lunedì 1 gennaio 2018

Tritone

Il Tritone ormeggito alla banchina allestimento dei CRDA di Monfalcone, quasi pronto alla consegna, nell’autunno 1942 (da “I sommergibili italiani” di Alessandro Turrini e Ottorino Ottone Miozzi, USMM, Roma 1999, via Dante Flore e www.naviearmatori.net)

Sommergibile di media crociera, capoclasse della classe Tritone (dislocamento di 866 tonnellate in superficie e 1058 tonnellate in immersione).
I battelli della classe Tritone, del tipo a doppio scafo totale e progettati dai CRDA, rappresentavano una riproduzione della ben riuscita classe Argo, con un leggero incremento nelle dimensioni; la classe era infatti detta anche "Argo migliorato". Lo Stato Maggiore della Marina aveva chiesto nell’estate 1940 ai Cantieri Riuniti dell’Adriatico di studiare una versione più veloce degli Argo, considerati i buoni risultati di questi ultimi.
Rispetto agli Argo, i Tritone disponevano di motori nuovi e più potenti, che permettevano un considerevole aumento della velocità in superficie (da 14 nodi si passò a 16), ed il maggior dislocamento (comunque molto contenuto, solo 55 tonnellate in più rispetto alla classe Argo) era sfruttato in modo da incrementare l’autonomia (in superficie) in sovraccarico, fino a 13.000 miglia. Tali modifiche erano state apportate per la prospettiva di un impiego oceanico, che però non si concretizzò mai. Per l’utilizzo nel Mediterraneo, furono installate batterie di maggiore rendimento (anche se con minor numero di accumulatori, ridotti per poter imbarcare più carburante in vista dell’utilizzo negli oceani) che mantennero l’autonomia in immersione entro i limiti di sicurezza.

Il Tritone in allestimento a Monfalcone (da “Gli squali dell’Adriatico. Monfalcone e i suoi sommergibili nella storia navale italiana” di Alessandro Turrini, Vittorelli Edizioni, 1999, via Marcello Risolo e www.naviearmatori.net)

I Tritone fruirono inoltre dell’esperienza accumulata in due anni di guerra, che portò ad inserire nel progetto diverse importanti migliorie rispetto ai sommergibili d’anteguerra: sonar, centrale di lancio siluri (ma solo su un’unità, il Vortice, a titolo sperimentale), scafo più robusto, torretta di dimensioni ridotte e più funzionale (detta di tipo "tedesco" perché riprendeva nelle forme le torrette degli U-Boote), armamento contraereo raddoppiato, aumento di due unità della dotazione di siluri di riserva (per l’impiego contro il naviglio mercantile), minori tempi d’immersione (35 secondi), maggiore quota massima d’immersione, migliori sistemazioni per l’assetto silenzioso.
Complessivamente erano previste ben 48 unità della classe, suddivise in tre serie (la prima di 12 battelli, la seconda di 24 e la terza di 12), da completare entro il 1944; la scarsità di materiali e l’andamento sfavorevole del conflitto, tuttavia, fecero sì che soltanto otto sommergibili della prima serie venissero completati entro l’armistizio dell’8 settembre 1943, e nessuno delle serie successive (quelli della terza non vennero mai neanche impostati).
 
Il Tritone ed il gemello Gorgo ormeggiati alla banchina lavori del cantiere di Monfalcone (da “I sommergibili di Monfalcone” di Alessandro Turrini, supplemento alla “Rivista Marittima” n. 11 – novembre 1998, via www.betasom.it)

Sommergibili ben concepiti e di buone qualità nei progetti, i Tritone risentirono tuttavia del fatto che la loro costruzione avvenne in tempo di guerra, in un momento in cui l’industria cantieristica italiana, oberata di ordinazioni, a corto di risorse e costretta ad impiegare soltanto materiali "autarchici", aveva visto calare notevolmente la qualità delle proprie costruzioni: le unità completate, pur non mal riuscite, rivelarono infatti velocità ed autonomia inferiori alle aspettative, e consumi eccessivi. Altri problemi furono legati all’adozione delle eliche a passo variabile: gli inconvenienti furono tali e tanti che si giunse alla decisione di rimpiazzarle con eliche a passo variabile (modifica che non fu effettuata sul Tritone, in quanto questa unità andò perduta nel gennaio 1943, mentre la decisione della sostituzione fu presa in febbraio).
Il Tritone svolse in tutto 7 missioni di trasferimento ed un’unica missione offensiva, percorrendo complessivamente 1839 miglia in superficie e 54 in immersione.

Breve e parziale cronologia.

15 aprile 1941
Impostazione nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 1279).
3 gennaio 1942
Varo nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone.
10 ottobre 1942
Entrata in servizio. Inizia subito un intenso periodo di addestramento, che si protrarrà fino a fine anno.


Il Tritone in allestimento nel bacino galleggiante del cantiere di Monfalcone (sopra: Coll. Fulvio Petronio via Erminio Bagnasco e www.naviearmatori.net; sotto: da “I sommergibili di Monfalcone” di Alessandro Turrini, supplemento alla “Rivista Marittima” n. 11 – novembre 1998, via www.betasom.it)



Prima e ultima missione

Alle 00.00 del 18 gennaio 1943 il Tritone, al comando del capitano di corvetta Paolo Monechi, salpò da Cagliari per la sua prima missione offensiva, da svolgere in un settore a nord di Bougie, in Algeria, zona caratterizzata da considerevole traffico di naviglio nemico. L’andamento della guerra per l’Italia era ormai tanto grave che, nella necessità di schierare contro il traffico Alleato tutti i sommergibili disponibili, si decise di mandare il Tritone in missione anche se l’addestramento dell’equipaggio e l’approntamento del sommergibile non erano ancora stati ultimati.
Dopo sole undici ore di navigazione, il sommergibile venne già a trovarsi sotto attacco: un aereo statunitense lo mitragliò e gli lanciò contro delle bombe di profondità, costringendolo ad immergersi ed a restare poi immerso per il resto del giorno. Quella sera, il direttore di macchina riferì al comandante Monechi della scoperta di un problema alle casse per l’immersione rapida, che avrebbe impedito una corretta manovra d’immersione; il battello stava imbarcando acqua, circa sei tonnellate all’ora, ed il direttore di macchina suggerì di rientrare a Cagliari per le riparazioni. Il comandante Monechi, tuttavia, non volle interrompere così la sua prima missione, e decise invece di proseguire verso l’area di agguato, che venne raggiunta poco dopo l’alba del 19 gennaio.
Alle 11.30 (o 12.30) di quello stesso giorno, a nord di Bougie, il Tritone rilevò all’idrofono rumori di navi, e poco dopo avvistò un convoglio a proravia dritta: si trattava del convoglio MKS 6, diretto verso ovest (la rotta era circa 250°, la destinazione Gibilterra) alla velocità di circa 7 nodi e composto da 29 navi mercantili e 10 navi scorta (il 26th Convoy Escort Group), tra cui cinque corvette canadesi.
Il comandante Monechi decise di attaccare il convoglio sul lato sinistro, dove aveva avvistato alcuni bastimenti che riteneva essere navi cisterna; tenendosi a quota periscopica, cercò di penetrare lo schermo della scorta passando tra la corvetta canadese Port Arthur ed il cacciatorpediniere britannico Antelope, in modo da avvicinarsi ai mercantili e colpirli da ridotta distanza. Ridusse dunque le distanze fino a circa 4600 metri, poi ordinò di allagare i tubi lanciasiluri prodieri, preparandosi ad attaccare: ma proprio in quel momento, il sommergibile perse improvvisamente l’assetto e sprofondò ad una quota di 18 metri. L’equipaggio riuscì a ripotarlo a quota periscopica, ma si rivelò pressoché impossibile mantenere un assetto corretto; il comandante decise comunque di proseguire la manovra d’attacco, nonostante le condizioni meteorologiche – mare calmo, buona visibilità – non fossero le più favorevoli, facilitando un avvistamento da parte della scorta. Il Tritone era immerso a dieci metri di profondità.
Alle 14.30 la Port Arthur (tenente di vascello Edward Theodore Simmons), che stava zigzagando nella fila centrale del convoglio, ottenne un contatto sonar a 1550 metri di distanza, su rilevamento 165°. L’eco mostrava solo un leggero movimento, e non c’erano segnali all’idrofono o tracce visibili sul registratore, tanto che sulle prime il contatto venne ritenuto dubbio; il marinaio Donald McLean, sonarista di turno, venne allora sostituito dal più esperto marinaio Gerry Boyer, che aveva frequentato un corso specializzato per l’individuazione dei sommergibili col sonar. Boyer identificò quasi subito il contatto come un sommergibile, e presto esso divenne più evidente, la traccia cominciò a materializzarsi e così pure i rumori all’idrofono: il Tritone era stato individuato.
Le distanze si ridussero a 1280 metri, mentre il contatto si muoveva verso sinistra; rendendosi conto di essere stato individuato, il sommergibile italiano aumentò la velocità da uno a tre nodi ed accostò decisamente verso la Port Arthur, nel tentativo di portarsi sotto lo scafo della nave canadese e di evitare così le bombe di profondità che certamente sarebbero state lanciate a breve.
Intanto, la Port Arthur aveva immediatamente incrementato la velocità a 12 nodi ed accostato a sinistra, mentre il sottotenente di vascello Peter Cowan, ufficiale antisom, assumeva la direzione della caccia. Quattro minuti dopo il primo contatto, la Port Arthur attaccò il sommergibile immerso con un pacchetto di dieci bombe di profondità. Un membro dell’equipaggio della corvetta, Bruce Crickmore, non riuscì ad attivare il suo lanciabombe insieme agli altri, perché il cordone da tirare per azionarlo si era inceppato; Crickmore dovette saltare sul lanciabombe con entrambi i piedi e tirare il cordone con tutte le sue forze perché la bomba venisse lanciata, circa un minuto più tardi delle altre.
Il tentativo del Tritone di portarsi sotto la Port Arthur non riuscì, e le esplosioni investirono in pieno il sommergibile, arrecandogli danni gravissimi. I serbatoi di carburante vennero perforati ed iniziarono a perdere carburante, i fusibili principali saltarono, i motori elettrici vennero messi fuori uso (anche se le luci rimasero in funzione) e la maggior parte delle tubature dell’aria compressa vennero rotte o deformate; il Tritone iniziò ad imbarcare acqua, andò fuori controllo e sprofondò fino ad una profondità di 75 metri (altra fonte parla di una profondità "molto superiore a quella di collaudo", ma in realtà la quota di collaudo dei sommergibili classe Tritone era di 130 metri).

Il sonar della Port Arthur venne temporaneamente messo fuori uso dagli scoppi delle bombe di profondità, e la corvetta perse il contatto con il sommergibile; la nave canadese segnalò allora all’Antelope (capitano di corvetta Erroll Norman Sinclair), che già si stava avvicinando, di unirsi alla caccia. Ma alle 14.23, prima che una delle due navi potesse riottenere un contatto sonar, il Tritone spuntò improvvisamente in superficie.
Dinanzi alla prospettiva che il sommergibile affondasse senza superstiti per i gravissimi danni subiti, il comandante Monechi aveva ordinato di dare aria per tutto ed emergere, per un disperato tentativo di difendersi in superficie con il cannone.
Il Tritone emerse visibilmente appoppato; il comandante Monechi ordinò di lanciare tutti i siluri, ma l’ordine non venne eseguito perché ormai il sistema di comunicazione era totalmente collassato. I serventi di cannoni e mitragliere furono mandati ai pezzi per tentare un’ultima reazione, mentre alcuni uomini uscirono dalla torretta e si gettarono subito in mare, dalla torretta, verso sinistra.
(Secondo una fonte canadese, il sommergibile sarebbe emerso accidentalmente, essendo sfuggito al controllo dell’equipaggio per via dei danni subiti, e non per volere del comandante, il quale – secondo quanto dichiarato dopo la cattura – avrebbe invece ordinato di immergersi nuovamente, ma ciò sarebbe stato impossibile a causa della confusione ormai regnante a bordo).
Subito la Port Arthur manovrò per speronare il sommergibile, mentre l’Antelope, che si era venuto a trovare più vicino al Tritone rispetto alla corvetta, aprì il fuoco con i suoi cannoni da 120 mm e con le mitragliere da 40 e 20 mm, comprese le temibili quadrinate “pom-pom” da 40 mm. La Port Arthur, vedendo che l’Antelope stava già cannoneggiando il battello italiano, interruppe la manovra di speronamento.
I cannoni dell’Antelope misero a segno almeno tre colpi (due sulla torretta ed uno sullo scafo), uccidendo o ferendo numerosi membri dell’equipaggio del Tritone (tra cui l’ufficiale di rotta, sottotenente di vascello Attilio Schiavon), impedendo di utilizzare l’armamento di bordo, ed aggravando i già pesantissimi danni. A questo punto, al comandante Monechi non rimase che ordinare l’abbandono e l’autoaffondamento dell’unità.
Vennero aperte le valvole di presa a mare, e predisposte le cariche per l’autodistruzione; la manovra di autoaffondamento fu anzi troppo precipitosa, forse, dal momento che alcuni uomini rimasero probabilmente intrappolati nei locali siluri (secondo fonti canadesi).
Il sottotenente di vascello Bruno Sovrano, comandante in seconda del Tritone, scese di nuovo sottocoperta per soccorrere gli uomini che ancora non erano usciti: non ne riemerse mai più. Il suo generoso gesto venne premiato da una Medaglia d’Argento al Valor Militare, alla memoria.
L’Antelope, fermatosi a meno di una trentina di metri dal Tritone, si preparò a mettere a mare una lancia con una squadra d’abbordaggio, ma il sommergibile affondò prima ancora che il cacciatorpediniere potesse calare l’imbarcazione.
Il Tritone s’inabissò alle 14.25 (per altra fonte, 15.30) del 19 gennaio 1943 nel punto 37°06’ N e 05°22’ E, 28 miglia a nordest di Bougie, portando con sé parecchi uomini che non erano riusciti ad uscirne in tempo. Erano passati appena due minuti da quando era riemerso, sette da quando la Port Arthur aveva lanciato le bombe di profondità, e solo dodici dall’inizio dell’azione. Alcuni minuti dopo, venne avvertita da bordo dell’Antelope un’esplosione smorzata e prolungata; venne attribuita alla detonazione delle cariche di autodistruzione.
 
Il Tritone, sulla destra, affonda, mentre l’Antelope ne soccorre i naufraghi. Foto scattata dalla poppa della Port Arthur (foto Harvey Burns, via www.thememoryproject.com)

Nel breve combattimento e nell’affondamento erano morti 26 uomini del Tritone, metà dell’equipaggio: tre ufficiali, cinque sottufficiali, 17 tra sottocapi e marinai ed un operaio civile, imbarcato per completare dei lavori di garanzia.
I 25 sopravvissuti, tra cui il comandante Monechi ed altri due ufficiali, vennero recuperati dall’Antelope e fatti prigionieri, mentre la Port Arthur rivolgeva le sue attenzioni ad un nuovo contatto asdic, che si rivelò tuttavia essere un falso allarme. (Per altra fonte, le unità Alleate recuperarono il comandante Monechi, tre ufficiali e 22 tra sottufficiali e marinai, su un equipaggio composto in tutto da 7 ufficiali e 49 tra sottufficiali e marinai). Tra i superstiti vi erano numerosi feriti, uno dei quali piuttosto serio, con ferite da schegge ad una gamba.

L’affondamento del Tritone venne accreditato alla Port Arthur, in quanto si ritenne che la corvetta avesse danneggiato il sommergibile a tal punto che sarebbe affondato lo stesso, anche senza l’intervento dell’Antelope; il comandante Simmons venne decorato per l’azione con il Distinguished Service Order, mentre i marinai sonoristi Donald MacLean (che aveva per primo ottenuto il contatto all’ecogoniometro) e Gerry Boyer (che aveva identificato il contatto come un sommergibile e lo aveva poi "seguito" durante la caccia) ricevettero la Distinguished Service Medal, ed il sottotenente di vascello Peter Cowan, ufficiale antisom della Port Arthur, fu insignito della Distinguished Service Cross. L’equipaggio ricevette inoltre un premio di mille dollari, raccolti tramite pubblica sottoscrizione nella cittadina canadese di Port Arthur, Ontario (oggi parte della città di Thunder Bay), che aveva "adottato" la corvetta (ossia, ne aveva finanziato la costruzione con fondi donati dalla comunità locale) e le aveva dato il nome, proprio per essere consegnati all’equipaggio se la nave fosse riuscita ad affondare un sommergibile nemico.

I superstiti del Tritone vennero trasferiti in campi di prigionia situati negli Stati Uniti, dove rimasero fino al 1945. Uno di essi, il sonarista padovano Ernesto Vernizzi, conobbe durante la prigionia a Camp Knight, presso Oakland, l’italoamericana Gina Matarazzo: l’avrebbe in seguito sposata e si sarebbe stabilito negli Stati Uniti per vivere con lei, morendovi nel 2007 all’età di 84 anni.

Morirono sul Tritone:

Fiorenzo Artino, marinaio, disperso
Fulvio Barba, sottocapo elettricista, disperso
Walter Bellino, sottocapo motorista, disperso
Walter Giovanni Luigi Bove, operaio civile militarizzato, disperso
Rosario Brullo, sottocapo elettricista, disperso
Elio Buffo, sottocapo cannoniere, disperso
Elvidio Cavarocchi, sottotenente del Genio Navale, disperso
Gennaro De Caro, capo meccanico di terza classe, disperso
Giovanni Ferrari, marinaio cannoniere, disperso
Pasquale Gargiulo, secondo capo elettricista, disperso
Antonio Lanni, marinaio meccanico, disperso
Idris Malavolta, marinaio silurista, disperso
Luigi Marchiori, sottocapo motorista, disperso
Gualtiero Nardi, marinaio silurista, disperso
Amelio Nostrano, sottocapo elettricista, disperso
Gennaro Pagano, marinaio silurista, disperso
Agostino Parissenti, secondo capo silurista, disperso
Giuseppe Pezzino, sottocapo nocchiere, disperso
Giuseppe Pioli, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Salvatore Russo, marinaio elettricista, disperso
Vincenzo Salgo, sergente elettricista, disperso
Bernardo Salvatori, sergente silurista, disperso
Antonio Sanna, marinaio motorista, disperso
Attilio Schiavon, sottotenente di vascello, disperso
Bruno Sovrano, sottotenente di vascello, disperso
Domenico Vania, sottocapo silurista, disperso

Un ventisettesimo membro dell’equipaggio risulterebbe deceduto in Italia in data molto successiva alla perdita del Tritone (non è stato possibile trovare una spiegazione):

Antonio Fonnesu, sottocapo nocchiere, deceduto in territorio metropolitano il 14/5/1944


La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare conferita alla memoria del sottotenente di vascello Bruno Sovrano, nato a Trieste il 5 aprile 1907:

"Ufficiale in 2a di sommergibile che nel corso di un audace attacco a convoglio fortemente scortato veniva sottoposto ad intenso bombardamento e costretto ad emergere in seguito ai danni subiti, ricevuto l'ordine di autoaffondare l'unità, già inquadrata dal tiro avversario, rientrava nell'interno del sommergibile unicamente preoccupato della salvezza del personale dipendente. Nel nobile intento sacrificava la giovane vita, scomparendo in mare con l'unità.
(Mediterraneo, 19 gennaio 1943)."

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del sottotenente di vascello Attilio Schiavon, nato a Pellestrina il 19 settembre 1919:

"Ufficiale di rotta di sommergibile che nel corso di audace attacco a convoglio fortemente scortato veniva sottoposto ad intenso bombardamento e costretto ad emergere in seguito ai danni subiti, al proprio posto di combattimento in superficie, sotto il fuoco delle artiglierie avversarie, che avevano inquadrato l’unità, cadeva colpito da mitraglia lasciando esempio di elevate vitrtù militari e senso del dovere.
(Mediterraneo, 19 gennaio 1943)."

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del sottotenente del Genio Navale Elvidio Cavarocchi, nato a Paganica il 6 giugno 1920:

"Sottordine di macchina di sommergibile, che nel corso di audace attacco a convoglio fortemente scortato veniva sottoposto ad intenso bombardamento, conscio del proprio dovere si recava in locale di prora al fine di verificare una via d’acqua manifestatasi. Scompariva in mare con l’unità, che costretta ad emergere in seguito a danni subiti ed inquadrata dal fuoco delle artiglierie avversarie, veniva autoaffondata. Esempio di elevate virtu militari e senso del dovere.
(Mediterraneo, 19 gennaio 1943)."

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del sottocapo elettricista Fulvio Barba (nato a Nibbiano il 12 marzo 1922), del sottocapo elettricista Rosario Brullo (nato in Francia il 21 febbraio 1922), del marinaio silurista Idris Malavolta (nato a Bomporto il 6 maggio 1921), del marinaio silurista Gualtiero Nardi (nato a Capodimonte il 25 marzo 1922), del sottocapo elettricista Amelio Nostrano (nato a S. Maurizio Canavese il 7 febbraio 1923), del marinaio silurista Gennaro Pagano (nato a Bacoli il 19 settembre 1920) e del sergente silurista Bernardo Salvatori (nato a Campolongo sul Brenta il 7 maggio 1920):

"Imbarcato su sommergibile che nel corso di audace attacco a convoglio fortemente scortato veniva sottoposto ad intenso bombardamento e costretto ad emergere in seguito a danni subiti, rimaneva impavido al proprio posto di combattimento nell’intento di riparare le avarie. Scompariva in mare mentre l'unità inquadrata dal nutrito fuoco delle artiglierie avversarie, si autoaffondava. Esempio di elevate virtù militari e senso del dovere.
Mediterraneo, 19 gennaio 1943."

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del motorista civile Walter Bove (nato a Torino il 24 settembre 1911), del sottocapo cannoniere Elio Buffo (nato ad Ortelle l’8 febbraio 1915),  del cannoniere puntatore mitragliere Giovanni Ferrari (nato a Ferriere il 24 marzo 1921), del marinaio meccanico Antonio Lanni (nato a Sant’Elia Fiumerapido il 1° marzo 1924), del sottocapo motorista navale Luigi Marchiori (nato a Mestre il 19 febbraio 1922), del sottonocchiere Giuseppe Pezzino (nato a S. Marco d’Alunzio il 12 settembre 1918), del sottocapo radiotelegrafista Giuseppe Pioli (nato a Cinigiano il 14 settembre 1923) e del sottocapo motorista navale Antonio Sanna (nato a Pirri il 12 ottobre 1919):

"Imbarcato su sommergibile che nel corso di audace attacco a convoglio fortemente scortato veniva sottoposto ad intenso bombardamento e costretto ad emergere in seguito a danni subiti, esplicava i propri compiti con sereno coraggio. Scompariva in mare mentre l'unità inquadrata dal nutrito fuoco delle artiglierie avversarie, si autoaffondava.
Mediterraneo, 19 gennaio 1943."
 
Un’altra immagine del Tritone (Coll. Erminio Bagnasco, via www.naviearmatori.net)


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