mercoledì 2 aprile 2014

Uebi Scebeli

L’Uebi Scebeli nel 1938 (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)
   
Sommergibile di piccola crociera della classe Adua (dislocamento di 698 tonnellate in superficie ed 866 in immersione). Durante la guerra effettuò tre missioni offensive od esplorative, percorrendo complessivamente 1437 miglia in superficie e 149 in immersione.
 
Breve e parziale cronologia.
 
11 gennaio 1937
Impostazione nei cantieri Franco Tosi di Taranto.
3 ottobre 1937
Varo nei cantieri Franco Tosi di Taranto.
 


21 dicembre 1937
Entrata in servizio. Viene assegnato alla XLIII Squadriglia Sommergibili, di base a Taranto.
1938
Dislocato a Tobruk.
Fine 1939
Dislocato a Taranto.
10 giugno 1940
All’entrata in guerra dell’Italia l’Uebi Scebeli forma la XLVI Squadriglia Sommergibili (IV Gruppo Sommergibili, di base a Taranto) insieme ai gemelli Uarsciek, Dagabur e Dessiè. Lo stesso 10 giugno il battello parte per la prima missione offensiva al largo di Cerigotto.
15 giugno 1940
Torna alla base senza aver incontrato navi nemiche.
Giugno 1940
Seconda missione, di agguato difensivo, nel golfo di Taranto.


Un’altra immagine dell’Uebi Scebeli (da www.grupsom.com)

L’affondamento
 
Il 27 giugno 1940 l’Uebi Scebeli, al comando del tenente di vascello Bruno Zani, lasciò Taranto per la sua terza missione di guerra, un agguato 35 a nordest di Derna.
Alle 6.30 (o 6.20) del mattino del 29 giugno, in navigazione in superficie al largo di Creta durante l’avvicinamento all’area d’agguato, l’Uebi Scebeli avvistò una formazione di cacciatorpediniere britannici: erano il Dainty, il Defender, il Decoy, il Voyager e l’Ilex (la Forza «C»), impegnati in un rastrello antisommergibile nel Mediterraneo centrale tra Alessandria e Tobruk a protezione dell’operazione di rifornimento britannica «MA 3» tra Malta, Egitto e Grecia. Le cinque unità avevano già affondato, due giorni prima, il sommergibile italiano Liuzzi, ed avevano appena terminato una caccia contro un altro sommergibile, dall’esito incerto (è possibile che avessero appena affondato un secondo battello italiano, l’Argonauta). Alle 6.42 l’Ilex avvistò a sua volta l’Uebi Scebeli, in superficie, ad una distanza di otto miglia, su rilevamento 330°: mentre il Decoy ed il Voyager rimasero sul luogo del primo attacco (per altra versione anche il Voyager partecipò all’attacco, prima aprendo il fuoco con il proprio armamento e poi, dopo l’immersione, con bombe di profondità), il Dainty, il Defender e l’Ilex diressero a tutta velocità incontro all’Uebi Scebeli, che dovette precipitosamente immergersi, e Dainty ed Ilex lo bombardarono pesantemente con cariche di profondità.
Per altra versione, non trovandosi in posizione favorevole per un attacco (angolo beta sfavorevole), l’Uebi Scebeli s’immerse con la rapida e si portò poi a quota periscopica per soppesare la possibilità di attaccare in immersione, ma venne localizzato ed intensamente bombardato con bombe di profondità dal Dainty, dal Defender e dall’Ilex. (Non sembra esservi chiarezza sulla durata della caccia, da “oltre un’ora”, tempo comunque impossibile dati gli orari di avvistamento ed affondamento, a soli tre minuti).
Il sommergibile cercò di manovrare per allontanarsi ed evitare le cariche di profondità, ma fu gravemente danneggiato (si aprirono delle consistenti vie d’acqua e diverse strumentazioni furono poste fuori uso), tanto da dover emergere a causa dei danni: appena emerso, circondato dai cacciatorpediniere, divenne oggetto del preciso tiro di cannoni e mitragliere di tutte e tre le navi nemiche, che colpirono più volte la torretta. Una volta in superficie il comandante Zani constatò che il battello stava lentamente affondando per i danni subiti, mentre le navi britanniche, cessato il fuoco non appena avevano visto l’equipaggio salire in coperta per abbandonare l’unità, stavano per calare le proprie imbarcazioni: Zani ordinò perciò di accelerare l’affondamento, gettare gli archivi in mare ed abbandonare la nave.

Bruno Zani e Gian Giacomo Manfredi, poi diventati comandante e “tenente” dell’Uebi Scebeli, fotografati a Soller nel 1937, durante la guerra civile spagnola (g.c. Giovanni Pinna)

I documenti segreti presenti a bordo (codici, cifrari, ordini d’operazione ed altro), tra cui il nuovo codice della Regia Marina, che era stato approvato da pochi giorni, furono portati in plancia e buttati in acqua uno dopo l’altro mentre il comandante Zani controllava l’operazione, ma questi vide che alcune delle pubblicazioni segrete, nonostante (solitamente) fossero state dotate di appositi pesi di piombo per assicurarne un rapido affondamento ed impedirne la cattura, stentavano ad affondare. Le imbarcazioni dei cacciatorpediniere britannici si avvicinavano rapidamente, con l’evidente intento di salire a bordo del sommergibile per tentare di impedirne l’autoaffondamento o di catturare i documenti segreti, perciò Zani, dato che, se i documenti gettati in mare fossero rimasti a galla, sarebbero potuti essere recuperati dalle lance delle navi nemiche, ordinò che le pubblicazioni segrete che ancora non erano state buttate in acqua venissero gettate nella cucina di superficie, poi ne fece bloccare il portello, per evitare che qualche documento potesse venire a galla quando l’Uebi Scebeli sarebbe affondato.
Il comandante Zani ordinò di nuovo di accelerare l’autoaffondamento, ma nel frattempo una lancia del Defender aveva abbordato il sommergibile e due ufficiali britannici erano saliti a bordo; i due scesero all’interno del sommergibile ed arrivarono fino in camera di manovra, ma Zani subito li seguì e disse loro che il battello stava affondando. Vedendo l’acqua sul pagliolo della camera di manovra, i due ufficiali britannici si persuasero e tornarono immediatamente in coperta, seguiti dal comandante Zani.
Nel mentre, l’equipaggio dell’Uebi Scebeli abbandonava il battello: alcuni uomini si gettarono in acqua, ma la maggior parte salì direttamente sulle imbarcazioni dei cacciatorpediniere. Infine anche il comandante Zani, il comandante in seconda (tenente di vascello Gian Giacomo Manfredi), il direttore di macchina (tenente del Genio Navale Direzione Macchine Uttieri) e l’ufficiale di rotta (sottotenente di vascello Rupil) salirono su una delle lance, insieme ai due ufficiali britannici.
 
Tre immagini dell’Uebi Scebeli in procinto di affondare, circondato dai cacciatorpediniere britannici: la prima e la terza dal sito dell’Australian War Memorial, la seconda da Betasom.
 
 

 
 
Fu il Dainty, il cacciatorpediniere più vicino, ad accelerare l’affondamento del sommergibile ormai agonizzante e deserto, sparando un colpo di cannone sulla prua: l’unità italiana scivolò sotto la superficie intorno alle sette del mattino (le 8.20 secondo fonte britannica), in posizione 35°29’ N e 20°06’ E (160 miglia a sudovest di Creta).
Non vi furono vittime; tutto l’equipaggio dell’Uebi Scebeli, che aveva avuto solo un ferito, venne recuperato e fatto prigioniero dal Dainty (si trattò di uno dei pochissimi sommergibili italiani affondati senza perdite umane durante la guerra).


Il recupero dei naufraghi (g.c. Giovanni Pinna)


L’affondamento dell’Uebi Scebeli ebbe però un risvolto fortemente negativo, che andava al di là della mera perdita di un sommergibile: in circostanze controverse, infatti, il Voyager riuscì a recuperare numerosi documenti segreti ed i cifrari, compreso il nuovo codice della Marina. Dalla relazione del comandante Zani e del comandante in seconda Manfredi alla Commissione d’Inchiesta istituita nel 1945 sulla perdita dell’Uebi Scebeli, non risulta che gli inglesi saliti a bordo del battello fossero riusciti a prelevare dei documenti, pertanto è probabile che qualcuna delle imbarcazioni dei cacciatorpediniere li recuperò in mare, tra le pubblicazioni che erano state gettate in acqua ma che non erano affondate subito come avrebbero dovuto.
Da parte britannica, però, non è chiaro se la cattura di documenti e pubblicazioni confidenziali sia avvenuta in mare oppure a bordo del sommergibile, prima che questi affondasse, da parte delle squadre d’abbordaggio dei cacciatorpediniere.
 
 
Altre due immagini del sommergibile agonizzante scattate da bordo delle navi britanniche: si nota l’impressionante danno arrecato alla torretta dalle cannonate giunte a segno (Australian War Memorial).

 

Il battello, senza ormai più nessuno a bordo, poco prima di essere finito dal Dainty (Naval History and Heritage Command, via Marcello Risolo, Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)


I codici catturati a seguito dell’affondamento dell’Uebi Scebeli (in particolare il cifrario “SM 19/S”; per altra fonte vennero rinvenuti due codici, uno dei quali, appena approvato, sarebbe entrato in vigore il 1° luglio 1940), insieme a quelli recuperati pochi giorni prima sul sommergibile Galilei catturato in Mar Rosso, furono di notevole aiuto ai decrittatori britannici operanti nella centrale di Bletchley Park (“ULTRA”) per studiare e “sfondare” i sistemi di codificazione della Regia Marina, anche se dovette passare parecchio tempo prima che gli studi su tali codici potessero portare a risultati concreti, anche perché già nel luglio 1940 i comandi italiani, forse intuendo che dei cifrari potessero essere stati catturati su qualcuno dei diversi sommergibili persi nel giugno 1940, cambiarono tutti i codici vanificando il lavoro sino ad allora svolto, nonché il possesso dei cifrari ormai superati. Secondo una fonte, i documenti catturati sull’Uebi Scebeli rivelarono la posizione di altri due sommergibili italiani, cui le forze britanniche diedero la caccia, fortunatamente senza successo.
Cinque minuti dopo l’affondamento del sommergibile, i cacciatorpediniere britannici diressero per rientrare alla loro base, Alessandria d’Egitto. L’equipaggio dell’Uebi Scebeli, sbarcato ad Alessandria il 30 giugno (il Dainty arrivò ad Alessandria alle 19.34 di quel giorno), venne portato nel campo di prigionia di Geneifa, in Egitto, da dove successivamente venne trasferito in India.

 

I marinai dell’Uebi Scebeli prigionieri a bordo del Dainty (Australian War Memorial).



7 commenti:

  1. Ho riconosciuto mio padre Marcello Mori. È il primo seduto di fianco al marinaio armato di guardia

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  2. GENTILE SIG. MORI
    MIO SUOCERO ERA ANCHE UNO DI QUEI MARINAI PRESI PRIGIONIERI. DA QUELLO CHE MI DISSE PERO' E' CHE LUI FU MANDATO IN SUD AFRICA DOVE STETTE PRIGIONIERO QUASI SEI ANNI.COSE DEL DESTINO; MIO PADRE ANCHE LUI FU
    SUL SOMMERGIBILE MA FU TRASFERITO PRIMA DELL'AFFONDAMENTO.
    GRAZIE
    PAGANO FRANCESCO
    +18159227929
    sausage82@aol.com

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  3. Anche mio padre era imbarcato, era giovanissimo credo sia stato il più giovane dell'equipaggio aveva 20 anni
    Fabiana Querin

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  4. Sarebbe bello poter raccogliere foto di quell'evento , se esistono. Se qualche figlio o nipote dei marinai del sommergibile mi legge avrei piacere essere contattato. Grazie e saluti

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  5. Mio nonno era sul sommergibile, E ci ha sempre raccontato che quando è stato bombardato loro si trovavano sotto e sono stati ripescati dagli inglesi, con le orecchie piene di sangue
    … qui invece si racconta di un passaggio, abbastanza tranquillo sulle navi inglesi, di tutto l’equipaggio. se qualcuno ha maggior chiarezza, potrebbe raccontarmelo? Mio nonno non c’è più più…

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  6. Si anche mio padre mi raccontava come il recupero fu drammatico e molto pericoloso. Mi diceva che ad uno ad uno furono estratti dallo scafo.

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  7. Anche mio padre mi raccontava di un recupero drammatico.

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