sabato 1 febbraio 2020

Santamarina Salina

Il Santamarina Salina (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)

Piroscafo misto di 762,86 tsl, 351,39 tsn e 450 tpl, lungo 61,33 metri, largo 9,14 e pescante 3,85-4,8, con velocità di 12 nodi (altra fonte parla di 14 nodi, ma sembra inverosimile dato che alle prove fu raggiunta una velocità massima di 12,6 nodi, mentre 12 nodi erano indicati come la velocità normale). Appartenente alla Società Anonima di Navigazione “Eolia”, con sede a Messina, ed iscritto con matricola 22 al Compartimento Marittimo di Messina; nominativo di chiamata PGNA fino al 1933, poi ICGO.
Scafo in acciaio a due ponti e due ordini di bagli, con chiglia piatta e sette paratie stagne trasversali. Propulso da una macchina a vapore a triplice espansione a 3 cilindri della potenza di 1045,00 CV, alimentata da due caldaie monofronti. Disponeva di quattro lance di salvataggio.
Adibito al servizio postale tra la Sicilia e le isole Eolie, poteva trasportare 86 passeggeri in cabina più altri sui ponti; disponeva di un salone di prima classe, una saletta per la terza classe ed anche una biblioteca. Svolgeva anche servizio di rifornimento d’acqua delle isole, ed allo scopo poteva trasportare 15 tonnellate d’acqua potabile e 554 tonnellate d’acqua “comune”. Fu l’unico piroscafo della società Eolia a non essere requisito dalla Regia Marina durante la guerra.
Il suo nome è variamente riportato come Santamarina, Santamarina Salina, Santa Marina o Santa Marina Salina. Considerato che una foto del varo mostra chiaramente il nome “Santamarina” sulla prua e che i Lloyd’s Registers ne riportano il nome come Santamarina Salina, quest’ultima appare la versione più corretta.

Breve e parziale cronologia.

19 novembre 1928
Varato presso i Cantieri Navali Riuniti di Palermo (numero di costruzione 107).
Si tratta della prima nave ad essere costruita ex novo per la Società Anonima di Navigazione Eolia.
Tale compagnia, fondata proprio a Santa Marina Salina nel dicembre 1925 con l’intento di gestire tutti i collegamenti via mare da e per le Eolie, aveva inizialmente operato con piroscafi “di seconda mano”, in parte acquistati sul mercato estero ed in parte ereditati dalle piccole compagnie preesistenti (specialmente la Siciliana di Navigazione a Vapore, attiva dal 1890): il Vulcano, l’Adele, il Flora e l’Etna, tutte unità piuttosto datate (alcune sono ancora provviste di armo velico!). Il servizio di collegamento, iniziato con queste navi nel gennaio 1926, ha riscosso un tale successo che dopo appena cinque mesi, il 6 giugno 1926, i soci della compagnia hanno deliberato un raddoppio del capitale sociale (che però andrà a rilento, per via della scelta di limitare il collocamento delle azioni agli abitanti delle Eolie: si ricorrerà nel mentre, per attuare il piano d’armamento, ad un prestito di oltre cinque milioni di lire erogato dal Consorzio Governativo di credito, andando comunque a generare un deficit di bilancio, poi coperto con la vendita di nuove azioni) e la costruzione di tre nuovi piroscafi per potenziare la flotta: il primo è appunto il Santamarina, ordinato ai cantieri di Palermo nel marzo 1927, cui seguiranno nel 1929 e nel 1936 il Luigi Rizzo (l’Affondatore di Premuda, originario di Milazzo, è stato nominato presidente onorario della società Eolia) e l’Eolo.


Il varo del Santamarina Salina (da www.archiviostoricoeoliano.it e www.liparinet.it)


Gennaio 1929
Completato per la Società Anonima di Navigazione Eolia.
L’entrata in servizio del Santamarina, prima nave moderna ad essere destinata alla linea delle Eolie, è accolta con entusiasmo nell’arcipelago: a Santa Marina Salina un «comitato di signore e signorine» ricama la bandiera sociale, da donare alla nave, e raccoglie 80 libri destinati alla biblioteca di bordo.
Un opuscolo della compagnia, scritto dal colonnello Giuseppe Giuffrè, così pubblicizza il nuovo piroscafo: “Le cabine di prima classe e il relativo salone, al centro del piroscafo, offrono al passeggero tutto il confort per rendere piacevole il viaggio. Le due cabine di lusso, con annesso salotto sul ponte di passeggiata, sono arredate con signorile eleganza. Complessivamente i posti di classe superiore con letti sono 50. La terza classe è situata a poppa. Ha una comoda saletta, una passeggiata, cabine da 4 e 6 posti, per un totale di 36 letti, con reparto separato per le donne. Anche i meno abbienti possono, così, godere delle comodità necessarie. Una biblioteca di 80 volumi è stata offerta, con geniale, civilissima iniziativa, dal comitato di signore e signorine sorto in Santa Marina, che ha pure donato la bandiera sociale ricamata con volontarie offerte”. Anche gli ufficiali dispongono di “comode ed eleganti cabine e di una propria sala pranzo”, e sottufficiali, i marinai ed i fuochisti hanno “alloggi separati e comodi”.
Negli anni successivi, le linee marittime delle Eolie continueranno a prosperare, tanto che la società Eolia non avrà difficoltà a collocare le nuove azioni e risolvere i problemi di bilancio che avevano caratterizzato i primi anni della sua esistenza.

Alcune immagini degli interni del Santamarina Salina, da www.archiviostoricoeoliano.it:

Una cabina

Cabina di lusso

Saletta

Salone

5 novembre 1930
Durante un viaggio da Lipari a Napoli, nel corso di una tempesta, nasce a bordo del Santamarina Salina un bambino. La madre, la signora Persiani, viaggia insieme al figlioletto Spartaco di appena un anno: il padre dei bambini è stato arrestato per attività antifascista. Durante la navigazione la donna è improvvisamente colta dalle doglie del parto e dà alla luce il secondo figlio, che il comandante del Santamarina battezza col nome di Marino Eolo Leonardo: Marino dal nome del Santamarina, Eolo da quello delle Eolie, Leonardo perché il 5 novembre è San Leonardo. L’insolito battesimo è accompagnato dall’augurio dell’ufficiale che un giorno il bambino possa anch’egli diventare comandante: ed in effetti il giovane Marino Eolo Leonardo Persiani, raggiunta la maggiore età, entrerà in Marina, divenendo ufficiale. Non potrà mai giungere a comandare una nave, tuttavia, perché morirà prematuramente all’età di 29 anni.

Il Santamarina Salina (a sinistra) ed il Vulcano in rada a Lipari negli anni Trenta (da www.eolienews.it)
(Arch. Claudio Merlino, via www.liparinet.it)

Anni Trenta
Il Santamarina presta servizio tra le Eolie, la Sicilia e Napoli.
La nave è anche brevemente menzionata dallo scrittore Curzio Malaparte, che fu confinato a Lipari per alcuni mesi a causa di contrasti con alcuni gerarchi fascisti, nel suo libro "La pelle": «Poi, un giorno, fui condotto con i ferri ai polsi da Lipari a un'altra isola, e di lì, dopo lunghi mesi, in Toscana. Febo mi seguì di lontano, nascondendosi fra le botti di alici e i rotoli di cordame sul ponte del Santa Marina, il piccolo piroscafo che ogni tanto va da Lipari a Napoli, e fra le ceste di pesce e di pomodori sulla barca a motore che fa servizio tra Napoli, Ischia e Ponza».
Il Santamarina era in partenza da Napoli per Messina il 26 marzo 1938, giorno della misteriosa scomparsa di Ettore Majorana.

Il Santamarina Salina (da www.salinarelais.it)
Passeggeri e membri dell’equipaggio sul Santamarina durante un viaggio negli anni Trenta (secondo da sinistra, il dott. Giuffrè; sono presenti anche il comandante Onofrio Basile ed il direttore di macchina Emilio Ortese)

1938
Il Santamarina viene impiegato come set durante le riprese del film “Traversata nera” della Sovrania Film, diretto da Domenico Gambino e con un “cast” che comprende Mario Ferrari, Germana Paolieri, Dria Paola, Camillo Pilotto, Guglielmo Sinaz, Lola Braccini, Carlo Lombardi, Antonio Gradoli, Roberto Bianchi Montero, Giovanni Grasso, Carlo Duse, Renzo Merusi ed il famoso pugile Primo Carnera. Il film, del genere “giallo”, è incentrato su un misterioso delitto compiuto a bordo di un piroscafo in navigazione dal Levante all’Europa; non riscuote molto successo (a Salina, ad ogni modo, non lo vedrà nessuno, perché non ci sono cinema), ma la società Eolia ha comunque avuto occasione di mostrare a livello nazionale i lussuosi interni del Santamarina, la sua nave ammiraglia.
Un particolare che a posteriori appare quasi sinistro: la nave su cui si svolge il film, al termine della pellicola, affonda…

Locandina del film “Traversata nera” (da www.archiviostoricoeoliano.it)
Attori di “Traversata nera” (al centro, Primo Carnera) e fan a bordo del Santamarina durante le riprese (da www.archiviostoricoeoliano.it)

Primo Carnera (sulla destra) posta per una foto con l’equipaggio del Santamarina Salina (Archivio Claudio Merlino, via www.liparinet.it)

Ufficiali del Santamarina insieme a Primo Carnera (Archivio Claudio Merlino, via www.liparinet.it)

10 giugno 1940
L'Italia entra nella seconda guerra mondiale, ma il Santamarina non viene requisito: prosegue nel suo servizio di linea tra la Sicilia e le Eolie.

Dipinto raffigurante il Santamarina Salina (da “Con il favore di Eolo” di Vincenzo Cincotta)

L’affondamento

Alle 15.10 del 9 maggio 1943 il Santamarina Salina lasciò Lipari diretto a Milazzo (secondo qualche articolo, era anche previsto uno scalo intermedio a Vulcano), per un viaggio di ritorno lungo la linea n. 102-c. Per il piccolo piroscafo questa era la quarta traversata consecutiva in quel solo giorno: nella prima mattina, infatti, aveva raggiunto Lipari con una corsa speciale ed aveva imbarcato 200 giovani delle isole che si recavano in Sicilia per la visita di leva, presso le sedi dei rispettivi distretti di reclutamento, trasportandoli poi a Milazzo; dopo di che, più tardi nella tarda mattinata, era tornato a Lipari. Dopo aver caricato a bordo una ventina di tonnellate di merci varie e farina, verso le 14.30 era iniziato l’imbarco dei passeggeri: radunati sulla banchina di Marina Corta, erano stati portati a bordo per mezzo della “barca del rollo”.
Il mattino di quel 9 maggio, secondo quanto riferiscono alcuni articoli di giornale, si era svolta a Lipari la “festa dell’Impero”, con grande partecipazione di folla: in quella data ricorreva infatti il settimo anniversario del discorso in cui Benito Mussolini aveva proclamato, in seguito alla vittoriosa conclusione della guerra d’Etiopia, la riapparizione dell’Impero «dopo quindici secolisui colli fatali di Roma». Da allora, ogni anno veniva celebrata in tutta Italia tale ricorrenza, con cortei e manifestazioni.
Festa di un impero che però, in quel settimo anniversario, aveva già cessato di esistere: Etiopia, Eritrea e Somalia, circondate e attaccate su più fronti dalle forze del Commonwealth, erano state perdute nel 1941; la Libia, pochi mesi addietro. Ormai le uniche truppe italiane in Africa erano confinate in un lembo sempre più ristretto di Tunisia, e ancora per poco.
In quel maggio del ’43 la guerra imperversava con andamento sempre più sfavorevole per l’Italia: quello stesso giorno la V Armata corazzata tedesca si arrendeva in Tunisia (la I Armata italiana avrebbe resistito per altri quattro giorni prima di capitolare a sua volta, ponendo fine alla campagna africana); in Sicilia, Palermo subiva il bombardamento più pesante dell’intero conflitto, da parte di oltre duecento “Fortezze Volanti” statunitensi, che provocavano 373 vittime tra la popolazione civile; anche Messina era martellata da 140 bombardieri. I tempi della “proclamazione dell’Impero” erano ormai un lontano ricordo.

La guerra si faceva sentire anche alle Eolie: le isole non ne erano ancora state colpite direttamente – non c’erano mai stati attacchi aerei contro di esse – ma avevano visto navi mercantili e militari affondate nelle loro acque; tutte le famiglie avevano congiunti al fronte; le ristrettezze imposte dai razionamenti si facevano sentire sempre più.
Lo stato di guerra aveva influito anche sui trasporti da e per la Sicilia: il Santamarina era ormai rimasto l’unica nave in servizio di collegamento con le Eolie; gli altri piroscafi della società Eolia erano lontani, a fare la guerra o già in fondo al mare. Il Vulcano era saltato su una mina a Tobruk nel 1941, Eolo e Luigi Rizzo erano stati requisiti dalla Regia Marina e trasformati in navi scorta ausiliarie, l’uno impiegato in Egeo e l’altro tra Africa e Sicilia. Lo stesso Santamarina, pur senza essere requisito, aveva cambiato aspetto: la livrea della società Eolia era scomparsa, rimpiazzata da una colorazione mimetica; a prua e a poppa erano stati installati due cannoncini per la difesa contro eventuali attacchi nemici, ed al solito equipaggio civile erano stati aggiunti diciassette militari della Regia Marina al comando di un sottufficiale. Provvedimenti che tuttavia, anziché aumentare la sicurezza del piccolo bastimento, ne avrebbero invece decretato la fine.


Il Santamarina Salina durante la guerra, notare il cannoncino installato sulla prua (Arch. Claudio Merlino, via www.eolienews.blogspot.com e www.liparinet.it)


Nel pomeriggio di quel 9 maggio, il Santamarina era partito in orario da Lipari; in plancia si trovavano il comandante, padrone marittimo Onofrio Basile, il capo cannoniere di seconda Giuseppe Porretto (comandante della scorta armata della Regia Marina), il secondo capo cannoniere Arnaldo Gallazzi (i quali svolgevano servizio di sorveglianza contro eventuali attacchi nemici), il timoniere Pasquale Florio ed il marinaio di vedetta Giuseppe Formica.
I due cannoni addetti alla difesa della nave, a prua ed a poppa, erano armati al completo e pronti all’azione, con gli otturatori aperti ed i serventi al posto di combattimento. Alla partenza da Lipari il capo cannoniere Porretto, come sempre, aveva ordinato agli artiglieri dei due cannoni di aprire gli otturatori, tenersi accanto alle riservette pronti a fare fuoco e controllare con attenzione il mare circostante; poi era salito in plancia, al suo posto di vedetta.
A bordo del Santamarina, in quel viaggio, si trovavano 115 persone: 42 uomini di equipaggio (25 marittimi civili e 17 militari della Regia Marina) e 73 passeggeri (29 militari e 44 civili). I passeggeri erano civili e militari, uomini e donne, uno spaccato della popolazione eoliana del tempo: tra i militari c’erano otto tra sottufficiali e marinai della Regia Marina, perlopiù in servizio presso basi navali e distaccamenti della Sicilia; cinque militi della Guardia di Finanza appartenenti alla Brigata Finanza di Lipari; quattro camicie nere; quattro carabinieri; due avieri; un bersagliere; un sergente di fanteria ed un caporalmaggiore della Sanità militare. In massima parte si trattava di militari eoliani che rientravano dalla licenza, dopo aver trascorso qualche giorno a casa tra i propri cari. Tra i civili, 36 uomini e otto donne, c’erano una mezza dozzina di commercianti, due sarti, un bottaio, un notaio, due studenti, un rappresentante di commercio, un lavoratore portuale, un muratore, un meccanico, un contadino, un pescatore, una cameriera, un venditore di tessuti, tre venditori ambulanti, cinque casalinghe. Il passeggero più giovane aveva tredici anni, il più anziano sessantanove; una passeggera, Clara Germanò, aveva compiuto gli anni – 36 – proprio il giorno precedente.
Giuseppe Di Mento, da Spadafora, si era recato a Lipari per seguire alcuni affari legati alla ditta di commercio di pesce fresco e salato di cui era consocio insieme al padre Domenico ed allo zio Antonio: stava ora tornando a casa.
Il carabiniere trentenne Salvatore Casella, in servizio nel Battaglione Ausiliario di Bagheria, viaggiava insieme al nipote sedicenne Michele, che viveva Sant’Angelo di Brolo. Le sorelle Edel e Clara Germanò, 33 e 36 anni, originarie di Palermo ma residenti a Malfa nell’isola di Salina (dove Edel si era trasferita nel 1930 sposandosi con uno studente del padre Diego, insegnante universitario di inglese e francese), viaggiavano insieme.
Il brigadiere dei carabinieri Edoardo Leanza, comandante della Stazione dei Carabinieri di Santa Marina Salina, aveva passato tutta la mattina con in braccio la figlia Maria Rosaria, di sette mesi, che sembrava non voler smettere di piangere. Anche Leanza appariva piuttosto triste, come avrebbe ricordato in seguito la moglie.
Ci fu chi perse l’imbarco per un caso. L’allora tredicenne Ezio Roncaglia, nativo di Lipari e studente della classe quarta inferiore dell’Istituto Tecnico Jaci di Messina, era tornato a casa nel marzo 1943 quando la scuola era stata costretta alla chiusura dalla pioggia di bombe che, ogni giorno di più, andava demolendo Messina. Verso fine aprile, tuttavia, l’istituto Jaci aveva riaperto una sede provvisoria a Spadafora, per permettere agli studenti della zona di Milazzo di poter completare l’anno scolastico: i Roncaglia lo avevano appreso grazie ad un amico di famiglia, residente proprio a Spadafora, che si era offerto di ospitare il giovane Ezio a casa propria per il tempo necessario a seguire le poche settimane di lezioni mancanti al termine dell’anno scolastico. Più precisamente, i Roncaglia seppero tutto ciò più o meno a mezzogiorno del 9 maggio: in quel momento, Ezio si trovava però fuori casa, intento alla raccolta di gelsi insieme ad alcuni minuti, e rincasò soltanto verso l’una del pomeriggio. Troppo tardi per imbarcarsi sul Santamarina, che faceva scalo a Canneto verso le 13.30: uscito di casa in fretta e furia, appesantito dalla valigia piena di libri, il ragazzino tentò ugualmente di correre fino alla spiaggia, ma vi arrivò quando ormai la barca del rollo, carica dei partenti, era già giunta sottobordo al piroscafo. Roncaglia era così rimasto a terra; non era per lui possibile neanche tentare di salire a bordo a Marina Corta, ultimo scalo del Santamarina prima di lasciare Lipari, perché da Canneto ci sarebbe voluta almeno mezz’ora, mentre la nave avrebbe coperto tale distanza in minor tempo. Ricordò poi Ezio Roncaglia: “Il mio Papà era furibondo perché dalle parole dell’Amico Sig. Lodato aveva capito che si trattava di non perdere un anno scolastico.- L’unica che non sembrava particolarmente addolorata era la mia Mamma, …. e questo non aiutò certo a lenire l’incavolamento del mio Papà. Non voglio certo parlare di … “premonizioni”, ma mi riesce abbastanza facile comprendere quel che può passare nel cuore di una Mamma che vede partire il suo bambino di 13 anni (insisto, … di allora), solo, verso gente sconosciuta e sotto l’incubo dei bombardamenti”.
Anche l’avvocato Antonino Saltalamacchia, di 41 anni, avrebbe dovuto imbarcarsi sul Santamarina ma non ci riuscì.
L’equipaggio civile del Santamarina era composto in massima parte da marittimi messinesi e milazzesi; alcuni erano imbarcati sul Santamarina Salina da anni, altri da pochi mesi: il giovanotto di cucina Domenico Giunta era a bordo da appena cinque giorni.

Tutto sembrava presagire una traversata come le centinaia di altre che il piccolo piroscafo aveva compiuto in quei tre anni di guerra: il rischio di un attacco aereo o subacqueo era sempre presente, ma ormai faceva parte della quotidianità – se si può applicare questo termine al contesto di una guerra. Bene o male, dopotutto, finora il Santamarina l’aveva sempre scampata. Una prova della relativa “rilassatezza” dei passeggeri è data dal fatto che ben pochi, tra quelli saliti a bordo, indossarono i giubbotti salvagente, nonostante questi fossero abbondantemente disponibili.
Parte dei passeggeri si era sistemata nei saloni interni, altri avevano preferito restare all’aperto, sedendosi sulle panche di legno del ponte; qualcuno si era messo a giocare a carte. Alcuni dei membri dell’equipaggio, franchi dal servizio, se n’erano andati in cabina a riposare una volta ultimate le manovre di partenza; altri, il cui turno iniziava alle 16, si preparavano a montare di guardia.
Per mezz’ora o tre quarti d’ora, la navigazione procedette regolarmente. Il tempo era bello, cielo sereno ed un sole splendente con appena un po’ di vento.

Ma alle 15.24 il sommergibile britannico Unrivalled, al comando del capitano di corvetta Hugh Bentley Turner, avvistò il Santamarina.
Partito da Malta il 1° maggio, l’Unrivalled aveva la missione di pattugliare le coste nordorientali della Sicilia e gli approcci settentrionali allo stretto di Messina, ed aveva già colto una vittima, il 7 maggio, quando aveva distrutto a cannonate la goletta Albina a sud di San Lucido, in Calabria.
L’Unrivalled aveva avvistato il Santamarina già alle sette del mattino di quel 9 maggio, durante il viaggio da Milazzo a Lipari: il comandante Turner aveva stimato che stesse dirigendo verso Lipari ad una velocità di undici nodi; avvicinatosi fino a 1100 metri per attaccare, aveva tuttavia finito col rinunciare al lancio, perché il mare agitato rendeva troppo incerto l’esito di un possibile lancio, ed il modesto bersaglio non giustificava uno spreco di siluri in tali condizioni di incertezza. Turner aveva anche tentato di scattare una fotografia della nave italiana attraverso il periscopio, ma non ci era riuscito a causa del mare mosso. Il sommergibile si era allora diretto verso Milazzo, per vedere se vi fossero dei bersagli più paganti in prossimità di quel porto, ma non ne aveva trovato nessuno; allora era tornato ad avvicinarsi al porticciolo di Lipari con l’intenzione di tentare d’intercettare la nave avvistata qualche ora prima, se fosse ripassata.
Data la sua colorazione mimetica e la presenza dei due cannoni a prua ed a poppa, il comandante Turner aveva identificato il Santamarina – del quale stimava correttamente la stazza in circa 800 tsl – come “una piccola nave ausiliaria” (a small naval auxiliary), probabilmente ricavata dalla trasformazione di una nave mercantile o di un panfilo, di aspetto non dissimile da diverse navi scorta ausiliarie della Royal Navy. In effetti, l’aspetto del Santamarina non era molto diverso da quello di tanti piroscafetti che la Regia Marina aveva requisito per trasformarli in unità ausiliarie per pilotaggio e scorta foranea: ruolo cui erano stati destinati anche i suoi “colleghi” Eolo e Luigi Rizzo. Il rapporto di missione dell’Unrivalled recita: “07:00 - Avvistata piccola nave ausiliaria di 800 tonnellate. Avvicinati e pronti ad attaccare. Non lanciati siluri in quanto sembrava improbabile che essi andassero diritti a 6 o 8 piedi a causa della corrente e dell'onda lunga. Il sottomarino era a 90 barra di timone, sulla fiancata più larga della nave, a 11 nodi nel raggio di 1200 yards, in navigazione verso Lipari. La nave nemica aveva due alberi, un basso fumaiolo e un cannone situato a prua ed era chiaramente una nave mercantile o uno yacht. Essa non era diversa da alcune navi del gruppo di scorta britannico. La nave era mimetizzata. Si tentò di fare una fotografia col periscopio ma l'onda avrebbe potuto rovinarla. Il bersaglio non fu considerato un bersaglio giustificabile dato che le possibilità di una corretta traiettoria sembravano remote. Ci si propose di prendere in considerazione l'ancoraggio e il porto di Milazzo, nel caso che al riparo della penisola fossero presenti bersagli più proficui e, ciò risultato vano, si procedette verso l'ancoraggio di Lipari nella speranza di intercettare la nave ausiliaria. L'ancoraggio di Lipari avrebbe anche formato un eccellente riparo e sembrava possibile che la nave stesse lì per 4 ore”.
L’Unrivalled aveva dunque ripreso ad ispezionare le acque tra Lipari, Salina e Vulcano in attesa del Santamarina: attesa che fu premata alle 15.24 quando, mentre il sommergibile era momentaneamente sceso a 21 metri di profondità, venne captato all’idrofono il rumore di una nave in avvicinamento. Tornato a quota periscopica, l’Unrivalled avvistò il piccolo bastimento, ora di ritorno come aveva previsto (“Udito l'effetto sonoro dell'idrofono mentre si stava facendo una veloce ricognizione a 70 piedi. Venuti a quota periscopio e avvistata la nave ausiliaria incontrata durante la mattinata. Le condizioni meteorologiche erano migliorate e rimanevano solo delle onde trascurabili. Il nemico era diretto a Milazzo”).
Apprezzando correttamente che la nave fosse diretta a Milazzo, Turner decise che questa volta un attacco sarebbe stato possibile ed opportuno, dato che il mare si era frattanto calmato ed un lancio avrebbe avuto maggiori probabilità di successo. Manovrò dunque per portarsi in posizione di lancio, ed alle 15.40 – in posizione 38°25’ N e 15°03’ E – l’Unrivalled lanciò tre siluri contro il Santamarina, che in quel momento si trovava a circa 6-6,5 miglia per 131° (cioè a sudest) dal porto di Lipari (altre fonti affermano che la nave si trovava a 7 o 9 miglia da Lipari, oppure a soli 300-400 metri da Punta Bandiera, nella frazione di Gelso, ed in prossimità del faro di Vulcano; o ancora a 300-400 metri da Punta Luccia, sempre sulla costa di Vulcano, o a due miglia da quest’ultima isola), da una distanza di 915 metri. Il piroscafo aveva percorso sei o sette miglia dalla partenza.

Dopo una breve corsa, due dei siluri colpirono il Santamarina a prua, sul lato sinistro, tra la stiva e la plancia. L’effetto della duplice, contemporanea esplosione – tale che i più, a bordo, ebbero l’impressione che la nave fosse stata colpita da un unico siluro – fu devastante per quella piccola nave: il ponte di comando fu distrutto e lanciato in aria, e lo scafo si spezzò in due, iniziando subito ad affondare. Decine di persone, che si trovavano nei locali in prossimità del punto d’impatto dei siluri, furono uccise sul colpo o gravemente ferite; altre rimasero intrappolate nelle cabine dalle porte rimaste deformate ed incastrate per effetto dell’esplosione.
La tragedia si consumò in pochi minuti, forse anche meno (divesi superstiti affermarono poi che la nave affondò in una manciata di secondi): i due tronconi del Santamarina rimasero in affioramento per qualche attimo, con l’elica che ancora girava, poi scomparvero per sempre sotto la superficie, verso le 15.45 (o 15.48; "Navi mercantili perdute" parla delle 16.07, ma sembra probabile un errore) di quel funesto 9 maggio 1943.
Il terzo siluro lanciato contro l’Unrivalled esplose contro la costa di Vulcano.

Il fuochista Antonio Arcadi espresse in seguito l’opinione che il comandante, gli ufficiali ed i sottufficiali della scorta militare fossero saltati in aria con il ponte di comando, e che lo stesso fosse accaduto ai passeggeri di prima classe nel salone, pur non avendo potuto vedere di persona cosa fosse accaduto. Anche il suo collega Gaetano Foti era della stessa opinione (“…ritengo che gran parte degli scomparsi siano stati uccisi dal forte scoppio, come è evidente per quelli sul ponte di comando e nel salone di prima classe i quali sono stati lanciati in aria”). Il Santamarina, secondo Foti, disponeva di cinture di salvataggio sufficienti per tutti i passeggeri e l’equipaggio, ma non tutti le indossavano al momento del disastro; considerata la quantità di rottami e zattere rimaste a galla dopo l’affondamento, comunque, era probabile che la maggior parte dei dispersi fosse stata uccisa dall’esplosione od affondata con la nave. Anche il sottonocchiere Giuseppe Federico affermò che vi fossero salvagente a sufficienza per tutti, ma che pochi li indossassero.
Il capo fuochista Angelo Natoli dichiarò di ritenere “che molti passeggeri siano rimasti a bordo vittime della esplosione come pure il personale di macchina, che si trovava di guardia, quelli che si trovavano nei locali a basso a prora e tutti quelli che si trovavano sul ponte di comando, capitano compreso”; per quanto riguardava i giubbotti di salvataggio, questi erano in numero sufficiente anche per un numero di persone maggiore di quello che si trovava sul Santamarina al momento dell’affondamento, ed erano disposti su tutti i ponti in modo da essere a portata di mano di chiunque in caso di necessità, anche se pochissimi li indossavano al momento del disastro. Anche il numero di zattere di salvataggio era sufficiente, “e difatti con la esplosione queste sono state lanciate in mare assolvendo in pieno al loro scopo”.

Il piccolo di camera Antonio Scarmato, dopo che la nave ebbe lasciato il porto, si recò nella cabina che fungeva da ufficio postale per provvedere alla timbratura delle lettere in partenza, uno dei compiti di sua competenza. Scarmato aveva diciotto anni, navigava sul Santamarina da quando ne aveva sedici: si era imbarcato il 1° settembre 1941. Nell’ufficio postale trovò il primo ufficiale Gennaro Di Meglio, che poco dopo lasciò il locale per andare a radersi nella sua cabina, situata proprio di fronte ad esso.
Terminata la timbratura e data una sistemata al locale, Scarmato si era appisolato con la testa sullo scrittoio, quando all’improvviso la porta – che era socchiusa, trattenuta da un gancio – sbatté violentemente, incastrandosi e svegliandolo. Scarmato sentì delle grida, vide della polvere di carbone nell’aria e notò che la nave stava sbandando; si gettò contro la porta per aprirla, ma senza risultato. Uscì allora passando per l’oblò, che dava sul boccaporto verso poppavia.
Il marinaio Antonino Foti della Regia Marina, in servizio al cannone di prua insieme ad alcuni compagni (tra cui il marinaio Antonio Bacchi), notò un fulmineo movimento in plancia ed ebbe l’impressione che qualcuno là sopra fosse corso verso sinistra: prima di poter capire cosa stesse accadendo, vide il ponte di comando saltare in aria e riconobbe distintamente il secondo capo Gallazzi che veniva lanciato violentemente all’esterno. Com’era buona norma fare prima di abbandonare una nave, Foti fece per togliersi le scarpe, ma prima di poter completare questa pur rapida operazione si ritrovò con l’acqua alla gola: tanto rapidamente il Santamarina Salina stava andando a fondo. Insieme ai compagni, allora, si mise a nuotare verso alcuni rottami galleggianti.
L’ingrassatore Antonino Sidoti, nato a Tripoli nel 1914 e residente a Milazzo, al momento dell’attacco non era di turno e stava pertanto riposando in cuccetta, nel locale fuochisti (situato a poppa, tra la saletta di terza classe ed il servomotore del timone). Con lui, nel locale, c’era anche il fuochista Antonio Arcadi: seduto ad un banco, si apprestava a montare di guardia in caldaia per il suo turno, che sarebbe iniziato alle quattro del pomeriggio. Mancavano circa venti minuti a quell’ora (Arcadi, nel suo interrogatorio, fu ancora più preciso: affermò che mancavano 17 minuti alle 16), quando i due uomini avvertirono una fortissima esplosione: Sidoti saltò giù dalla corretta ed insieme ad Arcadi corse alla porta, ma la trovarono bloccata dall’esplosione. Dovettero forzare per aprirla; non appena furono fuori, Sidoti si buttò in mare con indosso maglia e calzoni, dopo di che iniziò disperatamente a nuotare per allontanarsi dalla nave in affondamento. Arcadi fece lo stesso.
Il marinaio Giovanni Re, nativo proprio del paese da cui il Santamarina Salina prendeva il nome, si trovava nella cabina del radiotelegrafista Paolo Cuzzocrea – situata sul lato di dritta – insieme a questi ed al capo fuochista Angelo Natoli al momento del siluramento: Re stava discutendo con Cuzzocrea, quando sentì una tremenda esplosione e cadde a terra coperto da rottami, mentre l’aria intorno a lui si riempiva di pulviscolo di carbone. Rimessosi in piedi, cercò un salvagente senza riuscire a trovarlo; fuori dalla cabina vide il radiotelegrafista Cuzzocrea con un salvagente in mano, e subito dopo si ritrovò in mare. Re giudicò in seguito che i siluri avessero colpito la nave sul lato sinistro, tra la stiva n. 1 e la sala macchine, quasi esattamente sotto la plancia.
Angelo Natoli, il capo fuochista, era salito in coperta dopo aver rassettato le manovre in sala macchine e stava discorrendo con Re e Cuzzocrea da qualche minuto sulla porta della cabina quando si verificò il disastro. Dichiarò in seguito che sulle prime fu impressione generale che la nave fosse stata colpita da due siluri, pur ritenendo in seguito che “ripensandoci, è più probabile che sia stato lanciato un solo siluro” (in realtà, secondo il giornale di bordo dell’Unrivalled, i siluri a segno furono davvero due). L’esplosione si verificò sul lato sinistro, sotto la plancia e più precisamente nella carbonaia – infatti Natoli, come diversi altri naufraghi, fu avvolto da un pulviscolo nero, ossia polvere di carbone, in seguito al siluramento – e Natoli vide il ponte di comando saltare in aria insieme al comandante ed al personale che vi si trovava di guardia: vide rottami, carbone ed anche un uomo cadere in mare dopo essere stati lanciati in aria.
Il carbonaio Francesco Quadara, anch’egli nato e residente a Santa Marina Salina, era imbarcato sul piroscafo da poco più di un mese: era entrato a far parte dell’equipaggio il 1° aprile 1943. Poco prima del disastro, Quadara era di guardia in caldaia; appena pochi minuti prima del siluramento, aveva chiesto ed ottenuto il permesso di poter andare al lavandino situato sul lato sinistro, vicino alla scaletta della discesa della caldaia, e si trovava appunto lì quando i siluri colpirono. Quadara cercò subito di uscire all’aperto, ma la porta era bloccata: allora si gettò in mare attraverso l’oblò. Vide poi il Santamarina Salina che affondava di prua, con la poppa sollevata verso il cielo e l’elica ancora in moto.
Il giovanotto di coperta Antonino Foti (omonimo del marinaio della Regia Marina menzionato più sopra) si trovava appoggiato al verricello di poppa quando – verso le 15.45, ritenne – sentì un’esplosione sul lato sinistro della nave, e fu spinto verso la paratia ed investito da una nube di polvere di carbone; vedendo dei rottami che erano stati lanciati in mare dallo scoppio, si gettò in acqua. Sentì delle grida e delle richieste di aiuto, ma nella confusione non vide chi fosse.
Il fuochista Gaetano Foti, che come Francesco Quadara era imbarcato sul Santamarina dal 1° aprile precedente, era seduto sul boccaporto poppiero al momento del siluramento: fu gettato in mare dall’onda sollevata dall’esplosione dei siluri.
Il sottonocchiere della Regia Marina Giuseppe Federico ed il marinaio cannoniere Concetto Miceli erano in servizio al cannone di poppa: sentirono una forte esplosione sul lato sinistro, sotto la plancia, e dato che la nave stava affondando rapidamente si gettarono in mare.
Lo studente diciannovenne Antonino Biviano, di Lipari, si trovava sul ponte insieme agli amici Domenico Barca ed Angelino Mazza, anch’essi di Lipari ma più grandi di lui (Barca aveva 27 anni, Mazza 25) e pertanto sotto le armi (Barca, arruolato come marinaio, prestava in servizio al Deposito della Regia Marina di Messina; Mazza, aviere scelto, era assegnato all’aeroporto 514): i tre erano seduti su un banchetto quando furono investiti dall’esplosione del siluri. Biviano, seriamente ferito al viso e rimasto momentaneamente tramortito, riavendosi vide che Barca era morto; Mazza, invece, si era già gettato in mare. Biviano fece lo stesso.

Angelo Natoli corse verso la lancia di salvataggio, con l’intento di tagliarne le drizze, ma ben presto si rese conto che era uno sforzo inutile: l’acqua aveva già raggiunto la lancia, il Santamarina era spezzato quasi esattamente al centro e stava rapidamente affondando con la prora e la poppa sollevate, l’elica ancora in moto. Allora si tuffò in mare, aggrappandosi dapprima ad un pezzo di legno e successivamente ad una zattera emersa nei pressi dopo l’affondamento.
Sbucato sotto la scaletta d’accesso al ponte di prima classe, Antonio Scarmato corse nelle cucine per cercare lo zio Giuseppe Sacchettino, che sul Santamarina lavorava come cuoco. Passando nel corridoio di sinistra notò il direttore di macchina, Emilio Ortese, appoggiato alla paratia vicino alla porta che immetteva nel locale macchine; riflettendoci in seguito, l’atteggiamento di Ortese gli parve strano, e pensò che potesse avere subito uno shock nervoso. Giunto nelle cucine, Scarmato trovò lo zio che giaceva a terra, insanguinato ed inerte: lo toccò col piede, ma non ci fu alcun segno di vita. La nave stava affondando rapidamente, spezzata al centro, ed ormai non c’era più tempo per fare niente: Scarmato corse all’aperto – ricordò poi di non aver più visto Ortese appoggiato alla paratia dov’era prima – e si gettò in mare. Non era trascorsa che una manciata di secondi dal siluramento.

Emilio Ortese, direttore di macchina del Santamarina Salina, insieme alla moglie Caterina (da “Con il favore di Eolo” di Vincenzo Cincotta)

In acqua il giovanotto di coperta Domenico Giunta, che si era tuffato subito prima di Scarmato, lo prese per un braccio e lo trascinò verso uno zatterone che galleggiava nei pressi, forse gettato in mare dall’esplosione. Dallo zatterone, Scarmato vide il Santamarina Salina affondare spezzato in due: la poppa era protesa al cielo, l’elica stava ancora girando. Altri naufraghi raggiunsero lo zatterone e salirono a bordo: il giovanotto di coperta Antonino Foti ed il caporale di macchina Angelo Natoli; poi una camicia nera, una guardia di finanza e due civili, uno dei quali con un braccio rotto; per ultimo un marinaio della Regia Marina, facente parte dell’equipaggio militare. Antonino Foti aiutò la guardia di finanza ad aggrapparsi allo zatterone.
Da parte sua, Angelo Natoli scrisse nel suo rapporto di essere stato il primo a salire sulla zattera, venendo poi raggiunto da Scarmato, Foti, una guardia di finanza, un milite, due passeggeri ed un sottocapo militarizzato facente parte dell’equipaggio dell’"antimine" M. 5 di base a Lipari. Dopo circa venti minuti, infine, raggiunse la zattera anche il marinaio Concetto Miceli, facente parte della scorta armata della Regia Marina.
Una volta in acqua, Antonino Biviano vide il Santamarina affondare spezzato in due, trascinando nel risucchio diversi naufraghi impossibilitati a mettersi in salvo; vide «Domenico detto “u curtu”» (non è chiaro se si trattasse del membro dell’equipaggio Domenico Giunta o del passeggero Domenico Martino) che, paralizzato dal panico, rimaneva avvinghiato all’asta della bandiera del piroscafo mentre questo affondava sotto i suoi piedi. Poco prima che la nave s’inabissasse del tutto, questi riuscì a riaversi e ad afferrare un banchetto di legno che galleggiava nei pressi, saltandovi a bordo e mettendosi in salvo. Biviano, intanto, salì con altri superstiti su di una zattera sovraffollata.
Antonino Sidoti, voltatosi a guardare pochi secondi dopo essersi tuffato in acqua, non vide più il Santamarina Salina: soltanto fumo, tutt’attorno a sé, e naufraghi che chiedevano aiuto. L’acqua era nera per la polverina. Sidoti raggiunse a nuoto uno zatterone con tre persone a bordo; guardando intorno, vide altri naufraghi aggrappati a rottami galleggianti. Sfinito, Sidoti si sdraiò supino sulla zattera; iniziò a sentire brividi di freddo, ma ad un tratto un altro naufrago lo scosse e gli disse “Coraggio, viene un dragamine”.
Una volta in acqua, Giovanni Re si aggrappò ad un salvagente anulare che galleggiava nei pressi; poi raggiunse una zattera e vi si arrampicò a bordo. Sentiva le grida degli altri naufraghi, ma non poteva fare nulla per aiutarli, sia per le sue condizioni fisiche che perché la corrente stava rapidamente disperdendo i superstiti. Un poco per volta, altri naufraghi raggiunsero la zattera: nove in tutto; Re prese i remi in dotazione alla zattera ed insieme agli altri occupanti iniziò a remare verso la spiaggia di Vulcano.

A terra, a Lipari, gli isolani assistettero con sconcerto alla tragedia: un liparese ricordò poi di aver pensato, sentendo l’esplosione, “che l’isola fosse scoppiata”. A Pianoconte Maria Fonti, che all’epoca aveva dieci anni, era seduta in un campo a guardare il mare, mentre i genitori tagliavano l’erba, quando vide un’esplosione là dov’era stato il Santamarina. Tutti capirono subito cos’era successo, e sua madre (che si chiamava anch’essa Maria) esclamò disperata “C’era mio fratello là!” (Domenico Barca, rimasto ucciso nel siluramento).
Gli abitanti dell’isola accorsero sulla spiaggia per vedere cosa fosse successo e cercare di organizzare dei soccorsi: mentre prendevano il mare alcune piccole unità della Regia Marina, nel porticciolo di Marina Corta una nutrita folla si affrettò a spingere in mare barche ed a cercare coperte e medicine; gli improvvisati soccorritori si diressero verso il punto in cui era affondato il piroscafo, i più a remi, qualcuno con barche a motore. Scrive un articolo di un giornale locale: “Rimbombano ancora oggi, per chi allora era presente, nelle orecchie, fanno triste eco al cuore, le grida strazianti, le implorazioni disperate di aiuto da parte della marea di gente che immediatamente affollò Marina Corta; erano lagrime di madri, di spose, di figli, di amici, di parenti e conoscenti dell’ equipaggio e dei passeggeri che ignari e innocenti, in quel giorno primaverile, incontrarono la morte tra i flutti di questo nostro mare. (…) correva notizia del siluramento di un’imbarcazione che si era recata per prestare soccorso, in pochi si salvarono [in realtà nessuno dei mezzi di soccorso fu colpito, nda], e cominciarono a serpeggiare i primi nomi di coloro che si erano visti partire, di coloro che fino all’ultimo momento si sperava di poter salvare, di coloro che si sono visti trascinare giù nei gorghi di una mare amico ma in quel momento terribilmente crudo e famelico, allora Lipari capì davvero tutta l’ atrocità della guerra, fu un trauma, una presa di coscienza sulla tremeda realtà”.

Nel punto in cui si era inabissato il Santamarina galleggiavano rottami, zattere e naufraghi; il mare era ricoperto dalla polvere di carbone. I naufraghi rimasti illesi si prodigarono per aiutare i feriti e quelli che non sapevano nuotare; tra di essi si distinse la passeggera trentaduenne Assunta Poma, unica donna superstite, che aiutò alcune persone in difficoltà: buona nuotatrice, rimasta illesa, raggiunse a più riprese alcuni feriti che stentavano a tenersi a galla e li aiutò a raggiungere dei rottami galleggianti, cui questi si aggrapparono, rincuorandoli poi fino all’arrivo dei soccorsi.
Il sottonocchiere Giuseppe Federico testimoniò in seguito che “a mare subito dopo l’incidente [sic] vi è stata della confusione; gente che gridava aiuto e persone che si lamentavano. Per quello che è stato possibile molti si sono aiutati a vicenda, altri sono stati immediatamente sopraffatti prima che si potesse organizzare di concerto un aiuto efficace”; il capo fuochista Angelo Natoli affermò nel suo rapporto che il Santamarina era affondato in meno di un minuto e che molte persone erano state uccise dall’esplosione dei siluri, ma che “in mare, subito dopo la scomparsa del piroscafo, molta gente inesperta del nuoto chiedeva aiuto e parecchi di questi non avendo avuto la prontezza o la possibilità di aggrapparsi ad un qualsiasi relitto, dopo pochi istanti è scomparsa”. Stranamente, in una precedente deposizione lo stesso Natoli aveva invece dichiarato che “con la esplosione sono stati lanciati in mare relitti, zattere e salvagenti in modo che chiunque fosse in condizioni fisicamente buone avrebbe potuto trovare un mezzo di sostentamento. In acqua immediatamente si è verificato panico e si sono sentite grida di soccorso, ma quando si è potuto pensare a dare uno sguardo calmo intorno si è notato che i superstiti erano già tutti sistemati su pezzi di tavola e zattere. Qualcuno inesperto del nuoto è stato soccorso da quelli che si trovavano a portata di mano; qualcuno penso sia potuto affondare prima che si potesse pensare ad aiutarlo efficacemente. Una leggera corrente ci aveva sparpagliati in modo che mi è stato difficile poter cogliere altri particolari”.

Dopo alcuni minuti, quando le acque si furono calmate e sul luogo in cui era stato il piroscafo non c’erano più che rottami, i naufraghi sulla zattera di Antonio Scarmato videro il periscopio di un sommergibile che emergeva lentamente dal mare, circondato da bolle d’aria, spostandosi lentamente verso sud (in direzione di Milazzo): temettero che il sommergibile stesse emergendo per mitragliarli, ma il periscopio tornò ad immergersi e scomparve. Angelo Natoli affermò poi nel suo rapporto di aver visto non solo il periscopio, ma anche parte della torretta del sommergibile, con anche la bandiera (pur non essendo riuscito a riconoscerla); giudicò che la distanza tra la zattera e l’unità nemica fosse di circa mille metri, e che l’apparizione si fosse verificata 5-10 minuti dopo l’affondamento. Anche Natoli parla del timore di un mitragliamento: “appena avvistato il sommergibile la nostra preoccupazione è stata quella di ripararci da un eventuale mitragliamento riparandoci dietro la zattera davanti alla quale avevamo posto un barile”.
Gli occupanti della zattera presero a remare verso terra con un pezzo di tavola; dopo circa venti minuti vennero avvistati un MAS ed un dragamine che accorrevano a tutta forza dalla direzione di Lipari. Antonino Foti parlò nel suo interrogatorio di un motoscafo seguito da un motopeschereccio, ed Angelo Natoli precisò che i mezzi di salvataggio erano il motoscafo M. 3, più veloce, che precedeva in testa (evidentemente l’unità che Scarmato identificò come un “MAS”), e l’"antimine" M. 5, che lo seguiva. Si trattava di due piccole unità ausiliarie impiegate come affondamine: l’M. 3 era il Santo Stefano, un motopeschereccio requisito di 26 tsl, e l’M. 5 la Santa Teresa, una goletta da pesca di 20 tsl anch’essa requisita.
Ricomparve anche il periscopio, più lontano, anch’esso in direzione di Lipari: i naufraghi sulla zattera di Natoli si avvidero del rischio che il sommergibile potesse attaccare le unità soccorritrici, ed uno di essi si alzò in piedi e prese a gridare “il sommergibile, il sommergibile” per avvertire i soccorritori. Il dragamine (cioè l’M. 5 Santa Teresa) accostò allora verso terra, mentre il “MAS” (ossia l’M. 3 Santo Stefano) si dirigeva proprio verso il periscopio; una grande colonna d’acqua si levò sotto la costa di Vulcano. Il sommergibile aveva lanciato un siluro contro i mezzi di salvataggio, senza colpire nulla.
Anche Antonino Foti vide distintamente il periscopio del sommergibile – gli parve anche di aver notato, ad un certo punto, un lampo bianco sulla sua estremità –, poi immersosi, e la colonna d’acqua sotto la costa di Vulcano.
Angelo Natoli descrisse quanto accadde in modo più particolareggiato: a differenza degli altri naufraghi, affermò di nuovo che non fosse visibile soltanto il periscopio, bensì la torretta del sommergibile; ed aggiunse che non appena il motoscafo (cioè l’M. 3) fu giunto a distanza di lancio, vide un siluro partire e, al tempo stesso, il sommergibile che si immergeva. Il Santo Stefano avvistò il siluro, compì un ampio giro ad alta velocità e mise la prua sul sommergibile; il siluro lo scapolò ed andò ad esplodere contro la costa di Vulcano.
Poco dopo, le due unità soccorritrici raggiunsero la zattera e ne recuperarono rapidamente gli occupanti; dopo circa un quarto d’ora sopraggiunsero anche due motosiluranti tedesche, provenienti da Milazzo, e degli idrovolanti. Angelo Natoli precisò che gli occupanti della sua zattera furono soccorsi dall’M. 3 Santo Stefano, avvicinatosi con una manovra a tutta forza, mentre l’M. 5 Santa Teresa si avvicinò da sotto costa e recuperò tutti gli altri naufraghi. Quando il salvataggio era quasi giunto alla fine sopraggiunsero da Milazzo due piccole unità tedesche, che Natoli identificò come cacciasommergibili, e successivamente anche tre velivoli della Ricognizione Marittima e le motobarche V. 6 e V. 24 della Guardia di Finanza.
Anche Giovanni Re, sulla sua zattera, avvistò dopo circa mezz’ora due mezzi di salvataggio in lontananza, verso Lipari; dopo averne informato gli altri naufraghi – Angelo Natoli, che si trovava su un’altra zattera, disse poi che Re fu il primo ad avvistare i soccorsi e rincuorò i naufraghi annunciando di aver avvistato dei mezzi di salvataggio in arrivo da Lipari a tutta forza –, si strappò la camicia e la appese ad una gaffa, per usarla come segnale per richiamare l’attenzione dei soccorritori. Mentre i mezzi di salvataggio si avvicinavano, alcuni altri uomini sulla zattera avvistarono il periscopio di un sommergibile poco distante: come sulla zattera di Scarmato e Natoli, anche qui si diffuse il timore che l’unità nemica volesse emergere per mitragliare i naufraghi, tanto che vi furono dei momenti di panico. Anche questi naufraghi videro, quando una delle due unità soccorritrici era ormai vicina, una colonna d’acqua seguita da un’esplosione sulla costa di Vulcano; anche loro pensarono che il sommergibile avesse lanciato contro i mezzi di salvataggio, che infatti accostarono rapidamente e si allontanarono per mettersi al sicuro. Dopo circa un quarto d’ora apparvero altre due mezzi di salvataggio, provenienti da Milazzo, ed alcuni idrovolanti, e gli occupanti della zattera furono tratti in salvo.
Antonio Arcadi, che dopo essersi gettato in mare si era dapprima aggrappato ad un barile per poi passare su un grosso zatterone, vide anche lui “un’immensa colonna d’acqua” sollevata dall’esplosione di un siluro, lanciato contro i mezzi di soccorso, contro la costa di Vulcano. Il dragamine diresse verso quell’isola, mentre il motoscafo si diresse contro il sommergibile; poco dopo Arcadi e compagni furono raggiunti e tratti in salvo dai mezzi di soccorso.
Antonino Sidoti, sulla sua zattera, vide da lontano l’albero del dragamine che si stava avvicinando; dopo qualche minuto vide tutto il dragamine, che si dirigeva verso la zattera provenendo da sottocosta, ed anche un motoscafo più verso il largo. Anche lui vide una grande colonna d’acqua alzarsi sotto la costa di Vulcano, ed anche lui pensò ad un siluro lanciato contro i mezzi di salvataggio. Subito dopo, la zattera venne raggiunta da uno di tali mezzi, che prese a bordo tutti gli occupanti.
Anche la storia del marinaio della Regia Marina Antonino Foti coincide con quella degli altri naufraghi. Raggiunta una zattera insieme a due compagni, cercò di raggiungere la costa di Vulcano, e ad un certo punto vide un dragamine ed un motoscafo che si dirigevano verso il luogo dell’affondamento; poco dopo, i tre uomini avvistarono il periscopio del sommergibile che si muoveva lentamente nella zona del disastro – ad una cinquantina di metri di distanza, sulla dritta – ed anche loro pensarono che il battello nemico volesse emergere per mitragliarli (è interessante notare questo sembrasse un timore generalizzato tra i naufraghi). Il sommergibile lanciò un siluro contro i mezzi di soccorso, ed il motoscafo, che intanto era giunto vicino alla zattera di Foti, lo evitò con la manovra – lo stesso fece il dragamine – e diresse a tutta forza verso il sommergibile. Il siluro esplose contro la costa di Vulcano, sollevando un’altissima colonna d’acqua. Foti e i due compagni furono poco dopo tratti in salvo dal motoscafo, che li sbarcò a Lipari.
Il sottonocchiere Giuseppe Federico, che aveva raggiunto uno zatterone sul quale si trovava una decina di persone, avvistò il motoscafo ed il dragamine in arrivo da Lipari dopo circa mezz’ora; anche lui, quando le due unità furono giunte a poca distanza, vide il dragamine accostare verso Vulcano ed il motoscafo verso il largo e poi l’esplosione di un siluro, lanciato dal sommergibile contro di essi, sotto la costa di Vulcano. Il motoscafo si portò nel punto in cui era scomparso il sommergibile, dopo di che tornò verso la zattera e diede inizio al recupero dei naufraghi. Dopo un quarto d’ora sopraggiunsero anche due motosiluranti tedesche ed alcuni idrovolanti.
Anche il racconto del passeggero Antonino Biviano coincide con quello degli altri naufraghi: dopo qualche tempo vide arrivare due imbarcazioni di soccorso, una motovedetta ed un’unità della Questura, contro le quali il sommergibile lanciò due siluri che le mancarono ma le obbligarono ad allontanarsi. Poco dopo, in seguito all’avvistamento di tre motosiluranti tedesche, il sommergibile se ne andò ed i naufraghi vennero tratti in salvo.

Il comandante dell’Unrivalled, quando i naufraghi avevano avvistato il suo periscopio, aveva davvero pensato di avvicinarsi ai superstiti del Santamarina, ma non per mitragliarli, come tanti avevano temuto: al contrario, Turner aveva inizialmente pensato di recuperare i naufraghi. Tuttavia, vedendo il numero di persone in mare e considerando che c’erano cinque imbarcazioni ancora a galla, che la costa distava solo un paio di miglia e che mare e vento erano calmi, il comandante britannico aveva finito col ripensarci (“Avvicinati con l'intenzione di raccogliere i superstiti ma vi erano 5 scialuppe a galla e tanta gente in acqua. Dato che vi era calma di mare e di vento e solo circa 2 miglia da terra, fu deciso di non emergere per soccorrere i superstiti”). Poi, alle 16.18, aveva avvistato una piccola goletta a due alberi, uscita da Lipari con a rimorchio altre due imbarcazioni: tutte e tre battevano la bandiera della Regia Marina. Si trattava di Santa Teresa, Santo Stefano ed una terza unità non identificata (una fonte ipotizza che una delle unità potesse essere la goletta Unione, mentre un’altra parla di un motoscafo della polizia marittima di stanza a Pignataro, nell’isola di Lipari, che avrebbe evitato il siluro grazie al suo ridotto pescaggio) che andavano in soccorso dei naufraghi del Santamarina; Turner manovrò per avvicinarsi ai nuovi arrivati, con l’intenzione di attaccarli, ed alle 16.42 lanciò il suo ultimo siluro contro la goletta da 915 metri di distanza, in posizione 38°25’ N e 15°02’ E. La goletta avvistò la scia ed evitò con una pronta accostata verso l’Unrivalled il siluro, che andò ad esplodere contro la costa di Vulcano, come visto anche da molti naufraghi; poi iniziò a risalire la scia per dare la caccia al sommergibile. A questo punto, essendo rimasto senza più siluri (per altra fonte, ne avrebbe invece avuto a bordo ancora uno), l’Unrivalled si ritirò verso nord e nella notte ricevette l’ordine di rientrare a Malta, dove giunse il 13 maggio ponendo fine alla sua undicesima missione di guerra (la nona in Mediterraneo).

Su 115 persone imbarcate sul Santamarina, 62 avevano perso la vita: tredici membri dell’equipaggio civile, tra cui il comandante Basile e tutti gli ufficiali; tre membri dell’equipaggio militare, tra cui entrambi i sottufficiali che ne facevano parte; e 46 passeggeri, di cui 16 erano militari e 30 civili. Soltanto una salma poté essere recuperata, quella della passeggera Angela Liberatore: le altre riposano ancor oggi sul fondo del Tirreno. La loro morte presunta venne dichiarata da una sezione del regio tribunale di Messina, presieduta da Stefano Blandaleone e composta dai giudici Nicola Giovambattista e Vincenzo Ciminato.
I mezzi di soccorso salvarono dodici membri dell’equipaggio civile, 14 dell’equipaggio militare e 27 passeggeri, di cui 14 civili e 13 militari, che furono sbarcati a Marina Corta e qui ricevettero i primi soccorsi dalla popolazione locale. Molti liparesi erano accorsi nel porticciolo per cercare notizie di parenti e amici, partiti sul Santamarina appena un paio d’ore prima: i più non avrebbero ricevuto buone notizie.
La maggior parte dei naufraghi vennero recuperati dall’M. 3 e dall’M. 5, ma risulterebbe che qualche superstite sia stato tratto in salvo anche dalle due motovedette tedesche giunte sul posto più tardi; due membri dell’equipaggio, un civile ed un militare, furono raccoli da una motosilurante tedesca e portati a Milazzo, ove vennero ricoverati nel locale Ospedale Civile per lievi contusioni.

Le vittime:

Stefano Acunto, rappresentante di commercio, 33 anni, da Lipari
Michelangelo Alfonsetti, marinaio (equipaggio civile), 55 anni, da Scilla
Giuseppe Andaloro, carbonaio (equipaggio civile), 47 anni, da Lipari
Domenico Barca, marinaio di Maridepo Messina, 27 anni, da Lipari
Giovanni Basile, civile, 28 anni, da Lipari
Onofrio Basile, comandante (equipaggio civile), 54 anni, da Milazzo
Giovanni Beninati, marinaio cannoniere di Marina Bari, 24 anni, da Lipari
Vincenzo Bitto, cameriere (equipaggio civile), 58 anni, da Milazzo
Rosina Biviano, casalinga, 20 anni, da Lipari
Bartolomeo Bonino, lavoratore portuale, 39 anni, da Lipari
Marino Buongiorno, bottaio, 58 anni, da Santa Marina Salina
Domenico Calvo, carpentiere (equipaggio civile), 52 anni, da Messina
Michele Casella, civile, 16 anni, da Sant’Angelo in Brolo
Salvatore Casella, carabiniere Battaglione Ausiliario Bagheria Palermo, 30 anni, da Lipari
Luigi Cassata, civile, 27 anni, da Cumia Inferiore
Giuseppe Costa, brigadiere dei Carabinieri della Stazione CC. RR. di Mosella, 43 anni, da Lipari
Antonino Currò, marinaio di Maridepo Messina, 21 anni, da Lipari
Iolanda Currò, casalinga, 13 anni, da Lipari
Paolo Fortunato Cuzzocrea, ufficiale radiotelegrafista (equipaggio civile), 46 anni, da Motta San Giovanni
Alfonso D’Alessandro, sottocapo radiotelegrafista del Semaforo di Salina, 25 anni, da Napoli
Antonino D’Anieri, caporale maggiore di Sanità – Ospedale di riserva di Camaro, 35 anni, da Lipari
Gennaro Di Meglio, primo ufficiale (equipaggio civile), 49 anni, da Milazzo
Giuseppe Di Mento, commerciante, 23 anni, da Spadafora
Natale Fiorentino, marinaio cannoniere R. Marina (equipaggio militare), 26 anni, da Giovinazzo
Pasquale Florio, marinaio (equipaggio civile), 33 anni, da Messina
Giuseppe Formica, marinaio (equipaggio civile), 35 anni, da Messina
Vincenzo Foti, fuochista (equipaggio civile), 55 anni, da Milazzo
Arnaldo Gallazzi, secondo capo cannoniere R. Marina (equipaggio militare), 30 anni, da Milano
Clara Germanò, civile, 36 anni, da Malfa
Edel Germanò, casalinga, 33 anni, da Malfa
Lorenzo Gitto, commerciante, 53 anni, da Milazzo
Giuseppe Greco, venditore ambulante, 45 anni, da Spadafora
Francesco Imbesi, civile, 63 anni, da Santa Lucia del Mela
Edoardo Leanza, brigadiere dei Carabinieri della Stazione CC. RR. di Santa Marina Salina, 45 anni, da Santa Marina Salina
Angela Liberatore, casalinga, 37 anni, da Lipari
Giacomo Maggiore, notaio, 69 anni, da Lipari
Giuseppe Maiurana, lavoratore, 41 anni, da Lipari
Tommaso Mannello, sarto, 28 anni, da Lipari
Francesco Mantello, milite Regia Guardia di Finanza – Brigata Finanza Lipari, 34 anni, da Grammichele
Antonino Martinis, camicia nera del Battaglione “Vespri” di Palermo, 40 anni, da Lipari
Giuseppe Marturano, civile, 32 anni, da Lipari
Nicola Miano, sergente al deposito della 6a Compagnia Fanteria Istruzioni di Palermo, 30 anni, da Malfa
Vincenzo Milani, secondo ufficiale (equipaggio civile)
Rosario Mollica, sarto, 25 anni, da Lipari
Felice Natoli, aviere scelto dell’Aeroporto Chinisia di Trapani, 24 anni, da Santa Marina Salina
Emilio Ortese, direttore di macchina (equipaggio civile), 55 anni, da Milazzo
Sebastiano Pavone, camicia nera 6a Legione DICAT/Distaccamento S. Agata Messina, 47 anni, da Lipari
Antonino Pentola (o Pendola), civile, 23 anni, da Caprileone
Antonino Picone, contadino, 16 anni, da Lipari
Giulia Pistoresi, casalinga, 51 anni, da Lipari
Giuseppe Porretto, capo cannoniere di seconda classe (equipaggio militare), 51 anni, da Palermo
Giuseppe Portelli, camicia nera 6a Legione MILMART di Messina, 43 anni, da Lipari
Rosario Romagnolo, commerciante, 20 anni, da Milazzo
Francesco Russo, civile, 52 anni, da Lipari
Grazia Russo, civile, 27 anni, da Lipari
Giuseppe Sacchettino, cuoco (equipaggio civile), 58 anni, da Messina
Antonino Scuderi, appuntato Regia Guardia di Finanza Mare – Brigata Finanza Lipari, 37 anni, da Acicastello
Salvatore Sgrò, civile, 47 anni, da Malfa
Antonino Spanò, studente, 18 anni, da Lipari
Antonio Stramandino, marinaio di Maridist Cagliari, 27 anni, da Lipari
Giuseppe Tauro, civile, 57 anni, da Lipari
Luigi Vincenti, civile, 21 anni, da Messina

Lo stato maggiore del Santamarina Salina: in uniforme, da sinistra, l’ufficiale marconista Sava (non presente nell’ultimo viaggio), il primo ufficiale di coperta Gennaro Di Meglio, il comandante Onofrio Basile, il secondo ufficiale di coperta Vincenzo Milani, il direttore di macchina Emilio Ortese ed il primo ufficiale di macchina Acunto (non presente nell’ultimo viaggio). L’uomo in borghese sulla destra è Carmelo Biscotto (Coll. A. Cervellera, via www.archiviostoricoeoliano.it)

Tra l’equipaggio civile, oltre ai marittimi già menzionati più sopra, sopravvissero il giovanotto di cucina Domenico Giunta, il marinaio Natale Giuffrè, il fuochista Francesco Sava ed il nostromo Santi Cutroneo. Angelo Natoli e Natale Giuffrè erano rimasti feriti, quest’ultimo piuttosto gravemente (rimase ricoverato per qualche tempo presso l’Ospedale Civile di Lipari). Natoli, in qualità di capo fuochista, risultò il sopravvissuto più alto in grado, essendo scomparsi nell’affondamento tutti gli ufficiali e gli altri sottufficiali.
L’equipaggio militare fu quello che ebbe le perdite meno elevate (probabilmente perché la maggior parte dei suoi componenti erano cannonieri addetti ai due pezzi di bordo, i quali al momento del siluramento si trovavano ai loro posti, cioè all’aperto e lontano dal punto dell’esplosione, il che permise loro di gettarsi in mare indenni): su 17 componenti, quattordici furono tratti in salvo, e cioè il sottocapo cannoniere Salvatore Miranda, il cannoniere puntatore scelto Salvatore Vento, i cannonieri ordinari Italo Atzori, Vincenzo Gullo e Concetto Miceli, il cannoniere artificieri Orlando Gabbianelli, il sottonocchiere Giuseppe Federico ed i marinai Antonino Bacchi, Giuseppe Macrì, Camillo Barbagallo, Antonino Natoli, Angelo Lo Surdo, Giuseppe Gambino ed Antonino Maisano.
Tra i passeggeri civili, furono salvati i commercianti Carmelo Alacqua e Gaetano Merrina, entrambi di Milazzo, e Bartolomeo Natoli, da Lipari (il quale, coi suoi sessant’anni di età, fu il sopravvissuto più anziano); la cameriera Assunta Poma, da Lipari, che fu l’unica donna superstite; i venditori ambulanti Luigi Arcoraci, da Malfa, e Domenico Martino, da Lipari; il meccanico Giuseppe Biviano, da Lipari; il muratore Mattero Carini, da Malfa; il pescatore Orazio Greco, da Santa Maria della Scala; il venditore di tessuti Tommaso Greco, da Milazzo; il diciottenne milazzese Salvatore Andolina, il quarantaquattrenne senese Giuseppe Patanè ed il cinquantenne liparese Antonino Tauro.
Tra i passeggeri militari, vennero tratti in salvo il sottocapo cannoniere Francesco Ziino, del Distaccamento M. M. di Augusta; l’allievo torpediniere Santo Lacoteta; il nocchiere Giuseppe Lo Schiavo, dell’Ufficio Locale Marittimo di Sciacca; il bersagliere Giuseppe Bongiorno, del Distaccamento di Bagheria della 6a Compagna Speciale Intendenza; la camicia nera Bartolomeo Natoli; la guardia di Finanza del ramo mare Bernardo Scarcella e le guardia di finanza Nicolò Schepis e Santo Presti, tutti della Brigata Finanza di Lipari; l’aviere scelto Angelo Mazza, in servizio presso l’aeroporto 514; il carabiniere Nicola De Santis; il cannoniere Paolo Scuderi, in servizio all’Ufficio Censura di Messina; il sergente cannoniere Pietro Sangiorgio ed il marinaio militarizzato Giuseppe Via.

Le deposizioni dei membri superstiti dell’equipaggio del Santamarina Salina (da www.archiviostoricoeoliano.it)














L’affondamento del Santamarina nel giornale di bordo dell’Unrivalled (da Uboat.net):

“1524 hours - Sighted the same small 800 tons auxiliary we had seen during the forenoon. She was bound for Milazzo. Started attack.
1540 hours - In position 38°25'N, 15°03'E fired three torpedoes. Two hits were obtained and the ship sank. The third torpedo was heard to explode on Vulcano Island.
1618 hours - Sighted a two-masted schooner coming out of Lipari. Closed and commenced attack. The schooner was towing two other vessels. All three were flying the Italian Naval Ensign.
1642 hours - In position 38°25'N, 15°02'E fired one torpedo. The schooner saw the track and altered away to comb it. The torpedo missed. Unrivalled then drew clear to the northward”.

E nel racconto di Antonino Biviano, in un’intervista rilasciata l’8 aprile 1993 alla giornalista Chiara Giorgianni di “Questeolie”:

Mi trovavo sul ponte ed ero in compagnia di due amici, Domenico Barca e Angelino Mazza. Eravamo seduti su un banchetto quando all’improvviso l’esplosione… Riprendendomi vidi Domenico con il capo rovesciato in avanti, era morto. Angelino si era invece già buttato in mare. Mi sono immediatamente reso conto di quello che era successo e cercai, nonostante le gravi ferite al volto, di portarmi in salvo… Quando fui in mare vidi il piroscafo, ormai tagliato in due, inabissarsi, trascinando con se nel risucchio, coloro che per impotenza o per paura non riuscirono a fare nulla per se stessi. Ricordo Domenico detto “u curtu” aggrappato all’asta della bandiera del Santamarina, terrorizzato non riusciva a staccarsene. Il caso volle che saltasse un banchetto da lui istintivamente afferrato; fu proprio quel banchetto di legno a trarlo in salvo. Salii insieme ad altri su una zattera cui diveniva sempre più difficile stare; dopo più di tre ore arrivarono due natanti, quello della Questura e la motovedetta. Il sommergibile era  ancora sul posto ed avvistate le imbarcazioni venute in nostro soccorso, sparò due siluri che fortunatamente, non le colpirono, ma le costrinsero, ovviamente, ad allontanarsi. Fu l’avvistamento improvviso di tre motosiluranti tedeschi provenienti da Messina a costringere il sottomarino ad allontanarsi”.

Gli elenchi dei passeggeri e dei membri dell’equipaggio del Santamarina Salina nel suo ultimo viaggio (da www.archiviostoricoeoliano.it):









L’affondamento del Santamarina fu un duro colpo per la comunità eoliana: a Lipari, ben poche famiglie non persero un parente o un conoscente su quella nave. Fino a quel momento le Eolie erano state in certo qual modo “circondate” dalla guerra – i bombardamenti della non lontana Messina, gli affondamenti di navi nelle loro acque, l’angoscia dei parenti al fronte – che però non le aveva ancora colpite “direttamente”; tutto cambiò con l’affondamento del Santamarina. Ezio Roncaglia, il ragazzino che aveva perso l’imbarco perché era a raccogliere gelsi, avrebbe ricordato a distanza di decenni: “Poco più di mezz’ora dopo [la partenza], fulminea, surreale, si sparse di bocca in bocca la notizie : “Hanno affondato il Santa Marina”. Fu un lutto tremendo per tutta l’isola, una tragedia terribile ed incomprensibile, …. un trauma difficile da capire, perché non ci apparve come un atto di guerra, … troppo facile sparare sulla Croce Rossa. Io avevo 13 anni (quelli di allora, … attenzione, ben diversi dai tredicenni di oggi) e malgrado avessi già visto i morti (tanti) dei bombardamenti a Messina, solo dopo il Santa Marina capii l’obbrobrio della guerra: fino al allora mi pareva una cosa che riguardava gli altri, … tutti gli altri, gente estranea, lontana e diversa da noi. Nel mio immaginario di bambino, la morte di tante persone che conoscevo, che frequentavo e che amavo, tra cui tre miei compagni ed amici, mi apparve come un atto di vigliaccheria, di ingiustizia, una insopportabile cattiveria”.
Le famiglie di molte vittime si ritrovarono prive dei mezzi di sostentamento, e sarebbero trascorsi parecchi anni prima che potessero ottenere una qualche forma di risarcimento. Il rappresentante di commercio Stefano Acunto, che avrebbe compiuto il suo trentaquattresimo compleanno esattamente una settimana dopo il disastro, lasciò una moglie ventottenne e tre figli (Rodolfo, Ubaldo e Marcello) di cinque anni, due anni e due mesi e mezzo: la vedova avrebbe iniziato a ricevere una pensione di guerra, 13.500 lire dell’epoca, soltanto verso la fine degli anni Cinquanta.
Giuseppe Di Mento, da Spadafora, lasciò una moglie e un figlio; il brigadiere dei carabinieri Edoardo lasciò una figlia di sette mesi, Maria Rosaria: forse per via dell’ultimo ricordo del padre visto a pochi mesi di età, avrebbe provato per il resto della sua vita un’istintiva affezione verso chiunque indossasse la divisa.
La perdita del piroscafo, l’ultimo rimasto in servizio tra la Sicilia e le Eolie, ebbe anche l’effetto di interrompere definitivamente i collegamenti regolari su quella linea: da quel momento fino alla fine del conflitto i trasporti di beni di prima necessità, e dei pochi passeggeri, dovettero essere compiuti per mezzo di piccoli motovelieri appartenenti ad armatori locali.

Come spesso accaduto per tragedie del genere, abbattutesi su piccole navi adibite al trasporto di passeggeri e del tutto prive di interesse militare, l’apparente insensatezza dell’attacco al Santamarina ha dato vita, a livello locale, a svariate ‘voci’ e ‘leggende’ volte a giustificare quello che agli abitanti delle Eolie apparve come un atto gratuito e crudele. Una di queste voci riguarda un idrovolante con a bordo quattro o cinque alti ufficiali tedeschi, provenienti dal Nordafrica e diretti in Italia con importanti documenti segreti da consegnare al loro Stato Maggiore (a Roma, precisa un articolo), che sarebbe ammarato nel lago di Lingua (a Salina) qualche giorno prima del disastro (il 7 maggio, secondo lo stesso articolo), dopo essere stato attaccato e danneggiato da aerei angloamericani: gli ufficiali avrebbero ricevuto ordine di proseguire per Milazzo imbarcandosi sul Santamarina in borghese (in modo da non destare sospetti) il 9 maggio, e la notizia sarebbe stata carpita dallo spionaggio britannico, portando all’intercettazione del piroscafo da parte del sommergibile. Questo mentre gli ufficiali tedeschi, a loro volta informati dal loro controspionaggio che aveva saputo di tale operazione, erano rimasti a terra ed erano stati prelevati da un altro idrovolante appositamente inviato a Salina.
Un’altra storia afferma che il bersaglio dell’Unrivalled sarebbe in realtà stata una (inesistente) nave tedesca (chissa perché, sembra che i tedeschi debbano centrare a tutti i costi con questa tragedia), che si sarebbe riparata dietro il Santamarina, presente al suo fianco. Un’altra ancora tira in ballo l’immancabile “traditore” locale che avrebbe informato i britannici dei movimenti del piroscafo, per poi fuggire negli Stati Uniti. Una versione ancora differente sostiene che il Santamarina sarebbe stato carico di armi nelle stive. E ancora: che l’obiettivo fossero i 200 giovani di leva che i britannici (chissà come) avrebbero saputo essere trasportati in Sicilia dalla nave, ma che invece erano partiti con una corsa speciale quella mattina.
In realtà, queste storie non sono suffragate da alcuna prova documentale, e non appaiono altro che frutto della ‘fantasia popolare’ che in questa occasione, come in tante altre, ha cercato di dare un senso a quello che appariva un atto inspiegabile.
Un’altra spiegazione che circola collega l’affondamento del Santamarina ai preparativi dell’operazione "Husky", l’invasione angloamericana della Sicilia, iniziata esattamente due mesi dopo; segnatamente, i comandi Alleati avrebbero disposto la distruzione di tutti i mezzi navali in navigazione nelle acque siciliane (un articolo parla di una fantomatica “operazione R” “che prevedeva di affondare ogni imbarcazione nell’area dello Stretto, in previsione dello sbarco alleato”). Lo storico locale Pino La Greca ha affermato che “con la preparazione della operazione  Husky (…) in data  3 maggio 1943 venne redatto dal Quartier Generale del Generale Sir Harold Alexander il definitivo “Piano strategico preliminare” il cui primo punto prevedeva la “neutralizzazione” di TUTTI i mezzi e delle basi navali ed aeree dell’Asse in Sicilia, ai fini d’impedire il loro impiego in combattimento e nel successivo inevitabile ripiegamento italo-tedesco nell’Italia continentale. Subito le azioni aeree e navali inglesi e statunitensi nella Sicilia si intensificarono con attacchi crescenti massicci e, spesso, indiscriminati. La rigorosa applicazione delle disposizioni scaturite dal predetto Piano strategico che nella giornata del 9 maggio 1943 condannarono il Santamarina”. Questa spiegazione appare più sensata delle altre; è certamente possibile che il Santamarina possa essere rimasto vittima del generale intensificarsi dell’offensiva aeronavale angloamericana nelle acque attorno alla Sicilia, una volta ribadito che – contrariamente a quanto affermato in qualche articolo secondo cui Turner avrebbe ricevuto il 7 maggio l’ordine di affondare il Santamarina, asserzione confutata sia dal giornale di bordo che dal rapporto di missione dell’Unrivalled – non c’era alcun ordine specifico per questa od altre navi: la sfortuna, semplicemente, volle che la sua strada s’incrociasse con quella dell’Unrivalled.
Il rapporto di missione dell’Unrivalled, citato più sopra (e reperito dallo scrittore e storico locale Antonio Famularo grazie agli archivisti George Malcomson e Debbie Corner del Royal Navy Submarine Museum di Gosport, dove ancora nei primi anni 2000 lavorava anche il sottotenente di vascello “Florrie” Ford, già imbarcato proprio sull’Unrivalled), mostra chiaramente che l’Unrivalled non aveva alcun ordine specifico riguardante il Santamarina o qualsiasi altra nave: in una missione come mille altre, stava pattugliando il settore d’agguato assegnato, nelle acque delle Eolie, con la semplice direttiva di affondare qualsiasi nave nemica che fosse apparsa un degno bersaglio. Il Santamarina ebbe la sfortuna di incrociare la sua rotta e di avere l’aspetto, con la sua mimetizzazione ed i suoi cannoni, di una piccola nave ausiliaria: al comandante Turner non occorse altro per decidere che il piccolo piroscafo ‘meritasse’ un siluro. La realtà, come spesso accade, è molto più semplice di ogni fantasia.
A margine vale la pena di menzionare che la storia relativa all’idrovolante ed agli ufficiali tedeschi è apparsa anche in un articolo su “La Repubblica” del 23 maggio 2002 nel quale si sostiene che la fonte sarebbe stata una ricerca condotta per volere di alcuni parenti delle vittime presso il Royal Navy Submarine Museum di Londra. Per la verità, come accennato più sopra, tale museo ha sede nella città portuale di Gosport, assai lontana da Londra, ed una ricerca condotta nel maggio 2013 su richiesta di Antonio Famularo non ha prodotto nessun documento a sostegno di questa tesi, bensì il già citato rapporto di missione dell’Unrivalled che, unitamente al giornale di bordo dello stesso sommergibile, mostra inequivocabilmente che l’affondamento del piroscafo non ebbe niente a che fare con fantomatici aerei ed ufficiali tedeschi. Questa vicenda, caso mai, mostra una volta di più la scarsa scrupolosità dei giornalisti nostrani nel verificare una notizia, prima di pubblicarla.
È interessante notare che sia la storia ufficiale della flotta subacquea britannica nella seconda guerra mondiale ("British and Allied Submarine Operations in World War II", scritta dal vicemmiraglio Arthur Hezlet, lui stesso sommergibilista in Mediterraneo durante il conflitto), sia il generalmente ottimo "The history of the British U-class submarine" di Derek Walters replicano ancor oggi, nel parlare dell’affondamento del Santamarina, l’erroneo apprezzamento del comandante Turner: e cioè che il piroscafo fosse una nave ausiliaria (“a small naval auxiliary”) anziché un bastimento passeggeri di linea, quale in realtà era. Peraltro, entrambe le opere sbagliano anche il nome della nave: per la prima esso era “Santa Maria Salina”, per la seconda “Santa Maria”.

L’Unrivalled sopravvisse alla seconda guerra mondiale, venendo demolito nel 1946. Non altrettanto fortunato fu il suo comandante, Hugh Bentley Turner: passato al comando del più grande sommergibile Porpoise, morì il 19 gennaio 1945 con tutto il suo equipaggio quando questo battello fu affondato da un aereo giapponese nell’Oceano Pacifico. Il Porpoise fu l’ultimo sommergibile perduto dalla Royal Navy durante la seconda guerra mondiale.
Anche il comandante Turner, come le vittime del Santamarina, ha per tomba il mare.

La tragedia del Santamarina è tutt’oggi ricordata nelle Eolie, dove costituì l’episodio più grave della seconda guerra mondiale.
Nel 2013 è stato realizzato a Santa Marina Salina, sulla piazza di Santa Marina (piazza principale del piccolo centro abitato), un monumento in memoria della tragedia del Santamarina, in forma di una scultura raffigurante la prua di una nave: l’opera, scolpita dallo scultore salinese Sergio Santamarina (una coincidenza piuttosto curiosa), è stata commissionata e finanziata dalla professoressa Maria Rosaria Leanza – rimasta orfana a sette mesi del padre, brigadiere dei carabinieri Edoardo Leanza, comandante della Stazione dei Carabinieri di Santa Marina Salina e scomparso nell’affondamento – che ne ha poi fatto dono alla comunità. (Un’altra coincidenza curiosa: anche un nipote di Maria Rosaria Leanza è entrato nell’Arma. Era stato proprio il comandante della Stazione dei Carabinieri di Santa Marina, maresciallo Gimmi Stefani, a contattare nel 2011 la signora Leanza dopo aver condotto una ricerca sulla tragica fine del proprio “collega” di settant’anni prima). La scopertura del monumento è avvenuta il 9 maggio 2013, 70° anniversario dell’affondamento, ad opera della stessa signora Leanza (la quale, residente a Nicosia, ha poi ricevuto la cittadinanza onoraria dal Comune di Santa Marina Salina) ed alla presenza dello scultore, dei sindaci dei tre Comuni di Salina (Santa Marina, Malfa e Leni), di un rappresentante del Comune di Lipari, del presidente della provincia, dell’assessore regionale ai trasporti, di rappresentanti di Carabinieri (a partire dal maresciallo Stefani), Guardia Costiera (tra cui il maresciallo Mario Guarnuto, che ha consegnato alcuni documenti storici alla signora Leanza), Guardia di Finanza, Guardia Forestale e Polizia Municipale, e di numerosi cittadini, compresi molti anziani e parenti delle vittime giunti anche da Lipari e dalla Sicilia. Sulla parte posteriore del monumento sono incisi i nomi delle 62 vittime e la frase: "Il vento turbina, increspa le onde, trasportando le voci dei nostri cari, che ci infondono coraggio, esempio per le generazioni future. Affinchè il loro sacrificio non sia stato vano, lanciano moniti di pace e di amore".


Il monumento a Santa Marina Salina (sopra: Comune di Santa Marina Salina; sotto: g.c. Serge Serret, via www.wrecksite.eu)


Un altro monumento, un crocifisso con una targa (sulla quale è incisa la scritta “Mai più la guerra – 50° anniversario dell’affondamento del S. Marina, 9-5-1943-9-5-1993”, è stato realizzato privatamente dalla famiglia Costa (che nel disastro aveva perso il parente Giuseppe Costa, anch’esso brigadiere dei Carabinieri) sul promontorio di Punta Bandiera, sulla costa sudorientale dell’isola di Vulcano, ed una targa in memoria del Santamarina figura anche sul monumento ai caduti in guerra di Pianoconte (Lipari), inaugurato nel novembre 2011.

Il monumento ai caduti di Pianoconte (da www.pietredellamemoria.it)

Ogni anno, il 9 maggio, si svolge a Santa Marina Salina una cerimonia commemorativa della tragedia: nella chiesetta di Santa Marina viene celebrata una messa in suffragio delle vittime alla presenza delle autorità civili, militari e religiose locali, seguita dalla deposizione di una corona d’alloro alla base del monumento. Alle commemorazioni hanno partecipato in varie occasioni discendenti delle vittime, come la stessa signora Leanza o – nel 2015 – la figlia dell’ufficiale radiotelegrafista Cuzzocrea. Talvolta viene anche deposta in mare una corona nel punto dell’affondamento del piroscafo, sei miglia e mezzo a sudest di Lipari.
Nel 2019 è stato annunciato che la Marina Militare, dietro richiesta dell’amministrazione comunale di Santa Marina Salina, intraprenderà un tentativo di localizzare il relitto del piroscafo, che dovrebbe giacere ad un migliaio di metri di profondità.

Il Santamarina Salina in un disegno-cartolina d’epoca (da www.giornaledilipari.it)

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