martedì 12 giugno 2018

Duino

Una bella cartolina raffigurante il Duino (da www.nauticots.forumattivo.com)

Piroscafo passeggeri di 1334 o 1344 tsl, 789 tsn e 1735 tpl, lungo 68,75-72,54 metri, largo 10,49 e pescante 4,18-4,22, con velocità massima di 13,5-15 nodi. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Adriatica, con sede a Venezia, ed iscritto con matricola 182 al Compartimento Marittimo di Venezia; nominativo di chiamata radio IBTJ. Poteva trasportare fino a 85 passeggeri in cabina ed aveva tre stive della capienza di 562 metri cubi.

Breve e parziale cronologia.

15 dicembre 1914
Impostato nel Cantiere San Marco di Trieste dello Stabilimento Tecnico Triestino (numero di costruzione 520) per la Società di Navigazione Dalmatia, con sede a Trieste e porto di registrazione Zara (all’epoca facente parte, come pure Trieste, dell’Impero Austro-Ungarico).
La costruzione procede a rilento a causa della prima guerra mondiale.


Il Duino (Claudio Piro – Archivio L’Arena di Pola)

11 luglio 1916
Varato nel Cantiere San Marco di Trieste. La priorità data alla costruzione di navi da guerra nell’impiego di scali, materiali e personale cantieristico, fa sì che il Duino rimanga incompleto fino alla fine del conflitto.
1918
Con la vittoria dell’Italia nella prima guerra mondiale, il crollo dell’Impero Austro-Ungarico e la nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi divenuto di Jugoslavia, Trieste (e con essa il Cantiere San Marco) entra a far parte del Regno d’Italia, mentre la Società Dalmatia si fonde con altre compagnie di navigazione jugoslave e rinuncia alla costruzione del Duino, stornando l’ordine.


La stessa cartolina, ma in bianco e nero e con livrea diversa da quella della società Adriatica (da www.nauticots.forumattivo.com)

7 giugno 1923
Finalmente completato, dopo otto anni e mezzo dall’impostazione, e noleggiato alla Società Anonima di Navigazione Lloyd Triestino, con sede a Triste.
1925 o 1926
Venduto dal Lloyd Triestino alla Compagnia di Navigazione San Marco (Società Anonima di Navigazione "San Marco"), con sede a Venezia.
4 aprile 1932
La Compagnia di Navigazione San Marco, insieme ad altre compagnie di navigazione dell’Adriatico (''Costiera'' di Fiume, ''Nautica'' di Fiume, ''Puglia'' di Bari, S.A.I.M. di Ancona e Società di Navigazione Zaratina di Zara), confluisce nella nuova Compagnia Adriatica di Navigazione S.A., con sede a Venezia.
Il Duino passa pertanto alla flotta della nuova compagnia, venendo adibito alla linea n. 8 (Ancona-Zara, giornaliera).

Il Duino nel 1933 (g.c. Giorgio Micoli via www.naviearmatori.net)

17 dicembre 1936
La Compagnia Adriatica di Navigazione diventa Società Anonima di Navigazione Adriatica, sempre con sede a Venezia.
Il Duino viene impiegato sulla linea n. 41 (Trieste-Zara-Gravosa-Venezia).


Il Duino negli anni Trenta (g.c. Giorgio Micoli via www.naviearmatori.net)

Giugno 1937
Assegnato alla linea n. 44 (Bari-Durazzo). Successivamente compie alcuni viaggi straordinari.
3 marzo 1938
Assegnato alle linee 61 (Rodi-Piscopi-Stampalia), 62 (Rodi-Castelrosso) e 63A (Rodi-Caso) nel Dodecaneso.

Tre donne posano per una foto davanti al Duino, ormeggiato vicino alla capitaneria di porto di Ancona, l’11 ottobre 1935 (g.c. Nedo B. Gonzales via www.naviearmatori.net)

1° gennaio 1940
Trasferito sulla linea n. 46 (Bari-Barletta-Manfredonia-Tremiti-Rodi Garganico-Lagosta).
Da una guida turistica del 1940 (Guide d’Italia – Albania – Consociazione Turistica Italiana) il Duino risulterebbe anche in servizio sulla linea 44-bis Bari-Brindisi-Albania, giornaliera.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. Il Duino non verrà mai requisito dalla Regia Marina, né iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato, ma continuerà invece ad effettuare servizio di linea, con qualche saltuario viaggio straordinario per esigenze di guerra.

Il Duino in una cartolina della società Adriatica (da www.adriatica.altervista.org)

Settembre 1940
Compie alcuni viaggi straordinari, con partenze regolate direttamente dalle autorità.
Successivamente ritorna al servizio di linea, fino alla perdita.
3 ottobre 1941
Danneggiato da una collisione con il piroscafo Francesco Crispi, avvenuta nel porto di Bari.

Il Duino in tempo di pace (da www.nauticots.forumattivo.com)

L’affondamento

Il 7 febbraio 1942 il Duino raggiunse Cattaro, in Montenegro, per un viaggio speciale, imbarcando personale militare che doveva rientrare in Italia.
Alle sei del mattino dell’8 febbraio il Duino – al comando del capitano di lungo corso Mario Olivotto, da Mestre – lasciò Cattaro diretto a Bari, dove sarebbe dovuto giungere alle 19 dello stesso giorno. A bordo si trovavano 44 uomini di equipaggio civile, 12 militari del C.R.E.M. (Corpo Reali Equipaggi Marittimi) addetti all’armamento di bordo e 161 passeggeri tra civili e – in maggioranza – militari che rimpatriavano, per un totale di 217 anime.
Ciò secondo i documenti dell’Archivio Storico della Marina Militare consultati da Pasquale Trizio, presidente dell'Associazione Marinara «Puglia»; il sito "Giornale Nautico Parte Prima" di Franco Prevato, basandosi su documentazione della società Adriatica, fornisce invece un dato leggermente differente sul numero dei passeggeri, che sarebbero stati 156, di cui 14 civili e 142 militari.
Tra i passeggeri militari vi era il generale di brigata Carlo Tucci, comandante della 18a Divisione Fanteria "Messina" (stanziata in Montenegro con compiti di occupazione), che rimpatriava dai Balcani per una licenza speciale.
Ma il piroscafo non giunse a destinazione all’orario previsto, né dopo tre ore, né dopo cinque.
Sulle prime, il mancato arrivo venne attribuito dal Comando Marina di Bari ad un ritardo dovuto alle cattive condizioni della carena del Duino, che nel giro di alcuni giorni doveva infatti entrare in cantiere per un turno di lavori: si erano già verificati parecchi ritardi durante i viaggi precedenti, proprio per questo motivo.
A mezzanotte del Duino non c’erano ancora notizie, ma a Bari si pensò che la nave fosse probabilmente rientrata a Cattaro per un’avaria: nessuno sembrò pensare all’eventualità che fosse accaduto qualcosa di più grave. In mare aperto, il tempo era da lupi: mare agitato, vento teso di scirocco, cielo coperto e scarsa visibilità.
Alle nove del mattino del 9 febbraio, dato che del Duino continuava a non esserci traccia, Marina Bari si decise a contattare Marina Teodo a Cattaro, via telegrafo, per chiedere notizie sulla nave: ma la risposta giunse solo dopo venti ore, alle 4.10 del 10 febbraio, quando Marina Teodo riferì che il Duino era regolarmente partito da Cattaro, dopo di che non se ne era saputo più niente. Non c’era stato alcun SOS da parte del piroscafo, ma nemmeno comunicazioni di altro tipo.
Solo a questo punto – il mattino del 10 febbraio, quasi due giorni dopo la scomparsa della nave – vennero avviate le ricerche. Sia da Bari che dalle basi del Montenegro decollarono alcuni aerei che batterono la rotta che il Duino avrebbe dovuto seguire, mentre vennero messe in allerta le stazioni di Vieste e Lagosta. Le ricerche, protrattesi per tutta la giornata del 10, non produssero alcun risultato.
L’11 febbraio ricominciarono le ricerche aeree, ma la fitta foschia obbligò i ricognitori a volare a 50 metri di quota, senza trovare nulla; neanche le stazioni semaforiche, i convogli in partenza e in arrivo e gli aerei che sorvolavano la zona per missioni di altro tipo ebbero qualcosa da segnalare.
Poco prima del tramonto dell’11, infine, fu il piroscafo Anna Martini a trovare qualcosa.
Partito da Bari alle 14.30, il mercantile avvistò a 17 miglia per 63° dal porto pugliese due zattere cariche di naufraghi, che agitavano le braccia e chiedevano aiuto. L’Anna Martini si avvicinò alle zattere e ne recuperò gli occupanti: 21 uomini fradici, semiassiderati e stremati da 72 ore passate senza cibo né acqua. Alcuni di essi chiesero di continuare a cercare, perché dovevano esserci almeno altre due zattere, che loro avevano visto allontanarsi dopo l’affondamento. Nel frattempo, però, era calato il buio; il mare era ancora mosso da scirocco, al punto da far rollare fortemente l’Anna Martini, che per salvare i naufraghi aveva fermato le macchine e si era traversato alle onde. Il comandante del piroscafo, pertanto, decise di rientrare subito a Bari, per consentire ai naufraghi del Duino di ricevere le cure necessarie il prima possibile.
All’alba del 12 febbraio presero il mare la torpediniera Insidioso, il dragamine RD 22 e due motovedette, assistite da un aereo, per cercare altri superstiti: diressero per il luogo dove l’Anna Martini aveva trovato le zattere, e l’RD 22 riuscì ad avvistare le altre due zattere di cui avevano parlato i naufraghi. Vennero così tratti in salvo altri 23 sopravvissuti; su una delle zattere si trovava anche un corpo senza vita. Ormai erano passati quattro giorni da quando il Duino era affondato.
Non furono trovati altri superstiti oltre ai 44 recuperati dall’Anna Martini e dall’RD 22; quattro o cinque giorni dopo la tragedia alcune salme vennero rivenute nei pressi di Otranto, ed il 22 febbraio vennero trovati sulla costa di Otranto i rottami di una scialuppa e due cadaveri, uno dei quali apparteneva al macchinista Ranieri.

Quello che era successo lo si apprese dai racconti dei sopravvissuti. Dopo la partenza il Duino, una volta uscito dalla zona dei campi minati a nord di Cattaro, aveva fatto rotta per Bari, navigando più lentamente del solito a causa del già citato cattivo stato della carena e della precaria visibilità causata dalle avverse condizioni meteomarine. Il faro di Bari era stato avvistato soltanto alle 18.45 dell’8 febbraio, quando – se si fosse potuto attenere agli orari previsti – il Duino si sarebbe già dovuto trovare all’imboccatura del porto pugliese: ed il tardivo avvistamento del faro aveva impedito al piroscafo di calcolare in tempo il punto nave, con tragiche conseguenze. (A proposito del faro, il rapporto della Marina asserì che questo fosse stato acceso fin dalle 17, mentre il generale Tucci, uno dei superstiti del Duino, sostenne invece che fosse stato acceso soltanto alle 18.45, troppo tardi per permettere un rilevamento corretto, date le condizioni di luce e di tempo e la foschia). Spinto fuori rotta dal vento di scirocco, il Duino era inconsapevolmente scarrocciato verso i campi minati difensivi italiani.
Dopo aver fatto il punto nave su San Cataldo, il piroscafo aveva corretto la rotta mettendo la prua su Bari, ma dopo pochi minuti era stato scosso da una violenta esplosione subacquea, che aveva aperto un grosso squarcio a prua sinistra: aveva urtato una mina degli sbarramenti difensivi italiani. Sbandato fortemente sulla dritta, il Duino era affondato di prua nel giro di due o tre minuti, intorno alle 18.50 dell’8 febbraio, a 7-8 miglia da Bari.

Al momento dell’affondamento, la maggior parte dell’equipaggio era nei ponti inferiori, intento nei preparativi per lo sbarco; altri stavano cenando sottocoperta, e tra di essi anche il radiotelegrafista (che non sopravvisse), il che spiega perché non venne lanciata una richiesta di aiuto via radio. La rapidità dell’affondamento del Duino significò che i più rimasero intrappolati nei ponti inferiori, ed affondarono con la nave; altri cercarono di calare le scialuppe di poppa, ma l’affondamento fu così rapido che non si fece in tempo a metterle a mare: cariche di gente, rimasero appese ai paranchi e vennero trascinate a fondo dalla nave. Si salvò soltanto chi si gettò in acqua in tempo e riuscì poi a raggiungere le zattere, che si erano staccate dal ponte di coperta mentre la nave affondava.
Molti naufraghi, scampati all’affondamento, morirono assiderati durante i tre giorni trascorsi alla mercé del mare, su zattere o aggrappati a rottami, prima che arrivassero i soccorsi.

Le vittime del Duino furono 173: perirono 37 uomini dell’equipaggio civile (tra cui il comandante Olivotto e tutti gli ufficiali tranne uno), 9 militari del C.R.E.M. addetti all’armamento di bordo e 127 passeggeri. Vennero salvati soltanto 7 membri dell’equipaggio civile (il secondo ufficiale di macchina, un marinaio, un fuochista, due giovanotti di coperta, un garzone di camera ed un piccolo di cucina, tutti feriti), tre membri dell’equipaggio militare e 34 passeggeri, tra cui 33 militari (compreso il generale Tucci) ed un unico civile.
"Giornale Nautico Parte Prima" fornisce, di nuovo, dati leggermente divergenti: secondo Prevato morirono 37 membri dell’equipaggio civile, 10 membri dell’equipaggio militare e 118 passeggeri (in tutto, 165 persone), mentre vennero salvati 45 uomini (7 membri dell’equipaggio civile e 38 passeggeri).

Sull’origine dell’esplosione subacquea che aveva affondato il Duino, si considerò anche l’ipotesi del siluramento da parte di un sommergibile, che venne però esclusa, dato che nessuno dei naufraghi riferì dell’avvistamento di scie di siluri o periscopi, né tantomeno dell’emersione di un sommergibile dopo l’affondamento. Oggi, infatti, si sa che nessun sommergibile britannico o Alleato si trovava nella zona al momento del disastro. Alcune fonti, perlopiù britanniche (ma anche "Navi mercantili perdute" dell’U.S.M.M., che fa coesistere le due ipotesi riferendo che il Duino avrebbe urtato una mina e sarebbe stato contemporaneamente silurato dall’Upholder), hanno riportato per qualche tempo che il Duino sarebbe stato silurato dal sommergibile britannico Upholder, il più famoso sommergibile della Royal Navy, che nel medesimo attacco avrebbe anche affondato il piroscafo Salpi. In realtà, si tratta di un errore: nel febbraio 1942 l’Upholder non si trovava al largo di Bari e nemmeno in Adriatico, bensì al largo della costa nordoccidentale della Sicilia, dove si svolse tutta la sua missione; l’8 febbraio attaccò infruttuosamente il piroscafo Bosforo al largo di Capo San Vito. Nemmeno il Salpi, peraltro, fu affondato dall’Upholder, ma andò invece anch’esso perduto per urto contro mina (posata probabilmente dal sommergibile HMS Rorqual) al largo della Sardegna, il 9 febbraio 1942.
Ipotesi più probabile per la perdita del Duino era dunque la mina: poteva essersi trattato di una mina alla deriva, strappata dal proprio ancoraggio dal maltempo, oppure la nave era incappata in un campo minato. Considerata la posizione stimata dell’affondamento del Duino, come già detto, appariva più verosimile la seconda delle due possibilità: il piroscafo, deviato più a nord della rotta che avrebbe dovuto seguire (a causa sia dello scarroccio causato dal vento da sudest, che di un errore nella stima della propria posizione dovuto al ritardo nell’avvistamento del faro di Bari), era inavvertitamente entrato in uno degli sbarramenti difensivi italiani posati al largo di Bari. Probabilmente, in particolare, si era trattato del campo minato difensivo posato il 21 giugno 1940 dal cacciatorpediniere Carlo Mirabello.
Si criticò, giustamente, il tardivo invio dei soccorsi, con ricerche avviate soltanto dopo che erano trascorsi due giorni senza notizie della nave: in tempo di guerra, dove i rischi erano sempre presenti (anche se l’Adriatico era un mare relativamente tranquillo sotto questo aspetto), fu grave mancanza liquidare il forte ritardo come dovuto ad un’avaria, senza contattare Marina Teodo fino al mattino del 9 febbraio, come grave fu pure l’enorme lasso di tempo – quasi venti ore – che Marina Teodo lasciò passare prima di rispondere alla richiesta di notizie di Marina Bari. Soccorsi più tempestivi avrebbero permesso di salvare più naufraghi, che soccombettero al freddo e allo sfinimento nei tre giorni trascorsi tra l’affondamento e l’avvistamento dei primi sopravvissuti. Il generale Tucci elogiò la condotta di uno dei pochi sopravvissuti dell’equipaggio, il fuochista Tindaro Falcone, che durante l’affondamento aveva mantenuto la calma e si era prodigato nell’assistere i passeggeri, aiutando lo stesso Tucci ad indossare il salvagente; il suo comportamento fu improntato «ad altissimo senso del dovere e a spirito di sacrificio degni di ogni ammirazione».
La notizia dell’affondamento del Duino, come tante altre tragedie simili, venne passata sotto silenzio a causa della censura di guerra.

(foto tratta da www.modellismopiu.net)


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