venerdì 8 marzo 2019

Ascianghi

L’Ascianghi con l’equipaggio schierato in coperta (Coll. Giovanni Soprano, dall’Almanacco Navale del 1939, via Marcello Risolo e www.naviearmatori.net)

Sommergibile di piccola crociera della classe Adua (detta anche “classe Africani”; dislocamento di 698 tonnellate in superficie, 866 tonnellate in immersione).
Durante il conflitto effettuò 47 missioni di guerra (22 esplorative/offensive, una di trasporto e 24 di trasferimento), percorrendo in tutto 24.601 miglia in superficie e 4312 in immersione, affondando una piccola nave mercantile di 389 tsl ed una nave da guerra di 940 tonnellate.

Breve e parziale cronologia.

20 gennaio 1937
Impostazione nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano.
5 dicembre 1937
Varo nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano. Madrina è la moglie dell’ammiraglio Arturo Riccardi, comandante del Dipartimento Militare Marittimo dell’Alto Tirreno (e futuro capo di Stato Maggiore della Marina).

Il varo dell’Ascianghi; sulla sinistra un posamine classe Durazzo (da “La Spezia: la sua storia, l’arte e le tradizioni”, via Nedo B. Gonzales e www.naviearmatori.net)
L’Ascianghi appena varato (da “I sommergibili classe 600 serie Adua” di Alessandro Turrini, su “Rivista Italiana di Difesa” n. 3 – marzo 1986, via Marcello Risolo e www.naviearmatori.net)
Terminata la cerimonia del varo, viene assicurato all’Ascianghi un cavo di rimorchio per rimorchiare il sommergibile alla banchina allestimento (Coll. Maurizio Brescia, via www.associazione-venus.it)

Si tratta in realtà del “secondo” Ascianghi: l’originario sommergibile di questo nome (impostato nel giugno 1936 e varato nel febbraio successivo), infatti, è stato acquistato nel marzo 1937, durante la costruzione (insieme a due gemelli, Gondar e Neghelli, divenuti Tymbira e Tupy), dalla Marina brasiliana, che lo ha ribattezzato Tamoyo. Il nome Ascianghi è stato pertanto dato ad un nuovo sommergibile della stessa classe.

L’Ascianghi ed il Neghelli durante l’allestimento (da www.marinai.it)

25 marzo 1938
Entrata in servizio.

L’Ascianghi al largo dei cantieri di La Spezia nel 1938 (Coll. Giuseppe Celeste, via www.associazione-venus.it)

28 marzo 1938
Passa alle dipendenze di Maricosom e viene subito dislocato nell’isola di Lero, nel Dodecaneso.
10 giugno 1940
All’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale l’Ascianghi fa parte della XV Squadriglia Sommergibili (I Gruppo Sommergibili), di base a La Spezia, insieme ai gemelli Gondar, Neghelli e Scirè. Sebbene la squadriglia abbia base a La Spezia, al momento della dichiarazione di guerra l’Ascianghi si trova dislocato a Cagliari. Inizialmente verrà destinato a missioni protettive tra Capo Sant’Antonio e Formentera.
20 giugno 1940
L’Ascianghi (tenente di vascello Ugo Gelli) lascia Cagliari per la sua prima missione di guerra, un pattugliamento al largo delle Baleari (nella stessa zona sono inviati i sommergibili Fratelli Bandiera, Nani e Santorre Santarosa) e più precisamente tra Capo Sant’Antonio e Formentera.
22 giugno 1940
Durante la notte l’Ascianghi, al largo di Formentera (a sud delle Baleari), avvista da una distanza di quasi 4 km – in condizioni di mare agitato forza 4, con luna quasi piena a sudest, bassa sull’orizzonte – un piroscafo che naviga totalmente oscurato. La sagoma della nave si profila contro la costa; il comandante Gelli ne stima la stazza in circa 15.000 tsl ed all’1.25, subito dopo l’avvistamento, l’Ascianghi manovra per attaccarla. All’1.30 viene lanciato un primo siluro dal tubo numero 3, ma questi manca il bersaglio, passandogli a proravia. Viene poi lanciato un secondo siluro dal tubo 4; sebbene a tutti sembri che abbia colpito, non si sente nessuna esplosione, anche se il mercantile sembra ridurre la velocità. Vengono allora lanciati altri due siluri, dai tubi 1 e 2, ma il siluro del tubo 2 sembra avere corsa irregolare; secondo una fonte c’è mare grosso, che contribuisce al fallimento dei lanci. A questo punto, trovandosi fuori dalle acque territoriali, Gelli decide di aprire il fuoco con il cannone di coperta, anche se le condizioni di luce non sono favorevoli; la seconda e la terza cannonata centrano il piroscafo, che esegue una netta accostata a dritta ed apre il fuoco a sua volta con l’armamento di bordo, inquadrando l’Ascianghi fin dalle prime salve. Preso sotto un tiro avversario estremamente preciso, il sommergibile deve interrompere l’attacco e s’immerge con la rapida.
Alle 4.38 l’Ascianghi riemerge e comunica a Supermarina «Ascianghi – Ore 1.30 attaccato grosso piroscafo armato con 4 siluri et cannone fuori acque territoriali spagnole. Alcuni proietti visti scoppiare suo bordo. Sospeso tiro per sua reazione con artiglieria».
Dopo la resa della Francia con l’armistizio di Villa Incisa (25 giugno 1940), le autorità transalpine, interpellate in merito all’attacco del 22 giugno, risponderanno che nessuna loro nave è stata danneggiata o comunque attaccata in quella data e luogo; da parte italiana si riterrà allora che la nave attaccata fosse un mercantile od un incrociatore ausiliario britannico, ma nel dopoguerra il Regno Unito negherà a sua volta che una sua nave sia stata attaccata in circostanze compatibili con quelle riferite dal rapporto dell’Ascianghi. Ci sarà persino qualcuno, in Italia, che nel dopoguerra arriverà a sostenere che l’equipaggio dell’Ascianghi si sia inventato del tutto l’episodio per ottenere una decorazione (quando in realtà tutto ciò che Gelli aveva ottenuto per quell’attacco era stato, il 14 luglio 1940, una reprimenda da parte niente meno che del comandante in capo della flotta subacquea italiana, ammiraglio Mario Falangola, per aver usato in una sola occasione tutti i siluri della camera di lancio AV, così mettendosi nell’impossibilità, per il resto della missione, di usare i tubi di lancio di prua contro eventuali navi da guerra che avesse poi avvistato), ricevendo una dura risposta dal comandante Gelli per una tale assurda accusa, infamante non solo per lui ma anche per tutto l’equipaggio dell’Ascianghi, metà del quale aveva successivamente trovato la morte nell’affondamento del sommergibile.
La spiegazione del misterioso episodio verrà scoperta, oltre settant’anni più tardi, dallo storico Enrico Cernuschi: un piroscafo passeggeri di 9989 tsl, l’Exochorda, né francese né britannico, ma invece statunitense (costruito nel 1931, apparteneva all’American Export Lines e formava una serie chiamata “Quattro Assi”, insieme ai gemelli Exeter, Excambion ed Excalibur, dei quali fu l’unico a sopravvivere alla guerra), risultava effettivamente essere stato attaccato con il cannone, colpito e leggermente danneggiato nel Mediterraneo occidentale (anche se una fonte secondaria collocava invece l’episodio in Mar Nero) nel giugno 1940. Parecchi particolari, però, non quadravano: secondo giornali statunitensi dell’epoca (estate 1940), l’attacco si sarebbe verificato a Genova il 12 giugno 1940, da parte di un’unità francese, oppure – secondo il “New York Times” – l’Exochorda sarebbe stata danneggiata, sempre nel porto genovese e nella notte tra l’11 ed il 12 giugno (dunque in data e luogo non compatibili con quelli riportati dall’Ascianghi), da un proiettile inesploso dell’artiglieria contraerea italiana, sparato contro alcuni bombardieri britannici che stavano attaccando Genova e ricaduto poi, dopo aver descritto la sua parabola nel cielo, colpendo a poppa la nave statunitense. In realtà, se da una parte era vero che due bombardieri britannici Armstrong Whitworth Whitley avevano attaccato Genova quella notte, dall’altra risultava che la contraerea italiana non avesse affatto aperto il fuoco, per non rivelare la posizione della città (difficile da individuare grazie alle dense nubi ed alla foschia), stante anche la pochezza degli attaccanti (il cui bombardamento non provocò, infatti, alcun danno). Ed i registri della Capitaneria di Porto di Genova mostravano che l’Exochorda era partito da Genova già nel pomeriggio dell’11 giugno, diretto a Barcellona (avendo come meta finale in Europa Lisbona, da dove poi sarebbe proseguito verso gli Stati Uniti), quindi non poteva essere stato danneggiato a Genova la notte successiva; quanto all’attribuzione del danneggiamento alla Francia, dagli archivi francesi non risultava alcun attacco da parte di navi od aerei d’oltralpe compatibile con le circostanze indicate, l’11 o 12 giugno 1940.
Mentre la documentazione dell’U.S.M.M. relativa a questa specifica missione dell’Ascianghi risultava insolitamente (e sospettosamente) sintetica, il mistero ha potuto essere risolto grazie ad una ricerca presso l’archivio del Ministero degli Esteri, condotta da un ambasciatore.
L’Exochorda (capitano Wenzel Abel) era salpato da Barcellona il 21 giugno 1940, dopo aver sostato in quel porto molto più a lungo di quanto programmato, sia per via delle operazioni militari in corso nel Mediterraneo occidentale, sia e soprattutto – dietro disposizione del Dipartimento di Stato statunitense – per imbarcare cittadini statunitensi in fuga dalla Costa Azzurra, che minacciava di diventare zona di guerra, e profughi ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste, che avevano ottenuto il visto per entrare negli Stati Uniti. In tutto l’Exochorda aveva a bordo 213 passeggeri (in maggioranza profughi ebrei, tra cui Gershon Weinberg, rabbino capo di Tel Aviv), compresi ben 50 bambini, sistemati alla meno peggio in locali normalmente destinati ad ospitarne 140 (e infatti 57 passeggeri avevano dovuto arrangiarsi a dormire su materassi provvisoriamente sistemati nel ristorante di bordo). Era a bordo anche la moglie del console generale statunitense in  Palestina, George Wadsworth, la quale aveva diviso la sua cabina con quattro bambine. Il comandante Abel, per scelta personale oppure cedendo alle insistenze dei passeggeri, aveva deciso di navigare, durante la notte successiva, a luci spente, per “evitare di esporsi come un albero di Natale”: una madornale imprudenza, perché le navi che navigavano a luci spente erano quelle delle nazioni belligeranti, mentre i mercantili dei Paesi neutrali viaggiavano con le luci accese per essere prontamente riconosciuti ed evitare così di essere attaccati, come accadde all’Exochorda per la sciagurata scelta di spegnere le luci. Era infatti l’Exochorda la grossa nave oscurata che l’Ascianghi di Ugo Gelli aveva incontrato nella notte sul 22 giugno, e che aveva attaccato ritenendo, legittimamente (visto che navigava oscurata), che fosse un bastimento nemico. Durante l’attacco l’Exochorda era stato colpito da un siluro, che non era esploso, e da uno dei proiettili da 100 mm sparati dal cannone di coperta del sommergibile, che aveva perforato una piastra (spessa 37 mm) dello scafo del piroscafo statunitense, a poppa, esplodendo all’interno ed aprendo un foro di mezzo metro quadrato, con notevole proiezione di schegge tutt’intorno. Per fortuna, nessuno era rimasto ferito. L’Exochorda, forzando le macchine (poteva raggiungere i 16 nodi), aveva accostato ed era fuggito alla massima velocità, dileguandosi nella notte; aveva superato lo stretto di Gibilterra, raggiunto Lisbona (dove aveva imbarcato altri profughi) il 23 giugno e poi era proseguito per Boston (dove erano state compiute le prime riparazioni) e Jersey City (dov’era giunto due giorni più tardi).
Già il 23 giugno, non appena l’Exochorda era giunto a Lisbona, la notizia dell’attacco era stata comunicata via telegrafo a Washington, dove gli animi erano ancora accesi dopo che qualche giorno prima un sommergibile tedesco, l’U 101, aveva fermato un altro piroscafo passeggeri statunitense, il Washington, scambiandolo per una nave al servizio del Regno Unito, ed ordinando ai suoi passeggeri di abbandonare la nave in dieci minuti. L’U-Boot aveva poi annullato l’intimazione e si era scusato, rendendosi conto dell’errore, e nessuno si era fatto male, anche se sul Washington c’erano state scene di panico; l’episodio aveva però rasentato l’incidente diplomatico tra Stati Uniti e Germania, e si era appena chiuso quando era piombata la notizia di un nuovo attacco, ben più grave, ai danni dell’Exochorda. Da parte statunitense si era rapidamente intuito che l’attaccante doveva essere stato un sommergibile italiano; in quel periodo, però, gli Stati Uniti mantenevano ancora una politica relativamente conciliante nei confronti dell’Italia, e per giunta l’intera responsabilità dell’increscioso episodio non era da ascriversi all’Ascianghi ma al capitano Abel dell’Exochorda, che con la sua iniziativa di oscurare la nave aveva reso impossibile riconoscere l’Exochorda come bastimento neutrale. I governi italiano e statunitense decisero dunque di comune accordo di insabbiare l’incidente e, siccome non era possibile nascondere il fatto che una nave con a bordo centinaia di passeggeri era stata attaccata e colpita da una cannonata, venne artefatta una versione concordata dell’episodio, da pubblicare sui giornali statunitensi prima che l’Exochorda arrivasse negli Stati Uniti. Versione che venne però cambiata più volte. Dapprima fu deciso di dire che l’attacco era avvenuto addirittura in Mar Nero; poi, visto che probabilmente sarebbe risultato troppo inverosimile, si disse che l’Exochorda era stato attaccato nel Mediterraneo occidentale, ma da un sommergibile francese (la Francia, ormai sconfitta, poteva essere più facilmente sfruttata per l’occasione come capro espiatorio), anziché italiano. Infine, si era deciso di rivelare che effettivamente il danno era stato causato dall’Italia (in modo da potersi fare anche pagare i danni), ma mentendo sulle circostanze, inventando quell’inesistente proiettile della contraerea genovese che sarebbe accidentalmente caduto a bordo dell’Exochorda durante un’incursione aerea avvenuta quando in realtà il piroscafo non si trovava neanche più a Genova. Si volle anche aggiungere, per dare alla notizia un tono leggero, il particolare inventato che la cannonata in questione aveva centrato una cassa di formaggio (“after passing through the deck the shell entered a case of cheese”). Di qui le notizie fumose e discordanti, con data e luogo dell’attacco rigorosamente falsificati, pubblicate sui quotidiani d’oltre oceano nell’estate 1940. L’arzigogolata faccenda del “quasi incidente” Ascianghi-Exochorda ebbe anche un risvolto positivo, perché i contatti diplomatici avviati in quell’occasione proseguirono e portarono, nei mesi successivi (luglio-ottobre 1940), ad un accordo in seguito al quale centinaia di profughi ebrei provenienti dall’Europa orientale, i cui documenti non erano del tutto regolari, poterono passare attraverso l’Italia diretti verso gli Stati Uniti, dove furono portati nientemeno che dal rappezzato Exochorda.
Un ultimo punto oscuro nell’episodio Ascianghi-Exochorda era la reazione del piroscafo che, secondo il rapporto dell’Ascianghi, aveva aperto il fuoco costringendo il sommergibile ad immergersi: l’Exochorda non era armato (le navi mercantili statunitensi non furono munite di armamento fino al 1941), dunque non poteva aver sparato contro il battello italiano. La soluzione a quest’ultimo dilemma è venuta dalla Francia – che in fin dei conti era davvero coinvolta nella vicenda del 22 giugno 1940, anche se in un modo del tutto diverso da quello che si era creduto –, sottoforma di un libretto scritto di Hervé Cras, che nel 1940 era ufficiale medico nell’Aéronavale, l’Aviazione di Marina francese, e più precisamente alla squadriglia idrovolanti/aerosiluranti "T2", munita di idrovolanti (ricognitori, idrosiluranti e bombardieri in picchiata) Latécoère 298. Il 18 giugno 1940 tale squadriglia aveva iniziato un trasferimento in più tappe dalla Bretagna all’Algeria; nella notte tra il 21 ed il 22 giugno nove Latécoère 298 della squadriglia "T2" si erano trasferiti con un lungo volo dagli stagni di Barre, in Francia, all’idroscalo di Bougie, in Algeria (una località che molto tempo dopo sarebbe stata protagonista proprio di un’altra impresa dell’Ascianghi). Durante quel volo notturno, cinque dei Latécoère 298 avevano improvvisamente avvistato, alla luce della luna piena, un grosso sommergibile emerso che stava prendendo a cannonate una nave a sud delle Baleari; sapendo che nella zona non c’erano sommergibili francesi e presumendo dunque (e correttamente) che si trattasse di un battello nemico, il comandante della squadriglia, tenente di vascello Jacques Lamiot, aveva lanciato il segnale di scoperta e si era subito dopo lanciato in picchiata a tutta velocità contro il sommergibile, seguito da altri quattro aerei. Qualche secondo più tardi il velivolo di Lamiot aveva sganciato due bombe alari da 220 kg contro il sommergibile, che era stato mancato e si era immerso prima che gli altri Latécoère 298 potessero raggiungerlo ed attaccarlo a loro volta. La data, il luogo e le circostanze non lasciavano dubbi: il sommergibile avvistato ed attaccato dagli aerei francesi era l’Ascianghi, intento in quel momento a cannoneggiare l’Exochorda, pure esso avvistato dagli aerei di Lamiot. Nel buio della notte il comandante Gelli non si era accorto della presenza degli aerei, e quando aveva visto le bombe esplodere in mare le aveva scambiate per colpi di cannone sparati, presumibilmente, dalla nave che stava attaccando. Ciò lo aveva indotto all’immersione rapida, saggia scelta in ogni caso visto che in caso contrario si sarebbe di lì a poco trovato sotto attacco da parte di almeno altri quattro idrovolanti.
Con il senno di poi si può dire che l’intervento francese fu inconsapevolmente provvidenziale, per tutte le parti coinvolte: se Lamiot non avesse sganciato le sue bombe sull’Ascianghi, infatti, il sommergibile avrebbe proseguito nel suo attacco e probabilmente affondato l’Exochorda, provocando una strage di innocenti ed un gravissimo incidente internazionale tra Italia e Stati Uniti. A poco sarebbe servito, in tal caso, protestare dinanzi all’infuriata stampa e opinione pubblica statunitense che il piroscafo americano viaggiava oscurato come una nave di un Paese belligerante, circostanza peraltro che sarebbe stato ben difficile dimostrare. L’ultimo capitolo di quella incredibile storia lo scrisse un altro idrovolante francese, un Lioré et Olivier LeO H-257 bis della squadriglia "B2", che il mattino seguente sorvolò la zona in cui i Latécoère 298 avevano attaccato l’Ascianghi, avvistando un’ampia chiazza di nafta. Da ciò i comandi francesi dedussero che il sommergibile doveva essere stato almeno danneggiato, o forse anche affondato, ragion per cui il tenente di vascello Lamiot fu citato nell’ordine del giorno della flotta. In realtà l’Ascianghi era uscito indenne dall’attacco, e la nafta proveniva dall’Exochorda, che l’aveva persa da un’ammaccatura nello scafo provocata dall’unico siluro (il secondo in ordine di lancio), tra i quattro lanciati dal sommergibile, che era andato realmente a segno, ma senza esplodere (anche questa fu una fortuna per tutti, col senno di poi), facendo sconnettere alcune lamiere e facendo infiltrare dell’acqua di mare in un deposito di nafta (ciò confermava l’impressione dell’equipaggio dell’Ascianghi, che riteneva di aver colpito il bersaglio con un siluro ma che non aveva visto l’esplosione).
28 o 30 giugno 1940
L’Ascianghi termina la missione raggiungendo Cagliari. Nell’ultimo tratto di navigazione viene raggiunto dalla torpediniera Vega, mandatagli incontro, che lo pilota attraverso un corridoio dragato in un campo minato posato alcuni giorni prima dal sommergibile francese Saphir.
7 luglio 1940
Inviato in pattugliamento a sud della Sardegna, insieme ai sommergibili Axum, Glauco, Turchese, Luciano Manara e Ciro Menotti.
9 luglio 1940
L’Ascianghi viene inviato, insieme ad altri cinque sommergibili (Axum, Turchese, Glauco, Luciano Manara e Ciro Menotti), tra il meridiano di Capo Spartivento Sardo e le congiungenti Capo Carbonara-Capo Lilibeo e Capo Passero-Zuara, per pattugliare le acque tra l’isola di La Galite e Tunisi fino a una profondità di 50 miglia dalla costa tunisina. La formazione di tale sbarramento è stata disposta da Maricosom (il Comando Squadra Sommergibili, ammiraglio Mario Falangola) per ordine del capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Domenico Cavagnari, in seguito all’uscita da Gibilterra della Forza H britannica. Quest’ultima, partita alle 17 dell’8 luglio con l’incrociatore da battaglia Hood (nave di bandiera dell’ammiraglio James Somerville), le corazzate Valiant e Resolution, la portaerei Ark Royal, gli incrociatori leggeri Delhi, Aurora ed Enterprise e dieci cacciatorpediniere (KeppellDouglasVortigenWishartWatchman, FaulknorForesightFearlessFouhoundEscort), è uscita in mare per creare un diversivo rispetto all’operazione "M.A. 5" (invio di convogli tra Malta ed Alessandria con la protezione del grosso della Mediterranean Fleet), in corso negli stessi giorni nel Mediterraneo centro-orientale (ne deriverà la battaglia di Punta Stilo). L’Ark Royal deve lanciare un attacco aereo con 12 aerosiluranti Fairey Swordfish contro Cagliari, all’alba del 10 luglio; scopo dell’operazione è tenere in allarme le forze italiane anche nel Mediterraneo occidentale. Supermarina ha saputo alle 13.40 dell’8 luglio, da osservatori appostati in territorio spagnolo vicino a Gibilterra, della partenza da qul porto di una corazzata, una portaerei, tre incrociatori e tredici cacciatorpediniere; un dispiegamento di forze simile a quelle uscite nello stesso tempo da Alessandria, che desta notevole preoccupazione a Supermarina, la quale ipotizza che possa essere in atto un’operazione combinata da parte della Forza H e della Mediterranean Fleet, nei due bacini del Mediterraneo, anche perché la Forza H, a differenza della Mediterranean Fleet, non sta scortando nessun convoglio. Alle 14.30 dell’8 Marina Orano, sulla base di un’intercettazione francese, ha comunicato che alle 13.45 sono state avvistate quattro grosse navi, due incrociatori e unità leggere in posizione 36°16’ N e 03°16’ E. A questo punto l’ammiraglio Cavagnari, supponendo che la Forza H possa dirigere verso le acque meridionali della Sardegna per attaccare all’alba obiettivi sulle coste sud di quell’isola (come infatti avverrà) e magari anche sulle coste orientali della Sicilia, ha ordinato all’ammiraglio Falangola di predisporre uno sbarramento di sommergibili. L’Ascianghi non entrerà però in contatto con le forze britanniche, il cui attacco contro Cagliari non produrrà danni.
5 agosto 1940
Inviato in pattugliamento ad est di Gibilterra, insieme ai sommergibili Gondar e Marcello.
15 ottobre 1940
Inviato a pattugliare le acque tra Alessandria d’Egitto e Creta, insieme ai sommergibili Anfitrite, Topazio, Fratelli Bandiera, Tito Speri e Santorre Santarosa (coi quali forma uno sbarramento a sud di Creta), senza risultato.
16 ottobre 1940
Alle 21.20, in posizione 32°57’ N e 23°22’ E (a nord del Golfo di Bomba), il sommergibile britannico Pandora (capitano di corvetta John Wallace Linton) avvista due sommergibili in navigazione in linea di fila, a 1370 metri di distanza l’uno dall’altro: si tratta dell’Ascianghi e del Topazio. Il Pandora inizia la manovra di attacco, ma il sommergibile in posizione più arretrata, cioè l’Ascianghi, s’immerge; l’altro – il Topazio – rimane in superficie e diventa il bersaglio dell’attacco. Anche il Pandora è stato avvistato dal Topazio, ma il sommergibile italiano, incerto sull’identità del battello avvistato, si astiene dall’azione, temendo di attaccare accidentalmente l’Ascianghi. Il lancio del Pandora ai danni del Topazio risulterà fallimentare.

L’Ascianghi con l’equipaggio schierato in coperta, all’inizio del conflitto (da www.sommergibili.com)

3 febbraio 1941
In seguito alla partenza da Gibilterra, il 31 gennaio, della Forza H (corazzata Barham, incrociatore da battaglia Renown, portaerei Ark Royal, incrociatore Sheffield e dieci cacciatorpediniere) diretta verso est (suo obiettivo è bombardare Genova il mattino del 3 febbraio, minare le acque di La Spezia con aerei dell’Ark Royal e lanciare un attacco aereo contro la diga del Tirso il mattino del 2), l’Ascianghi lascia La Spezia e viene inviato da Supermarina venti miglia a sudest di Capo Mele, per un agguato protettivo. Grazie al maltempo, tuttavia, la formazione nemica si limita a lanciare un infruttuoso attacco aereo contro la diga del Tirso e rientra alla base nel pomeriggio del 4, senza attaccare Genova (il tentativo sarà ripetuto, e portato a termine con successo, il successivo 9 febbraio). L’Ascianghi viene pertanto fatto rientrare a La Spezia.
Secondo una fonte ("I sommergibili italiani 1940-1943" di Erminio Bagnasco e Maurizio Brescia) l'Ascianghi sarebbe poi stato nuovamente fatto salpare da La Spezia a contrasto dell'operazione "Grog" (il secondo tentativo - stavolta riuscito - di bombardare Genova da parte della Forza H, il 9 febbraio 1941), venendo inviato a nord della Corsica.
17 febbraio 1941
Inviato in agguato ad ovest di Capo Corso.
5 marzo 1941
L’Ascianghi è tra gli undici sommergibili (gli altri sono Ambra, Anfitrite, Beilul, Ondina, Galatea, Smeraldo, Nereide, Malachite, Onice e Dagabur) inviati a pattugliare le acque a sud, ad est e ad ovest di Creta in cerca di convogli britannici: compito dei sommergibili è contrastare l’operazione britannica «Lustre», consistente nell’invio dall’Egitto alla Grecia di 58.000 uomini, quale rinforzo per la Grecia, con una serie di convogli (uno ogni tre giorni, da Alessandria al Pireo), nell’arco di un mese. I primi due convogli di «Lustre» partono il 6 marzo: incrociatori York, Gloucester e Bonaventure con truppe da Alessandria al Pireo (dove giungono il 7 marzo) e mercantili Cingalese Prince e Clan Macauley con carri armati e rifornimenti, scortati dai cacciatorpediniere Wryneck, Nubian e Mohawk, anch’essi da Alessandria al Pireo (dove giugono l’8 marzo).
L’Ascianghi non trova nulla.
24-29 marzo 1941
L’Ascianghi viene inviato in agguato sulla direttrice Alessandria-Capo Krio (costa sudorientale di Creta) insieme ai sommergibili Ambra e Dagabur, coi quali deve formare uno sbarramento. All’Ascianghi è assegnata la posizione più sudorientale, tra Creta e l’Egitto: deve posizionarsi 60 miglia a sudest dell’Ambra, che a sua volta deve assumere una posizione 60 miglia a sudest del Dagabur.
La dislocazione dei sommergibili in Mediterraneo orientale (poco lontano ve ne sono altri due, Nereide e Galatea) è stata programmata nell’ambito dell’operazione «Gaudo», un’incursione in Egeo da parte di un’importante aliquota della flotta italiana, avente lo scopo di attaccare i convogli britannici in quel settore; i sommergibili hanno scopo offensivo/esplorativo (segnalare eventuali avvistamenti di forze navali nemiche nel Mediterraneo orientale) nonché di appoggio dell’azione delle forze di superficie, ma non sono avvertiti da Supermarina dell’operazione in corso, e della particolare importanza di segnalare qualsiasi segno di movimento rilevato. I sommergibili non coglieranno il risultato desiderato: nella notte sul 28 marzo la flotta britannica passerà tra le maglie troppo larghe dello sbarramento (nella zona occupata da Ascianghi, Ambra e Nereide), e dei cinque battelli, soltanto l’Ambra rileverà qualche segnale del passaggio di navi britanniche (lontani rumori di motori captati all’idrofono), senza però giungere all’avvistamento. L’operazione «Gaudo» sfocerà nella tragedia di Capo Matapan.
1-12 maggio 1941
In pattugliamento al largo di Marsa Matruh (Egitto).
Agosto 1941
Compie una missione in Mar Egeo.
20 settembre 1941
Inviato in pattugliamento al largo di Beirut e Tripoli di Siria, in Libano.
21 settembre 1941
Alle 21.46 l’Ascianghi (tenente di vascello Olinto Di Serio) attacca in posizione 33°57’ N e 35°04’ E (otto miglia a nordovest di Ras Beirut; altra fonte indica erroneamente al largo di Haifa) la piccola nave cisterna Antar di 389 tsl, battente bandiera palestinese (altra fonte riporta erroneamente "polacca, al servizio degli inglesi") ed appartenente alla Atid Navigation Company di Haifa, in navigazione da Port Said a Mersina con un carico di tè, cotone e latta. Dopo aver dato all’equipaggio il tempo di abbandonare la nave sulle scialuppe, l’Ascianghi lancia contro di essa ben sei siluri in tre coppiole, ma senza riuscire a colpirla (secondo una fonte secondaria, uno o più siluri avrebbero colpito l’Antar, danneggiandola, ma ciò appare impossibile, dato che con una nave così piccola un singolo siluro a segno avrebbe certamente provocato l’immediato affondamento). Dispendio notevole per una nave tanto piccola: forse sintomo dell’esasperazione di comandanti che, nel Mediterraneo, trascorrevano spesso intere missioni senza trovare un bersaglio. Risultati vani gli attacchi coi siluri, l’Ascianghi passa al cannone ed incendia la nave a cannonate (durante l’azione il cannone subisce un guasto e deve interrompere l’azione, ma l’avaria viene riparata e viene ripreso il tiro, ostacolato anche dalle condizioni del mare piuttosto avverse), dopo di che lascia la zona. Il relitto in fiamme dell’Antar verrà successivamente preso a rimorchio dalla baleniera armata HMS Southern Isle, accorsa sul posto, ma affonderà il 23 settembre prima di poter arrivare in porto. (Fonti italiane non parlano del tentato rimorchio da parte del Southern Isle, affermando che l’Antar sarebbe affondata sotto i colpi dell’Ascianghi e non in un secondo momento. Non cambia, comunque, il risultato finale). L’equipaggio dell’Antar, che ha abbandonato la nave sulle lance, sbarca a Tiro, sulla costa libanese.
Per quest’azione, il comandante Di Serio riceverà la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, mentre riceveranno la Croce di Guerra al Valor Militare il tenente di vascello Marco Colotto (comandante in seconda), il tenente del Genio Navale G. Antonio Prondi (direttore di macchina), i guardiamarina Guido Trapani e Giuseppe Cardillo, l’aspirante guardiamarina Elvidio Cavarocchi, i capi motoristi di seconda classe Alfredo Gambula e Luigi Norma, il capo elettricista di seconda classe Francesco Carmelo Gugliotta, il capo silurista di terza classe Filomeno Lacitignola, il capo radiotelegrafista di terza classe Antonio Carrisi, ed i sei serventi del cannone: secondo capo nocchiere Andrea Mazzella, sergente nocchiere Ernesto Azzi, sottocapo cannoniere Giovanni Di Stefano, marinaio Mario Gori, marinaio silurista Vladimiro Berselli, marinaio cannoniere Alberto Cellone.
24 settembre 1941
Termina la missione.
15-24 novembre 1941
In pattugliamento al largo delle coste della Palestina, senza risultato.
13 dicembre 1941
L’Ascianghi viene inviato a pattugliare le acque a sud di Creta con compito esplorativo ed offensivo, insieme ai sommergibili Dagabur e Galatea, per contrastare un’eventuale uscita da Alessandria d’Egitto della Forza B britannica, a protezione dell’operazione di traffico «M. 41» per il rifornimento della Libia, che prevede l’invio di 3 convogli per un totale di 8 mercantili, con la scorta diretta di 7 cacciatorpediniere ed una torpediniera nonché la scorta a distanza di tre gruppi pesanti che contano in tutto 4 corazzate, 5 incrociatori, 18 cacciatorpediniere e due torpediniere (l’operazione verrà abortita a seguito degli intensi attacchi britannici e dei relativi danni e perdite subiti). Contestualmente, altri sommergibili (Santarosa, Narvalo, Squalo, Topazio e Veniero) vengono inviati al largo di Malta per contrastare un’eventuale sortita della Forza K che lì ha base (incrociatori leggeri Aurora, Penelope e Neptune ed alcuni cacciatorpediniere).
La Forza B (incrociatori leggeri Euryalus, Naiad e Galatea e cacciatorpediniere Jervis, Kingston, Kipling, Kimberley, Griffin, Havock, Hotspur, Napier e Nizam, gli ultimi due australiani), al comando dell’ammiraglio Philip L. Vian, salpa effettivamente da Alessandria a contrasto dell’operazione «M. 41», unendosi alla Forza K uscita da Malta per cercare convogli italiani nel Mar Ionio. Le navi britanniche non riescono tuttavia ad intercettare nulla, dal momento che i convogli sono stati fatti rientrare, pertanto dopo ore di inutili ricerche intraprendono la navigazione di rientro verso Malta (Forza K) ed Alessandria (Forza B).
17 dicembre 1941
AscianghiTopazio, Squalo, Galatea, Dagabur e Santarosa sono ancora in agguato nel Mediterraneo centro-orientale (ad est di Malta ed a sud di Creta), con compiti esplorativi/offensivi, in appoggio stavolta all’operazione di traffico «M. 42», organizzata dopo il fallimento della «M. 41».
Questa volta l’operazione – con la quale vengono inviati in Libia di due convogli con rifornimenti urgenti per le truppe italo-tedesche in Africa Settentrionale (312 automezzi, 3224 tonnellate di carburanti e lubrificanti, 1137 tonnellate di munizioni, 10.409 tonnellate di materiali vari), con la scorta di consistenti aliquote della flotta da battaglia – è un pieno successo: tutti i mercantili arrivano indenni a destinazione, mentre la forza italiana di scorta a distanza si scontra con una formazione britannica (impegnata anch’essa nella scorta di un convoglio – o piuttosto di una singola nave, la petroliera Breconshire – diretto a Malta) in un’inconclusiva scaramuccia divenuta poi nota come prima battaglia della Sirte, e la Forza K britannica, inviata al largo di Tripoli per intercettare il convoglio italiano, finisce su un campo minato subendo la perdita dell’incrociatore Neptune e del cacciatorpediniere Kandahar ed il grave danneggiamento dell’incrociatore Aurora.

(da www.xmasgrupsom.com)

11 giugno 1942
Viene inviato, assieme ad altri quattro sommergibili (Onice, Aradam, Corallo e Dessiè), in agguato nel triangolo compreso tra Malta, Pantelleria e Lampedusa a contrasto dell’operazione britannica "Harpoon" (consistente nell'invio da Gibilterra a Malta di un convoglio formato dai mercantili Burdwan, Kentucky, Chant, Orari, Troilus e Tanimbar, carichi di rifornimenti e scortati dall'incrociatore antiaerei Cairo, da nove cacciatorpediniere e da quattro dragamine di squadra, oltre ad una forza pesante di copertura a distanza nel primo tratto della navigazione), nell'ambito della battaglia di Mezzo Giugno. In tutto sono 16 i battelli schierati nel Mediterraneo centrale e centro-occidentale per contrastare "Harpoon"; la dottrina d’impiego dei sommergibili è mutata rispetto al passato: ora è previsto l’impiego a massa contro navi o gruppi di navi avvistati e segnalati dagli aerei. Mentre a Mezzo Agosto, due mesi più tardi, questa tattica avrà grande successo, a Mezzo Giugno i sommergibili non coglieranno alcun risultato (per quelli dislocati al largo di Malta, anche a causa della forte vigilanza antisommergibili da parte degli aerei).
L’Ascianghi, infatti, non avvista navi nemiche; il convoglio subirà gravi perdite per opera dell'azione congiunta degli aerei italo-tedeschi e della VII Divisione Navale dell'ammiraglio Alberto Da Zara, cui poi si aggiungeranno quelle causate dai campi minati. Complessivamente andranno a fondo quattro mercantili e due cacciatorpediniere, mentre diverse altre unità riporteranno seri danni.
16-17 giugno 1942
L'Ascianghi ed un altro sommergibile, l'Onice, vengono inviati ad attaccare la formazione britannica (Forza X) di ritorno da Malta a Gibilterra dopo la conclusione dell'Operazione "Harpoon" (si tratta dell'incrociatore leggero Cairo e dei cacciatorpediniere Marne, Ithuriel, Blankney e Middleton). 
Lasciata Malta la sera del 16 giugno, le cinque navi britanniche si ricongiungono poco dopo le 19 del 17 con la Forza W (forza di copertura a distanza, composta dalla corazzata Malaya, dalle portaerei Eagle ed Ark Royal, da tre incrociatori e da otto cacciatorpediniere) nel Mediterraneo occidentale, e raggiungono indenni Gibilterra; gli attacchi di Ascianghi ed Onice contro di esse risulteranno infruttuosi, al pari di quelli della Regia Aeronautica e della Luftwaffe.
Luglio 1942
Il comando dell’Ascianghi passa al tenente di vascello Rodolfo Bombig, che lo manterrà per poco tempo. In questo periodo il battello è alle dipendenze dell’VIII Gruppo Sommergibili, con base a Trapani.
Nella prima metà del mese l'Ascianghi, insieme all'Onice, pattuglia le acque al largo dell'isola tunisina di La Galite.
11 agosto 1942
L’Ascianghi (comandante tenente di vascello Rodolfo Bombig, direttore di macchina tenente del Genio Navale Vittorio Rosati) lascia Trapani per raggiungere la zona d’agguato assegnata, nell’ambito della battaglia aeronavale di Mezzo Agosto.
Insieme ad altri nove sommergibili (AlagiAvorioAxumBronzoCobaltoOtariaDandoloDessiè ed Emo), viene schierato a nord delle coste tunisine, tra Scoglio Fratelli e Banco Skerki (dalle acque ad est di La Galite fino agli approcci del Canale di Sicilia, costituendo una linea a sbarramento dell’ingresso occidentale del Canale di Sicilia, a nord della congiungente La Galite-Banco Skerki), per attaccare il convoglio britannico diretto a Malta nell’ambito dell’Operazione "Pedestal", composto da 14 navi mercantili con la scorta diretta di 4 incrociatori leggeri e 11 cacciatorpediniere, più una forza di appoggio composta da 2 corazzate, 3 portaerei, 3 incrociatori leggeri e 15 cacciatorpediniere. Gli ordini sono di agire con grande decisione offensiva, lanciando quanti siluri possibile contro ogni bersaglio, mercantile o militare, più grande di un cacciatorpediniere. L’Ascianghi fa parte del gruppo di sommergibili posizionato più ad est, insieme ad Alagi, Axum e Bronzo.
12 agosto 1942
Raggiunge l’area assegnata e, sulla scorta delle notizie che riceve ogni ora al "Siti", riesce dapprima ad individuare con gli idrofoni, e poi anche ad avvistare al periscopio, da grande distanza, il convoglio britannico. Cerca di avvicinarsi, ma quando è giunto a 15 km il convoglio accosta in fuori e scompare alla vista.
Durante la notte, mentre l’Ascianghi è in superficie, l’equipaggio sente un’esplosione ed avvista fumo e fiamme ad una certa distanza; si porta sul luogo in cui ristagna il fumo e vi trova parecchi rottami ed imbarcazioni di salvataggio che galleggiano nel mare.
13 agosto 1942
Durante il pomeriggio l’Ascianghi si sposta verso una zona dove, stando alle comunicazioni ricevute, dovrebbe esserci una portaerei danneggiata, ma di questa unità, o di qualsiasi altra, non c’è traccia.
14 agosto 1942
Riceve ordine di portarsi in un nuovo settore d’agguato, situato 140 miglia più ad ovest di quello di prima. Supermarina, infatti, spera di poter cogliere ancora l’occasione per attaccare le unità superstiti del convoglio (che ha subito pesanti perdite ad opera di sommergibili, aerei e motosiluranti, anche se qualche mercantile è riuscito a raggiungere Malta con i rifornimenti vitali alla sopravvivenza dell’isola) durante la loro navigazione di ritorno verso Gibilterra. Di conseguenza, Ascianghi, Bronzo, Alagi ed Axum la sera del 14 ricevono ordine di emergere immediatamente, spostarsi 140 miglia più ad ovest e riprendere l’agguato nelle nuove posizioni, con le stesse modalità di prima. Poco dopo tale ordine viene modificato, spostando le aree d’agguato altre 20 miglia più ad ovest.
17 agosto 1942
Non avendo avvistato nulla, l’Ascianghi fa ritorno a Trapani.

Un’altra immagine dell’Ascianghi (da www.sommergibili.com)

17-18 agosto 1942
Durante la notte tra il 17 ed il 18 l’Ascianghi viene fatto ripartire da Trapani: la battaglia di Mezzo Agosto si è ormai conclusa, ma alle 6.50 del 17 è stato avvistato al largo di Algeri un gruppo di navi britanniche identificate come la vecchia portaerei Furious, un incrociatore e sette cacciatorpediniere, ed è inoltre giunta notizia che il 16 agosto altre navi britanniche si apprestavano a lasciare Gibilterra; l’insieme di queste informazioni ha determinato uno stato di allarme e l’ordine di far prendere il mare a tutti i sommergibili pronti, tra cui l’Ascianghi. La Furious e le altre navi del suo gruppo sono in mare per l’operazione "Baritone", consistente nell’invio a Malta di 32 caccia Supermarine Spitfire allo scopo di rimpinguare le decimate squadriglie di base nell’isola. Gli Spitfire, portati a Gibilterra da un mercantile proveniente dal Regno Unito, vengono lanciati dalla Furious, uscita allo scopo da Gibilterra il 16 agosto con la scorta degli incrociatori leggeri Aurora e Charybdis, e dei cacciatorpediniere Antelope, Eskimo, Derwent, Bicester, Keppel, Lookout, Laforey, Lightning, Malcolm, Tartar, Venomous e Wishart (parte della Forza H). La Furious lancia gli Spitfire il 17 agosto, a sud delle Baleari; 29 dei 32 caccia riusciranno a raggiungere a Malta, mentre Furious e scorta rientreranno a Gibilterra il 18.
L’Ascianghi non avvista nulla.
19 agosto 1942
Chiarita la natura dei movimenti avvistati o segnalati delle navi britanniche (appreso cioè che a Gibilterra, prima di partire, la Furious ha imbarcato 35 caccia Hawker Hurricane – il che indica con certezza che essa era in mare per rifornire Malta di aerei –, mentre le navi in partenza da Gibilterra il 16 sono dirette in Atlantico ed in Inghilterra, non in Mediterraneo), gli alti comandi fanno cessare l’allarme e richiamano in porto tutti i sommergibili, Ascianghi compreso.
Qualche tempo dopo Mezzo Agosto, il comando dell’Ascianghi passa al tenente di vascello Rino Erler.
1° novembre 1942
L’Ascianghi (tenente di vascello Rino Erler, alla sua prima missione) salpa da Messina per Tobruk alle 22, in missione di trasporto: a bordo ha 20 (per altra fonte 18) tonnellate di munizioni.
3 novembre 1942
Alle 14.15 l’Ascianghi s’imbatte in un aereo tedesco caduto in mare (o abbattuto) e ne recupera 20 sopravvissuti, che poi trasborda sul cacciatorpediniere Corsaro, precipitatosi sul posto.
4 novembre 1942
Arriva a Tobruk alle 9, sbarca le munizioni e poi riparte alle 18.
8 novembre 1942
Arriva ad Augusta alle 12.30.
Nel frattempo, fin dal mattino del 7 novembre, Maricosom (il Comando della Squadra Sommergibili), prevedendo il passaggio di un convoglio nemico nel Canale di Sicilia, ha ordinato all’Ascianghi di raggiungere al più presto una zona d’agguato nel Canale di Sicilia.
È iniziata l’operazione "Torch", che vedrà lo sbarco di oltre 107.000 soldati angloamericani sulle coste del Nordafrica francese (Algeria e Marocco). In seguito all’avvistamento della flotta d’invasione Alleata, in navigazione da Gibilterra verso ovest, Supermarina invia numerosi sommergibili nelle acque della Tunisia e dell’Algeria, ritenendo probabile uno sbarco su quelle coste (che in realtà avverrà però più ad ovest, in Algeria e Marocco), ma non esclude del tutto la possibilità che si tratti di un convoglio di rifornimenti diretto a Malta. Proprio per quest’ultima eventualità, viene ordinato all’Ascianghi e ad altri tre sommergibili di posizionarsi nel Canale di Sicilia, dove un eventuale convoglio diretto a Malta dovrebbe passare.
9 novembre 1942
L’Ascianghi (tenente di vascello Rino Erler) salpa da Trapani per una missione offensiva nelle acque di Bougie, in Algeria.
11 novembre 1942
Arriva nelle acque dell’Algeria. Lo stesso giorno, alle 17.56, Maricosom annuncia ai sommergibili in mare che truppe nemiche stanno sbarcando nella rada di Bougie (si tratta dell’operazione "Perpetual", una sotto-operazione di "Torch" che consiste nell’occupazione di Bougie da parte di truppe della 36a Brigata di fanteria britannica sbarcate dai trasporti truppe Marnix van St. Aldgegonde, Karanja e Cathay, con l’appoggio dell’incrociatore britannico Sheffield, della nave antiaerei Tynwald – poi affondata a Bougie dal sommergibile italiano Argo –, dal monitore Roberts e da alcuni cacciatorpediniere, più il trasporto truppe Awatea – pure affondato dall’Argo qualche giorno dopo – con commandos e materiale della RAF, ed i dragamine di squadra Algerine e Cadmus) ed ordina ad Ascianghi, Argento, Argo, Avorio, Diaspro ed Emo di portarsi subito in quelle acque e di operarvi «senza alcuna limitazione con energia e decisione», per poi fare ritorno nei rispettivi settori assegnati il giorno seguente. L’Ascianghi e gli altri sommergibili eseguono l’ordine; muovendosi a tutta velocità verso la zona indicata, notano nella rada di Bougie una ferrea vigilanza antisommergibili, ma agiscono egualmente con decisione, grazie anche all’ampia libertà d’iniziativa loro accordata.
13 novembre 1942
Alle 18.38, avendo ricevuto informazione che truppe britanniche sono sbarcate a Bona e Philippeville (in Algeria), Maricosom ordina ai sommergibili di portarsi in quelle rade ed agirvi con la massima risolutezza fino all’alba, quando dovranno tornare nelle zone d’agguato a ciascuno assegnate. L’Ascianghi, in particolare, insieme ad Argento, Asteria, Velella e Mocenigo, viene mandato nelle acque di Philippeville. Questo invio si rivelerà però infruttuoso, perché parte dei sommergibili non avvisterà nessuna nave, mentre gli altri non riusciranno a portare a termine gli attacchi iniziati a causa delle sfavorevoli condizioni di avvistamento e della forte vigilanza avversaria.
14 novembre 1942
Alle 10.40 Maricosom ordina una nuova putnata offensiva contro la rada di Bougie, da effettuarsi nella notte successiva.
15 novembre 1942
Forzata la rada di Bougie con ardita manovra, favorita dalla notte molto buia e con visibilità estremamente limitata, l’Ascianghi si porta vicino alla riva ed alle 3.39 avvista una formazione di tre navi da guerra che sembra stiano uscendo dal porto, e che vengono identificate dal comandante Erler come un incrociatore classe Caledon, un incrociatore classe Leander ed un cacciatorpediniere (secondo lo storico Francesco Mattesini, inizialmente sarebbero stati avvistate due navi da guerra in linea di fila, ritenute incrociatori classe Caledon, e poi una terza, giudicata un incrociatore classe Leander; altra fonte parla di un convoglietto di quattro navi, ma sembra trattarsi di un errore; un’altra ancora afferma che l’Ascianghi avrebbe identificato i bersagli come un incrociatore scortato da due cacciatorpediniere). Restando in superficie, il sommergibile serra le distanze per attaccare ed alle 3.45 (o 3.42), da ridotta distanza, lancia una coppiola siluri contro la seconda nave della formazione, identificata come incrociatore classe Caledon, ma le armi non vanno a segno; allora l’Ascianghi inverte la rotta ed alle 3.46 (o 3.47) lancia un’altra coppiola, da 700 metri di distanza, stavolta contro la nave che procede in coda alla formazione, ritenuta un incrociatore classe Leander. Dopo due minuti e 47 secondi dal lancio, entrambi i siluri vanno a segno: secondo quanto visto dal comandante Erler, uno colpisce il bersaglio a proravia della plancia, l’altro a centro nave tra la plancia ed il fumaiolo. La nave affonda, mentre l’Ascianghi s’immerge e si disimpegna senza che si materializzi, da parte britannica, alcuna reazione (per altra fonte, invece, la reazione ci sarebbe stata ma il sommergibile l’avrebbe elusa senza subire danni).
Una nave britannica è stata effettivamente affondata, anche se il comandante Erler, complice il buio e la poca visibilità, ha sovrastimato di parecchio le dimensioni dei suoi bersagli. Non si trattava, infatti, di un incrociatore e due cacciatorpediniere, bensì di tre grossi dragamine di squadra della classe Algerine, dal dislocamento di 850 tonnellate standard e 1125 a pieno carico: l’Algerine stesso, l’Alarm ed il Cadmus. Al momento dell’attacco, le unità britanniche hanno appena completato una missione di dragaggio della rada di Bougie (loro compito era di liberare tale rada dalle mine dell’Asse, sempre nell’ambito dell’operazione "Perpetual"; per altra fonte tale missione era svolta solo da Alarm ed Algerine, mentre il Cadmus si trovava anch’esso sul posto in quel momento per caso), nella quale hanno neutralizzato in tutto 46 mine, nell’ambito dell’attività di supporto all’operazione "Torch" (per altra fonte, l’Algerine e l’Alarm erano impegnati in un pattugliamento antisommergibili al momento del siluramento). I siluri dell’Ascianghi hanno colpito proprio l’unità capoclasse e capoflottiglia, l’Algerine (capitano di corvetta Wilfrid Alan Cooke, che è anche il comandante della 12th Minesweeping Flotilla, che l’Algerine forma insieme ai gemelli Albacore, Alarm, Acute e Cadmus), che affonda rapidamente cinque miglia a nord di Capo Carbon ed a levante di Bougie, nel punto 36°45' N e 05°11' E (per altra fonte, probabilmente erronea, 36°47' N e 05°11' E).

L’HMS Algerine, affondato dall’Ascianghi il 15 novembre 1942 (Imperial War Museum)

L’esplosione delle bombe di profondità che lo stesso Algerine aveva a bordo (le unità di questa classe, di dimensioni ed aspetto simili alle corvette classe Flower, sono sovente utilizzate anche come navi scorta, ed armate di conseguenza), verificatasi subito dopo l’affondamento, ha conseguenze catastrofiche per il suo equipaggio: su 92 uomini imbarcati sull’Algerine, parecchi fanno in tempo a gettarsi in mare, calandosi lungo la murata, mentre la nave affonda, ma vengono uccisi dalle esplosioni; 32 vengono tratti in salvo all’alba, quando la formazione si accorge dell’affondamento dell’Algerine (la cui scomparsa, essendo unità di coda, non era stata subito notata), dal gemello HMS Cadmus (altra fonte attribuisce erroneamente il salvataggio alla nave antiaerei ausiliaria HMS Pozarica, oppure affianca al Cadmus, nel soccorso dei naufraghi, il gemello Albacore), che li sbarca a Bougie, ma 24 di essi muoiono nei giorni successivi per le lesioni interne causate dallo scoppio delle bombe di profondità mentre si trovavano in acqua. Soltanto in otto sopravvivono, perché al momento dell’esplosione delle bombe si trovavano su una zattera Carley invece che in acqua, e di conseguenza non sono stati interessati dalla tremenda onda d’urto subacqua. L’equipaggio del Cadmus, cui era parso che i naufraghi dell’Algerine tratti in salvo stessero tutti bene salvo che per ferite minori, rimarrà stupefatto nell’apprendere, qualche giorno dopo, che dopo lo sbarco a Bougie sono morti quasi tutti. Sarà l’autposia a rivelare le gravissime lesioni interne, soprattutto allo stomaco, che sono state loro fatali. Alla fine i morti saranno 84, tra cui il comandante Cooke e tutti gli ufficiali (nove in tutto, nessuno dei quali, comunque, era nemmeno tra i naufraghi raccolti dal Cadmus).
In conseguenza di questa tragedia, la Royal Navy modificherà le proprie procedure relative all’utilizzo delle bombe di profondità, ordinando che vengano armate soltanto subito prima dell’inizio della caccia ad un sommergibile anziché, come si faceva in precedenza, fin dal momento della partenza dal porto.
16 novembre 1942
Lascia la zona d’agguato per rientrare alla base.
18 novembre 1942
L’Ascianghi arriva a Napoli, ponendo termine alla sua missione. Per il duplice forzamento della rada di Bougie e l’azione del 15 novembre, il comandante Erler verrà decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare; la stessa decorazione verrà conferita al comandante in seconda, sottotenente di vascello Ignazio Spinale, mentre il capo silurista di terza classe Filomeno Lacitignola avrà la Medaglia di Bronzo al Valor Militare ed altri 35 membri dell’equipaggio (guardiamarina Mario Ferrando e Claudio Ansaldo, sottotenente G.N. Mario Nebbiani, secondi capi motoristi Francesco Peluso e Vittorio Maschio, secondo capo furiere Santo Manzoni, secondo capo silurista Carmelo Luparelli, sergenti radiotelegrafisti Mario Ponticelli e Ottavio Chetry, sergente elettricista Edoardo Soresini, sottocapo fuochista Ferrando Pellegrinetti, sottocapi elettricisti Antonio Grando e Vincenzo Romano, sottocapo silurista Giacinto Petrella, sottocapo segnalatore Sergio Bernardoni, sottocapo motorista Giuseppe Somma, marinaio cannoniere puntatore mitragliere Alfonso Micellino, motoristi Giuseppe Lanotte, Ugo Palestini ed Enrico Serini, siluristi Michele Correro e Giovanni Culatina, sottonocchiere Domenico Franco, marinaio cannoniere Alberto Cellone, elettricisti Renato Demori, Onelio Zaina ed Alessandro Quagliata, nocchieri Giovanni Zamboni, Bruno Bucciarelli, Francesco Zappia, Romano Quarantotto, Vittorio Siena ed Angelo Pippa, fuochista Camillo Morsella) riceveranno la Croce di Guerra al Valor Militare.


Dopo il forzamento di Bougie e l’affondamento dell’Algerine, l’equipaggio dell’Ascianghi dipinse sulla torretta del proprio battello questa scritta canzonatoria: "Visitate Bougie – Grand Hotel Rada – Tutti i conforti moderni" (sopra: da “Sommergibili in guerra” di Achille Rastelli ed Erminio Bagnasco, via Dante Flore; sotto: da www.betasom.it)


Gennaio 1943
Sottoposto ad ispezione, in seguito alla quale viene giudicato in buone condizioni di efficienza (equipaggio compreso), con un punteggio di 100/100 (il giudizio complessivo è «buono» nella seguente scala: ottimo-buono-mediocre-cattivo-pessimo).
18 febbraio 1943
Prende il mare per una nuova missione in acque nordafricane, nel Golfo della Sirte.
2-3 marzo 1943
Nella notte tra il 2 ed il 3 l’Ascianghi (tenente di vascello Rino Erler), in agguato nel Golfo della Sirte, avvista un grosso convoglio fortemente scortato in posizione 31°47’ N e 16°13’ E; serrate le distanze fino a soli 800 metri, all’1.31 del 3 marzo lancia tre siluri contro un cacciatorpediniere. Dopo il lancio viene avvistato ed una delle navi della scorta tenta di speronarlo, costringendolo all’immediata immersione per evitare la collisione; non è così possibile verificare l’esito dei lanci, anche se un minuto dopo il lancio vengono distintamente sentite due (o tre) esplosioni, tali da indurre l’equipaggio a ritenere d’aver fatto centro (si ritiene di aver colpito un cacciatorpediniere ed una nave mercantile). Non risulta, tuttavia, che alcuna nave sia stata danneggiata od affondata in tale occasione.
5 marzo 1943
Rientra alla base.
Marzo 1943
Entra in arsenale per un periodo di lavori, che si protrarranno per oltre tre mesi.
Giugno 1943
Assume il comando dell’Ascianghi, ancora ai lavori, il sottotenente di vascello Mario Fiorini (27 anni, da Camogli), mentre il comandante Erler, promosso a capitano di corvetta, è destinato al comando del sommergibile Atropo. Il comandante Fiorini è uno dei pochissimi sottotenenti di vascello (non più di due o tre, in tutta la Regia Marina) a ricevere il comando di un sommergibile, incarico solitamente riservato almeno a tenenti di vascello: un sintomo, probabilmente, della moria di comandanti – e in generale di uomini – che l’arma subacquea italiana sta subendo in una guerra sempre più disperata.
19 luglio 1943
Secondo alcune fonti polacche, in questa data l’Ascianghi sarebbe stato attaccato con quattro siluri, al largo di Malta, dal sommergibile polacco Dzik (che stava rientrando a Malta dopo un agguato al largo di Taranto), mentre si apprestava a sua volta a silurare il sommergibile britannico Unshaken (che proprio in quelle acque doveva incontrare, a quell’ora, lo Dzik). I siluri dello Dzik avrebbero mancato l’Ascianghi, ma lo avrebbero indotto ad interrompere l’attacco contro l’Unshaken. In realtà, l’Ascianghi in quella data non si trovava al largo di Malta, bensì (vedi sotto) in navigazione da Pozzuoli alla zona di Augusta, oppure già in agguato al largo di Augusta; pertanto è del tutto erronea la notizia del suo coinvolgimento nell’azione dello Dzik. Secondo alcune fonti il sommergibile attaccato dallo Dzik sarebbe stato lo stesso Unshaken, scambiato per nemico: eventualità questa tutt’altro che impossibile, essendosi episodi del genere verificati in quel conflitto in quasi tutte le Marine, talvolta con esito fatale.

Un’altra immagine dell’Ascianghi appena varato (g.c. Marcello Risolo via www.naviearmatori.net)

Sicilia

Nelle prime ore del 10 luglio 1943, una flotta Alleata che contava 2590 unità navali (1614 britanniche, 945 statunitensi, dieci olandesi, nove polacche, sette greche, quattro norvegesi ed una belga) di tutti i tipi (237 navi trasporto, 1742 tra mezzi e navi da sbarco, 6 corazzate, due portaerei, 15 incrociatori, quattro navi antiaeree, tre monitori, 128 cacciatorpediniere, 36 fregate, 5 cannoniere, 4 posamine, 42 dragamine, 26 sommergibili, 243 tra motosiluranti e motocannoniere ed altre unità minori ed ausiliarie), appoggiata da più di 4000 aerei appartenenti a 259 gruppi di volo (146 statunitensi e 113 britannici), sbarcava 160.000 soldati statunitensi, britannici e canadesi (nelle settimane successive, questo numero sarebbe triplicato) sulle coste della Sicilia. Iniziava l’operazione "Husky", e con essa la sequenza di eventi che nel giro di due mesi avrebbe portato alla caduta del regime fascista ed alla resa dell’Italia con l’armistizio di Cassibile.
Nel giro di 38 giorni, l’isola sarebbe caduta; tra le fila italiane si sarebbero contati 4678 morti accertati, migliaia di dispersi, 32.500 feriti e 116.000 prigionieri.
La malridotta flotta di superficie italiana, stante la disparità di forze ed il dominio del cielo da parte angloamericana, che avrebbero reso il suo intervento un suicidio, rimase in porto; l’onere di difendere la Sicilia ricadde sull’arma subacquea e sui mezzi insidiosi.
L’Ascianghi partì da Pozzuoli (per altra fonte Napoli) il 16 luglio (altra fonte parla del 17 o 18 luglio), diretto in un settore d’agguato situato una trentina di miglia a sudest di Augusta, nella Sicilia sudorientale. Insieme ad altri sommergibili, avrebbe dovuto tentare di contrastare le operazioni di sbarco angloamericane: un’impresa disperata, contro forze soverchianti, con poche probabilità di successo e tante di lasciarci la pelle.
Successivamente gli fu ordinato di spostarsi più a nord, sottocosta lungo la fascia costiera tra Augusta e Catania (per altra fonte, invece, si posizionò tra Augusta e Siracusa). Proprio tra queste due città correva la linea del fronte: Augusta, una delle maggiori piazzeforti militari marittime della Sicilia, era già caduta, conquistata dai britannici il 12 luglio dopo che metà della sua guarnigione, in testa i militi della MILMART, aveva praticamente disertato, per la disperazione dell’ammiraglio Priamo Leonardi, comandante di una piazzaforte dissoltasi sotto i suoi piedi e futuro capro espiatorio dell’intera faccenda. A niente era servita la difesa opposta nelle campagne circostanti dai soldati del 76° Reggimento Fanteria "Napoli" e da quei marinai e fanti costieri ancora intenzionati a battersi: i britannici, ben sapendo che le difese di Augusta erano tanto poderose sul lato mare quanto deboli sul lato terra, avevano attaccato da quest’ultima parte, ed avevano prevalso dopo due giorni di combattimenti. Catania, le cui deboli difese erano state rinforzate con l’invio di due reggimenti scelti di paracadutisti tedeschi, sarebbe invece rimasta in mano all’Asse fino al 5 agosto.
L’Ascianghi era ormai l’unico sommergibile italiano ad essere ancora attivo sottocosta nelle acque tra Augusta, Siracusa e Catania, porti dei quali i primi due erano caduti in mano nemica e venivano ora utilizzati dai britannici per sbarcare truppe, mezzi e rifornimenti con cui alimentare l’avanzata in Sicilia: il sommergibile di Fiorini avrebbe dovuto tentare di insidiare queste linee di rifornimento, ma il rischio era grande. Nei giorni precedenti la preponderanza dei mezzi aeronavali angloamericani adibiti alla protezione antisommergibili delle navi di "Husky", soprattutto vicino alla costa ed ai porti conquistati ed usati per lo sbarco di uomini e materiali, aveva fatto mostra della propria letale efficienza, infliggendo una serie di dolorose perdite ai sommergibili italiani che tentavano di attaccare il naviglio Alleato: il Bronzo (catturato) il 12 luglio, il Flutto, il Nereide e l’Acciaio il 13, mentre il 16 era stato gravemente danneggiato da aerei il Dandolo ed il 18 aveva avuto analoga sorte l’Ambra. Tutte le perdite, tranne quella dell’Acciaio, si erano verificate nelle acque di Augusta, Siracusa e Catania, cioè proprio quelle dove si trovava in agguato l’Ascianghi. In conseguenza di ciò, Maricosom decise di arretrare le zone di agguato dei sommergibili, spostandoli verso il largo, con l’obiettivo di attaccare il naviglio nemico prima che giungesse in vista della Sicilia. Unica eccezione fu l’Ascianghi, che venne lasciato dove si trovava.

Nel primo pomeriggio del 23 luglio (per una fonte, intorno alle tre del pomeriggio) l’Ascianghi, mentre si trovava immerso ad una decina di miglia da Augusta, avvistò una nutrita formazione navale britannica in uscita da quella rada, composta da incrociatori e cacciatorpediniere (altra fonte parla di un incrociatore e sei cacciatorpediniere, un’altra ancora di una formazione di cinque cacciatorpediniere). Il marinaio Andrea D’Alessandro, molti anni dopo, avrebbe ricordato che la formazione nemica venne dapprima rilevata agli idrofoni; l’Ascianghi si portò poi a quota periscopica ed avvistò le navi britanniche, mentre l’equipaggio veniva mandato ai posti di combattimento. Il comandante Fiorini manovrò per superare lo schermo difensivo, con l’intenzione di colpire quella che sembrava la nave più grossa.
Dopo aver serrato le distanze, alle 15.43 (ora italiana) l’Ascianghi lanciò due siluri in rapida successione, da non grande distanza, contro la nave che procedeva in testa alla formazione, identificata variabilmente come un incrociatore od un cacciatorpediniere, a seconda delle fonti (per altra fonte, probabilmente erronea, lanciò infruttuosamente una prima coppiola di siluri dai tubi di prua, contro l’incrociatore che procedeva in testa, dopo di che lanciò un’altra coppiola dai tubi di poppa, stavolta ritenendo di aver fatto centro). Il sommergibile italiano aveva appena iniziato la manovra di disimpegno quando iniziarono a piovere le bombe di profondità, lanciate dai cacciatorpediniere britannici Laforey ed Eclipse.
Alle 15.41 (ora britannica, con discrepanza di qualche minuto rispetto all’orario italiano), infatti, uno dei siluri lanciati dall’Ascianghi aveva mancato di stretta misura, passandogli a poppavia, il Laforey (capitano di vascello Reginald Maurice James Hutton), che ne aveva avvistato la scia e si era diretto subito verso il punto in cui essa sembrava avere origine, seguito dall’Eclipse (capitano di fregata Edward Mack). Ottenuto un buon contatto al sonar, Laforey ed Eclipse effettuarono in breve tempo ben cinque attacchi, con lancio di parecchie bombe di profondità.
La pesante caccia arrecò danni gravissimi allo scafo del sommergibile; due bombe di profondità esplosero vicinissime alla poppa ed alla prua dell’Ascianghi, che iniziò ad imbarcare parecchia acqua (le infiltrazioni d’acqua si verificarono in particolare nella camera di lancio poppiera) e di conseguenza, per il derivante appesantimento, cominciò a sprofondare rapidamente verso l’abisso, scendendo ben oltre la quota massima strutturalmente consentita. Le esplosioni delle bombe di profondità continuavano, facevano tremare tutto lo scafo. Ancora un po’ e la pressione avrebbe schiacciato il malridotto sommergibile, senza lasciare scampo all’equipaggio: fu giocoforza emergere, altrimenti sarebbe stata la fine per tutti. Il comandante Fiorini decise che avrebbe tentato un’ultima lotta con cannoni e mitragliere in superficie, dove almeno l’equipaggio avrebbe avuto una possibilità di salvarsi, dopo di che avrebbe autoaffondato il sommergibile.
Lottando contro gli strumenti che rispondevano sempre meno, l’equipaggio riuscì ad arrestare la discesa verso il fondale, e poi, a poco a poco, a risalire; infine l’Ascianghi venne a galla, fortemente appoppato, e non appena in superficie fu immediatamente preso sotto l’intenso e preciso tiro di Laforey ed Eclipse, da distanza ravvicinata. Secondo una fonte parteciparono all’azione anche altri due cacciatorpediniere (secondo altra fonte il cacciatorpediniere HMS Inglefield avrebbe attaccato l’Ascianghi prima di Laforey ed Eclipse, ma senza successo) e la corvetta olandese Flores, che aprì anch’essa il fuoco contro il sommergibile.
Ci volle qualche minuto per aprire i portelli e poter uscire in coperta: a chi doveva aspettare, bloccato in un sommergibile divenuto inerme bersaglio contro il quale continuava il cannoneggiamento, parve un’eternità. Prima che si potesse tentare una reazione con cannoni e mitragliere, i pezzi da 120 mm dei caccia britannici colpirono più volte l’Ascianghi, mentre le mitragliere Bofors e Vickers ne spazzavano la plancia e la coperta, falciando gli uomini che fuoriuscivano dal sommergibile: reagire, in quelle condizioni, era del tutto impossibile. Molti furono uccisi, altri feriti; il comandante Fiorini ordinò di abbandonare la nave, aiutò gli uomini che esitavano a gettarsi in mare. L’equipaggio dell’Ascianghi abbandonò il battello, sotto un tiro che non cessava. Anni dopo un superstite, il tarantino Francesco Tortora, avrebbe raccontato al giornalista e scrittore Donatello Bellomo che le navi britanniche mitragliarono i naufraghi che si erano gettati in mare (date le circostanze, sembra più probabile che come spesso avveniva in casi simili, le navi abbiano “semplicemente” sparato sul sommergibile con tutte le armi per impedire qualsiasi reazione ed assicurarne la rapida distruzione, così colpendo anche gli uomini che lo stavano abbandonando, ma senza intendere deliberatamente far fuoco sui naufraghi; anche se chi si ritrovò ad essere oggetto di quel tiro ciò faceva ben poca differenza).
Parecchi uomini erano già morti a bordo del sommergibile, annegati nei compartimenti più danneggiati, che già si erano allagati. Le cannonate continuavano a scoppiare tutt’intorno; il timoniere Salvatore Grande – che ricordò in seguito che il mare “si tingeva di rosso” –, appena diciassettenne (si era arruolato volontario a quindici anni), ed il marinaio Giorgio Bergani, dopo essersi buttati in acqua, videro che l’aspirante guardiamarina Mario Marinelli, ventenne, era gravemente ferito, chiedeva aiuto: lo raggiunsero, lo afferrarono per le braccia e cercarono di riportarlo a bordo del sommergibile che ancora galleggiava, ma prima che potessero riportarlo sull’Ascianghi il giovane ufficiale fu colpito un’altra volta, morì. Il corpo ricadde in acqua, scomparve.
Dopo l’emersione, l’Ascianghi rimase a galla soltanto per pochi minuti: le molte cannonate incassate, ed in particolare una via d’acqua a poppa, ne determinarono il rapido affondamento alle 16.23 (altre fonti parlano delle 16 circa, o delle 16.30). Secondo le fonti italiane il sommergibile affondò di poppa nel punto 37°09’ N e 15°22’ E, una decina di miglia a sudest di Augusta (per altra fonte, invece, una decina di miglia a nordest di quella città) e circa undici miglia al traverso della penisola di Magnisi; le fonti britanniche indicano invece come posizione 37°09’ N e 14°22’ E, ma deve trattarsi evidentemente di un errore di trascrizione – 14° anziché 15° –, dal momento che detta posizione si trova sulla terraferma.

Furono le stesse unità affondatrici a recuperare i sopravvissuti dell’Ascianghi, lanciando loro delle cime con le quali i naufraghi, laceri e sporchi di nafta, furono issati a bordo. In tutto si salvarono 27 tra ufficiali (compresi il comandante Fiorini ed il direttore di macchina capitano G.N. Vittorio Rosati), sottufficiali e marinai, in parte feriti. Tra questi ultimi era anche Andrea D’Alessandro, ferito all’occhio sinistro, che fu raccolto dal Laforey.
La maggior parte delle fonti riferisce che le vittime furono 23; dalla consultazione dell’Albo d’Oro dei Caduti e Dispersi della Marina Militare nella seconda guerra mondiale risulta che 21 uomini morirono (tutti dichiarati dispersi) nell’affondamento del sommergibile, un ventiduesimo (il marinaio cannoniere Alfonso Micellino) morì a Malta due giorni dopo, presumibilmente per le ferite riportate, mentre un ventitreesimo (il marinaio motorista Giuseppe Cartelli) morì in Italia nel dopoguerra, nel febbraio 1946, per cause di servizio (presumibilmente i postumi di ferite subite nell’affondamento, o le conseguenze della prigionia). Risulterebbe quindi che l’equipaggio dell’Ascianghi al momento dell’affondamento fosse composto da 48 uomini, di cui 21 morirono nell’affondamento o subito dopo e 27 furono tratti in salvo dalle navi britanniche; dei 27 superstiti uno morì due giorni dopo per le ferite subite, ed un altro morì nel dopoguerra per postumi delle ferite o della prigionia. Qualcuno dei 21 uomini che risultano dispersi nell’affondamento morì a bordo delle navi soccorritrici subito dopo il salvataggio, come il sergente segnalatore Giovanni Nozze il quale, ferito gravemente, spirò a bordo di uno dei cacciatorpediniere e venne avvolto in un lenzuolo e sepolto in mare. Per una fonte, sarebbero stati due i naufraghi italiani deceduti a bordo dei cacciatorpediniere poco dopo il salvataggio.

Alle 13.38 dello stesso 23 luglio, in acque vicinissime a quelle in cui fu poco dopo affondato l’Ascianghi (37°05'5" N e 15°24'2" E, al largo di Siracusa), l’incrociatore leggero britannico Newfoundland (capitano di vascello William Rudolph Slayter), facente parte della "Support Force East" e da poco uscito da Augusta per trasferirsi a Malta insieme al gemello Mauritius ed ai cacciatorpediniere Loyal, Lookout e Laforey, era stato colpito a poppa sinistra da un siluro, riportando danni molto gravi alle strutture poppiere (con anche la distruzione del timone) oltre ad una vittima e 6 feriti tra l’equipaggio. Raggiunta faticosamente Malta, il Newfoundland necessitò di riparazioni che si protrassero fino all’aprile 1944 (e cui seguì poi un periodo di raddobbo, per cui l’incrociatore tornò operativo solo in novembre).
All’epoca si credette, da parte britannica, che l’Ascianghi fosse il sommergibile che aveva silurato il Newfoundland, e questa versione fu riportata per lungo tempo (e talvolta lo è tuttora) sia dalle fonti italiane che da quelle anglosassoni, anche ufficiali. Il capitano di vascello Hutton, comandante del Laforey, era convinto di aver affondato il siluratore del Newfoundland: nel suo rapporto scrisse che «Alle 15.41 l’U-Boat ebbe la temerità di lanciare due siluri al Laforey, i quali mancarono a poppavia. Risalendo la scia [dei siluri] venne ottenuto un buon contatto e dopo cinque attacchi con cariche di profondità da parte di Laforey ed Eclipse il sommergibile emerse e venne affondato a cannonate alle 16.23. Recuperai un sopravvissuto che mi informò che [il sommergibile] era l’Ascianghi e che aveva lanciato quattro siluri contro il Newfoundland due ore prima».
Negli anni Ottanta, tuttavia, un più attento confronto degli orari e dei rapporti delle unità coinvolte ha mostrato che l’orario dell’attacco dell’Ascianghi era del tutto incompatibile con quello del danneggiamento del Newfoundland; mentre risultava coerente con questo evento l’attacco di un altro sommergibile, il tedesco U 407 (tenente di vascello Ernst-Ulrich Brüller), che un paio d’ore prima dell’Ascianghi, alle 13.37, aveva lanciato anch’esso due siluri contro un incrociatore britannico (facente parte di un gruppo formato da due incrociatori e quattro cacciatorpediniere), praticamente nelle stesse acque (37°03' N e 15°24' E), avvertendo una detonazione dopo un minuto e dieci secondi. Dopo il lancio l’U 407 era riuscito ad allontanarsi indisturbato verso il largo, mentre la reazione della scorta (8th Destroyer Flotilla, di cui facevano parte anche il Laforey e l’Eclipse, distaccati con altre unità per dare la caccia al sommergibile siluratore) si era concentrata sullo sfortunato Ascianghi, ritenuto a torto il “colpevole” (secondo il libro "La partecipazione tedesca alla guerra aeronavale nel Mediterraneo" di Francesco Mattesini, l’Ascianghi avrebbe inconsapevolmente attaccato i tre cacciatorpediniere che, dopo il siluramento del Newfoundland, erano impegnati nella ricerca, verso nord, del sommergibile che lo aveva silurato; avvistate e risalite le scie dei siluri che l’Ascianghi aveva lanciato contro di essi, erano passati al contrattacco e lo avevano affondato). I sopravvissuti dell’Ascianghi avevano identificato la nave da loro attaccata come un incrociatore, ma con ogni probabilità si trattava in realtà del Laforey. Oggi si ritiene pertanto che sia stato l’U 407 a silurare il Newfoundland.

I superstiti dell’Ascianghi, sorvegliati a vista dopo il salvataggio, furono portati inizialmente a Malta, dove i feriti poterono ricevere le necessarie cure ed i più gravi vennero ricoverati nel locale ospedale (tra questi anche Andrea D’Alessandro, che venne sottoposto ad un’operazione all’occhio ferito); poi, i 21 uomini rimasti illesi furono imbarcati su un’altra nave che li portò ad Algeri, da dove furono inviati nel campo di prigionia numero 211, in Algeria. Durante il viaggio da Malta ad Algeri, i naufraghi dell’Ascianghi rischiarono nuovamente di morire in mare, quando la loro nave venne attaccata da aerei tedeschi; uno di essi, Giorgio Bergoni, disse ai compagni: «A casa non si torna più. Ragazzi, moriremo tutti». Per fortuna, la sua previsione si rivelò troppo pessimistica; la nave non fu colpita. Sempre durante quel viaggio verso la prigionia, i 21 uomini dell’Ascianghi imbarcati sulla nave diretta in Algeria ebbero un’idea quasi romanzesca, forse piuttosto bizzarra col senno di poi: per tentare di informare i famigliari e le fidanzate, che a casa certamente ignoravano la loro sorte, di quanto era accaduto e della loro situazione, scrissero i loro nomi su un pezzo di carta, insieme ad un semplice messaggio: «Siamo vivi!». Arrotolarono il pezzo di carta, lo infilarono in una bottiglia, poi gettarono la bottiglia in mare attraverso un oblò. Le probabilità che quel messaggio in bottiglia approdasse in Italia, e raggiungesse qualcuno che conosceva uno dei superstiti dell’Ascianghi, erano molto tenui, prossime a zero.
La vita nel campo 211 si rivelò un inferno, il trattamento riservato ai prigionieri era pessimo; alla fine alcuni di essi, tra cui il timoniere Salvatore Grande dell’Ascianghi, presero la decisione di fuggire. Il primo tentativo fallì: Grande venne ricatturato e per punizione fu rinchiuso per 18 giorni in una minuscola tenda adibita a prigione. Miglior fortuna ebbe il secondo tentativo, nel quale un gruppetto di prigionieri scavò un tunnel partendo da un foro praticato nel pavimento dei bagni. Fuggito dal campo, Grande riuscì a rientrare rocambolescamente in Italia, quasi un anno dopo l’affondamento dell’Ascianghi; riuscì anche ad essere reintegrato nei ranghi della Marina, ora co-belligerante con gli Alleati in seguito all’armistizio dell’8 settembre, e dal 1945 imbarcò nuovamente su un sommergibile. Avrebbe lasciato la Marina nel 1949.
Il comandante Fiorini, prigioniero per trenta mesi dapprima in Algeria e poi in Inghilterra, fu rimpatriato il 31 marzo 1946, a guerra finita – in Europa – da quasi undici mesi. L’inchiesta sulla sua condotta in occasione della perdita dell’Ascianghi diede un giudizio positivo (il Ministro della Marina, Giuseppe Micheli, gli scrisse in proposito il 14 ottobre 1946: «Ho esaminato la relazione della Commissione Speciale d’Inchiesta, in merito all’affondamento dell’Ascianghi avvenuto il 23 luglio 43 al largo di Augusta e di cui Lei era il Comandante. Da esso ho rilevato che Ella, si comportò con perizia e slancio durante un attacco contro caccia nemici e quando in seguito a grosse avarie riportate dall’Unità al Suo Comando, come da conseguenza avversaria, si trovò nella dura necessità di dover scegliere tra il perdere l’Unità con tutto l’equipaggio, o perderla cercando di salvare il personale, giustamente decise per quest’ultima soluzione. Giudico, pertanto, il Suo comportamento conforme alle leggi dell’onore militare e dai doveri derivanti dalla situazione contingente»). Fiorini proseguì la sua carriera in Marina nel dopoguerra, raggiungendo il grado di contrammiraglio; morì a Roma il 19 novembre 1983, all’età di 67 anni.
Ma la storia dell’Ascianghi, prima di giungere al termine, doveva avere ancora un ultimo, incredibile risvolto. Nel 1999 una giovane ambientalista siciliana, dedita a passeggiare per le spiagge ripulendole dai rifiuti abbandonati dai bagnanti o portati a riva dal mare, trovò su una spiaggia vicino a Catania – non molto lontano dalle stesse acque in cui l’Ascianghi era affondato – una vecchia bottiglia, gettata sulla battigia dalle onde. Al suo interno era visibile un biglietto: presa da curiosità, la ragazza – si chiamava Carmela – lo aprì e vi trovò i nomi di 21 uomini, insieme ad uno strano messaggio. Intraprese delle ricerche, riuscì a rintracciare uno di quei ventuno, ottenerne il recapito telefonico, contattarlo: era Salvatore Grande, ormai settantaquattrenne, pensionato e con due figli, residente a Napoli ed ancora in forma. Fu lui a raccontare alla ritrovatrice la storia incredibile di quella bottiglia che ventuno uomini disperati, prigionieri e isolati dal resto del mondo, avevano affidato alle onde tanti anni prima, da bordo della nave che li portava verso l’Algeria. Dopo 56 anni, il messaggio era arrivato a destinazione.
La vicenda del messaggio in bottiglia è confermata anche da Giorgio Tortora, figlio di un altro sopravvissuto dell’Ascianghi, il quale diversi anni dopo – il 25 novembre 2013 – raccontò al programma radiofonico "Voi siete qui", in onda su Radio 24, una storia ancora più stupefacente: nell’estate del 1999, Tortora aveva rivolto mentalmente al defunto padre, durante una visita al cimitero, il seguente pensiero: “Papà, dicevi sempre di non essere un credente, ma di invidiare chi una fede ce l’aveva (…) Ora però tu sai come stanno le cose e se davvero lì dove sei esiste qualcosa e tu ancora esisti, vorrei tanto che me lo facessi sapere… in qualche modo. Se vuoi… e se puoi…” Pochi giorni dopo, era giunta la notizia del ritrovamento della bottiglia sulla spiaggia di Catania, con i nomi e il messaggio «Siamo vivi!».

Caduti tra l’equipaggio dell’Ascianghi:

Ottavio Betetto, marinaio motorista, da Abano Terme, disperso
Saverio Bruno, marinaio silurista, da Erice, disperso
Alberto Cacace, marinaio silurista, da Taranto, disperso
Giovanni Carozzo, marinaio elettricista, da Sestri Levante, disperso
Giuseppe Cartelli, marinaio motorista, da Francofonte, deceduto in Italia l’1/2/1946
Alberto Cellone, sottocapo cannoniere, da Bruino, disperso
Modesto Falconi, marinaio elettricista, da Roma, disperso
Filippo Ferrari, sottocapo radiotelegrafista, da Monterotondo, disperso
Filomeno Lacitignola, capo silurista di terza classe, da Monopoli, disperso
Mario Marinelli, aspirante guardiamarina, da Civitanova Marche, disperso
Alfonso Micellino, marinaio cannoniere, da Torre Pellice, deceduto a Malta il 25/7/1943
Antonio Modolfino, marinaio elettricista, da Sessa Aurunca, disperso
Renzo Moroni, marinaio radiotelegrafista, da Mantova, disperso
Camillo Morsella, marinaio fuochista, da San Valentino in Abruzzo, disperso
Bruno Mozzachiodi, secondo capo elettricista, da Riccò del Golfo di Spezia, disperso
Celestino Murgia, marinaio nocchiere, da Serramanna, disperso
Giovanni Nozze, sergente segnalatore, da Vicenza, disperso
Vittorio Pelliccione, sottocapo elettricista, da Civitella Roveto, disperso
Giacinto Petrella, sottocapo silurista, da Pozzilli, disperso
Antonio Pietrini, marinaio silurista, da Casola in Lunigiana, disperso
Angelo Pippa, marinaio nocchiere, da Torri del Benaco, disperso
Saverio Russo, secondo capo motorista, da Roccabascerana, disperso
Vittorio Siena, marinaio, da Senigallia, disperso


La Marina Militare ha periodicamente commemorato l’affondamento dell’Ascianghi con il lancio di una corona d’alloro sul punto dell’affondamento, nel suo anniversario. Il 23 luglio 2013, settantesimo anniversario dell’affondamento, un’imbarcazione di rappresentanza con a bordo l’ammiraglio Roberto Camerini (comandante di Marisicilia ed anch’esso sommergibilista in passato), il cappellano militare don Paolo Spinella, il direttore del Museo della Piazzaforte di Augusta Antonello Forestiere, lo storico locale Francesco Migneco (promotore della commemorazione) ed alcuni ufficiali si è portata al largo di Augusta, dove l’aiutante di bandiera dell’ammiraglio Camerini, tenente di vascello Umberto Castronovo, ha dato lettura dei nomi degli scomparsi, accompagnando ciascuno con un minuto di silenzio; dopo una breve omelia di suffragio da parte di don Spinella, è stata deposta in mare una corona d’alloro, benedetta dal cappellano. Ha scritto un giornalista locale, presente alla cerimonia: “Anche se per motivi contingentali, quel simbolo non è stato posato alle otto miglia dalla nostra costa ove avvenne l’affondamento, bensì a circa tre miglia, tuttavia l’abbiamo visto allontanarsi placidamente tra le onde, quasi a dimostrare di conoscere la rotta e di aver fretta di raggiungere quel luogo che custodisce quei 23 giovani, cui il destino negò di conoscere la vita”.
Una nuova, analoga cerimonia si è tenuta il 24 luglio 2015, alla presenza del nuovo comandante di Marisicilia, ammiraglio Nicola De Felice. È stata lanciata in mare una corona di fiori, benedetta dal cappellano militare Don Nicola Minervini.
Il 13 luglio 2016 (con dieci giorni di anticipo rispetto alla data inizialmente prevista, che coincideva con il 73° anniversario dell’affondamento, allo scopo di approfittare della presenza ad Augusta della Palinuro) la nave scuola Palinuro, partita da Augusta, ha deposto in mare una corona d’alloro alla presenza del figlio di Sebastiano Pavone (da Acireale), superstite dell’Ascianghi (il quale durante la cerimonia ha ricordato come il padre, gravemente ferito, si fosse prodigato per aiutare altri compagni durante l’affondamento, e ciononostante, come molti sopravvissuti ad eventi del genere, provasse a distanza di anni un “senso di colpa”), dell’ammiraglio De Felice, dello storico locale Francesco Migneco e delle rappresentanze di diverse associazioni d’arma (tra cui l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia, la sezione di Acireale dell’Istituto del Nastro Azzurro, la sezione di Acireale dell’Associazione Arma Aeronautica e l’Assoarma/UNUCI, rappresentata dall’ammiraglio Zanghi). Con una solenne cerimonia, davanti al picchetto d’onore schierato, è stato suonato il silenzio e sono stati letti i nomi degli uomini dell’Ascianghi che riposano ancor oggi nella loro “bara di ferro” al largo di Augusta. A quanto risulta, nel 2016 era ancora in vita un solo sopravvissuto dell’Ascianghi, non più in grado di camminare.
La cerimonia commemorativa del 2017 si è svolta il 24 luglio presso il Monumento ai Caduti del Mare del comprensorio Terravecchia di Marisicilia, anziché in mare aperto come in precedenza. Hanno presenziato ancora una volta l’ammiraglio De Felice, altri rappresentanti delle autorità civili e militari della provincia di Siracusa, lo storico augustano Migneco – promotore per anni di iniziative volte a ricordare la tragedia dell’Ascianghi –, i discendenti di alcuni marinai caduti sull’Ascianghi ed anche la figlia del comandante Fiorini, Rossella.
Un modello in scala dell’Ascianghi è esposto nel Museo della Piazzaforte di Augusta, insieme all’elenco nominativo dei marinai periti nel suo affondamento, posto nel settantesimo anniversario dell’affondamento.


L’affondamento dell’Ascianghi e le vicissitudini dei sopravvissuti in un’intervista di Andrea Illiano al superstite Salvatore Grande, nato a Potenza nel 1925 ed arruolatosi volontario in Marina a soli quindici anni (da “Il mattino” del 24 luglio 2000):

"Ci descriva le fasi dell’affondamento dell’Ascianghi.
«Furono momenti terribili. Una esperienza che non si può dimenticare. Ero il timoniere «verticale» e ricordo ancora il rumore delle esplosioni che facevano tremare lo scafo. Molti film sono stati girati per testimoniare quei giorni tragici della Seconda guerra mondiale o di altre guerra sotto i mari. Ma non si possono riportare sullo schermo le sensazioni di paura e di terrore disegnate sui volti dei sommergibilisti. La nostra meta era la Sicilia. Nel tratto Siracusa - Catania avvistammo una flotta inglese, il comandante Mario Fiorini decise di lanciare due siluri, ma il contrattacco non si fece attendere. Fu scagliata, subito, contro di noi l’unità antisommergibile. L’Ascianghi fu colpito a poppa, lesioni gravi furono riportate anche a prua. Eravamo spacciati».
A quel punto bisognava solo uscire dal sommergibile..
«Certo, ma ci volle un tempo incredibile per aprire il portello, pochi minuti lunghissimi, in cui si sentivano i boati di morte. Il bombardamento continuava e noi eravamo lì, facile bersaglio».
Dopo l’affondamento dell’Ascianghi, cosa accadde?
«Venni fatto prigioniero dagli inglesi durante le operazioni successive allo sbarco in Sicilia. Venni condotto ad Algeri, nel campo 211».
Che accadde durante la sua prigionia?
«Una vita d’inferno. Nessuno di noi riusciva a resistere, tanto è vero che studiammo una evasione. Ce la facemmo soltanto al secondo tentativo. La prima volta mi presero e fui rinchiuso per diciotto giorni in una tenda piccolissima. Ma la seconda volta riuscimmo a scappare».
Quale fu il piano di fuga?
«Facemmo un buco nel pavimento dei bagni e scavammo un tunnel attraverso il quale riuscimmo a guadagnare la libertà».
Poi cosa accadde?
«Non posso raccontare come ma arrivammo in Italia. Era passato quasi un anno dalle peripezie a bordo dell’Ascianghi. Fui reintegrato nei ranghi della marina e nel ‘45 nuovamente imbarcato su un sommergibile. Dopo quattro anni lasciai la Marina».
Ha mai cercato di sapere che fine avevano fatto tutti i suoi compagni di sventura?
Non ho mai smesso di sperare di rincontrare i miei compagni superstiti. Ne ho ritrovati tre, Vardo Santini, di Genova, Antonio D’Alessandro, di Roma, Giuseppe Compagnoni di Lezise (lago di Garda)»
Ritorniamo all’affondamento. Voi, superstiti riusciste a rimanere uniti?
«Sì, anche se era difficile. Furono giorni terribili, di terrore, di morte improvvisa, di violenza. Il sergente Giovanni Nozze, ferito gravemente morì sulla nave inglese. Il suo corpo, avvolto in un lenzuolo, fu buttato in mare. Eravamo disperati, sicuri di andare incontro alla morte. A Malta i feriti furono curati, ma ci aspettavano giorni duri di prigionia».
Quale l’immagine di quei giorni che le torna ancora in mente?
«Quando uscimmo dal sommergibile e le bombe continuavano ad esplodere, l’acqua si tingeva di rosso, dovunque era morte. Fu allora che vidi l’aspirante Guardiamarina, Mario Marinelli, 20 anni, urlava dal dolore, chiedeva aiuto, era ferito, io e Giorgio Bergani tentammo di farlo salire su ciò che rimaneva del sommergibile. Lo prendemmo tra le braccia, eravamo pronti a issarlo, ma una bomba lo raggiunse prima, il suo corpo scivolò, squarciato, in acqua. Era morto tra le mie braccia»."


L’affondamento dell’Ascianghi nel ricordo del sopravvissuto Andrea D’Alessandro, nato a Roma nel 1923, volontario in Marina (intervista del 1998 tratta dal defunto sito www.utenti.tripod.it/falcesoft):

"Fu un giorno tristissimo il 23 luglio 1943. Ero allora imbarcato sul Regio Sommergibile "Ascianghi", quando in servizio agli idrofoni si presentò un’intera squadra navale nemica.
Il Comandante S. Ten. Vasc. Mario Fiorini diede l'ordine di venire a quota periscopica e al personale di schierarsi al posto di combattimento. Superò gli sbarramenti difensivi, scelse il bersaglio più grosso e lanciò una coppia di siluri che si presume colpisse l'incrociatore. Dico "si presume" perché il sommergibile non ebbe il tempo di raggiungere la quota di sicurezza e venne raggiunto da una gragnola di bombe in profondità. Colpito a morte e costretto a risalire in superficie, non fece in tempo ad accettare battaglia perché fu centrato dalle batterie di cannone di due caccia inglesi; così lentamente affondò, mentre io, ferito, fui preso a bordo del caccia inglese "Foly" [Laforey], assieme ad altri 23 naufraghi, e portato all'ospedale di Malta, dove venni operato all'occhio sinistro e curato."
 
Un’altra immagine dell’Ascianghi (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)


1 commento:

  1. I mio papà era li … grazie per l'incredibile articolo, bellissimo!

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