domenica 25 febbraio 2018

Fiume

Il Fiume ormeggiato a Lero nel luglio 1942; sulla sinistra il piroscafetto Tarquinia (Archivio Centrale dello Stato, via Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)

Piroscafo passeggeri di 662 (o 654) tsl, 386 tsn e 300 tpl, lungo 48,18 metri, largo 7,80 e pescante 5,30, con velocità di 10,5 nodi. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Adriatica, con sede a Venezia, ed iscritto con matricola 308 al Compartimento Marittimo di Venezia. Nominativo internazionale IBTM, nome in codice "Festino".
Poteva trasportare 14 passeggeri in cabina ed aveva due stive della capienza di 246 metri cubi.

Adibito al traffico locale tra le isole dell’Egeo, effettuava viaggi bisettimanali collegando tra loro tutte le isole dell’arcipelago, trasportando sia civili che militari, italiani e greci. Nave familiare a chiunque nel Dodecaneso, questo piccolo piroscafo si guadagnò la fama di «cavallo da tiro dell’Egeo». Così Aldo Cocchia, comandante militare di Lero dal giugno 1941 al marzo 1942, ricordò il Fiume nel suo libro "Convogli": "…affollatissimo, infaticabile vaporetto dell’«Adriatica», vero tranvai delle isole".
Non venne mai requisito dalla Regia Marina, né iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato, ma venne comunque armato con un cannone, alcune mitragliere e bombe di profondità, a scopo difensivo. Ciò non servì ad evitarne la tragica fine.

Breve e parziale cronologia.

1926
Costruito nei cantieri Lübecker Maschinenbau Gesellschaft di Lubecca per la compagnia di navigazione Brodarsko-akcijskog ''Boka'' di Cattaro (Jugoslavia), come jugoslavo Prestolonaslednik Petar.
Impiegato sulle linee regolari di trasporto merci e passeggeri lungo le coste della Jugoslavia, si rivela del tutto inadeguato al servizio per cui è stato costruito (forse a causa di un fraintendimento tra la compagnia proprietaria ed il cantiere costruttore circa le caratteristiche della nave).


La nave nel suo originario aspetto come Prestolonaslednik Petar (da www.paluba.info)

1928
Data la sua inadeguatezza, la compagnia ''Boka'' vende il Prestolonaslednik Petar ad una compagnia italiana, la Società Anonima ''Costiera'' di Fiume, con una perdita di oltre 3.000.000 di dinari jugoslavi.
La nuova proprietaria cambia il nome della nave da Prestolonaslednik Petar a Calitea, la registra a Fiume e la impiega inizialmente su linee brevi nell’Adriatico orientale (soprattutto Venezia-Trieste-Fiume-Pola-Spalato).
Per altra versione, il piroscafo sarebbe stato trasferito nel Dodecaneso già nel 1930, ed avrebbe cambiato nome in Calitea in tale occasione, allo scopo di reclamizzare il nuovo complesso termale aperto a Calitea nel 1929.

Il Fiume a Simi nel 1929 (Facebook)

4 aprile 1932
La società ''Costiera'' di Fiume, insieme ad altre compagnie di navigazione dell’Adriatico (''San Marco'' di Venezia, ''Nautica'' di Fiume, ''Puglia'' di Bari, S.A.I.M. di Ancona e Società di Navigazione Zaratina di Zara), confluisce nella nuova Compagnia Adriatica di Navigazione S.A., con sede a Venezia.
Il Calitea passa pertanto alla flotta della nuova compagnia; nello stesso anno, viene ribattezzato Fiume.
Stazza lorda e netta risultano essere 654 tsl e 382 tsn.


Il Fiume a Simi (Facebook-Rodostoxytes)

17 dicembre 1936
La Compagnia Adriatica di Navigazione diventa Società Anonima di Navigazione Adriatica, sempre con sede a Venezia.
Il porto di registrazione del Fiume cambia da Fiume a Venezia.
1937
Trasferito a Rodi ed impiegato sulle rotte del Dodecaneso.


Il Fiume con i colori della società Adriatica (da adriaticanavigazionevenezia.blogspot.it)

1937-9 giugno 1940
In servizio alternato sulle linee 61 (Rodi-Coo-Stampalia, quindicinale), 62 (Rodi-Castelrosso, settimanale) e 63 (Rodi-Caso, settimanale o quindicinale), tra Rodi (capolinea) e le altre isole del Dodecaneso.
In questo periodo trasporta, tra l’altro, molti emigranti greci da Castelrosso e da altre isole minori fino a Rodi, da dove poi s’imbarcheranno su altre navi dirette soprattutto in Australia.



Il Fiume a Castelrosso nel 1938 (sopra: da www.shipfriends.gr; sotto: da Facebook-Rodostoxytes)



5 luglio 1939
Il piroscafo Rim (appartenente ad armatori greci, ma battente bandiera panamese), proveniente da Costanza (Romania) e diretto in Palestina con a bordo 814 profughi ebrei in fuga dalle persecuzioni nazifasciste (600 imbarcati a Costanza e 200 – ex cittadini italiani, cui è stata revocata la cittadinanza a causa delle leggi razziali – a Rodi), s’incendia al largo di Rodi (o di Simi).
Il Fiume, insieme ad una nave militare, accorre sul posto per prestare soccorso; tutti i passeggeri del Rim vengono salvati, 450 dei quali dal Fiume, che li sbarca a Rodi. Qui i profughi ebrei vengono provvisoriamente alloggiati in attendamenti militari nello stadio cittadino (“L’arena del sole”); all’inizio del 1940 verranno nuovamente imbarcati sul Fiume, che li porterà in Palestina.

Il Fiume a Coo (Facebook-Rodostoxytes)

16 giugno 1940
Sei giorni dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il Fiume viene armato con un cannone da 76/40 mm, quattro mitragliere da 13,2 mm ed una numerosa dotazione di bombe di profondità. Viene inoltre imbarcato personale militare addetto a tale armamento, ed il comandante del Fiume, capitano di lungo corso Armando Pillon, viene militarizzato col grado di tenente di vascello.
Posto a disposizione del Governo Autonomo di Rodi, durante la guerra il Fiume verrà impiegato sia nel servizio civile di linea che per trasporti militari; non verrà requisito né militarizzato per disposizione dello stesso Governo Autonomo, che spera così di evitare che esso venga attaccato, ma viene ugualmente dotato dell’armamento difensivo sopra descritto.
Il comandante Pillon viene informato della posizione dei campi minati nelle acque che la sua nave deve attraversare, e verrà sempre aggiornato circa le notizie sulla presenza di sommergibili nemici.


Il Fiume a Kolonna (Skala) (Facebook-Rodostoxytes)

23 giugno-6 luglio 1940
Rimane inattivo a Rodi.
Luglio 1940
Dopo il 6 luglio inizia ad effettuare due collegamenti sulle linee 1 (Rodi-Coo-Calino-Lero) e 2 (Rodi-Scarpanto).
23 luglio 1940
Torna a navigare, di volta in volta, verso le destinazioni necessarie, per mantenere i collegamenti ed i rifornimenti tra le popolazioni civili ed i presidi militari del Dodecaneso.




Quattro immagini di un viaggio a bordo del Fiume in tempo di guerra: militari delle varie armi, frammisti a qualche civile, sistemati un po’ dappertutto nell’esiguo spazio disponibile a bordo della piccola nave. Inverno del 1941-1942 (Archivio Centrale dello Stato).



1940-1942
Nelle condizioni sopra descritte, per due anni il Fiume effettua due viaggi settimanali tra le isole del Dodecaneso, in servizio civile di linea (linee 61, 62 e 63), ma riceve anche talvolta missioni di natura militare: in alcuni casi, a seguito dell’avvistamento di sommergibili, viene inviato a dar loro la caccia; in alcune occasioni, riceve l’incarico di far esplodere le mine avvistate lungo le rotte percorse, e durante le soste nel porto di Rodi concorre alla difesa contraerea con il suo armamento. Il comandante Pillon, per i suoi due anni di servizio a bordo del Fiume, svolgendo i compiti più svariati in acque insidiose, riceverà una Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
Nei suoi viaggi di linea bisettimanali, il Fiume parte da Rodi e tocca tutte le isole dell’arcipelago, trasportando militari e civili sia italiani che greci (dodecanesini). In molte delle isole (ad esempio, Stampalia), mancando un porto vero e proprio, l’imbarco e sbarco dei passeggeri dalla nave viene effettuato per mezzo di barche.
Aprile-Maggio 1941
Dopo l’intervento tedesco nei Balcani e la resa della Grecia, il Fiume è tra le navi che trasportano i contingenti italiani inviati ad occupare e presidiare le isole Cicladi e Sporadi.
 
Il Fiume nel 1942, con colorazione mimetica (Facebook-Rodostoyxtes)

L’affondamento

Alle 12.05 del 24 settembre 1942 il Fiume, al comando del capitano Aldo Cantù, salpò da Rodi alla volta di Simi. A bordo, oltre a 81,5 tonnellate di provviste destinate ai diversi scali nella linea numero 1, si trovavano 38 uomini di equipaggio (29 civili e 9 militari) e 249 passeggeri di cui 94 erano civili e 155 erano militari. Questi ultimi erano principalmente personale della Regia Aeronautica, di ritorno dalla licenza; c’erano anche, tra gli altri, il maggiore Tronci della 6a Divisione Fanteria "Cuneo" stanziata a Samo, il comandante Zino della Capitaneria di Porto di Calino, ed il primo seniore (tenente colonnello) Aldo Billò, della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, nonché vari ufficiali e soldati delle Divisioni "Cuneo" e "Regina" che presidiavano le Cicladi ed il Dodecaneso. Tra i passeggeri civili vi erano diverse decine di greci (forse una settantina), abitanti delle isole del Dodecaneso; ad esempio, vi era un gruppetto di abitanti dell’isola di Nisiro. C’era anche il podestà (italiano) di Nisiro, Sanna. Anche alcuni membri dell’equipaggio civile erano greci, mentre gli ufficiali erano tutti italiani.
(Articoli di giornale greci parlano di 300 o 400 militari italiani imbarcati sul Fiume, tra cui cinque alti ufficiali, diretti a Simi per rinforzarne od avvicendarne la guarnigione, oltre che di un numero di civili greci dodecanesini variabilmente indicato tra i 70 ed i 200; ma l’origine di tali notizie sembra piuttosto dubbia, mentre i dati accennati più sopra risultano dalla relazione ufficiale inviata il 12 ottobre 1942 alla società Adriatica dal secondo ufficiale Silvio Kastelic, ritenuta assai più attendibile).
Il capitano Cantù aveva assunto il comando del Fiume da appena dieci giorni, in sostituzione del capitano di lungo corso Armando Pillon, che era stato al comando del Fiume sin dal giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, 10 giugno 1940, e che era sbarcato per una breve licenza.
Cinque minuti dopo la partenza, il Fiume passò al traverso di Punta Sabbia, ed accostò assumendo rotta 287°. Il cielo era sereno, con vento da maestrale forza 4-5 e mare lungo da tramontana, che non impedivano comunque al piroscafo di navigare alla prevista velocità di 10 nodi abbondanti.
Il comandante Cantù rimase sul ponte fin verso mezzogiorno e mezzo, poi andò in cabina, raccomandando al personale di guardia sul ponte di fare attenzione alle mine vaganti. In plancia restavano cinque uomini: il secondo ufficiale Silvio Kastelic, due timonieri di guardia (uno dei quali sulla normale) e due vedette della Regia Marina sulle due alette, una a dritta ed una a sinistra. La navigazione procedeva tranquilla.
Non era passata neanche un’ora dalla partenza, quando alle 13.02 (13.10 per altra fonte; in quel momento la nave si trovava a circa 9 miglia e mezzo da Punta Sabbia) il Fiume fu scosso da una violenta esplosione a poppa. Era stato colpito da un siluro lanciato dal sommergibile greco Nereus, al comando del capitano di corvetta A. Rallis: questi aveva avvistato il Fiume ed identificato il suo bersaglio, sovrastimandone le dimensioni (come spesso accadeva), in un bastimento di 1500 tsl adibito a trasporto truppe. Aveva lanciato tre siluri: i primi due avevano mancato il bersaglio, ma il terzo aveva fatto centro.
Il Nereus aveva già incontrato il Fiume due giorni prima, il 22 settembre, nello stretto di Rodi, ma in quell’occasione Rallis aveva deciso di non attaccare, onde evitare di rivelare la propria presenza nella zona (evidentemente, Rallis non giudicava che valesse la pena di rivelare la propria posizione per attaccare ad un bersaglio così piccolo). Questa volta, il Fiume non aveva avuto la stessa fortuna.

L’esplosione parve sollevare dall’acqua la piccola nave, per poi farla ricadere in mare, infilandovisi di poppa. Lo squarcio aperto dal siluro era a circa un terzo dal traverso di poppa; e di poppa il Fiume colò a picco, impennandosi improvvisamente verso il cielo, e poi inabissandosi in posizione quasi verticale, a 7 miglia per 310° da Punta Sabbia di Rodi (cioè sette miglia a sudovest dell’isola; il Nereus indicò invece il luogo del siluramento come a 6 miglia per 130° da Capo Alupo). Trascorsero appena 25 secondi tra il momento dell’impatto del siluro, e quello in cui il Fiume scomparve per sempre tra le acque dell’Egeo: la maggior parte delle persone a bordo non ebbe scampo, e affondò con la nave. Altri si ferirono mortalmente precipitando lungo il ponte fortemente inclinato, o vennero trascinati a fondo dal risucchio generato dal bastimento che affondava.

Il comandante Cantù, subito dopo il siluramento, venne visto mentre cercava di raggiungere il ponte di comando ed intanto di indossare il giubbotto salvagente; l’improvvisa impennata del piroscafo agonizzante, tuttavia, gli fece perdere l’equilibrio, ed il comandante scivolò verso poppa. Non fu mai più rivisto.
Il marinaio timoniere Giorgio Coti s’imbatté nel primo ufficiale, Emilio Vianello, mentre quest’ultimo si precipitava fuori dalla sua cabina, chiedendo un giubbotto salvagente. Coti gli diede il suo, poi si tuffò in mare; non lo rivide più. Il corpo di Vianello fu tra quelli recuperati dai MAS; il secondo ufficiale Kastelic, tratto in salvo dallo stesso mezzo, lo riconobbe e notò che aveva la colonna vertebrale spezzata e diffuse emorragie da occhi, naso e bocca. Non aveva fatto in tempo ad indossare il salvagente offerto da Coti: lo aveva ancora attorcigliato attorno ai polsi. Suo figlio era nato nove giorni prima.
Uno dei due ufficiali radiotelegrafisti, Tommasini, uscì dalla stazione radio e cercò di indossare il giubbotto salvagente, ma ebbe la stessa sorte del comandante Cantù: perse l’equilibrio e precipitò verso poppa. Il marinaio Albona della Regia Marina, uno dei componenti dell’equipaggio militare, lo vide in mare, sanguinante da una ferita alla testa; cercò di incoraggiarlo, assisterlo e sollevarlo con un secondo giubbotto salvagente, ma Tommasini chiuse gli occhi e scomparve. Il suo corpo fu tra quelli recuperati dai MAS.
L’altro ufficiale radiotelegrafista, Gadaleta, uscì ferito dalla sua cabina e si diresse verso il locale radio; l’ultimo a vederlo fu il comandante Zino della Capitaneria di Porto di Calino, mentre Gadaleta cercava di restare aggrappato al parapetto perdendo sangue da occhi, orecchie e bocca. Il suo corpo non fu mai ritrovato.
Uno dei passeggeri greci, un diciassettenne di nome Gabriel Margaritis, viaggiava sul Fiume con la madre Maria: erano di Simi, ma si erano recati a Rodi per un’operazione di appendicite, della quale Gabriel avevano bisogno (a Simi non c’era un ospedale); la madre lo aveva accompagnato. Si erano imbarcati sul Fiume per tornare nella loro isola. Quando il Fiume fu silurato e rapidamente affondò, la madre precipitò lungo il ponte e scomparve, mentre Gabriel, finito in mare, venne trascinato sott’acqua per tre o quattro metri dal gorgo generato dal piroscafo in affondamento. Risalito in superficie, si aggrappò ad alcuni rottami.
Il venticinquenne Antonio Di Donna, soldato del 10° Reggimento Fanteria (50a Divisione Fanteria "Regina"), era salito sul Fiume per tornare all’isola di Coo, ov’era stanziato, tornando da una licenza di convalescenza. Quando il siluro colpì la nave, Di Donna si trovava su una piattaforma con altri soldati; la piattaforma venne lanciata in mare e Di Donna perse i sensi, per poi rinvenire tra le braccia dei soccorritori (che erano, nella sua memoria, turchi). Sopravvisse, ma una ferita alla spalla, provocata da una scheggia di metallo, lo avrebbe reso invalido per il resto della vita.
Tra i passeggeri greci c’erano anche Vassilios Pharmakidis, con la moglie ed i tre figli: la madre dei bambini cercò di salvarli facendoli salire su un rottame galleggiante, ma qualcuno lo fece capovolgere, ed i tre figli annegarono. Pharmakidis sarebbe stato tratto in salvo, soltanto per morire sei giorni dopo.
Il capo stiva greco Manolis Charalambis (il suo collega italiano, Luca Cuculaci, al momento del siluramento si trovava nella cala di poppa, intento a preparare la pittura per i ritocchi al fuoribordo: non fu mai più rivisto) si arrampicò sulla prua estrema mentre la nave affondava, e da lì precipitò in mare; in acqua, si aggrappò all’estremità di un remo che galleggiava in superficie. All’estremità opposta si trovava un altro naufrago (che il figlio di Charalambis, ripetendo i racconti del padre a decenni di distanza, menzionò poi come “il capitano”; ma sembra strano che questi potesse essere il comandante Cantù, che nessun superstite risulterebbe aver visto in acqua).
Non c’era stato, naturalmente, il tempo di calare alcuna imbarcazione; otto zatterini, liberatisi dalle ritenute, emersero tra i naufraghi, che vi si poterono aggrappare in attesa che arrivasse aiuto.

Il Comando Marina, presumibilmente informato dell’accaduto dal personale delle batterie costiere, che avevano certamente visto il Fiume affondare, provvide ad inviare rapidamente i soccorsi. Per primi, subito dopo l’affondamento, giunsero sul posto due idrovolanti della Croce Rossa; ma uno di essi, tentando di ammarare, s’impuntò sui pattini e si ribaltò. Per colmo di sfortuna, parte dell’ala del velivolo cappottato cadde proprio sul remo cui erano aggrappati Manolis Charalambis e l’altro naufrago; quest’ultimo fu colpito dall’ala ed ucciso sul colpo, mentre Charalambis sopravvisse.
Il secondo idrovolante, un CANT Z. 506 con a bordo, tra gli altri, il tenente medico Evaldo Angeloni, raccolse i pochi naufraghi che poteva prendere a bordo, poi decollò nuovamente.
Tre quarti d’ora dopo sopraggiunse da Rodi una squadriglia di MAS, al comando del tenente di vascello Giusto Riavini (il quale da civile, prima di essere chiamato alle armi, era stato anch’egli ufficiale della società Adriatica, la stessa cui apparteneva il Fiume), che salvarono tutti i naufraghi che erano ancora in vita.
I MAS lanciavano salvagente ai naufraghi in mare per aiutarli a restare a galla, intanto che provvedevano a raccoglierli; Gabriel Margaritis, il giovane passeggero greco, si avvicinò a nuoto ad uno dei MAS ma, indebolito dall’operazione di appendicite (che aveva subito solo sei giorni prima) e dal tempo passato in acqua, non riuscì ad afferrare la cima che gli era stata lanciata, e sprofondò sott’acqua per un paio di metri. Pregò allora l’arcangelo Michele di salvarlo, promettendo di dedicare la sua vita alla Chiesa; in quel momento, nel suo ricordo, si sentì spingere dal basso e riemerse. Gridò per richiamare l’attenzione dei marinai italiani, che lo videro e lo issarono a bordo. Avrebbe mantenuto la parola; presentatosi al monastero di San Giovanni a Patmo, divenne in seguito un novizio e poi un monaco presso il monastero di Panormitis a Simi, restandovi poi per fino alla sua morte, avvenuta all’età di 81 anni. La salma di sua madre Maria fu una delle poche che poterono essere ritrovate e seppellite.
I naufraghi raccolti dai MAS vennero portati a Rodi, dove furono sistemati provvisoriamente nell’ufficio della dogana.

Su 287 persone che si trovavano a bordo del Fiume, soltanto 73 sopravvissero all’affondamento: 10 membri dell’equipaggio civile, 8 dell’equipaggio militare e 55 passeggeri (20 civili e 35 militari). Morirono 19 membri dell’equipaggio civile, uno dell’equipaggio militare (il marinaio cannoniere Pietro Cattarin, di 29 anni, da Padova), 74 passeggeri civili e 120 passeggeri militari. 
Delle 214 vittime, 194 non furono mai ritrovate. (Circola su Internet anche la cifra di 333 vittime totali, ma non viene indicata alcuna fonte a sostegno di tale asserzione; di nuovo, si considerano come accurate le informazioni contenute nella relazione di Kastelic).
Tra gli ufficiali del Fiume, soltanto il secondo ufficiale Kastelic era sopravvissuto; erano periti con la nave il comandante Cantù, il primo ufficiale Vianello, i radiotelegrafisti Tommasini e Gadaleta ed il direttore di macchina Giorgio Modonese (che al momento del siluramento era probabilmente nella sua cabina, e che non fu visto da alcuno dopo l’impatto del siluro). Tra i passeggeri superstiti vi erano il maggiore Tronci ed il comandante Zino, mentre furono tra gli scomparsi il primo seniore Billò della M.V.S.N. ed il podestà Sanna di Nisiro.
I pochi corpi recuperati – 17 passeggeri e tre membri dell’equipaggio civile – vennero sepolti con un funerale solenne il 25 settembre 1942, nel cimitero monumentale di Rodi.

Come spesso accade nel caso di affondamenti in guerra di piccole navi passeggeri, difficilmente percepibili come obiettivo militare, con un elevato numero di vittime civili, anche sulle circostanze dell’affondamento del Fiume sono circolate – in Grecia – le voci più disparate. Secondo alcuni, la nave sarebbe stata affondata perché trasportava truppe italiane, ed il Nereus ne era stato informato dallo spionaggio greco; il nuovo comandante, inoltre, avrebbe commesso l’errore di comunicare l’esatto orario di partenza da Rodi, mentre il precedente comandante forniva sempre orari falsi, allo scopo di ridurre le probabilità di essere intercettati da sommergibili greci, informati da qualche spia tra la popolazione greca di Rodi. Ancora, si è puntato il dito contro il cannone di cui il Fiume era dotato: gli Alleati ed i greci avrebbero sollecitato gli italiani a rimuoverlo, essendo la nave adibita al trasporto di passeggeri, e la presenza dell’armamento avrebbe reso il piroscafo un obiettivo militare.
In realtà, le ragioni sopra indicate assomigliano molto alle “leggende” e dicerie popolari che sorgono spesso, per sentito dire, dopo tragedie del genere; non sembra che vi siano fonti ufficiali che confermino queste notizie, che d’altra parte sono in larga parte confutabili. Sembra infatti difficile che gli Alleati potessero attribuire al piccolo Fiume una tale importanza da chiedere ai comandi italiani di non armarlo “perché trasportava passeggeri”, il che peraltro non lo avrebbe in alcun modo protetto dall’offesa nemica: non esistevano, all’epoca, convenzioni internazionali che proteggessero le navi passeggeri di nazioni belligeranti, anche se adibite esclusivamente al servizio civile di linea (solo le navi ospedale e le navi di Paesi neutrali erano protette). Per quello che un comandante di sommergibile od un pilota d’aereo ne poteva sapere, qualsiasi nave passeggeri nemica poteva avere a bordo truppe (e spessissimo, difatti, ciò avveniva, anche su navi in servizio di linea che non erano specificamente adibite al trasporto di truppe: è proprio questo il caso del Fiume) e dunque rappresentava un bersaglio legittimo. Di norma, che la nave fosse armata o meno, si sceglieva sempre di attaccare, nella supposizione che a bordo potesse avere militari o materiale bellico; morirono così migliaia di civili di tutte le nazionalità, in tutti i mari del mondo. Nessuna legge puniva l’attacco ad una nave passeggeri disarmata, e nessuna Marina ordinava ai suoi comandanti di risparmiarle.
Di conseguenza, il fatto che il Fiume fosse armato c’entra ben poco col suo affondamento. Lo stesso si può dire sulla presenza a bordo di 155 militari italiani: non era certo la prima volta che il Fiume ne trasportava, anzi, in quel tempo di guerra in cui nel Dodecaneso erano stanziati 55.000 militari italiani delle tre armi (in pratica, c’era più di un militare italiano ogni tre civili residenti nell’arcipelago), questi ultimi erano tra i passeggeri più assidui del Fiume, che nei suoi viaggi trasportava tra un’isola e l’altra sia militari che civili, senza distinzione. Anche la storia dello spionaggio greco che avrebbe avvisato il Nereus del “carico” del Fiume sembra quindi difficilmente credibile, dato che il piroscafetto trasportava militari, frammisti a civili, praticamente in ogni suo viaggio.
L’affondamento del Fiume non è che uno degli innumerevoli, tragici episodi della guerra totale sul mare.

(Archivio Centrale dello Stato)


3 commenti:

  1. Sono la nipote di un artigliere disperso in seguito all'affondamento del piroscafo Fiume.Poche cose ha saputo la famiglia in merito non avendo rintracciato nessun sopravvissuto. Nel 1961 è sata dichiarata la morte presunta a seguito del lavora di una apposita commissione che risulta trascritta nel comune di nascita(Mercatello sul Metauro- PU).Le notizie apprese mi risultano di grande interesse e continuerò le ricerche per mantenere la memoria di un giovane ventenne che è venuto a mancare alla sua mamma e alla sua famiglia senza che abbia potuto piangerlo in una tomba. Ora anche noi nipoti siamo già in età avanzatama vorrei lasciare ai successori una traccia di memoria. Grazie infinite

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  2. Desidererei conoscere l'elenco degli imbarcati sul piroscafo Fiume affondato il 24 settembre 1942 a Rodi per verificare la presenza di Simoncini Domenico nato a Mercatello -Pesaro il 24 ottobre 1922.So che risulta tra i dispersi ma vorrei sapere se era imbarcato anche qualche altro militare della zona .Grazie anticipatamente.

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    1. Buongiorno, purtroppo non possiedo tale elenco. Potrebbe provare a scrivere scrivere all'Ufficio Storico della Marina Militare, è possibile che loro lo abbiano.

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