sabato 9 maggio 2015

Bosforo


Il Bosforo quando portava il nome di Mayumbé (g.c. Mauro Millefiorini via www.naviearmatori.net)


Piroscafo da carico da 3648,21 tsl, 2163,98 tsn e 5385 tpl, lungo 105,8-109,47 metri, largo 14,84-15,02 e pescante 6,64-7,84 m, con 10,5-11 nodi di velocità. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Adriatica (con sede a Venezia), immatricolato con matricola 314 al Compartimento Marittimo di Venezia, nominativo internazionale IBFA.

Breve e parziale cronologia.

7 giugno 1929
Varato nei cantieri John Cockerill S. A. (Antwerp Engineering Company) di Hoboken (numero di cantiere 109) come belga Mayumbé.
Settembre 1929
Completato come Mayumbé per la Compagnie Africaine de Navigation S.A., con sede ad Anversa; prima della fine dell’anno passa alla Compagnie Maritime Belge du Congo, sempre con sede ad Anversa. Nominativo internazionale ONEB, porto di registrazione Anversa. Caratteristiche originarie 3567 tsl, 2277 tsn, 5340 tpl. Impiegato sulle rotte da e per l’Africa.
1930
Trasferito alla Compagnie Maritime Belge (Lloyd Royal) di Anversa.
1939
Acquistato dalla società Adriatica di Venezia, ribattezzato Bosforo ed impiegato sulle linee n. 59 (Adriatico-Danubio) e 59 bis (Tirreno-Danubio).
11 aprile 1940
Durante la navigazione dall’Italia ad Istanbul via Pireo, dopo essere già stato sottoposto ad un controllo da un’unità britannica al largo di Zante, viene fermato ancora da navi britanniche e dirottato a Malta sotto scorta, poi viene nuovamente fermato ed autorizzato a proseguire per Istanbul.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. A bordo del Bosforo le autorità italiane confiscano come contrabbando di guerra cinque fusti di metabisolfito, del peso 542 kg, di proprietà della Compagnie Alais Groges et Camargue di Marsiglia.
1° luglio 1940
Requisito a Bari dalla Regia Marina, senza essere iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
12 marzo 1941
La torpediniera Pleiadi, mentre sta scortando il Bosforo al largo di Tripoli, attacca un sommergibile. Il sommergibile britannico Undanunted (tenente di vascello J. L. Livesay), partito da Malta il 1° marzo e sparito per cause sconosciute nelle acque di Tripoli, potrebbe essere rimasto vittima di questo attacco.
10 aprile 1941
Lascia Palermo alle 13.30 in convoglio con le navi cisterna Persiano e Superga ed il piroscafo Ogaden e la scorta delle torpediniere Perseo, Giuseppe Missori e Generale Carlo Montanari.
12 aprile 1941
Alle 8.30 il convoglio, con rotta 150° e velocità stimata 10 nodi, viene avvistato dal sommergibile britannico Tetrarch (capitano di corvetta Richard Micaiah Towgood Peacock) a 37 miglia per 340° (a nordovest) dal faro di Tripoli. Alle 8.50 il Tetrarch lancia quattro siluri da 4100 metri contro la Persiano, che viene colpita, poi s’immerge più in profondità. La Montanari dà la caccia al Tetrarch per tre ore dopo l’attacco, lanciando senza risultato nove bombe di profondità, e poi di nuovo a partire dalle 16.10, mentre il battello si sta allontanando, con 15 bombe di profondità e di nuovo infruttuosamente. La Persiano affonda dopo qualche ora nel punto 33°29’ N e 13°01’ E, una trentina di miglia a nordovest di Tripoli.
Il resto del convoglio giunge a Tripoli alle 15.
24 maggio 1941                                                                                                                    
Lascia Tripoli in convoglio con i piroscafi tedeschi Duisburg e Preussen, l’italiano Bainsizza e le navi cisterna Superga e Panuco, scortate dai cacciatorpediniere Folgore, Fulmine e Turbine, nonché da una forza di copertura costituita dall’incrociatore leggero Luigi Cadorna e dai cacciatorpediniere Maestrale e Grecale. Il convoglio raggiunge Palermo e poi Napoli senza danni.
9 agosto 1941         
Il Bosforo ed il piroscafo Iseo lasciano Brindisi alle dieci del mattino scortati dalla torpediniera Partenope, diretti a Bengasi.
12 agosto 1941
Alle 11.45 il sommergibile britannico Torbay (capitano di corvetta Anthony Cecil Capel Miers) avvista fumi in lontananza su rilevamento 010°, avvicinandosi per intercettare le navi che li emettono, e a mezzogiorno avvista ed identifica queste ultime come due mercantili di 3000 tonnellate scortati da una torpediniera classe Spica, un grosso MAS ed un aereo: si tratta del convoglio composto da Bosforo, Iseo e Partenope.
Alle 12.48 (o 12.52), a 4,6 miglia per 286° dal faro di Bengasi, il Torbay lancia quattro siluri da 5500 metri contro il Bosforo, che si trova in coda al convoglio in procinto di entrare nel porto di Bengasi, poi scende in profondità. Le armi mancano il bersaglio, ed alle 13.08 l’idrovolante CANT Z. 501 della 196a Squadriglia che funge da scorta aerea (sottotenente di vascello Ugo De Biaggi) lancia due bombe di profondità regolate per 30 e 50 metri. Le due cariche esplodono abbastanza vicine al Torbay, che viene poi sottoposto a caccia antisommergibile da parte della Partenope dalle 13.15 alle 13.45 ma riesce infine a sfuggire senza danni nonostante il pesante bombardamento con cariche di profondità.
Nel frattempo i due piroscafi entrano a Bengasi.
4 novembre 1941
Parte da Brindisi per Bengasi alle otto di sera, insieme al piroscafo tedesco Savona, con la scorta della torpediniera Pegaso (tenente di vascello Acton). Il Bosforo ha a bordo 1861 tonnellate di materiali vari, 272 tonnellate di munizioni e materiale d’artiglieria, 590 tonnellate di carburante in fusti, due automezzi con rimorchio (del peso complessivo di sette tonnellate) e due zattere (del peso totale di 18 tonnellate).
5 novembre 1941
A causa del mare molto mosso, le navi sono costrette a tornare a Brindisi alle dieci del mattino.
7 novembre 1941
Il convoglio riparte da Brindisi alle 00.00. Nel pomeriggio le navi, mentre lasciano l’Adriatico, sono avvistate da ricognitori britannici.
8 novembre 1941
Il convoglio, in navigazione verso Bengasi, subisce in mattinata ripetuti attacchi da parte di bombardieri Bristol Blenheim decollati da Malta: due aerei vengono abbattuti ed il Bosforo riporta solo danni leggeri (le esplosioni delle bombe distruggono delle casse di limoni e cipolle sistemate in coperta, riempiendo il ponte di pezzi di cipolla), ma il Savona viene gravemente danneggiato (da un aereo precipitato in coperta), incendiato ed abbandonato da tutto l’equipaggio tranne quattro uomini. La Pegaso recupera l’equipaggio del Savona e ne rimanda a bordo la parte necessaria a salvare la nave, che più tardi viene nuovamente attaccata da aerei, i quali vengono però respinti dalla torpediniera, che ne abbatte uno. Alle 15.30, nel punto 38°40’ N e 19°56’ E, il Bosforo, mentre è fermo per assistere il Savona, viene colpito, riportando solo lievi danni alla sovrastruttura, ma due soldati rimangono uccisi.
Circa tre ore e mezza dopo l’inizio degli attacchi aerei, il Savona, domato l’incendio, può riprendere la navigazione, ma, date le sue condizioni, il caposcorta Acton decide di portare il convoglio a Navarino.
10 novembre 1941
Bosforo e Pegaso (il danneggiato Savona viene invece trasferito a Patrasso per le riparazioni) ripartono alle 18.30 per riprendere il viaggio verso Bengasi.
12 novembre 1941
Bosforo e Pegaso arrivano a Bengasi alle 8.10 (o 7.30).
23 novembre 1941
Il Bosforo riparte da Bengasi alle 17.20 scortato dal cacciatorpediniere Strale (capitano di corvetta Stefano Palmas).
24 novembre 1941   
Mentre Bosforo e Strale sono in navigazione verso Brindisi, il sommergibile Luigi Settembrini rileva agli idrofoni, a 105 miglia per 125° da Malta, la Forza K britannica – incrociatori leggeri Aurora e Penelope e cacciatorpediniere Lance e Lively – uscita in mare da Malta per intercettare convogli italiani. Lo Strale intercetta il segnale di scoperta lanciato dal sommergibile, ma il comandante Palmas ritiene correttamente che il suo convoglio, avendo già una velocità maggiore del previsto, non può essere raggiunto dalla Forza K, considerate le posizioni reciproche; per maggior sicurezza, comunque, Palmas ordina di smettere di zigzagare, in modo da poter incrementare la velocità un altro po’.
Supermarina, avvisata dal Settembrini, ordina il dirottamento di tutti i convogli in zona; al convoglio formato da Bosforo e Strale viene ordinato di rifugiarsi a Suda, ma le due navi non ricevono il messaggio contenente tale ordine, perché lo Strale, contrariamente alle disposizioni generali, non sta facendo ascolto sull’onda prevista per la zona e l’ora in cui il convoglio si trova, avendo male interpretato le complesse norme in vigore.
A cadere vittima della Forza K sarà invece il convoglio «Maritza», in navigazione dal Pireo a Bengasi, con l’affondamento dei piroscafi tedeschi Maritza e Procida nonostante la difesa opposta dalle torpediniere di scorta Lupo e Cassiopea.
25 novembre 1941
Nel tardo pomeriggio, mentre Bosforo e Strale sono già in prossimità di Brindisi, lo Strale riceve il segnale di soccorso lanciato dall’incrociatore ausiliario Attilio Deffenu, silurato, alle 17.15, dal sommergibile britannico Thrasher. Il cacciatorpediniere ordina al Bosforo di proseguire alla massima velocità sulla rotta di sicurezza per poi aspettarlo presso le Pedagne (Brindisi), dopo di che si dirige verso la posizione indicata nel messaggio. Dopo aver recuperato parte dell’equipaggio del Deffenu, successivamente affondato, lo Strale viene rilevato da un MAS inviato da Brindisi e può ricongiungersi al Bosforo, riprendendo la navigazione.
Bosforo e Strale giungono indenni a Brindisi alle 22.30, senza aver subito attacchi.
12 gennaio 1942
Salpa da Messina alle 20.40 alla volta di Tripoli, scortato dai cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco (caposcorta) ed Antoniotto Usodimare e dall’anziana torpediniera Generale Antonio Cantore.
13-14 gennaio 1942
Il convoglio sosta a Palermo per due giorni, poi riparte e fa scalo a Trapani.
16 gennaio 1942
Bosforo e scorta giungono a Tripoli alle 13.15.
6 febbraio 1942
Riparte da Tripoli alle 18 trasportando 250 prigionieri di guerra del Commonwealth, scortato dalla torpediniera Calliope (tenente di vascello Giuseppe Pighini), diretto a Napoli.
7 febbraio 1942
Alle 9.20 del 7 febbraio, nel punto 34°25’ N e 11°52’ E (o 34°20’ N e 12°23’ E; presso la boa numero 5 delle Kerkennah), il convoglio viene avvistato dal sommergibile britannico Unbeaten (tenente di vascello J. D. Martin) che manovra per attaccare, ed alle 10.04 lancia quattro siluri da 3200 metri contro il Bosforo. Il Bosforo ne evita due, mentre un altro manca di poco la Calliope; quest’ultima risale le scie dei siluri e lancia 30 bombe di profondità (che esplodono vicine al sommergibile ma senza riuscire a danneggiarlo) dalle 10.14 alle 10.34, poi deve abbandonare la caccia per ricongiungersi al Bosforo. Anche un aereo della scorta sgancia una bomba; le due navi si rifugiano momentaneamente a Pantelleria a scopo precauzionale (per il maltempo oltre che per il rischio rappresentato dai sommergibili), poi riprendono la navigazione, dirette però, per nuovo ordine, a Palermo invece che a Napoli.
Lo stesso 7 febbraio il servizio di decrittazione britannico “ULTRA” intercetta e decifra alcuni messaggi sulla sua partenza, comunicando le informazioni ai comandi britannici; benché tra le informazioni fornite da “ULTRA” (porti ed orari di partenza ed arrivo, nave scorta, velocità prevista) vi sia anche notizia del fatto che la nave trasporta 250 prigionieri britannici, vengono egualmente inviati a caccia del convoglio i cacciatorpediniere Lively e Zulu, che lo cercano nella notte tra il 7 e l’8 febbraio. Il Bosforo, avendo incrementato la propria velocità rispetto ai 10,5 nodi previsti, non viene però trovato.
8 febbraio 1942
Alle 17.20, in posizione 38°18’ N e 12°51’ E (ad otto miglia per 73° da Capo San Vito) il sommergibile britannico Upholder (tenente di vascello Compton Patrick Norman) avvista Bosforo e Calliope diretti verso est, ed alle 17.39 lancia tre siluri contro il piroscafo, da 1200 metri. Nessuna arma colpisce il bersaglio; tra le 17.52 e le 17.57, mentre l’Upholder si ritira verso ovest, la Calliope (che non ha visto le scie dei siluri ma è stata indirizzata dal Bosforo verso la zona da dove provenivano) lo bombarda con otto cariche di profondità che esplodono piuttosto vicine (ma non abbastanza da arrecare danni), cui ne seguono altre, ad intervalli, sino alle 18.30, poi il convoglio prosegue.
Il convoglio giungerà indenne in a Palermo in giornata.
12 febbraio 1942
Il Bosforo è in navigazione nel golfo di Taranto con la scorta della torpediniera Circe, quando alle 20.20 quest’ultima riceve ordine di dirottare il piroscafo su Crotone ed eseguire rastrello antisommergibile tra Crotone e Punta Alice: la nave cisterna Lucania è stata silurata dal sommergibile britannico Una. Così viene fatto; la Circe riuscirà a localizzare ed affondare un altro sommergibile britannico, il Tempest.
15 marzo 1942
Lascia Brindisi per Bengasi alle 22.50, con a bordo 2121 tonnellate di provviste e materiali vari, 481 tonnellate di carburanti e lubrificanti, 103 tonnellate di munizioni e materiale d’artiglieria, un automezzo con rimorchio, una bettolina ed una pirobarca. La scorta è inizialmente costituita dalla vecchia torpediniera Giuseppe Missori, che al largo di Santa Maria di Leuca viene sostituita dal cacciatorpediniere Saetta.
17 marzo 1942
A seguito di un’avaria di macchina che ha colpito il Saetta, il convoglio deve riparare a Navarino, dove giunge alle 19 e sosterà per due giorni.
19 marzo 1942
Il convoglio lascia Navarino alle 19.
21 marzo 1942
Bosforo e Saetta arrivano a Bengasi alle 9.50, dopo aver passato la notte alla fonda, fuori dal porto.

L’affondamento

Alle 19.45 (18.30 per altre fonti) del 29 marzo 1942 il Bosforo, al comando del capitano di lungo corso Romano Angelini, lasciò scarico Bengasi diretto a Brindisi. Lo scortava il cacciatorpediniere Strale, al comando del capitano di corvetta Enea Picchio. Sul piroscafo, oltre ai 44 membri dell’equipaggio, si trovavano altri 59 uomini imbarcati di passaggio.
“ULTRA” aveva nuovamente intercettato dei messaggi relativi al viaggio della nave: il 29 stesso informò i comandi britannici che il Bosforo, scortato dallo Strale, avrebbe dovuto lasciare Bengasi nel pomeriggio di quello stesso giorno, procedendo a 10 nodi per arrivare a Brindisi alle otto del mattino del 1° aprile. Il sommergibile britannico Proteus (capitano di corvetta Philip Stewart Francis), che si trovava sulla rotta seguita dal convoglio, ne fu informato e non dovette far altro che aspettare.
Per un giorno la navigazione, alla velocità di dieci nodi, procedette tranquilla, poi, alle 21.45 del 30 marzo, mentre il Bosforo avanzava nel mare lungo da sud-sudest tra i saltuari piovaschi ed il vento teso da ovest, il comandante Angelini fu informato dal terzo ufficiale, di guardia, che lo Strale stava virando. Angelini si avvicinò ai finestroni del ponte per controllare la virata; dopo 3-4 minuti il terzo ufficiale ordinò al timoniere di venire piano a sinistra e dopo poco meglio a sinistra, per mettersi in linea di fila con il cacciatorpediniere, ma in quel momento – erano le 21.53, e la nave si trovava in posizione 36°35’ N e 21°15’ E, circa 24 miglia ad ovest dell’isola di Sapienza – il piroscafo fu scosso da due detonazioni contemporanee (almeno una delle quali verificatasi in sala macchine), sbandò sulla dritta e s’ingavonò di poppa: il Bosforo era stato colpito a poppa da un siluro lanciato dal Proteus.
Il sommergibile, come previsto, aveva avvistato le due navi alle 20.34, in posizione 36°25’ N e 21°16’ E, a 4,5 miglia per 140°, ed alle 21.20 si era immerso, per poi lanciare due siluri dai tubi di poppa alle 21.49, da soli 410 metri.
Subito saltò la corrente, ed il timone rimase bloccato a sinistra. Il capitano Angelini corse sull’aletta di dritta e constatò che i danni visibili erano proprio in corrispondenza della sala macchine; tornò quindi all’interno della plancia per dare gli ordini del caso, ma non c’era più nessuno.
Angelini imboccò allora la scala di sinistra, e scendendola s’imbatté nel radiotelegrafista, che gli spiegò che l’antenna radio si era spezzata e perciò non poteva inviare l’SOS. Il comandante poté anche vedere che, delle due scialuppe di salvataggio del Bosforo, una era stata resa inutilizzabile dallo scoppio dei siluri, e l’altra si stava allontanando con appena una decina di persone a bordo.
Osvaldo Capocasa, marinaio della Regia Marina imbarcato sul Bosforo ed in quel momento di guardia alle mitragliere contraeree, stava conversando con un sottufficiale ed alcuni commilitoni sul prossimo arrivo in Italia e sulla licenza che sarebbe seguita, mentre qualcuno scrutava il mare con un binocolo, quando sentì un boato enorme scuotere la nave; poi la colonna d’acqua sollevata dallo scoppio del siluro ricadde loro addosso, e suonarono le sirene. Alcuni uomini gridavano in preda al panico, altri si gettavano in mare; il sottufficiale Mele diceva ai suoi uomini di seguirli, ma il fumo diffusosi dopo il siluramento ostruiva la visuale, e Capocasa rimase solo. Un amico recanatese di Capocasa, che stava dormendo in cuccetta, fu ferito al volto e dovette uscire attraverso l’oblò, essendosi bloccata la porta della cabina.
Il capitano Angelini scese frattanto sul ponte di coperta, dove trovò alcuni soldati e la residua parte dell’equipaggio; alla domanda su dove fossero gli altri, si sentì rispondere che si erano tutti gettati in acqua o si erano allontanati sull’unica scialuppa intatta.
Angelini e gli uomini rimasti riuscirono tuttavia a mettere a mare uno zatterone sistemato in prossimità del fumaiolo e due zatterini posizionati nel pozzo di prua ed a calare la lancia di servizio. Quest’ultima, però, si allontanò subito con appena tre uomini a bordo, ed anche lo zatterone si allontanò con a bordo un solo uomo.
Osvaldo Capocasa, che quando era giunto a centro nave aveva trovato che la scialuppa se n’era già andata lasciando solo i tiranti, rimase indeciso sul da farsi; un suo amico napoletano, Mareschi, sopraggiunse e, dopo un breve scambio di parole sulla possibilità che la nave stesse per affondare, si gettò in acqua. Capocasa attese finché vide una tavola che galleggiava non molto lontana, poi si liberò dei vestiti che sarebbero stati d’intralcio e si tuffò nel mare cosparso di nafta. Si aggrappò alla tavola, ma dopo un po’ la cedette ad un altro membro dell’equipaggio, napoletano anch’egli, sfinito e coperto di nafta; nuotarono entrambi in direzione di una luce che vedevano, e raggiunsero faticosamente uno zatterino, ma furono sconsigliati dal salire a bordo dal cuoco del Bosforo, che vi si trovava sopra, perché lo zatterino era già sovraccarico. Capocasa ed altri, tra cui il nostromo del Bosforo, si aggrapparono attorno al bordo dello zatterino, senza salire; il cuoco diede loro un po’ del cognac che aveva, per ritemprarli in attesa dei soccorsi.
Il comandante Angelini non poté far altro che ordinare a quanti restavano di radunare i feriti ed impartire all’unico segnalatore della Regia Marina (l’equipaggio militare della Regia Marina era rimasto a bordo, ad eccezione di due sottufficiali) di comunicare allo Strale, che si stava avvicinando lanciando in acqua cariche di profondità (ne lanciò in tutto cinque a partire dalle 21.55, senza però danneggiare il Proteus che, dopo il lancio, era sceso in profondità e si era allontanato verso ovest), di dare loro aiuto. A bordo dello Strale era parso inizialmente che il Bosforo avesse mantenuto una buona galleggiabilità, quindi il cacciatorpediniere si era preparato a prenderlo a rimochio, ma le condizioni del mare e l’abbandono da parte di parte dell’equipaggio avevano impedito di stendere un cavo da rimorchio.
Dopo la segnalazione da parte del segnalatore, non passò molto prima dell’arrivo, sottobordo al Bosforo, di un’imbarcazione al comando di un ufficiale della Regia Marina; questi chiese al capitano Angelini se fosse possibile far prendere il piroscafo a rimorchio, ma dovette rapidamente rendersi conto che lo sbandamento di 40 gradi del mercantile, la cui coperta aveva già iniziato ad andare sott’acqua, rendeva tale proposito inattuabile.
Dopo aver trasbordato i feriti sull’imbarcazione soccorritrice, il comandante Angelini tornò in plancia per recuperare i libretti di navigazione, il giornale di bordo ed i cifrari, mentre dovette abbandonare il contenuto della cassaforte perché il primo ufficiale, che aveva in custodia le chiavi, non c’era; poi lasciò per ultimo la sua nave. I corpi delle vittime, tra cui i componenti del personale di macchina in servizio al momento del siluramento, vennero lasciati a bordo del Bosforo.
Intorno all’una di notte il comandante Angelini e gli altri uomini saliti sull’imbarcazione dello Strale vennero presi a bordo dal cacciatorpediniere, che frattanto aveva già tratto in salvo gli altri superstiti: complessivamente, erano state soccorsi 90 uomini. Anche la zattera di Osvaldo Capocasa, dopo essere stata “mancata” una prima volta, era stata trovata: lo Strale aveva gettato delle biscagline lungo la murata (inizialmente delle corde, ma i superstiti, sporchi di nafta, scivolavano di nuovo in acqua, dunque si era passati alle biscagline), ed i naufraghi vi si erano arrampicati per salire a bordo.
Quando fu fatto l’appello, tredici uomini non risposero: otto militari e cinque civili.
Da Patrasso, su ordine di Marimorea, presero il mare i rimorchiatori Teseo e Valente, ma ormai non c’era più nulla da fare. Il Bosforo terminò la sua lunga agonia alle 7.40 (o 7.42) del 31 marzo 1942, quando, a seguito del cedimento delle paratie interne, s’inabissò per sempre nel punto 36°54’ N e 21°18’ E (o 36°38’ N e 21°15’ E).
I naufraghi, cui gli uomini dello Strale restituirono gli effetti personali recuperati, furono portati all’ospedale militare di Brindisi.
Il capitano Angelini fece successivamente rapporto circa il comportamento di chi si era allontanato prematuramente e senza ordini dalla nave, aggravando le difficoltà di chi era ancora a bordo; tali membri dell’equipaggio ricevettero una lettera di biasimo. Il comandante Picchio del Saetta elogiò invece la condotta calma e serena del comandante Angelini e del vice commissario, capitano degli Alpini Giuseppe Bagliani, che avevano tentato di salvare la nave, recuperato i documenti segreti e sovrinteso personalmente al salvataggio degli uomini rimasti a bordo, nonché quella del sottotenente d’artiglieria Dario Anabassi, prodigatosi per mantenere la calma tra gli uomini rimasti a bordo.
“ULTRA”, come in altri casi, intercettò anche i messaggi che riferivano della perdita del Bosforo, potendo così dare conferma ai comandi dell’avvenuto affondamento.


Dell’equipaggio civile risultarono dispersi:


Gennaro Acquarulo, fuochista, da Torre del Greco

Enrico Benedettini, cameriere, da Bari

Luigi Di Domenico, fuochista, da Venezia

Emanuele Nicosia, giovanotto, da Gela

Edgardo Opera, secondo ufficiale di macchina, da Trieste


Non è stato ad ora possibile rintracciare i nomi degli otto militari dispersi.


Il secondo ufficiale di macchina Edgardo Opera aveva chiesto appena venti giorni prima, l’11 marzo 1942, di essere trasferito sul trasporto truppe Marco Polo (ov’era rimasto vacante un posto da terzo ufficiale di macchina) per poter ritemprare il suo organismo ed il suo sistema nervoso scossi da quasi due anni di navigazione su mercantili carichi di rifornimenti sulle rotte per la Libia. Qualunque risposta, purtroppo, sarebbe ormai giunta troppo tardi.

Il ricordo di Osvaldo Capocasa, di Cupra Marittima, all’epoca ventiduenne, sul viaggio del 4-12 novembre 1941 (intervista di Oliver Panichi per www.rivieraoggi.it):

“Li vedevamo venire verso di noi, bassissimi sul mare, gli stessi aerei del giorno prima [quando cinque Blenheim avevano tentato di attaccare ma, presi sotto intenso tiro contraereo, si erano ritirati sganciando le bombe in mare; nda], stavolta erano sei. Gli ufficiali non esitarono a dare l’ordine di fare fuoco contraereo: sparavamo con le mitraglie di ogni calibro, dal cannone di 147 mm non proprio adatto per il tiro contraereo a quelle di 20 mm. Uno dei bombardieri colpì il Savona, subito dopo un altro aereo inglese, rimasto indietro rispetto alla sua formazione, piombò su di noi, ma venne ripetutamente colpito ed esplose in fiamme infilandosi in mare dopo essere passato sulle nostre teste. Può sembrare strano, ma io non ricordo in questo momento di aver provato paura o terrore, la battaglia era talmente concitata, che in quegli attimi non si prova paura. (…) Subito dopo ci accorgemmo, dal Bosforo, che uno degli aerei nemici si era schiantato sull’albero del Savona, accartocciandosi sul ponte. E lì morirono cinque uomini, due tedeschi e tre inglesi, di cui celebrammo i funerali il giorno dopo, nel porto greco di Navarrino. Ma l’attacco non era finito: stava arrivando una seconda ondata. Fummo colpiti, ma le bombe fecero esplodere le casse di limoni e cipolle sulla coperta senza toccare lo scafo. Nel frattempo un altro bombardiere veniva colpito dalla torpediniera di scorta e sopra di noi, un Messerschmitt 109 tedesco era accorso in aiuto e stava facendo fuoco sul Blenheim, che colto di sorpresa non ebbe scampo e fu abbattuto. Il ponte del piroscafo era pieno di pezzi di cipolle sparsi ovunque. Due marinai italiani erano morti durante l’azione e non tornarono mai più alle loro famiglie, come anche i piloti che vedevamo galleggiare tra i flutti..”

E sul siluramento e affondamento del Bosforo:

“Proprio mentre parlavamo, improvvisamente un boato violentissimo scosse la nave, e contemporaneamente all’urto ci investì un’altissima colonna d’acqua. Le sirene di bordo confermarono che era successo qualcosa di grave, e noi lo capivamo perché subito dopo l’esplosione il Bosforo sbandava sempre di più. Dopo scoprimmo che era stato un sommergibile inglese a silurarci, il Proteus. Fu un momento drammatico: chi preso dal panico si gettò subito in acqua, molti erano presi dal terrore e urlavano. Era difficile soprattutto orientarsi perché il piroscafo era invaso dal fumo ovunque, si sentivano solo le grida e i tonfi dei marinai che trovavano la fuga in acqua. Cercavo di trovare la posizione e il momento migliore per buttarmi, che arrivò quando vidi galleggiare una tavola poco distante. C’era una grande quantità di nafta in mare, e alcuni dei miei compagni sparsi tutti intorno che cercavano aiuto. Mi tolsi di mezzo gli indumenti che potevano appesantirmi e con molti sforzi raggiunsi uno zatterino di salvataggio dove c’era il cuoco di bordo che ci supplicò di non salire sulla zattera perché era strapiena. Allora io e altri ci appoggiammo intorno alla scialuppa in attesa, spasmodica e disperata, di essere tratti in salvo dallo Strale, il cacciatorpediniere che monitorava l’area in cerca di superstiti. Il cuoco offriva a noi naufraghi sorsi di cognac, per tirarci su. Finalmente arrivò lo Strale, da cui ci lanciarono delle scale di corda. Stremato, ritrovai i miei compagni dispersi. Poi ritornammo a Brindisi, all’ospedale militare.”

L’affondamento del Bosforo nel giornale di bordo del Proteus (da Uboat.net):

“2034 hours - When in positon 36°25'N, 21°16'E sighted a merchant vessel and a destroyer besring 140°E. Range was 4.5 nautical miles. Started attack.
2120 hours - Dived to complete the attack from submerged.
2149 hours - Fired two stern torpedoes from 450 yards. Went deep on firing and started to retire to the westward. Two explosions were heard, both thought to be torpedo hits. After the second torpedo explosion another loud explosion was heard. It was hoped that something inside the merchant vessel blew up. HE of the target ceased immediately.
2155 hours - The first of five depth charges was dropped. None were close.
2230 hours - All HE had faded.
2315 hours - Surfaced about three nautical miles from the scene of the attack. Nothing in sight. Set course to return to Alexandria.”


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