mercoledì 23 aprile 2014

Sanandrea

La nave quando portava il nome di Hyrcania (g.c. Mauro Millefiorini)

Piroscafo cisterna da 5077,45 tsl, 3107 tsn e 7570 tpl, lungo 121,92 metri e largo 15,45, pescaggio 9,27 m, velocità 11-12 nodi. Nominativo di chiamata internazionale IBYP, matricola 1690 al Compartimento Marittimo di Genova. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Polena, con sede a Genova.

Breve e parziale cronologia.

14 agosto 1908
Varata nei cantieri W. G. Armstrong Whitworth & Co. Ltd. di Newcastle-upon-Tyne come Hyrcania (numero di cantiere 807), per la Caspian Oil Company Limited, di Londra.
Ottobre 1908
Completata e consegnata alla Caspian Oil Company Limited, di Londra.
1924
Essendo la Caspian Oil Company Ltd. in liquidazione, l’Hyrcania viene trasferita alla Société Franco-Caspienne des Petroles SA.
14 maggio 1927
L’Hyrcania (al comando del capitano Jules Momomble) è teatro, a Los Angeles, di un episodio di ammutinamento. Nove marinai si rifiutano di partire per Yokohama, asserendo di essere stati ingaggiati per un viaggio dalla Francia a Los Angeles e ritorno, e di essere invece stati costretti a tre viaggi da Los Angeles all’Estremo Oriente, durante i quali sono stati malnutriti. Gli uomini minacciano di gettarsi in mare se la nave (ormeggiata nel porto esterno di Los Angeles) partirà; ne segue una lite nella quale uno degli “ammutinati” viene gravemente ferito, mentre gli altri otto vengono incarcerati a Los Angeles.
Per tentare di ricomporre il dissidio tra marinai ed ufficiali interviene anche il console francese.
1930
Acquistata dalla compagnia Scopinich & Monta di Genova.
1932
Ribattezzata Sanandrea.
1934
Passata alla Monta & Angeloni.
1937
Acquistata dalla Polena Società di Navigazione, con sede a Genova.
9 dicembre 1940
Requisita dalla Regia Marina, senza essere iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
9 febbraio 1941
La Sanandrea si trova in navigazione al largo di Pegli, diretta a Savona, quando Genova viene attaccata e bombardata dalla Forza H britannica (corazzate Renown e Malaya, portaerei Ark Royal, incrociatore leggero Sheffield, 10 cacciatorpediniere) nell'ambito dell'Operazione "Grog". Verso la fine del bombardamento (protrattosi dalle 8.14 alle 8.45) la pirocisterna, mentre cerca di entrare nel porto di Genova, viene cannoneggiata dalle unità britanniche, e, colpita da un proiettile a 152 mm, rimane immobilizzata ad otto miglia da Pegli; tuttavia potrà essere rimorchiata in porto.
2 maggio 1941
Parte da Trapani alla volta di Tripoli insieme ai piroscafi tedeschi Brook e Tilly M. Russ, al piroscafo italiano Bainsizza ed al rimorchiatore tedesco Max Barendt, con la scorta delle torpediniere PolluceCentauroClio e Generale Carlo Montanari e dell’incrociatore ausiliario RAMB III. Alle 16.23 il sommergibile britannico Upright (tenente di vascello Russell Stanhope Brookes) avvista fumi su rilevamento 260°, in posizione 33°59’ N e 12°01’ E, e dopo aver accostato per avvicinarsi avvista alle 16.38 il convoglio di cui fa parte la Sanandrea, una cinquantina di miglia a sudest delle secche di Kerkennah. Alle 16.52, tuttavia, a causa dell’inesperienza del comandante Brooke, l’Upright si viene a trovare, al momento stabilito per il lancio, a soli 275 metri da una delle unità della scorta, così che deve rinunciare all’attacco ed immergersi in profondità. Alle 17.28 il sommergibile torna a quota periscopica e, avendo visto che uno dei mercantili (quello di coda della colonna di sinistra) è rimasto un po’ indietro rispetto al resto del convoglio, gli lancia contro un siluro alle 17.43, ma l’arma, lanciata da 5500 metri, manca il bersaglio.
20 maggio 1941
La Sanandrea lascia Tripoli alle 16 insieme ai piroscafi TembienWachtfels (tedesco), Ernesto ed Amsterdam ed alle motonavi GiuliaCol di Lana per rientrare a Napoli, con la scorta dei cacciatorpediniere Aviere (caposcorta), GrecaleDardo e Camicia Nera e della torpediniera Enrico Cosenz. Vi è inoltre una scorta a distanza costituita dalla VII Divisione Navale (incrociatori Duca degli Abruzzi e Garibaldi, cacciatorpediniere GranatiereBersagliere ed Alpino).
23 maggio 1941
Il convoglio giunge a Napoli alle 23.
16 giugno 1941
Effettua un viaggio da Taranto a Corinto insieme ai piroscafi Berbera e Superga, con la scorta degli incrociatori ausiliari Città di Napoli ed Egitto.
4 luglio 1941
Derequisita dalla Regia Marina.
24 agosto 1941
Mentre la Sanandrea si trova ormeggiata a Salonicco, si verifica a bordo un’esplosione, causata da un corto circuito nell’intercapedine prodiera. L’esplosione sfonda alcune paratie e rende inutilizzabile la prima cisterna di prua, anche se non mette a rischio la galleggiabilità della nave. Ci sono due feriti tra l’equipaggio: l’ufficiale Andrea Deveris ed il nocchiere Alfonso Raffaelli, quest’ultimo in modo grave.
4 ottobre 1941
Arriva al Pireo a mezzogiorno. Successivamente prosegue per Salonicco, dove viene nuovamente requisita dalla Regia Marina lo stesso 4 ottobre, alle ore 12.00, senza essere iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
12 novembre 1941
Lascia Saonicco alle 14, in convoglio con i piroscafi Artemis Pitta, Pasubio e Pier Luigi e con la scorta delle torpediniere Alcione e Castelfidardo.
15 novembre 1941
Arriva al Pireo alle 17. Successivamente raggiunge Kalkis insieme al resto del convoglio.
23 novembre 1941
Lascia il Pireo alle 8.25.
24 novembre 1941
Arriva a Patrasso alle 15.
25 novembre 1941
Riparte da Patrasso alle 11, con la scorta dell’incrociatore ausiliario Arborea.
26 novembre 1941
Giunge a Corfù alle 17.15.
27 novembre 1941
Lascia Corfù alle 6.50 ed arriva a Valona alle 14.30, di nuovo scortata dall’Arborea.
28 novembre 1941
Riparte da Valona alle 7 diretta a Durazzo, dove giunge alle 16.30, sempre scortata dall’Arborea.
4 dicembre 1941
Lascia Durazzo alle 7 diretta a Cattaro; alle 18.30 entra a Teodo.
21 dicembre 1941
Lascia Teodo a mezzogiorno diretto a Ragusa/Dubrovnik, dove arriva sei ore dopo.
22 dicembre 1941
Riparte da Ragusa alla volta di Spalato, alle otto del mattino.
24 dicembre 1941
Giunge a Sebenico alle 15.50.
25 dicembre 1941
Riparte da Sebenico alle 9 per raggiungere Trieste; alle 17 arriva a Zara, dove sosta.
26 dicembre 1941
Lascia Zara alle 7.20 ed arriva a Lussino alle 15.
27 dicembre 1941
Lascia Lussino alle 12.45.
29 dicembre 1941
Dopo aver fatto scalo a Pola, arriva a Trieste alle 8.15. Successivamente ritorna a Pola.
31 dicembre 1941
Lascia Pola alle 8.30 per tornare a Trieste, dove arriva alle 16. 
5 gennaio 1942
Lascia Trieste alle 11.20, diretta a Venezia, dove giunge alle 17.30.
17 gennaio 1942
Derequisita dalla Regia Marina.
18 gennaio 1942
Lascia Venezia alle 15.30. 
19 gennaio 1942
Arriva ad Ancona alle 9.45.
26 aprile 1942
Nuovamente requisita dalla Regia Marina (ad Ancona, alle ore 08.00) per la terza ed ultima volta: non sarà mai più requisita, se non, formalmente, dopo la perdita. Non iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato. 
Lascia Ancona alle 19, diretta a Venezia.
27 aprile 1942
Giunge a Venezia alle 13.20.
3 giugno 1942
Lascia Venezia alle 5.50.
4 giugno 1942
Arriva a Bari alle 18.50, ripartendo dopo dieci minuti alla volta di Taranto.
5 giugno 1942
Arriva a Taranto alle 14.15.
7 giugno 1942
Lascia Taranto alle 21.30.
9 giugno 1942
Arriva a Patrasso all’1.10.
10 giugno 1942
Lascia Patrasso alle 5 e raggiunge Corinto, da dove poi prosegue alle 14.20 per il Pireo, ove giunge alle 17.40.
17 giugno 1942
Salpa dal Pireo alle 11.55.
18 giugno 1942
Arriva a Candia alle 9.37.
20 giugno 1942
Lascia Candia alle 12.20.
21 giugno 1942
Giunge al Pireo alle 8.30.
23 giugno 1942
Riparte dal Pireo alle 16.20, ma rientra al Pireo dopo un’ora.
6 luglio 1942
Lascia nuovamente il Pireo alle 5.35 e giunge a Corinto alle otto.
7 luglio 1942
Lascia Corinto alle 5.15 e giunge a Patrasso alle 12.30.
8 luglio 1942
Salpa da Corinto alle 19 e fa scalo a Patrasso, proseguendo poi per Prevesa insieme al piroscafo Tagliamento, con la scorta dell’incrociatore ausiliario Arborea.
9 luglio 1942
Arriva a Prevesa alle 6.30, ripartendone per Brindisi alle 14.
10 luglio 1942
Giunge a Brindisi alle 11.20, insieme al Tagliamento e con la scorta dell’Arborea.
11 luglio 1942
Riparte da Brindisi alle 4.45, giungendo a Taranto alle 20.28.
16 luglio 1942
Lascia Taranto alle 21 e raggiunge Patrasso e poi Istmia (?).
18 luglio 1942
Riparte alle 13.45.
19 luglio 1942
Arriva a Suda alle 9.30.
23 luglio 1942
Riparte da Suda alle 7 e raggiunge Iraklion.
26 luglio 1942
Lascia Iraklion alle 17 per raggiungere il Pireo.
27 luglio 1942
Arriva al Pireo alle 20.35.
28 luglio 1942
Riparte alle 14 diretta a Corinto, dove giunge alle 17.40.
29 luglio 1942
Lascia Corinto alle 6.05 diretta a Patrasso, dove arriva alle 13.35.
31 luglio 1942
Salpa da Patrasso alle 10, diretta a Taranto insieme ad un’altra pirocisterna, l’Alberto Fassio, e con la scorta della torpediniera Antares e dell’incrociatore ausiliario Barletta.
2 agosto 1942
Arriva a Taranto alle 2.30.
7 agosto 1942
Lascia Taranto alle 22, diretta a Patrasso.
9 agosto 1942
Arriva a Patrasso alle 5.10 e ne riparte cinquanta minuti dopo, diretta al Pireo, dove giunge alle 20.15.
11 agosto 1942
Riparte dal Pireo alle 12.15, diretta a Suda.
13 agosto 1942
Dopo aver fatto scalo ad Iraklion (Candia) per poi proseguire alle 13, arriva a Suda alle 20.30.
14 agosto 1942
Lascia Suda alle 18 per il viaggio di ritorno.
15 agosto 1942
Arriva al Pireo alle 13.46.
19 agosto 1942
Parte dal Pireo a mezzogiorno (o 13.40). Giunge a Corinto alle 16.35.
20 agosto 1942
Lasciata Corinto alle quattro del mattino, arriva a Patrasso alle 11.50 (o 12.50).
21 agosto 1942
Riparte da Patrasso alle 19 (o 19.30), diretta a Corfù.
22 agosto 1942
Giunge a Corfù alle 11.30.
25 agosto 1942
Lascia Corfù alle 20.10 per rientrare a Taranto.
26 agosto 1942
Arriva a Taranto alle 15.30.

Piani costruttivi della Sanandrea (si ringrazia Fabrizio Colucci, che li ha reperiti presso l’U.S.M.M.)

L’affondamento

Nel corso del 1942 la Sanandrea, come molte altre navi cisterna, venne impiegata soprattutto per trasportare carburante in Libia, necessario alle forze italo-tedesche operanti in Nordafrica. Era un compito particolarmente pericoloso: ben consci della vitale importanza del carburante tra tutti i rifornimenti, infatti, i comandi britannici concentravano i loro sforzi maggiori nell’attacco alle navi cisterna.
La Sanandrea lasciò Taranto per il suo ultimo viaggio alle 5.45 (o 5.30) del 30 agosto 1942, diretta al Pireo e a Suda, da dove poi sarebbe dovuta proseguire alla volta di Tobruk, sua destinazione finale. Il carico, 3959 tonnellate di benzina per le forze italo-tedesche: il feldmaresciallo Erwin Rommel, comandante dell’Afrika Korps, necessitava di alcune migliaia di tonnellate di carburante per lanciare un’offensiva contro le linee britanniche ad Alam Halfa, offensiva che sarebbe iniziata quel giorno stesso (per altra fonte il carburante trasportato dalla Sanandrea sarebbe servito per la futura avanzata oltre il Nilo, se l’offensiva avesse avuto successo). La scorta navale era assicurata dalla torpediniera Antares (capitano di corvetta Antonio Biondo), quella aerea da un idrovolante antisommergibile CANT Z. 501 (che volava a proravia del convoglio, sulla dritta, in funzione antisommergibili), da due bimotori Caproni CA. 314 (che avrebbero dovuto difendere il convoglio da eventuali attacchi di aerosiluranti), da un idrovolante antisommergibile Arado (tedesco), da due o tre bombardieri Junkers Ju 88 della Luftwaffe (impiegati però come caccia pesanti) e da tre (per altra fonte otto) caccia italiani Macchi C. 200.
A bordo della Sanandrea si trovavano in tutto 55 uomini: 25 membri dell’equipaggio civile, 21 militari del Regio Esercito (un ufficiale, un sottufficiale e 20 artiglieri) e 7 militari della Regia Marina. Il personale della Regia Marina consisteva in un Regio Commissario (il capitano del Genio Navale Direzione Macchine Alfredo Torrente), quattro cannonieri e due segnalatori. I due segnalatori, mandati dall’Ufficio Comunicazioni Interno, erano stati imbarcati a Taranto, traendoli dal gruppo segnalatori per i piroscafi.

L’Antares e la Sanandrea, che la seguiva in linea di fila, superarono le ostruzioni di Taranto alle 6.06 del 30 agosto, imboccando poi le rotte di sicurezza orientali. Alle 8.10 il convoglietto era al traverso di Torre Ovo.
Le due navi seguivano rotte costiere radenti la costa pugliese tra le secche di Torre San Giovanni di Ugento e Capo Santa Maria di Leuca. La Sanandrea procedeva alla velocità di nove nodi su rotta vera 100°, mentre l’Antares zigzagava a 12 nodi (l’angolo dello zig zag era di circa 60° sulla direttrice di marcia) tenendosi mediamente 30° di prora a dritta della cisterna, sul lato esterno, ad una distanza di 1200 metri.
Il mare era piatto, il sole picchiava alto nel cielo. Era una caldissima giornata d’agosto. I pescatori di Torre Vado, nel tornare in porto, preferivano tenersi alla larga dalla nave cisterna e dalla torpediniera di scorta.
I servizi britannici, tuttavia, erano a conoscenza della prevista partenza della Sanandrea per la Libia: i messaggi relativi al viaggio, inviati con la macchina cifrante C-38 M, erano stati intercettati e decifrati dall’organizzazione britannica “ULTRA”, che aveva poi inviato ai comandi britannici ben sei dispacci circa la Sanandrea, uno dei quali, inviato alle 21.38 del 29 agosto, precisava rotta ed orari previsti. Venne così ordinato un attacco di aerosiluranti, per impedire che la cisterna, con il suo prezioso carico, potesse raggiungere la sua destinazione (gli alleati stavano preparando l’Operazione Lightfoot, che avrebbe portato in ottobre all’offensiva di El Alamein, ed intendevano pertanto infliggere le maggiori perdite possibili ai flussi di rifornimento delle forze italo-tedesche in Nordafrica, specie per quanto riguardava il carburante).
Lo stesso 30 agosto, in mattinata, un ricognitore britannico raggiunse il convoglio, e completò il lavoro di “ULTRA” appurando la precisa consistenza della scorta aerea e navale. Poi, alle 11.45, decollarono da Malta nove aerosiluranti Bristol Beaufort del 39th Squadron al comando del maggiore (Squadron Leader) R. Patrick Gibbs, scortati da nove caccia Bristol Beaufighter (cinque dei quali muniti di bombe per attaccare a loro volta la nave) al comando di D. Ross Shore. Tre dei Beaufighter ebbero però avarie ai motori, e furono costretti al rientro.
Patrick “Pat” Gibbs, il comandante dei Beaufort, prima del decollo aveva studiato il rapporto del ricognitore: dato che l’Antares (identificata come un cacciatorpediniere) proteggeva il lato della Sanandrea rivolto verso il mare, gli aerei avrebbero dovuto attaccare dal lato opposto, provenendo da terra. Gli aerei avrebbero dovuto compiere un largo giro, sorvolando la terraferma a due miglia di quota, per poi tornare verso il mare ed attaccare.
Alle 14.15, quando il convoglio italiano era ad un miglio per 214° da Torre Vado (cinque miglia a ponente di Leuca, e precisamente nel punto 39°48’ N e 18°14’ E), da bordo delle navi vennero avvistati nella lieve foschia, verso sud, degli aerei sospetti. L’Antares li avvistò quando erano a circa 7-8 km di distanza, sulla dritta; volavano a bassa quota, piuttosto distanti l’uno dall’altro, seguendo una rotta verso sudest, e la leggera foschia sull’orizzonte rendeva difficile capire che tipo di aerei fossero. Nella medesima direzione, ma a quota maggiore, erano visibili anche due aerei tedeschi (identificati nel rapporto dell’Antares come caccia “tipo Arado”) che seguivano la stessa rotta degli aerei sconosciuti: la presenza degli aerei della Luftwaffe indusse il comandante dell’Antares a ritenere che i velivoli avvistati per primi fossero nemici, intercettati ed inseguiti da quelli tedeschi. Poco dopo, infatti, gli aerei sconosciuti vennero identificati come caccia britannici Bristol Beaufighter, almeno dodici, che procedevano verso est bassissimi sul mare. Venne dato l’allarme, ed i caccia italiani e tedeschi (questi ultimi volavano a quota più alta degli aerei nemici, mentre i caccia italiani volavano a quota ancora maggiore di quelli tedeschi) diressero contro la formazione di Beaufighter per attaccarla.
Contemporaneamente, alle 14.16, il piccolo convoglio venne attaccato da bombardieri nemici, provenienti da sud. Sotto l’attacco dei caccia tedeschi, i Beaufighter si aprirono a ventaglio; parte di essi si allontanarono, gli altri si avvicinarono al convoglio.
A terra, i pescatori ed i curiosi che da riva assistevano al passaggio del piccolo convoglio interruppero le loro attività quotidiane e corsero precipitosamente verso il paese, temendo di essere attaccati dagli aerei; qualcuno gridò “Curriti! Curriti! Salvaviti!”, in pochi rimasero a guardare quanto accadeva in mare.

Gli aerei condussero l’attacco individualmente, da una distanza di un migliaio di metri; avvicinandosi alla Sanandrea, salivano gradualmente di quota fino a circa 200 metri, lanciavano le bombe e poi si allontanavano verso ovest.
Sulle prime l’Antares, dato che gli aerei britannici si mescolavano a quelli italiani e tedeschi, non aprì il fuoco per non colpire i velivoli amici (per altra versione, prima iniziò il tiro, ma poco dopo lo sospese per non colpire i due idrovolanti della scorta); poi, quando le distanze si furono di molto ridotte, la torpediniera dovette aprire ugualmente il fuoco, dapprima con i cannoni da 100 mm dell’armamento principale, che tuttavia, a causa della rapidità dell’avvicinamento degli aerei, cessarono subito il fuoco e vennero rimpiazzati dalle mitragliere. Il tiro dell’Antares venne giudicato «a distanza utile, preciso ed efficace» (ma con la precisazione che «si ritiene però che il munizionamento sia troppo sensibile e di conseguenza poco efficace contro aerei parzialmente protetti»), e da bordo della torpediniera si ritenne di aver colpito quattro aerei che stavano attaccando la Sanandrea, dei quali il secondo ebbe un principio d’incendio a bordo ed abbandonò l’attacco. Dovendo fare fuoco sugli aerei che stavano attaccando la nave cisterna, l’Antares non poté sparare contro quelli che stavano invece attaccando lei, e venne mitragliata, subendo pochi danni ma 18 feriti tra l’equipaggio.
Anche la Sanandrea aprì il fuoco con le proprie mitragliere da 20 mm contro gli aerei attaccanti, ma ormai era troppo tardi: due dei Beaufighter, provenendo da direzioni diverse, ne mitragliarono il ponte con tiro molto preciso, poi altri tre sganciarono ognuno due bombe da 250 libbre, che tuttavia finirono in mare. Un quarto Beaufighter, pilotato dal tenente Dallas W. Schmidt, mise invece a segno le sue due bombe da 250 libbre sulla petroliera italiana.
Nel frattempo i Macchi C. 200 e gli Ju 88 avevano attaccato i Beaufort, perciò i Beaufighter interruppero l’attacco e tornarono indietro per difendere gli aerosiluranti; nella conseguente battaglia aerea vennero danneggiati un Beaufort e tre Beaufighter, ma altri quattro Beaufort riuscirono a portarsi all’attacco ed a lanciare i loro siluri.
Da bordo dell’Antares, vennero distinti quattro aerei che attaccarono la Sanandrea: il primo sganciò le bombe a poppa dritta della petroliera, e venne colpito, prima di sganciare le bombe, dal tiro della torpediniera. Il secondo, probabilmente già danneggiato dalla caccia aerea mentre si avvicinava al suo bersaglio, venne colpito ancora dal tiro delle armi di bordo, prese fuoco e, prima di compiere il lancio, scivolò d’ala a circa trenta metri dalla superficie del mare, ma poi si riprese e si allontanò verso ovest, in fiamme. Il successivo avvistamento di una colonna di fumo bianco verso ovest indusse a ritenere che questo aereo fosse successivamente precipitato in mare, fuori vista rispetto all’Antares. Il terzo ed il quarto attaccarono più o meno contemporaneamente, colpendo ed incendiando la Sanandrea; l’Antares ritenne di aver colpito anche questi due aerei. Oltre a sganciare le bombe, tutti gli aerei che attaccarono la Sanandrea la mitragliarono al contempo.
Da fonti britanniche, risulta che ad ottenere il centro decisivo fu uno dei quattro Beaufort che riuscirono a lanciare i propri siluri, e precisamente quello pilotato dal maggiore Gibbs. Sebbene già danneggiato, l’aereo di Gibbs scese basso sul mare, si avvicinò al suo bersaglio sino a riuscire addirittura a leggere il suo nome ed a quel punto, da 460 metri, sganciò l’arma, per poi riprendere quota mancando per un soffio l’albero della cisterna. Dopo una brevissima corsa il siluro colpì la Sanandrea e la cisterna esplose in una palla di fuoco e di fumo, proiettando rottami in aria e venendo immediatamente avvolta dalle fiamme scatenate dall’incendio di quasi quattromila tonnellate di carburante.
Erano le 14.19. La Sanandrea si trovava in quel momento a 5 miglia per 270° da Capo Santa Maria di Leuca.

Durante la fase finale dell’attacco, due aerei attaccarono e mitragliarono anche l’Antares, che ebbe diversi feriti tra l’equipaggio, dopo di che uno di essi mitragliò anche il CANT Z. 501, il quale rispose al fuoco e cercò vanamente di inseguirlo. Concluso l’attacco, alle 14.20, i velivoli nemici si allontanarono inseguiti dai tre Macchi 200; anche l’Antares tirò qualche altra cannonata nella loro direzione.
L’Antares comunicò l’accaduto a Marina Taranto, e richiese l’invio sul posto di un aereo di soccorso, avendo alcuni feriti gravi tra l’equipaggio. Nel corso dell’attacco la torpediniera aveva sparato in tutto tre colpi di cannone da 100 mm (uno per ciascun cannone) e 525 proiettili di mitragliera da 20 mm.
Sebbene incendiata, la Sanandrea non si fermò dopo il siluramento: le sue macchine rimasero in moto e, col timone alla banda a sinistra, la petroliera senza più controllo girò in tondo per tre ore, continuando a perdere carburante che s’incendiava poi sulla superficie del mare. Purtroppo, molti naufraghi non riuscirono a uscire dalla zona in cui si era scatenato l’incendio, e la presenza della nave in fiamme che continuava a girare e perdere benzina ostacolò i tentativi di soccorso.
Alle 14.25 l’Antares cercò di avvicinarsi alla Sanandrea, per quanto lo permettesse il rischio rappresentato dalle continue esplosioni di barili di benzina e munizioni delle mitragliere che si verificavano a bordo della cisterna in fiamme. Alle 14.40 la torpediniera mise a mare una lancia e la mandò verso la pirocisterna, con il compito di salvare i naufraghi; alle 14.47 giunse sul posto il dragamine ausiliario (peschereccio requisito) R 54 Luigi II, proveniente da Gallipoli, il cui comandante aveva visto a distanza l’incendio della Sanandrea ed aveva preso l’iniziativa di dirigersi sul posto per partecipare ai soccorsi, mettendosi a disposizione del comandante dell’Antares. Questi gli ordinò di avvicinarsi alla Sanandrea, trasbordare i naufraghi recuperati dalla lancia e portarli sulla torpediniera. Così fu fatto: l’R 54 prelevò dalla lancia i naufraghi recuperati fino a quel momento – soltanto quattro, tutti feriti – e li trasbordò sull’Antares alle 15.25. Tornò poi verso la Sanandrea e prese a bordo altri due naufraghi feriti ed un terzo già morto, che vennero trasferiti sull’Antares alle 16.04.
Questi sei uomini, che la lancia dell’Antares era faticosamente riuscita a salvare lottando contro l’incendio che ardeva sul mare, erano gli unici sopravvissuti dell’intero equipaggio della Sanandrea. Erano quasi tutti ustionati, e due di essi morirono a bordo dell’Antares prima di arrivare in porto.
Alle 16.23 arrivò sul posto il rimorchiatore Talamone, che stava rimorchiando una semovente verso Gallipoli quando aveva avvistato la petroliera in fiamme, e si era a sua volta diretto sul posto per essere di aiuto, dopo aver mollato il rimorchio della semovente ed averle impartito gli ordini necessari per proseguire la navigazione. L’Antares gli ordinò di avvicinarsi alla nave cisterna per cercare altri naufraghi: cosa che fu fatta, ma senza riuscire a trovare alcun altro sopravvissuto. Alle 16.34 arrivò sul posto l’idrovolante di soccorso richiesto dall’Antares due ore prima; sorvolò la Sanandrea e la zona di mare tutt’attorno ad essa, poi si allontanò verso ovest, senza sorvolare l’Antares e senza vedere così il suo segnale di ammarare nei pressi, fatto con il telesegnalatore.
Alle 17.15 le macchine della Sanandrea, finalmente, si fermarono, ma ormai non c’era molto da fare. Un minuto più tardi, l’idrovolante CANT Z. 506 n. 171/2, che a differenza dell’aereo di soccorso aveva visto il segnale, ammarò sottocosta (dove l’acqua era abbastanza calma da permettere tale manovra), sulla dritta dell’Antares, e si avvicinò alla torpediniera, che a sua volta diresse verso la costa per agevolare la manovra. L’Antares trasferì quindi sull’aereo i feriti più gravi: un sottufficiale della torpediniera ed un naufrago della Sanandrea, il primo macchinista Antonio Zuccaroni.
Da Taranto (per altra fonte, Gallipoli) vennero inviati sul posto il rimorchiatore Tenace ed il piroscafetto F 89 Istria I, una navicella costiera requisita come vedetta foranea, pilotina e nave scorta ausiliaria. Arrivò per primo sul posto l’Istria I, cui l’Antares ordinò di aspettare che l’incendio della Sanandrea si fosse estinto per poi cercare di prendere a rimorchio la pirocisterna insieme al Tenace, che si stava anch’esso dirigendo verso il luogo dell’attacco. Alle 17.36 la torpediniera ordinò invece all’altro rimorchiatore, il Talamone, di tornare verso la semovente che stava prima rimorchiando – e che aveva lasciato per accorrere sul posto – e di riprendere la navigazione.
Anche gli abitanti del luogo, affollatisi sulla costa da dove avevano assistito all’attacco, tentarono di portare soccorso: da Torre Vado mollarono gli ormeggi alcune barche da pesca, per recuperare i sopravvissuti. Purtroppo non ne trovarono nessuno.
Alle 17.52 il CANT Z. 506, avendo imbarcato Zuccaroni ed il ferito dell’Antares, decollò e si allontanò; otto minuti dopo riapparve l’aereo di soccorso, che tornò a sorvolare la zona e poi si allontanò verso est.

Alle 18.08 la stazione semaforica di Santa Maria di Leuca segnalò all’Antares che Marina Taranto ordinava di rientrare. Alle 18.40 la Sanandrea era quasi completamente sommersa: sembrava spezzata in due a centro nave, e affioravano dal mare soltanto le sovrastrutture prodiere e poppiere, che continuavano a bruciare. Il mare, in quel punto, era profondo soltanto 26 metri.
Essendo ormai evidente che non sarebbe più stato possibile tentare un rimorchio, l’Antares ordinò all’Istria I di rientrare a Gallipoli. Alle 18.55 l’Antares lasciò finalmente il posto facendo rotta per Taranto, ed alle 19.20 s’imbatté nel Tenace, cui ordinò di raggiungere Gallipoli, dove gli sarebbero state comunicate per semaforo ulteriori istruzioni da Marina Taranto. Alle 23.20 l’Antares si ormeggiò alla banchina torpediniere di Taranto, ed alle 23.45 sbarcò i feriti e le salme dei tre naufraghi della Sanandrea deceduti dopo il recupero.
Il relitto semisommerso della Sanandrea continuò a bruciare per tutto il giorno e la notte seguenti, fino a che non affondò completamente nelle prime ore del 31 agosto, in posizione 39°49’ N e 18°15’ E, a un miglio per 214° da Torre Vado.

Due foto dell’enorme incendio della Sanandrea, dal mare e dal cielo (g.c. Stefano Ruia). Nella seconda si nota la grande chiazza di carburante che galleggia sul mare.



Dei 55 uomini che componevano l’equipaggio della Sanandrea, sopravvissero alla fine soltanto tre membri dell’equipaggio civile ed un artigliere dell’Esercito. I tre sopravvissuti dell’equipaggio civile erano il primo macchinista Antonio Zuccaroni ed i marittimi Raffaele Paolillo e Giuseppe Mattaliano. Quest’ultimo era rimasto seriamente ustionato, mentre Zuccaroni e Mattaliano riportarono ferite (alla testa il primo, ad un piede il secondo) giudicate guaribili in una decina di giorni. Zuccaroni venne ricoverato presso l’ospedale di San Giorgio Ionico, Mattaliano e Paolillo all’ospedale Rondinella di Taranto.
Tutto il personale imbarcato della Regia Marina venne dichiarato disperso.

Come non di rado accadeva in questi casi, si diffuse tra la gente del luogo la leggenda che a bordo della Sanandrea vi fosse stata una spia, che avrebbe segnalato la posizione del convoglio agli inglesi per poi gettarsi in mare e raggiungere la riva a nuoto poco prima dell’attacco. Tale storia è in realtà priva di fondamento, una delle tante leggende sorte forse per cercare di spiegare, quando ancora non si sapeva di ULTRA, come fosse possibile che le forze britanniche potessero sapere con tanta precisione quando e dove attaccare i convogli italiani.

Cosimo Renzo, da Morciano di Leuca, così ritrasse l’incendio della Sanandrea, di cui fu testimone (dal sito www.torrevado.info)

I resti della Sanandrea, ed il carburante in fiamme sulla superficie del mare, continuarono a bruciare per giorni.
Il 30 agosto il rimorchiatore Tenace recuperò dal mare tre salme, due delle quali poterono essere identificate dalle loro piastrine di riconoscimento come appartenenti ai militari Pietro Palmieri, 21 anni, da Cavoreto (Cosenza) e Vincenzo Rago, 23 anni, da Alessandria di Carretto (Cosenza), mentre la terza non poté essere identificata. Il Tenace portò le tre vittime a Gallipoli, dove furono sepolte nel cimitero del paese. Successivamente vennero sepolte a Gallipoli anche altre due vittime della Sanandrea, tra cui il capo macchinista Fortunato Senarego, da Genova.
Nel pomeriggio del 1° settembre 1942 la salma del fuochista Gabriele Calargo (di 50 anni, da Villa San Giovanni) venne recuperata nelle acque di Marina di Leuca. Fu sepolta nel cimitero di Castrignano del Capo.
Il 5 settembre il mare restituì i corpi dell’artigliere Giuseppe Conca, di Napoli, e di altri tre uomini che non poterono essere identificati. I corpi, rinvenuti sulla spiaggia di Torre San Gregorio, vennero sepolti anch’essi a Castrignano del Capo. Tra le vittime recuperate e identificate erano quelle del secondo macchinista Salvatore Bonomolo (da Porticello), del marinaio Giovanni Lupo (da Siracusa) e del cameriere Ernesto Brò (da Napoli), tutti facenti parte dell’equipaggio civile. Venne recuperata e portata a Torre Vado anche la salma del marinaio Francesco Mattera, da Casamicciola.
In tutto, dei 51 uomini periti sulla Sanandrea il mare restituì solo 19 corpi, in gran parte carbonizzati. Le vittime vennero sepolte nei cimiteri di Gallipoli e Castrignano del Capo, dove riposano tuttora.

Militari della Regia Marina dispersi nell’affondamento della Sanandrea:

Salvatore Alterio, cannoniere puntatore mitragliere, 28 anni, da Istonio (Chieti)
Carlo Argentino, cannoniere ordinario, 28 anni, da Napoli
Michele Durante, marinaio segnalatore, 19 anni, da Taranto
Antonio Gramazio, sottocapo cannoniere puntatore scelto, 24 anni, da Manfredonia (Foggia)
Michele Iemma, marinaio segnalatore, 22 anni, da Taranto
Vincenzo Landi, cannoniere ordinario, 21 anni, da Messina
Alfredo Torrente, capitano del Genio Navale D.M. (Regio Commissario), 47 anni, da Trieste


Non è stato finora possibile rintracciare i nomi delle vittime tra l’equipaggio civile ed il personale dell’Esercito imbarcato sulla nave.



Il sottocapo cannoniere Antonio Gramazio, 24 anni, di Manfredonia (Foggia), al suo primo viaggio con la Sanandrea. Imbarcato come mitragliere addetto all’armamento di bordo, venne dichiarato disperso nell’affondamento; pochi mesi prima era già scomparso in mare il suo fratello minore Francesco, di 20 anni, nell’affondamento dell’incrociatore Trento (foto per g.c. del nipote Fabrizio Colucci).

L’affondamento della Sanandrea fu l’ultimo successo colto dal maggiore Gibbs, il quale, fisicamente e mentalmente provato dopo due mesi di continui attacchi che gli avevano portato diversi successi ma anche la perdita di parecchi equipaggi, fu decorato con il Distinguished Service Order e messo a riposo.
La perdita della Sanandrea e del suo carico è sovente elencata tra le ragioni della scarsità delle riserve di carburante delle forze di Rommel nella battaglia di Alam Halfa (iniziata proprio il 30 agosto 1942), che vide le forze britanniche arrestare definitivamente l’avanzata italo-tedesca in Egitto: talvolta si sostiene anzi che Rommel lanciò la sua offensiva ad Alam Halfa, poi fallita, proprio facendo affidamento sul prossimo arrivo della Sanandrea e del suo carico. Un saggio di Enrico Cernuschi e Vincent O’Hara, tuttavia, asserisce che il carburante trasportato dalla cisterna non avrebbe avuto influenza sulla battaglia combattuta nella notte tra il 30 ed il 31 agosto 1942, e che era destinato all’ulteriore avanzata qualora l’offensiva fosse riuscita. In ogni caso, la perdita della Sanandrea e del suo importante carico infuriò i comandi a Roma e Berlino: la Regia Aeronautica, responsabile della scorta aerea, venne apertamente accusata di disattenzione, ed il suo capo di Stato Maggiore replicò che l’attacco doveva essere stato causato da delle spie, dato che nessun ricognitore era stato avvistato prima dell’attacco. Mussolini, Kesselring e Rommel aderirono anch’essi alla comoda teoria dello spionaggio e del tradimento, e l’esistenza di “ULTRA” fu ancora una volta celata.

Del relitto della Sanandrea, dilaniato dall’esplosione e consumato dalle fiamme, rimane molto poco: poche ordinate dell’ossatura, un’ancora, cavi, oblò, pezzi di macchina a vapore, attrezzature e lamiere contorte sparse sul fondale sabbioso a 26 metri di profondità, contornate da minuscole rocce, in un’area circolare di 200 metri di diametro, in posizione 39°49,330’ N e 18°15,600’ E, poco al largo di Torre Vado.

Documenti relativi alla Sanandrea (si ringrazia Fabrizio Colucci, che li ha reperiti presso l’archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare):

Due messaggi relativi all’incidente del 24 agosto 1941:



Registro dei movimenti della Sanandrea dall’ottobre 1941 all’affondamento:




Rapporto del comandante dell’Antares sull’attacco aereo e l’affondamento della Sanandrea:








Diagramma che mostra lo svolgimento dell'attacco:


Due comunicazioni relative all’attacco ed all’affondamento della Sanandrea:




Documenti relativi al personale della Regia Marina imbarcato sulla Sanandrea (uno dei cannonieri, Pasquale Monteduro, sbarcò prima della partenza):




Una serie di documenti e comunicazioni relative ai superstiti ed al recupero delle vittime:









Si ringrazia Fabrizio Colucci, nipote di Antonio Gramazio.

2 commenti:

  1. Buongiorno signor Colombo, non so da dove cominciare, talmente le emozioni ci hanno travolti, venerdi quando abbiamo scoperto tutti i dettagli dell’affondamento della pirocisterna Sanandrea, nave su cui serviva mio nonno materno.
    Potrei scrivervi via un email private? Avrei moltissime altre domande da porvi, Colucci Fabrizio

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    1. Certamente; il mio indirizzo e-mail è lorcol94@gmail.com

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