venerdì 1 marzo 2019

Donizetti

La Donizetti in tempo di pace (Coll. Aldo Cavallini, via www.naviearmatori.net)

Motonave mista di 2428,04 (o 2424) tsl, 1420,15 tsn e 2985 tpl, lunga 85,34-89,6 metri, larga 12,19-12,3 e pescante 6,4, con velocità di 12-13,4 nodi. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Tirrenia, avente sede a Napoli, ed iscritta con matricola 57 al Compartimento Marittimo di Fiume.
Apparteneva ad una serie di sei motonavi gemelle, aventi tutte nomi di musicisti e compositori, chiamata appunto “classe Musicisti”: le altre erano Rossini, Puccini, Paganini, Verdi e Catalani. Classe particolarmente sventurata: non solo vennero tutte affondate in guerra (anche se la Verdi poté in seguito essere recuperata e ricostruita), ma ben tre di esse (Donizetti, Puccini, Paganini) affondarono con gravi perdite umane. Poteva trasportare 58 passeggeri in cabina, oltre a merci nelle quattro stive.
Durante il conflitto con gli Alleati (giugno 1940-settembre 1943) la Donizetti navigò sempre nelle acque dell’Adriatico, Ionio ed Egeo, trasportando truppe e rifornimenti in Albania, Grecia e nelle isole dell’Egeo.
Sovente menzionata come “Gaetano Donizetti”, in realtà il suo nome era solo Donizetti.

Breve e parziale cronologia.

15 ottobre 1927
Impostata nel Cantiere Navale Triestino di Monfalcone (numero di costruzione 195).
17 ottobre 1928
Varata presso il Cantiere Navale Triestino di Monfalcone
4 dicembre 1928
Completata per la «Adria» Società di Navigazione a Vapore (o Adria Società Anonima di Navigazione Marittima, o Compagnia Adria Società Anonima di Navigazione), con sede a Fiume.
Insieme alle gemelle Paganini, Puccini, Rossini, Catalani e Verdi, nonché ai ben più anziani piroscafi Tiziano e Tiepolo, la Donizetti viene messa in servizio postale sulla linea internazionale sovvenzionata Fiume-Genova-Marsiglia-Valencia (Periplo Italico-Spagna).
Le sei motonavi costituiscono il nerbo della flotta Adria; nel 1931 un manifesto pubblicitario della società, indirizzato ad una clientela internazionale, reclamizza: «Ideal Pleasure-trips in the Mediterranean – Regular Weekly Service New First Class Motor Vessels – Ports of call: Fiume Trieste Venezia – Fiume Ancona Bari, Catania, Malta, Messina, Palermo, Napoli, Livorno, Genova, Imperia, Marseille, Barcelona, Valencia – Aboard: Puccini, Donizetti, Catalani, Rossini, Verdi and Paganini». Gli scali serviti dalle sei motonavi, secondo un altro manifesto dello stesso anno, sono: Fiume, Ancona, Bari, Catania, Malta, Messina, Palermo, Napoli, Livorno, Genova, Imperia (opzionale), Marsiglia, Barcellona, Valencia; viaggio di ritorno: Valencia, Marsiglia, Imperia, Genova, Livorno, Napoli, Palermo, Messina, Malta, Catania, Bari, Ancona, Fiume (risulterebbe da una fonte che le navi, tornando da Malta a Messina, facessero anche scalo settimanale – di mercoledì – a Riposto, dove sbarcavano turisti che visitavano la zona e si spingevano fino a Taormina).



Pubblicità della società di navigazione Adria: sopra (da www.gcaptain.com), si reclamizzano “nuove motonavi di prima classe”, sotto (da www.timetableimages.com), la compagnia è simboleggiata dal disegno stilizzato di una nave classe “Musicisti”.



Altri due manifesti della società Adria ritraenti le motonavi classe “Musicisti” (Coll. David Levine, da www.travelbrochuregraphics.com)


1° gennaio 1937
Trasferita alla Tirrenia Società Anonima di Navigazione (nata nel 1932 come «Tirrenia Flotte Riunite Florio-CITRA» dalla fusione delle compagnie di navigazione Florio e CITRA), che in seguito al “riordino” delle linee sovvenzionate ha assorbito la Adria Società di Navigazione e la Compagnia Sarda di Navigazione.
La Tirrenia mette la Donizetti e le sue gemelle in servizio sulla linea commerciale 32, con scalo in 16 porti nel Mediterraneo per un totale di 4.000 miglia di navigazione.
Giugno 1940
In seguito all’entrata in guerra dell’Italia, le motonavi della classe “Musicisti” vengono noleggiate per trasportare truppe in Albania.
16 ottobre 1940
Requisita a Fiume dalla Regia Marina, senza essere iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
6 novembre 1940
La Donizetti, vuota, parte da Valona alle tre di notte insieme ai trasporti truppe PiemonteItalia e Quirinale, scortati dalle torpediniere Giacomo Medici e Curtatone; il convoglio arriva a Bari alle 19.30.
16 novembre 1940
La Donizetti lascia Bari alle 00.30, unitamente al piroscafo Piemonte, con la scorta delle torpediniere Francesco StoccoGenerale Marcello Prestinari e dell’incrociatore ausiliario Capitano A. Cecchi. Donizetti e Piemonte trasportano 2554 militari, 151 quadrupedi e 306 tonnellate di materiali. Il convoglio giunge a Valona alle 16.
20 novembre 1940
La Donizetti, le motonavi  Città di Savona e Città di Marsala ed il piroscafo Galilea lasciano scariche Valona alle 11, scortate dalle torpediniere Antares ed Andromeda. Il convoglio arriva a Brindisi alle 19.
27 novembre 1940
La Donizetti ed i piroscafi Italia e Quirinale salpano da Bari alle quattro del mattino alla volta di Durazzo, dove arrivano alle 13.50, scortati dall’incrociatore ausiliario Arborea e dalla torpediniera Calatafimi. Il convoglio trasporta in tutto 2886 soldati, 105 quadrupedi e 278 tonnellate di materiali.
29 novembre 1940
Donizetti, Italia e Quirinale lasciano Durazzo vuoti alle 5.20, scortati dalla Calatafimi, ed arrivano a Bari alle 17.15.
3 dicembre 1940
Alle 23 la Donizetti salpa da Bari insieme ad Italia e Quirinale, con la scorta delle torpediniere Stocco e Curtatone. Il convoglio trasporta 2902 militari, 86 quadrupedi e 427 tonnellate di rifornimenti.
4 dicembre 1940
Il convoglio giunge a Durazzo alle 9.30.
5 dicembre 1940
Alle 20.20 DonizettiItalia e Quirinale ripartono da Durazzo per tornare in Italia, trasportando feriti. Li scorta la torpediniera Andromeda.
6 dicembre 1940
Il convoglio arriva a Bari alle 8.30.
10 dicembre 1940
DonizettiItalia e Quirinale partono da Bari per Durazzo alle 00.30, trasportando 3088 militari, 19 veicoli e 688 tonnellate di materiali. Scortato dall’incrociatore ausiliario Barletta, il convoglio raggiunge Durazzo alle 13.
13 dicembre 1940
DonizettiItalia e Quirinale lasciano scarichi Durazzo alle 10, scortati dalla torpediniera Altair.
14 dicembre 1940
Il convoglio giunge a Bari alle due di notte.
19 dicembre 1940
DonizettiItaliaQuirinale e Città di Savona, aventi a bordo in tutto 3514 soldati e 85 tonnellate di materiali, lasciano Bari all’1.50, con la scorta della torpediniera Stocco e dell’incrociatore ausiliario Barletta. Il convoglio arriva a Durazzo alle 17.
21 dicembre 1940
Donizetti, Città di Savona, Italia e Quirinale lasciano Durazzo alle tre di notte ed arrivano a Bari alle 17.40, scortate dalla torpediniera Andromeda.
24 dicembre 1940
Salpa da Bari alle 00.30 unitamente al piroscafo Quirinale ed alle motonavi Marin SanudoCittà di Savona, con la scorta della torpediniera Castelfidardo e dell’incrociatore ausiliario Capitano A. Cecchi. Il convoglio, che trasporta il primo scaglione della 11a Divisione Fanteria "Brennero" (2663 tra ufficiali e soldati, 186 automezzi e 558,5 tonnellate di materiali), giunge a Durazzo alle 15.15.
28 dicembre 1940
Alle 21 Donizetti, Quirinale ed il piroscafo Aventino partono da Bari alla volta di Durazzo, trasportando 2538 tra ufficiali e soldati, 84 quadrupedi e 626 tonnellate di materiali. Li scortano l’incrociatore ausiliario Barletta e la torpediniera Solferino, ma quest’ultima deve tornare in porto a causa delle avverse condizioni del mare.
29 dicembre 1940
Il convoglio raggiunge Durazzo alle 10.30.
30 dicembre 1940
Alle 17.45 Donizetti, Aventino e Quirinale ripartono vuoti da Durazzo con la scorta della torpediniera Angelo Bassini.
31 dicembre 1940
Il convoglio raggiunge Bari alle 7.40.


La Donizetti in tempo di pace, nel 1931 circa (g.c. Pietro Berti, via www.naviearmatori.net)

1° gennaio 1941
La Donizetti e la motonave Città di Bastia salpano da Bari per Durazzo alle 22, scortate dalla torpediniera Pallade e dall’incrociatore ausiliario Brioni. Le due motonavi hanno a bordo 1584 militari e 206 tonnellate di materiali.
2 gennaio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 10.20.
4 gennaio 1941
Donizetti e Città di Bastia lasciano vuote Durazzo alle 17.30, scortate ancora dalla Pallade.
5 gennaio 1941
Le tre navi arrivano a Bari alle 9.
6 gennaio 1941
Parte da Bari alle 23 insieme ai piroscafi CarniaCasaregis, quest’ultimo proveniente da Ancona, e con la scorta del posamine Azio e dell’incrociatore ausiliario Brioni. Il convoglio trasporta 693 uomini, 101 veicoli e 1733 tonnellate di rifornimenti.
7 gennaio 1941
Il convoglio giunge a Durazzo alle 13.20.
8 gennaio 1941
La Donizetti ed il piroscafo Sant'Agata, ambedue scarichi, lasciano Durazzo alle 8.30 scortati dalla torpediniera Calatafimi, con la quale giungono a Bari alle 21.
12 gennaio 1941
La Donizetti, la gemella Verdi e la motonave Birmania, aventi a bordo in tutto 1579 militari, 148 veicoli e 392 tonnellate di materiali, partono da Bari alle 00.00 dirette a Durazzo, dove arrivano alle 12.45, scortate dall’incrociatore ausiliario Barletta e dalla torpediniera Generale Marcello Prestinari.
13 gennaio 1941
Donizetti e Verdi lasciano scariche Durazzo a mezzogiorno, scortate dalla torpediniera Generale Antonio Cantore.
14 gennaio 1941
Donizetti, Verdi e Cantore arrivano a Bari alle due di notte.
16 gennaio 1941
Donizetti e Verdi partono da Bari alle 3.15 scortate dal Barletta e dalla torpediniera Partenope, trasportando 1539 soldati e 250 tonnellate di materiali. Arrivano a Durazzo alle 18.
18 gennaio 1941
Donizetti, Verdi ed il piroscafo Goffredo Mameli ripartono scariche da Durazzo alle 16.45 scortate dalla torpediniera Partenope.
19 gennaio 1941
Il convoglietto arriva a Bari alle 9.
21 gennaio 1941
Donizetti, Verdi, la motonave Città di Trapani ed il piroscafo Sagitta, scortati dal Barletta, lasciano Bari alle 00.00 e raggiungono Durazzo alle 13.30, trasportando 2229 soldati, 65 automezzi e 633 tonnellate di materiali.
23 gennaio 1941
Donizetti, Verdi e Città di Tripoli ripartono vuote da Durazzo alle 17.45, scortate dalla Partenope.
24 gennaio 1941
Il convoglio arriva a Bari alle 6.
26 gennaio 1941
Parte da Bari alle 21 in convoglio con la Verdi ed i piroscafi Argentina e Città di Tripoli. Le navi, scortate dalla torpediniera Castelfidardo e dall’incrociatore ausiliario Città di Genova, trasportano il primo scaglione della 59a Divisione Fanteria "Cagliari", con 2634 uomini e 1162 tonnellate di materiali.
27 gennaio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 9.15.
28 gennaio 1941
La Donizetti riparte vuota da Durazzo alle 8.30, scortata dal Barletta, ed arriva a Bari alle 18.
30 gennaio 1941
Parte da Bari a mezzanotte in convoglio con i piroscafi Città di Tripoli, Titania e Caterina, scortati dalla torpediniera Giacomo Medici e dall’incrociatore ausiliario Barletta. Il carico del convoglio assomma a 688 quadrupedi e 128 tonnellate di foraggio e materiali, oltre a 1506 militari.
31 gennaio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 14.
Sbarcate le truppe, la Donizetti riparte già 18.30, insieme al piroscafo Casaregis, con la scorta della torpediniera Giacomo Medici.
1° febbraio 1941
Il convoglio giunge a Bari alle 8.
3 febbraio 1941
La Donizetti, la gemella Rossini, la Città di Savona ed il Città di Tripoli partono da Bari alle 23 trasportando il primo scaglione della 36a Divisione Fanteria "Forlì" (3200 uomini e 529 tonnellate di materiali), con la scorta dell’incrociatore ausiliario Brioni e dalla torpediniera Solferino.
4 febbraio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo a mezzogiorno.
6 febbraio 1941
La Donizetti e le gemelle Rossini e Puccini lasciano scariche Durazzo alle 16.30, scortate dalla Solferino.
7 febbraio 1941
Il convoglio arriva a Bari alle 4.30.
10 febbraio 1941
Donizetti, Rossini, Città di SavonaCittà di Tripoli partono da Bari alle quattro del mattino e giungono a Durazzo alle 17.10, scortate dalla torpediniera Andromeda e dall’incrociatore ausiliario Brioni, trasportando 3258 militari della 36a Divisione Fanteria "Forlì" e 322 tonnellate di materiali.
11 febbraio 1941
La Donizetti, scortata dal Barletta, riparte scarica da Durazzo alle 16.10.
12 febbraio 1941
Donizetti e Barletta arrivano a Bari alle due di notte.
15 febbraio 1941
Alle 5.15 la Donizetti, la gemella Rossini, la motonave Narenta ed il piroscafo Italia lasciano Bari con la scorta dell’incrociatore ausiliario Barletta e della torpediniera Calatafimi, per trasportare a Durazzo il primo scaglione della 38a Divisione Fanteria "Puglie" (2857 uomini e 968 tonnellate di foraggio ed altri materiali). Il convoglio arriva in porto alle 17.
17 febbraio 1941
Alle 4.30 DonizettiRossini e Narenta, scariche, lasciano Durazzo per tornare a Bari, con la scorta della Calatafimi. Le navi raggiungono il porto pugliese alle 11.30.
21 febbraio 1941
La Donizetti, la gemella Verdi e le motonavi Città di Alessandria e Città di Savona partono da Bari alla volta di Durazzo alle 22.30, con a bordo 2875 uomini e 1200 tonnellate di rifornimenti, sotto la scorta del Capitano Cecchi e della Calatafimi. Le avverse condizioni meteomarine costringono il convoglio a rientrare a Bari.
22 febbraio 1941
Il convoglio riparte da Bari alle 20.45.
23 febbraio 1941
Le navi giungono finalmente a Durazzo alle 8.30.
26 febbraio 1941
La Donizetti lascia scarica Durazzo alle 7.45 e raggiunge Bari alle 15.50, scortata dall’incrociatore ausiliario Francesco Morosini.
4 marzo 1941
La Donizetti, le motonavi Città di BastiaMaria ed il piroscafo Casaregis partono da Bari alle 00.45, trasportando 1462 militari, 286 automezzi e 546 tonnellate di materiali. Li scortano la torpediniera Curtatone e l’incrociatore ausiliario Capitano Cecchi; il convoglio arriva a Durazzo alle 15.15.
5 marzo 1941
La Donizetti lascia Durazzo alle 22, con a bordo 140 feriti, insieme al Casaregis, scarico. Li scorta la Curtatone.
6 marzo 1941
Il convoglio arriva a Bari a mezzogiorno.
8 marzo 1941
Donizetti e Città di Bastia salpano da Bari alle 4, trasportando 1590 militari e 282 tonnellate di materiali. La scorta è costituita da Curtatone e Capitano Cecchi; il convoglio giunge a Durazzo alle 17.40.
9 marzo 1941
Donizetti e Narenta, scariche, lasciano Durazzo alle 16.30 con la scorta dell’incrociatore ausiliario Brioni.
10 marzo 1941
Donizetti, Narenta e Brioni arrivano a Bari alle 5.
11 marzo 1941
Donizetti, Città di AlessandriaCittà di Savona ed il piroscafo Laura C. partono da Bari alle 3 trasportando in tutto 1525 militari, 107 automezzi e 447 tonnellate di materiali. Il convoglio, scortato dal Brioni e dal cacciatorpediniere Carlo Mirabello, giunge a Durazzo alle 14.50.
12 marzo 1941
La Donizetti riparte da Durazzo alle 8.20, vuota, insieme a Città di Alessandria (vuota) e Città di Savona (con 249 feriti) e con la scorta del Mirabello, per ritornare a Bari, dove le navi giungono alle 21.30.


La Donizetti nel marzo 1941 (Coll. Mario Maggi, da www.slideplayer.it)

15 marzo 1941
DonizettiCittà di Alessandria e Città di Savona ed il piroscafo Luciano lasciano Bari all’1.45 trasportando in tutto 2234 militari, 3190 tonnellate di benzina e 410 tonnellate di materiali, con la scorta di Mirabello e Brioni. Il convoglio giunge a Durazzo alle 15.
17 marzo 1941
La Donizetti, avente a bordo 236 feriti leggeri, lascia Durazzo alle 7 del mattino, insieme al piroscafo Laura C. ed alla motonave Barbarigo (entrambi scarichi) e con la scorta della torpediniera Castelfidardo, giungendo a Bari alle 22.45.
19 marzo 1941
Donizetti, Città di TripoliCittà di Bastia e Narenta lasciano Bari alle 23 con a bordo il primo scaglione della 41a Divisione Fanteria "Firenze" (1986 uomini e 612 tonnellate tra materiali al seguito della truppa ed altri rifornimenti), scortate dalla Castelfidardo e dal Brioni.
20 marzo 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 15.15.
21 marzo 1941
Alle 14.30 la Donizetti riparte scarica da Durazzo con la scorta dell’incrociatore ausiliario Capitano Cecchi.
22 marzo 1941
Donizetti e Capitano Cecchi arrivano a Bari all’1.10.
23 marzo 1941
La Donizetti, la gemella Puccini, la motonave Barbarigo ed il piroscafo Città di Tripoli lasciano Bari alle 20, insieme all’incrociatore ausiliario Brindisi, con a bordo complessivamente 2390 militari, 158 autoveicoli e 1270 tonnellate di rifornimenti.
24 marzo 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 8.35.
26 marzo 1941
La Donizetti lascia scarica Durazzo alle 7.30 per rientrare a Bari, scortata dal Brioni, arrivandovi alle 18.
27 marzo 1941
Donizetti, Città di Tripoli, Città di Savona ed un’altra motonave, la Città di Trapani, salpano da Bari per Durazzo alle 17, trasportando 2717 uomini e 380 tonnellate di rifornimenti. La scorta è costituita dal Brindisi e dalla torpediniera Giacomo Medici.
28 marzo 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 9.
29 marzo 1941
Il Donizetti, il piroscafo Sant’Agata e le motonavi Città di Trapani e Città di Savona, tutte scariche, lasciano Durazzo alle 7.15, con la scorta della Curtatone. Il convoglio arriva a Bari alle 20.30.
2 aprile 1941
A mezzanotte la Donizetti, insieme alle motonavi Città di SavonaCittà di Alessandria e Città di Tripoli, lascia Bari con la scorta della Solferino e dell’incrociatore ausiliario Barletta. Il convoglio, che trasporta 2744 militari e 392 tonnellate di materiali, arriva a Durazzo alle 13.30.
4 aprile 1941
La Donizetti ed i piroscafi Perla e Bolsena, tutti scarichi, lasciano Durazzo all’una scortati dalla torpediniera Medici, arrivando a Bari alle 16.40.
7 aprile 1941
Alle 00.00 Donizetti, Città di Alessandria e Città di Tripoli lasciano Bari trasportando 2305 militari e 263 tonnellate di materiali, con la scorta del Capitano Cecchi e della torpediniera Prestinari. Il convoglio raggiunge Durazzo alle 16.30.
8 aprile 1941
La Donizetti, avente a bordo 100 detenuti, lascia Durazzo alle 9, insieme alla motonave Maria (scarica) ed al piroscafo Città di Tripoli (avente a bordo 150 militari rimpatrianti). Il convoglio, scortato dalla torpediniera Curtatone, arriva a Bari alle 22.30.
11 aprile 1941
Donizetti, Città di AlessandriaCittà di Savona, aventi a bordo 2090 militari e 487 tonnellate di materiali, salpano da Bari alle 4 e raggiungono Durazzo alle 16.45, scortate dal Brindisi e dalla torpediniera Monzambano.
13 aprile 1941
La Donizetti (vuota) ed il piroscafo Quirinale (avente a bordo 65 militari rimpatrianti) lasciano Durazzo alle 5.30 e raggiungono Bari dopo quattordici ore di navigazione, scortati dal Barletta.
15 aprile 1941
Alle 22.30 Donizetti, Città di AlessandriaCittà di TrapaniCittà di Bastia partono da Durazzo trasportando 2887 militari e 785 tonnellate di materiali, con la scorta della torpediniera Castelfidardo e dell’incrociatore ausiliario Barletta.
16 aprile 1941
Il convoglio giunge a Durazzo alle 17.30.
18 aprile 1941
Alle cinque, Donizetti e Città di Bastia lasciano scariche Durazzo insieme al piroscafo Lauretta, scortate dalla torpediniera Prestinari. Il convoglio raggiunge Brindisi, dove la Prestinari viene sostituita dal Capitano Cecchi, dopo di che prosegue per Bari, arrivandovi alle 23.
26 aprile 1941
Donizetti, Aventino e Narenta salpano da Bari alle 21 trasportando 1136 soldati e 1365 tonnellate di rifornimenti, con la scorta di Brindisi e Medici.
27 aprile 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 9.
29 aprile 1941
Alle 5 Donizetti, Aventino e Narenta lasciano scarichi Durazzo, insieme al piroscafo postale Campidoglio, scortati dalla Medici e dal cacciatorpediniere Carlo Mirabello. Il Campidoglio si separa successivamente per raggiungere Brindisi, mentre Donizetti, Aventino e Narenta arrivano a Bari alle 19.15.
1° maggio 1941
Donizetti e Città di Tripoli, unitamente al piroscafo Laura C., partono da Bari alle 21 trasportando 733 militari e 2100 tonnellate di rifornimenti, sotto la scorta della Medici e del Brindisi.
2 maggio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 11.30.
3 maggio 1941
Lascia Durazzo insieme al Città di Tripoli e scortata dalla Solferino, alle 23. I due mercantili hanno a bordo 400 militari italiani che rimpatriano, 700 prigionieri serbi ed un carico di materiali.
4 maggio 1941
Il convoglio arriva a Bari alle 11.30.
5 maggio 1941
Alle 20 Donizetti, Città di TripoliMaria e Città di Marsala salpano da Bari con a bordo 400 militari ed un carico di materiali, scortati dalla Solferino.
6 maggio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 9.15.
7 maggio 1941
Donizetti, Città di TripoliCittà di Marsala ed il piroscafo Monrosa, aventi a bordo 1910 militari rimpatrianti e dei materiali, ripartono da Durazzo alle tre di notte scortati dalla Solferino e dall’incrociatore ausiliario Zara, arrivando a Bari alle 17.
9 maggio 1941
Donizetti e Città di Tripoli, carichi di truppe e materiali, lasciano Bari alle 22.40 scortati dal Brindisi.
10 maggio 1941
Il convoglietto arriva a Durazzo a mezzogiorno.
12 maggio 1941
Donizetti e Città di Tripoli lasciano Durazzo alle quattro del mattino carichi di prigionieri, scortati ancora dal Brindisi, raggiungendo Brindisi alle 11.25.
15 maggio 1941
Donizetti, Quirinale e Città di Marsala salpano da Bari alle 22 alla volta di Durazzo, scortati dal Barletta, trasportando materiali vari.
16 maggio 1941
Il convoglio raggiunge Durazzo alle 11.45.
17 maggio 1941
Donizetti, Quirinale e Città di Marsala lasciano Durazzo a mezzogiorno e raggiungono Brindisi alle 23.10, scortati dal Barletta e dalla torpediniera Nicola Fabrizi, trasportando 867 militari nonché materiali vari.
24 maggio 1941
Donizetti, Quirinale, Città di Marsala e Città di Bastia partono da Bari alle 19 scortati dalla Fabrizi, trasportando 780 soldati e materiali vari.
25 maggio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 6.
27 maggio 1941
La Donizetti, con a bordo 613 prigionieri, lascia Durazzo alle 00.00 e raggiunge Brindisi alle 8.40, scortata dalla Barletta.
4 giugno 1941
Donizetti, Rossini, Città di Alessandria ed il piroscafo Italia trasportano truppe e rifornimenti da Bari a Valona, via Brindisi, con la scorta della torpediniera Solferino.
9 giugno 1941
Donizetti e Puccini, scortate dal Barletta, trasportano truppe e materiali da Bari a Porto Edda.
11 giugno 1941
Donizetti e Puccini, insieme al piroscafo Silvano, ritornano da Porto Edda a Brindisi con la scorta di Barletta e Fabrizi.
14 giugno 1941
Donizetti e Puccini, scortate dal Barletta, trasportano truppe e materiali da Brindisi a Durazzo.
18 giugno 1941
Donizetti, Puccini ed il piroscafo Milano trasportano truppe e materiali da Bari a Valona, scortati dal Brindisi.
21 giugno 1941
Donizetti, Puccini e Milano rientrano da Valona a Brindisi, scortati dal Brindisi e dalla Prestinari, trasportando truppe rimpatrianti della 58a Divisione Fanteria "Legnano".
23 giugno 1941
Donizetti, Puccini e Milano trasportano personale e materiale militare da Brindisi a Durazzo, scortati dalla Prestinari.
19 luglio 1941
La Donizetti, navigando da sola, trasporta materiali vari da Bari a Durazzo.
4 agosto 1941
Donizetti e Quirinale trasportano 2000 soldati rimpatrianti da Durazzo a Bari, con la scorta della torpediniera Stocco e dell’incrociatore ausiliario Brindisi.
Estate/Autunno 1941
La Donizetti viene assegnata dal Ministero delle Comunicazioni, in accordo con Maricotraf (il Comando Difesa Traffico), al servizio di collegamento settimanale tra Brindisi e le Isole Ionie, e precisamente linea Brindisi-Valona-Porto Edda-Corfù-Santa Maura-Prevesa-Itaca-Cefalonia-Zante-Patrasso-Corinto e ritorno. La linea, in precedenza quindicinale e servita dalla sola motonave Città di Spezia, diviene settimanale proprio in seguito all’affiancamento della Donizetti alla Città di Spezia, deciso su richiesta dello Stato Maggiore dell’Esercito, dato che il collegamento quindicinale è insufficiente delle forze armate in Grecia ed Albania, soprattutto relativamente alla posta ed ai militari isolati. Le due navi svolgono il servizio senza mai essere scortate, evitando di sostare di notte a Zante, Santa Maura e Porto Edda, ancoraggi ritenuti troppo esposti agli attacchi nemici.
18 settembre 1941
La Donizetti e la cisterna militare Urano compiono un viaggio da Patrasso a Brindisi, scortate dalla torpediniera Generale Antonio Cantore.
1° ottobre 1941
Alle 13.43 il sommergibile britannico Proteus (capitano di corvetta Philip Stewart Francis) avvista un mercantile stimato in circa 3000 tsl a 5-6 miglia di distanza, ed alle 14.04, dopo essersi avvicinato, lancia contro di esso tre siluri, da una distanza di 2560 metri, in posizione 38°03’ N e 20°21’ E (a sudovest di Cefalonia). I siluri mancano il bersaglio, e la nave attaccata si allontana a tutta forza; due dei siluri esplodono contro la riva dopo undici minuti dal lancio, ed alle 14.15 il Proteus scende a 24 metri e si ritira verso sudovest.
La nave attaccata è con ogni probabilità la Donizetti, che riferirà di essere stata mancata da dei siluri nella stessa zona indicata dal Proteus. Dalle 15 alle 18 il Proteus viene sottoposto a caccia da parte di due unità minori provenienti da Argostoli, che lanciano però soltanto quattro bombe di profondità, nessuna delle quali gli esplode vicino (intanto il sommergibile è sceso a 45 metri di profondità).
16 ottobre 1941
La Donizetti, insieme alla nave cisterna Devoli, trasporta truppe rimpatrianti da Valona a Brindisi, scortata dalla Medici.
30 ottobre 1941
La Donizetti compie un viaggio da sola da Brindisi a Valona.
19 dicembre 1941
DonizettiRosandra e Quirinale trasportano truppe e rifornimenti da Bari a Durazzo, scortate da Stocco e Brindisi.
5 febbraio 1942
DonizettiAventino e Città di Catania trasportano truppe rimpatrianti da Durazzo a Bari, scortati dalla Stocco e dall’incrociatore ausiliario Città di Napoli.
11 febbraio 1942
La Donizetti e la nave cisterna tedesca Ossag salpano da Brindisi cariche di truppe e materiali e si uniscono ad un convoglio in navigazione da Bari a Patrasso, formato dalla motonave Viminale e dal piroscafo Galilea, con la scorta della torpediniera Calatafimi e dell’incrociatore ausiliario Arborea. Il convoglio raggiunge Patrasso dopo aver fatto scalo a Corfù.
6 marzo 1942
La Donizetti ed il piroscafo Città di Catania trasportano truppe e materiali da Bari a Durazzo, scortati da Zara e Solferino.
9 marzo 1942
Donizetti e Città di Catania tornano da Durazzo a Bari, con truppe che rimpatriano, scortati da ZaraSolferino.
13 marzo 1942
DonizettiCittà di Catania ed i piroscafi Rosandra e Quirinale partono da Bari e raggiungono Durazzo, scortati dallo Zara e dal cacciatorpediniere Augusto Riboty, trasportando truppe e materiali.
16 marzo 1942
La Donizetti trasporta da Durazzo a Bari truppe rimpatrianti, insieme a RosandraQuirinale e Città di Catania, con la scorta degli incrociatori ausiliari ArboreaZara e del cacciatorpediniere Augusto Riboty.
7 maggio 1942
Donizetti e Quirinale trasportano truppe e rifornimenti da Bari a Zante, dove imbarcano truppe rimpatrianti che poi riportano a Bari. Li scortano le torpediniere Medici e Stocco e l’incrociatore ausiliario Lorenzo Marcello.


La Donizetti fotografata da bordo del Quirinale durante il viaggio del 7 maggio 1942, durante la navigazione in Mar Ionio (fonte Valerio Mariotti-Facebook)

Giugno 1942
Assegnata alla Forza Navale Speciale per trasportare parte del corpo di sbarco destinato alla pianificata, ma mai attuata, invasione di Malta (Operazione "C. 3").
Nei piani dello sbarco, elaborati nel maggio 1942, la Donizetti è destinata ad essere uno dei dieci trasporti truppe da impiegare nell’operazione, insieme a Francesco Crispi, Milano, Rosandra, Italia, Viminale, Quirinale, Aventino, Calino e Città di Tunisi (ciascuno di essi può trasportare tra gli 800 e i 1400 soldati); essi trasporteranno le truppe che dovranno poi essere sbarcate sulle coste di Malta da una composita flottiglia composta da 65 motozattere da sbarco tipo MZ (costruite sui piani delle MFP tedesche progettate per l’invasione del Regno Unito: possono trasportare e sbarcare fino a tre carri armati e 100 uomini equipaggiati ciascuna), 100 “motolance” (in realtà veri e propri mezzi da sbarco: possono sbarcare 30 uomini ciascuno) tipo ML (solo 9 delle quali, però, effettivamente costruite), 24 vaporetti requisiti della laguna di Venezia (ognuno dei quali può trasportare e sbarcare 75 uomini), due piccole motonavi anch’esse della laguna di Venezia (Altino ed Aquileia, capacità 400 uomini cadauna), tre posamine (Durazzo, Buccari, Pelagosa, che possono ciascuno trasportare 500 uomini), quattro motocisterne-navi da sbarco (Sesia, Scrivia, Tirso, Garigliano, ciascuna delle quali può trasportare e sbarcare due batterie da 75 mm e veicoli), due traghetti ferroviari dello stretto di Messina (Aspromonte e Messina, in grado di trasportare ciascuno 4-8 carri armati e mille tonnellate di materiali), tre piroscafetti costieri (Principessa Mafalda, Capitano Sauro, Tabarca, ciascuno dei quali può portare 400 uomini) e 50 motovelieri requisiti (24 trabaccoli, 14 golette, due brigantini goletta, 6 navicelli, due cutter e due motovelieri di altro tipo: capacità media 300 uomini). Parte di queste unità (le MZ, le ML, le motocisterne-navi da sbarco) sono unità costruite appositamente come unità da sbarco, altre (specie i vaporetti ed i motovelieri) sono mezzi piuttosto di fortuna, ottenuti convertendo alla meglio una quantità di imbarcazioni assai eterogenee.
Le truppe da sbarco assommano in tutto a 65.000 uomini, dei quali 32.000 appartengono al XXX Corpo d’Armata (prima ondata: Divisioni Fanteria "Friuli", "Livorno" e "Superga" e X Raggruppamento Corazzato), 26.000 al XVI Corpo d’Armata (seconda ondata: Divisioni Fanteria "Napoli" e "Assietta") e 7000 al Comando Truppe Speciali (2000 fanti di Marina del Reggimento "San Marco", 4000 camicie nere del Gruppo Battaglioni Camicie Nere da Sbarco, 500 elementi delle forze speciali italiane e 500 tedeschi). In aggiunta a questi 65.000 uomini, che verranno sbarcati dal mare, altri 29.000 uomini (italiani della Divisione Paracadutisti "Folgore" e della Divisione Aviotrasportabile "La Spezia", e tedeschi della 7. FliegerDivision) dovranno giungere sull’isola mediante aviosbarchi.
Lo sbarco verrà appoggiato dalle unità della Forza Navale Speciale al comando degli ammiragli Vittorio Tur (comandante in capo della stessa F.N.S.) e Luigi Biancheri: i vecchi incrociatori leggeri Bari e Taranto, 15 cacciatorpediniere delle Squadriglie III, IV, VII, VIII e XVI, una ventina di torpediniere e 20-30 tra motosiluranti, MAS e VAS.
L’invasione di Malta sarà tuttavia rimandata e poi accantonata in vista della spettacolare – all’apparenza – avanzata delle forze italo-tedesche in Egitto, seguita alla battaglia di Ain el Gazala, che illude gli alti comandi dell’Asse che presto Alessandria e il Cairo saranno prese, rendendo superflua la conquista di Malta. L’operazione "C. 3" verrà così cancellata il 27 luglio 1942; la Forza Navale Speciale verrà formalmente sciolta il 5 gennaio 1943.
A fine giugno 1942, la Donizetti si reca a Cattaro, e poi a Valona, Corfù e Durazzo.
25 luglio 1942
La Donizetti trasporta truppe e materiali da Bari a Corfù, viaggiando insieme ad un convoglio (piroscafi Aventino e Milano, incrociatore ausiliario Zara, cacciatorpediniere Lampo, torpediniera Antonio Mosto) in navigazione da Bari a Patrasso.
27 luglio 1942
La Donizetti ritorna da Corfù a Bari, da sola e senza scorta.
2 agosto 1942
Donizetti e Quirinale compiono un viaggio da Bari a Durazzo, scortati dalla Medici, dall’incrociatore ausiliario Zara e dal cacciatorpediniere Sebenico.
7 agosto 1942
La Donizetti salpa da Bari alle 14.15 trasportando truppe (genieri e bersaglieri del 10° Reggimento, imbarcati il giorno precedente) e materiali diretti a Patrasso, con la scorta della Stocco e dell’incrociatore ausiliario Zara.
8 agosto 1942
Arriva a Patrasso verso le otto di sera, poi prosegue per il Pireo, passando per il canale di Corinto.
16 agosto 1942
Dopo aver sostato al Pireo per una decina di giorni, la Donizetti lascia quel porto e raggiunge Suda, con la scorta della Calatafimi. Qui sbarca le truppe, che verranno poi trasportate in Africa per via aerea; poi imbarca fusti vuoti di benzina, da portare a Napoli.
19-20 agosto 1942
Torna al Pireo e si ormeggia nella baia di San Giorgio. Qui passerà i successivi tre mesi, stazionando all’ormeggio; i fusti vuoti vengono trasbordati su un’altra nave.
Una descrizione dell’equipaggio della Donizetti tratteggiata nel suo diario (anzi, “brogliaccio”) dall’allievo ufficiale Widmer Lanzoni, da Forlì, imbarcato su questa motonave dal 20 giugno 1942 al 18 aprile 1943 con funzioni di terzo ufficiale (si ringrazia il figlio Maurizio Lanzoni): «L’equipaggio è in gran parte pugliese, gli ufficiali di Fiume e Trieste, escluso il marconista che sta a Fasano. Il comandante militare (la Donizetti è armata di un cannone poppiero e di una mitragliera da 20 mm. sulla plancia ed ha, oltre all’equipaggio civile, anche un equipaggio militare) è nella vita civile un pilota nel porto di Genova; il Commissario militare ten. Matteo Ghio è di Lavagna. Egli segue e cura il materiale militare che trasportiamo. Sono tutti più anziani di me [Lanzoni aveva 20 anni], i più giovani sono oltre la trentina. Subito abbiamo legato». L’equipaggio della Donizetti è composto da 36 marittimi civili e dodici militari (segnalatori, cannonieri e mitraglieri, più il comandante militare Questa ed il commissario).
La vita al Pireo scorre lentamente: si passa il tempo come si può, tra tuffi in mare, le franchigie a terra ad Atene (d’obbligo la visita al Partenone) e gli “incontri” con ragazze del posto, che spesso si recano allo scopo direttamente a bordo della nave (il che trova una certa opposizione da parte del comandante, il quale però, alla fine, non disdegna a sua volta uno di questi… incontri); si ascoltano la radio e i bollettini di guerra (evitando però di commentarli: c’è diffidenza nel rivelare le proprie opinioni, si teme possano esserci delle spie), i marinai si lamentano per la lunga assenza dalle loro case e per l’inadeguatezza del vitto. Anche la situazione della posta lascia a desiderare: mentre chi si fa inviare le lettere attraverso il Comando Marina del Pireo le riceve con regolarità, chi riceve la posta attraverso il Ministero della Marina subisce ritardi di diverse settimane. La Donizetti ha anche qualche problema di infestazione: formiche e topi («Siamo pieni di topi, non quelli piccoli che possono anche essere simpatici. Siamo pieni di topacci d’acqua, quelli che popolano le fogne, grossi quasi come gatti. La nave ha bisogno di fare la derattizzazione ed anche la disinfestazione. Invece siamo qui a fare da albergatori a topi e marinai», lamenta Widmer Lanzoni).
Con i greci, i commerci si fanno mediante pagamenti in pane anziché in denaro: la popolazione greca è alla fame. Il cambio tra lira italiana e dracma al mercato nero è alle stelle, due chili e mezzo di pane vengono venduti per 12.000 dracme: l’equipaggio della Donizetti non riesce neanche a ritirare la paga, così per avere un po’ di denaro deve ridursi a vendere ai greci un po’ di cibo in eccesso. La situazione migliorerà un poco soltanto agli inizi del 1943, con l’arrivo di alcune navi svedesi cariche di aiuti, inviate su iniziativa della Croce Rossa. Della triste condizione della popolazione greca parla a più riprese Widmer Lanzoni nel suo diario: «Ricordo in agosto [1942] un bambino che frugava fra la spazzatura, nei pressi del porto. Raccoglieva semi di melone per mangiarli. Ricordo anche un vecchio avvicinatosi ad una cucina tedesca con una gavetta in mano per chiedere qualche avanzo, allontanato a calci nel sedere. Da questo punto di vista i greci hanno più simpatie per noi: hanno avuto aiuti a tutti i livelli, e forse sentono che anche noi in fondo siamo schiavi dei tedeschi, anche se un poco meno di loro. E da noi hanno avuto qualcosa. Ci hanno raccontato che nell’inverno 1941-42, cioè un anno fa, alla mattina per le vie di Atene passavano con i carretti a raccogliere i morti per fame e per freddo. Forse è stata solo esagerazione. Ma un fatto è certo: con una brenosa, il panino dei marinai di circa 200/250 grammi, si poteva andare a letto con una ragazza. E forse non tutte erano prostitute abituali. (…) Mentre stasera stavo rientrando (…) mi si è avvicinata una ragazzina, anzi una bambina. (…) mi ha chiesto: “Dove vai, bel marinaio? Vuoi venire a chiavare?” Sono rimasto colpito dalla frase brutale pronunciata in buon italiano. La bambina avrà avuto 10 o 11 anni al massimo, il visetto pulito e l’aria non equivoca accentuarono l’impressione che la volgarità pronunciata mi aveva fatto. Sono rimasto interdetto. (…) Prendendo tempo pensando che la piccola fosse la ruffiana della sorella più grande o della mamma: “Con chi?” “Con me” ha risposto prontamente, ed alla mia aria di sorpresa ha aggiunto: “Sono capace, sai!” (…) pensare ad una bambina, senza il minimo accenno di petto, senza ancora un pelo, che per un pezzo di pane si prostituisce, pensare che questa è una conseguenza della guerra, sì, bisogna dire che l’umanità ha fatto una grandissima offesa a questa povera bambina. Siamo tutti matti. Ci scanniamo per delle idee, ci saltiamo addosso per avere più terre, più commerci, per avere più oro da spendere nelle armi, e costringiamo la gente ad aver fame. Il bambino che rovistava nella spazzatura, questa bambina già segnata dalla prostituzione per fame quando ancora non sa neppure cosa voglia dire cominciare ad essere donna, il vecchio preso a calci perché elemosinava gli avanzi di una mensa, tutte le ragazze che abbiamo avuto perché davamo a loro un pezzo di pane, il mutilato greco sul marciapiedi di Atene (quanti ce ne sono!) che chiede la carità per sopravvivere, ecco la guerra. Questa è la guerra! Questa è la più grande accusa che l’uomo possa fare all’uomo. E non è ancora finita!».
La forzata immobilità provoca non poca insofferenza tra l’equipaggio, come attesta nel suo diario Widmer Lanzoni: «Da 43 giorni siamo lontani da Bari e dall’Italia. Da 30 giorni siamo qui fermi. Forse si sono scordati di noi. Dovrebbe essere una situazione molto accettabile: niente rischi, riposo quasi assoluto, la paga corre, ci si diverte. Ma allora perché l’equipaggio, gli uomini, tutti gli uomini sono sempre più nervosi?». E più avanti: «Almeno si facesse qualche viaggio! Sono partito da casa per non stare fermo ed ora mi trovo qui in condizioni peggiori. Dal 20 agosto non ci muoviamo. L’equipaggio è nervoso. Ogni piccola cosa, ogni contrarietà diventa una questione di stato. Il vitto non è sempre di buona qualità, anzi quasi mai. Anche la quantità lascia a desiderare. Ormai non abbiamo più soldi e non ne possiamo avere. Molti, specie i giovani, sono impestati. Forse quei piccoli furti che ogni tanto si verificano sono dovuti alla impossibilità pratica di riscuotere qui la paga. Questa è la vita sulla Donizetti, oggi. Siamo sprovvisti di indumenti pesanti per l’inverno. Nonostante tutto questo io non mi lamento. Vorrei solo navigare. Mi sono preparato per questo, ho studiato, questa vita mi piace; ho bisogno di fare dell’esperienza professionale. Inoltre il dolce far niente può, a lungo andare, far male quanto i lavori forzati (…) A bordo sono venuti ad alloggiare cinque ufficiali della Finanza. Altro che nave appoggio! Stiamo diventando un albergo. Bella carriera!» e molto più avanti, il 5 novembre: «A bordo il bordello aumenta. Bordo – bordello. L’accostamento è significativo. Si propone di cambiare la denominazione in “Donizetti, Manicomio Requisito”».
Ad Atene occupata si verificano, talvolta, scioperi e disordini, per cui il porto è vigilato da sentinelle armate, ed in qualche occasione viene proibito agli equipaggi di scendere a terra a causa dei tumulti in corso. Widmer Lanzoni scrive, in proposito, nel suo diario: «Se i greci avessero delle armi, la nostra permanenza sarebbe messa in discussione. Ma non hanno armi. Anche perché chi è trovato in possesso di un’arma è fucilato sul posto. Però io penso che le armi ci siano. Sono ben nascoste. Le tireranno fuori al momento opportuno. Non si può rendere schiavo un popolo, spogliandolo di tutto, dalle risorse materiali ai valori morali. Tutti chinano la testa e sopportano, patiscono umiliazioni. Ma c’è sempre qualcuno che non si arrende. Chi combatte per la propria libertà merita il rispetto di tutti e non può essere trattato come un bandito. Io non posso odiare questi greci che tentano di ribellarsi. Anche se in un qualche disordine od attentato potessi accidentalmente rimetterci la pelle, non potrei odiare chi mi uccide: è un fratello che combatte per la sua libertà. E se combatte per la sua libertà egli combatte anche per la mia libertà. Ho l’impressione che i greci facciano una distinzione fra italiani e tedeschi. Chissà! Da un punto di vista esterno, magari superficiale, sembra che in Grecia esistano solo due categorie di gente: chi muore letteralmente di fame e cerca anche fra i rifiuti e la spazzatura, e chi col contrabbando, il mercato nero e la speculazione guadagna pozzi di soldi e si diverte e se la spassa come se la guerra non ci fosse. (…) È logico e normale che un uomo si ribelli al dominio degli stranieri. È una regola che vale per tutto il mondo e quindi anche in Grecia. Chi ha imparato ad amare la propria patria studiando il Risorgimento, non può non pensare che ognuno ha il diritto di amare la propria patria e di volerla una, libera, indipendente e, magari… repubblicana».
29 settembre 1942
Con manovra iniziata alle 10.05 e terminata alle 11.30, la Donizetti viene fatta spostare dalla rada al porto del Pireo, nei pressi del Comando Marina, per essere impiegata come nave caserma e nave appoggio per le navi da guerra che vanno e vengono dal Pireo.
Ottobre-Novembre 1942
La Donizetti viene temporaneamente utilizzata al Pireo come nave caserma. La sistemazione a bordo dei militari che vi sono alloggiati – reclute e marinai di passaggio in “forza relativa”, cioè sbarcati da un’unità ed in attesa di assegnazione ad una nuova nave o ad un nuovo Comando di terra – è decisamente spartana, come annota il sottonocchiere Alessandro Caldara del cacciatorpediniere Freccia, “ospite” a bordo per qualche giorno, nel suo libro di memorie "Quelli di sottocastello": “dobbiamo dormire nella stiva, sulla lamiera fredda e umida, senza niente sopra e nulla sotto; roba da pazzi!”. Dopo l’arrivo di un contingente di 700 marinai destinati all’Egeo, che rendono le stive ancor più sovraffollate, Caldara ed alcuni compagni giungeranno a tentare di farsi arrestare da una ronda militare, per passare la notte in cella anziché sulla Donizetti (non avendo avuto successo, Caldara e compagni si arrangeranno alla fine a dormire all’interno di una scialuppa di salvataggio, con dei salvagente come cuscini).
4 ottobre 1942
La Donizetti rifornisce di acqua ed elettricità la torpediniera Sirio, venutasi ad ormeggiare al suo fianco.
6-7 ottobre 1942
Vengono alloggiate per una notte sulla Donizetti (in cabina), in attesa dell’imbarco sulla motonave Pola, 50 giovani maestre italiane dirette nel Dodecaneso. (Durante la notte trascorsa sulla nave, non mancano… “incontri” tra le piacenti maestrine e qualche giovane e focoso ufficiale, compreso il commissario militare Ghio, come annota nel suo diario Widmer Lanzoni, impossibilitato ad… operare perché malato).
9 ottobre 1942
La Donizetti rifornisce di corrente la torpediniera Solferino, attraccatasi accanto ad essa, e l’indomani fa lo stesso con la torpediniera Castore; vengono imbarcati ufficiali dell’Esercito, della Marina e della Guardia di Finanza che vanno o vengono dalle isole dell’Egeo per licenze e trasferimenti. Gli ufficiali vengono alloggiati nelle cabine destinate in tempo di pace ai passeggeri.
Nei giorni seguenti, la Donizetti rifornisce di acqua rimorchiatori, cacciatorpediniere e torpediniere; la motonave è a sua volta rifornita da due bettoline. A bordo alloggiano sempre ufficiali dell’Esercito, della Regia Marina, della Marina Mercantile e della Guardia di Finanza, in attesa di raggiungere le rispettive destinazioni. Scrive Widmer Lanzoni: «Navi che partono, navi che arrivano. Solo noi stiamo fermi qui. Ma qualche nave comincia a mancare all’appello. Forse fra non molto dovremo rimpiazzare qualche vuoto e cominciare finalmente a navigare».
22 ottobre 1942
Quando tutti gli ufficiali-ospiti se ne sono andati e si spera che finalmente una partenza stia per rompere l’immobilità di una sosta forzata che ormai dura da due mesi, arrivano a bordo una settantina di marinai della Regia Marina: continua la vita da nave caserma («nave appoggio, nave alloggio…»). Lo stesso giorno, alle 14.30, il posamine tedesco Bulgaria, durante la manovra d’attracco, sperona la Donizetti sul lato di dritta, provocando una falla di 52 centimetri per 13 poco al disopra della linea di galleggiamento.
27 ottobre 1942
Giunge la notizia che la nave stia finalmente per partire, dovendo trasportare 700 militari nel Dodecaneso; ma dopo neanche un’ora giunge un contrordine. La Donizetti continua ad essere una nave caserma: arrivano a bordo 400 marinai che vengono alloggiati nelle stive, in attesa di imbarcarsi su altre navi che li porteranno nelle isole dell’Egeo.
5 novembre 1942
In mattinata la maggior parte dei marinai alloggiati a bordo sbarca.
14-16 novembre 1942
Il 14 novembre vengono sbarcati tutti i marinai ancora alloggiati a bordo, ma il mattino seguente ne arrivano altri 200, in gran parte provenienti da Tobruk (che sta venendo evacuata in preparazione del suo imminente abbandono: dopo la vittoria di El Alamein, le truppe britanniche stanno avanzando rapidamente in Cirenaica), seguiti da altri ancora il 16 novembre.
17 novembre 1942
Quasi tutti i marinai alloggiati sulla Donizetti vengono sbarcati; lo stesso giorno, iniziando a scarseggiare la nafta, viene deciso di spegnere i generatori di elettricità della Donizetti, da quel momento in avanti, a mezzanotte, invece di tenerli continuamente in funzione come si era fatto in passato.
19 novembre 1942
Parte della nafta delle riserve di bordo viene ceduta al Comando Marina del Pireo, come da questo richiesta.
20 novembre 1942
Sbarcano gli ultimi marinai alloggiati, mentre rimangono a bordo gli ufficiali sistemati nelle cabine.
30 novembre 1942
Vengono alloggiati a bordo altri marinai, arrivati con una tradotta da Venezia. Agli uomini della Donizetti i nuovi arrivati raccontano del deragliamento e dell’incendio, durante il viaggio, di due vagoni del loro treno: forse un incidente, forse un sabotaggio dei partigiani greci.
1° dicembre 1942
Alle undici di sera giungono a bordo per alloggio un’altra ottantina di marinai, arrivati su una tradotta veloce.
Nei giorni seguenti, la situazione al Pireo diviene più tesa: viene vietato di portare a bordo civili greci (le ragazze che si accompagnano con l’equipaggio, il garzone dei giornali), e viene rafforzata la vigilanza armata sul piazzale del Comando Marina.
3 dicembre 1942
Mentre si susseguono notizie di affondamenti di navi sulla rotta dell’Africa Settentrionale (alcune corrette, altre infondate), alle otto del mattino arrivano sulla Donizetti altri 150 marinai da alloggiare a bordo.
5 dicembre 1942
Vengono alloggiati sulla Donizetti altri marinai arrivati ad Atene su una tradotta. Raccontano di un ponte fatto saltare da partigiani greci.
6 dicembre 1942
Giunge l’ordine di tenersi pronti a muovere in due ore, ma dopo aver atteso tutto il pomeriggio l’ordine di sbarcare i marinai alloggiati e di rifornirsi per partire, che però non arriva.
7 dicembre 1942
Alle 7 arriva finalmente l’ordine di sbarcare tutti i marinai, eccetto quelli diretti a Lero; alle 8.15 vengono imbarcati altri marinai, ma non per alloggio, bensì per trasportarli a Lero. Vengono eseguite ispezioni ai fanali di via, ai telefoni di manovra, ai telegrafi di macchina nonché del pescaggio a prua e a poppa; tra le 11.05 e le 11.50 la Donizetti si sposta al Molo Carboni, dove durante il pomeriggio imbarca dapprima 200 tonnellate di materiale militare e poi, tra le 16.50 e le 20.30, truppe da trasportare a Lero (i 150 marinai alloggiati che sono diretti a Lero vengono fatti spostare nel corridoio stiva numero 4). In tutto vengono imbarcati 700 militari; molti sono della classe 1923, chiamati alle armi da soli tre mesi.
8 dicembre 1942
Alle 4.25 la Donizetti inizia le manovre per la partenza, ed alle 4.50 è fuori dalle ostruzioni del Pireo e, sbarcato il pilota, inizia la navigazione verso Rodi, in convoglio con il piroscafo italiano Argentina, il piroscafo tedesco (ex greco) Ardena e la scorta del cacciatorpediniere Euro e delle torpediniere Castore e Libra (per una fonte, anche della Calatafimi). L’Ardena, incaricato di raccogliere naufraghi in caso di affondamenti, procede in coda al convoglio, che dall’alba riceve anche una scorta aerea di tre velivoli della Luftwaffe. Le navi procedono a poco più di 9 nodi (per lo stupore di Widmer Lanzoni, che non credeva possibile di raggiungere tale velocità dopo quattro mesi di sosta in cui lo scafo della Donizetti si era coperto di incrostazioni), con cielo coperto e mare un po’ mosso, tempo non molto freddo. Verso mezzogiorno le nubi iniziano progressivamente a diradarsi, lasciando il posto al sole.
9 dicembre 1942
Il convoglio arriva a Rodi alle 8.30; la Donizetti si ormeggia nel porto mercantile, dove sbarca truppe e materiali per poi ripartire alle 16.45. Nonostante sia dicembre, fa caldo come se fosse agosto. Alle 16.55 la motonave, ultima unità del convoglio a lasciare Rodi, è in franchia delle ostruzioni; la formazione, sempre composta da Donizetti, Argentina ed Ardena scortate da Euro, Libra e Calatafimi, fa rotta per il Pireo. Alle 18.30 c’è un allarme aereo.
10 dicembre 1942
Inizia a tirare un forte vento di tramontana, che provoca un notevole scarrocciamento, mentre lo stato del mare va peggiorando, fino a diventare mosso; alle 8.50 giunge l’ordine di cambiare rotta (forse determinato da un allarme sommergibili), che porta la Donizetti ad avere il vento al traverso, rollando fortemente. Alle 11 un velivolo della scorta aerea lancia una bomba di profondità; poi le navi tornano sulla rotta di prima, ma hanno sempre il vento al traverso.
Alle 18.05, giunti in prossimità del Pireo, un’unità della scorta segnala libertà di manovra, ed alle 19.22 la Donizetti supera le ostruzioni del Pireo, preceduta dall’Ardena. Non avendo ancora imbarcato il pilota, la motonave rischia quasi di andare a sbattere contro gli sbarramenti, ed alle 19.30 deve mettere i motori indietro tutta per evitarlo; alle 19.41 arriva il pilota, ed alle 19.58 la Donizetti dà fondo nella rada di San Giorgio.
11 dicembre 1942
La Donizetti si sposta dalla rada di San Giorgio al porto, dove va ad ormeggiarsi al posto che aveva occupato per mesi fino a pochi giorni prima.
12 dicembre 1942
Vengono imbarcati un’ottantina di marinai per alloggio, ma solo per una notte.
13 dicembre 1942
Sbarcati in mattinata i marinai, tra le 8.30 e le 9.50 la Donizetti manovra per andarsi ad ormeggiare al Molo Carboni, dove alle 14 inizia a caricare materiale militare ed alle 16.30 ad imbarcare truppe, da portare a Rodi. In tutto vengono imbarcati 643 militari e 78,7 tonnellate di merci.
14 dicembre 1942
All’1.30 inizia la manovra per uscire dal porto; poco dopo le due la Donizetti è in franchia delle ostruzioni, ma poco dopo un’unità della scorta le segnala di tornare indietro e dar fondo nella baia di Salamina, essendo la partenza stata sospesa. Alle 2.45 la motonave dà fondo nella baia di San Giorgio. Alle 4, come segnalato dal semaforo tedesco, la Donizetti si ormeggia di nuovo al Molo Carboni. Alle 17 torna a dare fondo nella rada di San Giorgio, in attesa di ordini.
15 dicembre 1942
Donizetti, Argentina, Ardena ed il piroscafo Hermada lasciano il Pireo alle due di notte dirette a Rodi, con la scorta di Euro, Castore e Libra.
17 dicembre 1942
Il convoglio arriva a Rodi dopo un viaggio tranquillo, con tempo favorevole e nessun attacco nemico. A Rodi fa sempre caldo, nonostante il periodo dell’anno.
Sbarcate rapidamente truppe e merci, Donizetti, Argentina ed Ardena ripartono il giorno stesso da Rodi per tornare al Pireo con la scorta del cacciatorpediniere Turbine e delle torpediniere Castore e Libra.
Alle 19 le vedette della Donizetti sentono colpi di cannone a poppavia, in lontananza, mentre alle 22 vengono avvistati razzi illuminanti in direzione di Coo.
18 dicembre 1942
Alle 13, al largo di Makronisi, l’Argentina rischia di speronare la Donizetti a causa di una manovra errata.
La Donizetti arriva al Pireo alle 16 e si ormeggia nella baia di Salamina.
19 dicembre 1942
In mattinata la Donizetti entra nel porto e si ormeggia al Molo Carboni, dove imbarca 47,1 tonnellate di merci da portare a Rodi. Durante il pomeriggio imbarca truppe (625 uomini).
20 dicembre 1942
Durante la notte Donizetti, Argentina ed Ardena partono dal Pireo dirette a Rodi con la scorta di Turbine, Castore e Libra.
21 dicembre 1942
Durante la notte, mentre il convoglio si trova a sud di Lero, vengono avvistati dei razzi in direzione di Lero e di Calino.
I tre mercantili arrivano a Rodi in mattinata, sbarcano truppe e materiali e ripartono alle 15 per tornare al Pireo, con la stessa scorta dell’andata. La Donizetti è scarica (per altra fonte, trasporta 646 uomini e 75 tonnellate di merci).
Al momento della partenza viene notata l’accensione di un grande fuoco sul versante occidentale del monte Ack Dag, sulla costa della Turchia: tale fenomeno, già verificatosi altre volte, fa pensare che qualcuno osservi la partenza delle navi da Rodi ed accenda dei fuochi per segnalarlo.
22 dicembre 1942
La navigazione procede senza problemi, con mare mosso da tramontana e da maestro. In mattinata l’Ardena, che procede in coda al convoglio, avvista il periscopio di un sommergibile e dà l’allarme; subito il Turbine ed il velivolo della scorta aerea attaccano il sommergibile, mentre la Donizetti e gli altri mercantili si allontanano a tutta forza dal punto segnalato.
La Donizetti arriva al Pireo alle 16,30 e viene mandata ad ancorarsi nella rada di San Giorgio.
24 dicembre 1942
In mattinata la Donizetti entra nel porto e va ad ormeggiarsi di punta presso il Comando Marina.
25 dicembre 1942
Dopo che gli ufficiali ed il comandante hanno consumato nel salone il pranzo di Natale, la Donizetti viene fatta spostare al molo Carboni.
Alle 23 c’è un allarme aereo: si vedono vampe ed esplosioni nell’interno dell’Attica.
26 dicembre 1942
Alle 9.15 la Donizetti inizia ad imbarcare 614 militari e 56 tonnellate di merci da trasportare a Creta. Alle 11 la nave va a rifornirsi di nafta; alle 14.40 lascia il molo ed alle 15, in franchia delle ostruzioni, inizia la navigazione verso Iraklion, in convoglio con l’Ardena ed il piroscafo Re Alessandro e la scorta di Turbine e Libra (secondo il diario di Widmer Lanzoni, fa parte della scorta anche la Calatafimi).
27 dicembre 1942
Le navi incontrano mare molto agitato, ma alle 8.40 sono in vista di Iraklion ed alle 9 entrano in porto. Nell’ultimo tratto di navigazione del convoglio, il velivolo tedesco della scorta aerea è precipitato in mare per cause ignote.
La Donizetti dà fondo alle 9.05 e viene avvicinata da un rimorchiatore sul quale dovrebbe trasbordare le truppe per portarle a terra, ma il trasbordo non è possibile. Alle 13 la motonave manovra per andare in banchina, ed un’ora dopo inizia a sbarcare prima le truppe e poi i materiali (prima il materiale al seguito delle truppe, e poi quello destinato all’amministrazione militare italiana).
Scrive di Creta Widmer Lanzoni: “Mi ha colpito un grandioso leone di S. Marco sulle mura interne del porto. È una testimonianza del dominio veneziano. Questo leone l’ho guardato come si guarda un parente. Mi ha fatto sentire quasi a casa. Creta è presidiata da italiani e tedeschi. Ci sono solo donne e vecchi. Gli uomini vecchi sono alti, asciutti. Schiena diritta e neri occhi fieri che, quando ti guardano (spesso non ti vedono guardando oltre) non si abbassano e sembrano ammonirti: stai attento che qui non sei a casa tua ma nostra e prima o poi faremo i conti! Questa gente ha sterminato con i forcali una divisione di paracadutisti tedeschi quando l’Asse occupò Creta”.
La Donizetti finisce di scaricare le merci il mattino del 28, ma la partenza, prevista per il pomeriggio, viene posticipata di ventiquattr’ore.
29 dicembre 1942
Donizetti (con a bordo 97 militari), Re Alessandro, Ardena, Città di Savona ed il piroscafetto tedesco Burgas lasciano Iraklion per rientrare al Pireo, con la scorta di Libra e Turbine (e, secondo Widmer Lanzoni, anche della Calatafimi). Le navi procedono a otto nodi.
30 dicembre 1942
Alle 9.45 Turbine e Calatafimi rilevano un sommergibile sulla sinistra del convoglio e lo attaccano immediatamente con bombe di profondità, mentre i mercantili si allontanano. Il tempo è buono, salvo che per un forte piovasco poco prima di mezzogiorno.


La Donizetti con colorazione mimetica (da “Tragedia e mistero in Egeo” di Vinicio Bagni, su www.empoliestoria.it)

1° gennaio 1943
La Donizetti trascorre la festività di Capodanno all’ormeggio nel porto del Pireo. L’arrivo del nuovo anno viene salutato dalle sirene delle navi, dalle campane delle chiese ortodosse, e persino col tiro di molte mitragliere, che sparano verso il cielo proiettili traccianti che lasciano scie luminose bianche e rosse. Sulla Donizetti, gli ufficiali brindano con la grappa acquistata durante il viaggio a Creta (nell’isola se ne trovava molta e a buon mercato, così l’equipaggio ha approfittato per farne scorta), dopo una partita a poker nella saletta. Scrive Widmer Lanzoni: “Certo tutti tacitamente ci facciamo l’augurio che quest’anno veda la fine della guerra così che tutti noi possiamo fare la nostra attività, il nostro mestiere senza i pericoli della guerra. Navigare in tutto il mondo, passare le mitiche colonne d’Ercole. Ci sono già abbastanza pericoli in mare, non c’è bisogno di aumentarli con la guerra”.
Nel pomeriggio, la torpediniera Solferino attracca al fianco della Donizetti e si collega ai suoi generatori per rifornirsi di energia elettrica.
4 gennaio 1943
Il capitano di lungo corso Pavacci, comandante civile della Donizetti, sbarca; il comando passa al capitano di lungo corso Berlot, fino a quel momento primo ufficiale. A sua volta, il secondo ufficiale Paradiso diventa primo ufficiale, e come nuovo secondo ufficiale viene trasferito sulla Donizetti il secondo ufficiale della motonave Città di Savona, Crestana.
In serata, in seguito alla notizia, recata da un ufficiale tedesco, di un sabotaggio ai danni di una nave nel porto, attuato per mezzo di cariche esplosive applicate sullo scafo (si saprà poi trattarsi del piroscafo Hermada, danneggiato dall’esplosione di una mina adesiva collocata da un partigiano greco, e portato a poggiarsi su un bassofondale), l’equipaggio della Donizetti si affretta ad ispezionare il bagnasciuga della nave, senza rinvenire cariche esplosive. A trovarne è invece l’equipaggio di un’altra motonave ormeggiata in porto, la Città di Alessandria; le pericolose mine vengono rimosse prima di poter far danno, e vengono scoperti e catturati anche i due barcaioli greci che le hanno piazzate.
5 gennaio 1943
Verso le 18.30 due piccoli battelli greci si avvicinano alla Donizetti ormeggiata in porto, con intenzioni poco chiare: quando il marinaio di guardia a prua li vede e si avvicina per chiedere chi siano e vedere cosa stiano facendo, le due barche si danno precipitosamente alla fuga. Segue una nuova affannosa ispezione a tutto lo scafo, che non rivela nulla di strano. Poco dopo il Comando Marina, in seguito all’affondamento dell’Hermada, ordina a tutte le navi in porto di sparare a vista, senza preavviso, su qualsiasi barca o battello che si avvicini alle navi o che circoli per il porto o per la baia.
7 gennaio 1943
Allarme aereo alle quattro del mattino, che però non viene seguito da un effettivo attacco.
8 gennaio 1943
Alle otto del mattino vengono imbarcati 400 marinai per alloggio.
10 gennaio 1943
Il vento forte di libeccio, che provoca un leggero rollio persino alla nave ormeggiata in porto, induce a rinforzare gli ormeggi.
11 gennaio 1943
Alle otto del mattino la Donizetti entra in bacino di carenaggio per operazioni di pulizia dello scafo.
14 gennaio 1943
Terminati i lavori di pulitura, la Donizetti lascia il bacino a mezzogiorno.
19 gennaio 1943
In nottata, allarme aereo; il porto non viene toccato, si sentono esplosioni lontane, verso l’entroterra. Alle 7.30 la Donizetti mette in moto e si sposta al Molo Carboni; nel pomeriggio imbarca merci varie, muli e veicoli da trasportare a Creta.
20 gennaio 1943
La Donizetti si rifornisce di nafta, ma l’imbarco delle truppe, previsto per il mattino, viene rimandato all’indomani.
21 gennaio 1943
In mattinata la Donizetti imbarca 509 militari da trasportare ad Iraklion, poi dà fondo nella baia di Salamina. Qualche ora dopo, parte sotto scorta, diretta al Pireo.
Alle 15.30 viene dato l’allarme sommergibili; la Donizetti si allontana a tutta forza dal pericolo, mentre le unità della scorta lo attaccano con bombe di profondità.
22 gennaio 1943
La Donizetti arriva ad Iraklion tra le cinque e le sei del mattino, ma essendo troppo buio per ormeggiarsi in banchina, si mette alla fonda, dopo di che può attraccare poco dopo le 6. Salpando le ancore, quella di dritta va perduta (verrà recuperata il 23 gennaio).
23 gennaio 1943
Alle due di notte si verifica un allarme aereo: aerei britannici attaccano l’aeroporto di Iraklion. Imbarcati 514 militari, la Donizetti lascia Iraklion nel pomeriggio per rientrare al Pireo. Mare piuttosto forte.
24 gennaio 1943
Dopo una navigazione tranquilla, la Donizetti dà fondo alle undici del mattino nella baia di San Giorgio. Fa piuttosto caldo, nonostante sia gennaio. Dalle 20.45 alle 21.30 e dalle 22.45 alle 23.45 si susseguono due allarmi aerei, ma non vi è traccia di velivoli nemici.
25 gennaio 1943
Altro allarme aereo, dalle 21 alle 22.30, suonato dopo l’improvvisa apertura del fuoco da parte delle batterie contraeree.
26 gennaio 1943
In mattinata la Donizetti entra in porto e si rifornisce di nafta, poi va ad ormeggiarsi davanti al Comando Marina alle 17.
27 gennaio 1943
In contrasto con il caldo di qualche giorno prima, una nevicata imbianca il porto del Pireo e le navi ivi ormeggiate.
30 gennaio 1943
Durante la manovra di disormeggio della nave ospedale tedesca Konstanz, che si trova ormeggiata accanto alla Donizetti, le ancore della nave tedesca si impigliano nelle catene di quella italiana, necessitando poi di oltre mezz’ora di lavoro per liberarle.
31 gennaio 1943
Tra le 8.30 e le 8.55 la Donizetti manovra per attraccare al Molo Carboni; alle 10 il piroscafo Hermada, recuperato dopo il suo quasi affondamento con cariche esplosive di tre settimane prima, si affianca alla Donizetti, sulla quale inizia a trasbordare il suo carico (farina, grano e granturco in sacchi, casse di materiale militare, traverse di legno, tre pezzi d’artiglieria). Le operazioni di trasbordo si protraggono senza sosta per tutta la giornata del 31 gennaio e del 1° febbraio, concludendosi soltanto il mattino del 2 febbraio, dopo 53 ore. Gli scaricatori di porto greci, affamati, cercano di rubare grano prendendolo dai sacchi rotti ed infilandoselo nelle tasche interne dei pantaloni; ma alla fine di ogni turno sono perquisiti dai carabinieri, che sorvegliano il trasbordo.
2 febbraio 1943
Alle 20.45 la Donizetti inizia ad imbarcare anche dei soldati, mentre si sta ancora caricando materiale nel corridoio della stiva n. 4: questa volta sono state riempite tutte e quattro le stive e si sistema del carico anche nei corridoi di stiva, dove solitamente vengono sistemate le truppe.
3 febbraio 1943
Verso le quattro del mattino viene ultimato il caricamento delle merci. In tutto, sono stati imbarcati 517 militari e 842,075 tonnellate di merci. Viene imbarcato il comandante militare del Re Alessandro, in sostituzione del comandante militare titolare, che si trova in licenza.
In mattinata la Donizetti imbarca 9 militari tedeschi (un sottufficiale ed otto marinai) e due mitragliere, da installare una sull’aletta sinistra della plancia (su quella di dritta si trova già una mitragliera italiana da 20 mm armata da personale della Regia Marina) ed una a poppa, accanto al cannone già esistente (anch’esso armato da cannonieri della Regia Marina). Tuttavia, soltanto quest’ultima viene montata prima della partenza; l’altra viene sbarcata, insieme a quattro dei militari tedeschi, non essendoci il tempo di installarla prima di partire.
Alle 13.25 inizia la manovra di disormeggio, ed alle 14 Donizetti, Ardena (sempre posizionata in coda al convglio come nave salvataggio naufraghi) ed Argentina salpano dal Pireo per trasportare truppe e materiali nel Dodecaneso. Li scortano i cacciatorpediniere Euro e Turbine e le torpediniere Solferino e Calatafimi. Tempo buono, con mare poco mosso.
4 febbraio 1943
Il convoglio arriva a Lero alle 7; la Donizetti va ad ormeggiarsi a una boa nella rada di Portolago e sbarca nel pomeriggio cinque militari, tra cui un ufficiale, un cannone e circa 30 tonnellate di materiali. Alle 20 il convoglio lascia Lero, diretto a Rodi. Mare mosso, cielo sereno.
5 febbraio 1943
Alle 6.50 un MAS proveniente da Rodi raggiunge il convoglio, che si trova in un passaggio obbligato e dunque particolarmente pericoloso. Le unità della scorta lanciano bombe di profondità a scopo intimidatorio.
Il convoglio giunge a Rodi alle 7. Alle 8.10 la Donizetti ha già sbarcato tutte le truppe che aveva a bordo, ed inizia a scaricare anche le merci. Fa caldo.
6 febbraio 1943
Donizetti, Ardena ed Argentina lasciano Rodi alle 17, per tornare al Pireo, con la medesima scorta dell’andata. La Donizetti ha imbarcato militari che si recano in licenza, mentre sull’Argentina salgono civili italiani che sfollano da Rodi («sono i segni di una guerra che ormai è persa», come scrive Widmer Lanzoni).
In serata, verso le 21.30, vengono visti fasci di luce e scie di proiettili traccianti verso Lero.
7 febbraio 1943
Il convoglio giunge a Lero alle 5, ripartendone alle 16. Durante la sosta, la Donizetti imbarca altri militari in licenza.
Nella notte, cielo coperto, densa foschia, notte particolarmente buia; però vi è un’elevata fosforescenza, che rende le scie delle navi particolarmente visibili.
8 febbraio 1943
Scortato anche da dieci aerei (cinque da caccia e cinque antisommergibili) e raggiunto nell’ultimo tratto da una vedetta antisommergibili, il convoglio raggiunge il Pireo alle 8.30. Alle 9.30 la Donizetti, ormeggiatasi al Molo Carboni, inizia a sbarcare le truppe in licenza che ha imbarcato a Rodi e Lero. Tra le 14 e le 15.30 la nave si sposta al pontile nafta di Perama per rifornirsi di nafta.
9 febbraio 1943
Nella prima mattina la Donizetti si sposta nello stretto di Salamina, dove dà fondo. Il tempo è cattivo, il mare mosso: la lancia della Donizetti, usata per gli spostamenti dell’equipaggio tra la nave e la terraferma, è finita sugli scogli, così che alcuni marinai rimangono a terra (verranno portati a bordo da un rimorchiatore alle 15.15). Alle 14.45, dato che il vento sta aumentando, la Donizetti cala anche l’ancora di sinistra. Siccome la direzione del vento cambia di continuo, le catene delle ancore finiscono con l’attorcigliarsi.
10 febbraio 1943
All’alba, dopo due tentativi falliti il giorno precedente, si riesce a recuperare la lancia, non molto danneggiata. Il tempo migliora nettamente, fino ad una quasi completa calma di mare.
Nel primo pomeriggio la Donizetti va ad ormeggiarsi davanti al Comando Marina.
La mitragliera tedesca installata una settimana prima viene smontata e sbarcata, insieme ai suoi cinque serventi.
11 febbraio 1943
Imbarcano per alloggio una decina di sottufficiali ed alcuni marinai. Nel pomeriggio si verifica un’avaria al gruppo elettrogeno numero 2, che viene però rapidamente riparato.
12 febbraio 1943
Durante la notte il marinaio di guardia sulla prua della Donizetti spara contro una lancia che stava cercando di avvicinarsi silenziosamente alla prua della motonave approfittando del buio: forse sabotatori intenzionati a piazzare cariche esplosive. («Più vanno male per noi le vicende della guerra, più sembra risvegliarsi l’attività dei ribelli greci. È una legge di natura», scrive Widmer Lanzoni). Nel pomeriggio la nave si sposta in rada.
15 febbraio 1943
Nel pomeriggio il cacciatorpediniere Turbine, ormeggiato vicino alla Donizetti, perde la sua ancora sinistra, impigliatasi in quella di dritta della Donizetti, durante la manovra di disormeggio.
20 febbraio 1943
In mattinata la Donizetti va ad ormeggiarsi al Molo Carboni ed imbarca 350 soldati; nel pomeriggio carica 30 motociclette militari, poi si sposta in rada a Salamina (San Giorgio), dove si mette alla fonda.
21 febbraio 1943
In mattinata, mentre il comandante e tutti gli ufficiali, tranne due (il direttore di macchina e l’allievo ufficiale Widmer Lanzoni), sono a terra per la messa, si alza un forte vento di tramontana che intorno alle dieci di mattina, girando, fa girare la Donizetti sull’ancora e rischia di farle urtare con la poppa la poppa del piroscafo Pugliola, ormeggiato nelle vicinanze. Lanzoni chiede al direttore di macchina di dare forza al verricello prodiero e fa virare la catena dell’ancora fino a due nodi; ciò dovrebbe stabilizzare la situazione, ma l’ancora inizia a perdere la presa sul fondale, e la Donizetti rischia seriamente di andare ad urtare il Pugliola. Appena in tempo, per fortuna, il personale di macchina riesce ad azionare i motori ed evitare la collisione, mettendo avanti adagio. L’ancora viene salpata e la Donizetti dà nuovamene fondo in posizione più avanzata, con cinque nodi di catena; tuttavia il vento rinfresca e minaccia nuovamente di mandare la motonave a sbattere, questa volta, contro il piroscafo Abbazia. Di nuovo, pertanto, viene salpata l’ancora, e la Donizetti va ad ormeggiarsi in posizione ancora più avanzata, stavolta con sei nodi di catena. Poco dopo la lancia con a bordo comandante, primo e secondo ufficiale arriva a bordo, e la Donizetti cambia ancora una volta ancoraggio, spostandosi un centinaio di metri più avanti. Il comandante elogia la manovra di Lanzoni, ma al contempo gli toglie il comando di guardia in quanto, mancando di patentino, non può avere responsabilità legali.
Nel primo pomeriggio la Donizetti (con a bordo 401 militari e 30 motociclette per un peso complessivo di 5,8 tonnellate), l’Argentina (anch’esso carico di truppe) e l’Ardena (vuoto; come al solito procede in coda al convoglio ed ha il compito di recuperare naufraghi se qualche nave dovesse essere silurata) salpano dal Pireo alle 14 per un nuovo viaggio a Rodi, scortati da Calatafimi (tenente di vascello Giuseppe Brignole), Turbine (caposcorta) e Solferino. C’è la luna piena.
Il convoglio incontra tempo pessimo, con forte vento e mare agitato da nord-nord-est in continuo peggioramento, fino a forza 8, che mette in difficoltà soprattutto le siluranti della scorta e l’Ardena: “Il Calatafimi dà l’impressione di infilarsi sotto tutte le volte che le onde lo ricoprono”, scrive Lanzoni, per il quale questo è il mare peggiore che abbia mai incontrato; ma quando viene interpellata dal Turbine, la torpediniera insiste di poter tenere il mare e adempiere ai propri compiti di scorta. Sulla Donizetti, che rolla fortemente perché vuota di carico, e sull’Argentina si registrano invece parecchi casi di mal di mare tra la truppa imbarcata. Il convoglio continua a dieci nodi, ma il tempo continua a peggiorare: scrive ancora Lanzoni: «Mare forza 8. Fra le isole dell’Egeo vuol dire essere scossi da onte e controonde; continuamente, senza un attimo di respiro. Siamo senza carico e si balla di più. (…) Stiamo sempre dentro la timoniera, uscendo solo per le operazioni strettamente indispensabili, perché la plancia è continuamente spazzata dagli spruzzi delle onde che si abbattono sulla prua (…) Non ho mai incontrato mare così grosso. (…) Un’ondata gigantesca si è abbattuta sulla prua investendo il ponte di comando. Sembrava di essere dentro un tunnel d’acqua. Ne siamo usciti. Il beccheggio è forte (…)».
22 febbraio 1943
All’1.30 della notte, prima di raggiungere il mare aperto al largo delle Cicladi, il caposcorta decide di invertire la rotta per rientrare al Pireo: il mare è troppo brutto per proseguire, le unità della scorta – specie Calatafimi e Solferino – non sono in grado di garantire il servizio di scorta in queste condizioni. La Calatafimi, la nave più piccola del convoglio, riceve ordine di rifugiarsi a Sira, mentre il resto del convoglio prosegue per il Pireo; alle 4.15, tuttavia, in seguito a nuovi ordini (neanche Turbine e Solferino riescono più a tenere il mare), tutto il convoglio inverte nuovamente la rotta e dirige anch’esso su Sira, dove entra alle 6.30. La Donizetti, quarta nave del convoglio ad entrare nel piccolo porto (dopo le tre siluranti), ci mette due ore e mezzo per entrare ormeggiarsi di punta al molo della locale Capitaneria, tra forti raffiche di vento freddo e con l’assistenza di un rimorchiatore poco efficiente. La segue poi l’Ardena, e per ultima l’Argentina, nave più grossa del convoglio, che dà fonda in mezzo al porto, non essendovi più posto in banchina.
Il convoglio sosta a Sira per quattro giorni a causa del persistente mare agitato.
26 febbraio 1943
Alle 20.30 il convoglio lascia finalmente Sira. Il mare è ora poco mosso, la navigazione procede senza problemi.
27 febbraio 1943
Alle 6.30 la Donizetti e le altre navi, raggiunte da un MAS che si aggrega per un tratto alla scorta, arrivano a Portolago, nell’isola di Lero; la Donizetti si ormeggia ad una boa fino alle 20.30, quando il convoglio riparte per Rodi, seguendo la costa turca. La Donizetti, che a Lero ha sbarcato parte dei militari (marinai assegnati al presidio dell’isola) ed imbarcato alcuni passeggeri civili, ha ora a bordo 309 militari e 18 civili, oltre a dieci tonnellate di merci.
28 febbraio 1943
Alle sei del mattino DonizettiArgentina ed Ardena arrivano a Rodi, dove scaricano le truppe per poi ripartire alle 16 per il Pireo, via Lero, con la stessa scorta dell’andata. A Rodi fa caldo. La navigazione da Lero a Rodi, salvo che per il maltempo, è stata tranquilla: nessun allarme, e nelle ore diurne il convoglio è sempre stato sorvolato da caccia e ricognitori della Regia Aeronautica che assicuravano la scorta aerea.
Al momento di ripartire da Rodi, l’ancora della Calatafimi risulta impigliata in quella della Donizetti: la torpediniera tenta di liberarla continuando a virare, ma finisce col “tirare” la Donizetti spostandola dal molo. La motonave fila la catena della sua ancora per facilitare la manovra della Calatafimi e per evitare la rottura degli ormeggi, ma un cavo d’acciaio a poppa si spezza. La Calatafimi, non riuscendo a liberare la sua ancora, va dapprima indietro e poi avanti a tutta forza, strappando l’ancora della Donizetti ed un pezzo di catena.
Una volta partite, le navi fanno rotta per Rodi ad undici nodi.
1° marzo 1943
Il convoglio arriva a Lero, entrando nella baia di Portolago. Qui la Donizetti, che ha già sostituito l’ancora perduta il giorno prima con quella di rispetto, riceve indietro la sua vecchia ancora: la Calatafimi l’ha portata fino a Lero, impigliata nella sua, ed in mattinata l’ha liberata e rispedita al legittimo proprietario per mezzo di una bettolina.
In serata le navi ripartono per il Pireo.
2 marzo 1943
In mattinata il convoglio entra nel porto del Pireo (San Nicolò).
4 marzo 1943
In mattinata la Donizetti si porta al Molo Carboni per caricare.
5 marzo 1943
Ad Atene e al Pireo, in seguito alla mobilitazione civile della popolazione locale disposta dalle autorità militari tedesche, infurano scioperi, scontri e sparatorie. Ai militari è fatto divieto di scendere a terra.
Di tanto in tanto nevischia.
6 marzo 1943
Nel pomeriggio la Donizetti si rifornisce di nafta.
7 marzo 1943
Alle 16 la Donizetti (con a bordo 700 militari, 16 muli e 202 tonnellate di merci), il piroscafo italiano Re Alessandro e la motonave tedesca (ex francese) Sinfra sapano dal Pireo diretti ad Iraklion, scortati da Turbine e Calatafimi (e, secondo Widmer Lanzoni, anche dal cacciatorpediniere tedesco Hermes e dall’Ardena).
La Donizetti è unità capoconvoglio, e in quanto tale conduce la navigazione.
Il mare è agitato, poi va calmandosi dopo mezzanotte.
8 marzo 1943
Il convoglio arriva ad Iraklion alle nove. La Donizetti dà fondo in mezzo al porto, mentre il Re Alessandro va per primo a scaricare le truppe in banchina; alle 11.20 è il turno della Donizetti ad andare in banchina, sbarcando prima le truppe e poi il carico. Il convoglio riparte alle 18: la Donizetti, non avendo fatto in tempo a scaricare tutto il carico nel tempo previsto, si riporta un po’ delle merci al Pireo. Il convoglio è formato da Donizetti, Sinfra e Re Alessandro e dalla nave appoggio sommergibili Antonio Pacinotti, scortate da Turbine, Hermes, Calatafimi, Ardena e dal posamine ausiliario tedesco Drache. Il mare è quasi calmo, il cielo parzialmente coperto, la notte buia.
9 marzo 1943
Durante la notte il tempo peggiora: mare grosso al mascone di dritta, con conseguente riduzione della velocità. Gli spruzzi delle onde arrivano fino in plancia. Verso le 6 l’Hermes segnala alla Donizetti di cambiare rotta; il onvoglio tenta di passare a ridosso delle Cicladi. Nelle successive due ore, il convoglio riesce ad avanzare soltanto di 14 miglia, ma poi il tempo va migliorando; nel pomeriggio si arriva al Pireo, tutte le navi entrano in porto tranne la Donizetti, che viene mandata a mettersi alla fonda nella baia di Salamina.
10 marzo 1943
In mattinata la Donizetti va ad ormeggiarsi nel porto del Pireo (San Nicolò). A bordo ha ancora parte del carico per Iraklion del viaggio precedente.
12 marzo 1943
In mattinata, tra le 11.15 e le 12.45, la Donizetti viene fatta spostare nella parte tedesca del porto del Pireo.
13 marzo 1943
In serata la Donizetti imbarca 275 militari italiani.
15 marzo 1943
Alle 7 la Donizetti imbarca 125 militari tedeschi, ed alle 8.15 parte per Iraklion in convoglio con l’Ardena e le motonavi Città di Alessandria e Città di Savona, con la scorta della torpediniera Solferino (secondo Widmer Lanzoni, anche della Castelfidardo), del cacciatorpediniere tedesco ZG 3 Hermes e del posamine tedesco Drache. La partenza dev’essere tuttavia rinviata a causa di un’avaria ai motori della Città di Alessandria; solo alle 10 il convoglio può dirsi formato.
Alle 10.55, quando le navi si trovano al traverso di Capo Turlo, ricevono ordine di tornare al Pireo a causa di un allarme sommergibili. La Donizetti viene mandata nella baia di Salamina, dove dà fondo; nel primo pomeriggio i militari tedeschi vengono sbarcati su delle chiatte.
16 marzo 1943
Alle 7.30 la Donizetti viene fatta spostare nella parte tedesca del porto del Pireo, dove sbarca anche i militari italiani, restando poi in attesa di ordini.
19 marzo 1943
Alle 5.10 iniziano ad imbarcare sulla Donizetti truppe tedesche, da trasportare ad Iraklion; ma dopo venti minuti la partenza viene posticipata di ventiquattr’ore, per via del persistente maltempo, ed i militari tedeschi vengono fatti sbarcare di nuovo.
20 marzo 1943
Nel primo pomeriggio la Donizetti viene fatta spostare in rada in attesa della partenza, ma il tempo non accenna a migliorare. Di nuovo la partenza viene programmata e poi rimandata.
24 marzo 1943
In mattinata la Donizetti viene fatta spostare al molo tedesco del porto del Pireo.
25 marzo 1943
In mattinata la Donizetti viene fatta spostare al Molo Carboni, dove imbarca 398 militari italiani.
Alle 16.40 Donizetti (con a bordo 398 militari e 210 tonnellate di merci), Città di Savona, Città di Alessandria, Ardena ed il piroscafo tedesco Santa Fe partono dal Pireo per Iraklion, con la scorta dell’Euro e della Solferino (e, secondo Widmer Lanzoni, anche dall’Hermes e dalla Castelfidardo).
26 marzo 1943
In mattinata il convoglio giunge ad Iraklion, dove sbarca il suo carico; la Donizetti sbarca i militari italiani e poi imbarca altri militari tedeschi da trasportare a Rodi, giungendo così ad averne a bordo 280.
Alle 18.30 tutto il convoglio, tranne il Santa Fe, lascia Iraklion e prosegue per Rodi.
27 marzo 1943
Durante la notte, intorno alle tre, le vedette della Donizetti avvistano scie di proiettili traccianti verso Creta.
Alle 13 il convoglio raggiunge Rodi, dove la Donizetti sbarca i militari tedeschi ed il carico, operazione ultimata alle 16. Alle 18.30 il convoglio riparte senza l’Euro, il quale, avendo problemi alle macchine, lo raggiungerà in un secondo tempo.
Alle 23.30 un’unità tedesca della scorta lancia l’allarme sommergibili, ed i cacciatorpediniere accorrono e lanciano bombe di profondità sul punto indicato, mentre i mercantili si allontanano a tutta forza.
28 marzo 1943
Cessato l’allarme, il convoglio si ricompone e prosegue. Il mare è calmo, il cielo sereno. A mezzogiorno nuovo allarme antisom; l’Hermes ed un’altra unità tedesca attaccano subito il sommergibile, mentre il resto del convoglio prosegue a tutta forza per la sua rotta.
Nel primo pomeriggio il convoglio raggiunge Iraklion, e la Donizetti si ormeggia in banchina alle 14.30; ma appena ha terminato tale manovra, le viene comunicato che, siccome nelle due notti precedenti il porto è stato bombardato da aerei, dovrà ripartire quello stesso pomeriggio senza sbarcare il resto del carico di materiale militare destinato a Creta. Si tratta ancora del materiale rimasto a bordo dal viaggio a Iraklion dell’8 marzo: ormai sono tre settimane che la Donizetti se lo porta assurdamente avanti e indietro tra il Pireo ed Iraklion.
Prima di ripartire, la Donizetti imbarca 200 militari tedeschi che vanno in licenza.
Alle 18.30 Donizetti, Città di Savona, Città di Alessandria ed Ardena lasciano Iraklion per rientrare al Pireo, scortati da Euro, Solferino e (per un tratto) Hermes. Ci vogliono quasi due ore per formare il convoglio.
29 marzo 1943
Dopo un viaggio tranquillo, il convoglio arriva al Pireo; la Donizetti viene fatta sostare alla fonda nella rada di Salamina e poi va ad ormeggiarsi in banchina alle sei di sera.
30 marzo 1943
In mattinata la Donizetti trasborda il carico per Iraklion, che ormai ha a bordo da tre settimane, sulla Città di Alessandria.
31 marzo 1943
A mezzogiorno la Donizetti si sposta al Molo Carboni, dove nel pomeriggio inizia a caricare carbone e materiale militare da trasportare a Rodi.
2 aprile 1943
Completato il carico, nel primo pomeriggio la Donizetti si sposta a San Nicolò, dove si ormeggia di punta. Successivamente si sposta alla banchina Zea (molo tedesco).
4 aprile 1943
In mattinata la Donizetti imbarca truppe italiane. Gli ufficiali sono alloggiati nelle cabine, la truppa su pagliericci nei corridoi di stiva.
Nel pomeriggio la partenza viene sospesa e la nave fatta spostare in rada.
6 aprile 1943
In mattinata la nave viene fatta tornare alla banchina Zea, dove sbarca le truppe che aveva imbarcato due giorni prima.
7 aprile 1943
Alle 14 Donizetti e Re Alessandro lasciano finalmente Pireo alla volta di Lero, scortati da Euro, Turbine, Solferino, Castelfidardo ed Ardena. La Donizetti ha a bordo 705 militari e 505 tonnellate di merci.
Verso le 17.45 la Castelfidardo lancia l’allarme antisommergibili; Donizetti e Re Alessandro accelerano subito e accostano a dritta, per poi tornare sulla rotta dopo un quarto d’ora. Verso le 20 Euro e Castelfidardo, distaccate per dare la caccia al sommergibile, si riuniscono al convoglio, che torna a procedere a velocità normale.
8 aprile 1943
Alle 6.30 l’Euro avvista un aereo; dapprima si pensa che si tratti di un velivolo della scorta aerea (che raggiunge il convoglio ogni giorno all’alba), ma l’aereo non effettua i prescritti segali di riconoscimento, pertanto l’Euro apre il fuoco contro di esso, mettendolo in fuga. Poco più tardi sopraggiunge la vera scorta aerea, mentre vento e mare rinfrescano.
Arrivata a Portolago in mattinata, la Donizetti imbarca donne e bambini che vengono evacuati da Lero (in massima parte mogli e figli di militari italiani stanziati nell’isola), e sottufficiali che si recano in Italia in licenza. Al momento di salpare, tuttavia, la partenza viene rimandata per via del maltempo, e militari e civili vengono sbarcati. Anche il giorno seguente la partenza è rinviata per maltempo.
10 aprile 1943
Essendo il tempo in lento miglioramento, la Donizetti reimbarca i civili ("…anzi, le civili, in maggioranza. (…) I mariti hanno accompagnato le loro donne a bordo. Sono scesi ora. I “mi raccomando…” si sono sentiti per molto, finché il rimorchiatore non si è allontanato dalla portata delle voci", scrive Widmer Lanzoni) e poi lascia Lero alla volta di Rodi, scortata da Euro, Turbine e Solferino. A bordo ha 287 militari, 95 civili e 505 tonnellate di merci. Il mal di mare dilaga tra le passeggere, accampate un po’ dappertutto in giro per la nave.
11 aprile 1943
Alle cinque del mattino la Donizetti arriva davanti al porto di Rodi; alle 5.20 supera le ostruzioni, e venti minuti più tardi si ormeggia in banchina. Dopo aver sbarcato i passeggeri (tra cui i civili evacuati da Lero, che rientreranno in Italia per via aerea da Rodi, con scalo intermedio ad Atene), vengono scaricate anche le merci.
Alle 18.50 la Donizetti inizia le manove per uscire dal porto, ma la catena dell’ancora del Turbine rimane impigliata in quella dell’Euro, e le manovre compiute da quest’ultimo per liberarla finiscono col far rimanere la sua ancora impigliata in quella della Donizetti e nelle catene delle ancore del Turbine. L’Euro esce dal porto abbandonando la sua ancora, mentre il Turbine non vuole smanigliare la sua, così viene perso molto tempo per liberarla, mentre il vento fresco di tramontana fa sbattere più volte la Donizetti contro la poppa del Turbine, danneggiando il lanciabombe per bombe di profondità. Solo alle 21.40 la Donizetti riesce a liberarsi dell’ancora dell’Euro ed a uscire dalle ostruzioni. A bordo ha 352 militari.
12 aprile 1943
Nel corso della notte il convoglio incontra mare cattivo di prua od al mascone, che costringe a ridurre la velocità, ma tutte le navi arrivano regolarmente a Lero in mattinata. La Donizetti entra nella rada di Portolago e vi rimane per alcune ore, poi riparte alle 15 diretta al Pireo, con a bordo 325 militari.
13 aprile 1943
In mattinata la Donizetti arriva al Pireo, dove sbarca le truppe al molo Zea, dopo di che si sposta nella baia di Salamina.
15 aprile 1943
Alle 6.15 la Donizetti va ad ormeggiarsi al Molo Carboni ed inizia a caricare materiale da trasportare a Rodi. Completerà il carico il 18 aprile.
22 aprile 1943
Donizetti, Città di Savona, Re Alessandro ed Ardena viaggiano dal Pireo a Rodi, scortati dai cacciatorpediniere Euro e Quintino Sella e dalla torpediniera Castelfidardo.
24 aprile 1943
Donizetti, Città di Savona, Re Alessandro ed Ardena rientrano da Rodi al Pireo scortati da Euro, Sella e Castelfidardo. I decrittatori britannici di “ULTRA” intercettano comunicazioni relative a questo viaggio («troop convoy with Donizetti, Re Alessandro and Citta Di Savona probably sailing for Dodecanese on May 8»), ma non si concretizza alcuna offesa.
9 maggio 1943
Donizetti, Re Alessandro e la piccola nave cisterna Helli viaggiano dal Pireo a Lero con la scorta di Barletta, Castelfidardo e Solferino.
10 maggio 1943
Il convoglio lascia Lero alle 6.13 diretto a Rodi, dove arriva alle 19.43.
11 maggio 1943
Alle otto Donizetti, Re Alessandro ed Elli lasciano Rodi per tornare al Pireo, scortati da Barletta, Turbine, Castelfidardo e Solferino.
12 maggio 1943
Il convoglio arriva a Lero alle 9.03.
13 maggio 1943
Il convoglio arriva al Pireo alle 19.15.
14 maggio 1943
La Donizetti lascia il Pireo alle 13.11.
23 maggio 1943
La Donizetti parte (dal Pireo?) alle 14.10.
24 maggio 1943
Arriva a Lero alle 7 e riparte per Rodi alle 19.45.
25 maggio 1943
Arriva a Rodi alle 6.35 e riparte in giornata per tornare al Pireo, con la scorta dell’Euro e di due cacciasommergibili tedeschi.
26 maggio 1943
Arriva a Lero alle 7.01, poi prosegue.
27 maggio 1943
Giunge al Pireo alle 12.35.
7 giugno 1943
Donizetti ed Helli partono dal Pireo alle 11.25 per raggiungere Rodi, con la scorta di Euro, Solferino e due cacciasommergibili tedeschi
8 giugno 1943
Il convoglio arriva a Lero alle 7.05, ripartendo per Rodi alle 19.45.
9 giugno 1943
Donizetti ed Helli arrivano a Rodi alle 8.30, e dopo qualche ora ripartono per il Pireo scortati dall’Euro e da due cacciasommergibili tedeschi.
10 giugno 1943
Il convoglio giunge a Lero alle 6.32, ripartendo alle 18.57.
11 giugno 1943
Le navi arrivano al Pireo alle 12.45.
19 giugno 1943
Donizetti, Ardena e Re Alessandro partono dal Pireo alle 12.20 per Lero e Rodi con la scorta di Euro, Turbine e della torpediniera Monzambano.
20 giugno 1943
Il convoglio arriva a Lero alle 6.33.
21 giugno 1943
Donizetti, Ardena e Re Alessandro giungono a Rodi alle 6.33, poi ripartono alle 15.05 per tornare al Pireo con la stessa scorta dell’andata.
22 giugno 1943
Il convoglio giunge al Pireo alle 19.20.
26 giugno 1943
DonizettiRe Alessandro ed Ardena salpano dal Pireo alle 11.25 diretti a Rodi, via Lero, con la scorta di Euro, Castelfidardo e Calatafimi.
27 giugno 1943
Il convoglio arriva a Lero alle 5.57 e riparte alle 18.22.
28 giugno 1943
DonizettiRe Alessandro ed Ardena arrivano a Rodi alle 6.50, poi ripartono alle 19.05 diretti al Pireo, con la medesima scorta dell’andata.
29 giugno 1943
Le navi giungono a Lero, vi sostano per qualche ora e poi ripartono alle 19.30 per il Pireo.
30 giugno 1943
Il convoglio giunge al Pireo alle 13.17.
2 luglio 1943
DonizettiRe Alessandro ed Ardena partono dal Pireo alle 10.20 dirette ad Iraklion, scortate da Castelfidardo e Calatafimi.
3 luglio 1943
Il convoglio arriva ad Iraklion alle 5, per poi ripartire qualche ora dopo.
4 luglio 1943
Il convoglio arriva al Pireo alle 14.45.
30 luglio 1943
La Donizetti ed il piroscafo Palermo (che ha a bordo 2070 tonnellate di munizioni, artiglieria, materiali di altro tipo e merci civili) partono dal Pireo diretti a Rodi, scortati dal cacciatorpediniere Francesco Crispi e dalla torpediniera Calatafimi.
31 luglio 1943
Il convoglio arriva a Lero alle 5.12, ripartendone per Rodi alle 19.23.
1° agosto 1943
Il convoglio giunge a Rodi alle 4.30, ripartendone alle 19.50 e raggiungendo Lero.
2 agosto 1943
La Donizetti viaggia da Iraklion a Lero, e poi da Lero al Pireo, con la scorta di Crispi e Calatafimi. (Da altra fonte la Donizetti risulterebbe partita da Lero alle 18.18 del 2 agosto, raggiungendo il Pireo alle 9.33 del 3).
5 agosto 1943
Donizetti ed Ardena compiono partono dal Pireo alle 16.15 dirette a Rodi, scortate da Crispi, Solferino e Calatafimi.
6 agosto 1943
Il convoglio giunge a Lero alle 7.
7 agosto 1943
Donizetti ed Ardena arrivano a Rodi alle 4.40, poi ripartono alle 20.01 per tornare al Pireo, con la stessa scorta dell’andata.
8 agosto 1943
Il convoglio arriva Lero alle cinque, e riparte per il Pireo alle 17.20.
9 agosto 1943
Il convoglio giunge al Pireo alle 8.35.
10 agosto 1943
Donizetti, Helli e Re Alessandro partono alle 17 dal Pireo alla volta di Rodi, con la scorta di Euro, Turbine, Crispi e Monzambano.
11 agosto 1943
Il convoglio arriva a Lero alle 11.47, ripartendone per Rodi alle 18.43.
12 agosto 1943
Donizetti, Helli e Re Alessandro arrivano a Rodi alle 7.30 e ripartono alle 20 dirette al Pireo, con la stessa scorta dell’andata.
13 agosto 1943
Il convoglio arriva a Lero alle 6.31, ripartendo per il Pireo il giorno stesso.
14 agosto 1943
Il convoglio giunge al Pireo alle 12.30.
4 settembre 1943
La Donizetti salpa dal Pireo all’1.10, scortata dalla torpediniera Solferino, e raggiunge Suda dopo aver fatto scalo a Milo e Scarpanto.
8 settembre 1943
Alla proclamazione dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, la Donizetti si trova ad Iraklion (nota in italiano anche come Candia), nell’isola di Creta.
A differenza della maggior parte delle isole greche, occupate in prevalenza da truppe italiane, Creta è sotto regime di occupazione tedesco, e le truppe italiane sono in netta minoranza rispetto a quelle tedesche; i locali Comandi Marina italiani (Maricolleg) ed il loro personale sono integrati nella locale struttura di comando della Kriegsmarine e subordinati operativamente al locale Comando tedesco (Seekommandant), mentre sono formalmente subordinati al Comando italiano dell’Egeo Settentrionale con sede ad Atene (Marisudest) soltanto sotto il piano amministrativo e disciplinare. Data tale particolare situazione, le forze tedesche presenti a Creta hanno buon gioco nell’impadronirsi del naviglio italiano, disarmando ed imprigionando il personale, prima che da parte italiana ci si possa rendere conto di quanto stia accadendo. Questo soprattutto ad Iraklion, dove l’unica presenza militare italiana è rappresentata da un distaccamento servizi della Regia Marina al comando di un tenente di vascello: in questa località, addirittura, il locale comando tedesco apprende la notizia dell’armistizio prima ancora di quello italiano, e riesce pertanto a cogliere gli italiani completamente di sorpresa.
La Donizetti viene così catturata dai tedeschi ad Iraklion. Secondo una fonte, dopo la cattura sarebbe stata assegnata al Marinegruppenkommando Süd. L’equipaggio italiano viene del tutto o comunque in gran in parte sbarcato e deportato in Polonia (ad esempio, è questa la sorte del direttore di macchina della Donizetti, Angelo Nenci da Fiume), e la nave viene riarmata con personale tedesco.

La Donizetti al Pireo nel 1943 (da “Navi mercantili perdute” di Rolando Notarangelo e Gian Paolo Pagano, USMM, Roma 1997)

Marina Rodi

Per parlare dell’ultimo viaggio della Donizetti occorre prima descrivere gli eventi che ebbero luogo nell’isola di Rodi nel settembre 1943.
Rodi, isola maggiore e più popolosa del Dodecaneso – arcipelago del Mar Egeo composto da dodici isole maggiori, più altre minori, situato vicino alle coste turche ma abitato da popolazioni greche, possedimento italiano dalla sua conquista avvenuta durante la guerra italo-turca nel 1912 –, era sede sia del governatore di quel possedimento, l’ammiraglio di squadra Inigo Campioni (che era governatore, oltre che del Dodecaneso, anche delle Cicladi e delle Sporadi settentrionali, occupate nell’aprile 1941 dopo la resa della Grecia), che del Comando Superiore delle Forze Armate dell’Egeo (Egeomil, retto dallo stesso Campioni), e del Comando della Zona Militare delle Isole Italiane dell’Egeo (Mariegeo), retto dal contrammiraglio Carlo Daviso di Charvensod. L’ammiraglio Campioni aveva il suo quartier generale nel Palazzo del Gran Maestro dei Cavalieri di Rodi; suo capo di Stato Maggiore era il generale di brigata Roberto Sequi, mentre il 1° settembre era arrivato a Rodi il generale di corpo d’armata Arnaldo Forgiero, con l’incarico di assumere il comando delle forze dell’Esercito ivi presenti e di costituire il Comando Militare di Rodi. Nominato comandante militare dell’isola, Forgiero aveva stabilito il suo quartier generale sul versante occidentale del Monte Profeta; suo capo di Stato Maggiore era il colonnello Carlo Vacchelli. L’ammiraglio Campioni era subordinato gerarchicamente al generale d’armata Ezio Rosi, comandante del Gruppo d’Armate Est, con sede a Tirana (Albania). Comandante dell’artiglieria a Rodi era il generale di brigata Giuseppe Consoli, capo dei servizi il colonnello Arrigo Angiolini, capo ufficio operazioni dell’Esercito il tenente colonnello Ruggero Fanizza (che era anche sottocapo di Stato Maggiore dell’ammiraglio Campioni) e capo ufficio operazioni della Marina il capitano di fregata di complemento Giuseppe Orlando (che era anche capo di gabinetto per gli affari civili).


L’ammiraglio Campioni (al centro) insieme al suo collega tedesco Schuster, attorniati da ufficiali italiani e tedeschi, presso il tempio di Lindos a Rodi (foto Byron Tesapsides)

Era stanziata in quest’isola la maggior parte delle truppe italiane presenti nell’arcipelago: il grosso della 50a Divisione Fanteria "Regina" nonché personale della Marina e dell’Aeronautica, per un totale di quasi 40.000 uomini; Rodi era sede delle due maggiori basi aeree del Dodecaneso, Maritza e Gadurra.
Gli italiani, però, non erano soli a Rodi: dal gennaio 1943 avevano cominciato ad affluire nell’isola anche truppe tedesche. Come altrove, la ragione ufficiale dell’arrivo di queste truppe era quella di rinforzare il sistema difensivo italiano in vista di un possibile attacco Alleato; quella nascosta era di tenere sotto controllo il traballante alleato per intervenire fulmineamente nel caso di una sua defezione, che i comandi tedeschi, non a torto, ritenevano probabile. Da parte tedesca si era cercato più volte di porre Egeomil senza controllo tedesco, ma senza successo; però era stato raggiunto con la Regia Aeronautica un accordo che prevedeva che due batterie contraeree tedesche da 88 mm sarebbero state installate a Rodi per rinforzare le difese contraeree delle locali basi aeree italiane. In teoria, il personale tedesco avrebbe dovuto soltanto addestrare quello italiano nell’uso di tali batterie, per poi andarsene; ma la sua partenza fu rinviata dai comandi tedeschi con la scusa del pianificato invio di ulteriori batterie. Alla fine del gennaio 1943 un gruppo di ufficiali tedeschi, esperti di fortificazioni (il tenente colonnello Hof, specialista di artiglieria costiera, il maggiore Volk ed il colonnello Messerschmidt dei pionieri, il tenente colonnello Bonke dell’O.K.W. ed il colonnello di artiglieria Von Busse), avevano visitato l’isola; il colonnello Von Busse aveva esaminato a fondo lo schieramento delle artiglierie italiane, criticandolo, ed il tenente colonnello Hof ed il colonnello Messerschmidt avevano richiesto di inviare a Rodi artiglierie controcarro, ferro e cemento. Era giunto altro personale tedesco per rinforzare gli uffici del tenente colonnello Hof; quando quando il Comando italiano aveva chiesto quando sarebbe terminata l’attività della commissione tedesca, la risentita risposta era stata che questa doveva continuare a restare a Rodi, dove infatti si era trattenuta fino ad aprile.
In quel mese era giunto a Rodi un battaglione di granatieri corazzati tedeschi (Panzergrenadieren), seguito in maggio da altri due, preceduti da un colonnello tedesco. Alla fine di giugno era arrivato a Rodi, senza preavviso, il generale tedesco Ulrich Kleemann, che qui aveva creato come riserva centrale la divisione d’assalto (Sturm-Division; nata nel marzo 1943 come Sturm-Brigade, brigata d’assalto, e trasformata in divisione due mesi più tardi) "Rhodos", la quale aveva iniziato ad addestrarsi non lontano dalle difese italiane, a circa 10-12 chilometri dalla città di Rodi. Esercitazioni sia diurne che notturne, dirette probabilmente proprio contro le linee difensive italiane.
La forza numerica della Sturm-Division "Rhodos", formata con elementi della 22. Infanterie-Division (22a Divisione Fanteria), della Festungs-Division Kreta (Divisione da fortezza Creta) e della 999. Leitche Afrika Division (999a Divisione Leggera "Afrika") non inviati in Tunisia, si aggirava sui 7500-8000 uomini (altre fonti fanno oscillare questo numero tra 6000 e 9500); molti meno degli italiani, ma molto meglio armati. Formavano la divisione quattro battaglioni di Panzergrenadieren armati con un centinaio di cannoni, pezzi anticarro e 60-70 mortai; un reparto esplorante di 1500 uomini, dotati di motocarrozzette armate e quasi 60 autoblindo; un battaglione di carri armati dotato di circa 25 carri Panzer IV; quattro batterie di semoventi, due delle quali dotate di semoventi Wespe da 105 mm e le altre due di semoventi Hummel da 150 mm; cinque batterie contraeree da 88 mm posizionate vicino alle basi aeree; e per finire un reparto di circa 300 greci in uniforme tedesca, reparto quest’ultimo la cui destinazione d’uso non appariva chiara e la cui presenza aveva destato serie proteste da parte italiana. In tutto, le forze tedesche a Rodi contavano circa 150 mezzi corazzati, tra cui carri leggeri Panzer II, carri medi Panzer IV, cannoni d’assalto Stug III e quindici cannoni semoventi da 150 mm. Il quartier generale tedesco era a Campochiaro (oggi Eleousa) e le truppe tedesche si disponevano di una rete di comunicazioni interamente separata da quella italiana, mantenendosi inoltre in collegamento radio sia con l’Oberkommando Wehrmacht (il comando in capo delle forze armate tedesche) che con l’Oberbefehlshaber Sudöst (il comando in capo delle forze tedesche nello scacchiere sudorientale).
Nel maggio 1943 avevano visitato Rodi l’ammiraglio Kurt Fricke, comandante del Marinegruppenkommandos Süd, e diversi generali e marescialli tedeschi, compreso il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante delle forze tedesche nel Mediterraneo; dopo la caduta di Mussolini (25 luglio 1943) aveva visitato l’isola il feldmaresciallo Maximilian von Weichs, comandante del gruppo d’armate "F" di stanza nei Balcani nonché Oberbefehlshaber Sudöst; fu probabilmente in questa occasione che Kleeman ricevette le istruzioni sul da farsi in caso di armistizio tra l’Italia e gli Alelleati. In seguito a consigli e pressioni tedesche, lo schieramento delle truppe italiane, stanziate originariamente per due terzi nell’interno dell’isola e per un terzo sulle coste, era stato cambiato in due terzi sulla costa ed un terzo nell’interno.
Per quanto riguarda le forze italiane, a Rodi il nucleo più numeroso era rappresentato dalla Divisione "Regina" (generale di divisione Michele Scaroina, con quartier generale a Campochiaro), che contava tre reggimenti di fanteria (9°, 10° e 309°) ed un reggimento d’artiglieria (il 50°), armato con tre gruppi di artiglieria mobile da 75/27 e 105/28 mm, più il 35°, 36° e 55° Raggruppamento Artiglieria da Posizione ed il 56° Raggruppamento Artiglieria Contraerea. Quest’ultimo era armato con pezzi da 75/27 (sette batterie), da 75 C. K. (una batteria) e da 90/53 mm (due batterie) oltre a 20 sezioni di mitragliere contraeree da 20 mm, mentre i raggruppamenti da posizione disponevano di un totale di 46 batterie e 9 sezioni autonome, armate con mortai da 210/8 mm (tre batterie), obici da 105/28 (otto batterie e quattro sezioni) e 149/12 mm (dieci batterie) e cannoni da 75/27 mm (19 batterie e 5 sezioni costiere antisbarco e 6 batterie in postazioni fisse per appoggio alla fanteria nei settori costieri). Perlopiù i cannoni erano di tipo obsoleto, non autotrasportabili, poco efficienti e con poco personale.
La Divisione "Regina", tuttavia, non era interamente concentrata a Rodi: sin dal 1939 il suo compito era di presidiare tutto il Dodecaneso, e di conseguenza parte dei suoi reparti si presentavano dispersi in altre isole. L’intero 10° Reggimento Fanteria (colonnello Felice Leggio) era di stanza a Coo, mentre un battaglione del 9° Fanteria presidiava Scarpanto; a Rodi c’erano il 50° Reggimento Artiglieria (schierato sul Monte Fileremo e su altre posizioni), il 309° Reggimento Fanteria ed i restanti tre battaglioni del 9° Reggimento Fanteria. C’era poi il CCCXII Battaglione Misto Carri L (munito dei famigerati "carri leggeri" L3), ma questo non aveva un singolo carro efficiente.
In aggiunta a questi reparti, erano presenti a Rodi anche undici compagnie costiere ed il 331° Reggimento Fanteria (colonnello Enzo Manna), normalmente facente parte della 11a Divisione Fanteria "Brennero" (stanziata, in quel periodo, in Albania) ma trasferito, dall’anno precedente, a Rodi, alle dipendenze della Divisione "Regina". (Secondo una fonte, era a Rodi soltanto il I Battaglione del 331° Fanteria ed il II Gruppo del 24° Reggimento Artiglieria, anch’esso facente parte della "Brennero", mentre si trovavano nell’isola anche il I Battaglione del 31° Reggimento Fanteria – appartenente alla 51a Divisione Fanteria "Siena", di stanza a Creta – e due batterie anch’esse distaccate dalla Divisione "Siena").
In tutto, il Regio Esercito contava a Rodi su circa 34.000 uomini (13.000 dei quali appartenenti alla Divisione "Regina" ed a reparti ad essa subordinati), dotati di alcune decine di veicoli piuttosto antiquati (provenienti da due autoreparti, suddivisi in varie sezioni sparpagliate per l’isola), il che ne limitava fortemente le capacità di movimento. Più o meno tutti i reparti risultavano sotto organico. Le truppe dell’Esercito erano suddivise in cinque settori di difesa, parte costieri e parte nell’entroterra: il Settore Piazza di Rodi (all’estremità settentrionale dell’isola, comprendeva la città di Rodi ed il quartier generale di Campioni), il Settore Calitea (a nordest), il Settore Calato (ad est), il Settore Vati (molto ampio, andava dal promotorio di Lindos a sudest alla baia di Alimnia ad ovest) ed il Settore San Giorgio (a nordovest). Era poi in corso di costituzione una zona centrale, a Psito. Tutte le comunicazioni nell’isola (limitatamente alle forze italiane) erano sotto il controllo dell’Esercito, eccetto quelle tra le batterie costiere e dei punti dia avvistamento, che erano invece sotto il controllo della Marina. Le posizioni di difesa costiera si sviluppavano per un totale di 220 km; le riserve in ciascun settore erano molto ridotte se non del tutto inesistenti. Il sistema di difesa era diviso in compartimenti mediante "bretelle" difensive, ma non era ancora pienamente efficiente perché i lavori campali di fortificazione necessari a concretizzare tale apparato erano ancora incompleti, per scarsità di mezzi.
La Regia Marina, a Rodi, aveva il Comando della zona Militare Marittima dell'Egeo (Mariegeo), retto dall’ammiraglio Daviso coadiuvato come capo di Stato Maggiore dal capitano di vascello Mario Grassi, ed il Comando Marina di Rodi (Marina Rodi), al comando del capitano di fregata Adriano Arcangioli. Da quest’ultimo dipendevano un reparto di formazione da utilizzare in caso di sbarco nemico (per l’occupazione a difesa di un caposaldo della cinta difensiva a sud di Rodi città), otto batterie costiere e numerose batterie contraeree (altra fonte parla di sette batterie costiere ed otto batterie contraeree). Le batterie costiere erano denominate Majorana (Monte Smith, con tre cannoni da 152/40 mm ed uno da 120/50 mm), Melchiori (a nord delle terme di Calitea, con tre pezzi da 152/40 ed uno da 102/35), Bianco (a Cremastò, con tre pezzi da 120/45 ed uno da 76/17), Dandolo (ad ovest del promontorio di Lindo, con tre pezzi da 152/40, uno da 102/35 ed uno da 76/17), Morosini (ad est del promontorio di Lindos, con tre pezzi da 152/40 ed uno da 102/35), Mocenigo (costa orientale dell’estremità meridionale dell’isola, con tre pezzi da 120/45 ed uno da 76/17), Bragadino (costa occidentale dell’estremità meridionale dell’isola, con quattro pezzi da 120/45 ed uno da 76/17) ed Alimnia (sull’omonima isoletta frontistante Rodi, con un pezo da 76/40 e due da 76/50). Nessuna di esse era munita di radio; il personale delle batterie apparteneva alla Marina, ma era comandato da ufficiali d’artiglieria dell’Esercito, a loro volta subordinati al Comando Marina. La batteria Melchiorri era comandata dal capitano d’artiglieria Natale Moscarò; la Bianco, dal tenente d’artiglieria Romualdo Lia; la Dandolo, dal capitano d’artiglieria Carlo Figlioli; la Mocenigo, dal tenente d’artiglieria Gennaro Leone; la Bragadino, dal tenente d’artiglieria Antonio Clerici. Uniche batterie ad essere comandate da ufficiali di Marina erano la Morosini (tenente di vascello Giovanni Battista Cazzullo Gennaro) e la Majorana (tenente di vascello Carlo Ragni). Vicino al villaggio di Castello era in costruzione un’altra batteria, denominata appunto Castello, al comando del tenente d’artiglieria Mario Keller; questa avrebbe dovuto essere armata con quattro cannoni da 102 mm. Infine, erano armati da personale della Marina alcuni cannoni antisbarco da 76/17 mm e parecchie mitragliere contraeree ed antisbarco posizionate in vari punti dell’isola.
La Marina gestiva inoltre le tre stazioni radiotelegrafiche dell’isola, sia trasmittenti che riceventi: quella di Rodino, quella di Paleocastro e quella di Monte Profeta Elia. C’era anche una stazione per intercettazioni estere, camuffata da casa colonica, a San Giovanni di Rodi. La Marina gestiva la rete di comunicazioni che collegava le batterie e le stazioni di vedetta, mentre il resto delle comunicazioni interne dell’isola competeva all’Esercito. Ad ogni modo, tutte le comunicazioni erano rappresentate da linee telefoniche e telegrafiche, in parte su pali e in parte su linee volanti, completamente allo scoperto e dunque facilmente interrompibili.
Dato che la principale base navale del Dodecaneso era Lero, i mezzi navali disponibili a Rodi erano molto esigui: parte della III Flottiglia MAS (capitano di fregata Luigi Borghi, con sede a Lero dove risiedeva il grosso delle unità), che a Rodi aveva solo le motosiluranti MS 12, 15 e 23 (appartenenti alla I Squadriglia Motosiluranti del capitano di corvetta Vittorio Daviso di Charvensod, figlio dell’ammiraglio comandante Mariegeo) ed il MAS 540 (appartenente alla III Squadriglia MAS del tenente di vascello Gabriele Lombardo, che era anche comandante del MAS 540); il XIV Gruppo Antisommergibili, con i cacciasommergibili ausiliari (ex motopescherecci) AS 124 S. Antonio e AS 125 Garibaldino; parte della XXXIX Flottiglia Dragaggio (tenente di vascello Carlo Citter, con sede a Lero) che a Rodi aveva i dragamine ausiliari Gaeta (già rimorchiatore militare) e Postiglioni (già vedetta della Guardia di Finanza) della I Squadriglia Dragaggio d’altura (tenente di vascello Armando Pillon, con sede a Lero) e gli ancor più piccoli dragamine ausiliari della V Squadriglia Dragaggio ravvicinato (i motovelieri requisiti Ardito, Berenice, Navigatore e Vassilichi, al comando del tenente di vascello Giuseppe La Monica, più altri due dragamine ausiliari ad essa aggregati, il Leda ed il dragamine magnetico Impero); la cannoniera Sebastiano Caboto (che al momento dell’armistizio era immobilizzata da problemi di macchina) ed il piroscafo frigorifero Pomezia (usato come deposito galleggiante). C’erano, infine, il pontone officina GQ 12 e varie unità minori per uso locale adibite al pilotaggio ed alla vigilanza alle ostruzioni.
La Capitaneria di Porto di Rodi era comandanta dal maggiore di porto Francesco Capodanno, mentre la Zona Fari, da poco creata, era comandata dl tenente CREM Agostino Foce.
In tutto, il personale della Regia Marina a Rodi contava tra i 2000 ed i 2200 uomini, compresi gli equipaggi delle unità navali.
La Regia Aeronautica disponeva a Rodi di notevoli installazioni e servizi, ma aveva una forza effettiva piuttosto contenuta, circa 60-65 aerei e 3000 uomini, al comando del generale di brigata aerea Alberto Briganti. Delle due basi aeree, quella di Gadurra (al comando del colonnello Achille Lorito), vicino a Calato, era priva di aerei, dato che gli aerosiluranti che vi avevano base erano stati trasferiti in Italia da qualche mese; a Maritza (al comando del tenente colonnello Marcello Fossetta), invece, si trovavano dodici bombardieri del 30° Stormo da Bombardamento (per altra fonte, 20 bombardieri, dei quali però solo metà erano efficienti), 40 caccia tra FIAT CR. 42, FIAT G. 50 e Macchi Mc 202 (questi ultimi, i più moderni, erano solo sei), ed una squadriglia da trasporto con quattro Savoia Marchetti S.M. 81 ed un Savoia Marchetti S.M. 75. Dei 40 caccia, tuttavia, dieci non erano in condizioni di efficienza, e per i restanti 30 erano disponibili soltanto 20 piloti. Comandante del 30° Stormo da Bombardamento era il colonnello Luigi Gori Savellini, comandante del gruppo da caccia il capitano Trevisan, appena arrivato – il mattino dell’8 settembre – per rimpiazzare il maggioe Delio Guizzon.
Esisteva anche una terza base aerea, a Paleocastro/Cattavia, ma era stata abbandonata a inizio 1943 e resa inutilizzabile minando e facendo saltare tratti di pista e collocando qua e là ostacoli antiparacadutisti. C’erano, infine, alcuni idrovolanti: la 147a Squadriglia Ricognizione Marittima con gli ormai vetusti CANT Z. 501 (dieci, di cui sette efficienti), che però si trovavano a Lero, nonché tre più moderni CANT Z. 506 (non appartenenti alla 147a Squadriglia) uno dei quali dislocato a Rodi-Mandracchio per gli spostamenti del governatore e gli altri due impiegati come idrovolanti da soccorso. La difesa contraerea delle basi era assicurata da mitragliere da 20 mm armate dall’Esercito (per altra fonte, dalla stessa Aeronautica).
Completavano lo schieramento italiano 250 camicie nere della 201a Legione M.V.S.N. "Conte Verde" (al comando del console, cioè colonnello, Enzo Celebrano), con comando nell’azienda agricola Platania (a sud di Campochiaro, a 20 km da Rodi), e 50 camicie nere della Milizia Portuaria. Le camicie nere, com’era prevedibile, passarono quasi tutte con i tedeschi, ed in seguito aderirono alla Repubblica Sociale Italiana (il console Celebrano sarebbe divenuto colonnello delle SS italiane).
All’epoca dell’armistizio, molti dei previsti lavori di fortificazione interna da compiere a Rodi erano ancora lungi dal completamento, per mancanza di materiali.

L’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943, colse tutti di sorpresa, i comandanti come i soldati; era stato previsto dal Comando Supremo l’invio per via aerea ad Egeomil di un memorandum con istruzioni sul da farsi, ma il maltempo aveva costretto a rimandare l’invio, ed il 9 settembre il messaggero si trovava ancora a Pescara. Alle 19.40 dell’8 settembre, l’ammiraglio Campioni chiese al generale Forgiero di contattare il generale Kleemann per invitarlo a non muovere le sue truppe ed a non dare ordini che avrebbero potuto provocare reazioni italiane; Kleemann rispose con apparente calma, dichiarandosi pronto a collaborare.
Alle 20.30, poco dopo la ricezione della notizia dell’armistizio, Campioni tenne un incontro nel Palazzo del Gran Maestro; ma in mancanza di ordini precisi su come comportarsi, non venne presa alcuna decisione, limitandosi ad ordinare alle truppe di stare all’erta. Alle 2.15 del 9 settembre giunse dal Comando Supremo la comunicazione che dalle 23 della sera precedente quest’ultimo assumeva il diretto controllo dell’Egeo (così svincolandolo dal Comando del Gruppo d’Armate Est) ed aggiungeva: «Comando Superiore FF. AA. In Egeo est libero di assumere verso germanici atteggiamento che riterrà più conforme at situazione. Qualora però fossero prevedibili atti di forza da parte germanica, procedere disarmo immediato unità tedesche nell’arcipelago. (…) Tutte le truppe dovranno reagire immediatamente et energicamente et senza speciali ordini at ogni violenza armata germanica et della popolazione in modo da evitare di essere disarmati e soprafatti. Non deve però essere presa iniziativa d’atti ostili contro i germanici».
Il tenente colonnello Marcello Fossetta, al comando della base aerea di Maritza, riferì al comando che le truppe tedesche di guardia all’aeroporto si trovavano riunite senz’armi per guardare uno spettacolo cinematografico, pertanto sarebbe stato facile lanciare un attacco a sorpresa; ma gli venne ordinato di non agire, fidando – a torto – nelle promesse di Kleemann. Campioni si limitò a far diffondere il proclama Badoglio nel resto del Dodecanes, sottolineando l’ultima frase, che prescriveva di reagire «ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». L’ammiraglio Daviso, per parte sua, ordinò a tutte le navi che si trovassero in mare di raggiungere Lero, salvo che per il MAS e le motosiluranti, che invece dovevano restare a Rodi; a tutte le navi che si trovavano a Rodi (salvo la Caboto, immobilizzata da problemi di macchina) ordinò di tenersi pronte a partire con breve preavviso. Le batterie costiere vennero messe in stato di allerta (vietando però di sparare verso il mare), intensificando il servizio di scoperta verso il fronte a terra, la guardia al Comando Marina di Rodi venne rafforzata, la compagnia da sbarco della Marina venne preparata all’azione, e vennero avvertiti della situazione i Comandi Marina di Lero, Sira e Stampalia. Venne attivato il collegamento radio di emergenza tra le diverse sezioni radiotelegrafiche sparse nell’isola ed il comando di Egeomil; se fosse venuto meno il collegamento, ciascuna batteria si sarebbe dovuta porre alle dipendenze del più vicino comando dell’Esercito. Ordine di Daviso era di opporsi con le armi a qualsiasi aggressione da parte tedesca (disposizione che si rivelò poi perfettamente coerente con quelle emanate da Supermarina il 9 settembre). Il capitano di fregata Arcangioli si recò di persona a visitare le batterie più vicine a Rodi, che autorizzò ad aprire il fuoco qualora fosse apparso evidente il pericolo di essere circondati dai tedeschi, quand’anche questi ultimi non avessero aperto il fuoco per primi.
A mezzanotte il generale Kleemann, che appariva adesso assai agitato, si recò al Comando del generale Forgiero, sul Monte Profeta, richiedendo il permesso di muovere liberamente le sue truppe, contrariamente a quanto precedentemente concordato (ossia, che i reparti sia italiani che tedeschi sarebbero dovuti restare sulle proprie posizioni senza spostarsi), motivando la richiesta con la necessità di essere pronto a contrastare rapidamente un possibile sbarco britannico: se l’Italia aveva firmato l’armistizio con gli Alleati, la Germania era ancora in guerra, dunque Kleemann doveva modificare la dislocazione delle sue truppe per prepararsi alla difesa. Per lo stesso motivo, chiese anche il controllo degli aeroporti. Forgiero oppose a queste richieste un netto rifiuto, dandone poi notizia all’ammiraglio Campioni, che rimase piuttosto perplesso; questi voleva evitare a tutti i costi che fossero i suoi uomini a causare per primi un incidente. Campioni chiese a Forgiero di recarsi da lui insieme a Kleeman, ma quest’ultimo affermò di non poter venire "per ragioni di servizio". In realtà il generale tedesco, non appena aveva terminato l’incontro con Forgiero (a mezzanotte e mezza), aveva disposto il concentramento dei suoi reparti nell’interno dell’isola, in modo da occupare posizioni vantaggiose (tra cui i principali incroci stradali), ed aveva ordinato ai suoi sottoposto di prepararsi ad attaccare gli aeroporti, indirizzando verso di essi due gruppi di combattimento costituiti ad Alearma e Psinto.
All’una di notte il comandante del Settore San Giorgio, colonnello Capigatti, telefonò al generale Forgiero annunciando che la base aerea di Maritza era stata circondata da un reparto corazzato tedesco, e chiedendo istruzioni su come comportarsi: disponeva di parecchie batterie con cui avrebbe potuto avere il fuoco sulla colonna tedesca. Forgiero rispose che Campioni riteneva opportuno “lasciar fare” i tedeschi, dal momento che questi non avevano commesso azioni violente, continuando però a tenere la situazione sotto controllo. La base di Maritza era difesa da 1600 uomini, ma i reparti tedeschi poterono entrarvi e disarmare il personale di guardia senza alcuna difficoltà: le responsabilità di questo incredibile colpo di mano è da alcuni attribuita al comandante stesso della base di Maritza, tenente colonnello Fossetta, ed al comandante del 30° Stormo da Bombardamento Terrestre, colonnello Gori Savellini, i più alti in grado a Maritza ed entrambi di ardente fede fascista (Gori Savellini aderì poi alla R.S.I. e divenne segretario del Partito Fascista Repubblicano in Egeo), che non si opposero in alcun modo all’azione tedesca: non ordinarono il posto di combattimento, non diedero nessun ordine per la difesa, non ordinarono né il decollo né il sabotaggio degli aerei per sottrarli alla cattura. In quel momento il generale Kleemann stava lasciando il suo quartier generale per recarsi a Rodi città, dov’era stato convocato dall’ammiraglio Campioni per discutere la situazione: quando il generale Forgiero gli disse che reparti tedeschi erano entrati nella base di Maritza esigendo che il personale italiano cedesse le armi e lasciasse il campo, il generale tedesco rientrò nel suo quartier generale e ne uscì poco dopo affermando che era stata una sbagliata iniziativa del comandante di quel reparto, del quale aveva ordinato l’immediato ritiro dalla base aerea.
Alle 3.30, mentre era in corso un colloquio tra Campioni, Forgiero e Kleemann, un altro gruppo corazzato tedesco penetrò nell’aeroporto di Gadurrà; ne seguì una discussione tra il comandante italiano e quello tedesco. Kleemann si scusò e disse anche stavolta che un suo ordine era stato interpretato erroneamente; davanti ad un ufficiale italiano interprete (così da sapere cosa stesse effettivamente dicendo), il generale tedesco telefonò il comandante del gruppo che era entrato a Gadurrà e gli ordinò di uscire dall’aeroporto. L’ordine fu prontamente eseguito, ma il reparto tedesco si piazzò lungo la strada che correva attorno all’aeroporto, che così rimaneva di fatto sotto controllo tedesco.
Durante la notte, Campioni e Kleemann ebbero una lunga e accesa discussione sulla disposizione delle truppe tedesche nell’isola; il primo desiderava essere preventivamente informato di qualsiasi movimento delle truppe tedesche, il secondo ribatté che, trovandosi a dover fronteggiare un possibile sbarco britannico senza più poter contare sugli italiani, poteva avere necessità di spostare rapidamente i suoi reparti senza perdere tempo a chiedere autorizzazioni. Kleemann voleva anche controllare gli aeroporti, per non essere colto di sorpresa da un possibile aviosbarco.
Sull’esito di queste discussioni esistono versioni differenti. Secondo una di esse, venne concordato che la Divisione "Rhodos" si sarebbe posizionata tra Campochiaro e Psito, mentre le truppe tedesche presenti nelle basi aeree sarebbero rimaste al di fuori del loro perimetro, ed ogni movimento di truppe tedesche avrebbe necessitato di autorizzazione da parte italiana. Secondo un’altra, venne invece stabilito che le truppe tedesche sarebbero potute rimanere all’interno degli aeroporti, ma che non avrebbero tentato di disarmare il personale italiano, purché nessuna imbarcazione od aereo lasciasse Rodi (nessuna disposizione in tal senso giunse tuttavia all’ammiraglio Daviso, che non partecipò a quella riunione in quanto stava visitando le batterie attorno a Rodi, ribadendo gli ordini precedentemente emanati). Sta di fatto che alle 7.10 Kleemann, tornando al suo quartier generale a Fondoclì, comunicò ai suoi superiori del Gruppo Armate "E": «Aeroporti Maritza e Gadurrà  saldamente in nostre mani».

Nel mentre, un aereo britannico lanciò su Rodi migliaia di volantini firmati dal generale Henry Maitland Wilson, comandante delle forze britanniche nel Medio Oriente, che dopo aver ribadito le disposizioni generali dell’armistizio (cessare ogni ostilità verso le popolazioni dei Paesi occupati, mantenere la disciplina, non lasciarsi disarmare dai tedeschi) ordinava agli italiani di prendere il controllo delle posizioni tedesche («le truppe italiane nel Dodecanneso assumeranno colla forza il controllo di tutti i punti ora in possesso dei tedeschi») e di trasferire navi ed aerei nelle basi britanniche (gli aerei a Cipro, le navi ad Alessandria d’Egitto), indicando financo i dettagli stabiliti per il riconoscimento. Campioni non ottemperò a tali disposizioni, anche perché nutriva dubbi sulla reale origine dei volantini. In mattinata il generale Forgiero chiamò a riunione tutti i comandanti di settore al suo quartier generale sul Monte Profeta; l’intenzione era di concordare un piano d’azione coordinato contro le forze tedesche, ma non si giunse a nulla, ottenendo per di più di allontanare i comandanti di settore dai loro reparti in un momento di estrema criticità.
Alle 9 del 9 settembre un tenente colonnello tedesco armato di mitra si recò nel porto di Rodi, che era stato frattanto chiuso dagli italiani (gli accessi erano stati sbarrati con cavalli di frisia subito dopo la ricezione della notizia dell’armistizio), e richiese di poterlo occupare, richiesta che fu negata dal comandante del porto, capitano Francesco Bagnus. Si trovava ormeggiato nel porto il piccolo piroscafo tedesco Taganrog (con equipaggio civile greco ed equipaggio militare di 21 soldati tedeschi), carico di munizioni per armi portatili; il comandante di quest’ultimo chiese l’autorizzazione di scaricare e lasciare Rodi, ma l’ammiraglio Daviso la negò, ed inviò invece delle guardie per vigilare sul piroscafo. Alle 9.30, tuttavia, giunse l’ordine di aprire gli accessi del porto ed i tedeschi scaricarono le casse contenenti le munizioni, operazione che terminò all’una del pomeriggio.
La situazione degenerò infine a mezzogiorno del 9 settembre, quando le truppe tedesche ruppero gli indugi ed iniziarono ad attaccare quelle italiane, che risposero al fuoco. Tra le undici e mezzogiorno erano via via pervenute, attraverso la rete di comunicazioni dell’artiglieria, notizie di "atti violenti ed intimidatori" da parte delle truppe tedesche nei confronti di batterie, postazioni e posti di comando italiani; venne ordinato di reagire, anche sparando se necessario, il che fu fatto con buoni risultati. Poco dopo le 13.30, un colpo di mano contro il quartier generale della Divisione "Regina", a Campochiaro, portò alla cattura del generale Scaroina con tutto il suo stato maggiore; questi riuscì tuttavia ad informare il Comando Militare di Rodi di quanto stava avvenendo (il generale Forgiero lo comunicò a sua volta a Campioni). Negli scontri attorno a Campochiaro erano rimasti uccisi 16 militari italiani, una quarantina furono feriti; altri combattimenti erano in corso a Calavarda.
Le truppe tedesche provvidero inoltre a smantellare la rete di comunicazione, eliminando i centri di controllo e comando, in modo da isolare i reparti gli uni dagli altri e scompaginare e disarticolare la difesa italiana. A partire dal pomeriggio del 9, infatti, i comandi italiani a Rodi rimasero privi di notizie certe e complete su cosa stesse accadendo nel resto dell’isola.
Campioni ordinò alle truppe di ripiegare progressivamente dalla costa verso il centro dell’isola, dove dovevano concentrarsi; il generale Forgiero ebbe l’ordine di trasferirsi dal Monte Profeta a Rodi città per evitare che tutto il suo comando venisse catturato (per altra versione, lo fece di sua iniziativa), ma alcuni veicoli della sua scorta vennero intercettati dalle truppe tedesche presso il villaggio di Soroni e furono coinvolti negli scontri accesisi in zona, venendo in parte catturati, mentre Forgiero raggiunse la città solo verso le tre del pomeriggio, mezz’ora dopo che le truppe corazzate tedesche avevano nuovamente occupato la base di Maritza. Nel mentre il generale Scaroina, usando una linea che i tedeschi non conoscevano (dal posto di comando tattico in caverna), riuscì a contattare l’ammiraglio Campioni ed a fargli avere qualche altra informazione su come era stato catturato; mentre la telefonata era in corso arrivarono dei pionieri tedeschi, che distrussero l’apparecchio e tagliarono la linea.
L’ammiraglio Daviso propose di inviare il cacciatorpediniere Euro, che si trovava a Lero, a bombardare l’aeroporto di Maritza con le sue artiglierie, ma la proposta fu respinta; il generale Briganti riuscì però ad ottenere da Campioni il permesso di usare l’artiglieria (in precedenza già richiesto per impedire ai tedeschi di occupare l’aeoporto, e negato da Campioni), che aprì il fuoco sulla base distruggendo sia i carri tedeschi che l’avevano occupata, sia gli aerei italiani che si trovavano ancora lì. Tutte le batterie tedesche che risposero al fuoco furono ridotte al silenzio.
Quando il rumore del cannoneggiamento venne sentito nel porto, alle 14.30, insieme alla notizia dell’occupazione della base di Maritza da parte di truppe tedesche, il capitano Bagnus ordinò di catturare il Taganrog: questi era armato con un cannone e diverse mitragliere, ma le mitragliere italiane poste a difesa del porto vennero immediatamente puntate sul personale tedesco, che poté essere così catturato e disarmato prima che questo potesse raggiungere le proprie armi. L’equipaggio greco del Taganrog venne lasciato libero, mentre il personale tedesco fu fatto prigioniero e condotto in città sotto scorta armata. Interrogati, i militari tedeschi rivelarono l’ubicazione di due cariche per l’autoaffondamento che avevano piazzato nelle stive (la cui esistenza era stata rivelata dal comandante greco), che poterono essere così rimosse. Per ordine dell’ammiraglio Daviso (recatosi al porto per un sopralluogo), il Taganrog venne armato nuovamente dall’equipaggio greco e con scorta militare italiana, al comando del sottotenente di vascello Tullio Luchini; l’indomani fu fatto partire da Rodi diretto a Simi, battendo ora bandiera italiana per evitare che potesse restare vittima di possibili bombardamenti aerei contro Rodi.
Nelle stesse ore, altri combattimenti si erano accesi al Passo Zampica, una strettoia che le truppe tedesche avevano imboccato per tentare di raggiungere Rodi città. Il passo era difeso da un posto di blocco italiano presidiato da una compagnia del 331° Reggimento Fanteria, dal II Gruppo del 24° Reggimento Artiglieria (con obici da 105/28 mm e mitragliere da 20 mm) e da mezzi corazzati, e comandato dal capitano Mariano Venturini; alle 10.30 di quel 9 settembre, una colonna tedesca si era fermata a circa un chilometro dal posto di blocco ed aveva mandato avanti tre autoblindo con l’incarico di persuadere gli italiani a farli passare. Venturini negò il passaggio e diede ai tedeschi due minuti per andarsene, dopo di che avrebbe aperto il fuoco; sulle prime la colonna tedesca sembrò accettare e si ritirò, ma nel pomeriggio tornò alla carica, con un attacco di fanteria supportato da mezzi corazzati. Il tiro dell’artiglieria italiana stroncò l’attacco, distruggendo tre autoblindo (con 7 morti tra gli equipaggi tedeschi), ed il contrattacco della fanteria permise di catturare un ufficiale, tre sottufficiali e 30 soldati tedeschi. I 34 prigionieri furono mandati al comando di battaglione, ma da Rodi giunse un ordine assurdo: liberare i prigionieri e restituire loro le armi. Il capitano Venturini disubbidì ad un ordine tanto insensato, e rimandò sì i prigionieri dai loro compagni, ma disarmati e seguiti da altrettanti soldati italiani con le armi puntate su di loro; in tal modo indusse alla resa altri due ufficiali e circa 60 soldati, che furono poi inviati al comando di reggimento.
Sempre il mattino del 9, un’altra colonna tedesca giunse all’ingresso della base aerea di Gadurra e ne catturò il comandante, colonnello Lorito; questi si rifiutò tuttavia di ordinare ai suoi uomini di arrendersi, e la reazione delle artiglierie italiane inflisse serie perdite alla colonna tedesca, costringendola a ritirarsi. Altrove, reparti tedeschi occuparono il caposaldo Concezione, che venne riconquistato da truppe italiane dopo duri scontri corpo a corpo. Nel Settore di Vati, il 309° Reggimento Fanteria (colonnello Luigi Bertesso) respinse un attacco lanciato durante il pomeriggio da una colonna tedesca e catturò un centinaio di prigionieri, subendo la perdita di un ufficiale, un sottufficiale e dieci soldati uccisi in combattimento. Nella zona di Cattavia, situata all’estremità meridionale dell’isola, si trovava una batteria da 88 mm con armamento misto italo-tedesco: i militari tedeschi tentarono di sopraffare quelli italiani, uccidendo l’artigliere Giulio Carnevale, ma vennero costretti a ritirarsi dalla batteria, che rimase in mano italiana.
Lo storico Luciano Alberghini Maltoni ha rilevato che «Dalla lettura dei diari storici della Divisione Rhodos emerse che  tedeschi pensavano di occupare facilmente Rodi città e furono sorpresi per la valida reazione  dei reparti italiani dislocati sulle posizioni chiave infliggendo loro perdite rilevanti e catturando numerosi prigionieri. E' documentato che i numerosi prigionieri tedeschi catturati e accompagnati nelle varie Caserme in stato di detenzione furono sistematicamente liberati e riarmati per ordine del Comando Superiore Italiano tra la costernazione e l'indignazione dei militari che li avevano catturati».
Ma non dappertutto la reazione italiana, in quella situazione di incertezza, era stata altrettanto decisa. Il marinaio toscano Vinicio Bagni, della batteria "Dandolo", descrisse in seguito l’assurdità di quei momenti in un libro di memorie: «…Il Comandante si rifiutò di dare l’ordine [di fare fuoco su una colonna tedesca in avvicinamento], il Tenente fece osservare che, se si faceva avanzare ancora la colonna, i tedeschi si venivano a trovare nella posizione più favorevole alla suddetta curva. Ancora una volta il Comandante disse di no. Il Tenente insistette ancora, mostrando che eravamo nella migliore posizione per far fuoco e con pochi colpi fare fuori la colonna tedesca. Altrimenti avremmo messo in pericolo la stessa integrità della batteria e del suo personale. Il Comandante dichiarò che fino a quando i tedeschi non avessero preso iniziative ostili nei nostri confronti noi non potevamo attaccarli. Il Tenente andò in bestia e, tirando fuori dalla saccoccia che aveva a tracolla una bomba a mano, si rivolse al Comandante dicendogli che le intenzioni dei tedeschi erano chiarissime: non solo avevano occupato la base aerea, non solo sentivamo sparare in tutta l’isola, ma la presenza della colonna tedesca che avanzava, sia pur lentamente, era la dimostrazione che avevano intenzioni ostili nei nostri confronti. L’eliminazione della nostra batteria era il loro obiettivo. Il Comandante, dimostrando calma e sangue freddo, rispose al Tenente che la responsabilità di Comando era sua e ne assumeva tutte le conseguenze. Gli ordini li avrebbe dati solo lui, ma avrebbe tenuto nella giusta considerazione i suoi suggerimenti. Il Tenente si calmò, rimise la bomba nella saccoccia e fece qualche passo avanti e indietro. Nel frattempo la colonna tedesca si portò lentamente nella posizione a lei più favorevole e si fermò. È bene ricordare che fin dalla prima mattina le nostre linee di comunicazione erano state interrotte, certamente i tedeschi le avevano tagliate essendo tutte su palo. Quindi la batteria era isolata, non avevamo ricevuto ordini né potevamo informare i Comandi».
Oltre ad occupare gli aeroporti, le forze tedesche miravano a tagliare i collegamenti tra i diversi reparti italiani sparsi in giro nell’isola, cosa che riuscirono a fare, generando parecchia confusione e disorientamento. La batteria "Bianco" inflisse varie perdite ai mezzi tedeschi nella base aerea di Maritza e ad alcune colonne tedesche, ma venne a sua volta duramente colpita dalle batterie tedesche, subendo gravi danni che portarono al suo abbandono quando fu assaltata anche da reparti tedeschi di fanteria con lancio di bombe e fuoco di mitragliatrici, senza che fosse possibile inviare rinforzi. Due degli uomini addetti alla batteria erano rimasti uccisi da colpi di bombarda, altri due feriti; i rimanenti, ritirandosi, fecero saltare i depositi di munizioni ed i cannoni rimasti efficienti. La batteria "Dandolo", rimasta tagliata fuori dalle comunicazioni fin dall’alba del 9, venne accerchiata da mezzi corazzati tedeschi durante il pomeriggio: non aveva aperto il fuoco per impedire l’accerchiamento a causa dell’ordine di non sparare per primi. Intorno alle 16 raggiunse la batteria un’autovettura con alcuni ufficiali tedeschi, che intimarono la resa; la richiesta venne respinta e, quando i tedeschi affermarono che le altre batterie e diversi reparti italiani si erano già arresi, un capo cannoniere venne inviato a verificare, su un mezzo tedesco. Il sottufficiale non tornò, mentre le truppe tedesche rafforzarono l’accerchiamento attorno alla batteria; al tramonto, dopo un altro infruttuoso incontro tra gli ufficiali italiani e quelli tedeschi, venne ordinato il posto di combattimento e fatto saltare in aria il ponte sul fossato anticarro antistante la batteria. Seguì uno scontro a fuoco, che si concluse con la resa della "Dandolo"; il suo personale fu fatto prigioniero e trasferito nella località di Càlato (gli artiglieri riuscirono però a liberarsi nel pomeriggio del 10, in seguito ad uno scontro nella zona di Massori, risultato sfavorevole per i tedeschi). La batteria "Melchiorri", invece, continuò per parecchio tempo a sparare contro le truppe tedesche, con notevole efficacia; avrebbe continuato a resistere fino al mattino dell’11 settembre, quando avrebbe ricevuto ordine di sospendere il fuoco.
Già entro la sera del 9, comunque, l’ammiraglio Daviso aveva perso il collegamento con tutte le batterie della Marina. Il generale Kleemann, che continuava a sostenere che sua intenzione era soltanto di contrastare un eventuale attacco britannico, chiese un incontro con Campioni; il suo scopo era quello di guadagnare tempo, per permettere alle sue truppe di passare in vantaggio.

La sera del 9 il Comando italiano non aveva un quadro chiaro della situazione, per via del collasso dei collegamenti; il generale Sequi paragonò la situazione a quella che ci sarebbe stata se una divisione corazzata fosse sbarcata, avesse superato senza contrasto le difese periferiche e si fosse stabilita all’interno dell’isola, da dove poteva attaccare alle spalle tutti i settori tenuti dai reparti italiani. Per rafforzare le difese di Rodi città, Campioni ordinò che nel corso della notte le truppe del settore di Calitea, cioè il 331° Reggimento Fanteria e quattro batterie del 50° Reggimento Artiglieria, si trasferissero a Rodi, dove vennero schierate a difesa della "bretella" di quel settore.
Nella notte tra il 9 ed il 10 settembre i maggiori britannici Julian Dolbey e George Jellicoe (quest’ultimo era il figlio dell’ammiraglio John Jellicoe, comandante della flotta britannica allo Jutland nel 1916), insieme ad un sergente munito di radio portatile, Keterston, vennero paracadutati su Rodi per stabilire contatti con il locale Comando italiano. Il loro invio era stato deciso l’8 settembre dal generale Henry Maitland Wilson, comandante delle forze britanniche nel Medio Oriente, per cercare di contattare Campioni e concordare con esso le modalità dell’intervento britannico; il lancio sarebbe anzi dovuto avvenire già nella notte tra l’8 ed il 9 settembre, ma aveva dovuto essere rimandato di ventiquattr’ore a causa del maltempo.
Trovati da pattuglie italiane (che inizialmente avevano fatto fuoco contro di loro con armi antiaeree durante la discesa e poi con mortai una volta a terra, ritenendo trattarsi di paracadutisti tedeschi: il maggiore Dolbey, che parlava italiano, chiarì l’equivoco) e condotti al Palazzo del Gran Maestro (non senza difficoltà: il colonnello comandante il settore in cui erano atterrati era di simpatie fasciste e non intenzionato a permettere loro di contattare Campioni, ma riuscirono a raggiungere ugualmente il quartier generale grazie ad alcuni suoi subalterni), incontrarono l’ammiraglio Campioni e spiegarono di essere stati inviati dal generale Wilson; Dolbey funse da interprete. In origine Jellicoe aveva con sé una missiva del generale Wilson destinata all’ammiraglio Campioni, ma dopo l’atterraggio, temendo di essere catturato, l’aveva masticata (aveva cercato senza successo d’ingoiarla) fino a renderla illeggibile.
I delegati britannici ribadirono le disposizioni – già annunciate il giorno prima con il lancio di volantini – per l’immediato trasferimento di navi ed aerei in basi sotto controllo Alleato; chiesero per quanto tempo Rodi avrebbe potuto resistere, e spiegarono che ci sarebbe voluta almeno una settimana prima dell’arrivo di rinforzi britannici , chiedendo intanto agli italiani di tenere almeno il porto e le basi aeree. Sulla cruciale questione dei tempi prospettati da Dolbey e Jellicoe per l’arrivo di aiuti in britannici, in realtà, le fonti divergono: alcune affermano che i due ufficiali riferirono che sarebbero potuti arrivare reparti minori non prima di una settimana, ed una mezza brigata non prima di quindici giorni; altre invece riferiscono che secondo quanto annunciato da Dolbey e Jellicoe i primi limitati rinforzi sarebbero potuti arrivare verso il 15 settembre – dunque entro cinque giorni, non quindici –, mentre dopo una quindicina di giorni sarebbe giunta una brigata ed anche una divisione corazzata. Campioni suggerì di effettuare attacchi aerei sulle truppe tedesche e sbarchi nella parte meridionale dell’isola (nella zona di Cattavia) per distogliere l’attenzione dei tedeschi dalla città di Rodi, distraendo parte delle loro forze verso sud, impedendo loro anche di servirsi della base aerea di Cattavia per l’invio di rinforzi per via aerea; l’ammiraglio italiano aggiunse che sarebbe stato meglio invece evitare lo sbarco di truppe nel porto di Rodi, nauticamente poco sicuro e troppo esposto ad attacchi tedeschi, data la sua vicinanza alla "bretella" difensiva del settore.
Jellicoe e Dolbey riconobbero la validità delle proposte di Campioni, ma spiegarono che non c’erano mezzi sufficienti per poterle attuare. In merito alla questione del trasferimento ad Alessandria dei mezzi navali, venne deciso che sarebbero stati momentaneamente trattenuti nel Dodecaneso per esigenze operative, chiedendo intanto al Governo italiano maggiori istruzioni sul da farsi. Il maggiore britannico avvisò Campioni di non fidarsi dei tedeschi; poi, appartatosi con Jellicoe e convenuto con questi che l’ammiraglio italiano ed il suo stato maggiore apparivano troppo titubanti, contattò per radio i suoi superiori chiedendo l’invio immediato di almeno 200 paracadutisti, per “mettere Campioni dinanzi al fatto compiuto” e per sostenere il morale della guarnigione italiana. Ma non ci fu risposta; i due ufficiali britannici decisero allora che uno di loro sarebbe dovuto andare a Cipro di persona per riferire sulla situazione.
Alle otto del 10 settembre, intanto, venne trasmesso al generale Wilson, attraverso la radio italiana e con cifrario fornito da Dolbey e Jellicoe (cifrario basato su un’edizione di un popolare romanzo britannico), un lungo telegramma nel quale si chiedevano con urgenza rinforzi e si richiedeva un pesante bombardamento della RAF nella parte meridionale dell’isola, per indurre i comandi tedeschi ad aspettarsi uno sbarco da quella parte. I due ufficiali britannici avevano anche riferito a Campioni che era in arrivo nell’isola di Castelrosso una missione militare britannica, capeggiata dal colonnello Douglas Turnbull accompagnato da tre parigrado; notizia che fu confermata da una trasmissione da Castelrosso in cui un capoposto aveva clandestinamente riferito che i britannici, giunti in quell’isola, avevano ordinato di cessare ogni contatto radio con Rodi. Alle 6, alle 7.50 ed alle 12.06 del 10 settembre, pertanto, dapprima Egeomil e poi Mariegeo tentarono di contattare Castelrosso chiedendo se Turnbull fosse arrivato; quando ci fu risposta affermativa, iniziò uno scambio di messaggi tra Campioni e Turnbull, protrattosi per tutto il 10 settembre e le prime ore dell’11, con cui si cercò di coordinare il trasferimento a Rodi del colonnello britannico – direttamente da Castelrosso o, come avrebbe voluto lui, attraverso Simi –, cui furono messe a disposizione allo scopo anche motosiluranti ed idrovolanti.
All’una di quel pomeriggio il maggiore Dolbey, che era rimasto ferito ad una gamba nell’atterraggio, venne imbarcato sulla motosilurante italiana MS 15 diretta a Simi (da dove poi sarebbe proseguito per Cipro con un idrovolante della Croce Rossa), con una lettera di Campioni per il generale Wilson, nel quale si chiedeva il suo aiuto. Lo accompagnava il capitano Loredano Giannotti del Servizio Informazioni Militari.
(Il generale Wilson, in quei giorni, si stava probabilmente mangiando le mani: fin dall’inizio della guerra i comandi britannici avevano elaborato in successione almeno tre piani diversi per conquistare Rodi, in modo da aprire una via di comunicazione diretta con la Turchia – che però non sembrava intenzionata a lasciare la sua nazionalità – ed agevolare un possibile intervento angloamericano contro la Romania, specie i pozzi petroliferi di Ploiești; quattro volte le truppe erano state radunate e preparate per l’operazione, che era poi stata ogni volta rinviata. L’ultimo piano preparato, "Accolade", nell’estate 1943, prevedeva l’impiego dell’8a Divisione Indiana, che proprio il 1° settembre, dopo esercitazioni condotte tra il 24 ed il 26 agosto, era stata imbarcata sui mezzi da sbarco per dare il via all’operazione: la quale però era stata annullata all’ultimo  momento, trasferendo truppe e mezzi da sbarco in India. Wilson non era al corrente delle trattative in corso che di lì a due giorni avrebbero portato alla firma dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, e quando lo seppe, il 3 settembre, era ormai troppo tardi: le truppe erano state già trasferite, ed il comando interalleato del Mediterraneo, tenuto dal generale Eisenhower, seguiva il principio statunitense di concentrare tutte le forze contro l’obiettivo principale – l’Italia – senza disperdere uomini e mezzi in operazioni secondarie nei Balcani e nell’Egeo, come invece avrebbero voluto i britannici. Già in agosto Eisenhower, interpellato per chiedere l’invio di altri mezzi e truppe necessarie per agire contro il Dodecaneso, aveva detto al comando in capo del Medio Oriente di limitarsi ad incursioni di piccola scala, appoggio alla guerriglia partigiana e penetrazione in zone abbandonate dal nemico, in cui non vi fosse contrasto. Ardentemente favorevole ad operazioni nel Dodecaneso era invece il primo ministro britannico, Winston Churchill, che il 9 settembre telegrafò a Wilson: “Questo è il momento di giocare forte. Improvvisate ed osate”. In quella data Wilson aveva nella sua disponibilità immediata una brigata di fanteria, la 234a, ed uno Squadron di caccia Supermarine Spitfire. Mancava però di mezzi da sbarco: ragion per cui la forza da inviare a Rodi venne ridotta da una brigata ad un battaglione, da trasferire con imbarcazioni a motore e con la condizione imprescindibile del sicuro e incontrastato possesso del porto di Rodi, indispensabile per sbarcare quegli uomini. Mancando questa certezza, anche questo già ridimensionato progetto venne abbandonato. Non comprendendo che la sorte del Dodecaneso dipendeva dal controllo di Rodi, Wilson non accolse la richiesta di Dolbey di inviare subito 200 paracadutisti).
All’alba del 10 settembre, intanto, una colonna motocorazzata tedesca aveva iniziato ad avanzare da Psito-Mauropetra verso Maritza, sebbene la sua avanzata fosse rallentata dal tiro delle artiglierie italiane proveniente dai Monti Paradiso e Fileremo, dove resistevano reparti dell’Esercito (su ciascuna delle due alture si trovava una batteria di obici da 149/12 mm), e da tutte le altre artiglierie italiane che si trovassero a tiro. A loro volta la colonna era appoggiata da batterie tedesche che sparavano contro i due monti in mano italiana. I combattimenti si protrassero per tutto il mattino; l’azione tedesca durante la giornata fu poi definita "in qualche particolare ancora cauta e guardinga, ma nel suo complesso decisa e violenta".
Durante il mattino si presentò al comando di Egeomil un parlamentare tedesco che si disse inviato dal colonnello Hess, comandante il reggimento corazzato tedesco; quest’ultimo chiedeva di poter parlare con un colonnello italiano, che comandava un reggimento, del quale era amico personale. L’incontro, finalizzato ad "evitare inutile spargimento di sangue", era fissato per le nove del mattino a Rodino. Campioni rispose che se si stava spargendo del sangue era perché i tedeschi erano venuti meno ai patti stabiliti; ma diede comunque il permesso di tenere l’incontro, ponendo però la condizione che si svolgesse alla presenza del generale italiano che comandava il settore di Rodi, Raffaello Calzini. Alla fine l’incontro non ci fu.
Alle nove del mattino un aereo tedesco, bersagliato dalla contraerea, sorvolò Rodi città ed il settore circostante lanciando volantini che promettevano il rimpatrio per chi si arrendeva ("vi garantiamo il pronto rientro in Italia", aggiungendo che le truppe italiane in Grecia avevano ceduto le armi ed ora stavano tornando a casa). Al contempo, qualcuno affisse invece manifesti di provenienza britannica, in italiano e in greco, coi quali si esortava la popolazione locale a collaborare con gli italiani che combattevano i tedeschi, ed a dare aiuto a quelli che fossero ricercati.
Verso le dieci arrivò da Coo il cacciatorpediniere Euro, che aveva imbarcato 200 soldati di rinforzo da sbarcare a Rodi; siccome nel frattempo la guarnigione della città era già stata rafforzata da reparti affluiti dall’interno, l’Euro ricevette l’ordine di rientrare a Coo senza sbarcare le truppe.
Durante il pomeriggio la città di Rodi ed il settore circostanti furono nuovamente sorvolati da velivoli della Luftwaffe. Esisteva, all’interno del sistema di difesa costiera italiano, una postazione che rappresentava una sorta di limbo: una batteria tedesca contraerea ed antisbarco da 88 mm situata a Cova, vicino a Rodino. Già il pomeriggio del 9, od il mattino del 10, il comandante del settore di Rodi aveva ingiunto al comandante di quella batteria di abbandonare la posizione e deporre le armi; ma questi aveva risposto di non aver ricevuto ordini in tal senso, e rifiutò recisamente, assicurando al contempo che non avrebbe rivolto le sue armi contro gli italiani, non avendo ricevuto neanche disposizioni del genere. Per circa un giorno, così, mentre nel resto dell’isola si combatteva tra italiani e tedeschi, questa batteria tedesca rimase indisturbata in mezzo alle linee italiane; finché non avesse intrapreso azioni ostili, si era preferito non attaccarla, essendo anche dotata di un notevole armamento per la difesa ravvicinata. Durante i sorvoli di aerei tedeschi il 10 settembre, al mattino come al pomeriggio, la batteria espose dei teli di segnalazione per farsi riconoscere come tedesca, e non essere attaccata dagli aerei amici.
Durante il mattino la batteria Majorana, su ordine del Comando Marina, sparò sui mezzi corazzati tedeschi che avevano occupato l’aeroporto di Maritza; il fuoco fu poi sospeso in attesa che gli osservatori di artiglieria riferissero sui risultati. Verso l’una la batteria venne attaccata da bombardieri in picchiata Junkers Ju 87 “Stuka”, senza subire danni; un secondo attacco aereo si verificò alle 14.30, quando due umini rimasero uccisi ed un terzo ferito, anche se i cannoni non ebbero danni. Nel pomeriggio la batteria ricevette ordine di tirare contro le artiglierie tedesche appostate sul Monte Cumoli, cosa che fece per circa mezz’ora; poi il comandante della Majorana, tenente di vascello Ragni, si accorse che la batteria tedesca da 88 di Cova aveva due cannoni puntati sulla sua batteria ed altri due puntati sulla batteria Melchiorri. Ragni chiese il permesso di aprire il fuoco sulla batteria di Cova, ma Campioni respinse la richiesta, mentre il Comando Marina ordinò di tornare a sparare su Maritza. Ragni eseguì, e riprese il fuoco per una quarantina di minuti; gli osservatori comunicarono che il tiro risultava centrato sui carri armati tedeschi, quattro dei quali erano stati colpiti in pieno. Il Comando Marina, dinanzi alle insistenze di Ragni che con i suoi uomini smaniava per poter aprire il fuoco sulla batteria da 88 che lo teneva sotto tiro, gli disse che non avrebbe potuto farlo se prima non fossero stati i tedeschi a sparare; però sarebbe bastato che questi ultimi tirassero anche con armi leggere per giustificare la reazione. Intorno alle quattro del pomeriggio gli uomini della batteria Majorana videro infine una vampa partire dalla batteria di Cova, ed aprirono subito il fuoco contro di essa; si unì immediatamente al tiro anche la batteria Melchiorri, seguita a ruota da alcuni mortai dell’Esercito. Il fuoco concentrato delle due batterie e dei mortai ebbe effetti devastanti sulla batteria tedesca: in poco tempo tutti i suoi cannoni vennero messi fuori uso, i depositi munizioni esplosero, parecchi uomini rimasero uccisi o feriti; dopo questo martellamento la batteria di Cova si arrese. A sua volta, la batteria Majorana aveva avuto sei artiglieri uccisi e due feriti gravemente a causa di un colpo da 88 che era esploso internamente allo scudo del cannone n. 1 da 152 mm.
Si erano rifugiati presso la batteria di Cova la maggior parte dei militari tedeschi che si trovavano a Rodi città al momento dell’armistizio; il nucleo antiparacadutisti dell’Aeronautica del tenente Luigi Straulino, inviato a circondare la batteria, fece ben 600 prigionieri, compresi un tenente colonnello, che appariva esausto e agitato, ed altri 60 ufficiali. Parteciparono a quest’azione anche alcuni militi già della M.V.S.N. ed alcuni plotoni del 331° Fanteria, che fecero 160 prigionieri. I prigionieri catturati dal reparto del tenente Straulino vennero portati al Comando Aeronautica, ma il Comando della Piazza ordinò loro di liberarli e rimandarli ai loro reparti, perché a Rodi non vi era un campo di prigionia in cui rinchiuderli (!). Successivamente, l’episodio si ripeté quando il tenente Straulino condusse con successo un colpo di mano contro l’Hotel delle Terme, catturando gli ufficiali tedeschi presenti: li portò al Comando Superiore, da dove gli venne ordinato di riportarli all’Hotel.
Il personale della batteria Dandolo, catturato il giorno prima e liberatosi, tornò alla batteria ma la trovò fuori uso; si recò allora nel vicino villaggio di Lindo, dove trascorse la notte. 
Sempre nel pomeriggio, fu trasmesso dal castello del governatore, mediante l’apparato radiotelegrafico paracadutato insieme a Dolbey e Jellicoe (andato perso durante l’atterraggio e poi recuperato da militari italiani per ordine di Campioni) dotato di un’antenna di fortuna alzata nel cortile del castello, un nuovo telegramma a Wilson in cui si riferiva dell’aggravarsi della situazione e si chiedeva di nuovo con urgenza un attacco aereo sulle truppe tedesche.
Ancora in quel concitato pomeriggio, un parlamentare tedesco – un ufficiale del Comando divisionale della "Rhodos" – si presentò presso il comando di Egeomil, accompagnato dal capo di Stato Maggiore della Divisione "Regina", tenente colonnello Vittorio De Paolis. Questi raccontò com’era stato catturato lo Stato Maggiore della "Regina" e tracciò un quadro profondamente pessimista della situazione militare all’interno dell’isola. L’ufficiale tedesco, da parte sua, disse che il generale Kleemann voleva parlare con l’ammiraglio Campioni, e che per questo era pronto a venire in città il mattino seguente; Campioni rispose che lo avrebbe potuto ricevere alle nove del mattino dell’11, a patto che le truppe tedesche non commettessero altri atti di ostilità.
Così non avvenne: nelle prime ore della sera, reparti corazzati tedeschi, a dispetto del tiro d’interdizione sulle strade di accesso, conquistarono il Monte Paradiso ed il Monte Fileremo, cui seguì la caduta di altre posizioni. La perdita delle due alture, di capitale importanza nella difesa di Rodi, era in larga parte conseguenza di un discutibile ordine impartito da Egeomil alle 13.45 del 9 settembre, quando era stato disposto che i reparti di fanteria e di mitraglieri dei settori di San Giorgio e di Calitea (in tutto circa 680 uomini) venissero tutti trasferiti nel settore di Rodi, per rafforzare quella bretella difensiva. Il risultato fu quello di scompaginare il sistema difensivo di quei due settori, che fino a quel momento avevano rintuzzato efficacemente gli attacchi tedeschi, lasciandoli pressoché sguarniti e privando le batterie dei monti Paradiso e Fileremo di ogni protezione dagli attacchi tedeschi. Il colonnello Capigatti, comandante del settore di San Giorgio, non era riuscito a credere a quell’ordine quando l’aveva ricevuto: aveva chiesto conferma per telefono al generale Forgiero, non riuscendo a credere ad un ordine tanto dissennato, ma la conferma c’era stata. Su quello che seguì scrisse in seguito nel suo rapporto lo stesso colonnello Capigatti: «Non voglio credere ad un tale ordine perché non lo ritengo attuabile per la presenza sul Campo di Aviazione di numerosi carri armati germanici e perché il ripiegamento avrebbe prodotto un vuoto pauroso nella parte più importante del Settore, con il conseguente isolamento delle numerose artiglierie ivi schierate. Chiamo al telefono il Gen. Forgero che so rientrato a Rodi, il quale alle mie argomentazioni, conferma l’ordine dato dal Comando Superiore. Non sono in grado di riferire sulle conseguenze immediate di un tale ordine. Mi constò, però, che i movimenti siano stati effettuati solo in parte, che i reparti siano stati pressati e intersecati dai carri armati tedeschi, originandone combattimenti episodici costatici gravi perdite in uomini e materiali col magro risultato di riunire nella piazza di Rodi una parte esigua e per giunta organica, dei già poderoso schieramento (…) il fuoco intenso durato quasi tre ore, danneggia seriamente due carri armati, un’autovettura e due autocarri producendo altresì alcune perdite umane ai tedeschi. Dal canto loro, i carri tedeschi, irrompono nel caposaldo di Soronì e, dopo breve resistenza, ne hanno ragione. Più forte e dura invece la resistenza del vicino caposaldo di Monte Truglia per l’ammirevole comportamento del s. ten. Oreste Siclari, che sebbene per due volte mortalmente ferito continua a dirigere il fuoco del suo pezzo anticarro. Successivamente i tedeschi riescono a schierare alle spalle del caposaldo di Monte Malla una batteria ed alcune armi automatiche che con fuoco intenso obbligano all’abbandono del caposaldo. Prima di sera anche il caposaldo del Tolo che non era dotato di armi anticarro è facilmente eliminato. A Salaco il comandante del Battaglione di riserva, invia la 98 Compagnia a rastrellare il paese ed a rioccupare un magazzino. Ne segue un vivace combattimento con esito a noi favorevole. Sono le ore 22 e apprendo che (…) anche il Presidio di Psito ed il Settore di Calithea (…) stanno ripiegando su Rodi. La situazione nel Settore si fa così sempre più grave (…) Psito è in mano ai tedeschi e con ciò ogni via (di uscita) è preclusa».
Private della protezione della fanteria, trasferita nel settore di Rodi, le artiglierie dei monti Paradiso e Fileremo furono facili prede dei successivi attacchi tedeschi, particolarmente decisi a neutralizzarle perché esse impedivano ai loro carri armati di dilagare liberamente sulla pianura tra le località di Trianda e Villanova. Anche stavolta si ricorse, da parte tedesca, ad uno stratagemma: nel pomeriggio del 10 settembre i tedeschi inviarono verso la zona della base di Maritza numerose ambulanze che, a loro dire, avrebbero dovuto raccogliere i feriti degli scontri sostenuti in quella zona; in realtà, le ambulanze erano cariche di guastatori d’assalto, che nelle prime ore della notte, col favore del buio, andarono all’assalto del Paradiso e del Fileremo. Le batterie italiane vennero annientate a colpi di bombe a mano e lanciafiamme. Tra i morti vi furono entrambi i comandanti delle batterie, il capitano Giuseppe De Pasquale a Monte Fileremo ed il capitano Mazzotti a Monte Paradiso; un altro ufficiale, due caporali, 14 artiglieri ed un aviere.
Intanto, sempre nella sera del 10 settembre, le batterie di Calitea e la batteria contraerea da 75 mm di Taschisi (vicino a Rodi) furono circondate; le difese contraeree di Rodi furono così ridotte alla sola batteria di Santo Stefano, armata con pezzi da 75 mm, ed a due batterie di mitragliere da 20 mm. Il controllo dei monti Paradiso e Fileremo avrebbe permesso ai tedeschi di posizionarvi delle artiglierie per appoggiare l’attacco sulla linea Mixi-Capo Vado, la "bretella" difensiva di Rodi; artiglierie postate sul Monte Fileremo, poi, sarebbero state in grado di colpire direttamente la stessa città di Rodi, compresi il porto, la centrale elettrica, la stazione radio e gli ospedali. Per scongiurare questo pericolo venne intensificato il tiro d’interdizione sulla strada carrozzabile che portava al Monte Fileremo. Da parte italiana andarono perdute molte armi pesanti, mentre le restanti artiglierie mostravano segni di rapido logoramento. Alle 19.45 il maggiore Jellicoe, insieme al sergente Keterston, al colonnello Ruggero Fanizza (sottocapo di Stato Maggiore dell’ammiraglio Campioni) ed al maggiore Delio Guizzon della Regia Aeronautica, lasciò Rodi diretto a Castelrosso sulla motosilurante MS 12. A Castelrosso, non potendo Turnbull venire a Rodi, si sarebbe dovuta discutere più a fondo la situazione e l’invio di rinforzi a Rodi: Fanizza e Guizzon avrebbero dovuto fornire ai britannici tutte le informazioni necessarie a facilitarne lo sbarco (Guizzon, in particolare, essendo profondo conoscitore dell’aeroporto di Coo, doveva convincere i britannici a stanziarvi un reparto di caccia per la difesa di Rodi), e recavano una lettera dell’ammiraglio Campioni per il generale Wilson, nella quale si riassumeva la situazione e si richiedeva ancora una volta l’intervento delle forze aeree (in buona sostanza, le stesse cose già trasmesse via radio da Jellicoe il 10 settembre). Era stata anche preparata dettagliata documentazione relativa alla Marina. Wilson – che stava approntando un battaglione da inviare il prima possibile a Rodi mediante imbarcazioni veloci della Royal Air Force – avrebbe ricevuto la lettera il pomeriggio dell’11, a cose fatte.
Durante la notte, l’ammiraglio Campioni venne informato della resa delle forze italiane a Creta e nella Grecia continentale, il che indeboliva ulteriormente la sua posizione, dato che ora le forze tedesche avevano amplissima libertà d’azione nell’Egeo; ricevette anche informazioni che facevano dubitare della volontà di uno degli alti ufficiali dell’Esercito alle sue dipendenze di resistere ai tedeschi. Intanto, la batteria Majorana seguitava a sparare contro il Monte Cumoli, per circa tre ore, ma senza poter verificare gli effetti del suo tiro.
Alle sette del mattino dell’11 settembre, attacchi aerei tedeschi – gli aerei della Luftwaffe provenivano da Creta ed attaccarono in gruppi di tre – colpirono la periferia di Rodi città, danneggiarono le batterie Majorana (che subì la distruzione delle condutture dell’acqua, il danneggiamento di un deposito munizioni e la morte di un marinaio e di un artigliere dell’osservatorio) e Santo Stefano e misero fuori uso la stazione radio della Marina di Rodino, accentuando l’isolamento dell’ammiraglio Campioni dai reparti alle sue dipendenze. In risposta ad una domanda del Comando Supremo, durante il mattino venne trasmesso da Rodi un telegramma sulla situazione: vi si diceva che salvo sporadici combattimenti in alcune parti dell’isola, tutto il territorio a sud della linea Mixi-Capo Vado (cioè praticamente tutta l’isola, dato che quella linea corrispondeva alla "bretella" difensiva della penisola su cui sorgeva la città di Rodi, all’estremità settentrionale dell’isola) era in mano tedesca; che tutte le forze disponibili erano state radunate a nord di quella linea e che in caso di attacco difficilmente la Piazza di Rodi avrebbe potuto resistere a lungo, non avendo mezzi corazzati e meccanizzati da contrapporre a quelli tedeschi, né velivoli per contrastare gli attacchi aerei.
Il mattino dell’11 gli uomini della "Dandolo" tornarono ancora una volta alla batteria, insieme ad alcuni militi della Guardia di Finanza, e rimisero in efficienza alcune mitragliatrici; riuscirono anche a ripristinare i collegamenti telefonici con la batteria "Morosini", dalla quale ebbero ordine di minare e far saltare la strada di Lindo. Ciò fu fatto utilizzando qualche cassetta di dinamite.
Giunse a Rodi da Castelrosso, su un motoscafo della RAF, un nuovo inviato britannico, il colonnello L. F. R. Kenyon (accompagnato dal colonnello Harry Wheeler della Royal Air Force), che incontrò subito Campioni; l’ammiraglio italiano descrisse la gravità della situazione e rinnovò le richieste di azioni diversive nella parte meridionale dell’isola e dell’invio di caccia per contrastare l’azione della Luftwaffe. Il generale Briganti richiese insistentemente che la RAF bombardasse gli aeroporti di Maritza e Gadurrà e che un reparto di suoi caccia venisse dislocato a Coo per ostacolare gli attacchi degli Stukas. Kenyon chiese a Campioni se ritenesse che fosse imminente un attacco tedesco contro la città di Rodi, e per quanto la guarnigione italiana avrebbe potuto resistere in caso di attacco di forze corazzate; l’ammiraglio italiano rispose che non era possibile saperlo con precisione ma che, dato che le truppe tedesche erano ancora impegnate in combattimenti nell’interno, probabilmente un attacco in forze non era imminente, come faceva presumere anche la richiesta di un incontro da parte di Kleemann. Kenyon rispose "Riconosco che la vostra situazione è molto critica" e che avrebbe riferito le richieste di Campioni, dopo di che raccomandò di guadagnare tempo con ogni mezzo e di non perdere il controllo della situazione; fu poi accompagnato al porto ed imbarcato su un’unità in partenza per Castelrosso. Il trasferimento dell’ufficiale britannico dal motoscafo al castello e viceversa dovette essere compiuto nel più rigido segreto, perché stava per arrivare in città il generale Kleemann: il motoscafo britannico venne fermato fuori dal porto, Kenyon venne trasbordato sul MAS 540 che lo trasbordò ancora sulla cannoniera Caboto, poi il colonnello britannico fu condotto clandestinamente fino al castello dove aveva sede Campioni con l’automobile dell’ammiraglio Daviso. Per non rivelare la sua presenza, a Kenyon venne fatto indossare un impermeabile italiano, fornito da uno degli ufficiali del Comando. Analogo contorto itinerario seguì nel lasciare l’isola; mentre aspettava, a bordo della Caboto, che fosse pronta la motosilurante MS 15 (che lo avrebbe riportato a Castelrosso), raccomandò al capitano di corvetta Corradini – comandante della cannoniera – di far partire le navi se la città fosse caduta. Si recò sulla Caboto anche il capitano di fregata Orlando, che ribadì a nome di Campioni l’importanza di riferire il prima possibile le decisioni dei comandi britannici; al momento di accomiatarsi Kenyon gli diede un biglietto scritto a matita, con i suoi auguri per Campioni e l’incoraggiamento di continuare a combattere.
Poco più tardi, verso le otto, il tenente colonnello De Paolis, scortato da un ufficiale tedesco della Divisione "Rhodos", si presentò al quartier generale italiano recando un biglietto del generale Scaroina, che chiedeva di porre fine ai combattimenti nella parte meridionale dell’isola ordinando, «per evitare ulteriore inutile spargimento di sangue», la cessazione della resistenza dei capisaldi che ancora resistevano da quella parte, e che ormai stavano per esaurire l’acqua e le munizioni. De Paolis aggiunse che se Campioni non avesse accettato, i tedeschi avrebbero fucilato per rappresaglia 3000 prigionieri italiani ammassati a Campochiaro (secondo un articolo dello storico Luciano Alberghino Maltoni, "Non esiste alcun riscontro storico che  tale notizia fosse vera né che i tedeschi avessero catturato quelle truppe"). L’ufficiale aggiunse a voce che si proponeva di ripristinare i collegamenti tra i Comandi italiano e tedesco e di effettuare scambi di prigionieri. L’ammiraglio Campioni accettò di ristabilire i collegamenti e di liberare i prigionieri tedeschi, ma rifiutò di autorizzare la cessazione delle ostilità da parte dei capisaldi a sud, aspettando un incontro con Kleemann.
I due “ambasciatori” se ne andarono e Campioni, insieme al generale Sequi, fece il punto della situazione; dopo di che concluse che avrebbero potuto “metterlo al muro”, ma che non avrebbe cambiato i suoi ordini.
Alle 10.30 (o 11), durante un allarme aereo, altri due ufficiali tedeschi della Divisione "Rhodos" si presentarono al castello, insieme al tenente colonnello De Paolis; l’incontro con Campioni avvenne in un cortile adiacente al rifugio antiaerei. L’ammiraglio italiano chiese perché Kleemann non fosse venuto come pattuito; uno dei due ufficiali tedeschi spiegò che erano arrivati nuovi e imperativi ordini dai comandi superiori, e che la situazione era cambiata in quanto le truppe italiane in Italia e Grecia non avevano contrastato i tedeschi, ed anzi avevano con essi stretto degli "accordi vantaggiosi"; "la situazione creatasi a Rodi era ormai chiara per quanto assurda, e la persistenza del contegno antigermanico del Governatore faceva ricadere interamente sopra di lui la responsabilità della vita dei militari e dei civili di Rodi". Campioni rispose che per lui non era cambiato nulla e che avrebbe continuato ad attenersi agli ordini superiori che aveva ricevuto. Il tedesco ribatté che non c’era tempo da perdere e lesse un foglio contenente le condizioni di resa imposte dal comando supremo tedesco (Oberkommando der Wehrmacht, OKW): queste prevedevano la cessazione delle ostilità in tutta l’isola, il rilascio dei prigionieri tedeschi e la resa senza condizioni delle truppe italiane; il governatore sarebbe rimasto in carica e non vi sarebbero state, da parte tedesca, intromissioni nelle questioni di sua competenza. Campioni sottolineò subito che non si poteva parlare di «resa senza condizioni», al che l’ufficiale tedesco precisò trattarsi solo di un’indicazione di massima; quest’ultimo aggiunse che le condizioni di dettaglio sarebbero state decise insieme a Kleemann, e – dopo aver guardato l’orologio – che Campioni aveva mezz’ora per decidere, dopo di che alle 11.30 la città di Rodi sarebbe stata sottoposta ad un bombardamento indiscriminato, e sarebbe iniziata un’offensiva aerea su tutta l’isola con l’impiego di Stukas già pronti negli aeroporti di Creta.
Campioni radunò subito i comandanti dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica di Rodi e tenne consiglio; non poterono partecipare alla riunione il generale Calzini (comandante del settore di Rodi), impegnato dai compiti del suo comando, e l’ammiraglio Daviso, che si trovava alla batteria Majorana e che arrivò al castello quando ormai tutto era stato deciso. Campioni spiegò ai presenti le richieste e le minacce tedesche, disse quello che sapeva su quanto era avvenuto in Grecia ed a Creta, fece presente di non aver ricevuto disposizioni dopo quelle iniziali emanate dal Comando Supremo, e rilevò la difforme situazione del Dodecaneso, dove la situazione appariva grave a Rodi mentre nelle altre isole tutto era calmo; lesse il biglietto del generale Scaroina e notò che ormai la città di Rodi era esposta sia al tiro diretto delle artiglierie tedesche che agli attacchi aerei i quali, stando alle minacce, sarebbero iniziati a breve. Anche l’acquedotto era sotto controllo tedesco. Menzionò infine i contatti avuti con i rappresentanti britannici, dai quali traspariva che non sarebbero giunti rinforzi prima di alcuni giorni. Campioni invitò i presenti ad esporre la loro opinione.
Dal momento che non sarebbero giunti rinforzi britannici a breve, la situazione militare venne considerata critica; reparti dell’Esercito continuavano a resistere e la città era ancora saldamente in mano italiana, ma i generali convennero che in caso di attacco di forze corazzate tedesche, che avrebbe senz’altro goduto di supporto aereo, non si sarebbe potuto opporre altro che una difesa statica che non sarebbe potuta durare a lungo, mentre non vi erano mezzi per tentare un contrattacco. Per quanto riguardava l’artiglieria, nel settore di Rodi l’Esercito aveva soltanto tre batterie da 105 mm e quattro da 75, tutte con una sola unità di fuoco per cannone; alla batteria era rimasta soltanto la batteria Majorana, con 250 colpi per cannone. L’Aeronautica aveva tre caccia a Coo e tre idrovolanti dei quali due erano disarmati, essendo idrovolanti di soccorso, ed il terzo era quello a disposizione del governatore. La contraerea era ridotta alla batteria da 75 di Santo Stefano ed alle due batterie di mitragliere da 20 mm disposte lungo le mura. La rete di avvistamento era stata ristretta fino ad avere un raggio di pochi chilometri.
Campioni considerò anche che in caso di bombardamento la città sarebbe stata duramente colpita, provocando una strage tra i civili; considerato questo, la scarsità di artiglierie e munizioni e l’impossibilità di ricevere a breve aiuto dall’esterno, decise di negoziare la resa, limitatamente all’isola di Rodi. Nel resto dell’Egeo sarebbero invece rimasti validi gli ordini emanati nella notte dell’8-9 settembre. Qualcuno suggerì a Campioni di lasciare Rodi, ma l’ammiraglio decise di seguire la sorte della sua isola e dei suoi uomini.
Alle 11.30, scadenza dell’ultimatum, Campioni contattò l’ufficiale tedesco e gli riferì che era pronto a trattare la cessazione dei combattimenti, purché anche i tedeschi cessassero le ostilità; le condizioni di dettaglio sarebbero state decise in una riunione da tenersi più tardi lo stesso giorno. Mentre era in corso questo colloquio, apparve sul cielo di Rodi una formazione di Stukas che attaccò e colpì di nuovo la stazione radio; Campioni protestò, e l’ufficiale tedesco rispose che era un attacco già pianificato, indipendentemente dalle trattative, e che unico obiettivo era appunto la stazione radio.

Venne organizzato per il pomeriggio un incontro con il generale Kleemann, da tenersi presso Afando; il generale tedesco inviò all’ammiraglio Campioni il seguente proclama, da diramare a tutti i reparti: «Il giorno 11 settembre alle ore 11.35 ho accettato le condizioni di resa proposte dal comandante delle truppe germaniche. Ordino perciò che tutte le truppe italiane dell’Esercito, dell’Aviazione e della Marina dell’Egeo, dislocate a Rodi e a Scarpanto, depongano le armi senza condizioni [queste due parole furono da Campioni cancellate con doppia riga] e che cessi qualsiasi resistenza contro le forze armate germaniche, Campioni». A dare gli ordini necessari per la cessazione dei combattimenti nel settore di Rodi provvide lo stesso Campioni, che al contempo mandò un biglietto al generale Scaroina (al quale fu recapitato alle 12.30) che autorizzava quest’ultimo ad ordinare la cessazione delle ostilità da parte dei reparti con cui l’ammiraglio non poteva mettersi in contatto.
Aveva influito su questa decisione anche il collasso della rete di comunicazioni, che impediva all’ammiraglio di controllare le sue truppe e di comprendere il quadro generale della situazione: in altre parti dell’isola, infatti, la situazione sul campo non pareva così disperata.
Nel mentre, verso l’una del pomeriggio, avevano cominciato a diffondersi false notizie sull’ingresso in città di carri armati tedeschi, in seguito alle quali alcune imbarcazioni iniziarono a lasciare il porto di loro iniziativa, e vennero seguite da altre, che ritenevano di stare eseguendo ordini che non potevano più essere ricevuti. In effetti l’ammiraglio Daviso, quando fu raggiunto dalla (falsa, ma non poteva ancora saperlo) notizia dell’entrata in città di truppe tedesche, inviò al porto il suo aiutante di bandiera per ordinare a tutte le unità navali di partire alla volta di Lero, che restava sotto controllo italiano (altre fonti attribuiscono la decisione della partenza del naviglio all’ammiraglio Campioni, od al capitano di corvetta Corradini), onde evitare che cadessero in mano tedesca. L’esodo in massa delle unità navali contrastava con le condizioni di resa che si stavano trattando, e fu probabilmente per questo che durante il pomeriggio entrarono davvero in città reparti motorizzati che puntarono decisamente verso il porto, ma che vennero presto ritirati dopo le vibrate proteste da parte italiana.
Il comando del settore difensivo che comprendeva il caposaldo di Torre San Nicolò ed il porto di Rodi era retto dal capitano di corvetta Corradino Corradini, che era anche comandante della cannoniera Sebastiano Caboto, immobilizzata nel porto da un’avaria: questo ufficiale aveva fatto il possibile per organizzare la difesa del porto con i mezzi disponibili, comprese le armi sbarcate dalla sua nave ormai inservibile. Su ordine di Corradini, il presidio del forte di San Nicolò aveva iniziato a chiudere l’ingresso del caposaldo erigendo un muro; siccome Corradini doveva ancora sbrigare varie faccende al porto, e doveva rientrare nel forte per ultimo, era stata lasciata una biscaglina che penzolava dalle mura, affinché vi si potesse arrampicare. Corradini fece rifornire tutte le unità presenti nel porto, e le approntò alla partenza; queste partirono poi via via, per ordine di Corradini, Daviso o Campioni – evidentemente si intrecciarono in quelle ore ordini diversi e di varia provenienza – nonché per iniziativa personale dei loro comandanti, che in mancanza di ordini e con la sola certezza che i tedeschi stessero per arrivare, decisero di sottrarre le loro unità alla cattura. Nel porto regnava ormai una crescente confusione: folti gruppi di militari dell’Esercito e dell’Aeronautica, in fuga dai tedeschi, si precipitavano sui moli cercando un’imbarcazione per lasciare l’isola, incitando le navi presenti a partire; alcune di queste partirono tanto precipitosamente da non perdere neanche tempo a salpare le ancore, limitandosi a filarle per occhio ed abbandonarle sul fondale. La fretta della partenza contagiò progressivamente tutte le imbarcazioni presenti, che partirono una dopo l’altra, alcune per loro inziativa, altre per imitazione; quando giunse l’aiutante di bandiera dell’ammiraglio Daviso con l’ordine di partire, la maggior parte se ne erano già andate di propria iniziativa, così che solo ad alcune si poté comunicare la disposizione di fare rotta per Lero.
Presero così il mare alla spicciolata il MAS 538, il MAS 540, il MAS 559, la MS 23, il piroscafo requisito Pola, i dragamine ausiliari Ardito, Gaeta, Leda, Berenice, Postiglioni e Navigatore, i cacciasommergibili ausiliari S. Antonio e Garibaldino, i rimorchiatori Aguglia ed Impero, il motoscafo personale dell’ammiraglio Daviso, due motoscafi-ambulanza R.A.M.A. dell’Aeronautica (tra cui il R.A.M.A. 1022, sul quale oltre ai cinque uomini d’equipaggio presero posto altri quattro ufficiali e nove avieri) e svariati altri battelli, motovelieri, pescherecci, motoscafi e imbarcazioni civili, cariche all’inverosimile di ufficiali, soldati, avieri, marinai, civili. Inizialmente, la maggior parte delle imbarcazioni puntò verso le coste della Turchia, ma il tenente di vascello Gabriele Lombardo del MAS 540, ufficiale più alto in grado tra quelli a bordo delle imbarcazioni fuggiasche, riuscì a radunarle ed a ristabilire un po’ di ordine, quindi ordinò loro di dirigere verso ovest. La maggior parte di esse raggiunse Lero o Castelrosso, un paio ripararono in Turchia.
Rimasero nel porto di Rodi soltanto la Caboto, il pontone officina GQ 12, alcuni motovelieri o pescherecci immobilizzati od in disarmo ed il piroscafo Pomezia, adibito a nave frigorifera statica. Il capitano di corvetta Corradini tentò invero di far salpare anche quest’ultima nave, armandola con i suoi uomini della Caboto; ma quando Campioni lo venne a sapere, gli ordinò di interrompere la manovra di uscita dal porto – che era già in corso – sia per rispetto delle condizioni di resa convenute coi tedeschi, sia perché il suo carico di carne congelata era necessario per sfamare le migliaia di militari italiani che restavano nell’isola. Corradini – che già aveva respinto, sulle prime, l’ordine di resa, convincendosi poi ad eseguirlo solo quando era giunto a confermarlo un ufficiale del Comando che conosceva di persona – si mostrò molto recalcitrante a riportare il Pomezia all’ormeggio, e si decise a farlo soltanto dopo ripetute insistenze dell’ammiraglio Daviso, recatosi personalmente sul posto. Anche la Caboto, immobilizzata com’era, venne catturata.
La sorte dei tre idrovolanti CANT Z. 506 che si trovavano a Rodi testimonia ampiamente il caos e la disperazione che caratterizzò quel “si salvi chi può”. Due di essi erano ormeggiati al porto commerciale; i loro equipaggi salirono su due motoscafi dell’Aeronautica con l’intenzione iniziale di salire a bordo e decollare per raggiungere Lero, ma si lasciarono influenzare dagli altri fuggiaschi imbarcatisi sui due motoscafi – avieri non facenti parte degli equipaggi, militari di altre armi e civili in fuga da Rodi – e decisero infine di rinunciare a questo progetto e di puntare direttamente, coi due motoscafi, verso le coste della Turchia. Così fecero, mentre gli idrovolanti, abbandonati a sé stessi, vennero catturati dai tedeschi. Il terzo CANT Z. 506 era ormeggiato all’idroscalo del Mandracchio: il suo equipaggio, anch’esso intenzionato a decollare, ebbe serie difficoltà già solo per raggiungere il velivolo, dato che i motoscafi dell’Aeronautica erano già partiti tutti. I piloti requisirono d’autorità una barca per raggiungere l’idrovolante, ma questa affondò perché sovraccarica; gli avieri riuscirono comunque a salire sull’idrovolante ed a partire dopo essere usciti dal porto da soli, cosa che non avevano mai fatto prima (di norma gli idrovolanti venivano rimorchiati fuori dal porto prima di decollare). Un disperato, deciso a fuggire da Rodi a tutti i costi, si aggrappò ad uno scarpone dell’idrovolante, ostacolando la manovra di decollo: mollò la presa solo dopo essere stato violentemente minacciato dall’equipaggio dell’apparecchio. Infine l’idrovolante riuscì a decollare; bersagliato dal tiro di alcune camicie nere, intenzionate ad impedirne la fuga (corse voce che fossero stati sparati dei colpi anche contro le imbarcazioni in partenza), l’aereo riuscì ad uscirne indenne ed a raggiungere Alessandria d’Egitto, dove ammarò quella sera.
Intanto, alle 15.30 di quella nera giornata Campioni, Daviso e Forgiero incontrarono Kleemann in una casa colonica abbandonata vicino al villaggio di Afando. Il generale tedesco iniziò dichiarando che le truppe italiane si erano battute valorosamente ed onorevolmente; poi aggiunse che le forze tedesche a Rodi avevano diritto a difendersi da attacchi britannici senza doversi curare di attacchi anche da parte degli italiani, i quali si trovavano in regime d’armistizio, e biasimò la resistenza voluta da Campioni, che aveva provocato delle morti inutili. Venne concordato che Campioni avrebbe mantenuto il ruolo di governatore, nelle sue funzioni civili; i reparti italiani non sarebbero stati sciolti, ma “soltanto” disarmati, salvo gli ufficiali, che avrebbero potuto tenere le armi personali e circolare liberamente per Rodi con le "naturali limitazioni del tempo di guerra". Le truppe italiane sarebbero state ritirate dalle postazioni munite di armi fisse, e concentrate in luoghi designati in modo tale da semplificare la situazione logistica. Si sarebbe fatto l’inventario dei magazzini – già quasi tutti sotto il controllo tedesco – per organizzare il razionamento. Il comando tedesco sarebbe rimasto fuori dalla città. L’ammiraglio Campioni accettò in linea di massima queste condizioni, chiedendo che fossero messe a verbale; ricevette assicurazione che il verbale, una volta messo per iscritto, gli sarebbe stato sottoposto, ma così non fu.
Essendo già tardo pomeriggio, si stabilì che il termine per la consegna delle armi sarebbe stato fissato al mattino del 12 settembre, anziché la sera dell’11 come inizialmente deciso. Su richiesta italiana, Kleemann si impegnò ad ordinare che nessun reparto tedesco entrasse nella città di Rodi, "fin quando la situazione glielo consentisse e salvo l’uso del porto quando gli occorresse". Per accordi più specifici avrebbe mandato a Rodi un suo ufficiale di collegamento. L’ammiraglio Daviso affermò in seguito che Kleemann appariva piuttosto propenso a fare concessioni, mentre molto più rigido si mostrava per contro il suo capo di Stato Maggiore (che, secondo l’opinione di Daviso, fu il reale responsabile della successiva progressiva violazione delle condizioni pattuite, agendo forse ad insaputa dello stesso Kleemann).
Rientrando a Rodi intorno alle cinque del pomeriggio, l’ammiraglio Campioni spiegò ai suoi sottoposti che non s’illudeva che i tedeschi avrebbero rispettato le condizioni di resa: con esse egli sperava semplicemente di poter guadagnare qualche altro girono nell’attesa di un possibile intervento britannico. La condizione che i reparti mantenessero l’inquadramento e che gli ufficiali potessero circolare liberamente e tenere le armi personali erano state poste da Campioni con l’intento di poter tornare a combattere se gli Alleati fossero davvero sbarcati nell’isola. Ma nulla di tutto questo accadde.
Prima della resa, vennero distrutti da parte italiana i cifrari (tranne uno, conservato presso la stazione radio di San Giovanni che rimase occultamente in funzione) ed i documenti segreti; vennero interrotte tutte le comunicazioni radio, ma fu mantenuta clandestinamente in funzione la stazione radio di San Giovanni, facilmente occultabile avendo sede in una casa di contadini (i tedeschi non erano a conoscenza della sua esistenza). Prima di cessare le comunicazioni venne riferito l’accaduto a Brindisi, dov’erano fuggiti da Roma il governo e la famiglia reale; messaggi che annunciavano la resa furono inviati al Governo, al Comando Supremo ed a Supermarina, anche se non è certo che siano stati tutti ricevuti. Temendo che i tedeschi potessero inviare falsi messaggi a suo nome per indurre le altre guarnigioni del Dodecaneso alla resa, Campioni contattò telegraficamente e radiofonicamente tutte le altre isole dell’arcipelago annunciando che da lui non sarebbero più giunte comunicazioni, né via radio né per telegrafo.

Sul campo, la notizia della resa giunse del tutto inaspettata per parecchi reparti italiani, che in alcuni settori avevano rintuzzato efficacemente gli attacchi tedeschi e persino catturato centinaia di prigionieri: alcuni credevano che i tedeschi stessero ormai per esaurire carburante e munizioni, e ci fu chi sulle prime intese che la notizia della resa riguardasse le truppe tedesche, dato che la situazione nel suo settore appariva di netto vantaggio rispetto al nemico. Quando fu spiegata la verità, la reazione dei più fu di rabbia e incredulità: mentre i prigionieri tedeschi, in precedenza rinchiusi nelle caserme, venivano liberati e venivano loro persino restituite le armi, parecchi soldati italiani dissero che i loro comandanti erano impazziti; ci fu chi accusò Campioni di essere filotedesco. Così descrisse quei momenti un giovane ufficiale, il sottotenente Corrado Teatini: “"Cessate il fuoco!" è l’ordine diramato a tutti i reparti dal comando generale italiano. È un ordine, scritto, autentico, perentorio. "Hurrà! Vittoria! Ce l’abbiamo fatta!", esultiamo. Che avremmo sopraffatto i tedeschi era ormai chiaro fin dai primi scontri dell’alba del 9. Ma qualche attimo dopo l’esultanza viene interrotta da qualcuno che legge il resto del messaggio "Calma ragazzi, siamo noi che ci arrendiamo!" (…) Rodi è stata venduta! La rabbia esplode incontenibile. (…) i soldati italiani, gli occhi gonfi di lacrime, sfilano con malcelato di sprezzo davanti ai loro ufficiali, gettando i fucili sulla catasta dopo averne spezzato il calcio”.
Analogo sbalordimento fu percepito nel settore di Calato, dove la battaglia tra italiani e tedeschi era ancora in corso e sembrava favorire i primi: tra il 9 e l’11 settembre le batterie italiane situate sulle colline attorno all’aeroporto di Gadurra ed i reparti di fanteria dislocati nel settore, al comando del tenente colonnello Annunziato Mari, avevano per due volte respinto un attacco portato da una colonna tedesca, ed avevano poi contrattaccato infliggendo ad essa pesanti perdite, e distruggendo anche una batteria tedesca da 88 mm. Da parte italiana si riteneva che ormai la colonna tedesca fosse allo stremo e che non avrebbe potuto resistere ancora a lungo, quando era sopraggiungo il maggiore Davià, con un ordine di resa ciclostilato a firma del generale Scaroina. Il tenente colonnello Mari, incredulo, dichiarò che non lo avrebbe accettato se non fosse stato firmato e provvisto dei bolli del Comando di Divisione; inoltre mandò due suoi subalterni a Rodi per chiedere conferma dell’ordine ad Egeomil. L’ordine fu confermato. Dopo la resa, i tedeschi cercarono con particolare accanimento il capitano Luigi Viviani, comandante della 232a Batteria da 90/53 del 56° Raggruppamento Artiglieria: questi si era particolarmente distinto nei combattimenti dei giorni precedenti, specialmente nella distruzione della batteria tedesca da 88 mm, ma soprattutto aveva un’altra “colpa” doppiamente grave agli occhi dei tedeschi. Durante i combattimenti si erano presentati al suo caposaldo alcuni parlamentari tedeschi, recanti sui loro mezzi una bandiera bianca, che gli avevano consegnato un falso invito alla resa da parte del colonnello Ghelli, suo superiore: Viviani, ritenendo a ragione che si trattasse di un inganno, aveva catturato alcuni dei parlamentari, ed aperto il fuoco sugli altri che si erano dati alla fuga. Catturato il 17 settembre ed accusato di aver sparato su parlamentari protetti dalla bandiera bianca, il capitano Viviani sarebbe stato fucilato ad Atene il 29 settembre 1943. In una lettera scritta alla moglie dopo la resa aveva espresso lo stesso sconforto che traspare dai ricordi del sottotenente Teatini: “Ho passato ore in cui, solo, isolato, ho dovuto decidere della sorte dei miei uomini. Essi però mi hanno seguito tutti quando la decisione è stata presa. Si sono battuti da leoni (…). Ora siamo in condizione di prigionieri (…) Voci incontrollate lasciano foschi presagi; ma io spero nella protezione del Signore. Sono sereno, ed ho la coscienza di aver fatto il mio dovere, e di aver difeso l’onore della mia patria. (…) Per ora (fino a stasera? fino a domani?) siamo qui in attesa della nostra sorte, assistiti in maniera commovente da questi contadini, che trepidano tanto per la nostra sorte e che piansero con noi quando un ordine superiore ci impose, vittoriosi, di cedere le armi. Perché, Jolanda, noi avevamo la vittoria in pugno (…)”.
Nel settore di Vati, dopo i combattimenti del 10 e dell’11 settembre, le truppe tedesche si erano allontanate, lasciando soltanto un nucleo in un caposaldo che, avendo rifiutato di arrendersi, era stato circondato dalle truppe italiane. "Pur nella coscienza della penuria di forze e mezzi a loro disposizione il Comando di Settore cercò di articolare un Piano per inseguire le truppe germaniche in movimento verso Nord-Ovest. In tutti emergeva la volontà di battersi ma alle ore 11 del giorno 11 mentre fervevano i preparativi un silenzio di tomba gelò tutti, comandanti e gregari. Era giunto in quel momento un marconigramma dal Comando di EGEOMIL che ordinava la sospensione delle ostilità".
Altre località, come il villaggio di Monòlito (Monolithos, nel sud dell'isola), sede di una stazione di vedetta della Marina, non erano state minimanente coinvolte dai combattimenti svoltisi dal 9 all'11 settembre; il personale italiano ivi dislocato, preparatosi alla difesa e deciso a resistere, ricevette l'ordine di consegnare le armi senza aver mai visto un singolo soldato tedesco. Ed a Monòlito, come altrove, i soldati della Wehrmacht continuarono a non farsi vedere per parecchi giorni dopo la resa, mentre il personale italiano aspettava che accadesse qualcosa, in un limbo in cui, come scrisse nel suo diario il capo segnalatore di terza classe Gino Vecchi, comandante della stazione di vedetta di Monòlito, "l'angoscia si mescolava al grottesco".
I tedeschi inviarono in giro per l’isola ufficiali italiani a consegnare ai diversi reparti dei foglietti ciclostilati, firmati dal generale Scaroina, che ordinavano alle truppe di cessare le ostilità, consegnare le armi ai tedeschi ed eseguire i loro ordini per il concentramento dei reparti. Uno di questi sfortunati ambasciatori venne catturato e malmenato dagli uomini del reparto cui era stato inviato a recare il messaggio; un altro, mentre viaggiava su un’autovettura con bandiera bianca per consegnare quattro copie del foglietto, venne fermato da raffiche di mitragliatrice: buttatosi in una cunetta a cercare riparo, agitando ad intervalli la bandiera bianca, venne seriamente ferito al braccio (che dovette poi essere amputato) e venne soccorso da un ufficiale tedesco solo due ore più tardi. In generale la circolazione delle autovetture con bandiera bianca che distribuivano gli ordini di resa destò parecchio fastidio tra le truppe, che talvolta reagirono male.
La notizia della resa fu presa particolarmente male dai reparti che avevano direttamente partecipato ai combattimenti e che avevano subito perdite: tra i reparti della Marina, specialmente gli artiglieri delle batterie Bianco e Majorana, che avevano visto dieci loro compagni morire in combattimento contro i tedeschi cui ora dovevano consegnare le armi. Per riportare la calma tra quegli uomini, dovettero intervenire di persona l’ammiraglio Daviso ed il capitano di fregata Arcangioli.
Nella parte settentrionale dell’isola, sporadici combattimenti continuarono per altri tre giorni (gli ultimi sette caduti della Marina nei combattimenti di Rodi, infatti, morirono il 14 settembre).
Il numero dei caduti tra le truppe italiane nel corso dei combattimenti è indicato, a seconda delle fonti, in 125 (8 ufficiali e 117 tra sottufficiali e soldati), 143 (8 ufficiali e 135 tra sottufficiali e soldati), 152 o 447, mentre i feriti sarebbero stati circa 300. Da parte tedesca i morti sarebbero stati 91, più un imprecisato numero di feriti e di prigionieri (questi ultimi rilasciati l’11 settembre in seguito alla resa italiana).
Sulla caduta di Rodi, lo storico Luciano Alberghino Maltoni ha tracciato un’analisi lucida ed impietosa nei confronti dei comandanti italiani: «Non c'è dubbio che l'obiettivo italiano, correttamente indicato a Campioni da Dolbey, doveva essere quello di resistere almeno sino al 15 settembre mantenendo libera la piazzaforte di Rodi ed il porto. Considerando poi che solo tre erano le vie praticabili per i 30 Panzer (litoranea nord Trianda – intermedia da Asguro – litoranea sud est Kosckino) il Comando Superiore avrebbe dovuto concentrare tutti i reparti ed i pezzi d'artiglieria su alcuni punti chiave di controllo di queste direttrici, far brillare alcuni ponti, le strade stesse, minare il terreno circostante e piazzare ostacoli fissi. L'ordine assoluto, resistere ad oltranza. A differenza del Comando Superiore, molti ufficiali [subalterni] italiani ebbero immediatamente le idee molto chiare sul da farsi. Comportamento esemplare in tal senso fu quello del Comandante del Settore di Calato, Col. Luigi Bertelli che nella notte del 9, aveva già sbarrato il passo ai tedeschi verso l'aeroporto di Gadurrà, dovette smobilitare le difese poiché una telefonata alle ore 3.30 del maggiore Di Stefano Sottocapo di Stato Maggiore dal Comando di Monte Profeta ordinava di lasciar fare, dando libero transito al nucleo corazzato germanico verso l'aeroporto di Gadurrà. Proprio quello che non fece il col. Enzo Manna, comandante del 331° Reggimento Brennero che bloccò il Passo Zampica, strettoia obbligata della strada d'accesso litoranea sud est. Nella mattina del 9 di fronte ad una colonna blindata tedesca e contravvenendo agli ordini assurdi e contradditori del Comando Superiore (lasciateli passare) il cap. Venturini comandante della 1.a compagnia del citato Reggimento diede l'ordine di aprire il fuoco costringendo i tedeschi ad un rapido dietrofront, sarebbero passati solo il giorno 11 dopo la resa decretata dal Governatore. (…) Troppo lungo sarebbe descrivere i combattimenti che si accesero nei vari settori e che videro dei brillanti successi tattici italiani con la cattura di centinaia di prigionieri tedeschi (per ordine del Comando Superiore ai prigionieri tedeschi furono restituite le armi e messi in libertà mentre si combatteva ancora!) ma un dato di fatto emerge incontrovertibile nessun ordine sensato e coerente venne dal Comando Superiore. Nessun coordinamento serio dei reparti e delle batterie fu tentato, eppure gli uomini come quelli delle batterie Settore S.Giorgio combatterono sino alla morte. Non sembra che ordini militarmente efficaci e sensati furono impartiti prima che i tedeschi acquisissero posizioni vantaggiose, in alcuni settori come quello di S.Giorgio (aeroporto di Maritsa, batterie di Monte Fileremo e Paradiso) mentre le forze italiane contrastavano efficacemente gli assalti tedeschi venne l'ordine di ritirarsi attestandosi su posizioni arretrate verso Rodi città. Che senso poi aveva chiedere agli inglesi un attacco diversivo nel Sud dell'isola, dove a causa del terreno pianeggiante avrebbero avuto buon gioco i carri tedeschi? Certamente nessuno e probabilmente consolidò negli inglesi la scarsa fiducia che essi nutrivano sul Comando italiano. La rovinosa disfatta italiana, principalmente dovuta all'insipienza di Egeomil ebbe una serie di fattori concomitanti (il basso morale ed addestramento delle truppe, l'armamento inadeguato) ma pare opportuno evidenziare il comportamento di alcuni ufficiali (vedi l'episodio della cattura di Maritza) apertamente connivente con le forze germaniche. Tra gli ufficiali superiori vicini al Governatore, Forgiero tenne un profilo bassissimo forse pensando di non risultare sgradito ai prossimi vincitori mentre l'unico che ebbe le idee chiare fin dall' inizio, senza alcun timore di successive rappresaglie, fu il gen. Briganti, rimanendo purtroppo inascoltato. Esistono testimonianze documentate che egli rifiutò decisamente d'imbarcarsi sull'ultimo idrovolante che lasciava Rodi, egli fu poi internato nel Lager 64/Z in Polonia e rifiutò ogni proposta di collaborazione col regime di Salò. L'incertezza, l'incapacità e la passività dei più diretti collaboratori militari del Governatore, condizionarono  negativamente l'uomo amplificandone le esitazioni e le angosce. E' lecito ritenere che le truppe, se correttamente comandate avrebbero resistito ad oltranza così come avvenne a Cefalonia ed a Lero. L'ammiraglio Campioni, figura di notevole spessore morale che sostenne il processo e la condanna a morte del regime di Salò con dignità ed onore, apparve incerto e poco energico agli occhi della missione inglese. Seppure con l'attenuante di essere abbandonato a se stesso e senza ordini chiari dal Comando Supremo, l'analisi psicologica delle sue azioni rivela che egli non fu sostenuto da una lucida e consapevole visione degli eventi, dei rapporti di forza e della corretta valutazione dei rischi e delle opportunità. Campioni rifiutò sdegnosamente il suggerimento di Briganti di catturare Kleeeman quando quest'ultimo si recò al Castello. Egli si mosse cercando disperatamente spazi di negoziazione o rispetto di regole formali da parte di un avversario che aveva un'unica spietata regola, uccidere o essere ucciso. Nei rapporti con l'ex alleato tedesco palesò quindi un comportamento che potremmo definire romantico o cavalleresco a differenza dell'avversario Kleemann che si dimostrò cinicamente bugiardo ma lucidamente determinato a raggiungere i suoi scopi con tutti i mezzi».

Conquistata l’isola, si presentava per i tedeschi un nuovo problema: gestire l’ingente massa di prigionieri caduti nelle loro mani, quasi 40.000 uomini che dovevano essere sfamati, alloggiati e sorvegliati, e che in massima parte si mostravano tutt’altro che propensi a cooperare. Questo era particolarmente vero per la Marina, che aveva parecchi uomini sparsi in località periferiche, il che ne aumentava la potenziale pericolosità;  per l’Aeronautica, il cui comandante, generale Briganti, rispose alle richieste tedesche di collaborazione con un netto rifiuto, mediante una lettera che lesse davanti ai suoi uomini riuniti, ottenendo da essi una generalizzata approvazione.
Non era ritenuto impossibile, peraltro, che i britannici potessero tentare di attaccare Rodi per impadronirsene: ed in caso di sbarco britannico era possibile che i prigionieri italiani si ribellassero e dessero manforte agli attaccanti, rivelandosi una nuova fonte di pericolo. In fin dei conti, rimanevano molto più numerosi dei loro carcerieri, e le loro armi erano state ammassate in depositi sorvegliati da poche sentinelle, che non sarebbe stato impossibile eliminare. Da parte tedesca, pertanto, si decise di evacuare gli italiani verso la Grecia continentale il prima possibile ed in barba ai rischi che questo comportava; per primi sarebbero dovuti partire gli uomini della Marina e dell’Aeronautica, sia perché essendo meno numerosi rispetto alle truppe dell’Esercito ci sarebbe voluto meno tempo per trasferirli tutti altrove, sia perche più dei loro omologhi dell’Esercito (dove alcuni alti ufficiali si mostravano invece disposti a collaborare con i tedeschi) si erano mostrati particolarmente determinati a rifiutare a qualsiasi forma di collaborazione con i tedeschi. Per lo stesso motivo, i reparti della Marina e dell’Aeronautica erano stati i primi ad essere disarmati. Dopo il disarmo, le truppe italiane vennero concentrate negli edifici dove abitualmente avevano sede.
(I timori tedeschi di un tentativo britannico di riconquistare Rodi non erano del tutto infondati: il 13 settembre Churchill scrisse al generale Wilson esortandolo a tentare la riconquista dell’isola, traendo le forze necessarie dalle truppe stanziate in Medio Oriente ed avvalendosi dell’aiuto italiano, concludendo in toni romanzeschi: "Questo è il momento di pensare a Clive, a Peterborough e agli uomini di Rooke alla conquista di Gibilterra". Anche il Comando Supremo italiano, fin dal 16 settembre, segnalò agli Alleati come possibile e necessaria la riconquista di Rodi: in una nota del Reparto Operazioni affermò che «le truppe tedesche a Rodi hanno in complesso una forza ragguagliabile a 5 btg. in parte motorizzati ed in parte corazzati; un’aliquota di queste truppe è certamente impegnata per la sorveglianza delle truppe italiane; la difesa costiera non è efficiente, il campo di aviazione di Cattavia è riattabile in brevissimo tempo. Pertanto sarebbe opportuno organizzare uno sbarco nel punto meridionale dell’isola sfruttando le truppe di Cipro e dell’Oriente; difficilmente in avvenire si ripresenteranno condizioni così favorevoli alla riconquista dell’isola il cui possesso è di importanza fondamentale per le future eventuali operazioni in Egeo». Churchill, che considerava quell’isola come la chiave di volta dell’Egeo e del Medio Oriente, sollecitò invano il presidente statunitense Roosevelt perché ordinasse ad Eisenhower di concedergli i rinforzi necessari per tentare l’impresa: i britannici avevano le truppe necessarie all’operazione – la 10a Divisione Indiana e parte di una brigata corazzata – ma necessitavano di aerei da trasporto e da bombardamento, navi e mezzi da sbarco che solo gli statunitensi, in quel momento, avrebbero potuto concedere. Nei piani britannici, il tentativo di riprendere Rodi avrebbe dovuto avere inizio il 20 od il 23 ottobre; Churchill scrisse a Wilson di fare pressione sui suoi “colleghi”, durante la conferenza dei comandanti in capo prevista per il 9 ottobre 1943, allo scopo di ottenere i mezzi necessari, affermando: "la chiave della situazione strategica del Mediterraneo, il mese prossimo, è espressa in queste due parole: Attaccare Rodi". Ma, nonostante le insistenze del primo ministro britannico, non se ne fece nulla: Roosevelt ed Eisenhower erano fermamente convinti che fosse necessario concentrare tutti gli sforzi nell’avanzata in Italia – dove si era appena venuto a sapere che le truppe tedesche stavano ricevendo rinforzi – nonché nella preparazione dello sbarco in Normandia, che avrebbe avuto luogo l’anno seguente, e pertanto non concessero alcunché).
L’11 settembre, il generale Kleemann inviò all’ammiraglio Campioni ed al generale Scaroina un breve biglietto nel quale avvertiva che alle truppe tedesche era stato ordinato di «richiamare i comandi responsabili della resa firmata dall’Ammiraglio Campioni per tutte le forze armate italiane dell’isola, far concentrare le truppe da disarmare dai comandanti responsabili e comunicare che quegli ufficiali che non passino alle loro truppe dipendenti l’ordine della resa delle armi alle truppe tedesche, saranno considerati franchi tiratori e saranno fucilati; analogamente si procederà nei confronti di altri militari che continuano a portare armi, ad eccezione degli ufficiali». Nel pomeriggio del 12 settembre, il comando della Divisione "Rhodos" mandò a Rodi un capitano del proprio Stato Maggiore per discutere alcune questioni "di limitata importanza", che suo dire avrebbero potuto essere trattate direttamente con il capo di Stato Maggiore di Campioni, senza scomodare l’ammiraglo stesso. In realtà l’oggetto dell’incontro riguardava l’ingiunzione che i generali Forgiero e Consoli tornassero nelle rispettive sedi di comando (rispettivamente a Monte Profeta ed a Psitos) per disporre e sovrintendere al disarmo e concentrazione delle loro truppe, ma soprattutto la richiesta di disarmo delle truppe italiane di Scarpanto, "per garanzia" delle truppe tedesche che si trovavano in quell’isola (a Scarpanto, infatti, insieme a due battaglioni italiani era presente anche un battaglione tedesco). Il generale Sequi rispose che quello non era certo un argomento d’importanza secondaria, e che sarebbe stato necessario interpellate l’ammiraglio Campioni; l’ufficiale tedesco disse che non c’era fretta. Furono discusse alcune altre questioni – tra cui la richiesta di alzare sul castello una bandiera tedesca accanto a quella italiana, richiesta che venne respinta – dopo di che il tedesco chiese ed ottenne di essere ricevuto da Campioni. All’ammiraglio ripeté la richiesta di ordinare anche la resa della guarnigione di Scarpanto; Campioni cercò di opporsi, protestando che gli accordi presi con Kleemann riguardavano soltanto Rodi, e che le truppe italiane a Scarpanto non avrebbero intrapreso atti ostili nei confronti di quelle tedesche, se non provocate. Il capitano tedesco spiegò che gli ordini venivano direttamente dall’O.K.W., e che se si fosse rifiutato di piegarvisi gli Stukas di Creta avrebbero bombardato Scarpanto, colpendo sia il presidio italiano che la popolazione civile. Campioni cercò ancora di tergiversare accampando varie scuse: che non aveva più una radio per fare comunicazioni (fu risposto che si sarebbe usata una radio tedesca); che non aveva più autorità per dare ordini simili perché non era più comandante militare delle forze italiane nell’Egeo; che i suoi sottoposti a Scarpanto avrebbero potuto ritenere apocrifo un ordine a suo nome trasmesso per mezzo della radio tedesca. Il capitano tedesco – esattamente com’era avvenuto il mattino del giorno precedente, quando era stato minacciato il bombardamento indiscriminato di Rodi – tagliò corto guardando l’orologio e dicendo che se Campioni non si fosse deciso entro pochi minuti, gli Stukas sarebbero decollati («…questa minaccia… valse all’ufficiale tedesco una pungente osservazione del Gen. Sequi, alla quale osservazione egli replicò che non faceva che eseguire gli ordini ricevuti»). A questo punto, Campioni cedette; scrisse su un foglio l’ordine di resa per il tenente colonnello Imbriani, comandante di Scarpanto, e lo affidò ad un ufficiale che fu inviato in quell’isola con un aereo messo a disposizione dai tedeschi. Il messaggio concludeva: «È amaro ma occorre obbedire senza discutere».
Insieme a Scarpanto, l’ufficiale tedesco aveva portato la richiesta di Kleemann di ordinare anche la resa di Coo e di Lero; siccome però l’importanza di tale provvedimento non rivestiva per i tedeschi urgenza eguale a quella di Scarpanto (dove, a differenza di Coo e Lero, c’erano loro truppe) e non c’era stata minaccia di bombardare anche queste isole, l’ammiraglio Campioni si era decisamente rifiutato di ordinarla.
Lo stesso 12 settembre, intanto, le truppe tedesche occupavano gli uffici di Mariegeo ed iniziavano a disarmare le batterie, raccogliere le armi e trasferire a Rodi città il personale della Marina: quel giorno vennero infatti trasferiti in città gli uomini delle batterie Bianco, Castello e Majorana, e secondo qualche racconto anche il personale della batteria Melchiorri (che invece, secondo altre testimonianze, proseguì la sua resistenza ben oltre la resa del resto dell’isola, cedendo soltanto il 16 settembre). Quel pomeriggio Kleemann convocò l’ammiraglio Daviso ed il generale Consoli a Campochiaro; i due ufficiali vi si recarono, ma l’incontro non avvenne.
Il 13 settembre il generale Kleemann richiese a Campioni, per mezzo di un fonogramma ed a nome dell’Oberbefehlshaber Südost, di ordinare la resa a tutte le guarnigioni italiane nel Dodecanso ed in tutte le isole dell’Egeo (Cicladi e Sporadi) sotto controllo italiano; l’ammiraglio italiano rispose con una lunga lettera in cui respingeva la richiesta, ribadendo che non aveva più l’autorità per dare un ordine del genere («dal momento della resa (…) ho cessato di essere il Comandante delle FF. AA. dell’Egeo e sono rimasto unicamente il Governatore del Possedimento, cosa del resto che avevo precedentemente comunicato ai Comandanti delle isole dipendenti, informandoli che da quel momento dovevano considerarsi autonomi per tutte le decisioni di carattere militare (…) Un ordine inviato da me oggi ai Comandanti delle isole sarebbe perciò illegale non essendo io più il loro comandante e perciò potrei anche non essere obbedito. Questo possibile atteggiamento dei comandanti delle isole potrebbe invece essere considerato da voi come loro disobbedienza con relative sanzioni militari, e questo non è ammissibile»), e facendo presente che aveva lealmente dato esecuzione agli accordi dell’11 settembre, che riguardavano solo ed esclusivamente Rodi, la cui resa non era stata incondizionata, bensì vincolata a precise clausole stabilite dallo stesso Kleemann, nelle quali non si era parlato minimamente delle altre isole. Campioni aveva fatto un’eccezione per Scarpanto, per non creare problemi in un’isola dove si trovavano truppe sia italiane che tedesche, ma non ne avrebbe fatte altre. Kleemann non rispose, e più tardi nello stesso giorno fece affiggere manifesti con cui annunciava di aver assunto il potere esecutivo sull’isola, ed insieme ad essi un’ordinanza con cui s’intimava, tra l’altro, di consegnare entro ventiquattr’ore alle autorità tedesche tutte le armi, anche da taglio e da caccia (ma facendo eccezione per le armi di servizio degli ufficiali italiani, come pattuito), di denunciare tutte le radio private ed anche i piccioni viaggiatori, di non prestare aiuto a forze ostili alla Germania, di danneggiare installazioni militari italiane o tedesche od impianti di pubblica utilità, di non ascoltare trasmissioni radio non tedesche, di uscire di casa dopo le sette di sera (salvo alcune categorie di persone, specificate nell’ordinanza).
Durante il pomeriggio, Kleemann mandò a chiamare il capo di Stato Maggiore di Mariegeo, capitano di vascello Grassi; quest’ultimo, da poco arrivato a Rodi e dunque non ancora sufficientemente a conoscenza della situazione della Marina nell’isola, mandò al suo posto il capitano di fregata Luigi Monterisi, capo del servizio comunicazioni di Mariegeo. A Monterisi, Kleemann disse che al personale della Marina non sarebbe stato concesso di scegliere tra la collaborazione e la prigionia, perché i marinai erano tutti «luridi traditori»; potevano soltanto scegliere se essere trasferiti sul continente via mare o via aereo. Monterisi disse che riteneva preferibile il trasferimento via nave, subordinando però tale scelta all’approvazione dei suoi superiori, che giunse immediatamente. Questa decisione era motivata dalla speranza che nel trasferimento via mare si potesse presentare qualche occasione di fuga, od anche che i britannici intervenissero e dirottassero le navi con a bordo i prigionieri, od ancora che i britannici sbarcassero a Rodi prima che le navi con i prigionieri potessero partire.
La sera dello stesso 13 settembre il comando tedesco propose di inviare un proprio reparto "a protezione" del castello, ricevendo un netto rifiuto; alle 18, intanto, l’ammiraglio Daviso ed il generale Consoli, tornati a Rodi dopo il mancato colloquio con Kleemann a Campochiaro, erano stati catturati e caricati su un aereo diretto ad Atene, insieme al generale Forgiero. Finirono nel campo di prigionia di Schokken, in Polonia, dove i tedeschi andavano concentrando tutti i generali e ammiragli italiani catturati durante l’operazione "Achse".
"Partito" l’ammiraglio Daviso, ad assumere la direzione dei servizi relativi al personale di Marina Rodi fu il capitano di fregata Arcangioli, che radunò tutti gli uomini delle diverse batterie affluiti in città nella caserma di Rodi; tra le imposizioni tedesche c’era anche quella di consegnare tutti i veicoli e di non asportare nulla dai magazzini, ma Arcangioli distribuì a tutti gli uomini provviste, indumenti ed anche anticipi sulla paga, per quanto consentito dalle riserve presenti nella cassa. Sempre con questo vincoli, si premurò anche di liquidare le pendenze della Marina nei confronti dei fornitori locali.
Il 14 settembre ebbero inizio i primi attacchi aerei britannici su Rodi, diretti soprattutto contro le basi aeree ed altri siti d’interesse militare. Intanto, apparivano sui muri della città ordinanze del generale Kleemann che invitavano gli italiani a collaborare con le forze armate tedesche: «Mussolini è stato sottratto, mediante un audace colpo di mano (…) alla sfera dell’influenza inglese. Si offre fin da questo momento ai militari delle FF. AA. italiane la possibilità di continuare la lotta contro l’Inghilterra mediante incorporazione nelle Forze Germaniche. All’uopo si possono arruolare tanto militari isolati quanto reparti italiani interi. I presupposti (…) sono i seguenti: 1° L’assicurazione solenne (…) di seguire il Governo Nazionale Fascista. Per il momento nessun giuramento è richiesto. 2° La dichiarazione per iscritto di tutti gli Ufficiali per la loro persona e per le truppe dipendenti, di passare incondizionatamente alle dipendenze del Comando Supremo Germanico. 3° I reparti interi italiani incorporati nelle FF. AA. Germaniche per il momento potranno essere impiegati solo fino alla forza corrispondente al battaglione. I reparti superiori in forza (…) saranno di conseguenza ripartiti. 4° Si desiderano domande di arruolamento soltanto da parte di quei militari (…) pronti alla lotta senza quartiere contro l’Inghilterra e che sono disposti a difendere i veri interessi dell’Italia Fascista con cuore sincero (…)». Veniva offerta la possibilità di entrare a far parte dei servizi ausiliari come lavoratori («mitarbeiten») od anche unendosi alla Wehrmacht come volontari combattenti («mitkampfen»). Intanto, le camicie nere della 201a Legione MVSN erano tenute consegnate e disarmate. Per il momento gli ufficiali, come stabilito negli accordi, potevano ancora circolare con relativa libertà e tenere le loro pistole; erano però sorvegliati dai tedeschi.
Tra il 14 ed il 16 settembre ufficiali tedeschi si recarono per altre due volte a chiedere all’ammiraglio Campioni di ordinare la resa di tutti gli altri presidi italiani dell’Egeo, ma questi ribadì quanto già detto, annunciò che già dall’11 settembre aveva fatto sapere che nuovi ordini a sua firma erano da considerarsi come falsi, e dichiarò che si sarebbe fatto fucilare piuttosto che dare un ordine contrario alla sua coscienza. Un altro ufficiale tedesco si presentò successivamente per chiedere la consegna di tutte le carte e documenti militari in possesso del Comando italiano, ma questi – ed in particolar modo quelli che riguardavano le altre isole dell’Egeo – erano già stati preventivamente distrutti proprio per evitare che potessero cadere in mano tedesca.
Entro il 16 settembre arrivò a Rodi città il personale delle batterie Bragadino, Mocenigo e Dandolo, eccetto un gruppo di uomini della Dandolo che erano riusciti a scappare; arrivarono anche gli artiglieri della batteria Morosini, ma senza gli ufficiali, separati da essi per essere mandati in Grecia per via aerea (il che rappresentò per loro una vera fortuna, visto che quasi tutti gli ufficiali delle altre batterie vennero poi imbarcati sulla Donizetti). Le stazioni di vedetta, situate in luoghi isolati e munite di radio campali con le quali poterono mantenersi in contatto con Rodi, e poi con Lero, più a lungo degli altri reparti, riuscirono tutte a distruggere strumentazioni, documenti e cifrari prima dell’arrivo delle truppe tedesche. Gli uomini della stazione di vedetta di Lindo, dopo la resa di tutti i reparti dell’Esercito e della Marina che si trovavano nelle loro vicinanze, distrussero tutti i documenti ed il materiale ed ebbero poi dal loro capoposto l’autorizzazione a disperdersi nell’interno dell’isola. Il capoposto stesso, incontrati due avieri, riuscì a fuggire da Rodi a bordo di uno dei due motoscafi-ambulanza dell’Aeronautica, carichi di personale di questa forza armata, che dopo aver infruttuosamente tentato di raggiungere Castelrosso (non c’era abbastanza carburante) si rifugiarono nella neutrale Turchia.
Peggiore sorte toccò al personale della stazione di vedetta di Prassonisi: il 13 settembre, come loro ordinato da Marina Lero, gli uomini di questa stazione distrussero tutto il materiale che avrebbe potuto essere utilizzato dai tedeschi, dopo di che lasciarono l’isola su due barche a vela, facendo rotta per Coo. Non potendo portare via le armi, ne rimossero gli otturatori, che portarono con sé in un sacco da buttare in mare, per renderle inservibili. Le due barche vennero però scoperte da aerei tedeschi, che le mitragliarono e le bombardarono con cariche di profondità: una delle imbarcazioni affondò, l’altra si rovesciò e si riempì d’acqua; il capoposto e sei uomini rimasero uccisi. I superstiti riuscirono faticosamente a raddrizzare la barca rovesciata, a svuotarla dell’acqua ed a raggiungere la Turchia dopo tre giorni di travagliata navigazione.
Le promesse tedesche di mantenere Campioni come governatore e di restare fuori da Rodi città non durarono che qualche giorno: il 18 settembre si presentò al castello, come annunciato il giorno precedente, il maggiore tedesco zur Nettenn, che vi stabilì il suo ufficio quale capo dell’amministrazione militare tedesca; lo stesso giorno il generale Kleemann chiese con un fonogramma all’ammiraglio Campioni ed al generale Sequi di non lasciare più il castello, perché a breve sarebbero stati trasferiti in Grecia. Campioni rispose con una lettera in cui dichiarava che "il nuovo provvedimento restrittivo della sua libertà confermava il convincimento, da lui già maturato in precedenza, sulla inutilità di conservare una carica alla quale non corrispondeva nessuna funzione". Essendoci già un vicegovernatore civile, Iginio Ugo Faralli, che aveva una discreta esperienza e conosceva bene l’isola, Campioni si dimetteva dall’incarico di governatore, chiedendo a questo punto lui stesso di essere trasferito altrove; aveva preparato questa lettera fin dal giorno precedente, aspettandosi un epilogo del genere. L’ufficiale che aveva consegnato il fonogramma di Kleemann, sottotenente Meinyer, comunicò anche che a breve il castello sarebbe stato presidiato da una guardia tedesca. Quello stesso pomeriggio, un altro ufficiale tedesco comunicò che il generale Sequi sarebbe partito in aereo entro sei ore, per ordine dell’O.K.W.; il diretto interessato protestò, dicendo che non riconosceva alcuna autorità all’O.K.W. nei suoi confronti, ma siccome erano intanto arrivate truppe tedesche al castello, Campioni lo convinse a cedere alla violenza. L’aereo con il generale Sequi lasciò Rodi alle otto di sera.
Durante la notte, gruppi di SS armate di mitra e bombe a mano si piazzarono nei corridoi degli uffici e persino negli alloggi privati del castello, piantonando l’ammiraglio Campioni, il suo capo di cabinetto (capitano di fregata Orlando) ed il suo aiutante di bandiera (tenente di vascello Afan de Rivera), unici due ufficiali rimasti con lui. A partire dal mattino del 19, Campioni ebbe incessantemente alle spalle tre SS armate che lo seguivano dappertutto. Riuscì ad ottenere soltanto che non entrassero nella stanza in cui si trovava: ormai l’ammiraglio era di fatto agli arresti, ed intorno alle undici del mattino il sottotenente Meinyer venne ad annunciare che sarebbe partito quella sera per il continente.
Alle 22 del 19 settembre 1943 l’ultimo governatore italiano dell’Egeo, accompagnato da Meinyer, Orlando ed Afan de Rivera, fu condotto all’aeroporto di Gadurra, da dove partì in aereo diretto in Atene. Atterrato nella notte, Campioni fu separato dai due sottoposti (che vennero internati nel campo di prigionia di Sotirias) e proseguì per la Germania: internato inizialmente nel campo di prigionia 64/Z di Schokken (in Polonia, dov’erano imprigionati ben 177 generali italiani catturati dopo l’8 settembre), nel gennaio 1944 l’ammiraglio Campioni sarebbe stato consegnato alla Repubblica di Salò per essere processato per "tradimento". Anche la sua breve e tentennante difesa di Rodi era stata troppo per i "giudici" repubblichini: in questo – aver seguito gli ordini del governo legittimo e reagito agli attacchi tedeschi – consisteva, infatti, il cosiddetto "tradimento" («…avendo ricevuto l’ordine del Comando Supremo di non ostacolare contatti o sbarchi angloamericani e di opporsi alle violenze da qualunque parte fossero venute, comunicò tale ordine ai Comandi dipendenti, dimostrando così di dargli la sua piena adesione e la intenzione di volerlo eseguire…»). L’esito già scritto di quel processo farsa fu la condanna a morte: il 24 maggio 1944 l’ammiraglio di squadra Inigo Campioni venne fucilato a Parma insieme al contrammiraglio Luigi Mascherpa, comandante dell’isola di Lero, "colpevole" del medesimo "reato".
Il giorno prima, aveva lasciato per sempre Rodi, ma in tutt’altre circostanze, anche il capitano di corvetta Corradini, ex comandante della Caboto. Sbarcato dalla sua nave il 12 settembre, Corradini aveva raccolto attorno a sé parecchi militari delle tre armi che non accettavano la resa e che avrebbero voluto riprendere le armi contro i tedeschi; aveva anche chiesto all’ammiraglio Campioni il permesso di tentare un colpo di mano per riconquistare la città di Rodi, ma l’autorizzazione era stata negata. Saputo poi che stava per arrivare a Rodi un convoglio che avrebbe imbarcato tutto il personale della Marina, Corradini aveva deciso di fuggire dall’isola, lasciando la città in bicicletta e tentando poi la fuga su di un piccolo battello. La fragile imbarcazione, però, si era allagata, e l’ex comandante della Caboto era stato costretto a tornare indietro a nuoto; aveva riparato il battellino ed era poi ripartito per l’isola di Simi, rimasta in mano italiana, la sera del 18. Qui giunse dopo quindici ore di navigazione a remi.
Sciolto il Comando Marina italiano, venne creato a Rodi un Comando della Kriegsmarine, agli ordini del capitano di fregata Stumpff. Le forze di polizia (Carabinieri e Guardia di Finanza), il Distretto Militare, l’Ufficio lavori del Genio e il magazzino principale di casermaggio vennero inizialmente mantenuti in funzione, ma furono poi progressivamente sciolte ed il personale mandato in Germania insieme agli altri prigionieri. Il colonnello Angiolini, già capo dei servizi di Egeomil, venne incaricato della gestione dei prigionieri a livello logistico e disciplinare. I carabinieri, mentre in teoria seguitavano a svolgere il loro lavoro di polizia territoriale sotto la nuova dominazione tedesca, di fatto si adoperarono per agevolare la fuga di militari italiani. Il procuratore militare, colonnello Barra Caracciolo, distrusse tutti i fascicoli di natura segreta, soprattutto quelli riguardanti lo spionaggio e i reati politico-militari; avendo rifiutato di aderire alla RSI, i membri del tribunale militare sarebbero stati deportati in Germania nel gennaio 1944.

Il 19 settembre 1943 il commendator Dante Zarli, Direttore dei telegrafi di Rodi, telegrafò clandestinamente al contrammiraglio Luigi Mascherpa, che a Lero aveva assunto, caduta Rodi, il comando di tutte le forze italiane nel Dodecaneso, il seguente riassunto della situazione: «Nell’interno il colonnello Bertesso che resisteva ha cessato anche egli di combattere; anche la Melchiorri si è arresa. Ai tedeschi sono rimasti 30-35 carri armati, in città vi sono poco più di 100 tedeschi con 10-15 mitragliatrici. Esercito ed Aviazione sono stati interpellati per sapere chi vuole combattere per i tedeschi oppure lavorare per loro o essere prigionieri; tutti compatti hanno risposto negativamente, solo pochi fascisti hanno accettato di combattere con loro. La Marina non è stata interpellata a riguardo. Tutto ieri i marinai dell’isola sono stato pronti per essere portati via ma per il non arrivo dei piroscafi sono ancora qui. I tedeschi non hanno ricevuto alcun rinforzo da fuori (…) Abbiamo consegnato le armi ma ve ne sono delle altre bene occultate pronte all’uso. Siamo tutti pronti a servire il Re ed aspettiamo con ansia buone notizie». Un altro messaggio del commendator Zarli all’ammiraglio Mascherpa riferiva: «Sinora i tedeschi non hanno ricevuto rinforzi alt Nel porto non è entrato nessun piroscafo e nessuna nave da guerra alt Un numero di soldati greci ed austriaci sono stati disarmati dai tedeschi alt (…) La popolazione greca è favorevole a noi».
Nei giorni immediatamente successivi alla resa, parecchi italiani cercarono di sottrarsi alla prigionia fuggendo via mare, verso la neutrale Turchia o verso le isole del Dodecaneso ancora in mano italiana: ma parecchi di questi tentativi finirono in tragedia, con la morte in mare dei fuggiaschi o la loro scoperta da parte tedesca. Era difficile eludere la sorveglianza degli uomini di Kleemann, ed ancor più difficile trovare delle imbarcazioni in condizioni tali da poter affrontare la traversata verso altre isole o verso la Turchia: pressoché tutte quelle in grado di farlo erano già partite l’11 settembre. A questo si doveva aggiungere l’arrivo della stagione autunnale, che rendeva ancor più difficile e pericolosa la navigazione nell’Egeo su minuscoli gusci di noce, ed il rischio di essere scoperti ed attaccati da aerei. Quanti uomini scomparvero in mare nel tentativo di lasciare Rodi, non sarà mai possibile saperlo.
Ciononostante, qualcuno riuscì, e raggiunse Lero e Coo; l’intero piccolo presidio dell’isoletta di Alimnia, al comando del sottotenente Settimio Cinicola, rifiutò l’ordine di resa impartito da un generale italiano e si trasferì a Lero con armi, provviste e munizioni, unitamente a decine di soldati sbandati giunti ad Alimnia provenendo da Rodi (in tutto 170 uomini, di cui 120 erano il presidio originario di Alimnia ed i restanti militari fuggiti da Rodi), a bordo dei motovelieri Vassilichi e Patricia. Molte fughe furono agevolate dalla popolazione locale, di nazionalità greca ed estremamente avversa ai tedeschi; nel villaggio di Villanova il locale arciprete ortodosso, Michele Lucas, aiutò per conto proprio parecchi soldati italiani a fuggire e poi sminò, in collaborazione con due genieri italiani che si erano nascosti nella sua chiesa (i sergenti Langella e Lanzotti), una ridotta fascia di costa che poteva così essere utilizzata sia per le fughe via mare, sia per l’eventuale infiltrazione sull’isola di commandos ed agenti Alleati in vista di operazioni di guerriglia e di sabotaggio, in appoggio allo sbarco britannico nel quale ancora si sperava. Un’altra spiaggia sulla costa orientale, vicino a Calitea, venne sminata con lo stesso scopo; il tenente colonnello Miraglia del Servizio Informazioni Militari (il servizio segreto dell’Esercito) ed il colonnello Barra Caracciolo dei carabinieri, che dopo la resa erano passati formalmente al servizio dei tedeschi, fecero sapere ai britannici, per tramite di un ufficiale fuggito da Rodi (il colonnello Corrucci), che erano pronti a collaborare e fornire informazioni. Si pensò, infatti, di infiltrare a Rodi agenti italiani e britannici per attuare sabotaggi e fomentare una rivolta dei prigionieri prima che i tedeschi si rafforzassero; ma il progetto rimase sulla carta. Così come rimasero allo stadio di intenzione i propositi di rivolta di singoli soldati e marinai che si erano dati alla macchia portando con sé armi e munizioni, ma che non riuscirono a trovare una figura che potesse guidarli. Altri consegnarono armi e munizioni ai partigiani greci, che andavano organizzandosi. La situazione di generale incertezza che sembrava regnare tra gli sbandati, tra effimeri piani di resistenza o di fuga e l'attesa quasi apatica di un futuro incerto, è ben esemplificata dal diario del già citato capo segnalatore Gino Vecchi: "Due soldati del Sottosettore di Apollachia sono venuti a Monòlito ed hanno parlato con i marinai che nel pomeriggio sono andati in paese. Avevano uno zaino pieno di bombe a mano. Asseriscono che anche loro sono sbandati e che hanno molte armi e munizioni; dicono che non trovano nessuno che si metta loro a capo per insorgere. Molti ufficiali sono partiti per Creta e per Atene, diretti in Germania, altri si danno alla ricerca di battelli per fuggire. Ognuno pensa per sé e Dio per tutti. Circa quarantamila soldati sono ancora sbandati, sparsi un po’ dovunque, come un immenso organismo ferito, il quale si divincola e si muove con gli altri organi sani in cerca di salvezza o almeno di non morire. Dall’Olio, facile agli entusiasmi, mi ha proposto: “Perché non vi ci mettete voi a capo?” Non potevo che rispondergli: “Dall’Olio, io so fare bene la guerra a scacchi, tu lo sai; posso mettere in scacco un re, ma non il colonnello Kleeman!” Potrei anche farlo: la morte come partigiano è più allegra di quella lenta, per la fame e lo sfinimento in un campo di concentramento. (…) Perché tutti gli ufficiali di Rodi, inferiori o superiori, quando lo potevano, e tutti lo potevano, perché dopo la notizia della resa era chiaro che si doveva essere nel futuro o con i tedeschi o contro i tedeschi, hanno abbandonato il loro posto? Anche dopo arrestati, poiché sarebbe bastato uscire dalla fila e dire: - “Io voglio collaborare”. I tedeschi sarebbero stati contenti ed avrebbero teso loro la mano per avere, se non un amico, almeno un nemico in meno. Pochi sono stati coloro che l’hanno fatto e tra questi, i più facendo il doppio gioco. Ma gli altri potevano diventare partigiani con i reparti interi e nessun soldato forse si sarebbe sottratto; o poteva riorganizzarlo dopo, quando si è capito che cosa voleva dire capitolazione. Nessuno l’ha fatto o mi risulta che abbia pensato di fare questo. (...) Potrei passare al servizio dei ribelli con tutto il personale della Stazione, ma ribelli combattenti ancora non ve ne sono. Vi sono, è vero, commandos inglesi in divisa sull’Isola e uomini greci in borghese con funzioni di spie, di sabotatori e anche di organizzatori di reparti partigiani, ma finora non s’è visto altro. Dall’Olio scese un giorno a Rodi; durante un mio permesso e s’imbattè in suoi compaesani che prestavano servizio in Aviazione a Marizza. Due di essi erano autisti ed avevano in consegna un camion con il rimorchio. L’insofferenza verso i tedeschi del mio sottocapo gli fece concepire ed organizzare un avventuroso piano di fuga ed offrì a me la direzione dell’impresa e spiegò ai suoi amici che dalle coste monolitine si sarebbe potuto fuggire e convinse di ciò i due avieri autisti. “Venite a Monòlito con il rimorchio; ne faremo una zattera e partiremo per la Turchia.” Rientrò in vedetta e caldeggiò l’impresa con i marinai; a me espose tutto il piano. Vidi subito ch’era irrealizzabile, ma qualora vi fosse stata una probabilità di riuscita non sarei voluto essere proprio io ad impedire a lui ed agli altri la libertà verso la Turchia. (…) Ci pensarono infatti bene a modo loro, sorretti dal loro entusiasmo, dai loro calcoli affrettati, dal loro grande desiderio di farla in barba ai tedeschi e di sottrarsi al logorante pensiero di un incerto avvenire. Nel dare il mio consenso pensavo al capo della Vedetta di Castello, a Ricotta ch’era diventato capoposto, il quale un giorno demolì tutta l’attrezzatura della Stazione, buttò tutto giù per un burrone affinché si fracassasse meglio e, con un battellino, non so se solo o con il personale raggiunse la vicina isola di Alimnia sulla quale non vi erano guarnigioni tedesche, e non diede più notizie di sé. (…) O anch’io avrei atteso simile occasione o mi sarei occultato in altro modo dopo la partenza di Dall’Olio e degli altri. I quali per tutta la notte fecero i loro preparativi per trasferirsi intanto verso i boschi del promontorio. (…) Dall’Olio mi chiese una bandiera italiana. Gliela lasciai prendere. (…) Ad un certo punto gli autisti fermarono l’automezzo e staccarono il rimorchio. Misero a terra i bagagli. Disposero il rimorchio perpendicolarmente al mare e lo spinsero finché esso iniziò la sua corsa giù per la china verso un punto qualunque dove si sarebbe fermato da solo, dove nessuno avrebbe più pensato, perché impossibile, farlo risalire e da dove la comitiva avrebbe iniziato il lavoro per liberare il cassone dal telaio che sarebbe stato abbandonato. I marinai e gli avieri con gli arnesi a loro disposizione lo raggiunsero. Riuscirono a staccare il cassone di cui si sarebbero serviti come zattera. (…) Il cassone era molto pesante. Per trasportarlo fino alla riva del mare, c’erano ancora almeno due chilometri di percorso impervio, sebbene in discesa. Impossibile trascinarlo fino alla spiaggia con le braccia. Poi come farlo navigare fino a Cnido o nelle adiacenze della scogliera anatolica ? Per la seconda volta dissentii. Risalii solo. Dopo il tramonto vidi rientrare anche i marinai. La motrice li lasciò sulla strada di fronte alla scala della Stazione. I due autisti proseguirono per Rodi. I monolitini nei giorni successivi tolsero al rimorchio abbandonato le ruote e tutto quello che poteva loro servire e l’impresa finì".
Il colonnello commissario Armando Coraucci, direttore del servizio approvvigionamenti del Governo del Dodecaneso, creò un centro per l’aiuto dei militari che cercavano di sottrarsi alla cattura, nonché una rete per la raccolta di notizie d’interesse militare. Posto sotto sorveglianza dai tedeschi, sarebbe poi fuggito anch’egli a Simi il 26 settembre, con una barca di contrabbandieri.
In tutto, è stato stimato che circa 1580 militari italiani riuscirono a fuggire da Rodi dopo la resa, raggiungendo dopo perigliosa navigazione Lero, Coo (seguendo quindi la sorte di queste guarnigioni, anch’esse sconfitte nei mesi successivi), Castelrosso o la Turchia, dove furono internati (quelli fuggiti in Turchia riuscirono successivamente a ritornare in Italia, passando per la Siria e la Palestina).
Alcuni ufficiali fornirono ai loro soldati abiti civili, perché tentassero di mescolarsi alla popolazione locale e così sfuggire alla cattura. Molti uomini, tra cui parecchi marinai, non risposero agli ordini di raccolta emanati dai tedeschi e trovarono aiuto e rifugio presso innumerevoli famiglie italiane e greche, sia nella città di Rodi che, in misura ancor maggiore, nelle campagne; la popolazione greca si mostrò favorevole agli italiani, e parecchi civili del posto rischiarono la vita per dare aiuto ai soldati che cercavano di eludere la cattura. Vennero nascoste anche parecchie armi, nella speranza che, se fossero sbarcati i britannici, potessero essere recuperate ed utilizzate per un’insurrezione. Da parte loro, i britannici lanciarono sull’isola volantini contenenti un «AVVISO URGENTE Dal Quartier Generale delle Forze Armate nel Medio Oriente ALLA GUARNIGIONE ITALIANA DI RODI», in cui si esortavano gli italiani a non fidarsi dei tedeschi e ad insorgere subito con tutti i mezzi a disposizione, spiegando che in caso contrario sarebbero finiti come schiavi nei lager nazisti, a lavorare nell’inverno russo o sotto le bombe angloamericane. Un minaccioso passaggio del volantino doveva rivelarsi tristemente profetico: «Navi tedesche saranno mandate a prendervi. Noi supponiamo che voi sappiate chiaramente cosa significa questo. Significa due cose, e soltanto due cose: 1° Potrete raggiungere il continente, ma assai probabilmente non potrete raggiungerlo. Come necessaria contromisura di guerra la nostra Marina ed Aviazione faranno tutto il possibile perché voi non arriviate… ed hanno il braccio lungo».
Proprio in seguito al lancio di questi manifestini, il commendator Zarli inviò un nuovo telegramma al contrammiraglio Mascherpa a Lero: «In città hanno riportato cinque carri armati piazzandoli in vari punti. Molti fuggiaschi presi dai tedeschi sono stati fucilati. Il manifesto di questa notte invitandoci alla resistenza a qualunque costo ci fa dubitare che non state provvedendo per portare aiuto o per lo meno la guida. Invece lo sbarco dall’esterno farebbe insorgere tutti. Invochiamo quindi quanto sopra e desideriamo con molta ansia vostre decisioni».
Oltre alla già citata stazione radio di San Giovanni, che continuò clandestinamente ad operare per merito del capo radiotelegrafista Nicola Di Paolo, venne creata in un’abitazione privata un’altra stazione radio clandestina, realizzata dal capo radiotelegrafista Luigi Guerra con componenti sottratti alla consegna ai tedeschi. Ciò permise di mantenere un collegamento radio col mondo esterno ancora per qualche tempo. La stazione radio del capo Guerra operò fino a inizio novembre 1943, quando fu necessario spostarla per impedire che venisse scoperta; successivamente, quando Guerra venne arrestato e deportato in Germania, la radio venne distrutta dal tenente Luigi Guglielmi. La stazione di San Giovanni si mantenne in contatto con Lero dal 12 settembre al 5 ottobre, quando capo Di Paolo venne arrestato dai tedeschi e spedito in Grecia per via aerea.
Parecchi soldati e marinai si diedero alla macchia in giro per l’isola ed elusero la cattura per settimane; alcuni si ritirarono nell’interno e decisero di proseguire la resistenza ad oltranza, anche sotto l’occupazione tedesca, come il secondo capo cannoniere Pietro Carboni, che riuscì ad organizzare una piccola banda di militari italiani decisi a darsi alla guerriglia nell’interno di Rodi. Carboni cercò anche di organizzare un gruppo più numeroso, di una sessantina di uomini, col quale si proponeva nientemeno che di tentare un colpo di mano per catturare l’intero Stato Maggiore tedesco di Rodi; progetto che però non poté concretizzare, perché rivelato ai tedeschi da delle spie. I membri del gruppo vennero braccati e a poco a poco eliminati; alla fine rimase soltanto Carboni, che con la sua attività si “meritò” dai tedeschi una taglia di ben 50.000 lire dell’epoca. 

La taglia messa dalle autorità tedesche sulla testa di Pietro Carboni (dalla pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")

Per oltre un anno l’intraprendente sottufficiale condusse la sua solitaria guerra contro i tedeschi, disattivando mine nel settore Cattavia-Apollachia, compiendo sabotaggi all’aeroporto di Calato, incendiando boschi, esortando gli internati ad agire contro i tedeschi, tentando di scatenare una rivolta nella zona di Malona. Viveva nelle grotte sulle montagne, spostandosi di continuo per non farsi trovare; una volta la Gestapo riuscì a prenderlo, ma Carboni evase e riprese la sua attività. Tutti i villaggi dell’isola vennero tappezzati di sue foto segnaletiche. Ad aiutarlo erano un maresciallo dei carabinieri ed un civile, sardi come lui; il secondo venne arrestato e torturato dai tedeschi per strappargli notizie utili alla cattura di Carboni. Anche un commerciante italiano di Rodi, Costantino Minetto, gli prestò clandestinamente dei soldi perché potesse comprare ciò con cui vivere.
Sfinito, malato, alla fine fu scoperto da una pattuglia tedesca, guidata nella grotta in cui viveva da un civile greco intenzionato ad incassare la taglia: Carboni ingaggiò una lotta corpo a corpo con il maresciallo comandante della pattuglia, ferendolo gravemente con una pugnalata, prima di essere a sua volta freddato dal greco con il suo fucile da caccia. Era il 26 dicembre 1944. Il comando della Panzegrenadier-Brigade "Rhodos" emise uno speciale ordine del giorno per celebrarne l’uccisione: «Da parte di una pattuglia (…) riuscì a pescare il famoso e ricercato comandante dei banditi Pietro Carboni. (…) si effettuò un duello tra il maresciallo Breul e il bandito (duello con il pugnale) e durante il quale il maresciallo venne gravemente ferito. All’agire del greco con un fucile da caccia il Carboni venne ucciso. Con la cattura ed uccisione del bandito Carboni viene annientato l’ultimo centro dei banditi di Rodi. (…) Pronuncio alla pattuglia del consigliere [?] Wolff la mia più viva riconoscenza per il successo riportato».
La maggior parte degli uomini, comunque, venne progressivamente rastrellata dai tedeschi già nel corso del settembre 1943. Secondo una fonte, il numero di militari italiani disarmati a Rodi dai tedeschi sarebbe stato di 36.173, tra i quali si contarono 7 morti e 21 feriti per attacchi aerei britannici avvenuti dopo la caduta dell’isola. Non volendo intaccare le non abbondanti scorte di provviste presenti a Rodi (questo in realtà non è chiaro: molte fonti affermano che le riserve alimentari disponibili nell’isola fossero esigue, tuttavia il colonnello Coraucci, responsabile proprio dei rifornimenti, dopo essere fuggito da Rodi il 27 settembre informò i servizi britannici che le scorte alimentari della guarnigione, confiscate dai tedeschi, potevano durare 4 o 5 mesi), necessarie alla resistenza della guarnigione tedesca, o tenere sull’isola una pericolosa fonte di potenziali rivolte, si iniziò ben presto a trasferirli in Grecia. In tal modo si sarebbe inoltre resa disponibile numerosa “manodopera” da far lavorare nell’industria bellica tedesca, volente o nolente, mentre a Rodi gli internati erano per i tedeschi soltanto delle bocche da sfamare senza poter essere in alcun modo sfruttate a vantaggio dello sforzo bellico tedesco. Per tutti questi motivi, già il 12 settembre il comando della Divisione "Rhodos" aveva chiesto il trasferimento sul continente dei prigionieri italiani, o almeno di 10.000 elementi ritenuti "poco sicuri" (secondo una fonte, questi 10.000 uomini avevano negato l’obbedienza ad Iginio Ugo Faralli, vice governatore di Rodi, che prese il posto di Campioni dopo le sue dimissioni ed aderì poi alla RSI).
Il trasferimento dall’isola al continente doveva avvenire con ogni mezzo disponibile: navi di ogni età e dimensione, aerei, natanti minori. Al momento della resa, però, di navi disponibili a Rodi per il loro trasferimento non ce n’era neanche una, e in tutto l’Egeo la disponibilità di navi da trasporto e da scorta era abbastanza limitata. Si potevano usare gli aerei, ma questi non potevano trasportare che piccoli gruppi di prigionieri, il che significava che il trasferimento non sarebbe potuto avvenire in tempi rapidi. Il trasferimento via mare era doppiamente problematico: sia per la già menzionata carenza di navi, sia per il notevole rischio comportato dalla sorveglianza aeronavale britannica. Si pensò anche di far trasportare i prigionieri su navi ospedale o su mercantili neutrali, facendoli internare in Paesi neutrali; o di accettare una offerta del governo turco di rifornire di viveri le isole dell’Egeo, a mezzo di navi svedesi (tenendo quindi gli internati a Rodi); o di trasferire gli italiani nella vicina Turchia, dove sarebbero stati internati. In tutti e tre i casi, però, si sarebbe dovuto rinunciare a sfruttare questa considerevole aliquota di potenziale manodopera: Hitler e i suoi consiglieri, invece, non erano disposti a rinunciare a quasi 40.000 uomini che avrebbero potuto essere impiegati forzatamente nella produzione industriale ed agricola del Reich. Fu quindi il "Führer" in persona ad intervenire nella questione: Hitler diede ordine di trasportare gli internati via mare trascurando "tutte le norme di sicurezza relative alla limitazione numerica degli imbarcati", sfruttando "lo spazio al massimo, senza curarsi delle eventuali perdite". Da parte loro, i comandi della Wehrmacht ammettevano che il trasporto via mare comportasse dei rischi, ma ritenevano anche che i Comandi subordinati in Grecia ne sopravvalutassero l’entità, e soprattutto escludevano qualsiasi soluzione che prevedesse di consegnare agli angloamericani 40.000 soldati che in gran parte apparivano intenzionati a combattere contro la Germania.

Il primo gruppetto di prigionieri di Rodi, 15 ufficiali della Marina (compresi alcuni ufficiali di artiglieria dell’Esercito in servizio nelle batterie della Marina) e dell’Aeronautica, venne evacuato il 17 settembre con un aereo, che li trasportò ad Atene; per il celere trasferimento in Grecia degli ufficiali italiani venne allestito un ponte aereo con 30 velivoli da trasporto Junkers Ju 52, che decollavano dall’aeroporto di Gadurrà (essendo Maritza temporaneamente inutilizzabile dopo il bombardamento d’artiglieria cui era stato sottoposto). Ma la massa degli italiani avrebbe dovuto essere trasportata sul continente via mare.

È in questo contesto che la Donizetti, il mattino del 22 settembre 1943, arrivò a Rodi, scortata dalla torpediniera tedesca TA 10 (già francese La Pomone, catturata a Biserta nel novembre 1942, entrata in servizio nella Regia Marina come FR 42 e poi ceduta alla Kriegsmarine nel maggio 1943). La motonave batteva ormai bandiera tedesca (non è chiaro se l’equipaggio fosse interamente tedesco, o se comprendesse anche qualche componente dell’originario equipaggio civile italiano), e trasportava un carico di rifornimenti, tra cui artiglierie, munizioni, e rinforzi per la guarnigione tedesca di Rodi.
Alcune fonti italiane affermano che la Donizetti sarebbe giunta a Rodi il 19 settembre, ma dal giornale di bordo della TA 10 risulta chiaramente che in quella data la motonave si trovava ancora al Pireo: Donizetti e TA 10 lasciarono infatti il Pireo alle sette di sera del 20 settembre, dirette a Creta. Il comandante della TA 10, tenente di vascello Jobst Hahndorff, lamentò nel suo rapporto di dover essere partito senza il suo comandante in seconda (nonché ufficiale addetto ai siluri), che era rimasto a terra per non essere potuto rientrare a bordo in tempo prima della partenza; non essendo disponibile nemmeno un altro ufficiale per rimpiazzarlo, ed avendo Hahndorff mostrato il suo disappunto nel dover effettuare una missione di scorta senza quell’importante ufficiale, il Comando della Kriegsmarine dell’Egeo aveva promesso ad Hahndorff di inviarlo a Creta, se possibile, per via aerea non appena fosse arrivato, in modo che potesse ricongiungersi all’equipaggio della TA 10.
Il viaggio dal Pireo a Creta delle due navi si era svolto senza eventi di rilievo; alle cinque del mattino del 21 settembre le navi, in arrivo a Creta, avevano notato del tiro contraereo sui cieli dell’isola, ed alle 6.02 erano state raggiunte dalla scorta aerea. Alle 10.44 di quel mattino, Donizetti e TA 10 erano entrate nel porto di Iraklion, dove si erano ormeggiate; la loro sosta ad Iraklion era durata poco più di un’ora, perché già a mezzogiorno le due navi erano ripartite alla volta di Rodi.
Durante la traversata da Candia a Rodi, alle 15.25, il piccolo convoglio era stato raggiunto da un ricognitore britannico, che volava basso provenendo dalla costa: arrivando da poppa, l’aereo aveva sorvolato Donizetti e TA 10 e poi si era allontanato verso proravia, fino a sparire alla vista. Era stato dato l’allarme aereo, ma la TA 10 non aveva aperto il fuoco, per evitare di colpire un velivolo tedesco di scorta aerea che volava nei pressi. Alle 15.55 la TA 10 aveva ricevuto un messaggio radio inviato dall’ammiraglio tedesco dell’Egeo, col quale si informava Hahndorff che il suo convoglio era stato avvistato da un ricognitore nemico alle 15.30, e – notizia più preoccupante – che la ricognizione tedesca aveva riferito che due cacciatorpediniere erano stati visti in uscita da Lero alle 13 del 21 settembre, con rotta sud, alla velocità stimata di 20 nodi.
La navigazione delle due navi proseguì senza ulteriori incidenti fino alle prime ore del 22 settembre. Alle 3.15 di quella notte si verificò un nuovo allarme aereo: non ricognitori, questa volta, ma bombardieri, che sganciarono due o tre bombe di piccolo calibro da media quota, contro il fianco sinistro della Donizetti. L’attacco colse la formazione di sorpresa: l’aereo non venne né avvistato, né ne venne sentito il rumore, prima dello sgancio delle bombe. Dopo questo attacco, le navi iniziarono a zigzagare, con le mitragliere armate e pronte al fuoco. Pochi minuti dopo, infatti – alle 3.20 – si verificò un nuovo lancio di bombe: questa volta erano quattro, anch’esse di piccolo calibro, dirette contro il lato di dritta della TA 10. Caddero in mare a circa duecento metri dalla torpediniera. Un messaggio britannico datato "2317012/9/1943" si riferisce probabilmente a questo attacco aereo: "DONIZETTI & DONIZETTI CONVOY IN JP FIVE ONE THREE NOUGHT WAS LOCATED AND UNSUCCESSFULLY ATTACKED (…) BY ALLIED AIRCRAFT OFF EAST COAST RHODES & RHODES NOUGHT ONE THREE NOUGHT HOURS TWENTYSECOND".



Dopo aver superato indenni questo attacco, Donizetti e TA 10 raggiunsero Rodi alle 5.10 del 22 settembre. Al loro arrivo, le ostruzioni del porto erano ancora chiuse, pertanto le due navi dovettero aspettare oltre un’ora davanti all’imboccatura del porto (il locale Comando Marina tedesco disse a Hahndorff che l’arrivo del convoglio era atteso sul lato opposto dell’isola, e che tutta l’attenzione era stata concentrata da quella parte: per questo le ostruzioni erano state aperte con tanto ritardo); alle 6.20 le ostruzioni vennero infine aperte, e le due navi entrarono in porto. Entro le 6.50, si erano ormeggiate; la Donizetti, in particolare, si ormeggiò alla banchina del porto commerciale.
Essendo la prima nave non piccolissima ad essere giunta nell’isola dopo la sua conquista da parte tedesca, la Donizetti venne rapidamente scelta per trasportare la prima aliquota di prigionieri. Per il viaggio di ritorno, pertanto, il capitano di fregata Adriano Arcangioli di Marina Rodi ebbe ordine dal comando tedesco di imbarcarvi personale della Marina e dell’Aeronautica per il trasferimento in Grecia, da dove poi sarebbero proseguiti per la Germania ov’erano destinati ai campi di prigionia come "internati militari italiani". Parecchi uomini, temendo – a ragione – i pericoli del viaggio e “contando su qualche migliore occasione che poteva fornire la permanenza a Rodi”, si finsero malati o si diedero alla macchia per evitare di doversi imbarcare.
L’imbarco degli "internati", una volta che la Donizetti fu stata celermente scaricata dei rifornimenti che aveva portato da Creta, iniziò il mattino del 22 settembre (per altra fonte, a mezzogiorno, mentre il capitano di fregata Arcangioli affermò nella relazione stesa nel dopoguerra che l’imbarco avvenne nel pomeriggio). Una piccola parte degli italiani venne sistemata nelle poche cabine di cui disponeva la motonave, ma il grosso fu mandato nelle stive. I prigionieri vennero stipati sulla Donizetti in condizioni di sovraffollamento disastrose: il colonnello Arrigo Angiolini scrisse in seguito, in una relazione, che solitamente sulla Donizetti, quando era impiegata come trasporto truppe, venivano imbarcati al massimo 700 uomini; il comando tedesco decise di imbarcare sulla motonave il triplo, 2100 prigionieri. (Il maggiore di porto Francesco Capodanno, già comandante del porto di Rodi, affermò nel novembre 1945 che la capienza massima della Donizetti fosse di mille uomini; in effetti la gemella Puccini giunse ad avere a bordo un migliaio di uomini, equipaggio compreso, in un viaggio di trasporto truppe. In base agli appunti dell’allievo ufficiale Widmer Lanzoni, che fu imbarcato sulla Donizetti dal giugno 1942 all’aprile 1943, solitamente questa nave trasportava nei suoi viaggi tra i 500 e i 600 uomini; soltanto in un paio di occasioni giunse a trasportarne 700).
Constatate le penose condizioni dei primi 1600 uomini che erano saliti a bordo, Angiolini intervenne e riuscì a convincere il comando tedesco a sospendere l’imbarco, il che salvò la vita ad altre centinaia di prigionieri italiani.
Secondo una fonte, il colonnello Angiolini era stato incaricato dai tedeschi di dirigere l’imbarco e fece sospendere l’operazione di sua iniziativa quando a bordo della nave erano saliti circa 1600 uomini, perché si era reso conto che non era assolutamente possibile stipare altri prigionieri nelle stive già traboccanti; ma il comando tedesco fece riprendere subito l’imbarco, fermandosi soltanto dopo aver fatto salire a bordo 1835 uomini, quando finalmente comprese che Arcangioli aveva ragione quando diceva che non era possibile imbarcare 2100 uomini in uno spazio così ristretto, che un tale sovraffollamento avrebbe messo a rischio la sicurezza della nave stessa. Furono così “risparmiati” altri 256 uomini che sarebbero dovuti salire sulla Donizetti e che invece rimasero a terra. Secondo un’altra versione, fu un ufficiale di Marina italiano che, notando che il numero dei prigionieri imbarcati sulla Donizetti era troppo elevato, protestò presso l’ufficiale tedesco responsabile, dichiarando che sarebbe stato disumano far partire la nave in quelle condizioni; l’ufficiale tedesco fece una chiamata al telefono, dopo di che l’imbarco venne finalmente arrestato, quando però già più di 1500 uomini erano a bordo. (Il colonnello Angiolini, Direttore dei Servizi a Rodi ed in quanto tale responsabile dell’approvvigionamento di provviste per l’intera guarnigione, sia italiana che tedesca, aveva mantenuto tale incarico anche dopo l’occupazione tedesca, essendo necessario che qualcuno si occupasse del vettovagliamento della massa di militari italiani, ora internati,  che si trovavano ancora a Rodi. Alle sue dipendenze era anche il tenente di vascello Giordano Chierego, che aveva competenza per la Marina. In una lettera del 23 gennaio 1946 all’Ufficio Assenti della Marina, Angiolini descrisse così la vicenda dell’imbarco sulla Donizetti dei prigionieri: «I Marinai Italiani avevano tutti spirito elevatissimo e per questo stava cuore ai tedeschi di allontanarli al più presto dall’isola. All’arrivo del piroscafo Donizetti, equipaggiato con personale tedesco, fu dato l’ordine che i primi a partire dovevano essere i marinai, e che il numero dei partenti fosse completato con aliquote dell’Aeronautica. Presente all’imbarco, dato che sapevo che il Donizetti, già trasporto truppe dal Pireo non poteva trasportarne più di 700, e questo anche in relazione ai mezzi di salvataggio, intervenni energicamente presso l’ufficiale tedesco addetto ai servizi facendogli presente essere inumano far partire un piroscafo in tali condizioni. L’ufficiale tedesco telefonò al suo Comando e da questi fu sospeso l’imbarco di altro personale. Risultarono così imbarcati 1600 marinai (la totalità di Rodi) e 200 avieri (…) Non ritengo che si potranno rintracciare i nomi degli imbarcati dato che i tedeschi non compilarono liste di imbarco»).



La relazione del colonnello Arrigo Angiolini (Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")


Anche tra i comandi tedeschi vi furono delle diatribe a questo riguardo: il generale Kleemann insisteva affinché venisse imbarcato sulla nave soltanto un numero di prigionieri compatibile con le dotazioni di salvataggio disponibili a bordo, mentre il comandante della Marina tedesca nell’Egeo (e responsabile dei trasporti marittimi del Gruppo d’Armate "E"), viceammiraglio Werner Lange, intendeva eseguire alla lettera gli ordini di Hitler e sfruttare al massimo lo spazio disponibile sulla motonave, imbarcando 2100 uomini nel viaggio di ritorno.
Già il 18 settembre lo stesso Lange aveva ammesso che i trasporti via mare, soprattutto di prigionieri, tra Rodi e il continente non fossero più praticabili, a causa dell’elevatissimo rischio di perdite di naviglio; come soluzione aveva prospettato di tenere semplicemente i prigionieri italiani sull’isola, riducendo fortemente le loro razioni, oppure di evacuarli per mezzo di navi ospedale e navi neutrali. Quest’ultima soluzione, però, sarebbe stata presa in considerazione soltanto in situazioni di assoluta emergenza: gli Alleati, ben conoscendo la situazione di difficoltà della Wehrmacht, difficilmente sarebbero stati disposti a scambiare prigionieri tedeschi con "internati militari" italiani, e gli alti comandi tedeschi non erano disposti a rilasciare 40.000 prigionieri italiani senza ottenere niente in cambio. Insieme alla cieca obbedienza agli ordini del "Führer", l’ammiraglio Lange mostrava un totale disinteresse nei confronti delle vite degli italiani, condiviso anche dal suo superiore del Marinegruppenkommandos Süd, ammiraglio Kurt Fricke: disinteresse che traeva origine dal suo profondo disprezzo e dal sentimento di vendetta verso gli ex alleati italiani, ritenuti “traditori” dopo l’8 settembre 1943.
Alla fine vennero imbarcati 1584 prigionieri, meno dei 2100 che Lange avrebbe voluto, ma ben di più di quanti ne avrebbero consentiti i mezzi di salvataggio disponibili sulla motonave, nonostante le lamentele di Kleemann che protestava che ciò fosse contrario alle leggi internazionali. Il generale Kleemann si sarebbe lungamente lamentato, a questo proposito, presso il generale Alexander Löhr, comandante in capo del settore sudest (Oberbefehlshaber Südost), ma senza che questo producesse alcuna conseguenza.
Non essendoci sulla Donizetti salvagente a sufficienza per tutti quegli uomini, venne imbarcato un certo numero di salvagente supplementari.
Secondo lo storico tedesco Gerhard Schreiber, invece, Kleemann fece imbarcare sulla Donizetti il numero massimo di prigionieri che giudicò compatibile con le dotazioni di imbarcazioni di salvataggio e giubbotti salvagente della motonave, e non di più, tanto da essere per questo attaccato, in seguito, dall’ammiraglio Lange. Secondo tale versione, vi sarebbero state sulla Donizetti dotazioni di salvataggio in numero bastante per tutti i prigionieri – almeno per quanto riguardava i salvagente, mentre si può dubitare che ciò valesse per le imbarcazioni –, seppure appena sufficienti. Una spiegazione che potrebbe rendere compatibili le due versioni è che Kleemann abbia fatto imbarcare sulla Donizetti un numero di prigionieri superiore a quello compatibile con le originarie dotazioni di salvataggio della nave, ma che poi abbia fatto imbarcare un numero di giubbotti salvagente supplementari sufficiente per la totalità dei prigionieri. Dagli appunti di Widmer Lanzoni, allievo ufficiale sulla Donizetti fin0 all’aprile 1943, emerge che la dotazione di salvagente di questa nave, destinati alle truppe trasportate, assommava nel 1942-1943 a 986 salvagente: 180 a cintura e 173 a tampone nel corridoio stiva 1; 225, tutti a cintura, nel corridoio stiva 2; 140 a cintura e 96 a tampone nel corridoio stiva 3; 172 a cintura nel corridoio stiva 4. In tutto, 717 salvagente a cintura e 269 a tampone, cui andavano aggiunti i salvagente dell’equipaggio e quelli in dotazione alle 29 cabine per i passeggeri. Considerato anche il personale tedesco dell’equipaggio e del corpo di guardia, questo significa che per il viaggio del 22 settembre 1943 sarebbe stato necessario imbarcare circa ottocento salvagente aggiuntivi. Ad ogni modo, i salvagente garantivano una salvezza soltanto momentanea, e non è chiaro (ma sembra poco probabile) se la nave avesse scialuppe e zattere a sufficienza per tutti.
Secondo Schreiber, addirittura, la diatriba tra Kleemann e Lange si verificò dopo l’affondamento della Donizetti, a posteriori, il che rende la posizione assunta sulla questione dall’ammiraglio tedesco ancor più follemente assurda: pur sapendo che la nave era affondata, provocando la morte di tutti i prigionieri, Lange criticò Kleemann per avervene imbarcati “soltanto” 1576 (o 1584), quando secondo lui avrebbe potuto e dovuto, in ottemperanza ai "chiari ordini del Führer", caricarvene di più. Il Gruppo d’Armate, disse Lange, nel trasportare prigionieri italiani doveva sfruttare lo spazio disponibile sulle navi senza curarsi delle dotazioni di sicurezza; citando gli ordini di Hitler, l’ammiraglio diffidò Kleemann dal soffermarsi nuovamente, nei futuri trasporti, su questioni di questo genere. Alle ingiunzioni di Lange, il comandante della Sturm-Division "Rhodos" rispose ribadendo che lo sfruttamento dello spazio a bordo delle navi destinate al trasporto di prigionieri italiani doveva essere subordinato alle loro dotazioni di salvataggio, altrimenti si sarebbero infrante le leggi internazionali. L’ammiraglio non si degnò neanche di rispondere a questo messaggio, ma si rivolse invece al generale Löhr, superiore di Kleemann, chiedendo che questi si assicurasse che il suo sottoposto "seguisse le istruzioni del Führer riguardo i suoi mezzi di salvataggio".

Qualcuno riuscì ad evitare l’imbarco: il capitano di artiglieria Natale Monsurrò del Regio Esercito, designato dai tedeschi capo convoglio, non si presentò all’imbarco e riuscì a fuggire con un battello di contrabbandieri greci (il 26 settembre, insieme al colonnello commissario Monsurrò ed al sottotenente d’artiglieria Baldini), raggiungendo dapprima l’isola di Simi e poi quella di Lero, dove si unì alla locale guarnigione che ancora resisteva sotto il comando dell’ammiraglio Mascherpa. Il capitano medico di complemento Corrado De Carolis, in servizio all’infermeria di Marina Rodi e destinato anch’esso a partire con la Donizetti, fu invece salvato da un allarme aereo, che lo fece arrivare al porto in ritardo: giuntovi verso le otto di sera, vide che la motonave era già scostata dal molo, ormai in partenza. Rimase così a terra: solo dopo qualche giorno si sarebbe reso conto di quanto era stato fortunato.



La relazione del capitano medico Corrado De Carolis (Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")


Qualcun altro ancora evitò l’imbarco nascondendosi nei boschi di Koskinou.
Neanche gli internati che s’imbarcarono sulla Donizetti erano passivamente rassegnati alla prospettiva della prigionia: nella già citata testimonianza del gennaio 1946, il colonnello Angiolini raccontò che «dalle notizie che circolavano si sapeva che i marinai avrebbero tentato un colpo di mano non appena al largo per impadronirsi della nave e dirigersi verso Alessandria». Il tenente di vascello Giordano Chierego, in una lettera del dicembre 1945, si spinse ancora oltre: «Certo che la quasi totalità dei marinai era nascostamente armata di pistole e bombe a mano».
Durante le operazioni di imbarco si verificò anche un allarme aereo: dalle 12.30 alle 12.50, infatti, la città ed il porto di Rodi furono in allarme perché sorvolati, a circa 5000 o 6000 metri di quota, da circa 25 bombardieri quadrimotori, che tuttavia non sganciarono bombe, né aprirono il fuoco con le mitragliatrici.

Sul numero esatto di soldati che furono imbarcati sulla Donizetti esistono cifre discordanti.
A quanto risulta, gli elenchi dei prigionieri imbarcati rimasero in mano tedesca, e non sembra che ad oggi siano stati ritrovati; secondo altre fonti non sarebbero state completate, o non sarebbero state redatte per niente, delle liste nominative a causa della fretta di imbarcare i prigionieri, ma ciò appare piuttosto strano. Presso l’Archivio Segreto Vaticano (Sezione Archivio Liste, busta 87, fascicolo E. 839/A-B; dal 1939 al 1947 fu in funzione un Ufficio informazioni vaticano per i prigionieri di guerra) esistono degli «elenchi trasmessi dalla curia arcivescovile di Rodi il 23 settembre 1946 relativi al personale dell’aeronautica e marina militare deportato e imbarcato sulla nave Donizetti affondata il 23 settembre 1943 al largo delle coste di Rodi in seguito al bombardamento [sic] inglese», con nota «Fare doppia copia e passare poi ai precedenti. Fatte copie il 4.3.46 ed inviato originale a monsignor Acciari tramite monsignor Rossi il 7.3.46».


(Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")

Nel giugno 1945 il capitano di fregata Arcangioli, rientrato dalla prigionia ed interpellato in merito agli elenchi del personale imbarcato sulla Donizetti, rispose che esistevano due copie di tali elenchi, da lui redatte; una di esse era stata consegnata al capitano di corvetta Stumph del comando tedesco di Rodi, l’altra al tenente di vascello italiano Giordano Chierego, che era rimasto nell’isola dopo l’arresto di Arcangioli ed il suo trasferimento sul continente. Arcangioli poteva ricordare, a memoria, i nomi di nove ufficiali (uno del CREM, il sottotenente Giovannini, ed otto dell’Esercito, ufficiali d’artiglieria aggregati alla Marina: Clerici, Cruciani, Papa, Messina, Keller, Lia, Sabbioni, Eleusi) che erano stati fatti salire sulla motonave. Il tenente di vascello Chierego, interpellato in proposito, rispose di aver riposto la lista «in una cassa che a cura del Governo dell’isola fu nascosta in un sotterraneo dove certamente dovrebbe essere ancora reperibile» (successivamente, in una lettera del dicembre 1945, precisò: «Prevedendo di essere stato prelevato e trasportato in Germania, lasciai delle consegne precise per cui, il giorno successivo alla mia partenza, tutti questi documenti (…), il tutto raccolto in tre casse, venne consegnato al Governo della Isola e rinchiuso in un sotterraneo…».




(Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")


Vennero interessate anche le autorità Alleate per cercare la lista, ma la Commissione per la tutela degli interessi degli italiani nel Dodecaneso fece sapere che «per quanto concerne la cassa (…) lasciata dal tenente Chierego e nascosta in un sotterraneo del Governo, si comunica che il Palazzo del Governo stesso, non ha sotterranei. Potrebbe trattarsi, probabilmente, di altro stabile. Comunque, alcuni funzionari del Governo, ancora a Rodi, tra i quali il Segretario dell’Eccellenza Faralli, asseriscono di non essere stata mai loro nota l’esistenza di tali documenti. Questa Commissione ha proceduto a sopralluoghi nei vari locali già occupati, alla data dell’8/9/1943, dai Comandi della R. Marina dislocati a Rodi. L’esito delle ricerche è stato infruttuoso, dovuto anche al continuo susseguirsi dei reparti, prima tedeschi e successivamente inglesi e indiani, che occuparono predetti locali. Sopralluogo nei locali della Capitaneria di Porto, del Castello – già sede del Comando Superiore delle FF. AA. dell’Egeo ha dato del pari esito negativo. I documenti potrebbero essere stati anche trafugati a scopo di lucro, ma, a quest’ora, a distanza di tre anni dall’affondamento della nave e di un anno dalla fine della guerra sarebbero, senza alcun dubbio, venuti alla luce. Questa Commissione riterrebbe opportuno fare interpellare il tenente di vascello Chierego circa la persona a cui precisamente egli avrebbe consegnato, per la custodia, la cassa dei documenti, onde continuare le ricerche con maggiori possibilità di successo».







Non era peraltro chiaro se il palazzo presso cui era stata nascosta la lista fosse il palazzo del Governo al Mandracchio, o piuttosto il Castello di Rodi: in una lettera di un funzionario dell’Ufficio Assenti del Ministero della Marina (che era stato egli stesso catturato a Rodi dopo l’armistizio, rimanendovi fino al febbraio 1944 quando era stato deportato) ad un membro della commissione, si propendeva per la prima ipotesi, «perché il Signor Chierego fu deportato quando il Governo Civile funzionava in pieno con Faralli, mentre al Castello c’erano già i tedeschi».
Nel novembre 1945 venne individuata un’altra possibile pista: don Giuseppe Della Vedova, già cappellano di Rodi, riferì al Ministero della Marina che un ruolino dei militari deceduti a Rodi e di quelli imbarcati sulla Donizetti era stato da lui lasciato a padre Crisologo Fabi, superiore della Missione Francescana Chiesa Santa Maria della Vittoria a Rodi. Vennero allora contattati sia il Ministero degli Affari Esteri che la Segreteria di Stato della Santa Sede, per contattare padre Fabi e chiedergli quel ruolino; il Ministero degli Affari Esteri si rivolse a sua volta alla Commissione Alleata, al fine di ottenere quell’elenco dal francescano. Ma non sembra che neanche queste ricerche abbiano condotto a risultati.



(Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")



Secondo una testimonianza, il frate rodiese Don Cesare Andolfi sarebbe riuscito a venire in possesso di una copia della lista degli imbarcati. Il subacqueo e ricercatore greco Kostas Thoctarides ha rintracciato una parzialissima lista, fornita qualche tempo dopo dalle autorità italiane, con i nomi di 122 uomini dell’Aeronautica e 28 della Marina, periti sulla Donizetti. La lista dei 122 uomini dell’Aeronautica è una di quelle conservate presso l’Archivio Segreto Vaticano, fascicolo E. 839, trasmessa nel febbraio 1946 dall’arcivescovo di Rodi. Qualche notizia sull’origine di queste liste si può ricavare da un messaggio del gennaio 1946, inviato dall’Ufficio Ricerche della Sezione Affari Militari della Commissione per la tutela degli interessi degli italiani nel Dodecaneso ai Ministeri della Guerra e dell’Assistenza Postbellica, alla Segreteria di Stato della Santa Sede ed all’Ufficio Prigionieri e Dispersi della Croce Rossa Italiana, insieme agli elenchi nominativo di uno scaglione di militari dell’Aeronautica (i 122 del fascicolo E. 839) e di alcuni militari della Marina (i 28) imbarcati sulla Donizetti. In esso si spiegava che l’elenco dei 122 militari dell’Aeronautica era stato redatto dal comando tedesco che poi l’aveva consegnato all’Ispettorato dei Reparti italiani nell’Egeo orientale, e che era stato ritrovato nel carteggio di tale Ispettorato, frattanto disciolto, dalla Commissione per la tutela degli interessi degli italiani nel Dodecaneso; l’elenco dei 28 militari della Marina era invece stato compilato direttamente dall’Ufficio Ricerche della Sezione Affari Militari della Commissione, sulla scorta di informazioni fornite da ex militari già appartenenti al Comando Marina di Rodi, che all’epoca si trovavano ancora nell’isola. A conclusione del documento si affermava anche, probabilmente esagerando, che «secondo informazioni a suo tempo attinte dagli ambienti militari e civili di Rodi, col piroscafo Donizetti sarebbero stati imbarcati circa 2500 militari appartenenti, in gran maggioranza, a reparti della R. Marina».
In mancanza di elenchi ufficiali e completi, nel dopoguerra le autorità della Marina, nel tentativo di ricostruire la sorte del numeroso personale in servizio a Rodi e del quale ancora non si avevano notizie (opera iniziata già nel 1944, prima ancora della fine della guerra, e proseguita per oltre due anni dall’Ufficio Assenti del Ministero della Marina), dovettero accontentarsi di tentare di compilare liste parziali interrogando reduci di Marina Rodi tornati dalla prigionia, cui era chiesto di fornire i nominativi di coloro che, secondo il loro ricordo, si erano imbarcati sulla Donizetti nel suo ultimo viaggio. Vennero sentiti oltre una quindicina di testimoni, grazie ai quali fu possibile redigere delle liste di alcune decine di nominativi.

Alcuni dei telegrammi inviati nel dopoguerra per avere notizie da reduci di Marina Rodi (Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")














Il capo radiotelegrafista di seconda classe Gioacchino Geremia fornì nell’agosto 1945 cinque nomi; il secondo capo furiere Vittorio Lauri, negli stessi giorni, comunicò un elenco di dieci nomi.
Nel settembre 1945 il capitano di porto Ugo Ricciuti, oltre a dichiarare di aver chiaramente letto il nome della Donizetti in un elenco di navi date per affondate dalla compagnia tedesca Mittelmeer-Reederei (che si occupava della gestione dei mercantili italiani catturati dopo l’armistizio e riarmati sotto bandiera tedesca) nel periodo 8 settembre-31 dicembre 1943 e comunicato nel 1944 alla Capitaneria di Porto di Trieste (dove Ricciuti, rimpatriato dalla prigionia in Germania dopo la caduta di Rodi, era stato destinato dalla Repubblica Sociale Italiana) per l’aggiornamento delle matricole delle navi, diede i nomi di due ufficiali (Alessandro Giovannini e Adolfo Messina) ed un sottufficiale (Aniello Vetrano) che si erano imbarcati sulla motonave. 


La relazione del capitano di porto Ugo Ricciuti (Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")

Nello stesso mese il capo radiotelegrafista di terza classe Concetto Genovese elencò i nomi di nove militari di Marina Rodi che ricordava essersi imbarcati sulla Donizetti; ed il marinaio Vincenzo Di Domenico elencò undici nomi, in maggioranza segnalatori e radiotelegrafisti.
Nel dicembre 1945 il sergente segnalatore Nicola Marcario compilò un elenco di alcune decine di nominativi di personale di Marina Rodi, indicando quelli che erano stati deportati in aereo o motoveliero, quelli che erano morti a Rodi per varie cause, quelli che avevano aderito alla Marina Nazionale Repubblicana (della RSI) talvolta svolgendo attività lesiva contro i militari non aderenti, quelli fuggiti in Turchia e quelli che aveva visto partire con la Donizetti; questi ultimi erano 17.
Nel febbraio 1946 il tenente di vascello Giordano Chierego, interrogato a riguardo, elencò i nomi di sei ufficiali d’artiglieria dell’Esercito che, secondo il suo ricordo, erano stati imbarcati sulla Donizetti; relativamente agli altri ufficiali dell’Esercito aggregati ai reparti della Marina a Rodi, Chierego non seppe esprimersi con certezza, ma asserì di ritenere che anch’essi fossero saliti sulla motonave, dato che dopo l’affondamento della Donizetti non c’erano state altre partenze, da Rodi, di ufficiali dell’Esercito aggregati alla Marina, né essi figuravano tra gli ufficiali rimasti a Rodi, i cui nomi ricordava chiaramente. In una sua precedente relazione (novembre 1945) Chierego aveva affermato che gli ufficiali imbarcati sulla Donizetti per la deportazione in Germania fossero 20, senza farne i nomi; nel dicembre 1945 aveva precisato che si trattava in gran parte ufficiali dell’Esercito, comandanti e sottordini delle batterie costiere, più alcuni ufficiali inferiori di Mariegeo, specialmente tra quelli addetti all’Ufficio cifra.
Sempre nel febbraio 1946, il capo radiotelegrafista di seconda classe Amedeo Lacalamita (che era riuscito a fuggire da Rodi in Turchia nel novembre 1943, mediante un battello di salvataggio dell’Aeronautica) fornì una lista di nomi di personale della Marina deportato in Germania, rimasto a Rodi o fuggito; tra di essi anche i nomi di due sottufficiali (Aldo Risso e Gennaro Zuccaro), un sottocapo (Franco Sardi) ed un marinaio (Saverio Sassanelli) imbarcati sulla Donizetti. Lacalamita aggiunse anche che la Donizetti era partita da Rodi sotto intenso bombardamento aereo, che a bordo aveva 2300 prigionieri (1200 della Marina e 1100 dell’Esercito e dell’Aeronautica), che fu attaccata all’uscita del porto e che "la sua sorte non fu mai nota", mentre la torpediniera di scorta si era poi andata ad arenare sulla costa rodiota vicino alla baia di Cattavia. Il secondo capo furiere Giuseppe Padovano elencò sei uomini che ricordava essere saliti sulla Donizetti, più altri rimasti a Rodi od incontrati successivamente in Germania durante la prigionia.
Il sergente Francesco Avigliano, nel luglio 1946, fornì i nomi di dodici uomini (il tenente d’artiglieria Romualdo Lia, tre sottufficiali, un sottocapo e sette marinai) della batteria "Bianco", presso la quale aveva prestato servizio all’epoca dell’armistizio, che ricordava di aver visto salire sulla Donizetti.
Il tenente CREM Luigi Guglielmi (che nel settembre 1943 era in servizio presso l’Ufficio Telecomunicazioni di Mariegeo) dichiarò che quasi tutti i marinai e radiotelegrafisti del centro radio di Monte Profeta si erano imbarcati sulla Donizetti insieme al loro capoposto, capo radiotelegrafista di terza classe Aldo Risso; ne nominò dieci (oltre a Risso, Cristallino Gallo, Andrea Attolini – che aveva personalmente visto salire a bordo –, Guglielmo Galanti, Rosario Pappalardo, Fernando Ausiello, Pellegrino Marino, Angelo Salvador, Dario Cocchetti e Francesco Parasporo), ma aggiunse di non conoscere i nomi di tutti. Di quella stazione radio erano in pochissimi ad essere scampati all’imbarco sulla Donizetti ed alla morte; tra quei “fortunati” il sergente segnalatore Nicola Marcario ed il secondo capo Piero Ceresa. Gugliemo fece i nomi anche di due sottotenenti del CREM (Pietro Cioci, di Mariegeo Comunicazioni, ed Alessandro Giovannini, di Mariser Rodi) ed altri dieci tra sottufficiali e marinai (Gennaro Zuccaro, Raffaele Rivieccio e Renato Gilli, in servizio al Semaforo di Santo Stefano; Luigi Papili e Francesco Di Leo, dell’ufficio Cifra di Mariegeo; Durante Gullo, del Magazzino Semafori; Cesare Magrini, della trasmittente di Rodino; Domenico Taranto, di Mariegeo; Carlo Visintainer, cuoco dell’ammiraglio Daviso; il marinaio Arena, ordinanza del capitano di corvetta Luigi Monterisi) che erano saliti sulla motonave. Il capitano medico De Carolis affermò che circa 1500 uomini erano saliti sulla Donizetti, cioè quasi tutto il personale della Marina e parte di quello dell’Aeronautica, ma seppe fare soltanto i nomi di alcuni ufficiali che conosceva (Bruno Cruciani, Mario Keller, Adolfo Messina, Romualdo Lia, Giovanni Papa, Luigi Sabbioni, Iusuf Eleusi e Lorenzo Sguerzo, che in realtà non era salito a bordo a differenza degli altri). Il maggiore di porto Francesco Capodanno precisò che la maggior parte degli imbarcati erano sottufficiali e marinai che prestavano servizio a Rodi città e nei dintorni, nonché nelle batterie costiere, nelle stazioni semaforiche e nei posti di vedetta di tutta l’isola. Del nucleo di ufficiali che si era imbarcato insieme ad essi, Capodanno ricordava il nome del comandante in seconda della cannoniera Caboto, il tenente di vascello di complemento Fichera.
Furono sentiti in proposito anche il secondo capo segnalatore Paolo Brugognone ed i sergenti radiotelegrafisti Domenico Manzi ed Ezio Didon.
Nell’aprile 1946 furono i parenti di due avieri scomparsi, Giorgio Cetica e Riccardo Casal, a presentarsi presso il presidio aeronautico di La Spezia riferendo di aver saputo da reduci che i loro congiunti, in servizio all’aeroporto di Rodi, si erano imbarcati sulla Donizetti il 22 settembre 1943; chiedevano notizie sulla sorte della nave.
Dovendosi per forza di cose basare sulla sola memoria, talvolta questi elenchi contenevano nomi storpiati, o di uomini che poi si scopriva essere in realtà ancora in vita, non essendo mai saliti sulla Donizetti. Anche le cifre che circolavano sul numero degli imbarcati variavano di continuo, sulla base delle diverse testimonianze: oltre mille; 1300 (questo fu il numero accennato dal capitano di fregata Arcangioli nella relazione presentata al rientro dalla prigionia); oppure 1800 (secondo il tenente di vascello Chierego, che parlò di 1200 militari della Marina, compresi circa 20 ufficiali e 200 sottufficiali, e 600 avieri); oppure 1900 (1300 della Marina e 600 avieri); 2050 (secondo il tenente CREM Guglielmi, che parlò di circa 1250 uomini della Marina, 800 avieri, due ufficiali di Marina ed una decina di ufficiali di artiglieria) o addirittura 2500 (il maggiore di porto Capodanno – che però all’atto dell’imbarco non prestava più servizio al porto, essendo stato sostituito dai tedeschi – dichiarò che la nave imbarcò da 2000 a 2500 persone).
Secondo il volume "Attività dopo l’armistizio – Tomo II – Avvenimenti in Egeo" dell’Ufficio Storico della Marina Militare, sulla base del confronto delle testimonianze in seguito raccolte, sulla Donizetti vennero imbarcati circa 1800 uomini della Marina e dell’Aeronautica, e cioè: 3 ufficiali, 114 sottufficiali e 1110 sottocapi e marinai della Marina; 8 ufficiali dell’Esercito alle dipendenze della Marina (i tenenti d’artiglieria Luigi Sabbioni, Bruno Cruciani, della batteria "Mocenigo", Romualdo Lia, della batteria "Bianco", Antonio Clerici ed Adolfo Messina, entrambi della batteria "Bragadino", e Mario Keller, della batteria "Castello"; ed i sottotenenti d’artiglieria Giovanni Papa, della batteria "Bragadino", e Iusuf Eleusi, della batteria "Melchiorri", quest’ultimo di nazionalità albanese); circa 600 militari dell’Aeronautica. Secondo "Navi mercantili perdute", pure dell’U.S.M.M., secondo quanto reso noto dalla Wehrmacht la Donizetti aveva a bordo 1584 prigionieri italiani, tra marinai ed avieri; questo numero è riportato anche dal documentato libro "I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich (1943-1945)" dello storico tedesco Gerhard Schreiber. Il diario del reparto operazioni della Kriegsmarine, in data 23 settembre 1943, riferisce che la Donizetti aveva a bordo 1576 prigionieri; un articolo a firma dello storico Luciano Alberghino Maltoni parla invece di 1835 prigionieri.
Oltre ai prigionieri, secondo alcune fonti la Donizetti avrebbe imbarcato in totale 220 tedeschi, tra equipaggio (del quale non è chiaro se comprendesse anche marittimi italiani) e militari di scorta ai prigionieri. Qualche fonte parla di 1796 prigionieri, ma sembra che ciò sia soltanto il risultato dell’erronea addizione di 1576 prigionieri e 220 tedeschi di equipaggio e di scorta.
Secondo il sito www.maritimequest.com, la Donizetti sarebbe stata sprovvista di contrassegni che ne indicassero la natura di nave impiegata nel trasporto di prigionieri; non si è trovata nessun’altra fonte che confermasse o smentisse tale affermazione.

Una serie di elenchi parziali di prigionieri imbarcati sulla Donizetti, recuperati o compilati nel dopoguerra sulla base delle deposizioni di reduci di Rodi (documenti rintracciati presso l’Ufficio Storico della Marina Militare da Alessandro Del Buono e Mary Andreozzi, e pubblicati sulla pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI"):











































La traversata verso la Grecia era piena di incognite: gli Alleati, dopo i primi giorni di torpore seguiti all’armistizio, erano passati all’azione in Egeo; dopo aver inviato loro distaccamenti a rinforzare le guarnigioni italiane di Coo, Lero, Simi, Samo, Stampalia, Calino e Castelrosso, i britannici iniziarono un’intensa attività navale volta sia a rifornire tali distaccamenti, sia ad ostacolare i collegamenti tedeschi via mare tra il Pireo ed il Dodecaneso. Le forze a disposizione per questa attività consistevano in otto cacciatorpediniere (sei di squadra dell’8th Destroyer Flotilla e due di scorta del tipo “Hunt”), una flottiglia di sommergibili ed una ventina di unità minori. I cacciatorpediniere britannici, in particolare, compivano crociere esclusivamente notturne (dal momento che di giorno il rischio rappresentato dalla Luftwaffe era troppo grande) per intercettare il naviglio tedeschi, sulla base di segnalazioni pervenute dagli informatori o da avvistamenti riferiti dai posti di vedetta italiani e britannici nel Dodecaneso. Di giorno, i cacciatorpediniere venivano ritirati a Portolago (Lero) oppure verso sudest, verso Cipro ed Alessandria d’Egitto. Zone particolarmente battute in queste puntate offensive erano i canali di Caso e di Scarpanto; le navi britanniche li risalivano verso nordovest, spingendosi quanto più lontano possibile compatibilmente con la necessità di essere fuori dal raggio della Luftwaffe prima dell’alba. Se venivano trovate ed affondate delle navi, difficilmente ci si fermava a recuperare i naufraghi: l’imperativo era di allontanarsi il più rapidamente possibile, prima che ci potesse essere una reazione da parte avversaria e soprattutto prima di farsi sorprendere dall’aviazione tedesca ancora in Egeo.
Esistevano a Rodi, come accennato più sopra, due stazioni radio clandestine operate da militari italiani datisi alla macchia; una di esse comunicò a Lero la notizia della partenza della Donizetti, sperando che unità italiane o Alleate potessero intercettarla, eliminare la scorta e dirottare la motonave in un porto sotto controllo italiano o angloamericano (magari l’isola di Lero, che ancora resisteva saldamente in mani italiane), così liberando i prigionieri. Così scrisse nel dicembre 1945 il tenente del CREM Luigi Guglielmi, che nel settembre 1943 era responsabile dell’Ufficio Telecomunicazioni di Mariegeo: «…l’attacco al convoglio [della Donizetti] [fu], quasi certamente, provocato da me con un messaggio radio lanciato agli inglesi, alcune ore prima della partenza del convoglio, con un apparecchio trasmittente clandestino. Naturalmente il mio scopo era quello di predisporre la cattura del piroscafo ed evitare la deportazione in Germania dei prigionieri italiani. Ai primi di settembre di quest’anno [1945], quando sono rientrato in Patria, reduce dalla dura prigionia tedesca, (…) ho avuto la dolorosa sorpresa di sapere che tutti i militari imbarcati sul Donizetti non avevano mai dato notizia di sé dal giorno della loro partenza da Rodi…».




La relazione del tenente del CREM Luigi Guglielmi (Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")


Non è chiaro se questa comunicazione, in realtà, abbia mai raggiunto i comandi britannici e, in caso affermativo, se sia stata presa in considerazione; né se il successivo attacco ai danni della Donizetti sia scaturito da un incontro fortuito oppure da un’intercettazione organizzata sulla base di quelle informazioni. Un libro britannico afferma che “secondo una fonte una stazione radio clandestina italiana a Rodi informò i britannici che la nave trasportava prigionieri, ma l’attacco procedé ugualmente”; il libro "The German Fleet at War" di Vincent O’Hara, nel parlare dello scontro del 23 settembre, afferma che i cacciatorpediniere britannici che attaccarono la Donizetti agirono «senza [l’ausilio di] specifica intelligence», e cioè che la sua intercettazione fu casuale, frutto di un normale rastrello notturno alla ricerca di naviglio tedesco nelle acque di Rodi.
Fatto sta che la Donizetti, col suo carico umano, partì da Rodi alle sette di sera del 22 settembre 1943 – più precisamente, alle 19.39, secondo il giornale di bordo della TA 10 –, una volta calato il buio, scortata ancora dalla TA 10. Le due navi diressero verso sudovest (secondo il colonnello Angiolini, verso sudest, costeggiando l’isola, mentre la rotta solitamente seguita era quella per nordovest); seguendo la costa orientale di Rodi, passarono davanti a Lindos dirigendo verso Capo Prassonisi, estrema propaggine meridionale dell’isola. Destinazione, il Pireo.
Il comandante della TA 10, tenente di vascello Hahndorff, era preoccupato dalla possibilità di nuovi e più pesanti attacchi aerei durante la navigazione verso il Pireo, visto quanto era accaduto nel viaggio di andata e l’allarme aereo di mezzogiorno; aveva pertanto chiesto al Comando della Kriegsmarine di Rodi di rinviare la partenza, ma la richiesta era stata respinta. Il locale Comando Marina tedesco aveva invece proposto a Hahndorff di seguire un’altra rotta, ritenuta meno pericolosa; ma tale era anche più lungo, e le due navi non avevano abbastanza carburante per seguirlo, né ebbero la possibilità di rifornirsi di carburante a Rodi.
Alle 19.02 del 22 settembre, poco prima della partenza, si era verificato a Rodi un nuovo allarme aereo: ad aprire il fuoco erano state le batterie contraeree situate alla periferia meridionale della città, ma non era stato visto alcun aereo in volo sul porto, tanto che l’imbarco dei prigionieri sulla Donizetti non era neanche stato interrotto. L’allarme era cessato alle 19.45, qualche minuto dopo che Donizetti e TA 10 avevano lasciato il porto.
Prima di raggiungere il Pireo, le due navi dovevano fare scalo intermedio ad Iraklion; venne pertanto fatta rotta verso Creta. Il mare era abbastanza calmo, con vento forza 1-2 da nordovest; la notte era molto buia, con visibilità media.
Alle 20.05 Donizetti e TA 10 iniziarono la navigazione verso Iraklion in linea di fila, distanziate tra di loro di 400 metri, con la torpediniera in testa alla formazione, ecogoniometro in funzione per guardarsi da eventuali attacchi di sommergibili (settore di ricerca da 90° a 270°). Entrambe le navi erano oscurate; procedevano a 11,5 nodi senza zigzagare, sia perché avevano poco carburante (per questo motivo, la TA 10 procedeva con una sola caldaia in funzione, tenendo l’altra in pressione e pronta all’uso in caso di necessità: con così poco carburante, non era possibile procedere con entrambe le caldaie), sia perché la schiuma della scia sarebbe stata facilmente visibile dall’aria. Sulla TA 10 parte dell’equipaggio era ai posti di combattimento, parte riposava accanto ai cannoni; aspettandosi altri attacchi aerei durante la notte, Hahndorff aveva mantenuto le armi contraeree armate, cariche e puntate verso la probabile direzione di provenienza di aerei nemici, cioè quella opposta a quella della luna. Al sorgere della luna (00.32) i turni di vedetta vennero rafforzati.
Lo stato del mare andò peggiorando: nonostante la parziale protezione offerta dalla vicina isola, il mare passò gradualmente da forza 3 a forza 4-5, con vento forza 5-6 da nordovest.

Poche ore dopo, nella notte sul 23, il piccolo convoglio, mentre si trovava ancora al largo dell’estremità sudoccidentale di Rodi, venne attaccato dal cacciatorpediniere britannico Eclipse (capitano di fregata Edward Mack).
Secondo diverse fonti avrebbe partecipato allo scontro anche un secondo cacciatorpediniere britannico, il Fury (oppure il Faulknor); secondo il libro "Struggle for the Middle Sea" di Vincent O’Hara, invece, ad attaccare Donizetti e TA 10 fu soltanto l’Eclipse, mentre il Fury ed il Faulknor (capoflottiglia dell’8th Destroyer Flotilla) pattugliavano il Canale di Caso alla ricerca di naviglio tedesco. I tre cacciatorpediniere avevano trasportato 1200 soldati britannici a Coo la sera precedente, ed ora, mentre rientravano alla base navigando verso sud, si erano divisi per cercare ed attaccare traffico nemico: l’Eclipse passando nel canale di Scarpanto, Faulknor e Fury in quello di Caso.
Il libro "War in the Aegean" di Peter C. Smith dà una versione ancora differente: Eclipse, Faulknor, Fury ed un quarto cacciatorpediniere, il greco Vasilissa Olga, avevano trasportato a Lero 1200 soldati, rifornimenti ed otto cannoni Bofors la sera del 22 settembre; dopo il tramonto, erano ripartiti diretti per rientrare ad Alessandria d’Egitto, dividendosi però per compiere due rastrelli verso sud contro il traffico tedesco durante la navigazione di rientro. Faulknor e Vasilissa Olga avevano rastrellato le acque ad ovest di Stampalia (tra quell’isola ed Amorgos) ed il Canale di Caso, senza incontrare nulla; Fury ed Eclipse avevano invece operato più a sud, pattugliando le due estremità dello stretto di Scarpanto (il braccio di mare che divide Scarpanto da Rodi), il Fury quella settentrionale e l’Eclipse quella meridionale. Questa versione sembra trovare conferma nel diario di guerra dell’Ammiragliato britannico (22 settembre 1943: «FAULKNOR (D.8), FURY, ECLIPSE and QUEEN OLGA arrived at Leros this morning without incident (see 21st September) and sailed after dark tonight for Alexandra, FAULKNOR and QUEEN OLGA sweeping west of Stampalia and through Kaso Strait; and FURY and ECLIPSE patrolling the north and south ends of Scarpanto Strait»).
Dieci miglia a sud (o sudovest) di Rodi, l’Eclipse avvistò la TA 10 e la Donizetti (altra fonte parla di contatto avvenuto inizialmente al radar); quella notte la luna era ai tre quarti, ma non era ancora sorta – mancavano sei minuti – quando all’1.11 il cacciatorpediniere britannico avvistò i due bastimenti nemici al largo di Capo Prassonisi ed aprì il fuoco, cogliendoli di sorpresa.
Da parte tedesca, l’allarme sulla TA 10 venne dato alle 00.28 del 23 settembre (evidentemente con una differenza di fuso orario rispetto a quello indicato dalle fonti britanniche), quando il comandante Hahndorff avvistò a poppavia dritta, nella lieve foschia che aleggiava sulla costa rodiota, sei-otto vampe di cannone su rilevamento 160°. In quel momento, il piccolo convoglio si trovava in posizione 35°45’ N e 27°54’ E, con rotta 226°. Contemporaneamente, una vedetta della TA 10 annunciò di aver visto delle cannonate sulla costa; ma Hahndorff ritenne trattarsi di un apprezzamento errato, avendo lui stimato che le vampe viste distassero appena 700-800 metri, mentre la costa si trovava ad una trentina di miglia. Poco dopo, cinque proiettili illuminanti si accesero a proravia del convoglio, che venne completamente illuminato; a quei proiettili seguì il tiro battente dell’Eclipse, che risultò centrato già dalla seconda salva. La TA 10 comunicò via radio di trovarsi sotto attacco da parte di navi di superficie nemiche; poco dopo, i primi colpi giunti a bordo misero fuori uso i generatori di elettricità, troncando ogni comunicazione radio. La Donizetti, intanto, aveva iniziato a zigzagare, presumibilmente per disturbare il tiro dell’attaccante. Non poteva fare molto altro.
Ritenendo di essere sotto attacco da parte di due torpediniere, Hahndorff diede inizialmente la poppa all’attaccante e compì ripetute accostate per disturbare il tiro avversario, poi invertì la rotta ed andò al contrattacco, rispondendo al fuoco col proprio armamento e cercando d’interporsi tra il nemico e la nave che stava scortando. Dapprima la TA 10 sparò tre proiettili illuminanti, che mostrarono le sagome di quelli che Hahndorff ritenne essere due cacciatorpediniere nemici; ma l’osservazione risultò alquanto difficoltosa. Hahndorff tentò di comunicare alla Donizetti l’ordine di fuggire, mentre con la TA 10 tentava di trattenere gli attaccanti, ma la motonave ex italiana era sprovvista di radio ad onde ultracorte; rendendosi conto che la Donizetti stava navigando con rotta sud, il comandante della TA 10 decise di dirigere verso ovest, nel tentativo di farsi inseguire ed attirare gli attaccanti lontano dalla motonave. Il piano funzionò solo a metà, perché il primo dei cacciatorpediniere seguì la TA 10, ma il secondo si diresse verso la Donizetti, ponendosi al suo inseguimento (non è molto chiaro, per la verità, se effettivamente fossero presenti due cacciatorpediniere, o se si trattò di un apprezzamento erroneo da parte di Hahndorff: si è menzionata più sopra la discordanza delle diverse fonti sulla presenza o meno di un secondo cacciatorpediniere britannico al fianco dell’Eclipse).
Tralasciando l’unità di scorta, l’Eclipse aprì il fuoco sulla Donizetti per prima, e la colpì ripetutamente, incendiandola.
Alle 00.45 la TA 10, essendole rimasti solo 18 proiettili illuminanti, si disimpegnò e si diresse verso la parte più buia dell’orizzonte, in modo che la nave nemica, dirigendosi verso di essa, si profilasse contro la luna, risultando più visibile. Alle 00.52, essendo riuscita a far perdere le proprie tracce, la torpediniera tedesca ritornò sulla rotta originaria, ed alle 00.58 avvistò di prora la Donizetti: la motonave ex italiana era in preda a violenti incendi, ma avanzava ancora a bassissima velocità. Subito dopo, Hahndorff avvistò un cacciatorpediniere a proravia dritta – era sempre l’Eclipse – diretto verso la Donizetti, contro la quale faceva fuoco. La TA 10 si preparò a lanciare i suoi siluri contro il cacciatorpediniere (un lancio che avrebbe dovuto essere eseguito in modo approssimato, mancando l’ufficiale addetto ai siluri), ma subito dopo venne avvistata un’ombra sulla sinistra; Hahndorff fece allora aprire il fuoco con i cannoni su entrambe le unità. A questo punto l’Eclipse smise di sparare sulla Donizetti e spostò il suo tiro sulla TA 10, che venne a sua volta devastata dal tiro britannico prima di poter imbastire un’efficace reazione (secondo O’Hara, la reazione della TA 10 fu così debole che l’Eclipse neanche se ne accorse: nel suo rapporto, Mack menzionò solo di aver fatto fuoco contro una nave mercantile, senza neanche accennare alla scorta; secondo Smith, l’Eclipse venne bersagliato senza successo dalle batterie costiere). Le salve dell’Eclipse misero fuori uso entrambe le macchine della TA 10, scatenando un incendio nella sala macchine; la torpediniera rimase inizialmente alla deriva al largo di Capo Prasso, e fu infine costretta a portarsi all’incaglio presso Prassonisi (estremità meridionale dell’isola) per non affondare, con cinque morti e quattro feriti a bordo. Due giorni la torpediniera dopo sarebbe stata definitivamente distrutta sul posto da attacchi aerei britannici, e fatta saltare dai tedeschi stessi dopo averne asportato l’armamento ed ogni altro materiale riutilizzabile. (Secondo O’Hara, la TA 10 non giunse a Prassonisi con i propri mezzi, bensì a rimorchio di altre unità giunte in suo soccorso; qui il suo equipaggio, giudicando i danni alle macchine irreparabili, decise di autoaffondarla).
Lo scontro era durato pochissimo; quando fu concluso, l’Eclipse, tenendo fede al suo nome, si dileguò immediatamente, senza fermarsi a recuperare naufraghi. Riunitosi con Faulknor, Fury e Vasilissa Olga, sarebbe arrivato ad Alessandria alle 14.30 di quello stesso giorno (le quattro unità avevano a bordo 128 prigionieri tedeschi, naufraghi di un altro convoglio distrutto da cacciatorpediniere britannici qualche giorno prima ed approdati a Stampalia, dov’erano stati catturati dal locale presidio italiano).
Alcune fonti affermano che avrebbe fatto parte del convoglio, insieme a Donizetti e TA 10, anche un secondo mercantile, il piroscafo tedesco Dithmarschen (anch’esso, secondo alcune di tali fonti, carico di prigionieri), che sarebbe stato affondato insieme alla Donizetti. Si tratta di un errore: il Dithmarschen venne sì affondato in Egeo il 23 settembre 1943 (con 6 vittime tra i 51 uomini dell’equipaggio), come la Donizetti, ma ad un’altra ora (le 3.10) ed in tutt’altro luogo (tra Milo ed Iraklion). Faceva parte di un altro convoglio (piroscafi Sonja e Pier Luigi, cacciasommergibili UJ 2101 e UJ 2102), e venne affondato da un attacco aereo, in un episodio del tutto distinto dall’affondamento della Donizetti.
Secondo alcune fonti, la Donizetti si sarebbe capovolta per poi affondare in pochi minuti (o addirittura “pochi secondi”) a sud della costa orientale di Rodi (o a sudovest dell’isola); tuttavia, il diario della divisione operativa del Comando della Kriegsmarine registra alla data del 23 settembre che "la Donizetti stava bruciando quando fu vista per l’ultima volta, e dev’essere considerata perduta", il che sembrerebbe indicare che nessuno assisté al suo affondamento, del quale dunque si ignora l’esatto orario e “modalità”.
Ciò è confermato dal giornale di bordo della TA 10, nel quale il comandante Hahndorff annotò che quando – verso l’1.08 – la sua torpediniera aprì il fuoco sul cacciatorpediniere britannico, scatenando su di sé la devastante reazione che la ridusse rapidamente ad un relitto, la motonave, già preda di violenti incendi, approfittò di questo diversivo per tentare di fuggire, accostando in fuori ed allontanandosi verso est ad una velocità che Hahndorff giudicò compresa tra cinque e sette nodi. Più tardi, verso l’1.25, da bordo della TA 10 – ormai già fuori combattimento – venne avvistato brevemente a poppavia dritta quello che Hahndorff ritenne essere il secondo cacciatorpediniere britannico; prima che la TA 10 potesse aprire il fuoco contro di esso, il cacciatorpediniere scomparve nel fumo generato dal suo stesso fuoco, dirigendosi ad alta velocità verso la Donizetti, ancora incendiata e visibile a circa 4500 metri di distanza. Poco dopo, gli uomini della TA 10 videro verso poppa diverse vampe di cannonate, ma non riuscirono a distinguere con esattezza cosa stesse accadendo. Poi più nulla: soltanto dei bagliori d’incendio notati verso sudest, dopo parecchio tempo. Hahndorff ritenne che la Donizetti fosse andata perduta; non l’andò a cercare, ormai la TA 10 era ridotta così a mal partito che il massimo che il suo equipaggio potesse fare era cercare di tenere a galla la nave e raggiungere la costa rodiota. Anche il o i cacciatorpediniere nemici si erano dileguati nell’oscurità, senza impartire il colpo di grazia alla TA 10 (l’ultima volta che ne aveva avvistato uno, all’1.25, Hahndorff era talmente convinto che sarebbe stato affondato da dare ordine di distruggere i documenti segreti). Nel diario del Comando delle forze navali tedesche dell’Egeo venne annotato: "…all’1.25 un cacciatorpediniere nemico bombarda la Donizetti da ridotta distanza, entrambe le navi si allontanano rapidamente (…) Non si sa niente sulla sorte della Donizetti".
Dopo essere stata incendiata dall’Eclipse, la Donizetti scomparve senza lasciare, a quanto risulta, neanche un superstite, né italiano né tedesco, nonostante la temperatura presumibilmente non fredda dell’acqua (si era ancora a settembre), la distanza apparentemente non grandissima dalla costa, e l’affondamento che non sembrerebbe essere stato subitaneo (sulla base di quanto annotato sul diario del comando navale tedesco e del fatto che non si capisce come una nave sarebbe potuta affondare in pochi secondi dopo essere stata colpita unicamente da tiro d’artiglieria, non avendo a bordo munizioni od altri carichi che potessero esplodere: come attestato anche dal colonnello Angiolini, il quale scrisse che «la nave non aveva munizioni a bordo quindi non può essere saltata, aveva lancie di salvataggio e furono imbarcati altri salvagenti individuali per completare la dotazione»). Anche lo storico tedesco Gerhard Schreiber, autore di un dettagliato volume sui prigionieri italiani catturati dalla Germania dopo l’8 settembre ("I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich (1943-1945): traditi, disprezzati, dimenticati"), esprime stupore sulla totale scomparsa dei prigionieri e dell’equipaggio della Donizetti: «…dato che il piroscafo [sic] aveva imbarcazioni ed altri mezzi di salvataggio in numero sufficiente, ed inoltre considerato che i prigionieri a bordo erano in maggior parte membri della Marina italiana di Rodi. Certamente conoscevano il corretto comportamento da seguire in caso di emergenza. Non si sa quale dramma ebbe luogo sulla Donizetti. L’unica certezza è che due cacciatorpediniere britannici intercettarono il trasporto dei prigionieri alle 00.28 del 23 settembre ed aprirono il fuoco su di esso (…) I cacciatorpediniere (…) si divisero i bersagli. Uno sparò sulla nave mercantile, mentre l’altro affrontava la TA 10 (…) Dall’1.25 [i cacciatorpediniere] spararono sulla nave già incendiata, che tuttavia stava ancora avanzando, da distanza ravvicinata. Il gruppo si allontanò rapidamente dalla posizione della TA 10, il cui comandante non poté così sapere di più sulla sorte del trasporto dei prigionieri. Da parte tedesca non venne avviata un’operazione di soccorso, né ricerche».
Una possibile spiegazione sulla totale mancanza di superstiti proviene dalla deposizione resa nell’agosto 1945 dal capitano medico Corrado De Carolis: dopo aver parlato dell’affondamento, questi spiegava che «durante la notte il vento molto forte da maestrale aveva alzato una violenta mareggiata che nella posizione presunta della motonave portava verso il largo, ragione per cui i naufraghi difficilmente avrebbero potuto raggiungere la costa dell’isola di Rodi».
Quello della Donizetti rimane un affondamento alquanto misterioso, e probabilmente una delle più grandi perdite di vite umane in mare senza sopravvissuti della seconda guerra mondiale.
La tragedia del 23 settembre determinò la temporanea sospensione del traffico convogliato tedesco nell’Egeo meridionale.

 Il rapporto del comandante della TA 10, tenente di vascello Jobst Hahndorff (si ringrazia Thorsten Reich/Historisches Marinearchiv):










Da parte britannica, l’accaduto venne registrato da una serie di asciutte annotazioni sul diario di guerra dell’Ammiragliato (Admiralty War Diary) in data 23 settembre 1943: «ECLIPSE (see 22 Sept), sank a westbound enemy merchant ship at 0111 today, off the south-west point of Rhodes (C.in C. M.E. states that the ship was carrying Italian prisoners of war). ECLIPSE was engaged by shore batteries but had no casualties. One damaged enemy escort vessel escaped inshore, but was subsequently located by aircraft aground near Cape Prassonisi, Rhodes. ECLIPSE and destroyers returned to Alexandria at 1430 with 130 German prisoners captured in Stampalia»; «ECLIPSE M/V sunk. Operating under orders of Capt. (D) 8th D.F. ECLIPSE sank westbound enemy merchant ship at about 0200/23 off south-west point of Rhodes. She was engaged by shore batteries. One enemy escort escaped inshore. No British casualties. Ship returning Alexandria. (C.in C. Levant, 230935C to Admty., (R) C. in C. Med., C. in C. Med. (A).)»; «Situation Report No. 60. FAULKNOR ( D.8 ), FURY, ECLIPSE, QUEEN OLGA left Leros after dark 22nd for Alexandria. FAULKNOR and QUEEN OLGA sweeping west of Stampalia and through Kaso Strait, FURY and ECLIPSE patrolling North and South ends of Scarpanto Strait. At 0111/23rd ECLIPSE sighted and sank westbound enemy M/V off south-west points of Rhodes under fire of shore batteries no British casualties. One enemy escort damaged escaped inshore. Destroyers arrived Alexandria 1430 with 128 German prisoners captured in Stampalia. 6 M.L.s now operating at Leros». La "Weekly Résumé" n. 213 del British War Cabinet, che copriva la settimana dal 23 al 30 settembre 1943, liquidò la tragedia in toni altrettanto sintetici («On the night of the 22nd/23rd H.M. destroyer Eclipse sank a westbound ship off Rhodes and damaged an escort ship which was driven ashore and subseqently sunk by aircraft»), al pari del diario del Comando delle forze navali britanniche del Levante («H.M.S. ECLIPSE patrolling south of Scarpanto Straits sank an M.V. close inshore under Cape Prasonisi at 0130 and damaged an escorting destroyer which beached itself.  The 8th D/F returned to Alexandria with 128 German P.O.W.s from Stampalia»).


Lo scontro del 23 settembre e l’affondamento della Donizetti nel diario di guerra (KTB) del Comando navale tedesco dell’Egeo (g.c. Thorsten Reich/Historisches Marinearchiv)


L’indomani, 24 settembre, il capitano di fregata Arcangioli compì un giro in automobile per Rodi con la scusa di verificare se vi fossero ancora marinai dispersi in giro per l’isola; in realtà, suo scopo era di cercare notizie sugli uomini imbarcati sulla Donizetti. L’ufficiale ispezionò la costa da Lindos a Prassonisi; giunto in quest’ultima località, Arcangioli vi trovò il relitto della TA 10 “incagliata” ad un centinaio di metri dalla riva (secondo i diari del comando della Kriegsmarine, la TA 10 era “all’ancora” nella baia di Prasso, a trecento metri dalla riva); più che incagliata, la torpediniera era semiaffondata, dato che soltanto plancia e fumaiolo uscivano dall’acqua. Della Donizetti e degli uomini su essa imbarcati non v’era traccia; Arcangioli trovò i naufraghi della TA 10 accampati nella ex batteria Mocenigo, ma nessuno di essi seppe o volle dire alcunché in merito alla sorte della motonave.
Durante il suo giro il capitano di fregata Arcangioli s’imbatté in parecchi marinai che vivevano alla macchia nelle campagne; come aveva già fatto subito dopo la resa, suggerì loro di continuare così il più a lungo possibile, per evitare la deportazione in Germania. Arcangioli fu poi arrestato il 3 ottobre dai tedeschi mentre pianificava con altri ufficiali un tentativo di fuga, mandato ad Atene per via aerea ed internato in un campo di prigionia.
La totale mancanza di superstiti della Donizetti è attestata da tutte le fonti ufficiali, italiane e tedesche, ma permane a questo riguardo qualche mistero. Risale al gennaio 1946 un rapporto firmato dal colonnello commissario Italo Felici, nel quale si trova una deposizione del marinaio Luciano Cristofari (catturato dagli Alleati in Tunisia il 10 maggio 1943 e rimpatriato dalla prigionia il 17 luglio 1945), il quale affermava di aver incontrato nell’ottobre 1943, nel campo di smistamento francese di Sidi Bel Abis (Algeria), due marinai italiani – dei quali non rammentava il nome: ricordava solo che uno dei due parlava con accento veneziano, e l’altro con accento barese – che gli avevano raccontato di essere sopravvissuti della Donizetti, partiti da Rodi con quella nave e raccolti dopo il suo affondamento, nella terza decade di settembre 1943, da un cacciatorpediniere britannico, insieme ad un’altra trentina di naufraghi. Tale informazione non è mai stata confermata ufficialmente da parte britannica (e può apparire strano che dei prigionieri italiani salvati dai britannici venissero mandati in un campo di prigionia, per di più in Algeria, quando cacciatorpediniere britannici operanti in Egeo avrebbero portati i naufraghi recuperati a Cipro, od in Egitto). Non sembra che si sia mai potuto risalire all’identità dei due marinai incontrati da Cristofari, il cui racconto, se il suo ricordo era corretto, risulterebbe d’altro canto corrispondente – partenza da Rodi, affondamento nella terza decade del settembre 1943, cacciatorpediniere britannici – a quanto si sa sull’affondamento della Donizetti, particolari che nell’ottobre 1943 non avrebbero dovuto poter essere a conoscenza di uomini che non vi fossero stati personalmente coinvolti, tanto più tra gli internati in un campo di prigionia nel Nordafrica francese.



(Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")



Un altro racconto, certamente almeno in parte erroneo (dal momento che non esiste dubbio sul fatto che la Donizetti fu affondata), pervenne nel gennaio 1946 dal tenente di vascello Giordano Chierego, che a Trieste aveva avuto ricevuto una lettera di Angelo Nenci, ex direttore di macchina della Donizetti, il quale vi narrava la seguente storia: «[Nenci] sbarcò al Pireo nel 1943 e venne deportato in Polonia. Il Donizetti partì lo stesso giorno dal Pireo e raggiunse Rodi da dove ripartì il 23 con i menzionati prigionieri. Il signor Nenci credette anche lui in un primo tempo che il piroscafo fosse affondato, ma in seguito in Polonia e precisamente nel campo di Siedlice, il 12 gennaio 1944 incontrò due avieri allora giunti in prigionia e provenienti da Lero. Costoro gli raccontarono che erano stati deportati da Rodi col Donizetti, che detto piroscafo venne dirottato dagli Alleati ad Alessandria, che loro due (con altri) vennero riportati dagli inglesi a Lero e che a Lero erano stati fatti nuovamente prigionieri dai tedeschi e deportati in Polonia. (…) Inoltre un altro marittimo, il primo nocchiere VITI Guido già imbarcato sulla “Lazzaro Mocenigo”, che dopo l’armistizio si trovava a Caifa [Haifa], quale base sommergibili, assicura di aver visto il Donizetti in servizio a Caifa [quest’ultimo racconto è più semplicemente spiegabile con un errore di Viti, che probabilmente vide solo una nave che assomigliava alla Donizetti]». Chierego avrebbe voluto recarsi a Trieste per parlare di persona con Viti e Nenci e persino con i due avieri cui accennava quest’ultimo (che secondo Chierego erano rientrati dalla prigionia e vivevano nella zona A o B del “Territorio Libero di Trieste”), ma non è noto se poi sia effettivamente riuscito a farlo: la difficile situazione del confine orientale dell’epoca, che vedeva Fiume occupata ed annessa dalla Jugoslavia, avrebbe reso un simile incontro molto difficile.



(Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")


Il mistero su questi due racconti rimane: ed anzi ad essi se ne è aggiunto un altro.
È di poco tempo fa (maggio 2018) la pubblicazione di un libro di Sergio Calcagnile, “Nonno Egeo”, nel quale si narra la storia, parzialmente romanzata, di Michele Caradonna, maresciallo maggiore della Divisione "Regina" di stanza a Rodi, venticinquenne nel 1943. Secondo i racconti che Caradonna fece, in tarda età, al giovane nipote (appunto l’autore del libro), cui lasciò un manoscritto nel quale raccontava la conclusione della propria vicenda bellica, Caradonna sarebbe stato imbarcato come prigioniero proprio sulla Donizetti, sopravvivendo al suo affondamento. Diversi particolari del racconto relativo all’affondamento, però, sembrano poco compatibili con il poco che si sa sulla fine della Donizetti: non fu questa, purtroppo, l’unica nave inabissatasi in Egeo con prigionieri italiani, e si potrebbe pensare che forse Caradonna si trovasse a bordo di un’altra nave, anch’essa affondata. Anche questa è una vicenda che meriterebbe ulteriore approfondimento.

Della Donizetti non si era trovato non solo neanche un sopravvissuto, ma neanche un corpo od un rottame, ed i superstiti della TA 10 erano stati molto reticenti sull’accaduto: per parecchio tempo, siccome da parte italiana non si aveva alcuna notizia sulla motonave, che sembrava semplicemente essere scomparsa corpo e beni dopo lo scontro del 23 settembre, circolarono a riguardo le voci più disparate. Durante le indagini compiute in merito alla scomparsa della motonave, riferisce l’USMM, «più volte qualcuno aveva riferito che esso [il Donizetti] era stato dirottato ed era approdato a Cipro». Altri ancora, forse credendoci, forse soltanto per la fievole speranza che gli imbarcati potessero essere ancora vivi, parlavano di dirottamento in Egitto, o persino in Mar Nero. Il capitano medico De Carolis, nella sua deposizione dell’agosto 1945, affermò per parte sua che già il giorno successivo alla partenza circolasse voce a Rodi che la nave fosse stata affondata a cannonate dagli Alleati presso la costa sudorientale dell’isola; e che però girasse anche un’altra voce, secondo cui la Donizetti si era allontanata verso sud con incendio a bordo.
Anche il tenente del CREM Guglielmi, già dell’Ufficio Comunicazioni di Rodi (e deportato in Germania nel gennaio 1944), raccontò nel dicembre 1945 una storia simile (precisando che doveva affidarsi interamente alla sua memoria, visto che diario ed appunti gli erano stati requisiti dai tedeschi durante la prigionia): «lo scontro [tra il convoglio Donizetti-TA 10 ed i cacciatorpediniere britannici] fu visto anche dalla costa da elementi locali dell’isola i quali dettero la seguente versione sulla battaglia: “la torpediniera tedesca fu subito colpita e riuscì a portarsi con i propri mezzi sulla secca di Grassonisi [sic], distante una decina di miglia dalla zona dove avvenne lo scontro. (Estremità meridionale della isola di Rodi). Il Donizetti fu visto allontanarsi verso il largo con incendio a bordo”. L’equipaggio della torpediniera si salvò quasi al completo mentre del piroscafo e del suo pietoso carico non si seppe mai nulla né fu recuperata qualche salma o qualche oggetto per confermare l’ipotesi dell’affondamento. Non è da scartare, però, l’ipotesi che la corrente della zona abbia portato al largo, anziché alla riva, eventuali relitti del piroscafo. Comunque per mancanza di prove del naufragio, negli ambienti locali circolò la voce che il Donizetti fosse stato dirottato a Cipro dagli inglesi». (Saputo, però, che nessuno dei prigionieri imbarcati sulla Donzietti aveva mai dato notizia di sé dal settembre 1943, Guglielmi si dichiarò certo che la motonave fosse stata affondata e che «solamente circostanze eccezionali e le condizioni particolari del mare in quella zona impedirono il recupero dei relitti»).
Simili voci sono riferite anche dal capitano di fregata Arcangioli nella relazione redatta al rientro dalla prigionia: «Il giorno dopo si sparge la voce che nella notte sembra all’altezza del Capo Prassonisi, navi inglesi abbiano attaccato il convoglio e affondato il CT tedesco. Voci contrastanti sulla sorte del Donizetti. La cosa mi addolora. (…) Giunto a Prassonisi trovo a circa 100 metri dalla costa il CT tedesco affondato che sporge dall’acqua. Nessuna traccia del naufragio del Donizetti. (…) [chiedo?] notizie del Donizetti e tutti rispondono concordemente che il Donizetti era stato visto allontanarsi verso il sud con lieve incendio a bordo». 


Stralcio della relazione del capitano di fregata Arcangioli (Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")

Purtroppo gli “OMISSIS” dello stralcio della relazione impediscono di capire chi siano i “tutti” che concordemente rispondono che la motonave era stata vista allontanarsi con “lieve” incendio a bordo: i superstiti della TA 10? Però secondo il già citato volume dell’USMM Arcangioli non avrebbe ottenuto da essi notizie sulla sorte di quella nave.
Su questo tono fu anche la testimonianza del colonnello Angiolini («il piroscafo Donizetti fu visto allontanarsi verso Est con incendio a bordo (…) Non sono mai stati raccolti naufraghi né relitti sulla costa di Rodi»), il quale anzi si spinse ad affermare che «si suppose che i marinai avessero attuato il loro piano di impossessarsi della nave e di dirigersi ad Alessandria». Così pure il tenente di vascello Chierego, nel dicembre 1945: «Corsero le seguenti voci: a) che era stato dirottato a Cipro dagli inglesi. b) Che era stato silurato dalla stessa torpediniera tedesca di scorta prima di essere sopraffatta. c) Che i marinai Italiani, approfittando della confusione, avevano sopraffatto l’esiguo personale di guardia ed avevano diretto il p/fo ad Alessandria. (…) Interrogai più volte il Cap. di Corvetta tedesco Stumpff comandante del porto di Rodi sulla sorte del p/fo, ma mai volle dirmi nulla. Arguii da ciò che la fine del piroscafo rappresentasse una menomazione per la Marina Tedesca e cioè che il p/fo fosse fuggito. Interrogai infinite volte anche gli abitanti dell’isola senza alcun risultato. A nulla approdarono anche le informazioni che cercai di raccogliere in Germania fra i prigionieri prima e dopo la mia liberazione. Non ho mai finora creduto che il piroscafo fosse affondato in quell’occasione perché, essendo il combattimento notturno avvenuto a pochissima distanza dalla costa, qualche relitto o qualche cadavere sarebbe stato certamente con tempo gettato sulla spiaggia. Non mi risulta che nulla di questo sia avvenuto. Il colonnello di SM Angiolini (…) mi disse un giorno in gran segreto a Rodi che aveva saputo che il p/fo era salvo, ma non volle mai dirmi la fonte della sua informazione». 


La relazione del tenente di vascello Giordano Chierego (Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI"):




Ed il maggiore di porto Capodanno, nel novembre 1945: «il mattino successivo alla partenza del Donizetti, si diffuse a Rodi la voce che il piroscafo e la sua scorta (…) erano stati attaccati, a poche ore dalla partenza, da siluranti inglesi, che il Donizetti era riuscito a sfuggire all’attacco e all’inseguimento (alcuni dicevano che fosse stato catturato dagli inglesi ed avviato alle loro basi), e che la nave di scorta, colpita, era andata a naufragare (…)».



Relazione del maggiore di porto Francesco Capodanno (Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")




Anche il capo segnalatore Gino Vecchi, che con i suoi uomini ancora aspettava che accadesse qualcosa nel villaggio di Monòlito, scriveva nel suo diario, alla data del 25 settembre 1943: "Si dice che il piroscafo partito ieri l’altro, a bordo del quale c’erano, tra i marinai, persone di mia conoscenza, cioè Capo Zuccaro, Rivieccio, Valerio, Viotti ed altri amici, sia stato catturato dagli inglesi ed il CT di scorta affondato. Non pare quindi vero che anche il piroscafo sia stato affondato come si credeva in un primo tempo. Il fatto che i tedeschi abbiano cercato d’allontanare a Rodi, per primi, i marinai è significativo. Davano loro ombra e temevano qualche rivolta".
Widmer Lanzoni, l’allievo ufficiale sbarcato nell’aprile 1943 dopo dieci mesi trascorsi sulla Donizetti, ebbe modo di raccogliere nel 1945 da un militare conterraneo appena rientrato dalla prigionia in Germania, tale Vignuzzi (che aveva conosciuto nel marzo 1943 proprio sulla Donizetti, quando questi vi aveva viaggiato con il suo reparto per raggiungere Creta), un’altra delle mille voci fantasiose che giravano su quanto fosse accaduto a quella nave: "…era stata affondata dai tedeschi mentre con circa 5000 soldati tentava di raggiungere Cipro". Quando seppe, tempo dopo, cosa realmente era accaduto, Lanzoni, che la Donizetti aveva avuto modo di conoscerla bene, azzardò questa ipotesi sul suo affondamento: "Aveva poco pescaggio [il pescaggio minimo da lui registrato nel brogliaccio durante i vari viaggi intrapresi era stato di 3,40 metri a prua e 4,40 a poppa; quello massimo, di 4,90 a prua e 4,80 a poppa] ed era abbastanza alta di bordo, con 1800 “passeggeri” più l’equipaggio, poteva avere un carico di appena qualche centinaio di tonnellate. Probabilmente in gran parte, trattandosi di uomini e non di merci, sistemate abbastanza in alto sì da avere un baricentro molto alto, il che può spiegare il rapido capovolgimento che non ha permesso a nessuno di salvarsi".
Pietro Raffaelli, che nel 1943 era delegato del governo italiano nell’isola di Simi, scrisse nel dopoguerra nel libro “Ore di guerra a Simi” che a fine settembre 1943, in occasione di un pranzo offerto dal tenente colonnello britannico Turnbull (capo della commissione d’armistizio in Egeo, in quel periodo in visita d’ispezione a Simi), al momento del brindisi alla fine del pranzo «il colonnello (…) ci comunicò che il piroscafo Donizetti, in partenza da Rodi con a bordo circa 5000 militari italiani prigionieri dei tedeschi, era stato dirottato e la torpediniera di scorta affondata». (Non era vero, ovviamente, ma una simile dichiarazione da parte di Turnbull sembrerebbe significare che da parte britannica si sapeva – forse grazie alla già citata segnalazione della radio clandestina di Rodi – che la Donizetti era carica di prigionieri italiani, e che forse l’originario piano britannico fosse proprio quello di dirottarla a Cipro, una volta neutralizzata la scorta, e liberare i prigionieri. Rimane il dubbio se tutto ciò sia stato comunicato all’Eclipse per tempo). Raffaelli annotava poi che purtroppo la notizia era risultata errata, dal momento che in realtà la nave era stata affondata con la morte di tutti i prigionieri; ed aggiungeva: «sembra che la torpediniera tedesca, prima di affondare, abbia tirato sul Donizetti». A questo proposito conclude il già citato volume dell’U.S.M.M.: «…dobbiamo ammettere che l’ipotesi dell’affondamento per azione tedesca appare abbastanza attendibile. Essa potrebbe spiegarsi con un’azione navale che il Ct Eclipse, per motivi che ignoriamo, avesse interrotto prima della sua conclusione: la torpediniera tedesca di scorta, rimasta sola, prima di salvarsi dall’affondamento con l’incaglio, potrebbe aver sparato contro il piroscafo facendolo affondare fuori di vista degli inglesi. Conciliare questa versione con i documenti inglesi non è facile, ma accade talvolta, nello scrivere la storia, di dover lasciare qualche punto interrogativo». Che la TA 10 abbia intenzionalmente fatto fuoco sulla Donizetti, però, sembra piuttosto improbabile: è comprovato da testimonianze di superstiti che in circostanze simili (affondamento di navi cariche di prigionieri italiani: in particolare, la motonave Sinfra il 19 ottobre 1943 ed il piroscafo Petrella l’8 febbraio 1944) le guardie tedesche a bordo delle navi in affondamento aprirono il fuoco sui prigionieri italiani che tentavano di mettersi in salvo, uccidendone un gran numero; ma altra cosa sarebbe stata l’apertura del fuoco, da parte di un’altra nave (la TA 10), contro un bastimento – la Donizetti – che aveva a bordo, insieme ai prigionieri italiani, anche militari tedeschi di scorta e di equipaggio. Anche il personale tedesco imbarcato sulla Donizetti perì al completo, seguendo la sorte dei prigionieri italiani; e sembra decisamente improbabile che gli uomini della TA 10 possano aver fatto fuoco sulla nave che aveva ancora a bordo loro connazionali (per non parlare del fatto che, se la Donizetti fosse stata danneggiata ma “salvabile”, probabilmente da parte tedesca – anche senza curarsi della vita dei prigionieri, che evidentemente non era in cima alle loro priorità – si sarebbe tentato di portarla all’incaglio sulla vicina costa per recuperarla, e non di distruggere una nave che poteva ancora servire). Mentre non è forse implausibile che, nella confusione del combattimento notturno, dei colpi sparati dalla TA 10 contro i cacciatorpediniere britannici possano aver colpito invece la Donizetti.
Quando nel novembre 1945 la Commissione per la tutela degli interessi italiani in Egeo domandò notizie in merito alla Donizetti al Defence Security Office britannico del Dodecaneso, la laconica risposta fu "Ref your enquiry concerning the above steamer, please note that it was sunk in a naval action south west of Rhodes on 23th sept 1943".



Nel gennaio 1946, un telegramma del Ministero della Marina inviato in risposta ad una richiesta di notizie da parte dell’Ente Comunale di Assistenza Centro Raccolta Rimpatriati di Vicenza spiegava: «fino ad oggi, nessun superstite di tali unità [Donizetti ed altre imbarcazioni minori partite da Rodi con prigionieri], almeno del personale della Regia Marina, è emerso, né si hanno per altra fonte, dichiarazioni o testimonianza della sorte di quelle unità». Un altro documento del febbraio 1946 confermava che non era noto alcun superstite della Donizetti, e denotava anche una certa confusione relativamente alla data della sua partenza, che era erroneamente indicata (come pure in altri documenti del periodo) nel 19 settembre 1943, anziché nel 23.
Un telegramma del 24 maggio 1946 dell’Ufficio Requisizioni del Ministero della Marina, indirizzato a Maripers ed al Gabinetto della Marina, attestava la grande confusione che a un anno dalla fine della guerra ancora circondava la sorte della Donizetti: in tale documento, dopo aver precisato che «l’unità requisita in argomento all’atto dell’armistizio venne catturata dai tedeschi al Pireo, la società armatrice fu, in data 29 luglio 1945, invitata a procedere all’abbandono della nave a favore della R. Marina in relazione all’art. 1 del R.D. 22 dicembre 1941 n° 1601», si affermava che «la Società TIRRENIA in esito a detto invito ha inviato a questo Maristat la lettera n° 630/T.C./91 (…) dalla quale risulterebbe che l’unità venne catturata dagli inglesi il 23/9/1943 nei pressi di Rodi ed avviata ad Alessandria d’Egitto». Si proseguiva poi elencando tutte le diverse versioni esistenti sulla perdita della motonave: «Dagli stralci di relazioni fatte da Ufficiali e militari del CREM risultano invece le seguenti notizie in merito alla sorte dell’Unità in argomento, notizie che peraltro sono discordi fra di loro: 1a NOTIZIA: dopo l’armistizio sotto dominio tedesco, giunta a Rodi con torpediniera di scorta e ripartita lo stesso giorno con 1500 prigionieri fra marinai ed avieri; la Torpediniera è stata semidistrutta da aerei e arenata nei pressi di Iannadi. 2a NOTIZIA: partita il 27/9/1943 da Rodi con 2500 prigionieri italiani, di cui 1500 marinai; risulterebbe catturata da navi di superficie. 3a NOTIZIA: catturata dagli inglesi ed attualmente a Cipro. 4a NOTIZIA: un p.fo tipo DONIZETTI finì sugli scogli nella rada di Portolago in località S. Spirito a seguito di fortunale. Alla fine del febbraio 1944 giaceva sugli scogli ove si ritiene si trovi ancora. I tedeschi hanno fatto inutilmente il possibile per effettuarne il ricupero con mezzi locali insufficienti». Infine, si spiegava che «in seguito a richiesta dell’Ufficio Operazioni di questo Maristat la Commissione Italiana Navale presso il Comando in Capo del Mediterraneo in Algeri in data 9 maggio 1944 informò che la M/n Donizetti venne affondata verso la metà di dicembre 1943 durante un attacco ad un convoglio tedesco». Dopo una tale sfilza di notizie contraddittorie, il telegramma concludeva: «Si prega pertanto codesto G.U. di voler interessare le autorità Alleate al fine di conoscere la sorte subita dall’unità in parola».



(Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")


Le voci infondate sul dirottamento della Donizetti erano dure a morire: l’ex comandante del rimorchiatore requisito Aguglia, ascoltato nell’ottobre 1946, raccontò che qualche settimana dopo la caduta di Rodi era giunto ad Haifa, dove l’Aguglia si era rifugiato dopo la fuga dall’isola, il capitano di corvetta Corradini della cannoniera Caboto (rimasta immobilizzata a Rodi e catturata dai tedeschi), il quale aveva raccontato agli italiani presenti ad Haifa che «la m/n Donizetti, facente funzioni di trasporto prigionieri, in uno dei suoi viaggi veniva fatta dirottare, da cacciatorpediniere inglesi, per il porto di Smirne e che essa con tutto il suo carico di uomini si trovava al sicuro in quel porto».


Testimonianza del comandante dell’Aguglia (Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")

La Commissione per la tutela degli interessi degli italiani nel Dodecaneso tentò fin dal maggio 1945, senza successo, di rintracciare un ruolo del personale imbarcato sulla motonave. In un telegramma all’Ufficio Assenti del Ministero della Marina, datato 27 giugno 1946, la Commissione relazionava: «…i componenti della R. Marina che si distinsero particolarmente per l’azione svolta nei combattimento dall’8 all’11 settembre 1943, vennero quasi tutti, ad eccezione di una piccola aliquota, imbarcati in data 22 settembre 1943, sulla nave Donizetti, che doveva trasportarli, quali prigionieri di guerra, in Continente. (…) Risulterebbe (…) che nessuno dei 2.500 e più deportati, di cui 122 avieri ed oltre 2.400 marinai, riuscì a salvarsi. Tale asserzione si fonda sul fatto che né quest’isola né le navi inglesi raccolsero naufraghi. Il cacciatorpediniere germanico che scortava la nave (…) venne ad arenarsi a Capo Prassonisi; i militari germanici, ivi imbarcati, superstiti, confermarono che la nave Donizetti affondò immediatamente e che, secondo la loro opinione, nessuno si sarebbe salvato». Un funzionario dell’Ufficio Assenti, in una lettera in cui chiedeva l’aiuto dell’ingegner Antonio Macchi, membro della Commissione, confessava: «…mi rivolgo a Lei per (…) chiarire il mistero che ancora persiste circa la fine del Donizetti e del personale che fu imbarcato per la deportazione. (…) All’Ufficio Assenti (…) giungono solo frammenti di notizie ed una discordante con l’altra. Mi sto lambiccando il cervello per ricostruire i ruoli del personale imbarcato ma purtroppo è compito difficile (…) All’uopo abbiamo interessato gli Alleati a fornire notizie sul Donizetti poiché alcuni lo ritengono dirottato in Egitto ed a Cipro, altri in Mar Nero. La verità solo Iddio la conosce. (…) Come vede, il mio Ufficio brancola nel buio per quanto riguarda l’Egeo e moltissime famiglie scrivono per conoscere la sorte toccata ai loro cari».



(Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")


Nell’ottobre 1946, per contro, l’Ufficio Informazioni dell’Ufficio Regionale per la Lombardia del Ministero Assistenza Post-Bellica rispondeva alla signora Margherita Colliva, da Genova, che domandava notizie sul sergente segnalatore Annibale Remotti, che secondo informazioni della Commissione per la tutela degli interessi italiani nel Dodecaneso questi risultava essere stato imbarcato il 22 settembre 1943 sulla Donizetti, che era stata affondata il giorno seguente per azione aeronavale britannica; e che tale ufficio non era in possesso dell’elenco "dei pochi superstiti" della Donizetti. Questo sembra però essere l’unico riferimento all’esistenza di sopravvissuti in uno dei moltissimi documenti redatti nel dopoguerra sull’affondamento della Donizetti, e date le circostanze ed il tono della risposta sembra più verosimile che sia stato un errore di chi la scrisse. Anche la Croce Rossa Italiana, in una comunicazione del gennaio 1946, affermava che «…nessuno pare si sia salvato».
Il 6 marzo 1948 il Ministero della Difesa – Aeronautica, Direzione Generale Personale Militare e Scuole, in seguito a numerose richieste da parte di parenti di avieri dispersi sulla Donizetti, chiedeva all’Ufficio Assenti e Reduci del Ministero della Difesa – Marina «di voler far pervenire, qualora ne fosse in possesso, un elenco degli scampati all’affondamento della nave di cui sopra [Donizetti]», ma la risposta fu «…dagli elementi in possesso di questo Segretariato Generale Ufficio Assenti e Reduci risulta che (…) malgrado le accurate indagini non risulta vi sia stato alcun superstite fra il personale imbarcato sul Piroscafo [sic] Donizetti».


(Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")

Secondo recenti notizie, il relitto della Donizetti sarebbe stato localizzato dal subacqueo greco Kostas Thoctarides. In base a rilevazioni mediante il sonar a scansione laterale da questi effettuate, la motonave giacerebbe spezzata in due a 105 metri di profondità, al largo della costa occidentale di Rodi. Ulteriori spedizioni sul relitto sono previste nel prossimo futuro.
Quella della Donizetti fu la prima grande tragedia che ebbe per protagonisti i prigionieri italiani catturati dai tedeschi in Egeo: altre ne seguirono, ancora peggiori, nei mesi a venire.
Il 20 settembre 1943, tre giorni prima del disastro della Donizetti, il piroscafo greco Ellinico Horio era stato bombardato a Scarpanto da aerei britannici, con parecchie vittime tra i 550 prigionieri italiani a bordo; il 25 settembre i prigionieri superstiti e l’equipaggio greco riuscirono ad impadronirsi della nave e fecero rotta verso Cipro o la Palestina, ma l’Ellinico Horio venne rintracciato e affondato dalla Luftwaffe, apparentemente senza sopravvissuti.
Il 28 settembre 1943 saltò su una mina una “vecchia conoscenza” della Donizetti: l’Ardena, il piroscafo passeggeri tedesco (ex greco) che in tante occasioni, durante i viaggi tra il Pireo ed il Dodecaneso, aveva accompagnato i convogli di cui faceva parte la Donizetti con funzioni di nave salvataggio naufraghi. Adesso trasportava anch’esso prigionieri italiani: 840 uomini della Divisione "Acqui", reduci dal tristemente famoso eccidio di Cefalonia, scortati da 120 militari tedeschi. Il piccolo e vecchio Ardena s’inabissò rapidamente, portando con sé 720 italiani e 59 tedeschi.
Il 10 ottobre 1943 fu invece una modernissima motonave ex italiana, la Mario Roselli, ad essere bombardata e mitragliata da velivoli britannici mentre imbarcava prigionieri italiani nella rada di Corfù: colpita mortalmente, la nave colò a picco il giorno seguente. Su 5500 prigionieri italiani presenti a bordo della Roselli, 1302 persero la vita.
Tre giorni dopo il piroscafetto tedesco Marguerite, ex spagnolo Maria Amalia, saltò anch’esso su una mina durante la navigazione da Argostoli a Patrasso con prigionieri di Cefalonia, proprio com’era accaduto all’Ardena due settimane prima. Questa volta morirono 544 prigionieri italiani, su 900 che si trovavano a bordo, e cinque dei 25 soldati tedeschi che li scortavano.
Passò soltanto una settimana prima che si verificasse un’altra ecatombe: il 20 ottobre 1943 la motonave ex francese Sinfra, in navigazione da Iraklion al Pireo con 2389 prigionieri italiani, 71 partigiani greci e 204 soldati tedeschi, venne affondata da aerei angloamericani al largo della costa cretese. Morirono più di duemila uomini, tra cui almeno 1850 prigionieri italiani, forse anche 1998 (le fonti divergono in merito). Sinistra coincidenza: anche la Sinfra, come l’Ardena, aveva più volte viaggiato insieme alla Donizetti, prima dell’armistizio.
Il 19 novembre 1943 fu il caicco greco Aghios Antonios Kal 89 ad essere affondato col cannone e col siluro dal sommergibile polacco Sokol, nella baia di Sitia (Creta). Su 208 prigionieri italiani che aveva a bordo, imbarcati a Scarpanto, 110 rimasero uccisi.
L’8 febbraio 1944 il sommergibile britannico Sportsman silurò e affondò al largo di Creta il piroscafo tedesco Petrella, ex italiano Capo Pino, ex francese Aveyron: di 3173 prigionieri italiani che aveva imbarcato a Suda per portarli al Pireo, almeno 2646 persero la vita.
Il 12 febbraio 1944 il vecchio piroscafo ex norvegese Oria, con oltre quattromila prigionieri della guarnigione di Rodi (in massima parte dell’Esercito) stipati a bordo, naufragò in una tempesta al largo di Capo Sounion: i superstiti tra i prigionieri furono appena 37 (oltre a 6 militari tedeschi, su 90 imbarcati, e sei-otto marittimi greci e norvegesi dell’equipaggio), mentre morirono in 4079, la più grande tragedia del mare mai avvenuta nel Mediterraneo (le fonti divergono sul numero delle vittime e dei superstiti: tra i prigionieri italiani, secondo altre fonti, ci sarebbero stati 4062 morti e 11 superstiti, o 4025 morti e 21 superstiti, o 4184 morti e 49 superstiti, o 4087 morti e 28 superstiti). Mentre la quasi totalità di queste vittime erano prigionieri dell’Esercito, morirono sull’Oria anche sedici uomini di Marina Rodi.
Il 4 marzo 1944 aerosiluranti Alleati affondarono il piroscafetto greco Sifnos al largo di Creta, provocando la morte di 59 dei 90 prigionieri italiani che erano a bordo.
L’ultima tragedia si verificò il 9 giugno 1944, quando il sommergibile britannico Vivid affondò coi suoi siluri il piroscafo greco Tanais, in navigazione da Iraklion alla Grecia continentle: affondarono con la nave quasi tutti i prigionieri che essa trasportava, ossia soldati italiani, partigiani greci e civili cretesi di religione ebraica, questi ultimi deportati verso il campo di sterminio di Treblinka. Le vittime italiane sono indicate da fonti diverse come 227, 112, 300, o 800. Soltanto quattordici tra italiani, greci ed ebrei cretesi sopravvissero, mentre dei tedeschi e dei greci dell’equipaggio e del corpo di guardia morirono in 38 su 76.
I rapporti del Gruppo d’Armate "E" (generale Alexander Löhr) liquidavano senza molto riguardo quella immane perdita di vite, lamentando piuttosto che "la perdita di quel tonnellaggio mercantile in effetti non trovava giustificazione". Identiche erano state le parole dell’ammiraglio Lange all’indomani della tragedia della Donizetti: nel diario del Comando navale tedesco dell’Egeo, lo stesso 23 settembre 1943 Lange scriveva che se anche "nessuna considerazione dev’essere rivolta ai prigionieri italiani (…) la perdita di tonnellaggio mercantile di per sé non è giustificabile".
La sorte non fu benigna neanche con l’Eclipse, inconsapevole (o no?) responsabile della tragedia della Donizetti: il cacciatorpediniere britannico sopravvisse alla sua vittima esattamente di un mese ed un giorno. Il 24 ottobre 1943, mentre trasportava rinforzi britannici destinati a Lero, l’Eclipse urtò una mina ad est di Calino ed affondò in cinque minuti, portando con sé 119 membri dell’equipaggio e 134 soldati britannici. Il comandante Mack fu tra i sopravvissuti.





Su 39.100 uomini che componevano la guarnigione di Rodi, alla fine della guerra 6520 vennero dichiarati «dispersi», 20 per via aerea e tutti gli altri in mare: un uomo ogni sei. I caduti nei combattimenti dal 9 all’11 settembre erano stati solo una minima parte di coloro che non fecero mai ritorno da Rodi: come detto, il loro numero oscillerebbe tra 125 e 447. Dopo la resa, altri 90 uomini erano stati fucilati, 40 di essi senza un processo (tra di essi vi fu anche il capo musicista di Marina Pantaleo Sansò, prodigatosi per aiutare i militari compatrioti nell’isola; venne fucilato dai tedeschi per attività svolta contro di essi). 40 erano deceduti per malattia, 36 per deperimento organico causato da denutrizione, 93 per bombardamenti ed incidenti, 63 per cause ignote.
La larga maggioranza dei dispersi aveva trovato la morte negli affondamenti della Donizetti e dell’Oria; altri, il cui numero non si saprà mai, scomparvero nel tentativo di fuggire da Rodi con mezzi di fortuna o morirono di stenti nei campi di prigionia allestiti dai tedeschi sull'isola a partire dal settembre 1944. Questi erano tre, uno nella parte settentrionale dell’isola, uno nel centro ed uno nella parte meridionale; vi furono internati circa 1200 militari italiani che rifiutavano di collaborare, nonché civili greci sospettati di sabotaggio o di appoggio agli Alleati. Particolarmente famigerato divenne il campo di prigionia della "Casa dei Pini", dove alla denutrizione ed al lavoro forzato si univa un regolamento che prevedeva la pena di morte per "reati" quali: «…recidiva nella sosta al gabinetto per oltre tre minuti; (…) recidiva nel tentativo di parlare con altro internato durante la mezz’ora di uscita quotidiana dalla tenda; (…) recidiva reiterata nel bussare ad una tenda anche se per cercare del cibo; (…) mancata sorveglianza sugli altri internati rendendone in questo modo possibile l’evasione [per ogni detenuto evaso sarebbero fucilati tre detenuti]».
Nonostante minacce e promesse, solo una minima frazione dei prigionieri – a seconda delle fonti, tra i 1500 e i 5000, di cui soltanto una sessantina appartenenti alla Marina (un maresciallo e 20 marinai come volontari combattenti, una quarantina di sottufficiali e marinai come lavoratori) – aderì alla Repubblica Sociale Italiana od alla Wehrmacht; tra questi pochi, i primi ad aderire furono prevedibilmente le 300 camicie nere della 201a Legione M.V.S.N. (che venne trasformata in 201a Legione "Conte Verde" della Guardia Nazionale Repubblicana) e della Milizia Portuaria. Con parte degli aderenti venne creato il Reggimento Volontari "Rodi" della R.S.I., ma la maggior parte di coloro che aderirono a Salò vennero trasferiti in Italia, dal momento che il comando tedesco di Rodi non vedeva di buon occhio la presenza nell’isola di reparti italiani. A questo si aggiungeva il cronico problema alimentare: dopo la ritirata tedesca dalla Grecia, nel 1944, Rodi rimase completamente isolata e tagliata fuori da ogni possibilità di rifornimento; la guarnigione tedesca si mantenne fino alla fine della guerra a spese della popolazione civile – nella città di Rodi si giunse a contare una decina di morti di fame al giorno – e dei prigionieri. Circa 5000 persone, in massima parte civili, vennero evacuate da Rodi verso la Turchia a partire dal novembre 1944, a seguito di un singolare accordo tra tedeschi e britannici.
La maggior parte dei prigionieri venne trasferita tra il 1943 ed il 1944 nei campi di prigionia del Reich, dove altri ancora – che non rientrano nei 6520 «dispersi» ed il cui numero non è qui noto – sarebbero deceduti per le dure condizioni in cui erano tenuti gli «internati militari italiani». Tra i 5000 ed i 6000 italiani rimasero nell’isola, da aderenti (alla R.S.I.), da internati o da "sbandati", fino alla fine della guerra.
Il tributo più alto, a Rodi, fu pagato proprio dal personale della Marina: su circa 2000 uomini che all’8 settembre 1943 erano alle dipendenze di Marina Rodi, meno di 800 videro la fine della guerra. Le vittime nei combattimenti dall’8 all’11 settembre furono relativamente poche, mentre terribili furono le perdite dopo la resa: 1227 tra ufficiali, sottufficiali e marinai perirono nell’affondamento della Donizetti; sedici morirono nel disastro dell’Oria; altri ancora morirono in prigionia in Germania.
Per lungo tempo, nell’immediato dopoguerra, la Direzione del Personale (Maripers) del Ministero della Marina fu tempestata di richieste dei familiari degli uomini dispersi a Rodi nel settembre 1943, «nelle quali si lamenta, oltre alla mancanza di notizie dei congiunti, la sospensione del trattamento economico per motivi a loro non chiari». 



A domanda risposta…


In una lettera del 23 febbraio 1946, diretta al Centro Assistenza Famiglie Dispersi e Prigionieri della Regia Marina, si spiegava: «fino a quando non saranno condotti a termine gli accertamenti in corso i predetti militari dovranno essere considerati "dispersi" o "presunti dispersi", ai fini amministrativi, dalla data suddetta [8 settembre 1943] e fino a quando non saranno emessi i verbali di irreperibilità. Sempre beninteso, previa dichiarazione di mancato rientro da parte dei CC.RR.». 


(Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")

Il mese successivo un’altra lettera del Ministero della Marina ribadiva quanto sopra, aggiungendo: «Successivamente all’emissione di detti verbali [di irreperibilità] dovranno corrispondersi alle famiglie gli assegni di “Presenza alle Bandiere” e contemporaneamente i congiunti potranno iniziare le pratiche di pensione (…) i vari Enti preposti alla liquidazione degli assegni alle famiglie (…) dovranno corrispondere gli assegni stessi dietro presentazione dell’ultimo scritto (cartolina o lettera, compresa la busta dalla quale risultino i timbri della posta militare) e di un atto notarile (…) rilasciato dal Comune o dai Carabinieri e dal quale risulti che il militare non è ancora rientrato in famiglia e che dal settembre 1943 non ha più dato notizie di sé. (…) questo Ministero sta ricostruendo i ruoli del personale di Rodi ancora mancante attraverso la presentazione dello ultimo scritto e dell’atto notarile predetto. In caso di mancanza dello scritto alle famiglie viene richiesto un atto pretorile dal quale deve risultare che il militare era appartenente alle Forze della Marina e che all’8 settembre era destinato a Marina 501 P. M. 550 [indirizzo postale dei militari di stanza a Rodi] (…) si prega di comunicare, di volta in volta, i nomi dei militari assistiti da codesto Comando in modo da consentire la ricostruzione dei ruoli dell’Egeo».


Telegramma del Ministero della Marina del marzo 1946 (Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")



Richieste di notizie su dispersi (Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")





Il 20 settembre 1947 l’Ufficio Assenti e Reduci del Ministero della Difesa-Marina propose alla Commissione Interministeriale per la Formazione degli Atti giuridici di considerare come imbarcati sulla Donizetti tutti gli uomini della Marina in servizio a Rodi che non avevano più fornito loro notizie dopo l’armistizio. Contestualmente l’Ufficio dichiarava: «Dagli elementi in possesso di questo Ufficio (relazioni di reduci dalla prigionia catturati a Rodi (…), comunicazioni della Commissione per la Tutela degli Interessi degli Italiani nel Dodecanneso e comunicazioni del "Defence Security Office del Dodecanneso" si è accertato che: a) il P/fo DONIZETTI della Società "TIRRENIA" requisito ma non iscritto nel Naviglio Ausiliario dello Stato, dopo l’8 settembre ’43 fu preso da tedeschi (Mittelmeer Rederei); b) il piroscafo partì da Rodi la sera del 22 settembre 1943 (…) con rotta sud e con a bordo un carico di numerosissimi militari da deportare (circa 1.800 dei quali appartenenti alla Marina: 3 Ufficiali, 114 Sottufficiali, 1.110 Sottocapi e comuni; appartenenti all’Esercito, ma dipendenti dalla Marina: 8 Ufficiali; appartenenti all’Aeronautica: circa 600 militari; c) il piroscafo DONIZETTI ed il Caccia furono attaccati dagli inglesi (…) ed il DONIZETTI fu affondato in azione navale; (…) Sul Ct. di scorta non risulta che fossero stati imbarcati militari da deportare; e) nessun naufrago del P/fo DONIZETTI è stato salvato. Tale fatto è ormai comprovato poiché nessun superstite ha dato notizie di sé fino alla data odierna e la comunicazione degli inglesi non accenna ad alcun naufrago recuperato. La Commissione per la Tutela degli interessi italiani nel Dodecanneso conferma che dalle notizie in suo possesso e ricevute dai marinai tedeschi del Ct. di scorta (…), che il DONIZETTI affondò immediatamente e che nessuno si sarebbe salvato. g) non è stato possibile avere nessun elenco del personale imbarcato sul Piroscafo DONIZETTI (…) perché il controllo all’imbarco era effettuato dai tedeschi, né è stato possibile entrare in possesso del ruolo del personale imbarcato poiché detti ruoli sono probabilmente scomparsi con la nave che è affondata».
Il 27 settembre 1947 la Commissione stabilì che prima di emettere verbali di scomparizione in mare relativamente ai militari in servizio a Rodi nel settembre 1943, le autorità competenti della Marina Militare avrebbero dovuto rilasciare una dichiarazione in cui si attestava esplicitamente che il militare disperso era imbarcato sulla Donizetti al momento dell’affondamento, affermando che «è importante raggiungere se non la prova materiale, almeno la presunzione fondata che le persone per cui si richiedeva la dichiarazione di morte fossero effettivamente imbarcate sul Donizetti».



(Ufficio Storico della Marina Militare, via pagina Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI")


Con circolare del 23 aprile 1948, i verbali di irreperibilità per i dispersi di Marina Rodi vennero infine emessi, e furono corrisposti gli assegni a conguaglio. Il Ministero del Tesoro dispose, per quasi tutti, la "pensione privilegiata di guerra". Successivamente, con circolare del 19 novembre 1948, venne stabilito di dichiarare dispersi a partire dall’11 settembre 1943 i militari destinati a Marina Rodi, senza soffermarsi sulla questione dell’imbarco sulla Donizetti; per effetto di questa decisione, molti verbali già emessi vennero modificati, retrodatando la data di dispersione dal 23 settembre 1943 all’11 settembre 1943.
Lungaggini burocratiche su questa triste storia, legate al rilascio del "nulla osta di prigionia" necessario per la revisione delle pratiche in atto, si sarebbero però trascinate fino al 1951.









Personale della Regia Marina disperso a Rodi nel settembre 1943: tutti, o quasi tutti, scomparvero nell’affondamento della Donizetti:

Fortunato Abbruzzese, marinaio fuochista, da Rodi Garganico
Cedrino Accordi, marinaio cannoniere, da Gazzo Veronese
Dino Accorsi, marinaio, da Correggio
Antonio Achilli, marinaio infermiere, da Castel San Giovanni
Salvatore Adamo, marinaio, da Nardò
Pasquale Addario, marinaio, da Bonifati
Giuseppe Addesso Cimbali, marinaio, da Bronte
Attilio Adenti, marinaio cannoniere, da Castelletto Ceredano
Alberto Adriani, marinaio cannoniere, da Roma
Sergio Aglietta, marinaio, da Biella (9/9/1943)
Faustino Agnetti, marinaio cannoniere, da Berceto
Giorgio Agosta, marinaio cannoniere, da Modica
Santo Agrillo, marinaio cannoniere, da Messina
Alvaro Agrini, marinai S.D.T., da Genova (9/9/1943)
Edolo Aguzzi, marinaio cannoniere, da Orbetello (9/9/1943)
Ercole Aiello, marinaio fuochista, da Barrafranca
Raffaele Aiello, marinaio, da Lercara Freddi
Augusto Alazzetta, marinaio infermiere, da Roma (9/9/1943)
Armando Alba, marinaio, da Taranto
Gaetano Albano, sottocapo cannoniere, da Santa Maria Capua Vetere
Dino Albergucci, marinaio cannoniere, da Reggio Emilia
Antonio Alberti, sottocapo motorista, da Massa
Bruno Alberti, marinaio nocchiere, da Venezia
Ruggero Alboreo, marinaio, da Barletta
Francesco Alemanno, marinaio, da Acquarica del Capo
Santo Aletti, marinaio cannoniere, da Bergamo
Santo Alizzo, marinaio, da Santa Marina Salina
Aldo Alpe, marinaio, da Monpantero (9/9/1943)
Umberto Altini, marinaio elettricista, da Bari
Primo Amadasi, marinaio cannoniere, da Parma
Gennaro Amato, marinaio cannoniere, da Napoli (9/9/1943)
Francesco Ambrassa, marinaio, da Savigliano (9/9/1943)
Mario Ambroggi, marinaio, da Calendasco
Pasquale Ambrosetti, marinaio, da Torre Annunziata
Gino Ambrosi, marinaio, da Polverii
Mario Ancellotti, marinaio, da Curtatone
Gaetano Ancona, marinaio cannoniere, da Fasano
Ferdinando Andreasi, marinaio, da Piacenza
Francesco Angiolini, sergente nocchiere, da Forte dei Marmi
Santo Angelini, marinaio, da Trieste
Catello Angellotti, marinaio, da Castellammare di Stabia
Giuseppe Anteo, marinaio furiere, da Napoli
Antonio Antona, sottocapo furiere, da Licata
Verardo Antonietti, marinaio, da Pergola
Luigi Antonino, marinaio, da Bari
Raffaele Apicella, marinaio, da Castellabate
Luigi Aprea, marinaio, da Napoli
Donato Aprile, marinaio cannoniere, da Martignano
Umberto Aprile, marinaio, da Brindisi
Giovanni Mario Aquaro, marinaio cannoniere, da Martina Franca
Stefano Aquilino, sottocapo fuochista, da Alberobello
Achille Ardighieri, marinaio, da Casalbuttano
Domenico Arena, marinaio, da Noverato
Giuseppe Arena, marinaio, da Augusta
Silvio Arena, marinaio radiotelegrafista, da Caltagirone
Michele Argenta, marinaio cannoniere, da Asti
Alessandro Arlotti, marinaio elettricista, da Torino
Antonio Arnese, marinaio, da Lucera
Mario Arnoldi, marinaio cannoniere, da Capriate San Gervaso
Calogero Arnone, marinaio, da Lercara Friddi
Bruno Arosio, marinaio, da Brescia
Alfonso Arpino, marinaio, da Minori
Ciro Ascione, marinaio, da Torre del Greco
Gaetano Astarita, marinaio, da Sorrento
Andrea Attolini, capo radiotelegrafista di terza classe, da Carpi (*)
Fernando Ausiello, sergente radiotelegrafista, da Porretta Terme, disperso in prigionia nel Mediterraneo Centrale il 22/9/1943 (*)
Vincenzo Avallone, marinaio radiotelegrafista, da Pisciotta
Domenico Aversano, marinaio, da Torre Orsaia
Carlo Azzini, marinaio cannoniere, da Ceresara
Udine Bacci, marinaio, da Lerici
Ignazio Bagorda, marinaio, da Fasano
Luigi Baiano, marinaio, da Bacoli
Luigi Baiardi, marinaio cannoniere, da Genova
Mario Baio, marinaio, da Palermo
Fernando Balbarini, marinaio, da La Spezia
Vincenzo Balbinot, marinaio, da Farra d’Alpago
Giuseppe Baldassarre, marinaio, da Lucera
Giuseppe Baldi, marinaio furiere, da Palermo
Amedeo Baldorilli, marinaio, da Montemarciano
Guido Baleani, marinaio, da Numana
Nello Balestra, sergente nocchiere, da Loreo
Augusto Balestrieri, marinaio, da Derovere
Sante Galliano Ballan, marinaio cannoniere, da Castelfranco Veneto
Corrado Banacchioni, sottocapo torpediniere, da Cortona
Raffaele Bandiera, marinaio cannoniere, da Torre Annunziata
Evaristo Bano, marinaio cannoniere, da Campodarsego
Carmelo Barabino, marinaio, da Cerevanesi
Fulvio Baratti, marinaio cannoniere, da San Benedetto Po
Ciro Baratto, marinaio, da Napoli
Raffaele Barbarisi, marinaio infermiere, da Napoli
Michele Barbato, marinaio, da Pozzuoli
Franco Barbera, marinaio furiere, da Biella
Salvatore Barbera, marinaio elettricista, da Catania
Francesco Barberis, marinaio cannoniere, da Villafranca Piemonte
Bruno Barbisan, marinaio, da Bussoleno
Giuseppe Barone, marinaio, da Monte di Procida
Orazio Baronello, marinaio, da Messina
Antonio Bartesaghi, marinaio fuochista, da Dongo
Leandro Basalini, marinaio, da Ameno
Pietro Battista, sottocapo segnalatore, da Bari
Marcello Bazec, marinaio cannoniere, da Pirano
Aldo Bazzato, marinaio fuochista, da Venezia
Renato Bedont, marinaio, da Bellano
Lino Belelli, marinaio, da Ancona
Domenico Bellan, marinaio fuochista, da Rosolina
Bruno Belleri, marinaio cannoniere, da Sarezzo
Leonardo Bello, sergente nocchiere, da Montebello Ionico
Mario Bello, marinaio, da Venezia
Giocondo Belloni, marinaio, da Corsico
Coraggio Bellucci, marinaio, da Castellone di Suasa
Gianfranco Gino Belotti, marinaio furiere, da Bergamo
Giulio Bendini, marinaio, da Dello
Angelo Benigni, marinaio, da Treviolo
Giuseppe Benvenuti, capo cannoniere di seconda classe, da San Vincenzo (9/9/1943)
Adriano Berca, marinaio cannoniere, da Genova (9/9/1943)
Luigi Bernardi, marinaio, da Pianezza (*)
Silvano Bernardi, marinaio cannoniere, da Altivole
Giancarlo Bernuzzi, marinaio fuochista, da Genova (9/9/1943)
Pietro Berta, sottocapo fuochista, da Savona
Giuseppe Bertani, marinaio, da Garlasco
Roberto Bertani, sottocapo fuochista, da Correggio
Giovanni Berteotti, marinaio, da Cavedine
Giuseppe Bertolino, marinaio furiere, da Trapani
Emilio Bettin, marinaio cannoniere, da Selvazzano Dentro
Carlo Giovanni Bettoni, marinaio, da Tavernola Bernamasca
Leonardo Bevilacqua, marinaio cannoniere, da Pietraperzia (*)
Pasquale Bevilacqua, marinaio segnalatore, da Stroncone
Felice Biagi, marinaio cannoniere, da Porto Mantovano
Mario Biancardi, marinaio cannoniere, da Albuzzano
Alberto Bianchi, marinaio, da Sala Comacina
Saverio Bianco, marinaio cannoniere, da Acquappesa
Agostino Bibiano, marinaio, da Ercolano
Giuseppe Bigioli, marinaio fuochista, da Castegnato
Angelo Binda, marinaio, da Saronno
Guido Biondi, marinaio, da Porto San Giorgio
Amorino Biselli, marinaio cannoniere, da Monte San Giusto
Giuseppe Bisio, marinaio, da Vignole Borbera
Antonio Bissoli, secondo capo cannoniere, da Legnago
Francesco Blasi, capo radiotelegrafista di terza classe, da Città di Castello
Bartolomeo Bo, capo cannoniere di terza classe, da Barzole
Nicola Bo, marinaio cannoniere, da Rocchetta Tanaro
Alessandro Bocchini, capo cannoniere di terza classe, da Benevento (*)
Giuseppe Bolis, marinaio cannoniere, da Terno d’Isola
Giuseppe Bonanno, marinaio cannoniere, da Misilmeri
Luigi Bondioli, marinaio, da Volta Mantovana
Francesco Bongiorno, marinaio cannoniere, da Fasano
Valdo Boni, marinaio, da Imperia
Giovanni Boniotti, marinaio, da Sellero
Francesco Bonolis, marinaio fuochista, da Castelveccana
Luigi Bonomelli, marinaio cannoniere, da Gorlago
Ottorino Bordiga, marinaio radiotelegrafista, da Corzano
Corrado Bordonaro, sottocapo, da Pachino
Ciro Bordura, marinaio fuochista, da Torre del Greco
Federico Borri, marinaio cannoniere, da Ventimiglia
Mario Borriello, marinaio, da Ercolano
Traiano Borsetti, marinaio, da Ancona
Biagio Bosco, marinaio, da Torino
Giacomo Bottalico, marinaio fuochista, da Bari
Pantaleone Bottone, marinaio, da Ravello
Gino Brachistino, marinaio cannoniere, da Genova
Cesare Brambilla, marinaio, da Trezzo sull’Adda
Erziano Brambilla, marinaio cannoniere, da Milano
Vincenzo Brancaccio, marinaio, da Torre del Greco
Rocco Antonio Brega, marinaio, da Castel San Giovanni
Silla Bresciani, marinaio cannoniere, da Verdello
Carlo Bresolin, marinaio radiotelegrafista, da Volpago del Montello
Romano Bressan, sottocapo furiere (cannoniera Caboto), da Isola d’Istria (*)
Carlo Bressanin, marinaio fuochista, da Bolzano Vicentino
Francesco Broccoli, marinaio, da Forio (9/9/1943)
Pietro Brunetto, marinaio, da Cava de’ Tirreni
Sisto Bruni, marinaio, da Ramiseto
Severino Bruno, marinaio cannoniere, da Candida
Edmondo Brusa, marinaio radiotelegrafista, da Torino (9/9/1943)
Valmiro Bruschini, marinaio cannoniere, da Narni
Giuseppe Buccafusca, marinaio nocchiere, da Nicotera
Nicola Buccarella, sottocapo furiere, da Gallipoli (9/9/1943)
Roberto Bufarini, marinaio, da Porto Recanati
Raffaele Bungaro, marinaio cannoniere, da Brindisi (9/9/1943)
Luigi Burricco, marinaio fuochista, da Gaeta
Filippo Busalacchi, marinaio nocchiere, da Palermo (*)
Onorato Bussani, sottocapo carpentiere, da Capodistria
Vitantonio Buzzerio, marinaio, da Polignano a Mare
Enrico Cacace, marinaio, da Massa Lubrense
Giovanni Cagliani, sottocapo radiotelegrafista, da Vigevano (9/9/1943) (*)
Giancarlo Caini, marinaio cannoniere, da Gorla Maggiore
Giuseppe Calabrò, marinaio, da Messina (9/9/1943)
Nicodemo Callà, marinaio, da Mammola (9/9/1943)
Lino Calvani, marinaio, da Firenze
Alberto Camalich, marinaio, da Lussinpiccolo
Orlando Camassa, marinaio cannoniere, da Martina Franca
Zelindo Cambiaghi, marinaio, da Cologno Monzese (*)
Faustino Campana, sottocapo motorista, da Erbusco
Salvatore Campanella, sottocapo segnalatore, da Pozzallo
Salvatore Campese, marinaio, da Barletta (*)
Angelo Canepa, marinaio, da Genova
Nicolò Canepa, marinaio carpentiere, da Savona
Michele Silvio Cannarile, marinaio furiere, da Palagiano
Basso Cannarsa, sottocapo segnalatore, da Termoli
Angelo Cannizzaro, marinaio, da Catania
Giuseppe Cantoro, marinaio, da Fasano
Edilio Caozzi, marinaio, da Pontenure
Evandino Capotosti, marinaio, da Narni
Vincenzo Cappelli, marinaio furiere, da Teramo
Francesco Caputo, marinaio cannoniere, da Nardò
Aurelio Cara, secondo capo elettricista, da Reggio Calabria (9/9/1943)
Michele Carannante, marinaio, da Bacoli
Giuseppe Cardalisco, marinaio furiere, da Castelfranco in Mescano
Eugenio Cardella, marinaio, da Viareggio (9/9/1943)
Biagio Cardillo, marinaio, da Formia
Amelio Cardone, marinaio fuochista, da Vico Equense
Nicolò Carena, marinaio cannoniere, da Genova (*)
Andrea Cariglia, marinaio, da Vieste
Rodolfo Carlini, marinaio, da Ancona
Luigi Carlotto, marinaio cannoniere, da Diano Castello (9/9/1943)
Giuseppe Carminati, marinaio, da Genova (9/9/1943)
Salvatore Caroli, marinaio fuochista, da Ostuni
Salvatore Carollo, marinaio cannoniere, da Palermo (9/9/1943)
Gaudenzio Carona, sottocapo meccanico, da Isola del Liri
Domenico Carotenuto, marinaio, da Torre del Greco
Ermete Carraro, sergente cannoniere, da Salerno (9/9/1943)
Luigi Carrera, marinaio fuochista, da Boltiere
Nunziato Cartillone, marinaio, da Bronte
Antonio Caruso, sottocapo nocchiere, da Gioia Tauro
Antonio Casale, marinaio, da Torre Annunziata
Giuseppe Casalis, marinaio cannoniere, da Carmagnola (9/9/1943)
Mario Casciaro, marinaio segnalatore, da Ortelle
Angelo Cascione, marinaio fuochista, da Monopoli
Orazio Caserio, marinaio S.D.T., da Bereguardo
Francesco Caserta, marinaio fuochista, da Locri
Francesco Caserta, marinaio, da Bronte
Carmelo Casile, marinaio, da Reggio Calabria
Erminio Casiraghi, marinaio, da Missaglia
Arnaldo Cassano, secondo capo furiere, da Altino
Michele Cassese, marinaio, da Gragnano
Aldino Cassetti, marinaio cannoniere, da Flero
Salvatore Castagna, sottocapo, da Palermo
Otello Castagnini, sottocapo radiotelegrafista, da Pietrasanta
Andrea Castaldi, marinaio, da Ischia
Angelo Castelnovo, marinaio fuochista, da Marcheno
Giuseppe Castorina, marinaio, da Venetico (9/9/1943)
Francesco Castriotta, marinaio, da Manfredonia
Matteo Castriotta, marinaio, da Manfredonia
Francesco Castronuovo, marinaio, da Fragagnano
Cesare Catalani, marinaio cannoniere, da Castelvetrano
Carmelo Catalano, sergente segnalatore, da Palermo (9/9/1943) (*)
Salvatore Catalano, capo cannoniere di terza classe, da Comiso
Fedele Cataldi, marinaio, da Trebisacce
Nicodemo Cataldo, marinaio, da Ercolano
Angelo Cattaneo, marinaio fuochista, da Como
Fidenzio Cattoli, secondo capo elettricista, da Budrio
Anselmo Cavallari, marinaio cannoniere, da Senigallia
Giovanni Cavalli, marinaio fuochista, da Gottolengo
Eros Cavatorti, marinaio fuochista, da Campegine
Otello Cecchini, sottocapo nocchiere, da Pesaro
Giuseppe Cefalu, marinaio, da Santa Flavia
Giuseppe Cellura, sergente cannoniere, da Licata
Pasquale Certo, marinaio, da Messina (9/9/1943)
Aldo Cervi, secondo capo segnalatore, da Sassuolo
Natale Cesati, marinaio, da Peschiera del Garda
Guglielmo Checcucci, marinaio cannoniere, da Terni (9/9/1943)
Alberto Chianello, marinaio, da Paola
Giovanni Chiappi, marinaio cannoniere, da Brescia
Gaetano Chiaramonte, marinaio cannoniere, da Siracusa
Oliviero Chiavarini, marinaio, da Stroncone
Ugo Chiesa, marinaio cannoniere, da Canonica d’Adda
Stefano Chila, marinaio, da Melito di Porto Salvo
Vittorio Chinellato, marinaio, da Venezia
Alcide Chiossi, marinaio fuochista, da Reggio Emilia
Aldo Chitoni, marinaio fuochista, da Castro
Panfilo Ciarciallini, marinaio, da Chieti
Roberto Cibecchini, secondo capo meccanico, da Firenze (9/9/1943)
Ferruccio Cibei, capo musicante di prima classe, da Carrara (9/9/1943) (*)
Piero Cicci, sottotenente commissario, da Macerata (*)
Tommaso Cifarelli, marinaio fuochista, da Matera
Michele Ciliento, sergente elettricista, da Trani
Eraldo Cimini, secondo capo cannoniere, da Fiume
Fulvio Cinacchi, marinaio, da Vecchiano (9/9/1943)
Vladimiro Ciofi, marinaio infermiere, da Siena (9/9/1943) (*)
Pietro Ciotti, marinaio, da Terracina
Biagio Cipolla, marinaio, da Bronte
Mauro Cirella, marinaio, da Pomarico
Salvatore Cirillo, capo cannoniere di terza classe, da Boscotrecase
Giuseppe Ciriolo, marinaio, da Diso
Natale Cistola, marinaio nocchiere, da Colonnella (9/9/1943)
Giovanni Citarella, marinaio, da Bari
Sebastiano Citarrella, marinaio segnalatore, da Palermo
Giuseppe Cividini, marinaio cannoniere, da Martinengo
Giuseppe Civile, marinaio cannoniere, da Napoli
Dario Cocchetti, sergente radiotelegrafista, da Pratovecchio (*)
Salvatore Coccoluto, secondo capo cannoniere, da Gaeta (*)
Danilo Cognini, marinaio, da Sant’Elpidio a Mare
Giovanni Cola, marinaio segnalatore, da Cassine
Giovanni Colamaria, marinaio, da Rossano
Ermanno Colasanti, sottocapo radiotelegrafista, da Terni (9/9/1943)
Dario Collecchia, marinaio, da Fivizzano
Salvatore Colomba, marinaio, da Erice
Valentino Colombi, marinaio, da Mulazzano
Gaetano Colombo, marinaio, da Busto Garolfo
Francesco Colotto, marinaio cannoniere, da Lerici (8/9/1943)
Luigi Coluccia, marinaio, da Sannicola
Bruno Comi, marinaio, da Milano
Mario Comin, marinaio cannoniere, da Venezia
Carlo Como, capo cannoniere di terza classe, da Alessandria (9/9/1943) (*)
Giovanni Console, sottocapo nocchiere, da Taranto
Giuseppe Consoli, marinaio, da Catania
Evio Consolini, marinaio, da Cavezzo
Oreste Conte, marinaio, da Torre del Greco
Giuseppe Conti, marinaio fuochista, da Casteltermini
Alfio Coppola, marinaio fuochista, da Lentini (9/9/1943)
Michele Corbia, marinaio cannoniere, da Alghero
Pasquale Corcelli, marinaio fuochista, da Bari
Antonio Corliano, marinaio fuochista, da Brindisi
Ercolino Corti, marinaio, da Montano Lucino
Zero Cosci, marinaio, da Pisa (9/9/1943)
Remigio Coslian, sergente carpentiere, da Pola
Giuseppe Cosma, marinaio, da Taurianova
Felice Costa, marinaio, da Genova (9/9/1943)
Giovanni Costantini, marinaio, da Venezia
Leonardo Costantino, marinaio, da Trapani
Michele Costigliola, marinaio, da Bacoli
Santo Cotroneo, marinaio, da Campo Calabro
Santo Cotroneo, marinaio, da Reggio Calabria
Alfredo Covelli, marinaio, da Crotone
Angelo Covini, secondo capo cannoniere, da Genova (9/9/1943)
Salvatore Cozzo, marinaio cannoniere, da Palermo
Domenico Crescenzi, marinaio, da Fermo
Giosuè Crescenzo, marinaio nocchiere, da Piano di Sorrento
Francesco Crescini, marinaio segnalatore, da Gardone Riviera
Corrado Cretto, marinaio cannoniere, da Noto (9/9/1943)
Pasquale Crimaldi, marinaio, da Mondragone
Sossio Crispino, marinaio furiere, da Frattamaggiore
Pietro Cristini, marinaio motorista, da Marone
Leonardo Croce, secondo capo motorista, da Sesto San Giovanni (9/9/1943)
Vittorio Crovetto, marinaio cannoniere, da Genova
Giuseppe Crupi, marinaio, da Antillo
Ugo Cucurnia, marinaio fuochista, da Carrara
Roberto Cugini, marinaio cannoniere, da Parma
Girolamo Curciarello, marinaio fuochista, da Siderno
Santo Currò, marinaio furiere, da Messina (9/9/1943)
Carlo Cursano, marinaio, da Otranto
Giuseppe Curti, marinaio, da Ossago Lodigiano
Aldo Curzi, marinaio cannoniere, da Sant’Angelo in Vado (9/9/1943)
Salvatore Cutugno, marinaio nocchiere, da Barcellona Pozzo di Gotto
Fortunato Cuzzolin, marinaio, da Treviso
Alessandro D’Agostino, marinaio cannoniere, da Reggio Calabria
Gaspare D’Aleo, marinaio, da Palermo
Tommaso D’Alia, marinaio, da Palermo
Decimo Augusto D’Aloi, marinaio cannoniere, da Nicotera
Mario D’Ambrosio, marinaio, da Tortoreto
Aurelio D’Amico, marinaio fuochista, da Palermo
Francesco D’Amico, marinaio, da Palermo
Francesco D’Amico, marinaio, da Castrignano del Capo
Rolando D’Amico, marinaio cannoniere, da Pescara
Vincenzo D’Andrea, marinaio, da Terracina
Francesco D’Angelo, marinaio carpentiere, da Licata (9/9/1943)
Italo D’Angelo, marinaio cannoniere, da Fermo
Ermes Gianni D’Antoni, sergente segnalatore, da Fagagna
Michele D’Aquino, marinaio, da Palazzo San Gervasio
Santo D’Arrigo, marinaio, da Messina (9/9/1943)
Diego D’Auria, sottocapo segnalatore, da Serradifalco
Vittorio D’Avolio, marinaio, da San Severo
Pasqualino D’Urso, marinaio cannoniere, da Diamante
Giovanni Dadda, marinaio, da Cotogno
Pier Francesco Dal Mastri, marinaio, da Milano
Ivo Dal Pra, marinaio, da Recoaro Terme
Aldo Dall’Aglio, marinaio, da Parma
Roberto Dalmasso, marinaio elettricista, da Airasca (9/9/1943) (*)
Roberto Damiano, marinaio, da Napoli
Ennio Dardano, sottocapo segnalatore, da Montescano (*)
Adelio David, marinaio, da Savona
Tommaso De Caro, marinaio torpediniere, da Castel San Giorgio
Nicolò De Cesaro, marinaio, da Molfetta
Ugo De Fanis, marinaio, da Termoli
Mario De Ferrari, sergente radiotelegrafista, da Milano
Giovanni De Filippis, marinaio, da Torre del Greco
Giuseppe De Florio, marinaio fuochista, da Gallipoli
Marco De Fraia, marinaio nocchiere, da Pozzuoli
Leonardo De Gennaro, marinaio fuochista, da Molfetta
Nicola De Giosa, marinaio, da Salve
Francesco De Leo, capo segnalatore di seconda classe, da Messina
Giovanni De Lorenzo, marinaio, da Malfa
Albano De Luca, marinaio cannoniere, da Benevento
Leonardo De Luca, marinaio, da Fasano
Luigi De Luca, marinaio, da Torre del Greco
Michele De Luca, marinaio cannoniere, da Napoli
Pietrangelo De Martino, marinaio, da Castellammare di Stabia
Oronzo De Mola, marinaio, da Fasano
Vincenzo De Mola, marinaio cannoniere, da Taranto
Donato De Nuccio, marinaio, da Castrignano del Capo
Michele De Paola Dattino, capo furiere di seconda classe, da Nusco (22/9/1943)
Giorgio De Rossi, marinaio, da Venezia
Giovanni De Santi, marinaio, da Bari
Carmine De Simone, sottocapo elettricista, da Crotone
Bernardino De Vicari, marinaio, da Altavilla Vicentina
Antonio De Walderstein, sergente segnalatore, da Pinguente
Aramis Del Buono, capo S.D.T. di seconda classe, da Pisa
Giovanni Del Duca, secondo capo segnalatore, da Napoli (9/9/1943)
Aldo Dell’Anna, marinaio furiere, da Revine Lago
Vito Nicola Dell’Anna, marinaio, da Fragagnano
Antonio Dell’Olio, marinaio, da Bisceglie (*)
Alfredo Dell’Omarino, sergente furiere, da Arezzo (*)
Ettore Della Millia, marinaio cannoniere, da Nettuno (9/9/1943)
Raffaele Della Poeta, marinaio cannoniere, da Atri (*)
Angelo Della Valle, marinaio, da Ottaviano
Paolo Delle Foglie, marinaio, da Bari
Carlo Dellea, marinaio, da Brissago Valtravaglia
Matteo Delli Muti, sottocapo segnalatore, da Vieste
Spartaco Demarchi, marinaio, da Isola d’Istria
Pietro Devoto, marinaio S.D.T., da Cagliari
Santo Di Bartolo, marinaio, da Giardini-Naxos
Carmine Di Blasio, marinaio, da Silvi
Giuseppe Di Donato, marinaio aerofonista, da Roccascalegna
Giuseppe Di Fazio, marinaio, da Ramacca (*)
Francesco Di Franco, sottocapo nocchiere, da Augusta
Carmine Di Giacomo, marinaio cannoniere, da Città Sant’Angelo
Ernesto Di Giuseppe, marinaio, da Foggia
Giuseppe Di Gregorio, marinaio, da Santeramo in Colle
Giuseppe Di Maggio, marinaio, da Palermo
Vito Di Marzio, marinaio, da Roseto degli Abruzzi
Antonio Di Meo, marinaio furiere, da Bacoli
Michele Di Noto, marinaio, da Isola delle Femmine
Gennaro Di Palma Esposito, marinaio infermiere, da Bacoli
Gennaro Di Prisco, capo cannoniere di prima classe, da Napoli (*) [n.b. questi risulterebbe ufficialmente disperso a Lero nel novembre 1943, ma da testimonianza di un reduce sarebbe invece stato a Rodi ed imbarcatosi sulla Donizetti]
Pietro Di Rienzo, marinaio fuochista, da Spinazzola
Enrico Di Rollo, marinaio, da Napoli
Giulio Di Russo, marinaio, da Formia
Vittorio Di Serafino, marinaio, da Corrosoli
Filippo Dispenza, marinaio furiere, da Campofelice di Fitalia
Francesco Dolente, marinaio furiere, da Taranto
Balilla Donatelli, marinaio motorista, da Pescara
Biagio Donzella, marinaio, da Palermo
Alberto Donzelli, marinaio cannoniere, da Ancona
Antonio Dottarelli, marinaio fuochista, da Bolsena
Claudio Giovanni Dotz/Dozzi, marinaio S.D.T., da Pola
Mario Dreos, marinaio radiotelegrafista, da Trieste
Carlo Dubini, marinaio segnalatore, da Como
Antonio Duca, secondo capo meccanico, da Ancona
Gaetano Durante, sergente cannoniere, da Palermo
Mariano Englen, marinaio cannoniere, da Roccella Ionica
Oronzo Epifani, marinaio, da Latiano
Edi Ercolano, marinaio segnalatore, da Meta
Mario Ercole, marinaio, da Napoli
Rosolino Ercoli, marinaio fuochista, da Sant’Elpidio a Mare
Antonio Esposito, marinaio cannoniere, da Sorrento
Giuseppe Esposito, marinaio elettricista, da Castellammare di Stabia
Leopoldo Esposito, marinaio cannoniere, da Boscoreale
Oreste Esposito, marinaio, da Napoli
Vladimiro Esposti, marinaio, da Milano
Dino Fabbri, marinaio infermiere, da Rimini
Ivo Fabiano, sottocapo radiotelegrafista, da Pescara
Raimondo Fabiano, marinaio, da Torre del Greco
Antonio Fabrizio, marinaio, da Venosa
Mario Faetti, marinaio segnalatore, da Milano
Rino Faita, marinaio infermiere, da Brescia (19/9/1943)
Vittorio Falchi, marinaio cannoniere, da Ittireddu
Gaspare Fallucca, marinaio, da Palermo
Giuseppe Fanigliulo, marinaio cannoniere, da Fasano
Ilario Matteo Fano, marinaio nocchiere, da Grado
Ermes Fantoni, marinaio, da Viadana
Luciano Farina, marinaio radiotelegrafista, da Roma
Carlo Fasani, marinaio, da Bascapè
Giuseppe Fascella, marinaio, da Palermo
Ottavio Fascetti, sergente cannoniere, da Serra d’Aiello
Luciano Felisatti, marinaio, da Ferrara (22/9/1943)
Corrado Ferla, marinaio, da Noto
Ivo Ferlin, marinaio cannoniere, da Resana
Bruno Feroci, sergente cannoniere, da Viareggio
Giobatta Ferrando, sottocapo motorista, da Genova (9/9/1943)
Sebastiano Ferrando, marinaio cannoniere, da Mele (9/9/1943)
Angelo Ferrara, marinaio, da Taranto
Domenico Ferrara, marinaio, da Fasano
Giovanni Ferrari, marinaio cannoniere, da Valmontone
Luigi Ferrari, marinaio, da Cella Dati
Salvatore Ferrari, marinaio, da Taggia
Michele Ferraris, marinaio, da Cosseria
Walter Ferraro, marinaio cannoniere, da La Spezia (9/9/1943)
Giuseppe Ferriero, marinaio, da Vernole
Carmelo Ferru, marinaio cannoniere, da Sestu
Salvatore Fichera, tenente di vascello (cannoniera Caboto), da Riposto (9/9/1943) (*)
Antonio Figone, marinaio, da Varese Ligure (8/9/1943)
Attilio Filippini, marinaio carpentiere, da Venezia
Gennaro Fimiani, marinaio, da San Giovanni a Piro
Alfredo Fiorentini, marinaio radiotelegrafista, da Savona (9/9/1943)
Vincenzo Fiorentino, marinaio, da Napoli
Gaetano Fiumara, marinaio fuochista, da Messina
Teodoro Fiusco, marinaio fuochista, da Brindisi
Belardino Flati, marinaio, da Canino
Giuseppe Florimo, marinaio, da Gioia Tauro
Alfonso Florio, marinaio, da Napoli
Fulvio Foggi, marinaio cannoniere, da Venezia
Dante Fontana, marinaio, da Casto
Goffredo Fonzi, marinaio, da Caporciano
Armando Formenti, marinaio, da Verona
Giovanni Formisano, marinaio, da Torre del Greco
Pasquale Formularo, marinaio carpentiere, da Portici
Vitantonio Fornaro, marinaio, da Brindisi
Sergio Fort, marinaio, da Venezia
Carmelo Foti, marinaio, da Falcone
Riccardo Fracassetti, marinaio, da Seriate
Emilio Franchin, sottocapo elettricista, da Venezia
Vincenzo Franco, marinaio, da Vietri sul Mare
Aldo Franseis Grillo, marinaio cannoniere, da Mongrando
Stefano Frassine, marinaio
Carlo Fraternali, marinaio, da Verzo (9/9/1943)
Carmine Fratta, marinaio, da Rossano (*)
Pio Freddi, marinaio, da Tortoreto
Bruno Luigi Fresia, marinaio cannoniere, da Domodossola
Filadelfio Frezzini, marinaio, da Gallese
Giuseppe Fronte, marinaio, da Augusta
Cosimo Fucito, capo cannoniere di terza classe, da Venezia
Cherubino Fuolega, marinaio nocchiere, da Foggia
Mario Guerino Furia, sergente elettricista (stazione r.t. Rodino), da Fivizzano (*)
Bassano Gaboardi, marinaio cannoniere, da Pizzighettone
Luigi Gadaleta, marinaio, da Procida
Giuseppe Gaeta, marinaio, da Palermo (9/9/1943)
Pierino Gaffurini, marinaio, da Brescia
Giovanni Gaggero, marinaio cannoniere, da Genova (9/9/1943)
Ennio Gaio, sergente elettricista, da Venezia
Guglielmo Galanti, secondo capo radiotelegrafista, da Roma (*)
Agazio Michelangelo Galati, marinaio fuochista, da Monasterace
Gino Galli, marinaio cannoniere, da Ghedi
Cristallino Gallo, capo radiotelegrafista di terza classe, da Molfetta (*)
Stefano Gallo Stampino, marinaio, da Legnano (*)
Vincenzo Gallo, marinaio cannoniere, da Armento
Luigi Gallone, marinaio, da Avellino
Enrico Galloppo, marinaio motorista, da Napoli
Luigi Gambaretti, marinaio, da Pontevico
Giuliano Gambella, marinaio, da Chiesi
Rinaldo Gandaglia, marinaio, da Quinzano d’Oglio
Ubaldo Gargioli, secondo capo meccanico (*) [nome non presente nell’albo dei caduti e dispersi della Marina Militare]
Antonino Gargiulo, marinaio, da Meta
Cataldo Gargiulo, marinaio radiotelegrafista, da Massa Lubrense
Ferdinando Gargiulo, marinaio furiere, da Castellammare di Stabia
Saverio Gargiulo, marinaio radiotelegrafista, da Sant’Agnello
Agostino Garinotti, marinaio cannoniere, da Rapallo (9/9/1943)
Alfredo Gasparini, marinaio, da Parma
Giovanni Gastaldi, marinaio, da Savigliano (*)
Aldo Gatti, marinaio cannoniere, da Ospedaletti (9/9/1943)
Mario Gatti, sottocapo cannoniere, da Monticiano (9/9/1943)
Carlo Gay, marinaio S.D.T., da Rivarone (9/9/1943)
Vito Gelao, marinaio, da Bari (19/9/1943)
Mario Gelati, secondo capo elettricista, da Parma
Giusto Gembrini, sottocapo furiere, da Trieste
Silvestro Gemelli, marinaio cannoniere, da Messina
Guglielmo Genta, marinaio, da Borgo d’Ale (9/9/1943)
Vincenzo Gentile, marinaio, da Monopoli
Antonio Gettini, marinaio, da Forgiano
Giuseppe Ghersin, marinaio cannoniere, da Laurana
Cesare Ghidetti, sottocapo radiotelegrafista, da Cremona (*)
Pellegro Ghigliazza, marinaio cannoniere, da Cogoleto
Alfredo Ghiglione, marinaio cannoniere, da Campomorone
Renato Bruno Ghillani, marinaio, da Parma
Bruno Giabardo, secondo capo cannoniere, da Mirano
Salvatore Giammona, marinaio cannoniere, da Palermo (9/9/1943)
Alessandro Giancaspro, sergente cannoniere, da Molfetta
Pasqualo Giancaspro, sottocapo, da Molfetta (*)
Concetto Giannino, secondo capo nocchiere, da Catania
Virgilio Giannoni, marinaio, da Fucecchio (9/9/1943)
Romualdo Giaquinto, marinaio, da Napoli
Antonio Gilio Canio, marinaio carpentiere, da Vaglio Basilicata
Renato Gilli, secondo capo segnalatore, da Caluso (*)
Giovanni Ginanneschi, sergente nocchiere, da Portoferraio (9/9/1943)
Pasquale Giolfo, marinaio cannoniere, da Genova (9/9/1943)
Liberato Giorgione, marinaio, da Ariano Irpino
Alfredo Giovanetti, sottocapo cannoniere, da Loreto Aprutino (19/9/1943)
Aldo Giovanelli, marinaio cannoniere, da Fano (9/9/1943)
Isidoro Giovanniello, marinaio, da Modugno
Alessandro Giovannini, sottotenente C.R.E.M., da Cingoli (19/9/1943) (*)
Giuseppe Gitto, sottocapo, da Furnari (19/9/1943)
Vincenzo Gitto, marinaio, da Milazzo (9/9/1943)
Giovanni Giustiniani, marinaio, da Massa Lubrense
Cristoforo Gosso, marinaio, da Sommariva del Bosco (9/9/1943)
Angelo Gottardo, marinaio, da Muggia
Bruno Gozzi, marinaio radiotelegrafista, da Mantova
Alfredo Gramigni, marinaio, da Borgo San Lorenzo (9/9/1943)
Guido Granata, marinaio, da Cremona
Gaspare Grandi, marinaio, da Genova
Giancarlo Grandi, marinaio S.D.T., da Guastalla (9/9/1943)
Giuseppe Greco, marinaio, da Francavilla Fontana (9/9/1943)
Alfredo Griffone, marinaio, da Torino (9/9/1943)
Vincenzo Grifo, marinaio segnalatore, da Palermo (*)
Giuseppe Grotta D’Auria, marinaio, da Enna
Fiorindo Gualandris, marinaio cannoniere, da Morengo (9/9/1943)
Alfredo Guarnieri, marinaio, da Contarina
Alcide Guastalla, marinaio fuochista, da Curtatone
Quinto Gubinelli, sottocapo cannoniere, da Ronciglione (9/9/1943)
Giuseppe Guidotti, marinaio, da San Benedetto del Tronto
Durante Gullo, marinaio, da Pizzo
Giuseppe Gullotto, marinaio cannoniere, da Randazzo
Agnello Iaccarino, marinaio cannoniere, da Anacapri
Valerio Iacobacci, marinaio (cannoniera Caboto), da Roma (9/9/1943) (*)
Salvatore Iacono, marinaio, da Ragusa
Giovanni Iannello, marinaio, da Napoli
Angelo Iarc, marinaio cannoniere, da Montespino
Tommaso Iarlori, marinaio, da San Vito Chetino
Vincenzo Iele, marinaio, da Benevento
Antonio Ientile, marinaio furiere, da Torre del Greco
Ivo Incerti, marinaio, da Villa Minozzo
Angelo Incorvaia, marinaio, da Licata (19/9/1943)
Onofrio Introna, marinaio, da Bari
Salvatore Iraci, marinaio, da Palermo
Giovanni Iviani, marinaio cannoniere, da Pisino
Ignazio La Cara, secondo capo furiere, da Palermo
Francesco La Corte, marinaio cannoniere, da Enna
Domenico La Groia, marinaio cannoniere, da Bisceglie
Filippo La Sala, marinaio (nato in Tunisia)
Giuseppe La Vecchia, sottocapo elettricista, da Barletta (*)
Salvatore Labita, marinaio, da Corleone (9/9/1943)
Salvatore Lacamera, marinaio fuochista, da Noepoli
Francesco Laganà, sergente cannoniere, da Milazzo (9/9/1943)
Natale Laghezza, marinaio, da Polignano a Mare
Giuseppe Lai, marinaio, da Oristano
Nicola Lamaddalena, sergente segnalatore, da Bari (*)
Vito Lamanna, marinaio, da Polignano a Mare
Emilio Lambert, marinaio cannoniere, da Novalesa
Umberto Lamberti, sergente cannoniere, da Serra San Bruno
Mario Lancellotti, sottocapo cannoniere, da Portici (*)
Giuseppe Landoni, marinaio cannoniere, da Rho
Oriano Landucci, marinaio cannoniere, da Lucca
Leone Larizza, marinaio, da Bova Marina
Francesco Lasala, marinaio cannoniere, da Santeramo in Colle (9/9/1943)
Vincenzo Latagliata, marinaio nocchiere, da Taranto
Filippo Latella, marinaio, da Reggio Calabria
Giuseppe Laterza, marinaio, da Putignano
Emanuele Lattanzi, marinaio, da Carrara (9/9/1943)
Rosolino Lattarini, marinaio cannoniere, da Casalbuttano
Clinio Laurenti, marinaio, da Contarina
Bruno Lenzi, marinaio, da Pistoia (9/9/1943)
Antonio Leo, marinaio radiotelegrafista, da Benevento
Francesco Leo, capo segnalatore di seconda classe, da Bari (*)
Arcangelo Leone, marinaio, da Margherita di Savoia
Luigi Liccardi, marinaio cannoniere, da Giugliano in Campania
Arturo Ligas, marinaio cannoniere, da Tempio Pausania
Giovanni Liguori, marinaio, da Torre del Greco
Giovanni Limongi, marinaio, da Maratea
Giovanni Limongi Rizzati, sergente infermiere, da Maratea
Gennaro Lisi, marinaio fuochista, da Miggiano
Walter Lissoni, marinaio segnalatore, da Milano
Angelo Locatelli, marinaio, da Arenzano (9/9/1943)
Virgilio Locatelli, marinaio, da Sesto ed Uniti
Angelo Lombardi, marinao cannoniere, da Manduria (9/9/1943)
Carlo Antonio Lombardi, marinaio cannoniere, da Arpaise
Ilio Lombardo, marinaio cannoniere, da Paola
Vincenzo Lombardo, marinaio, da Lampedusa
Filippo Longo, marinaio, da Ostuni
Annunziato Lopa, marinaio cannoniere, da Reggio Calabria
Giuseppe Lora, secondo capo meccanico (cannoniera Caboto), da Montecchio Maggiore (9/9/1943) (*)
Giobatta Lorenzi, marinaio cannoniere, da Ventimiglia
Giuseppe Losito, marinaio, da Margherita di Savoia
Pietro Losito, marinaio cannoniere, da Peschici
Diego Macaluso, marinaio cannoniere, da Erice
Giuseppe Macciò, marinaio, da Masone (9/9/1943)
Giuseppe Macolino, marinaio cannoniere, da Napoli
Arturo Maffei, marinaio, da Arco
Giuseppe Maggio, marinaio cannoniere, da Augusta
Stefano Magri, capo segnalatore di terza classe, da Riccò del Golfo di Spezia 9/9/1943)
Cesare Magrini, secondo capo elettricista, da Pistoia (9/9/1943) (*)
Giovanni Maioli, secondo capo nocchiere, da Villa di Tirano
Leonardo Maiorana, marinaio cannoniere, da Trapani
Giuseppe Malpetti, marinaio cannoniere, da Calvisano
Pasqualino Mameli, marinaio radiotelegrafista, da Siracusa
Pietro Mancini, marinaio cannoniere, da Genova
Guido Mandarino, marinaio fuochista, da Torano Castello
Armando Manetti, marinaio, da Chieti
Giuseppe Manfredi, marinaio, da Paola
Lino Mangiarotti, secondo capo elettricista, da Cremona (*)
Pietro Mangili, marinaio cannoniere, da Zandobbio
Alfredo Mantero, sottocapo segnalatore, da Genova (9/9/1943) (*)
Cesare Mantoan, marinaio, da Chioggia
Remigio Mantovani, marinaio motorista, da Padova
Alessandro Maragliano, sergente furiere, da Genova (9/9/1943) (*)
Gennaro Marasco, marinaio, da Torre del Greco
Ellero Marazzato, marinaio cannoniere, da Trebaseleghe
Vitantonio Marcario, secondo capo meccanico, da Grumo Appula
Giovanni Marchese, marinaio, da Catania
Antonio Marchitto, marinaio cannoniere, da San Paolo di Civitate
Giovanni Marcialis, marinaio, da Tortolì
Vincenzo Marconi, sottocapo motorista, da Monteprandone (*)
Carlo Marcozzi, sottocapo segnalatore, da Tortoreto (*)
Antonio Maresca, marinaio, da Vico Equense
Vittorio Gino Margarito, marinaio, da Racale
Giuseppe Margheriti, marinaio, da La Spezia (9/9/1943)
Eugenio Marguerettaz, marinaio cannoniere, da Sarre (9/9/1943)
Francesco Mariano, marinaio, da Mola di Bari (*)
Giovanni Marin, sergente cannoniere, da Cassola
Giuseppe Marino, marinaio fuochista, da Napoli
Luigi Marino, secondo capo cannoniere, da Vasto (19/9/1943)
Pellegrino Marino, sergente radiotelegrafista, da Padova (*)
Vincenzo Marinucci, marinaio fuochista, da Vasto
Filippo Mariotti, marinaio cannoniere, da Apiro
Marino Mariotti, marinaio, da Cremona
Asterio Marolla, marinaio, da Caldogno
Nicola Maronetto, sottocapo motorista, da Moncalieri (9/9/1943)
Giuseppe Marra, marinaio cannoniere, da Boscotrecase
Michele Marta, marinaio cannoniere, da Mondragone
Francesco Pietro Martinotti, marinaio elettricista, da Casale Monferrato
Realino Mareggio, marinaio, da Spongano
Renzo Marzi, marinaio, da Livorno (9/9/1943)
Michele Marzulli, marinaio fuochista, da Taranto
Aldo Masetti, marinaio, da Mordano
Danilo Massari, marinaio, da Ancona
Aride Masseroli, marinaio cannoniere, da Castelvetro Piacentino
Carlo Massetti, marinaio cannoniere, da Asti
Rosario Massimino, marinaio, da Acireale
Luigi Mastandrea, marinaio, da Giovinazzo
Gaetano Mastropasqua, marinaio, da Margherita di Savoia (9/9/1943)
Leopoldo Masullo, secondo capo cannoniere, da Vietri sul Mare
Mario Mautone, marinaio cannoniere, da Napoli (*)
Domenico Mazza, marinaio fuochista, da San Zeno Naviglio (*)
Giuseppe Mazza, marinaio, da Palermo
Augusto Marino Mazzaferro, marinaio cannoniere, da Porto San Giorgio
Giuseppe Mazzucco, marinaio cannoniere, da San Salvatore Monferrato (9/9/1943)
Felice Mazzucotelli, marinaio, da Palazzago
Bruno Meazza, sergente S.D.T., da Milano (*)
Umberto Mecozzi, marinaio, da Sant’Elpidio a Mare
Carlo Medri, marinaio, da Bertinoro
Giovanni Meiattini, secondo capo cannoniere, da Volterra (9/9/1943) (*)
Pasquale Mellace, sottocapo radiotelegrafista, da Squillace
Egidio Meloni, marinaio fuochista, da Cagliari
Cesarino Mengazzoli, marinaio segnalatore, da Castellucchio
Armando Manghi, marinaio, da Mercato Saraceno (9/9/1943)
Bruno Menin, marinaio fuochista, da Venezia
Giuseppe Meola, marinaio cannoniere, da Santa Maria Capua Vetere
Giuseppe Mercuri, marinaio, da Reggio Calabria
Davide Merlo, marinaio cannoniere, da Genova (9/9/1943)
Mario Mersnich, sergente segnalatore, da Pirano
Mauro Messina, marinaio fuochista, da Molfetta
Santo Messina, marinaio, da Palermo
Leonardo Messinese, sottocapo furiere, da Taranto
Giovanni Micalizzi, marinaio, da Reggio Calabria
Armando Miceli, marinaio, da Genova
Marino Micheletti, marinaio, da Falconara Marittima
Vincenzo Micich, sottocapo furiere, da Zara (9/9/1943)
Guido Miliotti, marinaio, da Prato (9/9/1943)
Gaetano Milo, marinaio, da Ispani (*)
Alessandro Miotto, marinaio cannoniere, da Baone
Sebastiano Mirizzi, marinaio, da Bari
Natale Mirone, marinaio, da Catania
Feroccio Moderz, marinaio cannoniere, da Terzo di Aquileia
Walter Moncalieri, marinaio, da Genova (9/9/1943)
Angelo Monopoli, sergente cannoniere, da Fasano
Luciano Montacchini, marinaio, da Parma
Dino Montanari, marinaio, da Pesaro
Edoardo Monteleone, marinaio, da Genova
Salvatore Morana, marinaio, da Palermo
Gennaro Morello, marinaio cannoniere, da Napoli
Aldo Moretti, marinaio fuochista, da Ancona
Antonio Morlando, marinaio, da Minturno
Umberto Morresi, marinaio, da Morrovalle
Edoardo Morsia, marinaio, da Fiorenzuola d’Arda (9/9/1943)
Luigi Mortola, marinaio, da Camogli
Tullio Moschini, marinaio S.D.T., da Venezia
Giovanni Mossini, marinaio, da Guastalla
Nando Mossini, marinaio, da Guastalla
Pio Motta, marinaio, da Sestri Levante
Gino Muccioli, marinaio cannoniere, da Monfalcone
Pietro Mura, marinaio aerofonista, da Paulilatino
Mario Mussini, marinaio fuochista, da Reggio Emilia
Francesco Musso, marinaio cannoniere, da Gioia Tauro
Giovanni Musumeci, marinaio cannoniere, da Acireale
Colombo Nadaletti, marinaio, da Cremona
Bruno Nannini, marinaio cannoniere, da Terni
Giuseppe Nardone, marinaio cannoniere, da Portopalo di Capo Passero
Guido Navarra, marinaio carpentiere, da Melfi
Luciano Navarro, marinaio radiotelegrafista, da Venezia (9/9/1943)
Mario Nedoch, sottocapo segnalatore, da Trieste (*)
Egidio Negri, marinaio cannoniere, da Pavia
Amilcare Nenci, secondo capo segnalatore, da Portoferraio (9/9/1943)
Rocco Nenna, marinaio, da San Vito Chetino
Filippo Nicolosi, sottocapo segnalatore, da Aci Castello (23/9/1943)
Giacomo Nigro, marinaio, da Laureana Cilento
Arrigo Ninotti, marinaio silurista, da Oderzo
Aurelio Nizzolini, marinaio cannoniere, da Saronno
Ireneo Nobile, marinaio cannoniere, da Udine
Costantino Nocco, marinaio cannoniere, da Porto Torres (9/9/1943)
Antonio Nocerino, marinaio, da Ercolano
Oreste Nosengo, marinaio, da Casale Monferrato (9/9/1943)
Mario Novelli, marinaio, da Chieti
Giorgio Paolo Noventa, marinaio, da Albignasego
Serafino Donato Nuccio, marinaio, da Tricase
Francesco Nunziante, marinaio nocchiere, da Eboli (*)
Giuseppe Nuzzo, marinaio cannoniere, da Diso
Ugo Nuzzo, marinaio, da Diso
Guglielmo Occhipinti, marinaio cannoniere, da Scicli
Francesco Oddone, marinaio, da Pozzolo Formigaro (9/9/1943)
Abele Odoni, marinaio, da Villanterio
Antonino Oliva, marinaio, da Napoli (20/9/1943)
Gennaro Oliva, marinaio cannoniere, da Napoli (9/9/1943)
Antonino Oliveri, marinaio, da Paternò
Matteo Olivieri, marinaio fuochista, da Campo Ligure (9/9/1943)
Giovanni Orame, sergente cannoniere, da Savona
Francesco Orfano, marinaio infermiere, da Napoli
Guido Orizio, marinaio, da Castegnato
Guerrino Orlandini, marinaio cannoniere, da Ospedaletti
Lorenzino Orrù, marinaio, da Furti
Ettore Ottonello, sergente elettricista, da Genova (9/9/1943)
Pellegro Ottonello, marinaio, da Rapallo (9/9/1943)
Domenico Pace, marinaio, da Polignano a Mare
Costanzo Pacifico, marinaio, da Mesagne
Giuseppe Pacucci, marinaio, da Bari
Giuseppe Paffi, marinaio cannoniere, da Sigillo (9/9/1943)
Rocco Pagano, marinaio, da Palmi
Giuseppe Pagliero, marinao, da Torino (9/9/1943)
Giuseppe Pagnoncelli, marinaio fuochista, da Brembate
Guglielmo Paladini, marinaio, da Viareggio (9/9/1943)
Antonio Paladino, marinaio, da Torre Santa Susanna
Pasquale Palamara, marinaio, da Bagnara Calabra
Vincenzo Palazzo, marinaio cannoniere, da San Giorgio Lucano
Salvatore Pallonetto, marinaio, da Napoli
Mario Palma, marinaio, da Torremaggiore
Nicola Palmeto, marinaio, da Monopoli
Luigi Palumbo, marinaio carpentiere, da Ercolano
Vincenzo Palumbo, marinaio, da Paternò
Rodolfo Panattoni, marinaio cannoniere, da Roma
Antonio Panebianco, marinaio, da Bari
Arcangelo Panzera, marinaio, da Cassano d’Adda
Domenico Paolantoni, secondo capo cannoniere, da Terni (19/9/1943)
Carlo Paoletti, marinaio cannoniere, da Roma (9/9/1943)
Ippolito Paoli, capo furiere di terza classe, da Rio nell’Elba (9/9/1943) (*)
Lorenzo Papagna, marinaio nocchiere, da Molfetta
Giacomo Papetti, marinaio cannoniere, da Omega
Luigi Papili, capo segnalatore di prima classe, da Camerata Picena (*)
Raffaele Pappalardo, marinaio, da Giarre
Rosario Pappalardo, secondo capo radiotelegrafista, da Catania (22/9/1943) (*)
Francesco Parasporo, sottocapo radiotelegrafista, da Villa San Giovanni (*)
Aldo Parenti, capo cannoniere di terza classe, da Modena
Doride Pareschi, marinaio cannoniere, da Magnacavallo
Arturo Parma, marinaio cannoniere, da Ranica
Onorato Parodi, marinaio, da Mele (9/9/1943)
Vincenzo Parodi, marinaio, da Genova (9/9/1943)
Francesco Parrotta, marinaio, da Cirò
Michele Pasca, marinaio cannoniere, da Maglie
Paolo Pascalicchio, sottocapo motorista, da Turi
Piero Pasqui, marinaio, da Livorno (9/9/1943)
Angelo Pasquino, marinaio nocchiere, da Rodi Garganico
Vincenzo Passarello, marinaio, da Palermo
Vito Passeri, marinaio, da Mola di Bari
Primo Passerini, marinaio, da Viadana
Francesco Pata, marinaio, da Amantea
Gaetano Patinella, marinaio, da Palermo
Vittorio Patrucco, marinaio cannoniere, da Frassineto Po
Antonio Pavone, marinaio nocchiere, da Letojanni
Silvio Pecchioli, marinaio, da Scandicci
Domenico Pecoraio, sottocapo cannoniere, da Roseto degli Abruzzi
Antonio Pecoraro, marinaio, da Castellammare di Stabia
Bruno Pedercini, sergente cannoniere, da Milano
Francesco Pellegrini, marinaio, da Ronchis
Pietro Pennisi, marinaio, da Catania
Umberto Penso, marinaio, da Venezia
Aurelio Perazzi, marinaio elettricista, da Verbania (9/9/1943)
Battista Percivalle, marinaio, da Roccaforte Mondovì (9/9/1943)
Francesco Perricone, marinaio, da Palermo (9/9/1943)
Mario Petratti, marinaio segnalatore, da Bussero
Salvatore Petrone, marinaio, da Formia (12/9/1943)
Alvaro Petrucci, marinaio, da San Marcello Pistoiese (9/9/1943)
Carlo Petrucci, marinaio cannoniere, da Napoli
Raffaele Pianese, marinaio cannoniere, da Napoli
Giuseppe Piazzi, marinaio cannoniere, da Paderno Ponchielli
Ugo Lino Piazzi, marinaio cannoniere, da Portomaggiore
Leandro Piccinini, marinaio fuochista, da Ancona
Vito Piccolella, marinaio, da Aquilonia
Sergio Pierucci, marinaio, da Firenze
Tullio Pietraforte, marinaio torpediniere, da Castel di Sangro (9/9/1943)
Pierino Pietta, marinaio, da Gussago
Giuseppe Pignatelli, marinaio, da Taranto
Marino Pignatelli, marinaio cannoniere, da Beura Cardezza (*)
Pietro Piloni, capo cannoniere di terza classe (batteria Majorana), da Lecco (*)
Tommaso Pimpinella, marinaio cannoniere, da Minturno
Mario Pinna, marinaio cannoniere, da Oristano
Vincenzo Pinto, marinaio fuochista, da Napoli
Luigi Pioggia, marinaio cannoniere, da Bernalda
Guido Piron, marinaio, da Piove di Sacco (9/9/1943)
Gennaro Pirozzi, marinaio, da Pozzuoli
Enrico Pisano, marinaio, da Apricale
Giustino Pitacco, marinaio cannoniere, da Buie d’Istria
Giovanni Pitini, marinaio, da Palermo (9/9/1943)
Sergio Pittana, marinaio elettricista, da Torino
Antonio Pittani, marinaio, da Santa Margherita d’Adige
Galliano Pitton, marinaio cannoniere, da Teor
Giovanni Piunti, marinaio, da San Benedetto del Tronto (*)
Carlo Pizzi, marinaio, da Armeno (9/9/1943)
Rodolfo Pulich/Poli, marinaio cannoniere, da Bogliuno
Giovanni Pollarolo, marinaio, da Genova (9/9/1943)
Amleto Polli, marinaio cannoniere, da Roma (9/9/1943)
Renato Polovineo, marinaio furiere, da Zara
Alfio Pontanari, marinaio, da Pontedera
Celestino Pontoglio, marinaio, da Rovato
Dino Ponzetto, marinaio, da Taglio di Po
Vincenzo Ponzio, sergente segnalatore, da Latronico
Pietro Porcaro, marinaio, da Arpaise
Salvatore Porcelli, sottocapo cannoniere, da Piedimonte Matese
Marino Porzionato, marinaio, da Chioggia
Rolando Povoli, marinaio, da Trento
Rizzieri Pozzato, marinaio, da Donada
Vittorio Prati, marinaio, da Caldonazzo
Alfredo Pregnolato, sottocapo cannoniere, da Porto Tolle (9/9/1943)
Gasperino Primomo, marinaio, da Mozzagrogna (9/9/1943)
Giacomo Prinzivalli, sottocapo radiotelegrafista, da Palermo (*)
Giuseppe Priolo, marinaio fuochista, da Giardini-Naxos
Giulio Prostini, marinaio elettricista, da Ferrara
Antonino Puglisi, marinaio, da Catania
Nicolò Purpura, marinaio, da Palermo
Claudio Quaglia, marinaio, da Biella
Massimo Quarello, marinaio, da Torino (9/9/1943)
Vittorio Quattrocchi, marinaio fuochista, da Catania
Antonio Quero, marinaio, da Taranto
Ernesto Rabellino, marinaio, da Le vice
Carmine Radano, marinaio, da Pollica (19/9/1943)
Fabio Raffaelli, sottocapo radiotelegrafista, da Volterra (*)
Arnaldo Ragni, marinaio cannoniere, da Colonna (9/9/1943)
Michele Rago, marinaio cannoniere, da Accettura
Sabato Raia, marinaio, da Ercolano (19/9/1943)
Antonio Raimondo, marinaio, da Larino
Massimiliano Raineri, marinaio, da Quistello
Francesco Rainone, marinaio, da Sarno
Luigi Raman, marinaio, da Vedelago
Alfredo Rampini, marinaio, nato in Francia
Giuseppe Rangan, marinaio, da Arba
Pietro Rastellino, marinaio, da Breme (9/9/1943)
Luigi Ravagnin, marinaio cannoniere, da Venezia
Ciro Rea, marinaio, da Pozzuoli
Stelio Reali, marinaio furiere, da Civitavecchia
Salvatore Rella, sottocapo radiotelegrafista, da Rodi (9/9/1943)
Orlando Remigio, marinaio, da Ortona (9/9/1943)
Annibale Remotti, sergente segnalatore, da Bologna (9/9/1943) (*)
Enrico Restivo, marinaio, da Enna (9/9/1943)
Antonino Restuccia, marinaio, da Santa Teresa di Riva
Luigi Retegno, marinaio, da Cavaglia (9/9/1943)
Giovanni Ricciardi, sottocapo radiotelegrafista, da Napoli (19/9/1943)
Bruno Ricciotti, marinaio radiotelegrafista, da Chieti
Andrea Ricco, marinaio cannoniere, da Bari
Vincenzo Rigione, marinaio cannoniere, da Napoli
Francesco Rinaldi, sergente cannoniere, da Ercolano
Enrico Riparbelli, marinaio segnalatore, da Viareggio (9/9/1943)
Vincenzo Risola, marinaio, da Bari
Giuseppe Rispoli, marinaio cannoniere, da Paiano
Aldo Risso, capo radiotelegrafista di terza classe, da Genova (9/9/1943) (*)
Edoardo Risso, marinaio, da Mignanego (9/9/1943)
Mario Rissotto, marinaio silurista, da Genova
Giobatta Rivano, sottocapo, da Genova (9/9/1943)
Raffaele Rivieccio, sergente segnalatore, da Torre del Greco (9/9/1943) (*)
Andrea Rizzo, secondo capo furiere, da Salemi (22/9/1943) (*)
Antonio Rizzo, marinaio, da Ascea
Arnaldo Rizzo, marinaio, da Belmonte Calabro
Beniamino Rizzo, marinaio, da San Cataldo
Donato Rizzo, marinaio, da Otranto
Luigi Rizzo, marinaio cannoniere, da Perito
Vittorio Rizzo, marinaio cannoniere, da Cison di Valmarino
Alberto Rocca, marinaio S.D.T., da Genova
Avio Rodriguez, sottocapo nocchiere, da Rimini
Angelo Rolla, marinaio, da Lerici
Angelo Rolt, marinaio cannoniere, da Trichina
Enzo Romagna, marinaio fuochista, da Pesaro
Biagio Romano, marinaio, da Ercolano
Gennaro Romano, marinaio nocchiere, da Ponza
Nunzio Romano, marinaio cannoniere, da Taranto
Tolmino Romano, marinaio, da Zuglio
Luigi Romeo, marinaio, da Palermo
Michele Romeno, marinaio, da Terrasini in Favarotta
Luigi Roncato, marinaio, da Noale
Vincenzo Ronchi, marinaio, da Margherita di Savoia
Luciano Ronzani, marinaio, da Venezia
Antonio Rosadini, marinaio, da Arezzo
Renzo Rossetti, sergente elettricista, da Massa Marittima
Francesco Rossi, marinaio, da Meta (9/9/1943)
Gaetano Rossi, marinaio, da Altino
Giovanni Rossi, marinaio cannoniere, da Viadana
Aldo Rossini, sottocapo cannoniere, da Agugliano
Argone Rosso, marinaio cannoniere, da Udine
Angelo Rota, marinaio fuochista, da Mondragone
Eugenio Rota, marinaio cannoniere, da Nave
Giuseppe Rotunno, sergente meccanico, da Calciano
Mario Roveri, marinaio, da Sermide
Giuseppe Ruatta, marinaio, da Savigliano (9/9/1943)
Mario Rufino, sergente segnalatore, da Roma (9/9/1943)
Giuseppe Ruggiero, marinaio fuochista, da Vico Equense (19/9/1943)
Vincenzo Ruggiero, marinaio cannoniere, nato negli Stati Uniti
Domenico Ruscigno, marinaio fuochista, da Bari
Armando Russo, marinaio segnalatore, da Torre del Greco
Giuseppe Russo, marinaio fuochista, da Catania
Luigi Russo, marinaio cannoniere, da Foggia
Michele Russo, marinaio, da Margherita di Savoia
Vincenzo Russo, marinaio, da Napoli
Marcello Sabadini, secondo capo furiere, da Trieste (*)
Pietro Sabattoli, marinaio, da Ghedi
Giuseppe Sabella, marinaio, da Sciacca
Antonio Sabetti, marinaio furiere, da Roma
Giuseppe Sacchi, marinaio radiotelegrafista, da Milano
Mario Saias, sottocapo furiere, da Cagliari (9/9/1943)
Fiorenzo Sala, sottocapo cannoniere, da Capriate San Gervasio
Livio Sala, marinaio, da Torre Bordone
Giuseppe Salerno, marinaio, da San Cataldo
Angelo Salvador, sergente radiotelegrafista, da Vittorio Veneto (*)
Arrigo Salvati, marinaio elettricista, da Roma
Aldo Salvatori, marinaio, da Bagnacavallo
Marino Salvatori, marinaio, da Alfonsine
Bruno Samaritani, marinaio cannoniere, da Rimini
Mario Sampaolesi, marinaio, da Numana
Giulio Sampietro, marinaio, da Bellagio
Girolamo Sanfilippo, marinaio, nato negli Stati Uniti
Guerrino Sanna, secondo capo cannoniere, da Tempio Pausania
Mario Santilli, sergente cannoniere, da Sulmona
Ermenegildo Santini, marinaio cannoniere, da Rimini
Giovanni Santoni, sottocapo nocchiere, da Castelnuovo Cilento
Natale Santonocito, marinaio cannoniere, da Misterbianco
Angelo Santoro, marinaio, da Taranto
Niceta Santoro, marinaio cannoniere, da Melendugno
Paolo Santoro, marinaio, da Canicattini Bagni (9/9/1943)
Mario Sapucci, marinaio cannoniere, da Coriano
Stefano Sarcina, marinaio cannoniere, da Trinitapoli
Giacomo Sardegna, marinaio, da Venezia
Francesco Sardi, sottocapo radiotelegrafista, da Città di Castello (*)
Benedetto Sardiello, marinaio, da Francavilla Fontana (9/9/1943)
Saverio Sassanelli, marinaio cannoniere, da Bari (*)
Nicola Satalino, marinaio, da Monopoli
Vincenzo Savoca, marinaio cannoniere, da Bagnara Calabra
Corrado Savrie, capo cannoniere di terza classe, da Argenta
Giuseppe Scaffidi, sergente carpentiere, da Piratino
Adriano Scaini, marinaio, da San Giacomo delle Segnate
Vincenzo Scala, marinaio, da Torre del Greco (9/9/1943)
Mario Scalabrin, marinaio, da Venezia
Fiorindo Scarazza, marinaio, da Tortoreto (9/9/1943)
Augusto Scarci, marinaio, da Taranto
Sirio Scarlatti, sottocapo radiotelegrafista, da Firenze (9/9/1943)
Giovanni Scarpa, secondo capo furiere, da Venezia (*)
Antonio Scarpato, marinaio, da Procida
Egeo Scarpato, sottocapo cannoniere, da La Spezia
Giuseppe Scartapenna, marinaio, da Noverato
Giuseppe Scavo, marinaio fuochista, da Palermo
Nereo Scatton, marinaio cannoniere, da Trieste
Antonio Schina, marinaio cannoniere, da Salve
Domenico Schirò, marinaio, da Rionero in Vulture
Efisio Schirru, marinaio, da Cagliari
Cesare Scialoni, marinaio, da Altopascio (*)
Francesco Sciarrino, sottocapo infermiere, da Palermo
Giuseppe Scognamiglio, marinaio cannoniere, da Ercolano
Vito Scorcia, secondo capo cannoniere, da Bari (9/9/1943)
Salvatore Scorrano, marinaio, da Manduria
Arnaldo Scosta, marinaio, da Terni (19/9/1943)
Rosario Scotto di Perrotolo, marinaio, da Procida
Agostino Scriva, marinaio, da Palmi
Gennaro Senatore, marinaio, da Palermo
Carmelo Sera, marinaio, da Piazza Armerina
Marinio Serfilippi, marinaio, da Monte Porzio
Umberto Serio, capo elettricista di terza classe, da La Maddalena
Armando Sesto, marinaio, da Marzio
Domenico Settembre, sottocapo furiere, da Caltanissetta (*)
Roberto Sgavetta, marinaio, da Busseto
Vincenzo Siciliano, sottocapo furiere, da Caserta (9/9/1943)
Ermanno Siega, marinaio cannoniere, da Trieste
Nicolò Signorelli, marinaio, da MaZara del Vallo
Jader Signorini, marinaio, da Ravenna
Raffaele Simeone Rossetto, marinaio, da Gaeta
Attilio Simigliani, marinaio, da Mozzagrogna
Nazzareno Simonetti, marinaio cannoniere, da Montemarciano
Matteo Sinagra, marinaio, da Palermo
Giuseppe Siracusa, marinaio, da Porto Empedocle
Giuseppe Sirchia, marinaio, da Palermo
Giuseppe Skocaj, marinaio cannoniere, da Cormons
Vittorio Soavi, sergente segnalatore, da Seriana (9/9/1943)
Giuseppe Sorace, marinaio radiotelegrafista, da Acireale
Pio Sorrentino, marinaio, da Ercolano
Mario Spaccini, marinaio cannoniere, da Perugia (9/9/1943)
Alfredo Spampinato, sergente radiotelegrafista, da Catania
Francesco Sparta, marinaio fuochista, da Messina (9/9/1943)
Simplicio Spensatellu, marinaio, da Modugno
Pasquale Spinosa, marinaio, da Gaeta
Giuseppe Spinozzi, marinaio fuochista, da Portocannone
Larino Squartini, sottocapo, da Ancona
Nunzio Stasino, marinaio, da Napoli
Giovanni Sterbich, marinaio fuochista, da Orsera
Giuseppe Stimma, marinaio, da Ponza
Silvio Stizzolo, marinaio fuochista, da Milano
Antonio Stoppa, sottocapo, da Taglio di Po
Luigi Storino, marinaio, da Cetraro
Savio Strancar, marinaio cannoniere, da Trieste
Antonio Sturla, capo furiere di terza classe, da Arenzano (9/9/1943)
Federico Surina, marinaio, da Elsane
Beniamino Taboni, marinaio cannoniere, da Palazzolo sull’Oglio
Adelino Taffelli, marinaio cannoniere, da Marcaria
Curiazio Tafi, marinaio fuochista, da Livorno
Giorgio Taliercio, marinaio, da Barano d’Ischia
Giuseppe Tambasco, marinaio, da Pisciotta
Vito Tamma, marinaio, da Bari
Filippo Tana, marinaio segnalatore, da Vasto
Ubaldo Tarantino, marinaio radiotelegrafista, da Palermo
Domenico Taranto, sottocapo cannoniere, da Castelluccio Superiore (*)
Alfredo Targhetta, marinaio, da Amantea
Ciro Tarsi, marinaio, da Corinaldo (9/9/1943)
Giulio Tedesco, marinaio, da Molfetta
Enrico Tempesti, marinaio cannoniere, da Arcola (9/9/1943)
Augusto Tenerani, marinaio, da Carrara (9/9/1943)
Francesco Teodori, marinaio, da Milano
Giovanni Terragno, marinaio, da Imperia
Giovanni Tibaldo, marinaio, da Vigone (9/9/1943)
Salvatore Tizzano, marinaio, da Napoli
Ferdinando Todaro, marinaio, da Trapani
Guerrino Todero, marinaio cannoniere, da Calcinato
Ermanno Tognon, marinaio nocchiere, da Grado
Francesco Tola, marinaio cannoniere, da Cagliari
Dionigi Tolosa, marinaio, da Volvera (9/9/1943)
Antonio Tomaiuolo, marinaio, da Monte Sant’Angelo
Romeo Tomasicchio, marinaio fuochista, da Bari
Santo Tomba, marinaio, da Reggio Calabria
Guido Tommolini, sottocapo segnalatore, da Colonnella
Alfredo Tonin, marinaio, da Crespano del Grappa
Osiride Toninelli, capo cannoniere di terza classe, da Lerici (*)
Pierino Tonoli, marinaio cannoniere, da Cellatica
Romualdo Topputi, marinaio cannoniere, da Monopoli (22/9/1943)
Vito Topputi, marinaio cannoniere, da Monopoli
Alfio Torrisi, marinaio cannoniere, da Castel di Iudica
Agostino Toscano, marinaio cannoniere, da Catania (9/9/1943)
Elio Toselli, marinaio cannoniere, da Cento (9/9/1943)
Giovanni Tosini, sottocapo elettricista, da Brescia
Carmine Tosto, marinaio, da Paola
Bruno Trainini, marinaio, da Brescia
Salvatore Tranchina, marinaio, da Palermo
Vincenzo Tranchina, marinaio fuochista, da Napoli
Dario Traverso, marinaio, da Genova (9/9/1943)
Demario Trenti, marinaio cannoniere, da Genova (9/9/1943)
Gino Tribolo, marinaio cannoniere, da Rassa (9/9/1943)
Silvio Tricca, marinaio cannoniere, da Sansepolcro
Francesco Trichilo, marinaio, da Siderno
Nicola Trifiletti, marinaio cannoniere, da Torregrotta (9/9/1943)
Francesco Tringali, marinaio cannoniere, da Augusta
Annunziato Tripodi, marinaio, da Montebello Ionico
Pietro Triulzi, marinaio elettricista, da Milano
Calcedonio Trombetta, capo cannoniere di terza classe, da Vico del Gargano
Giordano Trombini, marinaio cannoniere, da Ravenna
Salvatore Trusiano, marinaio cannoniere, da Napoli
Gregorio Tuninetti, marinaio, da Carmagnola
Orazio Turco, marinaio, da Gela
Ugo Turola, sergente radiotelegrafista, da Ferrara
Bartolomeo Vacca, marinaio, da Anacapri
Erminio Vaccari, capo nocchiere di terza classe, da Formignana
Giovanni Valente, marinaio cannoniere, da Bisceglie
Maurizio Valeri, marinaio cannoniere, da Rivolta d’Adda
Tommaso Valerio, marinaio segnalatore, da Bari
Faustino Valle, marinaio cannoniere, da Uscio (9/9/1943)
Francesco Vallesi, marinaio, da Capodimonte
Ermanno Valsecchi, marinaio fuochista, da Malgrate
Aldo Vanoni, marinaio cannoniere, da Caronno Varesino
Silvio Vecchi, marinaio furiere, da Torino (9/9/1943)
Giovanni Veglia, marinaio, da Savigliano
Raniero Vendramin, sottocapo cannoniere, da Paese (9/9/1943)
Mario Verbanaz, marinaio segnalatore, da Pola
Carlo Verbano, marinaio S.D.T., da Pola
Angelo Verde, marinaio fuochista, da Enna (9/9/1943) (*)
Ferdinando Vermi, marinaio, da Travagliato
Santino Verri, marinaio cannoniere, da Linaiolo
Michele Vescia, marinaio, da Rodi Garganico
Aniello Vetrano, capo meccanico di prima classe, da Avella (*)
Ermes Vezzali, marinaio cannoniere, di San Giorgio in Mantova
Alfredo Viali, marinaio cannoniere, da Terni
Romano Vianello, marinaio, da Venezia
Ciro Villano, marinaio cannoniere, da Livorno (9/9/1943)
Luigi Villano, marinaio, da Livorno (9/9/1943)
Nunzio Villari, marinaio, da Scaletta Zanclea (9/9/1943)
Gian Carlo Viotti, sottocapo segnalatore, da Castiglione delle Stiviere
Giovanni Virgona, marinaio, da Lipari (19/9/1943)
Vito Virzi, marinaio, da Leonforte
Carlo Visintainer, marinaio (cuoco dell’amm. Daviso), da Divezzano (*)
Bruno Visintin, sottocapo, da San Pier d’Isonzo
Luigi Vitali, marinaio cannoniere, da Bergamo (9/9/1943)
Vitandrea Vitti, marinaio, da Fasano
Vincenzo Vivone, marinaio, da Maratea
Luigi Zadra, marinaio, da Trento
Aldo Zadro, marinaio cannoniere, da Venezia
Ernesto Zambonetti, marinaio cannoniere, da Milano
Mario Zanatta, sottocapo elettricista, da Genova
Beniamino Zanatti, marinaio, da Piacenza
Alfonso Zanconi Tomasetti, marinaio furiere, da Macerata
Annibale Zanetti, marinaio cannoniere, da Cremona
Pasquale Zanghi, marinaio nocchiere, da Messina (22/9/1943)
Bruno Zanni, marinaio, da Orta San Giulio (9/9/1943)
Ivo Zannoni, sottocapo radiotelegrafista, da Savignano sul Rubiconde
Alfiero Zanon, marinaio, da Isola d’Istria
Salvatore Zappalà, marinaio, da Catania
Antonio Zarzana, marinaio fuochista, da Palermo (9/9/1943)
Matteo Zema, sergente S.D.T., da Reggio Calabria (9/9/1943)
Salvatore Ziccardi, marinaio, da Campobasso
Nicolò Zichichi, marinaio cannoniere, da Trapani
Mario Zini, marinaio cannoniere, da Gazzo Padovano
Mario Zito, marinaio furiere, da Taranto
Augusto Zoffoli, sottocapo motorista, da Cesenatico (9/9/1943)
Franco Zombolo, marinaio cannoniere, da Candelo (9/9/1943)
Angelo Zuccaro, sottocapo fuochista, da Brindisi
Gennaro Zuccaro, capo segnalatore di seconda classe, da Lipari (*)
Giovanni Zuccon, marinaio, da Pola
Amelio Zunino, marinaio, da Genova

Salvo indicato diversamente, tutti i militari che figurano nell’elenco risultano dispersi in data 11 settembre 1943. Secondo l’ammiraglio Giuliano Manzari, quasi tutti i militari di Marina Rodi dispersi in tale data avevano preso imbarco sulla Donizetti.

Gli otto ufficiali di artiglieria del Regio Esercito, distaccati presso le batterie della Marina di Rodi, imbarcatisi con i loro uomini sulla Donizetti e con essa scomparsi:

Antonio Clerici, tenente, da Ravenna
Bruno Cruciani, tenente, da Roma
Iusuf Eleusi, sottotenente (unica vittima albanese)
Mario Keller, tenente, da Brescia
Romualdo Lia, tenente, da Laurito
Adolfo Messina, tenente, da Salerno
Giovanni Papa, sottotenente, da Felizzano
Luigi Sabbioni, tenente, da Credera Rubbiano


Il marinaio Vincenzo Passarello (sopra, in uniforme; sotto, in abiti civili in un fotomontaggio con la madre ed il ritratto del padre), nato a Palermo l’11 febbraio 1923 e disperso a Rodi l’11 settembre 1943 (si ringrazia il nipote Antonino Vincenzo Passarello)


Parziale elenco del personale della Regia Aeronautica imbarcato sulla Donizetti il 22 settembre 1943 (dall’Archivio Segreto Vaticano, copia presente sul gruppo Facebook "DISPERSI 2° GUERRA MONDIALE: Mar Egeo – Isola di Rodi – Piroscafo DONIZETTI"):

Antonio Agosto, aviere
Bruno Alessi, aviere
Giacomo Allegrini,
Ubaldo Angeletti, primo aviere
Livio Antole, aviere
Giuseppe Avarello, aviere
Livio Barbi, aviere
William Barone, aviere scelto
Paolo Bellagamba, aviere
Attilio Benassi, aviere
Salvatore Benigno, aviere scelto
Antonio Berti, aviere
Anacleto Beschi, aviere
Enrico Biasolo, aviere
Francesco Biscardi, primo aviere
Raimondo Boifava, aviere
Giorgio Boncristiani, aviere scelto
Valentino Bottero, aviere
Aldo Botti, aviere
Mario Brenna, aviere
Leonardo Bruni, primo aviere
Salvatore Bussa, aviere
Dino Calvanese, aviere
Emanuele Caracciolo, aviere
Salvatore Carapezza, aviere
Riccardo Casal, aviere
Filippo Casanova, aviere scelto
Augusto Cella, aviere
Giorgio Cetica, primo aviere
Alfredo Chieregato, aviere
Pierino Cignietti, aviere
Pasquale Cirello, aviere
Elso Colarossi, aviere
Carlo Conti, aviere
Domenico Conti, sergente maggiore
Giovanni Corti, aviere
Giuseppe Coviello, aviere
Gennaro D’Agnesi, aviere
Andrea De Angelis, aviere
Saverio De Cunto, aviere scelto
Annibale Delle Case, aviere
Nello De Santis, aviere
Alfonso Di Noia, aviere scelto
Antonio Docchio, aviere
Simplicio Doria, aviere
Antonio Durso, aviere
Vincenzo Esposito, aviere
Domenico Faccio, aviere
Nazareno Fanesi, aviere
Nevio Farini, aviere scelto
Antonio Farina, aviere scelto
Amelio Farinelli, aviere
Emilio Felizzani, aviere
Settimio Fiore, aviere
Leonida Flaibani, aviere
Ermenegildo Furletti, aviere
Aldo Gaviraghi, aviere
Giuseppe Ghezzi, aviere
Battista Gotti, aviere
Luigi Izzo, aviere
Emilio Lastrucci, aviere
Rocco Luisi, aviere
Giuseppe Maestroni, primo aviere
Bruno Magri, primo aviere
Dino Mammei, aviere
Salvatore Manca, primo aviere
Armando Mancini, aviere scelto
Paolino Mancini, aviere
Antonio Mandasi, aviere
Michelangelo Marano, aviere
Alfredo Masoero, aviere
Angelo Mazza, aviere
Adamo Mussi, aviere
Paolo Ornofoli, aviere
Angelo Pacifico, aviere
Giobatta Pagano, aviere
Ragolo Paiato, aviere
Eugenio Palma, aviere scelto
Giuseppe Palmieri, aviere
Artemio Papini, aviere
Giovanni Porcelli, aviere
Pietro Puleo, aviere
Salvatore Ranieri, aviere
Guido Ranzetti, primo aviere
Gustavo Rinaldi, aviere
Lino Rizzolo, aviere
Salvatore Romano, aviere
Silvano Romano, aviere
Avio Rossetti, aviere
Cesare Roveri, aviere scelto
Pietro Russi, aviere scelto
Enzo Sacchi, aviere
Fausto Saffrei, aviere
Leonardo Saglimbene, aviere
Giuseppe Sali, primo aviere
Mario Salomone, aviere scelto
Umberto Santopietro, aviere
Francesco Santoro, aviere
Lanfranco Sartori, aviere
Domenico Savelli, primo aviere
Ettore Schiavo, aviere
Giuseppe Sicilia, aviere scelto
Luigi Sicuro, aviere
Cesare Sopracolle, aviere
Carlo Sorma, aviere
Luigi Spaccasassi, aviere
Luciano Spadoni, aviere
Aldo Stella, aviere
Emilio Stramucci, aviere
Pietro Testa, aviere
Giulio Tiziani, sergente
Franco Tognoli, aviere scelto
Italo Tosti, aviere
Giuseppe Traini, aviere
Luigi Trigoso, aviere
Danilo Trivellato, aviere
Guglielmo Trovati, aviere
Giuseppe Ugeri, aviere
Michelangelo Viberti, aviere
Renato Vicci, aviere
Attilio Zaffini, aviere
Walter Zuanelli, primo aviere


L’Albo dei caduti e dispersi della Repubblica Sociale Italiana elenca 19 uomini che risulterebbero dispersi nell’affondamento della Donizetti (interessante notare che i nomi di quattro di essi, personale della Marina – gli altri 15 erano dell’Esercito e dell’Aeronautica –, non figurano nell’Albo dei caduti e dispersi della Marina Militare: forse perché, a differenza degli altri milleduecento marinai di Marina Rodi dispersi nel settembre 1943, avevano aderito alle proposte tedesche di collaborazione e dunque non erano considerati più come appartenenti alla Marina italiana):

Mario Arban, 1° aviere 97a Squadriglia da Caccia, da Fiume
Celso Codeghini, sergente Div. "Regina", da Podenzano
Daniele Comi, aviere, da Gorizia
Francesco De Cillis, caporale 331° Rgt. Fanteria, da Bisceglie
Aniello Di Lieto, geniere Div. "Regina", da Tramonti
Luigi Di Stefano, sottocapo, da Città Sant’Angelo
Americo Galuppi, marinaio, da Alatri
Giuseppe Krizman, sergente dell’Aeronautica, da Monrupino
Milan Krizman, primo aviere, da Trieste
Sante Giuseppe Lonati, geniere Div. "Regina", da Mazzano
Adamo Nioli, artigliere Div. "Regina", da Curtatone
Attilio Panzetti, soldato 331° Rgt. Fanteria, da Camisano
Venerino Pedrazzoli, 1° aviere, da Ariano Polesine
Imperio Polacco, sottocapo, da Acquapendente
Romolo Rinaldi, caporale 331° Rgt. Fanteria, da Assisi
Mario Rocchetti, soldato 331° Rgt. Fanteria, da Ussita
Amato Vaselli, 1° aviere, da Rapolano
Luigi Vogric, aviere scelto, da Gorizia
Renato Mario Zoso, sottocapo, da Sandrigo

Infine, alcuni nominativi incompleti di uomini della Marina menzionati da reduci di Rodi come imbarcatisi sulla Donizetti, ma i cui nomi non figurano nell’elenco dei caduti e dispersi della Marina Militare: si tratta probabilmente di nomi sbagliati (erano riferiti dai reduci a memoria, a distanza di anni) o magari di uomini che in realtà non s’imbarcarono realmente sulla Donizetti:

Giuseppe Cagliari, capo segnalatore
Franco Castellini, sottocapo radiotelegrafista
… Cuomo, secondo capo radiotelegrafista
… Di Gennaro, sottocapo motorista
… Govi, sergente radiotelegrafista
… Sasso, sergente
… Testa, capo cannoniere di seconda classe



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