mercoledì 6 settembre 2017

Città di Palermo

Il Città di Palermo in tempo di pace (da www.naviearmatori.net, utente HORO2006)

Incrociatore ausiliario, già motonave passeggeri di 5413 tsl e 2914 tsn, lunga 125,5 metri, larga 15,6 e pescante 6,7. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Tirrenia, con sede a Napoli, ed iscritta con matricola 158 al Compartimento Marittimo di Palermo. Nominativo di chiamata IBWG.
Faceva parte di una serie di quattro motonavi passeggeri (Città di Genova, sua gemella; Città di Napoli e Città di Tunisi, quasi gemelle) sovvenzionate dal governo italiano e progettate per il servizio espresso Napoli-Palermo con scalo settimanale a Tripoli e Tunisi. Propulse da due motori diesel Tosi a 6 cilindri da 1900 HP che garantivano una velocità di – a seconda delle fonti – 16, 17 o 19 nodi, potevano trasportare 565 passeggeri in tre classi. (Secondo una fonte, Città di Palermo e Città di Genova potevano raggiungere i 19 nodi, Città di Napoli e Città di Tunisi i 17).
Con lo scoppio della guerra divennero tutte incrociatori ausiliari, impiegati sia in missioni di scorta convogli che di trasporto veloce di truppe e rifornimenti. Furono i più grandi incrociatori ausiliari posti in servizio dalla Regia Marina.

Breve e parziale cronologia.

Dicembre 1930
Completata dai Cantieri Navali Riuniti di Palermo (numero di costruzione 102) per la Florio Società Italiana di Navigazione, avente sede a Roma; è l’ultima delle quattro motonavi serie “Città” ad entrare in servizio. Posta in servizio sulla linea Napoli-Palermo-Tunisi-Tripoli.
Marzo 1932
La Florio si fonde con la Compagnia Italiana Transatlantica (CITRA) dando vita alla Tirrenia Flotte Riunite Florio-CITRA; la Città di Palermo passa alla nuova compagnia.
5 agosto 1933
Durante un viaggio della Città di Palermo da Palermo a Napoli, al comando del capitano Francesco Matarazzo, il passeggero Innocenzo Marotta, un trentunenne di Casteltermini, scompare in mare. Ne vengono rinvenuti la giaccia, i documenti ed il cappello di paglia abbandonati all’estrema prua; tre tentativi di cercare in mare il passeggero risultano vani.

La nave nella sua città eponima, nel 1935 (g.c. Stefano Cioglia via www.naviearmatori.net)

19 ottobre 1936
La Città di Palermo è tra le navi che accorrono in soccorso del transatlantico Vulcania (capitano Stuparich), partito da Napoli per New York alle 4 del mattino con 1100 persone a bordo e dal quale, alle 7 del mattino, è stato lanciato un SOS per incendio a bordo (scoppiato alle 5.15 a circa 45 miglia da Napoli), chiedendo assistenza immediata. La nave è stata fermata poco dopo l’inizio dell’incendio, e le lance preparate per l’ammaino (anche se non ci sarà bisogno di usarle). Sul luogo giungono per primi due battelli antincendio ed una motonave passeggeri, tutte inviate dal comandante del Porto di Napoli. La Città di Palermo, arrivata a Napoli alle cinque del mattino, affretta lo sbarco dei passeggeri e poi riparte subito per andare in soccorso della Vulcania.
Oltre alla Città di Palermo, sono inviate in soccorso della Vulcania anche la quasi gemella Città di Tunisi, la motonave mista Esquilino, il cacciatorpediniere Scirocco e due battelli antincendio, ma nessuna delle unità giungerà sul luogo, perché l’incendio – probabilmente causato da un cortocircuito in un corridoio che porta in sala macchine – potrà essere domato nel giro di un’ora con i mezzi disponibili a bordo. Si dovranno però lamentare quattro morti tra l’equipaggio della Vulcania, che sarà costretta a riparare a Palermo, giungendovi nel pomeriggio.

21 dicembre 1936
La compagnia armatrice, assorbite alcune altre società minori, diviene Tirrenia Società Anonima di Navigazione.
La Città di Palermo negli anni Trenta (g.c. Mauro Millefiorini, via www.naviearmatori.net)

Maggio 1937
La Città di Palermo trasporta da Napoli a Tripoli le auto da corsa ed i piloti tedeschi che si recano in Libia per partecipare al XI Gran Premio di Tripoli.
1937
Trasporta a Palermo il principe Umberto di Savoia.
31 marzo 1938
La diva Greta Garbo è tra i passeggeri della Città di Palermo durante un viaggio da Napoli a Tunisi.
1938
Trasporta da Napoli a Tripoli i principi di Piemonte, che si recano in visita in Libia.


La Città di Palermo al Molo Beverello di Napoli nel 1938 (Salvatore La Barbera via www.naviearmatori.net)

Maggio 1939
La Città di Palermo trasporta a Tripoli il gran maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta, Ludovico Chigi Albani, ed una delegazione dell’Ordine, recatasi in visita in Libia.
2 giugno 1939
La Città di Palermo imbarca il principe ereditario Umberto di Savoia e la moglie Maria José in occasione della rivista navale di primavera, e poi li trasporta a Cagliari per una visita ufficiale in Sardegna.


La motonave imbarca a La Maddalena passeggeri diretti a Caprera per il «pellegrinaggio nazionale» alla tomba di Giuseppe Garibaldi (g.c. Pietro Berti, via www.naviearmatori.net)

10 giugno 1940
All’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, la Città di Palermo si trova nel Dodecaneso.
20 giugno 1940
Lascia Lero alle sei del mattino per rientrare in Italia, in navigazione isolata.
23 giugno 1940
Arriva a Brindisi alle otto del mattino. Subito viene requisita dalla Regia Marina ed iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato, con sigla D 3; iniziano i lavori di conversione in incrociatore ausiliario. Viene armato con quattro cannoni da 120/45 mm, due mitragliere da 20/65 mm e due da 13,2 mm.
29 luglio 1940
Città di Palermo, Città di Napoli ed il trasporto truppe Marco Polo salpano da Napoli alle 00.30 diretti a Tripoli, nell’ambito dell’operazione di rifornimento «Trasporto Veloce Lento» (T.V.L.). Si tratta della prima grande operazione di traffico per il trasporto in Libia di truppe e materiali del Regio Esercito e della Regia Aeronautica; sono previsti tre convogli, due da Napoli a Tripoli (n. 1, lento, e n. 2, veloce) ed uno da Trapani a Tripoli (n. 3, piroscafi Caffaro e Bosoforo, scortati dalle torpediniere Vega, Perseo, Generale Antonino Cascino e Generale Achille Papa).
Sul Città di Palermo è imbarcato, tra l’altro, il XVII Gruppo da 75/46 mm del 4° Reggimento Artiglieria Contraerea.
Città di Palermo, Città di Napoli e Marco Polo, scortate inizialmente dalla XIII Squadriglia Torpediniere (CirceClioClimene e Centauro), formano il convoglio veloce, avente velocità di 16 nodi. Nel caso di inconvenienti, è prevista la possibilità di dirottamento su Bengasi.
A protezione di questo e di un secondo convoglio diretto a Tripoli (quello lento, che procede a 7,5 nodi: piroscafi Maria Eugenia, Gloria Stella e Caffaro, motonavi Mauly, Col di Lana e Città di Bari, torpediniere Procione, Orsa, Orione e Pegaso) saranno in mare, dal 30 luglio al 1° agosto, gli incrociatori pesanti Pola (comandante superiore in mare, ammiraglio di squadra Riccardo Paladini), Trento, ZaraFiumeGorizia (questi ultimi tre formano la I Divisione), gli incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano ed Alberto Di Giussano della IV Divisione e Luigi di Savoia Duca degli AbruzziEugenio di SavoiaRaimondo Montecuccoli e Muzio Attendolo della VII Divisione, e le Squadriglie Cacciatorpediniere IX (AlfieriOrianiGiobertiCarducci), XII (LanciereCorazziereCarabiniereAlpino), XIII (GranatiereBersagliereFuciliereAscari) e XV (PigafettaMalocelloZeno).
Vengono inoltre inviati in agguato 23 sommergibili, tra Mediterraneo Orientale e Mediterraneo Occidentale, e sono disposte frequenti e specifiche ricognizioni con velivoli della ricognizione marittima e dell’Armata Aerea.
Poche ore dopo, a seguito dell’avvistamento di notevoli forze navali britanniche uscite in mare sia da Alessandria (il grosso della Mediterranean Fleet) che da Gibilterra (l’incrociatore da battaglia Hood, le corazzate Valiant e Resolution e le portaerei Argus ed Ark Royal), i due convogli dell’operazione T.V.L. ricevono ordine da Supermarina di rifugiarsi immediatamente nei porti della Sicilia.
Il convoglio veloce giunge a Messina alle 13.30, e vi sosta per due giorni.
31 luglio 1940
Passata la minaccia, il convoglio riparte in mattinata da Messina, ma alle 2.30 riceve ordine di dirigere a Bengasi, anziché a Tripoli. La scorta è ora costituita dalla I Squadriglia Torpediniere (AlcioneAironeAretusa ed Ariel), che ha sostituito la XIII. Nel primo tratto di navigazione tra la Sicilia e la Libia la scorta viene rinforzata con la XII Squadriglia Cacciatorpediniere, che poi torna a far parte della forza di scorta indiretta; la porzione di scorta indiretta assegnata alla difesa del convoglio veloce (Pola, Trento, I e VII Divisione), portatasi in posizione tale da proteggerlo da navi nemiche provenienti da est, invertirà la rotta in serata per tornare alle basi, essendo ormai cessato ogni rischio.
Il convoglio giunge indenne a Bengasi alle 24.
2 agosto 1940
Città di Palermo e Città di Napoli, scortati della XII Squadriglia Torpediniere (Airone, caposcorta, Alcione, Altair ed Aretusa), lasciano Bengasi per Tripoli alle 20.30.
3 agosto 1940
Il convoglietto giunge a Tripoli alle 21.30.
4 agosto 1940
Città di Palermo, Città di Napoli e Marco Polo, scortate ancora da Airone (caposcorta), Alcione, Altair ed Aretusa, lasciano Tripoli alle 20 per tornare a Bengasi.
6 agosto 1940
Le navi giungono a Bengasi alle 7.
7 agosto 1940
Città di Palermo, Città di Napoli e Marco Polo, ancora con la scorta di Airone (caposcorta), Alcione, Altair ed Aretusa, ripartono da Bengasi alle otto per trasferirsi nuovamente a Tripoli.
8 agosto 1940
Le navi arrivano a Tripoli alle 7.
16 agosto 1940
Città di Palermo, Città di Napoli e Marco Polo lasciano Tripoli alle 8.30 per rientrare in Italia, scortate dalle torpediniere Procione, Orsa, Orione e Pegaso.
Nella notte si uniscono alla scorta la X Squadriglia Cacciatorpediniere (Maestrale, Grecale, Libeccio e Scirocco) e la I Squadriglia Torpediniere (Alcione, Airone, Ariel ed Aretusa).
18 agosto 1940
Il convoglio arriva a Palermo alle tre.
19 agosto 1940
Il convoglio giunge a Napoli alle 19.
4 novembre 1940
Il Città di Palermo ed il Città di Genova, impiegati come trasporti, salpano da Bari alle 3.30 con a bordo 1610 militari, 156 veicoli e 164 tonnellate di materiali, scortati dalla torpediniera Confienza e dall’incrociatore ausiliario RAMB III, giungendo a Durazzo alle 20.25.
6 novembre 1940
Città di Palermo e Città di Genova  lasciano scarichi Durazzo alle 8.30 per rientrare a Bari, dove giungono alle 17.15, scortati ancora da Confienza e RAMB III.
10 dicembre 1940
Città di PalermoCittà di Genova ed il grosso piroscafo Sardegna salpano da Brindisi alle 5.25 scortati dall’incrociatore ausiliario Egeo, trasportando 1172 uomini e 715 tonnellate di provviste, munizioni e materiali vari. Il convoglio giunge a Valona alle 12.10.
14 dicembre 1940
Ora impiegato come nave scorta, il Città di Palermo lascia Valona alle 8 e raggiunge Brindisi alle 17, scortando le motonavi scariche Città di Trapani ed Argentina.
18 dicembre 1940
Città di Palermo (di nuovo adibito a trasporto), Argentina e la motonave Viminale salpano da Brindisi alle 10.30 e raggiungono Valona alle 17, trasportando 2946 soldati, 42 automezzi, quattro quadrupedi e 525 tonnellate di munizioni, viveri, carrette e materiali vari. Li scorta l’incrociatore ausiliario Brindisi.
22 dicembre 1940
Città di Palermo ed Argentina, scarichi e privi di scorta, ripartono da Valona alle 12.30 diretti a Brindisi, dove giungono alle 19.25.
31 dicembre 1940
Di nuovo usato come trasporto, parte da Bari alle quattro del mattino, insieme al Città di Genova ed al piroscafo Italia (le tre navi trasportano in tutto 2667 militari e 126,5 tonnellate di materiali), alla volta di Durazzo (dove il convoglio arriverà alle 13.30), con la scorta del cacciatorpediniere Carlo Mirabello. I cacciatorpediniere Folgore e Baleno forniscono scorta a distanza.
9 gennaio 1941
Il Città di Palermo ed i piroscafi Monstella e Tagliamento salpano da Bari alle 00.30, trasportando 1044 militari, 1216 quadrupedi e 112 tonnellate di materiali vari. Scortati dall’incrociatore ausiliario Brindisi e dalla torpediniera Andromeda, arrivano a Valona alle 13.
12 gennaio 1941
Salpa da Valona alle 6.30 diretto a Brindisi, scortando la motonave Città di Trapani ed il piroscafo Polcevera, scarichi. Il convoglietto giunge in porto alle 16.
20 luglio 1941
Il Città di Palermo salpa da Napoli alle 18 per scortare a Cagliari i piroscafi Pallade e Vincenzina. La velocità del convoglio è di soli 6,5 nodi.
21 luglio 1941
Il sommergibile britannico Olympus (capitano di corvetta Herbert George Dymott), avvista alle 13.27 il convoglio di cui fa parte il Città di Palermo, in posizione 39°53’ N e 11°49’ E (nel Tirreno centrale). Alle 13.58 l’Olympus lancia un siluro da 5500 metri di distanza, ma manca il bersaglio; ne lancia allora un secondo (alle 14.23) da 5000 metri, ma neanche questo va a segno. Il convoglio prosegue nella navigazione senza accorgersi di nulla.
28 ottobre 1941
Alle 10.30, in posizione 40°42’ N e 13°47’ E (a ponente di Ischia), il sommergibile polacco Sokol (tenente di vascello Borys Karnicki) avvista un convoglio formato da una nave passeggeri e quattro navi da carico, scortate da due cacciatorpediniere: uno dei bastimenti è il Città di Palermo. Alle 10.48, dalla distanza di 5500 metri, il Sokol lancia quattro siluri: subito dopo, per un errore, il sommergibile affiora brevemente, per poi restare per mezzo minuto a tre metri di profondità. Nessuno dei siluri va a segno (il Città di Palermo viene mancato di stretta misura, avvistando i siluri e riferendo dell’attacco), anche se il Sokol avverte un’esplosione alle 10.54, attribuita ad un siluro a segno (varie fonti britanniche e polacche riportano, erroneamente, che il Città di Palermo sarebbe stato colpito e danneggiato). Alle 11 il Sokol, sceso a 73 metri di profondità, subisce un contrattacco col lancio di 10 bombe di profondità, che tuttavia non causano alcun danno, essendo state gettate un paio di miglia a poppavia del bersaglio.
Novembre 1941
Il Città di Palermo ed il Città di Tunisi vengono scelti, in virtù delle loro caratteristiche di velocità ed armamento, per una missione di trasporto rapido di truppe e rifornimenti a Bengasi, nella fase più critica della battaglia dei convogli.
La missione dei due incrociatori ausiliari si colloca nell’ambito di una più vasta e complessa operazione di traffico volta ad inviare urgenti rifornimenti in Libia, dov’è iniziata da pochi giorni un’offensiva britannica (operazione «Crusader») e dopo che la distruzione del convoglio «Duisburg», avvenuta il 9 novembre ad opera della Forza K britannica, ha provocato la perdita di un ingente quantitativo di rifornimenti diretti in Africa Settentrionale.
L’operazione prevede la partenza di vari gruppi di navi; ruolo centrale hanno due convogli di moderne motonavi: il convoglio «C», partito da Napoli in due scaglioni tra le 20 del 20 novembre e le 5.30 del 21 (motonavi Monginevro, Napoli e Vettor Pisani, nave cisterna Iridio Mantovani, cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco e Turbine, torpediniere Enrico Cosenz e Perseo), ed il convoglio «Alfa», salpato da Napoli alle 19 del 20 (motonavi Ankara e Sebastiano Venier e cacciatorpediniere MaestraleAlfredo Oriani Vincenzo Gioberti). La III e VIII Divisione Navale dovranno dare loro protezione.
Al contempo, una motonave veloce (la Fabio Filzi) sarà inviata sempre a Tripoli ma sulla rotta di ponente (per il Canale di Sicilia), con la scorta di un paio di cacciatorpediniere (oltre che di aerei: sia sui due convogli che sulla Filzi la scorta aerea dovrà essere continua, nelle ore diurne, dal 20 al 23 novembre), per non dare nell’occhio; contestualmente saranno inviati a Bengasi l’incrociatore leggero Luigi Cadorna in missione di trasporto di carburante (da Brindisi) nonché, appunto, Città di Palermo e Città di Tunisi (da Taranto), e verranno fatte rientrare in Italia le navi rimaste bloccate a Tripoli dall’inizio di novembre.
L’idea è che un tale numero di navi in movimento contemporaneamente, divise in più convogli sparsi su una vasta area, confonda e disorienti la ricognizione maltese; che i convogli finiscano col coprirsi a vicenda; che la presenza in mare della III e VIII Divisione scoraggi interventi da parte della Forza K britannica (autrice della distruzione del convoglio «Duisburg»), notevolmente inferiore per numero e potenza (incrociatori leggeri Aurora e Penelope e cacciatorpediniere Lance e Lively). L’Aeronautica, oltre alla scorta antiaerea ed antisommergibile dei convogli, effettuerà anche azioni di ricognizione e di bombardamento degli aeroporti di Malta. Alcuni sommergibili vengono disposti in agguato nelle acque circostanti l’isola.
Nei primi giorni di novembre il Città di Palermo imbarca a Taranto truppe italiane di vari reparti, nonché l’Artillerie Abteilung (Battaglione Artiglieria) 361 della 90. Leichte Afrika-Division (la 90a Divisione Leggera dell’Afrika Korps) insieme ad alcuni autocarri, veicoli leggeri e cucine da campo.
19 novembre 1941
Il Città di Palermo (capitano di fregata Filippo Ogno), dopo aver imbarcato 688 militari (1 ufficiale e 427 tra sottufficiali e soldati italiani, 260 militari tedeschi di tutti i gradi) e 92 tonnellate di materiali di commissariato, salpa da Taranto alle 14, insieme al Città di Tunisi (capitano di vascello Franzoni), che trasporta 765 militari e 103 tonnellate di materiali di commissariato. Li scortano i cacciatorpediniere Lanzerotto Malocello (capitano di fregata Mario Leoni) e Nicolò Zeno (caposcorta, capitano di fregata Ollandini).
20 novembre 1941
Alle 15 convoglio viene attaccato da tre bombardieri britannici; tre bombe cadono in mare a poppavia del Città di Palermo, che non subisce danni. Per il resto la navigazione procede senza accadimenti degni di nota, ma nelle prime ore della sera il Città di Tunisi viene colto da un’avaria ad un motore: deve così interrompere la missione e puggiare a Suda, scortato dal Malocello (potrà poi riprendere il viaggio dopo un paio di giorni, dopo aver riparato l’avaria). Il Città di Palermo prosegue verso Bengasi, con la scorta dello Zeno.
21 novembre 1941
Città di Palermo e Zeno, raggiunti nell’ultimo tratto dalla torpediniera Partenope (venuta loro incontro da Bengasi), giungono a Bengasi alle 12.30. Dopo aver rapidamente sbarcato le truppe ed i materiali, il Città di Palermo imbarca personale militare da rimpatriare e poi riparte alle 18 per Taranto, sempre scortato dallo Zeno.
23 novembre 1941
Città di Palermo e Zeno arrivano a Taranto alle otto.

Il Città di Palermo in tempo di pace (g.c. Rosario Sessa, via www.naviearmatori.net)

L’affondamento

Alle nove di sera del 4 gennaio 1942 il Città di Palermo, al comando del capitano di fregata Filippo Ogno, salpò da Brindisi diretto a Patrasso, scortando la motonave Calino. Secondo il volume dell’USMM "La difesa del traffico con l’Albania, la Grecia e l’Egeo", sul Città di Palermo si trovavano circa 150 uomini di equipaggio e circa 600 militari di passaggio (in gran parte appartenenti ad un reggimento misto inviato nel Dodecaneso), per un totale di circa 750 uomini.
Alle 7.55 del 5 gennaio le due navi, giunte tre miglia a nordovest di Capo Dukato, accostarono sulla rotta di sicurezza del passo tra Cefalonia e Santa Maura.
Sul Città di Palermo, ben poca gente si avventurava sui ponti scoperti nella gelida aria di gennaio; il freddo del mattino induceva i più a restarsene sottocoperta. Per giunta, era l’ora della refezione, ed era in corso la distribuzione del caffé. La decisione di restare sottocoperta, per restare al caldo ed avere il caffé, sarebbe riuscita fatale a quasi tutto il personale di passaggio.
Occhi ostili spiavano in quel momento le navi italiane: alle 7.40 il sommergibile britannico Proteus (capitano di corvetta Philip Stewart Francis) aveva rilevato rumori prodotti da motori di navi su rilevamento 300°, ed un minuto dopo aveva avvistato Calino e Città di Palermo mentre procedevano su rotta 140°, ad una distanza di circa 6400 metri.
Il battello nemico manovrò per portarsi all’attacco, senza che sulle navi italiane si sospettasse di nulla. Alle 7.56 il Proteus, ridotte le distanze a soli 585 metri, lanciò due siluri dai tubi di poppa: poco dopo, intorno alle otto del mattino (le 8.06, secondo una fonte), il Città di Palermo venne colpito da entrambe le armi.
La scia del primo siluro fu avvistata all’ultimo momento: il comandante Ogno ordinò di accostare, ma era troppo tardi. Dopo pochi secondi, il siluro colpì il Città di Palermo, che iniziò subito a sbandare sulla dritta: in pochissimo tempo, lo sbandamento raggiunse i 90 gradi.
Gli uomini che avevano la fortuna di trovarsi sui ponti scoperti al momento del siluramento – quasi tutti membri dell’equipaggio – si precipitarono immediatamente verso le scialuppe di salvataggio; alcuni si buttarono in mare dall’estrema poppa. Intanto, anche il secondo siluro andò a segno: la seconda esplosione fu ancora più violenta della prima.
Gli scoppi dei siluri uccisero o ferirono numerosi uomini, e resero inagibili molte delle scale che portavano in coperta; la nave assunse in breve uno sbandamento elevatissimo, togliendo ogni via di scampo a quanti si trovavano nei ponti inferiori. Degli uomini che erano nei ponti inferiori al momento del siluramento, non riuscì a salvarsi quasi nessuno.
Quanti si trovavano sui ponti superiori ebbero almeno la possibilità di abbandonare la nave, ma la situazione era drammatica: l’equipaggio mantenne l’ordine e la disciplina e tentò di mettere a mare alcune lance di salvataggio, ma molti soldati in preda al panico si gettarono sulle imbarcazioni, facendole rovesciare e facendo finire in mare gli occupanti.
Il giovane tenente cappellano don Alberto Carrozza, un ventisettenne di Salsomaggiore, si prodigò per riportare la calma, aiutando nella messa a mare delle scialuppe; rifiutando di salvarsi, cedette il suo salvagente ad un soldato che non l’aveva e rimase sulla nave che affondava, pregando e confortando i suoi uomini. Alla sua memoria sarebbe stata conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Il catanese Carmelo Giustolisi, membro dell’equipaggio, descrisse poi la scena in questi termini: "Uno spettacolo indescrivibile si presentò ai miei occhi. La nave sbandava, la prua era quasi del tutto sommersa. Presi dal panico, numerosi soldati, troppi, saltavano sulle scialuppe di salvataggio ribaltando in mare coloro che vi erano saliti. Prima di tuffarmi, vidi il Cappellano militare che raccomandava tutti alla calma mentre aiutava a mettere in mare le scialuppe. E mentre la nave affondava, Don Alberto Carozza respingeva l'invito a porsi in salvo e donava il suo salvagente ad un soldato che ne era sprovvisto. Restò così fino alla fine, pregando con i suoi soldati."
Anche il comandante Ogno rimase a bordo fino all’ultimo momento; quando il Città di Palermo gli affondò sotto i piedi, venne risucchiato dal gorgo, ma riuscì a raggiungere la superficie.
Passarono solo sei minuti, forse anche meno, tra l’impatto del primo siluro ed il momento in cui il Città di Palermo scomparve tra i flutti nel punto 38°33’ N e 20°36’ E, tre miglia ad ovest di Capo Dukato (Cefalonia) e 73 miglia a nordovest di Patrasso.

Molti naufraghi si ritrovarono in acqua, aggrappati a rottami galleggianti. Non potevano sopravvivere a lungo in quelle condizioni: l’acqua era gelida, e molti degli uomini che si erano gettati in mare morirono assiderati.
La Calino, con manovra che fu poi giudicata corretta (fermarsi a prestare soccorso avrebbe significato essere silurati a propria volta), si allontanò rapidamente dalla zona del siluramento, provvedendo a lanciare il segnale di soccorso, nel caso il Città di Palermo non avesse fatto in tempo a chiedere aiuto via radio.
I primi mezzi di soccorso arrivarono sul posto dopo meno di mezz’ora: si trattava di un dragamine e di un motopeschereccio, in servizio nelle vicinanze. Poco più tardi arrivò anche la torpediniera Generale Carlo Montanari, mentre il Comando Militare Marittimo della Morea (Marimorea) disponeva l’uscita della cisterna militare Sesia e del piroscafetto Tergeste, con personale e materiale sanitario, viveri e coperte, oltre ad ordinare che tutti i mezzi aerei e navali a disposizione dessero la caccia al sommergibile attaccante. Per molti dei naufraghi era già troppo tardi.
Un gruppo di marinai del Città di Palermo, rifugiatisi su un relitto galleggiante, furono portati dalle correnti fino in prossimità della costa: qui decisero, all’unanimità, di raggiungere la terra a nuoto, e così fecero. Tutti tranne uno, il motorista della Tirrenia Alfonso Esposito: era rimasto ferito alla testa, inciampando, durante l’abbandono della nave, e non volle lasciare il relitto, forse ancora stordito dalla ferita, forse temendo di non riuscire a raggiungere la riva. Alcuni suoi colleghi e concittadini, sopravvissuti all’affondamento, tornando nel paese d’origine erano convinti di trovarlo presso la sua famiglia, ma scoprirono che risultava disperso; rimasero stupiti e dissero che lui “non era morto in quell’incidente”. Per anni la famiglia avrebbe atteso invano il suo ritorno; qualcuno ritenne anche di averlo visto a Napoli in epoca successiva. Agli archivi della Marina Militare (Esposito era stato militarizzato col grado di secondo capo meccanico) Alfonso Esposito risulta disperso il 5 gennaio 1942. Lasciava una moglie e quattro figli.

Solo circa metà dell’equipaggio del Città di Palermo sopravvisse, e quasi nessuno dei militari di passaggio. Non sembrano esservi informazioni precise sul numero delle vittime: secondo documenti consultati presso l’USMM dal ricercatore Platon Alexiades, su circa 750 uomini imbarcati (150 membri dell’equipaggio e 600 militari di passaggio) vi furono 291 sopravvissuti, il che significherebbe che le vittime furono oltre 400. Dalla medesima fonte risulterebbe però che “potrebbero esservi stati 400 prigionieri di guerra a bordo” (oltre ai 750 italiani già menzionati), ma non sembra esistere nessuna lista, né risultano nomi di stranieri tra i superstiti recuperati. È possibile che la notizia sui 400 prigionieri a bordo sia un errore (il citato volume dell’USMM non fa menzione della presenza di prigionieri, né essa sembra essere menzionata da qualsiasi altra fonte), anche perché non si vede il senso di trasportare prigionieri dall’Italia verso la Grecia, anziché in senso opposto. In caso contrario, le vittime del Città di Palermo sarebbero state oltre 800.
Alcuni articoli online parlano di 921 vittime e soli 60 sopravvissuti tra il personale imbarcato sul Città di Palermo, ma non viene fornita nessuna fonte per queste cifre, il che induce a ritenere che esse siano errate, considerata l’autorevolezza della fonte secondo cui vi sarebbero stati 291 sopravvissuti.
Alcuni dei superstiti risentirono gravemente delle conseguenze del lungo periodo passato nell’acqua gelida e cosparsa di nafta: il secondo capo cannoniere Arturo Ciannamea, rimasto a lungo in acqua pressoché nudo, aggrappato ad un pezzo di legno, avrebbe avuto problemi di salute per il resto della sua vita, passando i suoi anni tra ripetuti ricoveri ospedalieri. Sarebbe morto ancora giovane, probabilmente per problemi collegabili ai patimenti subiti in seguito all’affondamento, pur essendo riuscito a sposarsi ed avere una figlia.


Personale della Regia Marina perito sul Città di Palermo:

Armando Abbondante, marinaio silurista, disperso
Bruno Affarelli, marinaio furiere, disperso
Gennaro Amba, marinaio fuochista, deceduto
Gennaro Arcoleo, sottocapo cannoniere, disperso
Matteo Barbera, capo meccanico di seconda classe, deceduto
Michele Bartoli, marinaio cannoniere, deceduto
Leo Battaglia, marinaio, deceduto
Ettore Battista, marinaio segnalatore, deceduto
Francesco Bellisario, sottocapo segnalatore, disperso
Mario Bertolini, secondo capo nocchiere, disperso
Santo Billè, marinaio S.D.T., disperso
Pietro Biondo, marinaio, disperso
Bartolomeo Bompartito, sottocapo nocchiere, disperso
Luigi Bonadio, secondo capo cannoniere, disperso
Giuseppe Brambilla, marinaio cannoniere, deceduto
Giovanni Brangi, marinaio, disperso
Luigi Bronti, sottocapo segnalatore, disperso
Gaetano Calabrese, marinaio, deceduto
Giuseppe Cammarata, marinaio, disperso
Umberto Cammarata, marinaio furiere, disperso
Salvatore Campisi, marinaio furiere, deceduto
Francesco Capecchi, marinaio, disperso
Cinzio Caradini, sottocapo segnalatore, disperso
Felice Careddu, marinaio radiotelegrafista, disperso
Guido Casella, secondo capo segnalatore, disperso
Stefano Catania, secondo capo meccanico, disperso
Vincenzo Ceci, marinaio fuochista, deceduto
Giovanni Cesaroni, marinaio meccanico, disperso
Antonio Chiarello, marinaio, disperso
Domenico Cinti, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Corsico, marinaio, disperso
Pietro Crimiti, marinaio, disperso
Armando Cucchi, sottocapo elettricista, disperso
Filippo Cuomo, marinaio cannoniere, disperso
Silvio Currarino, sergente torpediniere, deceduto
Aniello D’Acunto, marinaio, disperso
Domenico De Giorgi, marinaio, disperso
Carmine De Lucia, secondo capo meccanico, disperso
Pietro De Moro, secondo capo furiere, deceduto
Francesco Del Buono, marinaio, disperso
Ercole Del Prete, marinaio, disperso
Francesco Dovere, sottocapo cannoniere, disperso
Alfonso Esposito, secondo capo meccanico, disperso
Amedeo Feola, marinaio, disperso
Gennaro Ferrandino, marinaio, disperso
Illario Ferrari, marinaio fuochista, deceduto
Domenico Festoso, sottocapo fuochista, disperso
Antonino Fichera, marinaio, deceduto
Salvatore Fiorillo, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Flori, sottocapo cannoniere, disperso
Francesco Fornasar, sottocapo cannoniere, deceduto
Antonio Forneris, marinaio radiotelegrafista, disperso
Hermes Gadani, marinaio silurista, disperso
Giacomo Galioto, sottocapo nocchiere, deceduto
Salvatore Gambuzza, sottocapo carpentiere, disperso
Giuseppe Giacona, marinaio, disperso
Ignazio Giannalivigni, marinaio, disperso
Giovanni Giardo, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Gioielli, marinaio furiere, disperso
Giuseppe Giuffrè, sottocapo nocchiere, disperso
Antonio Grava, marinaio cannoniere, disperso
Mario Graziano, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Lorenzo Guerriera, sottocapo nocchiere, disperso
Carlo Guido, sottocapo cannoniere, disperso
Fiore Iacono, sottocapo furiere, disperso
Alfonso Infurna, marinaio carpentiere, disperso
Alberto Intoccia, marinaio cannoniere, disperso
Amedeo Iudica, capitano del Genio Navale, disperso
Benedetto La Barbera, sottocapo furiere, disperso
Achille La Fata, marinaio fuochista, disperso
Claudio Lambertini, marinaio cannoniere, disperso
Orazio Licciardello, marinaio, deceduto
Giuseppe Lo Cascio, secondo capo meccanico, disperso
Pietro Longhi, marinaio, disperso
Valentino Lupieri, tenente di vascello, disperso
Giovanni Magnasco, sottocapo carpentiere, disperso
Raffaele Mainas, marinaio, disperso
Francesco Maiorana, tenente del Genio Navale, disperso
Agostino Malafronte, sottocapo cannoniere, disperso
Luigi Manfredi, sottocapo fuochista, deceduto
Serino Mantellassi, marinaio fuochista, disperso
Vincenzo Maroni, capo aiutante di seconda classe, disperso
Pasquale Marra, sottocapo cannoniere, disperso
Vito Mattaliano, capitano del Genio Navale, disperso
Alfredo Mazzarisi, marinaio, disperso
Salvatore Messina, sottocapo nocchiere, disperso
Antonio Micalizzi, capo elettricista di seconda classe, disperso
Salvatore Miranda, sottocapo, deceduto
Rosolino Molica, sottocapo nocchiere, deceduto
Silvio Montagnese, sottocapo motorista, disperso
Mario Montaldo, marinaio, disperso
Ruggero Montanari, marinaio silurista, disperso
Antonio Morelli, marinaio furiere, disperso
Mario Mozan, marinaio fuochista, disperso
Mario Mura, capo furiere di prima classe, disperso
Domenico Natoli, sottocapo cannoniere, deceduto
Amleto Navarra, sergente motorista, disperso
Giacinto Occhipinti, marinaio, disperso
Santo Ognissanti, marinaio, deceduto
Salvatore Orlando, capo carpentiere di seconda classe, disperso
Michelangelo Paiano, marinaio radiotelegrafista, disperso
Gaetano Paino, marinaio, disperso
Andrea Parisi, marinaio, disperso
Ettore Passerini, sottotenente CREM, disperso
Raffaele Pecoraio, marinaio fuochista, disperso
Vincenzo Perna, sottocapo elettricista, disperso
Antonio Petrone, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Pierucci, sottocapo elettricista, disperso
Umberto Piraino, marinaio fuochista, disperso
Lorenzo Pisasale, sottocapo infermiere, deceduto
Flavio Porricolo, marinaio, disperso
Vittorio Procida, marinaio, deceduto
Ferdinando Raddi, secondo capo elettricista, disperso
Andrea Radoslovich, marinaio fuochista, disperso
Guido Rode, sottocapo radiotelegrafista, deceduto
Arturo Rossi, sergente (militarizzato), disperso
Mario Rossi, marinaio, disperso
Giuseppe Ruggero, secondo capo silurista, disperso
Salvatore Ruggiero, marinaio furiere, disperso
Giuseppe Runci, sottocapo furiere, disperso
Francesco Scalici, marinaio, disperso
Umberto Scatola, marinaio cannoniere, deceduto
Albino Scermino, marinaio, disperso
Tullio Sciarra, marinaio, deceduto
Pasquale Scognamiglio, marinaio, disperso
Dario Seligardi, secondo capo (militarizzato), disperso
Angelo Senese, sottocapo infermiere, disperso
Paolo Spicuzza, marinaio fuochista, disperso
Nereo Stecich, marinaio fuochista, disperso
Fernando Stretti, sottocapo furiere, disperso
Lorenzo Tarallo, marinaio cannoniere, disperso
Ubaldo Tessari, sottocapo segnalatore, disperso
Giuseppe Traversone, marinaio, disperso
Eugenio Trinca, secondo capo furiere, disperso
Alvaro Vairani, secondo capo meccanico, disperso
Girolamo Verde, marinaio motorista, disperso
Luigi Visconte, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Giacomo Viviano, secondo capo elettricista, deceduto
Nicola Vurro, marinaio cannoniere, disperso
Ernesto Zanellato, sottocapo palombaro, disperso
Francesco Zecchillo, marinaio meccanico, deceduto

Nota – I nomi sopra elencati sono ricavati dai tre volumi che raccolgono i nominativi dei caduti e dispersi della Marina Militare italiana nella seconda guerra mondiale. A differenza che per quasi tutte le altre navi, per i caduti del Città di Palermo non è indicato il nome dell’unità di appartenenza, ma soltanto la dicitura «non specificato (O12)» che sembra identificare il personale imbarcato su navi requisite, quale appunto era il Città di Palermo. È possibile identificarli come caduti del Città di Palermo in base alla data di morte o dispersione, il 5 gennaio 1942; l’unica altra unità navale italiana perduta in tale data era infatti il sommergibile Ammiraglio Saint Bon, i cui caduti non possono essere confusi con quelli del Città di Palermo, perché nel loro caso è indicato il nome del sommergibile. Il presente elenco non comprende invece i nomi del personale del Regio Esercito, della Regia Aeronautica (se presente) e di eventuali civili periti nell’affondamento.


In seguito al siluramento, Maricotraf dispose la temporanea sospensione del traffico tra l’Italia e le Isole Ionie.
I pochi militari sopravvissuti all’affondamento, sbarcati a Patrasso, vennero trasferiti ad Atene e da qui a Rodi.
Per loro la guerra continuava: il tenente medico di complemento Sebastiano Leone avrebbe subito un secondo, meno drammatico, affondamento pochi mesi dopo, con il posamine ausiliario Lero, guadagnandosi l’appellativo di “naufrago di professione” da parte dell’ammiraglio Bianchieri, comandante di Mariegeo (particolarmente infastidito perché Leone si era presentato a lui in divisa dell’Esercito, unica divisa che aveva potuto reperire dopo l'affondamento del Città di Palermo).
Il capitano d’artiglieria Giovanni Terruggia, sopravvissuto con non pochi problemi di salute a causa dell’ingestione di molta acqua mista a nafta, sarebbe stato fucilato a Coo dai tedeschi nell’ottobre 1943, durante le crudeli rappresaglie che insanguinarono l’Egeo dopo l’armistizio.

La Città di Palermo in tempi migliori (Eustachio Patalano via www.naviearmatori.net)

L’affondamento del Città di Palermo nel giornale di bordo del Proteus (da Uboat.net):

“0740 hours - Just as it was getting light heard HE bearing 300°.
0741 hours - Sighted two merchant vessel on the same bearing. Range was 7000 yards. Enemy course was 140°. Started attack. The ships were seen to be modern passenger vessel of about 8000 tons.
0756 hours - Fired two stern torpedoes from 600 yards. Both hit. The ship immediately took a heavy list to starboard und turned onto her beam ends.
0802 hours - The target was seen to sink.”

(g.c. Rosario Sessa, via www.naviearmatori.net)


lunedì 4 settembre 2017

V 224 SVAM I

Lo SVAM I ad Anzio in tempo di pace (g.c. Pietro Berti, via www.naviearmatori.net)

Motoveliero da carico (goletta) di 388 tsl, lungo 39,4 metri e largo 8,53, con pescaggio di 3,99 m. Appartenente all’armatore viareggino Luigi Tomei, iscritto con matricola 597 al Compartimento Marittimo di Viareggio. Impiegato in guerra come vedetta foranea con sigla V 224.

Breve e parziale cronologia.

16 agosto 1917
Varato nei cantieri Pusey & Jones Co. di Wilmington (Delaware, Stati Uniti) come Pusey Jones No. 4 (numero di cantiere 364).
Novembre 1917
Completato come Pusey Jones No. 4 per la Thor O. Hannevigs Dampskibsselsk (armatori Thor O. Hannevig & Co.) di Horten (Norvegia). Porto di registrazione Borre (Horten), bandiera norvegese, nominativo di chiamata WLVT; stazza lorda e netta sono rispettivamente 418 tsl e 287 tsn.
Partecipa alla prima guerra mondiale al comando del capitano J. M. Cappelen.
1920 (o 1923)
Acquistato dalla Società Anonima Velieri a Motore (S.V.A.M.) di Viareggio, e ribattezzato SVAM I.
È uno dei primissimi motovelieri ad entrare in servizio sotto bandiera italiana: la Società Anonima Velieri A Motore sarà “pioniera” nella diffusione in Italia dei motovelieri, importando per prima a Viareggio – città dalla secolare tradizione velica – questa innovazione. Nel giro di pochi anni, tutti gli armatori viareggini, per restare al passo coi tempi, saranno costretti a motorizzare i propri velieri, trasformandoli in motovelieri.
1925
Trasferito all’armatore L. G. Tomei & Co. di Viareggio.
11 maggio 1941
Requisito a Portici dalla Regia Marina ed iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato con sigla V 224, per essere impiegato nel servizio di vigilanza foranea.
11 giugno 1941
Lo SVAM I salpa da Trapani per Tripoli alle tre di notte, in convoglio con i motovelieri Delfino, Aurora, Cora, Stefano Padre, S. Rocco e Fratelli Bertolli. Il convoglietto è privo di scorta.
13 giugno 1941
In giornata il convoglio sosta a Pantelleria, poi lo SVAM I e gli altri motovelieri si dividono e proseguono per Tripoli, ciascuno per conto proprio.
17-19 giugno 1941
SVAM I e gli altri motovelieri arrivano a Tripoli; alcuni di essi proseguono da soli verso altri porti della costa libica.
21 giugno 1941
Lo SVAM I ed i motovelieri Sparviero, Cora ed Aurora lasciano Tripoli per Bengasi alle 11. Durante la navigazione, varie unità si alternano nella loro scorta.
25 giugno 1941
Il convoglietto raggiunge Bengasi alle 22.
1° luglio 1941
Lo SVAM I ed il motoveliero Cora partono da Bengasi per Tripoli alle 14, scortati dalla cannoniera Alula.
7 luglio 1941
SVAM I e Cora arrivano a Tripoli alle 16.
10 agosto 1941
Lo SVAM I ed il motoveliero Giuseppina partono da Tripoli per Bengasi alle 10.
13 agosto 1941
Dopo un viaggio durante il quale sono stati scortati da varie unità, SVAM I e Giuseppina arrivano a Bengasi nel pomeriggio.
24 agosto 1941
Lo SVAM I salpa da Tripoli alle 5 diretto a Bengasi, insieme al motoveliero Giuseppina e con la scorta della cannoniera Riccardo Grazioli Lante.
Dopo qualche ora il convoglietto viene attaccato da tre bombardieri Bristol Blenheim della Royal Air Force al largo di Marsa El Auegia, nel Golfo della Sirte. Alle 9.30 la Grazioli Lante viene colpita da bombe ed affonda, con sette vittime tra l’equipaggio. SVAM I e Giuseppina recuperano i 32 superstiti della cannoniera, poi proseguono.
25 agosto 1941
SVAM I e Giuseppina arrivano a Bengasi alle 17.

L’affondamento

Alle 3.25 (fonti italiane parlano però delle 2.30 come ora dell’attacco) del 10 settembre 1941 lo SVAM I, alla fonda al largo di Marsa el Auegia (nel Golfo della Sirte) nel corso di un viaggio da Tripoli a Bengasi, venne avvistato dal sommergibile britannico Thunderbolt (capitano di corvetta Cecil Bernard Crouch). Avvicinatosi al motoveliero, alle 3.48 il sommergibile aprì il fuoco col suo cannone; sparò in tutto undici colpi contro lo SVAM I, stimando quattro centri accertati più altri due probabili, fino ad incendiare la piccola nave. Dopo il terzo colpo, la batteria italiana di Forte Biroli aprì il fuoco a sua volta contro il Thunderbolt, che reagì con quattro salve dirette contro la batteria mentre si ritirava dall’area.
Lo SVAM I bruciò fino al mattino seguente, quando colò infine a picco.
Tra il suo equipaggio ci furono un morto (il marinaio Mario Del Pistoia, 46 anni, da Viareggio) ed un ferito.

L'affondamento dello SVAM I nel giornale di bordo del Thunderbolt (da Uboat.net):

"0325 hours - Sighted a three masted schooner at anchor. Decided to attack with the gun.
0348 hours - Opened fire. In all eleven rounds were fired for four hits and two possible hits. The schooner was on fire. After the third round, Thunderbolt was taken under fire by a shore battery. Thunderbolt fired four rounds at this shore battery while withdrawing from the area (the battery was Fort Biroli)."
 
Il Pusey Jones No. 4 in costruzione (da www.digital.hagley.org


venerdì 1 settembre 2017

Giuseppe La Masa

Il Giuseppe La Masa, verosimilmente nei primi anni di servizio (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)

Torpediniera, già cacciatorpediniere, capoclasse della classe omonima (dislocamento standard 660 tonnellate, in carico normale 840 tonnellate, a pieno carico 875 tonnellate).
Le unità della classe La Masa, facente parte della lunga serie delle “tre pipe” (così chiamate per via dei loro tre alti e snelli fumaioli), erano sostanzialmente una riproduzione della precedente classe Sirtori, dalla quale differivano nell’armamento principale: mentre i Sirtori erano armati con sei cannoni singoli da 102/35 mm, l’armamento dei La Masa consisteva in quattro pezzi singoli da 102/45 Schneider-Armstrong 1917 (più moderni dei 102/35: il numero era stato ridotto da sei a quattro per via del maggiore peso dei pezzi da 102/45, ma, disponendo i due cannoni poppieri lungo l’asse centrale, la bordata non era stata ridotta) e due cannoncini contraerei Armstrong da 76/40 mm, oltre a due mitragliere singole Colt da 6,5/80 mm. Invariato l’armamento silurante, 4 tubi lanciasiluri da 450 mm in impianti binati.
In generale, le unità di questa classe – ultimi cacciatorpediniere italiani ad entrare in servizio durante la prima guerra mondiale: alcuni, anzi, furono completati a guerra già finita – non rappresentarono un’evoluzione rispetto alle precedenti classi Pilo e Sirtori, alle quali erano quasi del tutto uguali. Come questi ultimi, erano attrezzati anche per la posa di mine ed il dragaggio in corsa, e muniti di tramogge per bombe torpedini da getto.
I cannoni da 76/40 vennero eliminati all’inizio del secondo conflitto mondiale, e tra la fine del 1941 e l’inizio 1942 l’armamento artiglieresco subì un decremento a favore di un maggiore armamento contraereo: entro la fine del 1942, il La Masa risultava armato con un unico cannone da 102/45 mm (situato sul castello di prua), quattro mitragliere contraeree binate da 20/65 mm, tre tubi lanciasiluri da 533 mm (in un unico impianto trinato collocato a centro nave, a poppavia del terzo fumaiolo, lungo l’asse centrale) e due da 450 mm (un impianto binato, a poppa). Tale armamento, sperimentale, fu peculiare del solo La Masa e del gemello Carini, mentre le altre unità della classe mantennero un maggiore numero di cannoni da 102/45, pur subendo varie modifiche all’armamento.
La classe La Masa contava in tutto otto unità: una, il Benedetto Cairoli, andò perduta per collisione nella prima guerra mondiale, mentre le rimanenti sette, declassate nel 1929 a torpediniere, combatterono anche nella seconda guerra mondiale, nella quale cinque di esse andarono perdute.
Durante la seconda guerra mondiale il Giuseppe La Masa operò prevalentemente in Mar Tirreno (secondo una fonte avrebbe anche compiuto qualche missione di scorta sulle rotte per l’Albania e la Grecia), con compiti di scorta e di soccorso.

Breve e parziale cronologia.

1° settembre 1916
Impostazione nei cantieri Odero di Sestri Ponente.
6 settembre 1917
Varo nei cantieri Odero di Sestri Ponente.
28 settembre 1917
Entrata in servizio.
23-24 aprile 1918
Il La Masa, insieme al cacciatorpediniere Pilade Bronzetti, agli esploratori Carlo Mirabello ed Alessandro Poerio ed ai cacciatorpediniere  Cimeterre (francese), TorrensCometAlarmRedpole e Rifleman (tutti britannici), esce in mare per porsi all’inseguimento dei cacciatorpediniere austroungarici TriglavCsepelUzsokLika e Dukla, che hanno attaccato lo sbarramento del canale d’Otranto e danneggiato gravemente i cacciatorpediniere britannici Hornet e Jackal, intervenuti per fermarli. Tra le navi italiane, il La Masa è l’ultimo a prendere il mare, salpando da Brindisi, preceduto nell’ordine da Bronzetti, Mirabello (con a bordo il contrammiraglio Guido Biscaretti, comandante della IV Divisione) e Poerio; il La Masa esce in mare poco dopo Mirabello e Poerio, che sono partiti insieme Da Valona esce anche l’incrociatore leggero britannico Gloucester.
A causa della loro posizione, sfavorevole ad un’intercettazione, le navi italo-franco-britanniche non riescono a raggiungere quelle austroungariche prima che esse rientrino in porto.
25 maggio 1918
La Masa, Bronzetti, Poerio e Mirabello (con a bordo il contrammiraglio Leopoldo Notarbartolo, comandante della IV Divisione) lasciano Brindisi per dare la caccia a cinque unità austroungariche avvistate e segnalate da cacciatorpediniere britannici, ma senza risultato.
1-2 luglio 1918
Il La Masa ed altri sei cacciatorpediniere – Audace, Francesco Stocco, Giuseppe SirtoriGiuseppe Missori, Giovanni Acerbi e Vincenzo Giordano Orsini – danno appoggio a distanza alle torpediniere 64 PN65 PN66 PN40 OS, 48 OSClimene e Procione (le ultime due d’alto mare, con sola funzione d’appoggio alle altre, costiere) mentre procedono lentamente tra Cortellazzo e Caorle bombardando le linee austroungariche, simulando inoltre uno sbarco (con le torpediniere 15 OS18 OS e 3 PN che rimorchiano alcuni finti pontoni da sbarco) per distogliere l’attenzione delle forze nemiche e così favorire l’avanzata di quelle italiane (Reggimento Marina e 64° e 65° Reggimento Bersaglieri), sul fronte del Piave. I cacciatorpediniere italiani s’imbattono inoltre negli austroungarici Csikós e Balaton e nelle torpediniere TB 83F e TB 88F, partite da Pola nella tarda serata del 1° luglio per supportare un’incursione aerea su Venezia e giunte in zona dopo aver superato l’attacco di un MAS (che ha lanciato un siluro contro il Balaton, che ha una caldaia guasta) all’alba del 2 luglio. Le unità italiane avvistano quelle nemiche alle 3.10 ed aprono il fuoco, dopo di che anche le siluranti austroungariche iniziano a sparare: nel breve scambio di colpi le unità nemiche, soprattutto il Balaton (che si è portato nel colmo dello scontro, lasciando indietro le altre tre), subiscono alcuni danni, ma anche lo Stocco viene colpito, con alcuni morti e feriti tra l'equipaggio ed un incendio a bordo che lo obbliga a fermarsi (dopo aver evitato due siluri con la manovra), e l'Acerbi si deve fermare per fornire aiuto all’unità gemella. Il Balaton, centrato più volte in coperta a prua, si porta in posizione più avanzata, mentre La MasaAudace e Missori combattono contro il Csikós e le due torpediniere, rimaste indietro: da entrambe le parti si lanciano infruttuosamente siluri, mentre il Csikós viene colpito da un proiettile nel locale caldaie poppiero ed anche le due torpediniere ricevono un colpo ciascuna. Dopo qualche tempo le unità italiane si allontanano per riprendere il loro ruolo, mentre quelle austroungariche tornano a Pola.
1° novembre 1918
Il La Masa fa parte della III Squadriglia Cacciatorpediniere (insieme ai gemelli Nicola Fabrizi, Rosolino Pilo e Giuseppe Missori), la quale, unitamente alle Squadriglie Cacciatorpediniere I e V, forma la Flottiglia Cacciatorpediniere dell’Alto Adriatico, con base a Venezia.
3 novembre 1918
Durante l’offensiva finale italiana, un giorno prima dell’annuncio dell’armistizio di Villa Giusti, La MasaStoccoMissoriPiloAcerbiOrsiniAudace (al comando del capitano di corvetta Pietro Starita e con a bordo il capitano di vascello Giobatta Tanca, comandante dei cacciatorpediniere dell’Adriatico, ed il pilota Guido Tebaidi, esperto della navigazione tra Cortellazzo e Trieste) e Fabrizi lasciano Venezia diretti a Trieste, trasportando il generale Carlo Petitti di Roreto (designato governatore di Trieste), imbarcato sull’Audace. (Per altra fonte, Petitti di Roreto era imbarcato proprio sul La Masa, ma si tratta probabilmente di un errore).
Insieme a loro vi sono anche le torpediniere d’altura Procione e Climene (partite da Cortellazzo), mentre li segue un convoglio per trasporto truppe (piroscafetti IstriaCervignano e Friuli; vaporetti Sant’Elena, Roma e Clodia ciascuno con 300 uomini; vaporetti lagunari 1417293840SV1SV4 e San Secondo, con 1450 uomini in tutto) scortato dalle torpediniere costiere 1 PN4 PN40 PN41 PN64 PN (con a bordo il generale Coralli, comandante della spedizione, ed il capitano di vascello Cesare Vaccaneo), 13 OS e 46 OS (40 PN e 41 PN prendono anche a rimorchio Cervignano e Friuli, unitisi all’ultimo momento, perché troppo lenti) e protetto anche dalle torpediniere Pellicano e 113 S, dalle cannoniere Brondolo e Marghera e dai dragamine RD 1 e RD 2, che effettuano a coppie il dragaggio della rotta.
Le navi del convoglio trasportano il 7° e l’11° Reggimento Bersaglieri (generale Felice Coralli), il Battaglione "Golametto" del Reggimento Marina (capitano di corvetta Cesare Repetto), la compagnia mitraglieri reggimentale FIAT (sottotenente di vascello Mario Monti) del reggimento Marina (capitano di vascello Giuseppe Sirianni) ed alcuni membri di reparti speciali. Scopo di queste truppe – 2600 uomini in tutto, oltre a 200 carabinieri imbarcati sull’Audace – è di procedere all’occupazione di Trieste: il 30 novembre, infatti, è giunta a Trieste la torpediniera ex austroungarica TB 3, recante parlamentari triestini (italiani ed alcuni jugoslavi) che hanno riferito che i rappresentanti delle autorità dell’Impero Austro-Ungarico (in rapida disgregazione) hanno lasciato Trieste, e che la città è governata da un comitato di salute pubblica. Il 1° novembre, pertanto, il Comando in Capo del Dipartimento di Venezia ha ricevuto disposizione di procedere all’occupazione della città, operazione che prende il via appunto il 3 novembre.
Compito del gruppo dei cacciatorpediniere, che precede il convoglio con le truppe, è di proteggere quest’ultimo e dragarne la rotta; le mine, unico concreto pericolo della navigazione (circola anche la notizia che tre sommergibili siano usciti da Pola, ma essa è priva di fondamento), non provocano problemi (due sole vengono dragate, al largo di Cortellazzo).
Nell'ultimo tratto della navigazione, il convoglio è scortato anche da una coppia di idrovolanti: L7 e L8 al mattino, M28 e M30 al pomeriggio.
Pilotate dalla TB 3, le navi italiane entrano a Trieste alle 16.10, sbarcandovi 200 carabinieri ed il generale Petitti di Roreto. Quest’ultimo, appena sceso a terra, prende possesso della città in nome del re d’Italia, tra la folla festante. Alle 17 l’Istria sbarca la compagnia mitraglieri, che prende possesso dell’Arsenale militare, ed alle 18 attracca il resto del convoglio, che sbarca le truppe.
L’occupazione della città non presenta problemi; sono presenti soltanto due torpediniere ex austroungariche e personale del Comando Marina. Le truppe italiane provvedono rapidamente a prendere possesso e dei principali edifici pubblici e militari, oltre che al rimpatrio degli ex prigionieri italiani.

Cartolina commemorativa dell’arrivo delle navi italiane a Trieste: a sinistra il La Masa, a destra l’Audace (da www.webalice.it

5 novembre 1918
La Masa, Pilo, Missori, il cacciatorpediniere Giuseppe Cesare Abba e la corazzata Ammiraglio Saint Bon (con a bordo l’ammiraglio Umberto Cagni, comandante della formazione), le torpediniere d’altura ProcioneClimene e Pellicano (che dragano la rotta davanti alla formazione), le torpediniere costiere 2 PN3 PN4 PN10 PN16 OS, 41 PN e 64 PN, quattro MAS ed un rimorchiatore-dragamine salpano da Venezia di prima mattina dirette a Pola, per procedere all’occupazione della città e piazzaforte già austroungarica. A bordo delle navi sono imbarcate truppe da sbarco della Marina e dell’Esercito: sui cacciatorpediniere, quattro compagnie da sbarco della Marina con alcuni specialisti per le comunicazioni; sulla Saint Bon, un battaglione di fanteria e 100 carabinieri. Il tempo non è dei migliori: nebbia, nuvolaglia, vento di scirocco, piovaschi e mare lungo.
La formazione supera gli sbarramenti di Venezia prima delle cinque del mattino, ed alle dieci la aumenta la velocità, mentre il tempo migliora, anche se non si vede il sole; il mare si calma. A mezzogiorno, superata una zona minata, le navi italiane passano davanti a Rovigno,
Alle 13.30 la formazione entra nel canale di Fasana, e poco dopo l’ammiraglio Cagni dà ordine sbarcare truppe a Fasana (a cinque chilometri da Pola): prima il capitano di vascello Foschini, poi le compagnie da sbarco dei cacciatorpediniere, poi i reparti della Saint Bon. Mentre le prime compagnie da sbarco – personale del Reggimento Marina – prendono terra, alle 13.50, Cagni ordina alla 4 PN (tenente di vascello Paolo Maroni; a bordo anche il capitano di vascello Alessandro Ciano) di precedere le altre navi a Pola, per preannunciare l’occupazione della città. La torpediniera esegue l’ordine ed entra a Pola alle 14.20. La La Masa (che, avendo a bordo il capitano di vascello Costanzo Ciano ed un pilota pratico di queste acque, guida la Saint Bon in porto, indicandole dove dare fondo) e le altre navi entrano a Pola alle 16, in linea di fila; in serata giungono anche truppe di terra.
Mentre la popolazione della città – in maggioranza italiana – accoglie festosamente l’arrivo delle truppe italiane, il considerevole numero di soldati e (soprattutto) marinai jugoslavi presenti può presentare un problema per l’occupazione italiana.
L’ammiraglio Metodio Koch, comandante della neonata flotta jugoslava (sorta il 30 ottobre a seguito dell’unilaterale cessione della flotta austroungarica al Consiglio Nazionale dei Serbi, Croati e Sloveni), inizialmente protesta e sostiene che la città di Pola, le sue fortezze e la flotta già austroungarica appartengono ora alla Jugoslavia; le clausole dell’armistizio di Villa Giusti, tuttavia, prevedono la consegna della flotta e l’occupazione interalleata (mentre il Patto di Londra parlava di occupazione italiana) delle installazioni militari e degli arsenali e cantieri di Pola (sarà anche la Francia a prendere posizione contro un’occupazione solamente italiana, anziché da parte delle forze congiunte dell’Intesa), ma non vi è poi una sostanziale opposizione all’occupazione italiana. Le fortezze vengono occupate il 6 novembre.
I circa 30.000 militari ex austroungarici presenti in città se ne vanno nei giorni successivi, mentre l’ammiraglio Cagni assumerà pieni poteri il 7 novembre.

Venezia, 1919: il La Masa ormeggiato accanto ai similari Rosolino Pilo e Giuseppe Missori, della classe Pilo. In primo piano il cacciatorpediniere statunitense Kilty (Coll. Guido Alfano, via Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)

30 agosto 1923
Nel corso della Crisi di Corfù, scatenata dall’assassinio (avvenuto ad opera di ignoti, il 27 agosto, tra Giannina e Santi Quaranta) del generale Enrico Tellini e di una delegazione italiana che avrebbe dovuto definire i confini tra Grecia ed Albania, il La Masa salpa da Taranto con una forza navale (composta, oltre che dal La Masa, dai cacciatorpediniere Giuseppe Sirtori, Generale Antonio CantoreGenerale Antonio Chinotto, Generale Marcello Prestinari e Generale Achille Papa, dalle corazzate Caio Duilio ed Andrea Doria, dall’esploratore Augusto Riboty, da un dragamine e da due navi ausiliarie) incaricata di difendere il Dodecaneso da possibili azioni ostili da parte della Grecia. La squadra viene dislocata a Portolago (Lero).

La nave nel 1923 (Coll. Luigi Accorsi via www.associazione-venus.it)

1929
Forma, insieme ai similari Generale Achille PapaGenerale Antonio Cantore, Generale Carlo MontanariGenerale Marcello Prestinari, la VI Squadriglia Cacciatorpediniere, che con la V Squadriglia (Angelo Bassini, Giacinto Carini, Nicola Fabrizi, Giuseppe La Farina) ed all’esploratore Carlo Mirabello compone la 3a Flottiglia della II Divisione Siluranti (2a Squadra Navale, di base a Taranto).
1° ottobre 1929
Declassato a torpediniera, come tutti i vecchi “tre pipe”. Negli anni successivi alterna periodi di impiego con la flotta a periodi di disponibilità.
1930 ca.
È comandante della La Masa il capitano di corvetta Giuseppe Sparzani.
1937-1938
È comandante della La Masa e della sua squadriglia, per breve tempo, il capitano di fregata Massimo Girosi.

Una immagine, un po’ mutilata, della nave nel 1919 (da www.modellismopiu.it)

10 giugno 1940
All’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, la La Masa fa parte della XVI Squadriglia Torpediniere (insieme a Giacinto Carini, Curtatone, Castelfidardo, Calatafimi e Monzambano), avente base a La Spezia.
9 febbraio 1941
La La Masa si trova a La Spezia quando Genova, tra le 8.14 e le 8.55, viene bombardata dalla Forza H britannica (incrociatore da battaglia Renown, corazzata Malaya, portaerei Ark Royal, incrociatore leggero Sheffield, cacciatorpediniere Fury, Foxhound, Foresight, Fearless, Encounter, Jersey, Jupiter, Isis, Duncan e Firedrake), che spara contro il capoluogo ligure 273 colpi da 381 mm, 782 da 152 mm e 405 da 114 mm, distruggendo o danneggiando gravemente 254 edifici, uccidendo 144 civili e ferendone 272, oltre ad affondare due mercantili. Quale azione diversiva, anche La Spezia viene attaccata, alle 7.33, da alcuni bombardieri decollati dall’Ark Royal, che depositano delle mine magnetiche all’uscita del porto (in tutto 14 biplani Fairey Swordfish, degli Squadrons 810 e 820 della Fleet Air Arm, attaccano La Spezia e Livorno). Lo scopo è impedire alla squadra navale italiana di uscire in mare per contrastare l’operazione, ma la squadra, al comando dell’ammiraglio Angelo Iachino, è già salpata (la compongono le corazzate Vittorio Veneto, Giulio Cesare ed Andrea Doria e e Squadriglie Cacciatorpediniere X e XIII, cui più tardi si uniranno anche la III Divisione Navale e la XII Squadriglia Cacciatorpediniere, uscite da Messina); non sa però quale sia lo scopo della presenza in mare della Forza H, e non riesce ad intercettarla prima che questa bombardi Genova.
Alle 11.45 la La Masa esce da La Spezia per fornire assistenza, qualora fosse necessario, alle unità della vigilanza foranea.
Durante tale crociera protettiva, alle 16.42, la torpediniera avvista il relitto semisommerso di un idrovolante CANT Z. 506: si tratta del velivolo n. 7 della 287a Squadriglia (94° Gruppo, 31° Stormo) della Regia Aeronautica, decollato dalla base sarda di Elmas, inviato in ricognizione nell’Alto Tirreno ed abbattuto dai caccia dell’Ark Royal subito dopo aver avvistato, alle 11.47, la Forza H. Si tratta dell’avvistamento più importante tra quelli effettuati dalla ricognizione italiana nel corso della giornata, ma l’idrovolante è stato abbattuto prima di poterne dare notizia. La La Masa, tratto in salvo l’equipaggio del CANT Z. 506, ne affonda il relitto ed alle 17.15 comunica il segnale di scoperta sulla base delle informazioni fornite dagli avieri abbattuti: la torpediniera segnala che a mezzogiorno l’idrovolante ha avvistato una portaerei, due corazzate ed altre unità in posizione 43°22’ N e 08°35’ E (a 45 miglia per 300° da Capo Corso), stimandone la rotta in 300°/310° (verso nordovest; in realtà era 244°). La posizione del nemico indicata nel messaggio, a differenza di quelle riferite nel corso della giornata da altri ricognitori, è piuttosto accurata; ma giunge nelle mani dell’ammiraglio Iachino solo alle 17.55, quando ormai sono passate troppe ore dall’avvistamento. La flotta italiana non riuscirà a raggiungere la Forza H, che rientrerà indenne a Gibilterra.
24 aprile 1941
Alle cinque del mattino la La Masa e la gemella Giacinto Carini incontrano in mare l’incrociatore leggero Raimondo Montecuccoli, diretto a La Spezia per un periodo di lavori, e ne assumono la scorta, come loro ordinato. Il tempo è pessimo.
25 aprile 1941
La Masa, Montecuccoli e Carini entrano a La Spezia alle 12.30.
13 ottobre 1941
La La Masa salpa da Civitavecchia, dov’è giunta da Livorno, per scortare a Napoli la nave cisterna Saturno.
Alle 16.50 le due navi (la La Masa, identificata dall’attaccante come nave classe Generali – in effetti molto simile – sta in quel momento zigzagando a proravia della Saturno) vengono avvistate dal sommergibile olandese O 24 (capitano di corvetta Otto de Booy), a cinque miglia per 355°. Alle 17.35, in posizione 41°48’ N e 12°03’ E (circa cinque miglia ad ovest di Fiumicino), l’O 24 lancia quattro siluri da 1370 metri, contro la Saturno. Il bersaglio viene mancato.
Alle 17.45 la La Masa contrattacca brevemente col lancio di tre bombe di profondità (la prima esplode molto vicina all’O 24, le altre due più lontane), poi prosegue con la Saturno verso la destinazione.
27 novembre 1941
La La Masa, insieme alla torpediniera Libra ed ai MAS 510 e 515 della X Flottiglia, scorta l’incrociatore leggero Giovanni delle Bande Nere in una breve uscita nelle acque di La Spezia per esercitazioni di tiro contro un bersaglio rimorchiato.
1942
Lavori di modifica dell’armamento: tre dei cannoni da 102/45 mm vengono rimossi, al pari dei due da 76/40 (per altra fonte sbarcati già all’inizio del conflitto), delle due mitragliere Colt e di uno dei due impianti lanciasiluri binati da 450 mm; vengono invece installate quattro mitragliere contraeree binate Breda 1935 da 20/65 mm ed un impianto lanciasiluri trinato da 533 mm. (Secondo altre fonti, tali lavori sarebbero avvenuti nel 1940).

La nave in transito sotto il ponte girevole di Taranto (da www.wrecksite.eu)

27 febbraio 1943
Alle 15.19 il sommergibile britannico Torbay (tenente di vascello Robert Julian Clutterbuck), in agguato poco fuori dell’imboccatura del porto di Bastia, avvista un convoglio in avvicinamento, diretto in porto: si tratta dei trasporti truppe Francesco Crispi e Rossini, scortati dalla La Masa, dall’incrociatore ausiliario Filippo Grimani e dal MAS 558. Le navi italiane distano 13.700 metri; il Torbay manovra per avvicinarsi, ed alle 15.45 il piroscafo scelto come bersaglio (probabilmente il Crispi) accosta ad una distanza di 4600 metri, così ponendosi proprio davanti al Torbay. Il sommergibile manovra per portarsi in posizione idonea all’attacco, poi lancia quattro siluri; nessuno va a segno. La scorta lancia 14 bombe di profondità, ma il Torbay non subisce danni, e si ritira verso est.
8 aprile 1943
Alle 6.44 il sommergibile britannico Trident (tenente di vascello Peter Edward Newstead) avvista a nordest di Bastia, in posizione 42°46’ N e 09°39’ E (alla distanza di 7300 metri, su rilevamento 230°), il piroscafo Tagliamento, in navigazione sotto la scorta della La Masa. Alle 7.12 il Trident lancia quattro siluri, da 1460 metri, contro il Tagliamento; nessuna delle armi va a segno.
19 aprile 1943
La La Masa lascia Livorno per scortare a Bastia, insieme all’incrociatore ausiliario Caralis (vi è anche un idrovolante come scorta aerea), un convoglio formato dai trasporti truppe Francesco Crispi e Rossini, carichi di soldati destinati ai presidi della Corsica.
Alle 12.50 il sommergibile britannico Saracen (tenente di vascello Michael Geoffrey Rawson Lumby) avverte rumore di navi su rilevamento 080°, e dopo otto minuti avvista il convoglio scortato dalla Fabrizi, mentre procede con rotta e velocità 220° e 9 nodi (stimate), a distanza di 11 km. Alle 13.17 il convoglio, inconsapevolmente, accosta in direzione del Saracen, ed alle 13.25 quest’ultimo, in posizione 42°46’ N e 09°42’ E, lancia sei siluri da 4600 metri.
Tre delle armi vanno a segno: la vittima è il Crispi, che viene colpito da tre siluri ed affonda in soli 16 minuti 18 miglia a ponente di Punta Nera (Isola d’Elba).
Nei 45 minuti successivi all’attacco, la scorta lancia 46 bombe di profondità, ma il Saracen non subisce danni.
Un’operazione di soccorso su vasta scala (vi partecipano i rimorchiatori Turbine e Vulcano, i piroscafi Angela e Capitano Sauro, il dragamine Lucia Madre ed il MAS 558 con a bordo l’ammiraglio Pellegrino Matteucci), subito organizzata, permette di salvare 676 uomini, ma altre centinaia, soprattutto Granatieri di Sardegna, sono morti nell’affondamento.
22 aprile 1943
La La Masa viene fatta salpare da Bastia per cercare eventuali superstiti del piroscafo Tagliamento, silurato ed affondato dal sommergibile britannico Saracen durante la navigazione da Livorno a La Maddalena. Le ricerche sono intralciate dalla nebbia; quando la La Masa giunge sul luogo dell’affondamento, trova soltanto rottami galleggianti. Dopo lunghe ed inutili ricerche, la torpediniera deve fare ritorno a Bastia: non ci sono sopravvissuti tra gli oltre 120 uomini imbarcati sul Tagliamento, esploso subito dopo il siluramento a causa del suo carico di munizioni.
 
La La Masa a Cagliari nel 1942 (g.c. STORIA militare)

La fine

Quando venne annunciato l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, l’8 settembre 1943, la La Masa (formalmente inquadrata nel II Gruppo Torpediniere del Dipartimento Militare Marittimo Alto Tirreno, insieme alla gemella Nicola Fabrizi ed alla similare Generale Achille Papa) si trovava a Napoli per grandi lavori; non era in grado di muoversi, ed era anche priva di munizioni.
Alla data dell’armistizio, Napoli era nella disastrata situazione di una città sottoposta da mesi ad un crescendo di bombardamenti di violenza inaudita: l’edificio che ospitava il Comando in Capo del Dipartimento Militare Marittimo, retto dall’ammiraglio di squadra Ferdinando Casardi (cui non competeva la difesa territoriale, che era invece prerogativa dell’Esercito; il personale della Marina armava solo le batterie contraeree del porto ed i servizi portuali), era del tutto inagibile salvo che per poche stanze; magazzini, uffici, stabilimenti industriali, attrezzature portuali ed installazioni della base navale erano in rovina, il porto disseminato di relitti di navi di ogni genere, le comunicazioni con Gaeta e le isole del Golfo temporaneamente interrotte.
La notizia dell’armistizio provocò manifestazioni di giubilo tra l’esasperata popolazione napoletana, ma le sue pesanti conseguenze non avrebbero tardato a manifestarsi. Nella notte tra l’8 ed il 9 settembre il capitano di fregata Palmgren della Kriegsmarine, ufficiale di collegamento tedesco presso il Comando in Capo del Dipartimento del Basso Tirreno, si presentò all’ammiraglio Casardi dichiarando che la Germania restava sola e la sua situazione si aggravava, ma che augurava buona fortuna all’Italia e sperava che da parte italiana non si intraprendessero azioni ostili verso i tedeschi. Casardi ringraziò e rispose che i suoi uomini non avrebbero agito contro i tedeschi, se questi ultimi avessero a loro volta evitato atti ostili; ma intanto l’operazione «Achse», l’occupazione tedesca dell’Italia e la neutralizzazione delle sue forze armate, aveva già preso il via.
Già alle 20.40 dell’8 settembre un reparto tedesco aprì il fuoco contro una batteria contraerea italiana, e verso le 22 alcuni marinai e soldati italiani furono fermati e disarmati nella zona di Camaldoli. Da Salerno non tardarono a giungere notizie sulle aggressioni tedesche ai danni dei locali presidi italiani (il generale Ferrante Gonzaga, comandante della 222a Divisione Costiera dislocata in quel settore, fu ucciso dopo essersi rifiutato di arrendersi), sui saccheggi e sull’occupazione tedesca di quel porto.
Ben presto le aggressioni tedesche si diffusero a macchia d’olio in tutto il territorio del Dipartimento di Napoli, mentre i reparti del Regio Esercito stentavano a reagire, sia per la confusione seguita all’armistizio, sia per la speranza che gli Alleati, sbarcati a Salerno, sarebbero arrivati a breve.
Tra il 9 ed il 10 settembre lo svolgimento dei servizi della Marina incontrò difficoltà sempre maggiori; le comunicazioni con Roma cessarono dalle 10.25 del 9 (ma l’ammiraglio Casardi riuscì a mantenersi al corrente di quanto accadeva mediante la radio, ricevendo gli ordini impartiti da Brindisi e Roma), e quello stesso giorno si riuscì a convincere il locale comando della Kriegsmarine, tramite il comandante Palmgren, a gettare in mare le munizioni stivate nel deposito del Molo Razza, anziché far saltare il deposito (il che avrebbe avuto gravi conseguenze sulla città).
Il 10 settembre, autocarri tedeschi passarono per la città gettando bombe a mano e sparando contro alcuni presidi italiani (in particolare quello sotto l’edificio del Comando in Capo e quello della base navale, entrambi attaccati poco dopo le 17), provocando la reazione armata dei marinai di guardia agli impianti. Ai marinai si unirono anche soldati e civili, e scoppiarono accaniti combattimenti protrattisi per circa un’ora; gli attaccanti si asserragliarono nei magazzini siti sotto il Palazzo Reale, nelle vicinanze, ma dovettero infine arrendersi. Le perdite italiane furono di 3 morti e diversi feriti (tra cui il comandante in seconda della base navale, capitano di fregata Lubrano), quelle tedesche di 2 morti e 20 prigionieri.
La sera del 10 si apprese che la Divisione tedesca «Hermann Göring» stava avanzando verso Napoli, proveniente da sud, e l’11 settembre Napoli ed i sobborghi vennero occupati da tale Divisione. Nelle prime ore dell’11 settembre, l’ammiraglio Casardi dispose che tutti gli ufficiali e marinai non necessari al mantenimento di alcuni servizi essenziali (ricezione radio e decifrazione dei messaggi, custodia dell’edificio del Comando in Capo, servizio amministrativo e sanitario) venissero lasciati liberi, con l’ordine di ripresentarsi quando le truppe Alleate fossero giunte a Napoli.
Lo stesso 11 settembre, nell’imminenza dell’occupazione tedesca del porto di Napoli, la La Masa venne abbandonata nel porto, non essendo in grado di muovere o reagire.
Non è molto chiara la successiva sorte della torpediniera; certo è che non fu utilizzata dai tedeschi. Secondo alcune fonti, la La Masa sarebbe stata minata e fatta saltare dalle truppe tedesche durante l’occupazione di Napoli (forse lo stesso 11 settembre, ma tale data sembra inverosimile). Secondo altre fonti, essa non sarebbe stata abbandonata e catturata dalle truppe tedesche, bensì autoaffondata dall’equipaggio, l’11 settembre, per evitarne la cattura.

La breve occupazione tedesca di Napoli, dall’11 al 30 settembre 1943, fu particolarmente brutale: decine di militari italiani vennero uccisi (parecchi, “rei” di aver resistito ai tedeschi, o per rappresaglia contro azioni in cui non erano stati coinvolti, vennero trucidati davanti alla folla costretta a guardare); fu dichiarato lo stato d’assedio; venne decretato il servizio di lavoro obbligatorio (cioè la deportazione in Germania, per lavorare nell’industria bellica tedesca) per tutti gli uomini tra i 18 ed i 33 anni (cioè 30.000 persone); i rastrellamenti, le esecuzioni, i saccheggi e le vessazioni divennero all’ordine del giorno.
Esasperata da questa situazione, la popolazione di Napoli, com’è noto, insorse il 27 settembre contro gli occupanti, dando vita a quattro giorni di guerriglia urbana (le “Quattro Giornate di Napoli”) nei quali morirono 168 combattenti italiani (tra partigiani e militari), 159 civili e tra i 54 ed i 96 tedeschi. Questi scontri impedirono ai tedeschi di attuare la prevista deportazione di massa di lavoratori per la Germania, e di completare il loro piano di distruzione di Napoli prima dello sgombero della città. Nondimeno, nel corso dell’occupazione e prima di ritirarsi, le truppe tedesche avevano sistematicamente distrutto col fuoco e colle mine ogni installazione d’importanza militare od industriale tra Salerno e Capo Miseno.
Le prime truppe statunitensi entrarono a Napoli, già abbandonata dai tedeschi, alle 9.30 del 1° ottobre. Quello stesso giorno l’ammiraglio Casardi ed il suo Stato Maggiore rientrarono presso quel che restava della sede del Comando in Capo, e nei giorni seguenti anche il resto del personale tornò ai propri posti, come disposto da Casardi l’11 settembre.

Sia che fosse stata autoaffondata dall’equipaggio l’11 settembre per evitare la cattura da parte tedesca, sia che fosse stata catturata e poi distrutta dai tedeschi prima di ritirarsi dalla città a fine settembre (come accadde alla Partenope, unica altra torpediniera bloccata a Napoli per lavori e catturata dalle forze tedesche), la storia della Giuseppe La Masa si concluse a Napoli nel settembre 1943. Il relitto della torpediniera fu recuperato nel 1947 e, dopo la formale radiazione in data 27 febbraio 1947, venne demolito.

L’unico membro dell’equipaggio della La Masa morto durante il secondo conflitto mondiale fu il marinaio torpediniere Giuseppe Berruti, di 20 anni, da Montechiaro d’Asti.
Trovandosi probabilmente a casa in licenza al momento dell’armistizio, Berruti si unì alla Resistenza, arruolandosi nella Brigata Partigiana «Sandro Magnone» della 43a Divisione Autonoma «Sergio De Vitis», attiva in Val Sangone (Piemonte occidentale).
Il 10 maggio 1944 le forze tedesche (reparti di SS Polizei, polizia militare, Ost-Bataillone – reparti formati da soldati reclutati nelle terre occupate dell’URSS – ed un plotone di gendarmeria), appoggiate da reparti della Repubblica Sociale Italiana (due compagnie della Guardia Nazionale Repubblicana e 50 legionari del Gruppo Corazzato «Leonessa»), lanciarono l’operazione «Habicht», un massiccio rastrellamento contro le formazioni partigiane operanti nell’area; in tutto vi presero parte 1510 uomini. L’operazione terminò il 18 maggio, con l’uccisione di 156 tra partigiani e civili, in combattimento o passati per le armi; molti altri furono deportati, diversi villaggi furono saccheggiati e dati alle fiamme.
Giuseppe Berruti, catturato durante il rastrellamento, il 16 maggio 1944 venne condotto a Forno di Coazze insieme ad altri 18 partigiani e cinque altri prigionieri. I ventiquattro uomini furono costretti a scavarsi una fossa comune e fucilati; chi non fu ucciso subito dai proiettili venne lasciato morire per dissanguamento. A nessuno fu consentito di avvicinarsi; la borgata venne incendiata ed il parroco fu arrestato per aver tentato di intercedere per i rastrellati.
 
Un’altra immagine del La Masa nei primi anni di servizio (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)