domenica 10 novembre 2013

Argo




L’Argo in navigazione (g.c. Marcello Risolo). Durante oltre tre anni di guerra questo sommergibile effettuò 6 missioni in Atlantico e 31 in Mediterraneo, percorrendo 31.524 miglia in superficie e 2550 in immersione e passando 245 giorni in mare.
La sera del 22 novembre 1940 il sommergibile Argo (un’unità di media crociera capoclasse di una classe di due unità, del dislocamento di 794 t in superficie e 1018 in immersione, costruito nei CRDA di Monfalcone tra il 15.10.1931 ed il 31.8.1937), una delle unità operanti in Oceano Atlantico alle dipendenze della base di Betasom (nella città francese di Bordeaux), salpò da Bordeaux al comando del capitano di corvetta Alberto Crepas, per una missione offensiva ad ovest dell’Irlanda (la seconda missione in Atlantico, per questa unità) nell’ambito del “Gruppo Giuliani”, cui appartenevano anche i sommergibili Reginaldo Giuliani, Capitano Tarantini e Luigi Torelli: le quattro unità avrebbero dovuto pattugliare l’area compresa tra i meridiani 15° O e 20° O ed i paralleli 57°20’ N e 53°20’ N. Dopo sei giorni di navigazione l’Argo arrivò nell’area assegnatagli, ed alle 4.49 del 1° dicembre avvistò un’unità che, inizialmente temuta essere un altro sommergibile italiano (per questo, allo scopo di evitare incidenti, fu inviato il segnale di riconoscimento), si rivelò poi essere, una volta ridotte le distanze, un cacciatorpediniere: il sommergibile lanciò un primo siluro, che andò a segno, dopo di che ne fu lanciato un altro e la nave nemica scomparve, si ritenne affondata (per altra versione i due siluri vennero lanciati insieme, ed uno andò a segno, anche se a bordo del sommergibile si ebbe la percezione che entrambi avessero raggiunto il bersaglio); gli uomini dell’Argo recuperarono dal mare dei documenti che rivelavano che la nave attaccata era il cacciatorpediniere canadese Saguenay. In realtà il Saguenay, una delle unità di scorta al convoglio HG 47, fu immobilizzato, ebbe la prua asportata e 21 vittime tra l’equipaggio ma non affondò, e, nonostante i gravissimi danni, poté essere rimorchiato a Barrow-in-Furness, dove arrivò il 5 dicembre e rimase poi in riparazione sino al maggio 1941. Nella notte tra l’1 ed il 2 dicembre l’Argo fu informato di un convoglio di 8-10 navi, quindi diresse per nordest alla massima velocità (solo otto nodi, a causa del mare mosso); nelle prime ore del 2 vennero avvistati bengala e sentite esplosioni di siluri (si trattava infatti del convoglio HX 90, sotto attacco da parte dei sommergibili tedeschi U 47, U 99 ed U 101), ed alle 8.25 venne avvistata una piccola unità impegnata nel salvataggio di naufraghi. Dopo aver lanciato il segnale di scoperta, l’Argo lanciò un siluro che, difettoso, deviò subito dalla rotta e spuntò sopra la superficie del mare rivelando la sua presenza: la conseguenza furono cinque ore di caccia antisommergibile, con il lancio di 96 cariche di profondità alcune delle quali scoppiarono vicino al sommergibile, ma causarono solo danni leggeri. Superato l’attacco, l’Argo proseguì nella missione ed alle 12.55 del 4 dicembre venne individuato da un idrovolante Short Sunderland, ma, grazie al forte vento che impedì al Sunderland di attaccare sollecitamente, ebbe modo di sfuggire immergendosi rapidamente (per altra versione l’Argo rimase in superficie e rispose al fuoco, e l’aereo, dopo due attacchi, si allontanò, forse danneggiato). Nelle prime ore del 5 dicembre l’Argo affondò con un siluro la motonave britannica Silverpine (5066 tsl), un’unità dispersa dal convoglio OB 252 partito da Liverpool, in posizione 14° N e 18°08’ O. 36 dei 55 uomini dell’equipaggio perirono con la nave. Dopo averla affondata, di nuovo l’Argo fu oggetto di oltre quattro ore di caccia antisommergibile, durante le quali furono gettate 24 bombe di profondità, che tuttavia arrecarono solo danni lievi.



Il varo dell’Argo nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone, il 4 novembre 1936 (g.c. Giorgio Parodi).

Il 6 dicembre il tempo peggiorò ulteriormente: gli uomini di guardia in coperta – che per non essere trascinati in mare dalle onde dovevano legarsi – erano continuamente travolte da onde enormi, più alte del sommergibile, e l’acqua si riversava anche all’interno del sommergibile attraverso il portello della torretta, causando vari danni, specie agli impianti elettrici (sino a causare un cortocircuito che fece venire a mancare la luce) ed alle strumentazioni poste vicino al portello, nonché alla radio, che divenne completamente inservibile. In conseguenza dei danni, il comandante Crepas decise per il rientro a Bordeaux. Il sommergibile cercò di navigare in immersione più a lungo possibile, emergendo solo per ricaricare le batterie e cambiare l’aria, perché in superficie il beccheggio ed il rollio erano violentissimi; occorreva eliminare l’acqua che entrava in camera di manovra dal portello della torretta con catene di buglioli.

Proprio l’ultimo giorno di navigazione, nel pomeriggio dell’11 dicembre (per altra versione del 15) la fino ad allora vittoriosa missione venne funestata da una sciagura. Intorno alle quattro del pomeriggio, mentre l’unità era in navigazione nel golfo di Guascogna, il comandante in seconda dell’Argo, il tenente di vascello Alessandro De Santis, durante il cambio di guardia in torretta, essendosi slegato, venne trascinato in mare da un’ondata (il maltempo aveva ormai dato luogo ad una vera e propria tempesta). Subito il sommergibile mise le macchine indietro tutta; nonostante il tempo avverso, il comandante Crepas riuscì a portare l’Argo ad una ventina di metri dal tenente di vascello De Santis, mentre da bordo salvagenti, sacchetti, cime ed altri oggetti che potevano galleggiare venivano lanciati verso di lui. De Santis si liberò del pesante cappotto di pelle, degli stivali e di quanto era d’intralcio per nuotare, mentre il comandante Crepas faceva manovrare l’Argo per avvicinarsi il più possibile; il capo cannoniere ventitreenne Lorenzo Ciappetti, legato precariamente con una cima, si tuffò volontariamente in mare per salvarlo. Con bracciate forti e veloci Ciappetti giunse a pochi metri da De Santis, ma proprio allora i due vennero travolti dall’ennesima onda e poco dopo De Santis, dopo aver alzato il braccio in un ultimo saluto, scomparve sotto le onde. Ciappetti, sfinito per aver nuotato nell’acqua gelida, dovette tornare a bordo.

L’Argo non poté che riprendere la mesta navigazione di ritorno, arrivando a Le Verdon, punto d’atterraggio per l’approdo a Bordeaux, il 12 dicembre. La bandiera, che sarebbe dovuta essere vittoriosa, era a mezz’asta. Alla base, ai complimenti per i successi contro il Silverpine ed il Saguenay si unirono le condoglianze per la tragica morte di De Santis. All’indomani dell’arrivo venne tenuta a bordo una messa in suffragio di De Santis. Seguì un periodo di lavori di manutenzione.

Così Aldo Cocchia, allora capo di Stato Maggiore della base di Betasom con il grado di capitano di fregata, ricordò la tragica morte di De Santis nel suo libro di memorie Convogli: “[L’Argo] Ha la fortuna di “incocciare” ancora un piroscafo che viene regolarmente affondato di notte con attacco in superficie [il Silverpine]. Chi fa il colpo è anzi l’ufficiale in seconda tenente di vascello De Santis, di servizio in plancia mentre il comandante riposa. (…) È proprio l’ultimo giorno di navigazione che sul battello si abbatte un grave lutto. Un colpo di mare trascina fuoribordo il bravo e benvoluto De Santis e lo travolge tra le sue onde. L’Argo si ferma nella zona, ricerca per ore ed ore il suo ufficiale, ma ogni ricerca è vana, perché il mare in tempesta difficilmente restituisce le sue vittime. Quasi geloso di questi uomini che ne violano in tutti i modi i segreti e che ne signoreggiano le onde e i flutti, quando riesce a ghermirne qualcuno, lo conserva selvaggiamente per sé. Soltanto dopo 24 ore l’Argo abbandona le ricerche e raggiunge Betasom.”

 La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare conferita sul campo alla memoria del Tenente di Vascello Alessandro De Santis, nato a San Bartolomeo in Galdo (Benevento) il 18 marzo 1913:

"Ufficiale in 2^ di sommergibile che nel corso di una lunga missione di guerra in Atlantico silurava un cacciatorpediniere e affondava un piroscafo di grosso tonnellaggio,coadiuvava con decisione e con sereno ardimento il suo comandante, contribuendo validamente al successo della missione. Durante la navigazione di ritorno scompariva in mare travolto da una ondata che lo strappava dal proprio posto di guardia in plancia".

(Oceano Atlantico,novembre-dicembre 1940).



Cagliari, 24 ottobre 1941: l’Argo rientra in Italia dopo un anno passato in Atlantico (g.c. STORIA Militare)

A quanto risulta, questo fu l’unico caso di incidente mortale verificatosi sull’Argo durante la guerra. Il sommergibile ebbe altre disavventure, ma non vi furono mai perdite umane tra l’equipaggio. Il 7 marzo 1941 venne attaccato da un idrovolante Short Sunderland, che respinse con le mitragliere, riuscendo ad immergersi; il 30 maggio venne attaccato da un’unità sottile al largo di Capo San Vincenzo, l’8 giugno fu gravemente danneggiato da una caccia con bombe di profondità da parte di cacciasommergibili al largo di Lisbona. Rientrato in Mediterraneo nell’ottobre 1941 (durante il passaggio nel golfo di Guascogna, il 13 ottobre, venne attaccato da un aereo XP4Y “Corregidor” che sganciò quattro bombe, mancandolo), il sommergibile fu oggetto di ben tre attacchi aerei a fine maggio 1942, riportando gravi danni: dapprima, il 27 maggio, fu mitragliato e bersagliato con quattro bombe da un aereo al largo di Capo Caxime, respingendo il velivolo con le mitragliere ma riportando danni, ancorché non gravi, tali da costringerlo al rientro, poi, il 28, durante la navigazione di ritorno, fu attaccato da un gruppo di idrovolanti Sunderland, riuscendo ad abbatterne uno ed a costringere gli altri alla ritirata ma venendo gravemente danneggiato (riportò una falla, ed una bomba rimase incastrata ed inesplosa nello scafo, rischiando di scoppiare da un momento all’altro), ed il 30 fu attaccato ancora una volta con bombe da un Lockheed Hudson, che tuttavia respinse e danneggiò con le mitragliere, dopo di che, finalmente, raggiunse Cagliari. Dopo le necessarie riparazioni, l’Argo tornò in servizio, ma era appena ripartito che il 13 settembre 1942, al largo di Capo Carbon, fu attaccato da un Sunderland, ma questa volta eluse l’attacco immergendosi. Il 7 gennaio 1943 fu lievemente danneggiato da un contrattacco con bombe di profondità dopo aver lanciato infruttuosamente quattro siluri contro un incrociatore, nella rada di Bougie (Algeria). Nonostante tutti questi attacchi (cui si aggiunsero varie cacce con bombe di profondità, che non causarono nessun danno, a seguito di infruttuosi attacchi contro naviglio nemico), non un uomo dell’equipaggio perse la vita. L’Argo ebbe anche momenti più felici: l’11 novembre 1942 penetrò infatti nella baia di Bougie dove silurò ed affondò la nave antiaerei HMS Tynwald (2376 tsl) e diede il colpo di grazia al grosso trasporto truppe Awatea (una motonave da 13.482 tsl), quest’ultimo già incendiato da un attacco aereo tedesco (ragion per cui, a differenza della Tynwald, l’Awatea spesso non viene considerata come affondata dall’Argo).

Il 23 luglio 1943 l’Argo, al comando del tenente di vascello Arcangelo Giliberti, partì da Taranto diretto nelle acque della Sicilia (dove aveva già svolto la sua precedente missione), inviato, come tanti altri sommergibili, a contrastare lo sbarco angloamericano: il sommergibile, tuttavia, subì gravi avarie e dovette dapprima rientrare in porto e poi, in agosto, raggiungere Monfalcone, per essere sottoposto a lavori presso i cantieri della città giuliana. Non ne sarebbe mai più ripartito: l’8 settembre 1943, all’annuncio dell’armistizio, i lavori erano quasi terminati, ma entro il 10 settembre le forze tedesche occuparono anche Monfalcone, e l’Argo, per evitare la cattura, su disposizione del maggiore del Genio Navale Oreste Bambini (che, quale ufficiale più anziano e di grado maggiore, si trovava ad essere il comandante del cantiere), che aveva disposto il sabotaggio di tutte le unità non in grado di muovere ma approntabili in meno di tre mesi presenti nel cantiere, si autoaffondò nel porto come altre unità militari impossibilitate a partire (per altre fonti l’autoaffondamento avvenne l’11 settembre). Il relitto venne riportato a galla dalle truppe tedesche che lo impiegarono come bettolina. Ulteriormente danneggiato da un bombardamento aereo il 25 maggio 1945, l’Argo venne recuperato nel dopoguerra e fu demolito nel 1948 nello stesso cantiere di Monfalcone, che l’aveva visto “nascere” undici anni prima.



Il relitto dell’Argo a Monfalcone nel 1947 (g.c. Giorgio Parodi).




Un’altra immagine dell’Argo. Rispetto a foto di epoca precedente si possono notare le rilevanti modifiche apportate alla torretta, ora più simile a quella di un U-Boot: le voluminose torrette originarie erano infatti d’intralcio ai sommergibili, riducendo l’idrodinamicità ed allungando i tempi necessari ad immergersi (foto da Wikipedia, link d’origine non funzionante; qualora il detentore dei crediti ne facesse richiesta la fonte verrà prontamente aggiunta).



La lettera scritta da Livio Mario Libero Salvatore Berti, di Fano, membro dell’equipaggio dell’Argo, alla madre del tenente di vascello De Santis (per g.c. del figlio Daniele Berti):
“Alla Signora Livia,
madre del Tenente di Vascello
Alessandro ne Santis:
quattro pagine di vita vissuta.

Così scrissi tanti anni fa su quattro fogli di carta spessa che strappai di nascosto da un brogliaccio di bordo.
Sono le stesse pagine unte ed ingiallite che, da allora, hanno sempre atteso di essere trascritte in bella copia: perchè potesse giungere a questa Mamma sconosciuta la storia che certamente le sta a cuore più di qualsiasi altra; che nello stesso tempo è la mia storia, la stessa di tanti marinai e di tante mamme.

-Mancano pochi minuti alle tredici
-Comunicazioni dell'E.I.A.R
-Segnale orario
-Bollettino n° 190
"Come già citato nel Bollettino n° 180, il sommergibile "ARGO ", comandato dal Tenente di Vascello Alberto Crepas, che ha silurato il 1° dicembre in Atlantico il cacciatorpediniere canadese "SAGUENAY", ha attaccato il 5 dicembre un convoglio fortemente scortato, silurando un piroscafo di 12 mila T. che è affondato capovolgendosi".
Siamo lì tutti radunati in piazzetta, perchè increduli a tutte le promesse.
Dati convegno, perchè volevamo sentire con le nostre orecchie il nome del nostro "Battello". Era il premio più ambito.
Ed ecco il nostro pensiero che scavalca i Pirenei e le Alpi e vola accanto a quei cuori eccitati davanti alla radio; fra la Mamma e il Babbo il fratello e la sorella, a dir loro che sono vere e non è magia le parole che hanno sentite "Abbiamo letto il bollettino delle Forze Armate. "
C'è il sole, siamo alla metà di dicembre, fa freddo. Il camerone con la stufa accesa, al centro, è il luogo più invitante di questo mondo.
-Andiamo?
-Sì, aspetta.
È un motorista come me, da una tasca scucita della sua tenuta di macchina, mimetizzata dall' olio e dalla nafta, tira fuori uno straccio colorato, se lo passa al naso, poi agli occhi.
-Andiamo.
Anch'io ci avevo pensato, ma a me non vengono le lacrime agli occhi (Una Mamma in questo istante, incredula dalla gioia come tutte le nostre mamme, per il felice rientro, sarà corsa barcollando sul primo ritratto del figliolo, se lo sarà stretto al cuore con la poca forza che l' emozione non le aveva tolta; guardato come si guarda l'immagine di un Dio, coperto di baci e bagnato con le sue lacrime sante Povera Mamma.)
La giornata era stata grigia, il grigio autunnale di novembre pieno di malinconia. È forse permesso ad un sommergibilista la superstizione, il sentimentalismo? ...No! ...Però quando uno di noi non si è mai incantato ad ammirare un tramonto, quel tale ha sicuramente una paura matta dei sogni, dei tredici e di tutti i venerdì del calendario. Ed ecco che una nube si sbianca, si rompe, ne esce uno spiraglio di luce viva: è il sole, come persona cara, che arriva tardi, ma sempre in tempo, con il sorriso dell'augurio. Si partiva.
Ventidue giorni di mare, vestiti della più rigida tenuta invernale, sfilano veloci uno alla volta nel mio cervello. Sono i ventidue capitoli di un romanzo tragico ed affascinante, interamente vissuto. I primi giorni pacifici turisti in un mare sconfinato; poi, finalmente la diana, nelle prime ore di un mattino di dicembre. È il via.
Le onde senza tanti ambasciatori cominciano a farci sapere che non navighiamo nelle acque tranquille di un lago, ma non ha importanza. Un attacco fulmineo, che sorprende tutti, meno i pochi di guardia, termina in un pauroso boato: una fiammata, una colonna d'acqua, una densa cortina di fumo bianco, poi nulla. Tenebre e mare. Quando è giorno ritorneremo sul posto e raccoglieremo i relitti del cacciatorpediniere.
C'è un po' d'orgasmo a bordo, ma dura poco. Il mare ingrossa.
Operiamo quindi in attacco collettivo con sommergibili tedeschi; c'è buona preda in vista e quella sera stessa, siamo già in zona d'attacco. Notte senza luna e senza stelle: solo razzi illuminanti nell'aria, accompag1lati dall'andare e venire di proiettili traccianti e da rombi di cannone in tutte le direzioni. Ogni tanto, metodicamente, implacabilmente, una fiammata sinistra illumina l'orizzonte di una terrificante bolgia infernale. I radiotelegrafisti di bordo,
captano uno dopo l'altro, sempre più frequenti, gli S.O.S. lanciati dalle navi che, tutt'intorno a noi, nel raggio di 10 miglia, sono cadute nella inesorabile rete di ferro e di fuoco S.O.S. ancora, altre navi che hanno finito di navigare.
Una notte intera spettatori impassibili, freddi calcolatori con il minuto secondo, il miglio e il grado, fin quando una enorme massa oscura è vista venir contro alla nostra prora. Avevamo dimenticato in quell'istante il mare ed il suo gioco furibondo. Al "fuori" un'ondata di traverso ci sposta letteralmente la prora; il siluro parte e va a vuoto: è irrimediabile. La massa oscura prende una forma sempre più distinta e ci viene contro decisamente. Non ci resta che sparire al più presto dalla superficie.
Riemergiamo alla sera dopo quattordici ore sotto le bombe: la caccia sistematica, lenta, metodica, snervante. Facemmo così la sua conoscenza, posti a 100 metri, in silenziosa, titanica, estenuante fatica. Siamo solo agli inizi.
Il giorno di S. Barbara, c'è stato rancio speciale a bordo: cognac e biscotti alle dieci ed una pastasciutta coi fiocchi a mezzogiorno. Le vedette in plancia si erano già date il cambio e ci eravamo accantucciati in camera motori, davanti al pentolone, dove il caffè finiva allora di bollire. Un colpo di mare ci ammucchia tutti da una parte, la pentola evade dai fornelli e del caffè non rimangono che i fondi. Non ci è dato nemmeno un secondo per rammaricarci
dell'accaduto che I'interfonico, dalla plancia, dà a tutti i locali il segnale dell'allarme aereo. Si ripete due tre volte: "Allarme aereo -a tutti i locali: posto di combattimento -mitraglieri in plancia" ed ha inizio il carosello della morte.
Due attacchi nel giro di una ventina di minuti; poi, il "SUNDERLAN", evidentemente spennato in qualche arteria vitale, scarroccia, si allontana e scompare.
All'indomani, basta un siluro che non perdona ed il boccone più grosso in una fila sghemba di navi, è centrato in pieno e scompare. Caccia immediata, bombe che per un certo tempo fanno pensare solo al regno dei cieli, sordi ed ancora storditi si riemerge quando il sole è già alto.
Si continua ad andare avanti.
Seguono quattro interminabili giorni alle prese con l'uragano, a più di mille miglia dalla costa. Sei ore su ventiquattro in superficie: ore di acrobazia per tenerci diritti nell'interno; ore di eroica fatica per la gente in plancia, legata ed inzuppata nel gelo. Il mare è in furia contro tutti gli elementi: durante le poche ore di carica e rigenerazione d'aria, costretti per forza a navigare in superficie. Il "Battello" beccheggia, scendendo or di prora ed or di poppa con una velocità impressionante; quando rolla, fa tenere il respiro in sospeso, restando fermo per secondi eterni in una posa obliqua da capovolgere Ogni tanto torretta e vedette sono totalmente immerse in una ondata gigantesca, ed allora il personale di guardia in camera manovra è di fronte alla più raccapricciante delle cascate. Ogni dispositivo sotto stante un po' alla volta si rende inservibile. La radio, ormai irriparabile, non riceve e non trasmette.
Nelle prime ore del quarto giorno, un cortocircuito, per la caduta d'acqua dal portello della torretta, forse la più nutrita di tutte le precedenti, genera una fiammata; una fiamma che si propaga come il propagarsi della folgore: un paio di secondi immersi in un bagliore di luce accecante; poi, nel buio perfetta, si va in immersione. Si rientra!
È l'avviso che tutti raccogliamo con la più viva soddisfazione. Ormai il "battello" è pressocchè inservibile per nuocere al nemico. I salti ed i balli dalla gioia, naturalmente, ce li fa fare ancora il mare. Ma quali ostacoli non avremmo sormontato, pur di giungere al più presto alla nostra base??? I giorni e le ore sono segnate metodicamente, con l'avidità e l'ingordigia d'un usuraio che conta e depone nel suo scrigno segreto, le ultime gemme di uno stupendo diadema. Passano alcuni giorni e finalmente l'Ufficiale di rotta, ci dà l'avviso: mancano ventiquattro ore. Siamo in pieno golfo di Guascogna.
Alle quattro del pomeriggio, la solita scrollatina mi sveglia: è il mio turno di guardia. Rispondo, come il solito, con il più insignificante dei gesti alla scrollatina, ma non mi alzo. Ancora immerso nel torpore del sonno sento un frammistio di voci, di comandi eccitati dalla plancia: telefoni, microfoni, telegrafi di macchina sono in orgasmo; i termici fanno cento manovre. Mi drizzo a sedere, tenendomi dove meglio posso, con le mani, sulla traballante branda: vedo facce sbiancate, occhi sbarrati, corpi convulsi chi si muovono meccanicamente, ed ecco uno che parla:
-Il tenente è a mare! No! lo non credo Nessuno ci crede. Il mare è ancora grosso, ma i cinturoni sono solidi. Calmo ed impassibile, di granito, come erano di granito le vedette di fronte al frangersi di quelle onde fredde e selvagge, aveva dato il cambio di guardia. La voce è raccolta e corre per tutti i locali: dà ancora un rapido consulto al suo cronometro; è ora, e impensatamente si libera da ciò che lo lega, su quel punto più alto della torretta. Un'onda è là in agguato che spia. Balza sopra tutto e tutti, con la felinità affamata di una fiera. Un attimo
di smarrimento, di confusione, poi un grido lacerante:
- Fermare e macchine !!!
Indietro tutta!!!
Il Tenente è a mare: salvagenti, cime e sacchetti e tutto ciò che galleggia gli viene gettato contro. Lui si libera del cappottone di pelle, degli stivali e man mano di tutto ciò che ingombra e che pesa, con la prodigiosità di un eroe mitologico, in una lotta furibonda per la vita e per la morte. Il Comandante manovra con ogni mezzo a disposizione per portarsi vicino col "battello". Un cannoniere che non ha tempo per gli indugi, legato malamente alla vita con la cima di un sacchetto, si butta a mare. È con lui il cuore e l'anima dell'intero equipaggio.
Le sue prime bracciate sono rapide e vigorose; eccoli quasi uniti, si può gridare al miracolo?... No! Quando solo qualche metro li divideva un'altra onda si frantuma tra i corpi, ormai intirizziti dal gelo. Dal ribollire della schiuma, si rivede il cannoniere che stancamente si muove e, lontano, la testa ricciuta del Tenente, un braccio che si leva e scompare. È il suo ultimo saluto.
Hanno visto tutti, anche quelli che non c'erano: nessuno ci crede.
È un sogno, un bruttissimo sogno. Il Tenente è sempre con noi, è stanco, l'acqua è fredda e lui non è un leone; ora riposa nella sua cuccetta, non passeremo per il quadrato Ufficiali, si potrebbe svegliare... Delirio.
Nessuno pensa a mangiare, nessuno ha sete: con catene di buglioli si continua a vuotare l'acqua dalla camera manovra.
Ecco la nuova alba, poi, il meriggio decembrino.
- Terra in vista!...
- Aprire i portelli!
- Gente in coperta!
Abbagliati dalla luce del sole, quasi ubriachi di quell'aria che non sa di olio, di nafta e di sentina, ci rannicchiamo intorno alla torretta. Perchè la bandiera vittoriosa è a mezz'asta? Perchè non si vede la figura giovane e maschia del Tenente, il suo sorriso calmo e confidente?... Quella bandiera è la realtà, ed è inutile continuare con i sogni.
Questa mattina c'è stata assemblea generale a bordo, già dalle sette il Cappellano Militare è sull’"ARGO" e con lui tutti noi. Poi siamo tutti radunati in camera lancio-avanti. Una bandiera tricolore, sul fondo, è stesa verticale a coprire i tubi di lancio; un candido lino copre un insieme rettangolare; sopra, quattro accumulatori portatili sono accesi ai lati di un calice coperto e di un Crocefisso in piedi, in alto, al centro della bandiera. A lato del calice, un messale; parte a parte altri arredi, in tutto un Altare. Davanti all'Altare, su un debole rialzo, ai piedi di esso, un guanciale coperto da un drappo nero. Sopra: il suo berretto, la fascia azzurra e la sua sciabola. Noi siamo schierati su due file ai lati: il Sacerdote inizia il rito di suffragio.
C'è tutt'intorno un'atmosfera mistica, di raccoglimento e di adorazione.
Siamo tutti uomini: i cinquanta personaggi d'un epico dramma, per nulla in contrasto con l'altare improvvisato sul ferro di prora; uniti a ringraziare Dio, uniti a rendere l'ultimo saluto allo scomparso.
Ed eccoci in ginocchio, tutti partecipi alla Mensa Eucaristica, prostrati di fronte a quegli ordigni di morte, a ricevere dalle mani del Ministro di Dio l'Ostia Consacrata.
"Il Tenente è lì in mezzo a noi, vivo e palpitante. Sorride, sorride per i nostri timori, le nostre paure e le malefatte di tutti i giorni. È orgoglioso di noi; del suo equipaggio che conosce fino all'anima, del suo equipaggio che gli ha fatto sprecare tanto fiato e che gli ha dato infine le più insperate soddisfazioni. Giovane e forte, freddo ed implacabile arciere contro il nemico, lo vediamo ancora amico, padre, fratello; figlio, come noi figli, di una mamma lontana che non
potrà mai riabbracciare".
È il Cappellano che parla; non l'aveva conosciuto e dice di lui, da quel po' che ha sentito raccontare da noi.
Sono parole magiche le sue? No! È la verità; e la realtà è di fronte al più assoluto dei silenzi. Un silenzio rotto da singhiozzi che rigano le guance, che stringe il cuore e toglie il respiro.
A me non vengono le lacrime agli occhi E tu Mamma lontana, nella tua gioia piena di desolazione, quando saprai che lui, il tuo figliolo non tornerà più, sii forte nel dolore e non crederlo mai. Era con noi stamattina, davanti ai suoi siluri, in mezzo al suo equipaggio: sarà sempre con te, accanto al tuo cuore e non ti abbandonerà mai.
Sappi che anche noi gli abbiamo voluto tanto bene.
Quando, un giorno, l’"ARGO" per ciascuno di noi non sarà che un ricordo; e tu Mamma, se sola e pensosa nel tuo grande dolore ancora cercherai conforto, ricorda l'Altare di prora, questo altare: dove per lui, per il tuo Sandro, ho visto i lupi di mare piangere.”

La risposta della madre di Alessandro De Santis:
“BETASOM (Bordeaux)
14 dicembre 1940
Non può credere quanto abbia gradito la sua rievocazione e l'invio che me ne ha fatto, che testimoniano quanto ancor vivo sia in Lei la memoria per il mio Eroico Figlio.
Livia Fusari De Santis
Roma, 13 dicembre 1956”
  
L’Argo su Regiamarina.net





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