mercoledì 23 ottobre 2019

Vincenzo Giordano Orsini

La Vincenzo Giordano Orsini (g.c. Anton Shitarev, via www.naviearmatori.net)

Torpediniera, già cacciatorpediniere, capoclasse della classe omonima (dislocamento di 790 tonnellate di dislocamento in carico normale, 850 o 865 tonnellate a pieno carico).

Breve e parziale cronologia.

2 febbraio 1916
Impostazione nei cantieri Odero di Sestri Ponente.
23 aprile 1917
Varo nei cantieri Odero di Sestri Ponente.
Durante le successive prove in mare, effettuate con dislocamento medio di 685 tonnellate, l’Orsini risulta l’unità più veloce della sua classe, raggiungendo i 33,6 nodi.
12 maggio 1917
Entrata in servizio.
Dislocato inizialmente a Brindisi, operando nel Basso Adriatico/Mar Ionio. Successivamente trasferito a Venezia.
Primo comandante dell’Orsini, nonché della relativa squadriglia di cacciatorpediniere (che l’Orsini, unità caposquadriglia, forma insieme ai gemelli Giovanni Acerbi, Giuseppe Sirtori e Francesco Stocco), è il capitano di fregata Ernesto Burzagli.

Ernesto Burzagli, primo comandante dell'Orsini (Coll. famiglia Burzagli, via it.wikipedia.org)

13-14 agosto 1917
L’Orsini (caposquadriglia) parte nottetempo da Venezia insieme ad Acerbi, Sirtori e Stocco, ad una seconda squadriglia di cacciatorpediniere (ArdenteAudaceAnimoso e Giuseppe Cesare Abba, salpati in un secondo momento) ed alla sezione di cacciatorpediniere Carabiniere-Pontiere (questi ultimi partono per ultimi, riunendosi alla squadriglia «Orsini» in mare aperto), per attaccare una formazione leggera austroungarica (cacciatorpediniere StreiterRekaVelebitScharfschutze e Dinara e 6 torpediniere) che ha fornito appoggio ad un attacco contro Venezia da parte di 32 aerei (9 idrovolanti decollati da Pola, tre idrovolanti decollati da Parenzo e 20 bombardieri dell’aviazione terrestre). Durante l’attacco è stato colpito anche l’ospedale di San Giovanni e Paolo e sono rimaste uccise 14 persone, e ferite un’altra trentina; un idrovolante austroungarico, il K. 228, è stato abbattuto, ed un altro – l’aereo capo formazione – è stato colpito e costretto ad ammarare, venendo catturato insieme all’equipaggio, tra cui un maggiore ed un colonnello.
Di tutta la formazione italiana, solo l’Orsini riesce a prendere brevemente contatto con le navi nemiche, ma, condotto verso i campi minati nemici, deve rompere il contatto per non finire tra le mine. Il gruppo navale austroungarico, rotto il contatto, rientra alla base senza ulteriori complicazioni.
18-19 agosto 1917
Durante la notte le Squadriglie Cacciatorpediniere «Orsini» ed «Animoso», sotto il comando del contrammiraglio Mario Casanuova Jerserinch (comandante della Divisione Alto Adriatico), e la Squadriglia Cacciatorpediniere «Carabiniere» escono da Venezia per fornire appoggio ad una squadriglia di torpediniere (al comando del capitano di corvetta Aiello) ed ai MAS 17, 19 e 22 (al comando del capitano di fregata Costanzo Ciano, capoflottiglia), incaricati di scortare i monitori britannici Earl of Petersburg e Sir Thomas Picton i quali sono diretti a Mula di Muggia (al largo di Grado) per bombardare con le loro artiglierie le posizioni austroungariche dell’Ermada, in appoggio alle truppe di terra italiane impegnate nell’undicesima battaglia dell’Isonzo, iniziata due giorni prima. I due monitori britannici, ancoratisi nei punti prestabiliti, bombardano gli obiettivi assegnati dalle 15 alle 17, sparando un totale di 54 colpi da 305 mm contro Quota 279 e le doline dell’Ermada, protetti dalla squadriglia torpediniere del capitano di corvetta Aiello, dalla Squadriglia MAS di Venezia, dai MAS di Grado e dalla V Squadriglia Torpediniere del capitano di corvetta Farina, nonché da idrovolanti ed aerei da caccia (altri aerei vengono usati per la direzione del tiro). Nel mentre, le squadriglie cacciatorpediniere «Orsini» ed «Animoso» (sotto il comando del contrammiraglio Casanuova, imbarcato sull’Animoso) vigilano al largo contro eventuali attacchi da parte di navi di superficie austroungariche, che tuttavia non escono da Pola.
29 settembre 1917
L’Orsini (caposquadriglia, capitano di fregata Cesare Vaccaneo) lascia Venezia alle 21.45 insieme ad Abba (capitano di corvetta Comito), Acerbi (capitano di corvetta Vannutelli) e Stocco (capitano di corvetta Poggi), che con esso compongono la squadriglia «Orsini», all’esploratore Sparviero (al comando del capitano di vascello Ferdinando di Savoia-Genova, principe di Udine, e con a bordo il contrammiraglio Mario Casanuova Jerserinch, capo formazione) ed alla squadriglia cacciatorpediniere «Audace» (AudaceArdenteArdito) per dare appoggio a dieci velivoli Caproni del Regio Esercito inviati a bombardare Pola, oltre che a seguito dell’avvertimento da parte dei servizi segreti che un’operazione austroungarica è in corso. L’attacco italiano, infatti, è pressoché contemporaneo ad un’analoga iniziativa austroungarica, che vede una squadriglia di cinque idrovolanti della k.u.k. Kriegsmarine effettuare un’incursione contro la base aerea di Ferrara, nella quale viene incendiato il dirigibile M 8 della Regia Marina. Anche questo bombardamento fruisce di una forza navale d’appoggio, segnatamente i cacciatorpediniere austroungarici TurulVelebitHuszár e Streiter e le torpediniere TB 90FTB 94FTB 98M e TB 99M: uscite da Pola, le navi austroungariche hanno guidato (proiettando periodicamente, verso l’alto, una specie di “freccia” visibile ai velivoli) gli idrovolanti fin nei pressi di Punta Maestra, nel Delta del Po. Ora, concluso il bombardamento, stanno rientrando alla base a tutta forza.
La formazione italiana, che già dal tramonto era radunata all’ancora alle boe a nord di Porto Levante in attesa dell’ordine di partenza (impartito dall’ammiraglio Casanuova alle 21.45, in seguito alla ricezione di un radiotelegramma convenzionale che annuncia l’incursione aerea sull'aeroporto di Ferrara), viene informata dell’incursione nemica su Ferrara e dirige perciò su Rovigno a 22 nodi, con l’intento di intercettare le navi austroungariche che, tornando alla base, dovrebbero verosimilmente passare al largo della cittadina istriana. Alle 22.03 la previsione si rivela esatta, in quanto lo Sparviero – che procede in testa alla formazione, seguito in linea di rilevamento dai cacciatorpediniere – avvista navi sconosciute ad una distanza di circa due miglia, al largo del Delta del Po, ed alle 22.05 entrambe le formazioni, mentre scende la sera, aprono un intenso fuoco da 2000 (o 3000) metri di distanza ed iniziano il combattimento.
L’azione, condotta mentre le navi procedono a tutta forza, si frammenta in vari scontri minori combattuti tra singole unità a distanza non superiore a 1000 o 2000 metri; lo Sparviero accelera fino a 30 nodi, continuando a sparare, e riduce le distanze a 2000-3000 metri, e mentre il gruppo austroungarico più avanzato viene ingaggiato dalle unità di testa formazione italiana, lo Stocco e l’Acerbi attraversano la linea austroungarica, tagliando in due la formazione, ed attaccando con cannone e siluro le quattro o cinque navi nemiche che formano il gruppo di poppa, col quale serrano le distanze fino a 1000-2000 metri. Il tiro delle unità austroungariche, che utilizzano proiettili illuminanti e sono in condizioni favorevoli di luce grazie alla loro posizione, si concentra sullo Sparviero, la più grande delle navi italiane, che viene infatti colpito da cinque proiettili; l’ammiraglio Casanuova decide pertanto di aumentare la distanza, assumendo rotta parallela a quelle delle unità avversarie per cercare di sopravanzarle, aggirarle e tagliar loro la via di fuga verso la costa istriana. Anche da parte austroungarica si sono avuti dei danni: il Velebit, seriamente danneggiato dal tiro italiano, esce di formazione, seguito dallo Streiter che gli presta assistenza. Secondo la versione italiana, alle 22.30 le unità austroungariche riescono a distanziarsi dagli inseguitori italiani (rispetto ai quali hanno assunto rotta divergente); cessato il fuoco, accostano a sinistra e si dileguano nell’oscurità. Lo Sparviero continua per un poco a procedere verso nord, sperando di riuscire a riprendere contatto col nemico, interponendosi tra esso e la costa dell’Istria; ma dopo un po’, ritenendo pericoloso continuare l’inseguimento col solo e danneggiato Sparviero (i cacciatorpediniere, meno veloci, sono rimasti indietro), l’ammiraglio Casanuova riduce la velocità per consentire ai cacciatorpediniere di raggiungerlo.
Ormai lo scontro è pressoché concluso; alle 22.45 le navi italiane, guidate dallo Sparviero (che apre il fuoco contro le unità di coda della formazione austroungarica), riprendono fugacemente contatto col nemico in mezzo ai campi minati difensivi austroungarici antistanti Parenzo (in questo frangente la TB 98M viene colpita con una vittima a bordo), per poi perderlo definitivamente dopo pochi minuti. Casanuova ritiene inutile e pericoloso proseguire la ricerca di un nemico evanescente di notte, lungo la costa istriana, in acque minate.
Secondo la versione austroungarica, lo Sparviero subisce seri danni perché colpito cinque volte (con tre feriti tra l’equipaggio) e lascia la linea di combattimento, e viene colpito anche l’Orsini (l’unità che segue lo Sparviero nella formazione), dopo di che l’Ardito, seguito da Stocco ed Acerbi, taglia la scia della formazione nemica ed apre il fuoco da 1000-2000 metri (lo scontro sarebbe iniziato ad una distanza di circa 3000): viene colpito lievemente l’Huszár, mentre il Velebit incassa diversi colpi, con l’inutilizzazione degli apparati di governo ed un incendio a bordo. Due altre unità austroungariche, il Turul e la TB 94F, riportano danni da schegge. Poi le unità italiane cessano il fuoco e si allontanano. Il Velebit viene poi preso a rimorchio dallo Streiter, ritirandosi verso la protezione offerta dai campi minati di Parenzo, ma in quel momento arrivano due cacciatorpediniere italiani che serrano le distanze ad un chilometro; questi però si ritirano quando sono fatti a segno del tiro concentrato dello Streiter, del Velebit e delle quattro torpediniere, frattanto accorse dopo aver visto le vampe e sentito il rumore delle cannonate. (Gli orari riferiti da un’altra fonte sono molto differenti, forse basati fu fonti austroungariche: il primo scontro sarebbe cessato alle 00.30, il secondo sarebbe iniziato alle 00.45 protraendosi per pochi minuti). Le navi austroungariche fanno ritorno a Pola, dove lo Streiter necessiterà di un mese di riparazioni.
Il comandante Vaccaneo dell’Orsini verrà decorato per quest’azione con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare ("Comandante di squadriglia di cacciatorpediniere, con ardimento e perizia guidava le unità dipendenti in un prolungato combattimento notturno dando, sotto l’intenso fuoco nemico, bell’esempio di alte virtù militari").

L’Orsini in entrata a Brindisi nel 1917 (Coll. E. Occhini, da “Storia Militare” n. 181/ottobre 2008, via Marcello Risolo e www.naviearmatori.net)

Ottobre 1917
L’Orsini, insieme ai gemelli Giovanni Acerbi, Giuseppe Sirtori e Francesco Stocco, forma la V Squadriglia Cacciatorpediniere, di base a Venezia.
In questo periodo presta servizio sull’Orsini il guardiamarina (poi sottotenente di vascello) Aimone di Savoia-Aosta, duca di Spoleto, cugino di re Vittorio Emanuele III e futuro ammiraglio. Questi sbarcherà dall’Orsini a sua domanda il 10 novembre 1917, per seguire un corso presso la Scuola di Aviazione di Taranto ed essere poi destinato sugli idrovolanti.
Fine ottobre/Novembre 1917
Dopo la ritirata di Caporetto ed il ripiegamento fino al Piave, la squadriglia «Orsini», passata alle dirette dipendenze della Divisione Alto Adriatico (contrammiraglio Mario Casanuova Jerserinch), viene incaricata inizialmente di effettuare delle crociere per la protezione dei pontoni armati Alfredo Cappellini e Faà di Bruno, incagliatisi il 27 ottobre tra Caorle e Cortellazzo (a causa del forte vento di scirocco) durante il trasferimento a rimorchio da Grado a Venezia; poi, disincagliati e trasferiti altrove i due pontoni, la squadriglia viene impiegata per missioni di ricognizione avanzata lungo la costa dell’Istria, e successivamente viene incaricata di battere d’infilata le linee austroungariche sul Piave, con le proprie artiglierie, per rallentare l’avanzata delle forze nemiche. I cacciatorpediniere dovranno altresì contrastare eventuali attacchi da parte delle siluranti austroungariche contro le linee italiane.
16 novembre 1917
Orsini, Stocco, Acerbi (squadriglia «Orsini»), AnimosoArdenteAbba ed Audace (squadriglia «Animoso») escono da Venezia per contrastare il bombardamento navale attuato dalle corazzate costiere austroungariche Wien (capitano di fregata Leopold Huber von Scheibenhain) e Budapest (capitano di vascello Mahoritsch-Ridolfi) contro le batterie d’artiglieria e posizioni italiane a Cortellazzo, vicino alla foce del Piave, in appoggio agli attacchi delle truppe di terra dell’esercito asburgico (che con l’appoggio del tiro navale occupano l’argine sinistro del Vecchio Piave, tra Capo Sile e Cavazuccherina).
Wien e Budapest, partite da Trieste alle sei del mattino con la scorta di undici torpediniere e l’appoggio aereo di tre idrovolanti, sono giunte alle 10.35 davanti a Cortellazzo, ad una decina di chilometri dalla costa, ed hanno aperto il fuoco sull’ala destra dello schieramento italiano (in particolare le batterie e le posizioni tenute dalla Brigata Marina), venendo prontamente controbattute dalle artiglierie di terra e dall’aviazione italiana (ad un primo attacco con sette aerei ne seguono altri due con due idrovolanti). Non appena viene ricevuto l’allarme, il Comando in Capo di Venezia fa uscire in mare i citati cacciatorpediniere italiani, insieme ai MAS 9, 13 e 15 (il MAS 9 deve però tornare indietro per avaria) ed ai sommergibili F 11 e F 13. Alle 11.52 le due corazzate costiere cessano il tiro per non interferire con le proprie truppe di terra e si allontanano brevemente, poi si riportano a tiro alle 13.30 (dopo aver avvistato cinque cacciatorpediniere italiani), e riaprono il fuoco alle 13.35. (Secondo una fonte di incerta attendibilità, Wien e Budapest avrebbero interrotto il bombardamento ed iniziato a ritirarsi verso Trieste proprio in seguito all’avvistamento dei cacciatorpediniere, credendo che questi fossero l’avanguardia di una squadra italiana di navi maggiori; ma poi i cacciatorpediniere, a causa della ricezine di un messaggio errato, avrebbero invertito la rotta per rientrare a Venezia, e le navi austroungariche sarebbero allora tornate davanti a Cortellazzo, riprendendo il bombardamento).
I cacciatorpediniere italiani, in base agli ordini ricevuti, si portano a ponente del luogo dell’azione per dare protezione ai MAS 13 e 15 (al comando rispettivamente del capitano di fregata Costanzo Ciano e del tenente di vascello Luigi Berardinelli), che nonostante l’intenso tiro delle navi nemiche si avvicinano fino a 800-900 metri dalle corazzate (per altra fonte 1500 metri, per altra appena 600-900 metri) e lanciano contro di esse i loro siluri, per poi sfuggire all’inseguimento delle torpediniere austroungariche. (Per altra fonte, invece, risulterebbe che mentre i MAS conducevano il loro attacco i cacciatorpediniere stavano tornando verso il Lido di Venezia, a causa di un errore nella trasmissione di un segnale). I siluri non vanno a segno, ma quest’azione, insieme agli attacchi aerei – idrovolanti italiani sganciano bombe da un migliaio di metri di quota – ed a quelli effettuati dai sommergibili F 11 e F 13, nonché alla vivace reazione della batteria Bordigioni di Cortellazzo, contribuisce a disturbare il bombardamento navale, sino al ritiro delle due corazzate (delle quali la Wien è stata colpita sette volte da cannonate nelle sovrastrutture, subendo altresì “parecchie falle prodotte da schegge”, mentre la Budapest ha ricevuto un colpo sotto la linea di galleggiamento, che non ha però penetrato la corazza), che alle 14.30 cessano il fuoco e fanno rotta su Trieste, dove arrivano alle 18.35. Le corazzate italiane Emanuele Filiberto ed Ammiraglio di Saint Bon, fatte uscire da Venezia, non riescono a prendere contatto col nemico, ormai ritiratosi.
18 novembre 1917
Le squadriglie cacciatorpediniere «Orsini» (capitano di fregata Vaccaneo) ed «Animoso» (capitano di fregata Arturo Ciano) bombardano a più riprese le truppe e le linee austroungariche a Grisolera, protette al largo dagli esploratori che si tengono pronti ad intervenire contro possibili attacchi di navi di superficie austroungariche uscite da Trieste.
19 novembre 1917
Orsini (caposquadriglia), SirtoriStocco ed un altro cacciatorpediniere, l’Ardito, bombardano con i loro cannoni da 102 mm le linee austroungariche tra Caorle e Revedoli (sul fronte del Piave), sparando in totale 400 colpi (per altra fonte, cento colpi per pezzo), in appoggio alle operazioni delle forze di terra sul Basso Piave.
20 novembre 1917
Altro bombardamento navale, stavolta contro le linee austoungariche della zona paludosa di Grisolera (oggi Eraclea), vicino alla foce del Piave.
23 novembre 1917
Altra azione di cannoneggiamento contro le posizioni nemiche di Grisolera, con l’impiego di otto cacciatorpediniere. La reazione delle batterie costiere e degli aerei austroungarichi è del tutto inefficace.
28 novembre 1917
Orsini, SirtoriStocco, Acerbi, AnimosoArdenteArditoAbba ed Audace, unitamente agli esploratori Aquila e Sparviero, lasciano Venezia e – in cooperazione con idrovolanti da ricognizione – si mettono alla ricerca di una formazione navale austroungarica che ha appena compiuto un attacco contro le coste italiane. I gruppi nemici sono due: i cacciatorpediniere austroungarici TriglavReka e Dinara e le torpediniere TB 787986 e 90 hanno cannoneggiato e danneggiato seriamente un treno merci e le linee ferroviaria e telegrafica alle foci del Metauro, causandone la temporanea interruzione (e venendo poi indotti alla ritirata dalla reazione del treno armato n. 3 inviato da Senigallia, anche se il suo tiro non è molto accurato), mentre i cacciatorpediniere DiklaStreiter ed Huszar e quattro torpediniere, formando un secondo gruppo, hanno infruttuosamente attaccato dapprima Porto Corsini, venendo messi in fuga dall’immediata reazione delle batterie costiere, e poi Rimini, dove sono stati parimenti respinti dalla decisa reazione del treno armato n. 6. I due gruppi austroungarici, riunitisi in uno solo, stanno rientrando alle basi, attaccati più volte da idrovolanti. Le navi italiane arrivano in vista di quelle nemiche solo quando queste ormai si trovano al largo di Capo Promontore, troppo vicino a Pola, principale base delle K.u.K. Kriegsmarine, così che devono lasciar perdere l’inseguimento.
19 dicembre 1917
Su ordine del Comando in Capo di Venezia, la Squadriglia Cacciatorpediniere «Orsini» esce da Venezia insieme alle corazzate Emanuele Filiberto ed Ammiraglio di Saint Bon (al comando del contrammiraglio Mario Casanuova Jerserinch), agli esploratori Aquila e Sparviero, alle squadriglie di siluranti del capitano di vascello Carlo Pignatti di Morano ed a cinque MAS (al comando del capitano di fregata Costanzo Ciano) per attaccare una formazione navale austroungarica – corazzata Arpad, corazzata costiera Budapest, esploratore Admiral Spaun, scortati da due squadriglie di cacciatorpediniere e numerose siluranti, dragamine e sommergibili –  che poco dopo le nove del mattino si è presentata davanti a Cortellazzo, aprendo il fuoco con i cannoni di grosso calibro sulle linee italiane. Il bombardamento navale è stato preceduto da un volo di ricognizione di due idrovolanti austroungarici, intorno alle otto del mattino, e dall’apertura del fuoco da parte delle artiglierie di terra alle nove; vengono anche compiuti dei tentativi di sbarco sui fianchi delle linee italiane. Dopo tre quarti d’ora di cannoneggiamento, le navi austroungariche cessano il fuoco e se ne vanno; quando la divisione navale italiana salpata da Venezia (l’ordine di partenza è stato dato non appena è arrivata notizia dell’attacco) giunge sul posto, non le trova più. Non essendoci più un nemico da combattere sul mare, gli esploratori italiani bombardano a loro volta le posizioni austroungariche di Grisolera e della foce del Nuovo Piave, con una certa efficacia.
10 febbraio 1918
Secondo qualche fonte, l’Orsini sarebbe stato tra i cacciatorpediniere che diedero appoggio all’incursione di tre MAS contro il naviglio austroungarico all’ancora nella baia di Buccari, nel Golfo del Quarnaro (poco a sudovest di Fiume), incursione che – famosa per la partecipazione di Gabriele D’Annunzio, che lanciò bottigliette con messaggi di scherno rivolti alla flott austroungarica – divenne poi nota come la «beffa di Buccari».
Primavera 1918
L’Orsini riceve per breve tempo una livrea mimetica sperimentale, costituita da bande inclinate ondulate probabilmente di colore grigio scuro, su sfondo grigio azzurro o cenerino chiaro. La Regia Marina sta infatti effettuando una serie di esperimenti di mimetizzazione di varie sue unità (principalmente cacciatorpediniere), volti a verificare l’efficacia della mimetizzazione, che la Royal Navy ha già adottato da qualche tempo (secondo una fonte, l’Orsini sarebbe stata la prima nave da guerra italiana ad adottare una colorazione mimetica). Già nell’ottobre 1918, l’Orsini sarà tornato alla normale colorazione grigia.
Aprile 1918
Assume il comando dell’Orsini e dell’omonima squadriglia cacciatorpediniere il capitano di corvetta (poi promosso capitano di fregata per merito di guerra) Domenico Cavagnari, futuro capo di Stato Maggiore della Marina.

Domenico Cavagnari, comandante dell'Orsini nel 1918-1919 e futuro "padre-padrone" della Marina negli anni Trenta (USMM)

8-9 aprile 1918
L’Orsini ed altre siluranti escono in mare nottetempo per fornire supporto ad un tentativo di attacco della base austroungarica di Pola mediante i “barchini saltatori” (siluranti) «Grillo», «Locusta», «Pulce» e «Cavalletta». Alle 18 le torpediniere costiere 13 OS14 PN15 OS16 OS18 OS46 OS e 48 OS escono da Malamocco rimorchiando i MAS 95 e 96 ed i quattro “barchini saltatori”, ma l’operazione viene interrotta perché il convoglio procede troppo lentamente, e non risulta possibile arrivare in tempo utile agli sbarramenti di Pola; la 13 OS (con un “barchino” a rimorchio) rientra alle 3 del 9 aprile, seguita dalle altre torpediniere con i relativi rimorchi alle 5.30.
12-13 aprile 1918
Seconda uscita notturna per attaccare Pola con i “barchini saltatori”, stavolta solo «Pulce» (al comando del tenente di vascello Alberto Da Zara) e «Cavalletta» (al comando del tenente di vascello Mario Pellegrini), sotto la direzione del capitano di vascello Carlo Pignatti di Morano, coadiuvato dal parigrado Costanzo Ciano. L’Orsini partecipa alla spedizione con la squadriglia «Orsini», che forma insieme ai tre gemelli; prendono inoltre parte all’operazione anche gli esploratori Aquila e Sparviero, la Squadriglia Cacciatorpediniere «Animoso» (AnimosoAbbaArdenteAudace), le torpediniere 13 OS16 OS e 18 OS (avente a bordo Ciano, Pignatti di Morano ed anche il poeta Gabriele D’Annunzio) ed i MAS 95 e 96. Alle 16 del 12 aprile le torpediniere, al comando del capitano di corvetta Matteo Spano, lasciano la Giudecca, ed alle 17.30 escono dal Passo di Spignon ed imboccano la rotta di sicurezza sud (la 18 OS rimorchia i due MAS, mentre 13 OS e 16 OS rimorchiano rispettivamente «Pulce» e «Cavalletta», seguendo rotta vera 103°.
Alle 00.53 del 13 aprile viene mollato il rimorchio, ed i due MAS e i due barchini (Ciano, Pignatti di Morano e D’Annunzio sono trasbordati sul MAS 95) proseguono da soli verso Pola. Verso le due, anche i MAS si fermano, lasciando proseguire i due barchini. Alle 3.53, però, i comandanti di «Pulce» e «Cavalletta» si rendono conto che neanche stavolta riusciranno a raggiungere le ostruzioni prima dell’alba; quindi, per non destare sospetti nel nemico facendosi vedere con le loro imbarcazioni, tornano indietro. Alle 5.15 avviene l’incontro con i MAS, che li prendono a rimorchio per riportarli a Venezia; dopo non molto, però, il rimorchio si spezza, e viene deciso di autodistruggere «Pulce» e «Cavalletta» per evitare che la ricognizione austroungarica – essendo ormai sorto il sole – li possa avvistare ed intuirne la destinazione d’uso, prendendo contromisure che vanificherebbero nuovi tentativi. Il personale viene trasferito sui MAS, dopo di che i due “barchini saltatori” vengono autoaffondati a colpi d’accetta e con il brillamento di cariche esplosive.
Intanto il Gruppo Esploratori e Cacciatorpediniere, di cui fa parte l’Orsini, dopo essere uscito dal Passo di Lido durante la notte ha svolto regolarmente la sua missione; alle 7.30 esso incontra al largo di Punta Mastra le torpediniere ed i MAS. Durante la manovra di trasbordo di Ciano, Pignatti di Morano e D’Annunzio dal MAS 95 alla 18 OS, la formazione viene attaccata da idrovolanti austroungarici, che sganciano bombe sui cacciatorpediniere, che si trovano poco distanti dalle torpediniere; nessuna nave viene colpita, ed alle 8 la formazione dirige per Venezia, dove giunge indenne.
Si decide di replicare l’operazione nella fase priva di luna del mese seguente, con un solo barchino.
22 aprile 1918
La squadriglia «Orsini» viene fatta salpare da Venezia a protezione delle torpediniere costiere 46 OS e 52 AS, inviate a soccorrere l’idrovolante L. 5 che, attaccato da due aerei da caccia austroungarici mentre rientrava da un attacco contro naviglio nemico al largo della costa istriana, è stato colpito in un motore e costretto ad ammarare. A bordo dell’aereo è rimasto il pilota Agnesi, mentre l’osservatore (sottotenente di vascello D’Orso) è stato recuperato da altri due idrovolanti della squadriglia, L. 2 e L. 3, ammarati nei pressi del relitto (il mare burrascoso ha impedito loro di recuperare anche Agnesi). Quando però due idrovolanti italiani, inviati anch’essi in soccorso del pilota, giungono sul luogo del sinistro, scoprono che sono stati preceduti da un cacciatorpediniere austroungarico: l’aereo ammarato è stato catturato e sta venendo rimorchiato verso Pola, il pilota è stato fatto prigioniero. Di conseguenza, sia le torpediniere (già arrivate a 15 miglia da Rovigno) che la Squadriglia «Orsini» vengono richiamate alla base.
6-7 maggio 1918
Altra uscita di notte a supporto di un nuovo tentativo di attacco di Pola con il «Grillo», pure interrotta.
9-10 maggio 1918
Nuovo tentativo notturno d’attacco a mezzo «Grillo» a sua volta cancellato.
11-12 maggio 1918
Ennesima uscita notturna in appoggio ad un altro attacco abortito del «Grillo» contro Pola.
13-14 maggio 1918
Alle 17.30 del 13 Orsini (caposquadriglia), SirtoriStoccoAcerbi ed Animoso salpano da Venezia insieme alle torpediniere costiere 9 PN e 10 PN ed ai MAS 95 e 96 (questi ultimi due al comando del tenente di vascello Alfredo Berardinelli) per dare appoggio ad un altro tentativo di attacco del «Grillo» contro Pola: l’operazione, decisa dal viceammiraglio Paolo Marzolo (Comandante in Capo della Piazza Marittima di Venezia), è affidata al capitano di fregata Costanzo Ciano, ispettore e comandante superiore dei MAS, imbarcato sulla 9 PN insieme al capitano di vascello Cesare Vaccaneo (comandante della Flottiglia Torpediniere) ed al capitano di fregata Tista Scapin (comandante della Flottiglia MAS di Venezia). I cacciatorpediniere hanno compiti di vigilanza a distanza.
Torpediniere e MAS mollano gli ormeggi alle 16.40; la 10 PN rimorchia il «Grillo» (al comando del capitano di corvetta Mario Pellegrini e con equipaggio composto dal secondo capo torpediniere Antonio Milani, dal marinaio scelto Francesco Angelino e dal fuochista scelto Giuseppe Corrias). Alle 17.27 le quattro unità superano il Passo di Spigon, alle 20 raggiungono Punta Maestra e fanno rotta per Capo Promontore, ed alle 23.42 la 9 PN prende a rimorchio i due MAS, dirigendosi verso Punta Cristo.
Nel mentre, Orsini, SirtoriStoccoAcerbi ed Animoso (nave di bandiera del capo flottiglia, capitano di vascello Giovannini) escono dal Passo di Lido prima di mezzanotte e dirigono per Punta Maestra lungo le rotte meridionali, dopo di che fanno rotta per Capo Promontore; al contempo MissoriArdenteArdito e La Masa si tengono pronti per intervenire di rinforzo a mezzanotte.
All’una del 14 maggio le torpediniere mollano i rimorchi, ed i comandanti Ciano e Scapin trasbordano sul MAS 95; all’1.15 MAS e «Grillo» si dirigono verso l’imbocco della rada di Pola, mentre le due torpediniere si allontanano verso la zona di crociera loro assegnata. Alle 2.18, arrivata la formazione nel punto prestabilito (a 1300 metri dalla diga di Pola), i MAS si separano dal barchino, ed alle 3.16 inizia l’attacco del «Grillo»: il mezzo d’assalto mette il motore alla massima forza e scavalca la prima ostruzione alle 3.25, ma nel farlo viene scoperto e fatto segno ad intenso fuoco di fucili, mitragliere ed anche un cannoncino; nondimeno prosegue e riesce a scavalcare altre tre ostruzioni, ma mentre cerca di superare la quinta viene illuminato da un proiettore ed attaccato anche da un’imbarcazione armata di vigilanza. Essendo impossibile proseguire, il tenente di vascello Pellegrini avvia le manovre per l’autodistruzione ed al contempo tenta di lanciare i siluri, dal punto in cui si trova, verso l’interno del porto; in quel momento, tuttavia, il «Grillo» viene colpito in pieno da una cannonata che ne provoca l’immediato affondamento. Il suo equipaggio è catturato (uno dei quattro uomini, il marinaio Angelino, è ferito ad un braccio, gli altri sono rimasti più o meno illesi).
Alle 3.25, frattanto, i MAS e le torpediniere osservano due fiammate rossastre levarsi da Pola, seguite alle 3.27 dall’accensione dei riflettori interni della rada e dalle vampe dei cannoni. Alle 3.30 MAS 95 e 10 PN avvistano un razzo Very separatore (che dovrebbe segnalae l’affondamento di una corazzata classe Viribus Unitis: questo, insieme alle esplosioni, indurrà inizialmente a ritenere che l’attacco abbia avuto successo) seguito da un Very verde, segnale concordato con Pellegrini per indicare l’affondamento del «Grillo», ed alle 3.35 anche i proiettori foranei di Pola si accendono, illuminando i MAS; le batterie costiere iniziano a tirare nella loro direzione. Le piccole unità si ritirano sotto il fuoco nemico, senza riportare danni (neanche quando, alle 3.40, i fasci dei proiettori convergono su di loro, attirando un tiro particolarmente concentrato di diverse batterie), ricongiungendosi ai cacciatorpediniere del gruppo di supporto alle 5 del 14 per poi fare ritorno alla base.


Due foto dell’Orsini scattate da bordo della corazzata Sardegna, intenta nella manovra di ormeggio alle boe antistanti i giardini di Sant’Elena a Venezia, nella primavera del 1918. Il cacciatorpediniere è pitturato con una colorazione mimetica sperimentale a bande inclinate con bordi ondulati, verosimilmente di colore grigio scuro su fondo grigio azzurro o cenerino chiaro; dei tre fumaioli solo quello centrale è mimetizzato, e con strisce inclinate in modo opposto rispetto a quelle dello scafo, al probabile scopo di rendere difficile il telemetraggio. Questa livrea fu abbandonata dopo poco tempo, tanto che queste sono due delle sole tre foto esistenti dell’Orsini con tale colorazione (g.c. STORIA militare)


8 giugno 1918
L’Orsini, lo Stocco, l’Acerbi, il Missori, il La Masa e l’Audace salpano da Venezia alle 22.30 per dare appoggio ad un’incursione dei MAS 94 e 95 (al comando del capitano di fregata Tista Scapin), partiti alle 18.15 dalla Pagoda di Lido a rimorchio delle torpediniere costiere 3 PN e 12 PN (capitano di corvetta Bonaldi), contro la flotta austroungarica nelle acque antistanti Pola. MAS e torpediniere procedono a 16 nodi sulle rotte di sicurezza fino alla boa di Punta Maestra, indi (20.30) proseguono verso Capo Promontore; intorno a mezzanotte viene mollato il rimorchio ed i due MAS, spinti dai motori elettrici, si portano all’agguato sulla rotta di sicurezza che da Pola porta verso sud. All’1.30 del 9 giugno le due torpediniere costiere sparano due razzi Very di segnalazione per attirare l’attenzione dei nemici: l’idea è che un’aliquota di navi austroungariche esca da Pola per attaccarle, così cadendo nell’agguato dei due MAS che le aspettano poco fuori, acquattati nel buio; subito dopo, i cacciatorpediniere italiani in attesa al largo le impegnerebbero in combattimento. Il piano fallisce, perché da Pola nessuno sembra accorgersi dei razzi: nessuna nave nemica lascia il porto. Alle 2.45, pertanto, MAS e torpediniere iniziano la navigazione di ritorno verso Venezia, alla velocità di 20 nodi.
Proprio il giorno successivo a questo infruttuoso agguato pianificato, la corazzata Szent Istvan, una delle più moderne e potenti unità della Marina asburgica, sarà silurata e affondata da un altro MAS – il MAS 15 di Luigi Rizzo – in seguito ad un incontro pressoché casuale.
2 luglio 1918
All’una di notte del 2 luglio Orsini, SirtoriStoccoAcerbiAudace ed altri due cacciatorpediniere, il Giuseppe Missori ed il Giuseppe La Masa, salpano a Venezia per dare appoggio a distanza ad un’azione di bombardamento e sbarco simulato tra Cortellazzo e Caorle. I cacciatorpediniere sono divisi in due squadriglie: «Orsini», formata da Orsini (capitano di fregata Domenico Cavagnari, caposquadriglia), Sirtori (capitano di corvetta Mercalli), Stocco (capitano di corvetta Bonaldi) ed Acerbi (capitano di corvetta Guido Po); e «Missori», formata da Missori (capitano di fregata Bellavita, caposquadriglia), La Masa (capitano di corvetta Viale) ed Audace (capitano di corvetta Starita), il tutto sotto il comando del capitano di vascello Giovannini, capo flottiglia. A copertura della formazione ci sono in agguato tre sommergibili (uno nel Golfo di Trieste, un altro tra Rovigno e San Giovanni in Pelago, un altro ancora a sud di Capo Promontore) e due MAS (MAS 9MAS 91, ad ovest di Capo Compare, appoggiati dalle torpediniere 4 PN e 16 OS).
L’operazione vede le torpediniere costiere 64 PN65 PN66 PN40 OS e 48 OS, appoggiate dalle torpediniere d’alto mare Climene e Procione, procedere a lento moto tra Cortellazzo e Caorle bombardando le retrovie austroungariche (specialmente tra Caorle e Revedoli); un cannoneggiamento “preparatorio” protrattosi per oltre un’ora, che viene seguito da uno sbarco simulato (eseguito dalle torpediniere 15 OS18 OS e 3 PN che rimorchiano alcuni finti pontoni da sbarco) per distogliere l’attenzione delle forze nemiche, indirizzandola nel settore dello sbarco, e così favorire l’avanzata di quelle italiane. Il bombardamento e lo sbarco simulato hanno infatti lo scopo di attirare il tiro delle artiglierie austroungariche verso il mare, in modo da agevolare la pianificata e contemporanea avanzata delle truppe del Reggimento Marina e del 64° e 65° Reggimento Bersaglieri nei settori contigui del fronte del Piave (attacco che viene infatti lanciato alle sei del mattino del 2 luglio); le torpediniere del finto convoglio da sbarco, insieme a rimorchiatori e pontoni armati, si portano sottocosta ed attirano su di sé un violento fuoco nemico, mentre marinai e bersaglieri vanno all’attacco, ottenendo tuttavia guadagni territoriali piuttosto limitati a causa del terreno sfavorevole (boscoso e acquitrinoso, con vegetazione alta e molti casolari, che rende difficile l’avanzata di grandi unità e la determinazione degli obiettivi per l’artiglieria) e della forte reazione delle mitragliatrici nemiche. L’operazione fa parte di una più vasta azione offensiva intrapresa dalla III Armata sul Piave, da Intestadura al mare, iniziata il 2 luglio e che entro il 6 luglio porterà alla riconquista del territorio compreso tra il Piave ed il tratto di Sile chiamato Piave Vecchio.
A supporto delle diverse formazioni in mare operano alcune squadriglie di idrovolanti, una delle quali guidata dal sottotenente di vascello Aimone di Savoia, avente come osservatore incaricato di fare segnalazioni sul tiro il tenente di vascello Accorretti.
Nel corso di questa operazione, i cacciatorpediniere italiani s’imbattono negli austroungarici Csikós e Balaton e nelle torpediniere TB 83F e la TB 88F, partite da Pola nella tarda serata del 1° luglio per supportare un’incursione aerea su Venezia e giunte in zona dopo aver superato l’attacco di un MAS – che ha infruttuosamente lanciato un siluro contro il Balaton, che ha una caldaia guasta, il che rallenta la formazione – all’alba del 2 luglio.
Le unità italiane stanno incrociando ad una decina di miglia dalla costa di Cortellazzo, in condizioni di cielo quasi sereno ma leggermente fosco all’orizzonte (la luna è sorta da poco) e mare abbastanza calmo con brezza da scirocco, quando avvistano due “globi luminosi bianchi” scendere dall’alto a forte distanza per poi spegnersi, dopo di che avvistano anche una lieve nuvola di fumo che va facendosi via via più nitida. Alle 3.05 vengono avvistate le sagome delle quattro navi nemiche, ed alle 3.23 (per altra fonte, le 3.10) l’Orsini apre il fuoco per primo, seguito dagli altri cacciatorpediniere della sua squadriglia, dopo di che anche le siluranti austroungariche – che per una fonte austriaca alle 3.10 avrebbero invece avvistato fumo di diverse navi, al traverso e verso poppa, giungendo poi all’avvistamento – rispondono immediatamente: la distanza è di 4000 metri, in rapida diminuzione. In breve le formazioni contrapposte si trovano a poco più di mille metri l’una dall’altra; la Squadriglia «Missori» poco dopo l’apertura del fuoco si dispiega sulla dritta per avere il campo di tiro libero, dopo di che, quando la Squadriglia «Orsini» accosta a sinistra, ne imita la manovra, formando così un’unica linea di fila. Il tiro nemico risulta presto centrato soprattutto sullo Stocco.
Nel breve scambio di colpi tutte le unità austroungariche, soprattutto il Balaton, subiscono alcuni danni, ma anche lo Stocco viene colpito da due proiettili (uno tra plancia e fumaiolo prodiero, l’altro nella riservetta del cannone n. 3), con alcuni morti e feriti tra l'equipaggio ed un incendio a bordo che lo obbliga a fermarsi (dopo aver evitato due siluri con la manovra), e l'Acerbi si deve fermare per fornire aiuto all’unità gemella; successivamente, soffocate le fiamme quasi del tutto, lo Stocco ritornerà sul luogo dello scontro per cercare di unirsi nuovamente al combattimento. Secondo una fonte, da parte italiana anche l’Orsini sarebbe stato danneggiato nello scontro. Il Balaton, centrato più volte in coperta a prua, si porta in posizione più avanzata e successivamente ripiega verso Parenzo, mentre MissoriAudace e La Masa combattono contro il Csikós e le due torpediniere, rimaste indietro: da entrambe le parti si lanciano infruttuosamente siluri, mentre il Csikós viene colpito da un proiettile nel locale caldaie poppiero ed anche le due torpediniere ricevono un colpo ciascuna. Alle 3.40, perso reciprocamente di vista l’avversario, le due parti cessano il fuoco; le unità italiane si allontanano per riprendere il loro ruolo, mentre quelle austroungariche accostano per allontanarsi e rientrano a Pola.
Per quest’azione, il comandante Cavagnari verrà decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare (motivazione: "In numerose missioni di guerra in vicinanza di costa nemica e sotto le offese nemiche, dava prova di ardimento, abilità, sprezzo del pericolo, sempre ottenendo splendidi risultati. In un combattimento notturno, comandante di squadriglia di cacciatorpediniere e della unità capofila, prese l’iniziativa del fuoco contro il nemico e lo mantenne con la massima intensità pur essendo fatto bersaglio in modo speciale dall’intero gruppo delle siluranti avversarie: inutilizzate temporaneamente alcune caldaie, proseguiva tuttavia sino alla fine del combattimento, dimostrando ardire, energia e prontezza di decisione").
17 luglio 1918
Le Squadriglie Cacciatorpediniere «Orsini» e «Missori» escono in mare per dare appoggio ad un’incursione aerea in grande stile contro le installazioni militari austroungariche della base di Pola. L’incursione – preceduta, durante la notte tra il 16 ed il 17, da un primo attacco compiuto da due dirigibili della Marina, che sganciano 800 kg di bombe sulle opere militari di Brioni Minore, Scoglio Olivi, Arsenale e Torre Orlando – vede la partecipazione di ben 47 bombardieri (20 Caproni dell’Esercito e 27 idrovolanti della Marina decollati da Sant’Andrea) scortati da 41 aerei da caccia (30 della Marina e 11 dell’Esercito); sul mare, fanno da guida e scorta navale cinque torpediniere e due MAS, con l’appoggio delle due citate squadriglie di cacciatorpediniere.
Primi ad attaccare sono i Caproni dell’Esercito, decollati da Padova alle cinque del mattino, in modo da impedire il decollo a contrasto di idrovolanti austroungarici e di intralciare l’osservazione ed il tiro contraereo; subito dopo sganciano le loro bombe gli idrovolanti decollati da Sant’Andrea, scortati dai caccia della 242a Squadriglia di San Nicolò di Lido. Vengono colpite le installazioni militari e la Stazione Idrovolanti di Pola.
1° novembre 1918
L’Orsini fa parte della V Squadriglia Cacciatorpediniere, di base a Venezia, che forma coi gemelli Sirtori, Stocco ed Acerbi. La V Squadriglia forma la Flottiglia cacciatorpediniere di Venezia insieme alle Squadriglie I (ArditoAudaceFrancesco Nullo e Giuseppe Cesare Abba) e III (Nicola Fabrizi, Giuseppe La MasaRosolino PiloGiuseppe Missori).
3 novembre 1918
Secondo qualche fonte, l’Orsini, l’Acerbi e lo Stocco sarebbero stati (insieme ai cacciatorpediniere Rosolino PiloAudaceGiuseppe MissoriGiuseppe La Masa e Nicola Fabrizi e ad alcune torpediniere ed unità minori) tra le unità che il 3 novembre entrarono a Trieste trasportandovi il generale Carlo Petitti di Roreto, il 7° e l’11° Reggimento Bersaglieri ed alcuni membri di reparti speciali, che presero possesso della città in nome dell’Italia. Ciò sembra però alquanto improbabile, risultando temporalmente incompatibile con l’invio di Orsini, Acerbi e Stocco (insieme ad altre due unità) a Fiume, che avvenne quello stesso giorno (vedi sotto).
3-20 novembre 1918
Mentre la prima guerra mondiale sul fronte italiano volge al termine con la vittoria italiana a Vittorio Veneto, l’Orsini, il Sirtori, lo Stocco e l’Acerbi partono da Venezia alle 7 del 3 novembre unitamente all’anziana corazzata Emanuele Filiberto (nave ammiraglia del contrammiraglio Guglielmo Rainer, comandante del gruppo) per raggiungere Fiume, dove tutelare gli interessi italiani e la popolazione italiana della città dai disordini scoppiati dopo il collasso dell’Impero Austro-Ungarico.
Il patto di Londra non ha assegnato Fiume all’Italia, ma alla Croazia (che all’epoca della stipula del patto di Londra, nel 1915, si pensava sarebbe rimasta unita all’Ungheria, non potendo prevedere la nascita di un nuovo Stato jugoslavo), ragion per cui le forze italiane non dovranno occupare la città; il loro invio – che comunque rappresenta anche un tentativo di porre i presupposti per una futura annessione all’Italia, reclamata da buona parte della popolazione – è stato determinato da una richiesta di una delegazione di cinque rappresentanti (divenuti poi noti come gli «Argonauti del Carnaro»: Mario Petris, Giuseppe de’ Maineri, Giovanni Siglich, Attilio Prodam e Giovanni Matcovich) del Consiglio Nazionale Italiano italiano costituitosi a Fiume, che il 2 novembre si sono recati a Venezia – con un periglioso viaggio in motoscafo fino a Trieste attraverso acque insidiate, mentre le ostilità sono ancora in corso, per poi imbarcarsi il 29 ottobre su un piroscafo che li ha portati a Venezia –, presso l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel, capo di stato maggiore della Regia Marina, per chiedere l’intervento della flotta a tutela della popolazione italiana, minacciata dalle milizie croate (capeggiate dal capitano Petar Teslić, e cui i fiumani possono opporre una guardia civica molto meno armata), ed in appoggio al consiglio nazionale italiano.
La popolazione di Fiume (o piuttosto, la sua componente italiana), città multietnica a maggioranza italiana (oltre il 60 %) ma con una notevole minoranza slava (circa il 30 %, soprattutto croati ed in minor misura sloveni), è preoccupata dalla prospettiva dell’annessione al neocostituito Regno dei serbi, croati e sloveni, futura Jugoslavia. In seguito all’abbandono di Fiume da parte della polizia e delle autorità austroungariche (o più precisamente ungheresi, siccome Fiume è da due secoli parte del Regno di Ungheria, del quale rappresenta l’unico sbocco sul mare: il governatore ungherese, Zoltan Jekel-Falussy, ha consegnato i poteri al podestà italiano Antonio Vio, col mandato di trasferirli al Consiglio Nazionale Croato di Sussak), verificatosi il 29 ottobre a seguito di uno scontro tra ungheresi e croati, la città è nel caos: sono scoppiati disordini, si sono costituiti due contrapposti consigli nazionali, uno italiano ed uno croato/jugoslavo (esiste a Fiume, infatti, anche una considerevole minoranza croata, che ammonta a circa un quarto della popolazione), e desta preoccupazione la presenza in città delle truppe dell’ormai ex esercito austroungarico rimaste senza più comandanti o disciplina, e specialmente di quelle di etnia croata, che sono ora passate agli ordini del nuovo regno dei serbi, croati e sloveni che reclama l’annessione di Fiume. Per giunta, collassato lo Stato asburgico e dissoltesi le sue autorità, iniziano a scarseggiare in città persino cibo e medicinali. Il 30 ottobre il Consiglio Nazionale Italiano ha emesso un proclama col quale chiede l’annessione della città all’Italia, in nome del principio di autodeterminazione dei popoli enunciato dal presidente statunitense Wilson (del quale si chiede anche la tutela); nello stesso giorno la sua controparte jugoslava, che fruisce dell’appoggio armato dei soldati croati ex austroungarici (i quali occupano gli uffici dell’amministrazione statale e s’impadroniscono di navi, artiglierie e linee di comunicazione), ha occupato il palazzo del governatore, ed il capo del Consiglio Nazionale jugoslavo ha assunto l’incarico di governatore provvisorio (mentre l’amministrazione comunale rimane in mano al consiglio italiano). I due consigli nazionali, naturalmente, non si riconoscono vicendevolmente alcuna autorità; sulla torre civica sventola la bandiera italiana, sul palazzo del governatore quella croata. Data la delicata situazione relativa al patto di Londra, l’ammiraglio Thaon di Revel ha chiesto specifica autorizzazione per l’invio delle navi a Fiume al presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, cui ha prospettato la possibilità di catturare alcune navi mercantili presenti in tale porto.
La navigazione della divisione navale dell’ammiraglio Rainer è ostacolata dalla fitta nebbia e dalle mine vaganti; a mezzogiorno giunge notizia che tre U-Boote tedeschi, fuggiti da Pola prima della consegna della flotta ex austroungarica alla neonata Jugoslavia, si trovano ora nel golfo di Trieste, pertanto i cacciatorpediniere vengono disposti in formazione protettiva attorno all’Emanuele Filiberto, e s’intensifica la vigilanza da parte delle vedette. Ma non viene avvistata traccia di sommergibili.
La formazione, per via della bassa velocità che deve tenere a causa di nebbia e mine, giunge all’imbocco del Quarnaro quando è già sera, di nuovo con nebbia (dopo una moderata schiarita durante il giorno) e scirocco fresco; i piloti ritengono troppo pericoloso l’attraversamento notturno (notte particolarmente buia, senza luna) del canale della Faresina in tali condizioni (ci sono anche dei campi minati), quindi l’ammiraglio Rainer decide di incrociare in quelle acque fino all’alba. Durante la notte giunge per radio la notizia della firma dell’armistizio di Villa Giusti, e l’annuncio che le ostilità tra Italia e Austria-Ungheria cesseranno per mare, per terra e nell’aria dalle ore 15 del 4. Infine, all’alba del 4 novembre, riprende la navigazione, con lo Stocco in testa, seguito dalla corazzata; la formazione segue la costa istriana, entra nel Quarnaro, attraversa senza incidenti gli stretti minati.
Lungo il percorso, Orsini ed Acerbi vengono distaccati per prendere possesso rispettivamente di Lussino e di Abbazia (le altre tre navi arriveranno invece a Fiume alle 10.30 del giorno stesso, festosamente accolte dalla popolazione italiana della città).
Alle 13.15 (o 18.15) del 4 novembre, qualche ora prima che l’armistizio di Villa Giusti entri formalmente in vigore, l’Orsini, dopo essere passato tra Zabudaki e Punta Bianca, entra nel porto di Lussinpiccolo, capoluogo dell’isola di Lussino (al largo della costa orientale dell’Istria), e ne prende possesso in nome dell’Italia.
A Lussino, come in tante altre località dell’Istria, la situazione è tesa per via dei contrasti tra la componente italiana (che in base al censimento austroungarico del 1910 conta 7588 abitanti nei tre Comuni dell’isola, il 58 % del totale della popolazione dell’isola) e quella croata (che in base al medesimo censimento assomma a 4289 persone, il 33 % del totale): l’una vuole l’annessione al Regno d’Italia (ed ha presentato una petizione in tal senso già il 2 novembre), l’altra al neocostituita Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi divenuto Regno di Jugoslavia). A Lussinpiccolo, il maggiore centro dell’isola, sono in maggioranza gli italiani (il 59,87 % degli 8390 abitanti), così come ad Ossero (il 75,37 % dei 2245 abitanti), mentre a Lussingrande la componente più numerosa è quella croata (il 47,46 % dei 2463 abitanti, mentre gli italiani sono il 35,44 % ed il restante 17,09 % si considera appartenente ad altri gruppi etno-linguistici). A fine ottobre 1918 si sono costituiti sia a Lussinpiccolo che a Lussingrande due contrapposti comitati nazionali, italiano e croato; a Lussinpiccolo il comitato nazionale italiano ha occupato il municipio e proclamato, il 1° novembre, l’unione di Lussino all’Italia, ma nell’isola si trovano ancora numerose truppe ex austroungariche di etnia croata, ora fedeli alla nascente Jugoslavia, e nel porto le navi già asburgiche hanno issato la bandiera del regno dei serbi, croati e sloveni, che sventola anche sui comandi militari ex austroungarici e sulle case di parecchi croati.
L’arrivo dell’Orsini è pertanto accolto festosamente dalla popolazione italiana: il comandante Cavagnari proclama l’annessione dell’isola nel nome del re d’Italia e dichiara alla popolazione: “L’Italia vi ringrazia per la vostra fede”. Sbarca dal cacciatorpediniere un drappello di marinai armati; il 5 novembre il tenente di vascello Angelo Chiari, comandante in seconda dell’Orsini, prende possesso anche del municipio di Lussingrande (dove l’innalzamento del tricolore da parte del comitato nazionale italiano, il 1° novembre, aveva provocato scontri tra italiani e croati).

L’arrivo dell’Orsini a Lussinpiccolo, il 4 novembre 1918 (Coll. Marilena Mancini Mattioli, via “Lussino – Foglio della Comunità di Lussinpiccolo”)

Le tensioni non mancano: per prima cosa un ufficiale croato, già appartenente alla dissolta Marina austroungarica, protesta per l’occupazione italiana; poi – la sera del 4 novembre – entra in porto la torpediniera ex austroungarica TB 82, che batte ora bandiera jugoslava, e che arriva quasi all’incidente con l’Orsini. Il 5 novembre, il comandante della TB 82 fa infatti issare la bandiera jugoslava sul locale forte; contemporaneamente i membri della comunità croata cercano di issare la bandiera jugoslava accanto a quella italiana per dichiarare la sovranità sull’isola della nascente Jugoslavia, ed il giorno seguente i marinai della TB 82 issano tale bandiera sulla loro caserma. Anche il clero croato si oppone all’arrivo degli italiani. Il comandante Cavagnari riuscirà tuttavia a convincere i militari jugoslavi ad ammainare le loro bandiere ed a lasciarsi disarmare; poi li imbarcherà sulla TB 82 e li farà portare a Fiume, il 7 novembre. Risolto anche questo problema, il comandante dell’Orsini può definitivamente affermare la sovranità dell’Italia su Lussino; per questa iniziativa, con la quale ha risolto la difficile situazione evitando uno scontro armato, Cavagnari verrà insignito della croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia (motivazione: "Attraverso lo stretto passaggio fra Zabudaki e punta Bianca penetrava risolutamente col cacciatorpediniere "Orsini" nel porto fortificato e base navale di Lussin Piccolo, in piena efficienza militare, e lo occupava con forze esigue prima dell'entrata in vigore dell'armistizio, dimostrando di possedere qualità di tatto politico, energia e retto discernimento. Compieva anche altra missione da Venezia a Fiume attraverso zone minate mai percorse e sotto la minaccia di sommergibili tedeschi. Lussin Piccolo, 4 novembre 1918").


L’Orsini a Lussinpiccolo a inizio novembre 1918, col ponte gremito di persone: accanto passa la TB 82 (g.c. STORIA militare)


Simili tensioni si verificano anche nella vicina isola di Cherso, dove il locale Comitato Nazionale Italiano (qui però gli italiani sono in minoranza, 2296 a fronte di 5708 croati) richiede l’occupazione italiana denunciando “abusi” da parte della componente croata; il 6 novembre l’Orsini trasmette tale richiesta al contrammiraglio Rainer a Fiume, e quattro giorni dopo verrà infatti inviato a Cherso lo Stocco.
L’8 novembre l’Orsini verrà raggiunto a Lussino dal gemello Acerbi, col quale si alternerà tra Fiume e Lussino nelle settimane successive, e la situazione nell’isola verrà gradualmente “normalizzata” entro il 20 novembre, con l’evacuazione dei forti, il totale disarmo e trasferimento a Fiume di tutti i militari jugoslavi e la confisca di alcuni piroscafi, di un panfilo (l’U 4, già appartenuto all’arciduca Carlo Stefano d’Asburgo) e di quantità di materiale bellico. Il 21 novembre arriva con il Sirtori il capitano di corvetta Riccardo Paladini, nominato comandante militare di Lussino.
Gli scontri tra abitanti italiani e croati di Lussino proseguiranno però ancora per mesi, fino all’8 settembre 1919, quando l’isola verrà ufficialmente annessa all’Italia.

Il Vincenzo Giordano Orsini a Fiume in una foto del 17 novembre 1918 (da www.lokalpatrioti-rijeka.com)

Ancora l’Orsini, a destra, ed i cacciatorpediniere francesi Saklave e Touareg (sulla sinistra) a Fiume il 17 novembre 1918 (da www.lokalpatrioti-rijeka.com)

L’Orsini (a sinistra) e la corazzata Emanuele Filiberto a Fiume il 17 o 18 novembre 1918 (da www.lokalpatrioti-rijeka.com)

L’Orsini, l’Emanuele Filiberto e l’incrociatore corazzato San Marco a Fiume il 17/18 novembre 1918 (da www.lokalpatrioti-rijeka.com)

Fine 1918
L’Orsini partecipa all’occupazione di alcune località della Dalmazia e dell’Albania, e compie missioni in acque ancora minate tra Fiume e Venezia.


Sopra, l’Orsini (sulla destra, seminascosto dal Sirtori) ormeggiato a Fiume insieme al gemello Sirtori, all’Emanuele Filiberto ed ai cacciasommergibili statunitensi SC 124, SC 125 e SC 127 in una foto del 29 novembre 1918 (Naval History and Heritage Command, via Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net); sotto, l’Orsini s’intravede sullo sfondo in una foto ritraente l’arrivo a Fiume di truppe statunitensi, risalente alla fine del 1918 od all’inizio del 1919 (da www.lokalpatrioti-rijeka.com)


24 marzo 1919
L’Orsini è tra le navi che partecipano alla «Parata della Vittoria», tenuta a Venezia per celebrare la vittoria nella prima guerra mondiale, che vedrà il suo culmine nel trasferimento da Pola a Venezia dell’ormai ex flotta austroungarica (o più precisamente, della parte di tale flotta assegnata all’Italia), divenuta preda di guerra.
La Serenissima è pavesata a festa per l’occasione, e straripante di gente che si affolla sulle rive per assistere allo spettacolo dell’arrivo della flotta avversaria sconfitta; sulle antenne di Piazza San Marco e della Basilica sventolano la bandiera italiana e quella di San Marco, «raffiguranti due pagine di storia diversamente grande ed immortale». Tra le navi che partecipano alla cerimonia vi sono i cacciatorpediniere Audace (carico di autorità: il re d’Italia, Vittorio Emanuele III; il principe di Udine, nonché capitano di vascello, Ferdinando di Savoia; il viceammiraglio Mario Casanuova, comandante in capo della Piazza Marittima di Venezia; il capitano di vascello Giuseppe Sirianni, comandante del Reggimento Marina che nel 1917-1918 ha combattuto alle foci del Piave a difesa di Venezia, e che di lì a poco sarà ribattezzato Reggimento "San Marco" in riconoscimento della sua opera), Nicola Fabrizi (con a bordo il generale Pietro Badoglio nonché tecnici, fotografi e cineoperatori dell’Ufficio Speciale del Capo di Stato Maggiore della Marina, che dovranno riprendere gli eventi) e Giacomo Medici (con a bordo gli addetti navali delle altre potenze dell’Intesa), nonché parecchi altri; le torpediniere Climene (carica di giornalisti) e Procione (con a bordo ufficiali del Comando Supremo); i piroscafi San Giorgio (con a bordo le rappresentanze di Camera e Senato), Roma (con le rappresentanze del Comune e della Provincia di Venezia, tra cui il sindaco Filippo Grimani ed il viceprefetto Tiretta) e San Marco (con a bordo i capi servizio dell’Esercito e della Marina), e quattro MAS, uno dei quali ha a bordo il contrammiraglio Ricci, comandante in seconda del Dipartimento di Venezia, con l’incarico di dirigere il “corteo” navale che si va formando. Partecipano inoltre anche 10 idrovolanti.
Le navi del corteo escono dal porto degli Alberoni e si recano incontro alla flotta ex austroungarica, in arrivo da Pola e composta tra l’altro dalle corazzate Tegetthoff e Erzherzog Franz Ferdinand, dall’esploratore Admiral Spaun, dai cacciatorpediniere Tatra e Csepel, dalle torpediniere TB 808182 e 86 e da quattro sommergibili (questi ultimi sono in coda alla formazione).

L’Orsini (sinistra), proveniente da Pola, incontra l’Audace (destra), proveniente da Venezia, durante la Parata della Vittoria (da “Il martirio di Venezia durante la Grande Guerra e l’opera di difesa della Marina italiana” di Giovanni Scarabello)

L’Orsini è una delle navi che scortano le unità ex austroungariche da Pola a Venezia: in qualità di caposquadriglia, procede in testa al convoglio di navi ex nemiche (ed incontra per primo l’Audace proveniente da Venezia), mentre sui lati navigano il Sirtori, lo Stocco e l’esploratore Nibbio (avente a bordo il viceammiraglio Umberto Cagni). Le navi austroungariche navigano a bassa velocità; giunte nel punto d’incontro con il corteo uscito da Venezia, issano bandiera bianca e rossa per segnalare di aver fermato le macchine ed essere in attesa. Il corteo proveniente da Venezia, guidato dall’Audace, defila sul lato sinistro della formazione ex austroungarica, i cui equipaggi, schierati in coperta, rendono gli onori militari; Vittorio Emanuele III passa in rassegna la squadra, e sulla Tegetthoff viene alzato il gran pavese. Poi, l’Audace si pone in testa al convoglio per tornare in porto; le navi austroungariche si dispongono in linea di fila, mentre Orsini, SirtoriStocco si schierano all’estremità della diga settentrionale della laguna per assistere alla sfilata. Una volta che le navi già avversarie li hanno superati per entrare in porto, Orsini, SirtoriStocco lasciano Venezia per tornare a Pola.
Le navi dell’ex k.u.k. Kriegsmarine entrano a Venezia accolti da una moltitudine di gondole e barche di ogni tipo, dal fischio delle sirene delle navi ormeggiate, e dallo scampanio di tutti i campanili della città, specialmente quello di San Marco; tra le navi da guerra che presenziano, anch’esse straripanti di folla, ci sono le corazzate Re Umberto e Dante Alighieri e gli incrociatori GoitoMontebello.
Nello stesso mese di marzo 1919, il capitano di fregata Cavagnari lascia il comando dell’Orsini.

L’Orsini a inizio 1920 (Coll. Luigi Accorsi, via www.associazione-venus.it)

2 febbraio 1920
Secondo quanto riferito da alcuni giornali dell’epoca, il 2 febbraio 1920 l’Orsini e la nave ausiliaria Città di Roma, in navigazione da Ancona a Pola con un carico di 3000 tonnellate di munizioni, 4000 uniformi da marinaio e derrate alimentari per le forze navali italiane (a bordo della Città di Roma), sarebbero stati “catturati” dai "legionari fiumani" di Gabriele D’Annunzio e condotti come prede di guerra a Fiume, occupata il precedente 12 settembre da 2600 soldati ammutinati postisi agli ordini del celebre poeta, che vi ha fondato la "Reggenza del Carnaro".

L’Orsini (a sinistra) ormeggiato accanto all’esploratore Cesare Rossarol nel 1920 (Coll. Luigi Accorsi via www.associazione-venus.it)

1920
Lavori di modifica dell’armamento: i 6 pezzi singoli Schneider-Armstrong 1914-1915 da 102/35 mm vengono sostituiti con altrettanti Scheider-Armstrong 1917 da 102/45 mm, più moderni.
3 marzo 1922
L’Orsini è presente a Fiume – che dopo la fine dell’occupazione dannunziana è stata proclamata Stato Libero – quando in città si svolge un colpo di Stato attuato dai fascisti e dai nazionalisti italiani del “Comitato di Difesa Nazionale” ai danni del legittimo Governo della città-stato, presieduto dall’autonomista Riccardo Zanella (uscito vincitore alle elezioni dell’aprile 1921). Gli uomini del “Comitato di Difesa Nazionale”, che comprendono anche molte camicie nere del Veneto e della Toscana affluite sotto il comando del deputato e capo squadrista Francesco Giunta (e sono appoggiati, secondo una fonte, anche da un battaglione di fanteria italiano di stanza in città), bombardano il Palazzo del Governo con il cannoncino di un MAS presente in porto (di cui i rivoltosi si sono impadroniti), azionato dallo stesso Giunta, e poi lo prendono d’assalto; il presidente Zanella viene costretto a dare le dimissioni sotto la minaccia delle armi, cedendo i poteri al “Comitato di Difesa Nazionale”, ed a cercare rifugio in Jugoslavia insieme ai membri del suo Governo. Muoiono negli scontri il tenente Edoardo Meazzi, l’ardito Spiridione Stojan (che fanno parte dei rivoltosi), il brigadiere dei carabinieri Antonio Grossi e tre agenti di polizia.
Il 16 marzo, durante una discussione in parlamento a Roma, il deputato socialista Ferdinando Cazzamalli accuserà le forze armate e le autorità italiane di essere tacitamente complici degli squadristi: "Nessuno ostacola la partenza di queste squadre, in pieno assetto di guerra. Al confine esse trovano, s'intende, il passaggio libero, i carabinieri a Fiume lasciano passare per la città le squadre armate di Trieste, in assetto di guerra. Dopo ciò io voglio credere che la Camera si persuaderà della evidenza di un fatto, che conviene stabilire in modo chiaro e preciso; la rivolta del 3 marzo è rivolta di importazione triestina per soffocare nel sangue la costituente fiumana. È evidente altresì che i rivoltosi sapevano di poter contare sulla inerzia, sulla cecità voluta, sulla compartecipazione, sulla solidarietà dei carabinieri e della Regia marina, dopo avere ottenuto quella di Mosconi e delle autorità politiche e militari della Venezia Giulia". Anche la Marina ed in particolare il comandante dell’Orsini, rimasto a guardare, sono oggetto delle sue accuse: "La marina consentì all'impossessamento del Mas, e il comando del cacciatorpediniere Orsini, se ne stette tranquillamente ad osservare il bombardamento". Francesco Giunta, anch’egli presente alla seduta parlamentare, dopo aver raccontato la propria versione dei fatti difende il proprio operato e quello del comandante dell’Orsini, a proposito del quale dichiara: "Che poteva fare il comandante del cacciatorpediniere Orsini? Il caccia non era in pressione quando sono uscito col Mas, e, per metterlo in pressione, voi sapete che passa del tempo. Una cosa sola poteva fare: mentre in alto dal palazzo si tirava sugli italiani, egli doveva mandare a picco degli italiani. Questo non ha fatto. Giudicate voi".
Il 17 marzo i rivoltosi affideranno il governo provvisorio dello Stato Libero di Fiume all’irredentista Attilio Depoli; successivamente l’Italia invierà truppe ad occupare la città quarnerina, nominando governatore militare, dal 17 settembre 1923, il generale Gaetano Giardino. Il 27 gennaio 1924 il trattato di Roma sancirà formalmente la fine dell’effimero Stato Libero di Fiume: Fiume città, a maggioranza italiana, verrà annessa dal Regno d’Italia, mentre le frazioni periferiche ed il sobborgo di Sussak, a maggioranza croata, saranno annessi dalla Jugoslavia.

L’Orsini in transito nel canale navigabile di Taranto negli anni Venti (Coll. Nedo B. Gonzales, via www.naviearmatori.net)

Anni Venti
Per un periodo è comandante dell’Orsini il capitano di corvetta Ferdinando Casardi. Nella seconda metà del decennio ricopre per un periodo il ruolo di comandante in seconda il tenente di vascello Francesco Dell’Anno, futura Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Ferdinando Casardi, comandante dell’Orsini durante gli anni Venti, qui in divisa da ammiraglio (dal Dizionario Biografico Uomini della Marina)

1° ottobre 1929
Declassato a torpediniera, come i tre gemelli e tutti i vecchi “tre pipe”.
11 o 12 settembre 1931
Nel porticciolo di Apollonia (Cirenaica; altra fonte parla invece di Bardia), l’Orsini imbarca Omar al-Mukhtar, capo dei ribelli senussiti che da un decennio combattono contro la dominazione italiana in Cirenaica, ferito e catturato poche ore prima dalle truppe italiane a Uadi Bu Taga. Portato dall’Orsini a Bengasi (durante la navigazione viene interrogato una prima volta dal commissario del Ministero delle Colonie Giuseppe Daodiace, al quale dichiara “la mia cattura è certo avvenuta per volontà di Dio ed ormai sono nelle mani del Governo, sono prigioniero. Iddio disporrà di me. Mi avete preso, fate ora quel che volete; certo si è che da me non mi sarei mai presentato”), dove giungerà la sera del 12, al-Mukhtar verrà rinchiuso nelle locali carceri ed impiccato il 16 settembre a Soluch, dopo un sommario processo dall’esito scontato. La morte di al-Mukhtar – assurto in seguito al ruolo di eroe nazionale libico – segna di fatto la fine della rivolta senussita ed il completamento della riconquista italiana della Libia.

L’Orsini a Venezia a inizio 1930 (Coll. Luigi Accorsi, via www.associazione-venus.it)

Inizio anni Trenta
Dislocata a Taranto, l’Orsini fa parte del Gruppo Navi Scuola Meccanici [incerto].
1934
L’Orsini è dislocata in Libia.

L’Orsini a inizio 1935 (Coll. Luigi Accorsi, via www.associazione-venus.it)

6 marzo 1937
Tre marinai dell’Orsini perdono la vita in un incendio scoppiato a bordo mentre la nave si trova all’ancora a La Spezia.

Una lunga serie di fotografie dell’Orsini e del suo equipaggio scattate verosimilmente verso la fine degli anni Trenta, dalla collezione del marinaio Giuseppe Angelini che vi fu imbarcato nel periodo 1936-1938 (si ringrazia il figlio Luigi):




























L’Orsini in bacino di carenaggio

In transito nel Canale di Corinto


Giuseppe Angelini

ca. 1937-1938
È comandante dell’Orsini il tenente di vascello Raffaele Barbera.

L’Orsini nel bacino di San Marco a Venezia il 15 luglio 1936, il marinaio in foto è Giuseppe Angelini (per g.c. del figlio Luigi)

3 giugno 1940
In navigazione nel Mar Rosso, l’Orsini s’imbatte nell’incrociatore leggero Hobart, della Marina australiana. Manca ormai soltanto una settimana all’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. L’Orsini, insieme alla gemella Acerbi, è dislocata a Massaua (Eritrea), sul Mar Rosso, principale base navale dell’Africa Orientale Italiana; le due unità sono poste alle dirette dipendenze del Comando Marina di Massaua (capitano di fregata Filippo De Fraia), formandone il "Distaccamento Torpediniere".
Nei giorni immediatamente precedenti, o successivi, alla dichiarazione di guerra, l’Orsini trasporta personale e materiale dell’Esercito a Marsa Taclai ed a Marsa Belissé, dove sono in via di creazione dei presidi avanzati.
Nei mesi successivi, l’Orsini avrà attività molto limitata, compiendo soltanto alcune sparute missioni di breve durata in acque costiere. Tra queste missioni ve ne sono alcune che ricordano i tempi della Grande Guerra in Adriatico: compito dell’Orsini è infatti di rimorchiare i vecchi MAS di base a Massaua, risalenti anch’essi – come lei – alla prima guerra mondiale (sono stati costruiti nel 1918 e sono tra i più vecchi MAS ancora in servizio nella Marina italiana), fino ai settori d’operazioni ad essi assegnati nello stretto di Bab el Mandeb, in quanto altrimenti la loro limitatissima autonomia non consentirebbe loro di raggiungerli, eseguire il pattugliamento previsto e poi tornare alla base. Così si faceva regolarmente nella guerra ’15-’18, mentre durante la seconda guerra mondiale, in Mediterraneo, i più grandi e moderni MAS di nuova costruzione non abbisognano più di siffatto supporto da parte di cacciatorpediniere e torpediniere. La “guerriglia” navale combattuta in Mar Rosso nel 1940-1941, d’altra parte, presenta più di qualche somiglianza con quella combattuta in Adriatico dal 1915 al 1918.

(da www.italie1935-45.com)

6 agosto 1940
Verso le 18, durante uno dei frequenti bombardamenti aerei di Massaua (la città subirà oltre una cinquantina di incursioni nel solo periodo compreso tra il giugno ed il novembre del 1940), due o tre bombardieri britannici Bristol Blenheim sganciarono le loro bombe a bassa quota prendendo di mira il seno di Dachilia, dove Orsini ed Acerbi sono ormeggiate all’estremità meridionale del pontile: una bomba cade su un pontone adibito a cucina galleggiante per le due torpediniere, distruggendolo insieme ad un tratto di pontile; un’altra bomba colpisce in pieno l’Acerbi, uccidendo 16 uomini e danneggiandola così gravemente da renderla inutilizzabile. L’Orsini, ormeggiata poco distante, non subisce invece alcun danno.

L’Orsini alla fonda in Mar Grande a Taranto nel periodo interbellico, ormeggiata tra la Giuseppe Cesare Abba e la Generale Antonino Cascino. Sullo sfondo il cacciatorpediniere Nazario Sauro, che come l’Orsini incontrerà la propria fine in Mar Rosso (da www.marina.difesa.it)

21 ottobre 1940
Inviata nell’isola di Harmil (arcipelago delle Dahlak) per recuperare l’equipaggio del cacciatorpediniere Francesco Nullo, affondato quel mattino in combattimento con il cacciatorpediniere britannico Kimberley. I 190 superstiti del Nullo sono già stati soccorsi dal presidio italiano di Harmil (le cui batterie hanno anche danneggiato il Kimberley col loro tiro); l’Orsini li prende a bordo e li porta a Massaua, dove arriva il giorno stesso.

(Ufficio Storico della Marina Militare)

Massaua, ultimo atto

Il principio del 1941 vide anche l’inizio della controffensiva del Commonwealth britannico, le cui forze invasero l’Africa Orientale Italiana attaccando contemporaneamente a sud, in Somalia, ed a nord, in Eritrea. Le truppe italiane, a corto di tutto ed impossibilitate a ricevere rifornimenti, dovettero progressivamente arretrare: il crollo in Somalia fu piuttosto rapido, mentre sulle montagne dell’Eritrea, che meglio si prestavano alla difesa, si combatté aspramente per mesi.
Verso la fine del gennaio 1941 la battaglia di Agordat, nell’Eritrea settentrionale, si risolse sfavorevolmente per le truppe italiane, che dopo giorni di duri combattimenti dovettero ripiegare verso Cheren. Fu a questo punto che si iniziò a tenere seriamente in conto l’eventualità che Massaua potesse essere attaccata nel prossimo futuro.
Già da tempo il contrammiraglio Mario Bonetti, comandante superiore navale in A.O.I. (Marisupao, che proprio a Massaua aveva il suo quartier generale), stava studiando le misure da adottare per rinforzare le difese di Massaua nel caso di un’offensiva nemica, nonché la sorte che avrebbero dovuto seguire le navi ivi presenti quando la base fosse caduta. I suoi proposito a riguardo, Bonetti li espresse per la prima volta in una lettera a Supermarina del 14 gennaio 1941; dopo aver fatto presente che le difese di Massaua erano adatte a contrastare azioni aeronavali nemiche, ma non certo un attacco di terra in grande stile, l’ammiraglio esponeva i provvedimenti intrapresi per sopperire il più possibile a tale carenza e poi le sue proposte relative al destino del naviglio mercantile e militare. Queste prevedevano, tra l’altro, che i sommergibili tentassero di raggiungere il Giappone (quelli oceanici) o l’Iran (il Perla, di piccola crociera); che i cacciatorpediniere conducessero un attacco finale contro Port Sudan, per poi autoaffondarsi sulle coste dello Yemen o dell’Arabia Saudita; che il naviglio mercantile ed ausiliario venisse autoaffondato in modo tale da sottrarlo alla cattura ed al contempo ostruire con i relitti il porto di Massaua e renderlo inutilizzabile. Per l’Orsini, così come per la nave coloniale Eritrea e gli incrociatori ausiliari RAMB I e RAMB II, il piano originario di Bonetti prevedeva la seguente sorte: «Uscire da Massaua possibilmente prima dei cacciatorpediniere oppure insieme; raggiungere quando possono Porto Sudan; eseguire azioni offensive come i cacciatorpediniere. Se possibile affondarsi all’imboccatura del porto per ostruire il passaggio». Tuttavia, questo primo piano venne ben presto modificato in più punti. Mentre si mantennero le decisioni relative ai cacciatorpediniere ed al naviglio mercantile, venne stabilito che i sommergibili avrebbero tentato di raggiungere la Francia, anziché il Giappone; mentre in Giappone sarebbero andati Eritrea, RAMB I e RAMB II, che avevano autonomia sufficiente a sottrarsi alla cattura o alla distruzione. Anche l’Orsini, come queste tre navi, venne esclusa dalla missione “suicida” contro Port Sudan, ma con un diverso destino: non avendo l’autonomia sufficiente a raggiungere un porto amico, la torpediniera sarebbe rimasta a Massaua per appoggiare l’estrema difesa della città.

Fu più o meno intorno all’epoca della battaglia di Agordat (fine gennaio 1941) che i comandi italiani iniziarono ad essere seriamente preoccupati dall’eventualità che Massaua potesse essere investita da un’offensiva delle forze di terra del Commonwealth. Già il 24 gennaio, in considerazione dell’evolversi della situazione sul fronte nord, l’ammiraglio Bonetti scrisse a Supermarina una lettera nella quale esaminava le possibilità di difesa di Massaua nei confronti di un attacco sul fronte a terra, possibilità che diveniva ogni giorno più concreta. Il maggior pericolo veniva falla fascia costiera a nord della città, ampia dai 30 ai 50 km e facilmente percorribile da reparti motorizzati: già il 20 gennaio Bonetti aveva discusso la situazione difensiva con il generale Luigi Frusci, comandante dello Scacchiere Nord, e ne era uscito un quadro a tinte alquanto fosche. La guarnigione di Massaua, consistente all’epoca in 3000 uomini, era troppo esigua per poter stabilire una linea di difesa fissa lungo tutta la fascia costiera; né il terreno, quasi interamente sabbioso, si prestava alla difesa passiva. Bisognava limitarsi alla difesa ravvicinata della piazzaforte, attorno alla quale si sarebbe creato un campo trincerato la cui ampiezza era vincolata all’entità delle forze disponibili. Eventuali truppe residue sarebbero state utilizzate per una difesa manovrata. Nella lettera si esponevano poi una serie di previsti interventi volti a rafforzare le difese sul fronte a terra – la creazione di un battaglione misto di 600 soldati tra italiani ed ascari, la creazione di quattro autocannoni da 76/30 con pezzi destinati ai dragamine ma mai imbarcati, la preparazione di postazioni di mitragliere da usare in funzione anticarro, l’adattamento delle batterie contraeree per il loro impiego sul fronte di terra – alcune delle quali avevano già il sapore della disperazione: «È infine in esperimento avanzato un proiettile incendiario, costituito da bottiglie di benzina munite di artificio che provoca l’accensione del liquido alla rottura, da lanciarsi possibilmente con un congegno a balestra o a molla, da costruirsi con mezzi di ripiego».
Il 26 gennaio, mentre le difese italiane ad Agordat e Barentu erano investite dall’attacco britannico, l’ammiraglio Bonetti fu convocato all’Asmara, capitale dell’Eritrea italiana, dal generale Claudio Trezzani, capo di Stato Maggiore delle forze italiane in Africa Orientale. Parteciparono al colloquio anche il generale Frusci ed il generale di squadra aerea Pietro Pinna Parpaglia, comandante dell’Aeronautica in Africa Orientale. Dopo aver annunciato che la situazione dell’Eritrea poteva precipitare da un momento all’altro, Trezzani e Frusci spiegarono a Bonetti che lo Scacchiere Nord non disponeva di truppe con cui rinforzare Massaua, dunque l’ammiraglio – cui veniva affidato il compito della difesa ad oltranza della piazzaforte – si sarebbe dovuto arrangiare con quello che aveva. Bonetti relazionò su questa riunione a Supermarina con una lettera del 27 gennaio, nella quale concludeva: «Vi assicuro, Eccellenza, che tutti faremo qui il nostro dovere e anche di più, fino all’estremo». Il 1° febbraio 1941 venne formalmente creata la Piazza Militare Marittima di Massaua, il cui comando venne affidato all’ammiraglio Bonetti. Questi, precedentemente responsabile soltanto della difesa sul fronte a mare, venne così investito anche della responsabilità del fronte a terra, precedentemente di competenza dell’Esercito (in una lettera a Supermarina ed al Comando Superiore Forze Armate in A.O.I. datata 27 febbraio, anzi, Bonetti arrivava a dire che fino al gennaio 1941 il fonte a terra «non era stato considerato e non esisteva»).
Lo stesso giorno, Bonetti scriveva ancora a Supermarina annunciando di aver fatto spostare le batterie contraeree affinché potessero sparare anche contro eventuali attaccanti di terra, di aver dato inizio alla posa dei campi minati difensivi, e di aver dato disposizione affinché il centro comunicazioni della Marina (Maricomun) ed i servizi amministrativi (Maricommi) si trasferissero ad Asmara, in modo da poter continuare ad operare anche dopo l’eventuale isolamento di Massaua. I sommergibili venivano preparati alla partenza.
Qualche magro rinforzo iniziò ad arrivare: un battaglione di 548 camicie nere, che fu subito adibito alla realizzazione di una linea di difesa interna – appoggiata alle posizioni delle preesistenti batterie contraeree – con centri di fuoco per fucili ed armi automatiche, e poi alla creazione di una seconda linea avanzata; un gruppo mobilitato della Guardia di Finanza, della consistenza di 304 uomini; un gruppo di artiglieria con una batteria da 120 mm e tre da 77/28 mm. Le guardie di finanza furono mandate a presidiare il settore settentrionale della linea esterna, mentre le camicie nere, più numerose, presero posizione lungo il resto della linea. Intanto, il Comando Marina cercava di formare altri battaglioni con il personale presente sul posto, sia italiano che indigeno: si riuscì a formare un primo battaglione di 722 uomini (due compagnie di soldati italiani, due compagnie di ascari), che venne dislocato lungo la linea di difesa interna, mentre il tentativo di creare un secondo battaglione si dovette arrestare per mancanza di effettivi sufficienti: si poterono mettere insieme soltanto 350 uomini, coi quali vennero formate una compagnia di italiani ed una di ascari. Venne infine deciso che, quando fosse giunto il momento, anche gli operai dell’officina mista ed altro personale civile di Massaua sarebbero stati armati ed inquadrati in un ulteriore battaglione.
Per quanto riguardava gli apprestamenti difensivi, tre batterie contraeree, non avendo campo di tiro verso l’interno, vennero spostate in posizioni che permettessero loro di avere un ampio campo di tiro contro un attaccante proveniente da terra; si costruirono due piazzole destinate ad ospitare altrettante mitragliere pesanti da 40/39 mm, normalmente contraeree, ma che qui sarebbero state impiegate in funzione anticarro; si creò una batteria autocarrata con quattro cannoni da 76/40 mm originariamente destinati ai dragamine; venne realizzata una batteria fissa (con basamento in cemento) con altri tre cannoni da 76/40 mm prelevati dalla nave cisterna Niobe, destinata all’autoaffondamento, e lo stesso si fece con ulteriori due pezzi dello stesso calibro prelevati dalle cannoniere Biglieri e Porto Corsini. Altri due cannoni, da 120 mm, vennero inviati a Massaua dal villaggio di Raheita e riparati per poi andare a rinforzare le difese di terra.
Non pago di questi provvedimenti, l’ammiraglio Bonetti cercò ancora di incrementare le artiglierie a sua disposizione: nella dogana di Massaua languivano inutilizzati da tempo dodici cannoni da 75/22 mm di fabbricazione tedesca (giunti proprio a bordo di una delle navi tedesche internate nel 1939), venduti all’Afghanistan ma bloccati in Eritrea dallo scoppio della guerra. Mancava però il corrispondente munizionamento. Si era già tentato, in passato, di verificare se tali bocche da fuoco potessero essere riutilizzate con munizioni italiane da 75 mm, ma quest’ipotesi era stata scartata in quanto il bossolo del proiettile italiano risultava troppo lasco nella camera di caricamento. Bonetti volle ritentare: si fece spedire da Massaua delle munizioni da 75 mm del tipo usato dal Regio Esercito, mentre il personale del Genio Navale e delle Armi Navali della base di Massaua (Marimist e Navalarmi) tentava di adattare i cannoni tedeschi alle munizioni italiane. Allo scopo, uno spessore di metallo venne inserito nella camera di caricamento di ciascun cannone, fissato con saldatura elettrica e poi sottoposto a tornitura, fino a ridurre il diametro interno della camera di caricamento in misura tale da permettere l’introduzione delle munizioni italiane senza il problema evidenziato dalle precedenti sperimentazioni. Questo ingegnoso accorgimento permise di adattare i 12 pezzi tedeschi al munizionamento italiano; otto di essi andarono a formare due batterie di quattro cannoni ciascuna che integrarono le difese sul fronte a terra di Massaua, mentre gli altri quattro furono messi a disposizione del Comando Scacchiere Nord, che aveva intanto fornito munizioni sufficienti per l’impiego delle due batterie. Vennero anche recuperati, in qualche magazzino, alcuni decrepiti cannoni Skoda dei primi del Novecento, che vennero a loro volta messi in batteria.
In questo modo lo schieramento di artiglieria sul fronte a terra di Massaua giunse a contare 55 cannoni di vario calibro; a questi andavano poi ad aggiungersi altri undici cannoni presenti nelle batterie di Ras Garar e dell’Isola Verde, che pur non facendo parte del perimetro difensivo potevano raggiungere, col loro tiro, le estremità meridionali e settentrionali dello schieramento.
La linea di difesa interna contava un totale di undici mitragliere singole da 13,2 mm, destinate all’impiego anticarro. Altre sei mitragliere da 13,2 mm, in impianti binati, vennero montate su tre autocarri per impiego mobile in funzione contraerea, da dislocare laddove più servisse (uno degli impianti era assegnato alla batteria autocarrata da 76/30, alla quale doveva garantire protezione dagli attacchi aerei). Per allestire alcune postazioni contraeree, si arrivò a recuperare delle mitragliatrici Breda-SAFAT da 7,7 e 12,7 mm dagli aerei irreparabilmente danneggiati, montandole su affusti realizzati con mezzi di fortuna.
Davanti alla linea di difesa esterna vennero creati campi minati ed un reticolato di filo spinato: ma esaminando più accuratamente il perimetro di difesa così creato, ci si rese conto che invece di realizzare un sistema integrato ed efficace in grado di fronteggiare un attacco nemico, si erano create due linee di difesa troppo lontane tra loro, quasi prive di contatto, non in grado di supportarsi. Venne allora deciso di arretrare la linea esterna, riducendo la sua distanza da quella interna a 800 metri, oltre che di costruire un muro in calcestruzzo per la difesa anticarro lungo la linea esterna.
Mentre fervevano i lavori sul fronte a terra, si provvide anche a rafforzare il fronte a mare, rinforzando le difese ed i presidi esistenti nelle isole Dahlak, antistanti Massaua e rientranti nel suo dispositivo di difesa.
Di tutti i provvedimenti sopra elencati, l’ammiraglio Bonetti riferì a Supermarina ed al Comando Superiore Forze Armate in Africa Orientale il 27 febbraio; a conclusione del suo resoconto, Bonetti dichiarava che «anche se la Piazza di Massaua dovesse cedere dinanzi a forze preponderanti, questo non avverrà senza che sia stata esercitata la più strenua resistenza e siano inflitti i maggiori danni possibili al nemico». Supermarina rispose approvando tutte le decisioni prese e concludendo che «sono sicuro che in caso di attacco Massaua opporrà la più strenua resistenza al nemico».
Nondimeno, nessuno si faceva illusioni su quale sarebbe stato l’esito finale: nella stessa missiva, l’ammiraglio Bonetti pianificava anche la distruzione di tutte le installazioni che sarebbero potute tornare utili ai britannici e quella di tutte le navi non in grado di partire. Per le navi da guerra come l’Orsini la sorte prevista era riassunta in due righe: «Le unità di superficie cercheranno fino all’ultimo di infliggere danni al nemico, dopo di che si affonderanno nel luogo che le circostanze consentiranno».


Avevano intanto inizio le partenze delle unità “salvabili”, quelle che – si sperava – avevano qualche possibilità di raggiungere la Francia occupata od il Giappone. Il 18 febbraio partì l’Eritrea; due giorni più tardi, la RAMB I; dopo altri due giorni, la RAMB II. Il 21 febbraio era partita la motonave tedesca Coburg, seguita cinque giorni dopo dal piroscafo Wartenfels, pure tedesco, mentre il 1° marzo lasciò Massaua la motonave italiana Himalaya. Lo stesso giorno salpò anche il primo dei sommergibili, il Perla, seguito il 3 marzo dal Galileo Ferraris e dall’Archimede, mentre il Guglielmotti se ne andò il giorno successivo. Tutte queste navi ce la fecero, ad eccezione del RAMB I e della Coburg. Meno fausta sarebbe stata la sorte delle navi che salparono nell’ultimo periodo prima della caduta: il piroscafo tedesco Oder (23 marzo), la motonave italiana India (23 marzo), il piroscafo tedesco Bertrand Rickmers (29 marzo), il piroscafo italiano Piave (30 marzo), il piroscafo tedesco Lichtenfels (1° aprile). Furono tutti catturati, autoaffondati o costretti a tornare indietro.

Il 20 febbraio un’aliquota di velivoli della Regia Aeronautica, provenienti da basi eritree che nelle settimane precedenti erano state pesantemente bombardate, venne trasferita all’aeroporto di Massaua, ma quello stesso giorno anche questa base venne bombardata dai britannici, che misero fuori uso quasi tutti gli aerei che vi si trovavano. L’indomani, una squadriglia di sette Hawker Hurricane completò l’opera mitragliando e spezzonando le aviorimesse a volo radente, incendiandone la maggior parte e subendo la perdita di un aereo, abbattuto da una mitragliera italiana. La perdita degli aerei stanziati a Massaua si sarebbe fatta sentire nelle settimane a venire: non fu più possibile condurre voli di ricognizione, né difendersi attivamente dai bombardamenti sempre più frequenti.
Preso finalmente atto che il personale della base di Massaua era troppo esiguo per le esigenze della difesa del fronte a terra, verso fine febbraio il Comando Scacchiere Nord mandò a Massaua come rinforzo la 42a Brigata Coloniale, forte di 2100 uomini suddivisi in tre battaglioni. Ciò permise di rimpinguare le forze che presidiavano la linea di difesa interna e di creare anche una massa di manovra con la quale all’occorrenza si sarebbe anche potuto contrattaccare.
I lavori di potenziamento delle difese proseguirono: per migliorare ancora lo schieramento delle artiglierie sul fronte a terra (si era deciso tra l’altro di creare una catena di cannoni di piccolo calibro per la difesa ravvicinata del muro anticarro, con la funzione di battere d’infilata ciascun tratto del muro, nonché batterie in posizioni dominanti per tiro diretto contro fanteria e mezzi corazzati, ed altre batterie nascoste e defilate per tiro indiretto di interdizione, distruzione e controbatteria) venne presa la decisione di sbarcare altri cannoni “superflui” dalle navi destinate all’autoaffondamento («…unità che verosimilmente non potrebbero concorrere nella difesa del fronte a mare»). Venne così prelevato tutto l’armamento del posamine Ostia, consistente in un cannone da 76/40 mm e due da 102/35; un altro cannone da 76/40 venne sbarcato dal rimorchiatore militare Ausonia; e infine anche la vecchia Orsini dovette dare il suo contributo alla difesa del fronte a terra: due dei sei cannoni da 102/35 mm del suo armamento vennero sbarcati e mandati a rafforzare lo schieramento d’artiglieria della piazzaforte.
Infine, altri due cannoni da 76/30 mm vennero prelevati dall’isola di Assarca, dove si trovavano e dov’erano ormai ritenuti superflui, e si recuperarono dai depositi anche un cannone da 102/35 già appartenuto all’Acerbi ed uno da 100/47 che era stato tenuto di riserva per i sommergibili. I dieci cannoni così ottenuti, tra cui i due dell’Orsini, vennero in parte posti in batterie defilate e parte adibiti alla difesa anticarro del muro che si stava costruendo: i lavori di costruzione di quest’ultimo andavano a rilento – al 17 marzo, soltanto ottocento metri erano stati completati –, mentre più spedita risultava la realizzazione dei campi minati, metà dei quali risultavano già attivi alla data del 17 marzo. In aggiunta alle mine disponibili, venne realizzata e messa in opera anche una quantità di ordigni artigianali come barattoli riempiti di esplosivo, proiettili d’artiglieria e persino mine navali sotterrate per poter fungere da mine terrestri.
Siccome la batteria di Ras Arb, dotata di quattro pezzi da 120 mm, si trovava troppo al di fuori del perimetro difensivo, si decise di trasferirla più a sud, poco più a nord della preesistente batteria di Ras Garara, in posizione interna alla linea di difesa e tale da permetterle di colpire tanto il fronte a mare quanto quello a terra.
Giunse un reparto di lanciafiamme, inviato dal Comando Scacchiere Nord: disponeva di sei lanciafiamme, e si cercò di costruirne degli altri con il materiale disponibile nell’officina mista della base navale. Il 17 marzo l’ammiraglio Bonetti scriveva a Supermarina ed al Comando Superiore FF.AA. in A.O.I. che «nel complesso la difesa del fronte a terra di Massaua presenta ancora molte deficienze dovute sia al terreno, che offre pochissimi appigli naturali alla difesa, sia alla scarsità di truppe. Gli apprestamenti difensivi che sono in corso migliorano tuttavia di giorno in giorno la situazione. Se l’attacco nemico avvenisse non prima di 7 o 8 settimane la difesa sarebbe certamente in condizioni di opporre una ben dura resistenza, e di richiedere da parte dell’attaccante un impiego molto rilevante di mezzi e di truppe, ed il sacrificio di un’aliquota di tali mezzi. Se l’attacco avverrà prima di questo termine [come poi avvenne: non passarono che tre settimane tra questa missiva e la caduta di Massaua] saranno egualmente sfruttati al massimo gli apprestamenti predisposti, in modo da infliggere all’attaccante i maggiori danni che le possibilità ci consentiranno».
Sulle montagne a nordovest di Massaua infuriava, intanto, la battaglia di Cheren. In considerazione dell’afflusso di forze britanniche da nord, i posti di vedetta situati lungo la fascia costiera vennero via via ritirati, salvo che per la linea di sorveglianza della stretta del fiume Lebca: qui un sottufficiale dell’Esercito, appartenente ad un battaglione costiero, ed un sottufficiale radiotelegrafista della Marina, capo posto della stazione d’avvistamento di Scebi, mantennero l’ammiraglio Bonetti continuamente aggiornato sugli spostamenti delle forze nemiche. Sulle prime si credette che le truppe britanniche intendessero attestarsi sul Lebca, che avrebbero poi disceso per puntare su Massaua, seguendo la pista di Scebi; ma invece anche quelle truppe vennero poi impiegate nella battaglia di Cheren, dove le linee difensive italiane si stavano rivelando, come scrisse a Winston Churchill il generale britannico Archibald Wavell, «una noce dura da schiacciare» (a tough nut to crack). Sul fronte del Lebca, l’attività britannica si limitò al saltuario invio di camionette, appoggiate da mezzi corazzati, con compiti di ricognizione verso sud: qualcuno di questi veicoli saltò sulle mine italiane, appositamente piazzate sui percorsi da essi di solito seguiti, in base a quanto riferito dagli osservatori italiani.
Sulla base di questo atteggiamento, l’ammiraglio Bonetti intuì giustamente che i britannici non avrebbero attaccato Massaua se prima non fossero riusciti a piegare la resistenza di Cheren: ed a questo proposito, il 25 marzo 1941 telegrafò al Comando Superiore Forze Armate in Africa Orientale, che aveva sede (ancora per poco) ad Addis Abeba: «…finché Cheren resiste prevedibilmente Massaua non sarà investita. Pertanto è necessario fare ogni sforzo inviando tutti possibili aiuti conservazione baluardo settentrionale Eritrea (…) Prolungata resistenza Cheren può mettere Massaua condizioni resistere lungamente purché approvvigionata tempestivamente viveri et eventualmente rinforzata uomini». Intanto, si metteva in linea la settantina di cannoni destinati a difendere il fronte a terra; nella quasi totalità si trattava di artiglierie navali, a sistemazione fissa, punteria diretta e traiettoria tesa, nonché sistemati in posizioni scoperte che li rendevano facilmente individuabili.
In questo periodo il duca d’Aosta Amedeo di Savoia, vicerè e comandante in capo delle forze armate italiane in Africa Orientale, si recò ad ispezionare i lavori di fortificazione in corso a Massaua, per i quali espresse la sua soddisfazione.

Ma ormai, la battaglia di Cheren era agli sgoccioli. Dopo due mesi di durissimi combattimenti contro un nemico che disponeva di una superiorità di mezzi schiacciante, le truppe italiane erano ormai sfinite e ridotte all’osso: come scrisse Bonetti nella sua relazione, alcuni battaglioni erano ormai ridotti a 150 effettivi, i soldati combattevano senza riposo da quasi sessanta giorni. Tremila italiani e novemila ascari erano caduti, i feriti erano oltre 21.000. Il 25 marzo l’ammiraglio ricevette l’ordine di far partire subito per l’altopiano il XXXV Battaglione della 42a Brigata Coloniale, così riducendo di un terzo la consistenza di questa grande unità che aveva ricevuto come rinforzo appena poche settimane prima. Il 28 marzo 1941 le truppe del Commonwealth riuscirono infine a spezzare le linee italiane: da Cheren, le truppe italiane dovettero ripiegare verso Adi Teclesan, dove venne improvvisata un’ulteriore resistenza. Le esigue forze a disposizione dell’ammiraglio Bonetti subirono un’ulteriore riduzione quando giunse l’ordine di mandare in quella località un altro battaglione coloniale: mandò il CI Battaglione. Il 29 marzo giunse infine l’ordine di far partire anche il CXI Battaglione, ultimo rimasto della 42a Brigata Coloniale, e con esso anche il comando di brigata: ecco così svaniti, nell’arco di quattro giorni, tutti i magri rinforzi che il comandante della Piazza Militare Marittima di Massaua era riuscito ad ottenere.
Per ovviare a queste “perdite”, il Comando Marina di Massaua riuscì in un modo o nell’altro a racimolare abbastanza uomini da formare altre due compagnie, una di italiani ed una di ascari; il 1° aprile, poi, giunse a Massaua l’equipaggio del cacciatorpediniere Leone, autoaffondatosi dopo essersi incagliato su una barriera madreporica durante il tentativo di attacco contro Suez. Questi marinai senza più una nave, poco meno di duecento, vennero immediatamente armati e mandati a loro volta a presidiare le linee difensive del fronte a terra, inquadrati in una compagnia posta al comando dell’ex comandante in seconda del Leone.
Nel frattempo, il mattino del 31 marzo, il generale Frusci aveva telefonato all’ammiraglio Bonetti per informarlo che le sue truppe si stavano ritirando verso l’interno: non era possibile fermare i britannici ad Adi Teclesan. Bonetti domandò quali misure Frusci avesse preso per la difesa di Massaua; il comandante dello Scacchiere Nord rispose che aveva ordinato alle superstiti truppe di Cheren, insieme ad altre che si trovavano a Ghinda (sulla strada che univa Massaua all’Asmara), di ripiegare su Massaua. Sarebbero venuti i generali Nicolangelo Carnimeo (artefice della difesa di Cheren), Vincenzo Tessitore (comandante in capo delle forze italiane in Eritrea) e Carlo Bergonzi (comandante della 5a Brigata Coloniale), con tutte le truppe che fossero riusciti a raggranellare, presumibilmente da 8000 a 10.000 uomini. Bonetti rivolse a Frusci un’ultima domanda, riguardante i viveri; la risposta fu “Verranno anche quelli”.
Quello stesso pomeriggio, iniziarono ad arrivare a Massaua ufficiali delle più disparate specialità, senza soldati. Si provvide ad alloggiarli e rifocillarli. Il generale Carnimeo arrivò a mezzogiorno del 1° aprile, insieme ad alcuni ufficiali; Tessitore giunse nel primo pomeriggio, con tutto il suo stato maggiore. Le pattuglie avanzate, ripiegando, portavano notizie dell’avanzata di nutrite colonne nemiche che puntavano su Massaua percorrendo la stretta del Lebca e la fascia costiera.
Nel corso della giornata del 1° aprile, e durante la notte successiva, affluirono a Massaua migliaia di soldati provenienti da Asmara (occupata dai britannici quello stesso giorno), sia italiani che ascari. Erano i resti delle truppe che si erano battute a Cheren: scheletri di reparti, reggimenti ridotti a battaglioni, battaglioni ridotti a compagnie, soldati laceri, malnutriti, sfiniti, demoralizzati, molti disarmati (erano state tolte loro le armi ad Asmara), moltissimi appiedati (vennero mandati a raccoglierli tutti i camion disponibili in città). Gran parte di questi soldati non apparteneva ad unità combattenti: molti erano autieri, ordinanze, personale dei servizi. Gli ascari, etiopi di etnia Amhara (ben poco attaccati alla nazione che aveva brutalmente conquistato il loro Paese appena qualche anno prima), erano ritenuti poco affidabili.
Il 2 aprile il generale Lewis Heath, comandante della 5a Divisione Indiana che aveva occupato Asmara e si apprestava a marciare su Massaua, chiese attraverso la linea telefonica Asmara-Massaua, rimasta funzionante, di poter parlare con l’ammiraglio Bonetti. Questi fece rispondere al telefono il suo capo di Stato Maggiore, capitano di fregata Alfredo Beretta, il quale parlò con il tenente britannico Bellwood, interprete presso il Comando britannico, e riferì a Bonetti che i britannici sapevano dei piani italiani di distruggere il porto ed autoaffondarvi il naviglio mercantile presente, e che “poiché questo porterebbe notevoli difficoltà per l’approvvigionamento della popolazione civile di Asmara e della Colonia, nell’interesse di questa, e non potendo comunicare con S.A.R. il Vicerè” essi chiedevano all’ammiraglio di rinunciare a tali propositi, e di consegnare Massaua. In caso contrario, non si sarebbero assunti la responsabilità di garantire il vettovagliamento per la popolazione civile (secondo fonti britanniche,  il messaggio originario di Heath era il seguente: "Now that the British forces have entered Asmara and are advancing on Massawa, I am to inform you that if any of the ships in Massawa harbour, of which I believe there are twenty-five, are scuttled, the British forces will consider themselves relieved of all responsibilities either of feeding the Italian population in Eritrea or Abyssinia, or of removing them from those countries. This message is being conveyed separately to the Duke of Aosta, Viceroy of Italian East Africa"). Bonetti fece rispondere che non poteva, né voleva, modificare gli ordini che aveva ricevuto; fece pervenire la richiesta britannica al Duca d’Aosta (col quale, contrariamente a quanto credevano i britannici, poteva comunicare) ed a Supermarina, e da entrambi giunse la stessa risposta: eseguire gli ordini prestabiliti, ignorando le minacce britanniche. In tal senso fu dunque risposto al generale Heath.
Nel primo pomeriggio del 2 aprile i cinque cacciatorpediniere superstiti – Tigre, Pantera, Nazario Sauro, Cesare Battisti e Daniele Manin – lasciarono Massaua per l’ultima missione, senza ritorno, contro Port Sudan. In porto restavano soltanto l’Orsini, il relitto inutilizzabile dell’Acerbi e le navi mercantili ed ausiliarie, che avrebbero dato inizio all’autoaffondamento di massa l’indomani.
Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno arrivarono a Massaua le ultime truppe di rinforzo, comandate dal generale Bergonzi. In tutto, tra il 1° ed il 2 aprile erano affluiti a Massaua circa 2300 uomini di tutti i corpi: 450 granatieri dell’11° Reggimento "Granatieri di Savoia", dissanguatosi sui monti di Cheren; 250 camicie nere del 170° Battaglione CC.NN. (seniore Francesco Belloni), anch’esso decimato a Cheren; 210 alpini del Battaglione "Uork Amba", tutto ciò che restava di un reparto originariamente forte di 916 uomini; una compagnia di 200 genieri; cinquanta bersaglieri; 40 artiglieri di un gruppo da 65/17 mm; 1100 ascari dei battaglioni Amhara.
I tre generali giunti in città di spartirono i compiti: Tessitore si offrì di riorganizzare le eterogenee truppe arrivate in città, mettendo inoltre a disposizione vari ufficiali per migliorare l’inquadramento delle compagnie di marinai e delle nuove batterie da poco create; a Carnimeo venne affidato il mantenimento dell’ordine pubblico in città; Bergonzi fu nominato intendente e procedé subito a fare l’inventario delle provviste e delle munizioni a disposizione, ben poche. A dispetto delle promesse del generale Frusci, le uniche provviste per i reparti del Regio Esercito arrivate a Massaua erano i sacchi di farina contenuti in un vagone che il generale Tessitore aveva avuto la presenza di spirito di attaccare all’ultimo convoglio ferroviario in partenza per Massaua.
Ai fini della difesa, la città di Massaua venne divisa in settori, ognuno dei quali affidati ad un colonnello. Il comando del fronte di terra venne affidato ad un altro colonnello di fanteria, Ferdinando Oliveti.
Mentre tutto questo accadeva, i lavori sulle opere difensive erano ancora in corso: a svolgerli erano tre ditte, la SICELP, la RAMA e la Focanti. Gli operai della prima fuggirono non appena arrivò notizia che i britannici avevano travolto l’esigua resistenza italiana ad Adi Teclasan; il personale della RAMA e della Focanti, viceversa, continuò a lavorare fino al 3 aprile, quando le truppe del Commonwealth giunsero in forze davanti a Massaua. Era giunta l’ora: la presenza italiana in quella città eritrea, dopo cinquantasei anni di dominazione coloniale, stava per volgere al termine.
                                      
Era un esercito multinazionale, quello presentatosi alle porte di Massaua in quell’inizio di aprile 1941: agli ordini del generale Heath si trovavano due brigate di fanteria indiane, la 7a e la 10a, reparti corazzati britannici del 4th Royal Tank Regiment – dotati dei terribili carri armati Matilda, pressoché invulnerabili a qualsiasi arma anticarro italiana all’epoca disponibile in Africa – e truppe della Francia Libera. La 10a Brigata indiana, al comando del generale Thomas Wynford Rees, faceva parte della 5a Divisione indiana del generale Heath, mentre la 7a Brigata, appartenente alla 4a Divisione indiana (che era in corso di trasferimento in Nordafrica dopo aver combattuto a Cheren), era stata temporaneamente distaccata ed aggregata alla 5a Divisione per l’attacco contro Massaua.
I primi colpi li spararono le batterie italiane del Settore Nord, alle 16.15 del 3 aprile, contro concentramenti di truppe e veicoli britannici che stavano avanzando nella zona di Emberemi. Alcuni veicoli saltarono sui campi minati italiani. I britannici non tardarono a rispondere, iniziando un tiro di controbatteria che ben prestò iniziò a causare danni alle batterie italiane, sebbene con poche perdite tra il personale. Non si materializzavano ancora, invece, gli attacchi aerei: la Royal Air Force sembrava limitarsi a voli di ricognizione e di osservazione del tiro.
Le truppe contro cui avevano aperto il fuoco le artiglierie italiane del settore nord erano quelle della 7a Brigata indiana, che aveva mandato una colonna motorizzata (1° Battaglione del Royal Sussex Regiment, una batteria del 28th Field Artillery Regiment, un plotone di artiglieria anticarro a cavallo ed un plotone della compagnia anticarro della 7a Brigata) da Chelamet alla località costiera di Mersa Cuba, ov’era stata creata una base per il suo rifornimento via mare, e da lì verso Massaua. La marcia delle avanguardie di questa colonna era stata interrotta, a quindici miglia da Mersa Cuba, da un ponte che le truppe italiane in ritirata avevano bruciato; venne trovato un guado in un altro punto, ma non era possibile farvi passare le artiglierie, così si dovette aspettare di aver ricostruito il ponte, lavoro che venne ultimato il mattino del 3 aprile. Le avanguardie raggiunsero Embereni ed iniziarono il lavoro di minamento senza inizialmente essere disturbate, ma quel pomeriggio si vennero a trovare improvvisamente sotto il tiro simultaneo, ancorché in apparenza poco coordinato, di una trentina di cannoni italiani. Il giorno seguente la brigata ricevette l’ordine di restare ad Emberemi e limitarsi ad attività di ricognizione per saggiare la consistenza delle difese italiane.
A Massaua, intanto, siccome una piazzola per un cannone da 76/40 mm non era stata completata dal personale della ditta che la stava costruendo, nella notte tra il 3 ed il 4 aprile una squadra della locale Direzione del Genio Militare (Marigenimil) con un ufficiale provvide ad ultimare i lavori col favore del buio, per poi montare sul posto il cannone il mattino seguente. Gli armaioli delle officine lavorarono tutta la notte per riparare i cannoni danneggiati dal tiro britannico durante la giornata. Nel pomeriggio del 4 aprile, il generale Tessitore ed il suo stato maggiore si recarono ad alloggiare nella sede di Marisupao, dove l’ammiraglio Bonetti aveva il suo quartier generale, per meglio tenersi in contatto con lui.
L’arrivo delle truppe britanniche aveva impedito di ultimare il muro anticarro, e con esso la prevista linea di difesa: nei settori sud, ovest e nordovest restavano varchi ampi alcuni chilometri.
Intanto, essendo evidente che non mancavano che pochi giorni alla caduta, l’ammiraglio Bonetti diede l’ordine di autoaffondare tutto il naviglio mercantile ed ausiliario: le navi si autoaffondarono in vari punti del porto mercantile, lungo l’imboccatura del porto di Massaua e nella baia meridionale, in modo da ostruire tutti gli accessi del porto e rendere quest’ultimo inutilizzabile per lungo tempo. Tra il 3 e l’8 aprile i piroscafi italiani Moncalieri e XXIII Marzo, il piroscafetto requisito Impero, il piroscafo tedesco Oliva, il relitto galleggiante dell’Acerbi e due bacini galleggianti si autoaffondarono all’imboccatura del porto militare, formando una barriera che ne ostruì l’accesso; il transatlantico Colombo, i piroscafi italiani Romolo Gessi, Vesuvio e Brenta, i piroscafi tedeschi Liebenfels e Frauenfels e la cisterna militare Niobe formarono un’altra barriera di navi autoaffondate che bloccò l’accesso del porto meridionale; i piroscafi tedeschi Gera e Crefeld, il posamine italiano Ostia ed un pontone gru si autoaffondarono all’imboccatura del porto commerciale. Alle banchine od in altri punti del porto si autoaffondarono anche la cannoniera Biglieri, i MAS 204, 206, 210, 213 e 216, il piroscafo italiano Adua, il piroscafo tedesco Lichtenfels, la nave cisterna Clelia Campanella, la motonave Arabia e la cisterna militare Giove, mentre alte due navi cisterna, la Riva Ligure e l’Antonia C., vennero rimorchiate fuori dal porto ed affondate l’una in una baia a sud di Massaua e l’altra in acque profonde presso l’isoletta di Sheik Saad. Stessa sorte toccò alle chiatte, ai rimorchiatori, alle pirobarche, ai pontoni portuali. Non si autoaffondò, invece, l’Orsini: la vecchia “tre pipe” avrebbe ancora avuto modo di rendersi utile.
Si distrussero anche le officine, le attrezzature portuali e tutti gli impianti pubblici e privati, salvo quelli indispensabili per la sopravvivenza della popolazione civile. La strada carrozzabile venne minata e fatta saltare nella zona delle colline di Dogali, e l’esplosione causò anche l’interruzione dell’acquedotto. D’altra parte, in previsione di questo Bonetti aveva già provveduto ad aumentare la capacità dell’altro acquedotto, quello di Moncullo, oltre ad esentare dall’ordine di autoaffondamento le navi cisterna per acqua Sile, Sebeto e Bacchiglione, che sarebbero rimaste a disposizione della popolazione civile. Vennero contestualmente distrutti tutti i documenti di Marisupao e dei Comandi dipendenti.
All’alba del 4 aprile le artiglierie britanniche, appoggiate dall’aviazione, ripresero a bersagliare le difese italiane nei settori occidentale e settentrionale, inquadrando le batterie italiane con crescente precisione. Di queste ultime, quelle di maggiore gittata cercarono di fare fuoco di controbatteria; ma non potendo effettuare tiro curvo, la loro reazione risultò infruttuosa, e portò soltanto a rendere più facile per i britannici la loro individuazione e successivo martellamento.
Passò un’altra notte, trascorsa come la precedente a riparare i cannoni danneggiati. All’alba del 5 aprile, sia i britannici che gli italiani ripresero vivacemente il duello di artiglieria. Adesso, il numero dei cannoni da parte Alleata si era notevolmente accresciuto; alle truppe indiane provenienti da Cheren si era unita la “Briggs Force” (così chiamata dal nome del suo comandante, generale di brigata Harold Radon Briggs, che deteneva anche il comando della 7a Brigata indiana) proveniente da Port Sudan, composta dalla Brigade d'Orient della Francia Libera (un battaglione della Legione Straniera, un battaglione di “tiratori senegalesi”, una compagnia di fanteria di Marina, uno squadrone di “Spahis” marocchini ed un gruppo d’artiglieria coloniale), due battaglioni già distaccati dalla 7a Brigata indiana (il 1° Battaglione del Royal Sussex Regiment ed il 4° Battaglione del 16th Punjabi Regiment), una compagnia mitragliatrici motorizzata della Sudan Defence Force, un battaglione del 25th Field Regiment, Royal Artillery ed una compagnia del Genio (“King George V’s Own Sappers and Miners”). Avanzando lungo la costa a nord di Massaua, la “Briggs Force” si era congiunta con le truppe anglo-indiane il 5 aprile.
Quel pomeriggio un’automobile britannica, con bandiera parlamentare, si presentò ad una postazione italiana sulla strada di Moncullo, chiedendo di parlare con il comandante della Piazza. A bordo c’erano un maggiore ed un tenente britannici, che furono bendati e portati nell’ufficio dell’ammiraglio Bonetti; sebbene il tenente parlasse un po’ di italiano, la conversazione si svolse in inglese. I due ufficiali dissero che il generale Heath li aveva mandati per informare il comandante italiano che i loro mezzi aumentavano di ora in ora, mentre lui non poteva ricevere alcun aiuto: per evitare ulteriori danneggiamenti ed un inutile spargimento di sangue, chiedevano la consegna della città. Bonetti respinse la richiesta, ma si offrì di comunicarla al suo governo, e chiese intanto quali fossero le condizioni poste dai britannici. I due ufficiali risposero di non avere l’autorità per proporle, e venne dunque deciso che le azioni di pattuglie ed il tiro delle artiglierie sarebbe stato interrotto da entrambe le parti mentre si aspettavano le risposte dei rispettivi superiori: da parte italiana, le decisioni del governo, e da parte britannica, le condizioni per la resa. L’ammiraglio Bonetti telegrafò quindi al Ministero della Marina, informandolo della proposta britannica, della situazione delle sue truppe e della scarsità di provviste; a mezzanotte e mezza i due parlamentari britannici si ripresentarono con le condizioni poste dal generale Heath, che prevedevano la rinuncia al danneggiamento delle installazioni portuali e del naviglio in porto (troppo tardi: lo si era già fatto); il disarmo di tutti i militari, che sarebbero diventati prigionieri di guerra; la consegna di tutte le armi, munizioni, provviste ed altre dotazioni di qualsiasi tipo; la rivelazione della posizione di tutti i campi minati terrestri e navali e la partecipazione alla loro rimozione; il mantenimento dell’amministrazione civile e la consegna delle banche intatte. In sostanza, una resa incondizionata. L’ammiraglio Bonetti rispose che tali condizioni erano inaccettabili, e che comunque le navi erano già state tutte autoaffondate, gli impianti portuali resi inutilizzabili, ed i documenti sulla posizione dei campi minati navali già distrutti. I parlamentari risposero che avrebbe potuto presentare delle controproposte, e Bonetti disse che avrebbe comunicato la sua risposta quando lui avesse ricevuto risposta dal suo governo.
Quest’ultima giunse il mattino del 6 aprile, secca e concisa, in forma di un teledispaccio di Supermarina: "La consegna è una sola: resistere ad oltranza". L’ammiraglio Bonetti inviò pertanto un parlamentare al generale Heath, recante un messaggio con cui il comandante italiano comunicava la decisione di resistere ("Esaminate le vostre proposte e sentito il parere del mio Governo, vi comunico che la Piazza di Massaua non si arrende e resisterà ad oltranza"). Il generale britannico, letto il biglietto, rispose semplicemente: “Mi dispiace molto, ma capisco” (I am very sorry, but I understand).

Ricominciò dunque immediatamente, da ambo le parti, il duello di artiglieria; le batterie da 120 mm di Ras Garara riuscirono a tenere a distanza, durante la giornata, le truppe avversarie che tentavano di avanzare da Emberemi. In seguito alla segnalazione della stazione di vedetta di Difnein, che comunicava notizia di movimenti di naviglio britannico da nord verso Mersa Cuba, l’ammiraglio Bonetti ordinò che due MAS si dislocassero a Dehel per tentare di attaccarlo durante la notte. Come ormai d’abitudine, la notte tra il 6 e il 7 aprile fu passata a riparare i danni causati durante il giorno dal bombardamento d’artiglieria. Le ore notturne videro una breve pausa del tiro d’artiglieria, mentre si svolsero diversi scontri tra pattuglie: alcune di quelle italiane non fecero più ritorno.
Sull’altro lato della barricata, intanto, la giornata del 6 aprile era stata dedicata alla pianificazione dell’attacco. I generali Heath, Rees e Briggs tennero quel pomeriggio una riunione presso il quartier generale della 10a Brigata, nella quale venne deciso di lanciare un attacco concentrico da parte delle due brigate indiane e della Brigade d'Orient francese (quest’ultima era comandata dal colonnello Raoul Magrin-Vernerey, meglio noto con lo pseudonimo di Ralph Monclar). Data prevista per l’attacco, l’8 aprile. La pianificazione dell’assalto fu notevolmente facilitata dal ritrovamento, negli uffici dei Comandi italiani ad Asmara, di una mappa delle difese di Massaua: da questo prezioso documento i britannici poterono scoprire la posizione di tutte le postazioni d’artiglieria italiane, che furono così facilmente individuate e battute dall’artiglieria e dall’aviazione britanniche, e quella degli ostacoli anticarro che i difensori avevano piazzato lungo la gravina (“khor”) attraversata dalla strada principale che conduceva a Massaua. Quest’ultima era una vera e propria trappola, con “denti di drago” in cemento intervallati da mine antinave su un fronte ampio un migliaio di metri: conoscendone in anticipo la presenza e ubicazione, i carri britannici poterono aggirarlo, vanificandone del tutto la funzione.
Alla 10a Brigata indiana, appoggiata dai carri armati dello Squadrone "B" del 4th Royal Tank Regiment, venne assegnato come obiettivo una serie di poggi che correvano parallelamente alla costa, culminando nella Quota Segnale (115 metri sul livello del mare): le truppe indiane del reggimento Garwhal Rifles avrebbero dovuto espugnare le prime di queste alture, poi avrebbero fatto passare i soldati scozzesi dell’Highland Light Infantry, che avrebbero conquistato il resto. La 7a Brigata indiana avrebbe invece attaccato sul fronte nord, appoggiata dall’artiglieria del 25th Field Regiment e dalla Royal Navy, con l’obiettivo di conquistare la linea Forte Otumlo-penisola di Abd el Kader, mentre la Brigade d'Orient del colonnello Monclar avrebbe dovuto espugnare alcune colline fortificate antistanti il porto, sul lato occidentale del perimetro difensivo, tra cui Moncullo, il forte omonimo, il Forte Umberto I ed il Forte Vittorio Emanuele, armati con dodici cannoni da 75 mm ed altrettante mitragliatrici.
Avrebbero partecipato all’attacco anche la 233a Batteria del 68th Medium Regiment, il 2nd Motor Machine Gun Group della Sudan Defence Force, la 4th Motor Machine Gun Company della Sudan Defence Force e le compagnie "A" e "B" della Light Artillery Battery della Sudan Defence Force.
All’alba del 7 aprile ricominciò il reciproco martellamento d’artiglieria. Un gruppo di ascari del battaglione costiero, di presidio in uno dei capisaldi, abbandonò il posto e dovette essere sostituito da un reparto italiano; stante la loro scarsa affidabilità, i battaglioni Amhara rischiavano di essere più un problema che un aiuto, così venne presa la decisione di sciogliere tali reparti, disarmandone e congedandone i soldati. A ciascun ascaro venne consegnato un muletto ed una somma di denaro; poi vennero scortati a gruppi fino al posto di blocco di Arcaico, dove furono fatti uscire un po’ per volta e lasciati liberi di andarsene. Mille uomini di meno. Di converso, Bonetti notò che tra gli ascari di Marina, a differenza di quelli dell’Esercito, soltanto una minima parte tentava di disertare.
Il tiro britannico, sempre più intenso e preciso, inflisse gravi danni alle batterie italiane: quella da 120 mm di Monte Umberto, bombardata senza sosta, venne messa fuori uso, anche se poté essere parzialmente riparata durante la notte successiva.
Si fece il punto sulla situazione alimentare: le forze della Marina disponevano di scorte di beni di prima necessità bastanti per un mese, mentre le riserve di caffè, zucchero ed olio sarebbero potute durare ancora più a lungo; ma le truppe dell’Esercito, che anche dopo il congedo degli ascari abbisognavano di 3500 razioni al giorno, non avevano provviste che per tre o quattro giorni. Dividendo equamente le scorte disponibili tra Esercito e Marina, l’autonomia alimentare massima sarebbe potuta essere di venti giorni.
Le truppe affluite nei primi giorni di aprile, essendo state riarmate, riorganizzate, rifocillate e fatte riposare per qualche giorno, avevano riacquisito una certa consistenza.
Durante il pomeriggio del 7 aprile alcuni colpi dell’artiglieria britannica caddero in città, ad Abd el Kader, tra l’officina mista (Marimist) e la sede di Marisupao.
Nel corso della notte, l’ammiraglio Bonetti inviò nuovamente due MAS (il cui attacco la notte precedente era stato infruttuoso) ad attaccare le forze navali britanniche nel Canale Nord: questa volta l’attacco ebbe successo, un siluro del MAS 213 danneggiò gravemente l’incrociatore leggero HMS Capetown.
Dopo un breve pausa, alle 3.30 dell’8 aprile il tiro delle artiglierie britanniche riprese con rinnovata intensità; protetti dalle gibbosità del terreno, i cannoni britannici potevano colpire le posizioni italiane senza che queste ultime avessero modo di rispondere efficacemente, mentre gli aerei della Royal Air Force individuavano anche le batterie italiane più interne, non visibili da terra, e guidavano su di esse il tiro delle artiglierie. Riusciva a controbattere con una certa efficacia la batteria autocarrata, che si era piazzata in una posizione defilata; ma fu scoperta dagli aerei e pesantemente bombardata sia da essi che dalle artiglierie, sino ad essere messa fuori uso.
Sul fronte settentrionale, in direzione di Embereni, si notavano considerevoli movimenti di veicoli e carri armati britannici, mentre pattuglie nemiche tentavano d’infiltrarsi nelle linee italiane. Contro le truppe motocorazzate britanniche spararono rabbiosamente la batteria di Ras Garara ed i cannoni portati da Ras Arb (ne erano rimasti soltanto due), con apparente efficacia, dal momento che gli osservatori comunicarono la distruzione o danneggiamento di parecchi mezzi. Negli scontri con le pattuglie britanniche venne catturata una quarantina di prigionieri del Royal Sussex Regiment, in parte illesi ed in parte feriti, compresi alcuni ufficiali (due dei quali feriti). Mentre alcuni di questi prigionieri venivano portati al Comando dell’ammiraglio Bonetti, però, altre truppe nemiche avevano già penetrato in altri punti le linee difensive italiane. Alcune posizioni occupate dai britannici nel settore settentrionale vennero riconquistate con contrattacchi nei quali si distinsero le guardie di finanza ed i granatieri dell’11° Reggimento; nel settore occidentale una compagnia di ascari di Marina, portatasi sul ciglione orientale per riconquistare Quota Segnale, occupata dalle forze Alleate nelle prime ore del mattino, non riuscì ad avanzare perché la sommità era continuamente tenuta sotto il tiro avversario. Onde impedire ai britannici di servirsi di quella posizione, spararono su di essa anche le artiglierie italiane.
La 7a e la 10a Brigata Indiana attaccarono contemporaneamente: mentre l’attacco della 7a Brigata Indiana venne respinto, quello della 10a Brigata Indiana, supportato da carri armati del 4th Royal Tank Regiment, riuscì a sfondare le difese italiane sul lato occidentale del perimetro.
Nel corso della notte e della mattinata, le truppe Alleate conquistarono gradualmente le fortificazioni italiane sulle alture circostanti la città. La sera del 7 aprile il generale Rees, nel corso di una ricognizione avanzata, aveva scoperto con un certo stupore che sulle colline designate quale primo obiettivo della 10a Brigata non c’era nessuno: decise allora di mandare avanti i Garhwal Rifles con l’ordine di prendere contatto con gli italiani, ma di non impegnarsi a fondo qualora avessero incontrato forte resistenza. Entro le undici di sera, i Garhwal Rifles occuparono i primi due poggi senza colpo ferire, non avendo incontrato alcun soldato avversario; potevano però sentire delle voci sulla cresta davanti a loro, e fuochi sulle pendici di Quota Segnale. Come pianificato, a questo punto – erano le tre di notte – passarono avanti gli uomini dell’Highland Light Infantry, incaricati di conquistare Quota Segnale: ora iniziavano ad incontrare resistenza, ma piuttosto debole. Guidati dalla compagnia del capitano R. Wallace, gli uomini dell’Highland Light Infantry raggiunsero una strada bianca intagliata nelle pendici dell’altopiano del Ras Dogon, e si nascosero per circa un’ora nei suoi pressi per non essere scoperti dalle truppe italiane, delle quali potevano sentire le voci poco al di sopra di loro. Alle quattro del mattino, le compagnie dei capitani Wallace e Maxwell andarono all’assalto dell’altopiano: cogliendo di sorpresa i difensori, riuscirono ad aprirsi un varco nel filo spinato ed a salire sul ciglione, dopo di che la compagnia "C" del capitano P. T. Telfer-Smollett andò all’attacco di Quota Segnale, che venne conquistata dopo un breve ma aspro combattimento in cui gli scozzesi fecero abbondante uso di mitra e bombe a mano. La storia ufficiale della 5a Divisione indiana nota che “la maggior parte dei prigionieri erano imbronciati, specialmente un comandante della Marina che era arrivato appena la sera precedente per assumere il comando di questo settore delle difese”. Con le prime luci dell’alba, le truppe britanniche attestate su Quota Segnale vennero prese di mira da mortai e mitragliatrici italiane, ma le perdite furono limitate, grazie alle trincee scavate dagli stessi difensori italiani e che ora servivano come riparo ai britannici. Successivamente caddero anche le quote 51 e 66.
Aveva intanto luogo anche l’attacco delle truppe francesi: secondo il piano d’attacco queste avrebbero dovuto conquistare la collina di Moncullo subito dopo l’occupazione di Quota Segnale da parte dell’Highland Light Infantry, in modo da “coprire” il fianco destro dello schieramento britannico. Tuttavia, stando alla storia ufficiale della 5a Divisione indiana, le truppe francesi si erano perse durante la notte a causa del buio, così che il loro attacco iniziò in leggero ritardo. Ad ogni modo, alle 6.30 dell’8 aprile gli uomini del colonnello Monclar andarono all’attacco dei tre forti italiani loro assegnati come obiettivo: Moncullo, Umberto I e Vittorio Emanuele III. In testa alle truppe francesi era la 13e Demi-Brigade de Légion Étrangère, al comando del tenente colonnello Alfred Cazaux, coperta verso sud da una compagnia di fanti di Marina al comando del capitano Savey ed appoggiata da una sezione di cannoni da 75 mm comandata dal capitano Laurent-Champrosay, cui i britannici avevano assegnato quale rinforzo altre batterie da 120 e 150 mm. La 1a Compagnia del capitano Jacques Pâris de la Bollardière avanzò inizialmente con speditezza, ma incappò in un caposaldo italiano che oppose un’accanita resistenza; con una manovra aggirante, i francesi riuscirono a sopraffare la posizione, occupandola e catturando due ufficiali e 82 tra sottufficiali e soldati italiani. Più a sud, la 2a Compagnia del capitano Saint-Hillier si trovò in difficoltà fin da subito, dovendo attaccare fortificazioni italiane solide e ben difese (il forte Moncullo, il fortino di Zaga e le opere difensive costruite presso il villaggio di Noria); la compagnia tentò ripetutamente di aggirarle, ma senza successo, e si ritrovò inchiodata sulle sue posizioni da un violento fuoco di armi automatiche, che uccise due legionari e ferì altri sei, tra cui un ufficiale. Vennero allora inviate in suo aiuto la compagnia del capitano Beaudenom de Lamaze ed una compagnia di fanti di Marina, che passarono nel varco tra le compagnie di Pâris de la Bollardière e Saint-Hillier ed attaccarono il villaggio di Noria simultaneamente da nord e da sud, mentre l’artiglieria cannoneggiava i capisaldi italiani; questa volta l’attacco ebbe successo, portando entro le 9.30 alla conquista del villaggio e poi del forte Moncullo, con la cattura di 150 prigionieri. Parecchie camicie nere, riporta una fonte francese, rifiutarono di arrendersi e combatterono fino alla morte. La conquista di forte Moncullo e di Zaga, che secondo i piani avrebbe dovuto essere completata in 45 minuti, aveva richiesto due ore. Fu probabilmente in questi combattimenti che rimase ucciso, tra gli altri, il capo torpediniere di terza classe Francesco Grilli del Comando Marina di Massaua, che venne decorato alla memoria con la Medaglia d’Argento al Valor Militare ("Comandante di plotone destinato alla difesa di caposaldo, incurante dell’intenso fuoco dell’artiglieria e del bombardamento a bassa quota di aerei avversari, dirigeva il fuoco dei dipendenti contro gruppi nemici appostati in vicinanza del caposaldo. Con alto senso del dovere, per meglio dirigere il fuoco, trascurava la propria incolumità finché cadeva colpito mortalmente").
Fu poi il turno del forte Vittorio Emanuele di essere preso d’assalto; le artiglierie italiane esitarono ad aprire il fuoco sugli attaccanti per timore di colpire i propri connazionali presi prigionieri, perché i francesi, non avendo il tempo di mandarli nelle retrovie, li avevano portati con sé. Attaccata dalla 1a Compagnia del capitano Pâris de la Bollardière, la batteria di Monte Umberto non offrì la stessa resistenza del forte Moncullo: la maggior parte degli uomini che la presidiavano si arresero alle 11.20 dopo brevi scaramucce. John Hasey, un americano arruolatosi nella Legione Straniera dove aveva raggiunto il grado di sottotenente, guidò il suo plotone nell’attacco contro Forte Vittorio Emanuele: i legionari avanzarono lungo la collina circondando, isolando ed eliminando uno per uno i nidi di mitragliatrici che incontravano, a colpi di bombe a mano e talvolta persino con combattimenti alla baionetta; parecchi uomini del plotone caddero uccisi o feriti, ma i restanti raggiunsero la sommità della collina, scalarono le mura del forte e piombarono all’interno, cogliendo di sorpresa i difensori. A questo punto, la guarnigione di Forte Vittorio Emanuele si arrese; Hasey scrisse nelle sue memorie che “fino a quel momento, gli italiani avevano combattuto bene, ma adesso non ne potevano più”. Entro le 11.20 sia Forte Vittorio Emanuele che la batteria di Monte Umberto erano in mano ai legionari, insieme a 400 prigionieri tra cui un colonnello. L’avanzata continuò, alcuni capisaldi vennero espugnati con armi automatiche e bombe a mano, altri si arresero quasi subito: qualcuno per ordine superiore dell’ufficiale al comando di quel segmento delle difese, che riteneva ogni ulteriore resistenza inutile; qualcun altro spontaneamente, dopo brevi scambi di colpi con i legionari. Forte Umberto I, già pesantemente danneggiato dal tiro dell’artiglieria britannica, oppose maggiore resistenza e fu l’ultimo a capitolare, verso mezzogiorno, dopo essere stato attaccato da tergo. Vennero così catturati altri ottanta prigionieri; le alture erano adesso in mano francese, mentre i marinai italiani prigionieri seppellivano i loro morti, compreso un ufficiale dei corpi amministrativi che quel mattino era voluto accorrere in prima linea ed era rimasto ucciso da un colpo da 75 mm. Gli uomini della Brigade d'Orient avevano complessivamente fatto 2643 prigionieri. I difensori sapevano fin da principio di non avere speranze, stretti com’erano in una sacca sempre più ristretta, con le spalle al mare, nessuna possibilità di aiuto o via di fuga. Bombardati e cannoneggiati da giorni, combattendo contro un nemico preponderante, molti di essi già sfiniti per i combattimenti sostenuti a Cheren nei due mesi precedenti, avevano ormai il morale a terra.
Mentre questo accadeva sul fianco destro dell’Highland Light Infantry, sul fianco sinistro andavano all’attacco i carri armati Matilda dello squadrone "B" del 4th Royal Tank Regiment, seguiti dalle truppe indiane del 4° Battaglione del 10th Baluch Regiment, contro le colline denominate “Black Bumps” e “Ridge 86”. Gli uomini del Baluch Regiment vennero accolti da un intenso e ostinato tiro di mitragliatrice, ma tale resistenza venne soffocata con l’aiuto determinante dei carri Matilda, ed alle 9.15 entrambe le alture erano in mano britannica.

La situazione ormai andava precipitando: al comando della piazzaforte, gli aggiornamenti arrivavano in modo sempre più confuso e lacunoso, perché molte linee telefoniche con il fronte a terra erano interrotte. Via radio, l’ammiraglio Bonetti apprese che gran parte delle artiglierie italiane erano ormai state distrutte dal tiro avversario. Il perimetro difensivo era stato sfondato in vari punti, carri armati britannici aggiravano le posizioni italiane e si addentravano in città: alcuni erano arrivati fin quasi alla batteria "Dux" da 102 mm, vicino alla Missione svedese. Nel settore settentrionale, sulla fascia costiera, le truppe italiane – specie i militi della Guardia di Finanza – continuavano a contrattaccare, ma riuscivano a riconquistare soltanto parte delle posizioni perdute. L’ammiraglio Bonetti comunicò al colonnello Oliveti che, qualora avesse ritenuto impossibile un’ulteriore resistenza, le artiglierie ancora funzionanti dovevano essere fatte saltare, e le truppe rimaste dovevano essere fatte ripiegare verso la città.
Fin verso le nove del mattino fu possibile mantenere il contatto radio con il Ministero della Marina, cui Bonetti riferiva via via l’evolversi della situazione; dopo le nove, si continuarono a ricevere le chiamate da Roma, ma le trasmissioni in uscita da Massaua non sembravano essere ricevute. L’ammiraglio diede pertanto ordine di mettere fuori uso la stazione radio e distruggere le antenne ed i cifrari rimasti.
Attacchi da parte di reparti della Francia Libera sopraffecero le posizioni italiane sul lato sudoccidentale del perimetro difensivo, mentre gli aerei britannici del 47th e 223rd Squadron RAF, che avevano ormai il dominio incontrastato dei cieli, bombardavano le postazioni d’artiglieria italiane. Dopo che i “Matilda” ebbero sfondato, il collasso delle difese italiane fu piuttosto rapido: ovunque passavano, i carri britannici seminavano morte e terrore. Ogni resistenza era vana, mancando del tutto armi anticarro adeguate: come già era accaduto in Cirenaica qualche mese prima, chi non si arrendeva veniva abbattuto senza riuscire ad opporre un’efficace resistenza.
La Missione Svedese cadde senza colpo ferire nelle mani dell’Highland Light Infantry. Quanto peso ebbe, nell’attacco, l’apporto dei carri Matilda è dato da un semplice fatto: mentre la 10a Brigata indiana, che godeva del loro appoggio, riuscì a travolgere le difese italiane senza troppi problemi, sul lato settentrionale la 7a Brigata, che i carri non li aveva, incontrò una resistenza molto più decisa ed avanzò ben poco. Il 1° Battaglione del Royal Sussex Regiment ed il 4° Battaglione del 16th Punjab Regiment rimasero inchiodati sulle loro posizioni per oltre due ore, dopo l’alba, dal tiro delle artiglierie italiane; il generale Briggs non poté far altro che aspettare che la 10a Brigata e la Brigade d'Orient sfondassero sul lato occidentale, dopo di che i carri del 4th Royal Tank Regiment vennero inviati dalla sua parte e riuscirono anche qui a schiacciare rapidamente ogni resistenza.

La battaglia stava ormai volgendo alla fine. Più che alla difesa di una piazzaforte perduta, ormai gli italiani pensavano a recare quanto più danno possibile alle installazioni militari prima che cadessero in mano nemica: i macchinari nelle officine vennero fracassati a colpi di mazza, depositi di munizioni e di rifornimenti di ogni genere vennero distrutti, gru portuali, veicoli, pezzi d’artiglieria, carri armati danneggiati ed ingenti quantità di materiale militare vennero gettati nelle acque del porto. Aerei britannici osservarono nel porto nove chiatte i cui equipaggi sembravano intenti a gettare in mare tutto ciò che avevano a bordo. La battigia era nera per il carburante fuoriuscito dalle navi autoaffondate. L’ufficiale statunitense Edward Ellsberg, che nel 1942 avrebber diretto i lavori di recupero nel porto, avrebbe così commentato: “Tutto ciò che l’ingegno degli italiani potesse suggerire nel campo della distruzione, per rendere Massaua inutilizzabile per sempre per il conquistatore che si avvicinava, venne scrupolosamente attuato”.
Poco dopo le due del pomeriggio, saputo che le truppe britanniche erano ormai nell’abitato e potevano raggiungere da un momento all’altro il suo quartier generale, l’ammiraglio Bonetti diede ordine di ammainare la bandiera, momento che così descrisse nella relazione che scrisse al rientro dalla prigionia: “Vengono resi gli onori con picchetto e tromba. La bandiera e l’insegna di contrammiraglio, pure ammainata, sono poi distrutte col fuoco. Faccio Abbattere anche l’asta, perché la bandiera nemica non sia alzata dove hanno sventolato la bandiera italiana e la mia insegna”. Questa mesta cerimonia era da poco terminata, quando arrivarono alla sede di Marisupao alcuni veicoli con a bordo degli ufficiali britannici accompagnati dal maggiore Guerrieri della Polizia dell’Africa Italiana, ormai prigioniero. Scrive ancora Bonetti: “Domandano da bere, e sono accompagnati al Circolo Ufficiali. Domandano anche da mangiare e faccio rispondere che "questo non è un albergo"”. Dopo i britannici, sopraggiunsero anche parecchi automezzi – tra cui due FIAT 1100, prelevate dai legionari nel locale autoreparto – con truppe della Legione Straniera francese: l’ammiraglio notò che tra i legionari vi erano anche degli italiani.
Ormai i rumori della battaglia erano cessati: risuonavano invece per la città le esplosioni dei depositi munizioni delle batterie, che gli artiglieri italiani facevano saltare prima di arrendersi. Tra le truppe in motocicletta della Legione Straniera c’era anche il colonnello Monclar, comandante della Brigade d'Orient, che si presentò all’ammiraglio Bonetti, al quale cavallerescamente disse: “La resistenza era del tutto impossibile, mi congratulo con voi per aver tentato”. Insieme a Bonetti furono presi prigionieri anche i generali Tessitore e Carnimeo; prima di arrivare al Comando di Marisupao, Monclar aveva già catturato per la strada il generale Bergonzi e 120 ufficiali di tutti i gradi, radunatisi presso l’albergo della Compagnia Immobiliare Alberghiera dell’Africa Orientale, dov’erano alloggiati. Qualche fonte francese e britannica afferma che prima di arrendersi l’ammiraglio Bonetti avrebbe dapprima tentato senza successo di spezzare la propria sciabola contro il ginocchio e poi l’avrebbe gettata in mare dalla finestra del suo ufficio (che si affacciava sul porto), piuttosto che consegnarla al nemico, e che questa sarebbe stata poi recuperata con la bassa marea da un legionario francese e consegnata al colonnello Monclar, che a sua volta ne fece dono al generale britannico Platt: ciò appare alquanto strano, dal momento che da parte italiana risulterebbe che Bonetti avesse dato la propria sciabola al comandante del sommergibile Perla, partito da Massaua settimane prima, affinché la riportasse in Italia.
Dopo Monclar arrivarono anche i generali Rees ed Heath, scortati da una colonna di carri Matilda, da autoblindo della Sudan Defence Force e da 80 fanti del 3° Battaglione del 18th Garhwal Rifles Regiment e del 4° Battaglione del 10th Baluch Regiment (metà e metà). Questo gruppo si era messo in movimento alle 14.20, partendo dalla Missione svedese; in teoria sarebbero dovuti essere loro ad avere l’“onore” di accettare la resa dell’ammiraglio Bonetti, ma – scrive la storia ufficiale britannica – il colonnello Monclar non era riuscito a trattenere la propria impazienza, e li aveva preceduti contravvenendo agli ordini. Ad ogni modo, la cerimonia che si tenne dinanzi al Comando di Marisupao non era nulla più che una formalità. Poco dopo giunse sul posto anche un drappello di giornalisti, che si affrettarono a realizzare foto e filmati dell’evento. L’ammiraglio Bonetti ed i tre generali, scrive la storia ufficiale britannica, avevano un contegno “al tempo stesso mogio e dignitoso”.
Fu il generale Briggs ad assumere il comando del porto, ridotto ad ammasso di attrezzature distrutte e relitti di ogni dimensione, tale da risultare inutilizzabile per lungo tempo.

Mentre a terra accadeva tutto questo, poco distante si consumava anche la sorte dell’Orsini. Unica unità di un qualche valore bellico tra quelle rimaste a Massaua (oltre ai MAS), la torpediniera avrebbe dovuto contribuire con i suoi cannoni – che da sei erano stati ridotti a quattro, come detto più sopra, dato che due pezzi da 102/35 erano stati sbarcati per rinforzare le difese sul fronte a terra – alla difesa della città, bombardando le forze nemiche che avanzavano verso Massaua, per poi autoaffondarsi una volta esaurito il proprio compito.
Già il 5 aprile l’ammiraglio Bonetti aveva ordinato al comandante dell’Orsini, tenente di vascello Giulio Valente, di distruggere l’archivio segreto, uscire in rada e lì tenersi costantemente pronto a muovere per condurre azioni di bombardamento delle truppe britanniche con le proprie artiglierie. La prima di queste azioni avvenne nel pomeriggio/sera del 7 aprile, quando l’Orsini, in base ad ordine superiore, uscì una prima volta dalla rada e cannoneggiò con le proprie artiglierie da 102/45 (e secondo alcune fonti anche con le mitragliere pesanti da 40/39 mm, mentre secondo altre queste armi erano state probabilmente sbarcate per rinforzare le difese contraeree di Massaua) le truppe britanniche che cercavano di avanzare a nord di Massaua. La seconda ebbe luogo all’alba dell’8 aprile: stavolta il tiro della torpediniera fu diretto contro le truppe britanniche accampate vicino ad Embereni, una ventina di chilometri a nord di Massaua. Sugli effetti di questo cannoneggiamento, nel gennaio 1945 il capitano di corvetta Mario Pouchain (ex comandante del sommergibile Perla, rimasto a terra e fatto prigioniero alla caduta di Massaua) riferì nella sua relazione che un ufficiale dell’esercito britannico che l’aveva scortato prigioniero ad Asmara, il 9 aprile 1941, gli aveva confidato che il tiro dell’Orsini era stato molto preciso ed efficace, al punto di provocare gravi danni ai mezzi britannici concentrati ad Embereni, e di mettere in fuga le truppe britanniche ivi accampate.
Verso mezzogiorno dell’8 aprile, l’equipaggio dell’Orsini ebbe l’impressione che a terra la battaglia fosse cessata: su tutto il fronte non si notava più alcuna azione di fuoco. Non venne ricevuto alcun ordine, né comunicazione di qualsivoglia tipo. Verso le 12.25 la torpediniera venne attaccata da un singolo aereo britannico, reagendo con l’unica mitragliera ancora funzionante (il capitano di corvetta Pouchain parlò nella sua relazione di “continui e violenti attacchi aerei che causarono perdite fra l’equipaggio” ed affermò che la nave fu “attaccata fino all’ultimo dall’aviazione nemica”; però Pouchain non si trovava a bordo dell’Orsini, mentre Valente non fece riferimento, nel suo rapporto, a perdite causate dagli attacchi aerei, e l’Albo dei caduti e dispersi della Marina Militare non contiene il nome di nessun ufficiale, sottufficiale o marinaio dell’Orsini ucciso a Massaua in questa od altra data).
Alle 12.40, mentre la nave rientrava all’ancoraggio al termine della sua azione di bombardamento, il comandante Valente si rese conto che la bandiera italiana non sventolava più sulla sede di Marisupao: sulla base di ciò, oltre che della cessazione di ogni tangibile segno di lotta, comprese che la piazzaforte era caduta. In base alle disposizioni precedentemente ricevute, pertanto, diede il mesto ed inevitabile ordine: autoaffondare la nave. (Secondo qualche fonte, tale ordine venne dato dopo che l’Orsini ebbe esaurito le proprie munizioni).
L’equipaggio dell’Orsini venne trasferito sulle imbarcazioni, poi si provvide ad aprire le valvole kingston, per provocare allagamenti, ed a distruggere alcune tubature della sala macchine per accelerare l’affondamento. Stante la poca distanza dall’ospedale di Massaua e dalla nave ospedale RAMB IV, si era deciso di non adoperare cariche esplosive per l’autoaffondamento, per evitare potenziali danni “collaterali”. Ultimo ad abbandonare la nave, come voleva la tradizione, fu il comandante Valente, insieme al direttore di macchina (capitano del Genio Navale Eliseo Bancalà) ed a due sottufficiali.
Sulle prime l’Orsini andò abbassandosi sul mare lentamente, un poco per volta, fino a quando gli oblò inferiori non arrivarono al livello della superficie: a questo punto l’acqua poté irrompere all’interno attraverso di essi, e l’anziana “tre pipe” sbandò fortemente sulla dritta, alzò la prua al cielo ed affondò di poppa in 27 metri d’acqua, ottocento metri ad est della penisola di Abd el Kader, all’altezza del pontile del Comando (nello specchio d’acqua antistante la sede di Marisupao). Era l’una circa del pomeriggio dell’8 aprile 1941.
 
Il tenente di vascello Giulio Valente, ultimo comandante dell’Orsini (da www.icsm.it)

Il comandante Valente, il direttore di macchina Bancalà e i due sottufficiali raggiunsero il molo del porto sul quale era già sbarcato il resto dell’equipaggio: ai suoi uomini, Valente rivolse “parole di circostanza”. L’ammiraglio Bonetti lodò il comportamento tenuto da tutto l’equipaggio; la Commissione d’Inchiesta Speciale (CIS) istituita nel dopoguerra per giudicare sulla perdita dell’Orsini (com’era abituale fare per ogni nave da guerra perduta) avrebbe giudicato che «il tenente di vascello Valente (…) abbia ottemperato lodevolmente ai suoi doveri anche nella dolorosa circostanza in cui, dopo la caduta di Massaua, in base ad ordini scritti precedentemente ricevuti dovette procedere all’affondamento della sua nave il giorno 8 aprile 1941. Tutto il suo personale si comportò con serenità e fredda rassegnazione».

Tutto era finito: Massaua era caduta. Per un ammiraglio, tre generali, 449 ufficiali e 9140 tra sottufficiali, soldati e marinai, compreso l’intero equipaggio dell’Orsini, iniziava una lunga prigionia: i successivi quattro o cinque anni li avrebbero trascorsi nei campi di prigionia dell’India, del Sudafrica e di altre località dell’impero britannico.
Bonetti, Bergonzi, Tessitore e Carnimeo vennero trasferiti all’Asmara già due ore dopo la resa, accompagnati dal generale Heath. Il resto dei prigionieri venne invece concentrato provvisoriamente nell’aeroporto di Massaua, trasformato in un improvvisato campo di prigionia con l’aggiunta di una recinzione di filo spinato attorno agli hangar. La vigilanza era esercitata da una compagnia del Régiment du Tchad. I prigionieri vennero poi progressivamente smistati verso altri campi di prigionia dell’Impero britannico, dai quali molti non sarebbero rientrati se non parecchi mesi dopo la fine della guerra (il comandante Valente dell’Orsini, ad esempio, avrebbe fatto ritorno in Italia soltanto nell’aprile 1946, esattamente cinque anni dopo la sua cattura ed a quasi un anno dalla fine delle ostilità in Europa).
Molti mesi sarebbero trascorsi prima che i britannici potessero gradualmente ripristinare l’efficienza del porto di Massaua.
 
Prigionieri italiani dopo la caduta di Massaua (© George Rodger/Magnum Photos)

Non sembrano esservi notizie sulla sorte del relitto dell’Orsini. Essendo questa nave affondata in acque abbastanza profonde da non costituire, a differenza delle altre navi, un’ostruzione all’impiego del porto di Massaua, i britannici se ne disinteressarono, ammesso che ne conoscessero l’ubicazione. Non vi è traccia dell’Orsini nelle mappe dei relitti redatte dai britannici dopo l’occupazione di Massaua, né esistono notizie su un suo recupero o demolizione; tutto considerato, appare estremamente probabile che la vecchia “tre pipe” giaccia tutt’ora nel punto in cui si affondò quasi ottant’anni fa. Questa supposizione sembra essere avvalorata dalla carta nautica dell'ammiragliato GB 460(B), Approches Massawa Harbour (scala 1:15000, corr. 2006), che indica la presenza di un relitto a 32 metri di profondità, esattamente 800 metri ad est di quello che nel 1941 era il pontile del Comando Marina sul molo di Abd el Kader, cioè nell’esatto punto indicato nel rapporto del comandante Valente; e di un altro relitto 885 metri ad est del fanale verde di entrata del porto di Massaua, in posizione 15°37'12,4'' N e 39°29'19,3'' E, con un’elevazione di dieci metri su un fondale di 28, sull’allineamento dell’imboccatura del porto. Considerato che il “primo” relitto è indicato come in posizione approssimata ed il “secondo” in posizione certa, pressoché accanto l’uno all’altro, sembra probabile trattarsi della stessa nave, e cioè dell’Orsini. Le immersioni nella zona attorno a Massaua sono ad oggi vietate, e non risulta che il relitto della torpediniera sia mai stato visitato da subacquei, né tanto meno identificato, dall’epoca del suo autoaffondamento nel 1941.

Un estratto dal rapporto della Commissione d’Inchiesta istituita nel dopoguerra sulla perdita dell’Orsini:

"Nella sua relazione fatta al termine della prigionia l'allora comandante dell'Orsini, tenente di vascello in s.p.e. Valente Giulio scrive in data 26 aprile 1946: «Alla sera del giorno 7 uscii dalla rada per eseguire, all'ordine, un'azione di bombardamento contro truppe inglesi che premevano a nord di Massaua; altra simile azione eseguii all'alba del giorno 8. L'armamento di artiglieria della torpediniera era stato ridotto di due pezzi da 102/35, mandati alle isole Dahlach. Alle ore 12 circa ogni azione di fuoco cessava sull'intera fronte; a me non giungevano né nuovi ordini né nuove comunicazioni. Alle 12.25 circa fui bombardato da un aereo nemico contro il quale rivolsi la superstite mitragliera efficiente. Alle 12.40, avendo osservato che la bandiera nazionale già innalzata sul Comando Superiore non sventolava piú, compresi che la base era caduta e quindi, conformemente agli ordini perentori ricevuti, ordinai di affondare la nave dopo aver fatto sbarcare l'equipaggio con mezzi di salvataggio. La nave in quel momento era sui fondali di metri 27, ottocento metri a levante della penisola di Abd el Kader, all'altezza del pontile del Comando. La lasciai per ultimo insieme col direttore di macchina capitano D.M. Bancalà Eliseo ed altri due sottufficiali. Con costoro raggiunsi un molo di Massaua dove all'equipaggio ivi riunito rivolsi parole di circostanza».
Nei riguardi dell’impiego della torpediniera Orsini approfitto della difesa della base, il capitano di corvetta Pouchain al ritorno della prigionia scrisse nella sua relazione datata Taranto 18 gennaio 1945: «La torpediniera Orsini dopo aver eseguito due azioni di bombardamento sulle posizioni nemiche attorno ad Embereni, portate a termine puntualmente ed energicamente malgrado i continui e violenti attacchi aerei che causarono perdite fra 1'equipaggio, si autoaffondó d'ordine di Marisupao poco dopo la cessazione della resistenza, attaccata fino all'ultimo dall'aviazione nemica. Seppi personalmente da un ufficiale dell'Esercito inglese che mi scortó ad Asmara il giorno 9, che la precisione e l'efficacia del tiro della nostra torpediniera avevano posto in fuga i reparti nemici accampati ad Embereni e danneggiati seriamente gli automezzi ivi concentrati».
La torpediniera Orsini fu dunque fatta affondare aprendo i kingston e rompendo alcuni tubi di macchina. Fu escluso 1'impiego di ordigni esplosivi data la vicinanza della nave ospedale Ramb IV e dell'ospedale a terra. La nave si immerse dapprima lentamente; sbandó poi alquanto sulla dritta quando entró acqua dagli hublots inferiori, quindi alzó la prora e si infiló con la poppa in circa 27 metri di fondo.
Il Comando si loda del comportamento degli ufficiali e di tutto l'equipaggio.
In relazione a quanto precede la Commissione ritiene che il tenente di vascello Valente, quale comandante della torpediniera Orsini, abbia ottemperato lodevolmente ai suoi doveri anche nel1a dolorosa circostanza in cui, dopo la caduta di Massaua, in base ad ordini scritti precedentemente ricevuti dovette procedere all'affondamento della sua nave il giorno 8 aprile I941. Tutto il suo personale si comportó con serenità e fredda rassegnazione
".


(Coll. Luigi Angelini)