lunedì 21 luglio 2014

Leonardo Palomba



La nave quando portava il nome di Stanton (g.c. Mauro Millefiorini via www.naviearmatori.net)

Piroscafo da carico da 1110 tsl e 642 tsn, lungo 64,6 metri e largo 10,7, pescaggio 4,4 metri. Appartenente all’armatore Leonardo Palomba e soci, di Torre del Greco; matricola 59 al Compartimento Marittimo di Torre del Greco.

Breve e parziale cronologia.

8 luglio 1899
Varato nei cantieri Strand Slipway Company Ltd. di Monkwearnouth/Sunderland (numero di cantiere 99) come Stanton.
Agosto 1899
Completato per la compagnia Fenwick, Stobart & Co (Tyne e Wear Shipping) di Londra. Stazza originaria 1097 tsl.
1901
Trasferito alla William France, Fenwick & Co. Ltd. di Londra (compagnia nella quale sono confluite la Fenwick, Stobart & Co. ed altre due società di navigazione); usato come carboniera.
11 febbraio 1915
Lo Stanton, in navigazione da Goole a Londra con un carico di carbone, entra in collisione durante la notte, nell’Humber, a causa della fitta nebbia, con il piroscafo Shad Thames (che invece è in arrivo a Londra scarico), che dev’essere portato dal rimorchiatore Berty ad arenarsi presso al largo le Trinity Sands, dove resta semiaffondato. Lo Stanton subisce gravi danni.
1931
Acquistato dall’armatore Leonardo Palomba di Torre del Greco e ribattezzato Leonardo Palomba.
Novembre 1937
Incidente al largo di Gallipoli, durante la navigazione da Porto Marghera a Gallipoli.
9 aprile 1941
Salpa scarico da Valona alle 8.15 in convoglio con i piroscafi Pontinia, Tripolino e Dormia, di ritorno vuoti a Brindisi, dove arrivano alle 19.30 scortati dall’anziana torpediniera Giacomo Medici.
5 marzo 1942
Compie un viaggio da Corfù a Patrasso insieme al piroscafo Goggiam, scortato dal cacciatorpediniere Sebenico e dalle vecchie torpediniere Giuseppe Sirtori e San Martino.
2 settembre 1942
Requisito a Bari dalla Regia Marina.

L’affondamento

Alle 22 del 18 settembre 1942 il Leonardo Palomba, al comando del capitano di lungo corso Cozzolino, lasciò Palermo con a bordo 648 tonnellate di benzina e 43 di altri rifornimenti, compresi alcuni complessi di mitragliere contraeree, diretto a Tripoli in navigazione isolata e privo di scorta. A bordo, oltre ai 24 uomini dell’equipaggio italiano (15 marittimi civili e 9 militari), c’erano 25 soldati tedeschi.
Diceva di questa povera, vecchia, lenta ed usurata nave, scaraventata in mancanza di meglio sulla rotta più pericolosa del Mediterraneo, il giornalista Vero Roberti, autore del libro “Con la pelle appesa a un chiodo”: “Avevo conosciuto la Palomba nel 1930, quando già malata di asma arrancava (…) a 6 nodi lungo le rotte della Soria [termine desueto per indicare la Siria], se il vento ce la metteva tutta ad aiutarci; l’armatore, il Comandante e la sua gente erano già così vecchi che per loro i mari del Levante erano ancora tutti “soriaci”. Era così malata la Palomba che veniva avviata, da sola, senza scorta, da Palermo a Tripoli. (…) era così carica di denti di cane ed aveva una barba di alghe così lunga che, pur pompando a tutta forza, i suoi nodi si potevano contare sulle dita di una mano sola. Qualcuno aveva pensato di raschiargli la pancia, ma coi denti di cane si staccavano anche le lamiere a croste”.
Nonostante tutto ciò, il Palomba era stato scelto per essere adattato, come altri piroscafi da carico, al trasporto della massima quantità possibile di carburante, un provvedimento d’emergenza reso necessario dalle perdite subite tra le navi cisterna. Era previsto che la nave avrebbe seguito la rotta costiera tunisina, per poi raggiungere Tripoli con il suo carico.
La navigazione della “carretta” fu intralciata, prima ancora che dal nemico, dagli inconvenienti: nel pomeriggio del 20 settembre il Palomba andò infatti ad incagliarsi presso Ras Mahamur. Da Pantelleria venne inviato ad assisterlo un rimorchiatore, e dopo non poca fatica la nave riuscì a disincagliarsi a mezzogiorno del 21 settembre. Nel frattempo, da Tripoli prese il mare il dragamine ausiliario Aquila, un grosso motoveliero requisito, che sarebbe dovuto andare incontro al Palomba per scortarlo fino a Tripoli. Ma l’Aquila non giunse mai nel punto dell’incontro: all’1.05 del 21 settembre il motoveliero venne attaccato dal sommergibile britannico Unruffled ed affondato a cannonate ad otto miglia da Mehedia.
Per ironia della sorte, fu lo stesso sommergibile, nella notte tra il 21 ed il 22, ad attaccare anche il Palomba stesso. Il comandante dell’Unruffled, tenente di vascello John Samuel Stevens, dapprima lanciò in immersione due siluri, che mancarono il bersaglio, poi, non volendone sprecarne un altro per un piroscafo tanto modesto e lento, emerse ed attaccò con il cannone la nave italiana, ma ebbe una brutta sorpresa quando, dopo sole quattro salve del cannone dell’Unruffled, il vecchio piroscafo reagì aprendo il fuoco a sua volta: i soldati tedeschi presenti a bordo erano corsi ad armare uno dei complessi di mitragliere contraeree facenti parti del carico, che erano stati sistemati in coperta, ed avevano iniziato un tiro con proiettili traccianti tanto violento da costringere il sommergibile ad allontanarsi ed immergersi di nuovo per non essere colpito. Ma Stevens non aveva intenzione di abbandonare la sua preda.
Una nave più moderna e veloce avrebbe potuto approfittarne per sfruttare la propria maggiore velocità, rispetto a quella del sommergibile immerso, per far perdere le proprie tracce nell’oscurità, ma per il Leonardo Palomba, che non poteva sviluppare più di sei nodi, questo non era purtroppo possibile. Un’ora dopo primo attacco, quando la luna fu tramontata, l’Unruffled tornò ad attaccare, alle 4.30, e questa volta andò sul sicuro: rimase immerso e lanciò tre siluri contro l’anziano piroscafo italiano. Una delle armi colpì a centro nave, e nel giro di due minuti il Leonardo Palomba fu avvolto dalle fiamme ed affondò nel punto 35°45’ N e 11°11’ E, 8-9 miglia ad est di Kuriat e 25 miglia ad est di Susa, in Tunisia.
Qualche tempo dopo, il dragamine francese Revignan soccorse 14 soldati tedeschi alla deriva su una zattera, al largo di Kuriat.
Dell’equipaggio italiano non si salvò che un fuochista, gravemente ustionato.
Morirono 23 dei 24 marinai italiani e 11 dei 25 militari tedeschi.







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