venerdì 6 febbraio 2015

Corsaro




Il Corsaro nella primavera del 1942 (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)

Cacciatorpediniere della seconda serie della classe Soldati (1850 tonnellate di dislocamento standard, 2153 in carico normale, 2475 a pieno carico). Fu impiegato principalmente in compiti di scorta a convogli da e per l’Africa Settentrionale.

Breve e parziale cronologia.

23 gennaio 1941
Impostazione nei cantieri Odero Terni Orlando di Livorno.
16 novembre 1941
Varo nei cantieri Odero Terni Orlando di Livorno.

Il Corsaro appena varato, il 16 novembre 1941 (Coll. A. Fraccaroli, via M. Brescia e www.associazione-venus.it)

16 maggio 1942
Entrata in servizio.
3 agosto 1942
Parte alle sei del mattino da Brindisi, insieme al gemello Legionario (caposcorta, capitano di vascello Giovanni Marabotto) ed alle torpediniere Partenope e Calliope, di scorta alle moderne motonavi Nino Bixio e Sestriere, dirette a Bengasi. Alle 9.30 il convoglio si unisce ad un altro partito da Taranto per Tobruk, formato dalla motonave tedesca Ankara scortata dai cacciatorpediniere Freccia, Folgore, Turbine e Grecale. Si forma così un unico convoglio, le cui tre motonavi trasportano complessivamente un carico che assomma a 92 carri armati, 340 veicoli, tre locomotive, una gru, 4381 tonnellate di carburanti e lubrificanti e 5256 tonnellate di altri materiali, oltre a 292 uomini. Di giorno il convoglio fruisce anche di una nutrita scorta aerea con velivoli sia italiani che tedeschi.
4 agosto 1942
Alle 18 il convoglio viene attaccato da bombardieri statunitensi Consolidated B-24 Liberator, ma nessuna nave viene colpita. Si tratta del primo attacco da parte di velivoli degli Stati Uniti contro naviglio italiano.
Alle 21.40 (o 19.30) l’Ankara si separa dal resto del convoglio e dirige, scortata da Folgore, Turbine e Grecale, per Tobruk. Poco dopo la Nino Bixio viene immobilizzata da un’avaria di macchina, il che porta il caposcorta Marabotto a distaccare con essa il Corsaro, il Freccia e la Partenope ed a proseguire separatamente con Sestriere, Legionario e Calliope. Alle 22.25, riparata rapidamente l’avaria, la Nino Bixio può riprendere la navigazione. Poco dopo i tre gruppi in cui il convoglio si è diviso iniziano ad essere continuamente seguiti da ricognitori e vengono attaccati da aerei angloamericani: seguono quattro ore di attacchi di bombardieri e bengalieri, che attaccano tutti e tre i gruppi ma non riescono a colpire nessuna nave.
Sul Corsaro, tuttavia, si deve lamentare una vittima: un membro dell’equipaggio, il marinaio cannoniere Angelo Coluccia, viene ucciso dalle schegge di una bomba caduta vicino alla nave.
5 agosto 1942
Tutte le navi giungono indenni nei porti di destinazione a mezzogiorno; il gruppo di cui fa parte il Corsaro arriva a Bengasi alle 12.30.
11-12 agosto 1942
Alle 9.40 del 12 agosto il Corsaro, insieme ai cacciatorpediniere Ascari, Aviere, Geniere, Grecale, Legionario e Camicia Nera ed agli incrociatori pesanti Trieste, Gorizia e Bolzano (la III Divisione), esce da Messina per attaccare il convoglio britannico diretto a Malta nell’ambito dell’operazione «Pedestal» e già pesantemente danneggiato da attacchi da parte di aerei, sommergibili e motosiluranti durante la grande battaglia aeronavale di Mezzo Agosto. Alle 19 dello stesso giorno la III Divisione si congiunge, nel Basso Tirreno, con la VII Divisione (incrociatori leggeri Eugenio di Savoia, Muzio Attendolo e Raimondo Montecuccoli, più i cacciatorpediniere Maestrale, Gioberti, Oriani e Fuciliere), partita da Cagliari alle 20 dell’11 (a parte l’Attendolo, salpato da Napoli alle 9.30 del 12). Le due Divisioni dovrebbero intercettare i resti del convoglio, dispersi e danneggiati, per ultimarne la distruzione, verosimilmente nella mattina del 13, a sud di Pantelleria, nel punto più stretto del Canale di Sicilia.
Alle 22.37, tuttavia, la formazione viene avvistata e segnalata, 80 miglia a nord dell’estremità occidentale della Sicilia e con rotta sud, da un ricognitore Vickers Wellington (che viene a sua volta localizzato dal radar del Legionario). I comandi britannici, resisi conto del rischio che gli incrociatori italiani rappresentano nei confronti di ciò che resta del convoglio, ordinano dapprima al Wellington autore dell’avvistamento, e poi anche agli altri ricognitori avvicendatisi nel pedinare la formazione italiana, di sganciare bombe e bengala, in modo da far credere alle unità italiane di essere sotto ripetuti attacchi aerei e dissuaderle così dal proseguire nella navigazione verso il convoglio, giungendo anche ad ordinare loro – in chiaro, in modo da essere intercettati – di comunicare la posizione della forza italiana per permetterne l’attacco da parte di inesistenti bombardieri B-24 “Liberator”.
Supermarina cade nell’inganno, e già alle 00.30 del 13 ordina il rientro alla formazione (che si trova in quel momento a circa venti miglia da Capo San Vito) di virare verso est, temendo attacchi aerei nemici a seguito dell’intercettazione dei numerosi messaggi radio avversari tra i ricognitori ed i comandi delle forze aeree di Malta, in realtà provocata appositamente per ingannare i comandi italiani ed indurli ad ordinare il rientro degli incrociatori.
Lo stratagemma britannico è solo una delle molteplici ragioni che inducono a dare il discusso ordine: Supermarina, infatti, in ogni caso non intende inviare le proprie navi a sud di Pantelleria senza un’adeguata copertura aerea, che viene però negata dai comandi tedeschi, che preferiscono impiegare tutti i velivoli disponibili nell’attacco al convoglio; inoltre, a seguito dell’avvistamento (da parte di un U-Boot tedesco) di quattro incrociatori e dieci cacciatorpediniere britannici nel Mediterraneo orientale, apparentemente diretti verso Malta, Supermarina ha deciso di inviare la III Divisione nello Ionio, anziché nel Tirreno, per unirsi all’VIII Divisione (uscita da Navarino) onde attaccare tali navi, facendo al contempo rientrare la VII Divisione. In realtà, anche le unità avvistate nel Mediterraneo orientale (che sono in realtà due incrociatori, cinque cacciatorpediniere ed alcuni mercantili) sono una “finta” organizzata dai comandi britannici, un convoglio fasullo che finge di essere diretto verso Malta per ingannare i comandi italiani.
I finti attacchi e messaggi proseguono comunque anche nelle ore successive, per evitare che i comandi italiani possano cambiare idea ed ordinare agli incrociatori di riprendere la navigazione verso ovest per attaccare il convoglio.
Alle 00.30, a seguito dell’ordine di Supermarina, la III Divisione, cui si è aggregato l’Attendolo, fa rotta su Messina, la VII Divisione su Napoli.
Ma l’unico attacco, non aereo ma subacqueo, avviene invece proprio sulla rotta di ritorno, quando, alle 8.06 dello stesso giorno (dopo che il sommergibile Safari ha già avvistato nel navi italiane a nord di Palermo senza poterle attaccare), il sommergibile britannico Unbroken (tenente di vascello Alastair C. G. Mars) lancia quattro siluri contro la III Divisione (che dopo aver superato Alicudi è passata dalla linea di fila alla doppia linea, con Trieste e Gorizia davanti ed Attendolo e Bolzano dietro) a nordovest dell’imbocco dello Stretto di Messina (nel punto 38°43’ N e 14°57’ E): le armi colpiscono l’Attendolo, asportandogli la prua, ed il Bolzano, incendiandolo ed immobilizzandolo. Mentre l’Attendolo riesce comunque a raggiungere Messina con i propri mezzi alle 18.45, assistito e scortato da parecchie unità inviategli incontro dalla base siciliana (dovendo per giunta respingere gli aerei inviati a finirlo), il Bolzano dev’essere preso a rimorchio dall’Aviere e dal Geniere e portato a posarsi su bassifondali dell’isola di Panarea, alle 13.30. L’Unbroken supera senza danni otto ore di dura caccia, con il lancio di 105 bombe di profondità.
La III Divisione, ossia Trieste e Gorizia scortati unicamente dal Camicia Nera, essendo stati gli altri cacciatorpediniere distaccati per assistere e scortare Bolzano ed Attendolo, arriva infine a Messina alle 11.45.
21 agosto 1942
Durante una missione di scorta ad un convoglio in Mar Ionio, la nave viene ripetutamente attaccata da aerei nemici. Il sottotenente di vascello Alessandro Mondello, ventiquattrenne, viene ucciso da una raffica di mitragliatrice mentre dirige il tiro delle mitragliere contraeree di sinistra. Sarà decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria, con motivazione "Imbarcato su silurante partecipava a numerose missioni di guerra, dando sempre prova di elevato senso del dovere e di cospicue capacità professionali. In una missione di scorta a convoglio durante reiterati e violenti attacchi nemici, dirigeva con serenità e perizia il tiro delle mitragliere sul lato sinistro finché una raffica lo abbatteva al suo posto di combattimento".
6 settembre 1942
Salpa da Taranto alle due di notte insieme ai gemelli Geniere, Bombardiere, Fuciliere e Camicia Nera, al più datato Freccia ed alla torpediniera Pallade per scortare a Bengasi il convoglio «N», composto dalle moderne motonavi Ravello e Luciano Manara. Alle 10.40, al largo di Capo Santa Maria di Leuca, il convoglio «N» si congiunge con il convoglio «P», proveniente da Brindisi con le motonavi Ankara (tedesca) e Sestriere e la scorta dei cacciatorpediniere Aviere, Lampo e Legionario e delle torpediniere Partenope e Pegaso: si forma così un unico grande convoglio, il «Lambda» (il cui caposcorta è il capitano di vascello Ignazio Castrogiovanni dell’Aviere), scortato anche da numerosi aerei della Regia Aeronautica e della Luftwaffe.
Alle 15.40 il convoglio, che in base agli ordini sta costeggiando la Grecia procedendo verso sud, viene attaccato da aerosiluranti britannici (decollati da Malta) nelle acque di Corfù. Quattro aerei vengono abbattuti dalla reazione della scorta, ma la Luciano Manara viene colpita a poppa da un siluro: rimorchiata dal Freccia, la motonave viene portata a poggiare su bassifondali nella baia di Arilla (Corfù).
Al tramonto i convogli «N» e «P» si dividono e procedono separati per tutta la notte nelle acque della Grecia.
7 settembre 1942
All’alba i due convogli tornano di nuovo insieme; le tre motonavi si dispongono in formazione a triangolo (Ravello a dritta, Ankara a sinistra e Sestriere di poppa alle prime due), circondata tutt’intorno dalle navi della scorta (tranne il Corsaro che è a poppavia del convoglio); la scorta aerea è fornita da sette bombardieri tedeschi Junkers Ju 88, cinque caccia italiani Macchi C. 200 ed un idrovolante italiano CANT Z. 506.
Alle 8.23 il sommergibile britannico Ultimatum (tenente di vascello Peter Robert Helfrich Harrison) avvista a nordovest i velivoli della scorta aerea, cui segue alle 8.35 la comparsa di alberature e fumaioli del convoglio in avvicinamento su rilevamento 305°. Alle 8.40 l’Ultimatum inizia l’attacco, ed alle 9.21, nel punto 36°17’ N e 21°03’ E (45 miglia a sudovest dell’isola greca di Schiza), lancia quattro siluri da 6400 metri contro il mercantile di coda. Uno dei siluri esplode prematuramente, e gli altri vengono evitati dai mercantili con la manovra; il Lampo (capitano di corvetta Antonio Cuzzaniti) viene distaccato per dare la caccia al sommergibile. Dalle 9.36 alle 12.59 il Lampo lancia in tutto ben 83 bombe di profondità, delle quali nove (un pacchetto di quattro lanciato alle 10.56 ed uno di cinque gettato alle 12.58) esplodono molto vicine all’Ultimatum, mettendone fuori uso il motore sinistro. Dopo aver danneggiato il battello avversario, il Lampo torna in formazione, mentre l’Ultimatum è costretto a rientrare a Malta per riparare i danni subiti.
Il convoglio prosegue. Durante la navigazione si verificano attacchi diurni, da parte di bombardieri in quota statunitensi Consolidated B-24 “Liberator”, e notturni, da parte sia di bombardieri che di aerosiluranti.
Alle 19.40 il convoglio si scinde nuovamente: Sestriere, Ravello, Corsaro, Aviere, Camicia Nera, Pallade e Legionario fanno rotta su Bengasi, mentre Ankara, Bombardiere, Fuciliere, Lampo, Geniere e Partenope dirigono su Tobruk.
8 settembre 1942
Il convoglio diretto a Bengasi, e del quale il Corsaro fa parte, arriva a destinazione alle 11 dopo una navigazione relativamente tranquilla alle undici del mattino.
Subito Corsaro, Aviere e Camicia Nera ripartono da Bengasi di scorta alla motonave Unione, di rientro scarica a Taranto passando per il Pireo. Il Corsaro lascerà però la scorta alle 7.30 del 9 settembre.
6 dicembre 1942
In tarda serata il Corsaro, insieme al resto della XI Squadriglia (Aviere, Bombardiere e Geniere) ed alla X Squadriglia Cacciatorpediniere (Maestrale, Legionario e Vincenzo Gioberti, cui poi si unirà il Bersagliere partito da La Spezia) lascia Napoli di scorta alle moderne corazzate Littorio, Vittorio Veneto e Roma (che formano la IX Divisione Navale), delle quali è stato ordinato il trasferimento nella più sicura base di La Spezia dopo che un bombardamento su Napoli, due giorni prima, ha semidistrutto la VII Divisione Navale. Nell’uscire dal porto, un’elica del Bombardiere s’impiglia nelle ostruzioni retali ed il cacciatorpediniere rimane bloccato a Napoli, dovendo così essere sostituito dal più anziano Freccia.
La formazione, che fruisce anche della scorta aerea di tre idrovolanti CANT Z. 501 in funzione antisommergibile, percorre i canali dragati occidentali del golfo di Napoli, con le corazzate in linea di fila (nell’ordine Littorio, Vittorio Veneto e Roma) precedute dalla XI Squadriglia e seguite dalla X Squadriglia. Superato Capo Miseno, la XI Squadriglia si pone in posizione di scorta ravvicinata a dritta e la X Squadriglia fa lo stesso a sinistra. La navigazione notturna procede senza problemi, ed al mattino successivo arrivano tre CANT Z. 501 che scortano le navi sino a La Spezia; alle otto del mattino il Bersagliere, partito da La Spezia, si unisce alla X Squadriglia. A partire da mezzogiorno dapprima i cacciatorpediniere e poi anche le corazzate eseguono prove di emissione di cortine fumogene, ed alle 15.30 la formazione entra nel canale dragato che porta a La Spezia.
30 dicembre 1942
Parte da Palermo alle due di notte insieme ai cacciatorpediniere Lampo e Maestrale ed alle torpediniere Sirio e Pallade per scortare a Biserta le moderne motonavi Manzoni, Oriani e Mario Roselli. Alle 5.04 il sommergibile britannico Ursula (tenente di vascello Richard Barklie Lakin), a circa 12 miglia per 360° da Capo San Vito (nel punto approssimato 38°43’ N e 12°40’ E), avvista il convoglio italiano che procede a 15 nodi su rotta 240°, a 8200 metri di distanza. Alle 5.09 l’Ursula s’immerge e si avvicina alla massima velocità per attaccare il mercantile di testa, immergendosi a quota leggermente maggiore alle 5.13 perché il cacciatorpediniere di testa passa vicino, salvo poi tornare a quota periscopica alle 5.15 per trovare che il convoglio ha zigzagato di 35° verso l’Ursula stesso. Alle 5.20 la motonave di testa è a soli 550 metri dall’Ursula – che ha già superato lo schermo dei cacciatorpediniere e stava per prepararsi a lanciare i siluri – e continua ad avvicinarsi; il sommergibile tenta di scendere più in profondità per evitare la collisione, ma rimane per oltre un minuto a 7,6 metri di profondità e viene così speronato, alle 5.22, quando si trova a soli 8,8 metri di profondità. La collisione danneggia la torretta e le camicie dei periscopi dell’Ursula (i periscopi e le relative camicie, così come i telegrafi superiori e le luci esterne, vanno distrutti), che è costretto ad abbandonare la missione. Le navi italiane proseguono senza aver nemmeno notato l’accaduto, e giungono a Biserta alle 17 dello stesso giorno.

Due immagini del cacciatorpediniere il 16 maggio 1942, data della sua entrata in servizio, al largo del cantiere Fratelli Orlando di Livorno (Archivio Storico Cantiere Azimut-Benetti di Livorno via www.associazione-venus.it)

Guerra di mine

Al Corsaro dovette purtroppo toccare in sorte di aprire la lunga serie delle unità militari perse, nei primi mesi del 1943, su mine posate da sommergibili e posamine britannici sulle rotte che univano l’Italia alla Tunisia, ultimo pezzo d’Africa rimasto alle forze dell’Asse.
Il 9 gennaio 1943 il Corsaro, al comando del capitano di fregata Ferruccio Ferrini, salpò da Napoli per scortare a Biserta, insieme al cacciatorpediniere Maestrale (capitano di vascello Nicola Bedeschi, caposcorta), la moderna motonave da carico Ines Corrado, carica di rifornimenti.
Proprio nella notte precedente, tra l’8 ed il 9, il posamine veloce britannico Abdiel (capitano di vascello David Orr-Ewing) aveva posato uno sbarramento di 160 mine, divise in due linee di 80 ordigni leggermente scostate (disposte perpendicolarmente alle rotte percorse dai convogli italiani), a nord del Golfo di Tunisi ed a nordest di Biserta.
La sera del 9 gennaio il convoglio stava procedendo a 12 nodi su rotta 245° con mare molto agitato/grosso al mascone a dritta, disposto in linea di fila: Maestrale in testa, Ines Corrado al centro e Corsaro in coda.
Alle otto di sera, nel punto 37°34’ N e 10°35’ E (una quarantina di miglia ad est di Biserta), un’esplosione scosse improvvisamente il Maestrale, la cui estrema poppa scomparve in pochi istanti, lasciando la nave immobilizzata ed ingovernabile, oltre che con gravi danni. L’unità aveva urtato una delle mine posate la notte precedente dall’Abdiel, ma il comandante Bedeschi pensò invece che il Maestrale fosse stato colpito da un siluro, e comunicò questo (mediante il radiosegnalatore) al Corsaro, insieme all’ordine di avvicinarsi, mentre alla Ines Corrado ordinò di proseguire per Biserta. Il Corsaro, che subito dopo l’esplosione sul Maestrale aveva messo le macchine avanti tutta ed assunto una rotta con un angolo di circa 40° a dritta rispetto a quella seguita dal convoglio, comunicò alle 20.05 di aver ricevuto il messaggio. Il Maestrale ordinò a Corsaro di lanciare il segnale di scoperta, mentre la Ines Corrado non rispondeva alle chiamate. Sul Corsaro l’ufficiale di rotta, dalla sala nautica, gridò al comandante Ferrini “comandante, il Maestrale comunica «sono stato silurato – avvicinatevi»”, e quest’ultimo ordinò subito di mettere tutta la barra a dritta e le macchine avanti tutta: intendeva compiere un giro a tutta velocità intorno al Maestrale, in quanto non riteneva sicuro avvicinarsi ad una nave appena silurato senza prima manovrare contro l’eventuale sommergibile attaccante. Tutti gli ufficiali e l’equipaggio accorsero disciplinatamente e con calma ai loro posti.
Alle 20.07 (secondo Bedeschi; le 20.12 secondo Ferrini), però – pochi secondi dopo che Ferrini aveva dato i suoi ordini –, il Corsaro (che aveva appena iniziato l’accostata, e le cui macchine non avevano ancora raggiunto la massima andatura), giunto ad un centinaio di metri per 140° da prora dritta del Maestrale, urtò a sua volta una mina a centro nave, sul lato dritto. Alla fiammata dell’esplosione seguì il sibilo prodotto da gravi fughe di vapore: dense colonne di fumo e vapore invasero i locali macchine e caldaie e si diffusero nei compartimenti adiacenti, la luce venne a mancare, la nave risultò ingovernabile.
Bedeschi, sul Maestrale, si rese allora conto che il suo convoglio poteva essere finito su un campo minato. Ferrini ipotizzò in seguito che nell’accostare a dritta la nave fosse incappata in un grappolo di mine.
Dato che la Ines Corrado continuava a non rispondere alle chiamate al radiosegnalatore, quando questa si avvicinò a portata di voce per chiedere ordini il Maestrale le ordinò di allontanarsi subito verso est (verso sinistra rispetto al cacciatorpediniere), e più avanti, usando il fanale-accumulatore, le comunicò di raggiungere Biserta, comunicare a Roma quanto successo e richiedere l’invio di mezzi di soccorso. Questa volta la motonave segnalò di aver ricevuto, poi proseguì nella navigazione.
Intanto, sul Corsaro, il comandante Ferrini, mentre attendeva che il direttore di macchina lo ragguagliasse sulla situazione, ordinò al comandante in seconda di tenere pronti tutti i mezzi di salvataggio, ma di impedire che alcuno di essi venisse buttato in acqua, perché la nave sembrava in buone condizioni, galleggiava bene e sembrava quindi probabile riuscire a salvarla.
Dopo appena due o tre minuti, però (alle 20.09 secondo Bedeschi, alle 20.15 circa secondo Ferrini), il Corsaro urtò una seconda mina, più o meno nello stessa zona della nave già lesionata dalla prima esplosione, e sbandò violentemente sulla sinistra, gettando in mare tutti quelli che si trovavano sul lato sinistro, compreso il comandante Ferrini, che era sull’aletta sinistra di plancia. Sembrava che il Corsaro stesse per capovolgersi, ma di colpo il cacciatorpediniere si raddrizzò, si spezzò in due ed affondò impennando verticalmente le estremità verso il cielo, a 38 miglia per 64° da Biserta.
Il Maestrale, immobilizzato, dovette assistere impotente; il mare grosso ed il forte vento da libeccio gli impedivano di calare la propria motobarca per recuperare i naufraghi della nave affondata, ed il fatto che i cavi della radio si fossero strappati impediva anche di cercare di contattare Roma o Biserta.

Della nave e dei 235 uomini del suo equipaggio, rimasero sulla superficie solo pochi rottami ed un nugolo di naufraghi: alcuni su un’unica zattera, altri, tra cui anche il comandante Ferrini, in acqua ed aggrappati a relitti galleggianti. Il mare separò poi i superstiti, che si persero di vista. Il comandante Ferrini ed alcuni altri naufraghi riuscirono a raggiungere Capo Bon dopo ventiquattr’ore trascorse in acqua. Si sistemarono provvisoriamente in un fienile sulla costa, ospitati da degli indigeni che furono molto cordiali con loro, poi furono raggiunti da un idrovolante di soccorso (decollato dall’aeroporto di Stagnoni, vicino a Marsala) che li riportò a Trapani, dove Ferrini fu ricoverato per due giorni nell’ospedale di Torrebianca. Altri superstiti furono tratti in salvo da alcuni dragamine di Pantelleria.
I sopravvissuti del Corsaro furono in tutto 48. Non ebbero la stessa fortuna altri 187 tra ufficiali, sottufficiali e marinai, che risultarono morti o dispersi in mare.


I loro nomi:

Sebastiano Abela, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Manlio Aime, capo radiotelegrafista di prima classe, disperso
Aristodemo Ala, marinaio cannoniere, disperso
Innocenzo Amoroso Alborè, marinaio S. D. T., disperso
Angelo Allatta, sottocapo cannoniere, disperso
Ernesto Antonioli, marinaio fuochista, disperso
Virgilio Atzori, marinaio fuochista, disperso
Francesco Aversa, marinaio fuochista, disperso
Renato Baffigi, capo S. D. T. di terza classe, disperso
Ottavio Badi, marinaio fuochista, disperso
Enrico Ballinari, marinaio fuochista, deceduto
Francesco Barbi, marinaio, deceduto
Paolo Basile, marinaio cannoniere, disperso
Andrea Basti, sottocapo nocchiere, disperso
Angelo Battaini, marinaio fuochista, deceduto
Davide Becco, secondo capo cannoniere, disperso
Valdo Bazzicchi, sottocapo S. D. T., disperso
Giovanni Bellussi (Belusic), marinaio, disperso
Gualtiero Benocci, marinaio motorista, disperso
Pietro Berruti, guardiamarina, disperso
Udino Bertoncello, marinaio silurista, disperso
Gastone Bigazzi, sottocapo silurista, disperso
Giovanni Boffito, sottotenente di vascello, disperso
Francesco Bonomi, marinaio cannoniere, disperso
Egidio Borelli, sottocapo cannoniere, disperso
Nedo Brandi, sottocapo cannoniere, deceduto
Giuseppe Brunetti, marinaio, disperso
Marino Brusati, marinaio cannoniere, deceduto
Ermanno Brunone, marinaio cannoniere, disperso
Gaetano Bucceri, sottocapo cannoniere, disperso
Luigi Bullo, marinaio, disperso
Luigi Buondonno, marinaio, deceduto
Giuseppe Calise, marinaio, disperso
Attilio Campagnola, secondo capo furiere, disperso
Romolo Campana, marinaio fuochista, deceduto
Vincenzo Campanale, secondo capo meccanico, deceduto
Vincenzo Cane, marinaio cannoniere, disperso
Leopoldo Cantamessa, sottocapo cannoniere, disperso
Pasquale Caon, sergente segnalatore, deceduto
Pietro Capelli, sergente silurista, disperso
Sveno Caretti, marinaio cannoniere, disperso
Giorgio Casartelli, sottotenente di vascello, disperso
Antonio Castellano, capo meccanico di prima classe, disperso
Pio Cerini, marinaio silurista, disperso
Emilio Cesani, marinaio cannoniere, deceduto
Giuseppe Chessa, marinaio meccanico, disperso
Alfonso Chiappella, secondo capo cannoniere, disperso
Winter Chielli, sottocapo cannoniere, disperso
Domenico Chieracchia, marinaio, disperso
Gaetano Ciampa, marinaio meccanico, disperso
Armando Ciminari, marinaio, disperso
Raoul Cinti, marinaio fuochista, disperso
Antonio Ciriaci, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Ciricugno, sottocapo cannoniere, disperso
Marcello Collini, marinaio, disperso
Andrea Cominelli, marinaio fuochista, disperso
Agostino Conte, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Covelli, marinaio, disperso
Antonio Creti, marinaio silurista, disperso
Emiliano Cuman, marinaio, disperso
Giuseppe Curreri, marinaio, disperso
Luigi D’Amato, sergente cannoniere, disperso
Rosvaldo D’Orazio, sottocapo meccanico, disperso
Angliolino Dagnino, marinaio fuochista, disperso
Leo Damiani, capo segnalatore di terza classe, disperso
Francesco De Benedectis, sergente cannoniere, disperso
Luigi De Novelli, sottocapo cannoniere, deceduto
Giovanni Degani, marinaio cannoniere, disperso
Pasquale Degno, marinaio, disperso
Nicola Dentamaro, marinaio cannoniere, disperso
Raffaele Di Brindisi, marinaio fuochista, disperso
Vincenzo Di Carluccio, sergente cannoniere, disperso
Gino Diotallevi, sottocapo nocchiere, disperso
Carmine Donisi, sottocapo cannoniere, disperso
Nicola Duca, marinaio, disperso
Fiorenza Duccini, marinaio torpediniere, disperso
Michele Fama, marinaio fuochista, disperso
Giulio Felici, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Ferrante, marinaio cannoniere, disperso
Angelo Ferraro, marinaio silurista, disperso
Remigio Ferrabotti, capo silurista di seconda classe, deceduto
Carmine Ferro, marinaio elettricista, disperso
Vincenzo Fioretto, sottocapo cannoniere, disperso
Armando Fogli, marinaio, disperso
Angelo Fontana, sottocapo cannoniere, disperso
Luciano Foti, marinaio fuochista, disperso
Attilio Galiardi, marinaio motorista, disperso
Desiderio Gallina, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Gandolfo, sottotenente medico, disperso
Giuseppe Gatti, marinaio, disperso
Giorgio Giogli, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Giorcelli, sottocapo cannoniere, deceduto
Alfredo Gortan, marinaio, disperso
Rosario Graci, marinaio, disperso
Stefano Greco, sottotenente CREM, disperso
Giovanbattista Grieco, marinaio, disperso
Eugenio Grisoni, marinaio, disperso
Riccardo Guglielmi, sottocapo meccanico, disperso
Vico Guidotti, sottocapo elettricista, disperso
Antonino Gullotto, marinaio cannoniere, disperso
Antonio Landi, sottocapo cannoniere, disperso
Paolo Giovanni Langella, sottocapo furiere, deceduto
Mariano Lardara, marinaio fuochista, disperso
Pietro Laterza, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Lenares, secondo capo meccanico, disperso
Andrea Lettieri, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Lisi, capo meccanico di seconda classe, disperso
Aleardo Lo Iacono, sottocapo S. D. T., disperso
Vincenzo Luongo, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Lupi, marinaio nocchiere, disperso
Donato Lussone, marinaio, disperso
Ennio Maestrelli, marinaio elettricista, disperso
Antonio Maietta, secondo capo meccanico, disperso
Giuseppe Manuguerra, marinaio, disperso
Cesare Mari, marinaio elettricista, disperso
Alferino Marigliani, marinaio, deceduto
Battista Mariotti, capo elettricista di terza classe, disperso
Dagoberto Marrai, marinaio cannoniere, disperso
Filippo Marrano, marinaio, disperso
Salvatore Martinelli, sottocapo cannoniere, disperso
Umberto Martini, marinaio fuochista, disperso
Dino Matteini, marinaio fuochista, disperso
Angelo Mauriello, marinaio meccanico, disperso
Nicola Mele, marinaio S. D. T., disperso
Francesco Merani, secondo capo meccanico, deceduto
Oreste Miano, marinaio fuochista, disperso
Vittorio Micale, marinaio fuochista, disperso
Luigi Modesto, secondo capo cannoniere, disperso
Remo Mogliani, marinaio fuochista, disperso
Antonio Montervino, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Munzone, marinaio, disperso
Santo Nania, marinaio, disperso
Mario Nardi, maggiore del Genio Navale, disperso
Salvatore Neri, marinaio torpediniere, disperso
Adriano Olivieri, marinaio cannoniere, disperso
Guerrino Olivieri, marinaio fuochista, disperso
Serse Pacifici, marinaio fuochista, deceduto
Cesare Pallais, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Sebastiano Palmieri, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Lorenzo Pane, marinaio, disperso
Fausto Pantanali, marinaio, disperso
Mario Papa, sottocapo silurista, disperso
Silvio Perusco, marinaio cannoniere, disperso
Ernesto Petti, capo nocchiere di seconda classe, disperso
Antonio Pettinau, meccanico, disperso
Francesco Pisano, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Odoardo Plevani, capo meccanico di terza classe, disperso
Luigi Pontillo, marinaio cannoniere, disperso
Alpino Pozzati, marinaio cannoniere, disperso
Alberino Prata, marinaio S. D. T., disperso
Marino Ribera, sottocapo elettricista, disperso
Filippo Ricci, secondo capo cannoniere, disperso
Michelangelo Ricciardella, marinaio cannoniere, deceduto
Salvatore Riggi, sottocapo cannoniere, disperso
Michele Riontino, sergente cannoniere, disperso
Rinaldo Rossetti, marinaio fuochista, disperso
Pietro Rossi, marinaio fuochista, disperso
Filippo Ruggeri, capo meccanico di terza classe, disperso
Mario Ruggiero, marinaio cannoniere, deceduto
Salvatore Russo, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Santisi, sottocapo cannoniere, disperso
Armando Scarpa, marinaio, disperso
Luigi Scarpato, marinaio fuochista, disperso
Fernando Scatena, marinaio silurista, disperso
Pasquale Scognamiglio, sottocapo cannoniere, deceduto
Antonio Rosato Scotto, marinaio, disperso
Nicola Sorace, marinaio fuochista, disperso
Vincenzo Spinalbese, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Steiner, marinaio fuochista, disperso
Paolo Summonti, secondo capo furiere, disperso
Salvatore Taranto, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Testa, aspirante (Genio Navale), disperso
Giuseppe Tomaselli, marinaio, disperso
Nicolò Tornesi, marinaio, disperso
Giovanni Tronconi, marinaio fuochista, disperso
Pietro Usai, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Luigi Valentini, marinaio, disperso
Egidio Antonio Vecere, sottocapo infermiere, disperso
Vincenzo Vio, marinaio fuochista, disperso
Bruno Vivian, sottocapo S. D. T., disperso
Orlando Zagni, marinaio fuochista, disperso
Pasquale Zumbo, sergente, disperso


Grazie ad opportuni provvedimenti per alleggerire la nave e contenere gli allagamenti, ed all’intelligente idea di filare tutte le lunghezze di catena disponibili per ancorarsi sui fondali di 300 metri (onde evitare che lo scarrocciamento potesse spingere la nave verso altre mine), il Maestrale riuscì a resistere sino all’arrivo delle unità di soccorso (torpediniere Calliope, Giuseppe Dezza e Cigno, piropeschereccio Cefalo, rimorchiatori Vigoreux e Porto Cesareo), che lo raggiunsero la mattina del 10 gennaio e riuscirono, tra mille difficoltà, a rimorchiarlo in salvo a Biserta, dove le navi giunsero tra le 7.30 e le 8 dell’11 gennaio.

Un’altra foto del Corsaro appena varato il 16 novembre 1941 (Coll. E. Andò, via M. Brescia e www.associazione-venus.it)


5 commenti:

  1. Sono il nipote del marò Fausto Pantanali, complimenti per le vicissitudini drammatiche del RCT Corsaro narrate e a me sconosciute. Sarebbe il caso che l'evento fosse ricordato in maniera appropriata visto che il Corsaro andava in soccorso del Maestrale.

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  2. Mio padre era imbarcato sul Corsaro, fu uno dei pochi superstiti. Ferito fu ricoverato per un mese in un ospedale a Trapani. Spesso mi ha raccontato l'episodio dell'affondamento. Fu decorato con la croce di guerra.

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  3. Il 8-1-2017 verra' commemorato la tragedia del Corsaro a Venezia.Per informazioni faustopantanali@gmail.com

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  4. mi chiamo bucceri giancarlo mio nonno risulta tra i dispersi... capo cannoniere bucceri gaetano. ma per mia fortuna lo conosciuto ma purtroppo lo perso quando avevo 16anni.. sono fiero di lui......

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