mercoledì 7 febbraio 2018

Lanciere

Il varo del Lanciere (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)

Cacciatorpediniere della prima serie della classe Soldati (dislocamento standard 1850 tonnellate, in carico normale 2140 tonnellate, a pieno carico 2460 tonnellate).

Breve e parziale cronologia.

1° febbraio 1937
Impostazione nei Cantieri del Tirreno di Riva Trigoso (numero di costruzione 131).
18 dicembre 1938
Varo nei Cantieri del Tirreno di Riva Trigoso.


Altre due immagini del varo (da E. Bo, “Riva Trigoso, il cantiere e la sua storia”, via Franco Lena e www.naviearmatori.net)


20 aprile 1939
Entrata in servizio.
Giugno 1939
Il Lanciere e gli undici gemelli ricevono, a Livorno, le rispettive bandiere di combattimento, offerte dalle Associazioni d’Arma delle diverse Armi di cui i vari cacciatorpediniere portano il nome.
Il Lanciere va poi a formare la XII Squadriglia Cacciatorpediniere insieme ai gemelli CarabiniereAscari e Corazziere. Tale Squadriglia viene assegnata alla scorta dell’incrociatore pesante Pola, nave ammiraglia della 1° Squadra Navale (per altra fonte la XII Squadriglia sarebbe stata assegnata alla scorta della III Divisione Navale – incrociatori pesanti Trento, Trieste e Bolzano –, ma in realtà questo risulterebbe essere il ruolo assegnato alla XI Squadriglia).
23 maggio 1940
In mattinata il Lanciere ed il gemello Corazziere salpano da La Spezia per scortare a Taranto la nuovissima corazzata Littorio, appena completata. Lanciere e Corazziere scortano la Littorio fino a Messina, poi vengono sostituiti dai cacciatorpediniere Freccia e Saetta per il tratto finale del viaggio.
8 giugno 1940
Il Lanciere (capitano di vascello Carmine D’Arienzo), il Corazziere (capitano di fregata Carlo Avegno), gli incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano (capitano di vascello Mario Azzi, nave di bandiera dell’ammiraglio di divisione Alberto Marenco di Moriondo) e Luigi Cadorna (capitano di vascello Romolo Polacchini) e le torpediniere Polluce (tenente di vascello Ener Bettica) e Calipso (tenente di vascello Giuseppe Zambardi), dopo aver imbarcato (in rada gli incrociatori, a Punta Cugno le altre unità) in tutto 428 mine tipo Wickers Elia (146 sul Da Barbiano, 118 sul Cadorna, 54 su ciascun cacciatorpediniere e 28 su ogni torpediniera), lasciano Augusta per effettuare nella notte successiva la posa dello sbarramento offensivo «L K» (Lampedusa-Kerkennah) nel Canale di Sicilia (tale sbarramento è inteso soprattutto ad evitare azioni offensive, nelle acque della Tripolitania, da parte di navi francesi provenienti dalla Tunisia), composto da quattro segmenti paralleli orientati per 233° («A» di 146 mine, «B» di 118 mine, «C» di 108 mine e «D» di 56 mine) ma all’ultimo momento si decide di rimandare la missione di ventiquattr’ore, dunque le navi vengono fatte tornare in porto.
9 giugno 1940
LanciereCorazziereDa BarbianoCadornaPolluce e Calipso partono di nuovo da Augusta alle 16. Alle 16.45 i due incrociatori, preceduti di 3000 metri da Lanciere e Corazziere, superano le ostruzioni a 26 nodi, poi seguono le rotte costiere di sicurezza, scortati da due idrovolanti antisommergibile CANT Z decollati da Augusta. Alle 17.50 si uniscono al gruppo anche le due torpediniere. Alle 19.30 le navi lasciano le rotte di sicurezza, ed i cacciatorpediniere si accodano agli incrociatori mentre cessa la scorta aerea antisommergibile. Alle 20.30 le navi accostano per 222° facendo rotta su Lampedusa.
10 giugno 1940
Alle 00.03 viene data libertà di manovra per la posa delle mine, compiuta con rotta 223° e velocità 16 nodi. Lanciere e Corazziere posano le 108 mine del tratto assegnato, il «D» (lunghezza 10.700 metri, iniziando nel punto 35°03’ N e 11°57’40” E e terminando nel punto 34°59’ N e 11°51’40” E, il tratto più meridionale dello sbarramento «L K»), tra l’1.49 e le 2.12.
Nel frattempo, le torpediniere posano il tratto «A» (56 mine) tra l’1.25 e l’1.37, il Da Barbiano posa il tratto «B» (146 mine) tra l’1.03 e l’1.39, ed il Cadorna posa il tratto «C» (118 mine) tra l’1.25 e l’1.49. La profondità a cui sono posate le mine è di quattro metri, la distanza tra ogni ordigno di cento metri.
Subito dopo la posa, il Lanciere avvista delle unità sconosciute con i fanali accesi.
Alle 4.20 le navi del gruppo si avvistano a vicenda ed iniziano la riunione, conclusa la quale, alle 4.42, comincia la navigazione di rientro verso Augusta, a 25 nodi, con le siluranti in scorta ravvicinata. Alle 10.15 viene avvistato un idrovolante quadrimotore francese, proveniente da Malta e diretto verso ovest. Alle 12.25 la formazione (con le torpediniere a proravia degli incrociatori ed i cacciatorpediniere a poppavia di questi ultimi) imbocca le rotte costiere di sicurezza della Sicilia, nuovamente sotto la scorta di due idrovolanti CANT Z antisommergibile inviati da Augusta. Alle 15.45 le navi superano le ostruzioni ed entrano nel porto di Augusta.
Proprio su una mina della spezzata «D» dello sbarramento «L K», quella posata da Lanciere e Corazziere, affonderà senza superstiti, tra il 13 ed il 16 dicembre 1940, il sommergibile della Francia Libera Narval (capitano di vascello François Drogou). Il ritrovamento, nel novembre 1957, del suo relitto, a 9 miglia per 68° dalla boa numero 3 delle secche di Kerkennah (cioè proprio nella posizione in cui sono state posate le mine della spezzata «D»; coordinate 35°03’ N e 11°53’ E), con la prua distrutta da un’esplosione, confermerà tali circostanze.
Poche ore dopo la posa di questo campo minato, l’Italia entra nella seconda guerra mondiale.
Il Lanciere, insieme ai gemelli Ascari, Carabiniere e Corazziere, forma la XII Squadriglia Cacciatorpediniere, di cui proprio il Lanciere (capitano di vascello Carmine D’Arienzo) è caposquadriglia.
Lo stesso 10 giugno, alle 19.10, il Lanciere ed il resto della XII Squadriglia (AscariCarabiniereCorazziere) salpano da Napoli insieme alla VII Divisione Navale (incrociatori leggeri Muzio Attendolo ed Emanuele Filiberto Duca d’Aosta) per fornire copertura alla X Squadriglia Cacciatorpediniere (MaestraleGrecaleLibeccioScirocco), inviata ad effettuare una ricognizione notturna tra Marettimo e Capo Bon.
11 giugno 1940
In mattinata, la VII Divisione e la XII Squadriglia si uniscono ad un altro gruppo partito da Messina e composto dagli incrociatori pesanti Pola (nave ammiraglia), Trento e Bolzano (III Divisione Navale) e dai quattro cacciatorpediniere della XI Squadriglia (Aviere, Artigliere, Geniere, Camicia Nera).
Le navi procedono poi fino a nord di Favignana, a protezione sia della X Squadriglia che di un gruppo di unità che rientrano alla base dopo aver posato un campo minato.
Tutte le navi rientrano alle basi entro la sera dell’11 giugno.
12 giugno 1940
Alle 00.20 il Lanciere (caposquadriglia), insieme al resto della XII Squadriglia Cacciatorpediniere (AscariCorazziere, Carabiniere), alla XI Squadriglia Cacciatorpediniere (Aviere, Artigliere, Geniere, Camicia Nera), all’incrociatore pesante Pola ed alla III Divisione Navale (incrociatori pesanti Trento e Bolzano), salpa da Messina per intercettare due incrociatori britannici (il Caledon ed il Calypso) avvistati da dei ricognitori a sud di Creta, diretti verso ovest (gran parte della Mediterranean Fleet, al pari di una squadra navale francese, è infatti uscita in mare a caccia, infruttuosa, di naviglio italiano).
(Per altra fonte le navi sarebbero uscite in mare per dare la caccia ad un convoglio britannico, segnalato da un ricognitore al largo di Creta ed avente rotta ovest; segnalazione che si rivela poi errata).
Al contempo salpano da Taranto, per fornire loro appoggio, la I (incrociatori pesanti ZaraFiume e Gorizia) e VIII Divisione Navale (incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi) e la IX (Vittorio AlfieriAlfredo OrianiVincenzo GiobertiGiosuè Carducci) e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere (Nicoloso Da ReccoEmanuele PessagnoAntoniotto Usodimare).
Alle 9, dato che nuovi voli di ricognizione non sono più riusciti a trovare le navi nemiche, tutte le unità italiane ricevono ordine di tornare in porto.
A mezzogiorno il sommergibile britannico Orpheus (capitano di corvetta James Anthony Surtees Wise), in agguato 70 miglia a nordest di Malta, avvista il Pola, la III Divisione e le Squadriglie Cacciatorpediniere XI e XII (meno il Geniere, che è dovuto rientrare in porto da qualche ora), in navigazione con rotta nord/nordovest. Forse perché troppo lontano, il sommergibile non attacca.
22 giugno 1940
La XII Squadriglia Cacciatorpediniere, col Lanciere come caposquadriglia, prende il mare insieme alle Squadriglie Cacciatorpediniere IX e X ed alle Divisioni incrociatori I (ZaraFiumeGorizia), II (Giovanni delle Bande Nere e Bartolomeo Colleoni) e III (Trento e Bolzano) nonché all’incrociatore pesante Pola (nave ammiraglia del comandante superiore in mare; è in mare tutta la 2a Squadra Navale, più la I Divisione), per fornire copertura alla VII Divisione ed alla XIII Squadriglia Cacciatorpediniere, inviate a compiere un’incursione contro il traffico mercantile francese nel Mediterraneo occidentale, dopo che intercettazioni radio e ricognizioni aeree eseguite tra il 19 ed il 21 giugno hanno posto in evidenza l’esistenza di un intenso traffico convogliato dalla Provenza verso l’Algeria, scortato da forze leggere e regolato in modo da giungere all’alba presso la costa dell’Algeria dopo essere passato verso mezzogiorno del giorno precedente sul parallelo di Minorca, 50-70 miglia ad est di Port Mahon.
Le forze della 2a Squadra, partite da Messina (Pola e III Divisione), Augusta (I Divisione, lì giunta da Taranto la notte tra il 21 ed il 22) e Palermo (II Divisione) il 22 giugno, si riuniscono al tramonto dello stesso giorno a nord di Palermo. La formazione fa rotta fino ad un punto situato 40 miglia ad ovest dell’isola di San Pietro (Sardegna), da dove poi tenersi pronta ad intervenire a supporto della VII Divisione in caso di necessità (la VII Divisione ha l’ordine di impegnarsi decisamente in caso d’incontro con forze nemiche non superiori, mentre nel caso di incontro con forze nettamente superiori dovrebbe ripiegare per attirarle verso il punto in cui le altre tre Divisioni devono trovarsi per darle manforte).
23 giugno 1940
Le ricerche della ricognizione aerea, sia da parte dei velivoli catapultati dalle navi che di quelli di base a terra, non trovano nessuna nave nemica, anche a causa delle avverse condizioni del tempo (nubi basse, piovaschi e foschia).
24 giugno 1940
La XII Squadriglia e le altre unità rientrano alle rispettive basi.
7 luglio 1940
Il Lanciere (capitano di vascello Carmine D’Arienzo, caposquadriglia), insieme al resto della XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Carabiniere, Ascari e Corazziere), salpa da Augusta unitamente all’incrociatore pesante Pola (nave di bandiera dell’ammiraglio di squadra Riccardo Paladini, comandante la 2a Squadra), alla I Divisione Incrociatori (incrociatori pesanti Zara, Fiume, Gorizia) ed alla IX Squadriglia Cacciatorpediniere (Vittorio Alfieri, Alfredo Oriani, Vincenzo Gioberti, Giosuè Carducci), mentre da Messina e Palermo prendono il mare le Divisioni Incrociatori III (Trento, Bolzano) e VII (Eugenio di Savoia, Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Muzio Attendolo, Raimondo Montecucccoli) e le Squadriglie Cacciatorpediniere XI (Aviere, Artigliere, Geniere, Camicia Nera) e XIII (Granatiere, Bersagliere, Fuciliere, Alpino), che – insieme alle unità salpate da Augusta – compongono la 2a Squadra Navale.
Loro compito è scortare a distanza un convoglio salpato da Napoli alle 19.45 del 6 e diretto a Bengasi con un carico di 232 veicoli, 10.445 tonnellate di materiali vari e 5720 tonnellate di carburante, oltre a 2190 uomini; lo formano le motonavi da carico Marco FoscariniFrancesco Barbaro (salpata da Catania alle 12 del 7) e Vettor Pisani e le motonavi passeggeri Esperia e Calitea, con la scorta diretta dei due incrociatori leggeri della II Divisione (Giovanni delle Bande Nere e Bartolomeo Colleoni), dei quattro cacciatorpediniere della X Squadriglia (Maestrale, Grecale, Libeccio, Scirocco), delle quattro torpediniere della IV Squadriglia (Procione, Orsa, Orione, Pegaso) e delle vecchie torpediniere Rosolino Pilo e Giuseppe Missori
La XII Squadriglia Cacciatorpediniere è assegnata alla scorta del Pola, nave ammiraglia della 2a Squadra.
La 1a Squadra Navale (V Divisione con le corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour, IV e VIII Divisione con sei incrociatori leggeri, VII, VIII, XV e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere con 13 unità) esce anch’essa in mare a sostegno dell’operazione. Comandante superiore in mare è l’ammiraglio di squadra Inigo Campioni, con bandiera sulla Cesare.
Le unità della 1a e della 2a Squadra salpano tra le 12.30 e le 18 del 7 luglio da Augusta (Pola, I e II Divisione), Messina (III Divisione), Palermo (VII Divisione) e Taranto (IV, V e VIII Divisione).
La 2a Squadra si pone 35 miglia ad est del convoglio, tranne la VII Divisione con la XIII Squadriglia, che viene invece posizionata 45 miglia ad ovest.
8 luglio 1940
L’operazione va a buon fine (il convoglio raggiunge Bengasi tra le 18 e le 22 dell’8), ed alle 14.30 le navi delle due squadra navali iniziano la navigazione di rientro.
Ma alle 15.20, a seguito dell’avvistamento di una formazione britannica – anche la Mediterranean Fleet, infatti, è in mare a protezione di convogli – la 1a e la 2a Squadra Navale dirigono per intercettare le navi nemiche (che si teme dirette a bombardare Bengasi), con l’intento di impegnarle in combattimento almeno un’ora prima del tramonto. La flotta britannica in mare, al comando dell’ammiraglio Andrew Browne Cunningham, consiste in tre corazzate (Warspite, Malaya e Royal Sovereign), una portaerei (la Eagle), cinque incrociatori leggeri (Orion, Neptune, Sydney, Liverpool, Gloucester) e 16 cacciatorpediniere (Nubian, Mohawk, Decoy, Hasty, Hero, Hereward, Stuart, Decoy, Hostile, Hyperion, Ilex, Dainty, Defender, Janus, Juno, Vampire e Voyager).
Alle 19.20, però, in seguito ad ordini di Supermarina (il comando della Regia Marina, che, a differenza dell’ammiraglio Campioni ha avuto modo di apprendere, tramite la crittografia, la reale consistenza e finalità dei movimenti britannici) la flotta italiana accosta per 330° per rientrare alle basi, con l’ordine di non impegnare il nemico. Durante l’accostata le navi vengono attaccate da alcuni velivoli con una dozzina di bombe, rispondendo con intenso tiro contraereo. Le bombe cadono vicine agli incrociatori, ma non causano danni.
9 luglio 1940
Per ordine dell’ammiraglio Paladini, la III Divisione prosegue verso nord dalle 00.45 del 9 sulla dritta di Pola e I Divisione (ammiraglio di divisione Pellegrino Matteucci, sullo Zara), sia per evitare d’incrociarsi con la VII Divisione che è in arrivo da sinistra (perché è in rotta verso lo stretto di Messina), sia per non passare in una zona nella quale Supermarina, alle 22.10, ha indicato trovarsi due sommergibili nemici.
La navigazione notturna di rientro si svolge senza grossi inconvenienti, salvo due fallimentari attacchi siluranti contro la III Divisione; la 2a Squadra (eccetto la VII Divisione, che è ancora separata da essa) accosta verso nord all’1.23.
Già dalle 22 dell’8, però, sono arrivati nuovi ordini: Supermarina teme che la Mediterranean Fleet intenda lanciare un attacco aeronavale contro le coste italiane, perciò ordina alle forze in mare di riunirsi nel punto 37°40’ N e 17°20’ E, 65 miglia a sudest di Punta Stilo, entro le 14 del 9 luglio.
Verso le quattro del mattino del 9 luglio la III Divisione passa ad est del gruppo «Cesare»; l’ammiraglio Campioni, che Paladini – assumendo che questi avesse intercettato l’ordine, inviato a mezzo radiosegnalatore – non ha informato dell’ordine alla III Divisione di proseguire verso nord (il che differisce da quanto ordinato in precedenza da Campioni), quando alle 4.30 la XV Squadriglia Cacciatorpediniere segnala grosse ombre su tale lato (che è quello da cui si prevede che possa provenire il nemico), ritiene che si tratti di unità nemiche. Vengono così inviate ad attaccarle, in rapida successione, la XV e la VIII Squadriglia Cacciatorpediniere. In realtà si tratta appunto del Bolzano e del Trento, che si trovano dove – secondo le originarie disposizioni di Campioni – non dovrebbero essere: per fortuna, i due siluri lanciati dalla XV Squadriglia mancano il bersaglio, mentre l’VIII Squadriglia riconosce la sagoma delle navi “nemiche” per quella di due incrociatori tipo “Trento”, permettendo di interrompere l’attacco e chiarire l’equivoco.
Alle 6.40 la III Divisione si ricongiunge con Pola e I Divisione, ed alle 8 viene avvistato un idroricognitore Short Sunderland che pedina la flotta italiana, tenendosi al di fuori della portata delle artiglierie contraeree (la caccia italiana, chiamata ad intervenire, non verrà però inviata ad attaccarlo).
Verso le 13, dopo una mattinata di infruttuosi voli di ricognizione, un velivolo italiano avvista la Mediterranean Fleet 80 miglia a nordest della V Divisione, ossia molto più a nord di quanto previsto, ed in posizione adatta ad interporsi tra la flotta italiana e la base di Taranto: l’ammiraglio Campioni inverte allora la rotta, ed ordina a Paladini, che si trova più a sud e sta dirigendo per ovest-sud-ovest, di fare altrettanto, accostando ad un tempo per riunire più rapidamente le due Squadre.
Verso le 13 la 1a e 2a Squadra, ormai riunite, si dispongono su quattro colonne, distanziate di cinque miglia l’una dall’altra: la XII Squadriglia, insieme alla XI Squadriglia, al Pola ed alla I e III Divisione, va a formare la seconda colonna da ovest (la prima è costituita dalla VII Divisione, la terza dalla V Divisione – rispetto alla quale la colonna con la III Divisione si trova tre miglia ad ovest, cioè sulla dritta – e la quarta dalle Divisioni IV e VIII). A causa della manovra d’inversione di rotta, il Bolzano si viene a trovare in testa al gruppo degli incrociatori pesanti, mentre il Pola, nave ammiraglia di Paladini, finisce in coda.
Tra le 13.15 e le 13.26, 45 miglia ad est-sud-est di Capo Spartivento, il gruppo «Pola» (di cui la XII Squadriglia fa parte), mentre si trova a poppa dritta della Cesare e con rotta 183° – è in corso la manovra per assumere la propria posizione nella formazione ordinata da Campioni –, viene attaccato da nove aerosiluranti Fairey Swordfish.
Gli aerei britannici, decollati dalla Eagle alle 11.45 con l’obiettivo di attaccare le corazzate italiane, che però non hanno trovato, provegono da ovest (cioè da sinistra); si avvicinano con decisione da poppavia agli incrociatori (approfittando del fatto che i cacciatorpediniere sono invece a proravia degli stessi), scendono in picchiata fino a 20-30 metri e sganciano i loro siluri da circa mille metri di distanza. Gli incrociatori si diradano, compiono rapide manovre evasive ed aprono subito un violento fuoco contraereo, evitando tutti i siluri (due diretti contro il Bolzano, altrettanti contro il Trento ed uno contro lo Zara). Gli aerei si allontanano, tre di essi danneggiati dal tiro delle navi italiane.
Alle 14.05 ha inizio l’avvicinamento alla flotta britannica: alle 15.15 gli incrociatori aprirono il fuoco, seguiti alle 15.23 anche dalle corazzate, che al contempo, insieme al gruppo «Pola», accostano a un tempo di 60° a dritta e così si spostano ad est/nordest insieme agli incrociatori pesanti per supportare gli incrociatori leggeri, i primi ad essere impegnati in combattimento. Entro le 15.40 i sei incrociatori pesanti della 2a Squadra si sono portati 6860 metri a proravia della corazzata Cesare, nave ammiraglia di Campioni.
Incrociatori e corazzate cessano poi il fuoco rispettivamente alle 15.31 ed alle 15.35, per poi riprenderlo dalle 15.48 alle 16.04 (corazzate) e dalle 15.56 alle 16.15 (incrociatori). Alle 15.53 l’ammiraglio Campioni ordina al gruppo «Pola» di serrare le distanze e dispiegarsi sulla linea di rilevamento 040°, per avvicinare gli incrociatori alle corazzate nemiche abbastanza da poter usare i cannoni da 203: l’idea è di cercare di “bilanciare” la disparità di calibro tra i cannoni delle corazzate italiane (320 mm) e quelle britanniche (381 mm) facendo sparare anche gli incrociatori pesanti sulle corazzate nemiche. Tuttavia queste ultime rimangono sempre al limite della gittata dei cannoni degli incrociatori pesanti italiani, dei quali solo il Trento spara tre salve contro di esse.
Nella seconda fase, la 2a Squadra manovra per avvicinarsi alle unità avversarie, e tra le 15.50 e le 16 i suoi incrociatori pesanti, su ordine dell’ammiraglio Paladini, aprono il fuoco da 20.000-25.000 metri contro gli incrociatori leggeri britannici del viceammiraglio John Tovey (OrionNeptuneSydneyLiverpool e Gloucester), che rispondono al fuoco con granata perforante e tiro raccolto ma poco efficace.
Alle 15.59, però, la Cesare, la nave ammiraglia, viene danneggiata da un proiettile da 381 mm, dovendo ridurre la velocità. A seguito di questo evento l’ammiraglio Inigo Campioni, comandante superiore in mare delle forze italiane, decide di rompere il contatto per rientrare alle basi, ed alle 16.05 dirama l’ordine generale per le squadriglie di cacciatorpediniere di attaccare con il siluro le navi della Mediterranean Fleet, in modo da facilitare lo sganciamento delle navi maggiori.
La XII Squadriglia, guidata dal Lanciere, va all’attacco alle 16.07, partendo da una posizione un poco più arretrata rispetto alla XI Squadriglia e passando a poppavia del Pola. I quattro cacciatorpediniere dirigono immediatamente in modo da ridurre le distanze con la testa della flotta britannica e stringere il beta del nemico, ma si ritrovano immersi nelle cortine nebbiogene emesse dalle unità della XI Squadriglia, che li precedono; l’atmosfera nebbiosa e fumosa che li circonda complica notevolmente l’attacco dei caccia della XII Squadriglia, che riescono a vedere i bersagli soltanto a tratti, in modo saltuario (tale atmosfera fosca, insieme alle forti rollate, rende anche molto difficile la rilevazione dei dati cinematici).
Alle 16.12 il caposquadriglia D’Arienzo, sul Lanciere, stima che il grosso della flotta britannica (probabilmente le navi da lui viste sono gli incrociatori della 7th Cruiser Division) stia accostando verso i cacciatorpediniere da una distanza di circa 19.000 metri (con Rb. 300°), pertanto accosta verso sinistra in modo da riaprire il beta e mantenerlo favorevole, manovrando per farsi scadere sul beta mentre le distanze calano fino a 15.000 metri; un aereo solitario, un idrovolante Short Sunderland, attacca le unità della XII Squadriglia, che sono al contempo fatte oggetto del tiro di due gruppi di incrociatori nemici.
Alle 16.22, giunto a 14.000 metri dalle corazzate nemiche e con un beta 30° da esse, il caposquadriglia – che sta per ordinare di lanciare – stima che le navi nemiche abbiano invertito la rotta, pertanto decide di rinunciare momentaneamente al lancio ed ordina di accostare a sinistra. Alcuni secondi prima, tuttavia, Ascari e Corazziere hanno lanciato rispettivamente uno e tre siluri, tutti senza risultato (due di essi, probabilmente, sono i siluri che mancano a poppa il cacciatorpediniere britannico Nubian). Subito dopo, la XII Squadriglia inverte la rotta sulla sinistra, assumendo rotta sudovest; su tale rotta i cacciatorpediniere si trovano per circa mezz’ora ad essere violentemente cannoneggiati da pezzi di medio calibro (120 e 152 mm) delle corazzate e degli incrociatori bemici, rispondendo a loro volta vivacemente con i pezzi da 120 mm (in tutto le unità della XII Squadriglia sparano 347 colpi di tale calibro, entrando ed uscendo dalla cortina fumogena per una dozzina di volte mentre navigano, sostanzialmente, di conserva con la flotta britannica). Nella fase finale della battaglia la XII Squadriglia, uscendo dalla cortina fumogena e divenendo così ben visibile, si ritrova per qualche tempo sotto il fuoco di tutta la flotta britannica.
Alle 16.45 il Lanciere lancia tre siluri in ritirata contro due incrociatori che ritiene di aver visto uscire da una cortina fumogena verso nord, senza colpire. Si tratta in assoluto dell’ultimo lancio di siluri nella battaglia di Punta Stilo; dopo di esso, le squadre italiana e britannica si perderanno definitivamente di vista.
Tra le 16.19 e le 16.30 tre squadriglie di cacciatorpediniere britannici (2th, 10th e 14th Flotilla) aprono il fuoco contro quelli italiani da 11.250-12.500 metri, appoggiati tra le 16.39 e le 16.41 dal tiro dei pezzi secondari da 152 mm delle corazzate Warspite e Malaya. Alle 16.49 la “mischia” tra cacciatorpediniere, svoltasi a grande distanza, ha termine senza che nessuna unità sia stata colpita.
Terminata la battaglia, la flotta italiana si avvia alle proprie basi con direttrice di marcia 230°, passando a sud della Calabria; ma durante il rientro, tra le 16.20 e le 19.30, diviene oggetto anche dell'attacco da parte degli stessi bombardieri della Regia Aeronautica (una cinquantina, su circa 126 inviati in totale ad attaccare le forze britanniche), che le attaccano e bombardano pesantemente per errore di identificazione e malintesi (tra il comando delle due Squadre Navali e quello della II Squadra Aerea, cui appartengono i bombardieri) circa la posizione della flotta italiana e di quella britannica. Le insensate disposizioni vigenti in materia di comunicazioni tra Marina ed Aeronautica, che non contemplano la possibilità di comunicazioni dirette tra navi e aerei, impediranno alle prime di segnalare ai secondi l'errore; le stesse navi, non potendo distinguere la nazionalità degli aerei attaccanti, apriranno un intenso fuoco con proprie armi contraeree, rafforzando nei piloti l'impressione di stare attaccando navi nemiche. Alcune delle navi ed alcuni degli aerei, rispettivamente, cesseranno il fuoco e rinunceranno all'attacco riconoscendo all'ultimo momento la vera nazionalità del "nemico", ma alla fine gli attacchi ai danni delle navi italiane eguaglieranno, in intensità, quelli condotti contemporaneamente contro la vera Mediterranean Fleet. Nessuna nave italiana sarà, fortunatamente, colpita, mentre un bombardiere Savoia Marchetti S. 79 della 257a Squadriglia (XXXVI Stormo da Bombardamento Terrestre) finirà abbattuto dal "fuoco amico" delle navi. L’ammiraglio Campioni, per tentare di chiarire equivoco, ordina di stendere bandiere italiane sul cielo delle torri e di emettere fumo rosso dai fumaioli poppieri, pratica convenzionale, nelle esercitazioni in tempo di pace, per segnalare il gruppo “amico”.
L'incidente sarà poi fonte di aspre polemiche tra Marina e Aeronautica, ma per lo meno servirà a dare l'impulso ad un migliore sviluppo della collaborazione aeronavale, che però raggiungerà risultati soddisfacenti solo nel 1942.
Il grosso della flotta italiana dirige su Augusta, eccetto la III Divisione e la danneggiata Cesare, che fanno rotta per Messina, dove giungono alle 21 del 9 luglio. (Apparentemente la XII Squadriglia non risulterebbe tra le squadriglie inviate ad Augusta, pertanto è probabile che abbia accompagnato la III Divisione a Messina).
30 luglio-1° agosto 1940
Il Lanciere (caposquadriglia) prende il mare, insieme al resto della XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Carabiniere, Corazziere, Ascari), alla IX Squadriglia (Vittorio Alfieri, Alfredo Oriani, Vincenzo Gioberti e Giosuè Carducci) ed alla I Divisione (incrociatori pesanti ZaraFiume e Gorizia), nonché alla IV Divisione (incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano ed Alberto Di Giussano con i cacciatorpediniere Antonio PigafettaLanzerotto Malocello e Nicolò Zeno della XV Squadriglia), alla VII Divisione (incrociatori leggeri Eugenio di SavoiaLuigi di Savoia Duca degli Abruzzi, Muzio AttendoloRaimondo Montecuccoli con i cacciatorpediniere GranatiereBersagliereFuciliere ed Alpino della XIII Squadriglia) ed agli incrociatori pesanti Pola (nave di bandiera dell’ammiraglio Paladini, comandante superiore in mare) e Trento, per fornire protezione a distanza ai convogli diretti in Libia nell’ambito dell’operazione «Trasporto Veloce Lento».
Tali convogli sono tre: il n. 1 (lento, partito da Napoli alle 8.30 del 27 a 7,5 nodi di velocità) è formato dalle navi da carico Maria EugeniaGloria Stella, MaulyBainsizzaBarbaro e Col di Lana e dall’incrociatore ausiliario Città di Bari (qui usato come trasporto) scortati dalle torpediniere ProcioneOrsaOrione e Pegaso (poi rinforzate dai cacciatorpediniere MaestraleGrecaleLibeccio e Scirocco); il n. 2 (veloce, partito da Napoli alle 00.30 del 29 alla velocità di 16 nodi) è composto dai trasporti truppe Marco PoloCittà di Napoli e Città di Palermo, scortati fino alla Sicilia dalle torpediniere Circe, Calipso, Calliope e Clio e poi dalle torpediniere AlcioneAretusaAirone ed Ariel; il n. 3 (partito da Trapani) è composto dai piroscafi Bosforo e Caffaro, scortati dalle torpediniere VegaPerseoGenerale Antonino Cascino e Generale Achille Papa.
Sempre a protezione dei convogli, viene potenziato lo schieramento di sommergibili nel Mediterraneo orientale ed occidentale, portandolo in tutto a 23 battelli, e vengono disposte numerose ricognizioni aeree speciali con mezzi della ricognizione marittima e dell’Armata Aerea (Armera).
A seguito della notizia dell’uscita in mare sia del grosso della Mediterranean Fleet da Alessandria, che da gran parte della Forza H da Gibilterra (incrociatore da battaglia Hood, corazzate Valiant e Resolution, portaerei Argus ed Ark Royal), che si presume essere dirette verso il Mediterraneo centrale, i convogli n. 1 e 2 vengono dirottati l’uno a Catania e l’altro a Messina, dove giungono rispettivamente la sera del 28 ed alle 13.30 del 29.
Il 30 luglio i due convogli, più il n. 3 che salpa solo ora, prendono nuovamente il mare per la Libia, e salpa anche la forza navale di copertura che comprende il Lanciere. Quest’ultimo, insieme al resto della XII Squadriglia, viene inviato a rinforzare la scorta del convoglio n. 2 nel primo tratto della navigazione tra Sicilia e Libia.
La I e VII Divisione, insieme a Pola e Trento ed alla XII Squadriglia Cacciatorpediniere che ad essi si è unita, si portano in posizione idonea a proteggere il convoglio n. 2, diretto a Bengasi (gli altri sono diretti a Tripoli) dalle provenienze da levante. La sera del 31 luglio, quando ormai non vi sono più pericoli, la formazione degli incrociatori inverte la rotta e rientra le basi.
Tutti i convogli raggiungono senza danni le loro destinazioni tra il 31 luglio ed il 1° agosto.
31 agosto-1 settembre 1940
Alle 6 del mattino del 31 agosto la XII Squadriglia (Lanciere, Ascari, Corazziere e Carabiniere) salpa da Taranto scortando l’incrociatore pesante Pola per partecipare, insieme al grosso della flotta da battaglia, al contrasto all’operazione britannica «Hats» (consistente in varie sotto-operazioni: trasferimento da Gibilterra ad Alessandria, per rinforzare la Mediterranean Fleet, della corazzata Valiant, della portaerei Illustrious e degli incrociatori Calcutta e Coventry; invio di un convoglio da Alessandria a Malta e di uno da Nauplia a Porto Said; bombardamenti su basi italiane in Sardegna e nell’Egeo). Supermarina ha infatti saputo che sia la Mediterranean Fleet (da Alessandria) che la Forza H (da Gibilterra) sono uscite in mare, e si è accordata con la Regia Aeronautica per attaccare la prima con le forze navali di superficie ed attacchi aerei e la seconda con aerei e sommergibili.
(Secondo un’altra versione, invece, la XII Squadriglia sarebbe salpata da Messina lo stesso giorno insieme alla III Divisione ed alla XI Squadriglia Cacciatorpediniere, unendosi con esse al grosso della flotta in un secondo momento).
Complessivamente, all’alba del 31, prendono il mare da Taranto, Brindisi e Messina 4 corazzate delle Divisioni V (CesareDuilio e Cavour) e IX (Littorio e Vittorio Veneto), 12 incrociatori delle Divisioni I (ZaraFiumeGorizia), III (Trento, Trieste, Bolzano), VII (Eugenio di SavoiaDuca d’AostaMontecuccoli ed Attendolo) e VIII (Duca degli Abruzzi e Garibaldi) più l’incrociatore pesante Pola (nave ammiraglia della 2a Squadra, ammiraglio Angelo Iachino) e 39 cacciatorpediniere (FrecciaDardoSaetta e Strale della VII Squadriglia; FolgoreFulmineLampo e Baleno dell’VIII Squadriglia; MaestraleGrecaleLibeccioScirocco della X Squadriglia; AviereArtigliereGeniere e Camicia Nera della XI Squadriglia; LanciereCarabiniereAscari e Corazziere della XII Squadriglia; GranatiereBersagliereFuciliere ed Alpino della XIII Squadriglia; Alvise Da MostoGiovanni Da VerrazzanoAntonio Pigafetta e Nicolò Zeno della XV Squadriglia; Nicoloso Da ReccoEmanuele Pessagno ed Antoniotto Usodimare della XVI Squadriglia). La III Divisione si riunisce al grosso della squadra italiana, partita da Brindisi e da Taranto, verso le 13 del 1° settembre.
I e III Divisione Divisione formano la 2a Squadra (che precede il grosso delle forze italiane).
Le due Squadre Navali italiane (la 1a Squadra è composta dalle Divisioni V, VII, VIII e IX e dalle Squadriglie Cacciatorpediniere VII, VIII, X, XIII, XV e XVI; la 2a Squadra dal Pola, dalle Divisioni I e III e dalle Squadriglie Cacciatorpediniere IX, XI e XII), riunite sotto il comando dell’ammiraglio di squadra Inigo Campioni, dirigono per lo Ionio orientale con rotta 150°. Le forze navali sono però uscite in mare troppo tardi, hanno l’ordine di evitare uno scontro notturno ed hanno una velocità troppo bassa (20 nodi), ed hanno l’ordine di cambiare rotta e raggiungere il centro del Golfo di Taranto se non riusciranno ad entrare in contatto con il grosso nemico entro il tramonto. Tutto ciò impedisce alle forze italiane di intercettare quelle britanniche; alle 16 Supermarina ordina un cambiamento di rotta, che impedisce alla 2a Squadra, che si trova in posizione più avanzata della 1a, di proseguire verso le forze nemiche. L’ammiraglio di squadra Angelo Iachino, comandante la 2a Squadra, ha chiesto alle 16.20 libertà di manovra per dirigere contro le forze britanniche, segnalate da ricognitori alle 15.35 a 120 miglia di distanza dalla 2a Squadra. Campioni gli ha dato l’autorizzazione alle 16.31, ma revoca l’autorizzazione alle 16.50 (comunque la 2a Squadra non sarebbe egualmente riuscita a raggiungere le unità avversarie), ed alle 17.27 ordina alla 2a Squadra di invertire la rotta ed assumere rotta 335° e velocità 20 nodi, come la 1a Squadra.
Alle 22.30 del 31 la formazione italiana, che procede a 20 nodi, riceve l’ordine di portarsi per le sei dell’indomani, con rotta 150° e velocità 20 nodi, in un punto 36 miglia ad ovest di Santa Maria di Leuca, onde impegnare le forze nemiche lungo la rotta 155°, a nord della congiungente Malta-Zante; dunque deve cambiare la propria rotta per raggiungerle (o non potrebbe prendere contatto con esse), dirigendo più verso sudovest (verso Malta) e superando la congiungente Malta-Zante.
Il mattino del 1° settembre, tuttavia, il vento, già in aumento dalla sera precedente, dà origine ad una violenta burrasca da nordovest forza 9; le forze italiane si allontanano nuovamente dal Golfo di Taranto per cercare di nuovo quelle avversarie lungo la rotta 155° ma con l’ordine di non oltrepassare la congiungente Malta-Zante, il che tuttavia le tiene lontane dalle rotte possibili da Alessandria a Malta. Verso le 13 la burrasca costringe la flotta italiana a tornare alle basi, perché i cacciatorpediniere non sono in grado di tenere il mare compatibilmente con le necessità operative (non potendo restare in formazione né usare l’armamento).
Poco dopo la mezzanotte del 1° settembre le unità italiane entrano nelle rispettive basi; tutti i cacciatorpediniere sono stati danneggiati (specie alle sovrastrutture) dal mare mosso, alcuni hanno perso degli uomini in mare.
Le navi verranno tenute pronte a muovere sino al pomeriggio del 3 settembre, ma non si concretizzerà alcuna nuova occasione.
5 ottobre 1940
Il Lanciere (caposquadriglia) ed il resto della XII Squadriglia Cacciatorpediniere (AscariCorazziere e Carabiniere) partono da Taranto in serata scortando le due veloci e moderne motonavi Calitea e Sebastiano Venier, dirette a Lero e cariche di rifornimenti destinati alle isole del Dodecaneso. L’invio di questo convoglio è denominato Operazione «C.V.».
6 ottobre 1940
In mattinata prendono il mare due gruppi di incrociatori pesanti incaricati di fornire protezione al convoglio: da Messina parte la III Divisione (incrociatori pesanti TrentoTrieste e Bolzano) con la XI Squadriglia Cacciatorpediniere (AviereArtigliereGeniere e Camicia Nera), mentre da Taranto salpano la I Divisione (incrociatori pesanti ZaraFiume e Gorizia), l’incrociatore pesante Pola (nave ammiraglia della 2a Squadra Navale) e la IX Squadriglia Cacciatorpediniere (AlfieriOrianiGioberti e Carducci).
L’operazione viene però interrotta il mattino stesso del 6 ottobre, dopo che la ricognizione aerea dell’Egeo ha segnalato due corazzate, due incrociatori e sette cacciatorpediniere britannici sulla rotta Alessandria-Caso, ossia dove dovrebbero passare le navi dirette nel Dodecaneso. Tutte le unità italiane vengono fatte rientrare alle basi; «C.V.» non si farà più.
11-12 novembre 1940
Il Lanciere si trova ormeggiato in Mar Piccolo a Taranto (in banchina, insieme agli incrociatori pesanti Pola e Trento, agli incrociatori leggeri Duca degli Abruzzi e Garibaldi, ai cacciatorpediniere FrecciaStraleDardoSaettaMaestraleLibeccioGrecaleSciroccoGeniere, Camicia NeraCarabiniereCorazziereAscariDa ReccoPessagno ed Usodimare, alle torpediniere Pallade, Polluce, Partenope e Pleiadi, alla portaidrovolanti Giuseppe Miraglia, al posamine Vieste ed al rimorchiatore di salvataggio Teseo), quando la base viene attaccata da aerosiluranti britannici che affondano la corazzata Conte di Cavour e pongono fuori uso la Littorio e la Duilio.
Mentre gli aerosiluranti attaccano le corazzate, cinque bombardieri attaccano a più riprese le unità presenti in Mar Piccolo, a scopo diversivo, sganciando complessivamente una sessantina di bombe.
Alle 23.15 dell’11 le navi in Mar Piccolo aprono il fuoco contro alcuni aerei che sganciano bombe da una quota valutata in 500 metri; gli ordigni inquadrano i posti d’ormeggio dei cacciatorpediniere, ma solo uno va a segno, senza esplodere (sul Libeccio, che riporta solo lievi danni). Il Lanciere viene anch’esso attaccato, ma non subisce danni.
Tra le 14.30 e le 16.45 del 12 novembre la XII Squadriglia Cacciatorpediniere (di cui è sempre caposquadriglia il Lanciere), insieme alla III Divisione, lascia Taranto, valutata ormai insicura, per trasferirsi a Messina.
16 novembre 1940
La XII Squadriglia Cacciatorpediniere (LanciereCarabiniereAscariCorazziere) salpa da Messina alle 10.30, insieme alla III Divisione (Trento, Trieste, Bolzano), per partecipare all’intercettazione di un gruppo navale britannico diretto verso est. Una formazione britannica (la Forza H dell’ammiraglio James Somerville, con le portaerei Argus e Ark Royal, l’incrociatore da battaglia Renown, gli incrociatori leggeri SheffieldDespatch e Newcastle ed otto cacciatorpediniere), salpata da Gibilterra e con rotta verso levante, è stata infatti avvistata nel Mediterraneo occidentale: è in corso l’operazione britannica «White», consistente nel lancio, da parte della portaerei Argus della Forza H, di 14 aerei destinati a rinforzare le modeste forze aeree di base a Malta, nonché un’azione di bombardamento di Alghero (con velivoli dell’Ark Royal) ed il trasporto a Malta di uomini e materiali della RAF sul Newcastle.
Contemporaneamente alla partenza da Messina di III Divisione e XII Squadriglia, da Taranto prendono il mare le corazzate Vittorio Veneto (nave di bandiera del comandante della 1a Squadra, ammiraglio Inigo Campioni, comandante superiore in mare) e Cesare, il Pola (nave di bandiera dell’ammiraglio Angelo Iachino, comandante la 2a Squadra) e la I Divisione con Fiume e Gorizia (da Napoli) nonché le Squadriglie Cacciatorpediniere IX (AlfieriOrianiGiobertiCarducci), XIII (Bersagliere,GranatiereFuciliereAlpino); da Palermo salpa la XIV Squadriglia Cacciatorpediniere (VivaldiDa NoliTarigoMalocello).
La III Divisione e la XII e XIV Squadriglia Cacciatorpediniere si uniscono al grosso della squadra, partito da Napoli, nel pomeriggio del 16.
La forza così riunita sotto il comando dell’ammiraglio Campioni assume quindi rotta verso est verso l’8° meridiano, a sudovest della Sardegna, procedendo a 18 nodi, ridotti a 14 nella notte del 17 per agevolare la navigazione dei cacciatorpediniere, resa difficoltosa da un vento da sudovest.
Per tutta la giornata del 16 non si ricevono informazioni sulle forze nemiche.
17 novembre 1940
Alle 10.15 le forze britanniche vengono avvistate da ricognitori, che però non precisano né la rotta né la velocità. Campioni dirige verso sud, in direzione di Bona, sperando di riuscire ad intercettare le unità britanniche nel pomeriggio, se esse proseguono verso est.
Raggiunto alle 16.30 un punto prestabilito 45 miglia a nord-nord-est di Ustica, la formazione italiana dirige poi verso ovest ed alle 17.30 arriva 35 miglia a sudovest di Sant’Antioco. Dopo aver navigato per un po’ in direzione dell’Algeria, nella totale mancanza su dove sia il nemico e dove esso sia diretto, la squadra italiana riceve l’ordine rientrare. Campioni rileverà che le condizioni del mare – onde molto lunghe da sudovest – hanno causato forte rollio e beccheggio in tutte le sue navi, corazzate comprese, tanto da impedire l’uso dei cannoni se dirette verso sud. Durante il ritorno le navi italiane eseguono esercitazioni di tiro contro la scogliera La Botte, a sud di Ponza.
Sebbene non vi sia stato contatto tra le opposte formazioni navali, l’uscita in mare delle forze italiane ha indirettamente causato il fallimento dell’operazione «White»: l’avvistamento della squadra italiana da parte dei ricognitori di Malta, infatti, ha indotto Somerville a far decollare gli aerei dall’Argus in anticipo, tenendo la portaerei quanto più ad ovest possibile, cioè più lontana da Malta di quanto inizialmente pianificato, prolungando di molto la distanza sulla quale gli aerei dovranno volare. Il risultato sarà che su quattordici aerei decollati dall’Argus (dodici Hawker Hurricane e due Blackburn Skua) solo cinque (quattro Hurricane ed uno Skua) giungeranno a Malta: gli altri nove esauriranno il carburante e precipiteranno in mare a seguito di errori di navigazione e stime sbagliate sugli effetti del vento, tranne uno che dovrà effettuare un atterraggio d’emergenza presso Siracusa, venendo catturato.
18 novembre 1940
Le navi italiane rientrano nelle rispettive basi.

Il Lanciere, in secondo piano, ormeggiato accanto all’Ascari a Reggio Calabria (da “Marina italiana. Le operazioni nel Mediterraneo giugno 1940-giugno 1942” di Elio Andò ed Erminio Bagnasco, Edizioni Intergest, Milano 1976, via Wikipedia)

26 novembre 1940
Alle 12.30 il Lanciere (caposquadriglia, capitano di vascello Carmine D’Arienzo) lascia Messina insieme al resto della XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Corazziere, AscariCarabiniere, quest’ultimo temporaneamente sostituito dal Libeccio) ed alla III Divisione (Bolzano, Trento e Trieste; al comando dell’ammiraglio di divisione Luigi Sansonetti, imbarcato sul Trieste), mentre da Napoli escono le corazzate Vittorio Veneto e Giulio Cesare, l’incrociatore pesante Pola, la I Divisione Navale (Fiume e Gorizia) e le Squadriglie Cacciatorpediniere VII (Freccia, Saetta e Dardo), IX (Alfieri, Oriani, Gioberti, Carducci) e XIII (Granatiere, Bersagliere, Fuciliere, Alpino).
La formazione italiana si riunisce nel punto 39°20’ N e 14°20’ E, 70 miglia a sud di Capri, alle 18.00 del 26 novembre, assumendo poi rotta 260° e velocità 16 nodi, per intercettare un convoglio britannico diretto a Malta nell’ambito dell’operazione "Collar". Tale convoglio, entrato in Mediterraneo il 24 novembre, è composto dai mercantili New Zealand Star, Clan Forbes e Clan Fraser, con la scorta diretta dell’incrociatore leggero Despatch, l’incrociatore antiaerei Coventry, i cacciatorpediniere Duncan, Wishart ed Hotspur e le corvette Hyacinth, Peony, Salvia e Gloxinia. La Forza F di protezione ravvicinata (ammiraglio Lancelot Holland) comprende l’incrociatore pesante Berwick e gli incrociatori leggeri Manchester, Newcastle, Sheffield e Southampton, mentre come forza di copertura a distanza è uscita da Gibilterra la Forza H (ammiraglio James Somerville) con la corazzata Ramillies, l’incrociatore da battaglia Renown, la portaerei Ark Royal e undici cacciatorpediniere (Kelvin, Jaguar, Encounter, Faulknor, Firedrake, Fury, Forester, Gallant, Greyhound, Griffin e Hereward).
27 novembre 1940
Alle otto del mattino la III Divisione e la XII Squadriglia si trovano a cinque miglia per 180° dal Pola, nave ammiraglia della 2a Squadra (che è formata dalla I e dalla III Divisione; il tutto sotto il comando dell’ammiraglio Angelo Iachino), con rotta 250° e velocità 16 nodi, mentre la I Divisone è insieme al Pola e la 1a Squadra (le due corazzate ed i cacciatorpediniere della VII e della XIII Squadriglia; ammiraglio Inigo Campioni) è più a poppavia.
La formazione italiana ha rotta 260°, verso la Sardegna, ed il mattino del 27 incrocia nove miglia a sud di Capo Spartivento Sardo, per intercettare uno dei due gruppi britannici in mare (uno partito da Alessandria ed uno da Gibilterra) prima che possano riunirsi: quello proveniente da Alessandria viene avvistato alle 9.45 da un idroricognitore lanciato dal Bolzano alle 7.55, che comunica che una corazzata, due incrociatori e quattro cacciatorpediniere si trovano a 26 miglia per 20° da Cap de Fer, con rotta 90° e velocità 16 nodi. Il messaggio del ricognitore viene ricevuto alle 10.05 dall’ammiraglio Iachino e dieci minuti dopo dall’ammiraglio Campioni. Poco dopo il velivolo aggiunge che si mantiene in contatto visivo con le navi nemiche; continuerà a tenere il contatto fino alle 10.40.
Sebbene la posizione indicata sia piuttosto lontana dal vero (troppo ad ovest), questo avvistamento è il primo concreto segnale, per il comandante superiore in mare, della presenza delle forze nemiche.
A questo punto, la formazione italiana dirige per sudest, in modo da intercettare il gruppo nemico e tagliargli la rotta.
Alle 11.01 la III Divisione riceve ordine da Iachino di portarsi a poppavia (a tre miglia per 270°) del resto della 2a Squadra, ed alle 11.28 l’intera formazione assume rotta 135°, per intercettare la formazione britannica che (dalle segnalazioni dei ricognitori) risulta avere posizione differente da quella prevista.
Durante l’inversione di rotta conseguente all’ordine delle 11.01, tuttavia, si verifica una certa confusione causata dall’errata interpretazione di un segnale da parte del Trento (che per invertire la rotta vira di contromarcia, mentre gli altri due incrociatori virano ad un tempo), così che il Trieste, nave ammiraglia, finisce al centro della formazione, invece che in testa, e la III Divisione si ritrova arretrata rispetto al resto della 2a Squadra: ultima della formazione, 8 km a poppavia della I Divisione.
Alle 11.35 la 2a Squadra riceve dall’ammiraglio Campioni di portarsi su rilevamento 195° rispetto alla sua nave ammiraglia (la Vittorio Veneto), in modo che la formazione divenga perpendicolare alla probabile direzione d’avvicinamento della squadra britannica.
A mezzogiorno il Lanciere viene colto da un’avaria di macchina, restando fermo per un breve lasso di tempo; in conseguenza di ciò, la XII Squadriglia rimane un po’ arretrata.
Alle 12.07, in seguito alla constatazione che la formazione britannica appare superiore a quella italiana (i cui ordini sono di impegnarsi solo se in condizioni di sicura superiorità), essendosi i due gruppi riuniti, l’ammiraglio Campioni ordina di assumere rotta 90° per rientrare alle basi senza ingaggiare il combattimento, e tre minuti dopo ordina alla 2a Squadra di aumentare la velocità per riunirsi alle corazzate, pertanto la 2a Squadra accelera a 25 nodi, poi a 28.
Alle 12.15, tuttavia, le unità della 2a Squadra avvistano improvvisamente quattro cacciatorpediniere britannici, diretti verso gli incrociatori italiani: le siluranti nemiche spariscono subito, avendo apparentemente invertito la rotta, ma poco dopo vengono avvistati altri cacciatorpediniere, incrociatori, corazzate: è la squadra britannica, che comprende le corazzate Renown e Ramillies, la portaerei Ark Royal e gli incrociatori Berwick (pesante), SheffieldSouthamptonNewcastle e Manchester (leggeri), oltre a numerosi cacciatorpediniere. In questo momento la III Divisione si trova in linea di fila 8 km a poppa della I Divisione, con rotta 90° e velocità 25 nodi, in aumento (le corazzate sono invece a proravia della I Divisione). A seguito dell’avvistamento delle forze nemiche, l’ammiraglio Campioni ordina di incrementare ancora la velocità. Inizia così la battaglia di Capo Teulada.
Alle 12.20, prima che l’ammiraglio Campioni possa ordinare di non impegnarsi, gli incrociatori della I Divisione aprono il fuoco, seguiti in successione dal Pola e da quelli della III Divisione: questi ultimi sono i più vicini alle navi britanniche, ad una distanza di 21.500 metri (Pola e I Divisione sono invece a 22.000 metri di distanza). Subito gli incrociatori britannici (uno, il Manchester, viene mancato dalla prima salva italiana, sparata dal Trieste o dal Trento, scartata lateralmente di circa 90 metri) rispondono al fuoco; BerwickManchesterSheffield e Newcastle concentrano il loro tiro contro le unità della III Divisione. Gli incrociatori italiani della 2a Squadra, in linea di fila, sono in posizione favorevole (da “taglio del T”) per sparare con tutte le artiglierie su quelli britannici, che si trovano invece in linea di fronte e possono usare solo le torri prodiere, ma per via dell’ordine di Campioni di disimpegnarsi devono accostare verso nordest. Durante lo scontro, le navi italiane continuano a ritirarsi verso nordest, sparando quasi esclusivamente con le torri poppiere, mentre quelle britanniche le inseguono tirando quasi solamente con le torri prodiere (la distanza media del combattimento è 22.500 metri, che per la III Divisione – segnatamente il Trento – scende ad un minimo di 18.000 metri). All’inizio dello scontro l’ammiraglio Iachino ordina alla III Divisione (che è rimasta indietro ed aveva aumentato la propria velocità in ritardo rispetto al resto della Squadra, ed i cui apparati motori non hanno ancora raggiunto la massima andatura) di portare la velocità a 30 nodi e di allontanarsi dal nemico prima possibile, vedendo che essa sembra avere qualche difficoltà ad allontanarsi dalle unità britanniche, mentre salve da 152 degli incrociatori leggeri e qualche rara salva da 381 delle corazzate cade nella loro direzione. Il tiro degli incrociatori italiani è intenso dall’apertura del fuoco fino alle 12.42, poi diventa intermittente tra le 12.42 e le 12.49 a causa di ripetute accostate necessarie a disturbare l’attacco di aerosiluranti britannici frattanto apparsi, poi nuovamente intenso dalle 12.49 alle 12.53 e poi, a causa dell’aumento delle distanze e del fumo (causato soprattutto dalla combustione forzata delle caldaie, in particolare sulle navi della III Divisione), il ritmo di tiro deve di nuovo calare, fino a cessare alle 13.15, quando la distanza è diventata di 26.000 metri.
Due salve da 203 mm degli incrociatori italiani colpiscono, alle 12.22 ed alle 12.35, l’incrociatore pesante britannico Berwick: la prima uccide sette uomini, ne ferisce nove e mette fuori uso la terza torre da 203 dell’unità britannica, la seconda danneggia il quadrato ufficiali e locali adiacenti, ma il Berwick continua a fare fuoco.
Proprio mentre il Berwick viene colpito, tuttavia, anche da parte italiana si registrano gli unici colpi a segno della giornata: a farne le spese è proprio il Lanciere. Durante lo scontro tra gli incrociatori, infatti, la XII Squadriglia – scadendo sulla dritta a causa delle avarie che avevano in precedenza afflitto il Lanciere – si viene a trovare ad est della III Divisione, e dunque in posizione più prossima al nemico rispetto a quest’ultima; diverse salve britanniche da 152 mm cadono nei suoi pressi, ed intorno alle 12.33 una granata da 152 (forse sparata dall’incrociatore leggero Southampton) colpisce il Lanciere e scoppia nel locale della motrice poppiera (quella di sinistra), provocandone l’immediato arresto. Alle 12.35 il Lanciere comunica all’ammiraglio Iachino «sono colpito», tuttavia riesce a proseguire a 23 nodi, propulso dalla motrice prodiera (quella di dritta), ordinando ad Ascari e Carabiniere di coprirlo con cortine fumogene.
Alle 12.40, tuttavia, mentre il Lanciere si sta spostando verso ovest passando a poppavia della III Divisione, un secondo proiettile nemico lo colpisce a centro nave, sul lato sinistro, passandolo da parte a parte, attraversando un deposito di nafta ed uscendo sul lato opposto senza scoppiare. Subito dopo, un terzo colpo centra il Lanciere sul lato di dritta, all’altezza della linea di galleggiamento, anch’esso senza esplodere e senza causare vie d’acqua. Sebbene gravemente danneggiato, il Lanciere mantiene buone condizioni di galleggiabilità e riesce a sottrarsi al tiro nemico grazie alle cortine nebbiogene; grazie ad esse, infatti, l’incrociatore Southampton, che l’aveva tenuto sotto il suo fuoco per undici minuti, lo perde di vista e cambia bersaglio. (Questo secondo il volume dell’USMM relativo alle azioni navali nel Mediterraneo dal 10 giugno 1940 al 31 marzo 1941; secondo la maggior parte delle fonti, tuttavia, sarebbe stato il Manchester, e non il Southampton, a colpire il Lanciere, tutte e tre le volte).
A causa dell’esaurimento dell’acqua per alimentare le caldaie (causato dalla rottura delle tubolature dell’acqua, provocata dal secondo colpo a segno), tuttavia, il Lanciere è costretto a spegnerle ed a fermare le macchine, restando immobilizzato intorno alle ore 13.
Fino alle 12.40 le navi britanniche (soprattutto gli incrociatori) sparano intensamente contro la III Divisione, poi spostano il tiro sulla I Divisione, che è divenuta più vicina (ma il loro tiro è disturbato dal fumo prodotto dalle navi italiane); in questa fase la III Divisione, mentre la velocità aumenta progressivamente fino a 34 nodi, aumentando le distanze con le navi nemiche, di quando in quando accosta in modo da sparare con tutte le artiglierie invece che con le sole torri poppiere. Le corazzate britanniche intervengono solo sporadicamente, trovandosi più indietro rispetto agli incrociatori, senza comunque colpire nulla.
Nel frattempo anche la 1a Squadra si è riavvicinata alla 2a Squadra, ed alle 13.00 la Vittorio Veneto apre il fuoco da poco meno di 29.000 metri, ma le unità britanniche subito accostano a dritta e la distanza aumenta a 31.000 metri, costringendo la corazzata a cessare il fuoco già alle 13.10.
Alle 13.15, dopo la rottura del contatto balistico tra le due flotte, il Lanciere comunica di essere rimasto immobilizzato per mancanza d’acqua; alle 13.16, pertanto, l’ammiraglio Iachino ordina alla III Divisione di dare assistenza al cacciatorpediniere colpito.
L’ammiraglio Sansonetti, perplesso su cosa potrebbe fare tornando indietro con l’intera divisione, alle 13.26 chiede conferma a Iachino sul fatto di dover tornare indietro per assistere il Lanciere («Domando se debbo tornare indietro per Lanciere»); Iachino, ritenendo che per prenderlo a rimorchio e difenderlo da eventuali ritorni delle navi britanniche sia necesssario l’intervento di tutta la III Divisione, risponde subito «Tornate indietro per assistere Lanciere. Non ripeto non impegnatevi con unità similari aut superiori et caso necessità abbandonate Lanciere». (Un simile scambio di comunicazioni – tra Iachino e l’ammiraglio Carlo Cattaneo, comandante la I Divisione – si avrà, quattro mesi più tardi, nella tragica battaglia di Capo Matapan: questa volta con esito molto più funesto).
Nel mentre, il Lanciere subisce due attacchi da parte di un bombardiere britannico, e viene costantemente tenuto d’occhio da un idroricognitore Short Sunderland: i britannici si sono accorti della sua critica situazione, ed vogliono approfittarne. Per non restare immobile bersaglio degli attacchi aerei avversari, il comandante D’Arienzo ordina di alimentare le caldaie con acqua di mare, praticando allo scopo un apposito foro nello scafo; grazie a questo provvedimento d’emergenza, il Lanciere riesce a rimettere lentamente in moto la motrice prodiera (circa un quarto d’ora dopo essere rimasto immobilizzato; per altra fonte, dopo cira un’ora) ed a manovrare sotto gli attacchi aerei.
Dopo lo scambio di messaggi tra Iachino e Sansonetti, la III Divisione ritorna nel punto in cui si trova l’immobilizzato Lanciere, che alle 14.40 – per ordine di Sansonetti – viene preso a rimorchio dal gemello Ascari.
Alle 15.35, mentre i due cacciatorpediniere iniziano a mettersi in moto, la III Divisione viene violentemente attaccata da sette bombardieri britannici Blackburn Skua (appartenenti all’800th Squadron della Fleet Air Arm, e guidati dal tenente di vascello R. M. Smeeton), decollati alle 15 dalla portaerei Ark Royal con l’intento di attaccare «un incrociatore che è stato segnalato, immobilizzato e danneggiato, circa 30 miglia a nord del Renown» (la nave in questione è proprio il Lanciere, che i britannici hanno scambiato per un incrociatore).
Gli Skua, senza attaccare i due cacciatorpediniere intenti nella delicata manovra di rimorchio (che non sembrano avere avvistato), bombardano in picchiata (con bombe da 227 kg) gli incrociatori di Sansonetti, che reagiscono con pronte manovre e con intenso tiro contraereo (pur senza colpire alcun velivolo). L’Ascari molla il rimorchio per avere maggior libertà di manovra sotto l’attacco, ma per fortuna i bombardieri si concentrano sugli incrociatori della III Divisione anziché sul Lanciere, bersaglio lentissimo e molto più facile. Nessuna nave viene colpita, sebbene cinque delle bombe da 500 libbre cadano molto vicine al Bolzano ed al Trento.
Concluso l’attacco, l’Ascari torna a prendere a rimorchio il Lanciere e dirige verso Cagliari a lento moto (velocità di 6-7 nodi), scortato a distanza dalla III Divisione sino al tramonto. Lanciere ed Ascari, protetti fino alle 18 da una scorta aerea di caccia FIAT CR. 42, raggiungono Cagliari senza ulteriori inconvenienti.
Nella battaglia di Capo Teulada, per effetto dei colpi giunti a bordo, sono morti due uomini del Lanciere: i marinai fuochisti Giovanni Fiorenza, nato a Napoli il 2 gennaio 1919, ed Enzo Simonelli, nato a La Spezia il 19 aprile 1919.
Alla memoria dei due fuochisti verrà conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con motivazione: «In servizio nel locale motrici di poppa di cacciatorpediniere, sotto intenso fuoco di preponderanti forze navali nemiche, serbava contegno calmo e sereno e si prodigava nell’adempimento del dovere fino a che una scheggia lo colpiva a morte, al suo posto di combattimento. Nobile esempio di ardimento e di elevate virtù militari. Mediterraneo (Capo Teulada), 27 novembre 1940».
Dopo essere rimasto a Cagliari per qualche giorno, il Lanciere verrà mandato a La Spezia (o Genova), dove verrà sottoposto a lavori di riparazione per tornare pienamente operativo.
Aprile 1941
Ultimate le riparazioni, il Lanciere torna in servizio.
Il volume USMM "La difesa del traffico con l’Albania, la Grecia e l’Egeo" menziona anche il Lanciere tra le navi che avrebbero partecipato, nell’inverno 1940-1941, ad azioni di bombardamento navale contro le posizioni greche sulla costa albanese, in appoggio alle truppe di terra italiane impegnate in duri combattimenti contro le forze elleniche. Sembra però che questo sia un errore, dal momento che – secondo il medesimo libro – l’ultima azione di questo tipo avvenne il 4 marzo 1941, mentre il Lanciere rientrò in servizio solo nel mese successivo. Risulta, in effetti, che la XII Squadriglia Cacciatorpediniere abbia eseguito alcune azioni di bombardamento navale in Albania nel gennaio 1941; ma senza il Lanciere, che era ai lavori (e che fu sostituito, in un’occasione, dal gemello Alpino “prestato” dalla XIII Squadriglia).
24 maggio 1941
Alle 16 del 24 maggio Lanciere, Ascari e Corazziere, che formano la XII Squadriglia, salpano da Messina insieme alla III Divisione (Bolzano e Trieste), di cui ha da poco assunto il comando l’ammiraglio di divisione Bruno Brivonesi (imbarcato sul Trieste), per fornire scorta a distanza ad un convoglio per la Libia composto dai trasporti truppe Conte Rosso (capoconvoglio, contrammiraglio Francesco Canzoneri), EsperiaVictoria e Marco Polo scortati dal cacciatorpediniere Freccia (caposcorta, capitano di fregata Giorgio Ghè) e dalle torpediniere ProcioneOrsaOrione e Pegaso, salpato da Napoli alle 4.40 e che ha appena superato lo stretto di Messina. III Divisione e XII Squadriglia prendono posizione circa 3 km a poppavia del convoglio.
Subito dopo l’attraversamento dello stretto, la scorta diretta viene temporaneamente rinforzata dalle torpediniere Calliope, Perseo e Calatafimi, che lasciano il convoglio alle 19.10; c’è anche una scorta aerea con velivoli da caccia, bombardieri ed idrovolanti (83° Gruppo della Regia Aeronautica) costituiscono invece la scorta aerea, presente dalle 13.56 fino al tramonto (gli ultimi aerei, due idrovolanti CANT Z. 501, se ne vanno alle 20.15 per tornare alle basi di Augusta e Taranto).
Nel frattempo – subito dopo aver attraversato lo stretto (il che avviene tra le 15.15 e le 17.30) – il convoglio assume la formazione in colonna doppia; Esperia e Conte Rosso sono i capi colonna, rispettivamente a dritta ed a sinistra (l’Esperia è seguito dalla Victoria, il Conte Rosso dal Marco Polo). L’Orsa precede il convoglio e lancia bombe di profondità a scopo intimidatorio dopo aver superato Reggio Calabria; alle 16.34 e 16.53 anche il Freccia lancia due bombe. Poi Procione ed Orsa si dispongono in colonna sul lato di dritta del convoglio (Orsa più avanti, all’altezza dell’Esperia; Procione più indietro, a poppavia della Victoria), Freccia e Pegaso sul lato sinistro (il Freccia in posizione più avanzata, all’altezza del Conte Rosso, e la Pegaso più indietro, appena a poppavia del Marco Polo). Trieste e Bolzano seguono incolonnati a tre chilometri, preceduti da Ascari (a dritta), Lanciere (a sinistra) e Corazziere (al centro) che procedono in linea di fronte. Il convoglio procede quindi a zig zag su quattro colonne (due di trasporti e due di siluranti, con due navi in ogni colonna), con rotta 171° e velocità 18 nodi.
Il mare è calmo, forza 1-2 senza cresta d’onda, non un alito di vento; il tramonto, particolarmente luminoso, rende le sagome delle navi molto visibili da ovest.
Alle 20.30 il convoglio viene avvistato nel punto 36°48’ N e 15°42’ E (una decina di miglia ad est di Siracusa e a 10 miglia per 83° da Capo Murro di Porco) dal sommergibile britannico Upholder (tenente di vascello Malcolm David Wanklyn). Wankyn stima che il convoglio abbia una rotta di 215°, e si avvicina per attaccare. Proprio alle 20.40, le navi smettono di zigzagare, per fare il punto.
Alle 20.43, prima di scendere a 45 metri e ripiegare verso est, l’Upholder lancia due siluri contro il Conte Rosso, la nave più grande del convoglio. Dopo una breve corsa, i siluri mancano il Freccia e colpiscono il bersaglio prescelto.
Subito dopo il siluramento, il Freccia lancia un razzo Very verde, segnale convenzionale d’allarme; i tre trasporti illesi eseguono la prescritta manovra di disimpegno, Esperia e Victoria accostando di 90° a dritta, Marco Polo a sinistra.
Il Conte Rosso s’inabissa in poco più di dieci minuti, una decina di miglia ad est di Capo Murro di Porco.
Al momento dell’attacco, la III Divisione si trova 3000 metri a poppa del convoglio (Trieste e Bolzano in linea di fila, con l’ammiraglia in testa), mentre la XII Squadriglia Cacciatorpediniere, che sta assumendo in quel mentre la posizione di scorta avanzata notturna, si trova in posizione avanzata a proravia dei due incrociatori, in linea di fronte, a circa 1500 metri di distanza. Avvenuto il siluramento, Lanciere e Corazziere accostano subito a sinistra e si dirigono verso il punto dal quale sono stati lanciati i siluri, gettandovi bombe di profondità.
Alle 20.55 l’ammiraglio Brivonesi ordina a Lanciere e Corazziere di dare la caccia al sommergibile e poi di soccorrere i naufraghi.
Intanto, il Freccia ha iniziato per primo il contrattacco con bombe di profondità, distaccando Procione e Pegaso per il recupero dei superstiti del Conte Rosso. Gli altri tre trasporti truppe proseguono per Tripoli con la scorta dell’Orsa e la protezione a distanza di Trieste, Bolzano ed Ascari; alle 21 anche il Freccia si ricongiunge al convoglio, lasciando sul posto Lanciere, Corazziere, Procione e Pegaso. Quale ufficiale più alto in grado rimasto sul posto, assume la direzione dei soccorsi il comandante del Corazziere. Più tardi giungeranno sul posto anche le torpediniere CignoPallade e Clio, inviate da Messina, e le navi ospedale Arno e Sicilia.
L’Upholder, sceso a 45 metri, viene bombardato con 37 cariche di profondità dalle 20.47 alle 21.07 da FrecciaLanciere e Corazziere, ma non subisce danni, sebbene le ultime quattro bombe, lanciate alle 21.07, esplodano molto vicine.
Il buio della notte rende particolarmente difficile il recupero dei naufraghi; dei 2729 uomini imbarcati sul Conte Rosso, 1297 affondano con la nave o muoiono in mare dopo l’affondamento.
Lanciere e Corazziere recuperano complessivamente circa 540 naufraghi, mentre Procione e Pegaso ne salvano rispettivamente 270 e 445.
L’operato delle siluranti impegnate nei soccorsi viene giudicato encomiabile dal capoconvoglio, contrammiraglio Francesco Canzonieri, naufrago anch’egli del Conte Rosso (e salvato dalla Procione).
25 maggio 1941
Il convoglio entra a Tripoli alle 17.30; le navi di Brivonesi rientrano a Messina alle 20 (ma ciò sembra poco compatibile con la scorta del 27-28 maggio, vedi sotto).
27 maggio 1941
Sbarcate le truppe, Esperia, Victoria e Marco Polo ripartono da Tripoli per Napoli a mezzogiorno, scortati da Freccia, Orsa, Procione e Pegaso, seguendo ancora la rotta di levante che passa per lo stretto di Messina.
Nella parte centrale della navigazione, il convoglio fruisce nuovamente della scorta a distanza di III Divisione e XII Squadriglia; per un tratto il Lanciere viene distaccato per andare a rafforzare la scorta diretta del convoglio.
29 maggio 1941
Il convoglio giunge a Napoli all’1.30.
8 giugno 1941
LanciereAscari e Corazziere, insieme a Trieste e Bolzano (III Divisione), salpano da Messina alle 15 per fornire scorta a distanza al convoglio «Esperia» (trasporti truppe EsperiaMarco Polo e Victoria, con la scorta diretta dei cacciatorpediniere Freccia (caposcorta), Saetta, Strale e Gioberti), salpato da Napoli alle 2.50 e diretto a Tripoli.
9 giugno 1941
La III Divisone torna a Messina alle sei del mattino. Il convoglio «Esperia» giunge a Tripoli alle 15.
25 giugno 1941
Il Lanciere, insieme al resto della XII Squadriglia (Ascari, Corazziere e Carabiniere), va a rinforzare la scorta di un convoglio veloce composto dai trasporti truppe Esperia (capoconvoglio, contrammiraglio Luigi Aiello), Marco PoloNeptunia ed Oceania, scortati dai cacciatorpediniere Aviere (caposcorta, capitano di vascello Luciano Bigi), Geniere, Antonio Da Noli e Vincenzo Gioberti e dalla torpediniera Calliope. Il convoglio, partito da Napoli e diretto a Tripoli, segue la rotta di levante, passando nello stretto di Messina e poi ad est di Malta; la XII Squadriglia lo raggiunge appunto dopo l’attraversamento dello stretto di Messina (ma secondo un’altra versione, il Lanciere avrebbe fatto parte della scorta diretta, fin dall’inizio del viaggio). Al tramonto sopraggiunge anche la III Divisione (incrociatori pesanti Trieste e Gorizia), partita da Messina alle 19, quale scorta indiretta.
Alle 18.25, mentre le navi sono ancora a nord del parallelo di Murro di Porco (precisamente, a 32 miglia per 90° da Murro di Porco, non lontano da Siracusa), il convoglio viene avvistato da un ricognitore; alle 20.20, poco dopo che la scorta aerea (due bombardieri Savoia Marchetti S.M. 79 "Sparviero" e quattro caccia Macchi MC. 200) se ne è andata, ad eccezione di un singolo caccia che è ancora sul cielo del convoglio, vengono avvistati tre velivoli tipo Martin Maryland che volano a 2500 metri di quota, proprio sopra il convoglio. Viene dato l’allarme; sia i mercantili che i cacciatorpediniere aprono subito il fuoco con le mitragliere. Gli aerei sganciano cinque bombe, ma nessuna va a segno; si ritiene che uno degli attaccanti, colpito, sia caduto in mare in fiamme.
Alle 20.30, terminato il lancio, i bombardieri si allontanano, ma poco dopo un altro aereo avversario si avvicina da sinistra, volando a 1500 metri; fatto oggetto del violento tiro di tutte le navi del convoglio, rinuncia all’attacco e si allontana prima di poter giungere sulla verticale del convoglio. Da poppa sopraggiunge un altro bombardiere, ma è seguito dall’unico caccia rimasto della scorta aerea, e lascia dietro di sé una scia di fumo; due membri del suo equipaggio si lanciano col paracadute, poi il bombardiere precipita in mare. Alle 20.40 vengono avvistati altri due bombardieri, provenienti da dritta, anch’essi accolti dal tiro delle navi della scorta: uno dei due spara raffiche di mitragliera, poi accosta a sinistra e si allontana senza sganciare bombe; l’altro giunge sul cielo del convoglio e sgancia una bomba, che cade in mare senza fare danni. Alle 21, Supermarina “informa” il convoglio che alle 18.35 questo è stato avvistato da un ricognitore avversario.
Alle 21.10 un bengala si accende a proravia del convoglio, a circa 3000 metri di quota (resta acceso 8-9 minuti); dato che l’esperienza precedente insegna che questo è il preludio ad un attacco di aerosiluranti, le navi della scorta iniziano ad emettere cortine fumogene, per occultare le navi del convoglio. Le cortine stese dalle varie siluranti si distendono e prendono consistenza, occultando sui due lati i bastimenti del convoglio; unica eccezione sono proprio le cortine stese da Lanciere ed Ascari, che si trovano circa 1500 metri a proravia del convoglio, le quali risultano troppo deboli. Di conseguenza, il caposcorta ordina ai due cacciatorpediniere di lasciarsi scadere, in modo da avvicinarsi al convoglio.
Alle 21.29 gli aerosiluranti – velivoli dell’830th Squadron della Fleet Air Arm – attaccano: provenienti da dritta e restando in formazione, si portano a proravia del convoglio, poi sul suo lato sinistro, indi si separano ed attaccano dai quartieri prodieri. Le navi aprono il fuoco con le mitragliere; vengono lanciati almeno quattro siluri, nessuno dei quali va a segno. Uno degli aerei entra nella formazione passando tra il Lanciere e l’Ascari, attraversando la cortina nel punto in cui è meno densa per le circostanze sopra citate; ma nemmeno questo riesce a colpire qualcosa. Un siluro passa vicino al Lanciere senza fare danni.
Mentre ancora non si è concluso l’attacco degli aerosiluranti, alle 21.37, vengono lanciati in mezzo al convoglio tre bengala che galleggiano sul mare (si tratta di fuochi al cloruro di calcio, una nuova invenzione al suo primo impiego nella battaglia dei convogli): due si spengono quasi subito, ma il terzo resta acceso per un paio di minuti, illuminando a giorno il convoglio con la sua fortissima luce gialla; le navi si diradano ed intanto avvistano sul loro cielo i fanalini di navigazione di altri aerei, contro i quali sparano con tutte le mitragliere. Gli aerei sganciano delle bombe di grosso calibro; nessuna va a segno, ma una esplode a pochi metri dall’Esperia, che subisce lievi danni ed alcune perdite tra il personale imbarcato.
Alle 21.45 gli aerei se ne vanno, inseguiti dal fuoco delle mitragliere; uno di essi, un Fairey Swordfish dell’830th Squadron F. A. A. (sottotenente D. A. R. Holmes, aviere J. R. Smith), viene abbattuto.
Tanto accanimento non è casuale. Il convoglio «Esperia» detiene infatti il dubbio onore di essere stato il primo convoglio ad essere attaccato sulla base delle informazioni fornite da “ULTRA”, l’organizzazione segreta britannica dedita alla decrittazione dei messaggi in codice dell’Asse. Già il 23 giugno, due giorni prima della partenza, i britannici sanno così che un convoglio formato da NeptuniaOceaniaMarco Polo ed Esperia (in realtà, inizialmente, i britannici commettono un errore ed identificano la quarta nave come Victoria, ma questo viene prontamente corretto il 24 giugno), scortato da cinque cacciatorpediniere, deve partire da Napoli alle 3.30 diretto a Tripoli, con arrivo previsto per le 16.30 del 27, navigando ad una velocità di 17,5 nodi. Ulteriori intercettazioni, sempre compiute il 23 giugno, permettono ai britannici di apprendere anche che il convoglio deve attraversare il parallelo 34°30’ N alle sette del mattino del 26, che sarà scortato anche da aerei, e che dopo aver scaricato i materiali dovrà tornare a Napoli seguendo la rotta ad ovest della Sicilia.
26 giugno 1941
Vista la violenza degli attacchi aerei, nel fondato timore che essi debbano proseguire per il resto della notte ed anche la mattina successiva – mentre il convoglio è al di fuori del raggio operativo della caccia italiana –, oltre che in seguito alla notizia dell’avvistamento di un sommergibile in agguato lungo la rotta del convoglio (avvistato ed attaccato da un velivolo della ricognizione marittima), Supermarina ordina sia al convoglio che alla III Divisione di dirottare su Taranto. Qui le navi giungono alle 17.
27 giugno 1941
Il convoglio riparte da Taranto per Tripoli alle 17, con scorta diretta ed indiretta invariate (ma di nuovo, secondo una versione il Lanciere farebbe parte della scorta indiretta, assieme ad Aviere, Geniere, Da Noli, Gioberti e Calliope, mentre gli altri cacciatorpediniere della XII Squadriglia accompagnerebbero la III Divisione nella scorta a distanza), seguendo una rotta che lo tenga quanto più possibile lontano da Malta. Anche questa volta “ULTRA” intercetta e decifra i relativi messaggi, ma stavolta la reazione britannica sarà assai meno violenta e tempestiva.
28 giugno 1941
In mattinata il convoglio viene avvistato da un ricognitore britannico; il segnale di scoperta da esso lanciato viene però intercettato e decifrato da Supermarina, che ne informa il convoglio. Questi modifica allora notevolmente la rotta, ma nel pomeriggio viene avvistato di nuovo; non si verificano però attacchi aerei durante il giorno, né nella notte successiva.
29 giugno 1941
Intorno alle 9 il convoglio, giunto in prossimità di Tripoli ed ormai lasciato dalla III Divisione (che rientra a Messina, dove giunge alle 11) ma raggiunto dalla scorta aerea (due caccia Macchi MC. 200, due S.M. 79 e due idrovolanti CANT Z. 501) viene attaccato da bombardieri britannici, i quali sganciano poche bombe che non causano nessun danno.
Il convoglio giunge a Tripoli alle 10.30 (o 11.15).
16 luglio 1941
LanciereGeniere (caposcorta), Oriani, Gioberti e la torpediniera Centauro salpano da Taranto per Tripoli alle 16, scortando i trasporti truppe Marco PoloNeptunia ed Oceania.
Gli incrociatori pesanti Trieste e Bolzano (III Divisione Navale) ed i cacciatorpediniere AscariCorazziere e Carabiniere forniscono scorta a distanza.
Secondo alcune fonti il convoglio sarebbe infruttuosamente attaccato, alle 13.35 (23 miglia a sud-sud-ovest di Messina), dal sommergibile britannico Unbeaten, ma si tratta probabilmente di un errore.
18 luglio 1941
Il convoglio giunge a Tripoli alle 14.30.
19 luglio 1941
Lanciere, AviereGeniere (caposcorta), Oriani e Gioberti lasciano Tripoli per Taranto alle 20.30, scortando NeptuniaOceania e Marco Polo. La III Divisione Navale fornisca ancora scorta indiretta.
21 luglio 1941
Il convoglio giunge a Taranto alle 16.30.

Un’altra immagine del Lanciere (Roby Adolfo Bellotti-Facebook)

23 agosto 1941
Alle 9.50 Lanciere, Ascari, Corazziere e Carabiniere, che formano la XII Squadriglia, partono da Messina insieme alla III Divisione (incrociatori pesanti Trento, Trieste, Bolzano e Gorizia), per partecipare al contrasto all’operazione britannica «Mincemeat», consistente nell’uscita da Gibilterra di parte della Forza H (la portaerei Ark Royal, la corazzata Nelson, l’incrociatore leggero Hermione e cinque cacciatorpediniere) con lo scopo di bombardare gli stabilimenti industriali ed i boschi di sughero nella Sardegna settentrionale (con gli aerei dell’Ark Royal), posare mine al largo di Livorno (con il posamine veloce Manxman) e dissuadere, con tale dimostrazione di forza, la Spagna dall’entrare in guerra a fianco dell’Asse. I veri obiettivi dell’azione britannica non sono comunque noti a Supermarina, che pensa soprattutto ad un nuovo tentativo britannico di inviare a Malta un convoglio di rifornimenti.
Alle 18 si uniscono alla formazione anche i cacciatorpediniere Maestrale e Scirocco, inviati da Palermo.
24 agosto 1941
Alle cinque del mattino la III Divisione si unisce al largo di Capo Carbonara al gruppo «Littorio» (corazzate Littorio e Vittorio Veneto della IX Divisione e cacciatorpediniere Aviere e Camicia Nera della XI Squadriglia e GranatiereBersagliereFuciliere ed Alpino della XIII Squadriglia), salpata da Taranto alle 16; poco dopo la formazione viene rinforzata dai cacciatorpediniere Ugolino VivaldiNicoloso Da Recco e Lanzerotto Malocello, provenienti da Napoli, ed Antonio Pigafetta e Giovanni Da Verrazzano, inviati da Trapani.
Le navi italiane assumono una rotta che le conduca al centro del Tirreno. Tra le 6.30 e le 6.40 LittorioVittorio Veneto e Trieste catapultano i loro idrovolanti da ricognizione, che tuttavia non riescono a trovare nulla; alle 11.15 è il Bolzano a catapultare il suo ricognitore, ma con risultati non migliori.
La formazione italiana, al comando dell’ammiraglio di squadra Angelo Iachino, ha l’ordine di trovarsi per le otto del 24 trenta miglia a sud di Capo Carbonara, dato che la Forza H è stata avvistata da un ricognitore alle 9.10 del 23, circa 90 miglia a sud di Maiorca (il ricognitore ne ha stimato la composizione in una corazzata, una portaerei, un incrociatore e quattro cacciatorpediniere, con rotta 270° e velocità 14 nodi), ed alle 19.18 di quel giorno dei rilevamenti radiogoniometrici hanno collocato la Forza H 145 miglia ad ovest di Capo Teulada.
Intorno alle cinque del mattino del 24, gli aerei dell’Ark Royal attaccano la zona di Coghinas e Tempio Pausania con bombe e spezzoni incendiari, causando però pochissimi danni (una casa distrutta ed un soldato ucciso) nonostante la zona sia ricca di boschi di sughero, mentre alle 7.45 la squadra italiana viene avvistata a sud della Sardegna da un ricognitore britannico, proprio mentre anche la Forza H viena a sua volta localizzata 30 miglia ad est di Minorca, con rotta 105° e velocità 20 nodi.
Sulla base di tale avvistamento, Supermarina (che ha intercettato il segnale di scoperta del ricognitore nemico, informando subito l’ammiraglio Iachino), ritenendo improbabile che le forze italiane possano incontrare quelle britanniche entro il 24, a meno di non uscire dal raggio di copertura della caccia aerea, ordina a Iachino di tenersi ad est del meridiano 8° (salvo, per l’appunto, riuscire ad incontrare la Forza H di giorno ed entro la zona protetta dalla caccia italiana) e di rientrare nel Tirreno dopo aver appoggiato la ricognizione che l’VIII Divisione è stata mandata a svolgere nelle acque di Capo Serrat e dell’isola di La Galite; ordina poi alla III ed alla IX Divisione di trovarsi alle dieci del mattino del 25 agosto a 28 miglia per 150° da Capo Carbonara, per ripetere la manovra del 24. Alle 17.20 le forze britanniche vengono avvistate da un altro ricognitore trenta miglia a sudest di Maiorca, il che conferma che un incontro per il 24 non sarebbe possibile, mentre sarebbe probabile il giorno seguente.
25 agosto 1941
In mattinata, dato che la ricognizione aerea (che si spinge fino al 3° meridiano) non trova traccia della Forza H, ed il traffico radio britannico sta tornando ai ritmi usuali, Supermarina decide di far rientrare alle basi le proprie forze navali; alle 13.35, di conseguenza, l’ammiraglio Iachino riceve ordine di rientrare a Napoli. La sera del 25 si viene a sapere che all’alba la Forza H è stata avvistata ormai già in acque spagnole, tra Sagunto e Valencia, prima con rotta nord e poi diretta verso sud, accompagnata da numerosi velivoli. Più tardi è stata vista a sud di Capo Sant’Antonio e si sono sentite molte cannonate, probabilmente dovute ad esercitazioni di tiro.
Nel corso dell’operazione, per due volte la III Divisione ha avvistato sommergibili nemici.
26 agosto 1941
Alle 5.54 il sommergibile britannico Triumph (capitano di fregata Wilfrid John Wentworth Woods), in agguato a nord di Messina, avverte rumori piuttosto forti di scoppi di bombe di profondità, che sembrano avvicinarsi; sei minuti dopo, in posizione 38°22’ N e 15°38’ E, il Triumph avvista verso nordovest un folto gruppo di navi italiane: essendo la luce ancora insufficiente, ed il periscopio d’osservazione fuori uso, Woods ci mette qualche minuto prima di riuscire a discernere la tipologia di navi nel periscopio, “tre corazzate od incrociatori, scortati da circa dieci cacciatorpediniere”. Si tratta della III Divisione e dei relativi cacciatorpediniere, che si apprestano ad imboccare lo stretto di Messina, di rientro dalla missione.
Il Triumph inizia la manovra di attacco alle 6.11, ed alle 6.38, poco a nord dello stretto, lancia due siluri da 4850 metri di distanza, contro il Bolzano, per poi scendere a 24 metri di profondità ed assumere rotta nord, per allontanarsi dalla posizione del lancio.
Uno dei siluri, circa tre minuti dopo il lancio, raggiunge il bersaglio, colpendo il Bolzano a poppa dritta; 8 uomini rimangono uccisi e 22 sono feriti, e l’incrociatore imbarca 2000 tonnellate d’acqua, restando fortemente appoppato.
Assistito da due rimorchiatori, il Bolzano riuscirà faticosamente a raggiungere Messina alle 10.55, mentre il cacciasommergibili Albatros e la vecchia torpediniera Giuseppe Missori vengono inviati a dare la caccia al sommergibile, senza risultato.
Il resto della III Divisione giunge anch’esso a Messina il 26 mattina.
3 settembre 1941
Nelle prime ore del mattino Lanciere ed Ascari vengono inviati ad assumere la scorta del cacciatorpediniere Dardo (capitano di corvetta Ferdinando Corsi) e della motonave Francesco Barbaro (comandante militare capitano di fregata Martini, comandante civile capitano Zagabia), che quest’ultimo sta rimorchiando verso Messina. Alcune ore prima, un attacco di aerosiluranti britannici contro un convoglio diretto in Libia ha affondato la motonave Andrea Gritti (con 347 vittime tra i 349 uomini presenti a bordo) e danneggiato gravemente la Barbaro, colpita a poppa da un siluro.
Lanciere ed Ascari raggiungono Dardo e Barbaro verso le 9 del mattino, iniziando subito un’alacre opera di protezione, zigzagando attorno alle due navi che, date le condizioni della Barbaro, il vento ed il mare avversi che intralciano il rimorchio, procedono a bassissima velocità. Nel cielo della formazione, quale scorta aerea, volano due caccia ed un idrovolante.
Poco più tardi la scorta viene rafforzata dal cacciasommergibili Albatros e poi anche dal cacciatorpediniere Carabiniere, mentre nel pomeriggio sopraggiungono anche i rimorchiatori Titano e Porto Recanati, inviati a dare assistenza al Dardo nel rimorchio (verso le 16.30 la Barbaro, senza fermarsi, passa un cavo d’acciaio anche al Titano, permettendo di aumentare un po’ la velocità del rimorchio).
Alle 18.30 (o 19) la Barbaro e la sua nutrita scorta riescono infine a raggiungere la rada di Messina.
22 settembre 1941
Alle 18 il Lanciere (capitano di fregata Giovanni Di Gropello) lascia Augusta insieme ai gemelli Aviere (capitano di vascello Bigi), Ascari (capitano di fregata Calamai), Carabiniere (capitano di fregata Sicco), Corazziere (capitano di vascello Paolo Melodia, caposquadriglia della XII Squadriglia) e Camicia Nera (capitano di fregata Garino).
Le quattro unità della XII Squadriglia (Lanciere, Corazziere, Ascari, Carabiniere) devono posare le mine dei campi minati offensivi «M 6» e «M 6 bis» (per i quali è previsto in tutto l’impiego di 100 mine P 200 con dispositivo acustico ed altrettante P 200 ad antenna) a sudest di Malta, mentre Aviere e Camicia Nera devono scortarli nell’operazione di posa. Ciascuno dei cacciatorpediniere della XII Squadriglia ha imbarcato, prima di partire, 25 mine tipo P 200 con dispositivo acustico (da regolare per una profondità di 20 metri) e 25 mine tipo P 200 con antenna (da regolare per una profondità di tre metri).
23 settembre 1941
Tra l’una di notte e l’1.30 i sei cacciatorpediniere giungono nel punto convenzionale «M» designato per l’inizio della posa, dopo aver ridotto la velocità a 10 nodi; a questo punto la formazione si divide, con Corazziere e Carabiniere che si dirigono verso la zona dello sbarramento M 6, mentre Ascari e Lanciere fanno rotta verso la zona dello sbarramento M 6 bis.
All’1.24 il Lanciere è il primo ad iniziare la posa delle sue 50 mine, che termina all’1.52. L’Ascari, che lo segue, inizia all’1.55 e conclude alle 2.23; contestualmente, nell’altra zona, il Carabiniere inizia all’1.35 e finisce alle 2.02, dopo di che il Corazziere comincia alle 2.07 e termina alle 2.34. La posa avviene con rotte serpeggianti, a grappoli, a cominciare dal cacciatorpediniere poppiero; le mine vengono lanciate con intervalli di 18 secondi tra l’una e l’altra (corrispondenti ad uno spazio di 90 metri), tra un grappolo e l’altro viene lasciato un intervallo di 5 minuti e 15 secondi (corrispondenti a 1600 metri). Il primo ed il terzo grappolo posato da ogni nave sono composti da 12 mine, il secondo ed il quarto da 13.
All’1.35 si accende un faro rosso ubicato vicino a Marsa Scirocco (probabilmente impiegato per le segnalazioni agli aerei in arrivo), il quale emette ad intervalli dei lampi che corrispondono alle lettere “Z D”. Ciò induce il comandante Di Gropello del Lanciere – anche a causa dell’eccezionale luminosità del faro, che risulta visibile a più di 20 miglia, apparendo così più vicino di quanto non sia in realtà, nonché del colore rosso della luce e della segnalazione a ripetizione di lettere, ambedue inusuali per un faro e più consoni per una nave – a credere erroneamente che nelle vicinanze si trovi un’unità di vigilanza britannica (scambiando così la luce del faro lontano per una luce proveniente da una vicina unità navale in mare), che stia effettuando segnalazioni per richiedere la parola di riconoscimento. Il Lanciere, di conseguenza, emette il segnale di avvistamento prescritto con la radio ad onde ultracorte, e riduce l’intervallo tra il secondo ed il terzo grappolo di mine, che sta posando in quel momento. L’equivoco, che il caposquadriglia Melodia riterrà giustificabile, date le circostanze di cui sopra, non ha comunque ripercussioni sulla regolare posa delle mine.
Durante la posa si verificano in tutto sette esplosioni accidentali di mine: tre all’1.55, due alle 2.17, due alle 2.27.
Terminata la posa, i due gruppi si disimpegnano dal lato esterno rispetto a Malta, e fanno rotta verso il punto di riunione, situato 20 miglia a sud-sud-est di Capo Passero, avvistandosi vicendevolmente alle 6.59 al largo di Capo Murro di Porco.
Una volta riuniti in un’unica formazione, i cacciatorpediniere proseguono verso nord; durante la navigazione di rientro ricevono ordine di dirigere verso Taranto, dove arrivano alle 17.25.
26 settembre 1941
LanciereCarabiniere, Ascari e Corazziere (la XII Squadriglia), insieme a Trento (nave ammiraglia dell’ammiraglio Bruno Brivonesi), Trieste e Gorizia, partono da Messina alle 22 per raggiungere ed attaccare un convoglio britannico diretto a Malta (cisterna militare Breconshire e mercantili AjaxCity of CalcuttaCity of LincolnClan FergusonClan MacDonaldImperial StarDunedin Star e Rowallan Castle, con 81.000 tonnellate di rifornimenti) e scortato dalla Forza H britannica con tre corazzate (NelsonRodney e Prince of Wales) ed una portaerei (Ark Royal), oltre a cinque incrociatori (KenyaEdinburghSheffieldHermione ed Euryalus) e 18 cacciatorpediniere (i britannici CossackDuncanFarndaleFuryForesterForesightGurkhaHeythropLaforeyLanceLegionLivelyLightningOribi e Zulu, i polacchi Garland e Piorun e l’olandese Isaac Sweers) nell’ambito dell’operazione britannica «Halberd». Da parte italiana, però, si ignora del vero obiettivo dei britannici: i comandi italiani, dato che la ricognizione ha avvistato solo parte delle navi nemiche, pensano che i britannici intendano lanciare un bombardamento aeronavale contro le coste italiane, e al contempo rifornire Malta di aerei.
III Divisione e XII Squadriglia fanno rotta dapprima verso nord e poi verso ovest. L’ordine per le forze italiane è di riunirsi a nord della Sardegna in una posizione difensiva, e di non ingaggiare il nemico a meno di non essere in condizioni di netta superiorità (precisamente: radunarsi alle 12 del 27 cinquanta miglia a sud di Capo Carbonara per intercettare il convoglio intorno alle 15, ad est di La Galite, e di attaccare solo se l’Aeronautica riuscirà a danneggiare almeno una delle corazzate che saranno presumibilmente presenti).
Partono anche la VIII (Attendolo, Duca degli Abruzzi) e la IX Divisione (LittorioVittorio Veneto) rispettivamente da La Maddalena e Napoli, accompagnate rispettivamente dalla X (Maestrale, Grecale, Scirocco) e dalla XIII (GranatiereBersagliereFuciliere e Gioberti) e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere (FolgoreDa ReccoPessagno).
27 settembre 1941
A mezzogiorno la III, la VIII e la IX Divisione, con le rispettive squadriglie di cacciatorpediniere, si riuniscono una cinquantina di miglia ad est di Capo Carbonara, per intercettare il convoglio, poi dirigono verso sud (o sudest) a 24 nodi (altra fonte: rotta 244°, velocità 22 nodi; poi 210° per dirigere incontro al nemico, alle 12.30 e 180° alle 13, per tagliare la rotta alle forze britanniche, aumentando la velocità a 24 nodi) per l’intercettazione, con gli incrociatori che precedono di 10.000 metri le corazzate. La III Divisione viene posizionata a 10.000 metri per 210° dalla IX Divisione (dalla quale, a causa della scarsa visibilità verso sudovest, risulta appena visibile, mentre la III Divisione vede bene le corazzate di Iachino, riferendo però che la visibilità verso sud è cattiva, dunque in caso d’incontro la Forza H vedrà la squadra italiana prima che quest’ultima la possa vedere a sua volta), mentre l’VIII prende posto a 10.000 metri per 240 da quest’ultima. 
Sempre a mezzogiorno, dato che la ricognizione ha avvistato una sola corazzata britannica ed una portaerei, e che la Regia Aeronautica sta per attaccare in massa (gli aerosiluranti italiani, al prezzo di sette velivoli abbattuti, riusciranno a silurare e danneggiare la Nelson), la flotta italiana viene autorizzata ad ingaggiare battaglia (Iachino riceve libertà d’azione); alle 14 viene ordinato il posto di combattimento, e le corazzate sono schierate nella direzione di probabile avvicinamento del nemico. Quando però il contatto appare imminente, in seguito a nuove segnalazioni dei ricognitori viene appreso che le forze britanniche ammontano in realtà a due corazzate (in realtà tre), una portaerei e sei incrociatori, il che pone la squadra italiana in condizioni di inferiorità rispetto alla forza britannica, e per giunta la prima è sprovvista di copertura aerea (soltanto sei caccia, con autonomia dalle basi non superiore a 100 km), mentre le navi italiane sono tallonate da ricognitori maltesi dalle 13.07 (e più tardi, dalle 15.15 alle 17.50, da aerei dell’Ark Royal) ed esposte ad attacchi di aerosiluranti lanciati dalla portaerei. Alle 14.30, considerata la propria inferiorità numerica, la scarsa visibilità e la mancanza di copertura, la squadra italiana inverte la rotta per portarsi fuori dal raggio degli aerosiluranti nemici.
Alle 15.30 sopraggiungono tre caccia italiani FIAT CR. 42 assegnati alla scorta aerea, ma, per via della loro somiglianza agli aerosiluranti britannici (sono anch’essi biplani), vengono inizialmente scambiati per aerei inglesi ed il Fuciliere – una fonte britannica parla invece del Lanciere, ma si tratta probabilmente di un errore – ne abbatte il capo pattuglia (il pilota sarà tratto in salvo dal Granatiere), mentre gli altri due si allontanano. Alle 17.18, avendo ricevuto comunicazioni secondo cui la squadra britannica avrebbe subito pesanti danni (una corazzata e due incrociatori silurati e daneggiati, un incrociatore affondato) a causa degli attacchi aerei, la formazione italiana dirige nuovamente verso sud (prima stava procedendo verso nord), salvo invertire nuovamente la rotta (dirigendo per est-nord-est) alle 18.14, portandosi al centro del Mar Tirreno, come ordinato da Supermarina perché ormai non è più possibile intercettare il convoglio prima del tramonto.
28 settembre 1941
Alle otto del mattino le navi italiane attraversano il canale di Sardegna e, come ordinato, raggiungono un punto 80 miglia ad est di Capo Carbonara, poi fanno rotta per ovest-sud-ovest ma infine, alle 14.00, dato che i ricognitori non trovano più alcuna nave nemica a sud ed ad ovest della Sardegna (il convoglio è infatti passato) viene ordinato il rientro alle basi.  La III Divisione viene fatta dirigere su La Maddalena.
29 settembre 1941
La III Divisione giunge a La Maddalena in mattinata, per poi successivamente tornare a Messina.

Il Lanciere nel 1942 (da www.lemairesoft.sytes.net)

1941-1942
Lavori di modifica: l’obice illuminante da 120/15 mm viene eliminato e sostituito con un quinto cannone da 120/50 mm mod. Ansaldo 1940. Vengono inoltre eliminate 12 mitragliere contraeree da 13,2/76 mm (quattro in impianti singoli ed otto in impianti binati) ed installate invece quattro mitragliere binate Breda 1935 da 20/65 mm e due scaricabombe per bombe di profondità.
Gennaio 1942
Assume il comando del Lanciere il capitano di fregata Costanzo Casana.
Nello stesso periodo, a seguito di una collisione tra Granatiere e Corazziere in cui entrambi sono rimasti gravemente danneggiati e fuori uso per lungo tempo, la XII Squadriglia Cacciatorpediniere viene sciolta; Lanciere e Carabiniere vengono assegnati alla XIII Squadriglia, insieme a Fuciliere, Bersagliere ed Alpino.

Il Lanciere, a destra, ed il gemello Alpino ormeggiati a Messina a metà marzo 1942; all’estrema destra s’intravede la prora del cacciatorpediniere Malocello, mentre sullo sfondo sono visibili un traghetto delle Ferrovie dello Stato, l’incrociatore pesante Trento (dietro il traghetto) e l’incrociatore leggero Giovanni delle Bande Nere (dietro il Trento). Si tratta forse dell’ultima fotografia del Lanciere prima della sua perdita (Coll. G. Vaccaro, dal libro “Mussolini’s Navy” di Maurizio Brescia)

Tempesta

All’una di notte del 22 marzo 1942 il Lanciere (al comando del capitano di fregata Costanzo Casana), temporaneamente aggregato alla XIII Squadriglia Cacciatorpediniere (Fuciliere, Bersagliere, Alpino), salpò da Messina insieme a tali tre cacciatorpediniere ed alla III Divisione Navale, composta dagli incrociatori pesanti Trento e Gorizia, più l’incrociatore leggero Bande Nere, per partecipare all’intercettazione del convoglio britannico «M.W. 10», diretto a Malta. Tale convoglio, partito da Alessandria alle 7 del mattino del 20 marzo, era formato dalla cisterna militare Breconshire e dai piroscafi Clan CampbellPampas e Talbot, con la scorta diretta dell’incrociatore leggero Carlisle e dei cacciatorpediniere Avon ValeDulvertonBeaufortEridgeSouthwold e Hurworth, rinforzata per il tratto più pericoloso dagli incrociatori leggeri DidoEuryalus e Cleopatra e dai cacciatorpediniere HastyHavockHeroSikhZuluLivelyJervisKelvinKingston e Kipling. Quest’ultima forza, il 15th Cruiser Squadron della Royal Nay, era salpata da Alessandria alle 18 del 20 ed era comandata dall’ammiraglio Philip L. Vian. Da Malta si unirono ad essa, nella giornata del 22 marzo, anche l’incrociatore leggero Penelope ed il cacciatorpediniere Legion.
La XIII Squadriglia e la III Divisione formavano il gruppo «Gorizia» (al comando dell’ammiraglio di divisione Angelo Parona, comandante la III Divisione, con bandiera sul Gorizia), uno dei due usciti in mare per tale missione; l’altro gruppo, denominato «Littorio» (corazzata Littorio, cacciatorpediniere Ascari, Aviere, Oriani e Grecale, più Geniere e Scirocco che però partirono in ritardo e di fatto non riuscirono a riunirsi al resto della formazione), partì invece da Taranto. Comandante superiore in mare era l’ammiraglio di squadra Angelo Iachino, imbarcato sulla corazzata Littorio.
Il primo sentore di una possibile operazione nemica lo si era avuto il 19 marzo 1942, quando da intercettazioni radio era emerso che si trovava in mare, a bordo di un incrociatore classe Dido, il comandante delle forze leggere della Mediterranean Fleet, ammiraglio Philip L. Vian. Alle 00.22 del 20 marzo era stato intercettato un telegramma di precedenza assoluta trasmesso a Malta, e da ciò era derivata l’impressione che le navi britanniche fossero in movimento da Alessandria verso Malta; il mattino del 21 un ricognitore Junkers Ju 88 del X Fliegerkorps tedesco aveva avvistato un convoglio di tre piroscafi e quattro cacciatorpediniere con rotta ovest, una quarantina di miglia a nord di Sidi el Barrani. Successivi ulteriori avvistamenti e decrittazioni di messaggi britannici avevano confermato che il convoglio dirigeva verso ovest a 14 nodi di velocità. Rilevamenti radiotelegrafici e segnalazioni di un U-Boot tedesco, nella sera e notte del 20-21 marzo, avevano confermato l’esistenza di importante traffico nemico al largo dell’Egitto, anche se si era ritenuto che il convoglio avvistato dallo Ju 88 fosse diretto a Tobruk e non a Malta (per quanto anche questa possibilità non venisse categoricamente esclusa), il che appariva anche dalle comunicazioni intercettate, nelle quali il convoglio riferiva ad Alessandria i propri movimenti.
Quello stesso giorno un secondo convoglio, dal nome convenzionale di «Empire», era stato avvistato alle 2.21 da un U-Boot tedesco, 28 miglia a nord-nord-ovest di Sidi el Barrani, con rotta nordovest; alle 16.30 lo stesso convoglio era stato avvistato anche dal sommergibile italiano Platino (tenente di vascello Innocenzo Ragusa), il quale aveva riferito che un incrociatore leggero, quattro cacciatorpediniere e tre grossi piroscafi si trovavano a 48 miglia a sud-ovest di Gaudo (Creta), con rotta 320°.
Alle 16.58 un altro ricognitore Ju 88 del X Fliegerkorps aveva avvistato davanti al convoglio, cento miglia a nord di Derna, un gruppo di circa 14 navi da guerra, tra cui tre di grandi dimensioni. Alle 18 Supermarina, stimando che il convoglio fosse diretto a Malta, accompagnato da un gruppo leggero di scorta composto da non più di tre incrociatori ed alcuni cacciatorpediniere, oltre ad alcune altre navi partite da La Valletta nella notte tra il 21 ed il 22 marzo (nel pomeriggio, dei ricognitori tedeschi avevano avvistato in quel porto delle bettoline di rifornimento affiancate ad un incrociatore ed un cacciatorpediniere), aveva deciso di intervenire con la flotta da battaglia, ossia la Littorio e la III Divisione Navale, più le relative squadriglie di cacciatorpediniere. Per la III Divisione l’ordine operativo era: «Terza Divisione con BANDE NEREALPINOFUCILIERELANCIEREBERSAGLIERE escano appena pronti regolando navigazione modo trovarsi ore 080022 punto Beta latitudine 3540 longitudine 1740 quindi incrocino zona venti miglia attorno detto punto attesa risultati ricognizioni».

Durante la manovra di partenza, il Gorizia ebbe problemi a lasciare gli ormeggi per via del vento fortissimo, il che causò un ritardo di un’ora rispetto al previsto: a causa di tale ritardo, Supermarina posticipò di un’ora il previsto arrivo della III Divisione nel punto convenzionale «Beta».
Lasciata Messina, il gruppo «Gorizia» procedette lungo la costa calabrese sino a Capo Spartivento, poi, alle 2.52, accostò assumendo rotta 150° verso il punto prestabilito «B» (a 160 miglia per 95° da Malta), a 25 nodi. Le navi vennero poi raggiunte da bombardieri Junkers Ju 88 tedeschi del I./NJG.2, che ne assunsero la scorta. Alle 7.30 il Gorizia catapultò un idrovolante da ricognizione, che dovette però rientrare subito a Siracusa per guasto al motore; alle 8.16, pertanto, il Bande Nere catapultò il suo idroricognitore, che compì esplorazione verso sudest per un centinaio di miglia, ma non avvistò alcunché, dopo di che diresse per Augusta. Ad avvistare le navi britanniche furono invece aerei del II Corpo Aereo Tedesco (bombardieri ed aerosiluranti) ed un altro ricognitore, catapultato dal Trento.
Passato all’altezza del punto «B» alle 9.11, la formazione proseguì con rotta 150°, riducendo la velocità a 20 nodi, fino alle 9.48, dopo di che invertì la rotta, come ordinato da Supermarina, ed iniziò ad incrociare nella zona del punto «B», aspettando che giungessero notizie sul nemico (poco dopo le 10, il gruppo aveva rotta 330° e velocità 20 nodi).
Alle 10.40, per ordine dell’ammiraglio Iachino, la III Divisione accostò per 160° (più tardi per 165°) per stabilire contatto visivo con le forze britanniche, quindi la XIII Squadriglia si portò in posizione di scorta avanzata e poi la formazione assunse una velocità di 30 nodi.
A causa del mare sempre più agitato da sudest, alle 12.12 la velocità dovette essere ridotta a 28 nodi per non causare eccessivi problemi ai cacciatorpediniere, ed alle 13.32, per gli stessi motivi, essa dovette essere ulteriormente ridotta a 26 nodi e le navi accostarono per 180°. Alle 13.40 la formazione assunse rotta 210°. Alle 13.42 il gruppo «Gorizia» si dispose perpendicolarmente alla probabile direzione di avvistamento dei britannici, con il Gorizia al centro, Trento e Bande Nere alla sua sinistra su rilevamento 90° e la XIII Squadriglia alla sua dritta su rilevamento 270°, ad una distanza di 4000 metri.
Gli ordini per la III Divisione erano di prendere contatto visivo con il nemico senza impegnarsi prima della riunione con il gruppo «Littorio». La direzione di probabile avvistamento del nemico, determinata in base alle informazioni comunicate dagli aerei (non sempre concordi in merito alla posizione degli avvistamenti), si rivelò poi essere esatta: le navi nemiche vengono avvistate verso le 14.20, su rilevamento 185° (a 23.000 m)-170°-160°.
Le navi britanniche, dal canto loro, avvistarono prima dei fumi alle 14.17 (l’Euryalus) e poi (Euryalus e Legion) le navi italiane alle 14.27; l’ammiraglio Vian identificò erroneamente i tre incrociatori italiani, alle 14.34, per altrettante corazzate, distanti 12 miglia.
Dopo l’avvistamento, le navi di Parona accostarono per 250° (per sudovest), come prestabilito, allo scopo di assumere rotta convergente a quella delle navi britanniche, ma restando al contempo in grado di fare fuoco con tutte le artiglierie principali. Ebbe così inizio l’avvicinamento al nemico; le condizioni di visibilità erano altalenanti, il cielo era parzialmente coperto da nuvole basse.
L’Avon Vale, il Carlisle e le navi della “Strike Force” di Vian iniziarono ad emettere fumo. Alle 14.44, mentre il convoglio veniva rapidamente nascosto da cortine nebbiogene (dopo soli 40 secondi dall’avvistamento, le navi britanniche erano completamente avvolte dalla cortina fumogena, che offuscava anche una vasta zona di mare tutt’intorno; il vento spingeva il fumo verso le navi italiane) ed accostava per 210° in modo da allontanarsi verso ovest-sud-ovest (scortato dal Carlisle e dai cacciatorpediniere della scorta diretta), gli incrociatori britannici – disposti in colonne, per divisione, e guidati dal Cleopatra –, diressero contro quelli italiani per difendere il convoglio, assumendo rotta ovest-nord-ovest.
La III Divisione, come precedentemente stabilito, fece rotta verso nord per attirarli verso il gruppo «Littorio» (corazzata Littorio, cacciatorpediniere AscariAviereOriani e Grecale). Il piano dell’ammiraglio Iachino, che si aspettava che le navi britanniche avrebbero inseguito quelle italiane, era di attirare il nemico tra il gruppo «Gorizia» da una parte ed il gruppo «Littorio» dall’altra.
Avvicinandosi, gli incrociatori di Vian uscirono dalla cortina nebbiogena che i cacciatorpediniere britannici avevano steso sulla formazione, e risultò così possibile stabilire il contatto balistico: alle 14.35, mentre correvano verso nord, gli incrociatori di Parona aprirono il fuoco con le torri poppiere, da 21.700 metri di distanza. Il tiro italiano risultò piuttosto intermittente, perché la visibilità dei bersagli era altalenante: le navi nemiche venivano impegnate ogni volta che uscivano dalla nebbia, ma questo accadeva solo di quando in quando; inoltre, il mare mosso faceva rollare e beccheggiare fortemente le navi ed il vento soffiava schiuma contro i telemetri, rendendo pressoché impossibile – insieme al fumo ed alle grandi distanze – una mira accurata. Alle 14.43 le navi di Parona interruppero il tiro per poi riprenderlo dieci minuti dopo, mentre gli incrociatori britannici descrivevano un ampio semicerchio, virando a nordest alle 14.33 per diffondere ulteriormente il fumo, e poi a nordovest alle 14.56, ora in cui il Cleopatra e l’Euryalus iniziarono a rispondere al fuoco (per la prima volta dall’inizio dello scontro) da una distanza di 19.000 metri. Le salve sparate dalle navi di Vian risultarono ben presto assai centrate, ma nessuna di esse andò a segno. A causa del fumo, poche navi britanniche, eccetto Cleopatra ed Euryalus, avvistarono quelle italiane; e di esse soltanto il cacciatorpediniere Lively sparò qualche colpo.
Alle 15.06 Vian si rese conto di avere di fronte degli incrociatori, e non delle corazzate (anche se sbagliò ancora a quantificarne il tipo ed il numero, credendo trattarsi di un incrociatore pesante e tre incrociatori leggeri), che navigavano in linea di fronte su uno schieramento ampio circa 2 miglia e rotta stimata 200°; i primi colpi italiani, che cadevano molto corti, erano stati visti alle 14.36. Le navi britanniche accostarono prima ad est, poi a sud e poi di nuovo ad ovest, per non allontanarsi dal convoglio; il gruppo «Gorizia» le assecondò, mantenendo il contatto balistico e variando la distanza in base alla visibilità ed agli ordini di tenere il nemico agganciato, ma senza impegnarsi a fondo. Alle 15.10 la III Divisione, che aveva ridotto la velocità a 25 nodi, venne inquadrata da numerose salve d’artiglieria, molto rapide, sparate da circa 20.000 metri di distanza; di nuovo, però, nessuna nave fu colpita.
Tra le 15.09 e le 15.15 uno degli incrociatori italiani iniziò a centrare le sue salve su Cleopatra ed Euryalus, anche dopo che questi si erano ritirati dietro la cortina nebbiogena; il Cleopatra reagì sparando anch’esso alcune salve contro la nave italiana, ed alle 15.15 le unità avversarie accostarono entrambe in fuori. Alle 15.13 gli incrociatori italiani cessarono il tiro; quando le unità nemiche accostarono di nuovo verso nord, il gruppo «Gorizia» cercò di nuovo di portarle verso il gruppo «Littorio», ormai vicino, che avvistò alle 15.23 ad una distanza di 15 km. La III Divisione ridusse pertanto la velocità a 20 nodi ed accostò per assumere la posizione assegnata in formazione, cioè a sinistra della Littorio. La riunione avvenne alle 15.30.
Mentre le unità di Parona e di Vian erano impegnate in questo primo scambio di colpi, il convoglio venne attaccato da bombardieri tedeschi Junkers Ju 88, che furono respinti dal furioso tiro contraereo del Carlisle e dell’Avon Vale (che durante tale azione entrarono in collisione tra di loro, ma senza riportare danni gravi).
Alle 15.20 gli incrociatori britannici accostarono di nuovo verso sud (o sudovest) per riunirsi al convoglio (alla stessa ora, il Gorizia avvistò la Littorio verso nord), e la prima fase dello scontro volse al termine. Il convoglio tornò ad assumere l’originaria rotta verso ovest. Vian, non a conoscenza della manovra italiana, ritenne di aver respinto il nemico e così comunicò al suo superiore, ammiraglio Cunnignham, alle 15.35. Le navi di Vian si ricongiunsero col convoglio alle 16.30; dato che i cacciatorpediniere classe “Hunt” della scorta diretta avevano già consumato gran parte del proprio munizionamento contraereo, Vian ordinò a due dei suoi gruppi (il primo e quello incaricato di emettere fumo) di unirsi alla scorta diretta.

Il tempo andava peggiorando: il vento stava aumentando, fino a 30 nodi, e la schiuma delle onde generò una sorta di foschia bassa, con conseguente mediocre visibilità.
Una volta riuniti i due gruppi, la flotta italiana si dispose con la III Divisione in linea di fronte a sinistra (ad est) della Littorio, così da avere uno schieramento perpendicolare al probabile rilevamento delle forze nemiche; poi, data anche la sua eterogeneità, la III Divisione venne lasciata a 5 km di distanza dalla corazzata, per garantirle maggiore scioltezza. Successivamente, la III Divisione passò alla formazione in linea di fila nell’ordine Gorizia (in testa), Trento (al centro), Bande Nere (in coda).
L’ammiraglio Iachino, cui risultava che gli incrociatori nemici stessero navigando verso sud ad alta velocità, ritenne che il convoglio avesse deviato per sudovest, e decise di manovrare per tagliargli la strada; alle 16.18 giunse una comunicazione di un aereo che riferiva che il nemico si trova a 30 miglia di distanza, 10° di prora a sinistra, con rotta 255°, e Iachino ordinò di accostare per 230° per intercettarlo.
Alle 16.31 la squadra italiana avvistò di nuovo quella britannica per rilevamento 210° (circa dieci miglia più ad ovest di quanto previsto in base alle segnalazioni degli aerei); contestualmente, un idroricognitore catapultato dalla Littorio avvistò il convoglio a 10 miglia per 240° dagli incrociatori britannici (cioè al di là di questi ultimi), su rotta 270°. In base a queste informazioni, Iachino ordinò di accostare a dritta e poi di dirigere verso ponente.
Le prime navi britanniche ad avvistare quelle italiane furono lo Zulu (che vide 4 navi di tipo imprecisato a 9 miglia di distanza, verso nordest in direzione 42°) e l’Euryalus (che avvistò tre incrociatori per 35°, a 15 miglia di distanza), alle 16.37 ed alle 16.40; la III Divisione avvistò a sua volta il nemico alle 16.40, di prora. La squadra italiana si dispiegò subito sulla dritta, accostando in successione per 90°, per 290° e per 270°, ed alle 16.43 venne aperto il fuoco da entrambe le parti; allo stesso tempo, alle 16.40, anche la formazione britannica diresse incontro a quella italiana per affrontarla (eccetto i cacciatorpediniere Jervis, Kipling, Kingston e Kelvin, che invece stesero un’altra cortina fumogena tra le navi italiane ed il convoglio), assumendo rotta nord-nord-est. Le condizioni di visibilità erano già di per sé pessime, ed a peggiorarle ulteriormente le navi britanniche emisero di nuovo copiose cortine fumogene: l’orizzonte nella direzione del nemico apparve estremamente confuso; delle navi britanniche si vedevano soltanto i fumi e occasionalmente qualche scafo, che appariva parzialmente di quando in quando.
L’azione di fuoco delle navi italiane si svolse in due periodi, tra le 16.43 e le 17.16, prendendo di mira gli incrociatori britannici che emergevano dalla cortina nebbiogena; nella prima fase, tra le 16.43 e le 16.52, mentre le distanze calavano da 17.000 metri a 14.000 metri, il tiro italiano si concentrò sugli incrociatori Dido, Penelope, Cleopatra ed Euryalus e sul cacciatorpediniere Legion. Il tiro delle navi italiane era molto intenso, ma saltuario, in quanto i bersagli apparivano e scomparivano nella nebbia artificiale.
Alle 16.44 un colpo del Bande Nere danneggiò l’incrociatore britannico Cleopatra (nave ammiraglia di Vian), che ripiegò coperto da cortine nebbiogene e cessò temporaneamente il fuoco. Le navi italiane sospesero il fuoco alle 16.52 e lo ripresero alle 17.03, dopo una pausa di undici minuti; il tiro italiano risultò diretto contro sagome che apparivano molto vaghe, delle quali s’intravedevano in mezzo alla nebbia artificiale le vampe dei cannoni. La distanza delle navi britanniche era stimata in 10.000 metri. Alle 17.11 viene nuovamente cessato il fuoco, dato che le navi di Vian erano interamente avvolte dalla nebbia e non si riusciva più a vedere niente. Da parte britannica, tra le 17.01 e le 17.12 Cleopatra ed Euryalus impegnarono le navi italiane, che riuscivano a vedere piuttosto vagamente, a distanza di circa 14.000 metri; tra le 17.03 e le 17.10 anche Dido, Legion e Penelope aprirono il fuoco, concentrandosi sull’incrociatore italiano più ad ovest. Diverse salve britanniche caddero vicinissime alla III Divisione, ma nessuna andò a segno. Alle 17.07 le navi italiane, ritenendo erroneamente di aver avvistato delle scie di siluri (in realtà, non risulta che siano stati lanciati siluri da parte britannica in questa fase, anche se i cacciatorpediniere Hero, Havock, Lively e Sikh manovrarono per portarsi in posizione favorevole al lancio), accostarono per 290°, ma poco dopo tornarono ad assumere rotta 270°.
Il mare grosso, le condizioni di visibilità in progressivo deterioramento e le cortine nebbiogene continuamente emesse dalle navi britanniche (praticamente ininterrottamente dalle 14.42 alle 19.13) per occultare sia i loro movimenti che il convoglio complicarono molto il puntamento per le navi italiane. Il vento, che spirava a 25 nodi, spinse la nebbia artificiale verso le navi di Iachino.
Alle 17.18 la formazione italiana accostò per 240° ed alle 17.25 per 250°, riducendo la velocità a 20 nodi, per accerchiare la forza nemica da ovest; dato però che le unità britanniche si trovavano sottoposte a continui e pesanti attacchi aerei (protrattisi fino alle 19.25, e dei quali le navi italiane ebbero sentore sia perché gruppi di bombardieri ed aerosiluranti passavano non lontano da loro, sia perché si notava il forte tiro contraereo sopra la cortina nebbiogena che nascondeva le navi), Iachino decise alle 17.31 di approfittarne e tagliare verso sud, assumendo rotta 200°, per ridurre le distanze. Le navi di Vian avevano ricominciato anche a sparare sulle unità italiane, con grande intensità e considerevole accuratezza, ma senza colpire niente.
Si riprese il fuoco, ed alle 17.20 il cacciatorpediniere britannico Havock venne colpito ed immobilizzato (riuscì poi a rimettere in moto a 16 nodi, e Vian gli ordinò di unirsi al convoglio, non essendo più in grado di partecipare al combattimento); il tiro venne più volte sospeso e ripreso, anche in conseguenza della pessima visibilità causata dal maltempo e della nebbia artificiale che ormai aleggiava un po’ ovunque. Alcuni cacciatorpediniere britannici (Lively, Sikh, Hero) tentarono di portarsi in posizione idonea a lanciare i siluri, ma rinunciarono poco dopo. La battaglia si frammentò in molti episodi minori, in cui entrambe le parti commisero errori di valutazione, si avvicinarono e si allontanano a più riprese. Il capoconvoglio britannico, imbarcato sulla cisterna Breconshire, voleva proseguire verso Malta ed alle 17.20 fece accostare verso ovest con tale proposito, ma dieci minuti dopo Vian, intuendo che la manovra italiana mirava ad aggirare il convoglio passando ad ovest della cortina nebbiogena, ordinò che il convoglio dirigesse nuovamente verso sud. Il tira e molla continuò: il capoconvoglio accostò di nuovo per sudovest alle 17.45, e Vian lo fece tornare verso sud alle 18.

Proseguiva, intanto, il combattimento tra le contrapposte formazioni: alle 17.40 le navi italiane, ridotte le distanze fino a 14.000 metri, riaprirono il fuoco sugli incrociatori britannici (i quali governavano alternativamente verso est e verso ovest, emettendo nebbia artificiale per nascondere il convoglio), che apparivano di quando in quando in mezzo alla nebbia, continuando a loro volta un tiro serrato. Alle 17.52, anche se la distanza era calata a 13.000 metri, da parte italiana venne sospeso il tiro, per la visibilità troppo cattiva, mentre da parte britannica si continuava a fare fuoco con l’ausilio del radar, ma senza colpire. Un minuto dopo, la formazione italiana accostò per 220°. Lo stato del mare andava sempre peggiorando, degenerando a poco a poco in una vera e propria tempesta: avendo il mare approssimativamente al traverso al sinistra, Trento e Gorizia rollavano in media di 10°-12°, ed il Bande Nere di ben 24°-27°. Alle 17.56 le navi italiane, per ridurre il violento rollio causato dalla tempesta ed al contempo evitare di modificare l’orientamento dello schieramento rispetto al nemico (che si trovava a circa 13 km di distanza per 160°), accostarono ad un tempo per 250°, ed alle 18.10 assunsero rotta 280°, allontanandosi dalle navi britanniche (che verso le 18 vennero attaccate da aerosiluranti, visti passare nelle vicinanze dalle navi italiane), che cessarono così il fuoco.
Le unità britanniche si avvicinarono ed attaccarono, infruttuosamente, con i siluri: il Cleopatra lanciò infruttuosamente tre siluri contro la Littorio; Dido, Penelope, Legion, Hasty e Zulu tentarono anch’essi di lanciare i propri siluri, ma non ci riuscirono per via della nebbia, della scarsa visibilità, delle distanze, del vento e del mare sempre più mosso. Poi, tutte le navi britanniche ripiegarono verso est, allontanandosi da quelle italiane.
Alle 18.20 la squadra italiana, i cui due gruppi procedevano a poca distanza l’uno dall’altro, assunse rotta 220° ed alle 18.27 rotta 180°, per avvicinarsi al convoglio britannico ed obbligarlo ad allontanarsi da Malta; i vari gruppi in cui era divisa la squadra britannica, intanto, si riunirono verso ovest/nordovest per concentrare l’offesa contro le unità di Iachino, mentre il convoglio tornava a dirigere verso ovest alle 18.25 e poi di nuovo verso sud alle 18.40.
Alle 18.31 le navi italiane, ora disposte in linea di fila con la Littorio in testa, aprirono di nuovo il fuoco da 15.000 metri verso il nemico, che si trovava poco a proravia del loro traverso a sinistra; le navi britanniche reagirono concentrando il fuoco su Littorio e Gorizia. Nello stesso momento tutti i gruppi britannici conversero in un punto situato 15 miglia a sudest della Littorio, tra quest’ultima ed il convoglio (che in quel momento era 23 miglia a sudest della corazzata italiana), per poi andare all’attacco silurante. Tale attacco, deciso e ordinato fin dalle 17.59, ebbe inizio alle 18.27 e si concluse alle 18.41; i cacciatorpediniere britannici, divisi in gruppi, serrarono le distanze, alcuni fino a soli 5500 metri (mentre tra gli incrociatori il Cleopatra, che appoggia i cacciatorpediniere con le sue artiglierie, si avvicinò fino a 9000 metri), e lanciarono i loro siluri, intensamente controbattuti dal tiro delle navi italiane. Nessuno dei siluri lanciati andò a segno; durante l’attacco, alle 18.41, il tiro del Trento colpì il cacciatorpediniere Kingston, che venne immobilizzato con gravi danni ed incendio a bordo, mentre alle 18.52 il Lively subì danni e allagamenti per schegge di una salva della Littorio caduta vicinissima. Il combattimento era accanito; le navi italiane sparavano con tutte le artiglierie, compresi i pezzi secondari da 100 mm degli incrociatori.
Nonostante l’attacco dei cacciatorpediniere, la flotta italiana proseguì a 22 nodi sulla rotta 180°; alle 18.45 tutte le unità accostarono a un tempo per 295°, per evitare i siluri, riducendo poi la velocità a 20 nodi. Uno dei siluri passò poco a proravia della Littorio, altri cinque o sei passarono in mezzo alle navi. Alle 18.51 Iachino ordinò a tutte le navi di accostare per 330° ed accelerare a 26 nodi, per allontanarsi rapidamente dalla zona degli attacchi siluranti, anche perché la visibilità era sempre più ridotta causa la nebbia in aumento (il vento di scirocco la spingeva verso le navi italiane) ed il mare sempre più mosso. Proprio durante l’accostata, si verificò l’unico colpo a segno ottenuto dai britannici nel corso della battaglia: un proiettile da 120 mm, sparato da uno dei cacciatorpediniere, colpì la Littorio a poppa, causando qualche danno di modesta entità. Più o meno in questa fase, mentre la battaglia navale volgeva al termine, le navi britanniche vennero attaccate senza successo da dodici aerosiluranti Savoia Marchetti S.M. 79 “Sparviero”, decollati da Catania, tre dei quali vennero abbattuti, e da alcuni bombardieri tedeschi.
Il fuoco venne cessato da entrambe le parti tra le 18.56 e le 18.58, e poco dopo si perse il contatto, mentre calava il buio: terminava così, in modo inconcludente, la seconda battaglia della Sirte.
Calata l’oscurità, infatti, la flotta italiana, piagata dalla scarsa preparazione al combattimento notturno (nel quale i britannici erano invece esperti), non era più in grado di dare battaglia, e per giunta i cacciatorpediniere erano ormai a corto di carburante: Iachino decise dunque di rientrare alle basi, ordine che venne confermato da Supermarina alle 20.
Durante il combattimento, le navi maggiori italiane avevano sparato complessivamente 1511 colpi di grosso e medio calibro; gli incrociatori britannici avevano sparato tra i 1600 ed i 1700 colpi, ed i loro cacciatorpediniere circa 1300. Da parte britannica erano stati danneggiati in modo serio il Cleopatra ed i cacciatorpediniere Kingston, Havock e Lively, ed in modo leggero l’incrociatore Euryalus ed i cacciatorpediniere Sikh, Lance e Legion, mentre da parte italiana non si erano avuti danni tranne quelli, pressoché irrilevanti, causati dal colpo da 120 a segno sulla Littorio.
Questi danni contribuirono ad indebolire seriamente la Mediterranean Fleet (già rimasta priva di corazzate, dopo l’impresa di Alessandria), almeno temporaneamente, per quanto concerneva il numero di siluranti a disposizione (tra quelli colpiti durante la battaglia e le unità danneggiate da aerei e sommergibili negli stessi giorni, ben tredici cacciatorpediniere della Mediterranean Fleet si ritrovarono danneggiati in modo più o meno grave), ma dati i rapporti di forza nella battaglia sarebbe stato lecito aspettarsi, da parte italiana, un risultato più favorevole. Il convoglio, obiettivo dell’attacco, era scampato indenne alle navi italiane, anche se la perdita di tempo causata dalle deviazioni di rotta imposte dalla battaglia avrebbe facilitato gli attacchi aerei che avrebbero portato, nelle ore successive, alla sua distruzione.

Alle 19.06 la formazione italiana accostò verso nord, e poco dopo si dispose in un’unica linea di fila (navi maggiori), con i cacciatorpediniere in posizione di scorta laterale ravvicinata; alle 19.20 la velocità venne ridotta a 24 nodi, ed alle 19.48, calato completamente il buio, la XIII e la XI Squadriglia si posizionarono a poppavia delle navi maggiori in doppia colonna, XIII Squadriglia a dritta e XI a sinistra.
Alle 19.13, intanto, le navi britanniche cessarono l’emissione di nebbia, ritenendo che ormai la forza italiana non si sarebbe ripresentata: il convoglio venne finalmente autorizzato a procedere verso Malta (in formazione diradata, per rendere più difficile il lavoro dei bombardieri ed aerosiluranti italo-tedeschi), mentre le navi di Vian facevano ritorno ad Alessandria (tranne Havock e Kingston, mandati a Malta con il convoglio in considerazione dei danni subiti, ed il Lively, inviato a Tobruk per lo stesso motivo). Il convoglio britannico avrebbe subito gravi perdite l’indomani, ormai praticamente sulla porta di casa: gli attacchi aerei dell’Asse avrebbero affondato la Breconshire ed il piroscafo Clan Cambpell e messo fuori uso il cacciatorpediniere Legion (portato all’incaglio, e poi distrutto durante le riparazioni da altri bombardamenti su Malta, come pure il Kingston), mentre il cacciatorpediniere Southwold sarebbe affondato per urto contro una mina; i due piroscafi superstiti, Pampas e Talabot, sarebbero stati affondati in porto dai bombardamenti, così che di 25.000 tonnellate di rifornimenti portati dal convoglio meno di 5000 sarebbero giunti a destinazione.
Il maltempo, frattanto, era ormai degenerato in una vera e propria tempesta: col mare grosso al traverso, le navi rollano fortemente, alcune di esse con sbandate paurose. Di conseguenza, l’ammiraglio Iachino ordinò a tutta la squadra, per fronteggiare meglio il mare grosso, di accostare per 25° e ridurre la velocità a 20 nodi alle 20.00 (avendo il mare grosso in poppa, per contenere il forte rollio che poteva portare ad oscillazioni di ampiezza pericolosa, era opportuno navigare a bassa velocità), ed alle 20.26 ordinò di assumere rotta 10°. Alle 20.34 Supermarina ordinò a Iachino di rientrare in porto. Alle 21.17 la velocità venne ridotta a 18 nodi ed alle 23.57 a 16, sempre per lenire il travaglio dei cacciatorpediniere, ma la situazione andava peggiorando. La flotta italiana, che nel combattimento appena concluso non aveva praticamente subito danni, doveva subire due dolorose perdite durante la navigazione di rientro, non per azione nemica ma per la furia del mare.
Furono i cacciatorpediniere, più piccoli e fragili, e in gran parte usurati dalle frequenti missioni di scorta convogli (i cicli operativi troppo prolungati cui erano sottoposti avevano effetti negativi soprattutto in termini di logorio dell’apparato motore), a risentire di più delle condizioni del mare. Molti di essi iniziarono a manifestare avarie, e tra tutti il primo fu proprio il Lanciere: alle 20.30 la nave, non riuscendo a mantenere la velocità (già nel pomeriggio, a causa di venti forza 6-7, aveva dovuto ridurre da 30 nodi a 26, e più tardi a 22), rimase indietro, assumendo rotta 20°.
Per oltre due ore il Lanciere continuò comunque ad avanzare, battendosi contro la violenza del mare, ma alle 22.45 dovette fermarsi per riparare delle avarie all’apparato motore, causate dalla forte burrasca; alle 23.15 si dovette mettere alla cappa con una macchina, a lento moto con il mare in prora. (Secondo il sito www.wrecksite.eu, che cita "Warship 2009", le macchine del Lanciere si fermarono alle 22.45 a causa della contaminazione del carburante con acqua di mare; dopo circa mezz’ora la nave riuscì a rimettere in moto, ma con un’elica sola.) Venne ordinato all’Alpino di prestargli assistenza, ma questi ne fu impossibilitato a causa del buio pesto e di problemi nel funzionamento del timone.
Nel frattempo, diversi altri cacciatorpediniere lanciavano drammatici messaggi coi quali riferivano di avarie e problemi causati dal mare: erano l’Aviere, l’Oriani, lo Scirocco, il Fuciliere, l’Alpino. La violenza del mare disperse la formazione; all’alba del 23, su un totale di dieci cacciatorpediniere, soltanto uno era rimasto assieme alle navi maggiori della forza navale: altri cinque erano rimasti indietro, mentre quattro erano finiti col trovarsi in posizione molto più avanzata della Littorio. Il mare era ormai diventato forza 8 ed investiva le navi nei settori poppieri, causando gravi avarie e danni alle sovrastrutture.
Alle 5.31 del 23 marzo il Lanciere riferì via radio che sarebbe dovuto rimanere alla cappa per tutta la giornata per riparare le avarie, ma poco dopo la situazione iniziò a precipitare: alle 5.47 il cacciatorpediniere annunciò via radio «Condizioni nave molto peggiorate causa notevole quantità acqua imbarcata macchina poppa; sono alla cappa con una sola macchina; mia posizione probabile 40 miglia per 285° da punto A alle 04.40». La forza del mare aveva asportato gli osteriggi di macchina, le coperture dei condotti di ventilazione ed altri elementi della portelleria, ed attraverso le aperture lasciate scoperte l’acqua si riversava ora all’interno in quantità rapidamente crescente (per una fonte, alle 5.45 il Lanciere avrebbe comunicato appunto che stava imbarcando acqua nei locali dell’apparato motore attraverso gli osteriggi divelti). Tutte e tre le caldaie erano in avaria, e la nave finì col ritrovarsi immobilizzata e traversata al mare.
A bordo, si tentava in ogni modo di riparare le avarie e limitare i danni causati dalla furia del mare. Il tenente del Genio Navale Gaetano Castello (poi decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare per la sua condotta in quei tragici momenti), da Rivarolo Ligure, rimase ferito mentre tentava di spingere un cassone di ferro che le onde avevano divelto. Il suo parigrado Vittorio Bencini (anch’egli poi decorato di M.B.V.M.), pisano, si prodigò anch’egli nei tentativi di tenere a galla la nave; sarebbe sopravvissuto all’affondamento soltanto per spirare su una zattera dopo la prima notte, come tanti altri.
Il Lanciere non si fece più sentire per altre quattro ore, nelle quali lottò disperatamente per restare a galla, fin quando alle 9.48 lanciò in chiaro un S.O.S. indicando la sua posizione come a 35 miglia per 281° dal punto convenzionale A, circa 120 miglia ad est di Malta (il 23 marzo, il diario del Comando della Kriegsmarine in Italia riportava che «le ultime notizie ricevute sul cacciatorpediniere Lanciere sono che si trovasse in affondamento, alle 10 del 23 marzo, nel punto 35°37’ N e 17°16’ E»). Poco dopo il cacciatorpediniere fu investito da un’enorme ondata, che spazzò la poppa con un immenso scroscio d’acqua.
L’ultimo, drammatico messaggio del Lanciere, in chiaro, giunse sulla Littorio alle 10.07 del 23 marzo 1942. Diceva semplicemente: «Stiamo affondando. Viva l’Italia. Viva il re. Viva il duce».
Un minuto più tardi, l’ammiraglio Iachino ordinò al Geniere di dirigersi subito nel punto in cui il Lanciere stava affondando; al contempo, l’ammiraglio Parona chiese ed ottenne subito l’autorizzazione di distaccare il Trento per soccorrere il Lanciere.
Alle 12.15, purtroppo, il Geniere dovette comunicare che le condizioni del mare, e le avarie verificatasi nel frattempo (non riusciva a superare gli otto nodi di velocità, raggiunti con grande fatica), gli impedivano di proseguire verso il punto indicato dal Lanciere nel suo S.O.S. Dovette accostare e fare rotta per Augusta (alle 14.40 venne autorizzato a dirigere invece su Messina).
Persino il Trento, che non era un piccolo cacciatorpediniere, ma un incrociatore pesante di oltre 10.000 tonnellate, iniziò ad avere problemi: intorno alle 13.30 dovette ridurre la velocità a 12 nodi a causa dello stato del mare in peggioramento (avendo accostato per andare in aiuto del Lanciere, aveva il mare nei quartieri prodieri). Verso le 14.30 il Trento dovette invertire momentaneamente la rotta a causa di filtrazioni d’acqua provocate dalle onde sempre più alte (in aggiunta ad esse, vi erano anche alcune avarie causate dalle concussioni del sostenuto tiro del giorno precedente); riprese poi la navigazione verso il punto in cui doveva trovarsi il Lanciere, ma alle 18.50, per ordine di Supermarina, abbandonò le ricerche e diresse per rientrare a Messina.
A quell’ora, erano passate quasi nove ore da quando il mare aveva inghiottito il Lanciere: subito dopo aver lanciato il suo ultimo messaggio, alle 10.07 (altra fonte parla delle 10.17), dopo essersi ingavonato a sinistra, lo sfortunato cacciatorpediniere era infatti affondato di poppa nel punto approssimato 35°35’ N e 17°15’ E, circa 120 miglia ad est di Malta.

Nel frattempo, alle 12 del 23 marzo, Supermarina aveva ordinato alla nave ospedale Arno (che era pronta a muovere all’ordine già dal pomeriggio del 22) di partire da Augusta per dirigersi nella zona in cui era scomparso il Lanciere. Il fortissimo vento ostacolò seriamente la manovra di disormeggio dell’Arno (comandante Filippini), alla quale per giunta s’impigliarono le eliche nelle reti protettive, con conseguente ritardo; la nave riuscì a salpare effettivamente da Augusta, con l’ausilio di qualche rimorchiatore, soltanto alle 18.45.
Oltre all’invio dell’Arno, i provvedimenti presi da Supermarina prevedevano anche, per il 24 marzo (le condizioni meteo erano tali da impedire ogni tentativo del genere per il 23), l’esplorazione con idrovolanti CANT Z. 506 da ricognizione marittima di una vasta area delimitata dal parallelo presso il quale si era svolta la battaglia, dal parallelo di Siracusa, dal meridiano del punto A (35°30’ N e 18°00’ , punto verso il quale si era diretto il gruppo «Littorio» alla partenza da Taranto) e dalle coste della Sicilia. Sempre il 24 marzo dovevano prendere il mare per le ricerche il cacciatorpediniere Folgore (capitano di corvetta Renato D’Elia) e la torpediniera Pallade. Oltre ai naufraghi del Lanciere, si cercavano anche quelli dello Scirocco, del quale non si avevano più notizie fin dal primo mattino del 23 marzo (era affondato, presumibilmente, intorno alle 5.45).
La Pallade ed il Folgore salparono da Messina alle 6.35 del 24, con l’ordine di raggiungere il punto 36°24’ N e 16°02’ E, a 46 miglia per 111° da Capo Passero (si trattava del punto stimato di massima deriva possibile per lo Scirocco). Pallade e Folgore arrivarono nel punto prestabilito alle 15, dopo di che iniziarono la ricerca lungo la direttrice 115°, in linea di fronte a qualche chilometro l’uno dall’altro; percorse 50 miglia, invertirono la rotta, spostandosi cinque miglia più a nord. La ricerca proseguì fino alle 19.30, ma non fu trovato nulla: le due navi ricevettero ordine di tornare ad Augusta, dove giunsero il giorno seguente (il Folgore alle 10.10, la Pallade alle 13.50) dopo aver dovuto affrontare anche un’improvvisa burrasca da nord, che causò loro danni e avarie.
Più fruttuosa fu la ricerca dell’Arno. Non appena ebbe lasciato la rada di Augusta, la nave ospedale ebbe subito a che fare con la violenza del mare grosso e col fortissimo vento da Scirocco; per tutta la notte il bastimento beccheggiò violentemente, con la coperta spazzata continuamente dal mare.
Raggiunto il punto indicato alle 5.30 del 24 marzo, l’Arno setacciò per tutto il giorno il mare circostante, proseguendo anche dopo il tramonto con l’ausilio dei proiettori; soltanto alle 21.50 le luci dei suoi proiettori riuscirono finalmente a trovare dei sopravvissuti del Lanciere, quattro, a bordo di una zattera. Nonostante le terribili condizioni del mare, l’Arno riuscì ad ammainare una lancia di salvataggio che recuperò i quattro uomini e venne poi ripresa a bordo con notevole abilità marinaresca.
Rimesso in moto alle 23, dopo 25 minuti l’Arno avvistò una seconda zattera, avente anch’essa a bordo quattro naufraghi del Lanciere; le condizioni del mare erano peggiori di prima, ma anche questi uomini poterono essere tratti in salvo.
La nave proseguì poi le ricerche con i proiettori; alle 7.25 del 25 marzo localizzò un terzo zatterone con a bordo un unico sopravvissuto, che venne anch’egli tratto in salvo.
I nove sopravvissuti recuperati, tutti del Lanciere, erano il tenente di vascello Giuseppe Pollastri (direttore del tiro sul Lanciere), il guardiamarina Nicolò Gazzolo, il capo radiotelegrafista di seconda classe Giuseppe Sozio, il sottocapo silurista Dino Manari, il silurista Gino Mondin, i cannonieri Amerigo Scotto, Pietro Dell’Isola e Pasquale Marzulla, ed il fuochista Stefano Laghezza. Uno di essi, Gino Mondin, morì purtroppo sull’Arno pochi minuti dopo il salvataggio, per paralisi cardiaca.
L’Arno proseguì le ricerche per altri quattro giorni, fino al tramonto del 28 marzo, spostandosi in base agli ordini di Supermarina ed avvalendosi sia dell’aiuto degli aerei inviati in esplorazione, sia dei consigli dei due ufficiali superstiti del Lanciere, Pollastri e Gazzolo, ma nessun altro superstite venne recuperato dopo le 7.25 del 25 marzo. Vennero trovati soltanto zatteroni vuoti, che l’Arno provvide comunque a recuperare, e rottami galleggianti in mezzo a chiazze di nafta.
L’Arno fece infine ritorno ad Augusta il 29 marzo, con a bordo otto superstiti del Lanciere.
Quanto agli idrovolanti, nella giornata del 24 marzo essi non riuscirono ad avvistare nulla, causa il maltempo e la pessima visibilità.
Alle 8.10 del 25 marzo un idrovolante e avvistò un battello con tre naufraghi nel punto 35°40’ N e 16°58’ E (a circa 110 miglia per 126° da Capo Passero); non poté ammarare a causa dello stato del mare, quindi comunicò l’avvistamento all’Arno e rimase sul posto per tenere d’occhio il galleggiante. Tutto inutile: il battellino fu perso di vista, e né altri due idrovolanti inviati a cercarlo, né l’Arno sopraggiunta più tardi riuscirono a ritrovarlo. Non si saprà mai se fossero naufraghi del Lanciere o dello Scirocco.
Alle 12.40 del 26 marzo, invece, un altro idrovolante riuscì a salvare sette naufraghi del Lanciere da due battelli, in posizione 35°12’ N e 17°24’ E (circa 140 miglia per 130° da Capo Passero, e circa 25 miglia a sud del punto indicato dal Lanciere nel suo S.O.S.: tale spostamento era dovuto al forte vento da nord che aveva tirato in quella zona). I sette uomini erano il tenente del Genio Navale Direzione Macchine Gaetano Castello, il sottocapo silurista Arturo Borillo, i marinai Luigi Calvi e Virgilio Dandolo, i cannonieri Francesco Spizzica ed Ugo Febbraro ed il cannoniere artefice Quarto Poli.
Ai loro soccorritori, dissero che in origine c’erano stati circa 70 uomini aggrappati ai due battelli su cui si trovavano: ma soltanto loro sette erano rimasti vivi. L’equipaggio dell’idrovolante, infatti, notò che una vasta area attorno al punto del salvataggio era cosparsa di numerosi cadaveri galleggianti, relitti ed un’ampia chiazza di nafta.

Su 241 o 242 uomini che formavano l’equipaggio del Lanciere, soltanto in 15 erano sopravvissuti; tutti i superstiti, tranne uno, erano feriti. Il mare aveva inghiottito il comandante Costanzo Casana, altri 8 ufficiali e 217 o 218 tra sottufficiali, sottocapi e marinai del Lanciere.
Delle vittime, soltanto sette corpi poterono essere recuperati.
Dell’equipaggio dello Scirocco vennero recuperati soltanto due sopravvissuti (su 236 uomini), anch’essi salvati il 26 marzo da un idrovolante.

Successive analisi avrebbero indicato le cause della perdita del Lanciere nell’usura dell’apparato motore e nella eccessiva leggerezza e non sufficiente tenuta della portelleria, la cui asportazione aveva trasformato molti osteriggi in vere e proprie vie d’acqua. La contaminazione del carburante, inoltre, poteva essere segno di una possibile rottura nelle piastre dello scafo.
La relazione al Comando in Capo delle Forze Navali della Commissione (contrammiraglio Amedeo Nomis di Pollone, colonnello del Genio Navale Ugo Zambon e maggiore del Genio Navale Mario Mandina) formata per appurare i danni subiti dai cacciatorpediniere nel corso della tempesta (sia i due che erano affondati, sia i vari altri che avevano riportato danni ed avarie) e le relative cause, datata 5 maggio 1942, rilevò problemi relativi sia al materiale che al personale. In merito al materiale, si trovava che: alcuni portelli orizzontali e verticali non erano abbastanza robusti, ed i relativi sistemi di chiusura erano imperfetti dal punto di vista della sicurezza e della rapidità di funzionamento; alcune condotte di ventilazione e prese d’aria potevano dar luogo ad entrate d’acqua, sia per la loro ubicazione troppo esposta, sia per la loro costruzione non stagna (particolarmente pericolose erano ritenute le condotte d’aria dei locali turbodinamo e diesel-dinamo, dei locali motrici e gli sfoghi d’aria dei depositi di nafta ed acqua); la coperta delle navi era troppo ingombra di materiali la cui presenza a bordo e la cui sistemazione in luogo esposto al mare non erano sempre giustificate dalle necessità di pronto impiego (ad esempio cassoni metallici per conservazione di materiali, stipi, stipetti); il materiale sistemato in coperta (per esempio le tramogge ed i cestelli delle b.t.g., le scale e plance da sbarco, i salvagente Carley, i rulli portatavi) spesso non era solidamente fissato al ponte ed adeguatamente rizzato se mobile (tali materiali offrivano forte resistenza ai colpi di mare e, qualora divelti, potevano provocare deformazioni e rotture di portelleria, maniche a vento, sfoghi d’aria e condotte di aerazione con conseguenti vie d’acqua); alcune difese di sovrastrutture e paragambe, soprattutto a centro nave ed a poppa (impianti lancia siluri e artiglierie poppiere), erano troppo deboli e soggette a deformazioni o strappamenti per la violenza del mare; i sistemi di esaurimento delle sentine e dei doppifondi (eiettori) potevano a volte essere compromessi nel loro funzionamento per difficoltà di verifica delle pigne di aspirazione, non agevolmente accessibili. Circa la condotta del personale, la commissione rilevava che: alcuni materiali mobili non erano stati rizzati in modo sufficiente, ed erano stati così asportati da colpi di mare, provocando con i loro urti la deformazione e la rottura di diverse sistemazioni come la portelleria, gli sfoghi d’aria, i condotte di aerazione, i portavoci ed altro (i danni più gravi e pericolosi erano stati causati dalle bombe torpedini da getto liberatesi dai rispettivi cestelli, e dalle plance da sbarco e dalle imbarcazioni asportate dalle loro sistemazioni di sgombro); non tutti i funghi di aerazione erano stati ermeticamente chiusi; in alcuni casi le maniche a vento di aerazione naturale non erano state tolte dal posto e sostituite dagli appositi tappi, come era indispensabile fare in caso di mare agitato; non tutta la portelleria era ermeticamente chiusa. Si puntualizzava che l’efficienza degli equipaggi doveva essere stata negativamente influenzata sia dalla stanchezza legata alla battaglia (gli equipaggi di alcune navi non avevano potuto prendere regolarmente i pasti durante la giornata del 22), sia dagli effetti delle condizioni meteomarine. Inoltre, le rotte seguite e le velocità assunte sia durante l’avvicinamento al nemico che dopo la battaglia, avevano probabilmente facilitato il verificarsi di avarie e danni. L’alta velocità mantenuta prima e durante il combattimento, col mare al moscone o al traverso a sinistra, aveva cagionato alcuni inconvenienti iniziali cui non si poté porre rimedio immediatamente, e che ebbero poi conseguenze ben più nefaste durante la successiva navigazione notturna, quando le condizioni del mare erano fortemente peggiorate.
La commissione concludeva dunque che i danni causati ai cacciatorpediniere dalla tempesta erano «da attribuirsi in massima parte a deficienze delle sistemazioni, le quali hanno consentito notevoli infiltrazioni di acqua nell’interno dello scafo e non hanno permesso di esaurire i locali con la necessaria efficacia»; in parte, tuttavia, le avarie erano dovute anche a «deficienza di manutenzione e di preparazione al mare da parte del personale di bordo. In qualche caso poi lo stesso personale non ha saputo reagire con sufficiente energia alle conseguenze delle molte avarie che sopravvenivano, probabilmente stancato dalla lunga navigazione ad elevata velocità, dal duro combattimento, e dalle condizioni veramente eccezionali del mare. In molti casi invece il personale ha strenuamente lottato contro la difficile situazione in cui si è venuto a trovare, dimostrando ancora una volta grande spirito di abnegazione e di sacrificio». Risultava chiario che «i cc.tt. partecipanti alla missione di guerra in questione non erano sufficientemente attrezzati ad affrontare e sostenere una navigazione con mare eccezionalmente grosso in condizioni particolarmente difficili. Ciò è da attribuire anzitutto a deficienze varie delle sistemazioni di bordo, in secondo luogo all’azione del personale che in taluni casi non è stata adeguata alle circostanze, sia nel preparare convenientemente l’unità alla navigazione, che nel provvedere con la necessaria tempestività ed energia ad eliminare gli inconvenienti che si manifestavano e ad adottare adeguati mezzi di fortuna». Si suggerivano poi vari provvedimenti da adottare, sia in merito alla costruzione di sistemazioni ed apparati interni ed esterni, sia in merito al comportamento degli equipaggi, per evitare il ripetersi di simili tragedie.


Scomparvero nell’affondamento del Lanciere:

Alberto Accinelli, capo meccanico di seconda classe, disperso
Luigi Albano, sottocapo elettricista, disperso
Mario Alessandrelli, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Paride Alfieri, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Anselmo, marinaio fuochista, disperso
Lizio Nello Antonucci, sottocapo meccanico, disperso
Armando Appignani, marinaio S.D.T., disperso
Stefano Arcadi, marinaio cannoniere, disperso
Antonino Aricò, marinaio, disperso
Antonio Arisi, capo segnalatore di seconda classe, disperso
Giuseppe Arlotta, marinaio fuochista, disperso
Aniello Arnese, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Aschiero, marinaio S.D.T., deceduto
Francesco Atzori, marinaio fuochista, disperso
Antonio Aversa, marinaio, disperso
Antonio Azzaretti, marinaio cannoniere, deceduto
Renzo Bandinelli, marinaio torpediniere, disperso
Aleandro Barbieri, sottocapo S.D.T., disperso
Filippo Barbieri, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Marcello Barletta, marinaio, deceduto
Terenzio Baroni, marinaio, disperso
Felice Basile, marinaio silurista, disperso
Michele Basso, marinaio cannoniere, disperso
Vincenzo Baudoni, secondo capo furiere, disperso
Gaspare Beltrachini, sottotenente commissario, disperso
Vittorio Bencini, tenente del Genio Navale, deceduto
Cesare Benfenati, marinaio cannoniere, disperso
Mario Berticelli, marinaio cannoniere, disperso
Antonio Bertolasio, marinaio, disperso
Antonio Biondi, marinaio radiotelegrafista, disperso
Armando Bisi, marinaio, deceduto
Agostino Bobbi, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Battista Bonavera, marinaio fuochista, disperso
Bruno Bonetti, sottocapo nocchiere, deceduto
Sergio Bonora, marinaio, disperso
Ezio Borettini, marinaio cannoniere, disperso
Vittorio Borracci, marinaio, disperso
Carlo Borrello, capitano di corvetta, deceduto
Amedeo Bortoletto, secondo capo S.D.T., deceduto
Ciro Bosco, marinaio cannoniere, deceduto
Virginio Bottero, marinaio cannoniere, disperso
Vito Bramato, marinaio, disperso
Mario Branca, marinaio silurista, disperso
Angelo Brignoli, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Brina, marinaio, disperso
Mario Brumana, marinaio cannoniere, disperso
Ferruccio Buscaglia, sottocapo cannoniere, disperso
Michele Cagnazzo, sottocapo infermiere, disperso
Giovanni Battista Calcagno, sottocapo S.D.T., disperso
Ilio Calistri, marinaio elettricista, disperso
Giuseppe Caminiti, marinaio cannoniere, disperso
Antonio Canepa, marinaio fuochista, deceduto
Francesco Cannava, marinaio fuochista, deceduto
Giordano Cappello, marinaio fuochista, disperso
Michele Capuano, marinaio, deceduto
Morando Cardinaletti, marinaio cannoniere, disperso
Carmine Carino, marinaio fuochista, deceduto
Oriente Casali, marinaio, disperso
Costanzo Casana, capitano di fregata (comandante), disperso
Odino Cattarin, marinaio cannoniere, disperso
Mario Ceccarini, sottocapo cannoniere, disperso
Giovanni Chierico, marinaio fuochista, disperso
Mario Cioni, marinaio S.D.T., disperso
Gino Ciriello, marinaio, disperso
Daniele Colombo, marinaio torpediniere, disperso
Mario Colombo, marinaio fuochista, disperso
Gaetano Colucci, marinaio, disperso
Faido Conti, marinaio fuochista, disperso
Gino Coppedè, marinaio, disperso
Giosuè Corrao, marinaio, disperso
Umberto Cortigiano, marinaio motorista, disperso
Eugenio Crosetto, secondo capo cannoniere, disperso
Giovanni Cucchiaroni, secondo capo segnalatore, disperso
Nicola D’Anchera, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Italo Giovanni D’Andrea, capo radiotelegrafista di terza classe, disperso
Luigi Dalle Donne, marinaio cannoniere, disperso
Gino Dalmaschio, marinaio cannoniere, deceduto
Pasquale De Filippis, marinaio fuochista, deceduto
Giovanni De Lellis, marinaio cannoniere, disperso
Rolando De Leo, sottocapo motorista, disperso
Bruno Della Fiorentina, secondo capo furiere, disperso
Salvatore Di Benedetto, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Di Legge, sottocapo cannoniere, disperso
Gennaro Di Luca, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Di Monte, sottocapo cannoniere, disperso
Pasquale Di Pierino, sottocapo cannoniere, disperso
Antonino Di Vincenzo, marinaio cannoniere, disperso
Sabato Esposito, marinaio, disperso
Domenico Evangelista, sottocapo segnalatore, disperso
Vincenzo Fais, marinaio cannoniere, disperso
Federico Falanga, marinaio fuochista, disperso
Romedio Fantoma, sottocapo nocchiere, disperso
Guido Ferrando, sottocapo fuochista, disperso
Ezio Ferretti, marinaio fuochista, disperso
Silverio Fina, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Franzoni, marinaio cannoniere, disperso
Rinaldo Gabriellini, capo meccanico di seconda classe, disperso
Francesco Gaggero, marinaio fuochista, disperso
Tommaso Gaglione, marinaio fuochista, disperso
Bruno Galeotti, marinaio, disperso
Alfonso Gallo, secondo capo cannoniere, disperso
Gaetano Gallo, marinaio, disperso
Alessandro Garbuglia, marinaio, disperso
Natalino Gares, marinaio cannoniere, disperso
Edner Gasperini, sottocapo elettricista, disperso
Giuseppe Ghezzi, capo nocchiere di terza classe, deceduto
Paolo Giacalone, marinaio, disperso
Alberto Gianni, marinaio, disperso
Adelio Giavedoni, marinaio fuochista, deceduto
Nilo Gionta, sottocapo cannoniere, disperso
Alfredo Giuliani, marinaio S.D.T., disperso
Leonardo Giuliano, marinaio, disperso
Franco Gottardi, marinaio cannoniere, disperso
Domenico Guada, secondo capo meccanico, disperso
Francesco Iaccarino, marinaio fuochista, disperso
Alberigo Lalia, marinaio, disperso
Guerrino Lanzi, sottocapo cannoniere, deceduto
Beniamino Lastretti, marinaio cannoniere, disperso
Nunzio Lauretta, marinaio, disperso
Carlo Luinetti, marinaio cannoniere, deceduto
Vitantonio Luisi, sottocapo meccanico, disperso
Filippo Madoni, capo elettricista di terza classe, disperso
Mario Maffei, capo meccanico di terza classe, disperso
Ilio Magnani, secondo capo meccanico, deceduto
Giovanni Malusà, marinaio fuochista, disperso
Luciano Manfrin, sottocapo torpediniere, deceduto
Giuseppe Manica, marinaio cannoniere, disperso
Gennaro Manna, marinaio, disperso
Ottorino Manni, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Manzi, marinaio, disperso
Adalino Marchini, sottocapo cannoniere, disperso
Vincenzo Marino, marinaio fuochista, disperso
Mario Martelli, capitano C.R.E.M., disperso
Giuseppe Martinelli, marinaio, disperso
Alfonso Mascetti, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Carmine Maulà, marinaio, disperso
Carmelo Mazzotta, marinaio fuochista, disperso
Michele Melone, capo meccanico di seconda classe, disperso
Severino Meloni, secondo capo S.D.T., disperso
Carmine Minichini, sottocapo cannoniere, disperso
Calogero Miragliotta, marinaio, disperso
Vittorio Mollo, sergente elettricista, disperso
Gino Mondin, marinaio silurista, deceduto
Nicola Monte, marinaio, disperso
Fulvio Monteverdi, marinaio fuochista, disperso
Vittorio Morbidoni, marinaio cannoniere, deceduto
Attilio Moschini, marinaio, disperso
Domenico Musto, marinaio fuochista, disperso
Mario Naldini, sergente cannoniere, disperso
Gennaro Napolitano, marinaio fuochista, disperso
Pasquale Nardone, marinaio, disperso
Antonio Nocera, marinaio, disperso
Giovanni Notturno, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Oliva, marinaio fuochista, disperso
Vito Pacicca, marinaio nocchiere, disperso
Guido Pagan, marinaio, disperso
Giuseppe Paglialunga, sottocapo S.D.T., disperso
Paolo Palmisano, marinaio, disperso
Enzo Panfili, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Pantaleo, sottocapo cannoniere, disperso
Alberto Pavanati, guardiamarina, disperso
Salvatore Pegazzano, capo meccanico di prima classe, disperso
Giovanni Pellegrino, sergente cannoniere, disperso
Ugo Perna, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Donato Perricci, sergente cannoniere, deceduto
Giovanni Persurich, sottocapo fuochista, disperso
Nunziato Piccolillo, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Pigoni, sottocapo meccanico, disperso
Giuseppe Pisani, sottocapo nocchiere, disperso
Cosimo Pizzoleo, marinaio, disperso
Mario Pobega, marinaio fuochista, disperso
Umberto Polimene, marinaio fuochista, disperso
Italo Pomo, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Giovanni Porta, secondo capo furiere, deceduto
Mario Luigi Quintavalle, capo silurista di seconda classe, deceduto
Oliviero Ragni, sottocapo cannoniere, disperso
Pasquale Rallo, marinaio fuochista, disperso
Andrea Ranieri, secondo capo cannoniere, disperso
Maggiorino Reimondo, marinaio cannoniere, disperso
Enrico Renzo, marinaio, disperso
Alfredo Riccio, marinaio furiere, disperso
Ferruccio Rode, marinaio cannoniere, disperso
Adelio Rodi, marinaio elettricista, disperso
Antonino Romeo, marinaio fuochista, disperso
Saverio Romeo, secondo capo cannoniere, disperso
Ugo Ronchi, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Rosada, marinaio, deceduto
Ugo Rosso, sottotenente di vascello, disperso
Giuseppe Ruggiero, marinaio, deceduto
Alfredo Salvador, capo meccanico di terza classe, disperso
Alessandro Sambiase, sottocapo elettricista, disperso
Giorgio Santaera, marinaio fuochista, disperso
Cataldo Sardiello, sottocapo cannoniere, disperso
Vincenzo Sarnacchiaro, capo cannoniere di prima classe, disperso
Sebastiano Scarsi, sergente silurista, disperso
Augusto Schiatti, sergente cannoniere, disperso
Virgilio Scintu, secondo capo S.D.T., disperso
Otto Scrobogna, marinaio fuochista, disperso
Calogero Seddio, marinaio fuochista, disperso
Francesco Soddano, sottocapo cannoniere, disperso
Mario Sponsali, sergente S.D.T., disperso
Domenico Srkoc, marinaio, disperso
Francesco Staffieri, sottocapo cannoniere, disperso
Luigi Stasi, marinaio cannoniere, disperso
Aldo Taglialegna, marinaio cannoniere, disperso
Benedetto Testa, sottocapo furiere, disperso
Francesco Todisco Grande, marinaio cannoniere, disperso
Ermanno Tomalino, marinaio fuochista, disperso
Vittorino Tomasoni, sergente cannoniere, disperso
Umberto Toscano, marinaio fuochista, disperso
Antonio Trapani, sottotenente di vascello (ufficiale di rotta), disperso
Salvatore Uneddu, marinaio, disperso
Adamo Valentin, marinaio, disperso
Gino Vezzosi, marinaio, disperso
Guglielmo Vianelli, marinaio nocchiere, disperso
Orazio Villari, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Visone, marinaio fuochista, disperso
Rocco Vitulli, sottocapo meccanico, disperso
Armando Volontè, marinaio fuochista, disperso
Egidio Zoli, marinaio cannoniere, disperso
Angelo Zoncada, marinaio cannoniere, disperso


Membri dell’equipaggio del Lanciere deceduti o dispersi in altre date e circostanze:

Diego Balbi, marinaio fuochista, deceduto nel Mediterraneo Centrale il 17/8/1942 (*)
Giovanni Fiorenza, marinaio fuochista, deceduto nel Mediterraneo Centrale il 27/11/1940
Michele Fragomeno, marinaio segnalatore, disperso nel Mediterraneo Centrale il 24/9/1942 (*)
Bruno Langianni, marinaio elettricista, disperso nel Mediterraneo Centrale il 24/9/1942 (*)
Domenico Narcisi, marinaio fuochista, deceduto nel Mediterraneo Centrale il 3/4/1941
Augusto Rosso, marinaio, deceduto in territorio metropolitano il 9/3/1942
Enzo Simonelli, marinaio fuochista, deceduto nel Mediterraneo Centrale il 27/11/1940


(*) Non si trova spiegazione per i tre uomini la cui data di morte è successiva a quella della perdita del Lanciere, se non con un errore: o non facevano parte dell’equipaggio del Lanciere, o è sbagliata la data riportata (24/9/1942, ad esempio, potrebbe essere un errore di scrittura, e la data reale potrebbe essere 24/3/1942, in linea con la data di affondamento del Lanciere).


La motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita alla memoria del capitano di fregata Costanzo Casana, nato a Genova il 18 gennaio 1900:

“Comandante di Ct. facente parte di una Squadriglia di scorta ad una Divisione Incrociatori, partecipava a lungo e violento combattimento navale, dimostrando ottime doti di comando, aggressività e sprezzo del pericolo.
Caduta la notte, mentre la sua nave era seriamente danneggiata e messa in pericolo da un fortunale d'eccezionale violenza, dava tutte le disposizioni atte a combattere l'azione devastatrice delle onde. La sua azione di eroico animatore e d'intrepido marinaio veniva, però, sopraffatta dalla violenza del mare che rendeva vani gli sforzi del suo equipaggio. Quando ogni speranza fu perduta e la nave stava per soccombere, sapeva donare ai suoi uomini, che con fierezza lo avevano seguito in combattimento, anche la forza spirituale di affrontare serenamente l'istante supremo. Unito a loro, in un sublime atto di fede, lanciava anche sulle vie dell'etere il duplice grido di "Viva l'Italia - Viva il Re", perché tutti i marinai d'Italia potessero raccoglierlo a testimonianza del tradizionale spirito eroico della nostra gente.
S'inabissava infine con la sua nave, alla cui sorte si sentiva legato al di là della vita, con la bandiera di combattimento spiegata al vento.
Mediterraneo Orientale, 23 marzo 1942.”

 
La stessa immagine del varo presente a inizio pagina, dopo un intervento di colorizzazione da parte di Roby Adolfo Bellotti (da Facebook).


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