sabato 7 aprile 2018

Avorio

L’Avorio in navigazione (da “I sommergibili in Mediterraneo” di Alberto Donato e Marcello Bertini, USMM, Roma 1968, via Marcello Risolo)

Sommergibile di piccola crociera della classe Platino (712 tonnellate di dislocamento in superficie ed 865 in immersione). Effettuò 15 missioni di guerra (sette offensive/esplorative ed otto di trasferimento), percorrendo complessivamente 5676 miglia nautiche in superficie e 685 in immersione.

Breve e parziale cronologia.

9 novembre 1940
Impostazione presso i Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 1266).
6 settembre 1941
Varo presso i Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone. L’allestimento, dal novembre 1941, viene curato dal tenente di vascello Marco Revedin.


Sopra, l’Avorio in costruzione (da www.wrecksite.eu) e sotto, pronto al varo (da “Gli squali dell’Adriatico” di Alessandro Turrini, Vittorelli Edizioni, 1999, via Marcello Risolo)



25 marzo 1942
Entrata in servizio.
Marzo-Agosto 1942
Periodo di addestramento intensivo, per diventare operativo il prima possibile.
Concluso l’addestramento ad inizio agosto, viene poi dislocato a Cagliari, assegnato al VII Gruppo Sommergibili.
20 maggio 1942
Assume il comando dell'Avorio il tenente di vascello Mario Priggione (28 anni, da Genova).
11 agosto 1942
L’Avorio (tenente di vascello Mario Priggione) parte da Cagliari per la sua prima missione di guerra, durante la battaglia aeronavale di Mezzo Agosto. Insieme ad altri nove sommergibili (AlagiAscianghiAxumBronzo, CobaltoOtariaDandoloDessiè ed Emo), viene schierato a nord delle coste tunisine (il suo settore è situato a 20 miglia dalla costa della Tunisia), tra Scoglio Fratelli e Banco Skerki (dalle acque ad est di La Galite fino agli approcci del Canale di Sicilia, costituendo una linea a sbarramento dell’ingresso occidentale del Canale di Sicilia, a nord della congiungente La Galite-Banco Skerki), per attaccare il convoglio britannico diretto a Malta nell’ambito dell’Operazione "Pedestal" (composto da 14 navi mercantili con la scorta diretta di 4 incrociatori leggeri e 11 cacciatorpediniere, più una forza di appoggio composta da 2 corazzate, 3 portaerei, 3 incrociatori leggeri e 15 cacciatorpediniere). Gli ordini sono di agire con grande decisione offensiva, lanciando quanti siluri possibile contro ogni bersaglio, mercantile o militare, più grande di un cacciatorpediniere.
L’Avorio, insieme a Dandolo, Cobalto, Granito, Emo ed Otaria, forma un gruppo che opera ad ovest di La Galite.
12 agosto 1942
L’Avorio arriva nel settore assegnato, una quindicina di miglia a nord di Biserta. Durante la giornata avverte degli scoppi di bombe, ma non avvista niente; sulla base delle notizie ricevute via radio in merito ai movimenti del convoglio, si sposta nella zona ed alle 17.08 viene finalmente avvisata al periscopio una formazione di navi nemiche che procede su rott 90° (con alfa 300°), formata da numerosi mercantili e cacciatorpediniere e con in coda tre corazzate che, da quelli che sembrano alberi a traliccio, il comandante Priggione ritiene erroneamente essere statunitensi. L’avvistamento al periscopio è seguito dalla rilevazione degli idrofoni, che indicano una sorgente che copre un settore di circa 40°. Al momento dell’avvistamento, i mercantili distano circa 15 km (con beta 80° a dritta), i cacciatorpediniere 12 km (con beta 70°-80° a dritta), le corazzate 18 km (con beta 50° a dritta). Vento e mare sono completamente calmi, anche se c’è forte vibrazione.
L’Avorio assume rotta vera 30°, per attaccare le corazzate; ma alle 17.16 due dei cacciatorpediniere, di scorta ai mercantili (che precedono le corazzate), accostano ad un tempo su beta 0°, inducendo il comandante Priggione (che esclude di essere stato avvistato, essendo ancora troppo lontano) a ritenere che tutto il convoglio stia accostando. Il sommergibile prosegue la manovra d’attacco, controllando al periscopio di tanto in tanto, ed alle 17.25 i due cacciatorpediniere di prima (uno era il Lookout, che avvistò il periscopio dell’Avorio, lo attaccò e poi si ricongiunse al convoglio alle 17.40; l’altro era forse il Tartar) si trovano a 3000 metri di distanza, sempre con beta 0°, mentre il convoglio è rimasto sulla rotta di prima (90°). A questo punto Priggione conclude di essere stato sicuramente avvistato, ergo ordina di scendere lentamente fino alla profondità di 40 metri, senza disimpegnarsi. Alle 17.30 scoppiano vicine le prime quattro bombe di profondità, e comincia la caccia sistematica: le sorgenti rilevate dall’idrofono rimangono nei settori poppieri, fermandosi di tanto in tanto per eseguire ascolto. L’Avorio scende allora più in profondità, fino a 100 metri, mentre le navi nemiche seguitano a dargli la caccia: in tutto vengono lanciate ben 180 bombe di profondità. Vengono anche avvertite distintamente le battute del peritero.
Seguendo rotte varie verso sud, cercando bassi fondali, l’Avorio riesce infine a disimpegnarsi dopo ore di caccia. Alle 22.25 gli idrofoni continuano a segnalare sorgenti nella zona, ma il comandante Priggione ordina di emergere per perlustrare l’orizzonte col binocolo: tale osservazione rivela che in realtà non ci sono più navi nemiche nelle vicinanze. In condizioni di calma assoluta di vento e di mare, l’Avorio si dirige verso nord, iniziando a ricaricare le batterie ed a cambiare l’aria.
13 agosto 1942
L’Avorio si sposta più volte in base ad ordini impartiti dal Comando Squadra Sommergibili (Maricosom), cercando tra l’altro una portaerei incendiata. Alle 16.21 viene effettivamente avvistata una nube di fumo nero; ritenendo che sia la portaerei segnalata, il sommergibile lo comunica a Maricosom. Nel corso della giornata l’Avorio avvista, e viene avvistato da, numerosi velivoli.
Alle 19.38 il battello viene attaccato da un aereo e sottoposto a breve caccia, con lancio di bombe.
13-15 agosto 1942
Nelle notti del 13, 14 e 15 agosto l’Avorio continua ad effettuare vari spostamenti in base agli ordini che riceve da Maricosom.
14 agosto 1942
Alle 17.16 l’Avorio e gli altri sommergibili del suo gruppo (frattanto diminuito di tre unità, a seguito dell’affondamento del Cobalto, del danneggiamento del Dandolo e del rientro del Granito, che ha lanciato tutti i suoi siluri) ricevono ordine di emergere e portarsi subito nel sottoquadratino 5 del quadratino 0434, dove è stata segnalata la presenza di un incrociatore nemico immobilizzato e danneggiato, per affondarlo. Successivamente, dato che tale notizia è risultata erronea, viene inviato un altro messaggio che ordina ai sommergibili, una volta arrivati nel punto indicato nell’ordine precedente, di assumere l’agguato con analoghe modalità di prima, in zone situate 140 miglia ad ovest di quelle in cui si trovavano in precedenza.
In serata l’Avorio e gli altri battelli del gruppo ricevono ordine di spostarsi 30 miglia più ad ovest, per attaccare eventuali unità britanniche in navigazione di ritorno dopo che i mercantili superstiti di «Pedestal» sono giunti a Malta. 
16 agosto 1942
Nel pomeriggio tenta un attacco in superficie in base alle rilevazioni dell’idrofono, ma non avvista nessuna nave.


In navigazione (da “I sommergibili in Mediterraneo” di Alberto Donato e Marcello Bertini, USMM, Roma 1968, via Marcello Risolo)

17 agosto 1942
Torna a Cagliari.
18 agosto 1942
Alle 00.27 l’Avorio (tenente di vascello Mario Priggione) molla gli ormeggi e dirige per uscire dal porto di Cagliari.
La battaglia di Mezzo Agosto si è appena conclusa, ma alle 6.50 del 17 è stato avvistato al largo di Algeri un gruppo di navi britanniche (la portaerei Furious, un incrociatore e sette cacciatorpediniere) ed è inoltre giunta notizia che il 16 agosto altre navi britanniche si apprestavano a lasciare Gibilterra; l’insieme di queste informazioni ha determinato uno stato di allarme e l’ordine di far prendere il mare a tutti i sommergibili pronti, tra cui l’Avorio.
Alle 00.37, una volta in franchia delle ostruzioni, l’Avorio si dirige verso il punto convenzionale “Z”, ed alle 2.55, quando è in prossimità di detto punto (nelle acque tra la Sardegna e la Tunisia), mentre è in superficie intento a ricaricare le batterie accumulatori (procedendo a 8 nodi su rotta vera 164°), avvista a soli 500 metri di distanza, su alfa 90°, un sommergibile sconosciuto con beta 30° a dritta e rotta 50°. Si tratta del britannico P 211 (poi Safari, capitano di fregata Benjamin Bryant).
Il sommergibile nemico sta accostando per mettere la prua addosso all’Avorio, che da parte sua accosta a sua volta con tutta la barra a sinistra e – dato che sono pronti al lancio i siluri 5 e 6, quelli di poppa, e che l’ordine d’operazioni proibisce di attaccare altri sommergibili – volge la sua poppa al P 211. Nonostante l’ordine di non attaccare altri sommergibili, motivato dal timore di possibili incidenti di “fuoco amico” tra i molti battelli italiani in mare in quei giorni nel Mediterraneo Centrale, il comandante Priggione giudica correttamente che il nuovo arrivato non possa essere un sommergibile italiano, sia perché non gli è stato comunicata alcuna notizia sull’arrivo di un sommergibile nazionale diretto a Cagliari, sia perché Priggione sa che i sommergibili italiani, di norma, effettuano l’approdo in altri punti. Non appena l’Avorio ha messo al poppa sul nemico, ad ogni modo, questi s’immerge, sparendo prima che sia possibile un attacco.
Alle 3.30 l’Avorio torna ad assumere rotta 164°, ed alle 3.18 lancia il segnale di scoperta, per avvertire della presenza in zona dell’unità nemica. Continua poi la navigazione verso il settore assegnato.
Alle sei del mattino l’Avorio avvista a circa 10 km di distanza il piroscafo Perseo (capitano di lungo corso Giorgio Blok), diretto a Cagliari a seguito di un ordine di dirottamento impartito da Supermarina – a causa di un erroneo avvistamento di navi da guerra nemiche da parte del cacciatorpediniere Maestrale – mentre era in navigazione da Bagnoli a Bona (Tunisia). Sulle prime il comandante Priggione, dato che il Perseo ha il fumaiolo a poppa (inusuale, all’epoca, per le navi da carico, ed invece comune nelle navi cisterna), ritiene di aver incontrato una grossa petroliera, che gli presenta il traverso (le due unità stanno navigando di controbordo); Priggione è stato informato del passaggio del Perseo dirottato dalla Tunisia verso Cagliari, e, benché confuso dall’aspetto della nave (che «dalla previsione doveva essere un piroscafo», mentre dall’aspetto sembra una nave cisterna), in base alla rotta che segue (350°) suppone che la nave incontrata sia effettivamente il Perseo (che continua, però, a ritenere una petroliera), pertanto accosta per riconoscerla. Al contempo, dato che nelle tre ore trascorse dal lancio del segnale di scoperta non è stato ricevuto né intercettato alcun messaggio che riferisca della presenza sul punto di atterraggio del sommergibile avvistato alle 2.55, Priggione suppone correttamente che il Perseo non ne sia stato informato, dunque tenta di avvicinarsi il più possibile per avvertirlo del pericolo.
Inizia però così un equivoco dalle conseguenze funeste: avvistato l’Avorio, il Perseo ritiene erroneamente che si tratti di un sommergibile nemico, e non appena lo vede accostare verso di sé, accelera per allontanarsi. Il comandante Priggione cerca di chiamare il Perseo con la lampada Donath; non avendo risposta, tenta allora di chiamarlo col proiettore, ma ancora senza risultato. L’Avorio accelera fino alla velocità massima e riduce le distanze fino a 4500 metri, ma nel frattempo, con le luci dell’alba, viene notato che il cannone di poppa del piroscafo è puntato sul sommergibile; inoltre il Perseo ha a sua volta aumentato ulteriormente la velocità, in quanto la distanza tra le due unità rimane costante. Dalle 6.05 alle 6.40 l’Avorio continua senza sosta e con ogni mezzo a tentare di chiamare il Perseo ma, nonostante a quella distanza le segnalazioni effettuate col proiettore dovrebbero risultare perfettamente visibili, non giunge nessuna risposta dal mercantile, che invece continua la sua fuga.
In realtà sul Perseo si è notato che il sommergibile sconosciuto ha eseguito “qualche breve segnalazione ottica”, ma si è riusciti ad intendere solo lo spezzone «NEMICO SEGNO INTERROGATIVO»; si è tentato di rispondere col fanale a trappola, ma queste segnalazioni non sono state viste dall’Avorio, essendo già troppo chiaro. Il Perseo ha poi tentato di rispondere con la luce in testa d’albero, ma appena abbassato il relativo tasto è bruciata una valvola, rendendo inutilizzabile la luce. La distanza tra piroscafo e sommergibile, in continuo aumento, è poi diventata troppo elevata per poter consentire di scambiare segnali efficacemente.
Alle 6.40 l’Avorio trasmette in chiaro, con il proiettore, il messaggio «Avvistato smg. nemico in lat 38°51’40” – e longitudine 9°29’40”. Fate attenzione», ma nemmeno stavolta il Perseo risponde; alle 6.47, infine, Priggione desiste dal suo intento, e l’Avorio ritorna sulla rotta originaria.
Il Perseo, che in questo modo non ha potuto essere informato del pericolo, finisce proprio nelle fauci del P 211: alle 9.25 viene silurato dal sommergibile britannico, per poi inabissarsi alle 11.50.
L’Avorio, intanto, prosegue per la sua rotta, navigando in superficie; alle 10.31, giunto nella zona assegnata, s’immerge, tenendosi poi in agguato a quota periscopica.
Alle 19.36 il sommergibile riemerge e, per ordine di Maricosom, intraprende la navigazione di rientro.
Chiarita la situazione, infatti (il gruppo della Furious è in mare per lanciare aerei diretti a Malta per rimpinguarne le forze aeree – si è saputo che a Gibilterra, prima di partire, la portaerei ha imbarcato 35 caccia Hawker Hurricane –, mentre le navi in partenza da Gibilterra il 16 sono dirette in Atlantico ed in Inghilterra, non in Mediterraneo), è cessato l’allarme, e tutti i sommergibili vengono richiamati in porto.
19 agosto 1942
In base a nuovo ordine, l’Avorio raggiunge Trapani, invece che Cagliari.


L’Avorio poco tempo dopo l’entrata in servizio: sopra, foto originale e sotto, colorizzata digitalmente (g.c. STORIA militare)


5-7 novembre 1942
L’Avorio (tenente di vascello Mario Priggione) viene inviato nelle acque dell’Algeria insieme a numerosi altri sommergibili italiani (ben venti: AxumArgoArgentoAsteriaAcciaioAradamAlagiBronzoBrinCoralloDandoloDiasproEmo, MocenigoNichelioPlatinoPorfido, TopazioTurchese e Velella), per contrastare l’operazione "Torch", lo sbarco angloamericano nel Nordafrica francese. L’Avorio, in particolare, viene dislocato a nord di Biserta insieme a Bronzo, Alagi, Corallo, Diaspro e Turchese.
Gli sbarchi hanno inizio l’8 novembre: 500 navi da trasporto angloamericane, scortate da 350 navi da guerra di ogni tipo, sbarcano in tutto 107.000 soldati sulle coste dell’Algeria e del Marocco.
6 novembre 1942
L’Avorio viene avvistato all’una del pomeriggio dal sommergibile britannico P 46 (poi Unruffled, tenente di vascello John Samuel Stevens), che tuttavia non tenta nemmeno di attaccarlo, data la distanza eccessiva.
9 novembre 1942
Alle 19.09 il comando della flotta subacquea italiana, Maricosom, segnala a tutti i battelli in mare che piroscafi nemici si stanno spostando verso est, e che stanno verificandosi sbarchi a Bona ed a Philippeville; dà quindi ordine di attaccare ogni nave mercantile o militare in uscita da tali porti, evitando però (per non rischiare incidenti di “fuoco amico” con le altre unità inviate in zona) di attaccare sommergibili, MAS e motosiluranti.
11 novembre 1942
All 17.56 Maricosom informa i sommergibili che truppe nemiche stanno sbarcando nella rada di Bougie, ed ordina all’Avorio e ad altri sommergibili (Argento, Ascianghi, Argo, Diaspro, Emo) di portarsi subito in tale area per attaccare «senza alcuna limitazione con energia e decisione», per poi rientrare il giorno seguente nei settori d’agguato assegnati.
L’Avorio dirige dunque a tutta forza verso Bougie, ma viene individuato da navi nemiche e sottoposto a sistematica caccia antisommergibili dall’alba al tramonto dell’11, senza però subire danni.
24 novembre 1942
Durante la mattinata l’Avorio, in navigazione verso Bougie (Algeria) per una ricognizione offensiva, avvista al largo di Capo Carbon una nave oscurata che procede a bassa velocità. A causa di continui piovaschi, risulta difficile riconoscere la nave, che si rivela poi essere un’unità sottile nemica, probabilmente un cacciatorpediniere. L’Avorio riduce le distanze fino a meno di 800 metri, poi attacca la nave lanciando una salva di tre siluri, dopo di che si disimpegna immergendosi in profondità per sottrarsi all’eventuale reazione. Dopo 40 secondi (il tempo previsto perché i siluri raggiungano il bersaglio) vengono avvertite alcune detonazioni, che portano a ritenere di aver affondato la nave avversaria, ma in realtà i siluri non hanno colpito.
L’Avorio penetra poi nella rada di Bougie e vi effettua la programmata ricognizione, ma non trova navi nemiche.
9 gennaio 1943
Alle 23.47 l’Avorio, mentre è in navigazione verso la sua area d’agguato, situata al largo delle coste della Tunisia, viene improvvisamente attaccato da un aereo. Il sommergibile inizia subito la manovra d’immersione rapida, ma la tardiva chiusura del trombino d’aerazione dei motori diesel provoca l’ingresso di un’abbondante quantità d’acqua all’interno del battello, costringendolo a tornare in superficie; l’Avorio apre il fuoco con le mitragliere contro l’aereo attaccante, danneggiandolo. Colpito più volte, il velivolo batte in ritirata, lasciando dietro di sé una scia di fumo.
A causa delle avarie provocate dall’acqua imbarcata nella manovra d’immersione rapida, però, anche l’Avorio deve tornare in porto.
24 gennaio 1943
All’1.16 l’Avorio, in navigazione verso la rada di Bougie, avvista una nave nemica al largo di Capo Carbon e la attacca con lancio di siluri, ma non riesce a colpirla. (Per una fonte avrebbe in tale occasione affonato il piropeschereccio armato Stronsay, ma in realtà questa nave fu affondata il 5 febbraio, diversi giorni dopo, e per urto contro mina: vedi sotto).
3 febbraio 1943
Il tenente di vascello Priggione cede il comando dell'Avorio al parigrado Leone Fiorentini (27 anni, da Livorno).
5 febbraio 1943
Secondo qualche fonte l’Avorio avrebbe silurato ed affondato in questa data, al largo di Philippeville, il peschereccio armato britannico Stronsay, di 545 tonnellate. In realtà, come dimostrato da ricerche d’archivio dello storico Francesco Mattesini, lo Stronsay è affondato quasi certamente per urto contro mine posate da motosiluranti tedesche della 3. S-Boote Flottille, ed in ogni caso ventiquattr’ore prima che l’Avorio (che comunque non lanciò mai siluri durante la sua ultima missione) giungesse nella zona.
 
Una foto dell’Avorio in fase avanzata di allestimento (da “Gli squali dell’Adriatico” di Alessandro Turrini, via www.betasom.it)

L’affondamento

Il 6 febbraio 1943 l’Avorio, al comando del tenente di vascello Leone Fiorentini, salpò da Cagliari per una nuova missione nelle acque dell’Algeria. Gli era stato assegnato un settore operativo sottocosta tra Bona e Philippeville, dove avrebbe dovuto operare in collegamento con altre unità subacquee.
La sera dell’8 febbraio il sommergibile, dopo essere rimasto immerso durante il giorno, emerse col buio per ricaricare le batterie, procedendo in superficie a 7 nodi con tutti i portelli aperti, eseguendo ascolto idrofonico per rilevare eventuali unità in avvicinamento (ma il rumore dei motori disturbava l’impiego dell’idrofono, riducendone di molto l’efficacia). A mezzanotte l’Avorio, mentre navigava in superficie a levante di Algeri, intento a ricaricare le batterie, avvistò a breve distanza la corvetta canadese Regina (al comando del capitano di corvetta – o più precisamente, “facente funzioni di capitano di corvetta”, acting lieutenant commander – Harry Freeland), apparentemente sola, impegnata in ricerca antisommergibili.
La Regina stava scortando il piroscafo Brikburn, in navigazione da Algeri a Bona con 1500 tonnellate di benzina in fusti; insieme ad un secondo mercantile, il Brikburn era rimasto indietro rispetto al resto del convoglio KMS 8 (partito da Londonderry il 21 gennaio con 53 navi mercantili, scortate da 9 corvette canadesi e 6 unità britanniche), diretto a Bona, e formava ora un gruppetto di due mercantili ritardatari scortati dalla Regina e dal dragamine britannico Rhyl. L’Avorio, tuttavia, avvistò soltanto la Regina, senza accorgersi della presenza delle altre navi. Giudicando la posizione del suo battello inadatta ad un attacco immediato, che peraltro avrebbe comportato più rischi che benefici (una corvetta era un bersaglio piuttosto modesto in termini di tonnellaggio, mentre stuzzicarla avrebbe potuto scatenare una reazione micidiale, essendo una nave specificamente progettata per la lotta antisommergibili), il comandante Fiorentini diede ordine di immergersi in profondità, in modo da evitare eventuale caccia da parte della nave nemica. Provvedimento vano: la Regina, trovandosi 3660 metri a proravia sinistra del piccolo convoglio, aveva già localizzato l’Avorio con il suo radar alle 23.10, mentre quest’ultimo era ancora in superficie. (Secondo fonti canadesi, l’Avorio avrebbe avvistato la Regina all’ultimo momento, mentre questa stava già andando all’attacco, e si sarebbe immerso con la rapida, modificando al contempo la propria rotta).
Era stato il marinaio radarista Joseph Saulnier ad ottenere un primo, vago contatto radar a tre miglia e mezzo di distanza; si era recato dall’ufficiale di guardia per riferirlo, ma quest’ultimo, pur ricorrendo a strumenti per la visione notturna, non era riuscito a vedere niente. Saulnier, sicuro di aver visto qualcosa sul radar, era allora andato a svegliare il comandante Freeland, che aveva ordinato di tornare indietro. La Regina aveva accostato verso il contatto per scoprire di cosa si trattasse, aumentando la velocità a 12 nodi, ed il contatto radar era stato presto smarrito, dato che l’Avorio si era immerso. Al contempo, però, la corvetta ottenne invece un contatto asdic (sonar) a 915 metri di distanza, ed andò all’attacco.
La prima scarica di dieci bombe di profondità colse l’Avorio mentre si trovava ad una sessantina di metri di profondità (per altra fonte, però, le dieci bombe lanciate dalla Regina erano regolate per scoppiare a quote comprese tra i 15 ed i 42 metri), causando subito danni gravissimi: il timone fu messo fuori uso, i tubi lanciasiluri vennero deformati, e lo scafo venne incrinato; divenne impossibile mantenere l’assetto in immersione, e si aprirono anche diverse vie d’acqua.
Al comandante Fiorentini non rimase che ordinare di emergere, dando aria per tutto, e tentare di dare battaglia in superficie, e se possibile di sfuggire alla corvetta spingendo al massimo i propri motori (dato che la velocità massima raggiungibile in superficie era molto maggiore di quella in immersione). La Regina, intanto, dopo aver lanciato il primo pacchetto di dieci bombe di profondità, si era allontanata di 915 metri dal punto dell’attacco, e poi aveva invertito la rotta per attaccare di nuovo su rotta parallela ed opposta a quella dell’attacco precedente.
Quando l’Avorio emerse (cinque minuti dopo il lancio delle prime bombe di profondità), si scoprì che i danni causati dalle bombe di profondità avevano messo fuori uso anche il cannone: tra questo e la deformazione dei tubi lanciasiluri prodieri, l’unica arma che il sommergibile poteva ancora opporre alla nave nemica era una mitragliera binata Breda da 13,2 mm. Come se non bastasse, l’inceppamento del timone, causato anch’esso dagli scoppi delle cariche di profondità, impediva al battello di mantenersi in rotta, costringendolo a descrivere una serie di virate a “S”.
Nondimeno, l’Avorio tentò ugualmente di ingaggiare un combattimento in superficie; con l’unica mitragliera rimasta efficiente, il sommergibile tentò di colpire il ponte di comando della Regina, che intanto zigzagava per disturbarne il tiro ed apriva a sua volta il fuoco. Sulla plancia della Regina, il sottotenente di vascello Doug Clarance, in piedi accanto ad una mitragliera, vide la scia di un tracciante che partiva verso il sommergibile, e poi gli parve tornare indietro: si rese allora conto che l’Avorio stava rispondendo al fuoco, e “all’improvviso mi ritrovavo un metro e ottanta più alto di quanto avrei voluto essere”. Il marinaio Gib Todd, capo pezzo della mitragliera quadrinata “pom-pom” da 40 mm situata sul cassero di poppa della corvetta, mise alcuni colpi a segno sul sommergibile, la cui solitaria mitragliera per parte sua “innaffiò abbondantemente” la sua quadrinata, con un tiro che risultò “sgradevolmente vicino” ma che non causò danni né feriti. Tutto avvenne così rapidamente che Todd non ebbe neanche tempo di avere paura; ne ebbe quasi di più a cose fatte, quando pensò a quello che sarebbe potuto accadere.
Il tiro della mitragliera dell’Avorio non arrecò danni alla corvetta, mentre il tiro della Regina fu preciso e devastante: fin da subito diversi colpi di cannone e raffiche di mitragliera centrarono ripetutamente il battello italiano, arrecando ulteriori gravi danni e falcidiando l’equipaggio. Il tiro delle mitragliere Oerlikon da 20 mm della plancia, le prime a sparare, ridusse al silenzio la mitragliera dell’Avorio, mentre il cannone e la quadrinata pom-pom spazzarono il ponte di coperta del sommergibile, uccidendo o ferendo tutti quelli che vi si trovavano.
Una cannonata da 101 mm colpì la torretta alla sua base ed uccise il comandante Fiorentini, il comandante in seconda, sottotenente di vascello Silvio Grandesso Silvestro, e l’ufficiale di rotta, insieme ad altri uomini. Nel breve ma cruento scontro, più di metà dell’equipaggio dell’Avorio rimase uccisa o ferita.
I sopravvissuti avviarono le manovre per l’autoaffondamento ed iniziarono poi ad abbandonare l’unità. La Regina, vedendo che ormai il sommergibile era fuori combattimento, cessò il fuoco ed interrumpe una manovra di speronamento che aveva appena iniziato, accostando in fuori. La corvetta aveva sparato in tutto otto colpi di cannone da 101 mm, 20 di colpi di “pom-pom” da 40 mm e 635 colpi con le mitragliere Oerlikon da 20 mm.

La notizia dell’affondamento dell’Avorio sulla prima pagina dell’“Evening Telegram” di Toronto (da www.thememoryproject.com). Il tono dell’articolo segue la linea dettata dalle direttive della propaganda britannica, sempre sprezzante nei confronti degli italiani.

Dalla Regina, il comandante Freeland intimò agli italiani sopravvissuti di mantenere a galla il sommergibile, “o peggio per loro”; la corvetta ispezionò la zona circostante per un quarto d’ora allo scopo di sincerarsi che non vi fosse un altro sommergibile, poi inviò un drappello d’abbordaggio su una lancia, con l’ordine di verificare la gravità dei danni e valutare se fosse possibile rimorchiarlo in porto. Nell’imbarcazione presero posto nove uomini; i marinai Vic Martin e Byron Nodding remarono fino al sommergibile, dopo di che la lancia abbordò l’agonizzante Avorio, che stava affondando molto lentamente, con l’intento di catturarlo. La poppa dell’Avorio era già bassa sull’acqua; i sopravvissuti che non si erano già tuffati in acqua si trovavano in piedi sulla prua.
Sei uomini salirono sul sommergibile ed iniziarono a radunare i superstiti dell’equipaggio italiano, che vennero poi trasferiti sulla Regina con diversi viaggi. Dato che la corvetta, per non diventare un bersaglio fisso in caso di attacco, continuava a muoversi, talvolta faticava a rintracciare la lancia nell’oscurità.
Tra i sei componenti della squadra d’abbordaggio vi era il sergente Raymond Alexander, che notò come la prua dell’Avorio fosse stata “aperta” dalle bombe di profondità. Un paio di suoi compagni erano armati di pistola, e gli consegnarono un mitra, dicendo che se vi fossero stati problemi non avrebbe dovuto far altro che premere il grilletto. Uno dei sei uomini nella squadra d’abbordaggio parlava italiano, il che agevolò di molto la comunicazione con i prigionieri.
Tutti gli italiani sopravvissuti vennero trasferiti sulla Regina con l’eccezione del direttore di macchina e di un sottufficiale, che vennero tenuti a bordo per obbligarli a tentare di rimettere in moto i motori e portare il sommergibile ad incagliarsi in costa. Raymond Alexander ricevette una pistola e l’ordine di condurre sottocoperta il sottufficiale italiano e di recarsi in sala motori, per vedere se era possibile fare qualcosa. Così fece, ma i due si ritrovarono immersi nell’acqua fino alle ginocchia; non potendo parlare col sottufficiale per diversità di lingua, Alexander gli fece cenno di tornare indietro, ed entrambi risalirono in coperta, mentre l’Avorio continuava ad abbassarsi sull’acqua. Il canadese ebbe anche modo di prelevare un binocolo, che tenne per sé.
Un altro componente del gruppo d’abbordaggio, John W. Potter, ricevette l’ordine di scendere nel sommergibile e recuperare tutti i documenti che fosse riuscito a trovare; una volta all’interno del ristretto ambiente semiallagato, da solo, fu colto dalla claustrofobia, afferrò alla svelta quel che trovò e poi si affrettò a risalire in coperta, per poi depositare nella lancia della Regina quello che aveva recuperato sull’Avorio.
La manovra di autoaffondamento tentata dall’equipaggio non era risultata molto efficace, anche perché i danni causati dalle bombe di profondità avevano causato anche l’allagamento del deposito in cui erano sistemate le cariche esplosive per l’autodistruzione. Ad ogni modo, la ricognizione da parte del drappello d’abbordaggio (che ispezionò tutti i locali ancora accessibili) mostrò che il sommergibile non era in grado di muovere con i propri mezzi; il comandante Freeland della Regina decise di non tentarne il rimorchio con la propria nave, perché gli scoppi delle bombe di profondità avevano messo fuori uso il suo radar, e temeva di essere attaccato da un altro sommergibile mentre era rallentato dal pesante fardello del rimorchio dell’Avorio. Nondimeno, non volendo rinunciare ad una preda invitante, Freeland richiese l’invio di un rimorchiatore, ed alle 3.45 giunse sul posto il rimorchiatore militare Jaunty.
Risultò possibile assicurare il sommergibile ad un cavo da rimorchio, ma i danni subiti dall’Avorio erano troppo gravi: alle cinque del mattino l’acqua imbarcata era ormai troppa perché si potesse sperare di mantenerlo ancora a galla, e l’equipaggio del Jaunty tagliò il cavo di rimorchio. Raymond Alexander ricordò poi che lui e gli altri membri della squadra d’abbordaggio chiesero al rimorchiatore di prenderli a bordo, dato che il sommergibile stava affondando, ma dal Jaunty risposero che non se ne parlava, e poi se ne andarono. La Regina inviò allora una lancia, per recuperare i sei uomini del drappello ed i due italiani che erano stati trattenuti a bordo con loro.
Sull’Avorio gli otto uomini, in piedi sul ponte di coperta, si ritrovarono con l’acqua alle ginocchia. Alexander disse agli altri che si sarebbe tuffato, e così fece, seguito dagli altri. Una volta in acqua (aveva ancora al collo il binocolo preso a bordo del battello, che avrebbe portato a casa con sé), si guardò intorno e vide la prua dell’Avorio levarsi nel cielo e poi affondare rapidamente.
Alle 5.15 del 9 febbraio 1943 l’Avorio si inabissò nel punto 37°10’ N e 06°42’ E, al largo di Philippeville e di Capo Bougaroni.
La lancia della Regina ripescò dal mare, uno dopo l’altro, i sei uomini della squadra d’abbordaggio ed i due italiani.
Sulla Regina, i sopravvissuti dell’Avorio furono stupiti dal trovare qualcuno, nell’equipaggio canadese, che parlasse la loro lingua. Vennero ripuliti e rifocillati, per poi essere sbarcati a Bona, interrogati ed avviati alla prigionia.
Otto membri dell’equipaggio della Regina vennero decorati per l’affondamento dell’Avorio; il comandante Freeland ricevette il Distinguished Service Order, mentre il radarista Joseph Saulnier, che aveva ottenuto il primo contatto, venne menzionato nei dispacci.


Sopra, sopravvissuti dell’Avorio a bordo della Regina; sotto, l’equipaggio della Regina celebra l’affondamento del sommergibile (Jim Peters – da www.thememoryproject.com)



Dei 46 uomini che componevano l’equipaggio dell’Avorio, 27, tra cui sette feriti (due dei quali in modo grave), vennero recuperati dalla Regina e fatti prigionieri, mentre altri 19 persero la vita: tre ufficiali (tra cui il comandante Fiorentini), tre sottufficiali e 13 tra sottocapi e marinai.

I loro nomi:

Giovanni Campus, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Dante Cappellini, marinaio elettricista, disperso
Domenico Cascella, marinaio furiere, disperso
Francesco De Angelis, marinaio motorista, disperso
Guido De Bortoli, sergente radiotelegrafista, disperso
Antonio De Francisci, guardiamarina, disperso
Giocondo De Longhi, marinaio, disperso
Carletto Fabro, sottocapo cannoniere, disperso
Leone Fiorentini, tenente di vascello (comandante), disperso
Antonino Galati, marinaio, disperso
Sergio Grandesso Silvestri, sottotenente di vascello (comandante in seconda), disperso
Edmondo Peretti, sergente cannoniere, disperso
Paolo Pittalis, marinaio silurista, disperso
Adolfo Querzola, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Luigi Romano, marinaio motorista, disperso
Umberto Servillo, marinaio silurista, disperso
Gino Soave, sottocapo elettricista, disperso
Mario Stucchi, sottocapo radiotelegrafista, deceduto
Benedetto Zappa, marinaio nocchiere, disperso


Il tenente di vascello di complemento (ruolo speciale) Leone Fiorentini, nato a Livorno il 24 gennaio 1916, ultimo comandante dell’Avorio. Comandante in seconda, dall’aprile al giugno 1942, del gemello Asteria, il 28 dicembre 1942 sposò Grazia Soschino, ma un mese dopo dovette interrompere la licenza matrimoniale perché chiamato al comando dell’Avorio, il cui comandante, tenente di vascello Mario Priggione, si era ammalato. La sua prima esperienza di comando, iniziata il 29 gennaio 1943, si concluse tragicamente appena undici giorni più tardi. La moglie, nella speranza di trovarlo od almeno avere sue notizie, divenne crocerossina presso l’ospedale militare territoriale di Villa Natalia a Firenze per tutta la durata del conflitto; nel dopoguerra venne visitata da un marinaio superstite dell’Avorio, che le disse di aver visto morire il marito quando una cannonata aveva colpito la torretta del sommergibile. Prima di partire, Fiorentini, presagendo che non avrebbe fatto ritorno, aveva fatto promettere alla moglie di risposarsi se lui fosse morto, non sopportando l’idea che sarebbe rimasta sola; lei adempì alla promessa otto anni dopo, nel 1951. Sotto, alcune altre foto di Leone Fiorentini, per le quali si ringrazia Luca Cappelli, figlio di Grazia Soschino.




Foto con dedica alla moglie. Leone e Grazia si chiamavano affettuosamente, rispettivamente, “Noni” e “Mimmina”



Il retro della foto sopra, con un’annotazione contenente, apparentemente, notizie errate ricevute durante la guerra da Grazia Soschino circa la sorte del marito


Un ventesimo membro dell’equipaggio, il sergente elettricista Giuseppe Ferrara, morì in prigionia il 27 marzo 1945 a Melcombe Regis, nel Regno Unito. È sepolto nel cimitero militare di Brookwood, nel Surrey, insieme ad altri trecento italiani di tutte le armi morti in prigionia in terra britannica.
 
La tomba di Giuseppe Ferrara nel cimitero di Brookwood (da www.findagrave.com)

Almeno due uomini dell’Avorio non avevano potuto partecipare all’ultima missione, per motivi differenti, e si erano così salvati.
Il sergente elettricista Enrico Casagrande, di Frascati, era dovuto sbarcare il 2 febbraio, sei giorni prima della partenza, a causa di una ferita riportata nel corso della missione precedente, che si era infettata. Venne a sapere della perdita dell’Avorio mentre si trovava ricoverato all’ospedale militare della Maddalena. Sessantadue anni dopo Casagrande, divenuto presidente del gruppo ANMI di Frascati, sarebbe riuscito a far realizzare a Cagliari un monumento in memoria degli uomini del VII Gruppo Sommergibili scomparsi in mare con i loro battelli, partiti dalla base sarda e mai più tornati: oltre all’Avorio, l’Adua, l’Acciaio, l’Asteria, l’Alabastro, l’Argento, il Cobalto, il Corallo, il Dagabur, l’Emo, il Gorgo, il Malachite, il Porfido, il Tritone, il Topazio, il Veniero, lo Zaffiro.


Il monumento agli uomini del VII Grupsom scomparsi in mare durante la guerra (foto ANMI)

A lieto fine, in un certo senso, la storia di Giuseppe (Joseph) Costanzo, marinaio timoniere dell’Avorio. Costanzo era figlio di padre italo-canadese (un italiano emigrato in Canada e divenuto ferroviere a Schreiber, nell’Ontario) e di madre italiana; aveva così il padre, lo zio e diversi cugini in Canada, ma era nato in Italia, ed al momento dell’entrata in guerra si trovava appunto in Italia, divenuta nemica del Canada. Nella sua famiglia, fratelli e cugini si erano così trovati a combattere su fronti opposti. Rimasto giocoforza in Italia, nel dicembre 1941 Costanzo, ventenne, era stato coscritto dalla Regia Marina e successivamente imbarcato sull’Avorio; con i compagni dell’equipaggio del sommergibile aveva stretto legami indelebili di amicizia, quasi fraterna.
All’inizio del febbraio 1943, mentre beveva in un bar di La Spezia, Costanzo venne insultato da un altro marinaio, che lo chiamò “merda canadese” e offese suo padre. Costanzo, che aveva bevuto parecchio e non tollerava che si offendesse suo padre, rispose con un pugno, l’altro reagì allo stesso modo, e presto vennero estratti anche i coltelli. I loro compagni intervennero a fermarli; dato che il marinaio che aveva preso a pugni era di grado superiore, Costanzo venne arrestato, degradato e condannato a due mesi di cella ed un mese di sospensione della paga. Otto giorni dopo il suo arresto, l’Avorio era salpato senza di lui per quella che fu la sua ultima missione.
Quando uscì di prigione, Costanzo venne a sapere che l’Avorio non era rientrato dalla missione. Per un mese, si recò ogni giorno nella stazione radio di La Spezia per chiedere se vi fossero notizie, ma ogni volta la risposta era la stessa: «L’Avorio non risponde». Dopo qualche tempo, il sommergibile venne dichiarato perduto in mare con tutto l’equipaggio. Per un errore burocratico, lo stesso Costanzo venne dichiarato disperso in mare, e venne persino celebrata una piccola cerimonia funebre nel suo paese, prima che l’equivoco fosse chiarito.
Costanzo venne assegnato ad un altro sommergibile, il Sirena, sul quale prestò servizio fino all’armistizio dell’8 settembre 1943. Dopo aver autoaffondato il battello, che si trovava ai lavori, ed essere fortunosamente sfuggito alla cattura da parte di soldati tedeschi, Costanzo riuscì ad attraversare le linee e raggiungere il suo paese natio, nel Sud Italia, dove rientrò nei ranghi della Marina e fu nuovamente imbarcato sui sommergibili, impiegati ora per l’addestramento dei mezzi antisommergibili Alleati. Nel 1947 poté finalmente ricongiungersi con suo padre ed il resto della famiglia a Schreiber, in Canada, dove si stabilì, mise in piedi una famiglia e visse per il resto della sua vita.
Per sessant’anni, Costanzo credette che l’Avorio fosse affondato con tutto l’equipaggio, compresi molti suoi grandi amici, il cui ricordo lo spingeva al pianto anche a distanza di tanti anni: Marchi, il musicista che giurava che avrebbe sposato la prostituta che amava; Battaglia, l’ufficiale la cui sorella Costanzo corteggiava a Venezia; Suole, il burlone con cui passava il suo tempo libero; il comandante, che adorava. Quando nel 1994 il figlio Robert, studiando storia militare canadese, scoprì che l’Avorio era stato affondato dalla HMCS Regina, il pensiero che proprio una nave canadese avesse provocato la morte dei suoi amici non fece che aggravare il dolore di Costanzo, ormai divenuto un canadese a tutti gli effetti. Nel 2003 Robert Costanzo scoprì quasi per caso dal suo avvocato, un appassionato di storia navale, la storia completa dell’affondamento dell’Avorio: Joseph Costanzo poté così apprendere, a 82 anni, che i suoi compagni dell’Avorio non erano tutti morti in mare; più di metà, tra cui alcuni dei suoi migliori amici, erano in realtà sopravvissuti. Negli anni a seguire Costanzo, che non aveva mai voluto parlare della guerra per non riportare alla mente la memoria degli amici che credeva morti, riuscì a contattare diversi reduci della Regina, ex nemici divenuti ora connazionali, coi quali condivise immagini e racconti di quell’epoca lontana, anche se non riuscì invece a rintracciare i suoi vecchi compagni dell’Avorio.
 
L’Avorio fuori Cagliari il 24 marzo 1942 (g.c. STORIA militare)


lunedì 2 aprile 2018

Salemi

Il Salemi sotto bandiera francese, con il suo precedente nome di Pontet-Canet (Coll. Paul Bois via www.wormsetcie.com)

Piroscafo da carico di 1176 tsl, 678 tsn e 1560 tpl, lungo 69,10 metri, largo 10,13 e pescante 4,50, con velocità di 9-11 nodi. Ex francese Pontet-Canet, giunto in Italia da Marsiglia nel dicembre 1942, armato dallo Stato italiano e dato in gestione alla Società Anonima Cooperativa di Navigazione G. Garibaldi (con sede a Genova); iscritto al Compartimento Marittimo di Genova con matricola 18 F.
Era una delle decine di navi mercantili francesi consegnate all’Italia ed alla Germania in conseguenza degli accordi Laval-Kaufmann, che prevedevano la consegna all’Asse di 159 bastimenti mercantili che si trovavano nei porti mediterranei della Francia di Vichy, in seguito alla sua occupazione da parte dell’Asse.

Breve e parziale cronologia.

23 marzo 1912
Varato come tedesco Viola nei cantieri Flensburger Schiffsbau Gesellschaft di Flensburg (numero di costruzione 317).
1912
Completato per la Hamburg London Dampfschiffs Linie di Adolf Kirsten & Co., con sede ad Amburgo. È una nave da carico, ma ha anche qualche cabina per passeggeri. La stazza lorda originaria è di 1156 tsl.
Posto in servizio sulla linea Amburgo-Londra.
1914-1919
Requisito ed impiegato dalla Marina Imperiale tedesca durante la prima guerra mondiale.
1919
In seguito alla conclusione della prima guerra mondiale, il Viola viene trasferito al Governo francese in conto riparazione danni di guerra.
1923
Il Governo francese cede il Viola alla compagnia Worms, Josse & Cie. (o Maison Worms & Cie) di Le Havre, quale compensazione della perdita del piroscafo Pontet-Canet, appartenente a tale compagnia, affondato da un U-Boot nel 1918. Il nuovo proprietario ribattezza il Viola proprio Pontet-Canet, e lo registra a Le Havre. Stazza lorda 1183 tsl.
Febbraio 1934
Il Pontet-Canet, in manovra su un canale a Dunkerque (nei pressi della chiusa Guillemain), entra in collisione, forse a causa di un malinteso relativo all’interpretazione dei segnali, con la chiatta a motore Rhénus X, facendola finire contro una seconda chiatta, l’Emile Allart, che affonda rapidamente.
Il giudice riterrà corresponsabili della collisione sia il comandante della Rhénus X, Karl Ludwig, che quello del Pontet-Canet: la chiatta non si è tenuta al centro del canale, come avrebbe dovuto fare, ed ha virato bruscamente a sinistra senza badare al colpo di sirena del Pontet-Canet; il comandante di quest’ultimo, da parte sua, ha lasciato il timone ad un semplice marinaio, in un tratto ristretto in cui era richiesto l’intervento di un pilota.
Agosto 1937
Avendo deciso di ridurre il numero dei piroscafi impiegati nei traffici costieri in acque francesi, la compagnia Worms et Cie. annuncia piani per il disarmo di due piroscafi, tra cui il Pontet-Canet.

Il Pontet-Canet (da pages14-18.mesdiscussions.net)

1940
A seguito dello scoppio della seconda guerra mondiale, il Pontet-Canet è una delle sole sei navi della compagnia Worms et Cie. a non essere requisita dalla Marine Nationale.
1° settembre 1940
Dopo la resa della Francia, il Pontet-Canet viene requisito per qualche tempo dalle autorità tedesche.
Aprile 1941
Il Pontet-Canet viene trasferito da Bordeaux al Mediterraneo.
Novembre 1942
Dopo gli sbarchi angloamericani nel Nordafrica francese (operazione Torch, 8 novembre 1942) e il passaggio agli Alleati, dopo un’iniziale reazione, delle truppe francesi di Vichy ivi stanziate, le forze italo-tedesche lanciano l’Operazione "Anton" (10-11 novembre 1942), procedendo all’occupazione della Francia meridionale e della Corsica, fino a quel momento controllate dal regime francese collaborazionista di Vichy.
Anche la flotta mercantile francese nel Mediterraneo, concentrata nei porti di Marsiglia e Berre, cade al completo in mani italo-tedesche. Il 20 novembre Germania pretende che tutti i mercantili francesi disponibili vengano messi a sua disposizione per essere impiegati per le esigenze belliche delle forze tedesche; già il giorno seguente, ad ogni modo, 900 militari tedeschi vengono inviati a Marsiglia per sorvegliare le navi francesi, a bordo delle quali sono mandate delle guardie armate, preparandosi ad impadronirsene con la forza nel caso la Francia dovesse rifiutarne la concessione.
Il presidente del consiglio di Vichy, il collaborazionista Pierre Laval, accetta verbalmente ed il 22 novembre 1942, in una lettera ad Hitler, informa quest’ultimo che 158 bastimenti mercantili francesi (112 navi da carico, 31 navi passeggeri e 16 navi cisterna), per quasi 650.000 tsl complessive, verranno messi a disposizione della Germania. Il 1° dicembre 1942 si tiene a Roma un incontro tra Kaufmann, il gerarca nazista Hermann Göring, il feldmaresciallo Erwin Rommel, il maresciallo Albert Kesselring (comandante delle forze tedesche nel Mediterraneo), l’ammiraglio Arturo Riccardi (capo di Stato Maggiore della Regia Marina) ed il generale Ugo Cavallero (capo di Stato Maggiore generale delle forze armate italiane), nel quale viene decisa la spartizione tra Italia e Germania dei mercantili francesi: 83 andranno all’Italia e 75 alla Germania. Per la flotta mercantile italiana, duramente colpita dalla guerra, queste 83 navi sono una notevole boccata d’ossigeno, e permetteranno, a caro prezzo, il mantenimento dei collegamenti con la Tunisia.
L’accordo formale, detto accordo Laval-Kaufmann (dal nome di Laval e del firmatario da parte tedesca, il "Gauleiter" nazista e commissario del Reich Karl Kaufmann), verrà firmato a Parigi il 23 gennaio 1943; in base a tale impegno, il governo francese mette a disposizione dell’Asse un quarto della flotta mercantile francese del 1939. In base all’articolo 4 dell’accordo, le navi francesi devono essere in buone condizioni d’efficienza e pienamente equipaggiate; in cambio, il governo tedesco s’impegna a pagare alla Francia un indennizzo, eccezion fatta che per i viaggi verso il Nordafrica. Laval vorrebbe che le navi mantenessero bandiera ed equipaggio francese, ma la proposta viene rifiutata; vi è diffidenza verso i marinai francesi (specie dopo il comportamento delle forze di Vichy nel Nordafrica francese) e, d’altro canto, sono ben pochi i marittimi francesi che desiderino navigare per conto dell’Asse.
Quando l’accordo viene firmato, comunque, la maggior parte dei mercantili francesi ha già lasciato la Francia per l’Italia.
15 dicembre 1942
Il Pontet-Canet viene trasferito alla Germania (per una fonte, alla Mittelmeer Reederei GmbH) e successivamente all’Italia, a seguito degli accordi Laval-Kaufmann.
Dicembre 1942
Il Pontet-Canet arriva in Italia, proveniente da Marsiglia, e viene ribattezzato Salemi.
Non viene requisito dalla Regia Marina, né iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato; viene invece armato dallo Stato stesso ed affidato in gestione alla S.A. Cooperativa Garibaldi di Genova.
 
Il Pontet-Canet nel luglio 1936 (foto Marius Bar – Tolone, da www.wormsetcie.com)

L'affondamento

Alle 11.20 del 2 febbraio 1943 il Salemi, al comando del quarantacinquenne capitano di lungo corso Giuseppe Giovanni Volpe, salpò da Napoli diretto Messina, in convoglio con un secondo e più grande piroscafo, il Valsavoia (capitano di lungo corso Amedeo Astarita), anch’esso diretto in Sicilia (doveva infatti trasportare a Palermo un carico di rifornimenti per le truppe stanziate nell’isola).
Non è chiaro se Messina rappresentasse la destinazione finale del viaggio del Salemi, o se il piroscafo sarebbe poi dovuto proseguire per la Tunisia, come può far supporre il fatto che il volume "La difesa del traffico con l’Africa Settentrionale dall’1.10.1942 alla caduta della Tunisia" dell’U.S.M.M. lo elenchi (a differenza del Valsavoia) tra le navi perdute nel traffico con la Tunisia, e ne descriva la perdita al proprio interno, cosa inusuale per un piroscafo perduto in un viaggio lungo le coste italiane.
Il carico di Salemi e Valsavoia consisteva in cemento, cereali, fieno e paglia; sul Salemi si trovavano anche alcuni documenti segreti da consegnare a Marisicilia, il Comando Marina della Sicilia.
Nessuna unità da guerra accompagnava i due bastimenti, probabilmente perché il naviglio di scorta era assorbito dalle esigenze del traffico e della Tunisia. Le coste italiane stavano diventando sempre meno sicure: i sommergibili Alleati si facevano sempre più arditi, spingendosi ormai ad attaccare le navi italiane anche in vista della riva; proprio nel Golfo di Napoli, una settimana prima, era stata segnalata la presenza di un sommergibile nemico, che aveva infruttuosamente tentato un attacco contro navi italiane.
Si trattava del sommergibile britannico P 211, poi divenuto più noto col nome di Safari (che assunse ufficialmente qualche settimana dopo), comandato dal capitano di fregata Benjamin Bryant. Il 26 gennaio il P 211 aveva attaccato, senza successo, un convoglio italiano al largo della Bocca Piccola (all’estremità meridionale del Golfo di Napoli), e quattro giorni dopo aveva affondato a cannonate i due piccoli motovelieri Gemma e Sant’Aniello al largo di Capo Scalea, ai confini settentrionali della Calabria.
Non è dato sapere se i comandi italiani, nell’ordinare la partenza di Salemi e Valsavoia senza alcuna scorta, avessero ignorato questi avvertimenti, o se piuttosto la mancanza di una scorta per i due piroscafi derivasse semplicemente dall’indisponibilità di navi idonee, come poteva avvenire nella drammatica situazione di quei mesi, in cui il naviglio sottile della Regia Marina, a fronte di perdite sempre più gravi sia in mare che in porto, doveva farsi in quattro per proteggere il traffico con la Tunisia, la Sardegna, la Corsica, la Grecia, l’Albania, le isole dell’Egeo e lungo le coste della Penisola, di fronte ad un nemico sempre più potente ed aggressivo.
Gli ordini di navigazione consegnati ai comandanti di Salemi e Valsavoia prevedevano che le due navi dovessero salpare da Napoli alle undici del mattino del 2 febbraio ed uscire dal passo delle ostruzioni di levante, per primo Valsavoia e poi il Salemi. Imboccate le rotte di sicurezza, i due piroscafi si sarebbero dovuti portare nel punto "B", individuato dalle coordinate 40°32’ N e 14°19’ E, da dove poi avrebbero dovuto seguire le rotte indicate in un allegato contenuto in una busta chiusa, che i comandanti, per preservarne la segretezza, avrebbero dovuto aprire soltanto una volta usciti dal porto. Se le condizioni meteorologiche e di visibilità lo avessero permesso, Salemi e Valsavoia avrebbero dovuto seguire rotte che rasentassero la costa, entro tre miglia dalla riva, tratto che nel tratto compreso tra Capo Vaticano e Capo Peloro, nel quale invece avrebbero dovuto seguire strettamente le rotte del traffico costiero. La velocità da tenere era indicata in 7 nodi e mezzo.

Così fu fatto; lasciata Napoli e doppiata Punta Campanella, i due piroscafi diressero verso sud. Poche ore dopo la partenza da Napoli, alle 13.47 del 2 febbraio, Salemi e Valsavoia vennero avvistati dal periscopio del P 211 mentre uscivano dalla Bocca Piccola ed accostavano verso est. Il comandante del sommergibile scambiò dapprima il Valsavoia per una nave cisterna di medie dimensioni (perché aveva il fumaiolo a poppa, conformazione che all’epoca caratterizzava quasi esclusivamente le navi cisterna) ed il Salemi per una nave scorta che la stava accompagnando, ma alle 14.15, iniziata la manovra d’attacco, si rese conto che il primo era in realtà una nave da carico, ed il secondo una piccola nave mercantile. In controtendenza con la maggior parte dei suoi colleghi di tutte le nazionalità, che tendevano a sovrastimare le dimensioni dei loro bersagli, Bryant sottostimò considerevolmente la stazza di entrambe le navi: ritenne che il Valsavoia fosse una nave di circa 2500 tsl, ed il Salemi una di sole 700 tsl, mentre le stazze reali dei due bastimenti erano circa il doppio, 5733 tsl e 1176 tsl. Dato che il Valsavoia aveva un grosso cannone a poppa, Bryant decise di neutralizzarlo per primo silurandolo, per poi emergere ed attaccare col cannone il più piccolo Salemi.
Alle 14.38 (fonti italiane indicano l’orario dell’attacco nelle 14.45 o 14.50) Salemi e Valsavoia stavano navigando in linea di fila (Valsavoia in testa e Salemi in coda) al traverso del piccolo arcipelago de Li Galli, quando, nove o dieci miglia ad est di Capri, il P 211 lanciò tre siluri, da circa 915 metri di distanza, tutti contro il Valsavoia. Subito dopo, il sommergibile britannico scese in profondità.
Dei tre siluri lanciati, due colpirono il Valsavoia, che iniziò subito ad sbandare su un fianco, mentre il Salemi riuscì ad evitare – di stretta misura – il terzo con una pronta accostata a sinistra; proseguendo nella sua corsa, l’arma colpì invece due faraglioni (situati nei pressi della Torre Clavel a Positano, ad ovest della spiaggia di Fornillo), chiamati dagli abitanti del luogo “Madre e Figlio” (sotto quello più grande, detto della “Madre”, due anni prima gli abitanti avevano apposto due mattonelle con l’effigie della Madonna di Positano: oggi giacciono in fondo al mare), che vennero demoliti dalla sua esplosione (per un'altra versione soltanto il “Figlio” venne completamente distrutto, mentre la “Madre” fu gravemente danneggiata e crollò del tutto solo qualche anno dopo, a causa anche delle mareggiate che le diedero il colpo di grazia).
La rapida manovra con cui il Salemi aveva evitato il siluro non valse però a salvarlo: poco dopo aver lanciato, il P 211 tornò a quota periscopica e poté osservare che il Valsavoia era stato colpito e stava iniziando ad affondare, mentre il Salemi aveva invertito la rotta per tornare a Napoli.
Alle 14.42 (orario di bordo britannico) il P 211 emerse ed aprì il fuoco col suo cannone da 76 mm contro il Salemi, da una distanza di circa 1830 metri. Il primo colpo sparato fu subito un centro, e così pure la maggioranza degli altri 26 colpi di cannone che il P 211 sparò contro il piccolo piroscafo nell’arco di quattro minuti, finché l’arrivo sul posto di un aereo lo indusse ad immergersi alle 14.46.
Parecchie cannonate colpirono il Salemi in sala macchine ed all’altezza della linea di galleggiamento; nel tentativo di non affondare, il piroscafo cercò di andare ad incagliarsi in costa, ma una cannonata del P 211 lo colpì in plancia, rendendolo ingovernabile.
Alle 14.50, forse a seguito dello spostamento del carico, il Salemi si capovolse, dopo di che affondò in breve tempo nel punto 40°35' N e 14°27' E. Anche il Valsavoia era colato a picco (fonti britanniche indicano le coordinate del luogo dell’attacco in 40°35' N e 14°29' E).
Persero la vita sette uomini dell'equipaggio del Salemi, tra i quali il comandante Volpe, forse ucciso dal colpo del P 211 che esplose in plancia.

Le vittime fra l'equipaggio civile:

Giovanni Giaccardo, marinaio, da Genova
Pietro Metastasio, capo fuochista, da Gela
Pierluigi Roffi, ufficiale di coperta, da Livorno
Rocco Saffiotti, marinaio, da Palmi
Giovanni Giovanni Volpe, comandante, da Garessio

Degli altri due caduti, presumibilmente militari di passaggio od addetti all'armamento difensivo, non è stato possibile rintracciare i nomi.

I naufraghi delle due navi (tra l’equipaggio del Valsavoia vi fu invece un’unica vittima) vennero subito soccorsi dai pescatori del vicino paese di Positano, sulla costiera sorrentina.
Dalla Spiaggia Grande di Positano un gruppo di pescatori, impegnati come al solito a riparare e fare manutenzione a barche, reti e nasse, poterono infatti assistere a tutto il dramma, svoltosi sotto i loro occhi: uno di essi, Luigi Parlato, contò 22 cannonate, anche se ritenne che potessero essere state anche qualcuna in più.
I pescatori misero subito in acqua le loro barche ed uscirono in mare mentre ancora il P 211 stava sparando gli ultimi colpi di cannone contro i due bastimenti agonizzanti (subito dopo il sommergibile, completata la propria opera, s’immerse e si allontanò), precipitandosi subito sul luogo dell’attacco, distante un paio di miglia dalla riva; vogando con tutte le proprie forze, giunsero sul posto dopo circa mezz’ora. Il loro tempestivo intervento permise il salvataggio di tutti coloro che non erano rimasti uccisi nell’attacco. Tra i pescatori andati a soccorrere i naufraghi vi erano Gennaro Polese e la sua famiglia, Luigi Marrone (di 17 anni), Pietro Pane (di 15 anni), Luigi Parlato, Francesco Esposito ed altri, tra cui i proprietari degli alberghi "Savoia", "Margherita" e "Santa Caterina"; tra le barche da pesca impegnate nei soccorsi vi erano la San Francesco e la Delfino. La barca di Francesco Esposito recuperò una ventina di naufraghi, uno dei quali era gravemente ferito alla testa e perdeva copiosamente sangue: questi raccontò ad Esposito di essere il cannoniere, e di non aver avuto il tempo di sparare neanche un colpo. La barca di Luigi Parlato recuperò sei sopravvissuti. I naufraghi vennero accolti e rifocillati dalla popolazione del paese, accorsa in massa sulla Marina Grande.
Degli otto uomini deceduti negli affondamenti (sette del Salemi ed uno del Valsavoia), soltanto una salma poté essere recuperata; fu sepolta a Positano il giorno seguente. Durante il funerale un marinaio genovese, Angelo D’Imborsano, vestito con pigiama e vestaglia, abbracciò e baciò Luigi Parlato, il pescatore che l’aveva soccorso, chiamandolo più volte salvatore.
Qualche tempo dopo, un rappresentante del Governo consegnò ai pescatori un documento di encomio e 95 lire di premio per la generosa opera di soccorso dei naufraghi. Nel 2009, sessantasei anni dopo l’affondamento delle due navi, i soccorritori ancora in vita – tra cui Luigi Parlato, Luigi Marrone, Francesco Esposito e Pietro Pane – sarebbero stati premiati con una targa al merito per il salvataggio dei superstiti di Salemi e Valsavoia.
Il parroco di Positano, Don Saverio, ritenendo che la Madonna avesse salvato il paese da danni “fermando” con lo scoglio ad essa dedicato il siluro evitato dal Salemi, fece recitare un Te Deum in suo onore per quello che considerava un miracolo.

Alcune fonti locali sembrano aver ricamato parecchio sulle circostanze dell’affondamento di Salemi e Valsavoia, ed in particolare sul fatto che il Salemi trasportasse anche “documenti segreti” che “poteva diventare importante per taluni impedire che giungessero a destinazione”, giungendo persino ad ipotizzare un collegamento tra l’affondamento del Salemi e le confuse vicende relative ai vari tentativi di “fronda” contro Mussolini e di contatti con gli Alleati per una pace separata, avviati da più parti nel corso del 1943 e terminati con i fatti del 25 luglio e dell’8 settembre. Tali “interpretazioni” adombrano addirittura l’ipotesi che Salemi e Valsavoia sarebbero stati mandati senza scorta, nonostante le notizie sulla presenza in zona di un sommergibile, proprio perché venissero affondati insieme ai “documenti segreti” imbarcati sul Salemi.
Tutto ciò appare del tutto assurdo ed inverosimile. I famosi “documenti segreti” trasportati dal Salemi erano diretti a Marisicilia e consistevano, con ogni probabilità, in niente più che ordinarie disposizioni inviate da Supermarina a quel Comando, che ovviamente dovevano restare segrete a chiunque altro, come tutti gli ordini di quel genere. Del tutto implausibile che documenti riguardanti questioni veramente importanti, così tanto che potesse “diventare importante per taluni impedire che giungessero a destinazione”, sarebbero stati imbarcati su di un piccolo e vecchio piroscafo fatto partire senza scorta, anziché per via aerea, o con una nave da guerra, o con un mercantile più veloce e provvisto di scorta.
Niente di particolarmente strano nemmeno sul fatto che Salemi e Valsavoia fossero stati fatti partire senza scorta nonostante fosse stata segnalata la presenza di un sommergibile, pochi giorni prima, nella stessa zona: segnalazioni di questo tipo erano ormai all’ordine del giorno, sommergibili nemici operavano ormai un po’ ovunque lungo le coste specie del Sud Italia e delle isole, e come già detto non era possibile avere navi da guerra sempre ed ovunque, per scortare ogni singolo bastimento in movimento lungo le coste italiane e tra l’Italia ed i vari fronti oltremare. Le navi i cui carichi erano giudicati meno importanti – e tra queste rientravano certamente Salemi e Valsavoia – dovevano giocoforza navigare senza scorta, sperando di non incontrare un sommergibile avversario. Forse criticabile è la scelta di aver fatto viaggiare le navi insieme, anziché isolate, il che magari avrebbe potuto limitare i danni ad una sola delle due, che tanto erano prive di scorta: ma si ritenne forse che il Valsavoia, col suo cannone e la sua mitragliera, avrebbe potuto proteggere il Salemi oltre a sé stesso.
Non sembra particolarmente fondata neanche l’ipotesi secondo cui il P 211 avrebbe intercettato i due piroscafi in seguito ad intercettazione e decifrazione a mezzo “ULTRA” dei messaggi relativi al loro viaggio: se è pur vero che “ULTRA” permise ai britannici l’intercettazione di numerosi convogli italiani, è vero anche che esso non decrittava certo tutti i messaggi relativi a tutti i mercantili in movimento, e che moltissimi affondamenti furono frutto soltanto del caso e di appostamenti lungo le rotte notoriamente frequentate dal naviglio dell’Asse. Non ha senso invocarlo in occasione di ogni affondamento e sembra ancor meno sensato in questo caso, dove le disposizioni relative al viaggio furono consegnate direttamente ai comandanti delle due navi, con particolari contenuti in busta chiusa da aprirsi solo dopo la partenza, per mantenere maggior segretezza. Né sembra, nel giornale di bordo del Safari, che si faccia riferimento ad un convoglio segnalato in precedenza al sommergibile dai servizi d’informazione: l’incontro descritto appare invece del tutto fortuito.


L’affondamento di Salemi e Valsavoia nel giornale di bordo del Safari (da Uboat.net):

“1347 hours - Sighted 2 vessels leaving Bocca Piccola and turning to the Eastward. The vessels were thought to be a medium seized tanker [il Valsavoia] with an escort [in realtà il Salemi]. Started attack.
1415 hours - Identified the targets as a modern looking ship of about 2500 tons with the engines aft [il Valsavoia]. The other ship was not an escort but a merchant vessel of about 700 tons [il Salemi]. The first ship looked like a tanker but was a regular merchant vessel given the samson posts before the bridge and the goal post after the bridge. She had a large gun on the poop. Decided to torpedo this ship and then attack the smaller ship with the gun.
1438 hours - Fired 3 torpedoes at the leading ship from 1000 yards. 2 Hits were obtained. Went deep after firing. Upon coming up again sighted the target settling. The smaller merchant vessel had turned back towards Naples.
1442 hours - Surfaced and engaged the small merchant with the 3" gun from 2000 yards. The 1st round already hit as did most of the 26 rounds fired before an aircraft appeared.
1446 hours - Dived while the steamer tried to beach herself but a shot in her bridge had put her steering out of action. A number of shots were on her waterline and in her engine room.
1450 hours - Returned to periscope depth it was seen that the large merchant could not be seen anymore it had sunk. The small merchant's cargo had shifted and she had capsized. Retired to seaward. ”


Il relitto del Salemi giace oggi a 1,40 miglia dalla riva, ad una profondità compresa tra i 95 ed i 114 metri. La nave giace in assetto di navigazione ed è in buono stato di conservazione; sono facilmente riconoscibili, tra l’altro, il ponte di comando, un cannone ed un’elica, nonché la campana di bordo, ancora presente a prua. Il relitto del Salemi, insieme a quello del Valsavoia, è meta di immersioni di subacquei, rese molto difficili dalla scarsa visibilità, dalla corrente e dalla profondità elevata. Alcuni subacquei, confondendo e “mescolando” i nomi delle due navi, chiamano erroneamente "Valsanemi" il relitto del Salemi, e "Valsavoy" quello del Valsavoia; errore incredibilmente ripreso anche dal sito del Progetto "Archeomar" del Ministero per i Beni e delle Attività Culturali.
 

Un’altra immagine della nave come Pontet-Canet (da www.marine-marchande.net)