lunedì 9 giugno 2014

Nazario Sauro

Il Nazario Sauro a Taranto nel 1934 (Foto Aldo Fraccaroli, Coll. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net

Cacciatorpediniere della classe Sauro (1130 tonnellate di dislocamento standard e 1650 a pieno carico). Effettuò in guerra una decina missioni di intercettazione di convogli britannici in Mar Rosso, senza cogliere successi.

Breve e parziale cronologia.

9 febbraio 1924
Impostazione nei cantieri Odero di Sestri Ponente.
12 maggio 1925
Varo nei cantieri Odero di Sestri Ponente, madrina Anita Sauro.
23 aprile 1927
Entrata in servizio, al comando del capitano di fregata Pietro Sparita.
1927
Viene speronato a prua da un vaporetto, a La Spezia.

Il Sauro in navigazione (g.c. Adimaro Moretti degli Adimari)

25 maggio-2 giugno 1928
Il Sauro ed il gemello Francesco Nullo vengono assegnati a compiti di assistenza durante la “Crociera aerea del Mediterraneo Occidenale”: il volo in formazione di 61 idrovolanti da Orbetello (decollo il 25 giugno) a Marsiglia (1° giugno) con tappe a Cagliari Elmas, Pollensa, Los Alcazares e Puerto de los Alfaques (31 maggio) e poi ritorno ad Orbetello (2 giugno), con un volo di oltre 2800 km complessivi. I due cacciatorpediniere seguono gli aerei lungo tutta la rotta, tenendosi pronti ad assistere eventuali idrovolanti in difficoltà.
8 luglio 1928
Il Sauro riceve a Capodistria, città natale di Nazario Sauro, la bandiera di combattimento.
La nave, proveniente da Porto Mahon al comando del capitano di fregata Giuseppe Genta, è arrivata a Trieste il mattino del 3 luglio, dopo uno scalo a Messina.
Nel pomeriggio dello stesso 3 luglio il comandante Genta è andato a Capodistria per organizzare la cerimonia insieme alle autorità cittadine.
Il Sauro ha il più anziano cacciatorpediniere Giuseppe Missori come scorta d’onore. Alle 9.45 del 7 luglio il Sauro, partito da Trieste, giunge a Capodistria e si ormeggia a 400 metri dalla testata del molo. Alle 17 gli equipaggi delle due navi visitano il Museo Civico di Capodistria, ed alle 21.30 si tiene un ricevimento in onore degli ufficiali, mentre in piazza si svolge un concerto.
Nella notte si alza la bora, che ostacola le comunicazioni con la terra e costringe i due cacciatorpediniere ad accendere le caldaie per tenersi pronti, in caso di necessità, a mollare gli ormeggi, ma l’invio di due rimorchiatori da Trieste risolve il problema.
Il mattino dell’8 luglio una rappresentanza dell’equipaggio del Sauro si reca nella frazione di Bossedraga, dove si trova la casa natale di Nazario Sauro, dove si tiene una prima cerimonia, con alle 9.45 la deposizione di una corona d’alloro (omaggio del cacciatorpediniere) alla casa di Sauro. Alle 10.30 dell’8 luglio la bandiera di combattimento viene benedetta dal canonico capodistriano monsignor Mecchia, poi, dopo un breve discorso di Anita Sauro (figlia di Nazario), il podestà De Manzini consegna la bandiera al comandante Genta, dopo di che entrambi tengono un discorso: il comandante Genta dice tra l’altro, riferendosi alla bandiera, che “se un giorno dovesse essere spiegata al vento per la difesa dell’onore dei sacri diritti nostri, giuro che essa mai si piegherà dinnanzi al nemico e sarà da noi difesa fino all’estremo sacrificio”: parole profetiche.
Sono presenti alla cerimonia anche le autorità regionali (il comandante della piazzaforte di Pola, ammiraglio di divisione Slaghek, una rappresentanza dell’equipaggio del costruendo incrociatore pesante Trieste, le autorità civili e militari di Trieste, Pola e Capodistria e tutte le associazioni cittadine di Capodistria), giunte da Trieste sul rimorchiatore Audax: da questo trasbordano poi sul Sauro, insieme ad una rappresentanza dei cittadini di Capodistria, a Maria Sauro, sorella di Nazario, a Nina, la sua vedova, e ad Albania ed Anita, le figlie (Anita Sauro è la madrina del cacciatorpediniere). Nell’acclamazione generale, tra il suono delle sirene delle navi e delle campane del paese, la bandiera di combattimento viene issata a riva.
Vengono suonati l’inno della Marina ed altri inni patriottici, poi il Sauro offre un rinfresco agli invitati, ed alle 17 si tiene un’amichevole di calcio tra la squadra del Sauro ed una dei soldati del presidio. Alle 21, a Capodistria illuminata a festa, la cerimonia si conclude con un concerto della banda del presidio di Trieste.
La Società di Navigazione Capodistriana, su idea dell’irredentista istriano Piero Almerigogna, fa dono alla nave della maniglia del telegrafo di macchina che Nazario Sauro aveva in passato usato sulla plancia del piroscafo San Giusto, che aveva comandato per quattro anni e che dopo la guerra ha anch’esso assunto il nome di Nazario Sauro.

Un’altra immagine del Nazario Sauro (g.c. Adimaro Moretti degli Adimari)

1929
Il Sauro ed i gemelli Francesco Nullo, Cesare Battisti e Daniele Manin formano la III Squadriglia Cacciatorpediniere, che, insieme alla IV Squadriglia (quattro unità classe “Sella”) ed all’esploratore Pantera (conduttore), compongono la 2a Flottiglia della I Divisione Siluranti, inquadrata nella 1a Squadra Navale di base a La Spezia.
1931
Il Sauro, il gemello Cesare Battisti, i meno recenti Francesco Crispi e Quintino Sella ed il più grande Tigre formano la II Flottiglia Cacciatorpediniere della 2a Divisione della I Squadra Navale.
1933
Modificato, ricevendo una voluminosa centrale di tiro che viene realizzata sopra la plancia.
1935-1936
In preparazione alla sua dislocazione in Mar Rosso, subisce nuovi grandi lavori per dotare i locali interni di climatizzazione. A causa del conseguente appesantimento, la velocità massima cala da 35 a 31,7 nodi e l’autonomia da 2600 miglia a 14 nodi a 2000 miglia alla stessa velocità.
1936-1937
Prende parte alle operazioni della guerra civile spagnola.
1938
Dislocato in Mar Rosso. Non tornerà mai più in Italia.
1° febbraio 1940
Assume il comando del Sauro il capitano di corvetta Enrico Moretti degli Adimari.

Il Sauro alla testa di una colonna di “tre pipe” (la prima è la Giuseppe Cesare Abba) a Taranto a fine anni Trenta (Coll. N. Siracusano via Maurizio Brescia/Associazione Venus)

10 giugno 1940
All’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, il Sauro (capitano di corvetta Enrico Moretti degli Adimari) forma la III Squadriglia Cacciatorpediniere, di base a Massaua, insieme ai gemelli Francesco Nullo, Cesare Battisti e Daniele Manin.
24-25 agosto 1940
Nella notte, Sauro e Nullo vengono inviati alla ricerca di navi nemiche, che non trovano.
5-6 settembre 1940
In missione offensiva insieme a Battisti e Manin.
6-7 settembre 1940
In missione offensiva insieme a Tigre, Leone e Battisti, durante la quale vengono lanciati siluri contro un cacciatorpediniere britannico, che viene tuttavia mancato.


La III Squadriglia Cacciatorpediniere in navigazione nel Mar Rosso nel 1940 (g.c. Adimaro Moretti degli Adimari)


20-21 ottobre 1940
Sauro, Nullo ed i più grandi Leone e Pantera della V Squadriglia vengono inviati ad intercettare il convoglio britannico «BN 7», formato da 32 mercantili (partiti da Aden il 19 ottobre alla volta di Suez) scortati dall’incrociatore leggero neozelandese Leander, dal cacciatorpediniere britannico Kimberley, dagli sloop Yarra, Auckland ed Indus, rispettivamente australiano, britannico ed indiano, e dai dragamine britannici Derby e Huntley (nonché da una cinquantina di aerei da caccia e bombardieri di Aden). Il convoglio, diretto verso nord, è stato avvistato il 19 ottobre da un aerosilurante italiano Savoia Marchetti S. 79, ed il 20 ottobre il Comando Marina di Massaua ha disposto la partenza dei sei cacciatorpediniere per intercettarlo. Il piano prevede che i più lenti e meglio armati Leone e Pantera (che formano la seconda sezione) distraggano la scorta, permettendo a Sauro e Nullo (che costituiscono la seconda sezione, al comando del capitano di corvetta Moretti degli Adimari del Sauro) di superare lo schermo protettivo e lanciare i loro siluri contro le navi mercantili. Partite la sera del 20 ottobre, le due sezioni di cacciatorpediniere, dopo essere transitate nel canale di nord est dell’arcipelago delle Dahlak, si separano alle 21.15. Il Pantera avvista per primo il convoglio (con mare calmo e bene illuminato dalla luce lunare) alle 23.21 (per altra versione alle 2.19 di notte del 21 ottobre: la differenza è causata verosimilmente dal diverso fuso orario), circa 35 miglia a nord-nord-ovest dell’isoletta di Jabal al-Tair: come da piano, il Pantera comunica al Sauro l’avvistamento (fumo a prora dritta), poi la sezione costituita da Leone e Pantera attacca col cannone e col siluro, ritenendo, a torto, di aver silurato alcune navi, e ritirandosi infine inseguita da parte della scorta (Leander, Kimberley, Auckland e Yarra).  
Nel frattempo, dopo aver ricevuto il segnale di scoperta del Pantera, Sauro e Nullo si allontanano dalla zona mentre la prima sezione attacca, poi manovrano per portarsi in posizione favorevole (rispetto alla luna) per attaccare, compiendo una prima virata di 90° a sinistra alle 00.16 del 21 ottobre e poi un’altra alle 00.50. Le due unità dirigono quindi verso sudest, ma procedono per quasi un’ora senza vedere alcuna nave: poi, all’1.48, vengono avvistati il Leander ed un’altra nave. Il Sauro attacca con due siluri: uno s’inceppa, l’altro manca il suo bersaglio, il Leander, che in tutta risposta spara dei proiettili illuminanti e poi tira dieci bordate nel giro di due minuti, prima che il Sauro scompaia alla vista, illeso. La distanza a cui avviene questo combattimento viene indicata in 1460 metri da fonti italiane ed in oltre 7300 iarde dal rapporto del Leander; il Sauro vira poi dapprima a sud e poi a sudovest ed alle 2.07 tenta un nuovo attacco col siluro contro il convoglio, ma di nuovo uno dei due siluri si guasta, e l’altro manca il bersaglio, benché sulla nave italiana si pensi di aver colpito (secondo una fonte, uno dei siluri lanciati dal Sauro manca di poco lo Yarra).
Alle 2.12, infine, il Sauro si disimpegna e dirige verso nord, coprendosi con una cortina fumogena, aggirando le navi britanniche con una manovra circolare per poi imboccare il canale sud delle Dahlak per rientrare a Massaua. I cacciatorpediniere italiani sono inseguiti dal Kimberley e dal Leander, e durante il ripiegamento il Nullo subisce un’avaria al timone, rimane indietro e perde il contatto con il Sauro: inseguito dal Kimberley, verrà da questo affondato dopo un duro combattimento.
3-5 dicembre 1940
Sauro, Tigre, Leone e Manin, così come il sommergibile Ferraris, vengono mandati a cercare un convoglio, che non riescono a trovare.

Il Nazario Sauro in banchina a Massaua nel 1940 (g.c. Adimaro Moretti degli Adimari)

24-25 gennaio 1941
In missione offensiva insieme a Tigre e Pantera.
2-3 febbraio 1941
Sauro, Tigre e Pantera salpano nella notte da Massaua per compiere una ricerca a rastrello del convoglio britannico «BN 14», composto da 39 mercantili scortati dall’incrociatore leggero Caledon, dal cacciatorpediniere Kingston e dagli sloops Indus e Shoreham. Il Sauro è il primo ad avvistare il convoglio: comunica l’avvistamento alle altre unità e manovra subito per attaccare, lanciando tre siluri dapprima contro un gruppo di piroscafi e poi, dopo un minuto, ad un’altra figura oscura che emette una grossa nuvola di fumo, dopo di che si ritira ad elevata velocità (nessuna nave viene colpita). Più tardi anche il Pantera attacca infruttuosamente, mentre il Tigre non avvista le navi nemiche.
Durante la navigazione di ritorno verso il canale sud di Massaua, il Sauro incontra il Kingston, e, essendo rimasto senza più siluri, si ritira a tutta forza: temendo che le forze britanniche abbiano preparato un’imboscata, gli altri cacciatorpediniere convergono verso il Sauro e richiedono anche l’intervento dell’aviazione all’alba, ma alla fine tutte e tre le unità giungeranno indenni a Massaua.


La carica suicida

Nella primavera del 1941, la sorte della fragile colonia dell’Africa Orientale Italiana appariva ormai segnata. Circondate su tutti i fronti da forze nemiche, sprovviste di mezzi e senza possibilità di rifornimento, le truppe italiane, pur opponendo un’accanita resistenza, dovettero progressivamente arretrare. All’inizio di aprile era ormai evidente che l’arrivo delle truppe britanniche a Massaua era solo una questione di giorni: fu pertanto deciso di evacuare le poche navi che, per la loro autonomia, avessero la possibilità di raggiungere la Francia od il Giappone, mentre tutte le altre sarebbero dovute essere distrutte per non farle cadere in mano nemica. Tra le unità che non avevano autonomia bastante a raggiungere i lontani porti nipponici o francesi (e che erano per giunta afflitte da problemi ai motori ormai logorati dal lungo servizio, armamento superato, strumentazioni non più in piena efficienza) vi erano tutti i sei cacciatorpediniere rimasti: Sauro, Battisti, Manin, Tigre, Leone e Pantera. Per loro, tuttavia, il contrammiraglio Mario Bonetti (comandante delle forze navali in A.O.I.), con il permesso di Supermarina, decise un piano diverso dal mero autoaffondamento.
Le navi sarebbero state impiegate in un’ultima missione – che non sarebbe inappropriato definire suicida – nel tentativo, prima dell’inevitabile perdita, di arrecare quanti più danni possibile al nemico: un duplice attacco contro Suez e Porto Sudan. I tre cacciatorpediniere più grandi (Tigre, Leone e Pantera, che formavano la V Squadriglia), dotati di maggiore autonomia, avrebbero risalito il Mar Rosso per attaccare Suez, mentre i tre più piccoli Sauro, Battisti e Manin (III Squadriglia, le cui unità avevano un’autonomia di 600-700 miglia) avrebbero attaccato la più vicina Porto Sudan. Non vi sarebbe stata copertura aerea; le navi, in precarie condizioni di efficienza, avrebbero dovuto trascorrere due giorni in acque nemiche, esposte ad attacchi aerei e navali nel Mar Rosso ormai pressoché controllato dalle forze aeronavali britanniche. Il rientro a Massaua (dove sarebbero egualmente andati perduti entro pochi giorni), quale che fosse stato l’esito, non era contemplato: sia che fossero riusciti nell’intento, sia che non avessero avuto la possibilità di proseguire, i cacciatorpediniere avrebbero dovuto raggiungere la costa araba (così che gli equipaggi si sarebbero potuti rifugiare in terra neutrale) per poi autoaffondarsi. In ogni caso, quindi, sarebbe stata una missione senza ritorno.
I comandi britannici, ritenendo possibile un tale attacco, avevano rinforzato le difese sia di Suez che di Port Sudan: in quest’ultima località erano stati dislocati gli esperti gruppi di volo della portaerei Eagle (che non si era potuta recare in Mar Rosso a causa delle mine posate da aerei tedeschi nel canale di Suez).
Per primi partirono, il 31 marzo, i tre cacciatorpediniere della V Squadriglia (quelli della III Squadriglia avrebbero preso il mare l’indomani, essendo il loro obiettivo più vicino), ma al largo delle Dahlak il Leone s’incagliò su una scogliera sommersa non segnalata e dovette autoaffondarsi per i danni subiti (era anche scoppiato un incendio a bordo), dopo di che Tigre e Pantera tornarono a Massaua. Per giunta la Luftwaffe, che avrebbe dovuto compiere un bombardamento diversivo su Suez, annullò la propria partecipazione all’operazione.

Il piano venne così cambiato: tutti e cinque i cacciatorpediniere rimanenti sarebbero stati lanciati contro Porto Sudan, dove avrebbero dovuto bombardare con le proprie artiglierie le installazioni portuali britanniche. Le navi avrebbero navigato alla massima velocità per compiere l’intero tragitto (265 miglia) di notte, in modo da evitare l’avvistamento. La nafta nei serbatoi – l’ultima rimasta ad Assab, appositamente trasportata a Massaua, per la missione, dalla nave cisterna Niobe – bastava solo per l’andata.


Il comandante Enrico Moretti degli Adimari a bordo del Sauro (si ringrazia il figlio Adimaro). Nato a Conegliano (Treviso) il 12 gennaio 1902, fu decorato di due Medaglie d’Argento ed una di Bronzo al Valor Militare, l’ultima delle quali con motivazione: "Comandante di cacciatorpediniere dislocato in mari lontani dalla Patria, in disperato tentativo di attacco a base navale avversaria, veniva sottoposto a incessanti attacchi aerei che causavano la perdita dell'unità. Naufrago, dava ogni propria energia per salvare i superstiti,dimostrando nella difficile circostanza elevate qualità di energia e coraggio".


Nel primo pomeriggio del 2 aprile 1941 Sauro (al comando del capitano di corvetta Enrico Moretti degli Adimari), Battisti, Manin (caposquadriglia della III Squadriglia), Tigre e Pantera (caposquadriglia della V Squadriglia e capo formazione) salparono per l’ultima volta da Massaua. Per primi, alle 13, partirono Tigre e Pantera, mentre alle 14 presero il mare Sauro, Battisti e Manin. La navigazione di avvicinamento all’obiettivo si svolse sotto i peggiori auspici: a nord di Massaua le navi vennero avvistate da ricognitori britannici della Fleet Air Arm (appartenenti alla Eagle ma ora assegnati a basi terrestri), facendo sfumare l’effetto sorpresa e provocando, circa due ore dopo la partenza, un pur infruttuoso attacco aereo contro di esse; nella notte il Battisti, colto da un’avaria alle macchine, dovette lasciare la formazione per poi autoaffondarsi, nell’impossibilità di proseguire.
Nonostante tutto, per il resto del 2 aprile e la notte successiva la navigazione, svolta a tutta forza ed in due gruppi separati (Sauro-Manin e Tigre-Pantera), non venne disturbata da attacchi nemici (i cui ricognitori, però, sorvegliarono le navi italiane per tutta la durata del viaggio), e le quattro rimanenti unità percorsero senza problemi 235 delle 265 miglia che separavano Massaua da Porto Sudan.
Alle 6.30 del 3 aprile, ad una trentina di miglia da Port Sudan, i due gruppi si riunirono, ed i quattro cacciatorpediniere proseguirono insieme verso il loro obiettivo. Alle 6.55, però, quando ormai Port Sudan non distava che 19 miglia, sopraggiunsero le prime ondate di una formazione composta da decine aerosiluranti Fairey Swordfish degli Squadrons 813 e 824 della Fleet Air Arm (solitamente imbarcati sulla portaerei Eagle, ma in questa occasione decollati da basi terrestri di Port Sudan), equipaggiati con bombe e guidati dal capitano di corvetta Charles Lindsay Keighly-Peach (che ricevette per l’azione l’Order of British Empire), e da bombardieri Bristol Blenheim del 14th Squadron dell Royal Air Force, che attaccarono le navi con bombe da 110 e 224 kg. (Secondo fonti italiane, i Blenheim erano una settantina, gli Swordfish una dozzina; per fonte britannica vi era un imprecisato numero di Swordfish dell’813th e 824th Squadron FAA rinforzati da cinque Blenheim del 14th Squadron RAF).
Poco dopo le 7 vennero anche avvistati (dal Pantera) quelle che si ritennero essere tre navi da guerra nemiche, tra cui un incrociatore, ed il capo formazione (CV Gasparini sul Pantera) decise di rinunciare ad attaccare Port Sudan per ingaggiare invece combattimento contro queste (presunte) navi.
Sottoposti a pesante bombardamento, i quattro cacciatorpediniere italiani ruppero la formazione e continuarono nella navigazione, procedendo a zig zag e reagendo con il tiro delle proprie modeste mitragliere contraeree da 13,2 mm, ma ci fu poco da fare: verso le 7.30 Sauro e Manin, più piccoli e vulnerabili, divennero il bersaglio principale degli attacchi aerei, mentre Tigre e Pantera si allontanavano verso le coste arabe, dove si sarebbero infine autoaffondati. Sauro e Manin, pur danneggiati, proseguirono mentre gli attacchi aerei si facevano sempre più pesanti; vista la vicinanza alle basi britanniche, gli aerei, terminato ogni attacco, potevano tornare alla base, rifornirsi di carburante e di bombe e poi tornare all’attacco, mentre le navi italiane venivano colte da avarie alle proprie armi ed il munizionamento contraereo si andava via via esaurendo. Questo causò una riduzione dell’intensità del tiro contraereo: essendosene accorti, gli aerei britannici, che fino ad allora erano rimasti a quota elevata ed avevano perciò sganciato le proprie bombe con molta imprecisione (tanto che nessuna nave aveva ancora riportato danni seri), si abbassarono e si fecero più arditi, attaccando a quote più basse e con maggior precisione. Il Sauro si difese accanitamente per due ore e riuscì a respingere per tre volte, contromanovrando e rispondendo al fuoco con il proprio armamento, degli attacchi aerei diretti contro di esso; le mitragliere facevano quanto più fuoco possibile e l’equipaggio ritenne di aver abbattuto due degli attaccanti, uno dei quali fu visto da alcuni ufficiali, che lo riferirono al comandante Moretti degli Adimari, scomparire nel vortice di fuoco generato dall’esplosione di una riservetta di munizioni. Nondimeno, Moretti degli Adimari si rendeva conto che prima o poi le munizioni sarebbero finite, le mitragliere si sarebbero inceppate per il logorio causato dall’incessante tiro, la sua nave sarebbe stata colpita: mentre il Sauro manovrava per schivare le bombe, eseguendo continue accostate a tutta forza, egli ordinò al comandante in seconda, tenente di vascello Giovanni Gianformaggio, di accertarsi che tutti i mezzi di salvataggio fossero liberati dai fermi. Moretti degli Adimari seguiva l’andamento del combattimento in plancia, in calzoncini corti – in Mar Rosso faceva terribilmente caldo anche in aprile –, fumando una sigaretta. Mentre stava parlando con il direttore di macchina, verso le 8.40, giunse il grido della vedetta di dritta: "Aerei nemici in avvicinamento a 30° dalla prora!". Le mitragliere intensificarono per quanto possibile il volume di fuoco e concentrarono il tiro sui nuovi arrivati, che scendevano in picchiata, bombardando e mitragliando a bassa quota. Il Sauro continuava a zigzagare, circondato dalle colonne d’acqua generate dalle bombe; «e io avevo già esaurito mezzo pacchetto di sigarette – scrive il comandante Moretti degli Adimari nel suo diario – e imprecavo perché la mia ordinanza mi sollecitava ad indossare il salvagente. Non sopportavo quell’accessorio, non aveva alcun sostegno per il capo, stringeva la vita, e non l’ho mai portato». Alcune delle vecchie mitragliere da 40/39 mm iniziarono ad incepparsi, così indebolendo la reazione del Sauro a quell’infernale assalto; le mitragliere da 13,2 mm, invece, continuavano a funzionare.
Alla fine, alle 9.02 del mattino (fonti britanniche, probabilmente per i diversi fusi orari, indicano le 6.15, altre ancora le 7.15), un aereo più abile degli altri – lo pilotava l’allievo ufficiale Eric Sergeant dell’813th Squadron, che sarebbe stato decorato con la Distinguished Service Cross per la sua azione – riuscì ad avvicinarsi sino a meno di 50 metri ed a sganciare una salva di cinque bombe ben centrata.
Il Sauro aveva appena eluso tre sganci successivi di bombe, e stava accostando a sinistra a 25 nodi; la vedetta in controplancia avvistò l’aereo di Sergeant che si avvicinava volando a un centinaio di metri dalla superficie, e gridò: "Comandante, nemico proveniente da poppa!". Moretti degli Adimari uscì dalla plancia, gridando a sua volta un ordine: "Mitraglieri intensificare fuoco, fuoco… con tutti gli armamenti di bor-" ma la frase venne interrotta da una tremenda esplosione, che con lo spostamento d’aria gettò il comandante del Sauro sul pavimento, sbattendo la testa contro il telefono di macchina.
Il radiotelegrafista Domenico Maida, che aveva terminato il suo turno di guardia nel locale radio alle quattro del mattino, si era sdraiato in controplancia per cercare di riposare un po’, senza però riuscirci sia a causa del mal di mare provocato dal beccheggio della nave, sia per i continui attacchi aerei. Ad un tratto, Maida vide sganciare sei bombe che «colpirono in pieno la nostra nave dalla poppa al centro; in quel momento mi trovavo appena qualche metro distante dal bersaglio: sentii un rumore assordante, indescrivibile e un continuo picchiettio di schegge. Per spirito di conservazione strisciavo continuamente per terra sulla coperta della controplancia, cercavo a mio avviso di scansarmi da quelle schegge pericolose».
Una bomba da 224 kg aveva colpito in pieno il valoroso cacciatorpediniere, seguita da altre che colpirono a poppa, scatenando in breve un incendio: le fiamme raggiunsero la vicina riservetta di munizioni e questa esplose, poi l’acqua si riversò copiosamente attraverso lo squarcio aperto nello scafo dall’esplosione, ed il Sauro sbandò immediatamente sulla dritta ed iniziò ad affondare di poppa. Rialzatosi, il comandante Moretti degli Adimari gridò al direttore di macchina di fermare le macchine, ed a tutto l’equipaggio di abbandonare la nave.

In mezzo minuto il Sauro si rovesciò ed affondò con la bandiera a picco nel punto 20°00’ N e 30°00’ E (esattamente al centro del Mar Rosso, profondo in quel punto 2000 metri), ad appena una decina di miglia dal suo obiettivo di Port Sudan (per altra fonte, invece, ad una novantina di miglia da quella città), portando con sé gran parte dei 173 uomini del suo equipaggio.
Così Enrico Moretti degli Adimari descrive, nel suo diario, il momento dell’affondamento: «Prima di essere sommerso, aspirai d’istinto e mi sentii trascinare sott’acqua dal gorgo prodotto dall’affondamento. E questo durò un tempo che ritenni interminabile, fino a che non venni sospinto da una bolla d’aria che mi riportò in superficie facendomi uscire dall’acqua quasi a metà corpo. Agitai disperatamente le braccia nell’acqua per sfuggire all’ulteriore risucchio. Regnava un silenzio di morte. Mi trovavo spinto tra marinai morti, rottami. Cercai con gli occhi il mio secondo, non era visibile. Scoprii invece a poca distanza alcune zattere con attaccati molti uomini. Il mare si alzava e mi spingeva ora da una parte, ora dall’altra. Raggiunsi con vigorose bracciate il gruppo più numeroso di naufraghi che in qualche modo erano riusciti ad organizzarsi. Lo spettacolo era irreale e orrendo. Tra le macchie di nafta, rottami, e purtroppo membra insanguinate e cadaveri di marinai che galleggiavano con la testa sott’acqua, fui ben presto tra i superstiti e i canotti che galleggiavano nello specchio di mare, non più di acqua ma di nafta (…) Ogni tanto si udivano grida di richiamo, urla di terrore e lamenti dei feriti».
Il radiotelegrafista Domenico Maida avrebbe così ricordato quei momenti: «Tutto ad un tratto, mi accorsi che stavo scivolando e andai a finire con la testa vicino ad un parapetto della nave e potetti constatare che la nave colpita in pieno si stava capovolgendo. In un attimo vidi il comandante che prendeva un salvagente e si tuffava in acqua dicendo le seguenti parole —Disgraziati, ci hanno fregati!-. Immediatamente, senza capire niente, mi tuffai anche io senza preoccuparmi di prendere un salvagente, perché in tal caso, sarei rimasto intrappolato sotto la mia nave! Appena venni alla superficie, vidi la mia nave venir fuori dal mare verticalmente con la prua in alto e poi affondare. In quel momento fui attirato dal vortice e andai sotto, fortunatamente sentii un rumore assordante e poco dopo riapparsi in superficie. Si era probabilmente trattato dello scoppio delle caldaie della nave che dovette infrangere il gorgo del risucchio e quindi la pressione dell'acqua, che doveva essere abbastanza elevata, in quanto in quel posto vi erano cinquecento metri di profondità, mi mandare di nuovo in superficie. Appena riemerso si presentò alla mia vista uno dovette spettacolo terrificante: amici miei mutilati in modo grave che chiedevano aiuto, chi stava annegando annaspando in superficie, chi da sotto le acque cercava di afferrarmi per i piedi tentando di salvarsi, comunque furono momenti a dir poco orribilmente mostruosi! Questo trambusto di cose durò quasi una mezz'ora».

La maggior parte dell’equipaggio riuscì ad abbandonare la nave prima che questa s’inabissasse, ma molti dei naufraghi erano feriti o indeboliti dalla terribile calura del Mar Rosso, per giunta aggravata dal fatto che le caldaie avevano funzionato a pieno regime sin dal 2 aprile, alzando la già elevata temperatura in tutta la nave. Zattere e battelli di salvataggio, appositamente liberati dai blocchi prima del combattimento, erano venuti a galla e furono ben presto pieni di naufraghi, arrampicatisi a bordo. C’erano ancora, negli appositi scompartimenti dei battelli, le dotazioni di acqua e cibo, che occorreva razionare per farle durare il più possibile.
Arrampicatosi su uno zatterino Carley che si trovava in posizione centrale nel gruppo dei galleggianti, il comandante Moretti degli Adimari incoraggiò i superstiti, gridando: "Marinai, abbiamo perso la nostra nave, ma non la nostra vita! Abbiate fede, ci salveremo! Tutti gli ufficiali e i sottufficiali che sono incolumi mi raggiungano!" Diede poi ordini affinché venissero issati a bordo tutti i naufraghi, e si facesse la conta dei sopravvissuti. In lontananza si vedeva il Manin, che si allontanava martellato dai bombardieri, cui rispondeva col tiro indiavolato delle armi di bordo. Qualche ora più tardi avrebbe raggiunto anch’esso il fondo del Mar Rosso.
Più di settanta uomini del Sauro non risposero all’appello fatto in acqua. In loro memoria, scrive Moretti degli Adimari, «in piedi e a petto nudo con ancora il binocolo al collo, tenendomi in precario equilibrio per il moto ondoso che stava aumentando, levai la mano nel saluto, e tutti quelli che poterono mi imitarono».
Tra i rottami che galleggiavano sul mare c’erano anche alcune botti e le tavole del rancio, che prima dello scontro erano state adagiate sulla tolda affinché potessero anch’esse servire come galleggianti supplementari in caso di affondamento: appoggiando le tavole sulle botti e legandole tra loro, sotto la direzione del comandante Moretti degli Adimari, i naufraghi riuscirono a realizzare un grosso zatterone di fortuna, sul quale vennero adagiati i feriti in condizioni peggiori.
Moretti degli Adimari esaminò a fondo la situazione, poi prese una decisione: siccome uno dei battellini era in perfetto stato e in grado di raggiungere la terraferma, distante 60 miglia, alcuni uomini avrebbero cercato di raggiungere la costa su di esso, per chiedere l’invio di soccorsi. Affidò questo compito al sottotenente di vascello Libero Donati, l’ufficiale di rotta del Sauro, nel quale riponeva particolare fiducia. Insieme a questi, presero posto nel battellino altri quattro uomini: il marinaio Borini, quale rematore; il tenente del Genio Navale Direzione Macchine Andrea Fichera ed il marinaio cannoniere Criscuolo, gravemente feriti e bisognosi di cure che avrebbero potuto ricevere a terra; il direttore di tiro del Sauro, rimasto gravemente intossicato dall’ingestione di nafta.
Il mare, intanto, andava peggiorando: tirava vento da est-nord-est, e le zattere alla deriva faticavano a restare insieme; il mare divenne via via più mosso, i naufraghi dovettero aggrapparsi ai bordi delle zattere per non essere gettati in mare. Le zattere venivano spinte sulla cresta delle onde, poi cadevano nel cavo, capovolgendosi; questo avvenne a più riprese, ma ogni volta i naufraghi riuscivano a riaggrappare le zattere, e dopo alcune ore trovarono il modo di evitare ulteriori capovolgimenti. Del centinaio di naufraghi del Sauro che si trovavano in acqua, i quattro quinti avevano trovato posto sulle zattere, occupando tutto lo spazio disponibile; ma una ventina erano dovuti giocoforza rimanere in acqua, aggrappati ai bordi. Tra questi ultimi era anche il radiotelegrafista Domenico Maida, che era rimasto senza salvagente, e che anni dopo avrebbe così ricordato: «Fortunatamente venne a galla un Carley, cioè una specie di canotto dalla capacità di contenere quattro o cinque persone. Io cercai di avvicinarmi a nuoto a quel canotto nel quale c'era il Comandante e tre dei miei amici feriti. I superstiti eravamo quasi tutti sparpagliati, alcuni anche abbastanza lontani trascinati dalla corrente. Ci trovavamo pressappoco ad una trentina di miglia da Porto Sudan. Molti dei superstiti erano forniti di salvagente formato a collare con quattro sugheri e quindi ogni salvagente poteva mantenere a galla due persone. Sfortunatamente io ne ero sfornito, in quanto non avevo avuto il tempo materiale di potermelo procurare. Cercavo con piccoli movimenti delle mani e dei piedi di mantenermi a galla e di stare nei pressi del canotto dove vi era il comandante. A turno fra tutti quelli che vi erano vicini a cinque o sei persone potevamo riposare un poco appoggiandoci vicino al canotto. Naturalmente per i feriti più o meno gravi non c'era nulla da fare e quindi man mano che si stancavano, si lasciavano andare e dopo pochi secondi di annaspamento con le mani nell'acqua sparivano nell'abisso».
Intanto il sole continuava a splendere, ed a picchiare sui naufraghi che non avevano modo di ripararsi da esso. In aggiunta alle ferite si fece sentire la sete, e di verificarono casi d’insolazione. Furono distribuiti l’acqua e le provviste di riserva. Insieme al comandante Moretti degli Adimari c’erano altri due ufficiali, uno dei quali era un medico; questi cercò di prestare soccorso ai feriti più gravi, ma doveva praticamente operare a mani nude. Alcuni dei feriti avevano perso degli arti, altri presentavano ferite profonde, altri ancora erano ustionati. Le emorragie più serie vennero fermate usando come lacci emostatici dei pezzi di corda, o le maniche dei camiciotti indossati da alcuni naufraghi. Di più l’ufficiale medico non poteva fare: in quelle condizioni, purtroppo, i feriti gravi avevano ben poche possibilità di farcela.
Intorno alle due del pomeriggio un sottocapo nocchiere, da una delle zattere vicine a quella del comandante, gridò a Moretti degli Adimari, agitando le braccia per richiamare l’attenzione: "Comandante, è impazzito un marinaio! Dice che deve fare la spesa e tenta di gettarsi fuori bordo!" L’ufficiale rispose di fermarlo in ogni modo: "Tenetelo, perdio, legatelo! Dategli una botta in testa, altrimenti è perduto!" Due marinai avevano infatti afferrato il naufrago impazzito, ma questi era un uomo corpulento e ad un tratto saltò in acqua, trascinando con sé anche i due uomini che lo trattenevano. Questi ultimi, semisvenuti, sprofondarono sott’acqua ma vennero subito afferrati e tirati a bordo della zattera dai loro compagni; il marinaio impazzito, invece, continuò a nuotare vigorosamente verso il mare aperto, finché non scomparve. I naufraghi non poterono che restare a guardare in silenzio.
Mentre le zattere andavano alla deriva, i loro occupanti aguzzavano tutti la vista, ispezionando l’orizzonte in cerca di un segno rivelatore della presenza di un aereo o di una nave che potesse salvarli. Speranza del comandante era che il mare spingesse le zattere sulla rotta Suez-Port Sudan, dove sarebbe stato più probabile incontrare qualche nave.
Di nuovo la parola a Domenico Maida: «Intanto le ore passavano lentamente con la consapevolezza che se non ci avesse segnalato l'aereo nemico che ci aveva affondati, nessuno mai si sarebbe accorto di quel piccolo mucchio di giovani sparpagliati in quell'immensità marina, probabile cibo per gli squali, che come si sa, il Mar Rosso ne ha in abbondanza. Però una fievole speranza ci dava la forza di resistere e cioè: l'aereo che ci aveva affondati, prima di andarsene, si trattenne un po' di tempo sulle nostre teste, evidentemente per vedere quale fine ci stava toccando! Poi vedemmo il pilota che sporse il braccio dalla carlinga e fece il segno con la mano di aspettare. Veramente quel segno infuse in noi la speranza che il pilota dell'aereo avesse segnalato, a chi di dovere, la posizione di queste persone in balia del mare e dei suoi pericoli! Intanto le ore trascorrevano e le nostre forze si andavano ad affievolire. Più tempo trascorreva e più si perdevano le speranze del soccorso».

Non pochi dei superstiti, nell’attesa dei soccorsi, soccombettero alle ferite, al caldo, alla stanchezza. La scomparsa di un uomo era annunciata da un grido, una richiesta di aiuto che si levava da qualche parte nel mare. Verso le quattro del pomeriggio si profilò una minaccia ancor più terribile: gli squali, abbondanti nel Mar Rosso. Scrive il comandante Moretti degli Adimari: «…dalla zattera di coda del piccolo convoglio, che aveva alcuni uomini in mare aggrappati alle sagole, si levarono urla agghiaccianti insieme ad uno spumeggiare dell’acqua intorno. Il Capo Fichera, sottufficiale nostromo, lanciò un grido altissimo: "Comandante, pinna di squali a dritta…la…la.. guardi!" Risvegliatomi di colpo da un leggero assopimento, mi resi subito conto del pericolo e pertanto ordinai il recupero immediato di tutti gli uomini in mare anche sovraccaricando le zattere. Intanto attorno a quella di capo Fichera, si stava svolgendo una autentica lotta. Alcuni squali si erano avvicinati mostrando l’orrido muso fuori dall’acqua…» Gli occupanti della zattera presero a picchiare gli squali con remi e pagaie, per tenerli a distanza; il sottufficiale che a bordo era di guardia, e che aveva tenuto con sé la pistola Beretta anche dopo l’affondamento, scaricò entrambi i suoi caricatori contro gli squali che più si avvicinavano. Dopo un po’, quelle mostruose creature se ne andarono.
Domenico Maida avrebbe ricordato così l’attacco degli squali: «Erano trascorse già sei ore ed erano le ore 14, quando un grido di terrore si elevò! Alcuni avevano avvistato delle grosse pinne di pesci grandi e naturalmente, trovandoci in quella parte di mare, generalmente infestata da squali, pensammo al peggio! Il nostro Comandante cercava di dissuaderci da quei pensieri, dicendo che si trattava probabilmente di grossi tonni e non di squali. Si smentì questo incoraggiamento quando vedemmo spettacoli da brivido: alcuni superstiti furono afferrati dalle grosse fauci degli squali e sparirono dalla superficie. In quel momento tutti fummo invasi da un panico indescrivibile! Io, da parte mia, cercavo di mantenermi a fior d'acqua facendo il morto e agendo convulsamente con mani e piedi per fare in modo di mantenermi quanto più possibile a fior d'acqua fino all'esaurimento delle mie forze. Esausto smisi di fare il morto e mi disposi in acqua normalmente senza poter più badare a quello che mi poteva succedere! Fortunatamente lo sto scrivendo e questo è segno tangibile che il mio corpo non era cibo adeguato per i loro gusti! Dopo circa una mezz'ora di quella sfuriata di squali, tornò la calma! Nessuno dei superstiti che mi stavano vicino commentò l'accaduto, ormai ci si preoccupava solo di sé stessi e per la sopravvivenza, spesso con la mente nel vuoto assoluto».
Le scarse scorte d’acqua delle zattere erano già finite; parecchi feriti, nonostante le premure dell’ufficiale medico, avevano preso a delirare, ed il morale dei naufraghi si era già di molto deteriorato, per la stanchezza e la paura che gli squali tornassero ad attaccare. Ancora dai ricordi di Domenico Maida: «Erano trascorse ormai 8 ore e nessun mezzo di soccorso si profilava all'orizzonte. Ormai le speranze della salvezza andavano man mano ad esaurirsi. Io facevo parte di un gruppetto che stava vicino al Comandante il quale, nel Carley, insieme a dei feriti, scrutava l'orizzonte senza posa. A un bel momento ci disse:- Ragazzi, siete sicuri che quando l'aviere si è sporto dalla carlinga con il suo braccio ci ha fatto segno di aspettare? oppure ha voluto significare di andare a quel paese?- Comunque più passava il tempo e più per noi si avvicinava la fine!».
Al tramonto, verso le sei di sera, apparve all’orizzonte il profilo di un piroscafo: una delle zattere alzò una piccola vela su un remo, a mo’ di segnale, per chiedere aiuto. La nave se ne accorse, e virò subito in direzione dei naufraghi. 
Domenico Maida, esausto dopo nove ore trascorse in acqua, aveva ormai perso ogni speranza di salvezza e stava per lasciarsi andare, come già altri compagni avevano fatto prima di lui, quando «tutto ad un tratto il Comandante diede con un urlo l'avvistamento di una nave, a tutti noi si sbarrarono gli occhi per guardare, era la forza dello spirito di conservazione e vedemmo anche noi. Un'altra paura c'invase: quella nave puntava la prua non su di noi, ma era obliqua a noi, il che significava che potevano anche non vederci e quindi per noi significava veder sfumare l'unica e ultima via di salvezza! In quel momento il Comandante disse a tutti quelli che potevano sentire la sua voce di gridare aiuto con tutte le forze che ci rimanevano, sperando che potessero udire qualcosa. Incominciammo a gridare come forsennati, al di fuori delle nostre facoltà mentali fino ad esaurire tutto il fiato che avevamo! Tutto ad un tratto vedemmo la prua cambiare rotta e puntare verso di noi! Fu lo spettacolo più bello e meraviglioso che i nostri occhi avessero mai potuto vedere! Si piangeva dalla gioia ringraziando il Signore Iddio. In quel momento quando ormai la nave mercantile da carico si trovava presso di noi, il Comandante, raggiante di gioia, ci disse: -Ragazzi, oggi avete acquistato una nuova data di nascita e cioè: 3 Aprile 1941.- La nave si fermò poco distante da noi, furono calate delle scialuppe in acqua che ci portarono a bordo. Nello spazio di circa mezz'ora, noi, pochi superstiti rimasti, eravamo tutti a bordo».
La nave era il piroscafo britannico Velho, che arrivò sul posto alle 18.30 e recuperò tutti i naufraghi, divisi in due gruppi, per un totale di 95 sopravvissuti: il comandante Moretti degli Adimari, altri otto ufficiali, 12 sottufficiali, 73 tra sottocapi marinai ed un ascaro.
I morti del Sauro furono 78: un ufficiale, dodici sottufficiali, 62 tra sottocapi e marinai, un maestro di casa (cameriere civile adibito alla mensa ufficiali) e due ascari.

I loro nomi:

Giuseppe Albano, marinaio fuochista, disperso
Pasquale Allegretta, marinaio fuochista, disperso
Tullio Allaria, marinaio cannoniere, disperso
Catello Amitrano, sergente nocchiere, disperso
Gennaro Aufiero, marinaio, disperso
Rosario Averta, marinaio elettricista, disperso
Ruggero Bianchini, sottocapo silurista, disperso
Rocco Boccanfuso, marinaio, disperso
Bruno Bonassi, marinaio fuochista, disperso
Antonio Bonavita, marinaio cannoniere, disperso
Angelo Bonillo, marinaio cannoniere, disperso
Adriano Bonino, marinaio fuochista, disperso
Lorenzo Borrelli, capo meccanico di terza classe, disperso
Pietro Cassalia, sottocapo meccanico, disperso
Francesco Castellaccio, capo furiere di seconda classe, disperso
Armando Celotti, secondo capo silurista, disperso
Giovanni Battista Ciaccio, marinaio, disperso
Mose Colaianni, capo nocchiere di terza classe, disperso
Armando Colombo, guardiamarina, disperso
Luigi Cornolo, sottocapo cannoniere, disperso
Giuseppe Corigliano, marinaio, disperso
Antonio D’Amato, sergente furiere, disperso
Salvatore Darone, marinaio, disperso
Giobatta Della Casa, sottocapo elettricista, disperso
Pasquale Di Mauro, marinaio cannoniere, disperso
Ottorino Fasan, marinaio fuochista, disperso
Enrico Favaretto, marinaio fuochista, disperso
Cesare Fazzi, sottocapo elettricista, disperso
Alfredo Fichera, secondo capo meccanico, disperso
Arnaldo Fontana, capo meccanico di prima classe, disperso
Giuseppe Foti, marinaio, disperso
Tommaso Genisio, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Graziano, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Grella, sottocapo cannoniere, disperso
Evaristo Hertmayer, sottocapo cannoniere, deceduto in prigionia nel Regno Unito il 24.4.1946
Carmelo Lago, marinaio fuochista, disperso
Anselmo Lentati, marinaio fuochista, disperso
Salvatore Leo, marinaio fuochista, disperso
Guerrino Lupi, sottocapo silurista (ordinanza del comandante), disperso
Marco Magale, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Malinverni, marinaio silurista, disperso
Raffaele Mazzucca, sergente meccanico, disperso
Vittorino Merazzi, marinaio, disperso
Francesco Migliazza, sottocapo cannoniere, disperso
Giovanni Minichino, marinaio fuochista, disperso
Antonio Mitrani, capo silurista di seconda classe, disperso
Aldo Montenovesi, secondo capo elettricista, disperso
Sebastiano Montoneri, marinaio, disperso
Romeo Monzani, sottocapo fuochista, disperso
Giovanni Morabito, marinaio fuochista, disperso
Carlo Abbate, marinaio, disperso
Pasquale Nastasi, marinaio fuochista, disperso
Antonio Nieddu, sergente meccanico, disperso
Giacomo Perrone, sottocapo cannoniere, disperso
Luigi Pianezzola, sottocapo cannoniere, disperso
Lotario Previati, sottocapo cannoniere, disperso
Mario Recalcati, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Romele, marinaio fuochista, disperso
Attilio Sager, sottocapo meccanico, disperso
Bruno Salvagno, marinaio, disperso
Salvatore Sanna, sottocapo cannoniere, disperso
Bruno Sogno, marinaio elettricista, disperso
Federico Spazzapan, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Speronello, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Spina, marinaio cannoniere, deceduto in prigionia in Australia il 9.1.1946
Attilio Spinelli, marinaio elettricista, disperso
Pasquale Tamma, marinaio cannoniere, disperso
Pietro Teatini, marinaio, disperso
Giuseppe Terrana, marinaio, disperso
Ubaldo Traverso, capo cannoniere di terza classe, disperso
Giovanni Trevisan, sottocapo elettricista, disperso
Sigfrido Tronati, sottocapo meccanico, deceduto
Ferdinando Vanali, marinaio fuochista, disperso
Gino Venuti, marinaio fuochista, disperso
Salvatore Viscomi, marinaio, disperso
Tommaso Vitulli, marinaio, disperso
Bruno Zabeo, sottocapo silurista, disperso
Rodolfo Zambrini, sottocapo cannoniere, disperso

Gli ultimi naufraghi del Sauro nuotano verso un’imbarcazione messa a mare dal Velho (g.c. Adimaro Moretti degli Adimari)

A bordo del Velho i naufraghi italiani, ormai prigionieri, vennero dapprima sfamati e poi sistemati sottocoperta, anche se privi di una stretta sorveglianza armata, dato che il Velho, nave mercantile, non aveva personale militare a bordo. Ricevettero anche indumenti asciutti, forniti dall’equipaggio. Domenico Maida ricorda: «Tutti battevamo i denti per il freddo; eravamo seminudi e neri di nafta, la quale era uscita dai serbatoi della nave quando era affondata. Arrivati a bordo, ci diedero come primo ristoro dell'acqua da bere, poi ad ognuno di noi fu data una coperta e ci buttarono dentro delle stive che servivano per i rifornimenti di carbone. Erano le ore 18 quando eravamo tutti saliti a bordo».
Il comandante del piroscafo invitò il capitano di corvetta Moretti degli Adimari a riposarsi in cabina; questi, tuttavia, declinò l’offerta, preferendo restare con i suoi uomini.
Il Velho fece rotta per Port Sudan, dove giunse nel primo mattino del 4 aprile, sbarcandovi i naufraghi i quali vennero poi caricati su automezzi che li portarono in un accampamento che fungeva da provvisorio campo di prigionia, nella periferia di Port Sudan. Prima, però, gli ufficiali furono separati dagli altri prigionieri e interrogati: non appena fu sbarcato dal Velho, il comandante Moretti degli Adimari fu raggiunto da un sottufficiale britannico con scorta armata, che gli disse di radunare tutti gli ufficiali per essere portati al locale comando navale britannico. Così fu fatto, e gli ufficiali superstiti del Sauro vennero caricati su un torpedone e portati al Comando della Royal Navy di Port Sudan. Durante il tragitto, Moretti degli Adimari raccomandò ai sottoposti di non rispondere a nessuna domanda sulla dislocazione delle unità italiane in Mar Rosso, o comunque a qualsivoglia domanda di interesse militare.
Fu proprio il comandante del Sauro ad essere interrogato per primo: venne introdotto nell’ufficio del comandante britannico, dove lo attendeva un ufficiale britannico con i gradi di maggiore, che Moretti degli Adimari giudicò fare probabilmente parte del servizio informazioni della Royal Navy. Il britannico non si presentò; i due nemici si salutarono militarmente, poi Moretti degli Adimari venne fatto accomodare su una sedia a braccioli un po’ più bassa del piano della scrivania cui era seduto l’interlocutore, che attaccò a fare domande attraverso un interprete. Moretti degli Adimari, per la verità, sapeva l’inglese; ma si guardò bene dal dirlo, così che i suoi carcerieri parlassero più liberamente in sua presenza. Per prima cosa il maggiore britannico fece le domande di prammatica: nome, cognome, grado; poi chiese su quali navi avesse prestato servizio Moretti degli Adimari; dopo di che iniziarono le domande più “sensibili”: quale era la forza e la dislocazione dei sommergibili italiani a Massaua, come si chiamava l’ammiraglio italiano in comando, quale era il fine della missione dei cacciatorpediniere italiani. L’ufficiale italiano rispose con una serie di panzane inventate sul momento: sapendo che i sommergibili erano tutti partiti per l’Italia a marzo, affermò che fossero tutti in porto a Massaua; sullo scopo della missione dei cacciatorpediniere, disse di non sapere quali fossero i propositi del comandante superiore in mare. Alla fine dell’interrogatorio, tuttavia, furono i suoi interlocutori a sorprenderlo: il “maggiore” spiegò beffardamente che il comando britannico sapeva benissimo dei movimenti italiani, dell’ordine d’operazione e dell’obiettivo dell’incursione (Port Sudan) già cinque giorni prima che l’operazione prendesse il via, e che «all’uopo avevano concentrato nella base tutti gli aerei disponibili (circa un centinaio), tenendo a disposizione un incrociatore e due supercaccia stazionanti davanti al porto». Moretti degli Adimari pensò che qualcuno avesse tradito. (Risulterebbe che i britannici avessero una rete di spionaggio piuttosto efficiente in Africa Orientale Italiana: ad esempio, il loro servizio segreto era riuscito ad infiltrare presso l’albergo più frequentato dagli ufficiali di Marina italiani, fin dal 1938, una spia maltese che si faceva passare per un barista siciliano).
Dopo aver congedato il comandante del Sauro con i saluti di rito, i britannici passarono ad interrogare gli altri ufficiali, i quali si astennero dal rivelare nulla più che il grado ed i dati personali. Terminati gli interrogatori, Moretti degli Adimari e gli altri ufficiali furono scortati dal sottufficiale di prima fino al campo di prigionia in cui era stato portato il resto dell’equipaggio. Qui i prigionieri erano alloggiati in tende; quella di Moretti degli Adimari, ad esempio, era dotata di brandine letto per due ufficiali. Vi rimasero poco: già il 9 aprile 1941 gli uomini del Sauro lasciarono il campo, non prima di aver ricevuto nuovi indumenti – giacche, biancheria, pantaloni corti, uniformi – forniti dai britannici, e furono condotti alla stazione ferroviaria. Qui incontrarono altri prigionieri italiani: un gruppo di circa 25 naufraghi del Manin, tutti marinai con un unico ufficiale (il tenente del Genio Navale Guglielmo Ottonello); ed il gruppetto di loro compagni capeggiato dal sottotenente di vascello Donati, che era stato inviato a cercare aiuto dopo l’affondamento del Sauro. Gli uomini del Manin erano stati recuperati da delle zattere dallo sloop britannico Flamingo, più o meno contemporaneamente al salvataggio dei naufraghi del Sauro da parte del Velho; due scialuppe cariche di altri naufraghi del Manin, complessivamente quasi un centinaio, avrebbero invece l’una raggiunto la costa araba dopo una avventurosa navigazione di sette giorni, e l’altra sarebbe stata soccorsa anch’essa dal Flamingo (che però ne portò i naufraghi a Suez) dopo tre giorni alla deriva. Quanto a Donati, questi spiegò a Moretti degli Adimari che a causa delle avverse condizioni del mare ci aveva messo 36 ore per arrivare a terra; era poi stato recuperato da un sambuco, che aveva portato lui ed i suoi compagni di sventura a Port Sudan.
In effetti, i cinque uomini del battellino, che avrebbe dovuto raggiungere la terra per primi in modo da sollecitare i soccorsi, finirono di fatto con l’essere gli ultimi naufraghi del Sauro a raggiungere la terraferma, dopo mille peripezie. Il battellino si era rivelato essere in condizioni meno ottimali del previsto: aveva perso il timone, ed imbarcava acqua da una fenditura, che dovette essere tamponata alla meglio con garze da medicazione e brandelli di stoffa, fissati mediante schegge di legno appositamente tagliate dallo scafo con un coltello. Donati e Borini, i due uomini validi nell’imbarcazione, remavano; gli altri tre, a dispetto delle loro ferite, si alternavano incessantemente nello sgottare l’acqua che continuava a filtrare nel battellino, utilizzando come “secchi” due cappelli da marinaio. Anche loro, come gli uomini alla deriva sulle zattere, avevano dovuto fare i conti con il peggioramento dello stato del mare e con gli attacchi degli squali: il tenente Fichera, che aveva anch’egli conservato la pistola, mise in fuga un pescecane a rivoltellate. Quando il cielo era andato annuvolandosi, impedendo di vedere le stelle, era diventato impossibile orientarsi; allora il sottotenente di vascello Donati si era affidato a questo proposito alla direzione del vento e del mare, sperando che restassero costanti. Il battellino era stato sballottato dalle onde, continuamente inondato e allagato, mentre i feriti, e specialmente Criscuolo, continuavano a sgottare senza posa. All’alba del 4 aprile, i cinque naufraghi avevano notato che in mezzo ai gabbiani, che volavano sopra di loro, c’erano anche dei falchi, segno che la terra era vicina; remando con tutte le forze, erano finalmente giunti in vista della costa sudanese, dov’erano approdati nel pomeriggio dello stesso giorno. Sfiniti e semisvenuti, erano stati soccorsi da alcuni abitanti del posto, che li avevano poi caricati su un sambuco e portati a Port Sudan.

Dalla stazione di Port Sudan, i naufraghi del Sauro vennero caricati su un treno che, percorrendo una ferrovia a scarto ridotto, li trasportò a Omdurman, vicino a Karthoum, capitale del Sudan. Qui arrivarono il mattino dell’11 aprile. Il morale dei marinai era ancora abbastanza elevato, anche perché l’equipaggio era ancora unito, come sulla nave; ma la prima cosa che i britannici fecero dopo l’arrivo a Omdurman fu appunto di separare gli ufficiali dai marinai, portandoli in campi di prigionia differenti. Prima di lasciare i suoi uomini (parte dei quali sarebbero poi finiti in campi di prigionia del Kenya), Moretti degli Adimari li salutò e li ringraziò uno ad uno per il coraggio mostrato in quel tragico periodo.
Nel nuovo campo, gli ufficiali del Sauro vennero ancora alloggiati in tende, dove trascorsero quasi un mese e mezzo in condizioni piuttosto sgradevoli, specie per via del caldo insopportabile; poi, il 20 maggio, furono trasferiti nel campo di prigionia di Khartoum Nord, dove rimasero fino al 22 giugno 1941. Quel giorno il comandante Moretti degli Adimari ed altri ufficiali dell’Esercito e della Marina furono caricati su un treno che da Khartoum, passando per Atbara, li riportò a Port Sudan. Il viaggio, su una ferrovia a binario unico e scartamento ridotto, durò ben tre giorni, per via sia della poca potenza delle locomotive, che tiravano il treno con una lentezza esasperante, che delle lunghe soste in stazioni secondarie. Comunque sia, arrivarono a Port Sudan il 25 giugno; il giorno stesso furono imbarcati sul Neuralia, un grosso piroscafo britannico (destinato ad affondare su mine a guerra praticamente finita, il 2 maggio 1945, al largo della costa pugliese) sul quale stava venendo caricato un gran numero di prigionieri italiani, catturati in Africa Orientale e concentrati a Port Sudan dai vari campi di prigionia del Sudan in cui erano stati inizialmente internati. Sul Neuralia, Moretti degli Adimari venne sistemato in una cabina a due cuccette, che condivise con il comandante in seconda Gianformaggio; i corridoi delle cabine erano vigilati da sentinelle armate.
Come Moretti degli Adimari presto intuì, la destinazione del Neuralia era l’India: dopo una traversata durata otto giorni, il piroscafo raggiunse Bombay il 3 luglio 1941, e subito i prigionieri vennero caricati su un treno che li portò a Bhopal, sede del campo di prigionia cui erano destinati. Il trasferimento per via ferroviaria, di nuovo caratterizzato da lentezza dei treni e lunghe soste, richiese quattro giorni.
Il campo di Bhopal era formato in massima parte da tende, con poche baracche, il tutto circondato da due ordini di reticolati costellati di garitte di sorveglianza, e vigilato da guardie indiane armate fino ai denti. Al suo arrivo, Moretti degli Adimari venne identificato, interrogato e fotografato (ormai egli era, nella burocrazia militare di guerra, il prigioniero di guerra n. 81101); poi venne assegnato ad una tenda del campo 11.
Le condizioni climatiche a Bhopal erano tutt’altro che piacevoli: per parecchi mesi dell’anno i prigionieri erano tormentati dalla tremenda calura, aggravata dall’elevata umidità; a questa si alternavano i monsoni, con le loro piogge torrenziali al termine delle quali il campo era una distesa di fango e pozzanghere. Questo ambiente e questo clima favorivano le malattie, specialmente la malaria, che infatti colpì numerosi prigionieri, ed in misura minore il colera. Il campo era ben poco abitabile, decisamente insalubre; le condizioni igieniche estremamente deficienti. 500 uomini avevano a disposizione due soli rubinetti d’acqua, la cui erogazione era ristretta entro orari prestabiliti, e le latrine erano pressoché inaccessibili.

Il 22 febbraio 1942, dopo lunghi mesi trascorsi a Bhopal, Moretti degli Adimari ed altri ufficiali delle tre forze armate vennero trasferiti al campo di prigionia 25 di Yol, sempre in India. Qui la situazione era ben diversa rispetto a Bhopal: a Yol i prigionieri erano alloggiati in baracche di legno con pensiline, suddivise in 5-6 camere ciascuna delle quali ospitava 6 ufficiali. Ciascuno di essi aveva una sedia, una scrivania, un cassettone, un tavolino ed un letto; c’erano anche le zanzariere per cercare di difendersi dalle incursioni degli insetti. Il campo era provvisto di sala mensa – il vitto risultò sempre adeguato durante la prigionia – e circolo ufficiali, docce e latrine ben organizzate, ed illuminazione elettrica, tenuta in funzione fino alle 22 (e più avanti fino alle 23); in ogni ala c’era uno spaccio ben fornito di tutti i generi necessari alla vita quotidiana (specialmente nel 1942-1943), salvo che per i medicinali, che invece erano costosi e difficili da reperire. Per le cure mediche, comunque, vicino a Yol si trovava un ospedale con personale medico interamente italiano; le cure dentarie finivano quasi sempre con l’estrazione dei denti (Moretti degli Adimari, durante la prigionia, dovette subire l’estrazione di ben otto denti). I prigionieri ricevevano regolarmente la paga e – fino all’8 settembre 1943 – anche la posta, che però necessitava di due mesi a mezzo per giungere dall’Italia.
Fino a fine 1942 fu concesso agli ufficiali di uscire dal campo solamente in gruppi scortati da soldati indiani armati; agli inizi del 1943 venne invece stabilito che gli ufficiali potessero uscire individualmente dal campo, impegnandosi sulla parola a restare entro alcune zone prestabilite ed a tornare al campo entro sera. Pagando, era possibile andare al cinema una volta al mese; per passare il tempo, i prigionieri studiavano o praticavano sport. A quest’ultimo scopo, vennero costruiti nel campo, sfidando il terreno pendente e sassoso, campi da tennis, da calcio e da pallavolo, sale musica e teatri (uno per ogni ala) in cui si tenevano rappresentazioni; si tenevano anche mostre di artigianato, di quadri e di modellismo, esibendo oggetti realizzati dai prigionieri (tra cui accendisigari realizzati dai marinai, per i quali c’era molta domanda, distillatori, turbine, strumenti musicali, dinamo e modellini di navi, aerei ed automezzi). Per i giovani ufficiali che volevano iniziare o continuare gli studi universitari, era in funzione un sottocampo apposito, realizzato a inizio 1942 su iniziativa italiana.
Enrico Moretti degli Adimari continuava però a pensare alla sua nave e ai suoi uomini finiti in fondo al mare; fin dai primi mesi di prigionia, prese la risoluzione di condurre durante la prigionia una vita severa e appartata, ragion per cui preferì evitare la frequentazione della massa dei prigionieri – pur mantenendosi cortese nei loro confronti – e limitare i suoi contatti ai compagni di baracca ed una ristretta cerchia di altri ufficiali, specialmente di Marina. «Purtroppo – scrisse nel suo diario – alcuni si sono comportati in maniera non molto consona con il grado rivestito. C’erano gli orgogliosi, i saccenti, i remissivi, i senza dignità che litigavano per una razione in più, e i vigliacchi. Scene talvolta disgustose mostravano persone che si accapigliavano per bassi motivi. Gente che non ha saputo crearsi motivazioni nuove. Di molti, ho conosciuto la loro viltà, ma anche la gentilezza e il coraggio». Per ridurre al minimo i contatti con i britannici, rinunciò ad uscire dal campo a meno che non fosse indispensabile, evitando passeggiare, proiezioni al cinema od altri svaghi.
Tra aprile e maggio del 1942 Moretti degli Adimari ed altri due superstiti del Sauro, i fuochisti Ponti e Mombrini, scavarono un tunnel per fuggire dal campo; prima di poter essere completata, però, la galleria venne scoperta dai britannici, ed il progetto andò in fumo. I carcerieri non riuscirono però mai a scoprire chi avesse scavato il tunnel.
L’ufficiale più alto in grado, tra i prigionieri di Marina italiani a Yol, era il capitano di vascello Manlio De Pisa, comandante dell’incrociatore Pola affondato il 29 marzo 1941 nella battaglia di Capo Matapan. Lo affiancava nel suo ruolo di “direzione” dei prigionieri di Marina il capitano di fregata Mario Giorgini, ex comandante della I Flottiglia MAS (meglio nota col nome assunto in epoca successiva alla sua cattura: X Flottiglia MAS), catturato nel settembre 1940 in seguito all’affondamento del sommergibile “avvicinatore” Gondar nel corso di un tentativo di attacco con i siluri a lenta corsa contro la base di Alessandria d’Egitto.

Molte cose cambiarono l’8 settembre 1943, con l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati. La posta dall’Italia smise di arrivare; ma cosa molto peggiore, all’interno del campo si riprodussero in piccolo le stesse divisioni che dall’altra parte del mondo dilaniavano l’Italia: gli ufficiali si divisero tra filofascisti e filomonarchici, favorevoli e contrari alla collaborazione con gli Alleati; «la vita all’interno del campo era diventata molto difficile. (…) i vari gerarchi, pur di alimentare le loro file, misero in atto ogni sistema in loro potere; blandizie, rinnovo di crisi morali mai superate, il vile tradimento di Casa Savoia etc. etc.». Tra gli ufficiali, specialmente quelli più giovani, ci fu un certo “sbandamento”. Per riportare un po’ d’ordine e di tranquillità, su richiesta degli ufficiali italiani supervisori dei diversi sottocampi, si rese necessario costruire, a inizio 1944, un campo separato per gli ufficiali che avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana. Successivamente i britannici chiesero, tra coloro che si erano dichiarati fedeli al re anziché al duce, di fare domanda volontaria di collaborazione; quasi tutti aderirono, molti di essi per poter essere rimpatriati più velocemente. Scriveva Moretti degli Adimari: «lo spirito dei prigionieri di Marina a YOL è da considerarsi molto alto. Tutti hanno un solo desiderio, quello di poter rimpatriare per potersi rendere utile in qualsiasi forma di impiego per il bene supremo della Nazione».

Per Enrico Moretti degli Adimari, l’agognato rimpatrio giunse finalmente nel luglio 1944. Il 4 luglio, insieme ad altri ufficiali italiani prigionieri a Yol, il cui rimpatrio era stato chiesto dal Governo italiano, venne fatto salire su un treno diretto a Karachi; gli ufficiali italiani vennero aggregati per il viaggio ad un reparto britannico in partenza per l’Italia, ricevendo lo stesso trattamento degli ufficiali britannici. Il mattino del 7 luglio 1944 il treno arrivò a Karachi; gli ufficiali italiani furono alloggiati temporaneamente in una caserma fino al 12 luglio, quando s’imbarcarono sul trasporto truppe olandese Tegelberg, in partenza per l’Europa. Dopo un travagliato viaggio – la nave, adattata alla meglio per trasporto truppe, aveva sistemazioni alquanto spartane, e navigò per alcuni giorni in una violenta burrasca; Moretti degli Adimari divideva una piccola cabina insieme ad un altro ufficiale, e dedicava la maggior parte del tempo alla lettura, in quadrato ufficiali – il Tegelberg arrivò a Suez il 26 luglio; qui Moretti degli Adimari trascorse una notte nel locale Comando Marina britannico, dopo di che il 27 mattina venne fatto salire su un treno che trasportava truppe britanniche dirette al Cairo. Il suo soggiorno nella città egiziana durò fino alla sera del 6 agosto, quando per mezzo di un altro treno raggiunse Port Said, imbarcandosi sul trasporto truppe Reina del Pacifico. Carico di truppe britanniche, questo lasciò Port Said il mattino successivo; non si verificarono attacchi tedeschi, anche il tempo si mantenne buono, e dopo aver costeggiato la Sicilia la Reina del Pacifico approdò a Taranto alle quattro del pomeriggio dell’11 agosto 1944. Il comandante del Sauro rivide così l’Italia dopo oltre quattro anni di assenza, tre dei quali trascorsi prigioniero in India.
Moretti degli Adimari si sentì rinascere quando rimise finalmente piede sul suolo italiano, ma la felicità durò poco. Nei giorni successivi l’ufficiale si scontrò con la dura realtà dell’Italia del 1944, un Paese vinto in tutti i sensi del termine: «Cercando di ambientarmi, subii il contatto con tutto l’apparato militare che mi creò un breve trauma. Nulla assomigliava lontanamente a quello che esisteva prima, gente sbracata, indifferenza, tirare a campare. Avevamo perso la guerra e si avvertiva il giogo insopportabile che gli Alleati imponevano all’Italia sconfitta. Mi rifiutavo di accettare l’umiliazione di una grande Marina che aveva consegnato la sua flotta a Malta senza ottenere nessun beneficio. Infine la resa dell’Italia, e le ignominiose condizioni di armistizio imposteci mi hanno fatto perdere la fiducia tanto da non avere più fede in nulla (…) Gli Alleati non permisero mai che svolgessimo azioni di guerra. E questo faceva capire in quale considerazione noi fossimo tenuti». (È interessante notare che due altri ufficiali reduci dal Mar Rosso, Ennio Giunchi del Pantera e Fabio Gnetti del Manin, esprimono nelle loro memorie analoghe sensazioni di amarezza e disillusione nel constatare com’era cambiata l’Italia del 1943 rispetto a quella che avevano lasciato partendo per la guerra pochi anni prima. Loro, internati in Arabia dopo l’affondamento delle loro navi, rientrarono in Italia nella primavera del 1943, molto prima di Enrico Moretti degli Adimari e prima anche dell’armistizio con gli Alleati: ma già a quel punto l’Italia era ormai un Paese al collasso, morale e materiale).
Assegnato ad un incarico logistico, il comandante del Sauro lasciò la Marina subito dopo la fine della guerra, così ponendo fine ad una carriera militare durata venticinque anni.

Un’altra immagine del capitano di corvetta (poi capitano di fregata) Enrico Moretti degli Adimari, ultimo comandante del Sauro (g.c. Adimaro Moretti degli Adimari)

Per il radiotelegrafista Domenico Maida la prigionia sarebbe durata più di cinque anni: dopo il campo provvisorio di tende allestito a Porto Sudan, fu trasferito dapprima nel grande campo di Zonderwater, in Sudafrica (nel quale nel corso della guerra transitarono oltre 100.000 prigionieri italiani catturati in Africa settentrionale ed orientale), e successivamente in Inghilterra. Qui, grazie alla sua buona conoscenza della lingua inglese, fu scelto come interprete per le comunicazioni tra il comando britannico del campo ed i prigionieri italiani; preso in simpatia da un ufficiale britannico, ebbe anche modo di studiare presso l’Università di Cambridge, dove ottenne una laurea. Lasciata infine l’Inghilterra, Maida poté fare ritorno nella sua natia Napoli il 18 aprile 1946, a poco più di cinque anni dall’affondamento del Sauro ed a quasi un anno dalla fine delle ostilità in Europa.


Memorie di guerra di Domenico Maida, marinaio radiotelegrafista imbarcato sul Nazario Sauro (si ringrazia il figlio Ciro):

"Storia della battaglia navale avvenuta nel mar Rosso tra i cacciatorpedinieri Nazario Sauro e Francesco Nullo nel 20/10/40 poco dopo la mezzanotte in cui perdemmo il caccia Francesco Nullo sul quale si sacrificava eroicamente il comandante e il suo attendente Vincenzo Ciaravolo che, attaccato dalla fedeltà verso il suo comandante, si sacrificò insieme a lui dando la sua vita per la Patria e per il suo amato Comandante "Capitano di Corvetta" del quale non ricordo il nome [Costantino Borsini, ndr]. Di seguito cercherò di spiegare dettagliatamente lo svolgimento della battaglia vinta per mezzo del nostro coraggio e abilità estrema del nostro Comandante Capitano di Corvetta Enrico Moretti degli Adimari. Una piccola premessa: allo scoppio della guerra 1940/43, si trovava a Massaua (Eritrea, Africa Orientale italiana allora) la squadriglia della Marina Italiana composta da tre supercacciatorpedinieri e da quattro cacciatorpedinieri i cui nomi erano: per i supercaccia: Leone, Tigre e Pantera. I quattro cacciatorpedinieri erano: Cesare Battisti, Daniele Manin, Francesco Nullo e Nazario Sauro ciascuno sulla stazza di poco più di 1000 tonnellate con un equipaggio di poco più di 220 persone. Il sottoscritto faceva parte della stazione radiotelegrafista che si componeva di tre comuni di 1° classe, un sergente e il capoposto rappresentato dal Maresciallo di 3° il cui cognome era Ibba ed era di Alghero(Sardegna). Il sergente si chiamava Leone di cui non ricordo il nome; i tre radiotelegrafisti eravamo: il sottoscritto Maida Domenico, Poggioli e Rodolà dei quali non ricordo i nomi. Inoltre a Massaua si trovavano anche alcuni sommergibili che partecipavano alle operazioni di perlustrazione e di attacco se se ne presentava l'occasione. Per i sommergibili col passare del tempo poterono ritornare in Italia [circumnavigando l’Africa, quattro sommergibili raggiunsero la Francia occupata: due rientrarono in seguito in Italia, mentre gli altri due rimasero ad operare in Atlantico, con base a Bordeaux], ma per gli equipaggi delle navi di superficie la nostra sorte era segnata sin dall'inizio della guerra e cioè: prigionieri, internati o morti, cioè sacrificati per la Patria, per questa ragione, dopo fruttuose battaglie navali e affondamento di alcune nostre navi con moltissimi sacrificati con la vita per difendere la Patria, fummo definiti da alcuni giornali, tra cui il Corriere della Domenica: "Un pugno di eroi". In Eritrea divampava una cruenta battaglia terrestre tra le forze terrestri italiane e quelle degli alleati dell'Inghilterra e Stati Uniti e il fronte più accanito era Keren che non distava molto da Asmara e il porto di Massaua dove erano ancorate le nostre navi da guerra. Il giorno 20/10/1940 il nostro Comandante Capitano di Corvetta Enrico Moretti degli Adimari ebbe l'ordine di salpare, perché la nostra ricognizione aerea aveva messo a conoscenza del nostro Comandante di un grosso convoglio nemico formato da navi da 10000 e 20000 tonnellate scortate da supercaccia e cacciatorpedinieri inglesi: quindi per noi era una lotta impari e potevamo agire soltanto di sorpresa lanciando i nostri siluri e scappare. Così il 20/10/1940 verso le 16 salpammo da Massaua, nostra base marittima, per destinazione ignota. Naturalmente solo il Comandante sapeva la zona da perlustrare. Poco meno della mezzanotte, la nostra vedetta di bordo diede l'avvistamento del nemico, quindi si trattava di quel famoso convoglio accennato poco fa. Subito il Comandante fece innalzare la bandiera di combattimento e così il Comandante diede l'ordine: "Si va al combattimento!". Da pochi istanti il sottoscritto aveva preso il suo posto alla radio pronto a ricevere qualsiasi messaggio dal cacciatorpediniere Francesco Nullo che era il nostro Capo squadriglia. Il nostro Comandante si diede subito da fare per lanciare i sei siluri che avevamo a bordo, cogliendo di sorpresa il convoglio nemico con la sua potente scorta. Tutti e sei siluri fecero pieno bersaglio tra il convoglio e da lontano assistemmo a scoppi e fiammate potenti, il che significava che avevamo colpito in pieno il nemico [mentre questa fu l’impressione a bordo del Sauro, in realtà i siluri non andarono a segno, ndr]. Immediatamente facemmo marcia indietro per allontanarci al più presto e dirigerci verso la rotta del ritorno. Un incrociatore con fari immensi ci individuò e puntò la sua prua sulla nostra rotta tentando di affondarci sparandoci dodici salve di cannone da 151 [152] che andavano a cadere poco distante dalla nostra poppa. Tutti pensavamo che ormai per noi non c'era più niente da fare, se non sacrificarci per il bene della nostra Patria e per questo anche fummo definiti "Un pugno di eroi!". Fortunatamente riuscimmo a far perdere le nostre tracce all'incrociatore e così raggiungemmo all'alba del giorno seguente la nostra base a Massaua, sbandierammo la bandiera nera con a centro il teschio in segno di vittoria. Facciamo un passo indietro. Il cacciatorpediniere Francesco Nullo, al momento dell'avvistamento del convoglio nemico che partì da Aden per portare rifornimenti di armi e truppe in Africa, ebbe avaria al timone e involontariamente finì proprio in mezzo al convoglio nemico. Riuscì a riparare il timone e tentò la salvezza scappando dalle grinfie del nemico. Subito un incrociatore si mise dietro tentando di affondarlo. Frattanto, il sottoscritto riceveva un messaggio da parte del Comandante del Francesco Nullo che diceva di essere inseguito e che si dirigeva verso Harmil, un'isola italiana nel mar Rosso. Immediatamente chiamai il Comandante che stava in plancia di comando vicino alla stazione radio e gli diedi il messaggio. In seguito accadde che il cacciatorpediniere Francesco Nullo non si vide più inseguito, perché l'incrociatore inseguitore non si vedeva più. Verso l'alba il Francesco Nullo avvicinandosi alla famosa isola di Harmil, da lontano vide la sagoma di una nave da guerra e così segnalò con lampi luminosi mediante l'alfabeto morse: "Chi era?" Come risposta ebbe: "Nazario Sauro" e dato che il Nullo a noi aveva trasmesso la sua destinazione, credeva si trattasse del nostro caccia. Appena arrivò al tiro della lunghezza dei suoi tiri di cannonate, lo attaccò. A questo punto il Nullo, accortosene,immediatamente rispose al fuoco, ma senza poter trarre alcun vantaggio, la lotta era impari! Per aver sentito dai superstiti del Nullo, il Comandante diede il "Si salvi chi può!" e così quelli che potevano si lanciarono in acqua per tentare di raggiungere l'isola a nuoto e salvarsi dal nemico. Anche l'eroe Vincenzo Ciaravolo da Torre del Greco, in provincia di Napoli, attendente del Comandante, si lanciò in acqua, ma dopo appena poche bracciate, girandosi indietro e vedendo che il suo Comandante era rimasto a bordo vicino al capo cannoniere facendo sparare i suoi cannoni, tornò indietro, sprezzante della vita, salì a bordo e si unì al comandante fino al momento dell'affondamento della sua nave, sacrificando la sua vita per la Patria e dimostrando fedeltà estrema al suo eroico Comandante! Al Ciaravolo Vincenzo è stata conferita dal Ministero Della Difesa la Medaglia D'Oro al valor militare! Come pure all'eroico Comandante.
L'affondamento
Nel pomeriggio del 2 aprile 1941 il nostro Comandante Enrico Moretti degli Adimari, Capitano di corvetta del cacciatorpediniere "Nazario Sauro", ricevette l'ordine dal Comando Superiore di salpare da Massaua, nostra base marittima, situata in Eritrea perché le truppe nemiche stavano per arrivare dal momento che avevano già occupato Asmara che distava una cinquantina di chilometri da Massaua, e quindi non si poteva permettere che quelle poche navi da guerra rimaste potessero cadere nelle mani del nemico. Così salpammo per destinazione ignota, la quale poi ci fu rivelata quando stavamo in alto mare. Per quanto riguardava noi, la nostra missione era quella di attaccare di sorpresa la base militare marittima di Porto Sudan con lancio di siluri verso le navi là ancorate e scappare verso Gedda, dove poi avremmo dovuto affondare la nostra nave dopo esserci messi in salvi tutti con i mezzi di salvataggio di cui disponeva il nostro cacciatorpediniere. Noi tutti, sicuri della riuscita della missione, eravamo abbastanza su con il morale in quanto per noi si presagiva la fine della guerra con il nostro internamento sulla costa araba di Gedda, paese neutrale! Si proseguiva ad una velocità sostenuta, per far sì che si potesse arrivare in vista del porto di sorpresa senza essere visti da alcuno. Eravamo due cacciatorpediniere in rotta verso il Porto di Sudan; il nostro caccia precedeva il cacciatorpediniere "Daniele Manin" In quel momento io mi trovavo al mio posto di servizio, cioè alla radio, pronto a ricevere qualsiasi comunicazione. Alle quattro precise, smontai di guardia e me ne andai in controplancia che è il posto più alto, mi portai una coperta e mi sdraiai coprendomi con essa, infatti a quell' ora, un poco per la velocità, un poco per la temperatura fresca e ancor più perché in quel momento a causa del mare lungo e del molto beccheggio da parte della nave stavo soffrendo il mal di mare. Alcuni amici di guardia mi davano coraggio per la mia sofferenza dicendomi che oramai si trattava dell'ultima missione e quindi per noi sarebbe finita! Il mio sguardo era sempre diretto verso il cielo. Gli aerei, molto numerosi, si disponevano in squadriglie di cinque e a loro volta si disponevano uno per volta sopra il nostro cacciatorpediniere, e poi, sempre uno alla volta, scendevano alla direzione della nave più avanzata scaricando il proprio lancio di bombe. Sfortuna per noi, perché la nostra nave precedeva le altre e quindi eravamo il primo bersaglio da colpire. Tutto ad un tratto, dato che il mio sguardo era diretto costantemente verso il cielo, vidi sganciare sei bombe nella nostra direzione, e che, fortunatamente per me, colpirono in pieno la nostra nave dalla poppa al centro; in quel momento mi trovavo appena qualche metro distante dal bersaglio: sentii un rumore assordante, indescrivibile e un continuo picchiettio di schegge. Per spirito di conservazione strisciavo continuamente per terra sulla coperta della controplancia, cercavo a mio avviso di scansarmi da quelle schegge pericolose. Tutto ad un tratto, mi accorsi che stavo scivolando e andai a finire con la testa vicino ad un parapetto della nave e potetti constatare che la nave colpita in pieno si stava capovolgendo. In un attimo vidi il comandante che prendeva un salvagente e si tuffava in acqua dicendo le seguenti parole —Disgraziati, ci hanno fregati!-. Immediatamente, senza capire niente, mi tuffai anche io senza preoccuparmi di prendere un salvagente, perché in tal caso, sarei rimasto intrappolato sotto la mia nave!
Appena venni alla superficie, vidi la mia nave venir fuori dal mare verticalmente con la prua in alto e poi affondare. In quel momento fui attirato dal vortice e andai sotto, fortunatamente sentii un rumore assordante e poco dopo riapparsi in superficie. Si era probabilmente trattato dello scoppio delle caldaie della nave che dovette infrangere il gorgo del risucchio e quindi la pressione dell'acqua, che doveva essere abbastanza elevata, in quanto in quel posto vi erano cinquecento metri di profondità, mi mandare di nuovo in superficie. Appena riemerso si presentò alla mia vista uno dovette spettacolo terrificante: amici miei mutilati in modo grave che chiedevano aiuto, chi stava annegando annaspando in superficie, chi da sotto le acque cercava di afferrarmi per i piedi tentando di salvarsi, comunque furono momenti a dir poco orribilmente mostruosi! Questo trambusto di cose durò quasi una mezz'ora. Quello che posso dire in quanto a me, fino alla fine di quell'orribile spettacolo la mia mente era completamente vuota! Ecco perché, come dice il Vangelo, bisogna essere sempre preparati, perché se in quel momento la mia vita si fosse stroncata non avrei pensato neanche minimamente a chiedere per lo meno perdono a Dio Onnipotente! Passato il momento del terrore, adesso si doveva pensava a come poter recuperare un po' di energie, cercando di resistere quanto più a lungo possibile, nella speranza di essere salvati da una nave nemica proveniente da Porto Sudan. Fortunatamente venne a galla un Carley, cioè una specie di canotto dalla capacità di contenere quattro o cinque persone. Io cercai di avvicinarmi a nuoto a quel canotto nel quale c'era il Comandante e tre dei miei amici feriti. I superstiti eravamo quasi tutti sparpagliati, alcuni anche abbastanza lontani trascinati dalla corrente. Ci trovavamo pressappoco ad una trentina di miglia da Porto Sudan. Molti dei superstiti erano forniti di salvagente formato a collare con quattro sugheri e quindi ogni salvagente poteva mantenere a galla due persone. Sfortunatamente io ne ero sfornito, in quanto non avevo avuto il tempo materiale di potermelo procurare. Cercavo con piccoli movimenti delle mani e dei piedi di mantenermi a galla e di stare nei pressi del canotto dove vi era il comandante. A turno fra tutti quelli che vi erano vicini a cinque o sei persone potevamo riposare un poco appoggiandoci vicino al canotto. Naturalmente per i feriti più o meno gravi non c'era nulla da fare e quindi man mano che si stancavano, si lasciavano andare e dopo pochi secondi di annaspamento con le mani nell'acqua sparivano nell'abisso. A quel punto dove affondò la nostra nave vi erano circa cinquecento metri di profondità. Intanto le ore passavano lentamente con la consapevolezza che se non ci avesse segnalato l'aereo nemico che ci aveva affondati, nessuno mai si sarebbe accorto di quel piccolo mucchio di giovani sparpagliati in quell'immensità marina, probabile cibo per gli squali, che come si sa, il Mar Rosso ne ha in abbondanza. Però una fievole speranza ci dava la forza di resistere e cioè: l'aereo che ci aveva affondati, prima di andarsene, si trattenne un po' di tempo sulle nostre teste, evidentemente per vedere quale fine ci stava toccando! Poi vedemmo il pilota che sporse il braccio dalla carlinga e fece il segno con la mano di aspettare. Veramente quel segno infuse in noi la speranza che il pilota dell'aereo avesse segnalato, a chi di dovere, la posizione di queste persone in balia del mare e dei suoi pericoli! Intanto le ore trascorrevano e le nostre forze si andavano ad affievolire. Più tempo trascorreva e più si perdevano le speranze del soccorso. Erano trascorse già sei ore ed erano le ore 14, quando un grido di terrore si elevò! Alcuni avevano avvistato delle grosse pinne di pesci grandi e naturalmente, trovandoci in quella parte di mare, generalmente infestata da squali, pensammo al peggio! Il nostro Comandante cercava di dissuaderci da quei pensieri, dicendo che si trattava probabilmente di grossi tonni e non di squali. Si smentì questo incoraggiamento quando vedemmo spettacoli da brivido: alcuni superstiti furono afferrati dalle grosse fauci degli squali e sparirono dalla superficie. In quel momento tutti fummo invasi da un panico indescrivibile! Io, da parte mia, cercavo di mantenermi a fior d'acqua facendo il morto e agendo convulsamente con mani e piedi per fare in modo di mantenermi quanto più possibile a fior d'acqua fino all'esaurimento delle mie forze. Esausto smisi di fare il morto e mi disposi in acqua normalmente senza poter più badare a quello che mi poteva succedere! Fortunatamente lo sto scrivendo e questo è segno tangibile che il mio corpo non era cibo adeguato per i loro gusti! Dopo circa una mezz'ora di quella sfuriata di squali, tornò la calma! Nessuno dei superstiti che mi stavano vicino commentò l'accaduto, ormai ci si preoccupava solo di sé stessi e per la sopravvivenza, spesso con la mente nel vuoto assoluto. Così passavano le ore ed io mi sentivo sempre di più fiaccare le forze. Eravamo stati affondati verso le ore 8 e ora erano le ore 16, ormai eravamo agli estremi delle nostre forze. Alcuni dalla spossatezza e stanchezza si lasciavano andare scomparendo e comparendo sulla superficie del mare più di un paio di volte per poi non riapparire più. Erano trascorse ormai 8 ore e nessun mezzo di soccorso si profilava all'orizzonte. Ormai le speranze della salvezza andavano man mano ad esaurirsi. Io facevo parte di un gruppetto che stava vicino al Comandante il quale, nel Carley, insieme a dei feriti, scrutava l'orizzonte senza posa. A un bel momento ci disse:- Ragazzi, siete sicuri che quando l'aviere si è sporto dalla carlinga con il suo braccio ci ha fatto segno di aspettare? oppure ha voluto significare di andare a quel paese?- Comunque più passava il tempo e più per noi si avvicinava la fine! Verso le 17 e 30 ormai senza più una briciola di forza, pensai di lasciarmi andare e incominciai a pregare il Signore di perdonare i miei peccati e di proteggere i miei genitori e fratelli da ogni male. Così rivedevo quelle orribili scene dei miei amici che si erano lasciati andare, immaginandomi il tempo accorso a loro per porre fine alle loro sofferenze! Erano quasi le 18 quando mi trovavo alla mia terza e credo ultima prova di lasciarmi andare sott'acqua per porre fine alla mia breve vita, quando tutto ad un tratto il Comandante diede con un urlo l'avvistamento di una nave, a tutti noi si sbarrarono gli occhi per guardare, era la forza dello spirito di conservazione e vedemmo anche noi. Un'altra paura c'invase: quella nave puntava la prua non su di noi, ma era obliqua a noi, il che significava che potevano anche non vederci e quindi per noi significava veder sfumare l'unica e ultima via di salvezza! In quel momento il Comandante disse a tutti quelli che potevano sentire la sua voce di gridare aiuto con tutte le forze che ci rimanevano, sperando che potessero udire qualcosa. Incominciammo a gridare come forsennati, al di fuori delle nostre facoltà mentali fino ad esaurire tutto il fiato che avevamo! Tutto ad un tratto vedemmo la prua cambiare rotta e puntare verso di noi! Fu lo spettacolo più bello e meraviglioso che i nostri occhi avessero mai potuto vedere! Si piangeva dalla gioia ringraziando il Signore Iddio. In quel momento quando ormai la nave mercantile da carico si trovava presso di noi, il Comandante, raggiante di gioia, ci disse: -Ragazzi, oggi avete acquistato una nuova data di nascita e cioè: 3 Aprile 1941.- La nave si fermò poco distante da noi, furono calate delle scialuppe in acqua che ci portarono a bordo. Nello spazio di circa mezz'ora, noi, pochi superstiti rimasti, eravamo tutti a bordo. Tutti battevamo i denti per il freddo; eravamo seminudi e neri di nafta, la quale era uscita dai serbatoi della nave quando era affondata. Arrivati a bordo, ci diedero come primo ristoro dell'acqua da bere, poi ad ognuno di noi fu data una coperta e ci buttarono dentro delle stive che servivano per i rifornimenti di carbone. Erano le ore 18 quando eravamo tutti saliti a bordo. All'alba arrivammo a Porto Sudan, qui sbarcammo e ci consegnarono a dei militari sudanesi, senegalesi, comunque erano africani della frontiera anglo-egiziana. Ci condussero su una spiaggia dove montarono abbastanza tende e dentro ad ognuna vi misero sette o otto persone. Lì passammo la prima notte da prigionieri di guerra. Da qui iniziò la mia prigionia che iniziò il 3 Aprile 1941 e terminò con lo sbarco a Napoli, proveniente dall'Inghilterra, il 18 Aprile 1946. Questa prigionia fu ricca di avvenimenti orribili, sgradevoli e talvolta anche molto piacevoli grazie alla mia discreta conoscenza della lingua inglese!"



Tessera identificativa e libro paga di Domenico Maida durante la prigionia (g.c. Ciro Maida)




L’allora tenente di vascello Ennio Giunchi, imbarcato sul Pantera, così descrive nel suo libro “Epilogo in Mar Rosso” la fine del Sauro e le vicissitudini dei superstiti, come le apprese nel dopoguerra dal comandante Moretti degli Adimari: “…cominciarono gli attacchi dei bombardieri sul Sauro, che occupava l’ultimo posto nella formazione. Gli aerei nemici (…) si avvicinavano bassi sul mare, prendevano quota scomparendo nei grossi cumuli che coprivano il cielo per poi riapparire d’un tratto forando le nubi; l’uno dopo l’altro scivolavano d’ala e sganciavano in picchiata. Il Sauro si difendeva con tutte le armi di bordo, mitragliere e cannoni, e soprattutto con improvvise e fulminee accostate. (…) «alle 9.02, mentre le artiglierie tuonavano e le mitragliere vomitavano i loro proiettili, avvenne la fine. L’aereo nemico piombò dal cielo come un nero avvoltoio lanciato sulla preda e si abbassò sino a circa un centinaio di metri di quota, attraversando quasi per sortilegio il fuoco di sbarramento. (…) “Tutto il timone a sinistra, tutto a sinistra!” ordinai cercando, come le altre volte, di evitare la salva con una rapida accostata all’ultimo momento e per mettere in campo di tiro anche la mitragliera da 13,2 di poppa. Ma tutto fu vano. La salva di bombe ci colpì in pieno: in macchina, sul complesso di poppa e a poppa. Lo schianto fu terribile. Volarono per l’aria in tutti i sensi lamiere, schegge, resti umani. Una enorme nuvola di vapore si sprigionò dai locali colpiti e il bastimento cominciò a sbandare rapidamente a dritta. La poppa scomparve di colpo. Entrai in plancia: “Ferma le macchine. Spegni le caldaie” ordinai e riuscii fuori. Il bastimento continuava intanto paurosamente nel suo movimento di sbandata. Rientrai in plancia: “Tutti i salvagenti in mare” dissi a Gianformaggio (il tenente). Ordine inutile, impossibile ad eseguirsi. Quando fui di nuovo sull’ala di plancia l’acqua era ormai giunta alla sua altezza e vi si precipitava dentro spumeggiando». D’improvviso, dopo essersi quasi rovesciato, il Sauro s’impennò, la prora al cielo, e di colpo si inabissò. Otto secondi dopo essere stato colpito, era già scomparso dalla superficie del mare: galleggiavano sulla sua tomba i resti dell’equipaggio, qualche rottame e una grande, cupa macchia di nafta. In quegli otto secondi, novanta uomini erano stati cancellati dai vivi con tutte le loro ansie e le loro gioie, coi ricordi e con le speranze. Altri novanta, che la morte non aveva voluto e che il gorgo richiusosi sul Sauro aveva ributtati alla superficie, annaspavano cercando un sostegno che li aiutasse a ricominciare la lotta per la vita. Due piccoli salvagente carley, alcune cinture di salvataggio, qualche barile e qualche tavola era tutto ciò che di galleggiante si offriva ai naufraghi: per fortuna era rimasto, quasi intatto, anche il battellino. Il comandante, intorno al quale si stringevano i naufraghi attendendo tutto da lui, prese l’unica decisione ragionevole: mandare il battellino verso la costa sudanese, distante circa sessanta miglia, a cercar soccorso; e intanto riunirsi, aspettare, affidando l’unica speranza a quel minuscolo scafo (…) Non c’era altro da fare. Affidato all’ufficiale di rotta Donati e al marò Borini, portando a bordo un ufficiale e un cannoniere gravemente feriti e il direttore del tiro che la prolungata immersione, con abbondante ingestione di nafta, aveva ridotto un cencio, il battellino si allontanò sul mare che cominciava ad agitarsi. Intanto i naufraghi mettevano insieme una specie di zattera coi barili e le tavole, e, parte aggrappati alla zattera e parte ai carley, cominciavano a lottare contro il freddo, la fame, la sete, la disperazione. Su in alto passavano le squadriglie che andavano ad affondare il Manin. (…) Il battello [del Sauro] aveva perduto il timone, e presentava in chiglia una fenditura che dal dritto di prua giungeva, rastremandosi, fino al centro. La falla fu tamponata con la garza dei pacchetti di medicazione e con brandelli di stoffa tenuti a posto da schegge di legno tagliate dallo scafo con un coltello. Chi non vogava, sgottava acqua con due cappellucci da marinaio. Sgotta sgotta, vomitando nafta e sputando sangue, col rantolo in gola: il cannoniere Criscuolo compì questo lavoro per ore e ore, senza un attimo di sosta, incosciente per tutto ciò che non fosse l’acqua da sgottare. A sera il mare cominciò a incresparsi, girando a NW. D’un tratto la pinna di un pescecane taglia l’acqua sulla sinistra e, col muso a fior d’acqua, la bestia compare sotto la poppa del battello. L’altro ferito, il tenente Fichera, si trascina a poppa e scarica qualche colpo di rivoltella a bruciapelo; il pescecane scompare. Il mare rompe, una fitta nuvolaglia copre il cielo, non si vedono più le stelle; Donati si orienta ricordando la direzione del mare e del vento, nella speranza che non abbiano girato. La violenza del mare, che rinforza continuamente inondando la piccola imbarcazione, costringe ad accostare a dritta per prendere il mare al mascone. Ora sulla cresta ora nel cavo dell’onda, il battello è ormai in balia della sorte… e Criscuolo, eroico automa, sgotta, sgotta. In mezzo al mare ci sono i compagni che solo da questo battello attendono salvezza, bisogna lottare, bisogna vincere. La prima luce mostra una serie infinita di cavalloni schiumanti; la nuvolaglia si rompe e spunta il sole. E lassù in alto, fra i gabbiani, roteano solenni dei falchi: la terra non può essere lontana. La speranza rinvigorisce le forze; voga voga, e finalmente una macchia chiara compare all’orizzonte a dritta della prora: terra! Il battello raggiunse la costa a pomeriggio inoltrato. Stremati, semi incoscienti, i naufraghi furono raccolti da alcuni indigeni che, a bordo di un sambuco, li condussero a Porto Sudan, dove seppero che un bastimento inglese era già uscito a raccogliere i naufraghi. Infatti fin dalla sera precedente il Velho aveva raccolto gli altri superstiti del Sauro, che iniziavano così il capitolo della loro prigionia di guerra. Dal comandante la base navale di Porto Sudan, nel corso del suo primo interrogatorio di prigioniero, il comandante Moretti apprese che ben settanta aerei si erano avvicendati nel cielo sulle nostre navi; da cinque giorni durava il concentramento di forze aeree e navali a Porto Sudan, in previsione di un nostro gesto, che gli inglesi ci avevano fatto l’onore di ritenere probabile”.

Un’altra immagine del Nazario Sauro (da www.wrecksite.eu)  

(Si ringrazia Adimaro Moretti degli Adimari, figlio del comandante Enrico Moretti degli Adimari, a cura del quale è stato pubblicato il diario del padre sotto il titolo “Il comandante del Sauro. Vita di un marinaio dalla Cina al Mar Rosso”).

Fine di un sogno, di Vincenzo Meleca
The attack on Taranto: blueprint for Pearl Harbor

7 commenti:

  1. Azione in M.Rosso del 21.10.40-Med. d'argento al C.C. Enrico Moretti degli Adimari.
    motivazione in stralcio:"...........attaccando decisamente con siluro un incrociatore che rimaneva colpito. Successivamente lanciava con esito positivo contro il centro del convoglio causando all'avversario sensibili perdite.........".
    Azione del 3.2.41- Med. d'argento. Motivazione "...........sulla rotta di un grosso convoglio, lo avvistava e lo attaccava con ardimento e decisione lanciando in due successive azioni tutti i siluri con probabile esito positivo..........".
    Affondamento del 3.4.41.-Med. di Bronzo- motivazione: "..................sottoposto a incessanti attacchi aerei che causavano la perdità dell'unità. naufrago dava ogni propria energia per salvare i superstiti,dimostrando nella difficile circostanza elevate qualità di energia e coraggio."-
    Tanto dovevo in onore di mio padre. gen.B.(ris.) Adimaro Moretti degli Adimari

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    1. La ringrazio per aver aggiunto questo ulteriore pezzo di storia.

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  2. Hi, Where can I read about the history of the creation and characteristics of the destroyers "Sauro" class?

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  3. Hello. Where can I find detailed information on the history of the creation and characteristics of the destroyers of the class "Sauro"?

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    1. Hello, I am presently away, I will answer next week.

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    2. ...here I am. I think the most detailed information would probably be in the USMM book "I cacciatorpediniere italiani" (authors Giuseppe Fioravanzo, Paolo Pollina and Franco Gnifetti), in Italian.
      A couple of Internet links in English with some information are here:
      http://www.navypedia.org/ships/italy/it_dd_sauro.htm
      http://italiandestroyers.com/sauro.html

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  4. io sono il figlio dell'uff. radiotelegrafista Maida Domenico scampato al naufragio ed ho altri racconti di mio padre. un saluto a tutti e grazie. 3492488144 email cirotto1963@gmail.com

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