giovedì 30 giugno 2016

Sumatra

Un dipinto della Sumatra (g.c. Mauro Millefiorini)

Motonave da carico da 4859 tsl, 2934 tsn e 8430 tpl, lunga 123,4 metri, larga 16,46 e pescante 10,7, con velocità di 10,5 o 13 nodi. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Lloyd Triestino, con sede a Trieste, ed iscritta con matricola 303 al Compartimento Marittimo di Venezia.

Breve e parziale cronologia.

21 ottobre 1926
Varata nel cantiere di San Rocco (Trieste) dello Stabilimento Tecnico Triestino (costruzione numero 753).
Novembre 1927
Completata per la Società Marittima Italiana (una controllata del Lloyd Sabaudo), con sede a Genova. Inizialmente registrata a Genova; caratteristiche originarie 6126 tsl, 3801 tsn e 8405 tpl (rimisurate dopo il 1939-1940 a quelle indicate più sopra).
12 dicembre 1927
Posta in servizio sulla linea Genova-Indie Olandesi.
1932 (per altra fonte: gennaio 1937)
Trasferita al Lloyd Triestino.

Phuket Harbour

Anche la Sumatra fu tra le oltre duecento navi italiane che la guerra sorprese ben lontane dall’Italia e dal Mediterraneo.
Nel giugno 1940 la nave, al comando del capitano chiavarese Andreatta, si trovava in navigazione nel Golfo del Bengala (era partita da Batavia, nelle Indie Olandesi) e si rifugiò nella neutrale Thailandia: precisamente a Phuket Harbour, città portuale dell’isola di Phuket, lungo la costa occidentale della penisola malese. La Sumatra non era sola in quel porto: altre due navi italiane, la motonave Volpi ed il piroscafo XXVIII Ottobre, vi si rifugiarono infatti anch’esse allo scoppio della guerra.
Una quarta nave italiana, la motonave Fusijama, riparò anch’essa in Thailandia, ma in un altro porto, quello di Koh Si Chang.
Per gli equipaggi italiani, la monotonia dell’internamento lontano da casa venne ben presto aggravata dalle malattie tropicali e dalla dissenteria amebica, oltre che dall’opprimente clima caldo ed umido (che favoriva tali malattie). Parecchi finirono in ospedale; gli altri dovettero barcamenarsi per tirare a campare: le provviste e soprattutto l’acqua non abbondavano neanche a terra, tra la popolazione locale. Per l’acqua i marittimi italiani sfruttarono il piovosissimo monsone estivo di sudovest (maggio-settembre), sistemando ovunque tende e tendaletti che convogliarono tonnellate d’acqua piovana nei depositi delle navi. Da ottobre a maggio soffiava il monsone di nordest, portando clima siccitoso; ma un opportuno razionamento dell’acqua piovana raccolta nel periodo precedente la fece bastare per tutti.
Per il cibo si ricorse alla pesca: le acque della baia di Phuket erano molto pescose, ben al di sopra dei bisogni degli equipaggi italiani. Per pescare si sarebbero potute utilizzare le lance di salvataggio, ma c’era il timore di danneggiarle; allora si utilizzò parte del carico di legname contenuto nelle stive per realizzare alcune zattere ed imbarcazioni, con le quali i marittimi presero a condurre battute di pesca tra le meravigliose isolette della baia di Phuket, in quello che – in altre circostanze – sarebbe potuto essere un vero paradiso tropicale. (Ed infatti oggi lo è: ironia della sorte, proprio i turisti italiani sono tra i più assidui frequentatori della zona, e molti vi si sono anche trasferiti stabilmente).
Per variare il menù, si barattava il pesce in eccedenza con i contadini tailandesi dei villaggi sulla costa, che in cambio offrivano riso o frutta fresca.
Le autorità tailandesi si erano mostrare assai benevole nei confronti degli italiani, ma per le navi di Phuket la fuga era impossibile: il confine con la Birmania, colonia britannica, distava solo 130 miglia, e le navi erano tenute continuamente sotto controllo. Le forze aeronavali britanniche ed olandesi controllavano lo Stretto di Malacca, il Mar di Giava, il Mar di Sumatra ed il Golfo del Bengala. Per di più le autorità tailandesi, per quanto benevole, restavano strettamente neutrali e non avrebbero acconsentito ad una partenza delle navi internate.
Supermarina si rassegnò quindi a lasciare Sumatra, Volpi e XXVIII Ottobre a languire a Phuket: organizzò invece la fuga della Fusijama, che, grazie alla posizione più favorevole di Koh Si Chang, aveva qualche speranza di eludere la sorveglianza britannica. Difatti questa nave violò il blocco con successo, raggiungendo dapprima il Giappone e successivamente la Francia occupata.

Per le tre navi di Phuket, la vita trascorse per un anno e mezzo nelle condizioni sopra descritte (nel maggio 1941, frattanto, la nave venne formalmente trasferita alle Linee Triestine per l’Oriente, sempre con sede a Trieste). Il 7 dicembre 1941, tuttavia, le forze dell’Impero del Giappone lanciarono il famoso attacco di Pearl Harbour, così scatenando la guerra del Pacifico; l’8 dicembre, in base a piani preparati da tempo, forze giapponesi sbarcarono in Malesia, possedimento britannico, ed invasero anche la Thailandia.
Le navi italiane non avevano nulla da temere, visto che i giapponesi erano alleati, ma era giunta notizia che i britannici intendessero occupare tempestivamente Phuket Harbour prima dei giapponesi, per rafforzare le loro difese nell’area e catturare le tre navi italiane e le miniere di stagno dell’area. Venne dato ordine, per tale evenienza, di asportare tutto ciò che potesse tornare utile, ed autoaffondarsi per evitare la cattura.
Secondo una fonte, nel tardo pomeriggio dell’8 dicembre alcuni idrovolanti britannici apparvero nel cielo della baia di Phuket e puntarono proprio sulle navi italiane. La reazione fu immediata: per primo si incendiò ed autoaffondò il XXVIII Ottobre, poi la Sumatra, e per ultima la Volpi. Le navi impiegarono circa tre o quattro ore per affondare. Un incrociatore britannico entrò poco dopo nella baia ma, trovando le navi già affondate, riguadagnò rapidamente il largo.
Secondo un’altra versione, invece, le tre navi si autoaffondarono a seguito di un erroneo avvertimento, da parte giapponese, su un imminente attacco britannico; senza che tale attacco si fosse effettivamente realizzato.
In ogni caso, l’8 dicembre 1941 Sumatra, Volpi e XXVIII Ottobre finirono sul fondo della baia di Phuket.
Nel febbraio 1943 si pianificò di recuperare le tre navi impiegando la cannoniera Lepanto (stazionaria a Shanghai), poi giudicata inadeguata e sostituita per tale ruolo dalla nave coloniale Eritrea; l’idea fu però abbandonata, e le navi rimasero dov’erano, completamente sommerse ad eccezione di alberi e fumaioli.

I marittimi italiani, rimasti ora senza neanche più le loro navi, dimenticati tanto dalle autorità tailandesi quanto da quelle nipponiche, si arrangiarono come poterono: alcuni si stabilirono in capanne abbandonate della zona; altri trovarono ospitalità presso famiglie locali; qualcuno cercò di farsi trasferire in Giappone, altri cercarono lavoro in zona, altri si unirono legalmente con donne tailandesi. (Da queste unioni sarebbero nati, tra il 1940 ed il 1946, numerosi bambini, che i marittimi lasciarono a Phuket quando, a guerra finita, tornarono in Italia: molti, infatti, avevano già una famiglia. Ne nacque così una minuscola discendenza italo-tailandese a Phuket, ben prima che altri italiani, in ben altre circostanze, decidessero di trasferirsi in questa località). Altri ancora raggiunsero la popolosa e caotica Bangkok, cercandovi un’occupazione ed una sistemazione migliore.
Questa situazione si protrasse per ventidue mesi esatti: fino all’8 settembre 1943, quando venne annunciato l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati. Agli occhi dei giapponesi, gli italiani erano diventati nemici e traditori: i marittimi della Sumatra e delle altre navi vennero braccati, catturati e rinchiusi nei tremendi campi di prigionia nipponici, dove rimasero fino alla fine del conflitto.
Almeno due membri dell’equipaggio della Sumatra non sopravvissero alla prigionia: l’ingrassatore Giuseppe Pockai, triestino, morì il 22 ottobre 1944; l’amanuense Ricciotti Lungonelli, genovese, morì a Bangkok il 22 gennaio 1945.
Liberati al termine della guerra, i superstiti della Sumatra vennero rimpatriati il 3 settembre 1946 dalla nave coloniale Eritrea.

Nel mentre, la storia della Sumatra e della Volpi non era ancora del tutto terminata. Nel 1944 le autorità giapponesi, che necessitavano di navi a seguito delle pesanti perdite subite nel Pacifico, decisero di iniziare il recupero della Volpi (per altre fonti, anche della Sumatra) per impiegarla come trasporto; i comandi britannici lo vennero a sapere (le notizie loro giunte erano che si tentava il recupero di entrambe le navi), e decisero di impedirlo. Fallito un normale attacco di sommergibile (i siluri erano finiti nella sabbia, per via della posizione delle navi nella baia), allo scopo venne inviato il sommergibile Trenchant (capitano di corvetta Arthur Richard Hezlet), equipaggiato con due Chariot Mk II “Terry”.
Ironia della sorte, per affondare delle navi che erano state italiane, venne impiegata un’arma tipicamente italiana: i Chariots britannici, infatti, altro non erano se non una riproduzione (modificata) dei Siluri a Lenta Corsa (SLC, meglio noti come “maiali”) impiegati dalla X Flottiglia MAS italiana, derivati da un mezzo italiano catturato durante una delle incursioni della X MAS.
Sulla sorte della Sumatra in queste circostanze, sembra esservi una certa confusione. Da parte britannica viene spesso scritto che la Sumatra fu recuperata dalle forze giapponesi per prima, e che nell’ottobre 1944 era in procinto di essere rimorchiata a Singapore per i lavori di riparazione,  mentre la Volpi era ancora semisommersa ma in corso di recupero; entrambe furono affondate di nuovo e definitivamente dall’attacco degli Chariots. Secondo fonti giapponesi, tuttavia, soltanto la Volpi era in corso di recupero: per incredibile coincidenza, al momento dell’attacco si trovava nel porto di Phuket anche la Sumatra Maru, che però non era l’ex italiana Sumatra (che invece giaceva ancora sul fondo della baia) bensì la ex olandese Tomori, di 984 tsl; fu questa la “Sumatra” affondata dall’attacco britannico insieme alla Volpi, a due passi dal relitto della sua quasi omonima italiana.
Quale che fosse la verità, il Trenchant salpò da Trincomalee il 22 ottobre 1944 e raggiunse la baia di Phuket nella notte del 27 ottobre. Passò la giornata del 27 al largo, in attesa del buio, poi si avvicinò nuovamente e, alle 22 del 27, rilasciò gli Chiariots "Tiny" e "Slasher" (LXXIX e LXXX) a circa sei miglia e mezzo dal porto. Gli equipaggi erano: per "Tiny", il tenente di vascello Tony Eldridge ed il sergente Sydney Woollcott; per "Slasher", il sergente Bill Smith ed il marinaio Albert Brown.
I due mezzi raggiunsero le navi (la Volpi per "Slasher", la Sumatra Maru per "Tiny") in circa due ore e mezzo e collocarono, non visti, le loro cariche esplosive da 500 kg ciascuna. In entrambi i casi, le cariche non poterono essere applicate agli scafi: sulla Sumatra Maru, perché lo scafo era coperti di cirripedi, così che Eldridge e Woollcott legarono con delle corde la carica ad un’aletta antirollio; sulla Volpi, perché lo scafo era ancora appoggiato al fondale oltre che anch’esso coperto di cirripedi, quindi la carica dovette essere sistemata in un locale macchine sommerso.
Terminata la loro opera, i due Chariots tornarono verso il Trenchant, che raggiunsero alle 3.03. A causa di rumori di eliche rilevati dal sonar del sommergibile, attribuiti ad una motosilurante giapponese in avvicinamento, venne deciso di recuperare solo i quattro operatori, abbandonando ed autoaffondando i due Chariots. (I loro relitti, scoperti e spostati dallo tsunami del 26 dicembre 2004, sono stati ritrovati nel 2006).
Quando le cariche esplosero (intorno alle 6.30 del mattino del 28, a circa cinque minuti l’una dall’altra), la Sumatra Maru fu affondata (in posizione 07°54’ N e 98°28’ E) e la Volpi gravemente danneggiata, portando i comandi giapponesi a decidere di rinunciare al suo recupero. Secondo un’altra versione, solo la Sumatra Maru fu affondata, mentre l’attacco contro la Volpi non ebbe successo, anche se il suo recupero non fu comunque portato a termine.
L’attacco del 28 ottobre 1944 fu l’ultima azione di Chariots effettuata durante la seconda guerra mondiale.

Alberature e fumaioli della Sumatra e della Volpi, che emergevano al di sopra della superficie del mare, rimasero visibili fino ai primi anni ’70, quando vennero smantellati dalla popolazione locale per recuperarne il metallo. I relitti delle due navi dovrebbero invece giacere ancora sul fondale della baia di Phuket, tra la spiaggia di Banijo e Phi Phi, ad un paio di miglia dalla costa.
La loro storia è oggi del tutto ignorata e dimenticata, tanto dalla popolazione tailandese di Phuket quanto dagli italiani che oggi vi vivono o vi soggiornano per turismo, all’oscuro delle vicende che, in quello stesso luogo, coinvolsero decine di loro connazionali tanti decenni fa.

Un’altra immagine della Sumatra (Arch. Fulvio Petronio, via HDS Italia)



6 commenti:

  1. Questa bella storia mi è stata in parte raccontata nel 1990 da un vecchio fotografo di Phuket, dove ho vissuto per qualche anno. Mi ha detto che si potevano distinguere facilmente i figli degli italiani, dal naso.

    RispondiElimina
  2. Ho trovato la storia interessantissima. Complimenti all' autore.

    RispondiElimina
  3. Molto interessante,non conoscevo la storia. Complimenti all' autore.

    RispondiElimina
  4. Grazie per lo splendido resoconto, mi permetto un piccolissimo appunto: il nome del comandante è Andreatta (con 2 t), nato a Chiavari.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La ringrazio, provvedo subito a correggere.

      Elimina