domenica 3 novembre 2013

Ascari

L’Ascari a La Spezia nel dicembre 1941, con colorazione mimetica secondo uno schema ideato dal pittore di Marina Rudolf Claudus (Coll. Erminio Bagnasco, via Maurizio Brescia)

Cacciatorpediniere della prima serie della classe Soldati (dislocamento standard 1850 tonnellate, in carico normale 2140 tonnellate, a pieno carico 2460 tonnellate).

Breve e parziale cronologia.

11 dicembre 1937
Impostazione nei Cantieri Odero-Terni-Orlando di Livorno.
31 luglio 1938
Varo nei Cantieri del Odero-Terni-Orlando di Livorno.
6 maggio 1939
Entrata in servizio.
1939
La XII Squadriglia Cacciatorpediniere (LanciereCarabiniereAscari e Corazziere) viene assegnata alla scorta della III Divisione Navale (incrociatori pesanti Trento, Trieste e Bolzano).
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. L’Ascari, insieme ai gemelli Lanciere, Corazziere e Carabiniere, forma la XII Squadriglia Cacciatorpediniere.
Lo stesso 10 giugno, alle 19.10, l’Ascari ed il resto della XII Squadriglia (LanciereCarabiniereCorazziere) salpano da Napoli insieme alla VII Divisione Navale (incrociatori leggeri Muzio Attendolo ed Emanuele Filiberto Duca d’Aosta) per fornire copertura alla X Squadriglia Cacciatorpediniere (MaestraleGrecaleLibeccioScirocco), inviata ad effettuare una ricognizione notturna tra Marettimo e Capo Bon.
11 giugno 1940
In mattinata, la VII Divisione e la XII Squadriglia si uniscono ad un altro gruppo partito da Messina e composto dagli incrociatori pesanti Pola (nave ammiraglia), Trento e Bolzano (III Divisione Navale) e dai quattro cacciatorpediniere della XI Squadriglia (Aviere, Artigliere, Geniere, Camicia Nera).
Le navi procedono poi fino a nord di Favignana, a protezione sia della X Squadriglia che di un gruppo di unità (gruppo «Da Barbiano») che rientrano alla base dopo aver posato il campo minato «L. K.».
Tutte le navi rientrano alle basi entro la sera dell’11 giugno.
12 giugno 1940
Alle due di notte l’Ascari, insieme al resto della XII Squadriglia Cacciatorpediniere (LanciereCorazziere, Carabiniere), alla XI Squadriglia Cacciatorpediniere «Artigliere», all’incrociatore pesante Pola ed alla III Divisione Navale (incrociatori pesanti Trento e Bolzano), salpa da Messina per intercettare due incrociatori britannici (il Caledon ed il Calypso) avvistati da dei ricognitori a sud di Creta, diretti verso ovest (gran parte della Mediterranean Fleet, al pari di una squadra navale francese, è infatti uscita in mare a caccia, infruttuosa, di naviglio italiano).
(Per altra fonte le navi sarebbero uscite in mare per dare la caccia ad un convoglio britannico, segnalato da un ricognitore al largo di Creta ed avente rotta ovest; segnalazione che si rivela poi errata).
Al contempo salpano da Taranto, per fornire loro appoggio, la I (incrociatori pesanti ZaraFiume e Gorizia) e VIII Divisione Navale (incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi) e la IX (Vittorio AlfieriAlfredo OrianiVincenzo GiobertiGiosuè Carducci) e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere (Nicoloso Da ReccoEmanuele PessagnoAntoniotto Usodimare).
Alle 9, dato che nuovi voli di ricognizione non sono più riusciti a trovare le navi nemiche, tutte le unità italiane ricevono ordine di tornare in porto.
A mezzogiorno il sommergibile britannico Orpheus (capitano di corvetta James Anthony Surtees Wise), in agguato 70 miglia a nordest di Malta, avvista il Pola, la III Divisione e le Squadriglie Cacciatorpediniere XI e XII (meno il Geniere, che è dovuto rientrare in porto da qualche ora), in navigazione con rotta nord/nordovest. Forse perché troppo lontano, il sommergibile non attacca.
22-24 giugno 1940
La XII Squadriglia Cacciatorpediniere prende il mare insieme alle Squadriglie Cacciatorpediniere IX e X ed alle Divisioni incrociatori I (ZaraFiumeGorizia), II (Giovanni delle Bande Nere e Bartolomeo Colleoni) e III (Trento e Bolzano) nonché all’incrociatore pesante Pola (nave ammiraglia del comandante superiore in mare; è in mare tutta la 2a Squadra Navale, più la I Divisione), per fornire copertura alla VII Divisione ed alla XIII Squadriglia Cacciatorpediniere, inviate a compiere un’incursione contro il traffico mercantile francese nel Mediterraneo occidentale.
Le forze della II Squadra, partite da Messina (Pola e III Divisione), Augusta (I Divisione, lì giunta da Taranto la notte tra il 21 ed il 22) e Palermo (II Divisione) il 22 giugno, si riuniscono al tramonto dello stesso giorno a nord di Palermo.
L’operazione non porta comunque ad incontrare alcuna nave nemica.
7 luglio 1940
L’Ascari insieme al resto della XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Lanciere – caposquadriglia –, Carabiniere, Corazziere), prende il mare unitamente all’incrociatore pesante Pola (nave di bandiera dell’ammiraglio di squadra Riccardo Paladini, comandante la 2a Squadra), alle Divisioni Incrociatori I (Zara, Fiume, Gorizia), III (Trento, Bolzano) e VII (Eugenio di Savoia, Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Muzio Attendolo, Raimondo Montecucccoli) ed alle Squadriglie Cacciatorpediniere IX (Vittorio Alfieri, Alfredo Oriani, Vincenzo Gioberti, Giosuè Carducci), XI (Aviere, Artigliere, Geniere, Camicia Nera) e XIII (Granatiere, Bersagliere, Fuciliere, Alpino), che compongono la 2a Squadra Navale. Loro compito è scortare a distanza un convoglio salpato da Napoli alle 19.45 del 6 e diretto a Bengasi con un carico di 232 veicoli, 10.445 tonnellate di materiali vari e 5720 tonnellate di carburante, oltre a 2190 uomini; lo formano le motonavi da carico Marco FoscariniFrancesco Barbaro (salpata da Catania alle 12 del 7) e Vettor Pisani e le motonavi passeggeri Esperia e Calitea, con la scorta diretta dei due incrociatori leggeri della II Divisione (Giovanni delle Bande Nere e Bartolomeo Colleoni), dei quattro cacciatorpediniere della X Squadriglia (Maestrale, Grecale, Libeccio, Scirocco), delle quattro torpediniere della IV Squadriglia (Procione, Orsa, Orione, Pegaso) e delle vecchie torpediniere Rosolino Pilo e Giuseppe Missori
La 1a Squadra Navale (V Divisione con le corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour, IV e VIII Divisione con sei incrociatori leggeri, VII, VIII, XV e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere con 13 unità) esce anch’essa in mare a sostegno dell’operazione. Comandante superiore in mare è l’ammiraglio di squadra Inigo Campioni, con bandiera sulla Cesare.
Le unità della 1a e della 2a Squadra salpano tra le 12.30 e le 18 del 7 luglio da Augusta (Pola, I e II Divisione), Messina (III Divisione), Palermo (VII Divisione) e Taranto (IV, V e VIII Divisione).
La II Squadra si pone 35 miglia ad est del convoglio, tranne la VII Divisione con la XIII Squadriglia, che viene invece posizionata 45 miglia ad ovest.
8 luglio 1940
L’operazione va a buon fine (il convoglio raggiunge Bengasi tra le 18 e le 22 dell’8), ed alle 14.30 le navi delle due squadra navali iniziano la navigazione di rientro.
Ma alle 15.20, a seguito dell’avvistamento di una formazione britannica – anche la Mediterranean Fleet, infatti, è in mare a protezione di convogli – la 1a e la 2a Squadra Navale dirigono per intercettare le navi nemiche (che si teme dirette a bombardare Bengasi), con l’intento di impegnarle in combattimento almeno un’ora prima del tramonto.
Alle 19.20, però, in seguito ad ordini di Supermarina (il comando della Regia Marina, che, a differenza dell’ammiraglio Campioni ha avuto modo di apprendere, tramite la crittografia, la reale consistenza e finalità dei movimenti britannici) la flotta italiana accosta per 330° per rientrare alle basi, con l’ordine di non impegnare il nemico. Durante l’accostata le navi vengono attaccate da alcuni velivoli con una dozzina di bombe, rispondendo con intenso tiro contraereo. Le bombe cadono vicine agli incrociatori, ma non causano danni.
9 luglio 1940
Per ordine dell’ammiraglio Paladini, la III Divisione prosegue verso nord dalle 00.45 del 9 sulla dritta di Pola e I Divisione (ammiraglio di divisione Pellegrino Matteucci, sullo Zara), sia per evitare d’incrociarsi con la VII Divisione che è in arrivo da sinistra (perché è in rotta verso lo stretto di Messina), sia per non passare in una zona nella quale Supermarina, alle 22.10, ha indicato trovarsi due sommergibili nemici.
La navigazione notturna di rientro si svolge senza grossi inconvenienti, salvo due fallimentari attacchi siluranti contro la III Divisione; la 2a Squadra (eccetto la VII Divisione, che è ancora separata da essa) accosta verso nord all’1.23.
Già dalle 22 dell’8, però, sono arrivati nuovi ordini: Supermarina teme che la Mediterranean Fleet intenda lanciare un attacco aeronavale contro le coste italiane, perciò ordina alle forze in mare di riunirsi nel punto 37°40’ N e 17°20’ E, 65 miglia a sudest di Punta Stilo, entro le 14 del 9 luglio.
Verso le quattro del mattino del 9 luglio la III Divisione passa ad est del gruppo «Cesare»; l’ammiraglio Campioni, che Paladini – assumendo che questi avesse intercettato l’ordine, inviato a mezzo radiosegnalatore – non ha informato dell’ordine alla III Divisione di proseguire verso nord (il che differisce da quanto ordinato in precedenza da Campioni), quando alle 4.30 la XV Squadriglia Cacciatorpediniere segnala grosse ombre su tale lato (che è quello da cui si prevede che possa provenire il nemico), ritiene che si tratti di unità nemiche. Vengono così inviate ad attaccarle, in rapida successione, la XV e la VIII Squadriglia Cacciatorpediniere. In realtà si tratta appunto del Bolzano e del Trento, che si trovano dove – secondo le originarie disposizioni di Campioni – non dovrebbero essere: per fortuna, i due siluri lanciati dalla XV Squadriglia mancano il bersaglio, mentre l’VIII Squadriglia riconosce la sagoma delle navi “nemiche” per quella di due incrociatori tipo “Trento”, permettendo di interrompere l’attacco e chiarire l’equivoco.
Alle 6.40 la III Divisione si ricongiunge con Pola e I Divisione, ed alle 8 viene avvistato un idroricognitore Short Sunderland che pedina la flotta italiana, tenendosi al di fuori della portata delle artiglierie contraeree (la caccia italiana, chiamata ad intervenire, non verrà però inviata ad attaccarlo).
Verso le 13, dopo una mattinata di infruttuosi voli di ricognizione, un velivolo italiano avvista la Mediterranean Fleet 80 miglia a nordest della V Divisione, ossia molto più a nord di quanto previsto, ed in posizione adatta ad interporsi tra la flotta italiana e la base di Taranto: l’ammiraglio Campioni inverte allora la rotta, ed ordina a Paladini, che si trova più a sud e sta dirigendo per ovest-sud-ovest, di fare altrettanto, accostando ad un tempo per riunire più rapidamente le due Squadre.
Verso le 13 la 1a e 2a Squadra, ormai riunite, si dispongono su quattro colonne, distanziate di cinque miglia l’una dall’altra: la XII Squadriglia, insieme alla XI Squadriglia, al Pola ed alla I e III Divisione, va a formare la seconda colonna da ovest (la prima è costituita dalla VII Divisione, la terza dalla V Divisione – rispetto alla quale la colonna con la III Divisione si trova tre miglia ad ovest, cioè sulla dritta – e la quarta dalle Divisioni IV e VIII). A causa della manovra d’inversione di rotta, il Bolzano si viene a trovare in testa al gruppo degli incrociatori pesanti, mentre il Pola, nave ammiraglia di Paladini, finisce in coda.
Tra le 13.15 e le 13.26, 45 miglia ad est-sud-est di Capo Spartivento, il gruppo «Pola» (di cui la XII Squadriglia fa parte), mentre si trova a poppa dritta della Cesare e con rotta 183° – è in corso la manovra per assumere la propria posizione nella formazione ordinata da Campioni –, viene attaccato da nove aerosiluranti Fairey Swordfish.
Gli aerei britannici, decollati dalla Eagle alle 11.45 con l’obiettivo di attaccare le corazzate italiane, che però non hanno trovato, provegono da ovest (cioè da sinistra); si avvicinano con decisione da poppavia agli incrociatori (approfittando del fatto che i cacciatorpediniere sono invece a proravia degli stessi), scendono in picchiata fino a 20-30 metri e sganciano i loro siluri da circa mille metri di distanza. Gli incrociatori si diradano, compiono rapide manovre evasive ed aprono subito un violento fuoco contraereo, evitando tutti i siluri (due diretti contro il Bolzano, altrettanti contro il Trento ed uno contro lo Zara). Gli aerei si allontanano, tre di essi danneggiati dal tiro delle navi italiane.
Alle 14.05 ha inizio l’avvicinamento alla flotta britannica: alle 15.15 gli incrociatori aprirono il fuoco, seguiti alle 15.23 anche dalle corazzate, che al contempo, insieme al gruppo «Pola», accostano a un tempo di 60° a dritta e così si spostano ad est/nordest insieme agli incrociatori pesanti per supportare gli incrociatori leggeri, i primi ad essere impegnati in combattimento. Entro le 15.40 i sei incrociatori pesanti della 2a Squadra si sono portati 6860 metri a proravia della corazzata Cesare, nave ammiraglia di Campioni.
Incrociatori e corazzate cessano poi il fuoco rispettivamente alle 15.31 ed alle 15.35, per poi riprenderlo dalle 15.48 alle 16.04 (corazzate) e dalle 15.56 alle 16.15 (incrociatori). Alle 15.53 l’ammiraglio Campioni ordina al gruppo «Pola» di serrare le distanze e dispiegarsi sulla linea di rilevamento 040°, per avvicinare gli incrociatori alle corazzate nemiche abbastanza da poter usare i cannoni da 203: l’idea è di cercare di “bilanciare” la disparità di calibro tra i cannoni delle corazzate italiane (320 mm) e quelle britanniche (381 mm) facendo sparare anche gli incrociatori pesanti sulle corazzate nemiche. Tuttavia queste ultime rimangono sempre al limite della gittata dei cannoni degli incrociatori pesanti italiani, dei quali solo il Trento spara tre salve contro di esse.
Nella seconda fase, la 2a Squadra manovra per avvicinarsi alle unità avversarie, e tra le 15.50 e le 16 i suoi incrociatori pesanti, su ordine dell’ammiraglio Paladini, aprono il fuoco da 20.000-25.000 metri contro gli incrociatori leggeri britannici del viceammiraglio John Tovey (OrionNeptuneSydneyLiverpool e Gloucester), che rispondono al fuoco con granata perforante e tiro raccolto ma poco efficace.
Alle 15.59, però, la Cesare, la nave ammiraglia, viene danneggiata da un proiettile da 381 mm, dovendo ridurre la velocità. A seguito di questo evento l’ammiraglio Inigo Campioni, comandante superiore in mare delle forze italiane, decide di rompere il contatto per rientrare alle basi, ed alle 16.05 dirama l’ordine generale per le squadriglie di cacciatorpediniere di attaccare con il siluro le navi della Mediterranean Fleet, in modo da facilitare lo sganciamento delle navi maggiori.
La XII Squadriglia, va all’attacco alle 16.07, partendo da una posizione un poco più arretrata rispetto alla XI Squadriglia e passando a poppavia del Pola. I quattro cacciatorpediniere dirigono immediatamente in modo da ridurre le distanze con la flotta britannica, ma si ritrovano immersi nelle cortine nebbiogene emesse dalle unità della XI Squadriglia, che li precedono; l’atmosfera nebbiosa e fumosa che li circonda complica notevolmente l’attacco dei caccia della XII Squadriglia, che riescono a vedere i bersagli soltanto a tratti, in modo saltuario. Alle 16.12 il caposquadriglia stima che il grosso della flotta britannica stia accostando verso i cacciatorpediniere da una distanza di circa 19.000 metri, pertanto manovra in modo da riaprire il beta; un aereo solitario attacca le unità della XII Squadriglia, che sono al contempo fatte oggetto del tiro degli incrociatori nemici.
Alle 16.22, giunto a 14.000 metri dalle corazzate nemiche e con un beta 30° da esse, il caposquadriglia stima che le navi nemiche abbiano invertito la rotta, pertanto decide di rinunciare momentaneamente al lancio; alcuni secondi prima, tuttavia, Ascari e Corazziere hanno lanciato rispettivamente uno e tre siluri, tutti senza risultato. Subito dopo, la XII Squadriglia inverte la rotta sulla sinistra, assumendo rotta sudovest; su tale rotta i cacciatorpediniere si trovano per circa mezz’ora ad essere violentemente cannoneggiati da pezzi di medio calibro, rispondendo a loro volta vivacemente con il proprio armamento. Alle 16.45 il Lanciere lancia anch’esso tre siluri in ritirata, senza colpire.
Tra le 16.19 e le 16.30 tre squadriglie di cacciatorpediniere britannici (2th, 10th e 14th Flotilla) aprono il fuoco contro quelli italiani da 11.250-12.500 metri, appoggiati tra le 16.39 e le 16.41 dal tiro dei pezzi secondari da 152 mm delle corazzate Warspite e Malaya. Alle 16.49 la “mischia” tra cacciatorpediniere, svoltasi a grande distanza, ha termine senza che nessuna unità sia stata colpita.
Terminata la battaglia, la flotta italiana si avvia alle proprie basi con direttrice di marcia 230°, passando a sud della Calabria; ma durante il rientro, tra le 16.20 e le 19.30, diviene oggetto anche dell'attacco da parte degli stessi bombardieri della Regia Aeronautica (una cinquantina, su circa 126 inviati in totale ad attaccare le forze britanniche), che le attaccano e bombardano pesantemente per errore di identificazione e malintesi (tra il comando delle due Squadre Navali e quello della II Squadra Aerea, cui appartengono i bombardieri) circa la posizione della flotta italiana e di quella britannica. Le insensate disposizioni vigenti in materia di comunicazioni tra Marina ed Aeronautica, che non contemplano la possibilità di comunicazioni dirette tra navi e aerei, impediranno alle prime di segnalare ai secondi l'errore; le stesse navi, non potendo distinguere la nazionalità degli aerei attaccanti, apriranno un intenso fuoco con proprie armi contraeree, rafforzando nei piloti l'impressione di stare attaccando navi nemiche. Alcune delle navi ed alcuni degli aerei, rispettivamente, cesseranno il fuoco e rinunceranno all'attacco riconoscendo all'ultimo momento la vera nazionalità del "nemico", ma alla fine gli attacchi ai danni delle navi italiane eguaglieranno, in intensità, quelli condotti contemporaneamente contro la vera Mediterranean Fleet. Nessuna nave italiana sarà, fortunatamente, colpita, mentre un bombardiere Savoia Marchetti S. 79 della 257a Squadriglia (XXXVI Stormo da Bombardamento Terrestre) finirà abbattuto dal "fuoco amico" delle navi. L’ammiraglio Campioni, per tentare di chiarire equivoco, ordina di stendere bandiere italiane sul cielo delle torri e di emettere fumo rosso dai fumaioli poppieri, pratica convenzionale, nelle esercitazioni in tempo di pace, per segnalare il gruppo “amico”.
L'incidente sarà poi fonte di aspre polemiche tra Marina e Aeronautica, ma per lo meno servirà a dare l'impulso ad un migliore sviluppo della collaborazione aeronavale, che però raggiungerà risultati soddisfacenti solo nel 1942.
Il grosso della flotta italiana dirige su Augusta, eccetto la III Divisione e la danneggiata Cesare che fanno rotta per Messina, dove giungono alle 21 del 9 luglio.
30 luglio-1° agosto 1940
L’Ascari prende il mare, insieme al resto della XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Lanciere – caposquadriglia –, Corazziere, Carabiniere) ed alla I Divisione (incrociatori pesanti ZaraFiume e Gorizia), nonché alla IV Divisione (incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano ed Alberto Di Giussano con i cacciatorpediniere Antonio PigafettaLanzerotto Malocello e Nicolò Zeno della XV Squadriglia), alla VII Divisione (incrociatori leggeri Eugenio di SavoiaLuigi di Savoia Duca degli Abruzzi, Muzio AttendoloRaimondo Montecuccoli con i cacciatorpediniere GranatiereBersagliereFuciliere ed Alpino della XIII Squadriglia) ed agli incrociatori pesanti Pola (nave di bandiera dell’ammiraglio Paladini, comandante superiore in mare) e Trento, per fornire protezione a distanza ai convogli diretti in Libia nell’ambito dell’operazione «Trasporto Veloce Lento».
Tali convogli sono tre: il n. 1 (lento, partito da Napoli alle 8.30 del 27 a 7,5 nodi di velocità) è formato dalle navi da carico Maria EugeniaGloria Stella, MaulyBainsizzaBarbaro e Col di Lana e dall’incrociatore ausiliario Città di Bari (qui usato come trasporto) scortati dalle torpediniere ProcioneOrsaOrione e Pegaso (poi rinforzate dai cacciatorpediniere MaestraleGrecaleLibeccio e Scirocco); il n. 2 (veloce, partito da Napoli alle 00.30 del 29 alla velocità di 16 nodi) è composto dai trasporti truppe Marco PoloCittà di Napoli e Città di Palermo, scortati dalle torpediniere AlcioneAretusaAirone ed Ariel; il n. 3 (partito da Trapani) è composto dai piroscafi Bosforo e Caffaro, scortati dalle torpediniere VegaPerseoGenerale Antonino Cascino e Generale Achille Papa.
Sempre a protezione dei convogli, viene potenziato lo schieramento di sommergibili nel Mediterraneo orientale ed occidentale, portandolo in tutto a 23 battelli, e vengono disposte numerose ricognizioni aeree speciali con mezzi della ricognizione marittima e dell’Armata Aerea (Armera).
A seguito della notizia dell’uscita in mare sia del grosso della Mediterranean Fleet da Alessandria, che da gran parte della Forza H da Gibilterra (incrociatore da battaglia Hood, corazzate Valiant e Resolution, portaerei Argus ed Ark Royal), che si presume essere dirette verso il Mediterraneo centrale, i convogli n. 1 e 2 vengono dirottati l’uno a Catania e l’altro a Messina, dove giungono rispettivamente la sera del 28 ed alle 13.30 del 29.
Il 30 luglio i due convogli, più il n. 3 che salpa solo ora, prendono nuovamente il mare per la Libia, e salpa anche la forza navale di copertura che comprende l’Ascari. La I e VII Divisione, insieme a Pola e Trento ed alla XII Squadriglia Cacciatorpediniere che ad essi si è unita, si portano in posizione idonea a proteggere il convoglio n. 2, diretto a Bengasi (gli altri sono diretti a Tripoli) dalle provenienze da levante. La sera del 31 luglio, quando ormai non vi sono più pericoli, la formazione degli incrociatori inverte la rotta e rientra le basi.
Tutti i convogli raggiungono senza danni le loro destinazioni tra il 31 luglio ed il 1° agosto.
4 agosto 1940
Ascari e Corazziere, insieme alle torpediniere Curtatone e Castelfidardo (che lasciano la scorta nel pomeriggio), salpano da La Spezia in mattinata per scortare a Messina l’incrociatore pesante Bolzano, al termine delle riparazioni dei danni subiti a Punta Stilo. Durante il giorno le navi sono protette anche da aerei antisommergibili.
5 agosto 1940
Ascari, Corazziere e Bolzano giungono a Messina in tarda mattinata.
31 agosto-1 settembre 1940
Il 31 agosto la XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Ascari, Lanciere, Corazziere, Carabiniere) salpa da Messina, insieme alla XI Squadriglia ed alla III Divisione Navale, per partecipare al contrasto all’operazione britannica «Hats» (consistente in varie sotto-operazioni: trasferimento da Gibilterra ad Alessandria, per rinforzare la Mediterranean Fleet, della corazzata Valiant, della portaerei Illustrious e degli incrociatori Calcutta e Coventry; invio di un convoglio da Alessandria a Malta e di uno da Nauplia a Porto Said; bombardamenti su basi italiane in Sardegna e nell’Egeo): Supermarina ha infatti saputo che sia la Mediterranean Fleet (da Alessandria) che la Forza H (da Gibilterra) sono uscite in mare, e si è accordata con la Regia Aeronautica per attaccare la prima con le forze navali di superficie ed attacchi aerei e la seconda con aerei e sommergibili.
Complessivamente, all’alba del 31, prendono il mare da Taranto, Brindisi e Messina 4 corazzate della V (CesareDuilio e Cavour) e IX (Littorio e Vittorio Veneto) Divisione, 13 incrociatori della I (PolaZaraFiumeGorizia), III (Trento, Trieste, Bolzano), VII (Eugenio di SavoiaDuca d’AostaMontecuccoli ed Attendolo) e VIII (Duca degli Abruzzi e Garibaldi) Divisione e 39 cacciatorpediniere (FrecciaDardoSaetta e Strale della VII Squadriglia; FolgoreFulmineLampo e Baleno dell’VIII Squadriglia; MaestraleGrecaleLibeccioScirocco della X Squadriglia; AviereArtigliereGeniere e Camicia Nera della XI Squadriglia; LanciereCarabiniereAscari e Corazziere della XII Squadriglia; GranatiereBersagliereFuciliere ed Alpino della XIII Squadriglia; Alvise Da MostoGiovanni Da VerrazzanoAntonio Pigafetta e Nicolò Zeno della XV Squadriglia; Nicoloso Da ReccoEmanuele Pessagno ed Antoniotto Usodimare della XVI Squadriglia). La III Divisione si riunisce al grosso della squadra italiana, partita da Brindisi e da Taranto, verso le 13 del 1° settembre.
I e III Divisione formano la 2a Squadra, che precede il grosso delle forze italiane.
Le due Squadre Navali italiane (la 1a Squadra è composta dalle Divisioni V, VII, VIII e IX e dalle Squadriglie Cacciatorpediniere VII, VIII, X, XIII, XV e XVI; la 2a Squadra dal Pola, dalle Divisioni I e III e dalle Squadriglie Cacciatorpediniere IX, XI e XII), riunite sotto il comando dell’ammiraglio di squadra Inigo Campioni, dirigono per lo Ionio orientale con rotta 150°. Le forze navali sono però uscite in mare troppo tardi, hanno l’ordine di evitare uno scontro notturno ed hanno una velocità troppo bassa (20 nodi), ed hanno l’ordine di cambiare rotta e raggiungere il centro del Golfo di Taranto se non riusciranno ad entrare in contatto con il grosso nemico entro il tramonto. Tutto ciò impedisce alle forze italiane di intercettare quelle britanniche; alle 16 Supermarina ordina un cambiamento di rotta, che impedisce alla 2a Squadra, che si trova in posizione più avanzata della 1a, di proseguire verso le forze nemiche. L’ammiraglio di squadra Angelo Iachino, comandante la 2a Squadra, ha chiesto alle 16.20 libertà di manovra per dirigere contro le forze britanniche, segnalate da ricognitori alle 15.35 a 120 miglia di distanza dalla 2a Squadra. Campioni gli ha dato l’autorizzazione alle 16.31, ma revoca l’autorizzazione alle 16.50 (comunque la 2a Squadra non sarebbe egualmente riuscita a raggiungere le unità avversarie), ed alle 17.27 ordina alla 2a Squadra di invertire la rotta ed assumere rotta 335° e velocità 20 nodi, come la 1a Squadra.
Alle 22.30 del 31 la formazione italiana, che procede a 20 nodi, riceve l’ordine di portarsi per le sei dell’indomani, con rotta 150° e velocità 20 nodi, in un punto 36 miglia ad ovest di Santa Maria di Leuca, onde impegnare le forze nemiche lungo la rotta 155°, a nord della congiungente Malta-Zante; dunque deve cambiare la propria rotta per raggiungerle (o non potrebbe prendere contatto con esse), dirigendo più verso sudovest (verso Malta) e superando la congiungente Malta-Zante.
Il mattino del 1° settembre, tuttavia, il vento, già in aumento dalla sera precedente, dà origine ad una violenta burrasca da nordovest forza 9; le forze italiane si allontanano nuovamente dal Golfo di Taranto per cercare di nuovo quelle avversarie lungo la rotta 155° ma con l’ordine di non oltrepassare la congiungente Malta-Zante, il che tuttavia le tiene lontane dalle rotte possibili da Alessandria a Malta. Verso le 13 la burrasca costringe la flotta italiana a tornare alle basi, perché i cacciatorpediniere non sono in grado di tenere il mare compatibilmente con le necessità operative (non potendo restare in formazione né usare l’armamento). A causa della burrasca, la III Divisione deve raggiungere Taranto, anziché la propria base abituale di Messina. Poco dopo la mezzanotte del 1° settembre le unità italiane entrano nelle rispettive basi; tutti i cacciatorpediniere sono stati danneggiati (specie alle sovrastrutture) dal mare mosso, alcuni hanno perso degli uomini in mare.
Le navi verranno tenute pronte a muovere sino al pomeriggio del 3 settembre, ma non si concretizzerà alcuna nuova occasione.
7 settembre 1940
La XII Squadriglia, con Ascari, Corazziere e Carabiniere, lascia Taranto alle 16 insieme al resto della 2a Squadra Navale (incrociatore pesante Pola, ammiraglia della squadra; incrociatori pesanti Zara e Gorizia della I Divisione; incrociatori pesanti Trento, Trieste e Bolzano della III Divisione; cacciatorpediniere Alfieri della IX Squadriglia e Geniere della XI Squadriglia) ed alla 1a Squadra (corazzate Littorio e Vittorio Veneto della IX Divisione, Cesare e Cavour della V Divisione e Duiliodella VI Divisione; cacciatorpediniere MaestraleGrecaleLibeccio e Scirocco della X Squadriglia, GranatiereBersagliereFuciliere ed Alpino della XIII Squadriglia, FrecciaSaetta e Dardo della VII Squadriglia, FolgoreFulmine e Baleno dell’VIII Squadriglia). La flotta italiana, che procede a 24 nodi, è diretta a sud della Sardegna (in modo da trovarsi 50 miglia a sud di Cagliari entro le 16 del giorno seguente), per intercettare la Forza H britannica che si presume diretta verso Malta; in realtà tale formazione, salpata da Gibilterra alle 6, ha soltanto simulato un’incursione in Mediterraneo, per coprire il vero obiettivo per della propria uscita in mare: dirigersi in Atlantico e raggiungere Freetown, per poi attaccare le forze francesi a Dakar. Qualora non sia possibile ottenere il contatto con il nemico, gli ordini prevedono di dirigere per il Basso Tirreno a levante della congiungente Capo Carbonara-Marettimo, poi raggiungere il meridiano 8° Est per le ore 7 del 9 settembre.
8 settembre 1940
Le due squadre navali attraversano lo stretto di Messina nella notte tra il 7 e l’8 e raggiungono il punto prestabilito a sud della Sardegna alle 16 dell’8 settembre; però, dato che la ricognizione non ha avvistato alcuna nave nemica (visto che la Forza H, dopo la “finta”, si è diretta in Atlantico), la formazione italiana inverte la rotta e, per ordine di Supermarina, raggiunge le basi del Tirreno meridionale (Napoli per la 1a Squadra, Palermo e Messina per la I e III Divisione rispettivamente).
9 settembre 1940
La III Divisione giunge a Messina dopo essersi appoggiata a Napoli.
Le navi si riforniscono di carburante e rimangono pronte  a muovere, ma non ci sono novità sul nemico.
29 settembre-2 ottobre 1940
Alle 18.05 del 29 settembre escono in mare da Taranto l’Ascari, il Pola, la I Divisione con ZaraFiume e Gorizia e la IX Squadriglia Cacciatorpediniere (GiobertiAlfieriOriani,  Carducci), seguiti alle 19.30 dalle Divisioni V (corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour), VI (corazzata Duilio), VII (incrociatori leggeri Muzio Attendolo e Raimondo Montecuccoli, da Brindisi), VIII (incrociatori leggeri Giuseppe Garibaldi e Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi) e IX (corazzate Littorio e Vittorio Veneto) e dalle Squadriglie Cacciatorpediniere VII (DardoSaettaStrale), X (MaestraleGrecaleLibeccioScirocco), XIII (GranatiereBersagliereAlpino), XV (Da MostoDa Verrazzano) e XVI (PessagnoUsodimare), per contrastare un’operazione britannica in corso, la «MB. 5» (invio a Malta degli incrociatori Liverpool e Gloucester con 1200 uomini e rifornimenti, invio da Porto Said al Pireo del convoglio «AN. 4», il tutto con l’uscita in mare delle corazzate Valiant e Warspite, della portaerei Illustrious, degli incrociatori YorkOrion e Sydney e di undici cacciatorpediniere a copertura dell’operazione). Al contempo da Messina prende il mare la III Divisione (TrentoTriesteBolzano) assieme ai quattro cacciatorpediniere della XI Squadriglia (AviereArtigliereGeniere e Camicia Nera). La formazione uscita da Taranto assume rotta 160° e velocità 18 nodi, riunendosi con le navi provenienti da Messina alle 7.30 del 30 settembre, mentre si accorge di essere tallonata da ricognitori britannici. In mancanza di elementi sufficienti ad apprezzare la composizione ed i movimenti della Mediterranean Fleet ed in considerazione dello svilupparsi di una burrasca da Scirocco (che avrebbe reso impossibile una navigazione ad alta velocità verso sud da parte dei cacciatorpediniere) Supermarina decide di rinunciare a contrastare l’operazione ed ordina alle unità in mare di invertire la rotta alle 6.25 del 30 ed incrociare dapprima tra i paralleli 37° e 38°, poi (dalle 10.30) 38° e 39° ed alle 14 fare rotta verso sudovest sino a raggiungere il 37° parallelo, poi, alle 17.20, di rientrare alle basi. Navigando nella burrasca, la flotta italiana raggiunge le basi tra l’una e le quattro del mattino del 1° ottobre, vi si rifornisce in fretta e rimane in attesa di un’eventuale nuova uscita per riprendere il contrasto, ma in base alle nuove informazioni ottenute ciò risulterà impossibile, pertanto, alle 14.00 del 2 ottobre, le navi riceveranno l’ordine di spegnere le caldaie.
5 ottobre 1940
L’Ascari ed il resto della XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Lanciere – caposquadriglia –, Corazziere e Carabiniere) partono da Taranto in serata scortando le due veloci e moderne motonavi Calitea e Sebastiano Venier, dirette a Lero e cariche di rifornimenti destinati alle isole del Dodecaneso. L’invio di questo convoglio è denominato Operazione «C.V.».
6 ottobre 1940
In mattinata prendono il mare due gruppi di incrociatori pesanti incaricati di fornire protezione al convoglio: da Messina parte la III Divisione (incrociatori pesanti TrentoTrieste e Bolzano) con la XI Squadriglia Cacciatorpediniere (AviereArtigliereGeniere e Camicia Nera), mentre da Taranto salpano la I Divisione (incrociatori pesanti ZaraFiume e Gorizia), l’incrociatore pesante Pola (nave ammiraglia della 2a Squadra Navale) e la IX Squadriglia Cacciatorpediniere (AlfieriOrianiGioberti e Carducci).
L’operazione viene però interrotta il mattino stesso del 6 ottobre, dopo che la ricognizione aerea dell’Egeo ha segnalato due corazzate, due incrociatori e sette cacciatorpediniere britannici sulla rotta Alessandria-Caso, ossia dove dovrebbero passare le navi dirette nel Dodecaneso. Tutte le unità italiane vengono fatte rientrare alle basi; «C.V.» non si farà più.
11-12 novembre 1940
L’Ascari si trova ormeggiato in Mar Piccolo a Taranto, quando la base viene attaccata da aerosiluranti britannici che affondano la corazzata Conte di Cavour e pongono fuori uso la Littorio e la Duilio.
Mentre gli aerosiluranti attaccano le corazzate, cinque bombardieri attaccano a più riprese le unità presenti in Mar Piccolo, a scopo diversivo, sganciando complessivamente una sessantina di bombe.
Alle 23.15 dell’11 le navi in Mar Piccolo aprono il fuoco contro alcuni aerei che sganciano bombe da una quota valutata in 500 metri; gli ordigni inquadrano i posti d’ormeggio dei cacciatorpediniere, ma solo uno va a segno, senza esplodere (sul Libeccio, che riporta solo lievi danni).
Tra le 14.30 e le 16.45 del 12 novembre la XII Squadriglia Cacciatorpediniere, insieme alla III Divisione, lascia Taranto, valutata ormai insicura, per trasferirsi a Messina.
11-12 novembre 1940
Il Lanciere si trova ormeggiato in Mar Piccolo a Taranto (in banchina, insieme agli incrociatori pesanti Pola e Trento, agli incrociatori leggeri Duca degli Abruzzi e Garibaldi ed ai cacciatorpediniere Freccia, Strale, Dardo, Saetta, Maestrale, Libeccio, Grecale, Scirocco, Camicia Nera, Geniere, Carabiniere, Corazziere, Ascari, Da Recco, Pessagno ed Usodimare), quando la base viene attaccata da aerosiluranti britannici che affondano la corazzata Conte di Cavour e pongono fuori uso la Littorio e la Duilio.
Mentre gli aerosiluranti attaccano le corazzate, cinque bombardieri attaccano a più riprese le unità presenti in Mar Piccolo, a scopo diversivo, sganciando complessivamente una sessantina di bombe.
Alle 23.15 dell’11 le navi in Mar Piccolo aprono il fuoco contro alcuni aerei che sganciano bombe da una quota valutata in 500 metri; gli ordigni inquadrano i posti d’ormeggio dei cacciatorpediniere, ma solo uno va a segno, senza esplodere (sul Libeccio, che riporta solo lievi danni). Il Lanciere viene anch’esso attaccato, ma non subisce danni.
Tra le 14.30 e le 16.45 del 12 novembre la XII Squadriglia Cacciatorpediniere (di cui è sempre caposquadriglia il Lanciere), insieme alla III Divisione, lascia Taranto, valutata ormai insicura, per trasferirsi a Messina.
16-18 novembre 1940
La XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Ascari, LanciereCarabiniereCorazziere) salpa da Messina alle 10.30 del 16, insieme alla III Divisione (Trento, Trieste, Bolzano), per partecipare all’intercettazione di un gruppo navale britannico diretto verso est. Una formazione britannica (la Forza H dell’ammiraglio James Somerville, con le portaerei Argus e Ark Royal, l’incrociatore da battaglia Renown, gli incrociatori leggeri SheffieldDespatch e Newcastle ed otto cacciatorpediniere), salpata da Gibilterra e con rotta verso levante, è stata infatti avvistata nel Mediterraneo occidentale: è in corso l’operazione britannica «White», consistente nel lancio, da parte della portaerei Argus della Forza H, di 14 aerei destinati a rinforzare le modeste forze aeree di base a Malta, nonché un’azione di bombardamento di Alghero (velivoli dell’Ark Royal) ed il trasporto a Malta di uomini e materiali della RAF sul Newcastle.
Contemporaneamente alla partenza da Messina di III Divisione e XII Squadriglia, da Taranto prendono il mare le corazzate Vittorio Veneto (nave di bandiera del comandante della 1a Squadra, ammiraglio Inigo Campioni, comandante superiore in mare) e Cesare, il Pola (nave di bandiera dell’ammiraglio Angelo Iachino, comandante la 2a Squadra) e la I Divisione con Fiume e Gorizia (da Napoli) nonché le Squadriglie Cacciatorpediniere IX (GiobertiAlfieriOriani,  Carducci), XIII (Bersagliere,GranatiereFuciliereAlpino); da Palermo salpa la XIV Squadriglia Cacciatorpediniere (VivaldiDa NoliTarigoMalocello).
La III Divisione e la XII e XIV Squadriglia Cacciatorpediniere si uniscono al grosso della squadra, partito da Napoli, nel pomeriggio del 16.
La forza così riunita sotto il comando dell’ammiraglio Campioni assume quindi rotta verso est verso l’8° meridiano, a sudovest della Sardegna, procedendo a 18 nodi, ridotti a 14 nella notte del 17 per agevolare la navigazione dei cacciatorpediniere, resa difficoltosa da un vento da sudovest.
Per tutta la giornata del 16 non si ricevono informazioni sulle forze nemiche; solo alle 10.15 del 17 queste vengono avvistate da ricognitori, che però non precisano né la rotta né la velocità. Campioni dirige verso sud, in direzione di Bona, sperando di riuscire ad intercettare le unità britanniche nel pomeriggio, se esse proseguono verso est.
Raggiunto alle 16.30 un punto prestabilito 45 miglia a nord-nord-est di Ustica, la formazione italiana dirige poi verso ovest ed alle 17.30 arriva 35 miglia a sudovest di Sant’Antioco. Dopo aver navigato per un po’ in direzione dell’Algeria, nella totale mancanza su dove sia il nemico e dove esso sia diretto, la squadra italiana riceve l’ordine rientrare. Campioni rileverà che le condizioni del mare – onde molto lunghe da sudovest – hanno causato forte rollio e beccheggio in tutte le sue navi, corazzate comprese, tanto da impedire l’uso dei cannoni se dirette verso sud. Durante il ritorno le navi italiane eseguono esercitazioni di tiro contro la scogliera La Botte, a sud di Ponza.
Sebbene non vi sia stato contatto tra le opposte formazioni navali, l’uscita in mare delle forze italiane ha indirettamente causato il fallimento dell’operazione «White»: l’avvistamento della squadra italiana da parte dei ricognitori di Malta, infatti, ha indotto Somerville a far decollare gli aerei dall’Argus in anticipo, tenendo la portaerei quanto più ad ovest possibile, cioè più lontana da Malta di quanto inizialmente pianificato, prolungando di molto la distanza sulla quale gli aerei dovranno volare. Il risultato sarà che su quattordici aerei decollati dall’Argus (dodici Hawker Hurricane e due Blackburn Skua) solo cinque (quattro Hurricane ed uno Skua) giungeranno a Malta: gli altri nove esauriranno il carburante e precipiteranno in mare a seguito di errori di navigazione e stime sbagliate sugli effetti del vento, tranne uno che dovrà effettuare un atterraggio d’emergenza presso Siracusa, venendo catturato.
26-28 novembre 1940
L’Ascari lascia Messina insieme al resto della XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Lanciere, caposquadriglia, e Carabiniere) ed alla III Divisione (Bolzano, Trento e Trieste, nave ammiraglia dell’ammiraglio Luigi Sansonetti, comandante la III Divisione), mentre da Napoli escono le corazzate Vittorio Veneto e Giulio Cesare, l’incrociatore pesante Pola, la I Divisione con due unità e la IX e XIII Squadriglia Cacciatorpediniere con otto unità.
La formazione italiana si riunisce nel punto 39°20’ N e 14°20’ E, 70 miglia a sud di Capri, alle 18.00 del 26 novembre, assumendo poi rotta 260° e velocità 16 nodi, per intercettare un convoglio britannico diretto a Malta.
Alle otto del mattino del 27 la III Divisione e la XII Squadriglia si trovano a cinque miglia per 180° dal Pola, nave ammiraglia della 2a Squadra (che è formata dalla I e dalla III Divisione; il tutto sotto il comando dell’ammiraglio Iachino), con rotta 250° e velocità 16 nodi, mentre la I Divisone è insieme al Pola e la 1a Squadra (le due corazzate ed i cacciatorpediniere della VII e della XIII Squadriglia; ammiraglio Campioni) è più a poppavia.
La formazione italiana ha rotta 260°, verso la Sardegna, ed il mattino del 27 incrocia nove miglia a sud di Capo Spartivento Sardo, per intercettare uno dei due gruppi britannici in mare (uno partito da Alessandria ed uno da Gibilterra) prima che possano riunirsi: quello proveniente da Alessandria viene avvistato alle 9.45 dall un idroricognitore lanciato dal Bolzano alle 7.55, che comunica che una corazzata, due incrociatori e quattro cacciatorpediniere si trovano a 26 miglia per 20° da Cap de Fer, con rotta 90° e velocità 16 nodi. Il messaggio del ricognitore viene ricevuto alle 10.05 dall’ammiraglio Iachino e dieci minuti dopo dall’ammiraglio Campioni. Poco dopo il velivolo aggiunge che si mantiene in contatto visivo con le navi nemiche; continuerà a tenere il contatto fino alle 10.40.
Sebbene la posizione indicata sia piuttosto lontana dal vero (troppo ad ovest), questo avvistamento è il primo concreto segnale, per il comandante superiore in mare, della presenza delle forze nemiche.
A questo punto, la formazione italiana dirige per sudest, in modo da intercettare il gruppo nemico e tagliargli la rotta.
Alle 11.01 la III Divisione riceve ordine da Iachino di portarsi a poppavia (a tre miglia per 270°) del resto della 2a Squadra, ed alle 11.28 l’intera formazione assume rotta 135°, per intercettare la formazione britannica che (dalle segnalazioni dei ricognitori) risulta avere posizione differente da quella prevista.
Durante l’inversione di rotta conseguente all’ordine delle 11.01, tuttavia, si verifica una certa confusione causata dall’errata interpretazione di un segnale da parte del Trento (che per invertire la rotta vira di contromarcia, mentre gli altri due incrociatori virano ad un tempo), così che il Trieste, nave ammiraglia, finisce al centro della formazione, invece che in testa, e la III Divisione si ritrova arretrata rispetto al resto della 2a Squadra: ultima della formazione, 8 km a poppavia della I Divisione.
Alle 11.35 la 2a Squadra riceve dall’ammiraglio Campioni di portarsi su rilevamento 195° rispetto alla sua nave ammiraglia (la Vittorio Veneto), in modo che la formazione divenga perpendicolare alla probabile direzione d’avvicinamento della squadra britannica.
A mezzogiorno il Lanciere viene colto da un’avaria di macchina, restando fermo per un breve lasso di tempo; in conseguenza di ciò, la XII Squadriglia rimane un po’ arretrata.
Alle 12.07, in seguito alla constatazione che la formazione britannica appare superiore a quella italiana (i cui ordini sono di impegnarsi solo se in condizioni di sicura superiorità), essendosi i due gruppi riuniti, l’ammiraglio Campioni ordina di assumere rotta 90° per rientrare alle basi senza ingaggiare il combattimento, e tre minuti dopo ordina alla 2a Squadra di aumentare la velocità per riunirsi alle corazzate, pertanto la 2a Squadra accelera a 25 nodi, poi a 28.
Alle 12.15, tuttavia, le unità della 2a Squadra avvistano improvvisamente quattro cacciatorpediniere britannici, diretti verso gli incrociatori italiani: le siluranti nemiche spariscono subito, avendo apparentemente invertito la rotta, ma poco dopo vengono avvistati altri cacciatorpediniere, incrociatori, corazzate: è la squadra britannica, che comprende le corazzate Renown e Ramillies, la portaerei Ark Royal e gli incrociatori Berwick (pesante), SheffieldSouthamptonNewcastle e Manchester (leggeri), oltre a numerosi cacciatorpediniere. In questo momento la III Divisione si trova in linea di fila 8 km a poppa della I Divisione, con rotta 90° e velocità 25 nodi, in aumento (le corazzate sono invece a proravia della I Divisione). A seguito dell’avvistamento delle forze nemiche, l’ammiraglio Campioni ordina di incrementare ancora la velocità. Inizia così la battaglia di Capo Teulada.
Alle 12.20, prima che l’ammiraglio Campioni possa ordinare di non impegnarsi, gli incrociatori della I Divisione aprono il fuoco, seguiti in successione dal Pola e da quelli della III Divisione: questi ultimi sono i più vicini alle navi britanniche, ad una distanza di 21.500 metri (Pola e I Divisione sono invece a 22.000 metri di distanza). Subito gli incrociatori britannici (uno, il Manchester, viene mancato dalla prima salva italiana, sparata dal Trieste o dal Trento, scartata lateralmente di circa 90 metri) rispondono al fuoco; BerwickManchesterSheffield e Newcastle concentrano il loro tiro contro le unità della III Divisione. Gli incrociatori italiani della 2a Squadra, in linea di fila, sono in posizione favorevole (da “taglio del T”) per sparare con tutte le artiglierie su quelli britannici, che si trovano invece in linea di fronte e possono usare solo le torri prodiere, ma per via dell’ordine di Campioni di disimpegnarsi devono accostare verso nordest. Durante lo scontro, le navi italiane continuano a ritirarsi verso nordest, sparando quasi esclusivamente con le torri poppiere, mentre quelle britanniche le inseguono tirando quasi solamente con le torri prodiere (la distanza media del combattimento è 22.500 metri, che per la III Divisione – segnatamente il Trento – scende ad un minimo di 18.000 metri). All’inizio dello scontro l’ammiraglio Iachino ordina alla III Divisione (che è rimasta indietro ed aveva aumentato la propria velocità in ritardo rispetto al resto della Squadra, ed i cui apparati motori non hanno ancora raggiunto la massima andatura) di portare la velocità a 30 nodi e di allontanarsi dal nemico prima possibile, vedendo che essa sembra avere qualche difficoltà ad allontanarsi dalle unità britanniche, mentre salve da 152 degli incrociatori leggeri e qualche rara salva da 381 delle corazzate cade nella loro direzione. Il tiro degli incrociatori italiani è intenso dall’apertura del fuoco fino alle 12.42, poi diventa intermittente tra le 12.42 e le 12.49 a causa di ripetute accostate necessarie a disturbare l’attacco di aerosiluranti britannici frattanto apparsi, poi nuovamente intenso dalle 12.49 alle 12.53 e poi, a causa dell’aumento delle distanze e del fumo (causato soprattutto dalla combustione forzata delle caldaie, in particolare sulle navi della III Divisione), il ritmo di tiro deve di nuovo calare, fino a cessare alle 13.15, quando la distanza è diventata di 26.000 metri.
Due salve da 203 mm degli incrociatori italiani colpiscono, alle 12.22 ed alle 12.35, l’incrociatore pesante britannico Berwick: la prima uccide sette uomini, ne ferisce nove e mette fuori uso la terza torre da 203 dell’unità britannica, la seconda danneggia il quadrato ufficiali e locali adiacenti, ma il Berwick continua a fare fuoco.
Durante lo scontro tra gli incrociatori, la XII Squadriglia si viene a trovare ad est della III Divisione, e dunque in posizione più prossima al nemico rispetto a quest’ultima; diverse salve britanniche da 152 mm cadono nei suoi pressi, ed intorno alle 12.33 una granata da 152 colpisce il Lanciere, che subisce gravi danni e deve ridurre la velocità a 23 nodi, propulso da una sola macchina; Ascari e Carabiniere ricevono l’ordine di coprirlo con cortine fumogene. Alle 12.40, mentre si sta spostando verso ovest passando a poppavia della III Divisione, il Lanciere viene colpito altre due volte, con ulteriore aggravamento dei danni. Sebbene gravemente danneggiato, il Lanciere riesce a sottrarsi al tiro nemico grazie alle cortine nebbiogene; grazie ad esse, infatti, l’incrociatore Southampton, che l’aveva tenuto sotto il suo fuoco per undici minuti, lo perde di vista e cambia bersaglio.
Fino alle 12.40 le navi britanniche (soprattutto gli incrociatori) sparano intensamente contro la III Divisione, poi spostano il tiro sulla I Divisione, che è divenuta più vicina (ma il loro tiro è disturbato dal fumo prodotto dalle navi italiane); in questa fase la III Divisione, mentre la velocità aumenta progressivamente fino a 34 nodi, aumentando le distanze con le navi nemiche, di quando in quando accosta in modo da sparare con tutte le artiglierie invece che con le sole torri poppiere. Le corazzate britanniche intervengono solo sporadicamente, trovandosi più indietro rispetto agli incrociatori, senza comunque colpire nulla.
Nel frattempo anche la 1a Squadra si è riavvicinata alla 2a Squadra, ed alle 13.00 la Vittorio Veneto apre il fuoco da poco meno di 29.000 metri, ma le unità britanniche subito accostano a dritta e la distanza aumenta a 31.000 metri, costringendo la corazzata a cessare il fuoco già alle 13.10.
Alle 13.15, dopo la rottura del contatto balistico tra le due flotte, il Lanciere comunica di essere rimasto immobilizzato per mancanza d’acqua; alle 13.16, pertanto, l’ammiraglio Iachino ordina alla III Divisione di dare assistenza al cacciatorpediniere colpito.
L’ammiraglio Sansonetti, perplesso su cosa potrebbe fare tornando indietro con l’intera divisione, alle 13.26 chiede conferma a Iachino sul fatto di dover tornare indietro per assistere il Lanciere; Iachino, ritenendo che per prenderlo a rimorchio e difenderlo da eventuali ritorni delle navi britanniche sia necesssario l’intervento di tutta la III Divisione, risponde subito in modo affermativo. Di conseguenza, la III Divisione ritorna nel punto in cui si trova l’immobilizzato Lanciere, e l’Ascari lo prende a rimorchio, per ordine di Sansonetti.
Alle 15.35, mentre i due cacciatorpediniere iniziano a mettersi in moto, la III Divisione viene violentemente attaccata da sette bombardieri britannici Blackburn Skua (appartenenti all’800th Squadron della Fleet Air Arm, e guidati dal tenente di vascello R. M. Smeeton) decollati dalla portaerei Ark Royal. Gli Skua, senza attaccare i due cacciatorpediniere intenti nella delicata manovra di rimorchio, bombardano in picchiata (con bombe da 227 kg) gli incrociatori di Sansonetti, che reagiscono con pronte manovre e con intenso tiro contraereo (pur senza colpire alcun velivolo). L’Ascari molla il rimorchio per avere maggior libertà di manovra sotto l’attacco, ma per fortuna i bombardieri si concentrano sugli incrociatori della III Divisione anziché sul Lanciere, bersaglio lentissimo e molto più facile. Nessuna nave viene colpita, sebbene cinque delle bombe da 500 libbre cadano molto vicine al Bolzano ed al Trento.
Concluso l’attacco, l’Ascari torna a prendere a rimorchio il Lanciere e dirige verso Cagliari a lento moto, scortato a distanza dalla III Divisione sino al tramonto. Ascari e Lanciere raggiungono Cagliari senza ulteriori inconvenienti.
Inverno 1940-1941
L’Ascari partecipa, con altre unità, ad azioni di bombardamento navale contro le posizioni greche sulla costa albanese, in appoggio alle truppe di terra italiane impegnate in duri combattimenti contro le forze elleniche (che, invaso l’Epiro con la propria controffensiva, minacciano Valona) nell’Albania meridionale. Le azioni di bombardamento avvengono in seguito a richiesta da parte del Comando Superiore delle Forze Armate in Albania.
24 febbraio 1941
Alle 5.45 Ascari e Corazziere lasciano Palermo insieme agli incrociatori leggeri Giovanni delle Bande Nere (nave di bandiera del comandante della IV Divisione Navale, ammiraglio di divisione Alberto Marenco di Moriondo) ed Armando Diaz, per una missione di scorta a distanza ai convogli che trasportano in Libia truppe e materiali dell’Afrika Korps. Sono infatti in mare tre convogli diretti in Libia: uno (partito da Napoli alle 19 del 23 facendo tappa a Palermo il 24, e diretto a Tripoli a 14 nodi) formato dalle motonavi tedesche MarburgReichenfelsAnkara e Kybfels scortate dai cacciatorpediniere AviereGeniere e Da Noli e dalla torpediniera Castore, un secondo (salpato da Napoli a mezzogiorno del 25) composto dai trasporti tedeschi LeverkusenArcturusWachtfels ed Alikante e dall’italiano Giulia scortati dal cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi e dalle torpediniere ProcioneOrsa e Calliope, ed un convoglio veloce (partito da Napoli alle 20 del 24 febbraio) formato dai trasporti truppe Conte RossoEsperiaMarco Polo e Victoria scortati dai cacciatorpediniere Baleno e Camicia Nera e dalle torpediniere Orione ed Aldebaran. Sono inoltre in mare anche i piroscafi ArtaNirvo e Giovinezza di ritorno da Tripoli (che avevano lasciato alle 5.30 del 24) con la scorta della torpediniera Generale Achille Papa, ed i piroscafi Santa Paola e Honor partiti da Palermo il 25.
La IV Divisione ha avuto ordine di portarsi nel Canale di Sicilia e tenersi pronta a qualsiasi evenienza.
Alle 11.30 la IV Divisione prende contatto con il convoglio «Marburg», del quale, secondo gli ordini, dovrebbe mantenersi a proravia per fornirgli, durante la notte, scorta ravvicinata.
Sino al tramonto la IV Divisione si tiene tra gli 8.000 ed i 12.000 metri a proravia del convoglio «Marburg», procedendo a zig zag, con Ascari e Corazziere in posizione di scorta ravvicinata. Tramontato il sole, i due incrociatori mantengono la velocità a 14,5 nodi sino alla boa n. 4 di Kerkennah.
25 febbraio 1941
La notte è senza luna, l’oscurità profonda; ciò induce l’ammiraglio Marenco di Moriondo, intorno alle due di notte, dopo aver scapolato la zona obbligata della boa n. 4 di Kerkennah, ad interrompere lo zigzagamento ed a procedere con Bande Nere e Diaz in linea di fila, preceduti dal Corazziere e seguiti dall’Ascari, che dovrebbero fornire scorta e protezione antisommergibile se la IV Divisione dovesse eseguire marcate ed improvvise accostate. Alle 2.10 la formazione, un miglio ad ovest della boa n. 4 di Kerkennah, assume rotta 180°, ed intorno alle tre, per non allontanarsi dal convoglio, viene ridotta la velocità a 13,5 nodi. Via via che le navi procedono verso sud, in direzione di Zuara, la già scarsa visibilità va andata calando. Il mare è calmo, senza vento.
Alle 3.22 il sommergibile britannico Upright (tenente di vascello Edward Dudley Norman) avvista le navi da guerra italiane su rilevamento 315°, a circa due miglia e mezzo. L’Upright, restando in emersione, accelera e descrive parzialmente un semicerchio, manovrando per avvicinarsi ed attaccare.
Il Corazziere e l’Ascari procedono rispettamene a proravia ed a poppavia dei due incrociatori, in linea di fila; il Diaz naviga nella scia del Bande Nere, ed al comandante dell’Upright sembra la nave più grossa: perciò è contro di esso che, alle 3.40, l’Upright lancia quattro siluri, immergendosi subito dopo.
Alle 3.43, quando il Diaz si trova a poche miglia dalla boa numero 4 delle secche di Kerkennah, due dei siluri lo colpiscono sul lato dritto, nei pressi del deposito munizioni prodiero, provocandone la devastante esplosione.
Alle detonazioni dei due siluri segue una fiammata sulla dritta e poi un’esplosione molto più rovinosa – tanto violenta da investire l’Ascari, che subisce delle infiltrazioni di acqua marina nei propri depositi di acqua per le macchine –, con una colossale fiammata generata dalla combustione delle polveri
Nel giro di sei minuti il Diaz affonda di prua, fortemente sbandato sulla sinistra, in posizione 34°33’ N e 11°45’ E (a 20 miglia e mezzo per 190° dalla boa n. 4 di Kerkennah, a sudest delle isole Kerkennah ed al largo di Sfax), scomparendo sotto la superficie alle 3.49 e trascinando con sé i tre quarti dell’equipaggio.
L’Ascari (che è stato mancato da uno dei due siluri non andati a segno) ed il Corazziere danno la caccia al sommergibile, gettando infruttuosamente dieci o dodici bombe di profondità dalle 3.45 alle 4.25, mentre il Bande Nere, dopo l’attacco, prosegue a maggiore velocità e con rotta a zig zag, scortando il convoglio a destinazione. La concussione degli scoppi delle bombe di profondità gettate dall’Ascari investe molti naufraghi del Diaz, peggiorando la situazione.
Alle 4.30 l’Ascari inizia a soccorrere i superstiti, dispersi in un’area abbastanza vasta, mentre il Corazziere, avendo proseguito nella vigilanza antisommergibile, si unirà ai soccorsi solo alle 7.30. All’alba sopraggiungono anche aerei inviati da Marina Libia e da Trapani. Molti uomini scompaiono in mare prima di poter essere soccorsi, per ipotermia nella fredda acqua di febbraio, o per soffocamento causato dalla nafta che galleggia copiosa sulla superficie del mare.
L’Upright, che ha passato il contrattacco a 6 o 7 metri dal fondale, non subisce danni e ritorna a quota periscopica alle 7.15, osservando l’orizzonte tutt’intorno e vedendo che l’incrociatore attaccato non c’è più: solo due cacciatorpediniere intenti al recupero dei naufraghi laddove si era trovata la nave attaccata, su rilevamento 270°. Il sommergibile si avvia poi sulla rotta di rientro a Malta.
L’Ascari recupera 150 uomini ancora vivi, tra cui 31 feriti, e nove cadaveri (per altra fonte i sopravvissuti salvati dall’Ascari furono invece 144), mentre il Corazziere raccoglie solo tre superstiti, pur setacciando il mare per quattro ore. Due dei naufraghi muoiono poco dopo.
Intorno alle 9.15 del mattino i due cacciatorpediniere, avendo ultimato il recupero dei naufraghi, rimettono in moto dirigendo verso nordovest, arrivando a Palermo il 26 insieme al Bande Nere. Dell’equipaggio del Diaz sono morti 464 uomini, su un totale di 605.
27-29 marzo 1941
L’Ascari salpa da Messina alle 5.30 del 27 insieme a Corazziere e Carabiniere, che con esso formano la XII Squadriglia, ed alla III Divisione (Trento, Trieste e Bolzano, al comando dell’ammiraglio Luigi Sansonetti con bandiera sul Trieste), per partecipare, insieme alla corazzata Vittorio Veneto, alla I Divisione (ZaraPolaFiume), alla VIII Divisione (incrociatori leggeri Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi) ed alle Squadriglie Cacciatorpediniere IX (Vittorio AlfieriAlfredo OrianiVincenzo GiobertiGiosuè Carducci), XIII (GranatiereFuciliereBersagliereAlpino) e XVI (Nicoloso Da ReccoEmanuele Pessagno), all’operazione «Gaudo», un’incursione contro il naviglio britannico nel Mediterraneo orientale, a nord di Creta. Verso le 6.15, nello stretto di Messina, la III Divisione con la XIII Squadriglia si pone 7 miglia a proravia della Vittorio Veneto, scortata dalla XIII Squadriglia: queste unità formano il gruppo «Vittorio Veneto» al comando dell’ammiraglio Iachino.
La navigazione prosegue senza incidenti sino alle 12.25 del 27 marzo, quando il Trieste comunica a Iachino la presenza di un ricognitore britannico Short Sunderland a sud della III Divisione (e che continuerà a tenerla d’occhio per mezz’ora); in seguito a questo – alle 12.20 il Sunderland ha comunicato l’avvistamento di tre incrociatori ed un cacciatorpediniere a cinque miglia per 270°, al largo di Capo Passero, per poi precisare alle 12.35 che le navi avvistate hanno rotta 120° e velocità 15 nodi: entrambi i messaggi vengono intercettati dalla Vittorio Veneto –, la squadra italiana, poco dopo le 14, accosta per 150° (prima la rotta era 134°) per trarre in inganno il velivolo (il cui messaggio rischia di rivelare la destinazione, e dunque le intenzioni, della squadra italiana), e segue questa rotta sino alle 16, per poi riaccostare per 130°, e poi – alle 19.30 – per 98° portando la velocità a 23 nodi, in modo da arrivare nel punto prestabilito a sud di Gaudo all’alba del 28. Alle 22 del 27 Supermarina annulla l’attacco a nord di Creta, dato che dalla ricognizione risulta che non vi sono convogli da attaccare.
Alle 6.35 del mattino del 28 un idroricognitore catapultato dalla Vittorio Veneto avvista la Forza B britannica (composta dagli incrociatori leggeri OrionAjaxPerth e Gloucester e dai cacciatorpediniere VendettaHastyHereward ed Ilex, il tutto sotto il comando del viceammiraglio Henry Daniel Pridham-Wippell), in navigazione con rotta stimata 135° e velocità 18 nodi una quarantina di miglia ad est-sud-est dall’ammiraglia italiana. Alle 6.57, pertanto, mentre la Vittorio Veneto (nonché il sopraggiungente gruppo «Zara», composto da I e VIII Divisione, che si riunisce al resto della squadra nelle prime ore del 28, 55 miglia a sudest di Capo Spartivento Calabro) aumenta la velocità a 28 nodi, la III Divisione riceve l’ordine di assumere rotta 135° e velocità 30 nodi: Iachino intende far raggiungere alla divisione di Sansonetti gli incrociatori britannici, poi farla dirigere verso la Vittorio Veneto ed attirarli così verso la corazzata, e di conseguenza alle 7.34 ordina alla III Divisione di ripiegare verso la Vittorio Veneto dopo aver avvistato le forze britanniche. Pochi minuti dopo, alle 7.39, la III Divisione viene avvistata da un ricognitore decollato dalla portaerei britannica Formidable.
Alle 7.55 la III Divisione inizia a scorgere su rilevamento 205° i primi segni della sopraggiungente Forza B, comunicandolo a Iachino, e nel giro di qualche minuto tutta la formazione di Pridham-Wippell è in vista.
Anche la Forza B, tuttavia, ha l’ordine di attirare le navi italiane verso il grosso della Mediterranean Fleet, uscita in mare con le corazzate BarhamValiant e Warspite e la portaerei Formidable, della cui presenza in mare i comandi italiani sono totalmente all’oscuro: di conseguenza, le navi di Pridham-Wippell ripiegano verso Alessandria, costringendo la III Divisione ad inseguirle e facendo fallire la trappola pianificata dall’ammiraglio Iachino. Ha così inizio lo scontro di Gaudo.
Alle 8.12 le navi di Sansonetti aprono il fuoco sulla Forza B da 22.000 (fonti italiane)-23.000 (fonti britanniche) metri, mentre le unità britanniche, i cui cannoni da 152 mm (essendo tutti incrociatori leggeri) hanno gittata minore dei 203 dei “Trento”, non aprono il fuoco per un quarto d’ora, tranne il Gloucester, il quale, essendo la nave in coda e dunque più vicina a quelle italiane, spara tre salve, che cadono corte, a partire dalle 8.27-8.29, da 21.000 metri di distanza. È proprio il Gloucester, per via della sua posizione, a costituire il bersaglio principale dei cannoni della III Divisione, dovendo iniziare a zigzagare per evitare di essere colpito dall’accurato tiro delle navi di Sansonetti, che poco dopo accostano in fuori di 25°, passando da rotta 160° a rotta 135° (così portandosi fuori portata dei cannoni della Forza B), per poi riassumere, verso le 8.36, rotta nuovamente parallela a quella della Forza B.
Alle 8.36 Iachino ordina alla III Divisione di dirigere verso ovest ed interrompere il combattimento qualora non riesca a raggiungere le navi nemiche, ritenendo, a ragione, pericoloso spingersi troppo verso est, in zona dove il controllo dei cieli è in mano britannica.
La III Divisione continua il tiro fino alle 8.55, ma non riesce a colpire nessuna nave: tutte le salve cadono corte tranne un proiettile del Bolzano che colpisce il Gloucester senza esplodere, mentre Orion Perth subiscono solo lievi danni da schegge. A quell’ora gli incrociatori di Sansonetti (al pari della Vittorio Veneto) accostano per 270° ed assumono rotta 300° e velocità di 28 nodi, venendo seguiti a distanza dalla Forza B, che si mantiene fuori tiro e tiene informato il resto della Mediterranean Fleet dei movimenti delle unità italiane.
Essendosene reso conto, alle 10.17 l’ammiraglio Iachino ordina alla III Divisione di proseguire sulla sua rotta fino a nuovo ordine e tenersi pronta al combattimento (spiegando anche le sue intenzioni), mentre la Vittorio Veneto e le altre navi invertono la rotta (assumendo rotta 90°) per sorprendere alle spalle la Forza B (portandosi ad est delle navi britanniche e poi accostando verso sud), porla tra due fuochi (la III Divisione ed il resto della formazione italiana) ed impedirne la ritirata. Le unità della Forza B sono però più a nord di quanto ritenuto (e segnalato) e pertanto l’incontro avviene alle 10.50: sulle prime la Forza B, incerta se le navi avvistate siano amiche o nemiche, effettua il segnale di riconoscimento, ma alle 10.56, mentre la Vittorio Veneto apre il fuoco da 23.000 metri, Iachino ordina alla III Divisione di invertire la rotta e riprendere il combattimento. La Forza B subito accosta verso sud e si ritira inseguita dalle navi italiane (la III Divisione cerca di serrare le distanze ma non fa in tempo ad intervenire), coprendosi con cortine fumogene, ma le distanze vanno aumentando ed il tiro della Vittorio Veneto risulta inefficace.
Alle 11.18, a causa delle distanze in aumento e dell’arrivo di aerosiluranti britannici che attaccano la Vittorio Veneto, la III Divisione riceve l’ordine di riassumere rotta 300°.
Successivi messaggi e segnalazioni, che confermano l’assenza di traffico convogliato britannico da attaccare, fanno decidere all’ammiraglio Iachino di proseguire nella navigazione di ritorno verso le basi italiane, ed alle 11.30 la formazione di Iachino si avvia sulla rotta di rientro.
Alle 12.07 anche la III Divisione viene attaccata da tre aerosiluranti britannici, che lanciano contro il Bolzano, ma riesce a sventare l’attacco contromanovrando ed aprendo un intenso tiro contraereo.
Alle 13.23 la III Divisione si trova a 57 miglia per 214° da Gaudo; alle 15.20 ed alle 16.58 tale divisione viene attaccata da bombardieri in quota britannici: nessuna nave viene colpita, ma alcune bombe cadono molto vicine a Trento e Bolzano.
Alle 15.19 tre aerosiluranti attaccano la Vittorio Veneto, mentre dei caccia attaccano le unità della XIII Squadriglia che la scortano, in cooperazione con bombardieri in quota partecipano: l’aereo del capitano di corvetta John Dalyell-Stead, prima di essere abbattuto, riesce a ridurre le distanze con la Vittorio Veneto a meno di 1000 metri ed a lanciare un siluro, che colpisce la nave da battaglia a poppa, in posizione 35°00’ N e 22°01’ E. Alle 15.30 la Vittorio Veneto, che ha imbarcato 4000 tonnellate d’acqua, si immobilizza, ma dopo sei minuti rimette in moto, sebbene a fatica: solo alle 17.13 riesce a sviluppare una velocità di 19 nodi. La flotta italiana dirige su Taranto, ed alle 16.38 l’ammiraglio Iachino, in previsione di altri attacchi aerei in arrivo al tramonto, lascia libera l’VIII Divisione per il rientro a Brindisi ed ordina che le altre unità si dispongano intorno alla danneggiata Vittorio Veneto per proteggerla da altri attacchi. La formazione risulterà assunta alle 18.40, con cinque colonne di unità disposte in linea di fila: da sinistra a destra, la XII Squadriglia Cacciatorpediniere (nell’ordine, CorazziereCarabiniereAscari), la III Divisione (Trieste, Trento, Bolzano), la Vittorio Veneto preceduta da Granatiere (in testa) e Fuciliere (tra il Granatiere e la corazzata) e seguita da Bersagliere (tra la nave da battaglia e l’Alpino) ed Alpino (in coda), la I Divisione (ZaraPolaFiume) e la IX Squadriglia (Vittorio AlfieriVincenzo GiobertiGiosuè CarducciAlfredo Oriani). Alle 18.23 (nel frattempo la velocità della Vittorio Veneto è scesa a 15 nodi) vengono avvistati nove aerosiluranti britannici, che si tengono a distanza, alle 18.51 tramonta il sole, ed alle 19.15 la formazione italiana accosta per conversione ed assume rotta 270° (in modo da essere meno illuminate possibile dal sole che tramonta) ed alle 19.24 i cacciatorpediniere in coda iniziano a stendere cortine fumogene. Alle 19.28 gli aerosiluranti si avvicinano – le navi più esterne accendono i proiettori –, alle 19.30 vi è una nuova accostata per conversione (rotta assunta 300°) e sei minuti dopo tutti i cacciatorpediniere emettono cortine fumogene ed aprono il fuoco, mentre gli aerei passano all’attacco: intorno alle 19.50 il Pola viene colpito ed immobilizzato da un siluro. Cessato l’attacco, e calato il buio, alle 19.50 si spengono i proiettori ed alle 20.11 cessa l’emissione di cortine fumogene. Alle 20.05 l’ammiraglio Iachino ordina alla III Divisione di portarsi 5 km a proravia della Vittorio Veneto, alla XIII Squadriglia di assumere posizione di scorta ravvicinata ed alla I Divisione di posizionarsi 5 km a poppavia della nave ammiraglia. Proprio in quei minuti si scopre che il Pola è stato immobilizzato (dapprima si era ritenuto che l’attacco fosse stato respinto senza danni), ed alle 21.06 la I Divisione invertirà la rotta per andare al soccorso dell’incrociatore colpito. Questa decisione, molto discussa in seguito, porterà al disastro: la I Divisione verrà infatti sorpresa mentre raggiunge il Pola dalle corazzate britanniche BarhamValiant e Warspite e sarà annientata, con la perdita di ZaraPolaFiumeAlfieri e Carducci oltre che dello stesso Pola (e di oltre 2300 uomini), in quella che rimarrà la peggior sconfitta mai subita dall’Italia sul mare. Dopo la separazione dalla I Divisione, il resto della squadra italiana prosegue con rotta 323° e velocità 19 nodi alla volta di Taranto: la navigazione prosegue senza incidenti (alle 21.35 Iachino fa trasmettere al Trieste una richiesta d’intervento della caccia aerea per l’alba dell’indomani, a 60 miglia per 140° da Capo Colonne, per non congestionare la stazione radiotelegrafica della Vittorio Veneto) sino alle 22.30 quando, in lontananza, vengono avvistate le vampate di artiglierie: le navi italiane assistono alla fine della I Divisione. Il tiro che si osserva a distanza si svolge in più fasi, alle 22.30, 22.40 e 23.06, i bagliori delle ultime esplosioni vengono visti alle 23.55.
Il resto della formazione italiana, inutilmente cercato dalla Forza B (che invece trova il Pola immobilizzato, scambiandolo per la Vittorio Veneto) e da una flottiglia di otto cacciatorpediniere britannici al comando del capitano di vascello Philip Mack fin dopo mezzanotte, alle otto del 29 marzo, a 60 miglia per 139° da Capo Colonne, viene raggiunto dall’VIII Divisione frattanto richiamata; la III Divisione si pone quindi a dritta della Vittorio Veneto, con la VIII Divisione a sinistra della corazzata (e la X Squadriglia Cacciatorpediniere, anch’essa inviata di rinforzo, a sinistra della VIII Divisione). A partire dalle 6.23 giungono sul cielo della formazione, per scortarla nella navigazione di rientro, aerei tedeschi ed italiani: la scorta aerea, mancata – elemento cruciale – durante tutta l’operazione, arriva solo ora, nel golfo di Taranto.
Alle 9.08 del 29 marzo la formazione italiana assume rotta 343°, mettendo la prua su Taranto, ed arriva a Taranto poco dopo le 15.30. La III Divisione non viene fatta rientrare subito a Messina, ma viene bensì trattenuta per qualche tempo a Taranto.
24-30 aprile 1941
L’Ascari, insieme ai cacciatorpediniere Carabiniere e Vincenzo Gioberti, agli incrociatori pesanti Trieste e Bolzano della III Divisione ed all’incrociatore leggero Eugenio di Savoia della VII Divisione, scorta a distanza un convoglio (mercantili italiani Rialto e Birmania, mercantili tedeschi MarburgReichenfels e Kybfels, con la scorta diretta dei cacciatorpediniere Fulmine ed Euro e delle torpediniere ProcioneOrione e Castore) in navigazione in convoglio da Napoli (da dove è partito alle 23 del 24) verso la Libia.
A causa del mare mosso e delle notizie sugli spostamenti delle forze navali britanniche, il convoglio viene fatto sostare a Palermo e Messina (diviso in due gruppi) finché, riunito al largo Augusta, può infine partire per la Libia solo tra il 29 ed il 30 aprile. Giungerà indenne a Tripoli ale 23 del 1° maggio.
24 maggio 1941
Alle 16 del 24 maggio Ascari, Lanciere e Corazziere, che formano la XII Squadriglia, salpano da Messina insieme alla III Divisione (Bolzano e Trieste), di cui ha da poco assunto il comando l’ammiraglio di divisione Bruno Brivonesi (imbarcato sul Trieste), per fornire scorta a distanza ad un convoglio per la Libia composto dai trasporti truppe Conte Rosso (capoconvoglio, contrammiraglio Francesco Canzoneri), EsperiaVictoria e Marco Polo scortati dal cacciatorpediniere Freccia (caposcorta, capitano di fregata Giorgio Ghè) e dalle torpediniere ProcioneOrsaOrione e Pegaso, salpato da Napoli alle 4.40 e che ha appena superato lo stretto di Messina. III Divisione e XII Squadriglia prendono posizione circa 3 km a poppavia del convoglio.
Subito dopo l’attraversamento dello stretto, la scorta diretta viene temporaneamente rinforzata dalle torpediniere Calliope, Perseo e Calatafimi, che lasciano il convoglio alle 19.10; c’è anche una scorta aerea con velivoli da caccia, bombardieri ed idrovolanti (83° Gruppo della Regia Aeronautica) costituiscono invece la scorta aerea, presente dalle 13.56 fino al tramonto (gli ultimi aerei, due idrovolanti CANT Z. 501, se ne vanno alle 20.15 per tornare alle basi di Augusta e Taranto).
Nel frattempo – subito dopo aver attraversato lo stretto (il che avviene tra le 15.15 e le 17.30) – il convoglio assume la formazione in colonna doppia; Esperia e Conte Rosso sono i capi colonna, rispettivamente a dritta ed a sinistra (l’Esperia è seguito dalla Victoria, il Conte Rosso dal Marco Polo). L’Orsa precede il convoglio e lancia bombe di profondità a scopo intimidatorio dopo aver superato Reggio Calabria; alle 16.34 e 16.53 anche il Freccia lancia due bombe. Poi Procione ed Orsa si dispongono in colonna sul lato di dritta del convoglio (Orsa più avanti, all’altezza dell’Esperia;Procione più indietro, a poppavia della Victoria), Freccia e Pegaso sul lato sinistro (il Freccia in posizione più avanzata, all’altezza del Conte Rosso, e la Pegaso più indietro, appena a poppavia del Marco Polo). Trieste e Bolzano seguono incolonnati a tre chilometri, preceduti da Ascari (a dritta), Lanciere (a sinistra) e Corazziere (al centro) che procedono in linea di fronte. Il convoglio procede quindi a zig zag su quattro colonne (due di trasporti e due di siluranti, con due navi in ogni colonna), con rotta 171° e velocità 18 nodi.
Il mare è calmo, forza 1-2 senza cresta d’onda, non un alito di vento; il tramonto, particolarmente luminoso, rende le sagome delle navi molto visibili da ovest.
Alle 20.30 il convoglio viene avvistato nel punto 36°48’ N e 15°42’ E (una decina di miglia ad est di Siracusa e a 10 miglia per 83° da Capo Murro di Porco) dal sommergibile britannico Upholder (tenente di vascello Malcolm David Wanklyn). Wankyn stima che il convoglio abbia una rotta di 215°, e si avvicina per attaccare. Proprio alle 20.40, le navi smettono di zigzagare, per fare il punto.
Alle 20.43, prima di scendere a 45 metri e ripiegare verso est, l’Upholder lancia due siluri contro il Conte Rosso, la nave più grande del convoglio. Dopo una breve corsa, i siluri mancano il Freccia e colpiscono il bersaglio prescelto.
Subito dopo il siluramento, il Freccia lancia un razzo Very verde, segnale convenzionale d’allarme; i tre trasporti illesi eseguono la prescritta manovra di disimpegno, Esperia e Victoria accostando di 90° a dritta, Marco Polo a sinistra.
Il Conte Rosso s’inabissa in poco più di dieci minuti, una decina di miglia ad est di Capo Murro di Porco, portando con sé 1297 dei 2729 uomini a bordo.
Al momento dell’attacco, la III Divisione si trova 3000 metri a poppa del convoglio (Trieste e Bolzano in linea di fila, con l’ammiraglia in testa), mentre la XII Squadriglia Cacciatorpediniere, che sta assumendo in quel mentre la posizione di scorta avanzata notturna, si trova in posizione avanzata a proravia dei due incrociatori, in linea di fronte, a circa 1500 metri di distanza. Avvenuto il siluramento, Lanciere e Corazziere accostano subito a sinistra e si dirigono verso il punto dal quale sono stati lanciati i siluri, gettandovi bombe di profondità.
Alle 20.55 l’ammiraglio Brivonesi ordina a Lanciere e Corazziere di dare la caccia al sommergibile e poi di soccorrere i naufraghi, mentre l’Ascari rimane con Trieste e Bolzano, che continuano a scortare il resto del convoglio, che prosegue verso Tripoli con la scorta dell’Orsa cui, alle 21, si ricongiunge anche il Freccia (Procione e Pegaso sono state distaccate per il recupero dei superstiti del Conte Rosso).
25 maggio 1941
Il convoglio entra a Tripoli alle 17.30; le navi di Brivonesi rientrano a Messina alle 20 (ma ciò sembra poco compatibile con la scorta del 27-28 maggio, vedi sotto).
27 maggio 1941
Sbarcate le truppe, Esperia, Victoria e Marco Polo ripartono da Tripoli per Napoli a mezzogiorno, scortati da Freccia, Orsa, Procione e Pegaso, seguendo ancora la rotta di levante che passa per lo stretto di Messina.
Nella parte centrale della navigazione, il convoglio fruisce nuovamente della scorta a distanza di III Divisione e XII Squadriglia.
29 maggio 1941
Il convoglio giunge a Napoli all’1.30.
8 giugno 1941
Ascari, Lanciere e Corazziere, insieme a Trieste e Bolzano (III Divisione), salpano da Messina alle 15 per fornire scorta a distanza al convoglio «Esperia» (trasporti truppe EsperiaMarco Polo e Victoria, con la scorta diretta dei cacciatorpediniere Freccia (caposcorta), Saetta, Strale e Gioberti), salpato da Napoli alle 2.50 e diretto a Tripoli.
9 giugno 1941
La III Divisone torna a Messina alle sei del mattino. Il convoglio «Esperia» giunge a Tripoli alle 15.
25 giugno 1941
L’Ascari, insieme al resto della XII Squadriglia (Lanciere, Corazziere e Carabiniere), va a rinforzare la scorta di un convoglio veloce composto dai trasporti truppe Esperia (capoconvoglio, contrammiraglio Luigi Aiello), Marco PoloNeptunia ed Oceania, scortati dai cacciatorpediniere Aviere (caposcorta, capitano di vascello Luciano Bigi), Geniere, Antonio Da Noli e Vincenzo Gioberti e dalla torpediniera Calliope. Il convoglio, partito da Napoli e diretto a Tripoli, segue la rotta di levante, passando nello stretto di Messina e poi ad est di Malta; la XII Squadriglia lo raggiunge appunto dopo l’attraversamento dello stretto di Messina. Al tramonto sopraggiunge anche la III Divisione (incrociatori pesanti Trieste e Gorizia), partita da Messina alle 19, quale scorta indiretta.
Alle 18.25, mentre le navi sono ancora a nord del parallelo di Murro di Porco (precisamente, a 32 miglia per 90° da Murro di Porco, non lontano da Siracusa), il convoglio viene avvistato da un ricognitore; alle 20.20, poco dopo che la scorta aerea (due bombardieri Savoia Marchetti S.M. 79 "Sparviero" e quattro caccia Macchi MC. 200) se ne è andata, ad eccezione di un singolo caccia che è ancora sul cielo del convoglio, vengono avvistati tre velivoli tipo Martin Maryland che volano a 2500 metri di quota, proprio sopra il convoglio. Viene dato l’allarme; sia i mercantili che i cacciatorpediniere aprono subito il fuoco con le mitragliere. Gli aerei sganciano cinque bombe, ma nessuna va a segno; si ritiene che uno degli attaccanti, colpito, sia caduto in mare in fiamme.
Alle 20.30, terminato il lancio, i bombardieri si allontanano, ma poco dopo un altro aereo avversario si avvicina da sinistra, volando a 1500 metri; fatto oggetto del violento tiro di tutte le navi del convoglio, rinuncia all’attacco e si allontana prima di poter giungere sulla verticale del convoglio. Da poppa sopraggiunge un altro bombardiere, ma è seguito dall’unico caccia rimasto della scorta aerea, e lascia dietro di sé una scia di fumo; due membri del suo equipaggio si lanciano col paracadute, poi il bombardiere precipita in mare. Alle 20.40 vengono avvistati altri due bombardieri, provenienti da dritta, anch’essi accolti dal tiro delle navi della scorta: uno dei due spara raffiche di mitragliera, poi accosta a sinistra e si allontana senza sganciare bombe; l’altro giunge sul cielo del convoglio e sgancia una bomba, che cade in mare senza fare danni. Alle 21, Supermarina “informa” il convoglio che alle 18.35 questo è stato avvistato da un ricognitore avversario.
Alle 21.10 un bengala si accende a proravia del convoglio, a circa 3000 metri di quota (resta acceso 8-9 minuti); dato che l’esperienza precedente insegna che questo è il preludio ad un attacco di aerosiluranti, le navi della scorta iniziano ad emettere cortine fumogene, per occultare le navi del convoglio. Le cortine stese dalle varie siluranti si distendono e prendono consistenza, occultando sui due lati i bastimenti del convoglio; unica eccezione sono proprio le cortine stese da Ascari e Lanciere, che si trovano circa 1500 metri a proravia del convoglio, le quali risultano troppo deboli. Di conseguenza, il caposcorta ordina ai due cacciatorpediniere di lasciarsi scadere, in modo da avvicinarsi al convoglio.
Alle 21.29 gli aerosiluranti – velivoli dell’830th Squadron della Fleet Air Arm – attaccano: provenienti da dritta e restando in formazione, si portano a proravia del convoglio, poi sul suo lato sinistro, indi si separano ed attaccano dai quartieri prodieri. Le navi aprono il fuoco con le mitragliere; vengono lanciati almeno quattro siluri, nessuno dei quali va a segno. Uno degli aerei entra nella formazione passando tra l’Ascari ed il Lanciere, attraversando la cortina nel punto in cui è meno densa per le circostanze sopra citate; ma nemmeno questo riesce a colpire qualcosa.
Mentre ancora non si è concluso l’attacco degli aerosiluranti, alle 21.37, vengono lanciati in mezzo al convoglio tre bengala che galleggiano sul mare (si tratta di fuochi al cloruro di calcio, una nuova invenzione al suo primo impiego nella battaglia dei convogli): due si spengono quasi subito, ma il terzo resta acceso per un paio di minuti, illuminando a giorno il convoglio con la sua fortissima luce gialla; le navi si diradano ed intanto avvistano sul loro cielo i fanalini di navigazione di altri aerei, contro i quali sparano con tutte le mitragliere. Gli aerei sganciano delle bombe di grosso calibro; nessuna va a segno, ma una esplode a pochi metri dall’Esperia, che subisce lievi danni ed alcune perdite tra il personale imbarcato.
Alle 21.45 gli aerei se ne vanno, inseguiti dal fuoco delle mitragliere; uno di essi, un Fairey Swordfish dell’830th Squadron F. A. A. (sottotenente D. A. R. Holmes, aviere J. R. Smith), viene abbattuto.
Tanto accanimento non è casuale. Il convoglio «Esperia» detiene infatti il dubbio onore di essere stato il primo convoglio ad essere attaccato sulla base delle informazioni fornite da “ULTRA”, l’organizzazione segreta britannica dedita alla decrittazione dei messaggi in codice dell’Asse. Già il 23 giugno, due giorni prima della partenza, i britannici sanno così che un convoglio formato da NeptuniaOceaniaMarco Polo ed Esperia (in realtà, inizialmente, i britannici commettono un errore ed identificano la quarta nave come Victoria, ma questo viene prontamente corretto il 24 giugno), scortato da cinque cacciatorpediniere, deve partire da Napoli alle 3.30 diretto a Tripoli, con arrivo previsto per le 16.30 del 27, navigando ad una velocità di 17,5 nodi. Ulteriori intercettazioni, sempre compiute il 23 giugno, permettono ai britannici di apprendere anche che il convoglio deve attraversare il parallelo 34°30’ N alle sette del mattino del 26, che sarà scortato anche da aerei, e che dopo aver scaricato i materiali dovrà tornare a Napoli seguendo la rotta ad ovest della Sicilia.
26 giugno 1941
Vista la violenza degli attacchi aerei, nel fondato timore che essi debbano proseguire per il resto della notte ed anche la mattina successiva – mentre il convoglio è al di fuori del raggio operativo della caccia italiana –, oltre che in seguito alla notizia dell’avvistamento di un sommergibile in agguato lungo la rotta del convoglio (avvistato ed attaccato da un velivolo della ricognizione marittima), Supermarina ordina sia al convoglio che alla III Divisione di dirottare su Taranto. Qui le navi giungono alle 17.
27 giugno 1941
Il convoglio riparte da Taranto per Tripoli alle 17, con scorta diretta ed indiretta invariate, seguendo una rotta che lo tenga quanto più possibile lontano da Malta. Anche questa volta “ULTRA” intercetta e decifra i relativi messaggi, ma stavolta la reazione britannica sarà assai meno violenta e tempestiva.
28 giugno 1941
In mattinata il convoglio viene avvistato da un ricognitore britannico; il segnale di scoperta da esso lanciato viene però intercettato e decifrato da Supermarina, che ne informa il convoglio. Questi modifica allora notevolmente la rotta, ma nel pomeriggio viene avvistato di nuovo; non si verificano però attacchi aerei durante il giorno, né nella notte successiva.
29 giugno 1941
Intorno alle 9 il convoglio, giunto in prossimità di Tripoli ed ormai lasciato dalla III Divisione (che rientra a Messina, dove giunge alle 11) ma raggiunto dalla scorta aerea (due caccia Macchi MC. 200, due S.M. 79 e due idrovolanti CANT Z. 501) viene attaccato da bombardieri britannici, i quali sganciano poche bombe che non causano nessun danno.
Alle 8.56 Trieste e Gorizia, insieme a CarabiniereAscari e Corazziere, vengono avvistati nel punto 37°55' N e 15°35' E (ad est della Sicilia) dal sommergibile britannico Urge (tenente di vascello E. P. Tomkinson) a sei miglia per 195°, mentre procedono su rotta 360° a 24 nodi di velocità. Alle 9.14 l’Urge lancia quattro siluri da 4600 metri contro l’incrociatore di testa, ma nessuna nave viene colpita ed il battello britannico viene poi sottoposto, dalle 9.21 alle 11.30, al lancio di 64 cariche di profondità, nessuna delle quali esplode tanto vicino da causare danni.
Il convoglio giunge a Tripoli alle 10.30 (o 11.15).
16-18 luglio 1941
AscariCarabiniereCorazziere, Trieste e Bolzano forniscono scorta a distanza ad un convoglio veloce partito il 16 da Taranto diretto a Tripoli, formato dai trasporti truppe Marco PoloNeptunia ed Oceania con la scorta diretta dei cacciatorpediniere LanciereGeniereOriani e Gioberti e della torpediniera Centauro. Il convoglio raggiunge Tripoli il 18, dopo aver eluso un attacco da parte del sommergibile britannico Unbeaten contro l’Oceania.
19 luglio 1941
Il convoglio e la scorta lasciano Tripoli per tornare in Italia.
21 luglio 1941
Il convoglio giunge a Taranto alle 16.30.
23 agosto 1941
Alle 9.50 Ascari, Lanciere, Corazziere e Carabiniere, che formano la XII Squadriglia, partono da Messina insieme alla III Divisione (incrociatori pesanti Trento, Trieste, Bolzano e Gorizia), per partecipare al contrasto all’operazione britannica «Mincemeat», consistente nell’uscita da Gibilterra di parte della Forza H (la portaerei Ark Royal, la corazzata Nelson, l’incrociatore leggero Hermione e cinque cacciatorpediniere) con lo scopo di bombardare gli stabilimenti industriali ed i boschi di sughero nella Sardegna settentrionale (con gli aerei dell’Ark Royal), posare mine al largo di Livorno (con il posamine veloce Manxman) e dissuadere, con tale dimostrazione di forza, la Spagna dall’entrare in guerra a fianco dell’Asse. I veri obiettivi dell’azione britannica non sono comunque noti a Supermarina, che pensa soprattutto ad un nuovo tentativo britannico di inviare a Malta un convoglio di rifornimenti.
Alle 18 si uniscono alla formazione anche i cacciatorpediniere Maestrale e Scirocco, inviati da Palermo.
24 agosto 1941
Alle cinque del mattino la III Divisione si unisce al largo di Capo Carbonara al gruppo «Littorio» (corazzate Littorio e Vittorio Veneto della IX Divisione e cacciatorpediniere Aviere e Camicia Nera della XI Squadriglia e GranatiereBersagliereFuciliere ed Alpino della XIII Squadriglia), salpata da Taranto alle 16; poco dopo la formazione viene rinforzata dai cacciatorpediniere Ugolino VivaldiNicoloso Da Recco e Lanzerotto Malocello, provenienti da Napoli, ed Antonio Pigafetta e Giovanni Da Verrazzano, inviati da Trapani.
Le navi italiane assumono una rotta che le conduca al centro del Tirreno. Tra le 6.30 e le 6.40 LittorioVittorio Veneto e Trieste catapultano i loro idrovolanti da ricognizione, che tuttavia non riescono a trovare nulla; alle 11.15 è il Bolzano a catapultare il suo ricognitore, ma con risultati non migliori.
La formazione italiana, al comando dell’ammiraglio di squadra Angelo Iachino, ha l’ordine di trovarsi per le otto del 24 trenta miglia a sud di Capo Carbonara, dato che la Forza H è stata avvistata da un ricognitore alle 9.10 del 23, circa 90 miglia a sud di Maiorca (il ricognitore ne ha stimato la composizione in una corazzata, una portaerei, un incrociatore e quattro cacciatorpediniere, con rotta 270° e velocità 14 nodi), ed alle 19.18 di quel giorno dei rilevamenti radiogoniometrici hanno collocato la Forza H 145 miglia ad ovest di Capo Teulada.
Intorno alle cinque del mattino del 24, gli aerei dell’Ark Royal attaccano la zona di Coghinas e Tempio Pausania con bombe e spezzoni incendiari, causando però pochissimi danni (una casa distrutta ed un soldato ucciso) nonostante la zona sia ricca di boschi di sughero, mentre alle 7.45 la squadra italiana viene avvistata a sud della Sardegna da un ricognitore britannico, proprio mentre anche la Forza H viena a sua volta localizzata 30 miglia ad est di Minorca, con rotta 105° e velocità 20 nodi.
Sulla base di tale avvistamento, Supermarina (che ha intercettato il segnale di scoperta del ricognitore nemico, informando subito l’ammiraglio Iachino), ritenendo improbabile che le forze italiane possano incontrare quelle britanniche entro il 24, a meno di non uscire dal raggio di copertura della caccia aerea, ordina a Iachino di tenersi ad est del meridiano 8° (salvo, per l’appunto, riuscire ad incontrare la Forza H di giorno ed entro la zona protetta dalla caccia italiana) e di rientrare nel Tirreno dopo aver appoggiato la ricognizione che l’VIII Divisione è stata mandata a svolgere nelle acque di Capo Serrat e dell’isola di La Galite; ordina poi alla III ed alla IX Divisione di trovarsi alle dieci del mattino del 25 agosto a 28 miglia per 150° da Capo Carbonara, per ripetere la manovra del 24. Alle 17.20 le forze britanniche vengono avvistate da un altro ricognitore trenta miglia a sudest di Maiorca, il che conferma che un incontro per il 24 non sarebbe possibile, mentre sarebbe probabile il giorno seguente.
25 agosto 1941
In mattinata, dato che la ricognizione aerea (che si spinge fino al 3° meridiano) non trova traccia della Forza H, ed il traffico radio britannico sta tornando ai ritmi usuali, Supermarina decide di far rientrare alle basi le proprie forze navali; alle 13.35, di conseguenza, l’ammiraglio Iachino riceve ordine di rientrare a Napoli. La sera del 25 si viene a sapere che all’alba la Forza H è stata avvistata ormai già in acque spagnole, tra Sagunto e Valencia, prima con rotta nord e poi diretta verso sud, accompagnata da numerosi velivoli. Più tardi è stata vista a sud di Capo Sant’Antonio e si sono sentite molte cannonate, probabilmente dovute ad esercitazioni di tiro.
Nel corso dell’operazione, per due volte la III Divisione ha avvistato sommergibili nemici.
26 agosto 1941
Alle 5.54 il sommergibile britannico Triumph (capitano di fregata Wilfrid John Wentworth Woods), in agguato a nord di Messina, avverte rumori piuttosto forti di scoppi di bombe di profondità, che sembrano avvicinarsi; sei minuti dopo, in posizione 38°22’ N e 15°38’ E, il Triumph avvista verso nordovest un folto gruppo di navi italiane: essendo la luce ancora insufficiente, ed il periscopio d’osservazione fuori uso, Woods ci mette qualche minuto prima di riuscire a discernere la tipologia di navi nel periscopio, “tre corazzate od incrociatori, scortati da circa dieci cacciatorpediniere”. Si tratta della III Divisione e dei relativi cacciatorpediniere, che si apprestano ad imboccare lo stretto di Messina, di rientro dalla missione.
Il Triumph inizia la manovra di attacco alle 6.11, ed alle 6.38, poco a nord dello stretto, lancia due siluri da 4850 metri di distanza, contro il Bolzano, per poi scendere a 24 metri di profondità ed assumere rotta nord, per allontanarsi dalla posizione del lancio.
Uno dei siluri, circa tre minuti dopo il lancio, raggiunge il bersaglio, colpendo il Bolzano a poppa dritta; 8 uomini rimangono uccisi e 22 sono feriti, e l’incrociatore imbarca 2000 tonnellate d’acqua, restando fortemente appoppato.
Assistito da due rimorchiatori, il Bolzano riuscirà faticosamente a raggiungere Messina alle 10.55, mentre il cacciasommergibili Albatros e la vecchia torpediniera Giuseppe Missori vengono inviati a dare la caccia al sommergibile, senza risultato.
Il resto della III Divisione giunge anch’esso a Messina il 26 mattina.
3 settembre 1941
Nelle prime ore del mattino Ascari e Lanciere vengono inviati ad assumere la scorta del cacciatorpediniere Dardo (capitano di corvetta Ferdinando Corsi) e della motonave Francesco Barbaro (comandante militare capitano di fregata Martini, comandante civile capitano Zagabia), che quest’ultimo sta rimorchiando verso Messina. Alcune ore prima, un attacco di aerosiluranti britannici contro un convoglio diretto in Libia ha affondato la motonave Andrea Gritti (con 347 vittime tra i 349 uomini presenti a bordo) e danneggiato gravemente la Barbaro, colpita a poppa da un siluro.
Ascari e Lanciere raggiungono Dardo e Barbaro verso le 9 del mattino, iniziando subito un’alacre opera di protezione, zigzagando attorno alle due navi che, date le condizioni della Barbaro, il vento ed il mare avversi che intralciano il rimorchio, procedono a bassissima velocità. Nel cielo della formazione, quale scorta aerea, volano due caccia ed un idrovolante.
Poco più tardi la scorta viene rafforzata dal cacciasommergibili Albatros e poi anche dal cacciatorpediniere Carabiniere, mentre nel pomeriggio sopraggiungono anche i rimorchiatori Titano e Porto Recanati, inviati a dare assistenza al Dardo nel rimorchio (verso le 16.30 quest’ultimo, senza fermarsi, passa un cavo d’acciaio anche al Titano, permettendo di aumentare un po’ la velocità del rimorchio).
Alle 18.30 (o 19) la Barbaro e la sua nutrita scorta riescono infine a raggiungere la rada di Messina.
22 settembre 1941
Alle 18 l’Ascari (capitano di fregata Marco Calamai) lascia Augusta insieme ai gemelli Aviere (capitano di vascello Bigi), Lanciere (capitano di fregata Di Gropello), Carabiniere (capitano di fregata Sicco), Corazziere (capitano di vascello Paolo Melodia, caposquadriglia della XII Squadriglia) e Camicia Nera (capitano di fregata Garino).
Le quattro unità della XII Squadriglia (Ascari, Lanciere, Corazziere, Carabiniere) devono posare le mine dei campi minati offensivi «M 6» e «M 6 bis» (per i quali è previsto in tutto l’impiego di 100 mine P 200 con dispositivo acustico ed altrettante P 200 ad antenna) a sudest di Malta, mentre Aviere e Camicia Nera devono scortarli nell’operazione di posa. Ciascuno dei cacciatorpediniere della XII Squadriglia ha imbarcato, prima di partire, 25 mine tipo P 200 con dispositivo acustico (da regolare per una profondità di 20 metri) e 25 mine tipo P 200 con antenna (da regolare per una profondità di tre metri).
23 settembre 1941
Tra l’una di notte e l’1.30 i sei cacciatorpediniere giungono nel punto convenzionale «M» designato per l’inizio della posa, dopo aver ridotto la velocità a 10 nodi; a questo punto la formazione si divide, con Corazziere e Carabiniere che si dirigono verso la zona dello sbarramento M 6, mentre Ascari e Lanciere fanno rotta verso la zona dello sbarramento M 6 bis.
All’1.24 il Lanciere è il primo ad iniziare la posa delle sue 50 mine, che termina all’1.52. L’Ascari, che lo segue, inizia all’1.55 e conclude alle 2.23; contestualmente, nell’altra zona, il Carabiniere inizia all’1.35 e finisce alle 2.02, dopo di che il Corazziere comincia alle 2.07 e termina alle 2.34. La posa avviene con rotte serpeggianti, a grappoli, a cominciare dal cacciatorpediniere poppiero; le mine vengono lanciate con intervalli di 18 secondi tra l’una e l’altra (corrispondenti ad uno spazio di 90 metri), tra un grappolo e l’altro viene lasciato un intervallo di 5 minuti e 15 secondi (corrispondenti a 1600 metri). Il primo ed il terzo grappolo posato da ogni nave sono composti da 12 mine, il secondo ed il quarto da 13.
Durante la posa si verificano in tutto sette esplosioni accidentali di mine: tre all’1.55, due alle 2.17, due alle 2.27.
Terminata la posa, i due gruppi si disimpegnano dal lato esterno rispetto a Malta, e fanno rotta verso il punto di riunione, situato 20 miglia a sud-sud-est di Capo Passero, avvistandosi vicendevolmente alle 6.59 al largo di Capo Murro di Porco.
Una volta riuniti in un’unica formazione, i cacciatorpediniere proseguono verso nord; durante la navigazione di rientro ricevono ordine di dirigere verso Taranto, dove arrivano alle 17.25.
26-29 settembre 1941
Ascari, LanciereCarabiniere e Corazziere (la XII Squadriglia), insieme a Trento (nave ammiraglia dell’ammiraglio Bruno Brivonesi), Trieste e Gorizia, partono alle 22 del 26 da Messina per raggiungere ed attaccare un convoglio britannico diretto a Malta (cisterna militare Breconshire e mercantili AjaxCity of CalcuttaCity of LincolnClan FergusonClan MacDonaldImperial StarDunedin Star e Rowallan Castle, con 81.000 tonnellate di rifornimenti) e scortato dalla Forza H britannica con tre corazzate (NelsonRodney e Prince of Wales) ed una portaerei (Ark Royal), oltre a cinque incrociatori (KenyaEdinburghSheffieldHermione ed Euryalus) e 18 cacciatorpediniere (i britannici CossackDuncanFarndaleFuryForesterForesightGurkhaHeythropLaforeyLanceLegionLivelyLightningOribi e Zulu, i polacchi Garland e Piorun e l’olandese Isaac Sweers) nell’ambito dell’operazione britannica «Halberd». Da parte italiana, però, si ignora del vero obiettivo dei britannici: i comandi italiani, dato che la ricognizione ha avvistato solo parte delle navi nemiche, pensano che i britannici intendano lanciare un bombardamento aeronavale contro le coste italiane, e al contempo rifornire Malta di aerei.
III Divisione e XII Squadriglia fanno rotta dapprima verso nord e poi verso ovest. L’ordine per le forze italiane è di riunirsi a nord della Sardegna in una posizione difensiva, e di non ingaggiare il nemico a meno di non essere in condizioni di netta superiorità (precisamente: radunarsi alle 12 del 27 cinquanta miglia a sud di Capo Carbonara per intercettare il convoglio intorno alle 15, ad est di La Galite, e di attaccare solo se l’Aeronautica riuscirà a danneggiare almeno una delle corazzate che saranno presumibilmente presenti).
Partono anche la VIII (Attendolo, Duca degli Abruzzi) e la IX Divisione (LittorioVittorio Veneto) rispettivamente da La Maddalena e Napoli, accompagnate rispettivamente dalla X (Maestrale, Grecale, Scirocco) e dalla XIII (GranatiereBersagliereFuciliere e Gioberti) e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere (FolgoreDa ReccoPessagno).
A mezzogiorno del 27 la III, la VIII e la IX Divisione, con le rispettive squadriglie di cacciatorpediniere, si riuniscono una cinquantina di miglia ad est di Capo Carbonara, per intercettare il convoglio, poi dirigono verso sud (o sudest) a 24 nodi (altra fonte: rotta 244°, velocità 22 nodi; poi 210° per dirigere incontro al nemico, alle 12.30 e 180° alle 13, per tagliare la rotta alle forze britanniche, aumentando la velocità a 24 nodi) per l’intercettazione, con gli incrociatori che precedono di 10.000 metri le corazzate. La III Divisione viene posizionata a 10.000 metri per 210° dalla IX Divisione (dalla quale, a causa della scarsa visibilità verso sudovest, risulta appena visibile, mentre la III Divisione vede bene le corazzate di Iachino, riferendo però che la visibilità verso sud è cattiva, dunque in caso d’incontro la Forza H vedrà la squadra italiana prima che quest’ultima la possa vedere a sua volta), mentre l’VIII prende posto a 10.000 metri per 240 da quest’ultima. 
A mezzogiorno, dato che la ricognizione ha avvistato una sola corazzata britannica ed una portaerei, e che la Regia Aeronautica sta per attaccare in massa (gli aerosiluranti italiani, al prezzo di sette velivoli abbattuti, riusciranno a silurare e danneggiare la Nelson), la flotta italiana viene autorizzata ad ingaggiare battaglia (Iachino riceve libertà d’azione); alle 14 viene ordinato il posto di combattimento, e le corazzate sono schierate nella direzione di probabile avvicinamento del nemico. Quando però il contatto appare imminente, in seguito a nuove segnalazioni dei ricognitori viene appreso che le forze britanniche ammontano in realtà a due corazzate (in realtà tre), una portaerei e sei incrociatori, il che pone la squadra italiana in condizioni di inferiorità rispetto alla forza britannica, e per giunta la prima è sprovvista di copertura aerea (soltanto sei caccia, con autonomia dalle basi non superiore a 100 km), mentre le navi italiane sono tallonate da ricognitori maltesi dalle 13.07 (e più tardi, dalle 15.15 alle 17.50, da aerei dell’Ark Royal) ed esposte ad attacchi di aerosiluranti lanciati dalla portaerei. Alle 14.30, considerata la propria inferiorità numerica, la scarsa visibilità e la mancanza di copertura, la squadra italiana inverte la rotta per portarsi fuori dal raggio degli aerosiluranti nemici. Alle 15.30 sopraggiungono tre caccia italiani FIAT CR. 42 assegnati alla scorta aerea, ma, per via della loro somiglianza agli aerosiluranti britannici (sono anch’essi biplani), vengono inizialmente scambiati per aerei inglesi ed il Fuciliere ne abbatte il capo pattuglia (il pilota sarà tratto in salvo dal Granatiere), mentre gli altri due si allontanano. Alle 17.18, avendo ricevuto comunicazioni secondo cui la squadra britannica avrebbe subito pesanti danni (una corazzata e due incrociatori silurati e daneggiati, un incrociatore affondato) a causa degli attacchi aerei, la formazione italiana dirige nuovamente verso sud (prima stava procedendo verso nord), salvo invertire nuovamente la rotta (dirigendo per est-nord-est) alle 18.14, portandosi al centro del Mar Tirreno, come ordinato da Supermarina perché ormai non è più possibile intercettare il convoglio prima del tramonto. Alle otto del mattino del 28 le navi italiane attraversano il canale di Sardegna e, come ordinato, raggiungono un punto 80 miglia ad est di Capo Carbonara, poi fanno rotta per ovest-sud-ovest ma infine, alle 14.00, dato che i ricognitori non trovano più alcuna nave nemica a sud ed ad ovest della Sardegna (il convoglio è infatti passato) viene ordinato il rientro alle basi.  La III Divisione viene fatta dirigere su La Maddalena, dove giunge il mattino del 29, per poi successivamente tornare a Messina.
16-19 dicembre 1941
AscariAviere e Camicia Nera, insieme agli incrociatori leggeri Muzio Attendolo, Raimondo Montecuccoli ed Emanuele Filiberto Duca d’Aosta (nave di bandiera dell’ammiraglio De Courten), alla corazzata Duilio (nave di bandiera dell’ammiraglio Carlo Bergamini, comandante del gruppo), salpano da Taranto alle 15 del 16 per costituire il gruppo di sostegno a due convogli diretti in Libia (convoglio “N”: motonave Ankara, cacciatorpediniere Saetta e torpediniera Pegaso, dirette a Bengasi; convoglio “L”: motonavi Vettor PisaniMonginevro e Napoli, cacciatorpediniere VivaldiMalocelloDa ReccoDa NoliPessagno e Zeno, diretti a Tripoli) con 14.770 tonnellate di materiali e 212 uomini. L’operazione, denominata «M 42», prevede anche un gruppo di appoggio composto dalle corazzate Giulio CesareAndrea Doria e Littorio (nave di bandiera dell’ammiraglio Angelo Iachino, comandante superiore in mare), dagli incrociatori pesanti Trento e Gorizia (nave di bandiera dell’ammiraglio di divisione Angelo Parona, comandante della III Divisione) e dai cacciatorpediniere GranatiereBersagliereCorazziereFuciliereCarabiniereAlpinoOrianiGioberti ed Usodimare, nonché ricognizione e scorta aerea assicurata dalla Regia Aeronautica e dalla Luftwaffe, l’invio dei sommergibili TopazioSantarosaSqualoAscianghiDagabur e Galatea in agguato nel Mediterraneo centro-orientale, e la posa di ulteriori campi minati al largo della Tripolitania.
Gli ordini per il gruppo di sostegno, del quale l’Ascari fa parte, sono di tenersi ad immediato contatto col convoglio fino alle otto del mattino del 18, poi spostarsi verso est in modo da poter intervenire in caso di minaccia navale proveniente da Malta.
Già prima della partenza, i comandi italiani e l’ammiraglio Iachino sono stati informati dell’avvistamento alle 14.50, da parte di un ricognitore tedesco, di una formazione britannica che comprende una corazzata. In realtà, di corazzate britanniche in mare non ce ne sono: il ricognitore ha scambiato per corazzata la nave cisterna militare Breconshire, partita da Alessandria per Malta con 5000 tonnellate di carburante destinato all’isola, con la scorta degli incrociatori leggeri NaiadEuryalus e Carlisle e dei cacciatorpediniere JervisHavockHastyNizamKimberleyKingstonKipling e Decoy, il tutto sotto il comando dell’ammiraglio Philip L. Vian. Comunque, Supermarina decide di procedere egualmente con l’operazione, sia per via della disperata necessità di far arrivare rifornimenti in Libia al più presto, sia perché la formazione italiana è comunque molto più potente di quella avversaria. Convoglio e gruppo di sostegno procedono dunque lungo la rotta prestabilita.
Poco prima di mezzanotte, il sommergibile britannico Unbeaten avvista parte delle unità italiane e ne informa il comando britannico; quest’ultimo ne è in realtà già al corrente grazie alle decrittazioni di “ULTRA”, che tra il 16 ed il 17 dicembre forniscono a più riprese molte informazioni su mercantili, scorte dirette ed indirette (compresa la presenza in mare della VII Divisione, con “probabilmente” Attendolo e Duca d’Aosta, a protezione del convoglio), porti ed orari di partenza e di arrivo. I comandi britannici, tuttavia, non si trovano in condizione di poter organizzare un attacco contro il convoglio italiano.
Nel tardo pomeriggio del 17 dicembre il gruppo «Littorio» si scontra con la scorta della Breconshire, in un breve ed inconclusivo scambio di colpi chiamato prima battaglia della Sirte. Iniziato alle 17.23, lo scontro si conclude già alle 18.10, senza danni da ambo le parti; Iachino, ancora all’oscuro dell’invio a Malta della Breconshire e convinto che navi da battaglia britanniche siano in mare, attacca gli incrociatori di Vian per tenerli lontani dal suo convoglio (ritiene infatti che gli incrociatori britannici siano lì per attaccare i mercantili italiani, mentre in realtà non vi è alcun tentativo del genere da parte britannica) e rompe il contatto al crepuscolo, per evitare un combattimento notturno, per il quale la flotta italiana non è preparata.
Alle 17.56, per evitare un pericoloso incontro del convoglio con unità di superficie britanniche (si crede ancora che in mare ci siano una o più corazzate britanniche), il convoglio ed il gruppo di sostegno accostano ad un tempo ed assumono rotta nord, sulla quale rimangono fino alle 20 circa; poi, in base a nuovi ordini impartiti da Iachino (e per non allontanarsi troppo dalla zona di destinazione), manovrano per conversione di 20° per volta (in modo da mantenere per quanto possibile la formazione, in una zona ad elevato rischio di attacchi aerei) ed effettuano un’ampia accostata sino a rimettere la prua su Misurata. Convoglio e gruppo di sostegno sono “incorporate” in un’unica complessa formazione (i mercantili su due colonne, con Pisani in posizione avanzata a sinistra, Monginevro in posizione avanzata a dritta, seguite rispettivamente da Ankara e Napoli, il Vivaldi in testa, Da Noli e Malocello rispettivamente 30° di prora a dritta e sinistra di Pisani e MonginevroZeno e Da Recco 70° di prora a dritta e sinistra di Pisani e MonginevroSaetta a sinistra della Pisani e Pessagno a dritta della Napoli; seguite dal gruppo di sostegno su due colonne, con Duca d’Aosta seguito da Attendolo e Camicia Nera a sinistra, Duilio seguita da Montecuccoli ed Aviere a dritta, più Pigafetta a sinistra di Aosta ed Attendolo e Carabiniere a dritta di Duilio e Montecuccoli), il che fa sì che occorra più del previsto perché la formazione venga riordinata sulla rotta 210°: ciò accade alle 22 del 17.
Durante la notte il convoglio, che avanza a 13 nodi, viene avvistato da ricognitori nemici, ma non subisce attacchi.
Poco prima dell’alba del 18, i cacciatorpediniere Granatiere e Corazziere entrano in collisione, distruggendosi a vicenda la prua; gli incrociatori della VII Divisione prestano loro soccorso. Alle 13 la Duilio si riunisce al gruppo «Littorio», lasciando la VII Divisione a protezione immediata dei mercantili. Il convoglio «N» dirige per Bengasi, mentre il convoglio «L» prosegue per Tripoli con la scorta e diretta e, fino al tramonto, anche quella della VII Divisione. Calato il buio, anche la VII Divisione lascia il convoglio per rientrare a Taranto.
Alle 16.15 del 19 dicembre il sommergibile britannico P 31 (tenente di vascello John Bertram de Betham Kershaw) avvista un aereo, e poi, alle 16.32, un cacciatorpediniere che emette una cortina fumogena a 8230 iarde per 135°; iniziata la manovra d’avvicinamento, alle 16.40 avvista due grandi navi ad il fumo di una terza a 8230 iarde per 151°. Dopo sei minuti di avvicinamento ad alta velocità, il P 31 avvista quattro cacciatorpediniere; alle 16.48 nota che le navi avvistate cambiano rotta, venendosi così a trovare a 25° di loro prora sinistra. I cacciatorpediniere procedono a zig zag ad alta velocità; le grandi navi (gli incrociatori della VII Divisione) vengono scambiate per corazzate. Alle 16.52 il sommergibile scende temporaneamente a 15 metri per evitare un cacciatorpediniere, che passa sulla sua verticale senza notarlo, ed alle 16.54 torna a quota periscopica e, vedendo che le navi italiane hanno nuovamente mutato rotta, cambia rotta a sua volta. Alle 16.58, in posizione 39°05’ N e 17°31’ E, il P 31 lancia quattro siluri da 915 metri, contro uno degli incrociatori; subito dopo scende in profondità ed inizia la manovra per allontanarsi. Il Montecuccoli avvista le scie dei siluri (crede addirittura di vederne cinque, una in più del numero di siluri effettivamente lanciati), che lo mancano; l’Attendolo getta subito in mare alcune bombe di profondità a scopo intimidatorio, e lo stesso fanno i cacciatorpediniere, lanciandone in tutto 27 (nonostante non ci sia un tentativo di localizzare ed attaccare il sommergibile, Kershaw noterà che la seconda scarica di bombe è esplosa piuttosto vicina, anche se non tanto da arrecare danni).
La VII Divisione giunge a Taranto la sera del 19; il convoglio raggiungerà indenne Tripoli lo stesso giorno, nonostante alcuni attacchi aerei britannici.
22-24 gennaio 1942
L’Ascari parte da Taranto alle 17 del 22 gennaio insieme ai cacciatorpediniere OrianiScirocco e Pigafetta (che con esso formano la XV Squadriglia Cacciatorpediniere, al comando del capitano di vascello Enrico Mirti della Valle imbarcato sul Pigafetta) ed alla corazzata Duilio (gruppo «Duilio», al comando dell’ammiraglio di divisione Carlo Bergamini imbarcato sulla corazzata omonima, comandante superiore in mare) per fornire protezione ravvicinata all’operazione «T. 18», che prevede l’invio a Tripoli di un convoglio formato dalla motonave passeggeri Victoria, salpata da Taranto con 1125 soldati a bordo, e dalle moderne motonavi da carico RavelloMonvisoMonginevroVettor Pisani, partite da Messina con circa 15.000 tonnellate di rifornimenti, il tutto con la scorta diretta di VivaldiMalocelloDa NoliAviereGeniere e Camicia Nera nonché delle torpediniere Castore ed Orsa.
La Victoria salpa insieme al gruppo «Duilio», che con essa forma il convoglio numero 2 (del quale è capo scorta il Pigafetta: la XV Squadriglia ne è la scorta diretta), mentre il convoglio 1 si forma in mare con l’unione delle quattro motonavi da carico, salpate in precedenza da Napoli e Messina, scortate dal gruppo «Vivaldi» (contrammiraglio Amedeo Nomis di Pollone) che conta sui cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi (nave ammiraglia di Nomis di Pollone), Antonio Da Noli e Lanzerotto Malocello della XIV Squadriglia, Aviere (caposquadriglia), Geniere e Camicia Nera della XI Squadriglia (capitano di vascello Luciano Bigi sull’Aviere), sulla torpediniera Castore (capitano di corvetta Congedo) e sulla torpediniera di scorta Orsa (capitano di corvetta Eugenio Henke). Prima del gruppo «Duilio» è già salpato da Taranto, alle 11 del 22, il gruppo «Aosta» (ammiraglio di divisione Raffaele De Courten sul Duca d’Aosta), con gli incrociatori leggeri Emanuele Filiberto Duca d’AostaMuzio Attendolo e Raimondo Montecuccoli della VII Divisione ed i cacciatorpediniere BersagliereCarabiniereFuciliere ed Alpino della XIII Squadriglia (capitano di vascello Ferrante Capponi sull’Alpino). Inoltre nove sommergibili sono stati inviati in agguato ad est di Malta e tra Creta e l’Egitto occidentale, mentre la Regia Aeronautica e la Luftwaffe forniscono copertura aerea con ricognitori, aerei antisommergibili e soprattutto caccia, i quali di giorno saranno sempre presenti sopra le navi italiane.
I convogli numero 1 (privato della Ravello, rientrata a Messina per problemi al timone, ed unitosi al gruppo «Aosta» nel pomeriggio del 22) e 2 (che procede a 19 nodi) seguono rotte che, prima e dopo la riunione, li fanno passare a 190 miglia da Malta, dieci miglia in più di quello che si ritiene essere il massimo raggio operativo degli aerosiluranti basati in quell’isola e nella Cirenaica (stime che però si riveleranno inesatte, causa l’avanzata britannica in quei territori); si prevede che la sera del 23 le navi, riunite in un unico convoglio, accosteranno per Tripoli, sempre mantenendosi ai margini del cerchio di 190 miglia di raggio con centro su Malta.
La Royal Navy, informata dai decrittatori di “ULTRA” che «un importante convoglio diretto a Tripoli dall’Italia e coperto dalla flotta sarà in mare oggi [22 gennaio], così come il 23 e il 24 gennaio» (il giorno seguente “ULTRA” riesce a fornire ai comandi britannici informazioni più dettagliate, sebbene meno del solito, indicando che un «importante convoglio» è partito dall’Italia per Tripoli con probabile arrivo il giorno 24, e che, sebbene la sua esatta composizione non sia nota, probabilmente esso comprende la Victoria con mille soldati e la motonave Vettor Pisani partita da Messina il 22 mattina, il tutto coperto «da un certo numero delle principali unità della Marina italiana»), ha disposto numerosi sommergibili in agguato nel Golfo di Taranto; nel primo pomeriggio del 22 la VII Divisione viene avvistata da due o tre sommergibili britannici, che segnalano l’avvistamento ai rispettivi comandi. Le basi britanniche a Malta ed in Egitto e Cirenaica sono poste in allarme, e vengono inviati dei ricognitori per appurare rotta, velocità e composizione delle forze italiane.
Il gruppo «Duilio» viene avvistato il 22 sera dal ricognitore «B6KT»: i suoi messaggi vengono però subito intercettati e decifrati dai decrittatori imbarcati sulla Duilio, permettendo all’ammiraglio Bergamini di apprendere che il suo gruppo era stato avvistato. Il ricognitore britannico rimane in contatto con il gruppo di Bergamini in modo da poter raccogliere informazioni più precise e dettagliate, e poco dopo mezzanotte invia un secondo segnale più particolareggiato, anch’esso intercettato e decifrato dalla Duilio; alle 00.47 lancia una cortina di bengala su uno dei lati del gruppo «Duilio», poi si porta sul lato opposto in modo da poter contare una per una le navi che lo compongono, le cui sagome sono ora chiaramente visibili nel controluce generato dai bengala; solo a questo punto, inviato a Malta un ulteriore messaggio ancora più ricco di dettagli, il ricognitore si allontana.
Il 23 mattina, mentre sul cielo della formazione giungono i primi bombardieri tedeschi Junkers Ju 88 della scorta aerea, compaiono nuovamente i ricognitori britannici: restando molto lontani sia dalle navi italiane che dagli aerei tedeschi, non vengono attaccati ed inviano alle loro basi ulteriori informazioni, con crescente precisione, sulle navi del convoglio, senza che né le ripetute variazioni di rotta da parte di Victoria e Duilio, né la doppia inversione di marcia del gruppo «Aosta» possano trarli in inganno.
Alle 15 del 23 i convogli 1 e 2, in ritardo piuttosto considerevole rispetto al previsto, si riuniscono in una posizione prossima a quella prestabilita; le motonavi si dispongono su due colonne di due navi ciascuna (con la Victoria, capoconvoglio, in testa alla colonna sinistra). La XI e XIV Squadriglia Cacciatorpediniere si posizionano a scorta diretta intorno ai mercantili, mentre la Duilio e la VII Divisione si portarono ai lati del convoglio; il complesso navale assume una velocità di 14 nodi, sempre pedinato dai ricognitori nemici (uno dei quali appare alle 15.55 volando a bassissima quota, procedendo ad est delle navi italiane e mantenendo il contatto da circa 20 km di distanza). Sia l’ammiraglio Bergamini che l’ammiraglio De Courten hanno l’impressione che gli aerei provengano dalla Cirenaica.
Alle 16.16 ebbero cominciano gli attacchi aerei: dapprima alcune bombe di piccolo calibro mancano di poco la Victoria, che non subisce danni, poi la VII Divisione viene bombardata con ordigni di maggiore calibro, ma la sua reazione contraerea respinge l’attacco senza danni. Ritenendo insufficiente la scorta aerea di nove bombardieri tedeschi Ju 88 presente sopra il convoglio, l’ammiraglio Bergamini chiede via radio al comando della Luftwaffe della Sicilia – primo caso di comunicazione radio diretta effettuata con successo tra i comandi navali ed aerei italo-tedeschi – l’invio di altri aerei in rinforzo alla scorta; giungono perciò altri tre Ju 88, che rafforzarono la scorta aerea.
Alle 17.25 vengono avvistati altri tre velivoli britannici: provenienti dalla direzione del sole ormai prossimo a tramontare, si avvicinano con decisione al convoglio volando bassi, divenendo presto oggetto di violento fuoco contraereo da parte delle torpediniere che si trovano su quel lato del convoglio; poi, giunti a più di un chilometro dalle siluranti ed ad oltre tre dalla Victoria, cabrano ed invertirono la rotta, gettando in mare il carico offensivo, senza che gli Ju 88 riescano ad evitarlo.
Agli uomini a bordo delle siluranti della scorta, che hanno negli occhi la luce del sole basso che impedisce di vedere bene, i tre aerei attaccanti sono sembrati dapprincipio dei bombardieri, e si pensa che abbiano rinunciato ad attaccare, gettando in mare per alleggerirsi quelle che sembrano bombe; ma in realtà sono aerosiluranti Bristol Beaufort del 39th Squadron della Royal Air Force, decollati da Berka (Bengasi), e dopo 60-90 secondi, il Vivaldi avvista le scie di due siluri, che evita passandoci in mezzo, ordinado al contempo ai mercantili di accostare d’urgenza di 90° a dritta, ma non tutti comprendono bene l’ordine. Quelli che erano stati scambiati per bombardieri, erano in realtà aerosiluranti.
Alle 17.30 un siluro colpisce a poppa la Victoria, sul lato dritto, lasciandola immobilizzata e leggermente appoppata, mentre a dritta del convoglio, gli Ju 88 attaccano ed abbattono uno degli aerei britannici.
Subito dopo il siluramento, parte degli uomini imbarcati sulla Victoria iniziano a gettarsi in mare, e vengono rapidamente calate una decina di scialuppe.
Attorno alla motonave danneggiata, per ordine diramato dal Vivaldi alle 17.35, si fermano dapprima l’Aviere ed il Camicia Nera (capitano di fregata Adriano Foscari) e poi, dopo aver salvato l’equipaggio del velivolo britannico abbattuto, anche l’Ascari (capitano di fregata Guerra). Aviere e Camicia Nera iniziano a recuperare naufraghi dal mare e dalle lance.
Il resto del convoglio (Duilio, VII Divisione, MonvisoMonginevro e Vettor Pisani), per non esporsi inutilmente ad ulteriori attacchi, prosegue nella navigazione: ad assistere la Victoria rimangono Ascari, Aviere e Camicia Nera, sotto il comando del capitano di vascello Bigi dell’Aviere.
I naufraghi sono sparpagliati in un’area molto vasta, che continua ad ingrandirsi a causa del continuo scarrocciamento della nave danneggiata; il mare è molto mosso, l’acqua estremamente fredda e sta per calare il buio, che renderebbe molto più difficile avvistare i naufraghi, pertanto viene data la priorità al salvataggio di quanti si trovano in acqua. Per quelli che sono ancora a bordo della Victoria, non potendoli trasferire sui cacciatorpediniere con le imbarcazioni – già tutte impegnate nel salvataggio degli uomini in mare –, il comandante dell’Aviere si affianca alla motonave con la sua unità ed ordina all’Ascari di fare altrettanto, mentre al Camicia Nera impartisce l’ordine di continuare a raccogliere gli uomini in mare e sulle lance.
L’Ascari completa la manovra per primo; subito gli uomini sulla Victoria iniziano a calarsi lungo i penzoli delle imbarcazioni fin sulla sua coperta. L’Aviere sta a sua volta per terminare l’attraccaggio quando, alle 18.40, vengono avvistati due aerosiluranti, provenienti dal settore più scuro dell’orizzonte, che si avvicinano decisi per attaccare, volando bassissimi sul mare. Aviere e Camicia Nera aprono il fuoco sia con le mitragliere che con i cannoni da 120 mm ed accelerano fino alla massima velocità per portarsi tra gli aerei e la nave danneggiata; giunti a 1500 metri dalla Victoria, i due velivoli sganciano altrettanti siluri, poi cabrarono per allontanarsi: l’Ascari, che ha a sua volta aperto il fuoco, riesce a centrarne uno, che precipita in fiamme. Entrambi i siluri mancano il bersaglio, ma alle 18.45 altri due aerosiluranti – dei Fairey Albacore dell’826th Squadron della Fleet Air Arm, provenienti dall’aeroporto di Berka, situato vicino a Bengasi – appaiono dalla stessa direzione. Uno viene abbattuto dall’Aviere, ma l’altro riesce a lanciare: stavolta il siluro esplode a centro nave, sotto la chiglia. La Victoria inizia ad affondare.
Ascari, Aviere e Camicia Nera si avvicinano subito al trasporto truppe, che ormai ha il ponte di coperta appena pochi metri sopra la superficie del mare e sta lentamente appoppandosi, sbandando a sinistra. Un quarto d’ora dopo essere stata colpita la seconda volta, alle 19 del 23 gennaio, la Victoria solleva la prua verso il cielo e s’inabissa nel punto 33°30’ N e 17°41’ (o 17°40’) E.
Ascari, Aviere e Camicia Nera setacceranno il mare fino alle 00.30 del 24 gennaio, cercando di salvare quanti più uomini possibile. Quando non si vede più nessuno in mare, né si sentono voci di naufraghi provenire dal buio della notte, i tre cacciatorpediniere fanno rotta su Tripoli, dopo aver salvato 1046 uomini tra ufficiali, marinai e soldati; le vittime sono invece tra le 350 e le 409.
Sbarcati i naufraghi a Tripoli, Ascari, Aviere e Camicia Nera ripartono alle 18 di quello stesso giorno per tornare in Italia.
21 febbraio 1942
L’Ascari esce in mare insieme ad AviereGeniereCamicia Nera ed alla corazzata Duilio, per fornire scorta indiretta ai convogli in mare nell’ambito dell'operazione «K. 7», consistente nell’invio in Libia di due convogli per totali sei mercantili (carichi complessivamente di 11.559 tonnellate di materiali vari, 15.447 tonnellate di carburanti e lubrificanti, 2511 tonnellate di munizioni ed artiglierie, 113 carri armati, 575 veicoli e 405 uomini), scortati da dieci cacciatorpediniere e due torpediniere. L’Ascari, gli altri cacciatorpediniere e la Duilio formano il gruppo «Duilio» (ammiraglio di squadra Carlo Bergamini), uno dei due gruppi di scorta indiretta; l’altro gruppo è il «Gorizia» (ammiraglio di divisione Angelo Parona), formato dagli incrociatori pesanti Trento e Gorizia, dall’incrociatore leggero Bande Nere e cacciatorpediniere AlpinoOriani e Da Noli.
22 febbraio 1942
All’alba il gruppo «Duilio» raggiunge convoglio n. 1 (motonavi Monginevro, Unione e Ravello, provenienti da Messina scortate dai cacciatorpediniere Ugolino VivaldiLanzerotto MalocelloNicolò ZenoPremuda e Strale e dalla torpediniera Pallade), già sotto la protezione del gruppo «Gorizia» che l’ha raggiunto il giorno precedente. Il gruppo «Duilio» segue il resto delle navi italiane a breve distanza.
Più tardi, intorno alle 12.45, 180 miglia ad est di Malta, al convoglio n. 1 si accoda – con una manovra piuttosto lenta – il convoglio n. 2 (motonavi Monviso e Lerici, nave cisterna Giulio Giordani, cacciatorpediniere MaestraleSciroccoAntonio PigafettaEmanuele Pessagno ed Antoniotto Usodimare, torpediniera Circe), salpato da Corfù. La formazione assume rotta 184° e velocità 14 nodi; sin dalla prima mattina (e fino alle 19.45) volano sul suo cielo aerei tedeschi Junkers Ju 88 e Messerschmitt Bf 110 decollati dalla Sicilia per la sua scorta.
Dalle prime ore del mattino compaiono anche ricognitori britannici, che segnalano il convoglio agli aerei di base a Malta; tra le 14 e le 16 si verifica un attacco aereo, che i velivoli della Luftwaffe respingono, abbattendo tre degli aerei attaccanti ed impedendo agli altri di portare a fondo l’attacco (tranne un Boeing B 17 che lancia delle bombe di piccolo calibro contro la Duilio, senza colpirla). Quando l’ammiraglio Bergamini chiede altri aerei mediante il collegamento radio diretto, la richiesta viene prontamente soddisfatta.
La sera del 22, in base agli ordini ricevuti, il gruppo «Duilio» lascia i convogli, che proseguono con la scorta diretta ed il gruppo «Gorizia». Arriveranno tutti a Tripoli l’indomani, senza subire perdite ed affondando anzi il sommergibile britannico P 38.
7 marzo 1942
L’Ascari salpa da Taranto alle 18.30 assieme agli incrociatori leggeri Giuseppe Garibaldi (nave ammiraglia dell’ammiraglio di divisione Raffaele De Courten), Eugenio di Savoia e Raimondo Montecuccoli ed i cacciatorpediniere AviereGeniereOriani e Scirocco, formando il gruppo scorta dei tre convogli in mare (numero 1, da Brindisi: motonavi Nino BixioReginaldo Giuliani, cacciatorpediniere Antonio Pigafetta, torpediniera Aretusa; numero 2, da Messina: motonave Gino Allegri, cacciatorpediniere Bersagliere ed Antonio Da Noli; numero 3, da Napoli: motonave Monreale, cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi e Fuciliere, torpediniere Circe e Castore) nell'ambito dell'operazione di traffico «V 5».
8 marzo 1942
Alle 9.45 il gruppo di scorta dell’ammiraglio De Courten raggiunge i tre convogli, che nel frattempo sono confluiti in un unico grande convoglio che procede verso sud a 15 nodi, seguendo una rotta che lo porti a passare a circa 190 miglia da Malta; sin dalla prima mattina è presente una scorta aerea con due bombardieri italiani CANT Z. 1007 e sei tra Junkers Ju 88 e Messerschmitt Bf 110 tedeschi. Durante la navigazione diurna il gruppo di scorta naviga di poppa al convoglio, mentre con il crepuscolo si “incorpora” ad esso.
9 marzo 1942
Giunte le navi al largo di Ras Cara, a giorno fatto, il gruppo di scorta lascia il convoglio e si posiziona in modo da coprirlo da eventuali, improbabili, attacchi di navi di superficie.
Alle 7.30 il convoglio ne incrocia un altro partito da Tripoli alle 21 della sera precedente (lo compongono le motonavi UnioneLerici e Ravello e la petroliera Giulio Giordani, con la scorta del cacciatorpediniere Strale e delle torpediniere Cigno e Procione) per tornare in Italia: come pianificato in precedenza, Scirocco e Pigafetta lasciano la scorta del convoglio diretto a Tripoli (che vi giungerà indenne in serata) per unirsi a quella del convoglio di ritorno. Anche il gruppo «Garibaldi» di De Courten assume la scorta di tale convoglio.
Durante la mattinata i decrittatori imbarcati sul Garibaldi avvisano che la formazione italiana è stata avvistata da aerei britannici, che inviano vari messaggi sulla sua posizione; l’ammiraglio De Courten, ritenendo prossimi degli attacchi da parte di aerei decollati da Malta, ordina al convoglio ed al gruppo di scorta di dirottare verso est per allontanarli dall’isola.
Ma gli aerei attaccanti, degli aerosiluranti Bristol Beaufort decollati proprio da Malta, riescono egualmente a raggiungere il convoglio, e lo attaccano tra le 16.40 e le 17.20, in un momento in cui la scorta aerea (presente sulle navi in maniera pressoché continua) è molto ridotta. L’attacco fallisce però completamente: nessuna nave è danneggiata.
Da Alessandria, in seguito all’errata notizia che uno degli incrociatori leggeri italiani sarebbe stato silurato e danneggiato dai Beaufort, esce per intercettarlo una formazione al comando del viceammiraglio Philip Vian. Le navi britanniche non solo non troveranno nulla, ma subiranno anche, durante la navigazione di rientro, la perdita dell’incrociatore leggero Naiad, ammiraglia di Vian, affondato dal sommergibile tedesco U 565.
Nella notte seguente il convoglio (al quale si è di nuovo “incorporato” il gruppo scorta) viene più volte sorvolato da bengalieri che la illuminano a più riprese tra l’una e le tre richiamando gli aerei di base nella Marmarica, ma di nuovo non si subiscono danni: il primo gruppo di aerei inviati all’attacco non riesce a trovare, nel buio, le navi italiane; del secondo, composto da 20 bombardieri Vickers Wellington, solo in tre rintracciano il convoglio, ma nemmeno le loro bombe vanno a segno.
10 marzo 1942
I ricognitori nemici sono sempre presenti, ma non si verificano altri attacchi aerei.
11 marzo 1942
Alle tre di notte GiordaniLericiSciroccoPigafettaCigno ed Aretusa (UnioneStrale e Procione si sono invece separate per raggiungere Brindisi) entrano a Taranto senza danni, precedute di poco dal gruppo scorta di De Courten.
21 marzo 1942
A mezzanotte l’Ascari lascia Taranto insieme ad Aviere, OrianiGrecale ed alla corazzata Littorio (nave ammiraglia dell’ammiraglio di squadra Angelo Iachino, comandante superiore in mare), per partecipare all’intercettazione del convoglio britannico «M.W. 10» diretto a Malta (formato dalla cisterna militare Breconshire e dai piroscafi Clan CampbellPampas e Talbot, scortati dagli incrociatori leggeri DidoEuryalusCleopatra e Carlisle e dai cacciatorpediniere HastyHavockHeroSikhZuluLivelyJervisKelvinKingston, KiplingAvon ValeDulvertonBeaufortEridgeSouthwold e Hurworth). L’Ascari e le altre unità partite da Taranto formano uno dei due gruppi usciti in mare per tale missione; l’altro gruppo, denominato «Gorizia», parte invece da Taranto ed è composto dalla III Divisione Navale (incrociatori pesanti Trento e Gorizia, incrociatore leggero Bande Nere; comandante l’ammiraglio di divisione Angelo Parona, con bandiera sul Gorizia) e dalla XIII Squadriglia Cacciatorpediniere (Fuciliere, Bersagliere, Lanciere, Alpino).
22 marzo 1942
Alle 14.23 il gruppo «Gorizia» avvista le navi nemiche, su rilevamento 185° (a 23.000 m)-170°-160°, ed inizia l’avvicinamento, con un’accostata per 250°.
Gli incrociatori britannici dirigono contro quelli italiani per difendere il convoglio, e la III Divisione, come precedentemente stabilito, fa rotta verso nord per attirarli verso il gruppo «Littorio». Inizia lo scambio di colpi tra gli incrociatori (quelli italiani aprono il fuoco alle 14.35, quelli britannici alle 14.56), e le navi britanniche accostano prima ad est, poi a sud e poi di nuovo ad ovest, per non allontanarsi dal convoglio; il gruppo «Gorizia» le asseconda, continuando a sparare ed a tenere il contatto, e quando le unità nemiche accostano di nuovo verso nord cerca di nuovo di portarle verso il gruppo «Littorio», cui si unisce alle 15.23. Alle 15.20, frattanto, gli incrociatori britannici accostano di nuovo verso sud per riunirsi al convoglio.
Alle 16.31 la squadra italiana, ora riunita, avvista di nuovo quella britannica per rilevamento 210°, quindi accosta in successione per 90°, per 290° e per 270°, ed alle 16.43 si apre il fuoco da entrambe le parti. Le navi italiane danneggiano l’incrociatore britannico Cleopatra, che ripiega coperto da cortine nebbiogene, poi sospendono il fuoco alle 16.52 e lo riprendono alle 17.03, per poi cessarlo alle 17.11. Alle 17.18 la formazione italiana accosta per 240° ed alle 17.25 per 250°, riducendo la velocità a 20 nodi, per accerchiare la forza nemica da ovest, poi, alle 17.31, vira verso sud assumendo rotta 200° per ridurre le distanze. Si riprende il fuoco, ed il cacciatorpediniere britannico Havock è colpito; il tiro viene più volte sospeso e ripreso, anche in conseguenza della pessima visibilità causata dal maltempo. Alle 17.56 le navi italiane, per ridurre il violento rollio causato dalla tempesta ed al contempo evitare di modificare l’orientamento rispetto al nemico, accostano ad un tempo per 250°, ed alle 18.10 assumono rotta 280°, allontanandosi dalle navi britanniche. Viene cessato il fuoco, ma le navi britanniche si avvicinano ed attaccano, infruttuosamente, con i siluri, per poi ripiegare verso est. Alle 18.20 la squadra italiana assume rotta 220° ed alle 18.27 rotta 180°, per avvicinarsi al convoglio britannico ed obbligarlo ad allontanarsi da Malta; alle 18.31 le navi italiane aprono il fuoco da 15.000 metri, cui la squadra britannica risponde con un altro attacco silurante (ordinato alle 17.59, iniziato alle 18.27 e terminato alle 18.41), durante il quale viene gravemente danneggiato il cacciatorpediniere Kingston. La flotta italiana prosegue su rotta 180° a 22 nodi, accostando ad un tempo per 295° alle 18.45 (per evitare i siluri) e riducendo la velocità a 20 nodi; alle 18.51 le navi di Iachino accostano per 330° ed accelerano a 26 nodi, per evitare altri attacchi siluranti, anche perché la visibilità è sempre più ridotta causa la nebbia in aumento ed il mare sempre più mosso. Il fuoco viene cessato da entrambe le parti tra le 18.56 e le 18.58, e poco dopo si perde il contatto: ha così termine l’inconclusiva seconda battaglia della Sirte.
Alle 19.06 la formazione italiana accosta verso nord e poco dopo si dispone in un’unica linea di fila (navi maggiori), con i cacciatorpediniere in posizione di scorta laterale ravvicinata; alle 19.20 la velocità viene ridotta a 24 nodi ed alle 19.48 la XI e la XIII Squadriglia si posizionano a poppavia delle navi maggiori in doppia colonna, XIII Squadriglia a dritta e XI a sinistra. Il maltempo, degenerato ormai in una vera e propria tempesta, costringe però la squadra italiana ad accostare per 25° e ridurre la velocità a 20 nodi alle 20.00, ed alle 20.26 ad assumere rotta 10° (l’ordine di rientro in porto arriva alle 20.34). Alle 21.17 la velocità viene ridotta a 18 nodi ed alle 23.57 a 16, sempre per lenire il travaglio dei cacciatorpediniere. Molte delle navi rollano pericolosamente, e numerosi cacciatorpediniere iniziano a manifestare avarie: l’Aviere, l’Oriani, lo Scirocco, il Lanciere, il Fuciliere e l’Alpino comunicano tutti problemi ed avarie più o meno gravi, restando arretrati o perdendo il contatto con le altre unità.
Nella mattina del 23 marzo, Lanciere e Scirocco soccomberanno alla violenza del mare, inabissandosi nel Mediterraneo centrale; dei 478 componenti dei loro equipaggi (242 sul Lanciere e 236 sullo Scirocco), soltanto in 17 (15 del Lanciere e due dello Scirocco) verranno recuperati in vita nei giorni seguente.
Il resto della flotta italiana, disperso dalla tempesta, rientrerà nelle basi alla spicciolata tra il 23 ed il 24 marzo.
13 giugno 1942
Alle 16.30 l’Ascari parte da Cagliari aggregato alla X Squadriglia Cacciatorpediniere (OrianiGiobertiPremuda), insieme alla XIV Squadriglia cacciatorpediniere (VivaldiZenoMalocello) ed alla VII Divisione Navale (Raimondo Montecuccoli ed Eugenio di Savoia, nave di bandiera dell’ammiraglio di divisione Alberto Da Zara, comandante superiore in mare), per attaccare il convoglio britannico «Harpoon» nell'ambito della battaglia aeronavale di Mezzo Giugno.
All'inizio del combattimento Ascari, Oriani e Premuda (Gioberti e Zeno sono tornati indietro per avarie di macchina) si trovano in testa alla formazione italiana, ed alle 5.40 del 14 l’Ascari e l’Oriani aprono il fuoco da 19.000 metri contro i cacciatorpediniere britannici Bedouin e Partridge, appartenenti alla scorta diretta del convoglio. Alle 5.50 Ascari od Oriani (non è certo quale tra i due) colpisce il Bedouin, poi, tra le 6.07 e le 6.09, le due navi sparano contro i cacciatorpediniere Marne e Matchless, senza colpirli; nel corso dei combattimenti svoltisi il mattino, l’Ascari spara in tutto una novantina di colpi.
Alle 6.17 AscariOriani e Premuda vengono mandati ad assistere il Vivaldi, immobilizzato ed in fiamme dopo essere stato colpito in sala macchine. Alle 9.49 Ascari ed Oriani vengono attaccati senza risultato da aerosiluranti Bristol Beaufort, e più tardi si riuniscono alla VII Divisione.
Verso le 12.35 Ascari ed Oriani aprono nuovamente il fuoco contro il Bedouin ed il Partridge, dopo di che si separano dalla VII Divisione ed alle 12.57 aprono il fuoco da 12.000 metri contro la nave cisterna Kentucky, già danneggiata da aerei, immobilizzata ed abbandonata dall’equipaggio. Dopo essersi ricongiunti con gli incrociatori, alle 13.20 Ascari ed Oriani vengono mandati verso il Bedouin, agonizzante dopo aver incassato numerosi colpi, che però viene poco dopo finito da un aerosilurante S.M. 79 “Sparviero”Ascari ed Oriani finiscono poi a cannonate, in cooperazione con aerei della Regia Aeronautica e della Luftwaffe, la Kentucky ed il piroscafo Burdwan, ambedue seriamente danneggiati da aerei ed abbandonati dagli equipaggi e dalla scorta britannica, impossibilitata a tentarne il rimorchio per via dell’arrivo delle navi italiane.
Conclusa la battaglia (del convoglio di «Harpoon», solo due mercantili su sei riescono a scampare ed a raggiungere Malta, uno dei quali gravemente danneggiato per urto contro mina), l’Ascari ed il resto delle navi di Da Zara rientrano alle basi. Durante tutta la battaglia, l’Ascari ha sparato in tutto 188 proiettili da 120 mm.
11-12 agosto 1942
Alle 9.40 del 12 agosto l’Ascari, insieme ai cacciatorpediniere GrecaleCorsaroLegionarioAviereGeniereCamicia Nera ed agli incrociatori pesanti Trieste, Gorizia (nave di bandiera dell’ammiraglio di divisione Angelo Parona, comandante della III Divisione) e Bolzano, esce da Messina per attaccare il convoglio britannico diretto a Malta nell’ambito dell’operazione «Pedestal» e già pesantemente danneggiato da attacchi da parte di aerei, sommergibili e motosiluranti durante la grande battaglia aeronavale di Mezzo Agosto. Alle 19 dello stesso giorno la III Divisione si congiunge, nel Basso Tirreno, con la VII Divisione (incrociatori leggeri Eugenio di SavoiaMuzio Attendolo e Raimondo Montecuccoli, più i cacciatorpediniere MaestraleGiobertiOriani e Fuciliere), partita da Cagliari alle 20 dell’11 (a parte l’Attendolo, salpato da Napoli alle 9.30 del 12). Le due Divisioni dovrebbero intercettare i resti del convoglio, dispersi e danneggiati, per ultimarne la distruzione, verosimilmente nella mattina del 13, a sud di Pantelleria, nel punto più stretto del Canale di Sicilia.
Alle 22.37, tuttavia, la formazione viene avvistata e segnalata, 80 miglia a nord dell’estremità occidentale della Sicilia e con rotta sud, da un ricognitore Vickers Wellington (che viene a sua volta localizzato dal radar del Legionario). I comandi britannici, resisi conto del rischio che gli incrociatori italiani rappresentano nei confronti di ciò che resta del convoglio, ordinano dapprima al Wellington autore dell’avvistamento, e poi anche agli altri ricognitori avvicendatisi nel pedinare la formazione italiana, di sganciare bombe e bengala, in modo da far credere alle unità italiane di essere sotto ripetuti attacchi aerei e dissuaderle così dal proseguire nella navigazione verso il convoglio, giungendo anche ad ordinare loro – in chiaro, in modo da essere intercettati – di comunicare la posizione della forza italiana per permetterne l’attacco da parte di inesistenti bombardieri B-24 “Liberator”.
Supermarina cade nell’inganno, e già alle 00.30 del 13 ordina il rientro alla formazione (che si trova in quel momento a circa venti miglia da Capo San Vito) di virare verso est, temendo attacchi aerei nemici a seguito dell’intercettazione dei numerosi messaggi radio avversari tra i ricognitori ed i comandi delle forze aeree di Malta, in realtà provocata appositamente per ingannare i comandi italiani ed indurli ad ordinare il rientro degli incrociatori.
Lo stratagemma britannico è solo una delle molteplici ragioni che inducono a dare il discusso ordine: Supermarina, infatti, in ogni caso non intende inviare le proprie navi a sud di Pantelleria senza un’adeguata copertura aerea, che viene però negata dai comandi tedeschi, che preferiscono impiegare tutti i velivoli disponibili nell’attacco al convoglio; inoltre, a seguito dell’avvistamento (da parte di un U-Boot tedesco) di quattro incrociatori e dieci cacciatorpediniere britannici nel Mediterraneo orientale, apparentemente diretti verso Malta, Supermarina ha deciso di inviare la III Divisione nello Ionio, anziché nel Tirreno, per unirsi all’VIII Divisione (uscita da Navarino) onde attaccare tali navi, facendo al contempo rientrare la VII Divisione. In realtà, anche le unità avvistate nel Mediterraneo orientale (che sono in realtà due incrociatori, cinque cacciatorpediniere ed alcuni mercantili) sono una “finta” organizzata dai comandi britannici, un convoglio fasullo che finge di essere diretto verso Malta per ingannare i comandi italiani.
I finti attacchi e messaggi proseguono comunque anche nelle ore successive, per evitare che i comandi italiani possano cambiare idea ed ordinare agli incrociatori di riprendere la navigazione verso ovest per attaccare il convoglio.
Alle 00.30, a seguito dell’ordine di Supermarina, la III Divisione, cui si è aggregato l’Attendolo, fa rotta su Messina, la VII Divisione su Napoli.
Ma l’unico attacco, non aereo ma subacqueo, avviene invece proprio sulla rotta di ritorno, quando, alle 8.06 dello stesso giorno (dopo che il sommergibile Safari ha già avvistato nel navi italiane a nord di Palermo senza poterle attaccare), il sommergibile britannico Unbroken (tenente di vascello Alastair C. G. Mars) lancia quattro siluri contro la III Divisione (che dopo aver superato Alicudi è passata dalla linea di fila alla doppia linea, con Trieste e Gorizia davanti ed Attendolo e Bolzano dietro) a nordovest dell’imbocco dello Stretto di Messina (nel punto 38°43’ N e 14°57’ E): le armi colpiscono l’Attendolo, asportandogli la prua, ed il Bolzano, incendiandolo ed immobilizzandolo.
L’Attendolo è ancora in grado di muovere con i propri mezzi, ma le lamiere contorte della prua (le strutture dell’estrema prua sono collassate, ma parte di esse è rimasta “appesa” allo scafo), piegate verso l’esterno specialmente sulla dritta, fanno da “timone”, e rendono così la nave ingovernabile. Si decide di tentare il rimorchio; viene teso un cavo tra l’Ascari e l’Attendolo , ma pochi minuti dopo le 10 il cavo si spezza, lasciando l’incrociatore nuovamente fermo in mezzo al mare, con un lieve abbrivio. I cacciatorpediniere della Squadriglia «Aviere», incaricati di dare assistenza e protezione alle navi colpite, iniziano a stendere cortine fumogene e bombardare l’attaccante con bombe di profondità: dalle 8.09 alle 16.40 vengono lanciate ben 105 bombe di profondità, anche se l’Unbroken, allontanandosi lentamente alla profondità di 39 metri, riesce a far perdere le proprie tracce già alle nove (la caccia vera e propria dura tre quarti d’ora, dopo di che i cacciatorpediniere si limitano a gettare bombe di profondità di tanto in tanto, a scopo precauzionale). Il sommergibile se la cava con danni superficiali, subiti durante i primi 40 minuti di caccia, che Mars ritiene piuttosto accurata.
Alla fine, il problema delle lamiere sporgenti sull’Attendolo viene risolto facendo brillare delle piccole cariche esplosive, così da provocare il distacco delle lamiere.
Poco dopo, alle 10.24, un bombardiere Bristol Blenheim lancia alcune bombe che cadono intorno all’incrociatore, poi si allontana, bersagliato dal tiro contraereo della nave.
Intanto il Bolzano, in condizioni ancora peggiori, viene preso a rimorchio portato all’incaglio sull’isola di Panarea, per evitarne l’affondamento. Ascari e Geniere assumono la scorta dell’Attendolo, il quale, procedendo a cinque nodi, passa tra Panarea e gli scogli delle Formiche, con rotta su Capo Milazzo. Tra le 14.30 e le 17.15 la scorta viene rinforzata dai cacciatorpediniere FrecciaCorsaro e Legionario. Alle 18.45, arrivato nei pressi di Messina, l’Attendolo viene raggiunto dai rimorchiatori, che lo condussero in porto, dove si ormeggiò al Molo del Carbone.
18 ottobre 1942
In mattinata l’Ascari (capitano di fregata Teodorico Capone) ed il cacciatorpediniere Antonio Da Noli (capitano di fregata Pio Valdambrini), usciti da Palermo, vanno rinforzare la scorta della nave cisterna Saturno, partita da Cagliari alle 16 del giorno precedente con la scorta della sola torpediniera Nicola Fabrizi (tenente di vascello di complemento Augusto Bini).
Alle 12.30, a nord delle Egadi, Saturno e scorta si uniscono al convoglio «D», proveniente da Napoli e formato dai piroscafi Capo OrsoBeppe e Titania con la scorta dei cacciatorpediniere Giovanni Da Verrazzano (capitano di fregata Carlo Rossi), Alfredo Oriani (capitano di fregata Paolo Pesci) e Vincenzo Gioberti (capitano di fregata Pietro Tona). Viene così formato un unico convoglio, che alle 12.35 viene raggiunto dal cacciatorpediniere Antonio Pigafetta (capitano di vascello Enrico Mirti della Valle), il quale ne assume il comando della scorta.
Alle 20 la Fabrizi lascia il convoglio, sostituita dalla più moderna torpediniera Centauro (capitano di corvetta Luigi Zerbi).
Nelle giornate del 18 e 19 ottobre, fino anche alle prime ore notturne, il convoglio gode anche di una forte scorta aerea. La sera del 18, e nella prima metà della notte seguente, vengono avvertiti rumori di aerei (nemici) in volo e vengono avvistate delle cortine di bengala che si accendono a poppavia delle navi, il che indica che il convoglio è stato localizzato e seguito dalle forze avversarie.
In realtà la "scoperta" è ancora antecedente: il 18 ottobre, infatti, le decrittazioni di “ULTRA” hanno permesso ai comandi britannici di sapere che la Saturno è partita da Cagliari alle 16 del 17 e che alle 12.30 del 18 si deve unire a Capo OrsoBeppe e Titania partiti da Napoli alle 16 del 17, dopo di che il convoglio deve proseguire sulla rotta a ponente di Malta a 8 nodi, per giungere a Tripoli alle 13 del 20 ottobre.
Ricognitori vengono inviati per trovare e seguire il convoglio, e ben cinque sommergibili ricevono l’ordine di attaccarlo: il P 37 (poi Unbending), il P 42 (poi Unbroken), il P 44 (poi United), il P 211 (poi Safari) e l’Utmost. Il comandante della flottiglia sommergibili di Malta, Simpson, li dispone in modo da formare una linea di sbarramento orientata da nord verso sud: nell’ordine, UtmostP 211P 37P 42 e P 44.
19 ottobre 1942
Alle 9.25, dato che Supermarina ha segnalato la presenza di un sommergibile, la Centauro viene distaccata per dargli la caccia, mentre il suo posto nella scorta viene preso dalla torpediniera Sagittario (capitano di corvetta Lanfranco Lanfranchi) appositamente inviata.
Il primo sommergibile ad attaccare è l’Utmost (tenente di vascello John Walter David Coombe): avvista il convoglio alle 8.40, in posizione 36°03’ N e 11°56’ E (tra Pantelleria e Lampedusa) su rilevamento 350°, identifica le navi alle 8.50 come tre navi mercantili di medie dimensioni scortate da sette cacciatorpediniere disposti su ogni estremità, lato e quarto del convoglio nonché a poppavia dello stesso, ed alle 9.32 avvista anche la Saturno, che diviene il suo bersaglio. Alle 10.03 l’Utmost lancia due siluri, da 5500 metri, contro la petroliera, ma nessuna arma va a segno, e l’attacco passa inosservato. Più tardi riemerge per segnalare la presenza del convoglio.
Viene poi il turno del P 37 (poi Unbending, tenente di vascello Edward Talbot Stanley), che ha assunto la sua posizione nello sbarramento alle sei del mattino del 18. Nove aerei, uno dei quali antisommergibili, sono in volo sul cielo del convoglio, ma nessuno vede l’unità britannica immersa a quota periscopica. Il convoglio si trova 70 miglia a sud di Pantelleria.
Alle 11.48 il P 37 ha avvistato degli aerei che volano con ampi zig zag sia a sud che a nord della sua posizione, e cinque minuti dopo ha avvistato, su rilevamento 360°, anche il convoglio. Le navi mercantili, disposte su due colonne di due unità ciascuna, procedono su rotta 180°; degli aerei procedono a zig zag davanti ad esse, mentre lo schermo dei cacciatorpediniere procede un miglio a poppavia dei velivoli, nonché a proravia dei trasporti.
Alle 12.15 il convoglio accosta su rotta 156°, ed il sommergibile passa tra i due cacciatorpediniere che coprono il suo fianco sinistro; poi, alle 12.49, il P 37 lancia quattro siluri da 915 metri, contro il mercantile in testa alla colonna di sinistra (posizionando la mira a proravia del mercantile di circa mezza lunghezza, e poi lanciando i siluri a intervalli di 13 secondi nella speranza che quelli che fossero passati a prua od a poppa del bersaglio colpiscano il mercantile in testa all’altra colonna, più lontana). Subito dopo scende in profondità.
Alle 12.53 (in posizione 35°52’ N e 12°05’ E, 28-30 miglia a sudovest dell’isolotto di Lampione), senza alcun preavviso, il Beppe venne colpito da un siluro a poppa sinistra; un minuto più tardi anche il Da Verrazzano, dopo aver evitato un primo siluro, viene colpito da una seconda arma, che gli asporta la poppa.
Il resto del convoglio accosta subito di 90° a dritta, ma ormai il danno è fatto: il Pigafetta ordina all’Oriani di dare assistenza al Beppe ed alla Sagittario di dare assistenza al Da Verrazzano, nonché al Gioberti di dare la caccia al sommergibile; quest’ultima venne cessata dopo che il cacciatorpediniere vede apparire in superficie un’ampia chiazza di nafta, riferendolo al caposcorta (secondo fonti italiane, l’Unbending venne seriamente danneggiato dalle bombe di profondità; dal suo giornale di bordo risulta però che tra le 12 e le 15 furono lanciate 24 bombe di profondità, di cui solo due esplosero vicine).
Per le due navi colpite non c’è niente da fare: il Beppe cola a picco già alle 13.43, dopo che l’Oriani ne ha recuperato i sopravvissuti; la Sagittario tenta di prendere a rimorchio il Da Verrazzano mentre il Gioberti (finita la caccia) dà loro scorta, ma il cacciatorpediniere affonda alle 15.30 nel punto 35°12’ N e 12°05’ E, a sud di Pantelleria ed a 25 miglia da Lampedusa. 255 dei 275 membri dell’equipaggio del Da Verrazzano vengono salvati da Gioberti e Sagittario.
Oriani e Gioberti sbarcano i rispettivi naufraghi a Lampedusa e poi si riuniscono al convoglio, mentre la Sagittario viene fatta rientrare a Trapani.
Alle 14.05, intanto, il P 42 (tenente di vascello Alastair Campbell Gillespie Mars) avvista a sua volta fumo su rilevamento 290°, manovra per avvicinarsi ed alle 14.30 inizia la manovra di attacco, stimando la rotta del convoglio come 135°. Alle 15.30 il sommergibile lancia una salva di quattro siluri, in posizione 34°45’ N e 12°31’ E (a nordovest di Tripoli), da 7300 metri; nessuno va a segno, due passano sotto la Saturno senza esplodere ed altri due vengono evitati dalla petroliera con la manovra. (Da fonti italiane risulterebbe che un sommergibile avrebbe lanciato due siluri contro la Saturno, mancandola, alle 16.19).
Dopo il lancio il P 42 scende a 21 metri di profondità e si allontana a tutta forza, ma il contrattacco della scorta inizia già alle 15.21; vengono rapidamente lanciate 20 bombe di profondità, dalle 15.21 alle 15.37, con notevole precisione. Tutte esplodono vicine, arrecando seri danni al sommergibile, che la sera stessa dovrà abbandonare la missione e rientrare a Malta a causa della gravità dei danni subiti. La caccia da parte dei cacciatorpediniere prosegue per quasi un’ora, anche se non vengono lanciate altre bombe.
Intorno alle 19 viene ricevuto un messaggio da Supermarina, che annuncia che un attacco aerosilurante è probabilmente in arrivo; poco dopo le 20, difatti, Gioberti (che si trova insieme all’Oriani e sta per raggiungere il convoglio) ed Ascari riferiscono al Pigafetta di avvertire rumori di aerei sul loro cielo. L’unico velivolo della scorta aerea, un aereo tedesco, ha da poco lasciato il convoglio.
Le siluranti della scorta circondano i mercantili con cortine nebbiogene, ma alle 23.06, durante l’attacco degli aerosiluranti, il Titania viene colpito da un siluro, restando immobilizzato. L’Ascari riesce a prenderlo a rimorchio, portandolo verso Tripoli; l’Oriani rimane per dargli assistenza, mentre il resto del convoglio prosegue verso Tripoli.
20 ottobre 1942
Gli attacchi aerei continuano: tra le 00.10 e le 00.22 Oriani ed Ascari vengono attaccati da bombardieri in picchiata ed aerosiluranti, ed alle 00.36 anche il Da Noli viene mancato di stretta misura da quattro bombe.
All’1.28 il P 44 (tenente di vascello Thomas Erasmus Barlow) avvista a 2,5 miglia di distanza il gruppo composto da Saturno, Da Noli e Pigafetta, e tre minuti dopo, restando in superficie, lancia tre siluri contro la Saturno nel punto 34°03’ N e 12°35’ E (un’ottantina di miglia a nord-nord-ovest di Tripoli). Nessuno dei siluri va a segno; il Da Noli avvista le scie e poi anche il P 44, che intanto si sta immergendo, si dirige sul posto e contrattacca col lancio di alcune cariche di profondità. Incrocia poi nell’area per quattro ore, ritenendo – a torto – di aver danneggiato l’attaccante.
Il caposcorta decide dunque di dividere il convoglio in due gruppi, in base alla velocità: Capo Orso (capace di navigare a 10 nodi), Da Noli e Gioberti formano il primo; la Saturno (8,4 nodi) ed il Pigafetta costituiscono il secondo. Alle 3.05 il Da Noli avvista un sommergibile emerso e tenta di speronarlo, ma questi s’immerge prima della collisione; tra le 4.25 e le 4.45 entrambi i gruppi vengono attaccati da bombardieri ed aerosiluranti, ma non subiscono danni. Alle 7.15 il convoglio viene raggiunto dalla torpediniera Circe (capitano di corvetta Stefano Palmas), mandata da Tripoli per rinforzare la scorta e pilotare il convoglio in porto; sopraggiunge anche un gruppo di aerei, che assume la scorta aerea delle navi.
Alle 7.20 il Titania, colpito da un altro siluro (lanciato dal sommergibile britannico P 211), affonda in posizione 33°53’ N e 12°30’ E. Le altre navi arrivano a Tripoli alla spicciolata: per primo l’Oriani, con feriti del Titania, alle 10, quindi Gioberti e Capo Orso, alle 11, poi SaturnoPigafettaCirceDa Noli, alle 13.40. L’Ascari (avendo poca nafta, e non essendovene a sufficienza a Tripoli) rientra invece a Trapani, dove giungerà il mattino del 21.
7 novembre 1942
Ascari, Mitragliere, Da Noli, Pigafetta e Zeno, imbarcano a Trapani le mine destinate alla posa dello sbarramento «S 8», da posare a sud dello «S 11» (nel Canale di Sicilia) per ridurre il varco esistente tra quest’ultimo e la costa tunisina, e rendere così ancor più pericoloso, per le forze nemiche, il transito lungo le coste della Tunisia. Ascari e Mitragliere caricano ciascuno 56 mine tipo «E», Da Noli e Pigafetta imbarcano ciascuno 126 boe strappanti di produzione tedesca, lo Zeno 104 boe strappanti ed altrettante esplosive (anch’esse d produzione tedesca). All’operazione parteciperà anche il nuovissimo incrociatore leggero Attilio Regolo, che però – onde evitare il sovraffollamento del porto di Trapani – caricherà le sue mine (129 tipo «E») a Palermo.
MAS e motosiluranti inviate dal Comando di Messina si occupano della scorta e dell’esecuzione di agguati protettivi ad ovest di Capo Bon ed a sud di Kelibia.
Ascari, Da Noli, Pigafetta (con a bordo il contrammiraglio Lorenzo Gasparri, comandante del Gruppo Cacciatorpediniere di Squadra, incaricato di dirigere l’operazione), Zeno e Mitragliere salpano da Trapani alle 7, assumendo una velocità di 20 nodi. Alle 22 si unisce alla formazione anche il Regolo.
Giunte sul posto, le navi trovano ad attenderle la torpediniera Nicola Fabrizi, inviata da Trapani per segnalare loro il punto in cui cominciare a posare le mine. Regolandosi in base ai fari che appaiono visibili ed ai segnali della Fabrizi, i cacciatorpediniere si portano in linea di fronte ed assumono la rotta di posa (rotta 68°); il Corazziere, come previsto, lascia la formazione per andare a posare poco lontano uno sbarramento temporaneo di 50 mine, l’«S.T. 2», avente lo scopo di ostacolare il passaggio nel Canale di Sicilia ad una formazione navale nemica che si pensa possa transitare nei prossimi giorni (sono state avvistate, infatti, decine di navi Alleate in movimento da Gibilterra verso est: sono le unità destinate all’Operazione «Torch», gli sbarchi angloamericani nel Nordafrica francese, ma questo Supermarina non può saperlo con certezza, dunque ordina la posa nell’eventualità che quelle navi siano dirette a Malta).
All’1.37 viene dato lo stop di inizio della posa; il Da Noli, avendo la Fabrizi esattamente di poppa, funge da nave regolatrice. Le cinque unità posano su file parallele, distanziate tra loro di 200 metri: da sinistra verso dritta, posano Pigafetta, Da Noli, Ascari, Mitragliere, Regolo e Zeno. Le file posate dalle diverse unità, date le differenze in numero e tipologia degli ordigni, hanno lunghezze differenti; lo sbarramento si estende in lunghezza per 4,68 miglia (file più lunghe). Le boe esplosive e strappanti sono regolate per 6 metri di profondità, le mine per 3 metri. L’Ascari è il primo ad ultimare la posa delle sue mine, alle 4.02, seguito Mitragliere (4.03), Regolo (4.04), Pigafetta e Da Noli (4.06), e per ultimo dallo Zeno, che impiega più del previsto a causa di ritardo dei graduatori, causato dall’incatastamento di una boa antidragante che costringe a lanciare le boe successive senza più attenersi al ritmo prestabilito. Alle 4.20, anzi, un uomo dello Zeno cade in mare (viene poi ripescato) ed il cacciatorpediniere deve interrompere la posa, rinunciando a posare le ultime otto boe.
Alle 5.30 il Corazziere, ultimata la posa dell’«S.T. 2», si riunisce alle altre unità, che dirigono per rientrare a Palermo alla velocità di 20 nodi.
Alle 6.37 lo Zeno avvista un aereo sospetto, che sorvola il gruppo a bassa quota, ed alle 9.58 il Comando Marina di Trapani segnala che un velivolo nemico sta tallonando la formazione.
Alle 10.22 l’ammiraglio Gasparri ordina di assumere una formazione su due colonne (fino a quel momento si è mantenuta la linea di fila), con il Corazziere in posizione di scorta laterale a dritta del Regolo; ma la manovra è appena cominciata, quando – tre miglia a nordovest di Capo San Vito – il Regolo viene colpito a prua da un siluro lanciato dal sommergibile britannico P 46 (poi Unruffled, tenente di vascello John Samuel Stevens), guidato sul posto dai segnali dell’aereo.
Il P 46, avvistate alberature ed aerei verso sudovest alle 9.55 e ritenendo, correttamente, trattarsi dell’incrociatore e dei cacciatorpediniere del cui arrivo era stato avvisato, ha avuto conferma dei suoi sospetti alle 10, quando ha avvistato la centrale di direzione del tiro del Regolo, ed alle 10.05 ha iniziato ad avvicinarsi a tutta forza per attaccare. Alle 10.23, in posizione 38°14’ N e 12°43’ E, il sommergibile ha lanciato una salva di quattro siluri (gli ultimi rimasti a bordo) da 1920 metri di distanza, per poi scendere subito in profondità onde eludere la reazione della scorta.
L’esplosione asporta buona parte della prua del Regolo.
L’ammiraglio Gasparri ordina a Da Noli e Zeno di dare la caccia al sommergibile attaccante, ed agli altri cacciatorpediniere di girare intorno al Regolo coprendolo con cortine fumogene; contatta Trapani richiedendo l’invio di mezzi di soccorso. La caccia con bombe di profondità da parte di Da Noli e Zeno ha inizio alle 10.35 e si protrae per un’ora; vengono gettate 14 bombe di profondità, singolarmente, ma nessuna esplode vicina al P 46, che non subisce danni.
Poco dopo sopraggiungono due rimorchiatori, che tentano infruttuosamente di prendere a rimorchio l’incrociatore e di metterlo sulla rotta desiderata; le lamiere di ciò che resta della prua, piegate verso l’esterno, fanno da timone ed impediscono di governare. Alle 11.30 arrivano i MAS 544 e 549; il Pigafetta tenta a sua volta il rimorchio, ma senza successo. Alle 13.30, con l’arrivo da Trapani di altri due rimorchiatori (i quattro rimorchiatori sono il Monfalcone, il Maurizio, il Liguria ed il Trieste), si riesce finalmente a prendere il Regolo a rimorchio, e inizia così la navigazione verso Palermo, all’esasperante velocità di due nodi e mezzo. Poco più tardi arrivano anche le torpediniere Cigno e Giuseppe Cesare Abba, che effettuano ricerca con l’ecogoniometro nell’area dell’attacco, mentre alle 14.48 Ascari, Mitragliere e Corazziere vengono distaccati per raggiungere Messina, su ordine di quel Comando Marina.
Il Regolo riuscirà a raggiungere Palermo all’alba del 9 novembre.
26 novembre 1942
Ascari, Camicia Nera, Maestrale (caposcorta) e Grecale partono da Napoli per Biserta alle 15.10, scortando le motonavi Monginevro e Sestriere.
27 novembre 1942
Alle 11.28 il sommergibile britannico Una (tenente di vascello John Dennis Martin) avvista tre cacciatorpediniere della scorta circa tre miglia verso nord, ed alle 11.32 avvista anche uno dei mercantili, avente rotta 240°. Il sommergibile, che si trova 7315 metri a proravia del mercantile, inizia una manovra d’attacco, che conclude alle 12.26 con il lancio di quattro siluri da 1100 metri (in posizione 37°34’ N e 10°47’ E), per poi scendere in profondità subito dopo. Nessuna delle armi va a segno.
Il convoglio giunge a Biserta alle 13.45.
30 novembre 1942
Insieme ai cacciatorpediniere Maestrale e Grecale, l’Ascari effettua una missione di posa di mine nel Canale di Sicilia. Mentre tornava da questa missione viene mandato, insieme al resto della X Squadriglia (cui è stato aggregato), a rafforzare la scorta del convoglio «B» (da Napoli alla Tunisia con i piroscafi ArlesianaAchille LauroCampaniaMenes e Lisboa e la scorta originaria delle torpediniere SirioOrione, Groppo e Pallade, alle quali poi si unisce anche la torpediniera Uragano), che viene comunque fatto tornare in porto alla notizia dell'uscita in mare della Forza Q britannica (incrociatori leggeri AuroraSirius ed Argonaut, cacciatorpediniere canadesi Quiberon e Quentin), che poi, nella notte del 2 dicembre, intercetterà e distruggerà il convoglio «H», che era stato invece fatto proseguire.
8 dicembre 1942
Ascari, Mitragliere, Corazziere, Grecale, Pigafetta, Da Noli e Zeno iniziano a caricare le mine per la posa della spezzata «S 94».
9 dicembre 1942
Alle 9.40 Supermarina ordina di sospendere l’imbarco delle mine, rimettere sulle bettoline quelle già imbarcate e prepararsi subito ad un’urgente missione di trasporto truppe a Tunisi e Biserta.
10 dicembre 1942
L’Ascari trasporta truppe a Biserta e poi riparte alle 17 insieme ai cacciatorpediniere Da Noli, Pigafetta (caposquadriglia), Grecale e Mitragliere. Le cinque unità trasportano ora 900 smobilitati della Marina francese.
11 dicembre 1942
I cacciatorpediniere arrivano a Trapani alle due di notte; poco dopo, ricominciano ad imbarcare le mine. Ascari, Corazziere, Mitragliere e Grecale caricano ciascuno 52 mine tipo P 200 od Elia, mentre Da Noli, Pigafetta e Zeno ne caricano ciascuno 85 tipo EMF.
Pochi minuti prima della partenza, in tarda serata, il Pigafetta subisce un’avaria di macchina che gli impedisce di partire; viene così deciso di rinunciare ad una fila di mine (il piano originario ne prevedeva cinque, tre composte da 86 EMF e due di 104 Elia o P 200). Il capitano di vascello Del Minio, che comanda la XV Squadriglia Cacciatorpediniere e deve dirigere la posa, trasborda dal Pigafetta sul Da Noli.
12 dicembre 1942
Ascari, Corazziere, Mitragliere, Da Noli, Zeno e Grecale partono da Trapani all’una di notte. Procedono a 20 nodi di velocità finché alle 7.10 avvistano l’Isola dei Cani; a questo punto riducono la velocità a 18 nodi e dirigono per la rotta normale a quella di posa, passando nel varco rimasto tra le spezzate «S 93» e «S 96». Alle 7.55 sopraggiunge un ricognitore che fornisce alle unità scorta antisommergibili (insieme, per poco tempo, a tre aerei da caccia) fino alle 10.45. Viene assunta formazione con Zeno, Da Noli e Corazziere in linea di fronte, seguiti da Mitragliere e Grecale anch’essi in linea di fronte, seguiti a loro volta dall’Ascari; viene ridotta ancora la velocità, fino a 14 nodi, ed alle 9.29 inizia la posa, su rotta 57°. Prima nave a posare le mine è lo Zeno, poi Da Noli, Mitragliere ed Ascari, mantenendo gli intervalli necessari per lo sfalsamento delle mine tra le file, poi Corazziere e Grecale. In tutto, otto mine esplodono prematuramente.
Zeno e Da Noli posano rispettivamente la prima e seconda fila di mine (da sinistra), entrambe lunghe 16 miglia e composte da 86 ordigni tipo EMF, regolati per una profondità di 15 metri e distanziati tra loro di 350 metri. Corazziere e Mitragliere posano la terza fila, Grecale ed Ascari la quarta, formate ambedue da 104 mine tipo Elia o P 200 e lunghe 13 miglia.
La posa viene ultimata alle 10.39. Durante l’operazione, una schiarita ha agevolato il riconoscimento dei punti cospicui della costa; terminata la posa, tuttavia, il tempo diventa fosco, la visibilità cala drasticamente e si verificano frequenti piovaschi.
Le navi rientrano a Trapani alle 16.40.
18 gennaio 1943
Calmatosi il tempo, e giunti in Sicilia altri cacciatorpediniere per concorrere alle missioni di trasporto truppe, alleggerendo la pressione su quelli presenti, si decide di procedere con la posa della spezzata «S 98».
20 gennaio 1943
Alle 3.30 Ascari, Corazziere, Da Noli, Pigafetta (avente a bordo l’ammiraglio Lorenzo Gasparri, comandante del Gruppo Cacciatorpediniere di Squadra) e Zeno, salpano da Trapani per effettuare la posa.
I cinque cacciatorpediniere si dirigono verso ovest, fino a superare il meridiano dello scoglio Keith, di modo da tenersi sempre (per quanto possibile) in acque profonde almeno 200 metri, e di avvicinarsi all’area di posa provenendo da ovest.
La torpediniera Cigno avrebbe l’incarico di posizionare un segnale sullo scoglio Keith e di portarsi tre miglia a sudest dello stesso per agevolare l’individuazione della zona di posa ai cacciatorpediniere, ma problemi alle caldaie la costringono a rientrare; il suo comandante ferma la corvetta Gabbiano, in zona per altra missione, e le ordina di rimpiazzarla. Ciò determina tuttavia alcuni disguidi, così che l’ammiraglio Gasparri decide di distaccare un cacciatorpediniere per sincerarsi che la Gabbiano sappia bene cosa dovrà fare. Alle 10.20 sopraggiungono tre MAS che assumono la scorta dei cacciatorpediniere; due si posizionano a dritta, uno a sinistra.
Infine, con un paio d’ore di ritardo, i cacciatorpediniere accostano ad un tempo sulla sinistra ed assumono la linea di fronte, su rotta di posa 224°, iniziando la posa alle 10.58. Da dritta a sinistra, le file parallele sono posate nell’ordine da Pigafetta, Da Noli, Zeno, Corazziere ed Ascari; la distanza tra le file è di 400 metri, eccetto che per quelle posate da Ascari e Corazziere, che distano solo 200 metri tra di loro. La lunghezza dello sbarramento è di 21.300 metri, il suo orientamento da nordest a sudovest.
Ascari e Corazziere ultimano la posa alle 11.27, precedendo di 20 minuti i tre “Navigatori”, dopo di che rimangono sulla loro sinistra eseguendo scorta e ricerca antisom.
Durante la posa viene avvertita una concussione subacquea, senza colonna d’acqua, e mezz’ora dopo la fine della posa si verifica l’esplosione prematura di quattro mine.
Inizia poi la navigazione di rientro, a 20 nodi di velocità. Alle 13.30 giungono quale scorta aerea tre caccia ed un ricognitore della Regia Aeronautica, che rimangono sul cielo delle navi per un’ora; durante questo periodo viene avvistata la torretta di un sommergibile, il quale tuttavia è lesto ad immergersi. Segnalato dagli aerei il Pigafetta, subisce la caccia da parte di Ascari e Corazziere, appositamente distaccati.
Alle 16.45 i cacciatorpediniere raggiungono Trapani.
Dopo il rientro, le navi iniziano ad imbarcare le mine per posare la spezzata successiva dello sbarramento «S 9», la «S 99». Ascari e Corazziere imbarcano 50 mine tipo Elia, mentre Da Noli, Pigafetta e Zeno caricano ciascuno 86 mine tedesche.
24 gennaio 1943
Ascari, Corazziere, Da Noli, Pigafetta (capitano di vascello Del Minio) e Zeno salpano da Trapani alle 3.30.
Alle 3.55, fuori dalle ostruzioni, le navi si dispongono in linea di fila, con Pigafetta in testa, seguito dal Da Noli, lo Zeno in terza posizione, il Corazziere dietro di lui e l’Ascari per ultimo. La velocità viene gradatamente incrementata fino a 20 nodi.
Alle 5.35, in franchia delle rotte di sicurezza, i cacciatorpediniere passano in una formazione su due colonne, con Pigafetta, Da Noli e Zeno a dritta, Corazziere ed Ascari a sinistra, coi capofila in linea di rilevamento.
Alle 7.39 viene avvistata la corvetta Artemide, in attesa presso lo scoglio Keith, svolgendo le stesse funzioni della Gabbiano durante la missione precedente; alle 7.50 un ricognitore italiano ed un aereo da combattimento tedesco assumono la scorta aerea delle navi.
Alle 7.52 i cacciatorpediniere accostano ad un tempo a sinistra e passano in linea di fronte su rotta opposta a quella di posa (verso sudovest), come ordinato. Alle 8.38 la velocità viene ridotta a 14 nodi, ed alle 8.52, superato di tre miglia il punto di inizio della posa, viene invertita la rotta ad un tempo sulla sinistra.
Alle 9.05 inizia la posa; comincia per primo il Da Noli, seguito dagli altri, con gli intervalli prestabiliti per lo sfalsamento. Da dritta verso sinistra, le file parallele sono posate da Zeno, Da Noli, Pigafetta, Corazziere ed Ascari; la distanza tra ogni fila è di 400 metri. La rotta di posa è di 50°, lo sbarramento è orientato da sudovest a nordest, le mine EMF (magnetiche) sono regolate per 15 metri di profondità (e distanziate tra loro di 150 metri), le EMC (ad urto) per tre metri.
Alle 9.25, dopo la posa delle prime 72 mine magnetiche (24 per ciascuno dei tre “Navigatori”), l’Ascari e gli altri cacciatorpediniere tranne il Pigafetta (che posa la linea centrale) accostano in dentro, riducendo l’intervallo tra le file a 200 metri.
Ascari e Corazziere ultimano la posa alle 9.32, passando poi a compiti di protezione e ricerca antisom sulla sinistra del gruppo; Da Noli, Pigafetta e Zeno ultimano la posa alle 9.50. In tutto si verificano tre esplosioni premature di mine. L’Ascari, avendo il fonoscandaglio in avaria, viene lasciato libero di tornare a Trapani.
29 gennaio 1943
In mattinata Ascari, Corazziere Da Noli, Pigafetta (caposquadriglia, capitano di vascello Del Minio) e Zeno iniziano a caricare a Trapani le mine per la posa della spezzata «S 910», ultima spezzata dello sbarramento «S 9» nonché ultimo campo minato posato da unità italiane a protezione della rotta per la Tunisia. Ascari e Corazziere imbarcano ciascuno 50 mine tipo P 200 ciascuno, i tre “Navigatori” 86 mine tedesche.
30 gennaio 1943
Alle 4.30 i cacciatorpediniere salpano da Trapani per eseguire la posa. Alle 5.17 hanno raggiunto i 20 nodi di velocità, ed alle 6.40, in franchia delle rotte di sicurezza, cominciano a zigzagare a 22 nodi. Alle 6.58 due aerei da caccia della Regia Aeronautica sorvolano la formazione, per poi andarsene dopo qualche minuto; alle 7.15 sopraggiungono due bombardieri tedeschi Junkers Ju 88 ed un idrovolante italiano CANT Z. 506, che assumono la scorta aerea dei cacciatorpediniere. Alle 7.30, quando quattro MAS assumono la scorta antisommergibili dei cacciatorpediniere, soltanto il CANT Z. 506 è sul cielo delle navi.
Alle 8.25 le unità smettono di zigzagare e riducono la velocità a 20 nodi, ed alle 8.42 accostano per contromarcia e riducono la velocità a 18 nodi, preparandosi alla posa. Alle 8.50 viene eseguita un’accostata ad un tempo di 90° sulla dritta, viene assunta la rotta di posa (58°) e la velocità diventa di 14 nodi.
La posa ha inizio alle 9.07; le file parallele sono posate nell’ordine, da sinistra a dritta, da Da Noli, Zeno, Pigafetta, Ascari e Corazziere. I “Navigatori” posano le prime 49 mine (prima tratta, sole EMC senza antenna, lunghezza 4 miglia) lasciando un intervallo di 150 metri tra l’una e l’altra, poi altre 14 mine (seconda tratta, EMC con antenna, lunghezza due miglia) con intervalli di 250 metri, e le restanti (terza tratta, mine magnetiche EMF, lunghezza 4,5 miglia) con intervalli di 350 metri. La profondità è di 15 metri per le EMF, tre metri per le altre. Dopo la posa della cinquantottesima mina (per i Navigatori), Da Noli e Zeno accostano in fuori verso sinistra e, con manovra opposta rispetto a quella eseguita nella posa della «S 99», si distanziano tra di loro e dal Pigafetta in modo da raddoppiare l’intervallo tra le file di mine. Al contempo, sul lato opposto, Ascari e Corazziere fanno lo stesso.
Lo sbarramento ha orientamento quasi identico alla spezzata «S 99», ma forma rovesciata (ristretto all’inizio, più largo alla fine).
Le ultime unità terminano la posa alle 9.52, e cinque minuti dopo accostano ad un tempo di 90° a dritta ed iniziano la navigazione di rientro, alla velocità di 20 nodi.
Alle 10.15 Ascari e Corazziere si posizionano 5 km a poppavia dei “Navigatori”, e tutte le navi iniziano a zigzagare a 22 nodi.
A mezzogiorno viene data libertà di manovra ai MAS, e dopo qualche minuto anche all’Ascari, che deve raggiungere Messina.
Gennaio-Marzo 1943

L’Ascari effettua diverse missioni di trasporto truppe e munizioni verso la Tunisia.


L’Ascari ed il gemello Lanciere a Reggio Calabria (g.c. STORIA Militare)

L'affondamento

All’alba del 24 marzo 1943 l’Ascari, partito da Palermo nella notte con 286 militari tedeschi a bordo ed al comando del capitano di fregata Mario Gerini (che era alla sua prima missione di questo tipo), si aggregò ad un gruppo di altri tre cacciatorpediniere, Camicia Nera, Leone Pancaldo e Lanzerotto Malocello, partiti la sera precedente da Pozzuoli e Gaeta ed anch’essi carichi di truppe tedesche. Le quattro unità erano in missione di trasporto veloce di truppe in Tunisia, dove la guerra stava ormai volgendo al peggio per le truppe dell’Asse. La formazione, della quale assunse il comando il comandante Gerini, sarebbe dovuta transitare tra i campi minati difensivi italiani X 2 e S 73 con rotta 101°, puntando su Zembretta, un’isola del golfo di Tunisi, per poi raggiungere Tunisi, la sua meta. Le navi procedevano a zig zag, che interruppero momentaneamente alle 6.44 del 24 marzo per accostare con rotta 201°. Alle 7.05 fu avvistato un gruppo di navi a sinistra, sul rilevamento 160°, a 12 km, e venti minuti più tardi un altro gruppo, sempre a sinistra e su rilevamento 160° ma a 15 km; in breve, tuttavia, apparve evidente che entrambe le formazioni erano convogli di ritorno dalla Tunisia. I quattro cacciatorpediniere procedevano a zig zag a 27 nodi.

Alle 7.28 il Malocello urtò una mina dritta – ma in quel momento si pensò che la nave fosse stata colpita da un siluro – e rimase immobilizzato e sbandato, circa 28 miglia a nord di Capo Bon, segnalando “siluro a dritta”: gli altri cacciatorpediniere accostarono quindi a sinistra. Seguì un momento di indecisione: i comandanti delle varie unità, essendo partiti da porti diversi (Ascari da Palermo, Malocello e Pancaldo da Pozzuoli, Camicia Nera da Gaeta), non avevano avuto modo di discutere in precedenza sul da farsi, ed alcuni comandanti non sapevano chi fosse al comando del Malocello e del Pancaldo. Poco dopo, tuttavia, il comandante Gerini ordinò a Pancaldo e Camicia Nera di proseguire per Tunisi (dove entrambe le unità arrivarono indenni), mentre lui con l’Ascari sarebbe rimasto ad assistere il Malocello. Nonostante il mare non fosse calmo (forza 3-4 con forte vento di Scirocco da sudest), l’Ascari riuscì ad affiancare il Malocello sulla sinistra, per trasbordarne il personale non necessario, ma poco dopo l’apparato TAG dell’Ascari, uno strumento di fabbricazione tedesca (da poco imbarcato) per la rilevazione dei siluri, segnalò “siluro a sinistra” (probabilmente un falso allarme causato dal mare mosso), quindi l’Ascari, su ordine del comandante Gerini, dovette tagliare i cavi, mettere le macchine avanti tutta ed effettuare un ampio giro sulla sinistra, con il lancio di otto cariche di profondità.

La nave stava accostando per affiancarsi di nuovo al Malocello, quando una violenta esplosione asportò l’intera prua dell’Ascari fino all’altezza del paraonde: l’unità aveva urtato a sua volta una mina. Alcuni uomini dell’Ascari, tra i serventi del complesso binato prodiero da 120 mm (andato distrutto nell’esplosione, che aveva asportato la prua più o meno sino all’altezza del complesso), finirono in acqua, altri rimasero uccisi. Una nave di moderna e robusta costruzione come tutti i caccia della classe Soldati, l’Ascari resse bene al danno e registrò solo un leggero appruamento, tanto che non solo rimase in grado di muovere, ma, quando alle 8.30 il Malocello si spezzò in due ed affondò, mise a mare la sua unica imbarcazione (che rimase danneggiata durante la sua messa a mare) per soccorrerne i superstiti e provvide al salvataggio di quanti più uomini possibile: per cinque ore sia l’Ascari che la sua motolancia furono impegnati nel salvataggio dei naufraghi del Malocello, dispersi dalle onde per un chilometro. Durante questo lasso di tempo l’Ascari, grazie ad abili manovre ed all’impegno dell’equipaggio della motolancia, riuscì a trarre in salvo la maggior parte dell’equipaggio e delle truppe imbarcate sul Malocello. A bordo, nel frattempo, l’equipaggio lavorava per puntellare le paratie, che avevano retto all’esplosione, e per liberare i militari tedeschi intrappolati nelle lamiere della prua. Furono fatte delle prove per verificare il funzionamento delle macchine, mentre gli uomini sottocoperta intonavano canti patriottici per tenere alto il morale; le provviste rimaste – una parte erano andate perdute – vennero date ai feriti. Venne determinata la posizione della nave per capire dove si trovava rispetto ai campi minati (un’operazione inutile, trattandosi di un campo minato da poco posato e mai rilevato prima, ma di questo gli ufficiali dell’Ascari non erano a conoscenza). La motolancia tornò all’Ascari a mezzogiorno, per poi ripartire; frattanto si cercò di raddrizzare una lamiera che era divenuta un ostacolo per la navigazione, senza successo. Vennero avvistati anche un MAS, a cui fu chiesto di salvare altri superstiti, e due idrovolanti, che non poterono ammarare a causa del mare mosso ed in peggioramento. Un aereo, forse scambiando un’increspatura per la scia lasciata da un periscopio o da un siluro, effettuò dei segnali luminosi (stella bianca e poi stella verde) che da bordo della nave vennero ritenuti indicare la presenza di un sommergibile (in realtà non ve ne erano in zona) e la scia di un siluro.


L’Ascari, privo della prua, fotografato alle 12.50 del 24 marzo 1943 mentre manovra a marcia indietro per raggiungere una zattera con superstiti del Malocello. Dieci minuti più tardi la nave urterà una seconda mina (g.c. STORIA Militare)

Intorno alle 13, mentre l’Ascari – già sovraccarico di truppe e naufraghi – manovrava a marcia indietro, a bassa velocità, per raggiungere alcune zattere cariche di naufraghi, urtò un’altra mina che questa volta asportò l’intera poppa, sino all’altezza del quadrato ufficiali. A sorprendente conferma della robustezza di queste navi, e dell’impegno e preparazione dell’equipaggio, l’Ascari rimase a galla, tanto che il comandante Gerini ed i suoi ufficiali ritennero che non ci fosse neanche un immediato pericolo di affondamento, ma ormai il cacciatorpediniere, privo di eliche e timoni, non era niente più che un relitto alla deriva, in balia del vento che lo avrebbe portato verso qualche altra mina dello sbarramento. Le macchine vennero fermate, tutto il personale venne fatto salire in coperta, ed il comandante Gerini incitò l’equipaggio a resistere, dicendo “Rifaremo la prora, rifaremo la poppa e ci vendicheremo!”. Degli aerei gettarono degli zatterini, che vennero però allontanati dal vento.

Una foto scattata alle 13.15 del 24 marzo da un aereo della 144a Squadriglia da Ricognizione Marittima, decollato da Marsala-Tagnone, all’Ascari, privo ora anche della poppa. Cinque minuti dopo lo scatto di questa foto, il cacciatorpediniere avrebbe urtato una terza mina e sarebbe affondato (g.c. STORIA Militare)


Alle 13.20, infine, l’Ascari urtò una terza mina in corrispondenza della plancia: fu dato l’ordine di buttarsi in mare con ordine, la nave affondò immediatamente, spezzandosi in due, 25 miglia a nord di Zambretta (altra fonte indica le 13.12 come ora dell’affondamento). I sopravvissuti dei due cacciatorpediniere rimasero in acqua per ore, in un mare forza 4-5 e cosparso dalla nafta fuoriuscita dai depositi delle navi affondate, che ostacolava il movimento, la vista e la respirazione. Una cinquantina di sopravvissuti si accalcò su uno zatterino, altri tutt’intorno aggrappati, molti naufraghi si aggrapparono ad altri trascinandosi sott’acqua a vicenda; ufficiali e marinai delle due navi, esausti dopo ore di sforzi per salvare i naufraghi e la nave, non avevano più molte energie per resistere, ed i soldati tedeschi, molti in preda al panico, annegarono a centinaia, non sapendo nuotare. L’invio di mezzi di soccorso da Tunisi, da Biserta e dalla Sicilia venne ostacolato dalle condizioni meteomarine, in continuo peggioramento. Soltanto dopo quattro ore i pochi sopravvissuti vennero infine tratti in salvo da due MAS provenienti da Biserta e da altri due venuti da Pantelleria: solo unità con così scarso pescaggio potevano attraversare impunemente i campi minati per soccorrere i naufraghi delle navi affondate sulle mine.

Un’altra immagine dell’Ascari, mutilato della prua e della poppa e gremito di uomini, poco prima di urtare la terza mina. (Immagine scattata da un velivolo italiano non in grado di dare aiuto e proveniente dal libro “La battaglia dei convogli: Mediterraneo 1940-1943” di Riccardo Nassigh, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, 1994).



Dell’Ascari vennero tratti in salvo solo 59 uomini: 53 dei 247 membri dell'equipaggio, e solo 6 dei 286 militari tedeschi. Il comandante Gerini non era tra loro.
194 ufficiali, sottufficiali e marinai dell’Ascari erano scomparsi in mare, insieme a 280 dei militari tedeschi che il cacciatorpediniere aveva a bordo: in tutto 474 tra morti e dispersi, su 533 uomini presenti a bordo del cacciatorpediniere.
In totale gli scomparsi in mare, in quello che fu probabilmente il peggior disastro della guerra di mine, furono 994 tra membri degli equipaggi di Ascari e Malocello e soldati tedeschi imbarcati sulle due unità, con solo 135 o 139 sopravvissuti. Alcune vittime dell’Ascari vennero sepolte in cimiteri della Sicilia.

I caduti tra l’equipaggio dell’Ascari:

Oscar Acquarone, guardiamarina, deceduto
Giuseppe Aiello, sottocapo cannoniere, disperso
Gabriele Allais, sergente S. D. T., disperso
Bartolomeo Alvino, sergente silurista, disperso
Amilcare Ambrosini, marinaio cannoniere, deceduto
Angelo Arrigoni, marinaio cannoniere, disperso
Mario Augliera, marinaio cannoniere, disperso
Rocco Aversa, secondo capo meccanico, deceduto
Giuseppe Baldi, marinaio cannoniere, disperso
Pietro Baldi, marinaio cannoniere, disperso
Carlo Balzarini, marinaio fuochista, disperso
Marino Balzarini, marinaio fuochista, deceduto
Bruno Barbuti, secondo capo meccanico, disperso
Pasquale Barone, capo silurista di seconda classe, disperso
Emo Bartoli, marinaio radiotelegrafista, disperso
Ilio Bertellotti, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Moreno José Bertolotti, marinaio fuochista, disperso
Clemente Bignamini, marinaio cannoniere, disperso
Alessio Biondi, sottocapo cannoniere, disperso
Giuseppe Biosa, marinaio carpentiere, disperso
Pietro Bordoni, sottocapo cannoniere, disperso
Silvio Bottero, guardiamarina, disperso
Luigi Braccini, marinaio fuochista, disperso
Francesco Brachi, tenente di vascello, disperso
Carlo Brambilla, marinaio cannoniere, disperso
Enrico Busacco, marinaio cannoniere, disperso
Michele Cadetto, marinaio cannoniere, disperso
Aldo Calozzi, marinaio cannoniere, deceduto
Renato Camillucci, secondo capo S. D. T., deceduto
Giuseppe Campo, marinaio, disperso
Mario Capuzzo, marinaio cannoniere, disperso
Raffaele Cara, marinaio cannoniere, deceduto
Nazario Sauro Cardarelli, sergente cannoniere, deceduto
Dino Caregaro, marinaio meccanico, disperso
Enzo Casacci, marinaio fuochista, deceduto
Antonio Casella, marinaio, deceduto
Giuseppe Cavallaro, marinaio nocchiere, disperso
Alessandro Cavasin, marinaio elettricista, disperso
Corrado Ceppi, marinaio, deceduto
Felice Chiapetto, capo furiere di terza classe, deceduto
Domenico Chilelli, marinaio, disperso
Giorgio Chimenti, tenente di vascello, deceduto
Severino Coassin, sergente cannoniere, deceduto
Mario Colaneri, sottocapo furiere, disperso
Francesco Colmani, marinaio fuochista, disperso
Nicola Colonna, marinaio segnalatore, disperso
Angelo Concina, sottocapo cannoniere, deceduto
Michele Coppola, marinaio, disperso
Ugo Cordara, sottocapo furiere, deceduto
Giovanni Correnti, marinaio, disperso
Ermanno Corsini, sottocapo meccanico, disperso
Ciro Cubelli, marinaio motorista, disperso
Carmelo Cutri, marinaio, disperso
Giuseppe D’Urso, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Dasconi, marinaio fuochista, disperso
Pietro De Francesco, marinaio elettricista, deceduto
Onelio De Paoli, marinaio fuochista, disperso
Saturnino De Salvi, marinaio fuochista, deceduto
Pasquale De Vita, marinaio elettricista, disperso
Marsale Degl’Innocenti, secondo capo S. D. T., disperso
Livio Del Zotto, marinaio torpediniere, disperso
Damiano Deledda, capo meccanico di prima classe, deceduto
Valerio Dell’Orco, sottocapo segnalatore, disperso
Pantaleo Di Gioia, marinaio, deceduto
Nunzio Di Lauro, marinaio cannoniere, disperso
Domenico Di Maio, marinaio, disperso
Vincenzo Di Mauro, secondo capo cannoniere, deceduto
Giannino Diotalevi, marinaio fuochista, disperso
Roberto Dogliotti, sergente S. D. T., disperso
Niceta Durante, marinaio fuochista, disperso
Raimondo Emmaus, marinaio nocchiere, disperso
Rino Fabiani, marinaio cannoniere, deceduto
Antonio Fabrizio, sottocapo cannoniere, disperso
Bruno Faggiani, marinaio cannoniere, disperso
Danilo Fanti, marinaio torpediniere, deceduto
Nicola Fasano, marinaio fuochista, disperso
Fedro Fedi, sottocapo meccanico, disperso
Alessandro Fernaroli, marinaio cannoniere, deceduto
Adriano Ferrari, sottotenente del Genio Navale, disperso
Pietro Ferrero, secondo capo meccanico, disperso
Alessandro Foglieni, marinaio fuochista, disperso
Vincenzo Fois, sergente cannoniere, disperso
Leo Foletti, marinaio fuochista, deceduto
Antonio Foti, marinaio, disperso
Benito Franchino, marinaio motorista, deceduto
Giuseppe Frasca, marinaio cannoniere, disperso
Sole Freddi, marinaio fuochista, disperso
Amelio Freddo, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Ignazio Frigau, sergente cannoniere, disperso
Gino Frollo, secondo capo mecanico, disperso
Dino Fusai, marinaio, disperso
Federico Galli, sottotenente medico, deceduto
Matteo Gaudio, marinaio, disperso
Mario Gerini, capitano di fregata (comandante), deceduto
Ultimo Granata, marinaio cannoniere, disperso
Arturo Guidi, marinaio nocchiere, disperso
Vito Guidobaldi, sottocapo silurista, deceduto
Pietro Hasele, marinaio segnalatore, disperso
Giuseppe Iacobbe, marinaio radiotelegrafista, disperso
Pasquale Iunko, marinaio fuochista, deceduto
Antonio La Candia, marinaio, disperso
Vincenzo La Notte, maggiore del Genio Navale, deceduto
Carmelo La Spina, marinaio fuochista, deceduto
Sebastiano Leonardi, marinaio fuochista, disperso
Angelo Leone, marinaio silurista, disperso
Vitale Lillo, sottocapo furiere, disperso
Giuseppe Longo, sottocapo cannoniere, deceduto
Michele Longobardi, marinaio cannoniere, disperso
Michele Lovera, marinaio, deceduto
Domenico Maiola, marinaio fuochista, disperso
Osvaldo Manetti, sottocapo cannoniere, disperso
Angelo Mangione, secondo capo nocchiere, disperso
Davide Manzari, sottocapo meccanico, disperso
Rolando Manzotti, marinaio, disperso
Alipio Marcantognini, marinaio S. D. T., disperso
Felice Marchionni, sottotenente del Genio Navale, deceduto
Nello Marchisio, marinaio cannoniere, disperso
Gennaro Marigliano, marinaio, deceduto
Antonio Melandri, capo meccanico di seconda classe, deceduto
Aldo Minetto, sottocapo meccanico, disperso
Lorenzo Mocci, marinaio radiotelegrafista, disperso
Francesco Moccia, marinaio furiere, deceduto
Pasquale Molle, marinaio fuochista, disperso
Enrico Morello, marinaio cannoniere, disperso
Pietro Moscato, sottocapo meccanico, deceduto
Carlo Navetta, sottocapo fuochista, disperso
Annunziato Papa, marinaio, deceduto
Antonio Parisi, marinaio cannoniere, disperso
Vito Pellegrini, sottocapo infermiere, deceduto
Antonio Pellerano, marinaio, disperso
Giacinto Pelletti, marinaio nocchiere, disperso
Silverio Pennoni, marinaio fuochista, deceduto
Gaetano Pertusio, sottocapo cannoniere, deceduto
Giovanni Piazza, sergente radiotelegrafista, disperso
Salvatore Pitino, marinaio, disperso
Renato Pizzigo, marinaio fuochista, disperso
Otello Porcile, marinaio fuochista, deceduto
Adriano Porcu, sottocapo cannoniere, disperso
Francesco Previti, capo meccanico di seconda classe, deceduto
Antenore Prevogna, marinaio cannoniere, deceduto
Angelo Quaini, marinaio fuochista, disperso
Mario Ricceri, marinaio cannoniere, disperso
Vittorio Ricchiardi, secondo capo cannoniere, disperso
Delo Ridolfi, marinaio, disperso
Salvatore Rizzo, sergente segnalatore, disperso
Mario Rocco, marinaio cannoniere, disperso
Pasquale Salvi, capo meccanico di seconda classe, deceduto
Antonio Santomauro, marinaio cannoniere, disperso
Raffaele Santoro, sottocapo cannoniere, deceduto
Fedele Schifano, sottocapo nocchiere, disperso
Giovanni Schifano, marinaio fuochista, disperso
Salvatore Sciotti, sottocapo cannoniere, disperso
Virgilio Semplici, secondo capo furiere, disperso
Carlo Serdoz, sottocapo torpediniere, disperso
Giuseppe Seveso, marinaio cannoniere, deceduto
Vincenzo Silvestro, marinaio, disperso
Plinio Sollai, capo radiotelegrafista di prima classe, deceduto
Virgilio Sparisi, capo segnalatore di terza classe, disperso
Giacomo Spasaro, sergente cannoniere, deceduto
Dante Stocchi, sottocapo cannoniere, disperso
Giovanni Stoppini, marinaio cannoniere, deceduto
Gildo Stridacchio, marinaio S. D. T., disperso
Cherubino Tiozzo, marinaio nocchiere, disperso
Carlo Toffoli, marinaio fuochista, disperso
Salvatore Tomagra, marinaio, disperso
Giorgio Tricarico, marinaio cannoniere, disperso
Pietro Paolo Trinchero, secondo capo cannoniere, disperso
Antonio Tronchin, marinaio fuochista, disperso
Vittorio Valdo, marinaio cannoniere, deceduto
Vladimiro Valencich, marinaio cannoniere, deceduto
Giuseppe Valore, marinaio motorista, disperso
Felice Varini, guardiamarina, deceduto
Velino Vecchi, marinaio cannoniere, deceduto
Marcello Velicogna, sottocapo meccanico, disperso
Franco Vellani, marinaio cannoniere, disperso
Luciano Viducci, sottocapo cannoniere, disperso
Carlo Vignali, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Carmine Villani, marinaio, disperso
Ferruccio Zaccaria, marinaio nocchiere, disperso
Guido Zanardi, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Zancanaro, marinaio fuochista, disperso
Nicolò Zuliani, marinaio motorista, disperso


La commissione d’inchiesta istituita sul disastro, presieduta dall’ammiraglio di divisione Accorretti, terminò il suo lavoro il 21 maggio 1943 ipotizzando che in conseguenza delle circa 30 tonnellate in più rappresentate dalle truppe imbarcate, del vento e del mare mosso da est-scirocco i cacciatorpediniere, avendo navigato a zig zag per tutta la notte, fossero scarrocciati di alcune miglia verso ovest (verso destra rispetto alla rotta) e fossero finiti sullo stesso campo minato su cui già erano affondati il 7 marzo la torpediniera Ciclone ed il piroscafo francese Henry Estier, uno sbarramento di 160 mine ad urto posato dal posamine britannico Abdiel il 5 marzo 1943 (indicato come n. 11) e che non si era potuto dragare per carenza di dragamine d’altura. In epoca successiva, in base alle nuove informazioni pervenute, si ritenne invece altrettanto probabile (se non di più) che Ascari e Malocello fossero affondati su un altro campo minato (indicato come n. 12), anch’esso di 160 mine ad urto, che l’Abdiel aveva posato nella notte tra il 7 e l’8 marzo 1943 (all’indomani dell’affondamento della Ciclone e dell’Estier), otto miglia più a nord di quello su cui erano affondate Ciclone ed Estier.

La perdita dell’Ascari e del Malocello fu l’ultima, e la più grave, di una lunga serie di navi affondate su mine sulle rotte per la Tunisia a partire dal gennaio del 1943.

Un’altra foto dell’Ascari a La Spezia nel dicembre 1941 (collezione Erminio Bagnasco – via Maurizio Brescia)

La guerra delle mine, su Trentoincina

2 commenti:

  1. mio zio Cadetto Michele cannoniere comune di prima classe di soli 17 anni risulta disperso nell'affondamento dell'ascari.vorrei chiedere il significato dei segnali luminosi sella bianca seguita da una stella verde lanciato da un aereo di soccorso all'Ascari interpretato come sottomarino e scia di siluro.

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    1. Purtroppo non sono esperto nel significato dei segnali. Dato che molto spesso, nel caso di unità perse o danneggiate su mine, al momento si pensava ad attacco di sommergibili, posso solo supporre che l'equipaggio dell'aereo, magari influenzato da quanto accaduto all'Ascari, avesse scambiato una particolare increspatura del mare mosso per la scia lasciata da un periscopio/siluro di un sommergibile, ed avesse pertanto segnalato all'Ascari il pericolo.

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