mercoledì 19 febbraio 2014

Aquilone

 
 
L’Aquilone (foto tratta dal sito www.navyworld.narod.ru)
 
Cacciatorpediniere della classe Turbine (1220 tonnellate di dislocamento standard, 1560 t in carico normale e 1715 t a pieno carico), essendo ormai anziano e logorato dall’intensa operatività negli anni ’30 (la velocità era calata a 31 nodi da una media di 33-36) come il resto della classe, non più impiegabile per compiti di squadra, venne ritenuto una nave spendibile ed inviato in Libia al comando di Marina Tobruk. Durante la guerra fu impiegato principalmente in compiti antisommergibile e di scorta al cabotaggio libico, operando da Tobruk.
 
Breve e parziale cronologia.
 
18 maggio 1925
Impostazione nei cantieri Odero di Sestri Ponente.
3 agosto 1927
Varo nei cantieri Odero di Sestri Ponente.
9 dicembre 1927
Entrata in servizio. Nel corso dei collaudi in mare, l’Aquilone procede per quattro ore a tutta forza tenendo una velocità media di 39,48 nodi, la più alta sino ad allora raggiunta da un cacciatorpediniere italiano.
Negli anni successivi all’entrata in servizio verrà sottoposto ad alcuni lavori di modifica, quali l’aggiunta di una mitragliera binata Breda Mod. 31 da 13,2/76 mm ed un miglioramento delle sistemazioni di bordo.
 


L’Aquilone nei primi anni (g.c. Giacomo Toccafondi via www.miles.forumcommunity.net)

 
1929
 
Fa parte, con i gemelli Euro, Turbine e Nembo, della II Squadriglia della 1a Flottiglia della I Divisione Siluranti, facente parte della 1a Squadra Navale, di base a La Spezia.
1929-1932
Compie varie crociere in Mediterraneo. In questo periodo uno dei suoi comandanti è il CC Enrico Baroni e tra i suoi ufficiali vi è il STV Giuseppe Cigala Fulgoni, entrambe future MOVM.
1931
Insieme ai gemelli Ostro, Turbine e Borea ed ai più anziani Daniele Manin, Giovanni Nicotera e Pantera (quest’ultimo ancora classificato esploratore), l’Aquilone forma la 1a Flottiglia Cacciatorpediniere, aggregata alla II Divisione Navale (1a Squadra Navale).


Foto aerea dell’unità, risalente agli anni ’30 (g.c. Stefano Cioglia via www.naviearmatori.net)

25 marzo-15 settembre 1932
Dopo essere stato dotato di una centrale di tiro tipo «Galileo-Bergamini», progettata dal CV Carlo Bergamini, comandante la I Squadriglia Cacciatorpediniere che l’Aquilone compone unitamente a Euro, Nembo e Turbine, il cacciatorpediniere compie un intensivo addestramento con la nuova centrale di tiro. Tale addestramento ha come il risultato la formazione di equipaggi esperti e qualificati e la decisione di imbarcare altre centraline di tiro su numerose altre unità.
1932
Un siluro difettoso, lanciato dall’Aquilone, colpisce il gemello Zeffiro, danneggiandolo gravemente.
1934
Aquilone, Turbine, Euro e Nembo formano la VIII Squadriglia Cacciatorpediniere, che, insieme alla IV Squadriglia (Espero, Borea, Ostro e Zeffiro), è aggregata alla II Divisione Navale, composta dagli incrociatori pesanti Fiume e Gorizia.
1936-1937
Partecipa alla guerra di Spagna.
13 gennaio 1937
A Napoli l’Aquilone imbarca Ras Immirù Hailè Selassié, capo della resistenza etiope arresosi alle forze italiane, scortato da un colonnello dei carabinieri, e lo trasporta a Ponza, dove il capo etiope è stato condannato al confino, arrivandovi dopo sei ore.
Marzo 1938
Viene dislocato a Tobruk, in Libia. Nei mesi seguenti opererà nel Mediterraneo, in Albania, Grecia e Mar Egeo, oltre a scortare a Porto Said i sommergibili inviati in Africa Orientale Italiana.
15 dicembre 1938
Riporta danni di una certa serietà a causa di una burrasca, che provoca la perdita di una gabbia contenente cariche di profondità, vari portelli della sala dinamo esala macchine, e rischia di perdere il motoscafo (che viene danneggiato) e di capovolgersi.


L’Aquilone a La Spezia sul finire degli anni ’30 (g.c. STORIA militare)


Novembre 1939
Torna in Italia, poi, dopo aver sbarcato le munizioni ed i due terzi dell’equipaggio a Brindisi, si trasferisce a Fiume per riparare in bacino i danni subiti in un’altra tempesta, che lo ha costretto ad interrompere una missione, mettersi alla cappa e riparare a Rodi.
Marzo 1940
Conclusione dei lavori; dopo prove in mare, fa ritorno a Brindisi e reimbarca le munizioni.
Aprile 1940
Nuovamente dislocato a Tobruk con il resto della I Squadriglia (che vi è stata assegnata di base in marzo), naviga lungo la costa libica ed esegue esercitazioni di tiro diurne e notturne.
20 maggio 1940
A partire da questo giorno l’Aquilone prende parte al minamento delle rotte d’accesso di Tripoli, Tobruk e Bengasi.


Aquilone, Ostro ed Espero a La Spezia negli anni Trenta (Mauro Vampi via www.naviearmatori.net)

6 giugno-10 luglio 1940
Aquilone, Turbine, Euro e Nembo (caposquadriglia) posano 6 sbarramenti antinave, per un totale di 160 mine, nelle acque di Tobruk.
10 giugno 1940
All’entrata in guerra dell’Italia l’Aquilone (CC Alberto Agostini) appartiene alla I Squadriglia di Cacciatorpediniere, che dal marzo 1940 ha base a Tobruk alle dipendenze del locale Comando Marina, insieme a Turbine, Euro e Nembo.
11 giugno 1940
Attacco aereo su Tobruk. L’Aquilone viene bersagliato con varie bombe, aprendo il fuoco contro gli aerei con le mitragliere da 40/39 mm; il comandante Agostini ordina alla parte di equipaggio non necessaria a bordo di scender a terra nei rifugi. Nessuna bomba va a segno, ma la scheggia di una bomba caduta vicino all’Aquilone ferisce gravemente un radiotelegrafista alla gola.
È solo il primo degli attacchi aerei che avranno come bersaglio la nave nei due mesi successivi, ma l’Aquilone riuscirà sempre ad uscirne indenne o quasi.
14-15 giugno 1940
Alle 22.30 del 14 giugno Aquilone, Turbine e Nembo partono da Tobruk per bombardare le posizioni britanniche di Sollum con le loro artiglierie. Assiste alla missione anche il comandante di Marina Tobruk, il contrammiraglio Alessandro Olgeni. I tre cacciatorpediniere aprono il fuoco contro Sollum alle 3.49 del 15 giugno, proseguendo il tiro sino alle 4.05 e sparando in tutto 220 proiettili. La densa foschia impedisce che le unità italiane vengano avvistate ed attaccate, ma per contro ne ostacola la precisione nel tiro. La missione viene completata senza incidenti.
26 giugno 1940
Aquilone, Nembo e Turbine eseguono un altro bombardamento delle linee britanniche a Sollum, cannoneggiandole dalle 5.35 alle 6.18 con eccellente visibilità e buoni risultati. Essendo questo cannoneggiamento effettuato più tardi rispetto a quello del 15 giugno, partecipa alla missione anche un ricognitore, con il compito di avvertire in anticipo i cacciatorpediniere dell’eventuale avvistamento di aerei britannici inviati a contrattaccare, che tuttavia non si fanno vedere.
Tali azioni (quella del 26 giugno è stata chiesta dal Comando Superiore delle Forze Armate italiane in Libia) devono servire ad indebolire le difese britanniche nell’area, in previsione della prossima offensiva italiana.
29 giugno 1940
Esce in mare alla ricerca dei sopravvissuti (ed eventualmente anche dei cadaveri) del cacciatorpediniere Espero, affondato in combattimento il giorno precedente dagli incrociatori britannici Orion, Sydney, Liverpool, Neptune e Gloucester durante una missione di trasporto verso Tobruk insieme ad Ostro e Zeffiro (scampati grazie al sacrificio dell’Espero).
L’Aquilone non riesce a trovare niente e viene anzi localizzato da un ricognitore Short Sunderland, che effettua segnali di riconoscimento e, in mancanza di risposta, attacca la nave con delle bombe che finiscono in mare 50-60 metri a poppavia, mentre l’unità italiana si allontana alla massima velocità zigzagando e sparando con le mitragliere. Il Sunderland si allontana, e l’Aquilone arriva a Tobruk la sera stessa.
5 luglio 1940
Il porto di Tobruk viene attaccato da nove aerosiluranti britannici Fairey Swordfish dell’813th Squadron della Fleet Air Arm, decollati da Sidi el Barrani ed aventi come obiettivo le navi in porto (con priorità per i cacciatorpediniere). L’attacco è stato deciso dopo che il 4 luglio un ricognitore Short Sunderland ha sorvolato la base da 1500-2000 metri di quota dalle 10 alle 11.15, nonostante il tiro contraereo aperto contro di esso, accertando la presenza a Tobruk di numeroso naviglio.
L’Aquilone si trova ormeggiato sul lato meridionale della rada, alla boa C6, a poppavia dell’Ostro (boa C4) che è a sua volta ormeggiato a poppavia del Nembo (boa C2). L’allarme aereo viene dato alle 20.06; in pochi minuti i siluri colpiscono i cacciatorpediniere Zeffiro ed Euro ed i piroscafi Manzoni, Liguria e Serenitas, affondando Zeffiro e Manzoni, mentre le altre navi colpite devono essere portate all’incaglio per evitarne l’affondamento. I cacciatorpediniere alle boe vengono infruttuosamente attaccati da due degli Swordfish, che tuttavia, a causa della difficoltà a transitare come previsto tra la fila dei cacciatorpediniere a sinistra e quella dei mercantili (Sereno, Sabbia, Liguria, Serenitas e Manzoni) a dritta, e del violento tiro contraereo aperto dagli stessi cacciatorpediniere, non riescono a lanciare i siluri. Alle 21.31 viene dato il cessato allarme.


Il cacciatorpediniere in navigazione (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)


19-20 luglio 1940
Nuovo attacco di aerosiluranti britannici contro le navi ormeggiate a Tobruk (nella speranza di trovarvi l’incrociatore leggero Giovanni delle Bande Nere, danneggiato nello scontro di Capo Spada, che invece ha raggiunto Bengasi). Aquilone, Nembo ed Ostro si trovano nelle stesse posizioni dell’attacco del 5 luglio; il personale addetto alle armi è ai suoi posti alle mitragliere da 40/39 e 13,2 mm, mentre tutti gli uomini non necessari ai servizi di sicurezza sono alloggiati sui piroscafi Liguria (incagliato ma agibile) e Sabbia. Alle 22.30 del 19, dopo l’allarme aereo (dato alle 21.54), sei Swordfish dell’824th Squadron della Fleet Air Arm, decollati da Sidi el Barrani, compaiono nel cielo di Tobruk, suscitando la furiosa reazione delle difese contraeree (anche l’Aquilone apre il fuoco con le sue mitragliere), dovendo così ritardare l’attacco con i siluri all’1.30 del 20, mentre anche le navi all’ormeggio aprono a loro volta il fuoco con le proprie armi contraeree. L’attacco è, di nuovo, preciso e letale: tra l’1.32 e l’1.37 vengono silurati ed affondati, uno dopo l’altro, il Sereno, l’Ostro ed il Nembo (questi ultimi ormeggiati immediatamente a proravia dell’Aquilone). Quando l’Ostro, ormeggiato alla boa C4 poche decine di metri a proravia dell’Aquilone, viene silurato, il suo deposito munizioni poppiero deflagra in un’enorme fiammata, travolgendo l’Aquilone con una pioggia di schegge infuocate: chi può corre al riparo, un capo elettricista, in preda al panico, si butta in mare. La nave non viene danneggiata. Alle 5.56 viene suonato il cessato allarme.
Fine agosto 1940
Essendo ormai Tobruk troppo esposta ad attacchi aerei, l’Aquilone, al pari delle poche altre unità di valore rimaste indenni, viene trasferito a Bengasi, da dove effettua una ricerca di unità nemiche, senza risultato.


L’Aquilone fotografato in porto il 7 febbraio 1931 (foto tratta da http://regiamarina-alexman2010.blogspot.it/2010/05/cacciatorpediniere-Aquilone.html)

L’affondamento
Neanche Bengasi, tuttavia, era al di fuori della portata delle forze aeree britanniche.
Il mattino del 15 settembre 1940, un ricognitore Short Sunderland del 230th Squadron avvistò nel golfo della Sirte un convoglio composto dai piroscafi Maria Eugenia e Gloria Stella, carichi di rifornimenti, che dirigevano su Bengasi (dove giunsero alle 19.30 del 16) con la scorta della torpediniera Fratelli Cairoli. In seguito a tale avvistamento, il comandante della Mediterranean Fleet, ammiraglio Andrew Browne Cunningham, decise di lanciare un nuovo attacco aereo, contro Bengasi.
Alle 21.30 del 16 settembre 15 Swordfish iniziarono a decollare dal ponte di volo della portaerei Illustrious. Nessuno dei 15 velivoli venne impiegato, in questa occasione, come aerosilurante: nove di essi, appartenenti all’815th Squadron della Fleet Air Arm, avrebbero attaccato le navi in porto con bombe dirompenti da 227 e 114 kg ed incendiarie da 45 kg, mentre gli altri sei, dell’819th Squadron, avrebbero posato ognuno una mina magnetica Mk I da 680 kg all’imboccatura del porto.
La sera del 16 settembre l’Aquilone era ormeggiato di poppa sul lato orientale del Molo Principale del porto di Bengasi; alla sua destra era ormeggiato il Turbine, mentre sul lato occidentale del Molo Principale vi erano la nave ospedale California, il piroscafo Maria Eugenia ed il rimorchiatore da salvataggio Salvator Primo, ed al Molo Sottoflutto erano ormeggiati il Borea, il Gloria Stella, la torpediniera Cigno e la motonave Città di Livorno.
Alle 21.15, in seguito ad un bombardamento aereo che aveva colpito l’aeroporto di Benina, non lontano da Bengasi, fu dato l’allarme, ma non seguì poi il preallarme della Difesa Contraerea Territoriale, che, non avendo potuto far partire i motopescherecci assegnati al servizio di vigilanza foranea, non fu in grado di avvistare gli Swordfish che arrivavano da nordest, dal mare.
Alle 00.57 del 17 settembre, senza che nessuno li avesse precedentemente avvistati, gli aerei britannici (che erano giunti sul cielo di Bengasi già dalle 00.30, ed avevano sorvolato il porto per meglio individuare i loro bersagli) passarono all’attacco, in due ondate. Le bombe andarono a segno con tremenda precisione: nel primo passaggio, effettuato alle 00.57 da nordovest verso sudest, fu affondato il Gloria Stella, la torpediniera Cigno venne danneggiata gravemente ed il rimorchiatore Salvatore Primo ed il pontone a biga Giuliana furono colpiti sebbene senza riportare danni gravi; nel secondo passaggio, compiuto tre minuti dopo il primo, furono affondati il Borea ed il Maria Eugenia. Quando il Borea, spezzato in chiglia da un bomba, affondò, alcuni dei suoi uomini, gettatisi in mare, raggiunsero a nuoto l’Aquilone, che si trovava sul lato opposto del porto, a meno di 200 metri di distanza. Quest’ultimo, durante l’attacco, si era unito al tiro di sbarramento con le sue mitragliere, ed era stato mancato di stretta misura da una bomba, che cadde a pochi metri di distanza su un’altra nave, rovesciando una colonna d’acqua e nafta sul cacciatorpediniere, che rollò brevemente per il contraccolpo. A bordo dell’Aquilone qualcuno disse che erano stati colpiti, ed alcuni membri dell’equipaggio scesero a terra; la passerella, a causa delle ampie oscillazioni causate dagli scoppi delle bombe, cadde in acqua, venendo però immediatamente recuperata. La nave uscì indenne dall’attacco.
Nella confusione del bombardamento, nessuno a terra sembrò fare troppo caso alle sagome scure dei sei Swordfish dell’819th Squadron che gettavano le loro sei mine magnetiche a circa 75 metri dall’imboccatura del porto: solo il 18 settembre si seppe che qualcuno aveva visto un aereo abbassarsi a posare delle mine nell’avamporto.
I devastati risultati del bombardamento avevano provato la vulnerabilità di Bengasi, come in precedenza di Tobruk, agli attacchi aerei, e per giunta il Maria Eugenia ed il Gloria Stella erano affondati in fiamme in un vero e proprio mare di nafta, che continuava a costituire una minaccia per le altre navi: pertanto si decise subito di decongestionarne il fin troppo affollato porto trasferendo a Tripoli alcune delle navi rimaste indenni. Alle 11.38 del mattino del 17 settembre, perciò, la moderna motonave da carico Francesco Barbaro partì da Bengasi diretta a Tripoli con la scorta della vecchia torpediniera Generale Antonino Cascino, ma non appena fu uscita dal porto la motonave urtò una mina, riportando gravi danni alla zona prodiera, e dovette essere rimorchiata nuovamente in porto e portata a posarsi con la prua su bassifondali.
Il Comando Marina della Libia (Marilibia) ordinò che il tratto di mare a sinistra di un gavitello bianco che segnalava una secca di sette metri, subito fuori dal porto, venisse subito accuratamente dragato e controllato per verificarvi l’assenza di mine; essendo, anche in base a quanto accaduto alla Barbaro, la zona che sembrava più lontana dall’area sorvolata dai velivoli britannici (e dunque dove vi sarebbe dovuta essere minor probabilità che fossero state posate delle mine), una volta che i dragamine non vi ebbero trovato alcun ordigno fu disposto che le altre navi in uscita da Bengasi sarebbero dovute passare per quel braccio di mare.
Quella stessa sera si decise di far partire per Tripoli anche l’Aquilone ed il Turbine, che dopo le perdite dei mesi precedenti erano le uniche unità rimaste in efficienza, su otto che componevano in origine la classe Turbine.
Per primo partì il Turbine, poi, alle 20.15, l’Aquilone, al comando del capitano di corvetta Alberto Agostini, si disormeggiò lentamente e silenziosamente (si temevano nuovi attacchi aerei), tirando a bordo la passerella ed issando l’ancora di prua, e manovrò a sua volta per uscire dal porto. Dopo aver superato l’ostruzione, la nave, preceduta dal Turbine, manovrò in modo da passare a sinistra del gavitello bianco che segnalava la secca, per transitare nel tratto di mare ritenuto sicuro come da ordini di Marilibia.
Alle 20.45, tuttavia, circa un miglio oltre il gavitello, l’Aquilone provocò in rapida successione lo scoppio di due mine magnetiche, una all’estrema poppa ed una a centro nave, sulla dritta, all’altezza del telemetro di poppa. Il cacciatorpediniere venne scosso dall’estrema violenza delle due esplosioni, avvenute una dietro l’altra, e cominciò subito a sbandare a sinistra; gli scoppi delle due mine fecero cadere in mare le bombe di profondità di dritta – che grazie alla scarsa profondità non scoppiarono – ed alcuni degli uomini che si trovavano ai loro posti di combattimento a poppa, e gettarono contro cannoni, draglie e paratie molti altri, ferendone alcuni.
A terra le difese contraeree, forse ancora con i nervi a fior di pelle dopo l’incursione della sera precedente, scambiarono le detonazioni delle due mine come quelle di bombe, ed aprirono subito il fuoco contro velivoli inesistenti. Anche il Turbine, quando vide la fiammata generata dai due scoppi (che fu vista anche a terra), ritenne che l’Aquilone fosse stato bombardato dal cielo, e di conseguenza accelerò sino a 20 nodi ed iniziò a zigzagare. Già alle 20.50, tuttavia, il Turbine ridusse la velocità a 15 nodi, ed iniziò a chiamare tramite il radiosegnalatore il gemello, che però non rispose. Marilibia, avendo immediatamente ordinato che tutti i mezzi disponibili per il soccorso (dragamine ed altre imbarcazioni), agli ordini del comandante di Marina Bengasi, si recassero a dare assistenza all’Aquilone, e temendo che se il Turbine fosse tornato indietro per aiutare la nave colpita ne avrebbe seguito la sorte saltando anch’esso su altre mine (dubbio tutt’altro che ingiustificato, come dimostrarono molti drammatici episodi degli anni successivi), ordinò al Turbine di proseguire.
Sull’Aquilone, intanto, subito dopo le esplosioni il comandante Agostini ordinò di mettere tutta la barra a sinistra, nel tentativo di salvare la nave portandola ad incagliare sulla vicina costa, nonché di spegnere le caldaie, allagare il deposito munizioni poppiero e mettere a mare le imbarcazioni. Il timone, tuttavia, si era incatastato, e questo impedì di mettere tutto a sinistra; le esplosioni avevano reso inutilizzabili due degli zatteroni, e quando venne ammainata la motolancia, questa venne sbattuta dal mare agitato contro la murata sino a capovolgersi. Nonostante questo, l’equipaggio abbandonò la nave nel miglior ordine che le circostanze potessero consentire, e questo contribuì a limitare le perdite umane.
Il cannoniere Casimiro Fois, che era stato gravemente ferito dall’esplosione, subendo una ferita al costato e la mutilazione di alcune dita della mano sinistra, sentì altri uomini a poppa gridare di buttare in acqua una zattera, e, vedendone una, vuota, passargli vicino, non si mosse ma finì ugualmente in mare.
L’Aquilone si abbatté sulla sinistra sino a trovarsi con i ponti ad angolo retto con la superficie del mare, portando tutta la fiancata di dritta fuori dall’acqua, poi, nel toccare il fondale profondo appena una quindicina di metri, si raddrizzò parzialmente (assumendo uno sbandamento finale di circa 15 gradi) ed affondò nel mare cosparso della sua stessa nafta, lasciando emergere sopra la superficie solo la parte superiore degli alberi. Non erano passati più di cinque minuti da quando la nave aveva urtato le mine. Il relitto dell’Aquilone riposava su fondali di 13-15 metri, nel punto 32°06’28” N e 20°01’30” E.
Il comandante Agostini, deciso a restare in plancia fino alla fine, si arrampicò sull’aletta di dritta, incitando gli uomini che si trovavano più vicini, e si tenne aggrappato ad una draglia finché un’onda non lo trascinò via.
Nonostante la rapidità dell’affondamento, il buio, il mare agitato e la nafta che galleggiava copiosa sulla superficie ostacolando i movimenti, fu possibile salvare quasi tutto l’equipaggio dell’Aquilone. Su 10 ufficiali, 25 sottufficiali e 126 sottocapi e marinai presenti a bordo, persero la vita quattro sottufficiali e nove tra sottocapi e marinai. I corpi di tre sottufficiali e di un marinaio vennero recuperati, mentre gli altri nove uomini furono considerati dispersi. Altri due sottufficiali e 18 sottocapi e marinai erano rimasti feriti, soprattutto tra quanti, a poppa, erano stati scagliati contro paratie e parti della nave dallo scossone delle esplosioni.
Il comandante Agostini venne raccolto dalla baleniera della torpediniera Giuseppe Cesare Abba dopo aver passato due ore e mezza in acqua tra forti crampi, mare mosso e nafta che ostacolavano i movimenti, e subito assunse il comando delle operazioni di ricerca e salvataggio dei naufraghi, che proseguì fino alle due di notte.
Il cannoniere Casimiro Fois, molto indebolito dalla perdita di sangue e sfinito, riuscì in un modo o nell’altro a restare a galla nel mare increspato e sferzato dal vento, lasciandosi andare, finendo più volte sott’acqua ed ogni volta tornando a galla, finché non s’imbatté in una zattera. Dopo aver lungamente lottato per arrampicarvisi, riuscì finalmente a salire sulla zattera ponendo i piedi sulle funi ed aspettando l’arrivo di un’onda, che lo avrebbe aiutato a salire. Nella zattera, sul cui fondo vi era dell’acqua, c’era un remo che però non poteva usare a causa delle sue ferite. Dopo aver trascorso un periodo indefinito di tempo in uno stato di semincoscienza, Fois riuscì a guidare verso di lui alcuni altri quattro naufraghi che erano in acqua, mentre il vento sospingeva tutti verso il largo ed ostacolava lo scambio di parole. Dopo aver aiutato il primo a salire a bordo, i due aiutarono anche gli altri tre ad arrampicarsi a bordo, poi tentarono di pagaiare verso terra con l’unico remo e con le braccia. Oltre sei ore dopo l’affondamento dell’Aquilone, furono raggiunti da un rimorchiatore, ne richiamarono l’attenzione gridando e furono tratti in salvo.
I naufraghi dell’Aquilone vennero portati sulla nave ospedale California, ormeggiata nel porto e che aveva già accolto i molti feriti dell’incursione della sera precedente, o nel locale Ospedale Coloniale. Il comandante Agostini, tornato in porto con la baleniera dell’Abba, si concesse finalmente di riposare quando ebbe verificato che tutti i suoi uomini – meno i tredici che non ce l’avevano fatta – fossero a bordo della California o ricoverati all’Ospedale Coloniale.
L’affondamento dell’Aquilone ed il danneggiamento della Barbaro causarono la cessazione di ogni entrata ed uscita dal porto di Bengasi per alcuni giorni, finché non giunse un dragamine magnetico inviato appositamente dall’Italia per sminare le acque antistanti la base.
 
I caduti dell’Aquilone:
 
Alfredo Autiero, marinaio servizi vari, da Napoli, 20 anni, disperso
Emanuele Cannizzaro, cannoniere, da Reggio Calabria, 22 anni, disperso
Mario Civitillo, secondo nocchiere, da La Spezia, 29 anni, deceduto
Rodolfo De Meo, secondo capo silurista, da Torremaggiore (FG), 22 anni, deceduto
Carlo Ferrari, nocchiere, da Monticelli d’Ongina (PC), 18 anni, disperso
Ciro Fusco, sottocapo torpediniere, da Resina (NA), 19 anni, disperso
Dario Gardella, marinaio cuoco, da Santa Margherita Ligure, 25 anni, deceduto
Francesco Guidetti, torpediniere, da Taranto, 27 anni, disperso
Emilio Oliva, fuochista, da Uboldo (CO), 21 anni, disperso
Giuseppe Pedivilla, fuochista, da Genova, 22 anni, disperso
Luigi Ripa, capo meccanico di prima classe, da Sant’Elpidio a Mare (AP), 41 anni, disperso
Giovanni Schiaffino, marinaio, da Porto Torres (SS), 22 anni, disperso
Emilio Tavano, capo radiotelegrafista di seconda classe, da Casale Monferrato, 34 anni, deceduto
 
Dopo aver ricevuto nuovi indumenti e quant’altro era necessario, gli equipaggi di Aquilone e Borea vennero rimpatriati entro pochi giorni dall’affondamento delle loro navi, dopo di che poterono godere di dieci giorni di licenza prima di doversi mettere a disposizione di Marina Equipaggi.
Ma la guerra era ancora lunga, e non tutti i superstiti dell’Aquilone ne avrebbero visto la fine. Per almeno uno di essi, il sottocapo segnalatore Leonardo Pepe, l’appuntamento con la sorte era stato rimandato solo di sei mesi: imbarcato sull’incrociatore pesante Zara, avrebbe infatti trovato la morte nella tragica sconfitta di Capo Matapan.


Alcuni cimeli dell’Aquilone sono oggi esposti nel Museo del Sacrario italiano di El Alamein (foto tratta dall’articolo “Polvere e morte a El Alamein” di Raffaello Uboldi e Nino Mascari su “Storia Illustrata” n. 172 del marzo 1972)

Di seguito alcuni documenti conservati all’Ufficio Storico della Marina Militare riguardanti l’affondamento dell’Aquilone (si ringraziano il maresciallo Felice Cappelluti, nipote del sottocapo segnalatore Leonardo Pepe, per la gentilezza ad inviare il materiale, da lui reperito all’USMM, e Fabrizio Melotto, amministratore di Trentoincina, per aver fatto da tramite):

Rapporti e dispacci su quanto avvenuto a Bengasi e sulla perdita dell’Aquilone:
 
 
 
  
 
 
 
 
Comunicazioni sul rimpatrio degli equipaggi di Aquilone e Borea:

 
 
L’elenco dei caduti:

 
 
L’elenco completo dell’equipaggio dell’Aquilone:

 
 
  
 
 

Ricordi di Casimiro Fois, imbarcato sull’Aquilone dal novembre 1937 sino al suo affondamento nel settembre 1940 (si ringraziano Casimiro Fois ed il figlio Learco):


Vita a bordo, in guerra ed in pace
 
“Il primo novembre [1937] portammo il CT Nembo al cantiere navale per dei lavori e c’imbarcammo su un altro CT dello stesso tipo, l’Aquilone. Ci trasferimmo a Brindisi da dove, dopo alcuni preparativi, partimmo per la Libia. Qui giungemmo nel marzo del 1938, destinazione base navale Tobruk. Nei mesi che seguirono navigammo in lungo e in largo su diversi mari, spingendoci fino allo stretto dei Dardanelli. A Porto Said accompagnavamo i nostri sommergibili in transito per l’Africa Orientale. Varie volte ci recammo in Albania, in Grecia, al canale di Corinto, all’isola di Candia, nelle isole dell’Egeo. Nel corso di queste lunghe navigazioni di 2-3 giorni e più, senza toccare né vedere terra, in varie occasioni incontrammo mare fortissimo (forza 8-9 e più, a giudizio degli esperti di bordo) con onde che superavano la coffa (il punto più alto per le osservazioni); provocando paurose sbandate della nave, con la poppa completamente sott’acqua. In quelle circostanze, l’equipaggio era sballottato da una parte all’altra della nave, come dei fuscelli al vento, sia che si trovava sopra che sotto l’imbarcazione, si era sempre completamente invasi dalle onde. Impossibile dimenticare il 15 dicembre 1938. Erano le 13,30 e il CT andava a passo di crociera, 18 miglia orarie, forse troppe per quel mare in tempesta. Si ergevano onde anomale, all’improvviso, mentre mi trovavo sul carruggeto (stretto corridoio) destro di fronte alle cucine, seduto sopra una gamella rovesciata a pelare patate in aiuto ai cuochi; il mare iniziò ad incresparsi sino a raggiungere dimensioni di burrasca e la nave cominciò a sbandare forte, ma non ci badavo, poiché c’ero abituato. Finito di sbucciare le patate, ero ormai libero dal servizio, giunse di corsa il Tenente di vascello sig. Fermo, Direttore di tiro, salì sul gradino della cucina e gridò: «Attento Fois» e, con gli occhi rivolti al cielo, esclamò: «Dio aiutaci». Lo guardai e contemporaneamente vidi a poppa un’onda  altissima che veniva verso di noi mentre la nave s’inclinava paurosamente sulla destra. Con un balzo da felino mi portai sopra la tavola, posta al mio fianco appesa alla parete; mi afferrai alle sbarre della cucina, inclinandomi quasi orizzontalmente rispetto alla nave, mentre l’onda rabbiosa e spumeggiante mi passava sotto bagnandomi la pancia e invadendo tutto il sottocastello. Il tenente fu scaraventato dentro la cucina dalla furia dell’onda. Si bagnò fino all’osso ma non ebbe altre conseguenze. Un sottocapo silurista fu sbattuto sulla noria fratturandosi alcune costole. Un altro marinaio riuscì ad aggrapparsi alle draglie, mentre una forte ondata lo stava trascinando in mare portandogli via le scarpette che calzava. I danni subiti furono ingenti. (…) il paragambe strappato di quella torretta con la mitraglia 40/39 alta più di 5 metri dalla superficie del mare? Era tutta sott’acqua. (…) una gabbia di ferro molto robusta contenente due bombe di profondità da cento chilogrammi l’una, saldamente fissata alla coperta. Quando la nave si raddrizzò non c’erano più, erano state scardinate e scaraventate in mare. Finirono in mare anche grossi manica-vento, portelloni pesantissimi per evitare l’inondazione dei locali di macchina e dinamo, divelti e trascinati fuori bordo. Il motoscafo, ancorato a murata alcuni metri prima della cucina, appeso in alto alla gru ed altri sostegni con cavi d’acciaio, fu divelto restando penzoloni fuori bordo e solo dopo fu recuperato. Quando la nave era al massimo dell’inclinazione, che durò alcuni interminabili minuti, qualcuno lanciò grida di disperazione dicendo «Non si rialza più» mentre un altro, qualche istante dopo gridò gioiosamente «Si rialza». Fummo certamente fortunati in quell’occasione poiché, pur essendo fortissima, quell’onda non riuscì a rovesciarci definitivamente e, lentamente la nave si raddrizzò. Il Comandante, con altri Ufficiali in plancia, al proprio posto di comando, afferrando con rabbia il telegrafo di macchina ordinò: «Giri zero-zero ferma macchina». La plancia, posta sopra-castello, fu lambita da quella maledetta onda nonostante risultasse molto in alto. Per alcuni furono attimi di terrore e smarrimento. L’addetto ai telegrafi di macchina in plancia riferì che dovettero afferrarsi a qualche appiglio per non essere sbattuti alla parete tutti assieme. Appena la nave rallentò ci accostammo cautelativamente a manca, affrontando il mare da prora procedendo molto Dopo alcuni minuti interminabili di massima inclinazione, la nave lentamente si raddrizzò lentamente. Il Comandante dette l’ordine di fare l’appello per accertarsi che non mancò nessuno. In casi del genere si faceva sempre. Non descrivo i danni subiti che furono ingenti. Alcuni mesi dopo, mentre eravamo in perlustrazione, fummo sorpresi da un’altra tempesta di grossissima intensità durata quattro giorni. Le onde arrivavano a bagnare completamente il marinaio che stava di guardia in coffa. La prora e la poppa della nave alternativamente affondavano e s’innalzavano sui flutti. Ovviamente non si poteva cucinare. Buona parte dell’equipaggio era inattivo (a pagliolo) perché soffriva il mare e di mangiare non se ne parlava neanche. Molti, me compreso, avevano fame ma nessuno si azzardava a scendere in cambusa per prendere dei viveri secchi. Io rintracciai il cambusiere e lo invitai a portarci su qualcosa da mangiare. La risposta fu: «Vacci tu se hai coraggio». Dissi: «Ci provo, dammi la chiave». Invitai un altro marinaio e ci avventurammo nella discesa della scaletta. Fu impresa molto difficile. Chi mi accompagnò si fermò stendendosi pancia a terra perché il nostro stomaco andava su e giù seguendo il beccheggio della nave. Io riuscii, con gran difficoltà, a resistere e arrivai stremato nel locale specialista dove si trovava la dispensa. Vi era uno sfiato di nafta calda che toglieva il respiro. Resistetti, aprii la porta e la fermai al lato per non richiudersi, presi un sacchetto e vi misi dentro gallette e scatolette di carne, richiusi e tentai la risalita. Feci moltissima attenzione e fatica dove mettere i piedi sul pavimento viscido di nafta e cercai sempre qualche appiglio per non scivolare. Riuscii a risalire a fatica e arrivare, esausto, sotto castello, procedendo lentamente carponi. Molti erano distesi pancia a terra sui bastingaggi o sul pavimento. Chiesi a voce alta se qualcuno desiderava del cibo. Risposero in pochi. Intanto, il comandante chiedeva al Ministero di sospendere la missione, ma da Roma giunse l’ordine di proseguire. Al mattino del quarto giorno non era cambiato nulla, si procedeva lentissimamente, se si riusciva ad avanzare, anche con le macchine ad oltre mezza forza. La sera dello stesso giorno arrivò finalmente l’autorizzazione di sospendere la missione e di metterci alla cappa, in altre parole di fermare le macchine e lasciarci portare dalle correnti tenendo però saldamente la prora contro vento per evitare i marosi di fianco, pericolosissimi. La mattina seguente, con il mare più calmo, arrivammo in vista delle isole dell’Egeo ed entrammo nel porto di Rodi. Dopo quattro giorni qui fu possibile cucinare e mangiare in santa pace. Fatti alcuni rifornimenti tornammo a Tobruk, nostra base principale in Libia. Nel novembre del 1939 rientrammo in Italia fermandoci a Brindisi per sbarcare tutte le munizioni e ripartimmo subito dopo per Fiume, entrando in bacino, dove furono riparati i molti danni causati dai cavalloni delle ultime mareggiate. Solo un terzo dell’equipaggio rimase a bordo. Per fine servizio di leva, il 15 gennaio 1940 fui rimandato a casa in congedo illimitato.
Ma, ahimè, dopo 40 giorni soltanto, fui richiamato a raggiungere entro ventiquattro ore, la nave, che si trovava ancora a Fiume in riparazione, poiché ero stato nominato complemento di guerra. Entro il mese di marzo tutto l’equipaggio si era ricomposto. Terminati i lavori, uscimmo in mare aperto per fare qualche collaudo e giri di boa. Rientrati a Brindisi, reimbarcammo tutte le munizioni rimettendo la nave in assetto di guerra. Nell’aprile del 1940 eravamo nuovamente in Africa Settentrionale, a Tobruk in Libia. Qui uscivamo spesso per esercitazioni di tiro diurne e notturne e anche per navigare di notte vicino alla costa, in zone sicuramente non nostre perché si procedeva a velocità ridotta con i fari di via spenti e allertati al massimo. Verso il 20 maggio, sempre del 1940, ricevemmo l’ordine di minare le zone di mare in prossimità dell’accesso ai nostri porti di Tripoli, Bengasi, Tobruk e altri, con grosse mine ancorate ai fondali e affioranti a circa 8-9 metri dal pelo dell’acqua. Ovviamente mappavamo la rotta di sicurezza comunicandola all’Ammiragliato che aveva disposto l’operazione. Il 10 giugno del 1940 Mussolini, con un memorabile discorso, annunziò al popolo italiano di avere dichiarato guerra alla Francia e all’Inghilterra. Il giorno tanto atteso da molti italiani illusi, era finalmente giunto e, anche a bordo, qualcuno aspettava con ansia l’inizio della guerra, pensando che sarebbe finita presto. Noi eravamo attraccati di poppa al pontile assieme ad altri cacciatorpediniere, uno di fianco all’altro con un intervallo di circa 10 metri. In rada c’erano grossi piroscafi e altri natanti sparsi per la baia. A circa 600 o 700 metri dall’imboccatura del porto c’era l’incrociatore San Giorgio ormeggiato vicino alla costa piana. La nostra posizione era nella stessa direzione ma molto più in profondità verso la città. Era l’alba dell’undici giugno: notte tranquilla, sveglia alle 5.00 come d’uso, riassetto delle brande, toeletta e poi il caffè. Ci stavamo apprestando ad eseguire i primi lavori di pulizia nei locali e di manutenzione alle armi quando, l’urlo delle sirene a terra ci avvertiva che a breve avremmo avuto visite non gradite. Di corsa raggiungemmo i posti di combattimento e restammo nell’attesa con ansia. Io in quel momento ero libero. Corsi sopra-coperta a poppa e scrutai il cielo, poco dopo arrivò anche il comandante e il suo vice col binocolo. Restammo nell’attesa del nemico, sicuri che sarebbe arrivato, da quale direzione però non avevamo idea. Mi parve di avvertire un sordo rumore, scrutai il cielo in direzione del sole poco alto sull’orizzonte e all’improvviso apparvero degli aerei. Urlando avvertii il comandante. Vidi uscire oggetti luccicanti dalla loro pancia e lo gridai di nuovo al comandante il quale replicò dicendomi che erano bombe e mi ordinò di correre verso il rifugio a terra. Non si trovavano a grand’altezza, quindi entrarono rabbiosamente in azione le batterie del San Giorgio. Le bombe esplosero in acqua, mentre gli aerei sorvolarono indenni la nave dirigendosi verso di noi. Appena a tiro entrarono in azione anche le nostre mitraglie (40/39). Ci salutarono con una pioggia di bombe ma, fortunatamente, molte non esplosero, e le altre caddero negli intervalli tra le navi ma non ci colpirono. Saltellando nella passerella corsi al rifugio a terra, distante da noi circa 150 metri. Ci fu un attimo di pausa e pensammo che l’allarme fosse cessato. Mi misi quindi a correre per risalire sulla nave e in quel momento ripresero a sganciare bombe, una delle quali esplose nel bagnasciuga a circa 10 metri da me scaraventandomi a terra. Non riportai alcuna ferita e rialzatomi ripresi la mia corsa raggiungendo la nave con affanno. Raggiunsi la poppa e rimasi fermo. Era lì anche il Comandante che col binocolo scrutava il cielo. Arrivarono due marinai che tenevano in braccio un altro marinaio ferito per trasportarlo a terra. Era un radiotelegrafista che mentre trasmetteva era stato colpito alla gola da una scheggia della stessa bomba che era esplosa vicino a me. Mi fissarono un attimo, capii e mi unii a loro in aiuto. La passerella che da bordo portava al pontile era larga forse 80 centimetri; era un problema passare in tre con una quarta persona in braccio senza rischiare di cadere in acqua, ma ci riuscimmo senza curarci delle bombe che continuavano a cadere intorno a noi e arrivammo al rifugio senza danni. Dopo aver consegnato il ferito ai medici ed esserci riposati rientrammo a bordo ad allarme ormai cessato. Qualche ora dopo ci mettemmo in rada e per il resto del giorno e la notte seguente non accadde nulla di particolare. L’indomani mattina, all’alba uscì dal porto in perlustrazione il rimorchiatore d’alto mare “Il Nuovo Berta” [si trattava con ogni probabilità della cannoniera Giovanni Berta], spingendosi molto oltre le nostre acque territoriali. Fu attaccato e colpito da alcune navi inglesi e rientrò in porto verso mezzogiorno piuttosto malconcio [la Berta, infatti, gravemente danneggiata dal tiro degli incrociatori britannici Liverpool e Gloucester, riuscì a raggiungere Tobruk prima di affondare]. Seppi in sezione che a bordo di quel rimorchiatore c’era anche Proietto, un amico e socio della nostra sezione. Il giorno successivo scattò solo qualche allarme ma, secondo quanto fu riferito, si  trattava di ricognitori allontanati dai nostri caccia levatisi in volo dal vicino campo d’aviazione. La tregua non durò oltre perché gli aerei inglesi vennero a trovarci spesso sia di giorno che di notte. Il venerdì notte, ci attaccarono prima i bombardieri e subito dopo gli aerosiluranti a poche decine di metri d’altezza, quasi sfiorando gli alberi delle navi in modo da evitare i nostri tiri incrociati e costringendoci a sparare alti per non colpire le altre navi. La sera si cambiava posizione ma con le notti di luna eravamo ugualmente visibili. Avevamo l’impressione che per loro, tra notte e giorno, non c’era differenza. Non ci dettero tregua martellandoci giorno e notte. Alcune navi colpite giacevano su un fianco, o inclinate di poppa, circondate da boe con bandierine rosse per indicare i relitti. Non si dormiva, si mangiava poco, quando possibile, e alcuni deperivano visibilmente sia per la paura che per gli stenti. Una notte, mentre mi trovavo alla mitraglia (40/39), scattò l’allarme e caricai l’arma iniziando a sparare con un fuoco di sbarramento. I proiettili illuminanti solcavano il cielo in tutte le direzioni, incrociandosi con gli altri delle altre navi. Non molto lontano, si sentivano le esplosioni delle bombe ed il contemporaneo stridore delle lamiere contorte. L’armaiolo, che faceva parte dell’armamento della mitraglia, terrorizzato, mise la testa in mezzo alle mie gambe, aggrappandovisi. Gli urlai di lasciarmi perché non riuscivo a manovrare l’arma ma lui ripeteva in continuazione: «Ho paura, ho paura». Lo strattonai ma lui non si mosse ed allora gli sferrai alcuni pugni in testa e in qualche modo riuscii a scrollarmelo di dosso scaraventandolo lontano. Fui costretto a farlo perché l’arma si stava inceppando giacché il nastro con i proiettili, se non guidato, non scorreva. L’armaiolo, si chiamava Marvino, aveva il compito di riparare quell’arma in caso d’inceppamento. L’allarme cessò al calare della luna, quasi all’alba. La notte seguente si ripeterono i bombardamenti con continui assalti. Io non ero di guardia. A bordo non vi era alcun posto dove rifugiarci per scampare alle bombe. Sotto castello ci si poteva riparare da qualche scheggia, ma se fosse stata colpita da qualche bomba? Sarebbe stato peggio. Come altre volte, mi misi seduto addossandomi alla parete del corpo di guardia che sorreggeva la torretta del cannone di poppa assieme ad un altro e mi addormentai, mentre le bombe continuavano a cadere colpendo anche qualche unità. Chi mi stava accanto, impaurito di sicuro, scuotendomi mi disse: «Fois, ma tu dormi». Cosa vuoi che faccia, replicai. Dormi anche tu. Non è che non facevo caso alle bombe, al contrario, ma c’ero talmente abituato che, purtroppo, ci dovevo convivere. Il 28 giugno ricevemmo la visita di molti bombardieri inglesi che sganciarono numerose bombe. La reazione di tutte le unità e anche delle batterie di terra furono pronte e rabbiose, ma non riuscirono a colpire un solo aereo. Non li vedevamo, perché si mantenevano ad altissima quota. Sparammo a sbarramento incrociato e potevamo controllare la direzione che prendevano i proiettili delle nostre mitraglie 40/39 perché di giorno erano traccianti, con una gittata di oltre 2.000 metri, ma d’aerei colpiti neanche l’ombra. Venivano dal mare (da est sia di giorno che di notte) ed uscivano con rotta verso ovest. Anche senza vederli sapevamo che era così.
Nel tardo pomeriggio dello stesso 28 giugno 1940, cessato l’allarme, ci ancorammo a fianco del piroscafo Piemonte di 15.000 tonnellate che era stato abbandonato dall’equipaggio perché danneggiato dalle bombe. Ci ormeggiammo, qualche volta di fianco per la notte; in modo da eliminare un altro obiettivo sparso nella baia formando così un corpo unico. Una decina di noi salì sopra il piroscafo per festeggiare, con canti e balli, lo scampato pericolo; accompagnati dalla musica di un vecchio pianoforte, suonato da un sergente d’origine Ebraica (Coen), quando, improvvisa- mente, fummo richiamati a bordo dall’allarme. Salpammo immediatamente allontanandoci dal piroscafo, riprendendo ognuno il proprio posto di combattimento. Era un pomeriggio di molta foschia. Corsi alla mitraglia caricandola con un nastro da venticinque proiettili, poi n’aggiunsi anche un altro. Pochi minuti dopo, vedemmo arrivare due aerei, ad altezza non molto elevata provenienti dalla stessa direzione ovest che avevano preso i bombardieri inglesi andandosene dopo il bombardamento. Non essendo visibili segni di riconoscimento, appena giunti a tiro, da tutte le unità partirono le raffiche delle mitraglie. Noi sparammo pochi colpi (una decina circa) giacché, un tenente di vascello che si era imbarcato pochi giorni prima, essendo stato osservatore pilota, aveva riconosciuto quegli aerei per nostri e, correndo, gridava: «Non sparate, non sparate». Purtroppo, pochi istanti prima, avevamo notato del fumo che usciva dalla parte poppiera di uno degli aerei (era stato colpito) e, mentre noi esultanti  gridavamo vittoria, vittoria, l’aereo, nel tentativo di atterrare nel campo d’aviazione poco distante, si schiantava al suolo trascinandosi  per alcune centinaia di metri. L’altro, appena notata la reazione armata da parte delle navi, si abbassò e sfiorando gli alberi dei natanti passò indenne in mezzo ai nostri tiri. Si disse che dal C.T. Turbine, capo squadriglia, partì un dispaccio all’Ammiragliato, comunicando che l’aereo era stato abbattuto dalla sua unità con una raffica micidiale della 40/39, e che l’Ammiraglio avesse risposto: «Imbecille, quello era l’aereo di Italo Balbo con lui a bordo». Queste erano le voci che circolavano a bordo [in realtà, sembra che l’abbattimento dell’aereo di Balbo sia attribuirsi al fuoco del San Giorgio oppure del sommergibile Marcantonio Bragadin, presente in rada]. Non sono certo se erano vere. Era vero però che l’aereo abbattuto era di Italo Balbo e ne venimmo a conoscenza dopo una mezz’ora circa, naturalmente rammaricandocene. Sul fatto ha scritto un libro il sig. Folco Quilici intitolato: Tobruk 1940, la vera storia della morte di Italo Balbo. Ho letto quel libro, riscontrando molte inesattezze. A bordo di quell’aereo c’era il padre di Quilici, cronista e amico del Generale Governatore della Libia, appunto Italo Balbo. Dopo 60 anni dall’avvenimento, non poteva ricostruire gli avvenimenti così come realmente successero, se non attraverso delle prove testimoniali che, se pure citate, non mi pare che rispecchino la realtà così come l’ho vissuta io.
Dopo quella tragedia, sulla coda dei nostri aerei fu dipinta una gran croce bianca visibilissima. La notte seguente pur essendoci l’allarme non ci furono bombardamenti. La nostra nave era piena di buchi dappertutto, causati dalle schegge delle numerose bombe che c’erano esplose vicino. In ogni buco fu infilato un tappo di legno, con inciso il giorno in cui la nave fu colpita, da far vedere a quelli che a Taranto dicevano che la guerra era là e non da noi. Questo c’era riferito da qualcuno che veniva dall’Italia. Un giorno rientrò a bordo un capo elettricista che avevamo lasciato in Italia in licenza di convalescenza, il quale anche lui era convinto che a Tobruk si stesse bene, dal momento che i bollettini di guerra non ne parlavano. Qualcuno la notte che stava per arrivare [quella del 19-20 luglio 1940] lo avrebbe convinto del contrario. Ricordo, che era un venerdì notte, alle ventidue circa, l’ora preferita per gli aerei siluranti; eravamo in rada, con prora ad ovest a circa 60 metri dietro un altro cacciatorpediniere, l’Ostro, (sul quale ero già stato imbarcato molto tempo prima in Italia per 20 giorni). Non ero di guardia quando scattò l’allarme. Mi misi all’inizio del sotto-castello. Eravamo in pochi. C’erano anche il capo elettricista ed il “famoso” armaiolo Marvino che avrebbe dovuto riparare la mitraglia nel caso si fosse inceppata. Ricordate come si comportò in occasione dell’ultimo bombardamento degli aerei nemici che ci massacravano di bombe? Le mitraglie entrarono in azione con fuoco incrociato, qualcuno mi chiamò, uscii correndo portandomi al centro; quasi subito ci venne sopra un aereo silurante, bassissimo, lo vidi mentre arrivava, forse ci aveva salutato con un siluro che non ci colpì, si sentì l’esplosione sulla costa poco distante. Rientrai immediatamente correndo sotto castello dove mi trovavo prima. Si udirono molte altre esplosioni. Una vicinissima a noi, colpì la poppa dell’Ostro e forse il Santa Barbara (deposito munizioni). Marvino, da accovacciato che era, con un balzo andò a sbattere con la testa sul soffitto; il capo elettricista prese la rincorsa e si buttò a mare. Io mi affacciai a guardare nella direzione dell’esplosione e rientrai precipitosamente dentro, perché una cappa di fuoco ci stava coprendo e, terminata la caduta delle schegge (perché di schegge infuocate si trattava), ripescammo e prestammo soccorso al secondo capo, che riusciva solo a balbettare. All’armaiolo avevamo pensato prima; al riparo sotto coperta strillava e si dibatteva in preda alla paura. Riferimmo l’accaduto al comandante il quale volle vedere il capo elettricista chiedendogli, scherzosamente, se riteneva che la guerra fosse lì o a Taranto. L’indomani furono sbarcati e condotti, penso, a qualche centro di cura. La mattina presto scattò di nuovo l’allarme ma durò poco. La giornata trascorse senza avvenimenti di rilievo ma ci fu un preallarme navale. I nostri ricognitori avevano notato varie navi inglesi fuori delle nostre acque territoriali. Non so se era previsto da prima ma, come un atto di sfida, alle tre dell’indomani mattina ci allertarono per partire e, con le macchine che erano sempre sotto pressione, fatti i preparativi del caso in pochi minuti salpammo e uscimmo in navigazione senza conoscere la destinazione. Navigammo con circospezione con tutti al posto di combattimento a circa 20 miglia orarie, giungendo in vista di terra alle prime luci dell’alba. Il mare era alquanto mosso ma si navigava bene. Il capo cannoniere Zara, di La Maddalena, comandava l’armamento del mio cannone. Mentre ci avvicinavamo sempre più alla costa ci disse: «Preparatevi e tenete duro che dobbiamo attaccare le navi inglesi che sono dentro quel porto». Come detto all’inizio, la mia qualifica era “cannoniere”, ma mi erano stati assegnati due posti di combattimento. Da fermi e in porto ero addetto alla contraerea (mitraglia 40/39 al centro della nave), mentre in navigazione al cannone di poppa (graduatore di cursore per la direzione). Eravamo pronti, io indossavo la cuffia per poter ricevere i dati dalla direzione di tiro e a mia volta comunicare al puntatore che doveva eseguire. Ci portammo sotto costa, molto vicini al porto. Pensai: «Ma non vorremo mica entrare in porto per consegnarci agli inglesi?». Non fu così naturalmente e, subito dopo, fu impartito l’ordine che dava inizio alle ostilità. Rosso cinque zero, era la direzione su cui dovevo impostare il cannone, portai il cursore in quella posizione ripetendola al puntatore e, immediatamente, partirono le prime salve dei due cannoni binati da 120/45 con proiettili del peso di oltre 25 chili l’uno. Continuammo a sparare per oltre 500 metri. Accostammo verso il largo per poi riportarci sotto costa e riprendere il cannoneggiamento per tre volte di seguito. Fummo costretti poi ad interrompere a causa della fitta nebbia e a ridurre la velocità a poche miglia orarie, per non entrare in collisione con le altre due unità che avevano preso parte all’operazione. Non vi era stata reazione né da parte di qualche batteria eventualmente presente nella costa, né dall’interno del porto. Si erano notate alte colonne di fumo nero; segno che avevamo centrato l’obiettivo. Il porto preso di mira era Sollum, in territorio Egiziano. Si trovava molto oltre Porto Bardia, in territorio Libico, controllato dalle nostre forze. Conoscevamo quel porto per esserci stati varie volte. Rientrammo in porto a Tobruk verso le undici del mattino senza incontrare alcun natante. Dopo esserci ormeggiati, mangiammo. Avevamo saltato la colazione ed eravamo affamati. Il resto della giornata trascorse senza avvenimenti di rilievo e la dedicammo al riassetto della nave e in particolare, per chi vi era addetto come me, alla pulizia dei cannoni. Il giorno dopo ci rifornimmo di  nafta e munizioni. Alle tre del terzo giorno, con il C.T. Turbine capo fila, ci portammo nuovamente sotto costa nel porto di Sollum, riprendendo il cannoneggiamento da distanza ancora più ravvicinata. Al cannone di poppa dove stavo venne a mancare la corrente elettrica e fummo costretti ad operare a forza di braccia. Quasi contemporaneamente si ruppe a metà la manichetta (un tubo flessibile di alcuni cm. di diametro) che, unita alla cuffia che avevo infilata in testa coprendo le orecchie, mi consentiva di ricevere i dati dalla direzione di tiro che trasmettevo al puntatore. Quest’ultimo, che sedeva davanti a me, gridò: «Fois, aiutami». Impugnai la manovella poggiando la mia mano destra sopra la sua e facendo molta forza, riuscimmo a brandeggiare il complesso portandolo in punteria secondo i dati che a stento riuscivo a percepire e graduare il cursore con la mano sinistra guardando di sbieco in alto. Sentii appena gridare dalla centrale: «Fuoco!». Ma, il fuoco elettrico non funzionava e senza aspettare tirai con forza la leva e la salva partì con qualche attimo di ritardo rispetto al pezzo di prora che non aveva avuto problemi. Terminata l’accostata, mi tirai fuori dai pantaloni il camisaccio e dal lembo di sotto riuscii a strappare una striscia di stoffa e la avvolsi alla manichetta unendo le due parti dello strappo e ripristinando così la comunicazione con la centrale di tiro. Dall’interno del porto si levarono alte colonne di fumo nero. Probabilmente avevamo colpito qualche struttura importante. Mentre ci stavamo apprestando al rientro, il capo cannoniere, tutto giulivo, prese il megafono e, rivolgendosi al Comandante che era uscito fuori dalla plancia, gridò: «Comandante, dal quel caseggiato (c’era un grossissimo fabbricato, forse dei capannoni) ci stanno osservando col binocolo». Il Comandante suggerì di spedirgli i nostri saluti e il capo cannoniere immediatamente ordinò di sparare. I due proiettili del nostro pezzo partirono colpendo in pieno quel caseggiato mandandolo in frantumi.  Ci allontanammo, e anche quel giorno sopraggiunse la nebbia che durò poco, ma molto fitta, tanto da costringerci a ridurre la velocità. Quando eravamo ormai in mare aperto, ad alcune miglia di distanza dal porto di Solum, il capo cannoniere, rivolgendosi ancora al comandante col megafono disse: «Signor Comandante, a questo pezzo è venuta a mancare la corrente elettrica e se ha funzionato è merito di Fois». «Bravo» - rispose il Comandante - «lo segnaleremo per la medaglia di bronzo». Rientrati in porto, dopo l’ormeggio, ci lavammo e pranzammo. Finalmente c’eravamo presi una piccola rivincita nei confronti degli inglesi; stavolta non eravamo stati noi a subire, ma loro. Nella posizione in cui si trovavano non ebbero possibilità di reazione e, quindi, li beffammo per ben due volte di seguito in soli due giorni.
Ricordo che era una notte di luna piena, il bombardamento era intenso, esplosioni, stridore di lamiere contorte e grida d’aiuto si sovrapponevano. Io ero alla mitraglia e ci fu dato l’ordine di cessare il fuoco sia per non essere individuati che per avere la possibilità di soccorrere i naufraghi di una nave colpita e affondata. Calammo a mare una scialuppa di soccorso e, man mano che i naufraghi erano individuati e caricati sulla barca (facendo uso di un piccolo proiettore), li aiutammo a salire a bordo. Nel frattempo la luna era calata e, una volta cessato l’allarme, operammo con più calma. La baia di Tobruk stava diventando un cimitero con varie navi affondate o semi affondate, compresi due piroscafi di 15.000 tonnellate (Piemonte e Liguria) e, per navigarvi in una notte senza luna, dovemmo fare molta attenzione. In una notte di luna piena di metà luglio, ci affiancammo al Liguria che era stata colpita con delle bombe ed era rimasto senza equipaggio, poco distante dalla costa (forse 50 metri). Molti di noi, non in servizio, entrarono dentro per essere più al sicuro, percorrendo un lungo e largo corridoio con un portellone aperto che dava sul mare. All’improvviso, una grossa esplosione e contemporaneo sussulto della nave ci fecero sobbalzare. Ritenendo che fu colpita la nave Liguria, mi misi a correre per buttarmi a mare (nonostante non sapessi neanche nuotare bene) ma, fui fermato da un commilitone sopraggiunto in quel momento il quale mi disse che la nave colpita era invece l’Aquilone. Mi resi subito conto che non fu così poiché arrivò in quello stesso momento il nostromo che ci richiamò a bordo per allontanarci dalla nave colpita. Seguirono molte altre notti e giorni di continui allarmi e intensi bombardamenti. Ci fu anche qualche momento di tregua nelle notti senza luna. Molto spesso uscivamo in perlustrazione oltre l’orizzonte per 4 o 5 ore. Talvolta anche per intere giornate. Gli unici efficienti come unità d’attacco in quel porto eravamo rimasti noi e il Turbine, su cui ero stato imbarcato per più di due mesi in Italia. Il San Giorgio, invece, era come una fortezza, quasi adagiato sul fondo e circondato di reti antisiluro. Nei primi giorni d’agosto, tre cacciatorpediniere del nostro stesso tipo [l’Espero, l’Ostro e lo Zeffiro; si trattava in realtà del 28 giugno 1940], mentre erano in navigazione per venirci a dare il cambio, furono attaccati da una squadra navale inglese. Uno [l’Espero] fu affondato mentre gli altre due arrivarono in porto nella serata con pochi danni. La mattina seguente, nel tentativo di recuperare eventuali naufraghi o i corpi dei marinai morti, la nostra unità ricevette l’ordine di recarsi sul posto dell’attacco. Perlustrammo la zona in lungo e in largo, navigando molto piano per meglio poter scrutare la superficie del mare ma non avvistammo nulla. Era la rotta che usualmente si faceva per dirigersi in Libia, ma, come qualcuno disse, c’eravamo spinti troppo oltre in direzione di Malta e ricevemmo la visita di un quadrimotore inglese (Sunderland), un aereo bombardiere di grosse dimensioni. Ci venne sopra a non grand’altezza facendo dei segnali per farsi riconoscere; forse scambiandoci per Inglesi. Non ricevendo risposta, virò portandosi sulla nostra poppa e sganciò molte bombe che esplosero a circa 50-60 metri da noi sulla nostra scia. Procedemmo con le macchine a tutta forza e, per quanto era possibile, a zig-zag. Io scesi dalla cabina del cannone, con il quale non potevamo sparare, con la cuffia in testa per eventuali comunicazioni dalla centrale di tiro. M’infilai sotto la culatta dello stesso cannone per sfuggire ad eventuali raffiche di mitraglia. Mi mordevo le dita dalla rabbia contro i nostri mitraglieri che, pur passandogli sopra a quota raggiungibilissima, non riuscivano a colpirlo nonostante i proiettili traccianti, che facilitavano l’aggiustamento dei tiri. Ci abbandonò, forse per esaurimento delle munizioni. Il tenente di vascello, direttore di tiro, affermò che quegli aerei erano corazzati sotto per questo motivo non erano danneggiati dai proiettili. Rientrammo in porto all’imbrunire senza altri incidenti. Talvolta eravamo impegnati nella scorta di convogli per la Libia, di due o tre unità, provenienti dall’Italia. Andavamo a prenderli quasi a metà percorso. Accompagnandoli, dovevamo mantenere la loro stessa andatura di poche miglia orari che ci rendeva spesso alquanto nervosi per i possibili agguati di sommergibili nemici. Accadde proprio un giorno che stavamo scortando due grossi piroscafi diretti a Tobruk che notammo una scia di siluro diretto su di noi. Provvidenzialmente l’avvistammo in tempo e riuscimmo a scapolarlo. Ci dirigemmo immediatamente sul posto nel quale si presumeva che si trovasse il sommergibile e sganciammo alcune bombe da cento chilogrammi regolate per esplodere a diverse profondità. Inoltre, calammo in mare una torpedine una sorta di piccolo aereo carico d’esplosivo) ma non raggiunse alcun bersaglio. Anche il Sonar, che calammo da fermi ad una certa profondità, non rivelò alcun segnale. Tornammo a scortare il convoglio ma ogni tanto andavamo alla ricerca del sommergibile per accertarci se era stato colpito; avevamo, infatti, notato una piccola chiazza  d’olio ma niente più. Il viaggio proseguì normalmente e mentre i due piroscafi con il loro carico prezioso entravano in porto noi ci trattenemmo fuori ancora per circa mezz’ora girando e rigirando a circa un miglio dalla costa. A volte succedeva anche di vedere entrare in porto una piccola imbarcazione, evidentemente carica, ma senza scorta. Un altro giorno, mentre scortavamo altri tre piroscafi, quando questi iniziarono ad avvicinarsi verso la costa per entrare nel porto di Derna dove erano diretti, avvistammo due bombardieri in volo lungo la costa. Venivano dalla nostra stessa direzione. Alla loro vista, noi virammo a sinistra, portandoci al largo per attirare la loro attenzione ed evitare così il possibile attacco al convoglio. Si portarono sopra di noi ma senza sganciare bombe. Non riconoscendoli, aprimmo il fuoco senza colpirli e se n’andarono riprendendo la stessa rotta di prima. Ci riavvicinammo al convoglio per comunicare loro che il nostro compito finiva lì e, dopo averli salutati, riprendemmo la navigazione verso il porto di Tobruk, dove giungemmo senza altri incidenti. Le comunicazioni fra le navi avvenivano con l’ausilio delle bandierine da parte dei segnalatori. Un pò di tempo dopo, ero di turno alla mitraglia, da mezzanotte alle quattro. La notte era serena e stellata, con un leggero venticello da ovest. Ero solo, gli altri due membri l’armamento dormivano. Ad un tratto notai una luce che sembrava muoversi, a mezza altezza a est sull’orizzonte. La osservai col binocolo senza riscontrare nulla di anormale; scesi in ogni caso dalla mitraglia e andai a riferire all’ufficiale di guardia a poppa, il direttore di tiro sig. Colonna, al quale io facevo l’ordinanza. Gli dissi della luce, lui guardò e commentò: «Sembra proprio che cammina, non può essere un aereo, né nostro né nemico; torna al tuo posto e stai attento mi ordinò». Salii nuovamente sulla mitraglia e continuai ad osservare quella luce regolando il binocolo, più che altro giocherellando. Lo allungai tutto guardando dalla parte anteriore e mi venne la pelle d’oca. Mi apparve una gran distesa desertica rossastra con qualche grossa pietra isolata, mentre in profondità appariva un colore bruno chiaro come se ci fosse una montagna. Ridiscesi e andai di nuovo dall’ufficiale, sig. Colonna e gli dissi: «Guardi di nuovo quella luce con questo binocolo». «Ma è uguale al mio» obiettò. «Lo so» - risposi - ma guardi dalla parte anteriore». Appena inquadratala, esclamò: «Di- sgraziata, questa è Marte, mi ha fregato anche un’altra volta a Cadice, in Spagna». Ho visto un’immagine di Marte somigliante in televisione. Mi piacerebbe tornare a Tobruk con un binocolo uguale e farlo vedere a qualche scettico, ma anche per mia personale soddisfazione. Verso il venti di agosto erano venute a darci il cambio altre due unità, non ricordo il nome, e noi andammo a Bengasi per un periodo di riposo. Non sembravamo in guerra. Conducevamo una vita normale, si usciva in franchigia, con l’obbligo di farci vedere ogni ora, e gli ufficiali organizzavano anche qualche festicciola a bordo. Una mattina salì a bordo un tenente di vascello (imbarcato su una torpediniera soprannominata “tre pipe”; le chiamavamo così quando avevano tre fumaioli). Era amico del mio direttore di tiro il quale me lo presentò, giacché sardo come Lui. Infatti, si chiamava Giovanni Garau, ed era di Cagliari. Mi strinse la mano facendomi un sacco di domande del tipo: «Di dove sei, se Giba era vicino a Santadi dove il padre aveva fatto il Pretore, e tante altre». Ogni tanto mi faceva chiamare per parlare in sardo anche in presenza del sig. Colonna. Lo prendeva in giro in dialetto divertendosi un mondo. Quello non capiva e qualche volta commentava così: «Gli arabi si sono scatenati». Una sera erano stati invitati una decina di ufficiali di altre navi e 6 o 7 ragazze. Quasi tutti stavano sopra coperta, a poppa, che discutevano fra loro, mi pare che stessero festeggiando il compleanno del comandante il quale, con un altro paio d’ufficiali e alcune ragazze, stavano giù in quadrato ufficiali. Io con un altro marinaio li servivamo come camerieri. Verso le 23.00 arrivò in quadrato un capitano di corvetta in divisa che, preso il Comandante sottobraccio, lo portò nel corridoio che dava ai camerini degli ufficiali e ai bagni. Passai di lì per accompagnare una ragazza al bagno e sentii dire da questo capitano al mio Comandante che, mentre era fuori in missione con la nave (una tre pipe vecchio tipo), avvistò una squadra navale inglese composta di una decina d’unità e che, vista l’enorme inferiorità, aveva preferito rientrare in porto per salvare la nave e molte vite umane. Il mio Comandante s’infuriò, gli dette del vigliacco e, rientrato in quadrato, disse: «Signori, sono spiacente, ma la festa è finita». Tutti si guardarono in faccia sorpresi e salirono in coperta con il Comandante in testa che comunicò anche agli altri la decisione che aveva preso a seguito delle notizie che il collega gli aveva comunicato e che, forse, ci avrebbero portato a lasciare il porto. Intanto, il mio Comandante, il capitano di corvetta Alberto Agostini, l’indomani mattino, di buon’ora, si recò, all’Ammiragliato, per essere autorizzato ad uscire in mare, per andare alla caccia della squadra navale inglese. Fortunatamente non la incontrammo. Anche a Bengasi la situazione cominciava a cambiare. Gli allarmi erano più frequenti, sia aerei che navali. Una mattina di settembre, verso il sette o l’otto, arrivò un dispaccio urgente dal Comando Marina, avvertendoci di tenersi pronti per una eventuale uscita giacché la ricognizione aerea aveva avvistato una formazione navale nemica, al limite delle nostre acque territoriali. La  giornata era molto grigia con pioggia torrenziale; mai visto piovere così tanto in quelle zone da quando la frequentavo, a partire dal 1938. Non successe nulla di particolare a parte il preallarme navale e anche aereo, mentre le piogge continuavano a cadere scroscianti fino a tarda sera. Passarono alcuni giorni di calma quando, quegli “uccellacci spennacchiati” (così il comandante definiva gli aerei nemici), iniziarono a venirci a trovare con insistenza anche a Bengasi, causando molti danni.”
 
L’affondamento





“Il sedici settembre di quel 1940, sotto un cielo stellato, mi trovavo di guardia alla mitraglia quando scattò l’allarme. Ci bombardarono e noi incominciammo a rispondere con fuoco di sbarramento a volontà. Innestavo nastri di proiettili, uno dopo l’altro, sorreggendoli in modo che la mitraglia potesse essere agevolmente manovrata. All’improvviso una bomba centrò una nave al nostro fianco, a soli 5 o 6 metri, sollevando un’enorme colonna d’acqua con puzza di nafta che ricadde su di noi inzuppandoci fino alle ossa. La nostra nave cominciò ad ondeggiare di fianco e qualcuno da poppa urlò: «Siamo stati colpiti, tutti a terra», e alcuni cominciarono anche a scendere. Io scesi dalla mitraglia fradicio d’acqua e nafta dirigendomi verso poppa, quando fu accertato che noi non avevamo subito alcun danno. Eravamo ormeggiati di poppa alla banchina e per scendere a terra e risalire a bordo c’era la passerella. Questa, a causa dei forti sbandamenti prodotti dall’esplosione, cadde in mare e fu, ovviamente, subito ripescata. La notte si contarono alcuni marinai morti nella nave colpita al nostro fianco, in altre navi e persino a terra nelle strutture colpite. L’indomani pomeriggio tutte le navi presenti inviarono una comandata (rappresentanza di marinai, un ufficiale e un sottufficiale) per onorare le vittime, ma non so dove avessero allestito la camera ardente. Quando rientrò il gruppo, io ero già al posto di combattimento nella torretta del cannone a poppa. Vidi Schiaffino, un amico di Porto Torres che faceva parte del gruppo, e come passò sotto di me lo chiamai e lo incoraggiai (anche in quel momento, come sempre, era molto triste). Guardando verso di me disse: «Questa sera non so, Foixeddu» (mi chiamava così confidenzialmente). «Coraggio» - risposi - «rientriamo in Italia».
Era il diciassette di quell’infausto settembre quando, verso le  venti, iniziarono i bombardamenti, in una notte senza luna e con un venticello da mezzogiorno. Non potevamo reagire ai bombardamenti per non rivelare la nostra posizione. Stavamo uscendo dal porto per rientrare in Italia, rispettando il massimo silenzio come se i piloti degli aerei ci sentissero. Gli addetti al posto di manovra operarono al buio. Issarono a bordo la passerella e ci staccammo dalla banchina salpando l’ancora di prora per dirigendoci lentamente verso l’uscita. Ognuno occupò il proprio posto di combattimento. Io mi trovavo seduto sopra le munizioni, le cariche e i  proiettili. Avevo indossato il salvagente e la cuffia. Poggiai la mano sinistra sopra il paragambe e con lo sguardo scrutavo il mare in superficie, quel poco che si poteva vedere sotto la luce delle stelle, questo era l’ordine. Poco prima di noi era uscito il Turbine. Noi lo seguivamo, forse a 500 o 600 metri, procedendo piano. D’un tratto, una fortissima esplosione mi sbalzò in alto, da seduto che ero, mi ritrovai in piedi, vicino alla culatta del cannone, senza cuffia né salvagente con un forte dolore al costato sinistro. Presi con la destra la mano sinistra, pesantissima, dolorante, non avvertii il con- tatto della destra che la stringeva, era come un corpo morto, constatai, purtroppo, di aver perso alcune dita. Non disperai, ma subito dopo mi resi conto che per me era finita. Non sapevo nuotare bene, avevo in dosso la divisa di panno che bagnata mi appesantiva molto e in più calzavo anche le scarpe. Allora, col pensiero rivolto alla Madonna, della quale ero devoto sin da bambino, mi stesi dolorante sulla lamiera, poggiando la testa sopra la noria nell’attesa che la nave s’inabissasse. Ero rassegnato, ma pensai anche a mia madre che aveva perso un altro figlio a La Spezia durante il servizio militare di leva in Marina, nel 1935, per il quale aveva sofferto moltissimo. Una voce dall’altro lato della torretta urlò: «Scendiamo». Non vidi nessuno ma mi rialzai senza muovermi dal posto e poco dopo mi trovai misteriosamente sotto la postazione occupata prima dell’esplosione, senza che nessuno mi toccasse. Alla mia sinistra c’era una persona poggiata alle draglie, lo toccai scuotendolo e chiesi: «Chi sei?». Non ebbi alcuna risposta o reazione, pensai fosse morto e, subito dopo, sentii un’altra voce dalla poppa estrema gridare: «Buttiamo la zattera a mare». Scorsi una zattera che mi passava sotto senza alcuno a bordo. Ricordo che non mi mossi perché non ero in grado di farlo, ma poco dopo mi trovai in acqua. Forse la nave stava affondando e io, senza alcun sostegno, cercai di nuotare per tenermi a galla, ma mi stancai subito e mi lasciai andare a fondo. Mi sembrò che qualcuno da sotto l’acqua mi sorreggesse riportandomi in superficie e, quindi, ripresi a nuotare. Avevo perso molto sangue e sicuramente ne stavo perdendo ancora. Ero molto debole. Mi lasciavo andare giù stremato per farla finita ma riemergevo in superficie e riprendevo stremato a lottare. Non so per quante volte. Il mare era increspato e il vento mi sembrava più forte. Ad un certo punto, riemergendo per l’ennesima volta, trovai qualcosa che m’impediva di portare la testa fuori dall’acqua. Riuscii a scapolarla e risalire, mi ci aggrappai; era una zattera, forse quella che mi era passata davanti prima. Dopo essermi riposato un poco, tentai di salirci sopra ma inutilmente. La parte superiore era alta forse più di 70/80 centimetri sopra il pelo dell’acqua e la sola forza della mano destra non mi bastava. Tentai anche con la sinistra ma non riuscivo a sollevarla fino alla sommità sbattendo sulla fiancata e procurandomi dei forti dolori. La zona era infestata da squali e, non ci crederete, in quelle condizioni temevo di essere morso da qualche pescecane per via del sangue che stavo perdendo. Mi rassicurò il fatto che ero vestito di nero e che calzavo le scarpe (avevo sentito dire da qualcuno che tale abbigliamento non attirava di solito la loro attenzione). Sfruttando il movimento delle onde che in qualche momento mi sollevavano, riuscii a portare il piede sinistro sopra un pezzo di fune sistemato alla fiancata della zattera, feci forza per sollevarmi e salire sopra ma scivolò e restai a cavallo di essa. Mi sentivo mancare. Mi riposai lasciandomi andare con le spalle sull’acqua e tenendomi con la mano destra aggrappato ad una fune. Ritentai più volte di salire cercando di portare il piede destro sopra un altro tratto di fune poco distante. Tenendomi saldamente con la destra, aspettai che l’onda mi venisse a mancare da sotto e, inclinandomi tutto di spalle, riuscì a portare il piede destro sopra la fune, assicurandomi che non scivolasse. M’issai, liberai il piede sinistro e, tenendomi fortemente a qualche appiglio interno, feci un ultimo sforzo, riuscendo così finalmente a scivolare dentro, rotolando di fianco. Mi riposai e con grande sforzo riuscii a sedermi sul fondo, anche se a contatto con l’acqua ma, con le spalle poggiate sulla parete; almeno non affondavo. Avevo nausea. Rivolsi gli occhi al cielo, che vedevo offuscato. Sentivo qualcosa che cadeva in acqua, probabilmente schegge di proiettili che esplodevano in aria sparati dalla contraerea delle altre navi in porto. Forse a quel punto persi i sensi. Non ho idea di quanto tempo abbia trascorso in quelle condizioni. La prima cosa che rammento sono i richiami d’aiuto d’altri naufraghi. Anch’io richiamai la loro attenzione. Ad urla mi chiesero chi fossi, dove stavo, se ero solo e di dargli la direzione per potermi trovare. Come se avessi la bussola in mano! Dissi loro che ero pieno di ferite e che non potevo muovermi. Palpando con la mano destra avevo trovato un remo che non potevo usare, non riuscivo a muovere altro che la mano destra. Ero tutto dolorante con il corpo martoriato e insanguinato dalle numerosissime ferite. Battevo i denti per il freddo. La voce si stava pian piano affievolendo. Riuscivo in ogni caso a guidarli verso di me dicendo loro di spostarsi verso destra o verso sinistra oppure di procedere diritti. Quel pò di vento che c’era ci spingeva verso il largo e impediva anche la comunicazione a voce. Chiamavano in continuazione. Gridai loro di far presto e, subito dopo, mi mancò la voce. Li sentivo piangere molto vicini a me, io non riuscii a parlare ma li sentii dire: «Fois è morto». Forse passarono venti o trenta minuti quando ritentai di chiamarli. Erano rimasti molto vicini e mi trovarono subito. Si aggrapparono alla zattera e uno dalla parte sinistra mi chiese di aiutarlo a salire. Risposi che non potevo muovermi, di passare alla parte destra, di mettere un piede sopra la fune e di tenersi poi al mio braccio che tenevo disteso. Così fece e, appena sopra, mi abbracciò e pianse di contentezza. Gli dissi di aiutare gli altri a salire sulla zattera. Erano in tre, tutti esperti nuotatori e, appena saliti, anch’essi si sciolsero in abbracci e lacrime. Dissi che stavo malissimo e chiesi loro di fare qualcosa per arrivare a terra. Non sapevano che fare. Gli suggerii, nonostante il mio stato di salute, di lanciare urla per farsi sentire e di usare remo e braccia per far muovere la zattera. Così fecero. Battevo i denti dal freddo, afferrai la mano sinistra con la destra e la poggiai sopra la schiena nuda di quello che mi stava alla sinistra, il quale, inchinato sul mare, remava con la mano. Il caldo di quel corpo sembrava mi alleviasse l’insopportabile dolore di quella mano ghiacciata e squarciata dalle schegge. Di tanto in tanto, sollecitavo di fare presto. Sentivo un vuoto alla bocca dello stomaco. Mi sentivo mancare, vedevo le stelle che giravano, chiudevo gli occhi e stringevo i denti cercando di reagire. Nell’intento d’incoraggiarmi e tirarmi su, ogni tanto annunciavano l’arrivo di un natante che arrivava in nostro soccorso, naturalmente non era vero. Dopo diverse ore, si sentì il rumore di  un motore. Ora, è vero, dissero. Vengono a prenderci Fois. Era un rimorchiatore che cercava i naufraghi. Gridarono tutti e tre assieme e riuscirono a farsi sentire. Si accostarono a noi e c’identificarono. I miei compagni li informarono subito della gravità del mio stato di salute e m’issarono a bordo con cautela, adagiandomi in coperta sopra un telo di tenda. Coppola, quello che avevo aiutato a salire sulla zattera chiese, nel suo dialetto, un coltello e, tenendomi in mezzo alle sue gambe, si chinò su di me e mi tagliò gli abiti (ricordo di non aver mai avuto tanta paura in vita mia, neanche tra i bombardamenti, come in quel momento vedendo il coltello avvicinarsi alla gola) lasciandomi completamente nudo avvolto in quella fredda tenda. Il rimorchiatore riprese la navigazione verso il porto dove c’era la nave-ospedale California. Mi caricarono in barella e mi portarono dentro, depositandomi in una sala, dove ad attendermi c’erano alcuni medici e una crocerossina. Fui  ripulito dalla nafta e mi medicarono. Mentre i medici tagliavano con le forbici i brandelli di carne e pezzi d’ossa frantumati, la crocerossina mi strinse la faccia al suo petto perché io non vedessi. Strinsi i denti per non urlare a causa del freddo e del dolore insopportabile.
Sentivo i medici elogiare il mio stoicismo mentre intervenivano spalmandomi qualcosa addosso e facendomi delle iniezioni nelle cosce. Rimasi sempre cosciente, perché, sentendo indicare l’ora, riuscii anche a calcolare il tempo in cui ero stato in acqua; più di sei ore. Alla fine mi coricarono, mi circondarono d’oggetti caldi e mi avvolsero con delle coperte. I brividi di freddo che fino a quel momento mi avevano tormentato, causandomi forse un principio d’assideramento di cui ancora oggi ne soffro le conseguenze, lasciarono il posto al caldo intenso che m’invase tutto il corpo; era certamente febbre alta. Sentivo i piedi bruciare, ricordo che chiesi ad una persona accanto di spegnere il fuoco credendo di avere delle fiamme accese lì vicino. Poco dopo vennero a trovarmi il signor Colonna, il direttore di tiro, e un altro ufficiale. Di quello che successe dopo per molti giorni, non ricordo nulla. Una mattina mi caricarono in barella e, mi dissero: «Sai dove siamo?», E, senza aspettare risposta, mi informarono che eravamo a Napoli e che mi stavano conducendo all’ospedale. Non mi rendevo conto di quanto tempo era passato né mi accorsi che eravamo in navigazione. Qualche ora prima di mettermi in barella la crocerossina venne vicino, dicendomi che quando stavo molto male il Cappellano mi aveva unto la fronte d’olio. Mi aveva, quindi, impartito l’estrema unzione. All’ospedale Piedigrotta fui sistemato in una camera con altri tre malati. Dopo circa mezz’ora dal ricovero poggiarono sul mio comodino un bel filoncino di pane nero imbottito di fagioli lessati. Lo guardai con noncuranza. Non ricordavo l’ultima volta che avevo toccato cibo. Dopo non so quanto udii qualcuno dire ad una suora: «Siamo medici della nave ospedale California, vogliamo vedere i ricoverati che stavano con noi. Dove sono?». Qualcuno, evidentemente, gli indicò la mia posizione e loro si avvicinarono al mio lettino (io non li riconobbi, nonostante mi avessero curato). Uno, mettendomi la mano in fronte mi chiese come stavo e, visto il panino sul comodino, lo prese in mano chiedendomi se fosse per me. Risposi in modo affermativo.«Non mangiarlo» disse e, rivolgendosi alla suora e ad un medico dell’ospedale che era giunto nel mentre, si presentò e chiese del direttore. Quando questi arrivò, si salutarono amichevolmente e, rivolgendosi verso di me, gli disse: «Questo ragazzo ha il corpo pieno di ferite. È il più grave che avessi a bordo e lo abbiamo salvato per miracolo grazie anche alla sua forte fibra. Ha sfebbrato appena ieri e non mangia da otto giorni, da quando è stato ferito, cioè dal giorno diciassette. Vedete voi cosa dargli». Poi si rivolse a me e chiese se avevo fame. Io risposi di sì. Il direttore ordinò alla suora di far portare del latte caldo con qualcosa dentro e diede istruzione di distribuirmi un pasto misto per una settimana. Lasciarono la camera. Dopo un’ora circa, venne a trovarmi il mio comandante, signor Alberto Agostini, con qualche altro ufficiale di bordo. Mi sorrise e, dopo aver mostrato compiacimento per il mio visibile miglioramento, mi disse che, una volta rimessomi, sarei andato con lui nell’Atlantico a bordo di un sommergibile. Io sorrisi a mia volta, ma avevo idee alquanto diverse in proposito. Poco dopo portarono da mangiare e mi lasciarono facendomi gli auguri di buona guarigione. Dopo più di 40 giorni di degenza, anche se non ero completamente guarito, mi dimisero (era il mese di novembre del 1940). Mi dettero una divisa coloniale, un corpetto bianco, un casco e scarpe (nessuna biancheria intima). Da casa mi ero fatto mandare dei soldi e, una volta in città, comprai quanto ancora mi mancava. Al termine della licenza di convalescenza (40 giorni), poiché le ferite non si erano an- cora rimarginate bene, nonostante le cure che facevo a casa, chiesi proroga. Mi concessero ulteriori 40 giorni ma, non essendo giunta per tempo la comunicazione alla caserma dei carabinieri, fui costretto a rientrare al Gruppo Centro di La Maddalena. In quell’ospedale, non potendo essere riformato a causa della guerra, fui dichiarato limitatamente idoneo ai servizi sedentari. Fui così trattenuto in servizio e assegnato alla Capitaneria di Porto. Qui fui testimone d’altri bombardamenti e dell’affondamento dell’incrociatore Trieste dove c’era un amico, Franco Parriciato, di San Teodoro, naufrago come me dell’Aquilone. A La Maddalena fui ricoverato varie volte a causa della ferita intercostale sinistra che si riapriva, per coliche renali e due volte per malaria che, fortunatamente, superai (ero ormai ben conosciuto da quella forza sopranaturale che il 17 settembre 1940 ebbe compassione di me porgendomi le mani per trarmi in salvo).”


Un’altra foto aerea dell’Aquilone negli anni Trenta (tratta da http://www.warshipsww2.eu/shipsplus.php?language=E&period=2&id=61056)


 
 

3 commenti:

  1. So che mio padre Carotenuto Giuseppe era imbarcato sul cacciatorpediniere Aquilone,sopravvissuto, ma il suo nome non lo vedo nella lista dell equipaggio.

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  2. So che mio padre Carotenuto Giuseppe era imbarcato sul cacciatorpediniere Aquilone ma il suo nome non lo vedo nella lista dell equipaggio.

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    1. Non saprei perché...è certo che fosse a bordo al momento dell'affondamento?

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