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| Il Velella (g.c. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net) |
Sommergibile di media crociera della classe Argo (dislocamento di 794 tonnellate in superficie e 1018 in immersione). Durante il conflitto effettuò 16 missioni offensive/esplorative (quattro in Atlantico e dodici in Mediterraneo) e 14 di trasferimento, percorrendo complessivamente 19.430 miglia nautiche in superficie e 2441 in immersione e trascorrendo 276 giorni in mare. Nei primi mesi di guerra operò nel Mediterraneo orientale, con base nel Dodecaneso; partecipò poi alla battaglia dell'Atlantico dal dicembre 1940 all'agosto 1941, dopo di che rientrò in Mediterraneo e fu prevalentemente attivo nel bacino occidentale di quel mare. Non colse alcun successo ed ebbe il triste primato di essere l'ultimo sommergibile italiano ad andare perduto prima della cessazione delle ostilità contro gli Alleati, meno di ventiquattr'ore prima dell'annuncio dell'armistizio.
Il suo motto era "Strenue descendens victor ascendens" ("ardimentoso scendo, vittorioso risalgo").
Breve e parziale cronologia.
31 ottobre 1931
Impostazione presso i Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 1110).
È stato ordinato, insieme al capoclasse Argo, dalla Marina portoghese, ma questa è costretta ad annullare l'ordine durante la costruzione a causa di problemi economici; la costruzione dei due sommergibili (che secondo qualche fonte sarebbe già stata in fase avanzata, pur non essendo ancora giunta al varo) si arresta e rimangono incompleti sullo scalo per qualche anno, fino a che non interviene la Regia Marina italiana che, avendone già seguito con interesse la progettazione, decide di acquistarli e completarli con alcune modifiche.
Due immagini del Velella in costruzione (USMM via www.velella.it)
1935
Acquistato dalla Regia Marina, vengono ripresi i lavori di costruzione. In seguito all'acquisto viene stabilita una "nuova" data ufficiale d'impostazione, il 9 dicembre 1935. (Per una fonte, ciò sarebbe avvenuto nel settembre 1935).
18 dicembre 1936
Varo presso i Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone.
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| Il Velella pronto al varo (da “Il Mattino”) |
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(ANMI Castellabate) |
Ospiti ed operai al varo (foto Giovanni Cividini, Archivio Alinari)
31 agosto 1937
Entrata in servizio. (Altra fonte data l'entrata in servizio al giorno successivo, il 1° settembre 1937).
Dopo un intenso periodo di addestramento iniziale in Alto Adriatico, che si protrarrà fino all'ottobre 1938, viene assegnato alla XLII Squadriglia Sommergibili del IV Gruppo Sommergibili, con base a Taranto. Suo primo comandante è il tenente di vascello Pasquale Terra, 31 anni, da Città Sant'Angelo.
Due immagini del Velella in allestimento nei CRDA di Monfalcone, nel 1937 (sopra: da “Gli squali dell’Adriatico. Monfalcone ed i suoi sommergibili nella storia navale italiana” di Alessandro Turrini, Vittorelli Edizioni, 1999, via g.c. Marcello Risolo e www.naviearmatori.net; sotto: g.c. Marcello Risolo e www.naviearmatori.net)
Altre due immagini del Velella in allestimento presso i CRDA, datate 7 agosto 1937 (foto William H. Davis, via Naval History and Heritage Command)
Ottobre 1938
Al comando del tenente di vascello Gustavo Lovatelli, il Velella viene inviato a Lero, nel Dodecaneso.
Successivamente trasferito a Tobruk (Libia).
15 dicembre 1938
Assume nuovamente il comando del Velella il tenente di vascello Pasquale Terra, che lo manterrà per ben tre anni.
21 dicembre 1938
Trasferito a Massaua, in Eritrea, dove entra a far parte della Flottiglia Sommergibili dell'Africa Orientale Italiana e dove rimarrà – raggiunto, pochi mesi dopo, dal capoclasse Argo – fino ai primi mesi del 1940, al fine di testare le qualità della classe nei mari tropicali.
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| Una foto scattata sul Velella nel 1939: al centro, Tiberio Zanardo (da www.comunesantalucia.it) |
Marzo 1940
Rientra in Italia e viene assegnato alla XIV Squadriglia Sommergibili del I Gruppo Sommergibili, avente sede a La Spezia.
5 giugno 1940
Salpa da Brindisi alle 5.35, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, per un pattugliamento tra Rodi e la costa turca, in posizione 36°27' N e 28°40' E.
9 giugno 1940
Giunge al largo di Cerigo all'una del pomeriggio.
10 giugno 1940
L'Italia entra in guerra: il Velella è già in missione. In questa data fa sempre parte della XIV Squadriglia Sommergibili del I Grupsom di La Spezia, insieme al gemello Argo ed al più piccolo Iride.
11 giugno 1940
Alle 10.15 imbocca il canale dragato a nord di Rodi.
12 giugno 1940
Raggiunge il settore d'agguato all'una di notte.
19 giugno 1940
Lascia il settore d'agguato alle 21, diretto a Lero.
20 giugno 1940
Rientra a Lero alle 20.40, dopo aver percorso 1483,5 miglia senza avvistare niente. (Secondo alcuni siti, il Velella avrebbe interrotto la missione il 19 giugno a causa di un'avaria ai motori, e dopo il rientro a Lero sarebbe stato mandato a Taranto, dove sarebbe rimasto per due mesi in riparazione. Sembra però probabile un errore).
3 luglio 1940
Lascia Lero alle 19.50, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, per pattugliare la rotta Creta-Alessandria in posizione 33°05' N e 28°45' E, dove deve formare una linea di pattugliamento insieme ai sommergibili Beilul e Tricheco.
15 luglio 1940
Dopo aver percorso 1193 miglia, getta l'ancora nella baia di Alimnia.
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| Il tenente di vascello e poi capitano di corvetta Pasquale Terra (Città Sant'Angelo, 1907-Roma, 1997), comandante del Velella dal 15 dicembre 1938 al 19 dicembre 1941 (g.c. Giovanni Pinna) |
16 luglio 1940
Al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, lascia Alimnia alle 12.05 per rientrare a Lero.
17 luglio 1940
Arriva a Lero alle 3.20.
19 agosto 1940
Al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, lascia Lero a mezzogiorno per un pattugliamento ad est di Creta, dove posa due file di boe sonore, ad intervalli di 500 metri, tra l'isola di Plati (Caso) e Capo Plaka (Creta) e tra Plati e Capo Sidero (Creta).
21 agosto 1940
All'1.18 avvista a 5-6 km di distanza un cacciatorpediniere in navigazione verso Capo Sidero, ma lo perde presto di vista.
26 agosto 1940
Rientra a Lero a mezzogiorno, dopo aver percorso 663 miglia.
6 settembre 1940
Lascia Lero alle 16.34, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, per rientrare in Italia.
14 settembre 1940
Arriva a La Spezia alle 18.15, dopo aver percorso 1336 miglia. Vi viene quindi sottoposto ad alcuni lavori di adattamento in vista del suo trasferimento in Atlantico.
24 ottobre 1940
Uscita per esercitazione da La Spezia dalle 9.10 alle 15.55, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra.
25 ottobre 1940
Uscita (per esercitazione?) da La Spezia dalle 16.30 alle 17, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra e con la scorta del sommergibile H 2.
30 ottobre 1940
Uscita per esercitazione da La Spezia dalle 8.20 alle 12.30, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra.
1° novembre 1940
Salpa da La Spezia alle 8.20, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, diretto in Atlantico.
Viene però richiamato alla base in seguito ad un'avaria, che provoca l'interruzione del flusso di carburante ad uno dei motori.
8 novembre 1940
Arriva a La Spezia alle 22, dopo aver percorso 1155 miglia.
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| Menù di bordo del Velella in Atlantico (da www.anmicastellabate.it) |
20 novembre 1940
Uscita per esercitazione da La Spezia dalle 9.15 alle 11.05, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra.
25 novembre 1940
Al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, il Velella salpa da La Spezia alle 7.50 per entrare in Atlantico, dove dovrà pattugliare un settore compreso tra i meridiani 09°00' O e 11°00' O ed i paralleli 37°00' N e 40°00' N e poi raggiungere la base sommergibilistica italiana di Betasom, stabilita alcuni mesi prima a Bordeaux, sulla costa atlantica francese.
1° dicembre 1940
Raggiunto lo stretto di Gibilterra nelle prime ore, ne inizia l'attraversamento; durante l'attraversamento viene sottoposto a pesante caccia con bombe di profondità da due cacciatorpediniere britannici, ma riesce a sottrarvisi scendendo a 130 metri di profondità. (Per altra versione, il Velella si sarebbe dovuto dapprima immergere a quota profonda in seguito all'avvistamento di due cacciatorpediniere impegnati in ricerca antisom, poi sarebbe stato da essi – per altra fonte, "da tre unità sottili" – individuato e sottoposto a breve ma precisa caccia con bombe di profondità subendo però solo danni leggeri, indi sarebbe sprofondato ad oltre 130 metri di profondità – così superando la quota massima operativa di 100 metri – a causa delle correnti sottomarine che caratterizzavano lo stretto, che lo avrebbero trascinato fino a toccare il fondale vicino a Punta Lanchones sulla costa africana; durante la notte sarebbe tornato in superficie per ricaricare le batterie ma qui sarebbe stato subito attaccato da due cacciatorpediniere e costretto nuovamente ad immergersi, venendo sottoposto a pesante caccia, riuscendo però ad allontanarsi seguendo la costa spagnola. Per altra versione, riemerso dopo il tramonto con le batterie ormai scariche proseguendo in superficie con i motori diesel, dopo un'ora di navigazione sarebbe stato avvistato da tre unità sottili, riuscendo comunque a completare l'attraversamento dello stretto).
4 dicembre 1940
Giunge nel settore d'agguato, al largo di Lisbona.
15 dicembre 1940
Alle nove del mattino avvista al largo di Capo Roca un sommergibile identificato che si rivela essere il Michele Bianchi, con il quale scambia il segnale di riconoscimento. Viene informato che un altro sommergibile italiano, il Brin, lo sta seguendo.
17 dicembre 1940
Alle 3.40 il Velella avvista una nave illuminata, ed assume rotta d'intercettazione; alle 9.30 le ordina di fermarsi e di presentare i documenti. Un ufficiale li porta sul Velella: da essi risulta che la nave è il mercantile spagnolo Castillo Andrade, di 3457 tsl, registrato a Cadice, in navigazione da Las Palmas a Vigo con un carico di frutta. Viene lasciato proseguire.
19 dicembre 1940
Viene inviato in cerca di un convoglio diretto a Lisbona.
20 dicembre 1940
In seguito ad un'avaria ai motori diesel non riparabile con i mezzi disponibili a bordo, lascia il suo settore d'agguato per raggiungere Bordeaux.
25 dicembre 1940
Arriva a Bordeaux alle 19, dopo una missione in cui ha percorso 4528 miglia ed avvistato diverse navi neutrali.
Il Velella arriva a Bordeaux, il giorno di Natale del 1940 (g.c. STORIA militare)
18 febbraio 1941
Lascia Bordeaux alle 11, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, per trasferirsi a Le Verdon, dove arriva quattro ore dopo, dopo aver percorso 50 miglia.
19 febbraio 1941
Lascia Le Verdon alle 8.30 e raggiunge La Pallice alle 19.25, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, dopo aver percorso 110 miglia. È scortato dalla nave antimine tedesca Sperrbrecher 16 (fino alla Boa 1) e dai dragamine tedeschi M 6, M 9 e M 21.
20 febbraio 1941
Uscita da La Pallice dalle 9 alle 14.10 per prove in mare al Pertuis d'Antioche, sempre al comando del tenente di vascello Terra. Percorse trenta miglia.
23 febbraio 1941
Salpa da La Pallice alle 17.50 per una missione in Atlantico, tra i meridiani 18°00' O e 25°00' O ed i paralleli 54°00' N e 55°00' N (ad ovest dell'Irlanda), al comando del tenente di vascello Pasquale Terra. Deve formare un gruppo, denominato proprio "Velella", insieme ad Argo, Mocenigo, Emo e Veniero; i sommergibili del gruppo devono pattugliare la zona compresa tra i meridiani 13° O ed il 25° O ed i paralleli 53° N e 59°30' N, in settori adiacenti (rimanendovi fino al limite dell'autonomia), a maggiore distanza dalle Isole Britanniche rispetto a quella assegnata agli U-Boote tedeschi, che hanno minore autonomia.
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| Il Velella in Atlantico, inizio 1941 (g.c. STORIA militare) |
27 febbraio 1941
Alle 14.25, durante la navigazione verso la zona d'agguato, avvista in lontananza una nave passeggeri che zigzaga su rotta 250°, navigando da sola e senza scorta; tenta di avvicinarsi, ma non ci riesce a causa del mare fortemente avverso e perde il contatto alle 20.30.
2 marzo 1941
Alle 17 il Velella riceve un segnale di scoperta trasmesso da Betasom due ore prima, in cui si annuncia l'avvistamento di un grosso convoglio con rotta 270° nel quadrante italiano 2781/46, e si ordina al Velella di portarsi nel quadrante 6124/41 per intercettarlo. Il sommergibile assume rotta 090° e velocità 7 nodi per eseguire l'ordine, ma non riesce a raggiungere in tempo l'area d'agguato a causa del maltempo.
3 marzo 1941
Alle 16 il Velella avvista due navi da 8 km di distanza; le identifica poi come cacciatorpediniere a due fumaioli, aventi rotta 070° (altra fonte parla di tre cacciatorpediniere). Viene effettuata immersione rapida, il che consente al sommergibile di evitare di essere avvistato.
Alle 23.50 il Velella riceve due segnali di Betasom, il primo trasmesso alle 16.50 ed il secondo alle 23, che ordinano rispettivamente di spostarsi verso nord a 10 nodi e di pattugliare la zona compresa in un raggio di cinque miglia dal quadrante italiano 2767/66.
4 marzo 1941
Alle 19 il Velella riceve un altro messaggio, trasmesso alle 17.40, che gli ordina di portarsi nel quadrante 5324/63.
6 marzo 1941
Raggiunge la zona d'agguato.
9 marzo 1941
Alle 18.55 avvista un altro sommergibile, con il quale scambia i segnali di riconoscimento: il nuovo arrivato risulta essere il Brin.
Tre immagini del Velella scattate da bordo del Brin in occasione dell’incontro in Atlantico, 9 marzo 1941 (Coll. Guido Alfano, via g.c. Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)
16 marzo 1941
Inizia la navigazione di rientro, senza aver avvistato alcuna nave.
21 marzo 1941
Scortato nel tratto finale dallo Sperrbrecher III, dai dragamine M 9 e M 12, dal cacciasommergibili UJ-K e dalla nave pattuglia V 406, il Velella entra a Pauillac alle 14.10, dopo aver percorso 4500 miglia.
Alle 15.30 riparte da Pauillac per trasferirsi a Bordeaux, dove arriva alle 18.40, dopo aver percorso 30 miglia. Viene poi sottoposto ad un periodo di lavori.
23 maggio 1941
Terminati i lavori, lascia Bordeaux alle 6.30, al comando del tenente di vascello Terra, per trasferirsi a Le Verdon, dove giunge alle 17.30, dopo aver percorso 60 miglia.
24 maggio 1941
Al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, il Velella salpa da Le Verdon alle 2.20 per un pattugliamento nell'Atlantico, ma nell'oscurità perde di vista lo Sperrbrecher III, che gli sta facendo da guida, ed alle 4.30 finisce con l'entrare in collisione, al largo della Gironda (all'imbocco del Grande Passe de l'Ouest), con il violatore di blocco tedesco Alsterufer, in arrivo a Bordeaux con la scorta di dragamine tedeschi (M-Boote della 8. Minensuchbootflottille). L'impatto non è molto violento, ma il Velella subisce danni ai tubi lanciasiluri prodieri che lo costringono a rientrare in porto alle 6.30 (ha percorso 60 miglia dalla partenza) e poi ripartire da Le Verdon alle 8 e raggiungere Bordeaux alle 18 (dopo altre 60 miglia) per le riparazioni, ritardando così di quattro giorni la partenza per la missione. Il comandante Terra viene rimproverato per l'incidente.
28 maggio 1941
Riparati i danni, sempre al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, il Velella lascia Bordeaux alle 8.57 per trasferirsi a Le Verdon, dove giunge alle 13, dopo aver percorso 60 miglia.
Alle 20 lascia Le Verdon, scortato dallo Sperrbrecher III, per iniziare finalmente la sua missione atlantica, dapprima nella zona delimitata dai meridiani 12°50' O e 13°50' O e dai paralleli 34°45' N e 35°45' N e successivamente in quella compresa in un raggio di trenta miglia da 33°55' N e 14°50' O (ad ovest dello stretto di Gibilterra). Fa parte di un gruppo di sommergibili (con Argo, Mocenigo, Marconi, Emo, Veniero e Brin) disposti lungo il meridiano 12° Nord, tra Capo San Vincenzo (Portogallo) e Capo Spartel (Marocco). Compito di questi battelli è attaccare il traffico marittimo ad ovest di Gibilterra, sia convogliato che isolato, e raccogliere informazioni sullo svolgimento della navigazione in quel settore; l'ordine d'operazione n. 47, emesso da Betasom il 14 maggio, ne stabilisce gli obiettivi: «a) Costituire uno sbarramento di sommergibili, in posizione opportuna per consentire la manovra in base alle notizie di avvistamento di convogli nella zona di Gibilterra. b) Attacco a convogli e piroscafi isolati da e per Gibilterra diretti e provenienti dalla corrente di traffico nord-sud. c) Raccolta di notizie sul traffico lungo le coste marocchine e su quello proveniente dalle acque delle Canarie e delle Azzorre e diretto verso lo Stretto». Velella, Marconi, Emo e Brin sono schierati lungo il 12° meridiano per formare uno sbarramento mobile a maglie larghe da concentrare sulla rotta dei convogli avvistati, mentre, mentre l'Argo è inviato davanti allo stretto di Gibilterra per controllare il traffico in uscita diretto verso ovest, il Mocenigo nelle acque del Marocco per fare lo stesso con il traffico diretto verso nordest e sudovest, ed il Veniero in quelle di Capo San Vincenzo per sorvegliare il traffico verso nordovest e sudest. Agenti tedeschi attivi sulle coste meridionali spagnole forniscono informazioni sui convogli di passaggio, ma il limitato orizzonte ottico e la non grande possibilità di manovra, causati dalla sorveglianza aeronavale di Gibilterra che obbliga i sommergibili a passare le ore diurne in immersione, rendono difficile avvistare i convogli.
30 maggio 1941
Alle 11.45 il Velella avvista numerosi fumi all'orizzonte in posizione 43°42' N e 09°24' O, ma quando si avvicina per vedere di cosa si tratti scopre che sono solo pescherecci.
Alle 16 avvista un idrovolante Short Sunderland in posizione 43°32' N e 09°14' O, e s'immerge per non essere attaccato.
Alle 19.35 avvista una nave in posizione 43°11' N e 09°34' O e si avvicina per attaccare, ma alle 20.40 deve abbandonare l'attacco quando si rende conto che si tratta di una nave neutrale.
31 maggio 1941
Alle 17 avvista in posizione 40°20' N e 10°58' O una nave avente rotta 050o; avvicinatosi, alle 19.52 il Velella s'immerge per attaccare, ma abbandona l'attacco quando il bersaglio si rivela essere una piccola nave cisterna neutrale di 300-400 tsl.
3 giugno 1941
Alle 8.30 avvista in posizione 35°13' N e 13°05' O un piroscafo avente rotta 055o, ma non riesce a raggiungerlo perché questi è troppo veloce, e finisce con lo sparire all'orizzonte.
4 giugno 1941
Alle 19.05 avvista un altro piroscafo in posizione 35°31' N e 13°18' O, ma alle 20.15 scopre che si tratta di un'altra nave neutrale ed abbandona l'attacco.
5 giugno 1941
Alle 4.10 avvista una sagoma scura in posizione 35°03' N e 13°38' O; avvicinandosi, la identifica come un cacciasommergibili che sta zigzagando su rotta 060°-120o, ma un'improvvisa accostata impedisce al Velella di attaccare. Nell'ipotesi che il cacciasommergibili stia perlustrando le acque che a breve saranno solcate da un convoglio, il sommergibile accosta per 270°.
Alle 6.40 il Velella avvista in posizione 35°03' N e 13°47' O un cacciatorpediniere avente rotta 100°, a 2500 metri di distanza. Accosta con l'intenzione di attaccarlo con i tubi di poppa, ma durante la manovra, alle 6.45, avvista in posizione 35°02' N e 13°48' O una grossa nave cisterna a 4-5 km di distanza e sposta su di essa la sua attenzione; non riesce, tuttavia, ad avvicinarsi a sufficienza da poter attaccare.
Alle 18.25 (per altra fonte alle 18.52), in posizione 35°07' N e 12°58' O (35°38' N e 11°22' O per altra fonte), il Velella – sommergibile più ad ovest dello sbarramento mobile – avvista un convoglio avente rotta 090° e velocità 8 nodi; assume rotta parallela per intercettarlo dopo il tramonto attaccando da proravia, con la luna alle spalle (nel mentre, alle 18.30 lancia il segnale di scoperta indicando la posizione come 35°05' N e 13°05' O, la rotta del convoglio come 090° e la velocità 8 nodi; Betasom lo ritrasmette al sommergibile Emo indirizzandolo sulle tracce del convoglio) ed alle 22.30 incontra in posizione 35°07' N e 12°10' O il sommergibile Marconi, cui dà indicazioni per permettergli di trovare a sua volta il convoglio (per altra fonte alla stessa ora avrebbe incontrato l'Emo, col quale avrebbe scambiato il segnale di riconoscimento). Il convoglio sembra essere composto da una quindicina di mercantili, con quattro navi scorta (altra fonte parla di "numerose" navi scorta); il Velella tenta più riprese di penetrarne lo schermo difensivo (per altra versione si sarebbe mantenuto in vista del convoglio manovrando al limite dell'orizzonte, grazie alle ottime condizioni atmosferiche ed alla visibilità quasi eccezionale). Si tratta del convoglio OG. 63, partito da Liverpool il 25 maggio e diretto a Gibilterra, dove giungerà il 7 giugno: ne fanno parte 35 mercantili, di cui 24 britannici (Avoceta – nave di bandiera del capoconvoglio, contrammiraglio Oswald Henry Dawson –, Baron Lovat, Belgravian, Blairdevon, Campus, Christine Marie, Como, Cortes, Dago II, Delilian, Empire Brook, Empire Dunlin, Empire Strait, Erato, Glen Head, Katvaldis, King Edward, Lapwing, Pelayo, Shuna, Tintern Abbey, Vernon City, Waziristan e William Wilbeforce), quattro greci (Dimitrios Inglessis, Leonidas N. Condylis, Marionga D. Thermiotis e Pangias), tre svedesi (Disa, Osric e Taberg), due norvegesi (Fjord e Solitaire), uno olandese (Mars) ed uno polacco (Lublin), scortati dall'incrociatore ausiliario Corinthian, dalle corvette Geranium e Jonquil, dallo sloop Wellington e dai pescherecci armati antisommergibili Lady Hogarth e Runswick Bay, tutti britannici, nonché dal sommergibile olandese O 23.
Dato che i sommergibili dello sbarramento si trovano in posizione favorevole per intercettare il convoglio segnalato dal Velella, alle 19.21 Betasom ordina ad essi (Marconi, Mocenigo, Emo e Brin) di convergere su di esso per tentare d'intercettarlo, ritrasmettendo ad essi il segnale di scoperta del Velella.
Il Marconi, in particolare, che al momento della segnalazione del Velella si trova già sulla rotta del convoglio e prossimo ad incontrarlo, riceve ordine di avvicinarvisi ad alta velocità per intercettarlo il prima possibile; alle 23.50 lo avvista a sua volta, ed a mezzanotte Betasom, con Velella e Marconi già in contatto con il convoglio e l'Emo prossimo a raggiungerlo, dà l'ordine di attaccare. Velella e Marconi, attendendo il tramonto della luna (per avvicinarsi più facilmente al convoglio con il favore del buio), si mantengono a sud del convoglio e continuano a pedinarlo, sorvegliandone i movimenti. Successivamente Betasom ordina di trasmettere segnali radiogoniometrici a partire dalle otto del mattino seguente, per agevolare la ricerca agli aerei. Il Marconi attaccherà il convoglio per primo, nelle prime ore del 6 giugno, ed affonderà due piroscafi, il britannico Baron Lovat e lo svedese Taberg.
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| Mitragliera Breda da 13,2 mm sul Velella (da “Betasom” di Marek Sobski) |
6 giugno 1941
Pedinando il convoglio, il Velella vede soltanto navi di modeste dimensioni nella colonna di dritta; manovra allora per attaccare le navi della colonna sinistra, che sembrano più grandi.
Fin dalle 4.30, mantenendosi di prora alle colonne dei mercantili, il comandante Terra fa ridurre la velocità per portare in punteria i tubi lanciasiluri di poppa, e durante la manovra osserva da distanza l'attacco del Marconi: dal convoglio si levano in continuazione razzi di segnalazione rossi e verdi, ed i cannoni delle navi sparano colpi illuminanti. Alle 5.05 il Velella manovra per lanciare i siluri contro la colonna centrale, ma un'ampia accostata del convoglio lo fa capitare proprio in mezzo alle navi già in allarme; i bastimenti cambiano continuamente rotta e posizione e l'intervallo tra le colonne si riduce, lasciando poco spazio per condurre l'attacco. Il comandante Terra descriverà così questi momenti nel rapporto di missione: «I nostri tentativi per assumere una posizione favorevole al lancio sono continuamente frustrati dalle accostate dei piroscafi. La scorta continua a sparare, rabbiosamente; serie successive di razzi illuminanti rischiarano saltuariamente con la loro luce rossastra la drammatica scena. Un piroscafo sulla nostra sinistra ha preso a fischiare: il lungo e insistente ululo della sirena in mezzo a quelle scure ombre impazzite sembra l'urlo di soccorso di una bestia ferita a morte. Un altro lancia ininterrottamente sull'onda dei 600 metri l'appello disperato alla radio: "Submarine on starboard". La formazione continua a restringersi, diventa sempre più confusa. Non è ormai più possibile ritirarsi e lanciare in questo caos di ombre incerte che hanno perduto qualsiasi parvenza di ordine».
Per 40 minuti il Velella cerca invano lo spazio per attaccare, dopo di che il comandante Terra decide di uscire dalla formazione per trovare una posizione più favorevole al lancio. All'alba, alla luce di una serie di razzi illuminanti lanciati dalle navi del convoglio, avvista due navi che sembrano allontanarsi verso sudest navigando per conto proprio, ed inizia ad inseguirle. Alle 6.04 avvista in posizione 35°06' N e 11°20' O una nave cisterna di 12.000-14.000 tsl seguita da un piroscafo di 7000-8000 tsl (altra fonte parla di una nave cisterna di 7000 tsl ed un piroscafo di 3200 tsl), ed il comandante Terra decide di attaccare entrambe le navi: lancia due siluri dai tubi prodieri da 800 metri di distanza contro la petroliera, rivendicando due centri (a centro nave) ed il suo danneggiamento (altra fonte riporta erroneamente l'ora dell'attacco come le 5.55, e la posizione come 35°13' N e 11°17' O).
Alle 6.06, in posizione 35°00' N e 11°00' O, lancia un siluro contro il piroscafo, che è il britannico Tintern Abbey di 2479 tsl, da soli 400-500 metri di distanza: simultaneamente al lancio, il mercantile apre a sua volta il fuoco sul sommergibile con l'armamento difensivo, sparando due colpi. Nonostante Terra ne rivendichi l'affondamento (la nave sembra essere colpita dal siluro e scomparire in pochi minuti in una densa nube di fumo), il Tintern Abbey non viene colpito (da parte britannica l'orario di quest'episodio è indicato come compreso tra le 6.05 e le 6.16, la posizione come 35°45' N e 10°50' O).
Alle 6.52 lo sloop britannico Wellington apre il fuoco contro il Velella da una distanza di 12,8 km, in calo fino a 12,43; il sommergibile s'immerge a cento metri di profondità, dove viene scosso da tre esplosioni che causano soltanto danni minori.
Alle 20.03 il Velella incontra in posizione 35°38' N e 11°22' O il Marconi, col quale scambia il segnale di riconoscimento.
8 giugno 1941
Alle 17.15 il Velella avvista in posizione 35°46' N e 12°25' O un ricognitore in avvicinamento, e quando questi giunge a 500-600 metri di distanza, apre il fuoco contro di esso con le mitragliere, intraprendendo al contempo manovre evasive. Il ricognitore è un idrovolante PBY Catalina, l'aereo 'C' (seriale AH538) del 202nd Squadron della Royal Air Force, pilotato dal capitano Richard Wright Whittome (le fonti britanniche indicano la posizione come 36°02' N e 11°52' O e l'orario, per differenza di fuso orario, come le 16.10). L'aereo sgancia due bombe da 227 kg, che cadono in mare un centinaio di metri a poppavia del Velella (secondo il rapporto del comandante Terra; Whittome afferma che sarebbero cadute a soli nove metri dal bersaglio), senza causare danni seri. Le mitragliere del sommergibile colpiscono il Catalina con alcuni colpi da 13,2 mm, ma senza danneggiarlo seriamente; l'idrovolante torna all'attacco una seconda volta e sgancia altre due bombe, mancandolo a prua di una ventina di metri (4-5 metri secondo Whittome). Alle 17.45 il Velella s'immerge e si allontana.
Concluso l'attacco, il Catalina comunica di aver attaccato alle 17.15 un sommergibile in posizione 35°50' N e 13°00' O; alle 19 questo messaggio viene ricevuto dalla Forza H britannica, uscita da Gibilterra la sera precedente con le portaerei Furious ed Ark Royal, l'incrociatore da battaglia Renown, l'incrociatore pesante Sheffield ed i cacciatorpediniere Fearless, Faulknor, Foresight, Foxhound, Fury e Forester per minimizzare i danni in caso di attacco francese contro quella base, paventato come reazione all'invasione britannica della Siria, controllata dalla Francia di Vichy. Siccome la Forza H (che si trova in posizione 35°10' N e 11°08' O) ha in quel momento due pattuglie aeree antisommergibili in volo, queste ricevono ordine di cercare il sommergibile attaccato dal Catalina per attaccarlo qualora fosse riemerso; alle 19.45 il Catalina, rientrato alla base, segnala che il sommergibile si è immerso in posizione 36°02' N e 11°50' O (calcolata sulla base di un punto fatto alle 18), una sessantina di miglia più ad est di quanto segnalato in precedenza. Le pattuglie antisom apponteranno alle 20.25 senza aver avvistato niente.
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| (da “Il Velella” di Angelo Raffaele Amato) |
10 giugno 1941
Il Velella, i sommergibili italiani Veniero e Brin ed i tedeschi U 43, U 73, U 201 e U 204 ricevono ordine di formare uno sbarramento per intercettare il convoglio britannico SL. 75, ma non riescono ad avvistarlo.
12 giugno 1941
Insieme al Veniero, il Velella riceve ordine di portarsi nel punto 40°20' N e 25°00' O per intercettare il convoglio SL. 76 in navigazione da Freetown a Liverpool. Il convoglio (partito da Freetown il 30 maggio e diretto in Inghilterra, ove giungerà il 21 giugno), composto da 50 mercantili su 12 colonne (capoconvoglio è il capitano di vascello Charles Musgrave Ford sul piroscafo Silverlaurel) e scortato dall'incrociatore pesante Cumberland e dall'incrociatore ausiliario Moreton Bay della Freetown Escort Force, è stato avvistato dal Brin alle 12.55 del 12 giugno, 90 miglia ad est di San Miguel delle Azzorre; questi lo pedina in superficie al limite della visibilità, mentre Betasom ordina a Velella e Veniero, unici altri sommergibili che non abbiano raggiunto il limite dell'autonomia o finito i siluri, di portarsi sul parallelo 39° Ovest per formare uno sbarramento il mattino del 13 giugno, in posizione avanzata davanti alla rotta del convoglio. Il comando tedesco decide al contempo di formare una seconda linea d'agguato più a nord, lungo il 47° parallelo, per il mattino del 14: la formano i sommergibili U 43, U 73, U 201 e U 204.
Il 13 giugno il Brin attaccherà il convoglio SL. 76 ed affonderà due piroscafi, il Djurdjura e l'Eirini Kyriakides; tuttavia, dopo l'attacco, s'immergerà per ricaricare i tubi di lancio e perderà così il contatto con il convoglio. Di conseguenza Velella e Veniero, distanti soli venti miglia, non riusciranno a rintracciarlo.
20 giugno 1941
Raggiunti i limiti di autonomia, conclude la missione rientrando a Le Verdon alle 9.05, dopo aver percorso 4500 miglia. Alle 12.18 riparte da Le Verdon per Bordeaux, dove arriva alle 17.
Il 22 giugno l'ammiraglio Arturo Riccardi, capo di Stato Maggiore della Marina, comunicherà a Betasom di trasmettere il suo plauso al comandante Terra del Velella ed agli altri comandanti dei sommergibili che hanno preso parte all'operazione nelle acque di Gibilterra.
12 agosto 1941
Lascia Bordeaux alle 10 e quattro ore più tardi raggiunge Le Verdon, dopo aver percorso 50 miglia, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra.
Alle 18 compie un'uscita da Le Verdon per prove in mare della durata di un'ora e mezza.
13 agosto 1941
Lascia Le Verdon alle otto diretto a La Pallice, dove arriva alle 19.15, dopo aver percorso 110 miglia.
16 agosto 1941
Salpa da La Pallice alle 18.30, al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, per una missione in Atlantico, ma è costretto a rientrare alle 20.15 a causa di un'avaria alla girobussola.
17 agosto 1941
Lascia La Pallice alle 10.20, sempre al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, per fare ritorno in Italia. Prima di rientrare in Mediterraneo, di disporrà in agguato per alcuni giorni ad ovest di Gibilterra.
24 agosto 1941
Giunto in prossimità dello stretto di Gibilterra nelle prime ore della notte, ormai troppo tardi per attraversare lo stretto prima dell'alba, il Velella si posa sul fondale in prossimità della costa marocchina e staziona sul fondo per tutto il giorno in attesa del buio. Alle 22 emerge per attraversare lo stretto col favore dell'oscurità, seguendo la costa marocchina e procedendo a tutta forza.
Alle 23.30, mentre si avvicina allo stretto, avvista un cacciasommergibili a 1500 metri di distanza; il comandante Terra decide di rimanere in superficie, manovrando per allontanarsi, ed il Velella non viene avvistato. Nella notte tra il 24 ed il 25 attraversa lo stretto in superficie (durante l'attraversamento avvista anche una seconda nave da guerra nemica, che non lo vede e che evita con la manovra senza immergersi), per poi immergersi alle 7.07 del 25.
29 agosto 1941
Arriva a Cagliari alle 13.40, dopo aver percorso 2230 miglia.
7 settembre 1941
Lascia Cagliari alle 9 diretto a Napoli.
8 settembre 1941
Arriva a Napoli alle 10.30, dopo aver percorso 265 miglia. Viene quindi sottoposto a lavori che si protrarranno fino al gennaio 1942.
19 dicembre 1941
Il tenente di vascello Pasquale Terra lascia, dopo più di tre anni (uno dei più lunghi periodi trascorsi da un ufficiale della Regia Marina al comando dello stesso sommergibile in tempo di guerra), il comando del Velella, che viene assunto provvisoriamente dal comandante in seconda, il sottotenente di vascello Fernando Ubaldelli.
Una serie di immagini scattate sul Velella da Alberto Rajcic (nipote Stella Sanvitale, via ANMI Castellabate)
3 gennaio 1942
Assume il comando del Velella il tenente di vascello Giovanni Febbraro, 28 anni, da Roma.
16 gennaio 1942
Uscita da Napoli per prove in mare dalle 9 alle 15.30, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 30,9 miglia.
20 gennaio 1942
Uscita da Napoli per prove in mare dalle 9 alle 16.45, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 15,9 miglia.
21 gennaio 1942
Uscita da Napoli per prove in mare dalle 9 alle 17.40, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 28,2 miglia.
23 gennaio 1942
Uscita da Napoli dalle 7.30 alle 15.10, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, per esercitazione con la torpediniera Circe, che si addestra nell'utilizzo dell'ecogoniometro tedesco S-Gerät e delle bombe di profondità di fabbricazione tedesca. Percorse 45 miglia.
27 gennaio 1942
Al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, il Velella lascia Napoli alle 15.35 per trasferirsi a Pola, facendo scalo intermedio ad Ancona.
28 gennaio 1942
Alle 19.30 il Velella incontra il sommergibile Ruggiero Settimo.
29 gennaio 1942
Alle 2.10 incontra il nuovissimo sommergibile oceanico Ammiraglio Cagni, in navigazione su rotta opposta.
31 gennaio 1942
Arriva ad Ancona alle 4.15, dopo aver percorso 897 miglia.
3 febbraio 1942
Lascia Ancona alle 7.15 e raggiunge Pola alle 17.25, dopo aver percorso 98 miglia. Prende quindi servizio come unità addestrativa presso la Scuola Sommergibili di Pola, alle cui dipendenze rimarrà fino al 17 marzo venendo impiegato in uscite addestrative con gli allievi.
13 febbraio 1942
Uscita da Pola per esercitazione dalle 13 alle 18, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 36 miglia.
15 febbraio 1942
Uscita da Pola per esercitazione dalle 13 alle 17, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 25 miglia.
23 febbraio 1942
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.30 alle 16, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 22 miglia.
25 febbraio 1942
Lascia Pola alle 7.45 e raggiunge Fiume alle 14.45, dopo aver percorso 60 miglia, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Compie la navigazione insieme ai sommergibili Jalea e Vettor Pisani, alla torpediniera Audace ed alla nave appoggio sommergibili Quarnerolo.
27 febbraio 1942
Uscita da Fiume per esercitazione dalle 8 alle 16.35, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro e con la scorta della nave scorta ausiliaria F 148 Traù. Percorse 29 miglia.
28 febbraio 1942
Uscita da Fiume per esercitazione dalle 9 alle 16, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro e con la scorta della nave scorta ausiliaria F 88 Jadera. Percorse 35 miglia.
9 marzo 1942
Uscita da Sussak per esercitazione dalle 7 a mezzogiorno, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro e con la scorta della Jadera e della piccola nave ausiliaria Abbazia. Percorse 29 miglia.
17 marzo 1942
Lascia Sussak alle 9.25, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, per trasferirsi ad Augusta.
20 marzo 1942
Arriva ad Augusta alle 10.20, dopo aver percorso 691 miglia.
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| Il sottocapo radiotelegrafista Giannino Zambrini a bordo del Velella (ANMI Castellabate) |
3 aprile 1942
Lascia Augusta alle undici, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, per trasferirsi a Cagliari, dove entrerà a far parte del VII Gruppo Sommergibili. Il piccolo incrociatore ausiliario Lago Tana lo scorta fino a Capo Vaticano.
5 aprile 1942
Arriva a Cagliari alle 10.05, dopo aver percorso 358 miglia.
13 aprile 1942
Alle 8.30 il Velella salpa da Cagliari al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, per una missione nel settore compreso tra i meridiani 00°40' E e 01°00' E ed i paralleli 36°50' N e 37°30' N (a sud di Capo Palos, in Spagna).
20 aprile 1942
Alle 00.35 il Velella avvista una grossa sagoma scura a 7-8 km di distanza, ma non riesce ad attaccarla perché è in allontanamento ad alta velocità.
Alle 4.40 avvista in posizione 36°45' N e 00°12' O (al largo di Capo Palos) un cacciatorpediniere avente rotta verso est e velocità 18-20 nodi; alle 4.50 lo attacca con il lancio di due siluri da mille metri di distanza, ma non colpisce, dopo di che viene avvistato e sua volta e scende in profondità. Il bersaglio è il cacciatorpediniere britannico Antelope, che dopo aver fatto rifornimento a Gibilterra sta dirigendo per ricongiungersi con il resto della Forza H impegnata nell'operazione "Calendar", l'invio a Malta di 47 caccia Supermarine Spitfire con l'impiego della portaerei statunitense Wasp. L'Antelope avvista la scia di uno dei siluri (l'orario riportato dalle fonti britanniche sono le 3.55 causa differenza di fuso orario, la posizione 36°45' N e 00°10' E) e cerca di localizzare il sommergibile attaccante, ma non riesce ad ottenere un contatto. (Per altra versione l'Antelope avrebbe sottoposto il Velella ad un pesante bombardamento con bombe di profondità, dal quale il sommergibile sarebbe comunque uscito indenne).
22 aprile 1942
Il Velella si sposta in una nuova area d'agguato, compresa tra i meridiani 01°10' E e 01°40' E ed i paralleli 38°00' N e 38°40' N; riceve ordine di portarsi nei quadranti 8137 e 0137, tra i meridiani 02°00' E e 02°20' E e 37°20' N e 38°00' N, e pattuglia le acque ad est di Cabo de Gata ed a sud di Formentera.
27 aprile 1942
Alle 2.05 avvista un altro sommergibile avente rotta 075o, ed alle 3.17 lancia il relativo segnale di scoperta; il sommergibile Emo lo riceve alle 3.50 e tenta di intercettare il battello nemico, ma non riesce a trovarlo. Maricosom – il comando in capo della flotta subacquea italiana – ha informato i sommergibili che un sommergibile britannico classe Triton è partito da Gibilterra alle 18.30 del 22 aprile, seguito da un altro classe O alle 21.30 del 25 (si tratta, rispettivamente, dell'HMS Taku e dell'HMS Osiris; quello visto dal Velella era probabilmente il secondo).
2 maggio 1942
Rientra a Cagliari alle 10.30, dopo aver percorso 2155 miglia.
21 maggio 1942
Uscita da Cagliari per prove in mare dalle 7.55 alle 9.35, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse quattro miglia.
23 maggio 1942
Uscita da Cagliari per prove in mare dalle 8.20 alle 12.55, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 16 miglia.
24 maggio 1942
Uscita da Cagliari per prove in mare dalle 9 alle 11.32, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 16 miglia.
8 giugno 1942
Salpa da Cagliari alle 3.45, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, per un pattugliamento a sud delle Baleari, tra i meridiani 03°00' E e 03°40' E ed i paralleli 37°40' N e 38°00' N. Insieme al Velella salpa un altro sommergibile, lo Zaffiro, che dovrà occupare un settore d'agguato adiacente.
10 giugno 1942
Si sposta 50 miglia più ad est.
12 giugno 1942
Cambia nuovamente area d'agguato, spostandosi in un settore delimitato dai meridiani 00°20' E e 01°00' E e dai paralleli 36°10' N e 36°40' N. Insieme ad altri tre sommergibili (Bronzo, Emo e Zaffiro, quest'ultimo però affondato già tre giorni prima da un idrovolante PBY Catalina) deve formare tra Capo Falcon e Capo Ferrat (al largo del golfo di Orano) uno sbarramento di sommergibili a contrasto dell'operazione britannica «Harpoon» (l'invio di un convoglio di rifornimenti da Gibilterra a Malta), nell'ambito della battaglia aeronavale di Mezzo Giugno.
Alle 20.20 il Velella avvista un aereo non identificato e s'immerge.
15 giugno 1942
Alle 2.10 avvista due piccole unità ritenute probabilmente essere motosiluranti; accosta per allontanarsi.
18 giugno 1942
Avvista un aereo non identificato alle 9.35 e s'immerge.
20 giugno 1942
Rientra a Cagliari alle 8.25, dopo aver percorso 1680 miglia.
23 giugno 1942
Al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, il Velella parte da Cagliari alle 6.14 per formare uno sbarramento ad est dell'isola di La Galite insieme ai sommergibili Giada, Malachite ed Uarsciek. Deve pattugliare le acque comprese tra i meridiani 09°00' E e 09°20' E ed i paralleli 37°20' N e 37°50' N.
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| Il Velella, con colorazione mimetica, ormeggiato accanto ad un altro sommergibile (da www.sommergibili.com) |
27 giugno 1942
Alle 3.45 il Velella avvista una piccola nave cisterna illuminata, avente rotta 080o e velocità otto nodi. Alle 5.11, avvicinatosi a 500 metri, lancia due siluri (in posizione 37°24' N e 09°20' E) pur non avendone potuto accertare la nazionalità; entrambe le armi mancano il bersaglio.
Alle 5.14 lancia accidentalmente un terzo siluro contro la stessa nave da uno dei tubi prodieri; neanche questo colpisce, fortunatamente, in quanto successivamente viene riconosciuta la bandiera della Francia di Vichy. Si riterrà che si trattasse probabilmente della piccola motocisterna francese Noroit, di 453 tsl.
29 giugno 1942
Rientra a Cagliari alle 8.35, dopo aver percorso 633 miglia.
16 luglio 1942
Al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, il Velella parte da Cagliari alle 2.35 per un pattugliamento ad est della Galite, tra i meridiani 09°20' E e 09°40' E ed i paralleli 37°20' N e 37°40' N, dove deve formare uno sbarramento insieme ai sommergibili Dagabur, Bronzo e Malachite.
20 luglio 1942
Rientra a Cagliari alle 9.30, dopo aver percorso 456 miglia in una missione priva di eventi di rilievo.
5 agosto 1942
Parte da Cagliari alle 21.10, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, per un pattugliamento a nord della costa tunisina e della Galite (tra i meridiani 10°00' E e 10°20' E ed i paralleli 37°20' N e 37°50' N), dove deve formare uno sbarramento con il sommergibile Granito al fine di intercettare un convoglio britannico (si tratta del grande convoglio britannico diretto a Malta nell'ambito dell'operazione "Pedestal", che sfocerà nella battaglia aeronavale di Mezzo Agosto).
9 agosto 1942
Rientra a Cagliari alle 6.30, dopo aver percorso 310 miglia in una missione piagata dalle avarie ai motori. (Secondo alcune fonti il Velella avrebbe fatto parte dello schieramento di sommergibili dispiegato nel Mediterraneo centrale nel quadro della battaglia di Mezzo Agosto, combattuta tra l'11 ed il 15 agosto 1942, ma di fatto dovette rinunciarvi a causa delle avarie che lo costrinsero ad un rientro anticipato).
21 agosto 1942
Uscita da Cagliari per prove in mare dalle 8.10 alle 11.10, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 15 miglia.
24 agosto 1942
Lascia Cagliari alle 17, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, per trasferirsi a La Maddalena.
25 agosto 1942
Arriva alla Maddalena alle 15.10, dopo aver percorso 196 miglia.
2 settembre 1942
Al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, il Velella salpa da La Maddalena alle 16 per un pattugliamento a sud delle Baleari, tra i meridiani 02°00' E e 02°20' E ed i paralleli 37°30' N e 38°00' N. Deve formare uno sbarramento insieme al sommergibile Asteria.
3 settembre 1942
Alle 11.44 ed alle 19.20 il Velella avvista un aereo sconosciuto e s'immerge; alle 23.30 avvista una nave illuminata, che viene ritenuta essere francese.
9 settembre 1942
Alle 13.30 un aereo, identificato come un idrovolante Saro London, si avvicina dalla direzione del sole ed attacca il Velella mentre questi si prepara ad immergersi in posizione 37°53' N e 02°08' E, mitragliandolo e sganciando sei bombe che lo mancano di 300-400 metri. L'attaccante, che in realtà è un bombardiere Lockheed Hudson del 233rd Squadron RAF (l'aereo 'G', seriale FH398, pilotato dal tenente William Edward Willits), ha avvistato il sommergibile da 20 miglia di distanza e si è buttato in picchiata da 1070 metri di quota, sganciando quattro (non sei) bombe di profondità che Willits riterrà abbiano mancato di solo una sessantina di metri (la posizione indicata dal pilota britannico è 38°10' N e 01°50' E, l'ora le 12.25 per differenza di fuso orario). Il Velella riesce ad immergersi ed allontanarsi indenne.
16 settembre 1942
Rientra a Cagliari alle 12.35, dopo aver percorso 1318 miglia.
21 settembre 1942
Uscita da Cagliari dalle 8 alle 14.55 per prove in mare e della girobussola, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 20 miglia.
| La radio del Velella (da “Betasom 1940-1943” di Francesco Mattesini) |
25 settembre 1942
Uscita da Cagliari dalle 8 alle 11.40 per prove in mare, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 16 miglia.
14 ottobre 1942
Uscita da Cagliari dalle 8.02 alle 12.35 per prove in mare ed esercitazioni, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 19 miglia.
7 novembre 1942
Al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, il Velella parte alle 4.05 per pattugliare il golfo di Philippeville e la rada di Bona, tra i meridiani 07°20' E e 08°00' E ed i paralleli 37°10' N e 37°30' N. Poco dopo aver raggiunto la zona d'agguato, tuttavia, riceve ordine di spostarsi in un altro settore, delimitato dai meridiani 06°20' E e 07°00' E, dal parallelo 37°20' N e dalla costa algerina.
Insieme a numerosi altri sommergibili italiani (ben venti: Axum, Argo, Argento, Asteria, Acciaio, Aradam, Alagi, Avorio, Bronzo, Brin, Corallo, Dandolo, Diaspro, Emo, Mocenigo, Nichelio, Platino, Porfido, Topazio e Turchese), il Velella è diretto nelle acque dell'Algeria per contrastare l'operazione "Torch", lo sbarco angloamericano nel Nordafrica francese.
Maricosom, per ordine di Supermarina, ha disposto alle 22.06 del 6 novembre di dislocare i dodici sommergibili del VII Grupsom di Cagliari in agguato ad ovest dell'isola di La Galite, ed i sette sommergibili dell'VIII Grupsom di Trapani a nord di Biserta, in modo di estendere le zone assegnate all'agguato dei sommergibili per dare a ciascuno maggior libertà d'azione nella sua zona. Al momento non è neanche certo che la forza navale Alleata non sia diretta a Malta con rifornimenti. Velella, Dandolo, Emo, Mocenigo, Porfido, Platino, Galatea, Acciaio, Argento, Asteria, Aradam e Brin sono inviati nelle acque del Golfo di Philippeville, mentre Bronzo, Alagi, Avorio, Diaspro, Corallo e Turchese sono schierati a nord di Biserta e Topazio ed Axum a sud delle Baleari.
8 novembre 1942
Gli sbarchi hanno inizio: 500 navi da trasporto angloamericane, scortate da 350 navi da guerra di ogni tipo, sbarcano in tutto 107.000 soldati sulle coste dell'Algeria e del Marocco. Siccome essi avvengono nelle zone di Algeri e di Orano, i sommergibili italiani si trovano troppo ad est per intervenire; dato che i comandi tedeschi ritengono che gli Alleati potrebbero effettuare ulteriori sbarchi più ad est, verso la Tunisia, inizialmente si decide di lasciare i sommergibili dove sono.
Lo stesso giorno il Velella, al pari di altri sommergibili (Argo, Acciaio, Mocenigo, Nichelio, Porfido, Argento, Platino, Emo, Asteria, Dandolo e Brin), riceve ordine di spostarsi verso ovest navigando in superficie.
Alle 3.35 il Velella avvista un sommergibile classe Asteria in posizione 37°15' N e 07°51' E, ma non riesce ad identificarlo per nome.
Alle 8.50 avvista un aereo non identificato, e s'immerge.
Alle 21.45 avvista in posizione 37°29' N e 06°40' E un sommergibile avente rotta verso ovest, probabilmente il Brin (che dal canto suo annota nel giornale di bordo di aver avvistato alle 22.12, in posizione 37°35' N e 06°29' E, un sommergibile sconosciuto con rotta 200o e di aver accostato in fuori).
9 novembre 1942
All'1.28 il Velella avvista un altro sommergibile in posizione 37°27' N e 07°03' E, ed accosta per allontanarsi.
Alle 19.09 il comando della flotta subacquea italiana, Maricosom, segnala a tutti i battelli in mare che piroscafi nemici si stanno spostando verso est, e che stanno verificandosi sbarchi a Bona ed a Philippeville; dà quindi ordine di attaccare ogni nave mercantile o militare in uscita da tali porti, evitando però (per non rischiare incidenti di "fuoco amico" con le altre unità inviate in zona) di attaccare sommergibili, MAS e motosiluranti.
10 novembre 1942
Alle 00.40 il Velella penetra nella rada di Philippeville, ma non vi trova nessuna nave.
Alle 2.58 avvista un sommergibile avente rotta 070° in posizione 37°00' N e 06°48' E.
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Pranzo a bordo del Velella (foto Orlando Piroddi/Fam. Lara via ANMI Castellabate) |
12 novembre 1942
Alle 23.55 il Velella capta all'idrofono del rumore di motori di un sommergibile, che viene ritenuto essere il Mocenigo.
13 novembre 1942
Alle 3.50 il Velella avvista due piccole unità, ritenute essere motosiluranti, in posizione 37°12' N e 07°01' E, ed alle 3.58 s'immerge.
Alle 4.25 avvista in posizione 37°13' N e 07°01' E due unità veloci sconosciute dirette verso est, ma non riesce ad avvicinarsi per attaccare.
Informata dello sbarco di truppe britanniche a Bona e Philippeville, Supermarina ordina alle 18.38 ai sommergibili di entrare in tali rade, attaccare con la massima risolutezza e poi tornare nei rispettivi settori d'agguato all'alba. In particolare, Aradam, Emo, Granito e Volframio vengono inviati nella rada di Bona, mentre Argento, Ascianghi, Asteria, Mocenigo e Velella in quella di Philippeville. Nessuno dei battelli, però, coglie successi: molti non avvistano nessuna nave, gli altri non riescono ad attaccarle per le sfavorevoli condizioni d'avvistamento e la rigida vigilanza nemica.
14 novembre 1942
Alle 2.15 il Velella si avvicina all'imboccatura del porto di Philippeville, ma non avvista niente.
Alle 9.20 riceve ordine di esplorare la baia di Bougie.
15 novembre 1942
Alle 18.15 avvista in posizione 37°15' N e 07°08' E due fumi all'orizzonte diretti verso est, ma non riesce a raggiungerli. Lancia comunque il segnale di scoperta, che viene captato dal sommergibile Galatea, che tenterà di intercettare la formazione avversaria.
16 novembre 1942
Alle 4.43 il Velella avvista in posizione 37°18' N e 07°12' E una piccola nave diretta verso di esso a bassa velocità; cinque minuti dopo, s'immerge.
17 novembre 1942
Conclude la missione raggiungendo Cagliari alle 22, dopo aver percorso 899 miglia.
19 novembre 1942
Lascia Cagliari alle 16.25, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, per trasferirsi a Napoli, dove deve sottoporsi ad un periodo di lavori.
21 novembre 1942
Arriva a Napoli alle 00.02, dopo aver percorso 248 miglia, ed entra in cantiere. I lavori si protrarranno fino al febbraio 1943.
14 febbraio 1943
Uscita da Napoli per esercitazione, dalle 9.10 alle 18.25, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 36 miglia.
19 febbraio 1943
Uscita da Napoli per esercitazione, dalle 8.10 alle 18.58, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 30 miglia.
26 febbraio 1943
Uscita da Napoli per esercitazione, dalle 8.04 alle 21.40, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 26 miglia.
2 marzo 1943
Lascia Napoli alle 14.48 e raggiunge Castellammare di Stabia alle 16.25, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, dopo aver percorso 12 miglia.
9 marzo 1943
Lascia Castellammare di Stabia alle 17.20 e raggiunge Napoli alle 19.30, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, dopo aver percorso 12 miglia.
10 marzo 1943
Lascia Napoli alle 00.30, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, per trasferirsi alla Maddalena.
11 marzo 1943
Arriva alla Maddalena alle 6.55, dopo aver percorso 297 miglia.
13 marzo 1943
Uscita da La Maddalena per esercitazione, dalle 8.26 alle 13.02, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 29 miglia.
16 marzo 1943
Uscita da La Maddalena per esercitazione, dalle 13 alle 17.45, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 36 miglia.
22 marzo 1943
Uscita da La Maddalena per esercitazione, dalle 9.06 alle 12.35, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 25 miglia.
23 marzo 1943
Uscita da La Maddalena per esercitazione, dalle 9 alle 16.45, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 44 miglia.
1o aprile 1943
Uscita da La Maddalena per esercitazione, dalle 9.56 alle 13.18, al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro. Percorse 12 miglia.
3 aprile 1943
Al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, il Velella salpa dalla Maddalena alle 16.05 per un pattugliamento tra i meridiani 05°40' E e 06°20' E ed i paralleli 38°40' N e 39°20' N (a nord di Cap de Fer in Algeria), dove deve formare uno sbarramento a maglie larghe (da Cap de Fer fino al parallelo di Maiorca) insieme ai sommergibili Argo, Acciaio ed Axum, a contrasto di un paventato imminente sbarco sulle coste sudoccidentali della Sardegna. Compito dei sommergibili è esplorare le zone assegnate per intercettare tempestivamente le forze da sbarco; in realtà non accadrà niente, perché non è in preparazione alcuna operazione di sbarco, i movimenti navali che l'hanno fatta temere sono in realtà collegati più semplicemente alle necessità di rifornimento delle forze Alleate che combattono in Tunisia.
4 aprile 1943
Alle 8.20 avvista un aereo tedesco, col quale scambia il segnale di riconoscimento.
20 aprile 1943
Rientra alla Maddalena alle 9.48 dopo aver percorso 1656 miglia in una missione priva di eventi di rilievo.
28 maggio 1943
Al comando del tenente di vascello Giovanni Febbraro, lascia La Maddalena alle 14.50 per trasferirsi a Bonifacio, dove arriva alle 16.45, dopo aver percorso 18 miglia.
8 giugno 1943
Il tenente di vascello Febbraro lascia il comando del Velella, che viene assunto dal parigrado Mario Patanè, 29 anni, da Acireale.
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| Il tenente di vascello Mario Patanè, ultimo comandante del Velella, qui in una foto del 1941 (ANMI Castellabate) |
10 giugno 1943
Al comando del tenente di vascello Mario Patanè, lascia Bonifacio alle 5.55 per tornare alla Maddalena, dove arriva alle 8.20, dopo aver percorso 21 miglia.
14 giugno 1943
Uscita dalla Maddalena per esercitazione dalle 7.50 alle 11.50, al comando del tenente di vascello Mario Patanè. Percorse 11 miglia.
16 giugno 1943
Uscita dalla Maddalena per esercitazione dalle 7.13 alle 10.20, al comando del tenente di vascello Mario Patanè. Percorse 10,5 miglia.
17 giugno 1943
Uscita dalla Maddalena per esercitazione dalle 8 alle 13.20, al comando del tenente di vascello Mario Patanè. Percorse 17 miglia.
18 giugno 1943
Al comando del tenente di vascello Mario Patanè, il Velella parte dalla Maddalena alle 6.14, per sostituire il sommergibile Diaspro nel pattugliamento di un settore compreso tra i punti 40°18' N e 06°49' E e 34°35' N e 06°10'E, ad ovest della Sardegna. Successivamente riceverà ordine di spostarsi al largo di Bona, tra i meridiani 05°40' E e 06°20' E, il parallelo 37°20' N e la costa algerina, dove deve formare uno sbarramento insieme al Bronzo.
Alle 16, in posizione 41°07' N e 08°09' E (al largo di Capo Bougaroni), il Velella avvista un aereo in avvicinamento dritto di prua; inizialmente viene ritenuto essere italiano, e quando la distanza è calata a 4000 metri il sommergibile effettua il segnale luminoso di riconoscimento, al quale tuttavia il velivolo non risponde. Invece, accosta in modo da avvicinarsi al Velella da poppa ed a questo punto viene identificato come un bombardiere britannico Bristol Blenheim (si tratta in realtà di un Martin B-26 "Marauder", di fabbricazione statunitense, impegnato in una missione antinave insieme ad un altro aereo dello stesso tipo). Il sommergibile apre il fuoco con le mitragliere da 1500 metri di distanza e l'aereo fa lo stesso, compiendo due passaggi di mitragliamento, dopo di che si allontana verso est. Il Velella subisce solo danni di poco conto.
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| La plancia del Velella (da “Il Velella” di Angelo Raffaele Amato) |
21 giugno 1943
Alle 00.25 il Velella avvista un sommergibile sconosciuto a 7 km di distanza, in posizione 41°03' N e 07°37' E; il nuovo arrivato sembra invertire la rotta e s'immerge.
All'una di notte avvista un altro sommergibile, avente rotta parallela, a 5000 metri di distanza, in posizione 41°04' N e 07°45' E. Il Velella effettua il segnale di riconoscimento e non riceve risposta, ma il comandante Patanè decide di non attaccare in quanto sa che l'Argo si trova nei paraggi.
Alle 8.50 conclude la missione entrando alla Maddalena, dopo aver percorso 673 miglia.
25 giugno 1943
Alle 5.08 il Velella, al comando del tenente di vascello Mario Patanè, lascia La Maddalena diretto ad Ajaccio, dove arriva alle 12.30, dopo aver percorso 71 miglia.
29 giugno 1943
Uscita da Ajaccio per esercitazione dalle 7.40 alle 12.10, al comando del tenente di vascello Mario Patanè. Percorse 17,5 miglia.
5 luglio 1943
Lascia Ajaccio alle 13.55, al comando del tenente di vascello Mario Patanè, per tornare alla Maddalena, dove giunge alle 20.10.
10 luglio 1943
Al comando del tenente di vascello Mario Patanè, il Velella parte dalla Maddalena alle 2.40 per pattugliare la zona 172, compresa tra i meridiani 12°20' E e 12°40' E ed i paralleli 38°25' N e 38°35' N. Poco dopo, tuttavia, riceve un contrordine: dovrà invece pattugliare le zone 82 (tra i meridiani 15°20' E e 15°40' E ed i paralleli 37°00' N e 37°10' N) e 83 (tra i meridiani 15°20' E e 15°40' E ed i paralleli 36°50' N e 37°00' N), al largo della costa orientale della Sicilia, dove sono appena sbarcate le truppe angloamericane. Passano poche ore e giunge un altro contrordine: in seguito all'attivazione del Piano "Zeta" per la difesa delle coste italiane da uno sbarco angloamericano, viene inviato nella metà settentrionale della zona 81, per contrastare lo sbarco.
Oltre a questo susseguirsi di ordini e contrordini, unici avvenimenti della giornata sono costituiti, per il Velella, dall'avvistamento alle 8.38 di una mina alla deriva in posizione 40°36' N e 10°22' E e da quello alle 16.25 (da 1500 metri di distanza) di un aereo, in posizione 39°58' N e 12°10' E, che viene ritenuto essere un bombardiere britannico Bristol Blenheim e che sembra di manovrare per condurre un attacco da poppa, ma accosta in fuori e si allontana quando, giunto a 800 metri di distanza, il Velella apre il fuoco contro di esso con le mitragliere, riuscendo forse a danneggiarlo.
Oltre al Velella, il 10 luglio vengono inviati nelle acque della Sicilia i sommergibili Alagi, Nichelio, Nereide (dirottati dalle loro originarie zone di agguato a sud della Sardegna, dove prima degli sbarchi è stato costituito uno sbarramento preventivo con otto sommergibili), Diaspro, Turchese, Argo, Acciaio, Bronzo, Flutto e Brin (tutti partiti il 10 luglio), Beilul (dirottato dal suo settore d'agguato situato a nord della Cirenaica), Platino, Dandolo ed Ascianghi. Flutto ed Argo sono inviati rispettivamente nelle zone 171 e 173, adiacenti a quella occupata dal Velella. Alle 12.15 il comandante in capo della flotta subacquea italiana, ammiraglio Antonio Legnani, trasmette a tutti i sommergibili in mare il messaggio: "Il nemico vuole la nostra terra. Sommergibili, a tutti i costi inchiodatelo, distruggetelo, annientatelo". L'ordine d'operazione "Zeta", compilato fin dal marzo 1943 (originariamente per contrastare un possibile sbarco in Sardegna, ma aggiornato in maggio estendendolo anche alla Sicilia, e poi nuovamente il 2 luglio) e diramato ai sommergibili del II Grupsom di Napoli e del VII Grupsom della Maddalena in busta sigillata da aprirsi all'ordine, prevede che compito dei sommergibili sia di "Attaccare e distruggere le forze nemiche ed i piroscafi". I sommergibili hanno ricevuto i grafici con le rotte da seguire, i punti di agguato e l'ordine di priorità per gli attacchi (navi mercantili, seguite dalle portaerei, seguite dalle corazzate, seguite dagli incrociatori, mentre le navi scorta non vanno attaccate).
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| (da www.sommergibili.com) |
11 luglio 1943
Il Velella, insieme al gemello Argo ed al nuovissimo Flutto (derivato proprio dalla loro classe), è uno dei primi sommergibili a raggiungere le acque meridionali della Sicilia.
Alle 12.25 il Velella avvista un periscopio a 1500 metri di distanza, in posizione 38°09' N e 15°34' E (a sette miglia per 210o da Capo Peloro). La distanza cala fino a 400 metri; il Velella compie manovre evasive e lancia il segnale di scoperta. Probabilmente il periscopio apparteneva al sommergibile britannico Ultor (tenente di vascello George Edward Blunt), in agguato nella zona, che avvista il Velella ma decide di non attaccarlo perché preferisce conservare siluri per un eventuale incontro con degli incrociatori.
Alle 20.22 il Velella riceve ordine di spostarsi nella zona 83.
Alle 20.45 il Velella, mentre procede in immersione a 30 metri, avverte due esplosioni molto vicine in posizione 38°15' N e 15°30' E. Rimane indenne, ma il comandante Patanè decide di scendere a 40-50 metri; alle 20.55 viene avvertito lo scoppio di un altro pacchetto di bombe di profondità, ed il sommergibile scende ancora, a 100-120 metri di profondità. La caccia continua fino alle 00.43 del 12.
12 luglio 1943
Quando il Velella emerge qualche tempo dopo la fine della caccia, si scopre che il sommergibile sta perdendo carburante, il che induce il comandante a decidere di interrompere la missione.
Alle 3.35 avvista un altro sommergibile a 1200 metri di distanza, ed il Velella accosta in fuori.
Alle 5.25 riceve ordine di raggiungere Taranto per le riparazioni, passando per il punto 39°00' N e 17°40' E ed il punto convenzionale "A.2"; alle 11.20 riceve ordine di portarsi nel punto 40°14' N e 17°05' E.
Alle 17.35 trova e trae in salvo, in posizione 38°44' N e 17°26' E (al largo di Capo Colonne), cinque superstiti di un aerosilurante Savoia Marchetti S.M. 79 "Sparviero" del 41o Gruppo.
13 luglio 1943
Conclude la missione raggiungendo Taranto alle 7.15, dopo aver percorso 885 miglia.
20 luglio 1943
Alle 21.10, terminate le riparazioni, il Velella parte da Taranto, sempre al comando del tenente di vascello Patanè, per un pattugliamento a sud della Sicilia, tra Augusta e Siracusa (sempre nel quadro del Piano "Zeta"), tra i meridiani 15°07' E e 15°50' E ed i paralleli 36°30' N e 36°50' N.
23 luglio 1943
Dalle 14.16 alle 16.15 il Velella viene sottoposto a caccia con bombe di profondità da due corvette in posizione 36°50' N e 15°55' E, ma non subisce danni.
Alle 22.14 un aereo lancia dei bengala sul sommergibile, in posizione 36°47' N e 15°55' E, inducendolo ad immergersi.
24 luglio 1943
All'1.55 il Velella avvista un aereo non identificato in posizione 36°41' N e 15°44' E e torna ad immergersi.
Alle 3.26 avvista tre bengala a 2500 metri di distanza, in posizione 36°45' N e 15°25' E, e s'immerge: a lanciarli è stato un Lockheed Hudson del 221st Squadron RAF, l'aereo HZ.114 pilotato dal tenente E. Austin, che ha avvistato il Velella emerso in posizione 36°48' N e 16°23' E (alle due di notte circa, secondo l'orario britannico) ma non è riuscito a portare a termine l'attacco per l'insufficiente luce lunare.
26 luglio 1943
Dalle 18.35 alle 21.13 il Velella viene sottoposto a caccia da parte di due cannoniere in posizione 36°04' N e 16°00' E. Vengono contate ben 90 esplosioni di bombe di profondità; alcuni degli scoppi sono molto vicini, e verrà successivamente constatato che ci sono perdite di carburante.
Alle 21.50 il sommergibile riemerge, ma mezz'ora dopo deve immergersi di nuovo, in posizione 35°45' N e 16°08' E, in seguito all'avvistamento di una corvetta a 5000 metri di distanza.
29 luglio 1943
Alle 20.55 il Velella avvista una nave ospedale illuminata a 6-7 km di distanza, in posizione 36°03' N e 13°12' E.
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| La sala macchine (da “Il Velella” di Angelo Raffaele Amato) |
30 luglio 1943
Alle 2.30 il Velella avvista un razzo Very ad una certa distanza e si avvicina per attaccare, ma viene accolto a cannonate: due colpi cadono vicino al sommergibile, che effettua immersione rapida a 80 metri di profondità.
A sparare sono state le unità di un convoglio statunitense partito da Licata alle 15.30 del giorno precedente e diretto a Tunisi: lo formano le navi da sbarco statunitensi LST 307, LST 325, LST 335, LST 337, LST 338 e LST 400, cariche di 1700 prigionieri catturati in Sicilia, scortate dal cacciasommergibili statunitense PC 624 (capitano di corvetta Robert Dickson Lowther) ed accompagnate da un altro cacciasommergibili non in condizioni di efficienza. Il PC 624, il cui comandante lamenta il malfunzionamento della sua girobussola, ha avvistato il Velella (identificato come un U-Boot) alle 2.05 e si è lanciato all'attacco; Lowther scriverà nel suo rapporto – dove indicherà l'ora dell'azione come le 2.30, concordemente con Patanè, e la posizione come 36°40' N e 12°28' E, a nordovest di Malta ed alcune miglia a nordest di Pantelleria – che il sommergibile ha lanciato un siluro prima d'immergersi, ma si tratta di un'impressione errata. Il PC 624 lancia cinque bombe di profondità e ritiene di aver affondato il sommergibile (per altra fonte ne avrebbe soltanto rivendicato il "possibile danneggiamento"), che in realtà non ha subito danni. A lungo verrà attribuito a quest'azione l'affondamento del sommergibile tedesco U 375, scomparso con tutto l'equipaggio al largo della Sicilia sudoccidentale dopo il 25 luglio 1943: in realtà questi è probabilmente affondato su mine al largo di Gela.
1o agosto 1943
Alle 10.30 il Velella viene scosso dall'esplosione di una bomba di profondità mentre procede a 60 metri di profondità, in posizione 39°10' N e 10°46' E; quando riemerge, viene scoperta una perdita di carburante.
2 agosto 1943
All'1.03, mentre procede in superficie, viene illuminato in posizione 40°33' N e 10° 13' E da un aereo, apparentemente munito di "Leigh Light", e s'immerge. Riemerso, alle 2.10 avvista dei bengala a circa 4000 metri di distanza, in posizione 40°33' N e 10°08' E, e torna ad immergersi.
Alle 8.34 conclude la missione arrivando a La Maddalena.
20 agosto 1943
Uscita da La Maddalena per esercitazione dalle 7.17 alle 12.01, al comando del tenente di vascello Mario Patanè.
28 agosto 1943
Lascia La Maddalena alle 3.50, al comando del tenente di vascello Mario Patanè, per spostarsi ad Ajaccio, dove arriva alle 10.25.
29 agosto 1943
Lascia Ajaccio alle 19.10, al comando del tenente di vascello Mario Patanè, per trasferirsi a Napoli.
31 agosto 1943
Arriva a Napoli alle nove del mattino.
L'ultimo sommergibile
Al Velella toccò il triste primato di essere l'ultimo sommergibile italiano affondato dagli Alleati prima dell'annuncio dell'Armistizio di Cassibile, che pose fine alle ostilità tra essi e l'Italia.
Caduto il regime fascista il 25 luglio 1943, perduta definitivamente la Sicilia il 17 agosto con l'ingresso delle truppe statunitensi a Messina, la guerra si era avviata alla fase conclusiva per l'Italia, che in Africa e Russia aveva perso le sue truppe migliori e le cui città erano sottoposte a bombardamenti di crescente intensità. Dopo alcuni tentativi falliti di stabilire dei contatti con gli Alleati, ed una prima missione "esplorativa" del diplomatico Blasco Lanza d'Ajeta che il 4 agosto prese un primo contatto con l'ambasciata britannica a Lisbona, a metà agosto il generale di brigata Giuseppe Castellano, assistente del capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio, fu inviato nella capitale portoghese per avviare trattative segrete finalizzate al raggiungimento di un armistizio tra l'Italia e gli Alleati. Rientrò in Italia il 27 agosto, recando un documento in dodici articoli (il cosiddetto "armistizio corto": undici articoli contenevano clausole di carattere militare stabilite dal comando in capo Alleato ad Algeri, il dodicesimo rimandava le clausole di natura politica e finanziaria ad un secondo momento, essendo queste ancora in corso di definizione a Londra e Washington) fornitogli dal generale Walter Bedell Smith, capo di Stato Maggiore del comandante in capo statunitense Dwight Eisenhower: le clausole fondamentali dell'armistizio, di fatto una resa senza condizioni. Castellano le espose al capo del governo Pietro Badoglio ed al ministro degli Esteri, Raffaele Guariglia, aggiungendo che gli Alleati avevano concesso tempo per decidere fino al 30 agosto: in caso di risposta affermativa, un ulteriore incontro si sarebbe dovuto tenere nella Sicilia occupata.
Ottenuto l'assenso di Badoglio, il 31 agosto Castellano si recò per via aerea a Termini Imerese e da qui venne condotto a Cassibile, frazione di Siracusa, dove espose la richiesta di Badoglio e Guariglia di firmare l'armistizio soltanto dopo che ingenti forze Alleate (almeno 15 divisioni) fossero sbarcate sulla costa italiana tra La Spezia e Civitavecchia, modificando la situazione militare in Italia a netto sfavore dei tedeschi che nei mesi precedenti, presagendo la prossima defezione del vacillante alleato italiano, avevano inviato numerose divisioni nella Penisola al fine, evidente ancorché non dichiarato (ufficialmente doveva trattarsi di rinforzi che avrebbero aiutato gli italiani a difendere il territorio nazionale dall'invasione angloamericana), di essere pronti ad assumerne il controllo quando il momento fosse giunto. I rappresentanti Alleati respinsero la richiesta e rifiutarono di condividere con il governo italiano – in quel momento ancora nemico – i loro piani, insistendo affinché l'armistizio venisse firmato immediatamente; dopo poche ore Castellano fu rimandato a Roma accompagnato dal generale Giacomo Zanussi, altro parlamentare giunto a Cassibile da Lisbona (via Algeri), che portava con sé un documento con clausole più dettagliate sulle condizioni dell'armistizio, detto "armistizio lungo" (composto da 30 clausole, le undici militari già enunciate nell'armistizio "corto" più 19 politiche ed economiche).
Il 1o settembre venne tenuta la riunione decisiva: vi parteciparono Badoglio, Guariglia, Ambrosio, Castellano, i generali Mario Roatta (capo di Stato Maggiore dell'Esercito ed unico ad essere stato informato da Zanussi dei contenuti dell'armistizio "lungo", di cui né Castellano né Badoglio erano al corrente) e Giacomo Carboni (direttore del SIM, il servizio segreto dell'Esercito, nonché comandante del Corpo d'Armata Motocorazzato incaricato della difesa di Roma) ed il ministro della real casa, Pietro d'Acquarone, che rappresentava Vittorio Emanuele III il quale non partecipò personalmente alla riunione. Nonostante le rimostranze del generale Carboni, che obiettò che le sue truppe non sarebbero state in grado di difendere la capitale dalla reazione tedesca all'annuncio dell'armistizio, prevalse la posizione secondo cui le condizioni imposte dagli angloamericani dovessero essere accettate; Vittorio Emanuele III, in un incontro con Badoglio tenuto nel pomeriggio, decise di accettare. Il 2 settembre il generale Castellano tornò a Cassibile; un altro giorno fu perso in attesa che Badoglio investisse per iscritto Castellano del potere di firmare l'armistizio in suo nome (cosa che fino all'ultimo aveva tentato di evitare), dopo di che alle 17.15 del 3 settembre 1943 si poté finalmente procedere alla firma, apposta per l'Italia dal generale Castellano e per gli Alleati dal generale Bedell Smith. Poche ore prima erano sbarcate in Calabria le truppe dell'VIII Armata britannica, nel quadro dell'operazione "Baytown": si trattava del primo sbarco Alleato nella penisola italiana (e più in generale, nell'Europa continentale) ma non era che un'azione secondaria e diversiva rispetto ad uno sbarco principale, l'operazione "Avalanche", che si sarebbe tenuto sei giorni più tardi centinaia di km più a nord, sulle spiagge di Salerno.
Di tutto ciò, però, l'equipaggio del Velella, quelli degli altri sommergibili, le truppe sul campo ed anche i vertici di Marina ed Aeronautica erano all'oscuro (i due capi di stato maggiore, ammiraglio Raffaele De Courten e generale Renato Sandalli, vennero informati da Badoglio che delle trattative "erano in corso" proprio il 3 settembre, senza essere messi al corrente che in realtà la firma era già avvenuta). Le trattative per l'armistizio si erano svolte in totale segretezza ed anche l'avvenuta firma venne mantenuta segreta: se ne sarebbe dato annuncio nel momento stabilito dagli Alleati, che sarebbe coinciso con quello dello sbarco principale sul suolo italiano (quello di Salerno), che anche a firma avvenuta gli angloamericani non vollero rivelare agli ormai ex nemici italiani fino all'ultimo momento. Per cinque giorni, dal 3 all'8 settembre 1943, le ostilità tra italiani ed angloamericani proseguirono dunque imperterrite nonostante l'Italia avesse già firmato la propria resa: questa sarebbe entrata in vigore solo al momento dell'annuncio pubblico dell'armistizio. Nel mentre, militari e civili continuarono a morire: ultimi a fare le spese di questa assurda situazione sarebbero stati gli uomini del Velella.
Il 3 settembre, in seguito allo sbarco britannico in Calabria, Maricosom attivò il Piano "Zeta" per la difesa delle coste italiane contro sbarchi angloamericani: dieci sommergibili (più altri tre "tascabili" tipo CB) vennero schierati nel Basso Tirreno e nello Ionio; ma ben presto tutti tranne quattro vennero richiamati alle basi, essendo evidente che l'operazione britannica era limitata alle coste della Calabria e che non erano imminenti altri sbarchi più a nord.
Il piano "Zeta" era stato redatto il 23 marzo 1943: si componeva di una parte generale, valida per tutte le unità coinvolte, ed istruzioni specifiche per i singoli sommergibili, in buste sigillate contenenti lucidi da sovrapporre alle carte nautiche, sui quali erano riportate le posizioni da raggiungere ed i campi minati. Per evitare intercettazioni, le buste erano state consegnate a mano ai comandi dei Gruppi sommergibili ed ai comandanti delle singole unità. Nei mesi successivi il piano era stato modificato varie volte, in base al variare del possibile obiettivo delle forze avversarie. L'ordine d'operazioni diramato il 31 marzo 1943 a 22 battelli del II e VII Gruppo Sommergibili, tra cui il Velella, aveva come scopo quello di «Attaccare e distruggere le forze navali ed i piroscafi nemici» nell'eventualità di «azioni nemiche di sbarco possibili o in atto sulle coste occidentali e meridionali della Sardegna», indicando il seguente ordine di preferenza negli attacchi: «Piroscafi, Navi P.A. [portaerei], corazzate ed incrociatori. Sommergibili, CC.TT. [cacciatorpediniere], MAS ed altre unità minori non dovranno essere attaccati». L'edizione del 2 luglio era analoga, ma estendeva l'ipotesi del piano ad «azioni nemiche di sbarco possibili o in atto sulle coste occidentali e meridionali della Sardegna e della Sicilia»; quella finale del 10 agosto, con la Sicilia già invasa ed ormai in procinto di essere definitivamente perduta, prevedeva «azioni nemiche di sbarco possibili o in atto sulle coste occidentali dell'Italia Meridionale, della Sardegna e della Corsica».
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Crest del Velella (da www.giornidistoria.net) |
Il mattino del 6 settembre lo Stato Maggiore generale iniziò a ricevere da varie fonti notizie sull'avvicinamento di numerosi mercantili e mezzi da sbarco alle coste della Sicilia, già in mano angloamericana, e sulla presenza di grossi convogli nelle acque di Palermo; notizia quest'ultima che fu poi confermata, mentre la prima fu smentita. Il servizio informazioni dava come imminente l'invasione della penisola italiana, ed alle 20.36 dello stesso 6 settembre Supermarina trasmise per telescrivente al Comando Supremo (nonché, per conoscenza, a Superesercito, Superaereo ed Oberbefehelshaber Sud) un apprezzamento basato sugli avvistamenti comunicati dal Comitato per la Ricognizione Strategica, segreto e riservato ai soli capi di Stato Maggiore di quegli organi (rispettivamente i generali Mario Roatta, Vittorio Ambrosio e Renato Sandalli ed il feldmaresciallo tedesco Albert Kesselring): in esso si stimava che «...il convoglio di LST avvistato alle 1700 di ieri al largo di Arzew con rotta Est potrebbe segnalare l'inizio della prevista operazione principale. Tale convoglio potrebbe giungere sulle coste Sarde o Corse nella notte sull'8 e nelle coste Campane nella notte sul 9. Durante la giornata di domani e specialmente nelle ore pomeridiane le ricognizioni preordinate dovrebbero, se l'ipotesi è esatta, segnalare i movimenti degli altri convogli di mezzi da sbarco. Il convoglio in Argomento faceva parte di un complesso di mezzi da sbarco osservati ieri l'altro in zona Orano dalla ricognizione fotografica cui interpretazione affinata fa risalire la possibilità di trasporto a circa due Task Forces (260 mezzi convenzionali). Non è possibile stabilire se detti mezzi siano arrivati recentemente dall'Atlantico o provengano dal concentramento di Biserta. La prima ipotesi sembra la più attendibile perché una ricognizione fotografica parzialmente riuscita ieri a Biserta conferma la presenza di numerosi mezzi da sbarco».
Quella sera stessa Supermarina ordinò l'invio di 22 sommergibili lungo le probabili rotte di avvicinamento dei convogli da sbarco e davanti alle presunte zone di sbarco, e la messa in allarme delle flottiglie MAS. Contestualmente vennero trasmessi gli ordini d'operazione per le forze navali di superficie e la relativa copertura aerea.
Il mattino del 7 settembre il Bollettino Giornaliero n. 99 del Servizio Informazioni Militare faceva presente che «La presenza accertata tra il giorno 4 e il giorno 5 del rilevante numero di formazioni e convogli lungo le coste del Nord Africa Francese [il 5 settembre le ricognizioni fotografiche su Orano e porti vicini avevano mostrato numerosi mercantili ed un centinaio di mezzi di sbarco, facendo presagire un'operazione che poteva essere eseguita di lì a 48 ore], coincidente con l'avvistamento delle navi portaerei [tre, avvistate il mattino del 5 presso Orano con rotta est] fanno ritenere prossima un'altra azione offensiva del nemico a maggior raggio e più importante di quella in atto in Calabria».
Era infatti scattata l'operazione "Avalanche": oltre 500 unità navali di tutti i tipi (quattro corazzate, due portaerei di quadra, una portaerei leggera, quattro portaerei di scorta, undici incrociatori leggeri, 64 cacciatorpediniere, due monitori, un sommergibile – lo Shakespeare, il cui destino doveva intrecciarsi con quello del Velella –, due navi antiaerei, 56 dragamine, 6 rimorchiatori, 32 navi trasporto, tre navi comando, 120 navi da sbarco carri armati, 218 mezzi da sbarco, 38 motolance, 13 pescherecci armati antisom, 35 cacciasommergibili, quattro navi appoggio mezzi da sbarco, tre navi ospedale, 23 motosiluranti, 10 lance di soccorso, 6 imbarcazioni per ricognizione) erano partite dai porti di Sicilia, Algeria e Tunisia con a bordo 100.000 soldati britannici (X Corpo d'Armata) e 70.000 statunitensi (VI Corpo d'Armata), radunati nella V Armata statunitense del generale Mark Wayne Clark con un totale di nove divisioni. Destinazione, le spiagge a sud di Salerno; obiettivo, conquistare Napoli con il suo porto, fondamentale per alimentare i rifornimenti della forza sbarcata, ed imbottigliare le truppe tedesche dispiegate in Puglia e Calabria (quest'ultimo destinato a fallire perché i tedeschi, intuendo le intenzioni avversarie, non diedero battaglia nell'estremità dello Stivale ma ripiegarono rapidamente su posizioni più agevolmente difendibili a nord del Volturno). La flotta da sbarco era appoggiata da 3127 aerei di cui 461 bombardieri pesanti, 865 bombardieri medi, 1395 tra caccia e cacciabombardieri e 406 aerei da trasporto.
Tra il pomeriggio e la sera del 7 settembre 1943, in seguito alle segnalazioni da parte della ricognizione aerea tedesca circa i movimenti dei convogli da sbarco angloamericani diretti verso il Golfo di Salerno, Supermarina (nella persona del capo di Stato Maggiore, ammiraglio Raffaele De Courten) ordinò a Maricosom (ammiraglio Antonio Legnani) di attivare nuovamente il Piano "Zeta", facendo quindi uscire da Napoli e dalle altre basi della costa tirrenica tutti i sommergibili operativi che vi si trovavano in quel momento: undici vennero inviati nelle acque della Calabria e della Campania per formare uno sbarramento a copertura delle coste tra i golfi di Paola e di Gaeta a contrasto dell'imminente sbarco, ben otto dei quali nelle acque attorno al Golfo di Salerno. Uno di essi era il Velella, inviato nel Golfo di Gaeta; gli altri erano Alagi, Brin, Diaspro, Giada, Marea, Galatea, Nichelio, Platino, Turchese e Topazio (un dodicesimo, l'Axum, non poté prendere il mare a causa di un'avaria). Altri nove sommergibili (Vortice, Onice, Zoea, Luigi Settembrini, Ciro Menotti, Marcantonio Bragadin, Fratelli Bandiera, Squalo e Jalea) erano stati intanto schierati in Mar Ionio, tra le coste orientali di Calabria e Sicilia e Capo Santa Maria di Leuca in Puglia; erano dunque 21 i sommergibili schierati, di cui undici nel Basso Tirreno e dieci in Mar Ionio.
Al comando del tenente di vascello Mario Patanè, il Velella salpò da Napoli alle tre del pomeriggio del 7 settembre, diretto verso sud, nelle acque di Salerno, dove avrebbe dovuto contrastare l'imminente sbarco angloamericano.
Proprio pochi giorni prima che il Velella partisse per la sua ultima missione un ragazzino di Portici, il quindicenne Domenico Fabbricini, aveva incontrato a Napoli il comandante Patanè e gli aveva chiesto di poter visitare il sommergibile: Patanè, cui Fabbricini ricordava il figlio che aveva lasciato ad Acireale, aveva acconsentito e lo aveva fatto salire a bordo, mostrandogli il cannone, le mitragliere ed i tubi lanciasiluri e descrivendogli le caratteristiche del sommergibile. Ad un tratto Patanè aveva chiesto a Fabbricini: "Sai qual è la miglior tomba per un marinaio?" ed alla sua risposta, "Il mare?", aveva risposto: "Bravo! Ma io preferirei una tomba da contadino: una gialla distesa di grano". Ma la sorte aveva deciso diversamente.
Durante la navigazione verso la zona assegnata per la missione, il Velella incontrò al largo di Punta Licosa, all'estremità meridionale del Golfo di Salerno, un altro sommergibile partito anch'esso da Napoli (un quarto d'ora prima del Velella) e come lui diretto nelle acque di Salerno: il Brin, al comando del tenente di vascello Luigi Andreotti. Il maresciallo motorista Pietro Vivone del Brin avrebbe in seguito ricordato che il suo sommergibile, mentre procedeva in superficie ricaricando le batterie, si era arrestato improvvisamente a causa di un'ostruzione dei tubi di alimentazione dei motori; il Velella, passando nei pressi, chiese alla voce (vigeva l'obbligo del silenzio radio) perché il Brin si fosse fermato, e gli venne risposto di proseguire, in quanto avrebbe ripreso subito la navigazione.
Il Velella ed il Brin, però, non erano gli unici sommergibili presenti in quelle acque. Ce n'era anche un terzo, e non era amico: il britannico Shakespeare, al comando del tenente di vascello Michael Frederic Roberts Ainslie.
Lo Shakespeare era partito da Algeri il 24 agosto 1943 per la sua decima missione di guerra, la settima in Mediterraneo: doveva appoggiare lo sbarco a Salerno fungendo da radiofaro, localizzando e segnalando eventuali campi minati e sbarcando un reparto da ricognizione (tenente di vascello Ralph Neville Stanbury della Royal Navy, capitano P. D. Patterson dei Royal Engineers, entrambi appartenenti al Combined Operations Pilotage Party 5, nonché i capitani Godfrey Basil Courtney e Eric John Alfred Lunn ed il sergente John Gilmour della Special Boat Section) incaricato di esplorare le spiagge destinate allo sbarco. Il 30 agosto era entrato nel Golfo di Salerno per cercare eventuali mine mediante un rilevatore MDU (Mine Detector Unit) ed era riuscito a localizzare un campo minato; successivamente aveva condotto una ricognizione delle spiagge al periscopio, e durante la notte aveva mandato a terra il suo gruppo da ricognizione mediante una canoa pieghevole. Compiuta la sua missione, il reparto era rientrato a bordo dopo quasi sette ore; il giorno seguente, 31 agosto, lo Shakespeare aveva condotto un'altra ricognizione periscopica delle spiagge della baia di Salerno e la notte successiva aveva nuovamente mandato a terra il gruppo da ricognizione con la canoa pieghevole, recuperandolo dopo sei ore. Di giorno il sommergibile restava immerso a quota periscopica, di notte emergeva.
Lasciato il Golfo di Salerno il 2 settembre, lo Shakespeare aveva trasmesso un rapporto sulle sue attività di ricognizione ed aveva poi assunto rotta verso gli approcci nordoccidentali del Golfo di Napoli, che era incaricato di pattugliare; il 5 settembre aveva pattugliato le acque a sudovest di Capri ed il giorno seguente era tornato in prossimità della baia di Salerno. Nelle prime ore del mattino del 7 si era posizionato circa cinque miglia ad ovest del promontorio di Punta Licosa.
Alle 19.53 del 7 settembre, l'operatore sonar dello Shakespeare captò dei rumori di motori di due sommergibili. Era quasi buio; le vedette britanniche avvistarono due sommergibili che procedevano in superficie a dieci nodi su rotta 135o (verso sudovest), su rotte parallele alla loro, a circa un miglio di distanza l'uno dall'altro: Brin e Velella. Lo Shakespeare si era venuto a trovare proprio nel mezzo: rispetto ad esso, il Brin, che era ad est, aveva alle spalle il profilo della costa, con il quale la sua sagoma si confondeva nell'incerta luce del crepuscolo, fino a che dopo poco tempo non fu completamente perso di vista. Dall'altra parte, ad ovest, il Velella: posizionato verso il mare aperto, la sua sagoma si stagliava nettamente contro le ultime luci del sole che tramontava, rendendolo un bersaglio perfetto. La scelta di Ainslie cadde dunque su di esso.
Alle 20.03 lo Shakespeare lanciò dai tubi prodieri una salva di sei siluri da una distanza che sul momento il comandante britannico ritenne essere di 1100 metri, ma che in seguito avrebbe giudicato essere stata piuttosto di 730 metri. Almeno quattro delle armi andarono a segno, "disintegrando" – nelle parole di Ainslie – lo sfortunato Velella, che affondò all'istante in posizione 40°15' N e 14°30' E (per altra fonte 40°07' N e 14°50' E), a 16 miglia da Punta Licosa e 18 miglia ad est dell'isolotto di Licosa, a sud di Salerno. Un altro resoconto britannico afferma che "non rimase molto del sommergibile nemico" ("there was not much left of the enemy submarine").
In Italia c'è chi sostiene, erroneamente, che un solo siluro sarebbe andato a segno, in quanto a terra sarebbe stata sentita una sola grande esplosione; ma questa ipotesi è fondata sull'erronea idea che lo Shakespeare avrebbe lanciato solo due siluri, una "coppiola", com'era pratica comune nella Marina italiana, mentre dal suo diario di bordo risulta chiaramente che i siluri lanciati furono sei, un'intera salva, com'era pratica abituale invece nella Marina britannica, dove non si badava a "spese" per colpire il bersaglio (il che spiega il ben maggior tasso di successo dei sommergibili britannici nei "duelli" con quelli italiani, che combattevano "al risparmio" lanciando solo un paio di siluri con conseguenti probabilità di colpire ben più basse). Del resto anche da bordo del Brin, che seguiva il Velella a circa 4000 metri di distanza, vennero osservati alle 20.05 tre siluri a segno sull'altro sommergibile, che esplose ed affondò immediatamente. Gli uomini del Brin percepirono anche, dopo che il Velella era affondato, una grande esplosione subacquea, forse causata dall'acqua di mare che riversandosi nello scafo del sommergibile che affondava era entrata in contatto con le batterie, facendole esplodere.
Non vi furono superstiti tra i 6 ufficiali, 13 sottufficiali e 33 tra sottocapi e marinai che componevano l'equipaggio del Velella.
L'equipaggio del Velella, scomparso al completo:
Giuseppe Alunni, capo silurista di terza classe, da Deruta
Achille Antonini, marinaio cannoniere, da Maniago
Ildebrando Bandini, sottotenente del Genio Navale, da Imola
Enzo Bazzani, guardiamarina, da Carrara
Giuseppe Biondini, marinaio silurista, da Crema
Carlo Caielli, marinaio elettricista, da Milano
Giovanni Campito, secondo capo silurista, da Sessa Aurunca
Giuseppe Caruso, sergente segnalatore, da Avola
Vittorio Castellano, secondo capo motorista, da Montesilvano
Saverio Cazzorla, marinaio, da Monopoli
Francesco Ceretto, marinaio silurista, da Cuorgnè
Giovanni Chiavegato, sergente cannoniere, da Bovolone
Renzo Cilio, marinaio silurista, da Siracusa
Loris Cioni, sottocapo elettricista, da Colle di Val d'Elsa
Giovanni D'Asta, marinaio cannoniere, da Palermo
Aurelio Fabris, marinaio fuochista, da Quinto Vicentino
Ermenegildo Facchinetti, sottocapo motorista, da Gorlago
Eudecchio Feleppa, capo motorista di terza classe, da San Leucio del Sannio
Saverio Festa, sottocapo furiere, da Reggio Calabria
Cristofaro Fulmisi, marinaio nocchiere, da Lagosta
Duilio Furlan, marinaio motorista, da Fogliano Redipuglia
Antonio Giacalone, secondo capo nocchiere, da Mazara del Vallo
Carlo Gualco, sottocapo motorista, da Parodi Ligure
Salvatore Ingrassia, marinaio cannoniere, da Palermo
Smilace Leoncini, marinaio elettricista, da Campo Ligure
Armando Maffei, sottocapo silurista, da Roccabascerana
Ferdinando Mancini, marinaio motorista, da Roma
Luigi Menin, secondo capo furiere, da Venezia
Marino Meoni, secondo capo motorista, da Castiglione del Lago
Raffaele Novellini, aspirante guardiamarina, da Recco
Ugo Pardetti, marinaio elettricista, da Castel Ritaldi
Mario Patanè, tenente di vascello (comandante), da Acireale
Roberto Petri, marinaio nocchiere, da Monte San Vito
Orlando Piroddi, sottocapo radiotelegrafista, da Ilbono
Pietro Pizzi, marinaio silurista, da Bologna
Carmelo Renzoni, sergente elettricista, da Fano
Antonio Rizza, marinaio cannoniere, da Roncade
Pietro Schiavone, sottocapo motorista, da Fasano
Pietro Serrati, tenente del Genio Navale (direttore di macchina), da Genova
Andrea Sessa, capo elettricista di seconda classe, da Sant'Anastasia
Giuseppe Sesto, marinaio nocchiere, da Vittoria
Angelo Severini, sottocapo nocchiere, da Cadelbosco di Sopra
Eolo Simonetti, marinaio motorista, da Crema
Giuseppe Sirugo, marinaio silurista, da Avola
Giorgio Sorrentino, secondo capo radiotelegrafista, da Napoli
Aldo Spina, sergente elettricista, da Ancona
Doroteo Spisani, marinaio silurista, da Bologna
Salvatore Trapani, marinaio, da Pozzallo
Luigi Venuti, marinaio motorista, da Trapani
Aldo Vespucci, marinaio radiotelegrafista, da Savigno
Roberto Vittori, sottotenente di vascello (comandante in seconda), da Abbazia
Giannino Zambrini, sottocapo radiotelegrafista, da Mortara
Insieme ad essi morì anche la mascotte di bordo, un gattino dal nome di "Scheggia".
L'equipaggio del Velella (da “Il Velella” di Angelo Raffaele Amato e Coll. Massimo Bentoni via www.wrecksite.eu)
Dopo l'affondamento del Velella, lo Shakespeare rilevò all'idrofono che il Brin aveva continuato la navigazione verso sud, ma a maggiore velocità.
Alle 20.15 lo Shakespeare captò un altro sommergibile in navigazione verso sud, che però non avvistò; alle 21.14 il sommergibile britannico riemerse per allontanarsi dalla zona e lanciare il segnale di scoperta relativo ai due sommergibili in navigazione verso sud, verso i convogli da sbarco. Poche ore dopo, alle 18.38 dell'8 settembre 1943, l'annuncio alla radio dell'armistizio poneva ufficialmente fine alle ostilità tra l'Italia e gli Alleati. Mario Patanè ed i suoi uomini furono gli ultimi caduti di una guerra la cui conclusione era già stata sancita da cinque giorni.
Per l'affondamento del Velella, e più in generale le operazioni connesse allo sbarco di Salerno, il comandante Ainslie avrebbe ricevuto il Distinguished Service Order; altri tre membri dell'equipaggio dello Shakespeare furono insigniti della Distinguished Service Cross, quattro Distinguished Service Medals e cinque menzioni nei dispacci.
Le famiglie degli uomini del Velella furono informate per telegramma che i loro congiunti erano dispersi per cause belliche, spesso senza neanche specificare dove e quando fosse successo: fu questo, ad esempio, il caso della famiglia del sottocapo elettricista Loris Cioni e di quella del capo motorista Eudecchio Feleppa.
La madre del marinaio silurista Giuseppe Sirugo, morto sul Velella, non avrebbe più mangiato pesce per il resto della sua vita, né tollerato la vista di un pescivendolo, pensando al figlio mangiato dai pesci.
(sopra: ANMI Castellabate; sotto: da “Il Velella” di Angelo Raffaele Amato)
L'affondamento del Velella nel giornale di bordo dello Shakespeare (da Uboat.net):
"1953 hours - The Asdic operator reported HE. It was nearly dark. Sighed two submarines steering a course of 135°. They were about 1 nautical mile apart. Started attacking the one who would be against the remaining light in the Western sky the longest. The other was soon lost against the land.
2003 hours - Fired a full salvo of 6 torpedoes from what was thought to be 1200 yards but was more like 800 yards in hindsight. No less than 4 hits were observed and the enemy submarine disintegrated. The other submarine was heard to continue its passage Southbound but at a higher speed.
2015 hours - Another submarine was heard going south but it was never sighted.
2114 hours - Surfaced to withdraw from the scene to report the 2 southbound submarines."
Il sottocapo radiotelegrafista Orlando Piroddi, morto sul Velella (fam. Lara, via ANMI Castellabate)
Lettere a casa scritte da Orlando Piroddi qualche mese prima dell'affondamento (fam. Lara, via ANMI Castellabate)
Per diversi decenni, del Velella e del suo equipaggio non si parlò più. Questo fino agli anni Settanta, quando un pescatore di Santa Maria di Castellabate "pescò" accidentalmente con le sue reti, su un fondale di circa 200 metri, un grosso siluro a doppia elica (lungo oltre 6 metri) di fabbricazione britannica, forse una delle armi dello Shakespeare che non erano andate a segno: aveva corso per circa 4000 metri prima di affondare. Nel 1976 alcuni pescatori castellabatesi riferirono alle autorità locali che in più occasioni le loro reti si erano strappate dopo essersi impigliate in un oggetto, probabilmente metallico e tagliente, che giaceva sul fondale; si iniziò a sospettare che potesse trattarsi del relitto del Velella. Nello stesso 1976 la Marina Militare inviò pertanto da La Spezia un dragamine e la nave salvataggio sommergibili Proteo a scandagliare il fondale nella zona incriminata, ma non venne trovato niente.
Nel 1977 il subacqueo professionista Franco Aliperti raccontò di essersi immerso a 102 metri di profondità per liberare le reti di un pescatore e di aver toccato qualcosa che poteva far parte del relitto, probabilmente la torretta ("Scesi in immersione seguendo la rete, e alla profondità di circa 102 metri, urtai su qualcosa. (…) E di una cosa ero, e sono tuttora sicuro. L'oggetto su cui ero finito scendendo, era la torretta di un sommergibile. Il fondale in quel tratto è sabbioso, la visibilità a cento metri è nulla. Ma che fosse una torretta è certo").
Nel 1982 il motorista milanese Carlo Pracchi, che era stato imbarcato sul Velella per sette anni ma non si era trovato a bordo durante l'ultima missione per un caso fortuito (era in licenza per lutto a Milano a causa della morte del fratello sul fronte russo, e quando era rientrato a Napoli il Velella era già partito: non fu l'unico a scamparla per caso, anche il sottocapo fuochista Ivo Romagnoli non partecipò alla missione perché malato), organizzò un raduno di ex membri dell'equipaggio, che come lui non avevano partecipato alla missione fatale: sette in tutto, che si ritrovarono sulla banchina di Agropoli il 5 settembre 1982. Con una motovedetta, messa a disposizione dalla Capitaneria di Porto, raggiunsero le acque di Punta Licosa e qui lanciarono una corona di fiori; alla cerimonia partecipò anche il penultimo comandante del Velella, Giovanni Febbraro, diventato ammiraglio, che aveva dato il nome di Velella alla sua imbarcazione da diporto e che pronunciò nell'occasione un breve discorso ("Cari fratelli del Velella, è con profonda commozione che a 39 anni dalla sua scomparsa, ricordiamo oggi il nostro sommergibile qui sul punto ove fu affondato col suo equipaggio di nostri fratelli. Mi da molto rammarico constatare che non tutti i reduci del Velella sono qui presenti, ma voglio che essi sappiano che in questo ritorno nel passato li consideriamo qui con noi... Noi vogliamo dirti che il ricordo della tua avventura di guerra, che fu anche di noi tutti, il ricordo del tuo puro sacrificio, che fu anche sacrificio dei nostri fratelli, ci sono stati e ci saranno di sostegno e di aiuto quando le banalità volessero coinvolgerci, quando il deprezzamento dei valori morali volesse travolgere anche noi. Ci impegniamo con Te, Velella, e con il tuo equipaggio di anime a comportarci sempre, finché avremo vita, da sommergibilisti").
Una settimana più tardi venne organizzata sulla spiaggia di Santa Maria di Castellabate (nel cui territorio si trova Punta Licosa) una cerimonia in memoria dei caduti del sommergibile; grazie all'interessamento del sindaco, la Marina partecipò inviando un picchetto di marinai, al comando del capitano di fregata Luigi Collevecchio, ed il dragamine Agave, che depose delle corone di fiori nel punto presunto dell'affondamento (che si sarebbe poi rivelato essere piuttosto distante da quello reale), mentre una targa fu scoperta nel porticciolo di San Marco, che venne così dedicato ai caduti del Velella. Parteciparono alla cerimonia le locali autorità civili, militari e religiose ed i parenti dei caduti, che dall'Agave – accompagnato da pescherecci, motoscafi ed altre imbarcazioni civili gremite di gente – lanciarono in mare mazzi di fiori.
Sopra, il dragamine Agave durante la cerimonia del 1982; sotto, lancio di una corona di fiori (da “Il Velella” di Angelo Raffaele Amato)
Una nuova commemorazione, estesa a tutti i caduti del mare, venne tenuta nel 1989, e negli otto anni successivi si moltiplicarono le manifestazioni, finché la commemorazione del Velella a settembre non divenne un appuntamento fisso.
L'iniziativa di Pracchi aveva avuto anche l'effetto di spingere la sezione di Castellabate dell'Associazione Nazionale Marinai d'Italia, nelle cui acque era avvenuta la tragedia, ad attivarsi per localizzare il relitto del Velella, al fine di poter dare sepoltura ai resti dell'equipaggio. In una puntata del 15 maggio 1998 del programma "Parliamoci chiaro" di Tele Salerno Uno, condotto da Giacomo Giuliano, Guido Carione e Cinzia Malzone, vennero contattati telefonicamente od invitati in trasmissione reduci del Velella che non erano a bordo nell'ultima missione, figli dei caduti (tra cui l'avvocato Agostino Feleppa, rimasto orfano a due anni e mezzo del capo motorista Eudecchio Feleppa), subacquei, rappresentanti del Comune di Castellabate e della locale associazione pescatori ed il maresciallo Carlo Mileo dell'ANMI nonché il capitano di lungo corso Leonardo Fusco, esperto in ricerche subacquee, che interessò alla vicenda del Velella Nino Buttazzoni, ex ufficiale della X Flottiglia MAS e fondatore della società di recuperi marittimi "Micoperi". Obiettivo comune, l'individuazione e se possibile recupero del relitto. Alla trasmissione partecipò anche l'allora giovane cantante Gigi D'Alessio, che da bambino, in quarta elementare, aveva partecipato ad una cerimonia commemorativa dei caduti del Velella organizzata dalla sua insegnante Iolanda Maffei, sorella del sottocapo silurista Armando Maffei, morto sul Velella.
Il 3 luglio 1999 una spedizione organizzata dalla sezione di Castellabate dell'ANMI ha condotto, in collaborazione con il Nucleo Sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Napoli e sotto il comando di Leonardo Fusco, un tentativo di filmare il presunto relitto mediante un minisommergibile filoguidato munito di telecamera (ROV) per verificarne posizione e condizioni, ma il tentativo è fallito a causa delle forti correnti. Non per questo l'ANMI si è data per vinta: il presidente della sezione di Santa Maria di Castellabate, maresciallo Carlo Mileo, è entrato in contatto con un gruppo di subacquei e cercatori di relitti capeggiato da Rizia Ortolani (venuta casualmente a conoscenza della storia del Velella durante una ricerca presso gli archivi dell'Ufficio Storico della Marina Militare) e con l'ingegner Alessandro Barbagelata della ditta COL.MAR di La Spezia (esperto di acustica subacquea), dando vita alla «Missione Velella», avente lo scopo di identificare finalmente il relitto, realizzarne documentazione fotografica e se possibile, recuperare un cimelio da trasformare in un monumento od in un piccolo museo. Le spese per la spedizione sono state pagate dalla stessa ANMI e dalla comunità locale.
Il 13 maggio 2003 i membri della spedizione (tra cui Rizia Ortolani, Carlo Mileo ed i tecnici della COL.MAR), a bordo di una barca, hanno raggiunto il punto in cui si presumeva giacere il relitto (40°01' N e 14°04' E), a 8,9 miglia da Punta Licosa (per altra fonte, a 9,20 miglia da terra; a 26 miglia da Capo d'Orso ed a 31,5 miglia da Capri), per procedere all'identificazione: le immagini al sonar a scansione laterale hanno mostrato un oggetto «di grandi dimensioni, di forma ellittica, con una piccola sporgenza simile ad una torretta che ne interrompe bruscamente la linearità», su un fondale fangoso a profondità compresa tra i 124 ed i 145 metri, confermando così, a sessant'anni dall'affondamento, che in quel punto giaceva effettivamente il relitto del Velella. L'analisi dei dati e delle immagini da parte dell'ingegner Barbagelata della COL.MAR ha determinato che il relitto appariva adagiato su un fianco, con seri danni causati dalle esplosioni dei siluri e forse anche da esplosioni interne, e con numerose reti da pesca impigliate nei suoi resti; probabilmente spezzato nella sezione poppiera, distante una ventina di metri dal troncone centro-prodiero, lungo 42 metri (questa valutazione si è poi rivelata inesatta in seguito a successive esplorazioni del relitto).
Il 10 luglio i subacquei (Rizia Ortolani, Carlo Berti ed Edoardo Pasini; la squadra comprendeva inoltre anche Luigi Casati, Michele Geraci e Fabio Pajoncini, nonché Eva Bacchetta per l'assistenza ed i dottori Antonio Ferrari e Domenico Picca come team medico iperbarico) si sono immersi sul relitto per la prima volta, muniti di telecamera; in questa occasione la loro barca è stata accompagnata sul posto da un'altra con a bordo membri dell'ANMI ed i figli di un marinaio morto sul Velella, che non avevano mai conosciuto il padre. Data l'elevata profondità (Rizia Ortolani ha, con questa immersione, stabilito un record mondiale d'immersione su relitto da parte di una donna) il tempo passato sul fondale è stato di soli dieci minuti, a fronte di 120 per la risalita e decompressione. La forte corrente sottomarina rendeva inoltre la permanenza sul fondale particolarmente difficoltosa. Nondimeno, l'immersione ha permesso di ottenere le prime immagini del Velella a sessant'anni dall'affondamento; tra i particolari distinguibili nel poco tempo passato sul fondale l'enorme squarcio lasciato dall'esplosione di uno dei siluri, attraverso il quale era possibile vedere l'interno del sommergibile, e l'apparente mancanza delle due estremità del relitto. A questa prima immersione ne sono seguite un'altra il giorno successivo e poi altre tre, sempre nel corso del luglio 2003, nel corso delle quali sono state girate ulteriori riprese del relitto. Il 12 agosto 2003 Rizia Ortolani, in rappresentanza dell'ANMI di Castellabate, ha notificato all'Ufficio Storico della Marina Militare l'identificazione del relitto con una raccomandata comprensiva di copia dei filmati e della relazione della COL.MAR.
Il proposto recupero di un cimelio, viceversa, non si è mai concretizzato, in quanto la Soprintendenza ha dichiarato il relitto bene culturale (ai sensi degli articoli 10 e 91 del Codice per i Beni Culturali, decreto legislativo 42/2004), ponendolo sotto sequestro e negando il necessario permesso e più in generale vietato ogni immersione non autorizzata sui resti del Velella, inducendo l'ANMI ed il gruppo di «Missione Velella», dopo varie traversie giudiziarie, a rinunciare al proprio intento.
Il Gruppo Subacquei di Castellabate è incaricato della conservazione del relitto.
Immagine sonar del relitto del Velella (ANMI Castellabate e Massimo Bentoni via www.wrecksite.eu)
È successivamente emerso che già nell'agosto 1998 un altro subacqueo, Alessandro Scuotto (brevettato COMSUBIN e vice responsabile della Sezione sommozzatori della Polizia di Stato di Napoli), scandagliando il fondale aveva localizzato il relitto del Velella e vi si era immerso (identificandolo con certezza in seguito a confronto tra foto d'epoca ed alcuni elementi del relitto), girandone delle riprese video e notificando la Marina Militare del ritrovamento ma senza altrimenti divulgare la notizia.
Dopo il ritrovamento l'ottantatreenne Elisabetta Ceretto, sorella del marinaio silurista Francesco Ceretto di Cuorgnè, non potendo recarsi di persona alla commemorazione a causa dei suoi problemi di salute, ha commissionato un mazzo di fiori da lanciare in mare. Francesco Ceretto, operaio tornitore nella ditta Trione che all'epoca lavorava per la Marina, era stato come altri colleghi chiamato alle armi proprio in Marina, nonostante provenisse da un territorio – l'alto canavese – che col mare aveva poco a che fare; partito per La Spezia nel maggio 1942, dopo l'addestramento iniziale come sommergibilista nella base ligure e la specializzazione come silurista a Pola era stato imbarcato sul Velella nel gennaio 1943. Dopo l'affondamento del Velella, la famiglia era stata informata soltanto che Francesco era disperso: nessun'altra informazione, ed a lungo la madre l'aveva atteso, guardando dalla sua casa in collina la stazione di Cuorgnè, ripetendo che un giorno o l'altro sarebbe tornato. Solo dopo dieci anni era stato dichiarato deceduto.
Un'altra persona che dopo il ritrovamento del relitto ha provveduto a commemorare, a modo suo, i caduti del Velella è Domenico Fabbricini, il ragazzino che aveva visitato il sommergibile poco prima che partisse per la missione fatale, rimanendo impressionato dalla conversazione con il comandante Patanè sulla morte in mare: ormai ultrasettantenne, ogni mese per lungo tempo si è recato sul luogo dell'affondamento, gettandovi dei fiori; d'estate un fascio di spighe di grado, quasi come a voler soddisfare l'auspicio di Patanè in quell'ultima conversazione.
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| Modello 3D del relitto del Velella (ANMI Castellabate) |
Il 7 settembre 2003 la sezione ANMI di Santa Maria di Castellabate ha inaugurato un monumento bronzeo in memoria dei caduti del Velella sul molo del porticciolo di Punta Licosa: a farlo disegnare il cavalier Cucciniello di Avellino, che era stato imbarcato sul Velella fino ad un mese prima dell'affondamento. Il monumento include una lapide in marmo realizzata dalla ditta Edilmarmi Di Luccia, recante i nomi dei membri dell'equipaggio, in gran parte pagata (il valore era di un milione e mezzo di lire) dai licosani; l'inaugurazione è avvenuta con la celebrazione di una messa solenne in memoria dei caduti e la partecipazione delle autorità civili e militari e di rappresentanze di varie sezioni ANMI. Una nave, scortata da elicotteri della Marina Militare, ha posato una corona d'alloro sul luogo dell'affondamento. L'anno successivo è stata aggiunta una foto dell'equipaggio, accompagnata dalla preghiera del marinaio.
Ogni anno il Comune di Castellabate e la locale sezione dell'Associazione Nazionale Marinai d'Italia, la cui sede dal 2021 è intitolata proprio ai caduti del Velella, celebrano la seconda domenica di settembre una cerimonia in memoria dell'equipaggio del sommergibile: un corteo sfila per le vie centrali della città, viene effettuata l'alzabandiera presso il monumento ai caduti, tenuti discorsi da parte delle autorità, celebrata una messa e deposta in mare una corona d'alloro (un'altra è deposta ai piedi del locale monumento ai caduti del mare) mentre viene recitata la preghiera del marinaio. Partecipano alla cerimonia autorità civili (tra cui il sindaco), militari (tra cui i ufficiali dei vicini comandi di Marina e Guardia Costiera) e religiose, rappresentanze delle associazioni d'arma (tra cui i gruppi ANMI della Campania e non solo) e parenti dei marinai caduti sul Velella (tra di essi Agostino Feleppa ed un nipote del marinaio Saverio Cazzorla). La cerimonia è solitamente tenuta sul lungomare nord di Santa Maria di Castellabate, nei pressi del molo dedicato all'Immacolata, oppure sul molo di San Marco, sempre a Santa Maria di Castellabate; nel 2002 e 2003 è stata celebrata presso Licosa.
Nel 1995 ha partecipato alla cerimonia il maresciallo Pietro Vivone, che era stato imbarcato sul Brin ed aveva assistito all'ultima conversazione con il Velella appena prima che questi venisse affondato; Carlo Pracchi ha partecipato alle commemorazioni fino alla sua morte, avvenuta nel 2014 all'età di 95 anni.
Nell'ottantesimo anniversario dell'affondamento il Comune di Castellabate ha organizzato un concorso a tema storico per gli alunni delle scuole elementari e medie, con argomento il Velella, promosso dal locale gruppo ANMI; alla classe vincitrice è andato un buono di cento euro per l'acquisto di materiale scolastico.
Nel 2006 si è costituito un Comitato per il recupero del Velella, presieduto da Adelino Nardon. Varie volte, nel corso degli anni, si sono susseguite proposte – invero piuttosto irrealistiche, in considerazione dell'elevata profondità e dell'estrema complessità tecnica di un'operazione del genere – volte a portare al recupero del relitto del Velella, per dare sepoltura ai resti dell'equipaggio ed eventualmente musealizzare il sommergibile stesso: nel 1997, con raccolta di firme organizzata dal "Giornale del Sud", che aveva condotto una campagna stampa recuperando documenti e testimonianze, seguita da interrogazione da parte di sei parlamentari; nel gennaio 2001, con interrogazione parlamentare (numero 841 del 19 gennaio) rivolta al Ministro della Difesa, dal deputato Fabio Calzavara («Per sapere… se intenda procedere in tempi rapidi al doveroso recupero dei poveri resti dell'equipaggio del «Velella» e del sottomarino stesso»); nell'aprile 2002, con altra interrogazione parlamentare rivolta al Ministro della Difesa, dal senatore Gaetano Fasolino («si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda adottare al fine di predisporre il recupero del sommergibile «Velella», per dare degna sepoltura ai 51 marinai tragicamente scomparsi in un'azione di guerra affrontata con coraggio e senso del dovere»); nel luglio dello stesso anno, di nuovo con un'interrogazione parlamentare (4-03402 dell'8 luglio 2002) rivolta anch'essa al Ministro della Difesa, dal deputato Edmondo Cirielli («se, data la logistica in apparenza abbastanza difficoltosa, e previo debito approfondimento di quanto consta sia alla Marina italiana e inglese che ai pescatori del posto, ritenga necessario e rispettoso verso la memoria dei 51 caduti e delle famiglia nonché verso la nostra patria, condurre un'indagine preliminare finalizzata all'accertamento dei dati di cui sopra, per poi procedere a un eventuale recupero del relitto e delle salme dei marinai in esso contenute, il cui elenco nominativo completo è già agli atti del ministero della difesa»); nel febbraio 2016 dai fondatori dell'associazione culturale "Salerno Capitale" (finalizzata alla valorizzazione della storia di Salerno), Vincenzo Pellegrino ed Angelo Avallone, proposta portata in parlamento il mese successivo, ancora una volta con interrogazione parlamentare (4-05400 del 3 marzo 2016) rivolta ai ministri della Difesa, dei Beni Culturali e dello Sviluppo Economico, dalla senatrice Eva Longo («si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo intendano procedere al recupero del relitto del sommergibile Velella e con quali tempi e modalità», in considerazione dell'«alto valore storico del relitto, la cui integrità è seriamente messa a rischio dalle reti dei pescatori che restano sovente impigliate nelle lamiere e dalla lunga permanenza in acqua», e «del fatto che l'Italia dispone di grossi mezzi militari in grado di recuperare relitti a svariate centinaia di metri di profondità (come ad esempio, la nave Anteo)»). A queste richieste è sempre stato risposto, da parte del Ministero della Difesa e della Marina Militare (ad esempio con la risposta scritta del 17 giugno 2003 del Ministero della Difesa ad una delle interrogazioni parlamentari sopra citate; ma già nel 1997 analogo parere era stato espresso dal comandante in capo del Dipartimento Militare Marittimo del Basso Tirreno, ammiraglio Giuseppe Spinozzi, e dall'ex comandante in capo della Squadra Navale e Medaglia d'Oro al Valor Militare, ammiraglio Gino Birindelli, e nel 1998 dal Ministero della Difesa ad una petizione avanzata dal Comune di Castellabate e dalla locale sezione ANMI per il recupero del relitto), che le operazioni di recupero comporterebbero difficoltà tecniche difficilmente sormontabili e costi eccessivi, e che andrebbero a turbare immotivatamente quello che già è un degno sepolcro per l'equipaggio; la miglior tomba per un marinaio è il mare, come Mario Patanè aveva detto a Domenico Fabbricini.
Nell'agosto 2022 una nuova spedizione condotta dal Techdive Explorer Team di Arenzano, guidata dal subacqueo Andrea Bada, ha condotto due immersioni della durata di cinque ore (di cui circa 25 minuti trascorsi sul fondale) sul relitto del Velella, permettendo di realizzare riprese ad alta definizione della prua, dei timoni di profondità poppieri e della falsatorre, sulla quale sono ancora riconoscibili i due periscopi e l'antenna del giroscopio. Questa nuova esplorazione ha mostrato che il relitto è spezzato in due, con specchio di poppa sul fondale, staccato dal resto del relitto, e la parte principale del relitto conficcata con la prua nel fondale ed appoggiata sul troncone poppiero.
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Un'altra immagine del Velella (fam. Lara, via ANMI Castellabate) |
Il Velella sul sito della Marina Militare
Il Velella su Sommergibili.com
Il Velella sul sito del Museo della Cantieristica di Monfalcone
I sommergibili classe Argo su Betasom
Regio Sommergibile Velella, su Grupsom
ANMI Castellabate – Il sommergibile Velella
Pagina Facebook dedicata al Velella
L'invisibile in fondo al mare: il Velella
I primi successi contro i convogli dei sommergibili di Betasom
Regio Sommergibile Velella, 77° anniversario dell'affondamento
Regio Sommergibile Velella, 78° anniversario dell'affondamento
I sommergibili italiani dal settembre 1943 al dicembre 1945
Orlando Piroddi, morto sul Velella
Il Smg. Velella e la sua localizzazione
L'occhio elettronico della Colmar scopre sottomarino affondato nel '43
Ritrovato il relitto del sommergibile Velella
8 settembre, il giorno dei "dimenticati"
Velella, un sogno lungo 60 anni
Missione Velella – La prima immersione – 10 luglio 2003
Velella – I documenti attestanti la localizzazione
LOCALIZZATO IL RELITTO del SMG Velella – Comunicato Stampa – 18 giugno 2003
Alcune delle prime immagini realizzate del relitto
Filmato del relitto del Velella realizzato dalla Marina Militare
Orlando Piroddi: Intitolata una Via al Marinaio Radiotelegrafista del Sommergibile "Velella"
Video della commemorazione dei caduti del Velella nel 1999
Velella: il passato che ritorna
Documenti di Alessandro Scuotto
Il relitto in fondo al mare del Cilento
8 settembre 1943: la Regia Marina nella tragedia dell'Italia
Senato della Repubblica – Legislatura 14 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-01978
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