venerdì 8 maggio 2020

Sirena

Il Sirena nel 1942 (Coll. Aldo Cavallini, via www.naviearmatori.net)

Sommergibile di piccola crociera, capoclasse della classe omonima, appartenente alla serie "600" del tipo "Bernardis" (dal nome del progettista, generale del Genio Navale Curio Bernardis), ossia a scafo semplice con doppi fondi centrali resistenti (nei quali erano ricavate tutte le casse: zavorra, emersione, emersione rapida e compenso) e controcarene esterne (aventi sia la funzione di aumentare la stabilità laterale, sia di ospitare ulteriori serbatoi di carburante).
Seconda delle cinque classi di sommergibili di piccola crociera (Argonauta, Sirena, Perla, Adua, Acciaio) che formavano la serie "600" (così detta per via del dislocamento in superficie dei battelli che la componevano), la classe Sirena fu composta da sommergibili semplici, pratici e resistenti, caratterizzati da eccellente stabilità e manovrabilità sia in superficie che in immersione, buona robustezza ed anche buona abitabilità, a dispetto delle ridotte dimensioni.
Derivati dalla classe Argonauta, che aveva aperto la serie dei "600", i Sirena furono impostati prima dell’entrata in servizio dei loro predecessori, il che impedì di sfruttare appieno nella loro progettazione le prime esperienze emerse dall’impiego della nuova classe. Nondimeno, furono giudicati unità ben riuscite, come del resto gli Argonauta. Tra i Sirena e gli Argonauta vi erano alcune leggere differenze relative allo scafo (che sui Sirena risultò leggermente più corto e largo: 60,20 metri di lunghezza e 6,45 di larghezza contro i 61,5 e 5,65 degli Argonauta) ed alle sovrastrutture, derivanti da migliorie apportate in fase progettuale; in particolare il dritto di prora, che sugli Argonauta aveva forme simili a quelle dei più grandi sommergibili della classe Pisani (da cui in parte erano derivati), venne leggermente rialzato sui Sirena, assumendo una forma detta “a squalo”. Il dislocamento risultò leggermente maggiore rispetto alla classe precedente (679 contro 666 tonnellate in superficie, e 842 contro 810 in immersione). Altre differenze erano costituite dal cannone di coperta, costituito dal nuovo modello da 100/47 mm che andò a sostituire il più datato 102/35 degli Argonauta, e dai motori, anch’essi più moderni e di potenza (1350 CV contro 1250 CV) ed autonomia leggermente maggiori. In generale, furono adottati apparati più moderni, onde migliorare le già buone qualità della classe precedente; infatti le prestazioni dei Sirena risultarono migliori di quelle, già soddisfacenti, degli Argonauta.
La decisione di costruire la classe Sirena fu presa dalla Regia Marina in seguito alla Conferenza navale di Londra del 1930, nella quale fu stabilito che non vi sarebbe stata alcuna limitazione in merito al numero di sommergibili di dislocamento standard in superficie non superiore alle 600 tonnellate che le nazioni firmatarie avrebbero potuto costruire. Proprio per questo, la serie "600" divenne il modello standard di tutti i sommergibili di piccola crociera costruiti dalla Marina italiana nel corso degli anni Trenta.

Il Sirena dislocava 678,95 tonnellate in superficie e 842,20 in immersione; il dislocamento variava leggermente tra i sommergibili della classe costruiti in cantieri diversi, ed è variamente indicato come 681, 691 o 701 tonnellate in superficie e 842, 850 o 860 tonnellate in immersione.
L’apparato propulsore per la navigazione in superficie era costituito da due motori diesel FIAT della potenza di 1350 o 1444 CV (650 o 675 CV a motore) su due eliche quadripale, che consentivano una velocità massima di 14 nodi, mentre per la navigazione in immersione c’erano due motori elettrici CRDA della potenza di 800 CV (400 CV a motore), alimentati da una batteria di accumulatori al piombo composta da 104 elementi, che permettevano una velocità massima di 7,7 nodi. L’autonomia in superficie, con una scorta di 80 tonnellate di carburante, era di 2200 miglia a 14 nodi (per altra fonte, 2280 miglia a 12 nodi) e 5000 (per altra fonte 5590) miglia ad otto nodi (4480 miglia a 8,5 nodi); in immersione, di sette/otto miglia a 7,5 nodi e 72 (per altra fonte 84) miglia a quattro nodi.
Differivano in questo i sommergibili della classe costruiti a Taranto e Fiume, che erano invece propulsi da motori diesel Franco Tosi e motori elettrici Marelli, con prestazioni di autonomia e velocità leggermente differenti.
I Sirena erano armati con sei tubi lanciasiluri da 533 mm, quattro a prua e due a poppa, con una riserva di sei siluri (per altra fonte, dodici siluri), e con un cannone OTO Mod. 1931 da 100/47 mm (con scorta di 144 o 152 colpi) e due mitragliere contraeree Breda Mod. 31 da 13,2/76 mm in impianti singoli (con scorta di 3000 colpi; secondo qualche fonte il numero di queste mitragliere sarebbe stato successivamente portato a quattro).
La profondità di collaudo era di 80 metri, con coefficiente di sicurezza (relativo alla sollecitazione massima riferito al limite di elasticità del materiale) 3.

I dodici sommergibili della classe furono battezzati per metà con nomi di “deità marine” (Sirena, Naiade, Nereide, Anfitrite, Ondina, Galatea) e per l’altra metà con nomi di minerali (Ametista, Diamante, Rubino, Topazio, Smeraldo, Zaffiro). I sei sommergibili del gruppo legato alla mitologia furono costruiti dai CRDA di Monfalcone, mentre i restanti sei furono affidati, a coppie, ad altri tre cantieri: Ametista e Zaffiro ai cantieri OTO di La Spezia; Diamante e Smeraldo ai cantieri Franco Tosi di Taranto; Rubino e Topazio ai Cantieri del Quarnaro di Fiume (primi ed unici sommergibili costruiti da questo cantiere per la Regia Marina: si trattò di un “esperimento”, che non fu replicato).
Uno solo, il Galatea, sarebbe sopravvissuto alla guerra: degli altri, nove sarebbero andati perduti in azione e due si sarebbero autoaffondati in seguito all’armistizio di Cassibile. Quelli che sopravvissero fino a dopo il 1941 furono sottoposti a lavori di riduzione della falsatorre, onde ridurre i tempi d’immersione e renderli meno avvistabili da grande distanza.

Un’altra immagine del Sirena (USMM via “KR 40-43: cronache di guerra” di Giulio Grilletta)

Dai Sirena fu poi derivata, con poche modifiche, la classe Perla; secondo alcune fonti anche il Delfinul, sommergibile costruito nei Cantieri del Quarnaro per la Marina romena, avrebbe costituito una versione modificata della classe Sirena, ma ciò sembra alquanto strano se si considera che venne impostato nel 1927, quattro anni prima dei Sirena e prima ancora degli stessi Argonauta (che furono impostati soltanto nel 1929). Dato però che la sua costruzione andò per le lunghe, terminando nel 1931-1932 (e non venne consegnato alla Marina romena fino al 1936), è possibile che sia stato modificato durante la costruzione sulla base del progetto dei Sirena.

I Sirena avrebbero dovuto essere i primi sommergibili della Regia Marina (salvo il vecchio H 3, impiegato per la sperimentazione) ad essere dotati dell’apparato «ML», progettato nella prima metà degli anni Venti dal maggiore del Genio Navale Pericle Ferretti. Tale apparato, aspirando aria dalla superficie e scaricando all’esterno i gas combusti prodotti dai motori, consentiva al sommergibile che lo usava di arieggiare i locali e di utilizzare i motori diesel anche in immersione (purché rimanesse a quota periscopica): in sostanza si trattava di un precursore dello snorkel, rivoluzionario apparato sviluppato alcuni anni più tardi da tecnici della Marina olandese e poi adottato da quella tedesca nella seconda guerra mondiale, per poi diffondersi in tutte le Marine del mondo dopo la fine del conflitto. I vantaggi di questo apparato erano molti, aumentando la velocità (secondo le stime del suo progettista, di almeno tre nodi) ed autonomia in immersione, la sicurezza (anche volendo usare i motori elettrici, il sommergibile poteva ricaricare le batterie senza essere costretto ad emergere ed esporsi agli attacchi nemici) e la capacità di attacco (grazie alla maggiore velocità in immersione, si sarebbe potuto aumentare il settore utile d’attacco anche del 60 %) e libertà di movimento del sommergibile che lo utilizzava (che senza emergere poteva tenere le batterie sempre cariche), e che non era più costretto ad utilizzare i motori elettrici e riemergere una volta al giorno per ricaricare le batterie; anche l’abitabilità era migliorata, potendo ventilare i locali anche in immersione. Dopo il successo dei test condotti per quattro anni sull’H 3, i vertici della Regia Marina ordinarono a Ferretti di perfezionare il suo apparato per poi produrlo in serie ed installarlo sui sommergibili della classe Sirena (e per una fonte, anche della classe Argonauta): i disegni esecutivi per la produzione in serie dell’apparato «ML», realizzati dai CRDA di Monfalcone, risalgono al 1934-1935, ma nel 1938 il nuovo comandante della flotta subacquea italiana, contrammiraglio Antonio Legnani, fece sospendere la produzione di tali apparecchi e fece persino demolire quelli già prodotti, per ragioni rimaste sconosciute a causa della successiva perdita della relativa documentazione. Il risultato fu che né i Sirena, né nessun altro sommergibile italiano poterono utilizzare lo snorkel fino a dopo la seconda guerra mondiale, quando vennero introdotti anche nella Marina italiana gli apparati derivati da quelli olandesi.
Non è del tutto chiaro se questi apparati abbiano fatto in tempo ad essere installati o meno sui Sirena, prima della decisione di Legnani: secondo qualche fonte, tra cui il libro “Uomini sul fondo” di Giorgio Giorgerini, i Sirena furono predisposti per l’installazione ma gli apparati non vennero mai installati, mentre secondo quanto scritto dallo stesso Ferretti gli «ML» furono installati sperimentalmente nel 1934 su alcuni dei Sirena in costruzione a Monfalcone, salvo poi essere rimossi su decisione di Legnani («Vennero costruiti alcuni esemplari che, dopo collaudo in apposito impianto di prova a terra, si incominciarono a montare sui tipi Sirena. Destinato l’ammiraglio Legnani a capo dei sommergibili, esso [sic] dispose che gli apparecchi già costruiti venissero demoliti e degli altri in corso di costruzione venne interrotta la costruzione»).
Secondo una fonte l’abbandono dell’apparato «ML» sarebbe stato motivato da prestazioni insoddisfacenti, e più precisamente un aumento della velocità in immersione, usando i motori diesel, di “soltanto” 1,7 nodi (il che per la verità non sembrerebbe una differenza da poco, considerato che la velocità massima con i motori elettrici era di meno di otto nodi).

Durante la seconda guerra mondiale, il Sirena operò prevalentemente in missioni offensive nel Mediterraneo orientale, nel Canale d'Otranto ed in agguati protettivi nel Golfo di Taranto; effettuò complessivamente 33 o 34 missioni di guerra (19 offensive/esplorative, una di trasporto e 14 di trasferimento), percorrendo 19.659 miglia nautiche in superficie e 3052 in immersione e trascorrendo 204 giorni in mare.
Il motto del Sirena era "E gurgite dominans" (“dai gorghi [esco] dominante”).

Breve e parziale cronologia.

1° maggio 1931
Impostazione presso i Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 255).
26 gennaio 1933
Varo presso i Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone. Posto subito a disposizione del Comando Marina di Pola (il giorno stesso del varo), rimane a Monfalcone per i collaudi e l'allestimento.

Il Sirena pronto al varo (da “Gli squali dell’Adriatico. Monfalcone e i suoi sommergibili nella storia navale italiana” di Alessandro Turrini, Vittorelli Edizioni, 1999, via www.betasom.it)

Il palco d’onore con le autorità che presenziarono al varo del Sirena (foto Giuseppe Cividini, Archivio Consorzio Culturale del Monfalconese)

17 febbraio 1933
Durante l’allestimento scoppia un principio d’incendio nella camera di lancio poppiera; le fiamme vengono domate prima di poter causare danni di rilievo, e non vi sono feriti.
2 ottobre 1933
Entrata in servizio.
23 novembre 1933
Posto alle dipendenze dell’Ispettorato Sommergibili, viene assegnato alla X Squadriglia Sommergibili, con base a Brindisi ed alle dipendenze del Comando Divisione Sommergibili, che forma insieme ai gemelli Naiade, Nereide, Anfitrite, Ondina e Galatea; squadriglia chiamata, per via dei nomi dei battelli che la compongono, delle "deità marine".
Primo comandante del Sirena è il capitano di corvetta Primo Longobardo.
1934
Effettua una lunga crociera addestrativa nel Mediterraneo orientale, facendo scalo al Pireo, ad Alessandria d’Egitto, a Tobruk, a Bengasi ed a Tripoli.



 Il Sirena passa sotto il ponte girevole di Taranto al ritorno da un’esercitazione, nel maggio 1933. In coperta sono visibili due siluri da esercitazione, recuperati dopo il lancio (da “Navi e bugie” di Nino Bixio Lo Martire, Schena Editore, 1983, via Marcello Risolo e www.betasom.it)


1934-1936
Compie altre crociere di addestramento lungo le coste italiane.
2 gennaio 1937
Il Sirena (capitano di corvetta Luigi Caneschi), assegnato al IV Gruppo Sommergibili di Taranto, salpa da Napoli per una missione clandestina al largo di Almeria e di Capo de Gata, in appoggio alle forze franchiste, durante la guerra civile spagnola. Deve attaccare eventuali navi da guerra spagnole repubblicane, nonché mercantili impegnati nel trasporto di rifornimenti verso i porti controllati dai repubblicani; le regole d’ingaggio, in merito a questi ultimi (il cui riconoscimento è alquanto difficile), sono molto restrittive, al fine di evitare incidenti internazionali, il che limita fortemente l’operatività dei sommergibili (come scritto da Francesco Mattesini: «evitare il siluramento al di fuori del limite assegnato, e portare a fondo gli attacchi soltanto contro le navi da guerra o mercantili chiaramente identificate come repubblicane o sovietiche e contro quelle che transitavano a luci oscurate nelle zone prescritte per l’agguato. Queste imposizioni causarono, come avevano previsto gli ammiragli Canaris e Cavagnari, un serio ostacolo all’attività dei sommergibili italiani, dal momento che era effettivamente assai difficile il poter identificare con sufficiente sicurezza un mercantile che navigava con falsa bandiera»).
Tra fine gennaio ed inizio febbraio 1937 sono ben diciassette i sommergibili italiani schierati in agguato al largo delle coste spagnole: il loro compito è di insidare i porti in mano alla fazione repubblicana e tagliare i flussi di rifornimenti ivi diretti.
Durante la missione il Sirena inizierà tre manovre di attacco, che però non porterà a termine (per altra fonte, invece, non avrebbe avvistato navi sospette).
19 gennaio 1937
Conclude la missione rientrando alla base.
1938
Dislocato a Brindisi, inquadrato nella XLII Squadriglia Sommergibili insieme a Naiade, Nereide, Anfitrite, Ondina e Galatea.

Il marinaio Antonino Pane, imbarcato sul Sirena prima e durante la guerra. Sotto, spilla, gemelli e medaglietta del Sirena (per g.c. del nipote Antonino Pane)





Libretto di bordo di Antonino Pane, con indicati gli ufficiali del Sirena ed i suoi incarichi a bordo del sommergibile (g.c. Antonino Pane)



5 maggio 1938
Al comando del capitano di corvetta Luigi Caneschi, il Sirena prende parte alla rivista navale "H" organizzata nel Golfo di Napoli per la visita in Italia di Adolf Hitler. Partecipa alla rivista la maggior parte della flotta italiana: le corazzate Cesare e Cavour, i 7 incrociatori pesanti della I e III Divisione, gli 11 incrociatori leggeri della II, IV, VII e VIII Divisione, 7 "esploratori leggeri" classe Navigatori, 18 cacciatorpediniere (le Squadriglie VII, VIII, IX e X, più il Borea e lo Zeffiro), 30 torpediniere (le Squadriglie IX, X, XI e XII, più le vecchie Audace, Castelfidardo, Curtatone, Francesco Stocco, Nicola Fabrizi e Giuseppe La Masa ed i quattro "avvisi scorta" della classe Orsa), ben 85 sommergibili della Squadra Sommergibili al comando dell’ammiraglio Antonio Legnani, e 24 MAS (Squadriglie IV, V, VIII, IX, X e XI), nonché le navi scuola Cristoforo Colombo ed Amerigo Vespucci, il panfilo di Benito Mussolini, l’Aurora, la nave reale Savoia e la nave bersaglio San Marco.
La Squadra Sommergibili è protagonista di uno dei momenti più spettacolari della parata, nella quale gli 85 battelli effettuano una serie di manovre sincronizzate: dapprima, disposti su due colonne, alle 13.15 passano contromarcia tra le due squadre  navali che procedono su rotte parallele; poi, terminato il defilamento, alle 13.25 tutti i sommergibili effettuano un’immersione simultanea di massa, procedono per un breve tratto in immersione e poi emergono simultaneamente ed eseguono una salva di undici colpi con i rispettivi cannoni.

Marinai del Sirena a Napoli il 6 maggio 1938, il giorno dopo la rivista "H" (g.c. Antonino Pane)


Il Sirena al largo dell’arcipelago toscano il 1o giugno 1938, durante la navigazione da Genova a Brindisi (g.c. Antonino Pane)


Antonino Pane a bordo del Sirena a Brindisi, in una foto del 20 giugno 1938 (g.c. Antonino Pane)


Uomini del Sirena al rientro dall’invasione dell’Albania, aprile 1939 (g.c. Antonino Pane)


3 febbraio 1940
Assume il comando del Sirena il tenente di vascello Raul Galletti.
10 giugno 1940
All’entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale, il Sirena fa parte della LXI Squadriglia Sommergibili, appartenente al VI Grupsom di Tobruk, insieme ai similari Argonauta, Smeraldo, Naiade e Fisalia.
12 giugno 1940
Il Sirena si trova ormeggiato a Tobruk quando alle 3.40 di notte alcune bombe cadono a poca distanza durante un attacco aereo; non subisce danni.
18 giugno 1940
Il Sirena (tenente di vascello Raul Galletti) salpa da Tobruk per la prima missione di guerra, da svolgere al largo del Golfo di Sollum, venti miglia a nord di Ras Uleima.

Alcune fotografie scattate da Antonino Pane a Tobruk nel marzo-maggio 1940: via Roma...


...il palazzo del governatore...


...il minareto di una moschea…


...una donna nel quartiere arabo (g.c. Antonino Pane)


20 giugno 1940
Giunto nella zona assegnata per la missione, alle 21 il Sirena avvista un cacciatorpediniere britannico una ventina di miglia a nord di Ras Uleima (Golfo di Sollum) e manovra per portarsi in posizione favorevole all’attacco silurante, ma viene da questi localizzato prima di poter lanciare (per altra fonte, sarebbe riuscito a lanciare un siluro, ma senza colpire, per poi essere localizzato e sottoposto al contrattacco).
L’unità attaccata fa parte di una formazione composta da due incrociatori francesi (il Suffren, pesante, ed il Duguay-Trouin, leggero) e tre cacciatorpediniere britannici (Ilex, Nubian, Imperial) usciti da Alessandria d’Egitto alle 17.30 del giorno precedente per condurre una ricerca di un incrociatore ed un cacciatorpediniere italiani, la cui presenza è stata segnalata al largo di Tobruk, durante l’operazione "MD. 3" (bombardamento di Bardia da parte di una formazione anglo-francese composta dalla corazzata francese Lorraine, dagli incrociatori leggeri britannici Orion e Neptune, dall’incrociatore leggero australiano Sydney, dai cacciatorpediniere britannici Dainty, Hasty e Decoy e dal cacciatorpediniere australiano Stuart).
Localizzato dalle unità avversarie dopo il fallimento dell’attacco, il Sirena viene sottoposto a pesante e precisa caccia con lancio di numerose bombe di profondità (ne vengono contate 36, tra le 4.57 e le 12.20 del 21 giugno), che causano seri danni tra cui il danneggiamento dei pressatrecce degli astucci porta elica, con conseguenti abbondanti infiltrazioni d’acqua, tali da costringerlo ad interrompere la missione e rientrare alla base (non è più in grado di navigare in immersione).
22 giugno 1940
Arriva a Tobruk.
Per la loro condotta durante questa missione e durante gli attacchi aerei sul porto di Tobruk riceveranno la Croce di Guerra al Valor Militare il sottotenente di vascello Giuseppe Di Grande ed il guardiamarina Carmelo D’Urso (entrambi da Augusta), con motivazione: «Ufficiale imbarcato su sommergibile, dislocato in una base avanzata sottoposta a violenti attacchi aerei nemici, cooperava con spirito combattivo e ardimento alla reazione contraerea, dirigendo il tiro delle mitragliere. Durante una missione di guerra, fatta segno l'unità ad intensa e a prolungata caccia, che provocava avarie, contribuiva validamente al disimpegno del sommergibile dall'azione nemica e alla riparazione delle avarie subite». Il comandante Galletti riceverà la Medaglia di Bronzo al Valor Militare («Comandante di sommergibile, in missione di guerra, fatto segno a violenta, prolungata caccia, fronteggiava con decisione e sereno ardimento la difficile situazione, manovrando con perizia per sottrarsi alla ripetuta offesa delle forze nemiche. Nonostante le avarie riportate dal sommergibile, riusciva abilmente a disimpegnarsi e a ricondurre alla base l'unità al suo comando". (Golfo di Sollum, 19-22 giugno 1940)»).
25 giugno 1940
Compiute in loco le prime riparazioni provvisorie, necessarie per poter prendere il mare con una certa sicurezza, il Sirena (tenente di vascello Raul Galletti) lascia Tobruk alle 20.25 diretto a Taranto, dove potrà ricevere più approfonditi lavori di riparazione, non realizzabili con le modeste attrezzature della base libica (deve entrare in bacino di carenaggio). La navigazione avviene restando in superficie.

Il tenente di vascello Raul Galletti, comandante del Sirena nei primi mesi del conflitto (USMM via “KR 40-43: cronache di guerra” di Giulio Grilletta)

26 giugno 1940
Alle prime luci dell’alba il mare, rimasto calmo per tutta la notte, inizia ad incresparsi; alle 9.36 il Sirena passa al traverso di Ras el Hilal, mentre il vento da maestro soffia con crescente intensità, fino a raggiungere forza 7-8 nel pomeriggio. Preoccupato dal forte beccheggio del sommergibile, che teme possa provocare una fuoriuscita di liquido dagli accumulatori od anche delle avarie allo scafo, alle 18.30 il comandante Galletti dà ordine d’immergersi.
27 giugno 1940
Alle 8.20 il Sirena torna in superficie: adesso il vento si è di molto calmato, mentre il mare è forza 3-4. Il battello procede in superficie lungo la rotta Ras el Hilal-Capo Colonna.
Alle 17.15 viene avvistato un bombardiere nemico che per la rotta che segue sembra essere in volo da Alessandria a Malta: per evitare di essere avvistato, il Sirena s’immerge.
28 giugno 1940
Poco dopo mezzogiorno il Sirena, in navigazione a quota periscopica, avvista al periscopio due aerei che si avvicinano volando a quota molto bassa; di nuovo il comandante Galletti decide di scendere a profondità maggiore per non essere avvistato.
Riemerso nel tardo pomeriggio, alle 17.37 – pochi minuti dopo essere tornato in superficie – il Sirena avvista verso poppa un altro bombardiere, simile a quello avvistato il giorno prima: ancora una volta deve essere ordinata l’immersione rapida.
29 giugno 1940
Alle 6.30 (o 6.35), mentre procede in superficie in posizione 37°54' N e 18°04' E (al largo di Capo Colonna ed a 70 miglia per 148° da Capo Rizzuto; ciò secondo il rapporto del Sirena, mentre fonti britanniche indicano la posizione come 38°12' N e 18°06' E), il Sirena viene attaccato da un idrovolante Short Sunderland del 228th Squadron della Royal Air Force (più precisamente, il velivolo "Q" del 228th Squadron, contrassegnato L. 5086).
L'aereo viene avvistato dalle vedette in torretta su rilevamento polare 315°, quando è ancora a tre chilometri di distanza, e sta volando ad una quota di circa 500 metri con rotta perpendicolare a quella del Sirena, diretto verso il sommergibile; presentando una grossa fascia bianca verticale dipinta sul piano verticale della coda, che da grande distanza può essere scambiata per la croce bianca dipinta sugli aerei della Regia Aeronautica, il velivolo viene inizialmente scambiato per italiano, anche perché sta effettuando una manovra di avvicinamento perfettamente conforme alle prescrizioni in vigore nella Regia Marina (il comandante Galletti scriverà nel suo rapporto: «Alla distanza di circa 3000 m, l’aereo accosta a dritta mettendosi su rotta parallela e opposta alla mia. Esegue la manovra analoga a quella prescritta dalla S.M. 6 S. e cioè passando di poppa e sempre alla distanza prescritta e a quota invariabile, si porta sulla mia dritta e contro sole»).
Di conseguenza, credendo di avere a che fare con un aereo amico, il comandante Galletti fa mostrare la bandiera italiana; soltanto quando l'idrovolante, giunto a 60° a proravia del traverso a dritta, accosta rapidamente a sinistra ed inizia a scendere in picchiata puntando decisamente sul Sirena, Galletti si rende conto che si tratta di un aereo nemico: ma ormai è troppo tardi per potersi sottrarre all’attacco con l’immersione rapida (il Sunderland sgancerebbe le sue bombe proprio mentre il Sirena è più vulnerabile, in fase d'immersione: non ancora sott’acqua, ed al contempo impossibilitato a difendersi con le mitragliere), pertanto Galletti ordina di aprire il fuoco con le mitragliere, già pronte all’uso, e si mette lui stesso alla mitragliera prodiera di dritta («Metto il bersaglio in un settore di circa 20° a dritta a partire dalla prora»). Il Sirena accosta a sinistra, in modo da agevolare il tiro della mitragliera di prora dritta, ma non appena inizia tale manovra anche il Sunderland modifica la rotta, così da prendere il sommergibile d’infilata da prora a poppa. Galletti fa allora accostare ancora di più verso sinistra, dopo di che ordina subito un’altra accostata, stavolta a dritta; il fuoco viene aperto quando la distanza è calata a 700 metri.
Il Sunderland modifica la rotta di avvicinamento per attaccare e sorvola il Sirena da prua a poppa, da soli 50 metri di quota, sganciando quattro bombe che cadono in mare sui lati del sommergibile, a proravia della torretta, a distanze comprese tra 5 e 15 metri, due a dritta e due a sinistra («L’aereo frattanto, giunto a una distanza di 75-100 metri, velocissimo e con rotta quasi attraversante il Smg. da prora a poppa lancia, da una quota di poco inferiore ai 50 metri, quattro bombe che cadono due a dritta e due a sinistra dello scafo, alla distanza di circa 5 o 10 metri ed a 15 metri circa a proravia della torretta»), aggiungendo nuovi danni a quelli causati dalle bombe di profondità nove giorni prima al largo di Sollum. Contemporaneamente al lancio delle bombe da parte del Sunderland, il comandante Galletti spara cinque colpi di mitragliera verso l’idrovolante; poi aumenta l’alzo dell’arma ed aspetta che l’aereo si avvicini fino a soli trenta metri, per poi scaricargli addosso l’intero caricatore, ritenendo di aver messo a segno diversi colpi («Contemporaneamente alla visione delle quattro bombe sganciatisi dalla coda dell’aereo, sparo 5 colpi di mitragliera e poi aumento l’alzo aspettando un maggior avvicinamento dell’aereo per colpirlo con certezza. Giunto l’aereo a circa 30 metri a proravia della torretta, riapro il fuoco scaricandogli contro tutti i colpi del caricatore e colpendolo ripetutamente in varie parti»).
L'idrovolante sembra essere visibilmente colpito dal tiro delle mitragliere del Sirena, e sembra perdere subito quota; giunto a poppavia della torretta, apre il fuoco a sua volta con le sue mitragliatrici, prendendo di mira il personale presente in torretta, ma la raffica è brevissima (non più di tre secondi) ed imprecisa, colpendo soltanto la base della torretta senza recar danno a nessuno, tanto che il comandante Galletti riterrà che ciò sia dovuto al mortale ferimento del mitragliere britannico da parte del tiro del Sirena («Il velivolo nemico ha subito perduto rapidissimamente quota; giunto a poppavia della torretta del Smg. ha mitragliato il personale trovantesi sulla torretta stessa. Ritengo che il mitragliere avversario sia stato colpito mortalmente perché la raffica di mitraglia nemica, imprecisa, ha avuto la durata massima di 3 secondi ed essendo stata eseguita nella fase di caduta dell’aereo ha colpito solo la base della torretta»). Dopo quest'ultimo tentativo di offesa, secondo il rapporto di Galletti, il Sunderland continua a perdere quota, fino a che non sembra precipitare in mare circa 200 metri a poppavia del sommergibile: «…perdendo velocemente quota, come già detto, giunto circa 200 metri di poppa, si è abbassato improvvisamente di coda e si è inclinato di circa 90° a sinistra disponendo le ali pressoché nel piano verticale e cadendo in acqua pesantemente ed in modo certo da ritenerlo perduto».
In realtà, il Sunderland riuscirà a rientrare a Malta; secondo le fonti britanniche, anzi, non avrebbe subito alcun danno.
Terminato l’attacco, siccome durante la fase di avvicinamento del Sunderland era stato avvistato all’orizzonte quello che sembrava essere un altro aereo, e temendo quindi di essere nuovamente attaccato in superficie, senza potersi adeguatamente difendere (in quanto la mitragliera di poppa è inceppata per un proiettile rimasto nella canna), Galletti ordina l’immersione rapida e prosegue così verso Taranto.
Alle 14.10 il Sirena riemerge, ma due ore dopo viene avvistato l’ennesimo aereo nemico, in volo a bassissima quota sulla stessa rotta di prima, ed ancora una volta il battello italiano è costretto ad immergersi.
Per il loro comportamento nel duello con il Sunderland, verranno decorati con la Croce di Guerra al Valor Militare il sottotenente di vascello Giuseppe Di Grande, il guardiamarina Carmelo D'Urso, il secondo capo silurista Mario Saluzzo ed il marinaio scelto Giannino Loffredo («Imbarcato su sommergibile in missione di guerra, in occasione di un attacco aereo … prestava la sua opera alla manovra difensiva con serenità e perizia»). Il comandante Galletti, anche per via dell’errata convinzione che l’aereo attaccante sia stato abbattuto, riceverà la Medaglia d’Argento al Valor Militare («Comandante di sommergibile in navigazione di guerra, si sottraeva abilmente a ripetute azioni di caccia del nemico. Essendo attaccato da un quadrimotore nemico a bassa quota con lancio di bombe e fuoco di mitragliera, prontamente sceglieva ed eseguiva la più adatta manovra difensiva e controffensiva, e col fuoco della mitragliera personalmente abbatteva l'aereo nemico. Esempio di prontezza di decisione, di calma, di sprezzo del pericolo. (Mediterraneo Orientale, 25 giugno - 1° luglio 1940)»).

La succinta nota che riassume l’attacco al Sirena nell’Operations Record Book del 228th Squadron RAF (National Archives UK, via Cristiano D’Adamo)


30 giugno 1940
Alle 6.30 il Sirena riemerge e fa rotta su Crotone, dove giunge alle 9.40. Dalla partenza da Tobruk ha percorso 553 miglia nautiche, di cui 124 in immersione. Dopo aver ormeggiato il sommergibile, il comandante Galletti fa telegrafare a Supermarina ed a Maricosom un primo sintetico resoconto sull’accaduto: «Nave Sirena – Giorno 29 corrente ore 06.30 a circa miglia 70 148° da Capo Rizzuto bombardato et mitragliato bassa quota da idrovolante 4 motori nemico alt Nemico ripetutamente colpito et abbattuto alt Non ripeto non accertata distruzione».
1° luglio 1940
Alle 5.18 il Sirena lascia Crotone alla volta di Taranto, dove giunge qualche ora più tardi. Dopo l’arrivo, il comandante Galletti trasmette un altro telegramma a Maricosom: «Nave Sirena – Durante trasferimento Tobruk-Taranto notato presenza giornaliera su congiungente Ras el Hilal-Capo Colonne entro settore Malta Corfù et Malta Alessandria d’Egitto grossi idrovolanti inglesi quadrimotori che su piano timoni verticali portano striscia verticale bianca et avvicinano sommergibili eseguendo manovra analoga a quella prescritta da S.M. 6/S pagina n° 13 alt».
Raggiunta Taranto, il Sirena viene immesso in bacino di carenaggio nell’Arsenale per le riparazioni.
15-17-19-21 agosto 1940
Uscite da Taranto per esercitazioni dopo il completamento dei lavori di riparazione.
29 agosto 1940
Salpa da Taranto alle 5.40 per un pattugliamento a sud di Creta.
30 agosto 1940
All'1.50 avvista un sommergibile emerso a 1200 metri di distanza e si avvicina fino a 700 metri, ma non attacca per timore che si tratti del Ruggiero Settimo, che sa trovarsi nei paraggi.
31 agosto 1940
Il Sirena, in agguato a sud di Creta, non avvista la Mediterranean Fleet (corazzate Warspite e Malaya, portaerei Eagle, incrociatori leggeri Orion e Sydney, cacciatorpediniere Stuart, Voyager, Vampire, Vendetta, Defender, Decoy, Hereward, Garland ed Imperial) uscita da Alessandria il giorno precedente per l’operazione "Hats" (consistente in varie sotto-operazioni: trasferimento da Gibilterra ad Alessandria, per rinforzare la Mediterranean Fleet, della corazzata Valiant, della portaerei Illustrious e degli incrociatori Calcutta e Coventry; invio di un convoglio da Alessandria a Malta e di uno da Nauplia a Porto Said; bombardamenti di basi italiane in Sardegna e nell’Egeo), e transitata non lontano dalla sua zona di agguato.
Settembre 1940
Inviato in missione a sud di Creta, tra Gaudo ed Alessandria d'Egitto.
23 ottobre 1940
Uscita da Taranto per prove in mare.
24 e 26 ottobre 1940
Uscite da Taranto per esercitazione.
27 ottobre 1940
Il tenente di vascello Raul Galletti cede il comando del Sirena al parigrado Corrado Dal Pozzo.
5-7-9-14-16-18 novembre 1940
Uscite da Taranto per esercitazione.
22 novembre-1° dicembre 1940
Inviato in pattugliamento nel Canale d'Otranto (al largo di Corfù), a protezione dei convogli in navigazione tra l'Italia e l'Albania. Partenza e rientro da Taranto, al comando del tenente di vascello Corrado Dal Pozzo.

L’equipaggio del Sirena in una foto del novembre 1940 (da www.gualtierodellamonaca.it)

22 dicembre 1940-10 gennaio 1941
In lavori a Taranto. All'inizio dei lavori, il 22 dicembre, sbarca il comandante Dal Pozzo, che viene sostituito per la durata dei lavori (fino al 10 gennaio) dal tenente di vascello Giovanni Celeste. Il 10 gennaio assume il comando del Sirena il capitano di corvetta Rodolfo Scarelli.
11-15-19 gennaio 1941
Uscite da Taranto per esercitazione.
23-24 gennaio 1941
Pattugliamento difensivo nel Golfo di Taranto.
25-30 gennaio 1941
Si trasferisce da Taranto a Lero, sua nuova base.
7 e 13 febbraio 1941
Uscite da Lero per esercitazione.
16-19 febbraio 1941
Il Sirena ed un altro sommergibile, il Beilul, vengono inviati a pattugliare le acque dell'Egeo. Il Sirena, in particolare, è inviato al largo di Kupho Nisi (Creta), ma deve abbandonare prematuramente la missione a causa di avarie.
6-15-16-17-20-30 marzo 1941
Uscite da Lero per esercitazione.
4-8-12 aprile 1941
Uscite da Lero per esercitazione.
14 aprile 1941
Inviato a pattugliare un tratto di mare 25 miglia a nord di Suda, a controllo degli accessi da nordest del Canale di Cerigo.
Verso le 23 il Sirena (tenente di vascello Rodolfo Scarelli), in navigazione in superficie a nord di Candia, avvista un cacciatorpediniere britannico “classe Afridi” (cioè classe Tribal) in navigazione verso est ad elevata velocità in posizione 36°07' N e 24°15' E (a nord/nordovest di Capo Spada); alle 23.37, avvicinatosi a meno di 2000 metri di distanza, lancia due siluri dai tubi di prua contro l’unità nemica, restando poi in superficie – approfittando della fitta oscurità – per osservare il risultato del lancio. A bordo viene avvertita una forte detonazione dopo un minuto e 42 secondi, anche se non vengono avvistate colonne d’acqua; il cacciatorpediniere sembra ridurre sensibilmente la velocità ed accostare verso il Sirena, che a questo punto si disimpegna immergendosi. Il comandante Scarelli ritiene di aver probabilmente colpito il bersaglio con una delle armi, senza affondarlo; in realtà, tuttavia, i siluri non sono andati a segno. (Qualche fonte Internet identifica il cacciatorpediniere attaccato con l'HMS Afridi, ma ciò è impossibile, essendo stata questa unità affondata già nel maggio 1940; si tratta di un fraintendimento dell'identificazione del bersaglio, da parte del comandante Scarelli, come un'unità “tipo Afridi”, cioè classe Tribal).
16 aprile 1941
Viene informato di due convogli partiti dal Pireo e da Alessandria e si porta 15 miglia ad ovest di Capo Malea per intercettarli, ma rileva soltanto rumori all'idrofono da grande distanza, senza avvistare niente.

Un’altra immagine dell’equipaggio del Sirena: in prima fila, al centro, il comandante Scarelli (da www.gualtierodellamonaca.it)

18 aprile 1941
Lascia la zona d'agguato per rientrare alla base.
19/20 aprile 1941
Conclude la missione arrivando a Lero.
3 maggio 1941
Parte da Lero per un pattugliamento al largo di Policandro e Santorini e tra Santorini e Suda.
8 maggio 1941
Viene informato di un convoglio diretto verso Suda attraverso il Canale di Suda, e si sposta verso sud per intercettarlo.
9 maggio 1941
Riceve da Maricosom ordine di spostarsi di nuovo per intercettare il convoglio, ma non riesce ad avvistarlo, captando soltanto rumori in lontananza all'idrofono.
10 maggio 1941
Rientra a Lero.
26 maggio 1941
Salpa da Lero per un pattugliamento al largo di Creta. E' tra i dieci sommergibili (oltre ad esso Uarsciek, Tricheco, Topazio, Fisalia, Adua, Malachite, Dessiè, Squalo e Smeraldo) inviati nelle acque tra Creta, Sollum ed Alessandria diEgitto per appoggiare l'assalto tedesco contro Creta (Operazione "Merkur").
28 maggio 1941
Alle 18.35, mentre procede a 45 metri di profondità, capta il rumore di due navi, ed alle 19 quattro bombe di profondità esplodono improvvisamente ad una quarantina di metri di distanza; ne segue un secondo "pacchetto" di otto bombe e poi altre alle 19.31, distanti però circa 300 metri.
6 giugno 1941
Rientra a Lero.
9 giugno 1941
Uscita da Lero per esercitazione.
23 luglio 1941
Salpa da Lero per un pattugliamento al largo di Naxos e Miconi.
28 luglio 1941
Viene informato da Supermarina della probabile presenza di un sommergibile nemico nelle vicinanze, ma non avvista niente.
1° agosto 1941
Rientra a Lero.
28 agosto 1941
Uscita da Lero per esercitazione.
30 agosto 1941
Lascia Lero per rientrare in Italia, compiendo strada facendo un ultimo pattugliamento nell'Egeo.
5 settembre 1941
Arriva a Brindisi.
9 settembre 1941
Riparte da Brindisi diretto a Pola.
11 settembre 1941
Arriva a Pola.
12 settembre 1941
Si trasferisce da Pola a Monfalcone e qui entra in cantiere per lavori, che si protrarranno fino a fine anno.

Antonino Pane in una foto-cartolina realizzata a Napoli il 1o ottobre 1941 (g.c. Antonino Pane)


31 dicembre 1941
Uscita da Monfalcone per esercitazione.
3-6-9-12-15 gennaio 1941
Uscita da Monfalcone per prove in mare.
17 gennaio 1942
Si trasferisce da Monfalcone a Pola.
20 gennaio 1942
Uscita da Pola per prove in mare.
21 gennaio 1942
Uscita da Pola per esercitazione.
24 e 27 gennaio 1942
Uscite da Pola per prove in mare.
29 gennaio 1942
Uscita da Pola per esercitazione.
1° febbraio 1942
Uscita da Pola per prove della girobussola.
3 febbraio 1942
Uscita da Pola per esercitazione.
7 febbraio 1942
Uscita da Pola per prove della girobussola, poi partenza per Brindisi.
9 febbraio 1942
Arriva a Brindisi.

Foto di gruppo di marinai del Sirena (da www.gualtierodellamonaca.it)

10 febbraio 1942
Salpa da Brindisi diretto nelle acque della Cirenaica per contrastare la navigazione da Alessandria a Malta di un convoglio britannico nell’ambito dell’operazione "MF 5". Denominato "MW. 9" e partito da Alessandria il 12 febbraio, il convoglio è formato dai mercantili Clan Campbell, Clan Chattan e Rowallan Castle, scortati da quattro incrociatori antiaerei (Naiad, Dido, Euryalus e Carlisle) e ben 16 cacciatorpediniere (Lance, Heythrop, Avon Vale, Eridge, Hurworth, Southwold, Dulverton, Beaufort, Arrow, Griffin, Havock, Hasty, Jaguar, Kelvin, Kipling e Jaguar), il tutto sotto il comando del contrammiraglio Philip L. Vian. Contestualmente all’arrivo a Malta del "MW. 9", lascerà l’isola un convoglio di mercantili scarichi (Ajax, Breconshire, City of Calcutta e Clan Ferguson), il "ME. 10", scortato dalla Forza K del commodoro William Gladstone Agnew (incrociatore leggero Penelope, cacciatorpediniere Decoy, Fortune, Legion, Lively, Sikh e Zulu).
Per attaccare il convoglio britannico diretto a Malta, ben undici sommergibili italiani vengono schierati in un’area di poco più di 800 miglia quadrate: oltre al Sirena, anche Topazio, Tricheco, Dandolo, Malachite, Perla, Platino, Ondina e Ciro Menotti.
Il Sirena non entrerà in contatto del convoglio "MW. 9", che sarà completamente distrutto dall’azione della Luftwaffe: Clan Chattan e Rowallan Castle verranno affondati dai bombardieri tedeschi il 14 febbraio, 250 miglia ad est di Malta, mentre già il giorno precedente il Clan Campbell è stato danneggiato e costretto a rinunciare a raggiungere Malta, entrando a Tobruk. Il convoglio "ME. 10", invece, raggiungerà indenne Port Said il 16 febbraio.
14 febbraio 1942
Avvista un bombardiere Vickers Wellington a 1000 metri di distanza, alle 10.45, e s'immerge subito. 
Alle 14.45 un bombardiere Lockheed Hudson del 459th Squadron della Royal Australian Air Force, l'aereo "Y" pilotato dal capitano Campbell, avvista la scia lasciata dal periscopio del Sirena e lo attacca con il lancio di quattro bombe di profondità da 113 kg: due non esplodono, mentre le altre due esplodono ad una decina e ad una cinquantina di metri dal sommergibile, che viene scosso dalle esplosioni.
16 febbraio 1942
Rientra a Taranto.
5 e 6 marzo 1942
Uscite da Taranto per prove in mare.
11-15 marzo 1942
Si trasferisce da Taranto a Lero. Durante la navigazione, il 12 ed il 13 marzo, avvista due mine alla deriva: la prima viene distrutta a colpi di mitragliera, ma la seconda viene subito persa di vista nell'oscurità.
24 marzo 1942
Salpa da Lero per andare in soccorso dell'equipaggio di un aereo italiano costretto ad ammarare al largo di Prassonisi, ma le ricerche, condotte il 25 e 26 marzo, risultano infruttuose.
27 marzo 1942
Raggiunge Rodi.
29-30 marzo 1942
Rientra da Rodi a Lero.

(da www.u-historia.it)

17 aprile 1942
Salpa da Portolago (Lero) per un pattugliamento un centinaio di miglia a nordovest di Ras Hilal (Cirenaica).
5 maggio 1942
Rientra a Portolago.
3 giugno 1942
Uscita da Portolago per prove in mare.
4-21 giugno 1942
Il Sirena viene inviato a pattugliare le acque al largo della Palestina, unitamente ai sommergibili Ondina, Beilul e Galatea.
Intorno a metà mese (12 giugno, secondo una fonte) Sirena, Ondina, Beilul, Galatea ed i sommergibili tedeschi U 77, U 81, U 205, U 431, U 453 e U 559 vengono inviati nelle acque della Libia per attaccare il convoglio britannico “Vigorous” in navigazione da Alessandria a Malta, nell'ambito della battaglia di Mezzo Giugno. Il Sirena non viene però coinvolto nella battaglia.
Alle 23.30 del 13 giugno avvista un cacciatorpediniere a 4 km di distanza, ma questi accosta in fuori e si allontana prima che il Sirena possa attaccare.
Rientra a Portolago il 21 giugno.
10 luglio 1942
Uscita da Portolago per prove in mare.
5 agosto 1942
Il capitano di corvetta Rodolfo Scarelli cede il comando del Sirena al tenente di vascello Vittorio Savarese.
5-11-24-31 agosto 1942
Uscite da Portolago per esercitazione.
2 settembre 1942
Uscita da Portolago per prove in mare.
4 e 15 settembre 1942
Uscite da Portolago per esercitazione.
16 settembre 1942
Salpa da Lero e viene inviato in pattugliamento ad est di Rodi in seguito alla segnalazione della presenza di un sommergibile nemico (sono il greco Papanikolis ed il britannico Traveller, che stanno svolgendo l'operazione britannica "Anglo").
24 settembre 1942
Rientra a Lero.
12 e 15 ottobre 1942
Uscite da Lero per prove in mare.
31 ottobre 1942
Salpa da Lero per un pattugliamento al largo di Rodi.
14 novembre 1942
Rientra a Lero.
21 novembre 1942
Lascia Lero diretto in Italia, compiendo strada facendo un pattugliamento in Egeo.
26 novembre 1942
Arriva a Pola.
30 novembre 1942
Si trasferisce da Pola a Monfalcone, dove viene sottoposto ad un turno di lavori di modifica, della durata di circa due mesi, presso i Cantieri Riuniti dell'Adriatico. La torretta viene radicalmente ridimensionata, con una forte riduzione del suo volume e l'accorciamento delle camicie dei periscopi, che dopo le modifiche non superano l'altezza del parapetto della controplancia.

Il Sirena a Monfalcone a fine gennaio 1943, dopo la conclusione dei lavori, con la torretta modificata (g.c. STORIA militare)

2 febbraio 1943
Uscita da Monfalcone per prove in mare.
6 febbraio 1943
Si trasferisce da Monfalcone a Venezia per imbarcare siluri G7e.
11 febbraio 1943
Uscita da Venezia per prove in mare.
12 febbraio 1943
Si trasferisce da Venezia a Pola.
14 e 16 febbraio 1943
Uscite da Pola per prove in mare.
17-18 febbraio 1943
Si trasferisce da Pola a Fiume.
19-20-22-23-25 febbraio 1943
Uscite da Fiume per esercitazione.
1° marzo 1943
Uscita da Fiume per esercitazione.
2 febbraio 1943
Lascia Fiume diretto ad Augusta, scortato dalla torpediniera Insidioso (ed inizialmente anche dalla T 3).
3 febbraio 1943
Avvista un periscopio attribuito a sommergibile nemico, ma lo perde di vista prima di poter attaccare.
7 febbraio 1943 
Arriva ad Augusta.
13 marzo 1943
Salpa da Augusta per una missione nel Golfo della Sirte, ma riceve successivamente ordine di rientrare.
15 marzo 1943 
Fa ritorno ad Augusta e riparte per Napoli, dove arriva l'indomani.
18 marzo 1943
Uscita da Napoli per prove in mare.
26 marzo 1943
Si trasferisce da Napoli a Pozzuoli.
5 aprile 1943
Lascia Pozzuoli diretto a La Maddalena.
6 febbraio 1943
Arriva alla Maddalena.
10 aprile 1943
Il Sirena si trova a La Maddalena quando, a partire dalle ore 14.37, la base sarda viene sottoposta ad un pesante bombardamento da parte di 84 bombardieri Boeing B-17 “Flying Fortress” dell’USAAF.
Dato che il sistema di avvistamento della piazza della Maddalena non dispone né di aerofoni né tanto meno di radar, i bombardieri giungono praticamente senza preavviso: l’allarme viene dato uno o due minuti prima che inizino a cadere le bombe. I velivoli si dividono in tre gruppi, ognuno dei quali ha un preciso compito: i loro obiettivi sono la base dei sommergibili e gli incrociatori pesanti Trieste e Gorizia della III Divisione, trasferita da Messina a La Maddalena qualche mese prima. 36 bombardieri (del 97th Bomb Group) attaccano il Gorizia, 24 (del 99th Bomb Group) il Trieste, 24 le installazioni a terra e la base dei sommergibili, dove sono cinque i battelli all’ormeggio, tutti appartenenti al VII Gruppo Sommergibili: il Sirena, il Topazio, il Dandolo, l'Aradam ed il Mocenigo.
Le bombe, tra cui vi sono ordigni da 1000 libbre (450 kg), sono sganciate da una quota compresa tra i 5000 e i 6000 metri, cioè al di fuori della portata delle batterie contraeree che difendono la base; l'incursione risulta precisa e devastante. Il Trieste, colpito in pieno, affonda capovolgendosi dopo un paio d’ore; il Gorizia, pesantemente danneggiato, rimane a galla, ma non verrà mai riparato. Le 24 "Fortezze Volanti" del 301st Bomb Group (32nd Bomb Squadron), incaricate di colpire le installazioni di terra e la base dei sommergibili, sganciano più di 200 bombe da 500 libbre contro i moli e le officine: in tutto, oltre 45 tonnellate di esplosivo. La base navale di La Maddalena viene ridotta ad un cumulo di rovine: vengono pressoché distrutte la centrale elettrica, l’officina sommergibili, l’officina siluri, l’officina artiglieria, l’officina autoreparto, parte dell’officina falegnameria, il locale argano, lo scalo d’alaggio, gli uffici spedizioni e ragioneria; sono gravemente danneggiati gli alloggi degli ufficiali e dei sottufficiali, la caserma per il locale distaccamento, la casermetta dei MAS, la caserma dei carabinieri ed il magazzino dei fari; molte banchine vengono sconvolte dalle bombe e crollano. Tutta la base, o quel che ne resta, rimane senza energia elettrica; vengono interrotte in gran parte le comunicazioni telefoniche e telegrafiche. Vanno in pezzi sotto le bombe due idrovolanti della III Divisione, i MAS 501 e 503 (che si trovano in lavori), sei imbarcazioni e tutti i veicoli che si trovano in riparazione; affondano nelle acque del porto anche i motovelieri requisiti V 266 Eliana, O 88 Maria Pia e V 143 Carmen Adele (il primo e l’ultimo adibiti alla vigilanza foranea, il secondo alla guardia alle ostruzioni). Vengono resi inagibili anche l’alloggio e l’ufficio del capo gruppo sommergibili e la caserma "Faravelli", in cui sono alloggiati gli equipaggi dei sommergibili.
In mezzo a tanto sfacelo i sommergibili, trovandosi ormeggiati in rada, rimangono miracolosamente indenni; soltanto uno, il Mocenigo, viene colpito, senza comunque riportare danni gravi. Paradossalmente, tuttavia, i sommergibili registrano diverse vittime e feriti tra il personale che si trova a terra, coinvolto nel bombardamento della Caserma Faravelli e della base navale: e proprio il Sirena subisce le perdite più elevate, con tre morti e dieci feriti, uno dei quali deceduto poco dopo. Un quarto dell’equipaggio è così fuori combattimento, tanto che il sommergibile, pur essendo rimasto del tutto indenne, si ritrova ad essere impossibilitato a prendere il mare per equipaggio insufficiente.
Tra i feriti vi è anche il comandante del Sirena, tenente di vascello Luciano Garofani: a trovarlo tra le macerie della Caserma Faravelli, in stato di semincoscienza e con una grave emorragia alla gamba destra, è il sottocapo radiotelegrafista Dario Leli, 19 anni, da Castelfranco Emilia. Rimasto illeso, Leli si prodiga nei soccorsi dei compagni feriti rimasti intrappolati tra le macerie della caserma; quando trova il comandante Garofani, cerca inutilmente di arrestare l’emorragia alla gamba, dopo di che se lo carica sulle spalle con l’intenzione di portarlo all’ospedale militare, distante mezzo chilometro. Resosi però conto dell’impossibilità di portare un tale peso per un tragitto così lungo, Leli carica l’ufficiale semisvenuto su una carriola trovata in mezzo alle macerie, e percorre così, di corsa e spingendo la carriola con il ferito, la distanza che separa la caserma dall’ospedale. Giunto all’ospedale, nel quale regna la confusione a causa dell’arrivo del gran numero di feriti causati dal bombardamento, Leli fa presente che il ferito rischia di morire dissanguato se non verrà soccorso subito, ma si sente dire di mettersi in coda; allora, appartatosi con il comandante svenuto, gli toglie la divisa e la indossa al suo posto, per poi ripresentarsi al personale dell’ospedale facendosi passare per un ufficiale, ed ordinando, stavolta con successo, che Garofani – che Leli dice essere un suo marinaio, in pericolo di vita – sia subito portato in sala operatoria. (Garofani sopravvivrà, e da questo episodio nascerà una duratura amicizia: trentacinque anni più tardi, nel 1978, sarà l’ex comandante del Sirena a dover dare l’ultimo saluto al suo marinaio, morto prematuramente per una grave malattia).
Sono quattro, in tutto, gli uomini del Sirena che perdono la vita nel bombardamento: il capo silurista di prima classe Arturo Brandani, 39 anni, da Bondeno; il marinaio motorista Tommaso Ferragina, 20 anni, da Catanzaro, che risulterà disperso; il marinaio Giuseppe Poggi, 21 anni, da Savona; il marinaio elettricista Giuseppe Tesoriero, 21 anni, da Lipari.
Altri due morti e quattro feriti si registrano tra gli equipaggi di Topazio, Mocenigo ed Aradam, mentre il personale della Stazione Sommergibili (Maristasom) lamenta tre morti, un disperso e due feriti. Alle 21.15 il VII Gruppo Sommergibili comunica a Maricosom la drammatica situazione della sua base della Maddalena: «Ore 14.50 subito attacco aereo di cui un obiettivo est stata base sommergibili alt Alloggi sia ufficiali che per personale praticamente temporaneamente inutilizzabili alt Officina sommergibili et officina siluri colpite in pieno da bombe inutilizzate alt Unità presenti solo sommergibile Mocenigo forato doppio fondo numero 2 dritta cassa nafta et tubolatura compenso esterna et tubolatura sfogo aria doppio fondo numero 2 dritta alt Disposto salvo contrordine sommergibile Aradam dislochi subito Bonifacio alt Disposto opportuno diradamento altre unità alt Su sommergibile Mocenigo et sommergibile Topazio non est possibile utilizzare lavori semialt Propongo trasferimento altra sede alt Unità presenti da ore 08.00 corrente eseguiranno tutte ascolto r t continuo alt Tenente Vascello Garofani Luciano Tenente G. N. Vigiari Carlo Maggiore G.N. Sini Mauro Sottotenente Vascello Sella Gregorio feriti alt Riservomi comunicare numero vittime et feriti alt Sommergibile Sirena non est attualmente in condizioni dato numero personale ferito eseguire missione alt».
Complessivamente, il bombardamento di La Maddalena causa tra il personale della Regia Marina oltre 160 morti e 250 feriti, in massima parte tra gli equipaggi di Trieste e Gorizia; muoiono anche quattro carabinieri addetti alla sorveglianza della base e quattro operai militarizzati. È stato invece risparmiato l'abitato di La Maddalena, dove non vi è alcuna vittima tra la popolazione civile; temendo però altri e meno precisi bombardamenti in futuro, dopo questo attacco gli abitanti della cittadina sfolleranno in massa.
13 e 20 aprile 1943
Uscite per esercitazione da La Maddalena.
24 aprile 1943
Si sposta da La Maddalena alla rada di Mezzo Schifo.
27 aprile 1943
Si sposta da Mezzo Schifo a Porto Palma.
10 maggio 1943
Torna alla Maddalena.
14 maggio 1943
Si sposta nuovamente a Mezzo Schifo.
15 maggio 1943
Lascia la Sardegna diretto a Taranto.
19 maggio 1943
Arriva a Taranto.
29 maggio 1943
Uscita da Taranto per esercitazione.
6 giugno 1943
Uscita da Taranto per esercitazione e prove in mare.
7 giugno 1943
Salpa da Taranto in missione di trasporto, diretto a Lero con un carico di parti di ricambio per motori e materiali vari (in tutto 2,8 tonnellate di munizioni e 0,8 di armi leggere).
Sempre a giugno il Sirena risulterebbe aver trasportato un carico di rifornimenti nell'isola di Lampedusa, sottoposta a blocco navale da parte delle forze angloamericane, che la conquisteranno di lì a pochi giorni (12 giugno 1943). Insieme a quella svolta contemporaneamente dal grosso sommergibile posamine Atropo, anch'essa con destinazione Lampedusa (in totale, i due sommergibili sbarcano nell'isola 49,6 tonnellate di rifornimenti), si tratta dell'ultima missione di trasporto svolta da un sommergibile italiano prima dell'Armistizio.
12 giugno 1943
Arriva a Portolago.
17 e 23 giugno 1943
Uscita da Portolago per esercitazione.
14-19-26 luglio 1943
Uscita da Portolago per esercitazione.
3 agosto 1943
Lascia Lero alla volta di Taranto, con l'ordine di effettuare, durante la navigazione di trasferimento, un pattugliamento delle acque comprese tra Ras el Tin ed il Golfo di Sollum, dove deve formare uno sbarramento insieme al Galatea.
13 agosto 1943
Avvista una nave ospedale.
14 agosto 1943
In serata avvista dapprima una nave non identificata a 10 km di distanza (alle 20.10) e poi una motosilurante a 8 km di distanza (alle 21.28). In entrambi i casi s'immerge.
15 agosto 1943
Avvista due motosiluranti e s'immerge a 70 metri.
16 agosto 1943
Alle 4.07 avvista un cacciatorpediniere a 10 km di distanza; gli si avvicina, ma alle 4.12 s'immerge dopo che la nave - che viene poi identificata come una corvetta - ha accostato verso di esso.
Alle 23.10 avvista un'unità di pattuglia a 6 km di distanza, al largo di Pantelleria, e s'immerge.
Riceve poi ordine di raggiungere Napoli, anziché Taranto.
20 agosto 1943
Dopo una missione tormentata dalle avarie, raggiunge Napoli.
21 agosto 1943
Lascia Napoli diretto a La Spezia, dove dovrà essere sottoposto ai lavori di riparazione delle avarie.
22 agosto 1943
Alle 23.30 avvista un centinaio di metri a poppavia un bengala lanciato da un aereo, e s'immerge.
23 agosto 1943
Alle 9.40 avvista un aerosilurante nemico a 4 km di distanza e s'immerge. In serata entra a Portoferraio.
24 agosto 1943
Lascia Portoferraio diretto a La Spezia.
25 agosto 1943
Arriva a La Spezia.

Il Sirena a Monfalcone dopo i lavori di modifica effettuati a fine 1942 (da www.xmasgrupsom.com)

La fine

Alla data dell’annuncio dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, l’8 settembre 1943, il Sirena (tenente di vascello Vittorio Savarese) faceva parte del V Gruppo Sommergibili di Lero (capitano di fregata Virgilio Spigai), insieme ai similari Ametista (sottotenente di vascello Luigi Ginocchio), Beilul (tenente di vascello Pasquale Beltrame) ed Onice (tenente di vascello Ferdinando Boggetti). Come le altre unità del Gruppo, tuttavia, non si trovava in quel momento in Egeo: era infatti ai lavori nell’Arsenale di La Spezia.
A inizio agosto 1943, Supermarina aveva richiamato in Italia il Sirena, al pari degli altri sommergibili del V Grupsom; il battello aveva lasciato Lero il 3 agosto diretto a Napoli, con l’ordine di effettuare, strada facendo, un pattugliamento nelle acque della Cirenaica. La missione era stata tormentata da una lunga serie di avarie, che comunque non avevano impedito al Sirena di effettuare il previsto pattugliamento delle acque cirenaiche; il 20 agosto il sommergibile aveva raggiunto Napoli (secondo una fonte di incerta affidabilità, nella parte finale della navigazione aveva attraversato i campi minati italiani fino ad emergere a poche centinaia di metri da Punta Carena, nell’isola di Capri, facendosi riconoscere da una batteria con mezzi ottici in quanto anche la radio era in avaria). Siccome le avarie subite non risultavano riparabili con i mezzi disponibili a Napoli, il giorno seguente il Sirena era ripartito alla volta di La Spezia, dov’era giunto il 25 agosto, dopo una sosta a Portoferraio; entrato in Arsenale per riparare le avarie, vi fu sorpreso dopo pochi giorni dalla notizia dell’armistizio.

Erano parecchie le unità in manutenzione o riparazione nel grande Arsenale spezzino in quel settembre del 1943: tra di esse, oltre al Sirena, il vecchio incrociatore leggero Taranto, tre cacciatorpediniere, cinque torpediniere, due corvette, tre sommergibili e due posamine, nonché numeroso naviglio minore ed ausiliario.
A La Spezia avevano base da tempo anche le Forze Navali da Battaglia (al comando dell’ammiraglio Carlo Bergamini), qui trasferite a fine 1942 in seguito all’intensificazione dell’offensiva aerea angloamericana sulle basi del sud Italia: ne facevano parte le tre corazzate Roma, Italia e Vittorio Veneto della IX Divisione, gli incrociatori leggeri della VII Divisione (Eugenio di Savoia, Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Raimondo Montecuccoli) ed i cacciatorpediniere delle Squadriglie XII (Mitragliere, Fuciliere, Carabiniere e Velite) e XIV (Legionario, Artigliere, Grecale ed Alfredo Oriani). Per ordine di Supermarina, le F.N.B. lasciarono La Spezia verso le tre di notte del 9 settembre, dirette inizialmente alla Maddalena, in Sardegna.
Il comandante in capo del Dipartimento di La Spezia, ammiraglio Giotto Maraghini, provvide a dare esecuzione alle disposizioni impartite da Supermarina circa il resto del naviglio e le installazioni a terra: le navi minori in grado di muovere vennero fatte partire per porti saldamente sotto controllo italiano od Alleato, quelle impossibilitate a partire si autoaffondarono; lo stessero fecero le navi mercantili (partenza od inutilizzazione, ma in alcuni casi gli armamenti tedeschi delle mitragliere imbarcate impedirono di attuare tali provvedimenti). Gli impianti, i bacini e le attrezzature dell’Arsenale furono resi inutilizzabili, ma solo per 15 giorni, nell’ottimistica – ed irrealistica – speranza che gli Alleati avrebbero cacciato le forze tedesche dall’Italia nel giro di qualche settimana.
Nel retroterra di La Spezia erano dislocate quattro divisioni tedesche, presenti in teoria per partecipare al contrasto di un eventuale sbarco Alleato nella zona di La Spezia; esse si mossero per occupare la piazzaforte prima ancora che venisse annunciato l’armistizio. A difendere la piazza di La Spezia ed il territorio circostante c’erano solo due divisioni italiane, la 105a Divisione Fanteria "Rovigo" e la 6a Divisione Alpina "Alpi Graie", che formavano il XVI Corpo d’Armata del generale Carlo Rossi; i comandi delle due Divisioni e del Corpo d’Armata si trovavano tutti nel perimetro della piazza, quindi già la sera dell’8 settembre l’ammiraglio Maraghini – tornato da Roma ove si era tenuta la riunione dei vertici della Marina con cui i principali ammiragli comandanti di Dipartimento, oltre ai comandanti delle forze da battaglia, di quelle di protezione del traffico e dei sommergibili, avevano ricevuto istruzioni sul da farsi in caso di cessazione di ostilità contro gli Alleati e reazione tedesca, pur senza essere esplicitamente informati dell’armistizio – aveva potuto conferire col generale Rossi per discutere su come difendere La Spezia da un attacco tedesco. Rossi, a differenza di Maraghini, non aveva ricevuto disposizioni precise su come comportarsi; per giunta, l’armistizio coglieva la piazza di La Spezia nel pieno di uno sconvolgimento giurisdizionale: in seguito a decisioni prese in agosto, la Piazza Marittima di La Spezia doveva essere abolita e sostituita da un Comando Militare Marittimo subordinato al locale Comando di Grandi Unità dell’Esercito; la responsabilità della difesa della ex piazza sarebbe stata trasferita dalla Marina all’Esercito. Il passaggio di consegne sarebbe divenuto effettivo alle 00.00 del 10 settembre; il generale Rossi ritenne che la situazione non potesse precipitare a tal punto da richiedere provvedimenti eccezionali, quindi non ritenne necessario anticipare di un giorno l’assunzione del comando, come prescriveva invece l’"Istruzione per la difesa delle coste" vigente ancora per il solo giorno 9 settembre.
Il colloquio tra Rossi e Maraghini, pertanto, si limitò a decidere di dislocare alcuni reparti di marinai in determinati punti e di inviare un reggimento atteso da Torino per il 9 settembre (per completare la Divisione "Rovigo") a presidiare alcuni capisaldi (ma il reggimento, per gli eventi dell’armistizio, non arrivò mai a La Spezia).
Gli alpini della Divisione "Alpi Graie" resistettero per due giorni, ma le truppe tedesche, incuneandosi tra i reparti delle due Divisioni italiane del XVI Corpo d’Armata, occuparono La Spezia entro il 10 settembre, senza particolari difficoltà. Le due Divisioni italiane furono sciolte e l’ammiraglio Maraghini lasciò La Spezia il 10 settembre, dopo aver dato esecuzione agli ordini di Supermarina.

In esecuzione degli ordini ricevuti, non essendo in grado di prendere il mare, il Sirena si autoaffondò a La Spezia il 9 settembre 1943, per non cadere in mano tedesca.
Quel giorno, a La Spezia, si consumò il più grande autoaffondamento in massa di navi militari mai avvenuto nella storia della Marina italiana, allo scopo di impedirne la cattura da parte tedesca: si autoaffondarono nel porto il vecchio incrociatore Taranto, i cacciatorpediniere Nicolò Zeno, FR 21 e FR 22, le torpediniere Generale Antonino Cascino, Generale Carlo Montanari, Ghibli, Lira e Procione, i sommergibili Antonio Bajamonti, Ambra, Sirena, Sparide, Volframio e Murena, le corvette Euterpe, Persefone e FR 51, il posamine Buccari, il trasporto munizioni Vallelunga, le cisterne militari Scrivia e Pagano, le motozattere MZ 736 e MZ 748, i rimorchiatori militari Mesco, Capri, Capodistria, Robusto e Porto Sdobba, il MAS 525, la motosilurante MS 36.
Caddero invece in mano tedesca gli incrociatori pesanti Bolzano e Gorizia, ambedue inutilizzabili per i gravi danni subiti mesi prima e mai riparati (e difatti non entrarono mai in servizio per la Kriegsmarine), il posamine Crotone, il trasporto munizioni Panigaglia, la nave bersaglio San Marco, la nave idrografica Ammiraglio Magnaghi, la nave salvataggio sommergibili Anteo, la cannoniera Rimini, le cisterne militari Bormida, Dalmazia, Leno, Sprugola, Volturno, Stura e Timavo, il piccolo trasporto Monte Cengio, il dragamine RD 49, il MAS 556, le Bette N. 5 e N. 16, i rimorchiatori Atlante, Brava, Carbonara, Linaro, Santo Stefano, Senigallia, Taormina, Torre Annunziata, N 9, N 10, N 37, N 53 e N 55. Gran parte di tali unità furono sabotate dagli equipaggi; il Gorizia aveva anche iniziato ad autoaffondarsi, ma tale provvedimento era stato poi sospeso.

Ad attuare le manovre per l’autoaffondamento del Sirena fu un ridotto gruppetto di ufficiali e marinai rimasti a bordo a questo scopo, tra cui il comandante Savarese ed il marinaio timoniere Giuseppe Costanzo. Quest’ultimo avrebbe raccontato, a quasi settant’anni di distanza, che l’ordine di autoaffondare il Sirena venne ricevuto la sera dell’8 settembre; dopo aver autoaffondato il sommergibile, gli uomini scesero a terra, ma trovarono ad attenderli dei soldati delle SS, che avrebbero ucciso il comandante (Costanzo avrebbe poi raccontato: “Uccisero il mio comandante sotto i miei occhi. Gli spararono”). Quest’ultima affermazione non sembra, per la verità, trovare riscontro; comandante del Sirena all’armistizio era il tenente di vascello Vittorio Savarese, che sopravvisse alla guerra, e dagli albi dei caduti e dispersi della Marina Militare non risulterebbe che alcun membro dell’equipaggio del Sirena sia morto in conseguenza dell’armistizio.
Quanto a Costanzo, inseguito dalle SS, si rifugiò su un treno in partenza, dove si nascose sotto una panca su cui erano sedute quattro suore, che lo nascosero con i loro lunghi abiti; quando i suoi inseguitori si affacciarono nello scompartimento, le suore dissero loro che Costanzo era scappato lungo il corridoio, fuorviandoli e salvandogli così la vita. Giunto nei pressi di Venezia, Costanzo discese rocambolescamente la Penisola fino a raggiungere il suo paese d’origine, nel sud Italia, rientrando poi nei ranghi della Regia Marina – ora cobelligerante con gli Alleati – e venendo nuovamente imbarcato sui sommergibili, impiegati adesso nell’addestramento delle corvette britanniche alla caccia antisommergibili. Dopo la fine della guerra, nel 1947, emigrò in Canada, dove già vivevano da tempo suo padre e parte della sua famiglia (si era infatti trovato ad avere parenti che combattevano su fronti contrapposti), stabilendosi nel villaggio di Schreiber, nell’Ontario.

Un altro membro dell’equipaggio che si sottrasse alla cattura fu il sottocapo radiotelegrafista Dario Leli: raggiunta l’Italia del Sud in mano agli Alleati, il 24 gennaio 1944 si arruolò nelle missioni militari organizzate dai Comandi statunitensi per stabilire collegamenti con le formazioni partigiane operanti al Nord. Queste missioni, munite di radio e composte da personale misto italiano ed angloamericano (solitamente 4-5 uomini in tutto), venivano paracadutate sull’Italia settentrionale con il compito di istruire i partigiani nell’uso delle armi angloamericane che ricevevano a mezzo di aviolanci, raccogliere e trasmettere ai comandi Alleati informazioni sulla consistenza, l’armamento e gli spostamenti delle truppe tedesche, soccorrere prigionieri fuggiaschi e piloti abbattuti, organizzare sabotaggi ed azioni di “commandos”, e più in generale coordinare l’azione dei partigiani con quella degli Alleati. Dopo un lungo e duro addestramento, Dario Leli fu paracadutato in Veneto nel luglio 1944, assegnato alla missione “Hollis” operante a Mestre. Organizzata dall’O.S.S. statunitense (Office of Strategic Services), progenitore della CIA, questa missione era una delle poche ad essere composte esclusivamente da personale italiano: la guidava l’ingegnere ed industriale veneziano Pietro Ferraro, nome di battaglia “Antonio”. A causa di un errore del pilota, Leli venne paracadutato a ben cinquanta chilometri dal punto prestabilito, ma riuscì ugualmente a raggiungere il rifugio dei membri della missione, dove ricevette il nome di battaglia di “Margot”. Data la sua qualifica di radiotelegrafista, Leli fu l’operatore radio della missione (chiamata anche “Hollis-Margot”): era lui a trasmettere agli Alleati i messaggi, per mezzo degli apparati radio messi a punto dal dottor Luigi Amati, padovano, altro membro della missione. Durante i nove mesi di clandestinità Leli ed i compagni, attivi prevalentemente nel padovano, trevisano e nel bellunese, dovettero cambiare covo a più riprese, sfuggendo in totale a ben sette rastrellamenti nazifascisti; a Padova sfuggirono per un soffio ad un’irruzione da parte delle SS italiane del famigerato maggiore Mario Carità (che avevano individuato la radio mediante radiogoniometria) nella casa dell’ingegner Mario Bertolini, che aveva messo il suo appartamento a disposizione della missione. Leli e gli altri componenti della missione riuscirono a fuggire da un’uscita secondaria, mentre la radio fu portata in salvo dalla giovane moglie dell’ingegner Bertolini, che gli uomini di Carità lasciarono andare insieme al figlioletto: l’apparecchio venne nascosto nella carrozzina del bambino.
La rete informativa organizzata da Dario Leli continuò ad operare fino alla Liberazione, nell’aprile del 1945; per la sua attività nella Resistenza, “Margot” venne decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Il relitto del Sirena venne recuperato nel 1946. Formalmente radiato dai quadri della non più regia Marina il 18 ottobre di quello stesso anno, venne demolito a La Spezia.

Un membro dell’equipaggio del Sirena, il ventiquattrenne marinaio fuochista Alberto Morbin, da Cervignano del Friuli, risulterebbe essere deceduto in Italia il 24 novembre 1946; è incluso negli albi i caduti e dispersi della Marina Militare nella seconda guerra mondiale. Sulla base di ciò sembra possibile che la sua morte sia stata causata da postumi di ferite riportate in servizio sul Sirena, ma non è stato possibile rintracciare alcuna informazione in merito.

Un’altra immagine del Sirena (Coll. Aldo Cavallini, via www.naviearmatori.net)

venerdì 1 maggio 2020

Nuoro

Il Nuoro sotto il suo originario nome di Saint Ambroise (Coll. Edson Lucas, via www.shipsnostalgia.com)

Piroscafo da carico di 3705 tsl, 1825 tsn, 4700 tpl e 7200 tonnellate di dislocamento; lungo 94,6 metri, largo 14,2 e pescante 6,84-7,2, con velocità di 10,7 nodi.
Ex francese Saint Ambroise, era tra le decine di navi mercantili francesi consegnati all’Italia ed alla Germania in conseguenza degli accordi Laval-Kaufmann, che prevedevano la consegna all’Asse di 159 bastimenti mercantili che si trovavano nei porti mediterranei della Francia di Vichy, in seguito alla sua occupazione da parte dell’Asse nel novembre 1942.
Dato in gestione alla Società Anonima di Navigazione Adriatica, con sede a Venezia.

Breve e parziale cronologia.

10 ottobre 1919
Varato nei cantieri William Gray & Co. Ltd. di West Hartlepool (South Yard) come francese Saint Ambroise (numero di costruzione 929), per la Société Navale de l’Ouest (con sede a Le Havre). Il varo avviene alle ore 15.18; madrina è la signora R. B. Williams.
Aprile 1920
Completato come Saint Ambroise per la Société Navale de l’Ouest.
Il Saint Ambroise fa parte di un vasto programma di nuove costruzioni, ordinato dalla la Société Navale de l’Ouest per rimpiazzare le perdite belliche (più di metà del tonnellaggio d’anteguerra: 41.040 tsl su 72.420 tsl) ed espandere la propria flotta: ben 118.166 tsl di nuove navi, ordinate a cantieri francesi, belgi e britannici (ben dodici navi sono ordinate al solo cantiere William Gray di West Hartlepool). In totale si tratta di ben 16 nuovi piroscafi, in due serie (otto navi ciascuna) di 5000 e 7650 tpl; il Saint Ambroise fa parte della serie di 5000 tpl, ed è la prima delle sedici nuove navi ad essere completata.
La costruzione è stata supervisionata dal capitano R. Puissesseau e dai fratelli William di Middlesborough. Le stive sono state progettate specificamente per il trasporto di botti di vino; la nave è dotata di un sistema di sollevamento delle merci tipo Puissesseau, compreso un argano in grado di sollevare pesi di 25 tonnellate, ed è propulsa da una motrice alimentata da caldaie che possono essere alimentate sia a nafta che a carbone.
La stazza lorda originaria è di 3241,28 tsl, quella netta di 1905,42 tsn. Registrato a Le Havre, nominativo di chiamata OSJI (dal 1934 FPAA).
Maggio 1920
Compie il suo primo viaggio da Rouen all’Algeria. Durante lo scalo ad Orano, il 5 maggio, il signor Rey, agente della Société Navale de l’Ouest in quel porto algerino, invita le autorità locali a bordo del Saint Ambroise per un ricevimento.
Durante il successivo scalo ad Algeri, la Société Navale de l’Ouest invita anche qui numerose personalità locali a visitare la nuova nave: il capitano di corvetta Ferrat, rappresentante del governatore generale dell’Algeria; il dottor Moline, rappresentante del prefetto; il console portoghese Ribeiro de Mendoça; il rappresentante dell’ammiraglio comandante della Marina in Algeria, Beguet; l’ispettore generale delle strade e dei ponti, Raby; il presidente della Camera di Commercio, Billiard; l’ispettore capo Dalbouse, rappresentante del direttore delle dogane; l’ingegnere capo Gauckler del servizio strade e ponti; l’ispettore principale delle dogane, Chiariselli; l’ispettore della navigazione Cosurel; il comandante del porto di Algeri, Canale; il tenente del porto Millot; il vicepresidente della camera di commercio Tarting, che è anche presidente del sindacato commerciale algerino; il vicepresidente del sindacato commerciale algerino, Crochard; il consigliere municipale Célerier, presidente della Lega marittima; il presidente della Federazione del commercio e dell’industria, Bossy; il tenente colonnello di Stato Maggiore Martel; il consigliere municipale Servelle; il vicepresidente della Lega marittima Hude; l’ispettore del Bureau Veritas Fagot; il direttore della Banca d’Algeria Routaboul; il presidente dell’Automobile Club algerino Divelle; Empis, della ditta Maison Burnay et Cie; Bonnefond, della ditta Bessonneau di Angers; e diversi altri imprenditori.
20-24 agosto 1927
Il 20 agosto, durante un viaggio da Anversa ad Algeri, il Saint Ambroise viene investito da una tempesta che gli mette il timone fuori uso. L’equipaggio tenta di governare la nave manualmente, ma il maltempo provoca ulteriori avarie, ed il piroscafo si trova in una situazione molto precaria per una ventina di ore; alla fine, il mattino del 24, il Saint Ambroise riesce a raggiungere Cherbourg con mezzi di fortuna.
2 marzo 1932
Il Saint Ambroise (al comando del capitano Lemaître), in navigazione da Orano a Brest con un carico di botti di vino, intercetta un S.O.S. lanciato alle 12.50 dal piroscafo spagnolo Eusebia del Valle (al comando del capitano Leon Cortadi), in navigazione da Bilbao ad Amburgo con un carico di 6500 tonnellate di minerali, che chiede soccorso immediato riferendo di essere fortemente sbandato a causa di una via d’acqua che ha allagato le stive in posizione 47°55’ N e 06°17’ O (a 50 miglia da Ouessant). Il Saint Ambroise, trovandosi a sole dieci miglia di distanza, si dirige subito verso il punto segnalato, mettendosi al contempo in contatto con il rimorchiatore di salvataggio Iroise, diretto anch’esso sul luogo del sinistro.
Alle 14.56 il Saint Ambroise avvista l’Eusebia del Valle, che intanto ha cessato ogni trasmissione, e ne informa anche l’Iroise; in capo ad un’ora ne trae in salvo l’intero equipaggio (31 uomini) con le proprie imbarcazioni, dopo di che il piroscafo spagnolo affonda alle 17.15. Il Saint Ambroise, con i naufraghi a bordo, raggiungerà Brest all’una di notte del 3 marzo.
27 luglio 1939
Durante le operazioni di scarico del Saint Ambroise nel porto di Algeri, un serbatoio di gas butano compresso e liquefatto facente parte del carico, sbarcato e sistemato temporaneamente vicino all’hangar della Camera di Commercio affittato come magazzino dalla Société Navale de l’Ouest (nel Quai de Calais, adiacente al molo principale del porto interno di Agha), in attesa di essere trasferito insieme ad altri serbatoi nei locali della Société Butane, esplode improvvisamente alle 13.40 o 13.45, devastando la banchina e scatenando un violento incendio, che subito si estende ai fusti vuoti ed alle balle di sughero accatastate nei pressi, e quindi anche ai vicini magazzini. Decine di portuali (che proprio in quel momento stanno riposando all’ombra dell’hangar), funzionari della dogana e semplici passanti sono investiti dall’esplosione o dalle fiamme: alcuni rimangono uccisi sul colpo (non ne rimarrà altro che resti ossei calcinati), altri rimangono mortalmente ustionati. Le fiamme si estendono rapidamente ai moli, raggiungendo anche il Saint Ambroise stesso, ormeggiato nelle vicinanze; la prua ed il lato di dritta del piroscafo prendono fuoco.
Proprio il comandante del Saint Ambroise, capitano Bernard Prizac, ed il suo direttore di macchina Deker-Liviou sono tra i primi testimoni della tragedia: da bordo del piroscafo, assistono all’esplosione, che si verifica tra le merci da poco scaricate dal Saint Ambroise ed accatastate sulla banchina vicino al magazzino della Société Navale de l’Ouest. Il tenente di vascello Leloir, a bordo del piroscafo Jean et Jacques, che si trova ormeggiato al Quai de Sète (sul lato opposto del molo principale), dichiarerà poi che la fiammata si è innalzata nel cielo per 40-50 metri.
Deker-Liviou, che al momento del disastro si trova sulla plancia del Saint Ambroise, vede un’enorme lingua di fuoco espandersi su tutto il molo, lambendo sia i magazzini che la nave nella sua interezza; si butta a terra per non bruciare vivo, e riporta comunque ustioni (non gravi) alla mano destra, oltre a rimetterci le sopracciglia. Meno fortunati sono coloro che si trovano sul molo o vicino al magazzino: Prizac e Deker-Liviou vedono diverse “torce umane” correre in mezzo all’incendio, tre delle quali si gettano nelle acque del porto per poi non riemergerne più. Leloir, dal Jean et Jacques, vede cinque uomini buttarsi in mare avvolti dalle fiamme.
Per evitare danni peggiori, il comandante Prizac fa troncare gli ormeggi e manovra con il Saint Ambroise per allontanarsi dal cuore dell’incendio; da una delle stive, che contiene fusti vuoti e 75 tonnellate di butano in bombole, si levano delle fiamme, che minacciano di provocare nuove e più devastanti esplosioni, ed anche il lato di dritta è stato intaccato dall’incendio.
A dare l’allarme è l’agente di polizia Hofbacher, in servizio proprio sul molo principale: precipitatosi al telefono del molo della Compagnie des bateaux à vapeur du Nord, chiama i pompieri, le ambulanze, la polizia. Anche il Saint Ambroise, intanto, dà l’allarme con i fischi della propria sirena. I portuali del molo d’Agha rimasti illesi e gli equipaggi dei mercantili ormeggiati nella zona si precipitano per primi in soccorso dei feriti; tra gli altri si distinguono il segretario del sindacato Maravat, che organizza i lavoratori portuali, il caposquadra Graziani dei gruisti della Camera di Commercio ed i suoi sottoposti, ed i marinai e l’infermiere del Jean et Jacques, guidati dal tenente Leloir. Durante i soccorsi un portuale, Messaoud ben Djilali, viene ferito dalla caduta di un cornicione. Prima dell’arrivo delle ambulanze, ogni autocarro e veicolo disponibile sul posto viene requisito per caricare i feriti e trasportarli il prima possibile in ospedale.


Due immagini dell’incendio di Algeri del 27 luglio 1939: nella foto sopra, scattata verso le 14, i pompieri raffreddano con getti d’acqua i contenitori di gas butano rimasti intatti, per evitare che esplodano a loro volta; nella foto sotto, scattata verso le 18, il magazzino della società Cherfils e figli è completamente avvolto dalle fiamme (da www.enterprises-coloniales.fr)


I pompieri accorrono sul posto entro dieci minuti dall’esplosione, ma la situazione appare subito critica: l’incendio ha già assunto dimensioni preoccupanti. Tutte le centrali dei pompieri di Algeri mandano al porto le loro autopompe (dodici in tutto) e le loro squadre: a guidarle sono i tenenti Cerlini e Baugeard, gli aiutanti Colomar e Matera ed il capo meccanico Dacunto, nonché dal medico dei pompieri, dottor Soucy. Arrivano anche le ambulanze municipali e quelle degli ospedali; una sezione di infermieri militari; il capo dell’ufficio municipale d’igiene, dottor Lemaire; i medici comunali Raffi, Castelli e Legendre; personale della polizia, al comando dei commissari Maury e Préa e del comandante Bouland; personale della 19a Legione della gendarmeria; plotoni di cacciatori d’Africa. Successivamente accorrono anche i pompieri di Hussein-Dey, di Kouba e di Maison-Carrée, nonché, dal mare, tre battelli antincendio del servizio idrico municipale, al comando dei capi Michel Fragano, Corvaia e Ferro. Questi ultimi, per ordine del capo ingegnere del servizio idrico, ing. Baudin, dirigono il getto delle loro pompe sul Saint Ambroise e sul molo. Arrivano anche tre rimorchiatori della società Schiaffino, il Furet II, il Saint-Charles ed il Saint-Louis, che prendono a rimorchio il Saint Ambroise e lo allontanano dalla zona incendiata del porto; il Saint-Louis pompa acqua nella stiva del piroscafo in cui si è manifestato il principio d’incendio, che minaccia di causare ulteriori esplosioni, e riesce rapidamente a soffocare le fiamme.
Insieme ai soccorritori accorrono sul posto anche le autorità locali: il prefetto Rivière, capo di gabinetto del governatore; il direttore generale dei lavori pubblici, Poupet; il prefetto Chevalier, il suo capo di gabinetto Frantz; il segretario generale della prefettura Michel; il procuratore della Repubblica Hérault; il generale de Saint-Maurice, capo di Stato Maggiore del 19° Corpo d’Armata; il delegato finanziario Foudil; il consigliere municipale Duquesnoy; il presidente della Camera di Commercio Morard, il suo vice Simian, il direttore dei servizi amministrativi della Camera di Commercio Gillet; l’ingegnere capo della città di Algeri, Molbert; il commissario alla sicurezza generale Labat ed il vicedirettore Burtin; il direttore del Dipartimento di sicurezza Bourette; il direttore del porto, ingegner Renaud; il comandante del porto Bernard, il tenente di porto Caumartin ed i loro sottoposti; il commissario di polizia del porto, Detchessahar, ed i commissari dei quartieri vicini; numerosi armatori, spedizionieri e trasportatori.
Si cerca di impedire alle fiamme di intaccare anche gli altri serbatoi di butano presenti nel porto, ma alle sei di sera il deposito noleggiato dalla Société Navale de l’Ouest è completamente in fiamme: la temperatura è tanto elevata da far scoppiare i vetri, deformare le intelaiature metalliche, spaccare in più punti gli spessi muri di cemento armato. Le merci contenute nel magazzino contribuiscono ad alimentare l’incendio: al pianterreno vi sono 1200 colli contententi le più svariate mercanzie, compresi barili d’olio, mobili e scatole di cartone (del valore di 7,5 milioni di franchi); al primo piano ben 12.000 tonnellate di zucchero in casse, del valore di altri sette milioni e mezzo di franchi. La temperatura elevatissima fa sciogliere e incendiare lo zucchero, che prende a colare in rivoli di “lava caramellata”. Sul terrazzo dell’edificio, il rivestimento impermeabile in plastica prende fuoco e si scioglie a sua volta.
Bruciano furiosamente anche le merci di ogni tipo accatastate sul molo, ed i vagoni carichi di legname parcheggiati nelle vicinanze; il forte vento da est agevola l’espansione delle fiamme. Un altro principio d’incendio si scatena nel magazzino della compagnia Schiaffino, situato dirimpetto a quello della Société Navale de l’Ouest. Le merci accatastate sulla banchina ed incendiate intralciano il lavoro dei pompieri; per sgombrare la zona, gli scaricatori di porto fanno rotolare via centinaia di barili, mentre altri allontanano i vagoni in fiamme e le gru semoventi della Société Auto-Traction de l'Afrique du Nord rimuovono in fretta e furia numerosi serbatoi in acciaio contenenti gas liquefatti e carburanti, prima che le fiamme li possano raggiungere.

Il Saint Ambroise rompe gli ormeggi per allontanarsi dall’incendio, il lato di dritta è già stato attaccato dalle fiamme (da www.enterprises-coloniales.fr)

26 feriti vengono ricoverati presso l’ospedale civile di Mustapha, altri 18 presso quello di Parnet a Hussein-Dey; molti muoiono per le ustioni nelle ore e nei giorni seguenti.
Nel disastro rimangono uccise 25 persone (nove delle quali verranno dichiarate disperse) ed altre 39 rimangono ferite, 23 delle quali in modo molto grave. I danni materiali sono stimati in 15-20 milioni di franchi, compresi i sette milioni di franchi di zucchero che era immagazzinato nel deposito distrutto dall’incendio.
Il vicepresidente del consiglio francese Camille Chautemps ed il ministro dell’Interno Albert Sarraut invieranno un telegramma di condoglianze al governatore generale dell’Algeria, Georges Le Beau. Quest’ultimo ordinerà l’elargizione di una somma di 15.000 franchi alle famiglie delle vittime; altri 20.000 franchi verranno forniti dalla Camera di Commercio di Algeri, ed altre migliaia da donatori privati.
Nei giorni seguenti una commissione investigativa, composta dal giudice istruttore Zamouth, dal sostituto procuratore Lieutaud, dal cancelliere Greffier e dall’interprete Colas (nonché il comandante d’artiglieria Martin, l’ingegnere chimico René Gille e l’ingegner Bédier in qualità di esperti), accompagnata dal commissario Monjo (comandante la prima brigata di polizia mobile), provvede ad interrogare i testimoni, tra cui gli ufficiali e l’equipaggio del Saint Ambroise. Verrà determinato che il disastro è stato causato dall’esplosione del serbatoio n. 514.176, un contenitore cilindrico in acciaio del peso lordo di 1600 kg (1232 kg per altra fonte), contentente una tonnellata di gas butano compresso e liquefatto (23 ettolitri): durante il lasso di tempo in cui il serbatoio è stato esposto al sole vicino al molo dopo essere stato scaricato dal Saint Ambroise, il butano si è surriscaldato ed è in parte evaporato, fino a che l’enorme pressione interna ha causato il cedimento del contenitore. In condizioni normali, il contenitore non avrebbe dovuto cedere; ma secondo una testimonianza, il serbatoio incriminato era rimasto danneggiato durante le operazioni di sbarco del carico, con conseguenti lievi perdite di butano, notizia che sarebbe stata nota alle autorità portuali già dalle otto del mattino. L’ufficio doganale, informato della perdita, aveva rilasciato un’autorizzazione eccezionale agli spedizionieri affinché provvedessero a rimuovere al più presto il pericoloso serbatoio, senza stare a completare le formalità di sbarco; ma questi non erano riusciti a trovare, durante la mattina, una gru semovente per provvedere a spostare il serbatoio, essendo tutte già impegnate nelle operazioni di scarico.

Il serbatoio esploso all'origine del disastro (da www.enterprises-coloniales.fr)

Secondo un’altra versione, invece, un funzionario della Maison Butane aveva notato per primo la perdita di butano liquido dal contenitore, ed aveva pertanto chiesto ai doganieri il permesso di rimuovere il cilindro; permesso inizialmente rifiutato per ragioni burocratiche (l’impossibilità di sdoganare un solo serbatoio) e successivamente rilasciato quando ormai era giunta l’ora della pausa pranzo, il che ha reso impossibile lo spostamento immediato del contenitore (mancando anche i mezzi per provvedervi).
3 gennaio 1940
Il Saint Ambroise parte da Brest per Casablanca insieme al convoglio 19 BS, formato da altri dodici mercantili francesi (Ain el Turk, André Moyrand, Dunkerquois, Fauzon, Guilvinec, Magdalena, Nanceen, Nicole Schiaffino, Paul Emile Javary, Roubaisien, Stanasfalt, Tabarka) scortati dall’avviso-dragamine Commandant Rivière e dalle navi scorta ausiliarie Vikings, La Bônoise e La Sétoise.
10 gennaio 1940
Arriva a Casablanca.
26 gennaio 1940
Il Saint Ambroise parte da Orano con il convoglio 7 R, che comprende anche i mercantili francesi Mexphalte, Roubaisien e Rouennais ed i britannici Dorine e Melpomene.
27 gennaio 1940
Il convoglio 7 R si unisce in mare al convoglio KS. 59 (mercantile britannico Bellerock, mercantili francesi Bourges e Massis), partito da Casablanca lo stesso 27 e diretto a Brest.
1° febbraio 1940
Arriva a Brest.
7 aprile 1940
Parte da Brest con il convoglio 38 BS, che oltre al Saint Ambroise comprende altri nove mercantili francesi (Chateauroux, Charles Schiaffino, Douaisien, Dunkerquois, Fort Archambault, Marchel Schiaffino, Ophelie, Roubaisien, Tabarka) ed uno greco (Nicolaos Filinis) scortati dal cacciatorpediniere L’Adroit e dall’avviso-dragamine Chevreuil.
13 aprile 1940
Arriva a Casablanca.
23 aprile 1940
Parte da Orano con il convoglio 21 R, che oltre al Saint Ambroise comprende i mercantili francesi Artesien, Ange Schiaffino, Cambronne, Jean et Jacques, Nicole Schiaffino, Petrophalt, Roubaisien e Strasbourgeois ed i britannici British Ambassador, Forbin, Pellicula e Poseidon.
24 aprile 1940
Il convoglio 21 R si unisce in mare aperto al convoglio KS. 91 (mercantili francesi Albi, Champagne, Vivagel e Mechanicien Principal Carvin, mercantili greci Mount Ithome e Pancration, mercantile norvegese Hadrian), partito da Casablanca lo stesso 24 aprile e diretto a Brest.
30 aprile 1940
Arriva a Brest.
21 maggio 1940
Parte da Brest con il convoglio 45 B, composto oltre che dal Saint Ambroise dai mercantili francesi Bacchus, Dunkerquois, Formose, Madali, Marcel Schiaffino, Melpomene, Saint-Yves, Tabarka e Vivagel, dai britannici Flimston, Kildale ed Imperial Valley, dal greco Alexandra e dal polacco Stalowa Wola. La scorta è composta dall’avviso-dragamine L’Impéteuse e dal pattugliatore ausiliario Boréal.
6 giugno 1940
Parte da Orano con il convoglio 27 R, composto, oltre che dal Saint Ambroise, dai mercantili francesi Dauphine, Gravelines, Jean et Jacques, Lieutenant de la Tour, Marcel Schiaffino, Monique, Rhea e Tabarka e dal norvegese Davanger.
7 giugno 1940
Il convoglio 27 R si unisce in alto mare al convoglio K. 3 (mercantili francesi Lorrain, Solon e Lieutenant St. Loubert Bie, mercantili britannici Benedick e Birgitte, mercantile olandese Beursplein, mercantile greco Kolchis), partito lo stesso 7 da Casablanca e diretto a Brest.
14 giugno 1940
Arriva a Brest.
18 giugno 1940
Parte da Brest con il convoglio 51 B, che comprende oltre al Saint Ambroise altri tredici mercantili, tutti francesi (Astree, Artesien, Bougaroni, Cap-Pinede, Dauphine, Grand-Quevilly, Guilvinec, Lorraine, Port-de-Bouc, Rhone, Roubaisien, Sahel, Saint Basile), scortati dagli avvisi-dragamine Élan, Commandant Rivière e L’Impéteuse.
24 giugno 1940
Arriva a Casablanca.
17 luglio 1941
Il Saint Ambroise parte da Casablanca insieme ai mercantili Gabon e Montesquieu, scortati dal cacciatorpediniere L’Adroit (convoglio K 94).
Novembre 1942
Dopo gli sbarchi angloamericani nel Nordafrica francese (operazione Torch, 8 novembre 1942) e il passaggio agli Alleati, dopo un’iniziale reazione, delle truppe francesi di Vichy ivi stanziate, le forze italo-tedesche lanciano l’Operazione "Anton" (10-11 novembre 1942), procedendo all’occupazione della Francia meridionale e della Corsica, fino a quel momento controllate dal regime francese collaborazionista di Vichy.
Anche la flotta mercantile francese nel Mediterraneo, concentrata nei porti di Marsiglia e Berre, cade al completo in mani italo-tedesche (non così quella militare, che si autoaffonda in massa a Tolone il 27 novembre). Il 20 novembre la Germania pretende che tutti i mercantili francesi disponibili vengano messi a sua disposizione per essere impiegati per le esigenze belliche delle forze tedesche; già il giorno seguente, ad ogni modo, 900 militari tedeschi vengono inviati a Marsiglia per sorvegliare le navi francesi, a bordo delle quali sono mandate delle guardie armate, preparandosi ad impadronirsene con la forza nel caso la Francia dovesse rifiutarne la concessione.
Il presidente del consiglio di Vichy, il collaborazionista Pierre Laval, accetta verbalmente ed il 22 novembre 1942, in una lettera ad Hitler, informa quest’ultimo che 158 bastimenti mercantili francesi (112 navi da carico, 31 navi passeggeri e 16 navi cisterna), per quasi 650.000 tsl complessive, verranno messi a disposizione della Germania. Il 1° dicembre 1942 si tiene a Roma un incontro tra Karl Kaufmann ("Gauleiter" nazista di Amburgo e commissario del Reich alla Marina Mercantile), il gerarca nazista Hermann Göring, il feldmaresciallo Erwin Rommel, il maresciallo Albert Kesselring (comandante delle forze tedesche nel Mediterraneo), l’ammiraglio Arturo Riccardi (capo di Stato Maggiore della Regia Marina) ed il generale Ugo Cavallero (capo di Stato Maggiore generale delle forze armate italiane), nel quale viene decisa la spartizione tra Italia e Germania dei mercantili francesi: 83 andranno all’Italia e 75 alla Germania. Per la flotta mercantile italiana, duramente colpita dalla guerra, queste 83 navi sono una notevole boccata d’ossigeno, e permetteranno, a caro prezzo, il mantenimento dei collegamenti con la Tunisia.
L’accordo formale, detto accordo Laval-Kaufmann (dal nome di Laval e del firmatario da parte tedesca, Karl Kaufmann), verrà firmato a Parigi il 23 gennaio 1943; in base a tale impegno, il governo francese mette a disposizione dell’Asse un quarto della flotta mercantile francese del 1939. In base all’articolo 4 dell’accordo, le navi francesi devono essere in buone condizioni d’efficienza e pienamente equipaggiate; in cambio, il governo tedesco s’impegna a pagare alla Francia un indennizzo, eccezion fatta che per i viaggi verso il Nordafrica. Laval vorrebbe che le navi mantenessero bandiera ed equipaggio francese, ma la proposta viene rifiutata; vi è diffidenza verso i marinai francesi (specie dato il comportamento delle forze di Vichy nel Nordafrica francese) e, d’altro canto, sono ben pochi i marittimi francesi che desiderino navigare per conto dell’Asse.
Quando l’accordo viene firmato, comunque, la maggior parte dei mercantili francesi ha già lasciato la Francia per l’Italia, Saint Ambroise compreso.
9 dicembre 1942
Confiscato dalle forze tedesche in un porto francese e consegnato al Governo italiano.
Dicembre 1942
Giunge in Italia e viene ribattezzato Nuoro.
26 dicembre 1942
Consegnato alle ore 16 alla Società Anonima di Navigazione Adriatica, con sede a Venezia, incaricata della sua gestione. (Altre fonti affermano invece che sarebbe stato dato in gestione alla Società Anonima di Navigazione Italia, con sede a Genova, ma sembra probabile un errore). Iscritto con matricola 2F al Compartimento Marittimo di Venezia.
Non viene requisito dalla Regia Marina, né iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato; riceve il nome in codice "Nube".
6 marzo 1943
Il Nuoro viene incluso in un convoglio (motonave italiana Ines Corrado, piroscafi tedeschi Henri Estier e Balzac) che dovrebbe partire da Napoli per Tunisi alle 2.30 del 6 marzo, ma la partenza del Nuoro viene successivamente annullata, mentre il resto del convoglio parte come previsto (sarà completamente distrutto, in parte dagli attacchi aerei, in parte dai campi minati). Varie decrittazioni britanniche di messaggi italiani, attuate dall’organizzazione “ULTRA”, menzionano infatti il Nuoro in relazione a questo convoglio, sia il 6 marzo («l’Ines Corrado, il Balzac, l’Henri Estier e il Nuoro provenienti da Napoli dovevano giungere a Tunisi il pomeriggio del giorno 7») che il 7 marzo («Ines Corrado, Henri Estier, Balzac, la petroliera Devoli e probabilmente il Nuoro sono partiti da Napoli alle 03.00 del giorno 6. Il convoglio passerà vicino a Trapani nel cui porto sarà distaccato il Devoli. (…) Nessuna menzione del porto di arrivo del Nuoro»).
 
Un’altra immagine del Nuoro come Saint Ambroise (sullo sfondo; in primo piano il piroscafo francese Cristina Rueda in riparazione) (Hartlepool Library Service, via www.hhtandn.org)

L’affondamento

Alle otto di sera del 29 marzo 1943 il Nuoro, al comando del capitano di lungo corso Angelini, partì da Pozzuoli per il suo primo viaggio verso la Tunisia, con destinazione Biserta.
A bordo si trovavano 115 anime ed un carico di rifornimenti per le truppe italo-tedesche che combattevano in Tunisia: 850 tonnellate di provviste, 650 tonnellate di munizioni, 70 tonnellate di merci varie, 60 veicoli e quattro pezzi d’artiglieria. L’equipaggio civile era composto da 33 uomini, mentre quello militare, che contava in tutto 35 elementi, era decisamente eterogeneo: tre ufficiali, tutti italiani (il regio commissario, il commissario militare ed un sottotenente del Regio Esercito, incaricato della direzione del tiro); quattro marinai della Regia Marina, addetti alle segnalazioni; tre carabinieri; ventuno artiglieri del Regio Esercito, addetti alle mitragliere contraeree; quattro soldati tedeschi, addetti al pallone aerostatico di sbarramento.
Ai 68 civili e militari dell’equipaggio si aggiungevano inoltre 47 militari di passaggio diretti in Nordafrica: in parte erano militari italiani del 38° Autoreparto, in parte soldati tedeschi.
Per difendersi dagli attacchi aerei, il Nuoro era armato con quattro mitragliere da 20 mm; inoltre, per quel solo viaggio, erano state aggiunte anche due mitragliere contraeree di tipo tedesco, che vennero piazzate a poppa. C’era infine una difesa passiva, costituita dal già citato pallone aerostatico di sbarramento, che avrebbe dovuto intralciare la manovra di eventuali aerei attaccanti.

La traversata doveva avvenire con un convoglio lento (9 nodi) denominato «GG», insieme ai piroscafi Crema e Benevento; un quarto piroscafo, il Chieti, avrebbe inoltre fatto parte del convoglio fino a Palermo.
Mentre il Nuoro partì da Pozzuoli, le altre navi salparono da Napoli alle 19.30 di quella sera, ad eccezione del Benevento, temporaneamente trattenuto in porto da alcune non gravi avarie che ritardarono la sua partenza all’1.30 del 30 marzo. La partenza del convoglio era stata originariamente programmata per il 27 marzo, ma era stata più volte rinviata a causa del maltempo.
Lasciata Pozzuoli, il Nuoro si aggregò al resto del convoglio all’altezza di Capo Miseno.
La scorta del convoglio era formata da due torpediniere della classe Spica, la Cigno (caposcorta, capitano di corvetta Carlo Maccaferri) e la Cassiopea (capitano di corvetta Virginio Nasta), e da due cacciasommergibili tedeschi, l’UJ 2203 e l’UJ 2210. Comandante superiore in mare era il capitano di vascello Francesco Camicia, imbarcato sulla Cigno. Una terza torpediniera della stessa classe, la Clio (capitano di corvetta Carlo Brambilla), rimase a Napoli con l’incarico di scortare il Benevento quando questo fosse potuto partire.
Le prime venti ore di navigazione trascorsero senza che si avesse a registrare alcun avvenimento di rilievo. Alle quattro del pomeriggio del 30 marzo si aggregò al convoglio anche la moderna corvetta Cicogna (tenente di vascello Augusto Migliorini), partita da Trapani, che poco dopo se ne separò insieme al Chieti, la cui destinazione, a differenza delle altre navi, era Palermo; la Cicogna era stata inviata appunto a ‘prelevare’ il Chieti ed accompagnarlo nel capoluogo siciliano. Scortato il Chieti fino al porto siciliano, dove giunse alle 23.35 dello stesso 30 marzo (e dove il piroscafo venne affondato due settimane più tardi da un bombardamento aereo), la Cicogna riprese subito il mare per tornare ad unirsi al convoglio.
Quest’ultimo, intanto, aveva raggiunto Trapani all’1.45 di notte del 31 marzo, sostando in quella rada fino alle tre di notte per aspettare il Benevento. Secondo quanto scritto dal comandante Angelini nel suo rapporto, anzi, le navi raggiunsero Trapani già verso le 22 del 30 marzo: a quell’ora il Nuoro, giunto in prossimità della rada di Trapani, ricevette ordine dalla Cigno di dirigere verso lo scoglio Formica e mettervisi alla fonda; dopo un’ora il convoglio rimise in moto per raggiungere l’ancoraggio, manovra che fu portata a termine verso l’una di notte del 31 marzo.
Alle tre di notte un rimorchiatore militare si avvicinò e consegnò gli ordini per la prosecuzione della traversata; alle 3.30 arrivò l’ordine di ripartire subito e fare rotta su Biserta, pertanto il convoglio si riformò e lasciò Trapani per iniziare l’attraversamento del Canale di Sicilia.
Alle 6.30 del 31 marzo, al largo di Trapani e poco ad ovest delle Isole Egadi, raggiunse il convoglio anche il ritardatario Benevento, scortato dalla Clio e dal cacciasommergibili tedesco UJ 2207; queste ultime andarono a rinforzare la scorta del convoglio, che dieci minuti più tardi fu raggiunto anche dalla Cicogna. Alle 14.43 del 30 marzo Benevento e Clio avevano evitato con la manovra due siluri lanciati dal sommergibile britannico Tribune (tenente di vascello Stewart Armstrong Porter), una cinquantina di miglia a nord di Ustica.
Così riunito, il convoglio «GG» puntò infine su Biserta, con i piroscafi in linea di fronte. La scorta era di tutto rispetto: per proteggere tre piroscafi, erano state mobilitate tre torpediniere, una modernissima corvetta e tre cacciasommergibili, oltre ad una poderosa scorta aerea con velivoli da caccia sia italiani che tedeschi. Caposcorta era sempre la Cigno.
Tutti e tre i piroscafi del convoglio «GG» (come pure il Chieti) erano navi ex francesi, consegnate all’Italia in seguito all’occupazione della Francia meridionale; tutti e tre erano al loro primo viaggio verso la Tunisia; nessuno sarebbe mai arrivato a Biserta.
I comandi britannici erano al corrente del viaggio di questo convoglio già da giorni: la prima intercettazione da parte dei decrittatori di “ULTRA” di una comunicazione relativa alla partenza per l’Africa di quelle navi risaliva al 27 marzo, quando avevano decifrato un messaggio dal quale risultava che i mercantili Nuoro, Crema, Benevento, Capua e Caterina Costa erano «attesi a breve scadenza in Tunisia, provenienti dall’Italia». Il 28 marzo gli specialisti di “ULTRA” avevano decrittato un’altra comunicazione che aveva rivelato che «Benevento, Nuoro e Crema avrebbero dovuto lasciare Napoli il giorno 27 per la Tunisia, tempo permettendo», e l’indomani un’altra ancora da cui era risultato che «Sono attesi i seguenti arrivi, sempre condizionati dallo stato del tempo: a Tunisi il giorno 31 verso le 23.00 Crema, Nuoro e Benevento». Il 31 marzo, infine, un’ultima intercettazione aveva permesso ad “ULTRA” di apprendere che «Crema, Nuoro e Benevento hanno lasciato Napoli alle 22.00 del giorno 29. Essi doppieranno l’isola di Marettimo alle 6.30 del 31 e procederanno per Biserta». Le forze aeronavali britanniche si erano organizzate di conseguenza.

Alle dieci del mattino del 31 marzo la Cigno comunicò a tutte le navi del convoglio che era stato avvistato un ricognitore nemico; più o meno a quell’ora il convoglio «GG» raggiunse e superò un altro convoglio diretto in Tunisia, l’«SS» (partito da Napoli alle 18 del 29 marzo e diretto a Biserta), formato dai piroscafo Aquila, Giacomo C. e Charles Le Borgne (quest’ultimo tedesco) e dalla nave cisterna Bivona, scortati dal cacciatorpediniere Lubiana, dalla torpediniera di scorta Tifone, dalla torpediniera Giuseppe Dezza e dai cacciasommergibili tedeschi UJ 2205 e UJ 2208.
Alle 13.52 venne segnalato a tutte le navi del convoglio «GG» l’avvistamento in quota di bombardieri avversari. In quel momento il convoglio si trovava una decina di miglia ad est del Banco di Skerki; otto bombardieri bimotori, identificati da parte italiana come dei Lockheed Hudson, apparvero volando ad una quota compresa tra i 2500 ed i 3000 metri, scortati da quattro o cinque caccia Lockheed P-38 “Lightning”. Sia i piroscafi che le navi scorta aprirono subito un rabbioso tiro contraereo con le loro mitragliere; nessuno dei velivoli attaccanti, tuttavia, venne colpito. I bombardieri sganciarono le bombe; sebbene il lancio risultasse centrato, nessuno degli ordigni andò a segno, ed il convoglio proseguì indenne. Numerose bombe caddero in mare a 50-100 metri dagli scafi del Nuoro e del Benevento, senza causare danni.
In realtà, i bombardieri attaccanti non erano dei Lockheed Hudson, bensì dei North American B-25 “Mitchell” (anch’essi bimotori, e di aspetto somigliante a quello degli Hudson) del 321st Bomb Group dell’USAAF. I bombardieri di questo reparto avevano già compiuto un primo “rastrello antinave” durante il mattino, quando un gruppo di “Mitchell” era decollato alle 7.45 con la scorta di caccia P-38 “Lightning” del 1st Fighter Group. Gli aerei avevano però incontrato maltempo e non avevano trovato niente, interrompendo pertanto la missione e rientrando alla base. Gli aerei che attaccarono il convoglio alle 13.52 erano invece decollati alle 13.45 (12.45 secondo le fonti statunitensi, che mostrano una differenza di un’ora rispetto a quelle italiane, evidentemente dovuta a differenze nel fuso orario); inizialmente la formazione era composta da quattordici B-25 del 321st Bomb Group, scortati da 25 caccia P-38 del 1st Fighter Group, ma sei bombardieri e tredici caccia erano tornati indietro poco più tardi.
Il resto degli aerei aveva invece avvistato il convoglio «GG» alle 12.55 (fonti statunitensi, con la già menzionata differenza di fuso orario), una quindicina di miglia a nord di Capo Bon, stimandone la composizione in due grossi mercantili (probabilmente Nuoro e Benevento) ed altre quattro navi. Gli equipaggi statunitensi ritennero erroneamente di aver colpito con una bomba uno dei grossi mercantili, e di aver mancato di poco (“near miss”) un altro mercantile di piccole dimensioni (probabilmente il Crema, il più piccolo dei tre piroscafi). Sebbene il caposcorta Camicia avesse affermato nel suo rapporto che «gli aerei da caccia nazionali e alleati [tedeschi] non hanno avuto contatti con aerei nemici» perché al momento dell’attacco stavano volando a bassa quota, in realtà i “contatti” ci furono eccome: i piloti degli aerei americani riferirono di essere stati attaccati da un totale di sei caccia Messerschmitt Bf 109, tre Focke-Wulf Fw 190 e due Messerschmitt Bf 110. I mitraglieri dei B-25 rivendicarono il danneggiamento di un caccia tedesco ed il probabile abbattimento di un altro; da parte tedesca, i piloti dei Messerschmitt del 7./Jagdgeschwader 53 ritennero erroneamente di aver abbattuto tre B-25 (uno alle 14.25, dal sottotenente Karl Vockelmann, 25 km a nordovest di Capo Bon; uno alla stessa ora, dal sottotenente Walter Hicke, 30 km a nordovest di Capo Bon; uno alle 14.27, dal sergente Günter Seeger, 35 km a nordovest di Capo Bon). In realtà nessun aereo, né statunitense né tedesco, andò perduto in questo scontro.
Alle 14.24 le navi del convoglio avvistarono l’anziana torpediniera Enrico Cosenz (capitano di corvetta Emanuele Campagnoli), distaccata alle 11.25 di quel mattino dal caposcorta del convoglio «RR» (motonavi Belluno e Pierre Claude, in navigazione da Napoli a Tunisi con la scorta delle torpediniere Fortunale, Antares e Sagittario e di due cacciasommergibili tedeschi), che precedeva il «GG» di una quarantina di miglia, con il compito di rafforzare ulteriormente la scorta di quest’ultimo. Raggiunto il convoglio, la Cosenz funse inoltre da unità pilota sulla rotta di Zembretta; alle 15.45 i piroscafi ricevettero l’ordine di modificare la formazione, passando dalla linea di fronte alla linea di fila, e subito dopo vennero informate di un nuovo avvistamento di velivoli avversari.

Alle 15.57, infatti, quando le navi si trovavano già in linea di fila per imboccare la rotta obbligata di Zembretta, si verificò un nuovo poderoso attacco, da parte di un totale di 31 tra bombardieri ed aerosiluranti angloamericani. Ciò secondo le stime italiane; da parte statunitense risulta che questo attacco fu portato da una formazione di quindici bombardieri B-25 Mitchell del 321st Bomb Group, al loro terzo ed ultimo “rastrello antinave” della giornata, scortati da venticinque caccia P-38 del 95th Squadron dell’82nd Fighter Group. Gli aerei erano decollati alle 13.45 (12.45 per le fonti statunitensi); uno dei B-25 e tre dei P-38 erano però dovuti rientrare alla base poco dopo il decollo. Gli altri avevano avvistato un convoglio al largo di Zembra verso le 15.50 (14.50 per le fonti statunitensi), apprezzandone la composizione come quattro cacciatorpediniere, un trasporto, un pontone Siebel e quattro chiatte, e poco lontano una nave scorta e quattro grossi mercantili, uno dei quali a rimorchio. In realtà, le navi avvistate erano quelle del convoglio «GG».
La scorta aerea italo-tedesca reagì prontamente: un singolo bombardiere Junkers Ju 88 del II./Kampfgeschwader 76 riuscì ad attirare su di sé l’attenzione di diverse squadriglie di P-38, portandoli lontano dai bombardieri; i piloti dell’82nd Fighter Group si ritrovarono sotto attacco da parte di un totale di dieci Messerschmitt Bf 109, uno Ju 88 ed alcuni caccia italiani (numero e tipo non specificato). Gli aerei dell’Asse scompaginarono la formazione dei bombardieri, costringendo molti di essi a scaricare le loro bombe in mare ed a ritirarsi senza attaccare; i restanti B-25 attaccarono in due gruppi, dei quali uno effettuò il suo attacco da appena 30 metri di quota, secondo la tattica dello “skip bombing” (nel quale le bombe venivano sganciate dal bombardiere a bassissima quota ed a ridotta distanza dalla nave attaccata, in modo tale da rimbalzare sulla superficie dell’acqua, come un sasso tirato a “rimbalzello”, e colpissero la nave), mentre l’altro sganciò le bombe da alta quota, circa 2440 metri.

Secondo il rapporto del caposcorta Camicia, i velivoli avversari attaccarono il convoglio in tre ondate, in rapida successione: la prima era composta da otto bombardieri Mitchell (di nuovo erroneamente identificati, da parte italiana, come degli Hudson), scortati da caccia “Lightning”, che sganciarono parecchie bombe da circa 2500 metri di quota, senza colpire niente; la seconda era formata da otto bombardieri e quattro aerosiluranti, che attaccarono dalla direzione del sole (ovest, cioè dal lato di dritta del convoglio) e sganciarono svariate bombe e qualche siluro, di nuovo senza colpire nulla.
Fu la terza ed ultima ondata, che seguì la seconda a brevissimo intervallo, a fare il danno: sei bombardieri e cinque aerosiluranti attaccarono il convoglio da entrambi i lati. Secondo il rapporto del caposcorta Camicia, il tiro contraereo delle navi riuscì ad abbattere due dei velivoli attaccanti (secondo quanto riferito allo Stato Maggiore della Kriegsmarine dagli ufficiali tedeschi di collegamento presso Supermarina, invece, le navi dell’Asse avrebbero rivendicato il probabile abbattimento di ben sei aerei, uno da un cacciasommergibili tedesco e gli altri cinque dalle unità italiane), mentre un terzo, un quadrimotore, fu abbattuto dai caccia della Luftwaffe di scorta aerea, che però subirono a loro volta la perdita di due dei loro aerei nei duelli combattuti sul cielo del convoglio.
Durante la battaglia aerea combattuta sul cielo del convoglio, i piloti dei P-38 statunitensi rivendicarono l’abbattimento di uno Ju 88 e di un Messerschmitt Bf 109 (rispettivamente da parte dei sottotenenti Marion Moore e Ralph C. Embrey, entrambi una ventina di miglia a nord-nord-est di Cap Zembra), mentre i mitraglieri dei B-25 (tre del 445th Bomb Squadron ed uno del 448th) ritennero di aver certamente abbattuto tre Messerschmitt Bf 109 ed un Focke-Wulf Fw 90, di aver probabilmente abbattuto un altro Bf 109 e di averne danneggiati altri tre.
In realtà, le perdite complessive da parte tedesca ammontarono all’abbattimento di un singolo Messerschmitt Bf 109 (il WNr 15039 del caporale Konstantin Benzien del 4./JG. 27, abbattuto da caccia nemici 20 km a nord di Zembra e rimasto ferito) e di uno o due Junkers Ju 88 del 4./Kampfgeschwader 76 (questi ultimi andarono perduti mentre erano impegnati in compiti di scorta convogli; uno fu abbattuto alle 15.50, quasi certamente nel corso dei combattimenti aerei attorno al convoglio «GG», mentre meno sicuro è il coinvolgimento dell’altro Ju 88). I caccia tedeschi del II./Jagdgeschwader 27 e del III./Zerstörergeschwader 1 rivendicarono l’abbattimento di due P-38 e due B-25 (più precisamente, un P-38 dal sottotenente Hans Lewes del 5./JG 27, alle 15.58; un altro dal sergente Bernard Schneider dello stesso reparto; un B-25 dal caporale Hans Reiter del 4./JG 27; un presunto Lockheed Ventura – altro bimotore simile al B-25 – dal tenente Walter Lardy del III./ZG 1; i primi tre alle 15.58 ed il quarto alle 16, tutti 20 km a nordest di Zembra).
In effetti, le fonti statunitensi riconoscono la perdita di due P-38 (quelli dei sottotenenti Joseph R. Sheen jr. e Francis M. Molloy, entrambi rimasti uccisi), ad ovest di Zembra, e di due B-25 del 448th Bomb Group, dei quali uno (il 41-13205 del tenente Charles A. McKinney, rimasto ucciso con sei uomini del suo equipaggio) abbattuto alle 16.14 da caccia nemici, e l’altro (il 41-13209 “Trouble” del tenente Robert G. Hess, morto insieme a cinque uomini del suo equipaggio) abbattuto alle 15.55 dal tiro contraereo delle navi.

Nonostante le perdite inflitte agli attaccanti, questa volta un siluro – o così si ritenne da parte italiana – andò a segno, colpendo il Nuoro sul lato sinistro e scatenando un incendio.
Di siluro parlano le fonti italiane; ma libro "A History of the Mediterranean Air War, 1940-1945", Vol. III "Tunisia and the End in Africa, November 1942-May 1943" non fa alcuna menzione dell’impiego di aerosiluranti in questo attacco. Si può fare questa ipotesi: gli “aerosiluranti” di cui parlano i rapporti italiani, probabilmente, erano in realtà i bombardieri che attaccarono a bassa quota secondo la citata tattica dello “skip bombing”, ed i “siluri” erano in realtà le bombe da essi sganciate. Il metodo dello “skip bombing”, infatti, era stato introdotto nel Mediterraneo da poco tempo, e gli equipaggi italiani probabilmente non ne erano ancora a conoscenza; l’avvicinamento al bersaglio a bassa quota e lo sgancio dell’ordigno a ridotta distanza erano tipici degli attacchi di aerosiluranti, e per marinai abituati a veder piovere le bombe dall’alto, direttamente sulle loro navi, una bomba che arrivava “di rimbalzo” contro il fianco della nave poteva essere scambiata per un siluro, specialmente nella concitazione di un attacco, ed a maggior ragione quando lo “skip bombing” avveniva in contemporanea con il bombardamento “tradizionale” da parte degli altri B-25. Una fonte secondaria afferma che il Nuoro sarebbe stato silurato da velivoli britannici della Fleet Air Arm decollati da Malta, ma sembra probabile un errore, non risultando che aerei britannici abbiano preso parte a questo attacco. Sia il rapporto del comandante del Nuoro che il diario della Divisione Operazioni dello Stato Maggiore della Kriegsmarine, infine, affermano che il piroscafo sarebbe stato colpito da due ordigni: una bomba ed un siluro.
I piloti statunitensi – che durante l’attacco notarono che i tre mercantili erano dotati di palloni aerostatici di sbarramento, per ostacolare gli aerei che avessero attaccato a bassa quota – furono estremamente ottimistici nel valutare gli effetti dei loro attacchi: i piloti dei bombardieri che avevano attaccato con lo “skip bombing” ritennero di aver messo tre bombe a segno su un mercantile, che era stato visto appruato dopo l’attacco; i piloti dei B-25 che avevano sganciato le loro bombe da 2400 metri ritennero di aver affondato un mercantile ed incendiato altri tre, cioè uno in più del totale dei piroscafi effettivamente presenti. In realtà, l’unica nave colpita fu il Nuoro, che rimase probabilmente vittima dello “skip bombing”.

Da parte sua, il comandante Angelini del Nuoro scrisse nel suo rapporto che gli aerei nemici si avvicinarono a volo radente, facendo fuoco con le loro mitragliatrici; il Nuoro rispose col tiro delle proprie mitragliere, ma dopo pochi secondi il piroscafo venne scosso da due violentissime esplosioni, a breve intervallo l’una dall’altra. Tutti i vetri andarono in pezzi, comprese le lampadine della plancia. Secondo Angelini, gli immediati accertamenti da parte dell’equipaggio permisero di appurare che una delle esplosioni era stata causata da una bomba caduta sul lato di dritta, tra lo scafo ed una delle lance di salvataggio, mentre l’altra era stata provocata dallo scoppio di un siluro, che aveva anch’esso colpito il Nuoro sulla dritta, in corrispondenza della sala macchine. Il comandante del Nuoro diede l’ordine di fermare le macchine, ma non ci fu verso di farlo giungere a destinazione: il telegrafo di macchina, infatti, era fuori uso, ed il tubo portaordini era stato divelto dallo spostamento d’aria. Tutte le comunicazioni tra la plancia e la sala macchine erano così interrotte, e le motrici del Nuoro continuavano a spingere la nave in avanti, mentre dalla stiva numero 3, interamente scoperchiata, si alzavano fumo e fiamme.
All’interno di quella stiva si trovavano dieci vagoni di munizioni: entro breve le fiamme li avrebbero raggiunti, e la nave sarebbe saltata in aria. Il comandante Angelini ordinò pertanto a tutti di correre a poppa e buttarsi in acqua; egli stesso si diresse da quella parte insieme al primo ufficiale. Arrivati a poppa, i due ufficiali notarono uno zatterino sul tetto di un veicolo, pertanto lo asportarono e lo buttarono in mare, dopo di che si tuffarono a loro volta, lo raggiunsero nuotando contro la corrente, e vi si arrampicarono a bordo. Un marinaio che li aveva seguiti, Giacalone, non riuscì a fare lo stesso: la deriva lo spinse via, lontano dallo zatterino.
Mentre il resto del convoglio proseguiva verso Biserta, la Cicogna venne distaccata a prestare assistenza al piroscafo danneggiato; abbandonato dall’equipaggio, il Nuoro saltò in aria alle 16.34, 28 miglia a nord di Zembra (per altra fonte, 15 miglia a nordest di Zembretta).

Il comandante Angelini stimò che fossero passati una decina di minuti tra il momento in cui si tuffò in mare e quello in cui il Nuoro eruppe in un’«esplosione formidabile» e scomparve in pochi istanti.
A raccogliere i superstiti rimase la Cicogna: avvicinatasi ai naufraghi, la corvetta mise a mare una piccola imbarcazione con a bordo due marinai, che iniziarono a raccogliere gli uomini dal mare. Dal suo zatterino, Angelini ed il primo ufficiale videro con gioia che anche il marinaio Giacalone era stato issato a bordo dell’imbarcazione.
Anche Angelini chiese soccorso alla lancia della Cicogna, ma la piccola imbarcazione, già piena di naufraghi fino al limite della capacità, non poté prenderli a bordo: prese invece a rimorchio il loro zatterino, intorno al quale si raccolsero altre zattere e naufraghi. Tutti credevano che presto sarebbero stati recuperati dalla corvetta, ma li attendeva una cocente delusione: dopo mezz’ora, infatti, videro la Cicogna avvicinarsi, pensarono per prenderli a bordo; ma giunta a duecento metri dalle zattere, la corvetta si fermò, richiamò la lancia, ne imbarcò gli occupanti e poi se ne andò, lasciando la lancia vuota alla deriva, senza raccogliere gli uomini sulle zattere né comunicare loro alcunché.
Secondo il volume USMM “La difesa del traffico con l’Africa Settentrionale dal 1° ottobre 1942 alla caduta della Tunisia”, ciò che era successo era che la Cicogna aveva dovuto interrompere le operazioni di salvataggio perché il forte vento la stava facendo scarrocciare verso una zona minata; confrontando questa notizia con il rapporto del comandante Angelini, tuttavia, non è molto chiaro perché il salvataggio non fosse proseguito a mezzo della lancia, che per giunta aveva già a rimorchio alcune zattere i cui occupanti, inspiegabilmente, non vennero recuperati. Fatto sta che la Cicogna, dopo aver ripescato 44 superstiti del Nuoro (compresi diversi feriti), cioè meno della metà degli uomini che si trovavano in mare o sulle zattere, lasciò la zona e fece rotta su Trapani, dove arrivò alle 2.15 del 1° aprile; in mare rimasero decine di altri naufraghi, abbandonati ad un passo dalla salvezza, per i quali iniziava una terribile odissea.

Lo zatterino su cui si trovavano il comandante Angelini ed il primo ufficiale, insieme ad altri naufraghi, versava in condizioni tutt’altro che buone: di fabbricazione francese, era privo di dotazioni d’emergenza, acqua compresa, e per giunta imbarcava acqua sia perché era stato forato da colpi di mitragliatrice e da schegge durante l’attacco aereo, sia perché durante l’imbarco delle merci a Livorno era stato danneggiato ad un cassone d’aria.
Nel pomeriggio il mare rimase leggermente mosso, ma verso sera cominciò a diventare via via più agitato, fino a raggiungere nella notte forza 6-7. La situazione dei naufraghi, in balia delle onde su quei piccoli galleggianti, divenne grave: zattere e zatterini iniziarono a disperdersi, alcuni dei loro occupanti furono gettati in mare. Così passarono ventiquattr’ore, l’intera giornata del 1° aprile. Il comandante Angelini rivide anche la lancia della Cicogna, lasciata da quest’ultima a circa 600-700 metri, vuota ed inutile.
Giunse il 2 aprile: quel giorno il primo ufficiale spirò, “molto probabilmente per esaurimento”, scrisse Angelini. “Pensai che di tanti, eravamo rimasti in cinque, quando mi accorsi che anche un altro naufrago si era spento”: si trattava di un autiere, rannicchiato, che sembrava addormentato. All’alba, tuttavia, i naufraghi si resero conto di trovarsi ad appena otto miglia dalla costa di Pantelleria: al contempo il vento da ponente si era disposto a greco, sospingendo la zattera verso la costa, che era verso sud. Per favorire lo scarroccio in direzione della terra, gli occupanti dello zatterino asportarono due doghe dal fondo del galleggiante e vi issarono due salvagente, in modo che fungessero da vela.
Tra mezzogiorno e l’una lo zatterino venne avvistato da un idrovolante italiano, che lo sorvolò a più riprese; dopo mezz’ora, infine, sopraggiunsero un MAS italiano ed una motosilurante tedesca. Fu quest’ultima a raccogliere finalmente il comandante Angelini e gli altri occupanti della sua zattera, dopo più di quarantatrè ore trascorse alla deriva.
La Schnellboot portò i naufraghi a Pantelleria, dove Angelini ed i compagni vennero ricoverati nella sezione chirurgica dell’ospedale della Regia Marina: qui si trovavano già ricoverati altri naufraghi del Nuoro, recuperati in precedenza, tra cui il fuochista Bosazzi ed i marinai Seppini, Verboso e Milanese. Questi raccontarono la loro storia: dopo che Angelini aveva ordinato di abbandonare la nave, i quattro avevano tentato di ammainare la lancia di sinistra, ma quando l’imbarcazione aveva toccato l’acqua, con il Nuoro ancora in movimento ad elevata velocità, aveva iniziato subito ad imbarcare acqua, mandando in tensione tutte le manovre correnti. Ad evitare il peggio era stato il pronto intervento del marinaio Seppini, che aveva tagliato le barbette d’accosto e la vetta prodiera del paranco a colpi d’accetta. I quattro marittimi avevano poi vuotato la lancia dell’acqua imbarcata ed avevano issato a bordo sette militari finiti in mare, dopo di che le loro traversie non erano state molto diverse da quelle della zattera del comandante Angelini, fino al salvataggio finale.

Alle 11.45 del 10 aprile i sopravvissuti dell’equipaggio civile ricoverati a Pantelleria partirono in aereo per Castelvetrano, dove atterrarono a mezzogiorno e mezzo; raggiunsero poi Palermo in treno, e qui si divisero, ognuno per la propria destinazione.

Secondo il già citato volume dell’Ufficio Storico della Marina Militare, furono in tutto 50 i naufraghi del Nuoro tratti in salvo da unità minori inviate sul posto dopo la partenza della Cicogna. Ciò significherebbe che in totale i superstiti del Nuoro sarebbero stati 94 (44 recuperati dalla Cicogna e 50 dalle unità minori), mentre le vittime – dato un totale di 115 uomini imbarcati – sarebbero state 21.
Tuttavia, secondo il sito “Giornale Nautico Parte Prima”, basato in massima parte su documenti dell’archivio della società Adriatica, su 33 uomini che componevano l’equipaggio civile del Nuoro soltanto in undici si sarebbero salvati: gli altri 22 sarebbero stati dichiarati dispersi o deceduti. Ciò appare evidentemente in contrasto con un bilancio di 21 vittime, sia perché risulterebbe esservi stata almeno una vittima in più, sia perché sembra difficile credere che, a fronte della morte dei due terzi dell’equipaggio civile, non vi siano state vittime tra l’equipaggio militare ed i militari di passaggio.

Neanche Crema e Benevento giunsero a destinazione: nelle prime ore del 1° aprile, infatti, i due piroscafi vennero attaccati da motosiluranti britanniche, che affondarono il Crema e danneggiarono il Benevento tanto gravemente che questo, dopo essere stato portato ad incagliare, venne considerato perduto.
Per altri quattro giorni, dopo la distruzione del convoglio «GG», “ULTRA” continuò ad intercettare e decifrare altre comunicazioni italiane dalle quali i britannici poterono ricostruire l’accaduto; il 3 aprile i decrittatori britannici poterono compilare un dispaccio nel quale, sulla scorta delle decrittazioni dei giorni precedenti, riassumevano la sorte del convoglio («Il Nuoro è stato affondato da attacchi aerei a circa 25 miglia a nord-nord-est di Zembretta alle 17.00 del 31. Il Crema è stato colato a picco da motosiluranti britanniche a 9 miglia a sudest dell’Isola di Cani alle 23.59 del 31. Il Benevento è stato silurato nello stesso attacco ed è stato portato ad incagliare a Capo Zebib a 8 miglia a est di Biserta»).