domenica 19 ottobre 2014

Anfora

L’Anfora (Coll. Utente Commis, da www.naviearmatori.net)

Piroscafo da carico da 5452 tsl, di proprietà della Società Anonima di Navigazione Lloyd Triestino (avente sede a Trieste), matricola 110 al Compartimento Marittimo di Trieste.

Breve e parziale cronologia.

1922
Costruito nel Cantiere San Rocco di Trieste per la Navigazione Libera Triestina.
1923
Temporaneamente noleggiato, in un periodo di difficoltà economica della NLT, alla Marittima Italiana.
Dicembre 1936
Trasferito al Lloyd Triestino, che ha assorbito la Navigazione Libera Triestina e tutta la sua flotta.

La nave a Capetown nella prima metà degli anni ’30 (g.c. Mauro Millefiorini via www.naviearmatori.net)

L’Operazione Longshanks e l’ultima azione del “Calcutta Light Horse”

Anche l’Anfora, come gran parte della flotta del Lloyd Triestino, si trovava in navigazione al di fuori del Mediterraneo, e precisamente al largo delle coste indiane, quando l’Italia entrò in guerra il 10 giugno 1940. Per evitare la cattura da parte delle forze aeronavali britanniche, che avevano il controllo degli oceani, lo stesso 10 giugno la nave (al comando del capitano Leopoldo Lindemann e con 46 uomini di equipaggio nonché un carico di merci varie che comprendeva anche vino Chianti) dovette rifugiarsi nella rada di Mormugao, vicino a Goa, nelle Indie Portoghesi, colonie di una nazione neutrale.
A Mormugao erano già ormeggiate, da alcune mesi, tre navi mercantili tedesche, vittime dello stesso destino dell’Anfora nel settembre 1939: l’Ehrenfels, la Drachenfels e la Brauenfels, tutte della compagnia tedesca Hansa.
Per i tre anni successivi, le quattro navi rimasero ormeggiate inattive nel porto di Mormugao, come tutti i mercantili di nazioni belligeranti internati in porti neutrali. Le quattro unità, visibili con le loro bandiere tedesche ed italiane dai piani superiori del Grande Hotel Palace di Mormugao, divennero anzi una sorta di attrazione turistica per i portoghesi ed anche per i cittadini britannici residenti in India che, durante la guerra, trascorsero le loro vacanze a Goa: avevano così l’opportunità di vedere delle navi nemiche, quietamente ormeggiate nel porto neutrale. I marinai italiani e tedeschi passeggiavano per le vie della città, facendo acquisti (più che altro provviste) nei negozi locali con i pochi soldi disponibili ed attendendo, nella monotonia dell’internamento, che la guerra passasse. Alcuni, talvolta, giocavano a calcio con la gente del luogo (o talvolta, addirittura con personale consolare britannico, virtuale nemico); altri avevano trovato piccole occupazioni a terra, altri andavano qualche volta a nuotare sulla vicina spiaggia di Dona Paula.
Sull’Anfora l’equipaggio aveva allestito un piccolo orto ed un improvvisato porcile, in modo da essere autosufficiente per le necessità essenziali, ma doveva comunque comprare molti viveri a credito, con la promessa di pagare in futuro. La tesoreria portoghese garantiva in parte questi pagamenti, e dall’Italia venne inviato una sovvenzione per i mezzi di sussistenza dell’equipaggio (da parte britannica, questa notizia venne erroneamente interpretata come un possibile segnale che si preparasse un tentativo di fuga); diversi uomini avevano trovato lavori “part time” a Marmagoa, con i quali arrotondavano il poco denaro disponibile. La vita, comunque, restava grama, una sorta di limbo in cui gli equipaggi dovevano tirare a campare per anni lontano dalla madrepatria e dalle famiglie, tagliati fuori dal resto del mondo, nell’inattività e con pochi soldi per andare avanti.
La guerra continuava.

Quando il Giappone entrò in guerra contro gli Stati Uniti, il 7 dicembre 1941, il comandante Lindemann, fascista convinto, fece issare la bandiera nipponica in segno di sfida, e la mantenne sino a quando le autorità portoghesi non imposero di ammainarla.
Durante gli anni dal 1940 al 1943, non furono pochi i messaggi che intercorsero tra le autorità del Portogallo e quelle di nazioni belligeranti e non, riguardo quei quattro bastimenti fermi all’ancora: il Regno Unito avvisò (13 marzo 1942) le autorità portoghesi che vi era il rischio che quei mercantili fuggissero da Goa – come già avevano fatto navi italiane e tedesche internate in altri porti neutrali – e tornassero a navigare per le nazioni belligeranti, magari come rifornitrici (la risposta portoghese fu che non vi erano prove a supporto di tali affermazioni); alcune nazioni neutrali, specie la Turchia, s’interessarono senza successo all’acquisto di quelle navi, mentre la Gran Bretagna propose che fosse lo stesso Portogallo a trasferirle sotto la propria bandiera, ma la nazione iberica rifiutò.
Sin dall’inizio della guerra, come condizione per permettere alle quattro navi di restare a Murmugao e così di fruire della protezione offerta dal porto neutrale, le autorità portoghesi avevano obbligato le quattro navi a rimuovere le proprie apparecchiature radio, in base alle norme sulla neutralità, ed avevano provveduto a rimuovere componenti essenziali degli apparati radio di ogni nave. Ma l’ordine in questione era stato trasgredito: una nave aveva un’altra apparecchiatura radio nascosta.
Nel 1943 la Special Operation Executive (SOE) Force 136 dei servizi segreti britannici, dal suo quartier generale di Meerut (India settentrionale), individuò delle trasmissioni radio codificate che venivano inviate nottetempo – su frequenze differenti ed ad orari diversi – dal porto di Mormugao, e precisamente da una delle navi tedesche lì internate: l’Ehrenfels. Queste trasmissioni consistevano in informazioni dettagliate sui movimenti di diverse navi alleate, quali la loro posizione in determinati momenti e la loro destinazione, fornite da una rete di informatori nazionalisti indiani – che, volendo abbattere il dominio britannico in India, desideravano la sconfitta del Regno Unito nella guerra –  attivi nel porto di Bombay, organizzata dalla spia tedesca Robert Koch, detta “Trompeta”, residente a Goa. Grazie alle informazioni trasmesse dall’Ehrenfels, gli U-Boote tedeschi attivi dell’Oceano Indiano – i destinatari di queste trasmissioni – poterono intercettare ed affondare, in sole sei settimane della primavera 1943, 46 navi alleate per complessive 250.000 tsl: nei primi undici giorni del marzo 1943 l’U 160, l’U 182 e l’U 506 affondarono dodici navi, per un totale di 80.000 tsl.
Le perdite causate dalle informazioni trasmesse da Mormugao stavano diventando notevoli, così, dopo aver informato le autorità di Goa delle trasmissioni radio senza essere creduti (avendo infatti dette autorità inutilizzato le radio delle navi all’atto dell’internamento), rapito Koch senza che questo fermasse le trasmissioni, ed aver infruttuosamente tentato di corrompere il capitano Röfer dell’Ehrenfels, i servizi segreti britannici decisero di eliminare la stazione trasmittente installata sull’Ehrenfels.
Dal momento che l’attacco sarebbe stato compiuto in territorio neutrale – quello di una colonia del Portogallo –, i comandi britannici decisero di non ricorrere ad un’unità militare regolare, bensì di reclutare una ventina di volontari di mezz’età, che avevano già terminato da tempo il loro servizio militare – e pertanto civili –, tra i cittadini britannici residenti in India. Tali uomini vennero reclutati tra i membri dei prestigiosi club di militari in congedo di Calcutta, il Calcutta Light Horse Club (14 uomini) ed il Calcutta Scottish Higlander Club (4 uomini): nella vita civile erano uomini d’affari, funzionari ed impiegati di compagnie britanniche operanti in India, pur facendo parte dell’Army Auxiliary Force, ma era estremamente improbabile che sarebbero mai stati richiamati in servizio. Il Calcutta Light Horse era stata un’unità di cavalleria dell’esercito britannico, ma non era più attiva dai tempi della Guerra Boera.
L’incursione venne organizzata nella massima segretezza, per essere attuata senza scontri armati e senza che i partecipanti venissero scoperti, per evitare un incidente diplomatico tra Regno Unito e Portogallo.

L’operazione, denominata «Longshanks» o «Creek», scattò nelle prime ore del 9 marzo 1943. I marinai dei mercantili internati ebbero la piacevole sorpresa di trovare un bordello che, per quella notte, offriva gratuitamente i servigi delle proprie ‘dipendenti’, mentre gli ufficiali, insieme a funzionari portuali, vennero invitati ad un ricevimento indetto da un notabile locale. Naturalmente, tutto era stato organizzato dal SOE per ridurre il più possibile il numero degli uomini che si sarebbero trovati a bordo dell’Ehrenfels e delle altre navi. Alla fine della festa, gli ufficiali non avrebbero trovato nessun taxi disponibile per riportarli a bordo.
Il vecchio e lento rimorchiatore Phoebe trasportò i membri del singolare «commando» di militari a riposo nel porto di Mormugao; all’una di notte, con il favore del buio, gli incursori britannici, al comando del tenente colonnello Lewis Henry Pugh e del colonnello W. H. Grice, salirono sull’Ehrenfels e distrussero la radio trasmittente. L’originario piano britannico prevedeva che, mentre un gruppo di incursori distruggeva la radio, altri due gruppi avrebbero tagliato le catene delle ancore e messo in moto i motori della nave, in modo da catturarla e portarla via, al largo, per poi diffondere la notizia che l’Ehrenfels aveva tentato la fuga diretto in un porto in mano giapponese, ma era stato intercettato e catturato da navi britanniche. Ma a bordo della nave tedesca, contrariamente alle previsioni britanniche, ci si era preparati all’evenienza di un attacco e si era predisposto l’autoaffondamento: vi fu uno scontro tra i membri dell’equipaggio, privi di armi ma determinati a difendersi, e gli assalitori britannici, nel quale rimasero uccisi il comandante Röfer ed alcuni marinai dell’Ehrenfels; durante la colluttazione sorta tra britannici e tedeschi, alcuni marinai dell’Ehrenfels riuscirono a scatenare degli incendi a bordo ed ad aprire le valvole di presa a mare, autoaffondando la nave e così impedendone la cattura. Terminata la distruzione della radio, i commandos britannici si ritirarono con alcuni prigionieri e si allontanarono altrettanto furtivamente, riprendendo il largo sul Phoebe.
Non appena s’iniziarono a sentire i rumori del combattimento a bordo dell’Ehrenfels, il comandante dell’Anfora spedì a terra un messaggio in cui informava le autorità cittadine di quello che stava accadendo, richiedendo l’invio della polizia e di un medico.
Sull’Ehrenfels un ufficiale, prima di essere aggredito ed ucciso dai commandos insieme al comandante Röfer, fece in tempo ad azionare la sirena, ed a suonarla lungamente per dare l’allarme. La sirena fu sentita sia sulle altre navi in rada, che nel locale dove gli ufficiali italiani e tedeschi stavano partecipando al ricevimento: era il segnale concordato da qualche tempo, nel caso di un attacco britannico alle navi, il cui timore era sorto dopo il rapimento di Koch ed il tentativo di corrompere Röfer. Gli ufficiali presenti al ricevimento, dopo aver sentito la sirena e scoperto che non c’erano taxi disponibili, si misero a correre a perdifiato, sudando nelle loro uniformi migliori, in direzione del porto, ma vi arrivarono troppo tardi, solo per assistere allo spettacolo delle proprie navi in fiamme.
A bordo delle altre tre navi dell’Asse, le sirene dell’Ehrenfels ebbero un effetto ancor più nefasto. Gli ufficiali dei quattro mercantili si erano in precedenza accordati per autoaffondare le proprie unità in caso di attacco nemico, segnalato appunto dal suono delle sirene delle navi. A bordo dell’Anfora, del Drachenfels e del Brauenfels, comunque, gli ufficiali furono inizialmente riluttanti a dare l’ordine di autoaffondamento, sperando che la sirena dell’Ehrenfels fosse stata suonata per equivoco: ma quando videro l’Ehrenfels in affondamento e soprattutto il Phoebe che, nell’allontanarsi dalla nave tedesca, sembrava dirigere verso di loro, cedettero che si trattasse di un’unità che trasportava la punta avanzata di una più grande forza d’attacco navale britannica intenzionata a catturare le loro navi, e si persuasero ad ordinare di attivare le cariche esplosive appositamente predisposte, ed abbandonare le navi. Su ogni nave rimase un uomo per accertarsi che tutte le cariche si attivassero; qualora questo non fosse successo, questi uomini avrebbero avuto l’incarico di incendiare, con fiammiferi e fogli di giornale, del cherosene appositamente versato sui ponti, ma non ce ne fu bisogno. Verificato che l’autoaffondamento procedeva come previsto, anche questi ultimi si tuffarono in mare e raggiunsero la riva. Una dopo l’altra, le navi furono scosse dalle esplosioni delle cariche, vennero avvolte dalle fiamme, sbandarono ed affondarono, lasciando emergere alberi e fumaioli dalle acque poco profonde.
(Secondo un’altra versione i comandi britannici, non paghi della distruzione dell’Ehrenfels, vollero approfittarne anche per distruggere le tre altre navi nemiche internate nel porto di Mormugao: un messaggio radio che affermava, mentendo, che le forze britanniche avrebbero a breve attaccato il naviglio dell’Asse presente in quel porto venne appositamente trasmesso in chiaro, e gli equipaggi dei tre bastimenti superstiti, avendolo ricevuto, incendiarono ed affondarono le loro navi per scongiurarne la temuta cattura. Ciò però non avrebbe avuto molto senso, visto che la trasmissione di un simile messaggio avrebbe fatto saltare la segretezza dell’operazione, rivelando ai portoghesi che era in corso un attacco britannico e che la loro neutralità era stata violata).
Ultimo ad essere autoaffondato fu l’Anfora, che venne incendiato dal proprio equipaggio (una parte del quale era già stato frattanto sbarcato) un’ora dopo Drachenfels e Brauenfels, e, consumato dalle fiamme, affondò nelle acque del porto. Nell’affondare la nave italiana, trasformata in orto e porcile per il sostentamento dell’equipaggio, diede un ultimo singolare spettacolo: tutto l’orto-giardino, con alberi, cespugli e graticci, scivolò obliquamente in mare, lasciando sulla superficie, insieme agli usuali rottami di una nave affondata, anche cespugli galleggianti. I maiali del porcile, terrorizzati e strillanti, cercarono disperatamente di nuotare verso la riva.
Al momento degli eventi, solo 34 dei 46 membri dell’equipaggio dell’Anfora, tra cui il comandante Lindemann, si trovavano a bordo: altri undici, infatti, erano in licenza nel villaggio di Gudem, vicino a Chapora (Goa), mentre un altro si trovava ricoverato nell’ospedale di Margao. Via via che approdarono sulla spiaggia, i naufraghi vennero radunati ed arrestati da militari portoghesi, per poi essere trasportati a Nova Goa sotto la scorta della polizia.
Tra quanti assistettero all’affondamento dell’Anfora e delle navi tedesche vi fu anche il tenente di vascello Camillo Milesi Ferretti, comandante del sommergibile italiano Berillo affondato da cacciatorpediniere britannici nell’ottobre 1940, fuggito a Goa dopo essere evaso da un campo di prigionia in India.

Le navi mercantili italo-tedesche in fiamme nella rada di Goa (Illustrated Weekly of India).

I quotidiani dell’India britannica, per coprire l’attacco all’Ehrenfels – del quale le autorità di Goa non avevano avuto sentore –, diffusero la notizia che gli equipaggi delle navi dell’Asse, abbruttiti dai lunghi anni d’internamento, avessero incendiato le proprie navi sotto l’effetto dell’alcol e della disperazione, o durante una sorta di ammutinamento o lotta interna tra chi aveva organizzato un tentativo di fuga verso Singapore e chi intendeva restare. L’incursione britannica venne così perfettamente coperta, e la colpa di quanto accaduti ricadde interamente sugli equipaggi delle navi tedesche ed italiana.
Le autorità portoghesi considerarono l’autoaffondamento dei mercantili italo-tedeschi come un vero e proprio atto di guerra nel loro territorio neutrale, così arrestarono tutti i marittimi italiani e tedeschi presenti a bordo al momento dei fatti e li internarono come prigionieri di guerra nella fortezza di Aguada, vicino a Panjim (Nuova Goa). Tra l’equipaggio dell’Anfora gli arrestati furono 34, tra cui il comandante Lindemann, il primo ufficiale di coperta Guido Visintini, il secondo ufficiale di coperta Giuseppe Ralo, il direttore di macchina Ermanno Cassaffo, il primo ufficiale di macchina Luciano Prinz ed il terzo ufficiale di macchina Sebastiano Leotta. Rimasero invece in libertà gli altri dodici uomini, i quali, trovandosi a terra al momento dell’autoaffondamento, non poterono essere accusati di nulla. I 34 uomini arrestati rimasero prigionieri fino alla fine della guerra.
Il terzo ufficiale di macchina, Sebastiano Leotta, morì di febbre tifoidea il 23 aprile 1945, poco prima della cessazione delle ostilità.
Il procedimento penale aperto dalle autorità portoghesi contro i marittimi italiani e tedeschi, rei dell’autoaffondamento delle proprie navi in acque neutrali, fu lungo e travagliato: il dittatore portoghese Oliveira Salazar, infatti, fece pressione sull’autorità giudiziaria perché la colpa dell’accaduto fosse interamente addossata agli equipaggi italo-tedeschi, sostenendo che avessero affondato le navi nel mero timore di un attacco britannico oppure a causa di dissidi interni, e negando quindi – nonostante la denuncia della legazione italiana a Lisbona, il 9 aprile 1943, che una nave britannica fosse entrata nel porto di Mormugao il 9 marzo ed avesse attaccato una delle navi tedesche lì presenti, segnalazione rigettata come fantasia dopo aspre discussioni anche all’interno delle stesse autorità portoghesi – che commandos britannici avessero davvero compiuto un’incursione nel porto (Salazar, infatti, voleva a tutti i costi evitare un incidente diplomatico con il Regno Unito, alleato di vecchia data del Portogallo, benché quest’ultimo fosse neutrale in quella guerra); ma volle anche, al contempo, che i marittimi dell’Asse (Salazar, fascista, restava simpatizzante verso Italia e Germania), già provati dall’accaduto e dalla prigionia, ricevessero le minori pene possibili tra quelle previste per i reati, sostituendo per quanto possibile la libertà vigilata alla detenzione. Inizialmente le autorità portoghesi (che dapprima erano effettivamente all’oscuro dell’attacco britannico, ma che anche successivamente, dopo aver ricevuto informazioni sull’accaduto, negarono che esso avesse davvero avuto luogo) ipotizzarono persino che l’incendio delle quattro navi fosse stato dovuto all’azione di un singolo ufficiale di Marina italiano, fuggito da un campo di prigionia dell’India (è forse possibile che avessero saputo della presenza a Goa, al momento dei fatti, del comandante Milesi Ferretti, che tuttavia nulla aveva a che fare con quanto successo).
Il processo ebbe inizio solo nel settembre 1945, a guerra finita: quella che gli equipaggi avevano dovuto sopportare dal 9 aprile 1943 era solo «carcerazione preventiva». Il 16 ottobre 1945 fu letta la sentenza: per l’equipaggio dell’Anfora, l’unica condanna fu per il primo ufficiale Visintini, condannato a tre anni di carcere (poi commutati in esilio). Tutti gli altri marittimi italiani furono rilasciati, ad eccezione del capitano Lindemann, che si trovava in carcere in precario stato di salute e non era ancora stato processato per via di un appello pendente, sul suo caso, al tribunale di Lisbona. Il comandante dell’Anfora venne infine processato nel settembre 1946, ricevendo anch’egli una condanna a tre anni di esilio. Il rimpatrio ebbe infine luogo all’inizio del 1947.
Il relitto dell’Anfora venne recuperato nel 1948 e demolito a Bombay nel 1949.

La verità sull’operazione Creek venne svelata solo nel 1978, quando ormai non c’era più remoto pericolo di destare le ire del Portogallo o creare un incidente internazionale. Due anni dopo, nel 1980, fu girato anche un film liberamente ispirato ai fatti di Murmugao, “The Sea Wolves” (in italiano “L’oca selvaggia colpisce ancora”), con attori che comprendevano Gregory Peck (nel ruolo del colonnello Pugh), Roger Moore, Trevor Howard e David Niven (nel ruolo del colonnello Grice).

Un’altra immagine dell’Anfora (Coll. Pietro Berti, da www.naviearmatori.net)


O Espião Alemão em Goa

1 commento:

  1. Salve, La ringrazio per aver fatto conosere la storia di quell'evento, io sono il nipote del secondo ufficiale di coperta Giuseppe Rallo, da cui prendo il nome. Mio nonno mi raccontava di quell'evento, a grazie a questo articolo ora tutti i tasselli vanno al loro posto, Grazie

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