giovedì 20 luglio 2023

Montecristo

Il Montecristo (Coll. Guido Alfano, via g.c. Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)

Rimorchiatore militare d’alto mare di 324 o 342 tonnellate standard e 415 o 440 a pieno carico, lungo 33,8 metri, largo 7 e pescante 2,5-3,2. Propulso da una macchina a vapore da 500 CV, raggiungeva una velocità di dieci nodi ed era armato con uno o due cannoni contraerei da 76/40 mm.
 
Breve e parziale cronologia.
 
1914
Ordinato dalla Marina portoghese ai cantieri Schichau di Danzica (all'epoca parte dell'Impero tedesco) come Atlas (numero di costruzione 933).
In seguito allo scoppio della prima guerra mondiale, la nave ancora in costruzione viene confiscata dalla Germania.
1916
Completato come Weichsel per la Kaiserliche Marine.
14-15 gennaio 1916
Il Weichsel rileva la torpediniera V 189 nel rimorchio dell’incrociatore leggero Lübeck, gravemente danneggiato da una mina russa in Mar Baltico (al largo di Capo Rixhöft) il 13 gennaio. Con la scorta di un'unità di pattuglia, il Weichsel rimorchia l'incrociatore danneggiato, che ha imbarcato circa 250 tonnellate d’acqua, a Neufahrwasser, vicino a Danzica, dove giunge il 15 gennaio.
21 gennaio 1921
Assegnato all’Italia in conto riparazione danni di guerra dal trattato di pace di Versailles.
6 maggio 1921
Entra in servizio nella Regia Marina con il nuovo nome di Montecristo.
17 ottobre 1922
Rimorchia a Messina la torpediniera costiera 53 AS.
10 giugno 1940
All'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale, il Montecristo fa parte del gruppo di navi ausiliarie alle dirette dipendenze dello Stato Maggiore della Marina.
16 aprile 1941
Il Montecristo, insieme ai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi (capitano di vascello Giovanni Galati, che assume la direzione dei soccorsi), Antonio Da NoliLanzerotto Malocello e Dardo, alle torpediniere PartenopeCentauroCigno, Clio, Giuseppe Missori, Generale Achille Papa e Perseo, alla nave ospedale Arno, alla nave soccorso Giuseppe Orlando, ai piroscafi Capacitas ed Antonietta Lauro ed ai rimorchiatori Pronta, Trieste, Ciclope e Salvatore Primo, partecipa alle operazioni di soccorso ai naufraghi delle navi del convoglio «Tarigo», distrutto nella notte precedente dai cacciatorpediniere britannici JervisJanusNubian e Mohwak (quest'ultimo affondato a sua volta dal Tarigo) nelle acque della Kerkennah. Nel violento combattimento notturno sono stati affondati i cacciatorpediniere Luca Tarigo e Baleno ed i piroscafi AdanaAeginaIserlohn e Sabaudia, mentre il cacciatorpediniere Lampo ed il piroscafo Arta sono stati portati all’incaglio con danni gravissimi.
L'operazione di ricerca e soccorso, organizzata da Marilibia non appena tale Comando ha ricevuto notizia dell’accaduto, si protrae per tre giorni, in cooperazione con idrovolanti ed aerei da trasporto che perlustrano la zona. Complessivamente vengono tratti in salvo 1271 naufraghi, mentre le vittime sono circa 700 (altre fonti parlano di 1800 vittime, ma sembrano basate su stime errate sul totale del personale imbarcato sulle navi affondate).
12 giugno 1941
Il marinaio cannoniere Salvatore Belardo, 31 anni, da Moio Alcantara, imbarcato sul Montecristo, viene dichiarato disperso nel Mediterraneo centrale.
27 agosto 1941
Il Montecristo ed il rimorchiatore Marsigli vengono fatti uscire da Trapani per assistere il piroscafo Aquitania, silurato alle 6.50 dal sommergibile britannico Urge al largo di Punta Mugnone (Trapani) durante la navigazione in convoglio da Napoli a Tripoli. Montecristo e Marsigli rilevano la torpediniera Orsa (capitano di corvetta Cesare Biffignandi, distaccata dalla scorta del convoglio) nel rimorchio del piroscafo danneggiato, che portano a Trapani (dove giungono alle 20.45), sotto la scorta della torpediniera Clio.
Per altra versione Montecristo, Marsigli ed un terzo rimorchiatore, il Liguria, avrebbero sostituito nel traino un altro rimorchiatore, il Trieste, anch’esso uscito da Trapani e cui l'Orsa aveva ceduto il rimorchio nelle acque di Trapani.
7-8 settembre 1941
Montecristo, Marsigli ed un terzo rimorchiatore, il Costante, vengono fatti uscire da Trapani ed inviati in soccorso del piroscafo Ernesto, colpito a prua da un aerosilurante intorno a mezzanotte venti miglia a nord di Pantelleria, durante la navigazione in convoglio da Tripoli a Napoli.
Il cacciatorpediniere Strale (capitano di corvetta Giuseppe Angelotti), distaccato dalla scorta del convoglio per assistere la nave colpita, ha in precedenza tentato di prendere l'Ernesto a rimorchio, ma i suoi ripetuti tentativi sono falliti a causa del forte sbandamento del piroscafo e delle avverse condizioni meteomarine; con l'arrivo dei tre rimorchiatori, lo Strale passa il rimorchio ad essi, che lo sostengono a turno, ed insieme alla torpediniera Circe poi sopraggiunta li accompagna per scorta ed assistenza fino all’arrivo a Trapani, che avviene all'1.30 dell’8 settembre.
18-19 settembre 1941
Il Montecristo, insieme al rimorchiatore Liguria, viene inviato ad assistere la motonave Col di Lana, colpita da un aerosilurante a tre miglia da Marsala alle 4.35 del 18, durante la navigazione in convoglio da Napoli a Tripoli. Le due unità, scortate dal cacciatorpediniere Dardo (distaccato dalla scorta del convoglio), rimorchiano la Col di Lana a Trapani, dove giungono alle 20 del 19.
8-9 ottobre 1941
Il Montecristo, insieme ad un dragamine, viene fatto uscire da Marina Trapani per dare assistenza ad un convoglietto di piccole navi (rimorchiatore Adige, motoveliero Illiria, motopeschereccio Sant'Antonio) partite da Trapani per Pantelleria e Tripoli, sbandatosi in seguito ad un attacco di aerosiluranti alle 22.45 dell'8 ottobre, quindici miglia a sudovest di Favignana, nel quale è stato affondato il piroscafetto Paola Z. Podestà. Il Montecristo raggiunge e prende a rimorchio l'Adige, che riporta a Trapani il 9 ottobre.
1° dicembre 1941
Scorta il sommergibile Delfino (capitano di corvetta Alberto Avogradro di Cerrione) in un’uscita addestrativa da Trapani dalle 9.05 alle 11.50.
15 agosto 1942
Il Montecristo disincaglia la motosilurante MS 16, arenatasi sulla spiaggia tunisina di Ras el Mir durante la battaglia di Mezzo Agosto.
18 agosto 1942
Il Montecristo salpa da Pantelleria in mattinata per prendere a rimorchio la motonave Rosolino Pilo, immobilizzata il pomeriggio precedente a circa 50 miglia per 190° dall’isola da un attacco di aerosiluranti durante la navigazione da Trapani a Tripoli, e rimasta alla deriva dopo che uno dei due cacciatorpediniere di scorta, il Gioberti, ha dovuto lasciare la scorta in seguito ai danni ed alle perdite subite nell’attacco aereo e l’altro, il Maestrale, si è allontanato andando in cerca di una (inesistente) nave da guerra nemica che ha creduto di aver avvistato in lontananza.
Il rimorchiatore, però, non trova più nessuna nave da rimorchiare: durante la notte la Pilo è stata infatti affondata dal sommergibile britannico United, a 29 miglia per 302° da Lampione. Insieme ai cacciatorpediniere Maestrale e Lanzerotto Malocello, usciti da Trapani, il Montecristo provvede alla ricerca ed al salvataggio dei naufraghi (tutto il personale imbarcato sulla Pilo, ad eccezione di un marittimo civile morto nell'attacco, viene tratto in salvo).
 
Il Montecristo nel 1936 (da www.graptolite.net)

Collisione
 
L’oscura ma laboriosa vita del piccolo Montecristo finì improvvisamente per un banale incidente. La sera del 2 dicembre 1942, data funesta nella storia della Marina italiana, il rimorchiatore salpò da Messina di scorta alla cisterna militare Cocito, ma all’altezza di Capo Peloro la rotta delle due navi s'incrociò con quella di un piccolo convoglio in navigazione da Taranto verso la Tunisia: lo formavano la motonave tedesca Ankara ed il cacciatorpediniere Alpino. Nell'oscurità, l'Alpino non vide in tempo il Montecristo ed alle 19.52 lo speronò all’altezza di Villa San Giovanni, provocandone il rapido affondamento nello stretto di Messina, intorno alle otto di sera.
 
A recuperare i naufraghi del rimorchiatore fu lo stesso Alpino, che diresse poi per Messina, dove entrò alle tre di notte del 3 dicembre. L'Alpino rimase poi ai lavori a Taranto fino a fine gennaio 1943.
 
Morirono nell'affondamento:
 
Gaetano Capostagno, marinaio fuochista, 21 anni, da Riesi
Pietro Amodio, marinaio fuochista, 21 anni, da Monopoli
Pantaleo Marchese, marinaio, 21 anni, da Bisceglie
Giuseppe Mauri, marinaio fuochista, 22 anni, da San Dorligo della Valle
Alfredo Moracci, sottocapo fuochista, 24 anni, da Savona
Matteo Zanghi, capo nocchiere di prima classe, 43 anni, da Messina
 
Il Montecristo nel Jane's Fighting Ships

sabato 1 luglio 2023

Generale Carlo Montanari

La Generale Carlo Montanari (da www.kreiser.unoforum.pro)
 
Torpediniera, già cacciatorpediniere, della classe Generali (dislocamento standard 730 tonnellate, in carico normale 832, a pieno carico 870 o 890), appartenente alla numerosa serie delle "tre pipe". Durante il periodo interbellico svolse attività varia e crociere, mentre durante il conflitto venne impiegata principalmente in compiti di scorta convogli, caccia antisommergibili e dragaggio, inizialmente sulle rotte costiere della Libia, poi (tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942) su quelle tra Italia e Grecia (svolgendo una quindicina di missioni) e poi nuovamente su quelle libiche da metà 1942.
 
In tutto svolse 160 missioni di guerra (116 di scorta convogli, otto di caccia antisommergibili, due di posa mine, una di trasporto, 11 di trasferimento, due per esercitazione, dieci di altro tipo) percorrendo 45.353 miglia nautiche e trascorrendo 4310 ore in mare e 479 giorni ai lavori.
Il suo motto era "Virtuti confido" (“confido nel valore”).
 
Breve e parziale cronologia.
 
7 giugno 1921
Impostazione presso i cantieri Odero di Sestri Ponente (numero di costruzione 121).
4 ottobre 1922
Varo presso i cantieri Odero di Sestri Ponente.
9 novembre 1922
Entrata in servizio. E' l'ultima unità della classe ad essere completata.

Il Generale Carlo Montanari nei primi anni di servizio (da www.kreiser.unoforum.pro)

30-31 agosto 1923
Nella tarda serata del 30 agosto il Montanari lascia Taranto insieme ai similari Generale Antonino CascinoGiacinto CariniGiuseppe La Farina e Giacomo Medici, all’esploratore Premuda, agli incrociatori corazzati San Giorgio e San Marco, alle corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour, alle torpediniere 50 OS e 53 AS, ai MAS 401404406 e 408 ed ai sommergibili Agostino Barbarigo ed Andrea Provana, per prendere parte all’occupazione di Corfù: è infatti in pieno svolgimento una crisi tra Italia e Grecia che passerà alla storia come crisi di Corfù, causata dall’assassinio – avvenuto ad opera di ignoti il 27 agosto, sulla strada tra Giannina e Santi Quaranta – del generale Enrico Tellini e di altri membri di una delegazione italiana (maggiore Luigi Corti, tenente Mario Bonacini, autista Remigio Farnetti, interprete albanese Thanas Gheziri) che avrebbe dovuto definire i confini tra Grecia ed Albania per conto della Società delle Nazioni, così risolvendo la disputa confinaria in atto tra i due Paesi balcanici. I giornali italiani ed il governo albanese hanno attribuito le responsabilità dell’eccidio alla Grecia, considerate le pessime relazioni esistenti tra la delegazione italiana e le autorità greche, che tramite un delegato avevano apertamente accusato il generale Tellini di parzialità in favore dell’Albania; il governo greco e l’ambasciatore romeno a Giannina hanno invece imputato la strage a banditi albanesi, ma nessun oggetto è stato rubato dalle vittime o dall’automobile su cui viaggiavano (secondo lo storico greco Aristotle Kallis, vi sarebbero indizi sufficienti da far ritenere che la strage sia stata compiuta da provocatori albanesi che avrebbero attraversato il confine allo scopo di far incolpare la Grecia). L’opinione pubblica italiana è schierata contro la Grecia, tanto che scoppiano manifestazioni antigreche; i giornali ellenici condannano l’eccidio di Giannina e si esprimono amichevolmente nei confronti dell’Italia, auspicando che il governo greco soddisfi quello italiano senza travalicare i confini dettati dall’orgoglio nazionale greco.
A capo del governo italiano è Benito Mussolini, in carica da pochi mesi e desideroso di “mostrare i muscoli” in campo internazionale: l’occasione è per lui perfetta sia per dare una dimostrazione di forza che aumenti il suo prestigio presso i nazionalisti italiani (presentandosi come il vendicatore della “vittoria mutilata”) e che rafforzi la posizione dell’Italia come potenza militare in campo internazionale, in grado di ottenere ciò che vuole con la forza, sia, se possibile, per impadronirsi stabilmente di Corfù, il cui possesso faciliterebbe il controllo da parte italiana del Basso Adriatico e del Mar Ionio (e che Mussolini vede come “più italiana che greca” per via della plurisecolare dominazione veneziana). Mussolini, pertanto, accusa la Grecia di responsabilità dell’eccidio ed il 29 agosto impone un durissimo ultimatum al governo greco: questi ha ventiquattr’ore per porgere scuse solenni all’Italia (tramite la sua legazione di Atene) ed avviare un’inchiesta, con la collaborazione dell’addetto militare italiano in Grecia (colonnello Perone), che porti entro cinque giorni all’arresto e condanna a morte dei responsabili della strage; inoltre tutti i componenti del governo ellenico dovranno presenziare ai funerali delle vittime, che si dovranno tenere in forma solenne nella cattedrale cattolica di Atene, dovranno essere tributati gli onori militari agli uccisi, la flotta greca dovrà tributare gli onori alla bandiera di una squadra navale italiana che sarà appositamente inviata al Pireo, e la Grecia dovrà pagare all’Italia cinquanta milioni di lire a titolo di risarcimento entro cinque giorni. In caso contrario, l’Italia invaderà ed occuperà per ritorsione Corfù.
Il corpo di spedizione destinato a conquistare l’isola è composto dal 48° Reggimento Fanteria "Ferrara" (mille uomini al comando del colonnello Bruto Leonardi), da una batteria di 8 cannoni da 75 mm, da una brigata di fanteria di 5000 uomini in preparazione a Napoli, da reparti del reggimento di fanteria di Marina "San Marco" e dalle compagnie da sbarco delle navi, il tutto al comando dell’ammiraglio Emilio Solari. Le truppe saranno sbarcate sulla costa settentrionale e su quella meridionale dell’isola.
Il 30 agosto il governo greco risponde all’ultimatum, accettando soltanto in parte le richieste italiane, che vengono fortemente ridimensionate: il comandante militare del Pireo esprimerà il cordoglio del governo greco per l’accaduto al locale ministro italiano, sarà tenuto un servizio religioso di commemorazione delle vittime alla presenza di membri del governo greco, un distaccamento della Guardia di Palazzo greca renderà gli onori alla bandiera italiana presso la sede della legazione d’Italia, e reparti militare greci renderanno onori ai feretri delle vittime quando questi saranno trasbordati su una nave da guerra italiana per essere riportati in patria. Viene inoltre offerta disponibilità a pagare un giusto indennizzo ai familiari delle vittime, mentre viene opposto un rifiuto alla conduzione di un’inchiesta in presenza dell’addetto militare italiano, dal quale però verrebbe accettata qualsiasi informazione che potesse agevolare l’individuazione degli assassini. Le altre richieste vengono respinte in quanto lederebbero l’onore e la sovranità della Grecia.
Mussolini ed il governo italiano dichiarano insoddisfacente ed inaccettabile la controproposta greca, con l’appoggio della stampa, che insiste affinché la Grecia ceda pienamente alle richieste italiane. Non avendo il governo greco ottemperato alle condizioni, l’operazione contro Corfù prende il via.
La flotta italiana si presenta davanti a Corfù il 31 agosto: alle due del pomeriggio l’isola viene sorvolata da aerei italiani, e poco dopo entra in porto il Premuda, seguito poco più tardi dal resto della squadra. La Cavour manda a terra, con la propria motolancia, il capitano di vascello Antonio Foschini, capo di Stato Maggiore dell’ammiraglio Solari, con un ultimatum al governatore greco di Corfù: in esso si impone l’ammaino della bandiera greca da sostituire con quella italiana, la cessazione di tutte le comunicazioni, la resa e disarmo di truppe e gendarmeria ed il controllo di tutte le attività da parte dell’Italia. Il governatore telefona ad Atene per avere istruzioni, e gli viene risposto “Niente resa, in nessun caso”; comunica tale risposta al comandante Foschini, che gli consegna allora un documento in cui si impone, irrealisticamente, di evacuare entro trenta minuti i civili stranieri, radunandoli in una località aperta e lontana da installazioni militari. (Per altra versione Foschini, giunto in porto con il Premuda alle 13.45, sarebbe stato ricevuto dal prefetto greco Petros Evripaios insieme al console italiano e gli avrebbe comunicato l’imminente occupazione dell’isola, ricevendo la risposta che questi non era in condizione di opporsi allo sbarco; verso le 15 si sarebbe però unito al colloquio anche il maggiore Kricogolas, comandante del locale presidio militare, che dopo aver brevemente interloquito privatamente con Evripaios avrebbe invece dichiarato che avrebbe opposto resistenza. Foschini allora li informò che alle 16 sarebbe stato sparato un primo colpo a salve, seguito da un secondo dopo tre minuti ed un terzo dopo altri tre minuti, e che se al terzo colpo non fosse stata alzata la bandiera bianca sul locale semaforo, la flotta avrebbe iniziato il cannoneggiamento degli obiettivi militari).
Alle 16 del 31 agosto le unità italiane iniziano il tiro con i pezzi di piccolo calibro, protraendolo sino alle 16.15, sulle caserme e sulle due fortezze di Corfù (Vecchia e Nuova) che tuttavia non sono in mano a truppe greche, bensì occupate da profughi provenienti dall’Anatolia, sedici dei quali rimangono uccisi, ed altri 32 feriti, in gran parte a causa di un colpo da 152 mm (forse sparato dal Premuda) che va al di là del forte e colpisce un edificio non visibile dal mare, nel quale sono radunati dei profughi. Anche la locale scuola di polizia viene cannoneggiata.
Dopo, a seconda delle fonti, sette minuti od un quarto d’ora di fuoco, il bombardamento viene interrotto quando un infermiere issa sul forte un lenzuolo bianco sull’asta di una bandiera. Viene dato inizio allo sbarco del corpo di spedizione italiano (trasportato dai piroscafi Duca d’Aosta Città di Messina e composto da alcune migliaia di uomini); il prefetto Evripaios ed altri ufficiali e funzionari ellenici vengono arrestati ed imprigionati a bordo delle navi italiane. Nel giro di pochi giorni le truppe italiane occupano Corfù e la maggior parte delle navi fa ritorno a Taranto, lasciando a Corfù un incrociatore corazzato, i cinque cacciatorpediniere (Montanari compreso) e qualche sommergibile e MAS sotto il comando del contrammiraglio Aurelio Belleni, mentre il 2 settembre 1923 l’ammiraglio Diego Simonetti diviene governatore di Corfù.
Il bombardamento dell’isola, e specialmente le vittime civili da esso causate, provocheranno rimostranze in campo internazionale da parte del presidente del Save the Children Fund (in quanto tra le vittime vi sono anche diversi bambini), del Near East Relief e della Società delle Nazioni, che definiranno il bombardamento di Corfù come un atto disumano, inutile ed ingiustificabile, “un assassinio ufficiale da parte di una nazione civilizzata”.
In Grecia, il governo decreta la legge marziale e ritira la flotta nel golfo di Volo, onde evitare contatti con la flotta italiana. Nella cattedrale di Atene viene tenuta una messa solenne in ricordo delle vittime del bombardamento di Corfù, e le campane di tutte le chiese suonano a lutto; sempre in segno di lutto, vengono chiusi tutti i luoghi di divertimento, mentre nelle piazze scoppiano proteste antiitaliane, tanto che un distaccamento di trenta militari greci dev’essere inviato a proteggere la sede della Legazione d’Italia ad Atene. I giornali greci condannano l’attacco italiano a Corfù, ed il quotidiano “Eleftheros Typos” si esprime pesantemente nei confronti degli italiani, tanto che a seguito delle proteste del Ministro d’Italia il governo ellenico ne sospende per un giorno la pubblicazione e destituisce il censore che ha permesso la pubblicazione dell’articolo incriminato.
Anche in Italia scoppiano nuove dimostrazioni antigreche, mentre il governo italiano chiude il Canale d’Otranto alle navi greche, chiude i porti alle navi greche (mentre i porti greci rimangono aperti alle navi italiane), ordina alle compagnie di navigazione italiane di evitare la Grecia e persino sequestra tutte le navi greche che si trovano in porti italiani (una viene addirittura fermata e catturata nel Canale d’Otranto da un sommergibile italiano); il 2 settembre, tuttavia, le navi greche verranno rilasciate per decisione del Ministero della Marina. Vengono espulsi dall’Italia i giornalisti greci, viene richiamato in patria l’addetto militare inviato ad indagare sull’eccidio di Giannina, ed i riservisti ricevono l’ordine di tenersi pronti ad un’eventuale mobilitazione; Vittorio Emanuele III lascia la sua residenza estiva per fare ritorno a Roma.
Anche altri Paesi nella regione prendono le parti dell’uno o dell’altro contendente e si preparano ad un eventuale conflitto: l’Albania rinforza il suo confine con la Grecia e proibisce a chiunque di attraversarlo, mentre la Jugoslavia dichiara che appoggerà la Grecia ed in Turchia la fazione più nazionalista suggerisce a Mustafà Kemal di cogliere l’occasione per riconquistare la Tracia occidentale ai danni della Grecia. La Cecoslovacchia esprime solidarietà alla Grecia e condanna l’iniziativa italiana.
Tra le poche voci contrarie, in Italia, all’occupazione di Corfù vi sono i diplomatici di professione, che ritengono che la spregiudicatezza di Mussolini possa mettere a repentaglio le trattative in corso per la cessione all’Italia, da parte del Regno Unito, dell’Oltregiuba e dell’oasi di Giarabub. Il segretario generale del Ministero degli Affari Esteri Salvatore Contarini, l’ambasciatore italiano in Francia Romano Avezzana ed il delegato italiano presso la Lega delle Nazioni Antonio Salandra (già primo ministro italiano nel 1915) cercano di persuadere Mussolini ad abbandonare le richieste più estreme ed accetti un compromesso.
George Curzon, segretario agli Affari Esteri del Regno Unito, definisce le richieste di Mussolini come eccessive e “molto peggiori dell’ultimatum [imposto alla Serbia dall’Impero Austroungarico] dopo Sarajevo”, e scrive al primo ministro britannico Stanley Baldwin che l’azione di Mussolini è stata “violenta ed ingiustificabile” e che se il Regno Unito non appoggerà l’appello della Grecia presso la Società delle Nazioni, tanto varrebbe per tale istituzione chiudere baracca. Howard William Kennard, temporaneamente a capo dell’ambasciata britannica a Roma, scrive in un dispaccio a Curzon che Mussolini potrebbe essere pazzo, “un miscuglio di megalomania ed estremo patriottismo”, e che potrebbe volutamente esasperare la situazione fino a scatenare una guerra tra Italia e Grecia. In generale, il Foreign Office si mostra orientato a proteggere la Grecia dall’Italia servendosi come tramite della Società delle Nazioni; Curzon propone di affidare la risoluzione della disputa alla Società delle Nazioni, ma Mussolini per tutta risposta minaccia di lasciarla. Inoltre, da parte britannica si ritiene probabile che la Francia porrebbe il veto su qualsiasi tentativo di imporre sanzioni contro l’Italia; per di più, gli Stati Uniti non sono un Paese membro della Società delle Nazioni e non sarebbero vincolati a rispettare eventuali sanzioni contro l’Italia, vanificandole ulteriormente, mentre l’Ammiragliato britannico asserisce che per imporre un blocco navale contro l’Italia dovrebbe prima esserci una dichiarazione di guerra. Il Regno Unito rafforza la Mediterranean Fleet in vista di un possibile scontro con l’Italia, mossa che provoca delle spaccature all’interno del “fronte” italiano: il ministro della Marina Paolo Thaon di Revel, insieme ai vertici della Marina, afferma che è necessario mantenere rapporti di amicizia con il Regno Unito, la cui flotta è troppo superiore a quella italiana per poterla affrontare con successo in un eventuale conflitto. In generale, tutti i ministri militari cercano di dissuadere Mussolini dal tirare troppo la corda, minacciando le dimissioni e paventando un conflitto che vedrebbe l’Italia contrapposta a Grecia, Jugoslavia, Regno Unito e probabilmente anche la Francia (che mentre è stata finora favorevole all’Italia, non lo sarebbe più se al partito antiitaliano dovesse unirsi anche la Jugoslavia, sua protetta).
Il 1° settembre la Grecia si appella alla Società delle Nazioni, ma il rappresentante dell’Italia, Antonio Salandra, spiega al Consiglio della Società delle Nazioni di non essere autorizzato a discutere la questione; Mussolini si rifiuta di collaborare con la Società delle Nazioni ed asserisce invece che la risoluzione della crisi dovrebbe essere affidata alla Conferenza degli Ambasciatori (organo istituito nel 1920 e formato dai rappresentanti di Italia, Francia, Regno Unito e Giappone, con l’incarico di far rispettare i trattati di pace e mediare le contese territoriali tra i Paesi europei), ripetendo che l’Italia lascerebbe la Società delle Nazioni piuttosto che accettarne l’interferenza. Francia e Regno Unito sono divisi: quest’ultimo sarebbe favorevole all’intervento della Società delle Nazioni, mentre la Francia è contraria, temendo che ciò possa costituire un precedente per una successiva interferenza della Società delle Nazioni nell’occupazione francese della Ruhr. Il risultato è che, come vuole Mussolini, la risoluzione della crisi viene affidata alla Conferenza degli Ambasciatori, che l’8 settembre 1923 annuncia le condizioni che le due parti dovranno adempiere per la risoluzione della disputa. Come previsto da Mussolini, la decisione della Conferenza degli Ambasciatori è in massima parte favorevole alle richieste italiane: la flotta greca dovrà salutare con 21 salve la flotta italiana, che allo scopo si recherà al Pireo insieme a navi da guerra francesi e britanniche (che saranno comprese nel saluto); il governo greco presenzierà ad una cerimonia funebre per le vittime dell’eccidio di Giannina; i greci dovranno rendere gli onori militari alle vittime dell’eccidio quando queste verranno imbarcate a Prevesa per il ritorno in Italia; la Grecia dovrà depositare in una banca svizzera 50 milioni di lire a titolo di garanzia; la massima autorità militare greca dovrà porgere le sue scuse ai rappresentanti italiano, francese e britannico ad Atene; la Grecia dovrà condurre un’inchiesta sull’eccidio di Giannina, da svolgere sotto la supervisione di un’apposita commissione internazionale (presieduta dal tenente colonnello Inohiko Shibuya, addetto militare presso l’ambasciata giapponese) e da completare entro il 27 settembre; la Grecia dovrà garantire la sicurezza della commissione d’inchiesta ed assumersene le spese. L’unica richiesta rivolta al governo albanese è di facilitare l’operato della commissione nel proprio territorio. La decisione è accolta favorevolmente dalla stampa italiana e dallo stesso Mussolini, la cui immagine esce rafforzata da questo episodio, mentre viceversa la Società delle Nazioni ha dato in questa occasione i primi segni della cronica debolezza che caratterizzerà tutta la sua travagliata esistenza: non è stata capace di proteggere una potenza minore da una più grande, la sua autorità è stata sminuita da uno dei suoi membri fondatori, nonché membro permanente del suo consiglio. Il regime fascista ha concluso con un successo la sua prima disputa internazionale; la prova di forza da parte dell’Italia dissuaderà inoltre la Grecia dall’insistere ulteriormente per la cessione delle isole del Dodecaneso e, secondo alcuni autori, avrebbe anche indotto la Jugoslavia a riconoscere la sovranità italiana su Fiume con il trattato di Roma, firmato nel 1924.
La Grecia accetta lo stesso 8 settembre le condizioni della Conferenza degli Ambasciatori, mentre l’Italia fa lo stesso due giorni dopo, e non prima di aver precisato che ritirerà le proprie truppe da Corfù soltanto una volta che la Grecia avrà interamente adempiuto alle proprie obbligazioni.
L’11 settembre il delegato greco presso la Società delle Nazioni, Nikolaos Politis, informa il consiglio della Conferenza degli Ambasciatori che la Grecia ha depositato i 50 milioni di lire, e quattro giorni dopo la Conferenza informa Mussolini che l’Italia dovrà evacuare Corfù entro il 27 settembre.

La nave in transito nel canale navigabile di Taranto (g.c. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net)

19 settembre 1923
Il Montanari, insieme ai gemelli Generale Antonio CantoreGenerale Antonino Cascino, Generale Antonio Chinotto, Generale Marcello Prestinari e Generale Achille Papa ed alle corazzate Cesare e Cavour (nave ammiraglia), compone la divisione navale che presenzia, nella baia di Falero, alla resa degli onori (63 salve di cannone con la bandiera italiana al picco) alla bandiera italiana da parte di una divisione navale greca – corazzata Kilkis, incrociatore corazzato Georgios Averof e quattro cacciatorpediniere – che rappresenta (insieme ad un indennizzo economico) l’atto formale di “riparazione”, da parte della Grecia, per l’eccidio di Giannina. Presenziano come testimoni anche gli incrociatori Comus (britannico) e Mulhouse (francese). Per le salve d’onore la divisione italiana si dispone con le due corazzate al centro, distanziate tra loro di alcune centinaia di metri, ed i cacciatorpediniere sui lati, tre a dritta della Cavour e tre a sinistra della Cesare, equidistanti fra loro.
Il 26 settembre, prima ancora della conclusione dell’inchiesta sull’eccidio, la Conferenza degli Ambasciatori decreta il versamento di un’indennità di 50 milioni di lire (la somma depositata dalla Grecia in una banca svizzera a titolo di garanzia) in favore dell’Italia, perché “le autorità greche sono state colpevoli di una certa negligenza prima e dopo il delitto”. Questa decisione è subita come una sconfitta da parte della Grecia, che ha in questo modo dovuto cedere a pressoché tutte le richieste iniziali di Mussolini. Per aggiungere la beffa al danno, l’Italia chiede anche che la Grecia rimborsi i costi di occupazione di Corfù: un milione di lire al giorno. A questo proposito, la Conferenza degli Ambasciatori stabilisce che l’Italia dovrà rivolgersi ad una Corte di Giustizia Internazionale.
Il 27 settembre, come stabilito, le truppe italiane vengono ritirate da Corfù; la bandiera italiana viene ammainata, salutata dalla flotta italiana e da un cacciatorpediniere greco, e rimpiazzata da quella greca, che viene salutata dalla nave ammiraglia italiana. Le navi italiane rimangono tuttavia a Corfù, avendo ricevuto l’ordine di non lasciare l’isola fino a quando l’Italia non avrà ricevuto i 50 milioni di lire: la somma depositata nella banca svizzera è stata infatti posta a disposizione del Tribunale dell’Aia, e la banca non intende trasferire il denaro a Roma senza l’autorizzazione della Banca Nazionale Greca. La sera dello stesso giorno, tuttavia, quest’ultima dà la sua autorizzazione. Il 30 settembre, dopo che la flotta greca ha tributato gli onori a quella italiana nel porto del Falero, le navi italiane rientrano a Taranto, lasciando sul posto un solo cacciatorpediniere.

Il Generale Carlo Montanari attraversa il canale navigabile di Taranto negli anni Venti (g.c. Marcello Risolo, via www.naviearmatori.net)

20-24 agosto 1924
Il Montanari partecipa alle grandi manovre della flotta al largo della Sicilia. La flotta è divisa in due gruppi, di cui quello “nazionale”, avente base ad Augusta al comando dell’ammiraglio Massimiliano Lovatelli, deve scortare un convoglio da Tobruk ad un porto a scelta della Sicilia orientale, della costa ionica o del Basso Adriatico, mentre quello “nemico”, avente base a Trapani al comando dell’ammiraglio Angelo Conz, deve impedire al convoglio di giungere a destinazione. Dislocato a Crotone, il Montanari raggiunge il convoglio il 23 agosto, insieme all’esploratore Leone, per rinforzarne la scorta. “Vince” l’esercitazione il gruppo “nazionale”, con l’arrivo del convoglio a Siracusa e la “perdita”, da parte del “nemico”, della corazzata Dante Alighieri, del cacciatorpediniere Palestro e di un sommergibile, mentre il gruppo “nazionale” subisce il “siluramento” della corazzata Andrea Doria. L’ammiraglio Alfredo Acton, comandane in capo dell’armata navale, segue le manovre dalla corazzata Conte di Cavour, su cui si è imbarcato con tutto il suo stato maggiore.
Dicembre 1925
Il Montanari, insieme ai gemelli Generale Antonio CantoreGenerale Antonino CascinoGenerale Marcello Prestinari e Generale Achille Papa, forma la II Squadriglia Cacciatorpediniere della 1a Flottiglia della Divisione Siluranti, formata inoltre dall’esploratore Carlo Mirabello (capo flottiglia) e dalla I Squadriglia Cacciatorpediniere (Giuseppe La MasaGiuseppe La FarinaNicola FabriziGiacomo Medici). La Divisione Siluranti comprende anche l’esploratore Quarto (nave ammiraglia), la 2a Flottiglia Cacciatorpediniere (esploratore Aquila; cacciatorpediniere ConfienzaSan MartinoSolferino ed Enrico Cosenz della III Squadriglia; cacciatorpediniere CastelfidardoCurtatoneCalatafiminiMonzambano e Giacinto Carini della IV Squadriglia) e la 3a Flottiglia Cacciatorpediniere (esploratore Falco; cacciatorpediniere Giuseppe SirtoriGiuseppe MissoriGiovanni Acerbi e Vincenzo Giordano Orsini della V Squadriglia; cacciatorpediniere Fratelli CairoliAntonio MostoSimone SchiaffinoRosolino Pilo e Giuseppe Dezza della VI Squadriglia).

La nave insieme ad alcune unità gemelle, a fine anni Venti (g.c. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net)

1927
Dislocato a Tripoli come stazionario fino a maggio, quando viene avvicendato dal gemello Generale Antonino Cascino.
1929
Forma, insieme a Giuseppe La MasaGenerale Antonio Cantore, Generale Marcello Prestinari e Generale Achille Papa, la VI Squadriglia Cacciatorpediniere, che con la V Squadriglia di quattro unità ed all’esploratore Carlo Mirabello compone la 3a Flottiglia della II Divisione Siluranti (2a Squadra Navale, di base a Taranto).
1° ottobre 1929
Declassato a torpediniera, come tutti i vecchi “tre pipe”.

La Montanari a La Spezia nel 1930 (Coll. Luigi Accorsi, via www.associazione-venus.it)

16 gennaio 1932
Si reca a Capodistria insieme all’esploratore Quarto ed alle torpediniere Angelo BassiniGiuseppe Cesare AbbaGiuseppe La FarinaGenerale Antonio Chinotto ed Enrico Cosenz (la formazione è al comando dell’ammiraglio Moreno). La formazione ripartirà il 18 dopo essere stata raggiunta dal Premuda.

Un’altra immagine della nave nel 1930 (Coll. Aldo Fraccaroli via Coll. Luigi Accorsi e www.associazione-venus.it)

1936
Lavori di modifica: la nave riceve attrezzature per il dragaggio in corsa.
1937
La Montanari, insieme alle gemelle Papa, Cascino e Chinotto, forma la I Squadriglia Torpediniere (tenente di vascello Pariazzo) della Flottiglia Scuola Comando, che comprende inoltre le Squadriglie Torpediniere II (capitano di fregata Corso Pecori Giraldi: Giuseppe La Masa, Nicola Fabrizi, Giuseppe Missori, Generale Marcello Prestinari) e III (capitano di fregata Franco Garofalo: Ippolito Nievo, Rosolino Pilo, Giuseppe Dezza, Giuseppe Cesare Abba, Fratelli Cairoli) nonché l’esploratore Aquila, nave di bandiera del comandante della flottiglia, capitano di vascello Giuseppe Fioravanzo.

La Montanari a Taranto nel 1932, sullo sfondo un incrociatore classe Zara (da www.gunboards.com)

8 agosto-8 settembre 1937
Durante la guerra civile spagnola, la Montanari partecipa al blocco del Canale di Sicilia, per impedire l’invio di rifornimenti dall’Unione Sovietica (Mar Nero) alle forze repubblicane spagnole. Mussolini ha preso tale decisione a seguito di richieste da parte dei comandi spagnoli nazionalisti, i quali sostengono, esagerando di molto, che l’Unione Sovietica stia per rifornire le forze repubblicane spagnole con oltre 2500 carri armati, 3000 “mitragliatrici motorizzate” e 300 aerei. Il 3 agosto Francisco Franco ha chiesto urgentemente a Mussolini di usare la sua flotta per fermare un grosso “convoglio” sovietico appena partito da Odessa e diretto nei porti repubblicani; sulle prime era previsto il solo impiego di sommergibili, ma Franco è riuscito a convincere Mussolini ad impiegare anche le navi di superficie. Nel suo telegramma Franco afferma: «Tutte le informazioni degli ultimi giorni concordano nell’annunciare un aiuto possente della Russia ai rossi, consistente in carri armati, dei quali 10 pesanti, 500 medi e 2 000 leggeri (sic), 3 000 mitragliatrici motorizzate, 300 aerei e alcune decine di mitragliatrici leggere, il tutto accompagnato da personale e organi del comando rosso. L’informazione sembra esagerata, poiché le cifre devono superare la possibilità di aiuto di una sola nazione. Ma se l’informazione trovasse conferma, bisognerebbe agire d’urgenza e arrestare i trasporti al loro passaggio nello stretto a sud dell’Italia e sbarrare la rotta verso la Spagna. Per far ciò, bisogna, o che la Spagna sia provvista del numero necessario di navi o che la flotta italiana intervenga ella stessa. Un certo numero di cacciatorpediniere operanti davanti ai porti e alle coste dell’Italia potrebbe sbarrare la rotta del Mediterraneo ai rinforzi rossi: la cattura potrebbe essere effettuata da navi battenti apertamente bandiera italiana, aventi a bordo un ufficiale e qualche soldato spagnolo, che isserebbero la bandiera nazionalista spagnola al momento stesso della cattura. Invierò d’urgenza un rappresentante a Roma per negoziare questo importante affare. Nell’intervallo, e per impedire l’invio delle navi che saranno già in rotta per la Spagna, prego il governo italiano di sorvegliare e segnalare la posizione e la rotta delle navi russe e spagnole che lasciano Odessa. Queste navi devono essere sorvegliate e perquisite da cacciatorpediniere italiani che segnaleranno la loro posizione alla nostra flotta. Vogliate trasmettere in tutta urgenza al Duce e a Ciano l’informazione di cui sopra e la nostra richiesta, unita all’assicurazione dell’indefettibile amicizia e della riconoscenza del generalissimo alla nazione italiana».
Il blocco navale viene ordinato da Roma il 7 agosto ed ha inizio due giorni più tardi; oltre ai sommergibili, inviati sia al largo dei Dardanelli che lungo le coste della Spagna, prendono in mare gli incrociatori Diaz e Cadorna, otto cacciatorpediniere ed altrettante torpediniere che si posizionano nel Canale di Sicilia e lungo le coste del Nordafrica francese. Cacciatorpediniere e torpediniere operano in cooperazione con quattro sommergibili ed un sistema di esplorazione aerea a maglie strette (idrovolanti dell’83° Gruppo Ricognizione Marittima, di base ad Augusta) e sono alle dipendenze dell’ammiraglio di divisione Riccardo Paladini, comandante militare marittimo della Sicilia; successivamente verranno avvicendati da altre siluranti e dalla IV Divisione Navale (incrociatori leggeri Armando DiazAlberto Di GiussanoLuigi CadornaBartolomeo Colleoni). Sono complessivamente ben 40 le navi mobilitate per il blocco: i quattro incrociatori della IV Divisione, l’esploratore Aquila, dieci cacciatorpediniere (FrecciaDardoSaettaStraleFulmineLampoEsperoOstroZeffiro e Borea), 24 torpediniere (CignoCanopoCastoreClimeneCentauroCassiopeaAndromedaAntaresAltairAldebaranVegaSagittarioAstoreSirioSpicaPerseoGiuseppe La MasaGenerale Carlo MontanariIppolito NievoGiuseppe Cesare AbbaGenerale Achille PapaNicola FabriziGiuseppe Missori e Monfalcone) e la nave coloniale Eritrea. Altre due navi, gli incrociatori ausiliari Adriatico e Barletta, camuffati da spagnoli Lago e Rio, hanno l’incarico di visitare i mercantili sospetti avvistati dalle navi da guerra in crociera.
Il dispositivo di blocco è articolato in più fasi: informatori ad Istanbul segnalano all’Alto Comando Navale le navi sovietiche, o di altre nazionalità ma sospettate di operare al servizio dei repubblicani, che passano per il Bosforo; ad attenderle in agguato per primi vi sono i sommergibili appostati all’uscita dei Dardanelli. Se le navi superano indenni questo primo ostacolo, vengono segnalate alle navi di superficie ed ai sommergibili in crociera nel Canale di Sicilia e nello Stretto di Messina; qualora dovessero riuscire ad evitare anche questo nuovo pericolo (possibile soltanto appoggiandosi a porti neutrali) troverebbero ad aspettarle altre navi da guerra in crociera nelle acque della Tunisia e dell’Algeria. Infine, come ultima barriera per i bastimenti che riuscissero ad eludere anche tale minaccia, altri sommergibili sono in agguato lungo le coste della Spagna.
In base all’ordine generale d’operazioni numero 1, gli incrociatori, l’Eritrea e parte dei cacciatorpediniere devono compiere esplorazione pendolare sul meridiano 16° E, cooperando con gli aerei da ricognizione che conducono esplorazione sistematica per parallelo; altri cacciatorpediniere formano uno sbarramento esplorativo tra Lampedusa e le propaggini meridionali del banco di Kerkennah (nei pressi di Sfax), mentre le torpediniere conducono esplorazione a rastrello tra Pantelleria e Malta, lungo l’asse del Canale di Sicilia. Adriatico/Lago e Barletta/Rio compiono esplorazione a triangolo presso Capo Bon; Aquila (capitano di vascello Giuseppe Fioravanzo, capo flottiglia scuola comando), FabriziMissoriMontanariMonfalconeNievoPapa e La Masa (dipendenti dalla flottiglia scuola comando) compiono vigilanza sistematica nello stretto di Messina. Il blocco si protrae dal 7 agosto al 12 settembre con intensità variabile; nel periodo di maggiore attività sono contemporaneamente in mare nel Canale di Sicilia 12 navi di superficie, 5 sommergibili e 6 aerei. Gli ordini per le navi di superficie sono di avvicinare e riconoscere tutti i mercantili avvistati, specialmente quelli privi di bandiera (e che non la issano subito dopo averne ricevuto l’intimazione dalle unità italiane), quelli che di notte procedono a luci spente, quelli con bandiera sovietica o spagnola repubblicana, quelli che hanno in coperta carichi di natura palesemente militare, e quelli che sono stati specificamente indicati per nome dal Comando Centrale. Se un mercantile viene riconosciuto come al servizio della Spagna repubblicana, la nave italiana che l’ha avvistato deve seguirlo e segnalarlo al sommergibile più vicino, che dovrà poi procedere ad affondarlo. Se quest’ultimo fosse impossibilitato a farlo, spetterebbe alla nave di superficie il compito di seguire il mercantile fino a notte, tenendosi in contatto visivo, per poi silurarlo una volta calata l’oscurità. I piroscafi identificati come “contrabbandieri” di notte devono invece essere subito affondati. Se venisse incontrato un mercantile repubblicano a grande distanza dalle acque territoriali della Tunisia, la nave che lo avvista deve chiamare sul posto uno tra Rio e Lago oppure una nave da guerra spagnola nazionalista (parecchie di queste sono appositamente dislocate nel Mediterraneo centrale) che provvederanno a catturarlo. Ordini tassativi sono emanati per evitare interferenze o incidenti con bastimenti neutrali (il che talvolta obbliga a seguire un mercantile “sospetto” per tutto il giorno al fine di identificarlo, dato che talvolta quelli diretti nei porti repubblicani usano bandiere false), e questo, insieme all’intensità del traffico navale nel Canale di Sicilia, rende piuttosto complessa e delicata la missione delle navi che partecipano al blocco.
Nei primi giorni del blocco sono particolarmente attivi i cacciatorpediniere di base ad Augusta. Dopo i primi successi, però, ci si rende conto che il sistema di vigilanza nel Canale di Sicilia non funziona come dovrebbe: diversi piroscafi al servizio dei repubblicani lo aggirano avvicinandosi di giorno ai settori in cui incrociano le navi italiane, aspettando il buio per entrare nelle acque territoriali della Tunisia e poi attraversare la zona di maggior pericolo seguendo la costa, o sostando nei porti francesi in attesa dell’alba. Di conseguenza, il Comando della Regia Marina dispone delle crociere di cacciatorpediniere nella fascia costiera compresa tra 10 e 30 miglia dalla costa tunisina tra Capo Tenes e La Galite, per completare il dispositivo esistente.
Siccome queste crociere si svolgono in aree dov’è possibile che i cacciatorpediniere italiani incontrino navi da guerra repubblicane, una sezione di incrociatori (a turno, Attendolo-Eugenio di SavoiaTrento-TriesteAttendolo-Bande Nere) viene tenuta costantemente a Cagliari pronta ad intervenire in appoggio ai cacciatorpediniere, in caso di scontro con superiori formazioni navali repubblicane. Se i cacciatorpediniere dovessero invece incontrare piroscafi riconosciuti come repubblicani (od al loro servizio) al di fuori delle acque territoriali francesi, dovranno tenersi in contatto visivo fino al calar del sole, dopo di che dovranno avvicinarsi col buio ed affondarlo con il siluro. In caso di riconoscimento notturno, se l’identificazione risulterà inequivocabile, dovranno affondarlo subito.
Il blocco navale così organizzato (del tutto illegale, dato che l’Italia non è formalmente in guerra con la Repubblica spagnola) si rivela un pieno successo: sebbene le navi effettivamente affondate o catturate siano numericamente poche, l’elevato rischio comportato dalla traversata a causa del blocco italiano porta in breve tempo alla totale interruzione del flusso di rifornimenti dall’Unione Sovietica alla Spagna repubblicana. Soltanto qualche mercantile battente bandiera britannica o francese riesce a raggiungere i porti repubblicani, oltre a poche navi che salpano dalla costa francese del Mediterraneo e raggiungono Barcellona col favore della notte. Entro settembre, l’invio di mercantili con rifornimenti per i repubblicani dall’Unione Sovietica attraverso il Bosforo è praticamente cessato, tanto che i comandi italiani si possono ormai permettere di ridurre di molto il numero di navi in mare per la vigilanza, essendo quest’ultima sempre meno necessaria e non volendo provare troppo le navi in una zona dove c’è spesso maltempo con mare grosso. Ad ogni modo, le navi assegnate al blocco vengono mantenute nelle basi siciliane, pronte a riprendere il mare qualora dovesse manifestarsi una ripresa nel traffico verso la Spagna.
Oltre alla grave crisi nei rifornimenti di materiale militare, che si verifica proprio nel momento cruciale della conquista nazionalista dei Paesi Baschi (principale centro di produzione di armi tra le regioni in mano repubblicana), il blocco ha un impatto notevole anche sul morale dei repubblicani, tanto nella popolazione civile (il cui morale va deteriorandosi per la difficoltà di procurarsi beni di prima necessità) quanto nei vertici politico-militari, che si rendono conto di come, mentre i nazionalisti ricevono dall’Italia supporto incondizionato, persino sfacciato, con largo dispiego di mezzi, Francia e Regno Unito non sembrano disposte a fare molto più che parlare in aiuto alla causa repubblicana (in alcuni centri repubblicani si svolgono anche aperte manifestazioni contro queste due nazioni, da cui i repubblicani si sentono abbandonati).
Il blocco italiano impartisce dunque un durissimo colpo ai repubblicani, ma scatena anche gravi tensioni internazionali (specie col Regno Unito) e feroci proteste sulla stampa spagnola repubblicana ed internazionale, con accuse di pirateria – essendo, come detto, un’operazione in totale violazione di ogni legge internazionale – nei confronti della Marina italiana, ripetute anche da Winston Churchill. Il governo britannico, invece, evita di accusare apertamente l’Italia, dato che il primo ministro Neville Chamberlain intende condurre una politica di “riavvicinamento” verso l’Italia per allontanarla dalla Germania; anche questo fa infuriare i repubblicani, che hanno fornito ai britannici prove del coinvolgimento italiano (prove che i britannici peraltro possiedono già, dato che l’Operational Intelligence Center dell’Ammiragliato intercetta e decifra svariate comunicazioni italiane relative alle missioni “spagnole”), solo per vedere questi ultimi fingere di attribuire gli attacchi ai soli nazionalisti spagnoli.
Nel settembre 1937 Francia e Regno Unito organizzeranno la Conferenza di Nyon per contrastare la “pirateria sottomarina”: gli occhi di tutti sono puntati sull’Italia, anche se questa non viene accusata direttamente, tranne che dall’Unione Sovietica. Se ufficialmente i britannici non parlano apertamente di coinvolgimento italiano, attraverso i canali diplomatici questi fanno pervenire al ministro degli Esteri italiano, Galeazzo Ciano, l’irritazione per alcuni incidenti che hanno coinvolto proprio navi britanniche (il cacciatorpediniere HMS Havock è stato attaccato, ancorché senza risultato, dal sommergibile italiano Iride), ragion per cui il 12 settembre si decide di sospendere il blocco per non incrinare le relazioni con il Regno Unito. Nel periodo 7 agosto-12 settembre, le navi italiane hanno avvicinato e identificato ben 1070 bastimenti mercantili, di svariate nazionalità; la Montanari, in particolare, ha effettuato quattro missioni di esplorazione a rastrello a sud dello stretto di Messina e tra Malta e Pantelleria tra il 16 agosto ed il 4 settembre. Da questo momento, sarà incombenza unicamente della Marina franchista impedire che altri rifornimenti raggiungano i porti repubblicani.

(g.c. Manuel Staropoli)

Autunno 1937-Aprile 1939
In seguito alla succitata conferenza di Nyon (10-14 settembre 1937), le nazioni partecipanti (Francia, Regno Unito, Unione Sovietica, Turchia, Jugoslavia, Irlanda, Bulgaria, Grecia, Egitto e Romania; Italia e Germania, invitate a partecipare, hanno rifiutato in segno di protesta contro le – fondate – accuse sovietiche di pirateria rivolte all’Italia) stabiliscono che per la navigazione d’altura in acque internazionali le proprie navi mercantili dovranno seguire delle rotte concordate tra i principali porti del Mediterraneo, rotte che saranno pattugliate da cacciatorpediniere ed aerei delle principali potenze aderenti all’accordo, ossia Francia e Regno Unito, che per i pattugliamenti nel Mediterraneo orientale si appoggeranno anche ad alcuni porti messi appositamente a disposizione dalle nazioni rivierasche. I Paesi partecipanti saranno responsabili ciascuno del pattugliamento delle proprie acque territoriali. Viene stabilito che in caso di attacco da parte dei sommergibili “pirati” (ogni riferimento alla loro nazionalità è accuratamente evitato) contro navi non spagnole, o loro tentativo di avvicinarsi in immersione alle rotte pattugliate, questi dovranno essere attaccati da tutte le unità di pattuglia presenti in zona, fino alla distruzione; in Mediterraneo i sommergibili si potranno spostare soltanto navigando in superficie, accompagnati da navi di superficie e dando preavviso del proprio passaggio. Gli accordi, sottoscritti dal 14 settembre, entrano in vigore dal 20 settembre.
All’Italia viene offerto, ed anzi chiesto, di provvedere a pattugliare con analoghe modalità le rotte del Mar Tirreno (l’Adriatico è invece escluso dagli accordi e non sarà soggetto a sorveglianza); la diplomazia britannica e francese fa ripetute pressioni affinché le autorità italiane accettino tale responsabilità, ma il 14 settembre il governo italiano rifiuta, adducendo a motivazione il mancato riconoscimento della parità con Francia e Regno Unito, cui è affidata la sorveglianza in tutto il resto del Mediterraneo. Il 21 settembre si tiene a Roma un colloquio tra il ministro degli Esteri italiano, Galeazzo Ciano, e gli incaricati britannico e francese, Edward Maurice Ingram e Jules Blondel, con cui viene chiarito che l’Italia potrebbe accettare di pattugliare il Tirreno se le venisse riconosciuta una posizione paritaria con le Marine francese e britannica nell’applicazione delle misure di protezione del traffico mercantile concordate a Nyon, ed il giorno stesso i governi francese e britannico propongono di tenere una riunione a tre a Parigi con rappresentanti italiani per emendare le decisioni prese a Nyon in modo da consentire l’adesione dell’Italia. La proposta viene accettata, ed i colloqui si tengono a Parigi dal 27 al 30 settembre: rappresentante italiano l’ammiraglio Wladimiro Pini, capo di Stato Maggiore della Regia Marina, rappresentante francese l’ammiraglio René-Émile Godfroy (che ha partecipato alla conferenza di Nyon), rappresentante britannico l’ammiraglio William M. James, sottocapo di Stato Maggiore della Royal Navy. Al termine degli incontri, pressoché tutte le richieste italiane vengono accettate, e l’Italia entra a far parte del dispositivo di sorveglianza internazionale in condizioni di piena parità con Francia e Regno Unito: il Mediterraneo è diviso in tredici zone, e ad ognuna delle tre Marine è affidato il pattugliamento di una uguale lunghezza delle rotte che i mercantili dovranno seguire. L’Italia ottiene la sorveglianza di zone in tutti e tre i bacini del Mediterraneo, con un’area di competenza che va dalle Baleari al canale di Suez, comprese le rotte che uniscono la Cirenaica al Dodecaneso. Gli ultimi particolari (modalità di impiego delle navi, collegamenti e codici per le comunicazioni tra i rispettivi comandanti e le unità impegnate nei pattugliamenti) vengono concordati il 30 ottobre a Biserta tra gli ammiragli Romeo Bernotti (comandante in capo della 2a Squadra Navale italiana), Alfred Dudley Pound (comandante in capo della Mediterranean Fleet britannica) e Jean-Pierre Esteva (comandante in capo delle forze navali francesi nel Mediterraneo).
Ciano commenta significativamente nel suo diario questa vittoria diplomatica: “Una bella vittoria. Da imputati siluratori a poliziotti mediterranei, con esclusione degli affondati russi” (l’Unione Sovietica, principale accusatrice dell’Italia e proprietaria di alcune delle navi affondate, non è stata inclusa nel dispositivo di sorveglianza delle rotte).
Le rotte assegnate all’Italia per il pattugliamento sono la Genova-Algeri, la Marsiglia-Biserta-Port Said, la Marsiglia-Messina-Port Said, la Genova-Gibilterra, le rotte dalla Spagna al Mediterraneo orientale, quella dal Mar Nero ad Alessandria d’Egitto, quelle tra il Mediterraneo orientale e l’Adriatico e quelle tra il Mediterraneo occidentale e l’Adriatico. I compiti di pattugliamento vengono affidati alla 2a Squadra Navale, ed il suo comandante, ammiraglio Bernotti, è pertanto nominato comandante del dispositivo di sorveglianza, con comando a Palermo. Complessivamente, da parte italiana vengono destinati ai pattugliamenti due incrociatori leggeri (Alberico Da Barbiano e Giovanni delle Bande Nere), quattro esploratori (Ugolino Vivaldi, Antonio Da Noli, Leone Pancaldo, Antoniotto Usodimare), otto cacciatorpediniere (Confienza, Curtatone, Palestro, Euro, Turbine, Aquilone, Quintino Sella, Bettino Ricasoli), venti torpediniere (Altair, Andromeda, Antares, Aldebaran, Astore, Cigno, Canopo, Castore, Centauro, Cassiopea, Climene, Giuseppe Dezza, Giuseppe La Masa, Giacinto Carini, Giacomo Medici, Generale Antonio Cantore, Generale Carlo Montanari, Generale Marcello Prestinari, Sirio, Sagittario), due incrociatori ausiliari (Adriatico e Barletta) e le Squadriglie Idrovolanti 141, 146, 148 e 185 della Ricognizione Marittima. Le forze aeronavali impiegate nei pattugliamenti hanno base a Tripoli, Cagliari, Augusta, Messina, La Maddalena, Trapani, Brindisi, La Spezia, Lero e Tobruk.
La Montanari, in particolare, è dislocata a La Spezia ed incaricata, insieme al cacciatorpediniere Curtatone ed agli idrovolanti della 141a Squadriglia da Ricognizione Marittima, di pattugliare la rotta numero 4, da Genova a Gibilterra.
1939
Lavori di modifica dell’armamento: vengono eliminati i due vecchi cannoncini singoli Ansaldo Mod. 1917 da 76/40 mm, mentre vengono installat due mitragliere contraeree Breda Mod. 1935 da 20/65 mm e due o quattro mitragliere singole da 8/80 mm.
10 giugno 1940
All’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, la Montanari (tenente di vascello di complemento Ilio Mariani) fa parte della II Squadriglia Torpediniere, di base a La Maddalena ed alle dipendenze del Comando Militare Marittimo della Sardegna, insieme alle gemelle Generale Antonino Cascino, Generale Antonio ChinottoGenerale Achille Papa.
La velocità massima di queste unità è ormai calata da 30 nodi a 26, per via del logorio derivante dal lungo servizio e dall’età.
6 giugno-10 luglio 1940
Montanari, CascinoChinotto e Papa posano quattro sbarramenti antinave di 60 mine ciascuno a nordest della Maddalena ed altri due (anch’essi di 60 ordigni cadauno) nelle bocche di Bonifacio.
7 novembre 1940
La Montanari parte da Palermo alle cinque del mattino, per scortare a Tripoli i piroscafi Ernesto ed Ogaden.
9 novembre 1940
Il piccolo convoglio giunge a Tripoli alle dieci (o 10.45).
13 novembre 1940
La Montanari lascia Tripoli alle 10.50 per scortare a Bengasi i piroscafi Rapido e Tembien.
15 novembre 1940
Il convoglietto giunge a Bengasi a mezzogiorno.
16 novembre 1940
La Montanari parte da Tobruk alle 17.30 per scortare a Tripoli il piroscafo Maddalena G.
17-18 novembre 1940
Sosta a Bengasi, poi le due navi proseguono per Tripoli.
21 novembre 1940
Montanari e Maddalena G. arrivano a Tripoli alle 8.50.
27 novembre 1940
La Montanari lascia Tripoli a mezzogiorno per scortare a Bengasi la nave cisterna Irma Calzi.
1° dicembre 1940
Le due navi arrivano a Bengasi alle otto.
3 dicembre 1940
La Montanari salpa da Tripoli alle 20 per scortare a Bengasi i piroscafi Pallade e Tenace.
6 dicembre 1940
Il piccolo convoglio giunge a Bengasi alle 13.30.
20 dicembre 1940
La Montanari lascia Bengasi alle 18 di scorta alla motonave Calitea ed ai piroscafi Mira, Ninfea, Promotore, Pallade ed Ezilda Croce, diretti a Tripoli (convoglio "Mira").
23 dicembre 1940
Alle 2.55, in posizione 32°42' N e 14°55' E (al largo di Misurata), il convoglio "Mira" viene avvistato dal sommergibile britannico Regent (capitano di corvetta Hugh Christopher Browne), che ne apprezza la composizione come quattro navi mercantili, una grande e tre piccole, scortate da una torpediniera o cacciatorpediniere; il sommergibile li attacca con il lancio di due siluri da 1830 metri, ma senza successo. L’attacco non viene notato dalle navi italiane.
24 dicembre 1940
Il convoglio giunge a Tripoli alle dieci.
31 dicembre 1940
La Montanari salpa da Tobruk per Bengasi alle 23, scortando la motonave Calitea.
2 gennaio 1941
Dopo una sosta a Bomba, le due navi arrivano a Bengasi alle 10.30.
3 gennaio 1941
Montanari e Calitea lasciano Bengasi all’1.30 per tornare a Tripoli.
4 gennaio 1941
Le due navi giungono a Tripoli alle 10.30.
21/22 gennaio 1941
A Misurata, la Montanari rileva la cannoniera Alula nella scorta ai piroscafetti Arsia ed Ascianghi, in navigazione da Tripoli a Bengasi.
23 gennaio 1941
Il piccolo convoglio giunge a Bengasi alle 11.
27 gennaio 1941
La Montanari lascia Bengasi alle undici per scortare a Tripoli i piroscafi Sabaudia e Capo Orso e la motonave Riv.
29 gennaio 1941
Il convoglio giunge a Tripoli alle 17.
21 febbraio 1941
Alle 19.30 la Montanari parte da Trapani per scortare a Tripoli i piroscafi Sabbia e Silvia Tripcovich.
22 febbraio 1941
Alle 15.21 il convoglio venne avvistato, mentre procede su rotta 156° sorvolato da almeno un aereo, una ventina di miglia ad est di Susa, dal sommergibile britannico Ursula (tenente di vascello Alexander James Mackenzie), che ne identifica la composizione come due mercantili scortati da tre (?) torpediniere. Alle 16.08 (secondo il giornale di bordo dell’Ursula; l’orario indicato dalle fonti italiane sono invece le 16.34), nel punto 35°47' N e 11°13' E (o 35°47' N e 11°16' E; al largo delle secche di Kerkennah ed a sette miglia da Kuriat), l’Ursula lancia tre siluri dalla distanza di 2300 metri contro un piroscafo identificato come “tipo Sicilia”. Una delle armi colpisce il Sabbia, danneggiandolo (altre fonti citano erroneamente, come autore dell’attacco, il sommergibile Regent, che in realtà attaccò il piroscafo Menes, facente parte di un altro convoglio).
Il mare è calmo, e la Montanari vede chiaramente la chiazza biancastra che indica il punto di lancio del siluro; è anzi riconoscibile anche la scia del sommergibile immerso, che sembra dirigersi verso la costa. I due aerei da caccia che si trovano sul cielo del convoglio scendono in picchiata e mitragliano il punto in cui si trova il sommergibile, ed il comandante della Montanari ordina di accelerare e dirigersi verso di esso, ed una volta giunta sul posto – sette od otto minuti dopo il siluramento del Sabbia; alle 16.16 secondo il giornale di bordo dell’Ursula – lancia quattro bombe di profondità regolate per scoppiare a 25 metri di profondità, e poi altre cinque, dopo la cui detonazione vede affiorare in superficie quelli che giudica segni dell’affondamento del sommergibile nemico. In realtà l’Ursula, che dopo il lancio è sceso a 21 metri, non subisce danni (a bordo si vengono avvertite dieci esplosioni bombe di profondità, a poppavia ed in avvicinamento, che inducono Mackenzie a ridurre la velocità per risultare più silenzioso e rendere così più difficile l’individuazione del sommergibile), ed alle 16.37, terminato il bombardamento, può tornare a quota periscopica per osservare i risultati del lancio; dopo aver visto il Sabbia in apparente affondamento, s’immergerà nuovamente a 21 metri. Vari siti, tra cui l’Historisches Marinearchiv, affermano che l’Ursula sarebbe stato danneggiato dal contrattacco della Montanari, ma in realtà il sommergibile ne uscì indenne.
Terminata la caccia, la Montanari rimane sul posto a dare assistenza al piroscafo danneggiato, che è fermo ma in buone condizioni; alle 21.30 il Sabbia riuscirà a rimettere in moto a sei nodi, arrancando lentamente verso Tripoli con la scorta della torpediniera. Il Silvia Tripcovich, invece, una volta compreso che il convoglio è sotto attacco da parte di un sommergibile, ha accelerato alla massima velocità e si è allontanato da solo verso sud (in direzione di Tripoli), senza trasmettere alcuna comunicazione, fino a sparire alla vista della Montanari, il cui comandante ha concluso che il comandante del piroscafo abbia deciso di proseguire per contro proprio. Il piroscafo non arriverà mai a destinazione: poche ore dopo verrà silurato dal sommergibile britannico Upright ed affonderà con l’intero equipaggio.
(Secondo quanto riportato in appendice al volume USMM "La difesa del traffico con l’Africa Settentrionale dal 10 giugno 1940 al 30 settembre 1941", anche il Silvia Tripcovich sarebbe stato silurato, proseguendo a velocità ridotta per poi svanire nella notte del 22; ma dal giornale di bordo dell’Ursula risulta chiaramente che venne silurato solo il Sabbia, e nessun altro sommergibile attaccò il convoglio prima che il Silvia Tripcovich se ne separasse).
24 febbraio 1941
Montanari e Sabbia arrivano a Tripoli alle 13. Per questa missione il tenente CREM Germano Meneghini della Montanari verrà decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con motivazione: "Imbarcato su torpediniera di scorta ad un convoglio attaccato da sommergibile, dava al comandante la sua pronta ed animosa collaborazione nel contrattacco all'unità nemica che veniva distrutta e nell'opera di assistenza ad uno dei piroscafi che, sebbene colpito da siluro, poteva raggiungere il porto di destinazione".
4 marzo 1941
La Montanari lascia Tripoli alle 14 di scorta ai piroscafi Pegli, Audace e Florida II, diretti a Susa e Sfax per caricarvi fosfati da trasportare in Italia.
5 marzo 1941
In mattinata i piroscafi raggiungono le rispettive destinazioni.
10 aprile 1941
La Generale Carlo Montanari (caposcorta) e le torpediniere Giuseppe Missori e Perseo partono da Palermo per Tripoli alle 13.30, scortando un convoglio composto dai piroscafi Bosforo ed Ogaden e dalle navi cisterna Persiano e Superga.
11 aprile 1941
I cacciatorpediniere britannici Jervis (capitano di vascello Mack), JanusNubian e Mohawk lasciano Malta per intercettare il convoglio italiano tra Lampione e le Kerkennah, ma non ricevono un messaggio inviato dal sommergibile Unique che corregge la velocità del convoglio, la cui stima iniziale è errata. Le unità britanniche non riescono così a trovare quelle italiane, e devono rientrare a Malta.
Secondo alcune fonti lo stesso giorno il convoglio viene infruttuosamente attaccato dal sommergibile britannico Upholder al largo di Capo Bon, ma si tratta probabilmente di un errore.
12 aprile 1941
Alle 8.30, quando il convoglio è 50 miglia a nord di Tripoli (per il Tetrarch, la posizione è 37 miglia per 340° dal faro di Tripoli, cioè a nordovest della città) e la scorta è stata rinforzata da un aereo, le navi vengono avvistate dal sommergibile britannico Tetrarch (capitano di corvetta Richard Micaiah Towgood Peacock) mentre procedono su rotta 150° alla velocità stimata di 10 nodi. Peacock identifica la composizione del convoglio come cinque mercantili, scortati da tre cacciatorpediniere ed un aereo.
Passato all’attacco, il battello lancia quattro siluri contro la Persiano (nave di testa della colonna più vicina), dalla distanza di 4115 metri: mentre la Montanari avvista le scie dei siluri e riesce ad evitarli con la manovra, alle 8.50 (per altra versione 10.20) la Persiano viene colpita da un siluro 30 miglia a nordovest del faro di Tripoli. Incendiata a poppa, la petroliera viene assistita dalle torpediniere Polluce e Partenope, uscite da Tripoli, mentre il resto del convoglio prosegue verso il porto, dove entra alle 15.
Il Tetrarch, sceso in profondità subito dopo il lancio in considerazione della vicinanza dell’aereo di scorta, viene sottoposto a caccia antisommergibili per tre ore da parte della Montanari (distaccata con il duplice compito di dare la caccia all’attaccante e poi di recuperare i naufraghi della Persiano), con il lancio di nove bombe di profondità, ma non subisce danni, ed a mezzogiorno può tornare a quota periscopica, osservando la Persiano a cinque miglia di distanza, fortemente sbandata e con la poppa in fiamme e semisommersa. Giudicatala spacciata, Peacock inizia a ritirarsi verso nord; più tardi, alle 16.10, inizia un nuovo bombardamento con 15 cariche di profondità, ma anche queste esplodono troppo lontane (a poppavia) per poter fare danni.
La Persiano affonderà l’indomani mattina, alle 10.30, nel punto 33°29' N e 14°01' E, una trentina di miglia a nordovest di Tripoli. L’equipaggio, eccetto tre uomini rimasti uccisi nel siluramento, viene tutto recuperato dalle unità della scorta.
14 aprile 1941
La Montanari e la torpediniera Circe escono da Tripoli e vanno incontro ad un convoglio proveniente da Napoli (piroscafi tedeschi AnkaraReichenfelsMarburgKibfelsGalilea, scortati dai cacciatorpediniere Ugolino VivaldiLanzerotto MalocelloDardo ed Antonio Da Noli), scortandolo nell’ultimo tratto della navigazione. Le navi giungono a Tripoli alle 10.
20 aprile 1941
La Montanari, la gemella Generale Achille Papa e la più moderna torpediniera Pallade salpano da Tripoli alle 12.30, insieme alla piccola nave scorta ausiliaria F 130 Luigi Rizzo, per scortare in Italia un convoglio formato dalla motonave Col di Lana, dal piroscafo Ernesto e dalla nave cisterna Superga.
22 aprile 1941
Alle 16 Montanari e Rizzo raggiungono Trapani, mentre il resto del convoglio prosegue per Napoli, dove giunge alle 23.
30 aprile 1941
La Montanari e le torpediniere Enrico CosenzClio (caposcorta) salpano da Palermo per Tripoli alle 22, scortando i piroscafi tedeschi Brook e Tilly L. M. Russ, l’italiano Bainsizza, la pirocisterna italiana Sanandrea ed il rimorchiatore tedesco Max Behrendt. Successivamente alla scorta si uniscono anche le torpediniere Polluce e Centauro e l’incrociatore ausiliario RAMB III, mentre se ne separa la Cosenz.
1° maggio 1941
Il convoglio viene infruttuosamente attaccato a più riprese da ondate di aerei nemici.
Una formazione navale britannica, composta dall’incrociatore leggero Gloucester e dai cacciatorpediniere Kelly, Kelvin, Kashmir, Kandahar, Jersey e Jackal, tenta di intercettare il convoglio di cui fa parte la Montanari dopo essersi lasciato sfuggire un altro più grande convoglio, in arrivo dall’Italia, per intercettare il quale è uscita da Malta. Anche questo tentativo d’intercettazione fallisce, a causa del mare mosso di prua che ostacola la formazione britannica.
2 maggio 1941
Alle 16.23, in posizione 33°59' N e 12°01' E (una cinquantina di miglia a sudest delle secche di Kerkennah), il sommergibile britannico Upright (tenente di vascello Russell Stanhope Brookes) avvista su rilevamento 260° il fumo generato dalle navi del convoglio di cui fa parte la Montanari, e si dirige verso di esso per vedere di cosa si tratti; alle 16.38 avvista le navi, che giudica essere tre mercantili di circa 4000 tsl e due di circa 2000 tsl, scortate da due cacciatorpediniere e due aerei. L’Upright manovra per attaccare, ma a causa dell’inesperienza di Brookes, finisce col trovarsi proprio davanti ad una delle navi di scorta, a soli 270 metri di distanza, al momento di lanciare, pertanto alle 16.52 è costretto ad abbandonare l’attacco e scendere in profondità.
Tornato a quota periscopica alle 17.28, l’Upright nota che uno dei mercantili, l’ultimo della colonna di sinistra, è rimasto leggermente arretrato rispetto al resto del convoglio, ed alle 17.43 lancia contro di esso un siluro da 5500 metri; l’arma non va a segno.
3 maggio 1941
Il convoglio giunge a Tripoli tra le 9 e le 11. Nel tratto finale della navigazione, durante un violento attacco aereo, Polluce e Tilly Russ s’incagliano presso Zliten, ma vengono rapidamente disincagliati grazie all’intervento del rimorchiatore Salvatore Primo, uscito da Tripoli.
25 maggio 1941
La Montanari e la torpediniera Climene, per ordine di Supermarina, lasciano Tripoli per andare a rinforzare la scorta di un convoglio di trasporti truppe (EsperiaVictoriaMarco Polo, che trasportano quasi 6000 soldati e qualche migliaio di tonnellate di materiali) in arrivo dall’Italia, che la sera precedente ha subito il tragico affondamento del piroscafo Conte Rosso, silurato dal sommergibile britannico Upholder con la morte di 1297 uomini. Siccome dopo l’affondamento del Conte Rosso gran parte delle siluranti di scorta sono state distaccate per recuperarne i naufraghi, lasciandone solo due (cacciatorpediniere Freccia e torpediniera Orsa) a proteggere il convoglio ed una (cacciatorpediniere Ascari) a proteggere la forza di copertura a distanza (III Divisione Navale, incrociatori pesanti Trieste e Bolzano), in un’area caratterizzata da intensa attività di sommergibili nemici, Supermarina ha ordinato a  Montanari e Climene di andare incontro al convoglio per rinforzarne l’esigua scorta, oltre a disporre una nutrita scorta aerea dalle prime luci dell’alba.
Le due torpediniere raggiungono il convoglio come previsto, assumendone la scorta; dopo qualche tempo la Climene avvista una chiazza di nafta poco lontano dalla sua rotta e ritiene che provenga da un sommergibile in immersione in quel punto, pertanto si porta sulla chiazza ed esegue ripetuti passaggi con lancio di cariche di profondità. Dopo lo scoppio di una bomba da 100 kg regolata per 75 metri di profondità, compare nella scia della Climene, a circa 450 metri di distanza, una “forma fusiforme” che alcuni ufficiali e gli uomini dell’equipaggio che hanno modo di osservarla ritengono essere lo scafo di un sommergibile capovolto. La sagoma affiora per un istante, poi affonda subito, ed al contempo la chiazza di nafta diviene più estesa e più densa, ed al suo centro si nota un forte gorgoglio di bolle d’aria. Sulla base di ciò, si ritiene sulla Climene di aver affondato un sommergibile; ma in realtà, nessun battello britannico risulta essere affondato in luogo e data compatibili con l’attacco della torpediniera.
Il convoglio raggiunge Tripoli alle 17.30.
18 giugno 1941
La Montanari salpa da Tripoli per Bengasi alle 7, scortando il piroscafo tedesco Sparta ed il rimorchiatore Max Berendt, avente a rimorchio la nave cisterna San Giorgio.
20 giugno 1941
Il convoglio giunge a Bengasi alle 17.
9 luglio 1941
La Montanari si trova in porto a Tripoli quando nel tardo pomeriggio il porto viene bombardato da velivoli britannici Bristol Blenheim del 110th Squadron della RAF, decollati dalla base maltese di Luqa. Durante l’incursione viene danneggiata da bombe la nave ospedale Virgilio, mentre la torpediniera Antonio Mosto subisce gravi danni a causa di un Blenheim che, colpito dal tiro contraereo, le precipita in coperta. La Montanari non subisce danni di rilievo ed anzi abbatte un aereo, ma lamenta una vittima tra l’equipaggio, il sottocapo cannoniere Arturo Turini, 25 anni, da Lerici, colpito a morte alla sua mitragliera. Alla sua memoria verrà conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare, con motivazione: “Imbarcato su una silurante, nel corso di una incursione aerea nemica apriva immediatamente il fuoco contro una formazione di velivoli a bassa quota, riuscendo ad abbatterne uno in fiamme. Ferito gravemente da raffica di mitraglia persisteva nell’azione di fuoco fino a quando si abbatteva esanime sul pezzo”.
10 luglio 1941
Alle 21.45 la Montanari salpa da Napoli per scortare a Tripoli, insieme ai cacciatorpediniere Fuciliere (caposcorta) ed Alpino ed alle torpediniere Orsa, Procione e Pegaso, un convoglio formato dai piroscafi Ernesto, Nita, Nirvo, Aquitania e Castelverde.
11 luglio 1941
Alle 16.30 si unisce alla scorta anche il cacciatorpediniere Lanzerotto Malocello, proveniente da Palermo.
14 luglio 1941
Il convoglio arriva a Tripoli alle 6. (Secondo altra versione, però, la Montanari non avrebbe fatto parte della scorta di questo convoglio).
13 luglio 1941
La Montanari salpa da Tripoli per andare ad assumere la scorta della motonave Caldea, in navigazione da Brindisi a Bengasi con un carico di 2107 tonnellate di viveri e munizioni, ma alle 9.30, prima che la torpediniera la possa raggiungere, la motonave viene silurata ed affondata dal sommergibile britannico Taku a dieci miglia per 312° da (a nordovest di) Bengasi. Perdono la vita tre uomini, i superstiti vengono recuperati dai pescherecci addetti al pilotaggio. (Per altra fonte, la Montanari sarebbe stata di scorta alla Caldea al momento del siluramento ed avrebbe dato infruttuosamente la caccia al Taku, ma nel rapporto scritto dal comandante della motonave e nel giornale di bordo del Taku, non si fa mezione della sua presenza, né tantomeno di una caccia subita dal Taku, il cui giornale di bordo specifica anzi che non ci fu nessun contrattacco).
19 luglio 1941
La Montanari e la torpediniera Centauro partono da Tripoli alle 22 per scortare a Palermo la nave cisterna Panuco, avente a bordo ben 6000 tonnellate di benzina che non ha potuto scaricare a Tripoli a causa dei danni causati da un siluro d’aereo che l’ha colpita il mattino del 17, durante un’incursione sul porto libico. Tamponata la falla, la petroliera è diretta in Italia per esservi riparata.
22 luglio 1941
Le tre navi arrivano a Palermo alle 6.30.
18 novembre 1941
La Montanari, la torpediniera Francesco Stocco e l’incrociatore ausiliario Attilio Deffenu scortano da Patrasso a Bari i trasporti truppe Francesco CrispiPiemonte e Viminale, aventi a bordo 4120 militari rimpatrianti.
28 dicembre 1941
La Montanari scorta il piroscafo tedesco Livorno da Taranto a Patrasso.
5 gennaio 1942
La Montanari viene inviata a soccorrere i naufraghi dell’incrociatore ausiliario Città di Palermo, silurato ed affondato dal sommergibile britannico Proteus alle 8.06 di quella mattina in posizione 38°33' N e 20°36' E, tre miglia ad ovest di Capo Dukato (Cefalonia). La torpediniera giunge sul luogo del disastro poco più di mezz’ora dopo l’affondamento, preceduta di poco da un dragamine ed un motopeschereccio che erano in servizio nelle vicinanze al momento dell’attacco; più tardi sopraggiungono anche la cisterna militare Sesia ed il piroscafetto requisito Tergeste, inviati da Marimorea.
Su un numero di uomini imbarcati sul Città di Palermo compreso, a seconda delle fonti, tra i 750 ed il migliaio, vengono tratti in salvo complessivamente soltanto 291 superstiti, tra cui il comandante, capitano di fregata Filippo Ogno. Gran parte delle truppe che la nave aveva a bordo sono rimaste intrappolate sottocoperta dalle esplosioni dei siluri, che hanno distrutto molte delle scale che portavano in coperta, e dal forte sbandamento subito assunto dalla nave, affondata in soli sei minuti; molti di coloro che sono riusciti a gettarsi in mare sono morti di ipotermia prima dell’arrivo delle unità soccorritrici.

La Montanari nel 1942 (Coll. Aldo Fraccaroli, via Coll. Luigi Accorsi e www.associazione-venus.it)

14 gennaio 1942
La Montanari scorta il piroscafo tedesco Cagliari da Valona a Patrasso, via Corfù.
22 gennaio 1942
La Montanari scorta da Patrasso a Corfù i piroscafi Arezzo e Maddalena e la nave cisterna Celeno.
30 gennaio 1942
La Montanari e la torpediniera Solferino scortano il piroscafo tedesco Thessalia da Corfù a Patrasso.
Alle 8.09 il sommergibile britannico Thunderbolt (capitano di fregata Cecil Bernard Crouch) avvista la Montanari – correttamente identificata come una torpediniera classe Generali – proveniente dalla direzione del faro di Capo Dukato ed in navigazione con rotta nordovest, ma alle 9.05 il viene costretto a scendere a quota profonda da un aereo di pattugliamento, avvertendo anche le esplosioni di due bombe di profondità. Tornato a quota periscopica, alle 9.18 avvista in posizione 38°35' N e 20°25' E (circa 6-7 miglia ad ovest di Capo Dukato, nell’isola di Santa Maura) tutto il convoglio su rilevamento 343°, a 5500 metri di distanza, con rotta stimata 160°. La Solferino (che Crouch ritiene essere probabilmente una torpediniera classe Curtatone, in effetti molto simile alla classe Palestro) procede sulla dritta del Thessalia, identificato come un mercantile di medie dimensioni, mentre la Montanari – riconosciuta per la torpediniera già avvistata in precedenza – è sulla sinistra. Alle 9.39 il Thunderbolt lancia tre siluri contro il Thessalia da 2290 metri di distanza; al momento del lancio del terzo siluro, la Solferino si trova allineata con il Thessalia, e Crouch la vede puntare verso il suo sommergibile da circa 900 metri di distanza. Dalle fonti italiane risulta infatti che la Solferino abbia avvistato due siluri diretti verso di essa, li abbia evitati con la manovra e sia poi passata al contrattacco; il Thunderbolt reagisce scendendo in profondità e cambiando rotta. La Solferino lancia due bombe di profondità, le cui esplosioni scuotono violentemente il Thunderbolt, e poi altre 27 nel corso della caccia antisommergibili, che si protrae per qualche tempo. Il sommergibile, ad ogni modo, non riporta danni; parimenti, i siluri da esso lanciati non vanno a segno.
3 febbraio 1942
Montanari, Solferino e l’incrociatore ausiliario Brindisi scortano i trasporti truppe GalileaPiemonte e Viminale, carichi di truppe rimpatrianti, da Patrasso a Bari.
7 febbraio 1942
Montanari e Brindisi scortano i piroscafi Rosario e Salvatore, carichi di truppe e materiali, da Bari a Corfù.
8 febbraio 1942
La Montanari, le torpediniere Francesco Stocco ed Antares e gli incrociatori ausiliari Egitto e Città di Napoli scortano da Corfù a Patrasso un grosso convoglio formato dai piroscafi Città di BergamoPotestasVoloddaVestaMameliHermadaRosario e Salvatore.
12 febbraio 1942
La Montanari scorta il piroscafo Hermada da Corfù a Patrasso.
17 febbraio 1942
La Montanari ed il cacciatorpediniere Turbine scortano la nave cisterna Prometeo da Patrasso a Navarino.
21 febbraio 1942
La Montanari scorta la Prometeo di ritorno da Navarino a Patrasso.
22 febbraio 1942
La Montanari scorta da Patrasso a Corfù i piroscafi Mameli, italiano, ed Hans Harp, tedesco.
24 febbraio 1942
Scorta il piroscafo Audace da Corfù a Patrasso.
28 febbraio-1° marzo 1942
Nella notte tra il 28 febbraio ed il 1° marzo, la Montanari, la similare torpediniera Antonio Mosto ed il cacciatorpediniere Turbine vengono inviati dal Comando Militare Marittimo della Morea (Marimorea) a dare la caccia al sommergibile britannico Torbay, che nei due giorni precedenti ha attaccato senza successo la nave cisterna Proserpina e poi danneggiato a cannonate il piroscafo Lido nelle acque delle Isole Ionie. La ricerca viene condotta nella zona in cui si sono verificati gli attacchi, tra Capo Dukato ed Antipaxo, ma nessuna delle tre navi è munita di ecogoniometro, e nessuna riesce a trovare il Torbay, anche se il Turbine lancia un segnale di scoperta in seguito ad un falso avvistamento.
4 marzo 1942
La Montanari, il Turbine e la torpediniera Antonio Mosto scortano da Patrasso a Bari, via Corfù, i trasporti truppe Piemonte, Viminale, Francesco Crispi e Galilea, carichi di truppe rimpatrianti.
Alle 9.25 il sommergibile britannico Torbay (capitano di fregata Anthony Cecil Capel Miers), in agguato al largo delle Isole Ionie, avvista a 27,2 miglia per 330° da Capo Dukato il convoglio di cui fa parte la Montanari (che Miers identifica come quattro grossi trasporti truppe, scortati da tre cacciatorpediniere e due aerei), in navigazione verso nord. Avendo lasciato la posizione assegnata per il pattugliamento dagli ordini d’operazione per inseguire (senza successo) un altro più piccolo convoglio, il Torbay si trova adesso in posizione inidonea per attaccare; Miers decide allora di seguire il nuovo convoglio fin nella rada di Corfù per poterlo attaccare. La manovra si protrae per tutto il giorno e la notte successiva, e solo all’alba del 5 marzo il Torbay giunge davanti al porto di Corfù: arrivatovi, però, scopre che il convoglio non c’è. Si rifarà silurando un altro piroscafo che si trova in porto, il Maddalena G.
27 marzo 1942
La Montanari e le più moderne torpediniere Lince (caposcorta) e Calliope salpano da Trapani per Tripoli alle 10.50, scortando la nave cisterna Saturno (convoglio "L").
28 marzo 1942
Durante la notte il convoglio si ridossa presso le Egadi a causa dello stato del mare, per poi proseguire una volta migliorate le condizioni meteomarine.
30 marzo 1942
Il convoglio giunge a Tripoli alle 11.35.
1° aprile 1942
La Montanari scorta i piroscafi Audace e Salvatore da Patrasso a Corfù.
3 aprile 1942
Alle 18.30 la Montanari salpa da Bengasi per scortare a Tripoli i piroscafi tedeschi Brook e Sturla.
5 aprile 1942
Il piccolo convoglio giunge a Tripoli alle 19.
13 aprile 1942
Alle 2.30 (o 2.55) la Montanari salpa da Tripoli insieme ai motodragamine tedeschi R 9, R 12 e R 15 della 6a Flottiglia, per dragare le acque che a breve saranno attraversate dal convoglio "Faenza", in arrivo da Trapani (piroscafo Amsterdam e motonave Giulia, scortate dal cacciatorpediniere Premuda, caposcorta, e dalla torpediniera Clio), oltre che per svolgervi ricerca antisommergibili, per fornire pilotaggio al convoglio e rinforzarne la scorta. Terminato il dragaggio, alle 6.50 Montanari e dragamine si uniscono alla scorta del convoglio, che accompagnano in porto, dove questo giunge alle 9.45.
Secondo alcune fonti la Montanari ed i dragamine, per ordine di Marilibia (allarmata dall’avvistamento di due sommergibili al largo di Tripoli e di Misurata l’11 ed il 13 aprile), avrebbero anche svolto caccia antisommergibili, dalle 5.40 del 12 aprile fino al 14 aprile, con lancio di un gran numero di bombe di profondità a scopo precauzionale nelle acque comprese tra Tripoli e Misurata, caccia che potrebbe aver causato l’affondamento del sommergibile britannico Upholder, scomparso in zona in questo periodo (pur non avendo esse rivendicato affondamenti o danneggiamenti); ma si tratta di un errore.
15 aprile 1942
La Montanari e la torpediniera Clio (per una fonte, anche la Prestinari) escono da Tripoli alle 3.40 per rinforzare la scorta del convoglio "Pigafetta" (motonavi Vettor Pisani, Ravello, Reichenfels e Reginaldo Giuliani, scortate dai cacciatorpediniere Antonio Pigafetta, Nicolò Zeno, Freccia, Turbine e Mitragliere e dalle torpediniere Pallade e Pegaso), in arrivo dall’Italia nell’ambito dell’operazione di traffico "Aprilia".
Il convoglio giunge a Tripoli tra le 9.30 e le 10.
21 aprile 1942
La Montanari salpa da Tripoli per recarsi incontro ad un convoglio in arrivo da Napoli, formato dalla motonave cisterna Panuco scortata dal cacciatorpediniere Folgore (caposcorta) e dalla torpediniera Centauro.
Raggiunto il convoglio, la Montanari si aggrega alla scorta; le navi giungono in porto alle 14.30.
23 aprile 1942
La Montanari esce da Tripoli insieme ai motodragamine tedeschi R 12 e R 15 per andare incontro al convoglio "C" (motonavi Gino Allegri ed Agostino Bertani, torpediniera Generale Antonio Cantore; i cacciatorpediniere Antonio Pigafetta e Nicolò Zeno l’hanno scortato fino alle 17 del 23, quando l’hanno lasciato per assumere la scorta del convoglio "K" in navigazione da Tripoli a Napoli), in arrivo da Napoli.
24 aprile 1942
Il convoglio giunge a Tripoli alle 12.30.
26 aprile 1942
La Montanari ed il cacciatorpediniere Strale (caposcorta) salpano da Tripoli alle 9 per scortare a Sfax la motonave Giulia.
27 aprile 1942
La Giulia giunge a Sfax alle otto del mattino.
30 aprile 1942
La Montanari esce da Tripoli per pilotare sulle rotte di sicurezza il convoglio "Genova" (nave cisterna Saturno, piroscafo San Luigi, cacciatorpediniere Folgore, torpediniere Castore e Centauro), in arrivo da Palermo. Il convoglio giunge a Tripoli a mezzogiorno.
6 maggio 1942
La Montanari (caposcorta) salpa da Tripoli alle dieci del mattino per scortare a Bengasi, insieme alle motosiluranti tedesche S 13 e S 15, il piroscafo tedesco Sturla e la piccola motonave frigorifera italiana Amba Aradam.
9 maggio 1942
Raggiunto a Ras Tajunes anche dal motodragamine tedesco R 16, il convoglio giunge a Bengasi a mezzogiorno.
Maggio 1942
La Montanari, insieme alle gemelle CantoreCascino e Prestinari, forma il III Gruppo Torpediniere, alle dipendenze del Comando Marina di Bengasi.
20 maggio 1942
La Montanari e la più moderna torpediniera Clio (caposcorta) salpano da Tripoli per Bengasi alle 8.30, di scorta al piroscafo tedesco Trapani ed alla nave cisterna italiana Alberto Fassio.
22 maggio 1942
Il convoglietto giunge a Bengasi alle undici.
1° giugno 1942
Il marinaio torpediniere Angelo Capelli della Montanari, 20 anni, da San Daniele Po, muore in Libia.
5 giugno 1942
La Montanari salpa da Bengasi alle quattro del mattino per scortare a Tripoli il piroscafo tedesco Savona, avente a rimorchio il dragamine RD 4.
7 giugno 1942
Il piccolo convoglio giunge a Tripoli alle 8.30.
15/16 giugno 1942
A Buerat el Hsum la Montanari rileva la torpediniera Lince nella scorta al piroscafo Tripolino ed alla motonave Anna Maria, in navigazione da Bengasi a Tripoli.
17 giugno 1942
Il convoglietto giunge a Tripoli alle 12.30.
23 giugno 1942
La Montanari e la torpediniera Circe (caposcorta) salpano da Tripoli alle 4.50 per scortare a Bengasi la motonave Rosolino Pilo.
24 giugno 1942
Il convoglio giunge a Bengasi alle otto.
25 giugno 1942
La Montanari e la torpediniera Perseo (caposcorta) lasciano Bengasi alle 7.45 per scortare a Tripoli il piroscafo Anna Maria Gualdi.
26 giugno 1942
Il convoglio giunge a Tripoli alle 15.30.
7 luglio 1942
La Montanari salpa da Tripoli alle 21.30 per scortare a Bengasi l’Anna Maria Gualdi.
9 luglio 1942
Montanari e Gualdi arrivano a Bengasi alle 9.
13? luglio 1942
A Bengasi la Montanari rileva la gemella Prestinari nella scorta al piroscafo Petrarca, in navigazione da Tobruk a Tripoli.
15 luglio 1942
Montanari e Petrarca arrivano a Tripoli alle 9.45.
25/26 luglio 1942
La Montanari esce da Tripoli per assumere la scorta del piroscafo Argentea, in arrivo da Napoli con 1109 tonnellate di materiali vari e scortato fino alle cinque del 25 dalla torpediniera Centauro. Le due navi arrivano a Tripoli alle 18.40 del 26.
29 luglio 1942
Il sottocapo silurista Mario Maiani della Montanari, 23 anni, da Teramo, muore nel Mediterraneo centrale.
7 agosto 1942
Alle 17 la Montanari assume la scorta della motocisterna Ennio e del piroscafo Tripolino, in navigazione da Bengasi a Tripoli, dove giungono alle 22.40 dello stesso giorno.


La Generale Carlo Montanari e la similare Giuseppe Dezza eseguono prove di annebbiamento del porto di Messina con i nebbiogeni a nafta, estate 1942 (foto Aldo Fraccaroli, sopra: via g.c. Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net; sotto: via Coll. Luigi Accorsi e www.associazione-venus.it)



9 agosto 1942
Alle 15.30 la Montanari salpa da Tripoli per scortare a Bengasi il piroscafo Petrarca.
11 agosto 1942
Montanari e Petrarca arrivano a Bengasi alle 6.30.
Alle 12.30 la Montanari riparte di scorta al piroscafo Ogaden, diretto a Tripoli con duecento prigionieri britannici. (Secondo una fonte di incerta affidabilità, la Montanari avrebbe subito un’avaria alle macchine).
12 agosto 1942
L’organizzazione britannica “Ultra” intercetta e decifra un messaggio delle 02.33 del 12 agosto che riferisce che l’Ogaden è diretto a Tripoli lungo la rotta costiera, e che alle 4.30 del 12 si sarebbe trovato al largo di Derna. Il sommergibile britannico Porpoise (tenente di vascello Leslie William Abel Bennington), impegnato nella posa di mine al largo di Sollum, viene così informato del passaggio del convoglio.
Alle 7.55, nove miglia a nordovest di Ras el Tin (in posizione 32°42' N e 23°05' E), il Porpoise, che ha appena finito di posare un campo minato ed attaccato senza successo un altro convoglio (piroscafi Sibilla ed Albachiara, cannoniera-cacciasommergibili Selve) in navigazione con rotta opposta, avvista verso ovest l’Ogaden che procede seguendo la costa con la scorta di un “cacciatorpediniere” (la Montanari) ed un aereo. Iniziata la manovra d’attacco alle 8.05, alle 8.32 Bennington ordina il lancio di due siluri contro l’Ogaden, di cui valuta la stazza in 2500-3000 tsl, con una certa, ed insolita, sottostima. Alle 8.35 una delle armi colpisce in sala caldaie il piroscafo, che si arresta immediatamente, iniziando a sbandare.
Mentre equipaggio e prigionieri abbandonano rapidamente la nave colpita, la Montanari risale le scie dei siluri ed attacca il Porpoise con otto bombe di profondità, poi torna dall’Ogaden per prestare assistenza alla nave colpita. Alle 9.18, mentre è ferma ed intenta a recuperare naufraghi, la Montanari viene a sua volta attaccata dal Porpoise con il lancio di un siluro, che passa sotto lo scafo della torpediniera senza esplodere (viene poi visto scoppiare poi contro la vicina spiaggia dall’equipaggio della Montanari, che non l’ha visto passare sotto il proprio scafo); poco dopo, alle 9.22, il Porpoise colpisce l’Ogaden, che appare abbandonato ma non in procinto di affondare, con un altro siluro, determinandone il rapido affondamento a nove miglia per 308° da Ras el Tin.
La Montanari interrompe il salvataggio dei naufraghi e risale nuovamente le scie dei siluri fino al loro punto di origine, distante circa 1200 metri, per poi lanciare altre quattro bombe di profondità, mentre anche l’aereo sgancia una bomba che cade in mare un centinaio di metri sulla dritta della torpediniera. L’esito della caccia viene ritenuto “incerto” dal comandante della Montanari, ed in effetti nessuna delle bombe di profondità da essa lanciate ha causato danni al Porpoise, mentre la bomba sganciata dall’aereo subito dopo ha provocato la rottura delle tubature della macchina dell’anidride carbonica situate nello scafo esterno a prua (il danno non impedirà comunque al Porpoise di proseguire la sua missione). Alle undici il sommergibile inizia la manovra di allontanamento dal luogo dell’attacco, ricaricando al contempo i tubi lanciasiluri.
Terminata la caccia, la Montanari ritorna a dedicarsi al salvataggio dei naufraghi, a partire da quelli che si trovano in acqua, mentre vengono osservate due scialuppe cariche di prigionieri dirette verso la costa. In tutto la torpediniera trae in salvo il comandante dell’Ogaden, capitano Salvatore Cacace, altri otto ufficiali, 44 tra civili e militari dell’equipaggio o di passaggio (38 italiani e 6 tedeschi) e 109 prigionieri. Altri 97 superstiti, principalmente prigionieri, raggiungono invece la costa libica a bordo delle scialuppe (ciò risulta da documentazione dell’Ufficio Storico della Marina Militare consultata dal ricercatore canadese Platon Alexiades, mentre il volume "La difesa del traffico con l’Africa Settentrionale dal 1° ottobre 1941 al 30 settembre 1942" dell’USMM attribuisce alla Montanari il salvataggio di tutti i 259 naufraghi). Su 262 uomini presenti a bordo dell’Ogaden si lamentano tre vittime, portate a quattro dalla morte di uno dei naufraghi, un membro dell’equipaggio civile gravemente ferito, a bordo della Montanari.
Ai MAS 539 e 561, frattanto sopraggiunti, viene ordinato di proseguire la caccia, anche se il MAS 539 deve abbandonarla poco dopo a causa di un’avaria ai motori.
27 agosto 1942
Alle 7.30 la Montanari salpa da Tripoli per scortare a Bengasi il piroscafo Albachiara.
29 agosto 1942
Montanari ed Albachiara arrivano a Bengasi alle undici. Alle 20 la Montanari ne riparte insieme alla ben più moderna torpediniera Procione (caposcorta) per scortare a Tobruk il piroscafo Pertusola.
31 agosto 1942
Il convoglio giunge a Tobruk alle 9.30. Alle 16 la Montanari riparte di scorta al piroscafo Petrarca, diretto a Bengasi.
1° settembre 1942
Montanari e Petrarca arrivano a Bengasi alle 12.30.
3 settembre 1942
Alle 19 la Montanari salpa da Bengasi per scortare a Tobruk il piroscafo Albachiara, carico di 400 tonnellate di carburante e 66 tonnellate di materiali per l’Esercito.
5 settembre 1942
Poco dopo mezzanotte il piccolo convoglio, in navigazione lungo la costa cirenaica, viene avvistato dal sommergibile britannico Traveller (tenente di vascello Michael Beauchamp St. John), che identifica l’Albachiara come un mercantile a pieno carico, sovrastimandone di parecchio le dimensioni: valuta infatti che il piroscafo abbia una stazza compresa tra le 5000 e le 6000 tsl, cioè quattro o cinque volte più del reale. All’1.35 di notte il Traveller lancia quattro siluri da 915 metri di distanza: uno di essi centra il bersaglio, e l’Albachiara affonda in soli quattro minuti nel punto 33°02' N e 23°13' E, a 24 miglia per 015° da Ras el Tin (cioè a nord di tale località) sulla costa cirenaica, e circa 25-30 miglia a nordest di Derna (altra fonte parla di 46 miglia a nordovest di Derna, ma si tratta probabilmente di un errore).
La Montanari avvista la torretta del Traveller, che è affiorata in superficie, e si lancia verso di esso per speronarlo, ma il sommergibile se ne accorge e scende in profondità con una manovra d’immersione rapida; la torpediniera lancia allora un fumogeno galleggiante per indicare la posizione, seguito da sette bombe di profondità (la prima regolata per una profondità di 25 metri, la seconda per 50 e le altre per 75 metri). Il Traveller, tuttavia, non subisce danni (a bordo vengono contate undici esplosioni attribuite a bombe di profondità).
Per non rischiare di essere a sua volta silurata, la Montanari deve attendere all’alba prima di procedere al salvataggio dei naufraghi; ne recupera 26, mentre dieci uomini risultano dispersi.
6 settembre 1942
La Montanari e la torpediniera Castore (caposcorta) salpano da Tobruk per Bengasi alle 19, di scorta ai piroscafi Sportivo e Pertusola.
8 settembre 1942
Il convoglio giunge a Bengasi a mezzogiorno.
9 settembre 1942
La Montanari salpa da Bengasi alle 9 per scortare a Tobruk il piccolo piroscafo tedesco Ostia.
10 settembre 1942
Dopo aver evitato, senza neanche accorgersene, un attacco da parte del sommergibile britannico Thrasher (tenente di vascello Hugh Stirling Mackenzie) a nordest di Tobruk, Montanari ed Ostia arrivano a Tobruk alle 18.
13 settembre 1942
Nel pomeriggio la Montanari salpa da Tobruk per scortare a Bengasi il piroscafo Sibilla, ma poco dopo la partenza le due navi vengono richiamate in porto in seguito all’avvistamento in zona di un sommergibile britannico (si tratta del Taku). Tutti i mezzi navali disponibili a Tobruk vengono inviati a cercare il sommergibile, ma senza successo.
14 settembre 1942
La Montanari si trova a Tobruk quando la città libica viene attaccata a sorpresa, via mare e via terra, da commandos britannici che tentano, con un colpo di mano, di occupare temporaneamente Tobruk per distruggerne le installazioni militari: è l’operazione «Daffodil», parte della più ampia operazione «Agreement».
Il piano britannico prevede che Tobruk sia attaccata contemporaneamente da commandos sbarcati dal mare e da una colonna di camionette provenienti dal deserto, quindi occupata per 24 ore, durante le quali distruggere le infrastrutture portuali, i mezzi navali presenti in rada (tranne dieci motozattere delle migliori, da catturare), i depositi di carburante dell’Afrika Korps, le officine per la riparazione dei carri armati ed ogni altro deposito. Le dieci motozattere trovate in miglior efficienza nel porto, inoltre, devono essere catturate ed inviate ad Alessandria con a bordo prigionieri italiani, eventuali prigionieri britannici liberati, feriti e materiale di bottino.
La forza navale d’attacco britannica è suddivisa in due gruppi: la Forza A, con i cacciatorpediniere Sikh e Zulu, che dovranno sbarcare 380 uomini (Royal Marines, nonché un distaccamento di artiglieria contraerea e di difesa costiera, ed una sottosezione della 295ª compagnia campale del Genio) a nord del porto, poi entrare nel porto per distruggere le navi italiane lì presenti e quindi reimbarcare i commandos e prendere nuovamente il largo; e la Forza C (capitano di vascello Denis Jermain), con le motosiluranti MTB 260261262265266267268307308309310311312314315 e 316 (appartenenti alla 10th e 15th Motor Torpedo Boat Flotilla ed aventi a bordo dieci soldati ciascuna) e le motolance ML 349352 e 353 (che rimorchiano diversi piccoli mezzi da sbarco di fortuna), che dovranno sbarcare in tutto 200 uomini (una compagnia del reggimento Argyll and Sutherland Highlanders, il 1° plotone mitraglieri del reggimento Royal Northumberland Fusiliers, due moto sezioni della 295ª compagnia campale del Genio, un distaccamento di artiglieria contraerea, un distaccamento segnalatori d’armata e un distaccamento di sanità; sulle motolancie è imbarcato un reparto di guastatori e specialisti della Royal Navy, con le cariche e i mezzi di demolizione, al comando del capitano di corvetta Nicholls) a sud del porto per agire in coordinazione con la colonna di camionette giunta via terra (e, dopo lo sbarco, entrare nella rada e silurare e affondare tutte le navi presenti).
Quest’ultima, denominata Forza B, è composta da 18 camionette e da 83 uomini del Long Range Desert Group; proveniente dall’oasi di Cufra, distante ben 1500 chilometri, dovrà infiltrarsi nel perimetro difensivo di Tobruk alle 20.45 camuffando i suoi uomini in parte da soldati tedeschi (a questo scopo, sono stati aggregati alla Forza B sei uomini dello Special Interrogation Group, ebrei tedeschi fuggiti in Palestina ed arruolatisi nell’esercito britannico: vestiti con divise dell’Afrika Korps, guideranno quattro autocarri britannici camuffati con insegne tedesche e carichi dei loro commilitoni, che si fingeranno prigionieri; altri soldati britannici, anch’essi travestiti da soldati tedeschi, fingeranno di sorvegliare i prigionieri) ed in parte da prigionieri di guerra, quindi attaccare le forze italo-tedesche e creare una testa di sbarco per la Forza C, conquistando per prima cosa una batteria situata a Marsa Sciausc, sul lato orientale della baia, antistante il punto designato per lo sbarco della Forza C. Una volta occupata Marsa Sciausc, tre motosiluranti della Forza C sbarcheranno alle 00.30 un primo gruppo di 150 guastatori, che rinforzeranno l’esigua Forza B e procederanno alla distruzione delle opere portuali. Lo sbarco sarà appoggiato da un’altra formazione navale, la Forza D, con l’incrociatore antiaereo Coventry (capitano di vascello Ronald John Robert Dendy) ed i cacciatorpediniere BelvoirBeaufortAldenhamExmoorDulvertonHursleyHurworth e Croome (Hurworth, Exmoor, Aldenham e Beaufort partono da Alessandria alle 9.35 del 13 settembre e si uniscono alle altre navi a nord della baia di Abukir, per poi incrociare al largo di Marsa Matruh durante la giornata del 14).
Un altro gruppo, formato dall’incrociatore leggero Dido (capitano di vascello Henry William Urquhart McCall) e dai cacciatorpediniere Jervis (capitano di vascello Albert Lawrence Poland, comandante la 14th Destroyer Flotilla), Kelvin, Javelin, Paladin e Pakenham, effettuerà un’azione diversiva bombardando El Daba, ad ovest di El Alamein. Le forze aeree della Royal Air Force di base nel Medio Oriente, al comando del maresciallo dell’aria Arthur Tedder, dovranno fornire copertura aerea ai vari gruppi navali sia all’andata che al ritorno, impiegando principalmente i caccia Bristol Beaufighter del 252nd e 272nd Squadron.
Per sbarcare gli uomini sono state realizzate in Egitto alcune decine di rudimentali barconi a fondo piatto: Sikh e Zulu hanno a bordo sei barconi a motore ciascuno (con motore Ford), sistemati in coperta, e ne rimorchiano nove senza motore ciascuno (che al momento dello sbarco dovranno essere presi a rimorchio da quelli a motore), per un totale di trenta.
Le difese costiere di Tobruk consistono in tredici batterie antinave munite di 47 cannoni di medio calibro, perlopiù da 120/40 mm Mod. 1889 e 1891 oltre ad alcuni più moderni pezzi da 152/45; quelle antiaeree contano 78 pezzi contraerei (48 italiani e 30 tedeschi; questi ultimi appartengono al Flakgruppe Tobruk del colonnello Hartmann, formato da pezzi e personale dei Flak-Regiment 114 e 914, e comprendono una "Großbatterie" situata sul promontorio di Tobruk e composta da ben dodici pezzi da 88 mm, al comando del tenente Vieweg) in 17 batterie. Vi sono poi tre batterie di mitragliere da 20 mm.
Il presidio della piazzaforte è molto scarno: un battaglione di fanti di Marina del Reggimento «San Marco», un centinaio di uomini del XVIII Battaglione Carabinieri Reali, alcuni reparti del V Battaglione Libico, una compagnia di formazione della Marina, nonché il personale addetto ai servizi della base navale e quello delle batterie. Dovrebbero esservi anche due battaglioni tedeschi di 700 uomini, in via di addestramento, ma sono a Tobruk soltanto di giorno, mentre di notte sono acquartierati ad una trentina di chilometri di distanza.
In porto sono presenti tre torpediniere del III Gruppo (oltre alla Montanari, la Castore e la Cascino) e 17 motozattere tra italiane e tedesche.
Il gruppo navale britannico lascia Alessandria d’Egitto tra il 12 ed il 13 settembre. La sera del 13 settembre gli uomini della Forza B attaccano le posizioni loro assegnate tra Tobruk e Marsa Sciausc (una località sulla sponda meridionale della baia di Tobruk), sopraffacendo i capisaldi italiani e segnalando il “via libera” alle unità della Forza C.
I comandi italiani, però, insospettiti dalla maggiore intensità, rispetto al solito, delle incursioni aeree su Tobruk (iniziate alle 20.30 del 13, circa due ore prima del solito, e proseguite sino alle 3.15 con l’impiego di bombardieri B-24 Liberator – che sganciano oltre 70 tonnellate di bombe –, Handley Page Halifax e Vickers Wellington per un totale di 91 velivoli, che eseguono azioni di bombardamento e mitragliamento) hanno intensificato la sorveglianza lungo la costa.
Le prime fasi dell’attacco britannico sul lato di terra sembrano procedere secondo i piani: grazie al loro travestimento, riescono a trarre in inganno le sentinelle, uccidendole e superando così i posti di blocco. Una volta all’interno del perimetro della piazzaforte, occupano un edificio che adibiscono a quartier generale. Non volendosi gravare con dei prigionieri, la condotta degli uomini della Forza B in questa fase è a dir poco criminale: a sud di El Adem, infatti, i britannici s’imbattono in un autocarro della Regia Aeronautica con a bordo il sottotenente Amleto Fortuna, il sergente Antonio Petruccini, quattro avieri (Antonio Pollastrini, Germano Serafini, Enzo Bisi e Giuseppe Esposito) ed un operaio civile, Alberto Pompili. Dopo averli circondati e disarmati con l’inganno – gli italiani, dalle loro divise, li credono tedeschi –, gli uomini della Forza B li interrogano brevemente, poi li abbattono con una raffica di mitra. Soltanto due avieri, Esposito e Serafini, creduti morti, si salveranno e potranno raccontare l’accaduto.
Alle 22 la Forza B dà inizio all’attacco a Marsa Sciausc, isolando tale settore con la recisione di tutte le linee di comunicazione e poi assaltando le batterie che vi si trovano. La prima ad essere attaccata è la batteria 825: i serventi di una postazione vengono tutti uccisi, ma quelli della postazione successiva, sebbene colti di sorpresa, riescono a difendersi con lancio di bombe a mano, e soprattutto ad inviare una staffetta a dare l’allarme. Alle 23.40 un ufficiale italiano sfuggito alla cattura da una delle batterie d’artiglieria attaccate telefona al comando; insieme all’intercettazione, da parte italiana, del messaggio di uno dei cacciatorpediniere, ciò mette in allarme la piazzaforte.
La Montanari, la gemella Cascino, la più moderna torpediniera Castore e 17 motozattere, su ordine del comandante di Marina Tobruk, capitano di vascello Temistocle D’Aloya, d’accordo con il comandante interinale del settore (colonnello Battaglia del Regio Esercito, che ha temporaneamente sostituito il generale di divisione Ottorino Giannantoni, comandante titolare, ricoverato alcuni giorni prima all’ospedale di Bardia) e con il comandante di Marina Libia (ammiraglio di divisione Giuseppe Lombardi, avente anch’egli sede a Tobruk), vengono schierate lungo le ostruzioni retali, bloccando l’accesso al porto, e saranno queste unità, con il loro fuoco, a respingere i tentativi della Forza C di entrare nella rada di Tobruk.
Già in precedenza il comandante D’Aloya ha avuto il primo sentore che qualcosa bolla in pentola quando ha ricevuto una segnalazione relativa all’avvistamento di un sommergibile britannico – poi messo in fuga dai mezzi antisommergibili locali – al largo del porto, molto vicino alla riva, in posizione insolitamente lontana rispetto alle rotte più frequentate: doveva esserci un motivo per mandare lì un sommergibile.
Ed infatti c’era: il sommergibile, il Taku (capitano di corvetta Jack Gethin Hopkins), avrebbe dovuto sbarcare sulla costa un gruppetto di quattro uomini incaricati di piazzare delle luci di segnalazione che avrebbero dovuto indicare il punto in cui sbarcare gli uomini della Forza A. Il tentativo, tuttavia, è stato abbandonato a causa delle avverse condizioni meteomarine.
Quando diviene chiaro che Tobruk è sotto attacco, il comandante D’Aloya, l’ammiraglio Lombardi ed il colonnello Battaglia stabiliscono una sorta di quartier generale combinato presso la sede del Comando Marina (non è invece presente il generale Otto Deindl, comandante delle truppe tedesche di stanza a Tobruk – Rückwärtigen Armeegebietes 556, cioè "556a area di retrovia" –, che in quel momento si trova a circa trenta chilometri dalla città e che sarà informato dell’attacco soltanto l’indomani mattina). A mezzanotte questo quartier generale viene raggiunto dalla notizia che unità autocarrate del Long Range Desert Group hanno penetrato le difese esterne dal lato di terra, congiungendosi con commandos sbarcati a Marsa Sciausc e catturando una batteria da 101 mm. Successivamente, i commandos e gli uomini del LRDG attaccano un’altra batteria, da 152 mm, situata più a sud, a Mersa Biad; ma il personale della batteria respinge l’assalto, e dà l’allarme generale a tutta la piazzaforte. A mezzanotte una batteria italiana dà l’allarme antisbarco, lanciando due razzi rossi; in breve si diffonde la notizia dell’attacco, e le batterie ricevono ordine di prepararsi alla battaglia ed all’occorrenza di sparare con i cannoni anche ad alzo zero.
L’unico reparto di pronto intervento a disposizione è una compagnia di 120 uomini del Reggimento «San Marco», al comando del tenente di vascello Giacomo Colotto; Lombardi, Battaglia e D’Aloya la mandano al contrattacco a Marsa Sciausc, mentre altri reparti del «San Marco», dislocati lungo la costa, vengono via via ingaggiati dalle truppe britanniche. La compagnia del tenente Colotto si reca sul luogo degli scontri a bordo di autocarri Fiat 626; strada facendo s’imbatte in due camionette del Long Range Desert Group, che la attaccano. Nel conseguente scontro a fuoco, gli uomini del «San Marco» distruggono una delle due camionette, mentre l’altra si allontana e qualcuno a bordo di essa inveisce “italiani figli di puttana, vi uccideremo tutti”.
Dopo un duro combattimento i presidi dei capisaldi italiani, gli uomini del Reggimento «San Marco» ed una compagnia appositamente costituita con marinai della Regia Marina passano al contrattacco e riescono a respingere la Forza B, costringendone i pochi superstiti alla fuga.
Quanto alla Forza C, all’1.45 del 14 sei sue motosiluranti (al comando del capitano di vascello Denis Jermain, imbarcato sulla MTB 309) giungono a due miglia per 270° da Punta Tobruk, ed alle due di notte una delle unità della 15th MTB Flotilla comunica al capitano di vasello Jermain di aver ricevuto il segnale convenzionale "Nigger", che significa che Mersa Sciausc è stata presa e che le motosiluranti possono procedere con lo sbarco. Le motosiluranti si dirigono pertanto verso la costa meridionale della rada di Tobruk, ma non riescono ad avvistare le luci rosse di segnalazione che dovrebbero essere in posizione: la lampada Aldis da usare per effettuarle, infatti, è fuori uso, così che il tenente Tommy B. Langton, comandante i segnalatori del SAS, è stato costretto a ripiegare su una torcia, con la quale effettua i tre segnali “Ts” rossi prestabiliti ogni tre minuti, ma tale fonte luminosa è troppo debole e non viene notata dalle motosiluranti. Il comandante Jermain decide pertanto di entrare direttamente nel porto con le sue motosiluranti per sbarcarvi le truppe e vedere se vi sono navi da attaccare; ma non appena le MTB 262266 e 309 si avvicinano al porto, vengono prese sotto un violento tiro incrociato da parte di artiglieria leggera ed armi di piccolo calibro dall’ingresso della rada e da entrambi i lati, e di artiglieria di piccolo e grosso calibro dal lato nord del porto. Oltre alle artiglierie di terra, un ruolo centrale nel respingere questo primo tentativo di sbarco è svolto dalle motozattere MZ 733 (sottotenente di vascello Ludovico Calderara) e 759 (tenente di vascello Luigi Fulvi), dislocate a difesa delle ostruzioni all’ingresso della rada, che sparano sugli attaccanti con tutte le armi di cui dispongono. Anche le torpediniere ormeggiate in porto sparano nel buio; alcuni piccoli mezzi da sbarco vengono distrutti. (Secondo una fonte, un gruppo di motosiluranti apparve vicino all’imboccatura della rada e venne accolto a cannonate dalle MZ 728733 e 750; ciò richiamò l’attenzione delle vedette di Cascino e Castore, che aprirono il fuoco a loro volta).
Jermain ne trae l’impressione che la Forza B non sia riuscita a prendere Marsa Sciausc, o che sia stata respinta; delle sue sei motosiluranti, soltanto le MTB 261 (tenente di vascello Charles Courtney Anderson) e 314 (tenente di vascello Harwin Woodthorpe Sheldrick), operando indipendentemente, riescono ad entrare in un’insenatura e sbarcarvi una sezione di fucilieri del Reggimento Royal Northumberland, e la MTB 314 (che non riesce più a governare, forse perché colpita dalla MZ 733) s’incaglia e dev’essere abbandonata sul posto, venendo successivamente catturata dal motodragamine tedesco R 10 (tenente di vascello Peter Reischeauer) insieme ad un centinaio di soldati britannici che si erano nascosti a bordo (l’equipaggio, invece, è stato preso a bordo dalla MTB 261 dopo aver infruttuosamente tentato di distruggere la motosilurante con una carica esplosiva).
Nel mentre giunge sul posto anche un secondo gruppo di motosiluranti, al comando del capitano di fregata Robert Alexander Allen (comandante della 10th Flotilla), che non riesce a trovare un varco negli sbarramenti per entrare nella rada: tre delle motosiluranti lanciano pertanto i loro siluri contro lo sbarramento, tentando di distruggerne un tratto da dove poi penetrare, ma ogni volta che si avvicinano vengono illuminate dai fasci dei proiettori e costrette alla ritirata.
La Montanari viene coinvolta nel combattimento verso le 3.30 del 14, quando altre sei motosiluranti britanniche della Forza C arrivano sottocosta a bassa velocità per tentare di forzar le ostruzioni e sbarcare i commandos a Marsa Sciausc senza essere individuate, ma vengono avvistate e fatte oggetto del vivace tiro dapprima della motozattera MZ 756 (sottotenente di vascello Alceste Longo), che le avvista per prima, e subito dopo anche della Montanari, della Cascino, della Castore e delle batterie costiere (la batteria "Dandolo", munita di due pezzi da 120 mm, e le mitragliere quadrinate tedesche da 20 mm della 3a e 4a  batteria del 914° Reggimento del Gruppo Contraereo Tobruk, al comando del capitano Frintrop). Le navi italiane sparano rabbiosamente, con cannoni e mitragliere; investite da una pioggia di colpi di ogni calibro, le piccole unità di Jermain sono costrette a ripiegare in disordine. Tre delle motosiluranti lanciano i propri siluri contro i bersagli che riescono ad intravedere nella baia, ma non ne mettono nessuno a segno; tutte e sei sono poi costrette a ritirarsi ed alcune colpite, una delle quali si allontana con incendio a bordo, lasciando dietro di sé una lunga scia di fumo. Le unità britanniche si sparpagliano e si allontanano verso est; alle 5.45 tre motosiluranti, riunitesi sotto il comando di Jermain, tentano un’ultima volta di avvicinarsi a Marsa Sciausc, ma sono di nuovo messe in fuga dall’intenso tiro di sbarramento delle unità italiane, effettuato con armi sia leggere che pesanti. (Jermain vorrebbe ritentare di nuovo all’alba, ma in seguito all’inizio degli attacchi aerei dopo il sorgere del sole, riceverà invece ordine di tornare ad Alessandria).
Intanto, alle due di notte la Forza B, ritenendo di avere ormai la spiaggia sotto controllo, comunica per radio alla Forza A di dare inizio allo sbarco; alle tre di notte Sikh e Zulu iniziano a trasbordare i trecento Royal Marines della prima ondata sui mezzi da sbarco, ma l’operazione procede a rilento. A terra, intanto, infuriano i combattimenti ed alle 3.30 il tenente colonnello John Edward Haselden, comandante della Forza B, rimane ucciso da un colpo alla testa.
La Forza A riesce a sbarcare solo un quarto dei suoi uomini, ma nel punto sbagliato della costa (a causa della mancanza delle luci di segnalazione che il Taku avrebbe dovuto posizionare), così che i commandos si ritrovano in pieno deserto, alcuni chilometri più ad ovest di dove dovrebbero essere; gli altri non possono essere sbarcati causa il mare mosso e l’inadeguatezza dei mezzi da sbarco.
I pochi uomini sbarcati dai due cacciatorpediniere s’imbattono nell’avamposto di Forte Perrone, che dà l’allarme: il comando italiano a Tobruk viene così a sapere anche di questo secondo attacco sul lato nord della piazzaforte. Non essendovi truppe pronte ad intervenire su questo lato, dato che la compagnia del «San Marco» è già stata inviata a fronteggiare l’attacco sul lato sud della piazzaforte, viene formata una compagnia improvvisata con cuochi, cambusieri e personale amministrativo del Comando, nonché alcuni carabinieri e trenta soldati tedeschi che si sono presentati spontaneamente per partecipare al contrattacco. Durante la marcia di avvicinamento a Forte Perrone, questo gruppo viene rinforzato da altri 50 carabinieri, raggiungendo così una forza complessiva di 160 uomini: alle 4.30 questo eterogeneo reparto incontra i Royal Marines della Forza A in avvicinamento sul lato nord e li impegna in combattimento, per poi aprire il fuoco, insieme al personale delle batterie, sui mezzi da sbarco in avvicinamento alle spiagge di Marsa El Auda e Marsa El Krisma. Alcuni dei barconi vengono affondati, gli altri sono dispersi e messi in fuga. Gran parte degli uomini della Forza A sono costretti alla resa mentre si trovano ancora bloccati in acqua; Sikh e Zulu, che dopo aver messo in mare i barconi si sono allontanati, tornano ad avvicinarsi alla costa per recuperare i superstiti ed appoggiare quanti sono a terra con le loro artiglierie, ma il personale del semaforo chiede alla vicina postazione contraerea della MILMART di puntare i suoi proiettori verso il mare: la richiesta viene esaudita, ed in breve vengono illuminati i due cacciatorpediniere, attorniati da numerosi barconi, ad un miglio e mezzo dalla costa.
Alle 5.05 il Sikh (capitano di vascello St John Aldrich Micklethwait), mentre sta imbarcando delle truppe dai mezzi da sbarco, viene illuminato da un proiettore, e subito dopo le batterie aprono il fuoco; un proiettile colpisce il cacciatorpediniere nel locale agghiaccio timoni, danneggiando gli organi di governo, mentre un altro fa esplodere una riservetta a prua, uccidendo o ferendo tutti i Royal Marines che la nave ha appena preso a bordo e che si trovano sul ponte, intrappolandone altri sottocoperta.
Le squadre d’emergenza fronteggiano gli incendi, ma la nave inizia a girare in cerchio a soli dieci nodi di velocità, in graduale diminuzione; un terzo proiettile mette fuori uso la centrale di direzione del tiro, e poco dopo il Sikh rimane del tutto immobilizzato. Lo Zulu lo prende a rimorchio per tentare di portarlo fuori dal raggio di tiro delle batterie costiere, ma prima di riuscirci altri due colpi vanno a segno, uccidendo il personale di uno dei complessi da 120 mm e scatenando un’altra esplosione ed un nuovo incendio a bordo. Poi si spezza il cavo di rimorchio; mentre se ne prepara un altro, un’altra cannonata distrugge la plancia. Mentre sorge l’alba, il nuovo cavo di rimorchio viene spezzato dall’ennesima cannonata, ed a questo punto viene persa ogni speranza di poter portare il Sikh in salvo: lo Zulu lo avvolge in una cortina fumogena per tentare poi di recuperarne l’equipaggio, ma il tentativo viene ritenuto troppo pericoloso, e lo Zulu riceve ordine di andarsene. Ormai solo, il Sikh viene martoriato da ulteriori salve delle batterie costiere e colpito anche da una bomba sganciata da caccia italiani Macchi Mc 200, per poi essere autoaffondato dall’equipaggio con cariche esplosive, in posizione 32°05' N e 24°00' E. Le batterie continuano a martellarlo fino a quando non scompare sotto la superficie; 115 uomini perdono la vita, tutti i superstiti verranno presi prigionieri.
Anche lo Zulu (capitano di fregata Richard Taylor White) è stato colpito dalla batterie costiere, con danni ed incendi a bordo, ma è ugualmente in grado di procedere a 30 nodi. Tutti gli uomini sbarcati dalla Forza A sono uccisi o catturati.
Entro l’alba, "Agreement" si è ormai risolta in un sanguinoso fallimento; alle sette di mattina l’ammiraglio Lombardi può annunciare a Delease (Delegazione Africa Settentrionale, l’organismo di collegamento tra il comando dell’Armata Corazzata Italo-Tedesca ed il Comando Supemo a Roma) che la situazione è sotto controllo. Alle 7.40 gli ultimi commandos della Forza B, ormai circondati dagli uomini del "San Marco", si arrendono. Quelli che indossavano divise tedesche se ne liberano ed indossano quelle dei compagni caduti, per evitare la fucilazione come spie. Soltanto dieci uomini della Forza B riescono a fuggire, affrontando a piedi l’attraversamento del deserto per tentare di raggiungere le proprie linee: solo quattro di essi ci riusciranno, dopo due mesi di peripezie, mentre gli altri moriranno di sete nel deserto o saranno attaccati da bande di nomadi ed uccisi o catturati e consegnati agli italo-tedeschi.
I mezzi navali britannici in ritirata, avvistati poco dopo le cinque da un Macchi 200 da ricognizione decollato alle prime luci dell’alba, sono martellati dall’aviazione italo-tedesca (5a Squadra Aerea italiana, X Fliegerkorps e del Fliegerführer Afrika tedeschi), subendo ulteriori perdite. La MTB 266 viene leggermente danneggiata da schegge di bombe, ma riesce a proseguire e trae in salvo i superstiti della MTB 312, affondata da caccia italiani Macchi Mc 200; la MTB 310 (tenente di vascello Stewart Lane) viene immobilizzata da aerei italiani (cinque cacciabombardieri Macchi Mc 200 dell’8° Gruppo Assalto, al comando del capitano pilota Vincenzo Sansone) e finita nel pomeriggio da aerei tedeschi (otto o diciannove Ju 87s of III./StG 3, al comando del capitano Kurt Walter) a nord di Marsa Matruh (il comandante Lane, ferito mortalmente, spirerà poco dopo, mentre i 21 superstiti andranno alla deriva su una zattera per una settimana e solo due sopravvivranno, approdando sulla costa cirenaica e venendo catturati da soldati tedeschi). Le motolancie ML 352 (tenente di vascello George Raymond Worledge) e ML 353 (tenente di vascello E. S. Michelson) e la motosilurante MTB 312 (sottotenente di vascello I. A. B. Quarrie) vengono affondate dai Macchi Mc 200 del 13° Gruppo da Caccia (maggiore Lorenzo Viale) del 2° Stormo da Caccia Terrestre (di base a Bengasi, al comando del tenente colonnello Vincenzo Dequal), armati con bombe alari da 50 kg (le due motolancie, cariche di esplosivi, saltano in aria dopo essere state incendiate); la MTB 313 (sottotenente di vascello Thomas George Fuller) viene danneggiata in sala macchine, mentre la MTB 308 (tenente di vascello Roy Yates), danneggiata da caccia italiani che verso le 7.30 mettono fuori uso uno dei suoi motori, diviene il bersaglio di una serie di attacchi da parte di Ju 87 dello StG3 e di Ju 88 del 2° Gruppo del 1° Stormo Sperimentale (II./LG. 1), decollati in venti da Iraklion alle 10.15 al comando del maggiore Gerhard Kollewe: nell’ultimo di questi attacchi, uno Ju 88 (pilotato dal sottufficiale Karl-Heinz Bruns, morto insieme agli altri tre uomini dell’equipaggio) viene colpito dal tiro contraereo della motosilurante e precipita su di essa, distruggendola con la perdita dell’intero equipaggio.
Alle 11.40, a nord di Marsa Matruh, il Coventry viene colpito da quattro bombe durante un attacco da parte di sedici Ju 88 del I./LG. 1 (X. Fliegerkorps) decollati da Iraklion (Creta) al comando del capitano Joachim Helbig: tre degli ordini colpiscono la sala macchine, immobilizzando la nave ed uccidendo 64 uomini. Abbandonato dall’equipaggio, che viene soccorso dal Beaufort (che si porta sottobordo all’incrociatore per imbarcarne l’equipaggio) e dal Dulverton (che recupera gli uomini dal mare), l’incrociatore immobilizzato viene finito alle 15.15 dallo Zulu. Alle quattro del pomeriggio, però, è proprio lo Zulu ad essere colpito da una bomba in sala macchine (a seconda delle fonti, sganciata dai bombardieri tedeschi Junkers Ju 87 del II./StG3, al comando del capitano Kurt Walter, o dai caccia italiani dell’82a Squadriglia), rimanendo a sua volta immobilizzato, con la morte di 39 uomini: il Croome si porta sottobordo e ne trasborda l’equipaggio (189 tra ufficiali e marinai e sessanta Royal Marines), dopo di che l’Hursley lo prende a rimorchio. La nave continua però ad imbarcare acqua, ed alle sette di sera, quando non manca che un centinaio di miglia per raggiungere Alessandria, si abbatte sul fianco di dritta ed affonda in posizione 32°00' N e 28°56' E.
Questi successi sono pagati con il danneggiamento di un Macchi Mc 200 italiano (su ventuno che hanno partecipato agli attacchi) e l’abbattimento di cinque bombardieri tedeschi (due Ju 87 e tre Ju 88, su un totale di 191 impiegati: 73 bombardieri Junkers Ju 87, 105 bombardieri Ju 88 e tredici caccia Messerschmitt Bf 109).
Alle otto del mattino (per altra fonte, alle 5.30) la Montanari, insieme alla Castore, viene fatta uscire in mare per ordine dell’ammiraglio Lombardi per inseguire le unità britanniche in ritirata e rastrellare le acque antistanti il porto di Tobruk. Le navi italiane non riescono a prendere contatto con quelle nemiche, che si stanno allontanando rapidamente sotto continui attacchi aerei italo-tedeschi; si dedicano allora al recupero dei naufraghi delle unità britanniche, coadiuvate da cinque motozattere (quattro tedesche ed una italiana), il rimorchiatore Vega e tre motodragamine tedeschi della 6a Flottiglia, fatti uscire da Marina Tobruk a tale scopo “in relazione alla constatata presenza in mare di naufraghi e di unità ferme e danneggiate”.
In tutto le unità italiane e tedesche recuperano dal mare 476 uomini, tra cui il comandante (catturato da una motozattera italiana insieme al mezzo da sbarco su cui è trasbordato ed alle due chiatte da questi rimorchiate) e parte dell’equipaggio del Sikh. Le motozattere catturano anche un paio di mezzi da sbarco britannici della Forza A che si stavano ritirando a lento moto verso Alessandria, ed a mezzogiorno la Castore cattura un barchino con a bordo i superstiti della ML 352; le torpediniere trovano anche l’incagliata MTB 314 che sarà poi catturata dall’R 10.
Alla fine l’operazione «Daffodil» si conclude con un completo fallimento per le forze britanniche, le cui perdite ammontano a 779 morti (300 Royal Marines, 166 soldati dell’esercito britannico e 313 uomini della Royal Navy) e 576 prigionieri (compresi 34 ufficiali), nonché alla perdita di un incrociatore (il Coventry), due cacciatorpediniere (Sikh e Zulu), quattro motosiluranti (MTB 308310312 e 314) e due motolance (ML 352 e 353), oltre ai vari improvvisati barconi della Forza A, tutti distrutti o catturati. Le perdite dell’Asse assommano invece a cinque aerei tedeschi, 70 morti (69 italiani ed un tedesco) e 79 feriti (72 italiani e 7 tedeschi).


Tobruk, mattino del 14 settembre 1942: Montanari e Castore, visibili in alto a destra, sparano sulle motosiluranti della Forza C britannica che tentano di entrare nella rada (g.c. STORIA Militare e da “Massacre at Tobruk” di Peter Charles Smith)


16 settembre 1942
La Montanari parte da Tobruk alle 15 per scortare a Bengasi il piroscafo Sibilla.
18 settembre 1942
Le due navi arrivano a Bengasi alle 13.30.
22 settembre 1942
La Montanari si trova a Bengasi quando nel tardo pomeriggio il porto viene bombardato da aerei britannici. Le bombe affondano il motoveliero requisito Z 70 Silvio ed incendiano la motonave Apuania, carica tra l’altro di 1692 tonnellate di munizioni: quando queste vengono raggiunte dalle fiamme, alle 18.50, un quarto d’ora dopo essere stata colpita, la motonave salta in aria. L’esplosione affonda anche il motoveliero Anita, ormeggiato nelle vicinanze, e danneggia varie altre unità.
Due membri dell’equipaggio della Montanari, il marinaio fuochista Gaetano Cappellini da Maiori ed il sergente elettricista Omero Rosi da Colle di Val d’Elsa, entrambi ventitreenni, rimangono uccisi dall’esplosione mentre cercano di ormeggiare una motonave incendiata alla deriva nel porto. Verranno decorati alla memoria con la Croce di Guerra al Valor Militare, con motivazione “Imbarcato su una torpediniera, in una nostra base avanzata, durante un violento e prolungato attacco aereo che produceva esplosioni di navi cariche di munizioni, accorreva con pochi volenterosi per ormeggiare una motonave incendiata, in deriva nel porto, che costituiva un pericolo. Dalle ulteriori esplosioni veniva colpito a morte”.
17 gennaio 1943
Alle 2.30 la Montanari e le più moderne torpediniere Castore (caposcorta) e Libra salpano da Palermo per scortare a Tunisi i piroscafi tedeschi Gerda Toft e Jacques Schiaffino e l’italiano Campania (convoglio "Campania").
Alle 20.30 il convoglio viene infruttuosamente attaccato da un sommergibile a nordovest di Marettimo.
18 gennaio 1943
Dalle 00.30 all’1.30, al largo delle Egadi, il convoglio viene infruttuosamente attaccato da aerei.
Le navi arrivano a Tunisi alle sette del mattino; tre ore più tardi Montanari, LibraCastore (sempre caposcorta) ne ripartono di scorta ai piroscafi XXI Aprile e Valdirosa, di ritorno in Italia.
Dalle otto di sera il convoglio viene ripetutamente attaccato da aerei, fino alle 00.30 del 19.
19 gennaio 1943
Il convoglio giunge a Palermo alle tre del pomeriggio.
7 febbraio 1943
La Montanari viene seriamente danneggiata a Napoli da una bomba, durante un’incursione da parte di venti bombardieri della 9th U. S. Air Force (ne sono decollati ventuno dalle basi in Nordafrica, ma uno è andato perduto) avente come obiettivo il porto, iniziata alle 16.30 e terminata alle 17.45. Rimangono uccisi due membri dell’equipaggio, il guardiamarina Luciano Leotta, 21 anni, da Siracusa, ed il marinaio Salvatore Graziano, 28 anni, da Bagheria. Alla memoria del guardiamarina Leotta verrà conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con motivazione "Direttore del tiro di torpediniera colpita da bomba durante attacco aereo al porto, rimasto gravemente ferito nell’adempimento del proprio servizio, incoraggiava i dipendenti mostrando elevati sentimenti. Poco dopo cadeva al posto di combattimento".
Nel corso della medesima incursione vengono danneggiate anche la torpediniera Lira, con sei vittime tra l’equipaggio, ed una nave ospedale, ed affondato il motoveliero requisito Sant’Antonio E. Molto colpita è la zona portuale, obiettivo dell’incursione, con incendi e danni a moli e pontili ed alla porta del bacino di carenaggio; sono inoltre colpite due caserme e stabilimenti impianti industriali.
Molte bombe cadono anche sul centro abitato, specie nella zona del Ponte della Maddalena, causando un centinaio di vittime tra la popolazione civile (il diario del Comando Supremo fornisce un numero più basso: 18 militari italiani, due militari tedeschi, dieci civili, oltre a 117 feriti di cui 42 militari italiani, 15 militari tedeschi, 60 civili).
La Montanari viene trasferita a La Spezia per le riparazioni.  
 
Epilogo
 
Alla data della proclamazione dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, l’8 settembre 1943, la Montanari si trovava ancora in riparazione a La Spezia per i danni subiti nel bombardamento di Napoli sette mesi prima. La comandava il tenente di vascello Ennio Giunchi, 31 anni, da Cesena, rimpatriato pochi mesi prima dopo due anni di internamento in Arabia Saudita in seguito all’autoaffondamento in Mar Rosso del cacciatorpediniere Pantera, su cui era imbarcato come comandante in seconda. Formalmente la nave risultava inquadrata nel I Gruppo Torpediniere di stanza a La Spezia, alle dipendenze del Dipartimento Militare Marittimo Alto Tirreno, insieme alle “tre pipe” Antonio MostoGiacinto Carini e Generale Antonino Cascino.
 
Cadute la Tunisia e la Sicilia, martellato dai bombardamenti tutto il Sud Italia, La Spezia era diventata la base principale della Regia Marina: qui aveva base la squadra da battaglia dell’ammiraglio Carlo Bergamini, formata dalle tre corazzate della IX Divisione (RomaItalia e Vittorio Veneto), dagli incrociatori leggeri della VII Divisione (Eugenio di SavoiaEmanuele Filiberto Duca d’AostaRaimondo Montecuccoli) e dai cacciatorpediniere delle Squadriglie XII (MitragliereFuciliereCarabiniere e Velite) e XIV (LegionarioArtigliereGrecale ed Alfredo Oriani).
Nel grande Arsenale, inoltre, si trovavano ai lavori per riparazioni o manutenzione innumerevoli unità di ogni tipo: tra di esse il vecchio incrociatore leggero Taranto, tre cacciatorpediniere, cinque torpediniere (tra cui la Montanari), due corvette e due posamine, nonché numeroso naviglio minore ed ausiliario.
In ottemperanza agli ordini armistiziali, la squadra da battaglia dell’ammiraglio Bergamini lasciò La Spezia intorno alle tre di notte del 9 settembre, diretta inizialmente verso La Maddalena.
Il comandante in capo del Dipartimento di La Spezia, ammiraglio Giotto Maraghini, provvide a dare esecuzione alle disposizioni impartite da Supermarina circa il resto del naviglio e le installazioni a terra: le navi minori in grado di muovere vennero fatte partire per porti saldamente sotto controllo italiano od Alleato, quelle impossibilitate a partire si autoaffondarono; lo stessero fecero le navi mercantili (partenza od inutilizzazione, ma in alcuni casi gli armamenti tedeschi delle mitragliere imbarcate impedirono di attuare tali provvedimenti). Gli impianti, i bacini e le attrezzature dell’Arsenale furono resi inutilizzabili, ma soltanto per 15 giorni, nell’ottimistica quanto irrealistica speranza che gli Alleati avrebbero cacciato le forze tedesche dall’Italia nel giro di qualche settimana.
 
Nel retroterra di La Spezia si trovavano quattro divisioni tedesche, presenti in teoria per partecipare al contrasto di un eventuale sbarco Alleato nella zona di La Spezia; esse si mossero per occupare la piazzaforte prima ancora che venisse annunciato l’armistizio. A difendere la piazza di La Spezia ed il territorio circostante c’era il XVI Corpo d’Armata del generale Carlo Rossi, che contava soltanto due divisioni italiane (la 105a Divisione Fanteria "Rovigo" e la 6a Divisione Alpina "Alpi Graie"). L’ammiraglio Maraghini tornò da Roma la sera dell’8 settembre, dopo aver partecipato alla riunione dei vertici della Marina nella quale cui i principali ammiragli comandanti di Dipartimento, oltre ai comandanti delle forze da battaglia, di quelle di protezione del traffico e dei sommergibili, avevano ricevuto istruzioni sul da farsi in caso di cessazione di ostilità contro gli Alleati e reazione tedesca, pur senza essere esplicitamente informati dell’armistizio. Dato che i comandi delle due Divisioni e del Corpo d’Armata si trovavano tutti nel perimetro della piazza, la sera stessa dell’8 Maraghini poté conferire col generale Rossi circa le modalità della difesa di La Spezia da un attacco tedesco. Rossi, a differenza di Maraghini, non aveva ricevuto ordini precisi su come regolarsi; come se non bastasse, l’armistizio coglieva la piazza di La Spezia nel pieno di un ribaltamento giurisdizionale: in seguito a decisioni prese in agosto, la Piazza Marittima di La Spezia doveva essere abolita e sostituita da un Comando Militare Marittimo subordinato al locale Comando di Grandi Unità dell’Esercito; la responsabilità della difesa della ex piazza sarebbe stata trasferita dalla Marina all’Esercito. Il passaggio di consegne sarebbe divenuto effettivo alle 00.00 del 10 settembre; il generale Rossi, non credendo che la situazione potesse precipitare a tal punto da richiedere provvedimenti eccezionali, non ritenne necessario anticipare di un giorno l’assunzione del comando, come prescriveva invece l’"Istruzione per la difesa delle coste" vigente ancora per il solo giorno 9 settembre.
Nel loro colloquio, pertanto, Rossi e Maraghini si limitarono a concordare la dislocazione di alcuni reparti di marinai in determinati punti e di inviare un reggimento atteso da Torino per il 9 settembre (per completare la Divisione "Rovigo") a presidiare alcuni capisaldi (ma il reggimento, per gli eventi dell’armistizio, non arrivò mai a La Spezia).
Gli alpini della Divisione "Alpi Graie" resistettero per due giorni agli attacchi dell’ex alleato, ma le truppe tedesche, incuneandosi tra i reparti delle due Divisioni del XVI Corpo d’Armata, occuparono La Spezia entro il 10 settembre, senza particolari difficoltà. Le due Divisioni italiane furono sciolte e l’ammiraglio Maraghini lasciò La Spezia il 10 settembre, dopo aver dato esecuzione agli ordini di Supermarina.
 
Non essendo in grado di muovere, la Montanari si autoaffondò nel porto di La Spezia il mattino del 9 settembre 1943, come da ordini ricevuti, per non cadere intatta in mano tedesca.
Quello che ebbe luogo a La Spezia il 9 settembre 1943 fu il più grande autoaffondamento in massa di navi militari italiane mai verificatosi, allo scopo di evitare che cadessero intatte in mano tedesca: si autoaffondarono nel porto il vecchio incrociatore Taranto, i cacciatorpediniere Nicolò ZenoFR 21 e FR 22, le torpediniere Generale Carlo MontanariGenerale Antonino CascinoGhibliProcione e Lira, i sommergibili Antonio BajamontiAmbraSirenaSparideVolframio e Murena, le corvette EuterpePersefone e FR 51, il posamine Buccari, il trasporto munizioni Vallelunga, le cisterne militari Scrivia e Pagano, le motozattere MZ 736 e MZ 748, i rimorchiatori militari MescoCapriCapodistriaRobusto e Porto Sdobba, il MAS 525, la motosilurante MS 36.
Furono invece catturati gli incrociatori pesanti Bolzano e Gorizia, entrambi inservibili per i gravi danni mai riparati (e difatti non entrarono mai in servizio sotto bandiera tedesca), il posamine Crotone, il trasporto munizioni Panigaglia, la nave bersaglio San Marco, la nave idrografica Ammiraglio Magnaghi, la nave salvataggio sommergibili Anteo, la cannoniera Rimini, le cisterne militari BormidaDalmaziaLenoSprugolaVolturnoStura e Timavo, il piccolo trasporto Monte Cengio, il dragamine RD 49, il MAS 556, le Bette N. 5 e N. 16, i rimorchiatori AtlanteBravaCarbonaraLinaroSanto StefanoSenigalliaTaorminaTorre AnnunziataN 9N 10N 37N 53 e N 55. Gran parte di tali unità furono sabotate dagli equipaggi; il Gorizia aveva anche iniziato ad autoaffondarsi, ma tale provvedimento era stato poi sospeso.
 
L’equipaggio della Montanari si disperse. Ci fu chi ritornò a casa, come il ventunenne marinaio radiotelegrafista Aniello Coppola, che riuscì rocambolescamente a raggiungere Vico Equense eludendo i controlli tedeschi; chi venne catturato dai tedeschi e mandato in prigionia in Germania; chi aderì alla Repubblica Sociale Italiana; chi si unì ai partigiani, come il guardiamarina Enzo Ruspino, che dopo l’autoaffondamento della nave era sfuggito alla cattura da parte tedesca ed aveva raggiunto la famiglia, sfollata da Torino nella natia Ozegna. Dopo aver passato diversi mesi ad Ozegna con la famiglia, nel luglio 1944, in seguito ad uno scontro a fuoco che proprio ad Ozegna aveva visto contrapposti i partigiani di Piero Urati (“Piero Piero”) ed i fanti di Marina del Battaglione "Barbarigo" della X Flottiglia MAS repubblichina, al comando del maggiore Umberto Bardelli (questi ultimi avevano avuto la peggio, con la morte di dieci uomini, tra cui lo stesso Bardelli, e la cattura di altri 29, mentre i partigiani avevano perso tre uomini), Ruspino decise di darsi alla macchia ed unirsi ai gruppi partigiani operanti nel Canavese; entrò a far parte della 6a Divisione Alpina “Giustizia e Libertà”, comandata da Luigi Viano “Bellandy”, già tenente di complemento degli alpini. Ma la sua militanza partigiana ebbe breve durata ed un tragico epilogo: nella notte tra il 26 ed il 27 luglio 1944, “Bellandy” guidò fino a Chivasso una colonna di duecento partigiani per un’azione in grande stile, avente l’obiettivo di colpire una caserma utilizzata dalle truppe della RSI, lo scalo ferroviario ed il campo d’aviazione di Casabianca, ma l’azione fallì malamente, con la morte di sei partigiani e la cattura di altri otto, compreso Ruspino, facente parte di una squadra incaricata di sorvegliare la strada per Brandizzo e Torino. I prigionieri furono portati all’Albergo Nazionale di Torino, sede del locale comando della Sicherungspolizei, e poi nel settore tedesco delle Carceri Nuove di Torino, dove di loro si persero le tracce eccetto che per uno, che fu deportato in Germania e riuscì a sopravvivere. Enzo Ruspino venne ufficialmente dichiarato disperso in data 27 luglio 1944; aveva 23 anni.
Il mattino dell’8 agosto 1944 sei partigiani prigionieri vennero impiccati dai tedeschi a Settimo Torinese, vicino alla cascina Pramolle, sotto il cavalcavia dell’autostrada Milano-Torino, in rappresaglia per l’uccisione, avvenuta due giorni prima, di due marescialli della Wehrmacht. Per ordine delle autorità tedesche i corpi vennero lasciati appesi fino alle sei di quella sera, dopo di che vennero sepolti in una fossa comune nel cimitero comunale di Settimo Torinese, senza essere stati identificati. Alla fine del conflitto, una fotografia dell’esecuzione venne trovata in tasca ad un ufficiale tedesco catturato durante la fuga verso la Germania, e nel 1946 i genitori di Ruspino credettero di riconoscervi il figlio, ma quando il 7 marzo 1947 i corpi vennero riesumati, non furono in grado di riconoscere il corpo con assoluta certezza. Solo tre dei sei cadaveri poterono essere identificati dalle famiglie; tutti appartenevano a partigiani della zona, e tra di essi vi era anche Luciano Bertolino, uno dei sette partigiani catturati il 27 luglio 1944 e mai più rivisti. Ciò induce a pensare che anche le tre vittime rimaste senza nome, ritumulate dal 1965 nel Cimitero Monumentale di Torino, facessero parte di quel gruppo, verosimilmente prelevato dalle Carceri Nuove per la rappresaglia. Non è però stato possibile stabilire con certezza a chi esattamente appartenessero tra i sei prigionieri scomparsi, e quale fu la sorte degli altri. Una targa in memoria di Enzo Ruspino è stata apposta nel 2011 sul monumento che commemora l’eccidio.


Sopra, il guardiamarina Enzo Ruspino a bordo della Montanari (da “I quaderni di Terra Mia”, n. 10); sotto, l’impiccagione dei partigiani al cavalcavia di Settimo Torinese (da www.giornalelavoce.it)


Poche settimane prima di Enzo Ruspino, aveva perso la vita in un altro bestiale eccidio nazista un altro ex membro dell’equipaggio della Montanari, il marinaio fuochista Filippo Mangano, di 22 anni, da Messina. Trovandosi a San Polo, in provincia di Arezzo, Mangano si ritrovò ad essere tra i 48 uomini di ogni età (dai 17 ai 76 anni), in gran parte civili sfollati, sommariamente arrestati da truppe tedesche della 94a e 305a Divisione fanteria durante un rastrellamento nella zona, poco prima dell’arrivo delle truppe britanniche dell’VIII Armata. Portati nella Villa Mancini di San Polo, i prigionieri vi vennero torturati per ore per poi essere condotti in un boschetto nei pressi della Villa Gigliosi, dove vennero gettati in tre fosse comuni che furono poi fatte saltare con delle cariche esplosive. Nessuno venne mai punito per questo vile crimine.
 
Il 30 luglio 1944 morì da partigiano il già sottocapo elettricista della Montanari Enzo Carlo Bagnoli, 22 anni, da Castelnovo ne’ Monti. Rientrato nella sua Emilia dopo l’autoaffondamento della nave, il 10 giugno 1944 Bagnoli si era unito alla 26a Brigata Garibaldi, attiva sull’Appennino reggiano, prendendo il nome di battaglia di “Vampiro” e divenendo in breve tempo comandante di distaccamento, prendendo parte a numerose azioni di guerriglia e sabotaggio. Morì in combattimento a Ligonchio il 30 luglio 1944: accorso con il suo distaccamento in aiuto di un altro reparto partigiano, posto a difesa della locale centrale elettrica ed attaccato da preponderanti forze tedesche, combatté tutto il giorno finché, giudicata la posizione ormai indifendibile, ordinò ai compagni di ritirarsi e rimase da solo a coprirne la ritirata con la sua mitragliatrice; rallentò l’avanzata tedesca per ore fino ad essere circondato, dopo di che continuò a fare fuoco finché non venne ucciso da una raffica in pieno petto. Venne decorato alla memoria con la Medaglia d’Argento al Valor Militare, e la 26a Brigata Garibaldi prese il suo nome.


Sopra, Enzo Bagnoli (da www.redacon.it), e sotto, il monumento eretto nel dopoguerra nel luogo della sua morte (da it.wikipedia.org)


Il relitto della Montanari venne riportato a galla dagli occupanti tedeschi, ma la nave fu giudicata inutilizzabile, forse anche in considerazione della sua vetustà, e non venne quindi riparata (secondo Sergio Nesi nel suo libro "Decima flottiglia nostra", la nave sarebbe stata assegnata alla Marina Nazionale Repubblicana, senza entrare mai in servizio perché affondata da un bombardamento prima che si potesse procedere alle riparazioni, ma questo sembra poco probabile, considerato che nessun’altra fonte ne fa menzione e che tutte le unità italiane più grandi di una motosilurante furono incorporate direttamente nella Kriegsmarine). Il 4 ottobre 1944 la torpediniera venne nuovamente affondata da un bombardamento aereo su La Spezia.
Altre fonti attribuiscono l’affondamento della Montanari ad un’incursione da parte di 70 bombardieri B-25 “Mitchell” del 310th Bomb Group dell’USAAF avvenuta il 28 settembre 1944. Altre ancora affermano che la nave non fu affondata da un bombardamento, ma autoaffondata in porto dagli stessi tedeschi dopo essere stata giudicata non riparabile; ciò sarebbe avvenuto il 25 aprile 1944 od il 4 ottobre 1944.
La carcassa della torpediniera, formalmente radiata dai quadri del naviglio militare il 27 febbraio 1947, venne nuovamente recuperata nel 1949 e demolita.
 

Il recupero del relitto della Montanari nel 1949 (g.c. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net)


Il relitto a La Spezia dopo il recupero, in un’altra immagine del 1949 (foto Aldo Fraccaroli, via Coll. Luigi Accorsi e www.associazione-venus.it)

 
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