mercoledì 23 luglio 2014

Petrarca




Il Petrarca (tratta da “La Voce del Popolo In Più Mare”, anno 2013)

Piroscafo da carico da 3329 tsl e 1974 tsn, lungo 108,7 metri e largo 13,9, pescaggio 6,9 m, velocità 11 nodi. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Tirrenia (con sede a Napoli), matricola 26 al Compartimento Marittimo di Fiume, nominativo di chiamata internazionale ICBS.

Breve e parziale cronologia.

8 settembre 1910
Varato nei cantieri Clyde Shipbuilding & Engineering Company Ltd. di Port Glasgow (numero di cantiere 292) come Szent Istvan.

Lo Szent Istvan (Coll. Horváth József, da www.hajoregiszter.hu)

Novembre 1910
Completato come Szent Istvan per la Reale Compagnia Ungherese di Navigazione «Adria» di Fiume, allora parte dell’Impero Austroungarico.
Caratteristiche originarie: stazza lorda 3087 tsl, stazza netta 1974 tsn, portata lorda 4608 tpl, lunghezza 108,63 m, larghezza 13,3 m, pescaggio 6,9 m (per altra fonte 105.2×14.43×7.87 m), velocità 11,5 nodi.
1915
Requisito dalla Kairserliche und Königliche Kriegsmarine (l’Imperialregia Marina Austroungarica).

La nave a Cattaro nel 1916 (da www.hajoregiszter.hu)

1919
Derequisito (per altra fonte nel 1921), il Szent Istvan passa sotto bandiera interalleata (per altra fonte, italiana).
La compagnia armatrice cambia nome in Adria Co. sempre con sede a Fiume (e per alcune fonti sia la compagnia che la nave diventano italiane, sebbene sia da rilevare che Fiume fu effettivamente annessa all’Italia solo nel 1924).
1921
La compagnia Adria assume la denominazione di Società Anonima di Navigazione Marittima; lo Szent Istvan viene ribattezzato Petrarca (dal 1924 Fiume diverrà a tutti gli effetti italiana). 

Il Petrarca in entrata a Rotterdam il 4 febbraio 1922 (Coll. Horváth József, da www.hajoregiszter.hu)

1937
Passato alla Società Anonima di Navigazione Tirrenia. L’equipaggio resta composto in massima parte da istriani, giuliani e dalmati, che seguiranno le sorti della nave sino alla fine.
Aprile 1940
Arrivato a Napoli dal Belgio con 2000 tonnellate di sabbia destinate alle vetrerie italiane, viene fermato dalle autorità d’ispezione alleate, che pongono il suo carico sotto sequestro.
26 settembre 1940
Alle 7.20, nel punto 41°19'N, 09°55'E (una ventina di miglia ad est-nord-est della Maddalena) il Petrarca viene avvistato a circa 5500 metri di distanza dal sommergibile britannico Truant, al comando del TV H. A. V. Haggard, che alle 8.20 gli lancia quattro siluri. Fortunatamente, le scie di due dei siluri (il comandante del Truant riterrà che una delle armi fosse affiorata in superficie) vengono avvistate da bordo del piroscafo, che devia dalla rotta per evitare i siluri ed apre anche il fuoco con il cannone poppiero. Successivamente torpediniere e MAS vengono inviati dalla Maddalena per dare la caccia al sommergibile, senza però riuscire a trovarlo.
5 agosto 1941
Requisito a Fiume dalla Regia Marina, senza essere iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
2 marzo 1942
Lascia Taranto diretto a Bengasi.
6 marzo 1942
Arriva a Bengasi, ma non può entrare in porto a causa del pericolo rappresentato dalle mine magnetiche.
28 marzo 1942
Dopo aver potuto finalmente sbarcare il carico, il Petrarca lascia Bengasi per tornare a Taranto. Durante la navigazione di ritorno supera indenne un attacco aereo nemico.
2 luglio 1942
Lascia Bengasi diretto a Tobruk.
4 luglio 1942
Arriva a Tobruk. Lo sbarco del carico procede a rilento a causa della carenza di autocarri.
21 agosto 1942
Lascia Bengasi diretto a Tobruk, scortato dall’anziana torpediniera Generale Antonio Cantore, alle 13.30. L’arrivo previsto, navigando a dieci nodi, è previsto per il 22, prima di notte.
22 agosto 1942
Dato che il Petrarca non riesce a superare una velocità di 9 nodi ed il convoglio è in ritardo, all’alba il comandante della Cantore (TV Bruno Veick) decide di deviare dalle rotte prestabilite dall’ordine d’operazione per seguire invece le usuali rotte costiere, e così ridurre la lunghezza del percorso. Alle 5.50 il convoglio viene raggiunto dalla scorta aerea, che rimane sul suo cielo per tutto il mattino, e successivamente il Petrarca riceve ordine di assumere rotta 115°, il che, ponendolo con il mare al giardinetto, gli consente di accelerare di qualche decimo di nodo, in modo da arrivare a Tobruk entro le 18 od al più tardi 19 del 22 agosto. Al traverso di Derna il Petrarca riceve ordine dalla Cantore di avvicinarsi ancor di più alla costa ed assumere rotta 120°, onde transitare ad un miglio da Ras el Tin, ma alle 10.03, a sette miglia da Ras el Tin, la Cantore, che si trova in posizione di scorta a sinistra del piroscafo ed ha da poco lanciato due bombe di profondità per scoraggiare eventuali sommergibili nemici in agguato, avvista delle mine: il convoglio è capitato su un campo minato posato dal sommergibile britannico Porpoise, 46 mine posate il precedente 12 agosto. Alle 10.04 la Cantore, dopo aver aperto il fuoco contro la prima mina avvistata alla propria sinistra ed aver segnalato al Petrarca “torpedine a sinistra” per avvertirlo del pericolo, urta una mina e si spezza in due, affondando in appena un minuto con 23 dei 119 uomini del suo equipaggio.
Il Petrarca esce indenne dal campo minato. I naufraghi della Cantore verranno raccolti da quattro MAS inviati da Derna.
19 ottobre 1942
All’una di notte il Petrarca viene silurato e danneggiato dal sommergibile britannico United (al comando del TV T. E. Barlow) una ventina di miglia ad ovest di Lampedusa.
Per altra fonte, il Petrarca parte da Tobruk alle 16 del 20 ottobre diretto a Taranto via Suda e scortato dal cacciatorpediniere Alpino, viene danneggiato da un attacco aereo e poi attaccato all’una di notte del 20, a sud di Pantelleria e 21 miglia ad ovest di Lampedusa, dall’United, che gli lancia quattro siluri ma lo manca.
In ogni caso, il piroscafo riesce ad arrivare a Taranto al mezzogiorno del 27, e viene successivamente riparato.

La nave quando portava il nome di Szent Istvan (da www.hajoregiszter.hu)

L’affondamento

Alle 18 del 9 febbraio 1943 il Petrarca, al comando del capitano Pasi, con un carico di 2900 tonnellate di rifornimenti, tra cui armi e 1500 tonnellate di munizioni, partì da Taranto scortato dalla moderna torpediniera Pegaso, alla volta di Tunisi (passando per Palermo). A bordo del piroscafo c’erano, tra equipaggio e militari italiani e tedeschi di passaggio, 115 uomini. Nella notte tra il 9 ed il 10 il convoglio superò indenne diversi attacchi di bombardieri ed aerosiluranti (uno dei quali effettuato alle 4.47 del 10 con lancio di siluri), tenendosi vicino alla costa (il che diminuiva la propensione all’attacco dei velivoli nemici rispetto al mare aperto), così tenendosi sotto la protezione delle batterie costiere, e reagendo con il tiro delle mitragliere del Petrarca e della Pegaso.
Navigare sottocosta, però, presentava un rischio nella scarsa profondità dei fondali: quando, verso le sette del mattino del 10 febbraio (al largo di Crotone), ebbe inizio un nuovo attacco aereo, il piroscafo, a causa di carte nautiche non aggiornate, pur navigando con vapore minimo, s’incagliò intorno alle 7.30 su una secca a circa 800 metri dalla spiaggia di Marina di Strongoli (nei pressi dell’odierna Via Magna Grecia), una decina di miglia a nord di Crotone, assumendo un leggero appoppamento. Il forte vento di tramontana e le conseguenti forti onde impedirono il disincaglio, e fecero sbandare il Petrarca sul lato sinistro. La Pegaso rimase sul posto a proteggere il piroscafo sino all’11 febbraio, quando venne rilevata nella stessa funzione dalla torpediniera Cassiopea. Il 13 febbraio ebbero inizio le operazioni per alleggerire la nave del carico, in modo da facilitarne il disincaglio, ma ripetuti attacchi aerei ostacolarono tali lavori, facendoli andare a rilento.
La nave incagliata venne avvistata dalla ricognizione aerea britannica dieci miglia a sud di Punta Alice (il luogo dell’incaglio è indicato da alcune fonti britanniche come Punta Vergadoro), ed alle 20.06 del 13 febbraio il sommergibile britannico Una, al comando del tenente di vascello John Dennis Martin, ricevette l’ordine di trovarla per vedere di cosa trattasse.
Alle 8.40 del 14 febbraio il Petrarca incagliato venne avvistato dall’Una, che si avvicinò per vederci chiaro. Il sommergibile constatò trattarsi di una nave da carico dipinta con colorazione mimetica a bande alternate di grigio chiaro e scuro, intatto sebbene un poco appoppato. L’attacco sarebbe dovuto essere facile, ma la forte tramontana che soffiava, con conseguente mare agitato, lo rendeva al momento impossibile, perciò l’Una tornò al largo, in attesa che le condizioni migliorassero.
La sera del 14 febbraio il battello britannico dovette immergersi e restare immerso per un’ora a causa dell’arrivo di un aereo che ispezionava il mare con un faro sistemato sotto la fusoliera. Successivamente emerso durante la notte, l’Una s’immerse nuovamente alle 5.45 del 15 febbraio, nel punto 39°03'N e 17°19'E, e si avvicinò nuovamente al Petrarca, restando immerso a quota periscopica, e notando che nella zona incrociavano in funzione antisommergibile un brigantino, una goletta, un panfilo armato ed un idrovolante. Tirava ancora forte vento; attorno al piroscafo c’erano alcune imbarcazioni minori su cui stavano venendo trasbordate casse contenenti parte del carico che venivano poi portate a terra, per alleggerire la nave che, a causa del mare agitato, rischiava di aumentare il proprio sbandamento. Proprio il mare mosso, tuttavia, insieme alla pochezza dei mezzi che il Petrarca aveva a bordo, rendevano le operazioni di trasbordo estremamente lente: si auspicava che da Crotone venissero inviati mezzi più appropriati.
Verso le 16 del 15 febbraio, temendo attacchi aerei angloamericani, e constatando che a causa dello sbandamento l’armamento difensivo del Petrarca non avrebbe potuto funzionare, il commissario di bordo Gino Gilli ordinò al sottotenente del Regio Esercito D’Alessandro di portare a terra le mitragliere smontate, le relative munizioni ed i loro serventi e di sistemare tali mitragliere sulle collinette circostanti la spiaggia, da dove avrebbero potuto meglio difendere la nave da attacchi provenienti dal cielo. A bordo c’era anche una mitragliera a quattro canne con i suoi serventi tedeschi, che Gilli invitò a loro volta a spostarsi con la loro arma su una delle alture prospicienti la spiaggia, ma i militari tedeschi spiegarono che la mitragliera era troppo pesante per poter essere sbarcata senza usare delle attrezzature adeguate che al momento non c’erano, quindi rimasero a bordo.
Il tempo, purtroppo – paradossalmente –, andò migliorando, il vento cessò ed il mare tornò ad essere calmo, appena increspato dalla poca brezza rimasta. Dato che il mare calmo rendeva il sommergibile immerso a quota periscopica avvistabile con grande facilità dal cielo, il comandante dell’Una decise di attaccare dopo il tramonto, quando i ricognitori italiani sarebbero dovuti rientrare alle basi, e comunque il buio avrebbe reso più difficile avvistare le scie dei siluri. Alle 17 il sommergibile britannico, in immersione, si avvicinò alla sua vittima; per non incagliarsi a sua volta nella secca, il suo comandante decise di lanciare da una distanza di 2300 metri: avrebbe lanciato un singolo siluro, osservando i risultati del lancio, poi, dopo aver corretto la mira qualora fosse stato necessario, ne avrebbe lanciato un altro. Prima di aver ridotto le distanze fino a quella prevista, tuttavia, l’Una avvistò due golette ferme circa un miglio alla sua sinistra ed un panfilo armato tre miglia al largo. Si cambiò pertanto il piano d’attacco: sarebbero stati lanciati tre siluri in rapida successione, con un intervallo di dieci secondi tra l’uno e l’altro, dopo di che l’Una si sarebbe velocemente allontanato.
Alle 17.04 (ora dell’Una; le fonti italiane, avanti di un’ora, indicano il siluramento come avvenuto poco dopo le 18) il sommergibile lanciò i suoi siluri da una distanza di 2740 metri: il primo con mira sotto il fumaiolo, il secondo sotto le sovrastrutture a centro nave, il terzo all’altezza dell’albero maestro. Subito dopo aver lanciato l’ultimo siluro, l’Una ebbe problemi nel mantenimento della quota che gli impedirono di verificare visivamente il risultato dei lanci, poi il battello si allontano immergendosi più in profondità.
A bordo del Petrarca il comandante Pasi, il commissario di bordo Gilli e l’ingegner De Vito, ispettore della società Tirrenia, si trovavano insieme nel salone, quando tutto fu sconvolto  da una catastrofica esplosione. Due siluri, in rapida successione, avevano colpito la nave, mentre il terzo si era arenato sulla spiaggia.
Sull’Una, poco dopo il lancio, fu avvertita chiaramente un’esplosione, cui seguirono dopo pochi secondi diverse altre detonazioni di intensità minore: le munizioni del carico, investite dagli scoppi dei siluri, avevano cominciato ad esplodere a loro volta.
L’esplosione del carico fu catastrofica: pezzi del ponte del peso di tonnellate vennero lanciati in aria, schegge e rottami di minori dimensioni furono lanciati tutt’intorno nel raggio di centinaia di metri, sulla spiaggia e sulle alture circostanti. Un proiettile d’artiglieria da 80 mm, lungo 30 cm, proiettato dall’esplosione nei pressi della spiaggia, sarebbe stato ritrovato solo all’inizio dell’agosto 1997. Una delle esplosioni, intorno alle 18, fu sentita fino in paese, e lo spostamento d’aria che causò fece spalancare le imposte delle case di Strongoli.
Il commissario Gilli non ricordò con chiarezza cosa fosse accaduto dopo il “cataclisma”: rammentò che dopo la prima esplosione si mise ad arrancare tra i rottami dirigendosi verso prua, mentre il comandante Pasi gridava, poi si verificò una seconda esplosione, non meno tremenda della prima, la voce del comandante si spense e Gilli, lanciato in aria dall’esplosione, si risvegliò in mare. Era completamente vestito e privo di salvagente, ed il sangue gli usciva copiosamente da una ferita alla testa, ma riuscì a tenersi a galla. Sulle prime Gilli, stordito dall’esplosione, non ricordò niente di quello che era appena successo e non capì cosa stesse accadendo, ma in breve si riprese ed iniziò a chiedere aiuto ed a cercare di raggiungere la riva. Ad un certo punto le sue richieste di aiuto furono sentite da un tenente medico del Regio Esercito, che gli venne incontro e lo aiutò ad arrivare a terra, dove Gilli fu messo su una lettiga – qui incontrò il sottotenente D’Alessandro, scampato al disastro perché a terra con i suoi uomini a seguito proprio del precedente ordine di Gilli – e, dopo le prime cure sul posto, fu portato in ambulanza all’ospedale civile di Crotone, dove venne ricoverato in pericolo di vita per paralisi viscerale che era nel frattempo intervenuta.
Alle 18.20, quando già l’Una, immerso in profondità, si allontanava verso il mare aperto, l’equipaggio del sommergibile avvertì una violenta esplosione finale: altre munizioni che sino ad allora non erano esplose erano infine saltate in aria. Il Petrarca scivolò sotto la superficie e si adagiò sul fondale, nel punto 39°16'N e 17°08'E.
Il sottotenente D’Alessandro ed i suoi uomini, trovandosi a terra per ordine di Gilli, si salvarono tutti; complessivamente 31 uomini ebbero salva la vita perché si trovavano a terra al momento dell’esplosione. Dell’equipaggio e dei militari che erano a bordo al momento del siluramento, invece, si salvarono solo in cinque su 84, con ferite di varia gravità: il commissario di bordo Gilli, un ragazzo di camera e tre soldati tedeschi. Le vittime furono 79, tra cui il comandante Pasi e l’ingegner De Vito, oltre a numerosi marittimi istriani e dalmati ed a personale della Regia Marina.
Parte della sovrastruttura accartocciata, alberi e fumaiolo del Petrarca, emergenti dalle acque basse vicino alla riva e visibili dalla spiaggia di Strongoli Marina, rimasero per molti anni ad indicare la presenza della nave affondata. Oggi il relitto, semidistrutto, giace in bassifondali parzialmente insabbiato e ricoperto da alghe ed organismi marini.
Il 2 novembre 1971 il Comune di Strongoli inaugurò nel locale cimitero un monumento dedicato ai caduti del Petrarca. Sul monumento sono stati posati un oblò ed altri piccoli rottami metallici recuperati dal relitto del piroscafo. Ogni 4 novembre, sul monumento si tiene una commemorazione ufficiale delle vittime del siluramento.

Alcune delle vittime del Petrarca

Giuseppe Amedeo, 23 anni, marinaio (Regia Marina)
Raimondo Anardu, 23 anni, cannoniere (Regia Marina)
Gaspare Aquè, 23 anni, da Ribera (Marina Mercantile)
Francesco Babarcich, 31 anni, marittimo, da Zagorie (Villa Donatici)
Francesco Balacich, cameriere, da Valdarsa (Marina Mercantile)
Ernesto Bani, 23 anni, cannonere (Regia Marina)
Luigi Binaghi, 21 anni, cannoniere puntatore mitragliere (Regia Marina)
Giovanni Boboschich, carbonaio, da Brioni (Marina Mercantile)
Giuseppe Bonetta, marittimo, da Cosiliacco (Marina Mercantile)
Francesco Borelli, 25 anni, marinaio (Regia Marina)
Antonio Carnevale, 25 anni, fuochista (Regia Marina)
Renato Cecchi, 23 anni, cannoniere puntatore mitragliere (Regia Marina)
Giuseppe Chersevani, 29 anni, marittimo, da Fianona (Marina Mercantile)
Alessandro Della Santa, 24 anni, silurista (Regia Marina)
Antonio Depau, 24 anni, sottocapo furiere (Regia Marina)
… De Vito, ispettore della Società Anonima di Navigazione Tirrenia
Erasmo Di Cecca, 22 anni, marinaio segnalatore, da Gaeta (Regia Marina)
Pasquale Di Meglio, 27 anni, fuochista (Regia Marina)
Romeo Ferluga, marittimo, da Pola (Marina Mercantile)
Raffaele Fiume, 28 anni, marinaio (Regia Marina)
Silvio Godenas, marittimo, da Rovigno (Marina Mercantile)
Giuseppe Koziak, marittimo, da Fiume (Marina Mercantile)
Domenico Lanotte, 21 anni, cannoniere, da Margherita di Savoia (Regia Marina)
Rosario Mandanici, 38 anni, giovanotto, da Riposto (Marina Mercantile)
Saverio Marino, fuochista (Regia Marina)
Tommaso Merslich, marittimo, da Fianona (Marina Mercantile)
Paolo Minaudo, 24 anni, fuochista (Regia Marina)
Giovanni Musich, marittimo, da Cherso (Marina Mercantile)
Antonio Musio, 21 anni, cannoniere (Regia Marina)
… Pasi, comandante (Marina Mercantile)
Giovanni Perovich, marittimo, da Cherso (Marina Mercantile)
Paolo Poldrugo, marittimo, da Felicia (Marina Mercantile)
Virgilio Santesso, 26 anni, secondo capo silurista (Regia Marina)
Antonio Scopaz, marittimo, da Albona (Marina Mercantile)
Giacomo Stanchich, marittimo, da Valdarsa (Marina Mercantile)
Antonio Tardi, marittimo, da Valdarsa (Marina Mercantile)
Giuseppe Torrisi, 48 anni, ufficiale di macchina, da Riposto (Marina Mercantile)
Eugenio Ummaro, 21 anni, marinaio (Regia Marina)
Secondino Verrengia, 21 anni, da Sessa Aurunca
Antonio Zanetti, 33 anni, secondo capo cannoniere puntatore scelto (Regia Marina)
Giovanni Zustovi, marittimo, da Fianona (Marina Mercantile)


Non è stato finora possibile trovare i nomi delle altre 38 vittime.


L’affondamento del Petrarca nel giornale di bordo dell’Una:

“0545 hours - Dived in position 39°03'N, 17°19'E and started to close the beached vessel. The area was patrolled by an aircraft, an A/S schooner, an A/S brigantine and an armed yacht. Salvage operations were seen to be in progress. As the sea was flat calm Una was very visible from the air a periscope depth. It was decided to wait to attack after sunset.
1700 hours - Closed the target while dived.
1704 hours - Fired three torpedoes from about 3000 yards. The torpedoes were seen to run straight to the target but the result could not be seen as depth control was lost soon afterwards. A hit was heard given a running range of 2700 yards.”

Lo Szent Istvan in navigazione in convoglio durante la prima guerra mondiale (Coll. Horváth József, da www.hajoregiszter.hu)
L’affondamento del Petrarca nel libro “The History of the British U-class Submarine”
L’HMS Una su Uboat.net

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