
Impostazione nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano (La Spezia).
10 aprile 1938
Varo nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano (La Spezia).
13 agosto 1938
Entrata in servizio.
12 dicembre 1938
Dislocato a Lero alle dipendenze di Maricosom (il comando della flotta subacquea italiana) e precisamente del V Gruppo Sommergibili.
18 giugno 1939
Assume il comando del Lafolè il tenente di vascello Renato Barletta.
Maggio 1940
Assegnato alla LXII Squadriglia Sommergibili (VI Gruppo Sommergibili), con base a Tobruk, che forma insieme a Topazio, Nereide, Diamante e Galatea.
5-8 giugno 1940
Trasferimento da Augusta a Tobruk, al comando del tenente di vascello Renato Barletta.
9 giugno 1940
Salpa da Tobruk alle 17.45, al comando del tenente di vascello Renato Barletta ed insieme al Diamante (tenente di vascello Angelo Parla), per un pattugliamento a 20 (o 30) miglia per 030° da Ras Azzaz (al largo di Sollum); deve formare uno sbarramento insieme a DiamanteTopazio e Nereide, posizionati con un intervallo di 20 miglia l'uno dall'altro a partire dal punto a 30 miglia per 30° da Ras Azzaz, per proteggere i porti della Cirenaica e se possibile attaccare naviglio nemico in navigazione tra Alessandria d’Egitto e Malta.
10 giugno 1940
L'Italia entra nella seconda guerra mondiale. Alle 20.50 il Lafolè avverte quattro forti esplosioni un centinaio di miglia a nordest di Tobruk: probabilmente sono prodotte dalla caccia che il cacciatorpediniere britannico Decoy sta dando al Diamante
14-15 giugno 1940
Nella notte tra il 14 ed il 15, riceve ordine di spostarsi a 20 miglia da Tobruk, in missione offensiva.
20 giugno 1940
Rientra a Tobruk alle 15.45, senza aver avvistato alcuna nave nemica. Il sommergibile britannico Parthian, informato del suo previsto rientro a Tobruk nella notte tra il 19 ed il 20 giugno (i britannici hanno intercettato e decifrato una comunicazione del Lafolè che, giunto a Sidi-el-Beida, chiedeva un pilota per raggiungere Tobruk: il messaggio con cui il Parthian viene informato di ciò viene a sua volta intercettato e decifrato dal B-Dienst tedesco, che apprenderà così che i britannici riescono a decrittare le comunicazioni italiane), è stato inviato ad intercettarlo, ma senza successo; nel pomeriggio del 20, proprio mentre il Lafolè sta entrando in porto, silurerà invece il Diamante, anch'esso di ritorno a Tobruk, affondandolo con tutto l'equipaggio.
3 luglio 1940
Al comando del tenente di vascello Renato Barletta, lascia Tobruk alle 22 per un agguato sulla congiungente Gaudo-Derna, attorno al punto 33°46' N e 23°10' E (70 miglia a nord di Ras El Tin, al centro della congiungente), dove deve formare uno sbarramento insieme allo Smeraldo.
7-8 luglio 1940
Rileva navi nemiche impegnate in intensa caccia antisommergibile (è infatti in mare un convoglio di ritorno da Malta ad Alessandria d’Egitto), ma non riesce a localizzarle.
14 luglio 1940
Rientra a Tobruk alle otto, senza aver avvistato niente. Il comandante Barletta verrà criticato dal comandante in capo dei sommergibili, ammiraglio Mario Falangola, per le troppe comunicazioni relative ad esplosioni che ha rilevato in lontananza durante la missione, e che non erano dirette contro il Lafolè.
23 luglio 1940
Lascia Tobruk alle 12.20 diretto in Italia, dove dovrà essere sottoposto ad un periodo di lavori. Poche ore dopo, alle 18, avvista un aereo a nordovest di Tobruk e spara contro di esso 120 colpi con le mitragliere da 13,2 mm, inducendolo ad allontanarsi.
29 luglio 1940
Arriva a Taranto alle 13.46 ed entra in bacino. I lavori si protrarranno fino ad inizio settembre.
7 settembre 1940
Uscita da Taranto per esercitazione.
10 settembre 1940
Uscita da Taranto per esercitazione.
14 settembre 1940
Il tenente di vascello Barletta, colto da indisposizione, lascia il comando del Lafolè, venendo avvicendato dal parigrado Piero Riccomini, che ha lasciato il comando del Gondar, destinato all'impiego come "avvicinatore" di siluri a lenta corsa. Lo stesso giorno, altra uscita da Taranto per esercitazione.
18 settembre 1940
Uscita da Taranto per esercitazione.
20 settembre 1940
Lascia Taranto alle 21.15, al comando del tenente di vascello Piero Riccomini, per un agguato difensivo idrofonico notturno nel golfo di Taranto, a 25,5 miglia per 167° dal faro di San Vito.
21 settembre 1940
Rientra a Taranto alle 11.20, senza aver rilevato niente.

Il Lafolè in navigazione (da “Sommergibili italiani” di Alessandro Turrini ed Ottorino Ottone Miozzi, USMM, 1999, via www.betasom.it)

L'affondamento

Alle 10.15 dell'8 ottobre 1940 il Lafolèal comando del tenente di vascello Pietro Riccomini, lasciò Taranto per raggiungere il settore d'agguato ad esso assegnato, delimitato ai lati dai meridiani 02°30' O e 03°45' O, a settentrione dal parallelo 35°40' N ed a meridione dal tratto di costa marocchina tra Capo Quilates e Capo Agua, a est di Gibilterra. Quando la missione si fosse conclusa, il battello sarebbe dovuto passare per le Bocche di Bonifacio per poi raggiungere Napoli: ma questo non sarebbe mai avvenuto.
Il 15 ottobre il sommergibile raggiunse l'area assegnata, a sudest dell'isola di Alboràn ed a nord di Capo Tres Forcas (non lontano da Melilla), iniziando quindi a pattugliarla.
Cinque giorni dopo, verso le undici del mattino del 20 ottobre, il Lafolè avvistò dodici miglia a nord di Capo Tres Forcas due cacciatorpediniere britannici, il Gallant ed il Griffin, che pendolavano in sistematica ricerca antisommergibile a bassa velocità, apparentemente ignari della sua presenza: approfittando dell'occasione, il sommergibile serrò le distanze sino a 500 metri, nel tentativo di attaccare.
Quello che il comandante Riccomini non poteva sapere, però, era che gli inglesi erano pienamente a conoscenza della presenza della sua unità: due giorni prima, infatti, il sommergibile Durbo (gemello del Lafolè), anch'esso in missione non molto lontano dal Lafolè (i due sommergibili erano stati inviati insieme a pattugliare le acque a levante di Gibilterra), era stato affondato dai cacciatorpediniere britannici Firedrake e Wrestler, ed un drappello britannico, prima che il battello affondasse, era riuscito a salire a bordo ed a catturare cifrari, ordini d'operazione ed altri documenti, nei quali era tra l'altro indicata la zona che il Lafolè avrebbe dovuto pattugliare, al largo di Capo Tres Forcas.

Era così stata organizzata una trappola: nel pomeriggio del 19 ottobre sei cacciatorpediniere (Gallant, Griffin, Hotspur, Forester, Fury e Vidette, quest'ultimo rimpiazzato dal Greyhound alle 2.40 del 20) erano partiti da Gibilterra per dare la caccia al sommergibile nella zona in cui si sarebbe dovuto trovare. Quando il Lafolè aveva avvistato il Gallant ed il Griffin, anch’essi avevano a loro volta rilevato la presenza del battello italiano, ma non erano passati al contrattacco per non insospettirlo. Mentre il Lafolè si avvicinava per attaccarli, infatti, il terzo cacciatorpediniere facente parte del dispositivo della trappola, l'Hotspur (nave di bandiera del capitano di fregata Herbert Francis Hope Layman, comandante della 13th Destroyer Flotilla cui appartenevano i cacciatorpediniere impegnati nella caccia), si era portato a 5000-6000 metri dal sommergibile di Riccomini (che non se ne era reso conto), con un beta molto stretto, in direzione opposta a quella dove si trovavano Gallant e Griffin: il battello era così circondato. Tenuto sotto ascolto da tempo, il sommergibile italiano venne lasciato avvicinare il più possibile, per poi passare al contrattacco non appena avesse accennato a lanciare siluri. 
Giunto a distanza adeguata per attaccare, il Lafolè lanciò infatti un primo siluro con i tubi poppieri, e subito tutti e tre i cacciatorpediniere (prima Gallant e Griffin, e poi anche l'Hotspur frattanto giunto sul punto) passarono al contrattacco, bombardando l’unità italiana con cariche di profondità.
Già la prima scarica di bombe arrecò gravissimi danni al sommergibile, mettendo fuori uso i motori elettrici e le pompe di assetto, deformando gli assi delle eliche ed aprendo delle vie d'acqua. I danni e le avarie subite (vie d'acqua comprese) impedirono al Lafolè di manovrare e di mantenere assetto e profondità, così che il sommergibile oscillò bruscamente in quota e si ritrovò ripetutamente ad affiorare in superficie, ma l'equipaggio riuscì sempre a riportarlo in profondità nel tentativo di sfuggire alla caccia.
Nonostante tutto, il Lafolè riuscì a restare immerso per sette ore, resistendo alla durissima caccia antisommergibile, ma, dovendo procedere a velocità molto bassa, venne continuamente fatto oggetto del lancio di bombe di profondità. Alle 18.30 (17.30 per altra fonte), però, il sommergibile, persa bruscamente profondità, affiorò ancora una volta, e stavolta uscì dall’acqua tutta la sua torretta (per altra versione, la manovra di affioramento fu voluta ed ordinata dal comandante Riccomini, che intendeva approfittarne per ridurre l’eccessiva pressione interna in modo da poter poi tornare di nuovo ad immergersi): questo proprio mentre l'Hotspur sopraggiungeva a tutta forza per eseguire un nuovo lancio di bombe di profondità (per una versione il sommergibile affiorante venne anche mitragliato, e fu deliberatamente speronato per impedire che, giunto in superficie, potesse tentare di reagire con il cannone). La collisione fu inevitabile.

Questo è quanto scrive Giorgio Giorgerini nel suo libro "Uomini sul fondo". Dalle fonti britanniche, consultate da Platon Alexiades, emergono alcune differenze nella cronistoria della caccia che culminò nell'affondamento del Lafolè. Il primo cacciatorpediniere ad ottenere un contatto sonar, alle 12.13, fu il Forester, che mentre procedeva in sezione con il Fury rilevò il Lafolè a 1645 metri di distanza, su rilevamento 220°. Alle 12.16 il Forester avvistò una scia di siluro, in posizione 35°49' N e 02°52' O, e scattò in avanti con le macchine sull'avanti tutta; i siluro lo mancò passandogli 45 metri a poppavia, ed il Forester accostò per risalire la scia e lanciò un primo "pacchetto" di sei bombe di profondità, regolate per esplodere a 30, 45 e 75 metri di profondità. Questa prima scarica provocò soltanto la rottura di alcune lampadine a bordo del Lafolè, che scese a 90-100 metri di profondità; alle 12.25 fu il Fury a lanciare un pacchetto di bombe di profondità approssimativamente nello stesso punto, mentre alle 12.48 il Forester ottenne di nuovo un contatto a 1550 metri per 205° da quello precedente e lanciò un altro pacchetto di bombe di profondità regolate per esplodere a 45, 75 e 105 metri di profondità, dopo la cui esplosione osservò due chiazze di nafta.
Alle 12.59 il Forester lanciò un terzo pacchetto di bombe di profondità in un punto situato a 2100 metri per 198° da quello del primo contatto: adesso la profondità a cui dovevano esplodere le bombe era stata impostata a 150 metri. Dopo questo attacco, venne perso il contatto sonar.
Entro le 13.45 si erano uniti alla caccia anche Gallant, Griffin, Greyhound ed Hotspur, ed alle 14 i sei cacciatorpediniere iniziarono un rastrello antisom disposti in linea di fronte. Alle 14.20, il Fury ottenne un nuovo contatto e lanciò un altro pacchetto di bombe di profondità, ma non rilevò alcun risultato. Il Lafolè, però, aveva ormai subito gravi danni.
Alle 15.15 il Gallant rilevò un contatto a sinistra, e subito dopo l'Hotspur, situato 1480 metri sulla sinistra del Gallant, ottenne un contatto sulla dritta. Alle 15.33, un periscopio e parte di una torretta affiorarono brevemente appena a proravia del Gallant; sia questi che l'Hotspur lanciarono bombe di profondità sul punto in cui erano apparse, quelle dell'Hotspur regolate per esplodere a 75, 105 e 120 metri di profondità, dopo di che venne nuovamente perso il contatto.
Alle 16.25, sia il Gallant che l'Hotspur riottennero un contatto, ma l'Hotspur ottenne soltanto un'eco indefinita e gettò una sola bomba di profondità regolata per 150 metri. Alle 16.40 il Gallant lanciò un pacchetto di bombe di profondità, e l'Hotspur ottenne un contatto chiaro; alle 16.46 il Lafolè emerse improvvisamente poco più di 900 metri a proravia di Gallant ed Hotspur, tra i due cacciatorpediniere, senza che nessuno apparisse in coperta. I comandanti di entrambe le unità britanniche ebbero la stessa idea: speronarlo; l'Hotspur fu il più veloce e lo speronò a poppa, alle 16.50.

Speronato dall’Hotspur, il Lafolè affondò in pochi attimi nel punto 35°50' N e 02°53' O (o 36°00' N e 03°00' O), a nord di Melilla, insieme a 40 uomini, tra cui il comandante Riccomini e tre ufficiali. Subito dopo, con l'Hotspur che era appena a 275 metri dal punto dello speronamento, un aereo vi sganciò delle bombe.
Poteva essere la fine per tutti, ma in nove, su 49 uomini che componevano l'equipaggio del sommergibile, ne uscirono sorprendentemente vivi. Quando il Lafolè era affiorato in superficie, il comandante in seconda, tenente di vascello Giuseppe Accardi, con otto uomini aveva tentato di aprire il portello della torretta per ridurre la pressione interna: proprio in quel momento era avvenuto lo speronamento, ed era stata proprio la pressione interna a lanciare Accardi e gli altri otto uomini (tra cui i marinai Agostino Di Bartolomeo, Antonio Anastasio ed Umberto Matacera ed il secondo capo silurista Giuseppe Castello) all'esterno, attraverso lo squarcio che la prua dell'Hotspur aveva aperto nello scafo e nella torretta del sommergibile (per altra versione attraverso il portello stesso); le bolle d'aria fuoriuscite dallo scafo in affondamento li portarono in superficie. Fu lo stesso Hotspur a recuperare sette dei sopravvissuti, mentre il Gallant trasse in salvo gli altri due (altra fonte parla di un totale di undici superstiti, la maggior parte dei quali recuperati dal Gallant). Raccontarono, tra l'altro, che il comandante Riccomini era rimasto calmo al suo posto fino alla fine, senza tentare di mettersi in salvo.
L'Hotspur, le cui strutture prodiere dello scafo avevano subito gravi danni nella collisione, avrebbe necessitato di riparazioni che si sarebbero protratte sino al 20 febbraio 1941.
I sopravvissuti del Lafolè, ora prigionieri, vennero sbarcati a Gibilterra.

Perirono con il Lafolè:

Vittorio Ancorato, sottocapo segnalatore, da Palermo
Giovanni Arrabito, marinaio elettricista, da Arcola
Fernando Baldini, marinaio silurista, da Ancona
Alfonso Bruceri, marinaio silurista, da Agrigento
Aldo Busoni, sottocapo radiotelegrafista, da Pisa
Giulio Cafaro, capo meccanico di terza classe, da Acquaviva delle Fonti
Giuseppe Caiazza, marinaio, da Vairano Patenora
Giuseppe Castello, capo silurista di seconda classe, da Porto Torres
Gino D'Ambrogio, marinaio, da Monterubbiano
Renato Dazzara, marinaio radiotelegrafista, da Pola
Silvio De Carli, marinaio fuochista, da Este
Astemio Vittorio Del Bò, marinaio elettricista, da Verrua Po
Vittorio Delleani, operaio militarizzato, da Pollone
Francesco Di Giuseppe, marinaio motorista, da Partinico
Arrigo Farneti, capo meccanico di prima classe, da Forlì
Mario Federici, tenente del Genio Navale (direttore di macchina), da Roma (MBVM)
Celestino Ghiringhelli, marinaio cannoniere, da Milano
Mario Macorini, marinaio motorista, da Rovigno d'Istria
Antonino Martucelli, marinaio, da Gioiosa Marea
Francesco Migliorati, marinaio elettricista, da Pontevico
Pietro Molino, marinaio, da Pozzuoli
Vincenzo Molino, sottotenente di vascello, da Gaeta
Vitale Nuzzo, sottocapo furiere, da Diso
Giuseppe Palmieri, sergente silurista, da San Marzano sul Sarno
Carmelo Piazza, sottocapo cannoniere, da Acireale
Giovanni Pizzi, marinaio segnalatore, da Roccella Ionica
Mario Porracin, sergente motorista, da Porcia
Modesto Possenti, marinaio silurista, da Bassano del Grappa
Piero Riccomini, tenente di vascello (comandante), da Modena (MAVM)
Giovanni Rietti, marinaio fuochista, da Brescia
Gaetano Romano, guardiamarina, da Napoli
Antonio Ruggiero, secondo capo motorista, 31 anni, da Sarno
Vittorio Russo, sottocapo furiere, da Napoli
Angelino Salmoiraghi, sottocapo silurista, da Legnano
Nevio Stroppiana, secondo capo elettricista, da Novara
Romeo Tani, secondo capo elettricista, da Ferrara
Osvaldo Tarchi, marinaio cannoniere, da Pelago
Ugo Tezza, secondo capo radiotelegrafista, da Bergamo
Aniello Tosini, sottocapo cannoniere, da Neviano degli Arduini
Mario Zaccarà, sergente silurista, da Rotondi

Il marinaio timoniere Umberto Matacera, dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti, finì in un campo di prigionia in California; per anni venne considerato disperso e la famiglia portò il lutto, finché non venne informata che era vivo e prigioniero. Partendo aveva lasciato a casa la moglie incinta ed un figlio di due anni: tornando, a guerra finita, trovò i due figli che non lo conoscevano.
Di un terribile equivoco fu vittima la famiglia del comandante Riccomini, che il 20 novembre 1940, un mese dopo l'affondamento, si era rivolta all'Ufficio informazioni vaticano per i prigionieri di guerra, istituito da Pio XII. La richiesta, insieme ad altre inviate da famiglie di uomini del Lafolè, venne inoltrata al delegato apostolico a Londra, monsignor William Godfrey: il 19 dicembre questi inviò con telegramma "Riccomini well sends love". La "buona" notizia fu comunicata alla moglie, ma quattro giorni dopo un nuovo telegramma, che riportava l'elenco completo dei superstiti, non includeva il nome di Riccomini. A richiesta di chiarimento, il 3 gennaio 1941 monsignor Godfrey dovette ammettere che il comandante del Lafolè era morto: il telegramma precedente era frutto di confusione con un altro Riccomini. Come se non bastasse, quest'ultima notizia destò nella famiglia false speranze sulla sorte del fratello minore di Pietro, Giorgio Riccomini, tenente pilota dell'Aeronautica disperso nei cieli del Sudan il 29 giugno 1940: ma nemmeno lui era il Riccomini in questione. La famiglia Riccomini avrebbe dovuto piangere entrambi i figli, senza nemmeno avere una tomba.

Il tenente di vascello Pietro Riccomini, ultimo comandante del Lafolè, affondato con il suo battello (g.c. Giovanni Pinna)


La motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare conferita alla memoria del tenente di vascello Piero Riccomini, nato a Modena il 2 ottobre 1908:

"Comandante di sommergibile, nel corso di rischiosa missione di guerra attaccava audacemente con siluro due cacciatorpediniere avversari scortati da aerei. Sottoposto a violenta e prolungata caccia, con gli apparati motori inutilizzati e gravi infiltrazioni di acqua a bordo con avvedute ed ardite manovre tentava di sottrarsi alla reazione avversaria fronteggiando l'avverso destino con serena determinazione e grande bravura. Nell'estremo tentativo di protrarre la resistenza e di eludere la caccia a cui era sottoposto, con mirabile sangue freddo disponeva la rapida emersione dell'unità, onde diminuire l'elevata pressione interna mediante l'apertura di un portello e riprendere quindi nuovamente immersione. Nell'audace intento trovava gloriosa fine con l'unità, che affondava, colpita da nuova offesa avversaria. Esempio di eccezionali virtù di comando e sublime attacco al dovere.
(Mediterraneo Centrale, 20 ottobre 1940)."

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del tenente del Genio Navale Direzione Macchine di complemento Mario Federici, nato a Roma il 1° gennaio 1910:

"Direttore di macchina di sommergibile nel corso di ardita missione di guerra attaccava due cacciatorpediniere avversari scortati da aerei, con perizia e sereno coraggio si prodigava personalmente nella riparazione di gravi avarie causate da violenta e prolungata reazione avversaria. Nella dura lotta, che si concludeva con l'affondamento dell'unità, immolava la vita alla Patria.
(Mediterraneo Centrale, 20 ottobre 1940)."

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del capo meccanico di prima classe Arrigo Farneti, nato a Forlì il 4 novembre 1900:

"Imbarcato su sommergibile che nel corso di ardita missione di guerra attaccava due cacciatorpediniere avversari, scortati da aerei, con capacità e sereno coraggio coadiuvava il proprio Capo Servizio nella riparazione di gravi avarie causate da violenta e prolungata reazione avversaria. Nella dura lotta, che si concludeva con l'affondamento dell'unità, immolava la vita alla Patria.
(Mediterraneo Centrale, 20 ottobre 1940)."

Prima di partire per l’ultima missione, presago della fine imminente, il comandante Riccomini lasciò una lettera al figlioletto Giorgio (si ringrazia Giovanni Pinna):

"Caro Giorgio, quando potrai leggere e capire questa mia lettera io da molti anni giacerò sul fondo del mare assieme al mio sommergibile e a tutto il mio equipaggio. Non compiangermi e non pensare che la morte mi abbia colpito alla sprovvista. Io come tanti e tanti altri italiani abbiamo desiderato e voluto questa guerra perché ne abbiamo sentito la necessità per l’avvenire dell’Italia. Questa guerra ha coronato il ciclo delle lotte, prima per l’Indipendenza dell’Italia e poi per la conquista del suo posto nel mondo. Siccome le guerre non si fanno senza sangue, molti e molti italiani, fra i migliori, sono caduti, e io mi glorio di essere fra loro. Abbiamo combattuto e siamo morti per assicurare all’Italia la prosperità e la pace. Non ho dubbi sull’esito di questa guerra. La vittoria finale arriderà alle nostre armi e per l’Italia e per il mondo si aprirà un periodo di benessere e di pace.
Caro Giorgio, sii sempre un buon Italiano, pensa che tuo padre è morto per la Patria; che questa bella Italia, della quale hai avuto il grande onore di essere figlio, è stata costruita col sangue di milioni di uomini che hanno gettato la loro giovinezza senza un lamento, anzi con gioia. Rispetta ed ama la mamma, tua sorella. La mamma è rimasta sola e deve pensare al vostro avvenire.
Tu che sei uomo devi capire le difficoltà che incontra la mamma nella vita e devi cercare di alleviarla mostrandoti buono, affettuoso e cercando di aiutarla in tutto e per tutto.
La mamma è la tua più grande amica, tutto quello che fa, lo fa per la felicità dei suoi figli. Un giorno ancora lontano anche tu sarai grande, avrai una moglie e dei figli. Ai tuoi figli devi insegnare l’amore per la Patria. Per la tua professione non ti do consigli. Ogni cosa è buona ed onorevole. Se sceglierai la carriera di ufficiale di marina come l’ho scelta io, pensa bene prima di intraprenderla, e scartala senz’altro se non ti ci senti veramente portato. E’ una carriera molto differente da tutte le altre. Uno può avere dei dubbi se fare l’avvocato, l’ingegnere o il dottore; per la Marina no! E’ una carriera che richiede molti sacrifici e che allontana molto dalla vita normale. Se uno ama il mare sopporta questi sacrifici e ha delle soddisfazioni che lo rendono felice.
Io sono stato contento di questa carriera e non so immaginare me stesso se non ufficiale di Marina.
Caro Giorgio, torno a ripeterti di essere un ottimo cittadino, di amare la Patria, la tua mamma, la Paola e se un giorno squillerà nuovamente la Diana di guerra per il raggiungimento di nuovi ideali, mi auguro che l’Italia trovi in te un soldato pieno di fede ed entusiasmo. Ti bacio.
Il tuo papà."
 
Il momento fatale: l'Hotspur sperona il Lafolè, del quale si vede affiorare la prua (g.c. STORIA militare)


6 commenti:

  1. Il caro Aldo Busoni, era nipote di mia nonna Dina.
    Ho tante lettere scritte da Aldo proprio dal Lafolè....

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  2. Grazie per il resoconto dettagliato e finalmente VERITIERO (a differenza di tanti altri siti) della vicenda!

    Mirko Federici (nipote del sopracitato Tenente G.N. Mario Federici)

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  3. Ho in "lavorazione" una ricerca dall'archivio segreto del Vaticano con notizie importanti sul comm.Piccomini, tragedia nella tragedia, il fratello Giorgio tenente di vascello osservatore su di un aereo, venne abbattuto nel giugno del 40 presso Porto Sudan. La madre interessò il Vaticano ed altre personalità nella ricerca e verità sulla presunta morte dei figli che alcune testimonianze davano per certo che Piero era vivo ma prigioniero degli Inglesi.

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    1. Probabilmente l'equivoco fu generato dalle notizie sul salvataggio del comandante in seconda Accardi, "deformatesi" passando da una persona all'altra...

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  4. Per Lorenzo Colombo
    17(a)
    Appunto circa il Tenente Piero Riccomini del Sommergibile Lafolé
    (Vaticano, 29 aprile 1941)
    Il 20 Novembre 1940 la famiglia Riccomini si rivolgeva all’Ufficio Informazioni per avere notizie del Tenente di Vascello Piero Riccomini Comandante del Sommergibile Lafolé. La richiesta è stata subito rivolta al Delegato Apostolico di Londra, perché risultava da altre notizie che il Sommergibile in questione al momento della cattura si trovava in Atlantico, assieme al Sommergibile Durbo. Nel frattempo altre richieste sia per appartenenti al Lafolé, sia per appartenenti al Durbo furono segnalate alla Delegazione Apostolica di Londra. Nei primi giorni di dicembre giunsero le prime notizie e queste riguardavano il Ten. Accardi del Lafolé ed il Ten. Dindo del Durbo.
    Dopo aver atteso qualche giorno si sollecitò Mons. Godfrey a chiedere al Ten. Accardi notizie del compagno Ten. Riccomini. Il 19 Dicembre 1940 giunse anche la notizia circa il Riccomini, con telegramma da Londra che diceva: « Riccomini well sends love ». La notizia venne immediatamente comunicata alla signora Riccomini a Livorno, ed alla persona che si era interessata a Roma per conto della famiglia.
    Senonché il 24 dicembre arrivò un telegramma dalla Delegazione Apostolica di Londra con l’elenco completo dei superstiti dei due sommergibili Lafolé e Durbo, nel quale, mentre si ripetevano i nomi già comunicati del Tenente Accardi e Tenente Dindo, non si faceva menzione del Tenente Riccomini.
    Per maggior tranquillità, poiché l’omissione sembrava sospetta, si telegrafò in cifra a Mons. Godfrey pregandolo di voler precisare la cosa.
    Il 3 Gennaio 1941 Mons. Godfrey inviava il seguente telegramma:
    « According to survivors Piero Riccomini from Lafolé must be presumed dead earlier communication due to confusion with another Riccomini ».
    Nella debita forma furono di ciò avvertiti il fratello ed il Comm. Benvenuto che a nome della famiglia aveva fatto la domanda ed era stato anche informato del contenuto del primo telegramma. Essi si erano impegnati di dare con le dovute cautele la notizia alla moglie e alla madre; ma chiedevano che si domandasse alla Delegazione Apostolica notizia del Riccomini che ha generato l’equivoco. Speravano infatti che si trattasse dell’altro fratello Giorgio, Tenente Aviatore, disperso fin dal 29 Giugno 1940, e del quale non si è mai potuto avere nessuna notizia. Purtroppo però quel Riccomini non risultò avere in comune col Tenente Giorgio che il nome. Per aderire al desiderio degli stessi si ripeterono accertamenti sia presso la Delegazione Apostolica del Cairo, sia presso il Prefetto Apostolico del Sudan (località presso la quale risulterebbe caduto l’apparecchio pilotato dal Giorgio Riccomini); fu interrogato anche nuovamente un compagno di volo, Capitano Barone; ma la risposta di Mons. Testa non fece che confermare le antecedenti: « Prefet Apostolique Kodok telegraphie Liutenant Giorgio Riccomini considéré décedé ».
    Ora un amico di famiglia dice di aver saputo che un altro scampato Giuseppe Castello, II° Capo silurista, trovasi prigioniero a Abassia (Egitto) e prega sia interrogato anche questo circa la sorte che può essere toccata al suo Comandante Ten. Piero Riccomini.
    Ciò che l’Ufficio Informazioni curerà di fare con la radiotrasmissione del 30 Aprile 1941.
    [Uff. Inf. Vat., 695, prot. 004522]

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