domenica 9 marzo 2014

Prigionieri

Oltre alle decine di migliaia di militari e civili che persero la vita negli affondamenti di navi italiane, un elevatissimo numero di militari e civili italiani trovarono la morte, come prigionieri o internati, negli affondamenti di navi del nemico – britanniche o tedesche, a seconda del momento – che li trasportavano verso i campi d’internamento o di prigionia. In totale non furono meno di 16.000, e probabilmente di più, gli italiani scomparsi in mare durante la prigionia.
Almeno 3000 italiani, tra cui almeno 1700-2000 prigionieri di guerra e 1120 internati civili, perirono, nel periodo 10 giugno 1940-8 settembre 1943, negli affondamenti di cinque mercantili britannici, tutti affondati in Atlantico, Mediterraneo ed Oceano Indiano da sommergibili dell’Asse.
Non meno di 13.000 ‘internati militari italiani’ (questa la ‘classificazione’ assegnata dai comandi tedeschi ai prigionieri italiani per poter eludere, nei loro confronti, le norme della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra) trovarono la morte tra il settembre 1943 ed il giugno 1944 negli affondamenti di almeno undici mercantili tedeschi (requisiti o catturati da varie nazioni: Italia, Grecia, Francia, Norvegia, Spagna) colati a picco in Mar Egeo per le più svariate cause, da naufragio per avverse condizioni meteomarine, ad urto contro mine, ad attacchi aerei, navali e subacquei da parte delle forze Alleate: una tragedia la cui entità sembra essere tuttora sconosciuta ai più.
Quella che segue è una breve ed essenziale cronologia di questi fatti.
 
Prigionieri degli inglesi prima dell’armistizio
 
2 luglio 1940
Il piroscafo passeggeri britannico Arandora Star, in navigazione da Liverpool a St. Johns con a bordo 1673 persone tra cui 734 internati civili italiani (italiani residenti in Gran Bretagna arrestati e deportati in Canada per timore che potessero agire da spie e ‘quinte colonne’; a bordo vi sono anche 479 internati civili tedeschi ed 86 prigionieri di guerra pure tedeschi), viene silurato e affondato in posizione 55°20’ N e 10°33’ O (a nordovest dell’Irlanda) dal sommergibile tedesco U 47. Tra gli 805 morti vi sono 470 internati italiani.
23 dicembre 1941
Il piroscafo britannico Shuntien, in navigazione da Tobruk ad Alessandria d’Egitto con a bordo tra gli 850 e i 1100 prigionieri italiani e tedeschi, viene silurato e affondato dal sommergibile tedesco U 559. La maggior parte dei naufraghi vengono recuperati dalla corvetta HMS Salvia, che viene però affondata l’indomani dall’U 568, senza superstiti. Di tutti gli uomini presenti sullo Shuntien si salvano solo gli 11-19 naufraghi che erano stati raccolti in precedenza dal cacciatorpediniere HMS Heythrop.
12 settembre 1942
Il trasporto truppe britannico Laconia, in navigazione da Suez al Canada via Aden, Mombasa, Durban e Capetown con a bordo 2741 persone tra cui 1809 prigionieri di guerra italiani (catturati durante la prima battaglia di El Alamein), viene silurato e affondato dal sommergibile tedesco U 156 in posizione 05°05’ S e 11°38’ O (360 miglia a nordest dell’Isola di Ascensione). Muoiono, insieme ad altre 264 persone, 1394 prigionieri italiani, in massima parte rinchiusi nelle stive (solo in una i prigionieri riescono a forzare le aperture), altri respinti dalle scialuppe, armi alla mano, dai militari britannici e polacchi. Altre vittime si avranno quando l’U 156, che ha intrapreso il soccorso dei superstiti, viene attaccato da un aereo statunitense, con vittime tra i naufraghi, venendo costretto a immergersi e abbandonare i superstiti.
28 novembre 1942
Il trasporto truppe britannico Nova Scotia, in navigazione da Port Tewfik a Durban via Aden con a bordo 1052 persone tra cui 780 internati civili italiani (in parte civili residenti in Etiopia ed Eritrea, in parte marittimi dei mercantili autoaffondatisi a Massaua e nelle Isole Dahlak nell’aprile 1941, alla caduta della colonia), viene silurato e affondato in posizione 28°30’ S e 33°00’ E (a sudest di Lourenço Marques) dal sommergibile tedesco U 177. Muoiono 650 internati italiani, in larga parte nell’affondamento, molti altri uccisi in mare dagli squali.
14 marzo 1943
Il trasporto truppe britannico Empress of Canada, in navigazione da Durban al Regno Unito, via Takoradi, con a bordo 1892 persone tra cui 499 prigionieri italiani, viene silurato e affondato dal sommergibile italiano Leonardo Da Vinci circa 330 miglia a sudovest di Capo Palmas (in Liberia). Tra i 392 morti vi sono 250 prigionieri italiani, in gran parte rimasti intrappolati in una stiva lasciata chiusa da un ufficiale britannico (che verrà per questo gettato agli squali dai prigionieri superstiti).
 
Prigionieri dei tedeschi, dopo l’armistizio
 
23 settembre 1943
Il trasporto truppe italiano Donizetti, catturato dai tedeschi, partito la sera precedente da Rodi alla volta del Pireo (assieme al piroscafo Ditmarischen ed alla torpediniera TA 10, che verranno a loro volta affondati) e con a bordo, a seconda delle fonti, 1584 o 1835 prigionieri italiani della guarnigione di Rodi (1110 della Marina, 600 dell’Aeronautica, 11 ufficiali e 114 sottufficiali, secondo la stima di 1835 uomini) oltre a 220 tedeschi d’equipaggio e di guardia, viene attaccato intorno all’una di notte dai cacciatorpediniere britannici Fury ed Eclipse a sudovest di Rodi; colpita dal tiro d’artiglieria, la Donizetti si capovolge ed affonda in pochi minuti al largo di Prassonissi, senza superstiti.
20-26 settembre 1943
Il 20 settembre 1943 il piroscafo greco (sotto controllo tedesco) Ellinico Horio, mentre è all’ormeggio a Scarpanto con 550 prigionieri italiani da trasportare ad Agios Nikolaos (Creta), viene danneggiato da un attacco aereo: il comandante greco viene gravemente ferito e parecchi prigionieri italiani rimangono uccisi, alcuni nell’attacco, altri annegati dopo essersi gettati in mare. Sulla motozattera tedesca F 308, anch’essa avente a bordo prigionieri, rimangono uccisi 7 italiani.
Le riparazioni si protraggono per cinque giorni, e nella serata del 25 settembre i lavori sono da poco terminati quando parte dell’equipaggio greco ed i prigionieri italiani (il loro numero non è noto) prendono il sopravvento e s’impadroniscono della nave, che lascia Scarpanto tentando di raggiungere un porto amico o neutrale, a Cipro od in Palestina.
Il mattino successivo, tuttavia, l’Ellinico Horio viene avvistato da aerei della Luftwaffe al largo di Scarpanto, mentre procede con rotta sudest: il piroscafo non risponde ai loro avvertimenti, ed i velivoli passano all’attacco, incendiandolo. Poco dopo la nave affonda: non risulta vi siano stati sopravvissuti.
28 settembre 1943
Il piccolo e vecchio piroscafo passeggeri greco Ardena, poco dopo essere partito da Argostoli alla volta del Pireo con a bordo 840 prigionieri italiani (molti di più di quanto non sarebbe stato ragionevole imbarcare) catturati a Cefalonia (uomini della Divisione Acqui reduci dalle famigerate fucilazioni di massa perpetrate sull’isola dopo la resa) da avviare ai campi di concentramento in Grecia, sorvegliati da 120 tedeschi, urta una mina (appartenente ad uno sbarramento difensivo posato dall’incrociatore ausiliario Barletta nel giugno 1943; per altra fonte posata da aerei britannici) ed affonda mezzo miglio a sud di Argostoli (a soli 800 metri dalla riva), portando con sé 779 uomini. 720 di essi sono prigionieri italiani.
10 ottobre 1943
La grande e moderna motonave italiana Mario Roselli, catturata dai tedeschi, viene attaccata e colpita con bombe da cacciabombardieri britannici mentre sta imbarcando 5500 prigionieri italiani (appartenenti al presidio di Corfù, e da trasportare a Patrasso) nella rada di Corfù. Muoiono 1302 prigionieri italiani, uccisi dagli scoppi delle bombe od annegati. La Roselli affonda il giorno seguente, rimanendo parzialmente emergente.
13 ottobre 1943
Il piroscafo tedesco Marguerite (ex spagnolo Maria Amalia), in navigazione da Argostoli a Patrasso con a bordo 900 prigionieri italiani catturati a Cefalonia (e da avviare alla prigionia in Grecia), stipati e sorvegliati da 25 militari tedeschi, urta una mina (per altra fonte viene silurato da un sommergibile britannico, il Trooper o l’Unruly) quando ormai ha raggiunto Patrasso, ed affonda portando con sé 544 prigionieri (nonché 5 tedeschi). Si salvano solo 356 prigionieri italiani, e 20 soldati tedeschi.
19 ottobre 1943
Nella notte tra il 19 ed il 20 ottobre la motonave da carico ex francese Sinfra, in navigazione da Creta (Iraklion) al Pireo con 2389 prigionieri italiani, 71 partigiani greci e 204 militari tedeschi, viene ripetutamente colpita ed incendiata da bombardieri statunitensi ed aerosiluranti britannici, esplodendo ed affondando dopo alcune ore a 7 miglia dalla costa nordoccidentale di Creta, al largo di Capo Spatha. Muoiono almeno 1850 prigionieri italiani (le vittime sono 2098 in tutto, compresi anche greci e tedeschi), in parte nel bombardamento o nell’affondamento, in parte scomparsi in mare dopo l’abbandono della nave, in parte uccisi da alcuni soldati tedeschi che sparano nelle stive per impedire ai prigionieri di uscire; solo 539 vengono salvati insieme a 182 tedeschi e 13 greci. Per altra fonte i morti tra gli italiani sono 1998, vengono tratti in salvo solo 391 prigionieri italiani, 12 partigiani greci (questi ultimi verranno poi fucilati) e 163 tedeschi (cui è stata data la precedenza nel salvataggio).
Altre fonti parlano di 5000 prigionieri italiani a bordo (fermo restando il numero dei sopravvissuti), ma si tratta probabilmente di un’esagerazione.
15 o 19 novembre 1943
Il caicco greco Aghios Antonios Kal 89, in servizio per conto delle forze tedesche ed in navigazione da Scarpanto (da dov’è partito il 14) a Creta con 208 prigionieri italiani, viene cannoneggiato e poi affondato con due siluri dal sommergibile polacco Sokol nel golfo di Mirabella, baia di Sitia (Creta), al largo di Capo Sidero. Tra i prigionieri italiani, 110 (per altra versione 80) rimangono uccisi ed altri 60 sono feriti gravemente, a causa dell’esplosione di un siluro contro gli scogli, vicino ai naufraghi (tra l’equipaggio, composto da 7 greci e 4 tedeschi, vi sono diversi feriti ma nessuna vittima).
8 febbraio 1944
Il piroscafo tedesco Petrella (ex italiano Capo Pino, ex francese Aveyron) viene silurato dal sommergibile britannico Sportsman durante la navigazione da Suda (Creta) al Pireo con 3173 prigionieri italiani e, dopo alcune ore, si spezza in due tronconi, che affondano più tardi in posizione 35°32’ N e 24°18’ E o 35°34’ N e 24°09’ E (al largo di Suda). I militari tedeschi sparano sui prigionieri per impedire loro di uscire dalle stive. Muoiono 2646 o 2670 prigionieri italiani, mentre i sopravvissuti sono 527 o 503.
Altre fonti parlano di 6500 italiani presenti a bordo e 1500 salvati, ma sono probabilmente cifre approssimate ed errate.
12 febbraio 1944
Alle 18.45 del 12 febbraio il piroscafo norvegese (sotto controllo tedesco) Oria, in navigazione da Rodi (da dov’è partito alle 17.40 del’11 febbraio) al Pireo con 4116 prigionieri italiani stipati a bordo (nonché 30 militari tedeschi di guardia, altri 60 di passaggio ed un equipaggio misto norvegese e greco) e scortato dalle torpediniere TA 16, TA 17 e TA 19, urta lo scoglio di Modina, sull’isolotto di Patroclos (presso Capo Sounion, 25 miglia a sudest del Pireo), durante una violenta burrasca, spezzandosi in due ed affondando in posizione 37°39’ N e 23°59’ E. Vengono tratti in salvo soltanto 21-49 prigionieri italiani, 6 tedeschi, un greco e 5-7 norvegesi dell’equipaggio.
Il numero dei morti e dei superstiti tra i prigionieri italiani non è del tutto certo: a seconda delle fonti, 4062 morti e 11 sopravvissuti; 4025 morti e 21 sopravvissuti; 4184 morti e 49 sopravvissuti; 4087 morti e 28 sopravvissuti; 4079 morti e 37 sopravvissuti (quest’ultima versione è avvalorata dal ritrovamento della lista dei prigionieri imbarcati).
In ogni caso, rimane la più grande perdita di vite umane in mare che abbia mai colpito cittadini italiani nella storia, il peggior disastro navale mai verificatosi in Mediterraneo ed il decimo peggior disastro navale, per numero di vittime, nella storia dell’umanità.
4 marzo 1944
Il piroscafetto greco Sifnos, in navigazione da Suda (Creta) a Milo, viene affondato da aerosiluranti alleati all’uscita della baia di Suda, presso Capo Malekas, trenta miglia a nord di Creta. Muoiono 59 dei 90 prigionieri italiani a bordo.
9 giugno 1944
Il piroscafo greco Tanais, requisito dalle forze tedesche e partito da Iraklion l’8 giugno, alle 3.14 del 9 viene silurato ed affondato dal sommergibile britannico Vivid in posizione 35°35’ N e 25°11’ N, a nord di Dia (Creta) ed al largo di Santorini. Sul numero di prigionieri italiani a bordo vi sono notizie discordanti: 600 prigionieri italiani e greci, oltre all’intera comunità ebraica cretese (che stava venendo deportata a Treblinka sul Tanais); 112 prigionieri italiani, oltre agli ebrei di Creta ed a partigiani greci; 300 prigionieri italiani, oltre a 400 ostaggi greci e 265 ebrei cretesi; 800 prigionieri italiani e 400 ostaggi greci più gli ebrei di Creta; 492 tra ebrei cretesi e prigionieri italiani (essendo i primi solitamente indicati in 265, i secondi sarebbero dovuti essere 227) e 14 di altre nazionalità. Quest’ultimo dovrebbe essere il dato più veritiero, dal momento che le fonti ufficiali tedesche (comandi locali) indicano in 492 il numero totale di prigionieri e deportati imbarcati. In ogni caso, solo 14 dei prigionieri si salvano (mentre vengono salvati 37 tedeschi ed un greco, su un equipaggio di 12 uomini e 14 artiglieri oltre a 40 guardie): la quasi totalità di essi, rinchiusi nelle stive, affonda con la nave.
(Il disastro, oltre all’ennesima, e cronologicamente ultima, strage di prigionieri italiani, comporta anche l’annientamento della comunità ebraica di Creta. Difficile credere, comunque, che la loro sorte sarebbe potuta essere differente, se avessero raggiunto Treblinka come pianificato).
 
 
Alcune note.
Su Internet capita di trovare menzione di altri due presunte stragi, quella del piroscafo tedesco Palma (ex italiano Polcevera), affondato dal sommergibile HMS Torbay il 27 novembre 1943 con 1100 uomini a bordo, e quella della motonave tedesca Leda (ex italiana Leopardi), affondata da un attacco aereo britannico il 2 febbraio 1944 con – viene detto – 780 morti. In realtà, almeno in questi due casi non si verificarono stragi di prigionieri.
Il Palma, infatti, non aveva a bordo prigionieri, bensì 255 tra membri dell’equipaggio e soldati tedeschi, 84 dei quali rimasero uccisi. Del resto, quando fu affondata la nave era in navigazione dal Pireo (Grecia continentale) a Lero via Samo (isole), mente le navi cariche di prigionieri navigavano sempre in direzione opposta, trasportando i prigionieri catturati nelle isole verso i campi di prigionia del continente.
I morti dell’affondamento della Leda furono, in realtà, tre.
Un altro caso oscuro è quello dell’Alma. Un motoveliero con questo nome, secondo quanto asserito da più parti ma senza citare la precisa fonte di tali asserzioni, sarebbe affondato per urto contro mina in posizione 38°01’ N e 20°49’ E, al largo di Capo Munta, il 6 gennaio 1944, con a bordo prigionieri italiani di Cefalonia (o di Corfù). Le varie versioni danno numeri discordanti sul numero di prigionieri imbarcati e deceduti: secondo alcune fonti ve ne erano a bordo 200 e ne morì un centinaio, per altre fonti morirono 300 prigionieri, per altre ancora la nave trasportava 102 prigionieri e non è noto il numero dei morti.
In realtà, tuttavia, dai documenti dei comandi tedeschi risulta che l’Alma, quando affondò, non aveva a bordo prigionieri, bensì solo il suo equipaggio, italiano, nonché un carico di dieci tonnellate di carburante e 15 tonnellate di carbone. L’affondamento, in posizione 38°01’ N e 20°49’ E alle 11.30 del 6 gennaio 1944, fu immediato e non lasciò nessun sopravvissuto, nonostante i soccorsi immediatamente inviati da Argostoli e Katelios.
Affondò in Egeo anche un’altra nave a nome Alma: un piccolo piroscafo ex spagnolo, che saltò su una mina al largo di Naxos il 23 novembre 1943. Questa nave aveva effettivamente trasportato 170 prigionieri italiani al Pireo il precedente 12 novembre, ma non risulta che ve ne fossero a bordo il 23, quando affondò. Inoltre, secondo i documenti dei comandi tedeschi, non vi furono vittime sull’Alma affondato al largo di Naxos.
Altre due piccole unità che compaiono nelle liste di navi affondate con prigionieri italiani in Egeo, con poco o punto dettaglio, sono solitamente indicate come “C.SA 38” e “A.A. Kal 89”. L’“A.A. Kal 89” era il caicco Aghios Antonios Kal 89, affondato dal Sokol il 19 novembre 1943 con 110 vittime tra i prigionieri italiani, la cui perdita è descritta più sopra.
Il “C.SA 38”, invece, era un altro caicco greco requisito dalle forze tedesche, il Costantinos SA 38, che venne anch’esso affondato dal Sokol il 19 novembre 1943, lo stesso giorno dell’Aghios Antonios Kal 89, durante la navigazione da Scarpanto a Creta con 286 uomini, tra equipaggio e prigionieri italiani, a bordo. Nel caso del Costantinos SA 38, a differenza dell’altro caicco, nell’affondamento non vi furono vittime.
 
Link utili

2 commenti:

  1. Mio nonno materno, Sorrentino Michele, mi raccontava che la nave ospedale su cui era fuochista, fu affondata dagli inglesi che, durante la battaglia, mitragliavano i marinai caduti in mare. Si salvarono in pochi, finendo trasportati dalla corrente in Algeria o Tunisia. Ne sa qualcosa in più?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Buonasera, le navi ospedale italiane affondate in acque nordafricane furono cinque: l'Arno (il 10 settembre 1942, da aerosiluranti, con 27 vittime), la Città di Trapani (il 1° dicembre 1942, da mina, con 5 vittime), la Tevere (il 17 febbraio 1941, da mina, con 4 vittime) e le piccole navi soccorso San Giusto (il 15 maggio 1941, per mina, con 16 vittime) e Giuseppe Orlando (il 3 maggio 1941, per mina, con 8 o 10 vittime). In nessuno di questi casi, però, ho notizia di mitragliamento di naufraghi; conosco invece diversi casi in cui navi ospedale furono bombardate e mitragliate in acque e porti nordafricani, con danni e vittime (es. Virgilio il 9 luglio 1941 ed il 4 maggio 1943, Toscana il 29 aprile 1943, Principessa Giovanna il 4 maggio 1943 - caso particolarmente grave, con 54 vittime), ma non affondate.

      Elimina