giovedì 16 luglio 2015

Edda


L’Edda fotografato a Capetown alla fine degli anni Trenta (John H. Marsh Maritime Research Center di Capetown, via Mauro Millefiorini e www.naviearmatori.net)

  
Piroscafo frigorifero da 6107 tsl e 3883 tsn, lungo 123,4 metri, largo 16,4 e pescante 9,2, con velocità di 10,5 nodi. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Lloyd Triestino, immatricolato con matricola 187 al Compartimento Marittimo di Venezia.

Breve e parziale cronologia.

1924
Costruito nello Stabilimento Tecnico Triestino per la Navigazione Libera Triestina.
Dicembre 1927
L’Edda, in disarmo a San Pedro (Stati Uniti) per mancanza di carico, subisce la diserzione di ben 16 dei 50 membri dell’equipaggio. Il fenomeno delle diserzioni di marittimi italiani negli Stati Uniti, che ha contato ben 400 casi dal 1924 al 1927, è divenuto tanto preoccupante che le navi italiane sono costrette a partire dall’Italia con equipaggi in soprannumero (i 50 uomini dell’Edda sono infatti ben più del necessario) per “compensare” in anticipo le prevedibili diserzioni, come spiega alla stampa il comandante stesso della nave.
1937
A seguito dell’assorbimento della NLT nel Lloyd Triestino, l’Edda passa a questa compagnia, come il resto della flotta.
Giugno 1940
Noleggiata dal Ministero della Guerra (successivamente dal Regio Esercito).
14 settembre 1940
Lascia Palermo in convoglio con il piroscafo Tenace, alla volta di Tripoli.
17 settembre 1940
Le due navi arrivano a Tripoli.
7 gennaio 1941
L’Edda lascia Tobruk per Bengasi insieme alla motonave Assiria ed al piroscafo Fianona, con la scorta delle torpediniere Castore e Clio. Alle 22.08 il sommergibile britannico Rover (capitano di corvetta Hubert Anthony Lucius Marsham), nel punto 32°13’ N e 23°40’ E o 32°15’ N e 23°36’ E (15 miglia a ovest-nord-ovest di Tobruk), avvista il convoglio in navigazione verso ovest, ed alle 22.22, stando in superficie, lancia quattro siluri contro il mercantile di testa: proprio l’Edda. Intenzione di Marsham sarebbe di lanciare sei siluri, ma prima di lanciare il quinto uno di quelli appena lanciati esplode prematuramente, scuotendo tutto il sommergibile; al contempo – subito prima, anzi, che inizi il lancio dei siluri – Castore e Clio avvistano il Rover e dirigono verso di esso, che si immerge. I siluri del Rover vanno a vuoto; per mezz’ora le due torpediniere gli danno la caccia con dieci bombe di profondità, ma senza riuscire a danneggiarlo (mentre la ‘cupola’ del suo sonar rimarrà danneggiata quando, alle 22.29, il sommergibile toccherà il basso fondale). Il battello britannico ha subito seri danni alle batterie a causa dell’esplosione prematura del proprio siluro, e sarà costretto a rientrare a Malta dove resterà in riparazione fino ad inizio febbraio.
9 gennaio 1941
Il convoglio giunge a Bengasi alle undici.
Gennaio 1941
Dislocato a Tripoli come deposito stazionario per conservare la carne in arrivo dall’Italia, in virtù delle sue qualità di nave frigorifera.
Gennaio 1942
L’Edda, ancorato nel porto di Tripoli, viene leggermente danneggiato da una bomba caduta vicino allo scafo nel corso di un’incursione aerea. La nave può essere riparata a Tripoli.

La fine

L’Edda continuò a restare stazionario, nel porto di Tripoli, fungendo da frigorifero galleggiante, ma l’evolversi della guerra portò questa situazione ad una brusca fine.
Nel dicembre 1942, infatti, con l’avanzata delle forze britanniche seguita alla battaglia di El Alamein e la caduta della Cirenaica, divenne evidente che presto anche Tripoli sarebbe stata raggiunta dalle truppe nemiche. Le residue forze italo-tedesche nel Nordafrica si ritirarono progressivamente in Tunisia, dove avrebbe avuto luogo l’estrema resistenza delle forze dell’Asse, mentre ogni invio di convogli verso Tripoli cessò: tutti i rifornimenti furono avviati ai porti della Tunisia, mentre per le navi che ancora si trovavano a Tripoli l’unica preoccupazione divenne di cercare di evacuarle senza che andassero perdute. Così anche l’Edda, che rimise le macchine in funzione dopo quasi due anni di inattività.
Un tale periodo di sosta forzata, però, aveva lasciato il segno. La carena della nave era troppo “sporca”, gravata dalle incrostazioni accumulatesi in ventitré mesi sullo scafo fermo; venne subito fatta ripulire dai palombari, ma quando l’Edda mise in moto si dovette notare che la sua velocità di 10-12 nodi era ormai solo un ricordo, e che ora il piroscafo non riusciva a superare i 7-8 nodi.
Dopo che la carena fu stata ripulita, s’iniziò ad imbarcare sulla nave tutti i materiali che vi potevano stare, per sottrarre anch’essi dalla cattura o distruzione: in tutto 1500 tonnellate di materiale bellico, ed anche i bagagli e gli effetti personali di ufficiali italiani già catturati dai britannici ed ora in prigionia.
Il comandante dell’Edda protestò ripetutamente presso i comandi, facendo notare che la sua nave era totalmente sprovvista di una qualsiasi sorta di armamento difensivo, a differenza della maggior parte dei mercantili: alla fine ottenne ciò che chiedeva, e l’Edda venne armato con due mitragliere contraeree da 20 mm ed una da 13,2 mm.
Il 18 gennaio 1943, pochi giorni prima della caduta di Tripoli, l’Edda ricevette infine l’ordine di partire per Sfax. Alle 00.30 del 19 il piroscafo, dopo aver superato le ostruzioni, si avviò a sette nodi in direzione di Tripoli; lo scortavano l’anziana torpediniera San Martino (tenente di vascello Enrico Vaccaro, caposcorta) ed il posamine-cacciasommergibili Eso (tenente di vascello Antonino Carfì).
Sulla nave c’erano in tutto 69 uomini: 43 membri dell’equipaggio civile, 22 di equipaggio militare (15 uomini della Regia Marina, serventi delle mitragliere da 20 mm, e sette ascari libici, serventi di quella da 13,2 mm), un Regio Commissario e tre militari che tornavano in licenza in Italia.
Nel mattino del 19 gennaio il convoglio procedette senza inconvenienti. Alle 8.45 le tre unità incontrarono il rimorchiatore Ciclope, che stava procedendo nella loro stessa direzione rimorchiando due grossi pontoni, e lo superarono, poi sorpassarono anche il minuscolo peschereccio La Vittoria. Non si poteva però dire che la navigazione continuasse nella massima tranquillità: non si verificarono attacchi nemici, ma il convoglio era costantemente tallonato da ricognitori britannici. Nessuna traccia della scorta aerea che il comando di Tripoli aveva assicurato vi sarebbe dovuta essere, nonostante le reiterate richieste via radio dell’Edda e della San Martino.
Le preoccupazioni dei comandanti delle navi italiane erano tutt’altro che infondate: i comandi britannici sapevano che Tripoli era ormai prossima all’abbandono e che le navi italiane che vi si trovavano sarebbero state evacuate, perciò concentrarono gli attacchi di navi di superficie, sommergibili ed aerei sulle poche prevedibili rotte rimaste per l’evacuazione di Tripoli, senza neppure il bisogno di intercettare i messaggi italiani: le rotte erano poche ed obbligate, bastava tenerle sotto controllo.

Al largo di Djerba si verificò il primo attacco: il sommergibile britannico Unbroken, al comando del tenente di vascello Alastair Campbell Gillespie Mars, avvistò alle 16.50 alberature e fumo sei miglia a sud, su rilevamento 150°, e presto giunse ad avvistare le tre navi del convoglio – stimando però, erroneamente, che l’Edda fosse un trasporto truppe sovraccarico con 5000 uomini a bordo, tanto pieno di uomini e basso sull’acqua che il mare mosso sarebbe bastato da solo a farlo affondare –, che gli stavano inconsapevolmente venendo incontro, e modificò la propria posizione in modo da renderla favorevole all’attacco una volta che il convoglio si fosse avvicinato a sufficienza; poi rimase in silenziosa attesa. Alle 17.48, in posizione 33°33’ N e 11°20’ E (a 6 miglia per 130° da Ras Turgheness sull’isola di Djerba), l’Unbroken lanciò quattro siluri contro l’Edda (la cui velocità aveva stimato in otto nodi), da 1370 metri. Una delle armi, avente il giroscopio difettoso, assunse una traiettoria circolare, mancando il bersaglio e rischiando anzi di colpire il sommergibile stesso; un’altra, però, colpì l’Edda nella stiva numero 5, sul lato dritto. L’esplosione fece cedere anche le porte stagne tra le stive 4 e 5, allagando anche la stiva 4, da dove si verificarono infiltrazioni d’acqua anche verso la sala macchine.
Il piroscafo iniziò a sbandare sulla dritta ed ad appopparsi, e l’equipaggio lo abbandonò sulle lance.
Mentre ciò accadeva l’Eso, su ordine della San Martino (caposcorta), diede la caccia all’Unbroken con cariche di profondità, lanciandone sette dalle 17.58 alle 18.10 ma senza che nessuna esplodesse abbastanza vicino al sommergibile da danneggiarlo.
Dopo l’iniziale sbandamento, l’Edda tornò nuovamente stabile, abbassandosi sull’acqua molto lentamente. Il comandante Vaccaro della San Martino, pertanto, ordinò all’equipaggio dell’Edda di tornare a bordo; nel frattempo sopraggiunsero anche il Ciclope ed il La Vittoria.
Vaccaro ordinò al Ciclope di prendere a rimorchio il danneggiato Edda, mentre il La Vittoria avrebbe a sua volta trainato i pontoni che il Ciclope stesso stava rimorchiando. Il peschereccio, tuttavia, era troppo piccolo per rimorchiare due pontoni di tali dimensioni, dunque il loro rimorchio venne affidato all’Eso, che aveva concluso il contrattacco (dal quale l’Unbroken era uscito indenne: sceso a 21 metri, si allontanò verso il largo ritenendo a torto che l’Edda fosse affondato, non avendolo più visto al periscopio).

I pericoli erano però ben lungi dall’essere superati: alle 21.49 venne avvertito, in lontananza, rumore di aerei, e fu ordinato il posto di combattimento. Si trattava di aerosiluranti britannici, decollati da Malta per attaccare il convoglio.
Alle 21.54 gli aerei lanciarono tre bengala, che si accesero illuminando chiaramente le sagome delle navi italiane: ora i velivoli vedevano i loro bersagli, e potevano attaccare.
L’Edda aprì il fuoco con le mitragliere, sparando alla massima cadenza nel tentativo di difendersi, ma, a differenza di Eso e San Martino, non poté manovrare ad alta velocità per evitare i siluri, stante la sua condizione di nave danneggiata ed a rimorchio: alle 22 il piroscafo fu centrato da un siluro sul lato dritto, tra la sala macchine e la stiva numero 3. Subito la nave iniziò ad appopparsi rapidamente, al che il Ciclope mollò i cavi di rimorchio ed iniziò a girare attorno al mercantile agonizzante. Alle 22.01 la San Martino, pur essendo impegnata a schivare i siluri – gliene furono lanciati contro tre in pochissimo tempo –, riuscì a coprire l’Edda con una cortina nebbiogena, ma ciò non valse ad impedire che il trasporto venisse colpito da un secondo siluro, stavolta in corrispondenza della stiva numero 6, sul lato sinistro. Poi fu la volta dei bombardieri: l’Edda, che ancora restava a galla e rispondeva testardamente al fuoco, fu colpito di nuovo, stavolta da una bomba, sul lato sinistro, nella stiva numero 1.
Era la fine: la sfortunata nave frigorifera iniziò ad affondare di poppa ed a sbandare sempre più sul lato sinistro, minacciando di capovolgersi. Abbandonato dall’equipaggio, l’Edda si capovolse ed affondò alle 23.10 nel punto 33°45’ N e 11°12’ E, a quattro miglia per 115° da Ras Turgheness ed una decina di miglia a sudest di Djerba.

Non vi fu alcuna vittima; parte dei 69 uomini imbarcati venne tratta in salvo dal Ciclope prima ancora che la nave fosse definitivamente affondata, mentre gli altri raggiunsero la costa presso Djerba a bordo di due scialuppe.
Poco dopo anche l’Eso, centrato da una bomba, s’inabissò a sei miglia da dov’era affondata l’Edda. Solo la San Martino poté scampare agli attacchi.

Il primo siluramento dell’Edda nel giornale di bordo dell’Unbroken (da Uboat.net):

“1650 hours - Masts and smkoe was visible bearing 150°. This was soon seen to be a convoy made up of a 5000 tons merchant ship escorted by two torpedo-boats. Started attack.
1748 hours - In position 33°45'N, 11°12'E fired four torpedoes from yards. One hit was obtained. The counter attack was slight and started 10 minutes after firing. In 12 minutes 7 single depth charges were dropped but none were close.
1808 hours - A periscope look showed both escorts, one hunting and one standing by the damaged ship which was in a sinking condition with her stern down.
1814 hours - The escorts could still be seen but no transport. Went to 70 feet as a torpedo-boat was closing. Withdrew to the seaward.”

Oggi il relitto dell’Edda, localmente noto come “Ricardo” o “Richard Giniori” per via della marca dei piatti ritrovati a bordo (Richard Ginori, nome stampigliato sui piatti e che i primi scopritori credettero essere il nome della nave), giace a 25-27 metri di profondità massima, 14 km al largo di Djerba. Il relitto appare devastato dai siluri e dalle bombe che lo colpirono; in coperta sono sparpagliati numerosissimi oggetti (casse contenenti piatti, vassoi, bicchieri; ruote di camion, stivali, munizioni, estintori, maschere antigas, moltissime spalline da ufficiale, numerosi fucili modello 91 del Regio Esercito in perfetto stato di conservazione) ma più di ogni altra cosa risalta l’abbondanza di bossoli da 20 e 13,2 mm sparati per ore dalle mitragliere contraeree durante l’attacco: in alcuni punti il ponte è interamente ricoperto dai bossoli, testimoni dell’estrema resistenza dell’Edda e del suo equipaggio.


L’Edda a Tripoli (Coll. Kugler, dal libro “Dallo smoking alla divisa – La marina mercantile italiana dal 1932 al 1945” di Francesco Ogliari, Cavallotti editore, Milano 1984, via Danilo Pellegrini via www.betasom.it)  


Si ringrazia Pietro Faggioli.
 

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