lunedì 20 gennaio 2020

R 47 Amalia

L’Amalia in una foto della primavera del 1942 (Archivio Centrale dello Stato)

L’Amalia era in origine un motopeschereccio in legno di 100,55 tsl e 47 tsn, lungo 27,3 metri, largo 6,1 e pescante 2,7, propulso da un motore diesel a quattro cilindri da 28 N.H.P. (realizzato dalla ditta Deutsche Werke AG di Kiel ed alimentato a nafta) che azionava una singola elica. Oltre al motore, il piccolo bastimento era munito di due alberi attrezzati a vele auriche (risultava infatti ufficialmente classificato come motoveliero da pesca, goletta).
Costruito nel 1931 dal cantiere A. Caneletti di Porto Civitanova (paese poi aggregato, dal 1938, al Comune di Civitanova Marche), appartenne per tutta la sua esistenza all’armatore Nicola Marchegiani, di San Benedetto del Tronto. Iscritto con matricola 736 al Compartimento Marittimo di Ancona (dal 1936, mentre prima risultava registrato a San Benedetto del Tronto), il suo nominativo di chiamata era IJVM.
 
(Archivio Centrale dello Stato)

Il 25 maggio 1940 l’Amalia venne requisito ad Ancona dalla Regia Marina, e dalle ore 00.00 del 16 giugno 1940 (per altra fonte, dal 1° giugno) fu iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato con la sigla R 47. La caratteristica "R" designava il dragaggio d’altura da parte di dragamine muniti di apparecchi draganti a divergenti modello medio, e l’Amalia divenne infatti un dragamine ausiliario, armato con due mitragliere Oerlikon da 20 mm. Venne dislocato ad Olbia, per operare nelle acque della Sardegna, dragando le rotte tra Olbia ed Arbatax.
 
L’Amalia, a destra, ed un altro dragamine ausiliario, l’Agata Madre (R 144) (Archivio Centrale dello Stato)

Gli anni successivi sono senza storia: per tre lunghi anni l’Amalia, come tanti altri pescherecci requisiti e trasformati in temporanei dragamine, svolse in silenzio il suo pericoloso quando dimenticato lavoro. L’equipaggio era lo stesso del tempo di pace: pescatori che ora, al posto del pesce, pescavano mine, sperando che nessuna tirasse un giorno qualche brutto scherzo, un pericolo che si aggiungeva a quello di attacchi di aerei e sommergibili, cui queste minuscole unità, armate sì e no con una o due mitragliere (già l’Amalia, con le sue due mitragliere da 20 mm, era armato meglio della maggior parte dei suoi “colleghi”, che invece montavano perlopiù le ancor più piccole armi da 8 mm) erano vulnerabilissime. Nella primavera del 1942 l’Amalia ebbe, per così dire, il suo momento di “celebrità” quando divenne l’anonimo protagonista di un servizio fotografico realizzato dall’Istituto Luce, che documentava l’attività dei dragamine.
Nel maggio 1943, l’Amalia venne inviato a La Spezia per un periodo di lavori che si protrassero per due mesi.


L’Amalia fotografato da un altro dragamine ausiliario (Archivio Centrale dello Stato)




La fine di questo piccolo dragamine ausiliario si compì il 18 luglio 1943, per mano del sommergibile britannico Safari (tenente di vascello Richard Barklie Lakin). Questo sommergibile, a partire dall’aprile 1943, aveva seminato lo scompiglio, specie tra le imbarcazioni di piccolo tonnellaggio, lungo le coste della Sardegna: in tre mesi, il Safari aveva affondato in quelle acque i piroscafi Entella e Liv, l’incrociatore ausiliario Loredan, la cisterna militare Isonzo, il trasporto militare tedesco KT 12, i piropescherecci armati Onda, Sogliola e Nasello, i motovelieri Bella Italia e S. Francesco di Paola A.. Il 18 luglio 1943 il Safari si trovava di nuovo in pattugliamento ad un paio di miglia dalla costa nordorientale della Sardegna – era partito da Malta tre giorni prima per la sua quattordicesima missione di guerra, da svolgersi al largo delle coste orientali di Corsica e Sardegna – quando alle 13.45, stando in immersione, avvistò un dragamine in navigazione verso nord. Era l’Amalia, in navigazione da Arbatax ad Olbia al comando del ventottenne lericino Domenico Sciarra.
Dopo aver trascorso tre notti ad Olbia, l’Amalia era partito per Arbatax alle 6.30 del 17 luglio, arrivandovi alle 17.30 dello stesso giorno e trascorrendovi la notte, dopo di che era ripartito per rientrare ad Olbia: fu appunto durante questo viaggio, mentre la navicella procedeva seguendo la costa, che lo sorprese il sommergibile britannico.
Alle 14.05 il Safari emerse per attaccare la sua vittima con il cannone: il fuoco venne aperto da 1460 metri di distanza.
In quel momento, il comandante Sciarra stava scrivendo nella sua cabina. Sentito all’improvviso rumore di cannonate, corse fuori mentre la vedetta annunciava che il dragamine si trovava sotto attacco da parte di un sommergibile: prima ancora che Sciarra potesse ordinare di rispondere al fuoco, i primi colpi del Safari centrarono la piccola unità italiana.
Sebbene l’Amalia, armato soltanto con due mitragliere, non avesse speranza contro il sommergibile, venne comunque tentata una disperata resistenza: le due mitragliere del dragamine risposero al fuoco, ferendo in modo lieve due cannonieri del Safari. I successivi colpi del sommergibile, però, centrarono ripetutamente l’Amalia, scatenando ben presto un incendio a bordo; Sciarra ordinò a tutti di mantenere la calma e di tentare di dirigere verso la costa, ma intanto la sala macchine venne incendiata, e all’equipaggio del dragamine non rimase che abbandonare la nave su una scialuppa. Il Safari aveva sparato in tutto 34 colpi di cannone.


Notare la sigla identificativa dipinta sullo scafo (indicata dalla freccia, nella foto in basso) (Archivio Centrale dello Stato)



Avvicinatosi alla scialuppa, il sommergibile prelevò il comandante Sciarra, che venne trattenuto a bordo come prigioniero di guerra. L’Amalia bruciò furiosamente fino alle 19.20, quando infine colò a picco nel punto 40°42’ N e 09°49’ E, a 16 miglia per 345° (cioè ad ovest) del semaforo di Capo Comino.
La reazione italiana, tuttavia, si materializzò ben prima: già alle 14.30, neanche mezz’ora dopo l’inizio dell’attacco, giunse sul posto un aereo della Regia Aeronautica (identificato da Lakin come un velivolo da attacco al suolo Breda Ba. 65: probabilmente un errore, considerato che nel 1943 i pochi velivoli di questo tipo ancora in servizio erano relegati esclusivamente a ruoli addestrativi), che aprì il fuoco contro il Safari con i suoi cannoncini. I colpi mancarono il bersaglio, ma furono sufficienti ad indurre il comandante Lakin ad ordinare l’immersione, che fu attuata alle 14.32; troppo tardi, però, per salvare l’Amalia. Il sommergibile si allontanò verso il largo, mentre alle 14.34 l’aereo italiano sganciava una bomba, che però esplose abbastanza lontana. Il Safari scese comunque a maggiore profondità e vi rimase fino alle 15.03, quando tornò a quota periscopica: sebbene non sembrassero esservi aerei in vista, il sommergibile venne fatto segno al lancio di altre due bombe, che caddero stavolta piuttosto vicine. L’aereo non era stato visto perché in quel momento si trovava esattamente sulla verticale del Safari, al di fuori del raggio visivo del suo periscopio. Lakin pensò bene di tornare a 36 metri di profondità in attesa che le acque si calmassero del tutto. Riemerse solo alle 21.45, per poi fare rotta verso nord.
I restanti dodici membri dell’equipaggio dell’Amalia si allontanarono sulla loro scialuppa; non vi erano state vittime nel breve combattimento con il Safari e, considerata la vicinanza della costa, il rapido arrivo sul posto di idrovolanti CANT Z. (che furono visti dal sommergibile britannico girare intorno al dragamine agonizzante), ed il fatto che l’Albo dei caduti e dispersi della Marina Militare nella seconda guerra mondiale non elenca alcun caduto o disperso in mare alle date del 18 o 19 luglio 1943, risulta pressoché certo che l’equipaggio del dragamine venne tratto in salvo al completo. Peraltro, secondo fonti locali, non lontano dall’Amalia si trovava, al momento dell’attacco, un altro dragamine similare, che assisté al suo affondamento e che non venne apparentemente notato dal Safari: forse fu proprio questa imbarcazione a trarre in salvo i naufraghi.


Altre due foto dell’Amalia scattate da un altro dragamine, facenti parte – come le altre in questa pagina – di un servizio fotografico sull’attività dei dragamine, realizzato da personale dell’Istituto Luce nella primavera del 1942 (Archivio Centrale dello Stato)




Interrogato dopo la cattura, il comandante Sciarra rivelò le proprie generalità ("PROFESSIONE: padrone marittimo. Riserva Mercantile [Merchant Reserve nel rapporto originale britannico]. Pescatore? Al momento della cattura era comandante della sottonotata unità da guerra minore italiana"), le caratteristiche e l’impiego della sua nave, e la composizione del suo equipaggio. Quest’ultima era precisata con la seguente curiosa distinzione: "Equipaggio: 9 italiani e 4 siciliani". (Erano quelli i giorni dell’invasione angloamericana della Sicilia, e del discusso proclama Roatta al popolo siciliano…)
Il rapporto britannico proseguiva: "Sciarra è stato interrogato appena giunto a bordo, quando era considerevolmente depresso, scosso, e sofferente per un mal di testa, avendo appena visto l’unità al suo comando fatta a pezzi dalle cannonate del SAFARI. Un racconto dell’azione, scritto di suo pugno, è allegato alla presente. Le informazioni che ha potuto dare sono state molto generiche, dato che nessuno di noi parla italiano, molto difficile da capire con il Boarding Packet ed un piccolo dizionario quali unici nostri mezzi di conversazione. Sembra disposto a parlare, ed eccetto per una certa ansietà riguardo sua moglie a Lerici, è allegro, e si è reso molto utile a bordo".
Il Safari, con a bordo Sciarra, continuò la sua missione che si concluse con l’arrivo ad Algeri il 30 luglio, dopo aver colato a picco, nei dodici giorni successivi all’affondamento dell’Amalia, il posamine Durazzo, il dragamine FR 70, il piroscafetto/vedetta foranea F 50 Silvia Onorato e la chiatta tedesca Maria.


Sopra, la pagina del rapporto del Safari relativa all’affondamento dell’Amalia, e sotto, il resoconto dell’interrogatorio del comandante Sciarra (si ringrazia Platon Alexiades)




In seguito alla perdita dell’Amalia, Marina La Maddalena scriveva allo Stato Maggiore della Marina (Maristat), in una lettera del 31 luglio 1943: «Con la perdita del Mv Amalia R 47, affondato a cannonate da un sommergibile nemico, malgrado fosse armato con due mitragliere da 20 mm., si è manifestata la necessità, peraltro già conosciuta, che se si vuole effettuare il dragaggio delle rotte fra Olbia e Cagliari, i dragamine da impiegare devono essere armati con almeno un cannone per poter contrastare e difendersi dall’attacco in superficie. In caso contrario si andrà incontro a notevoli perdite di materiale che in questo momento è insostituibile». Maristat rispose ordinando che venissero subito inviati in Sardegna due dei primi dragamine di nuova costruzione, che dovevano essere armati con un cannone e due mitragliere da 20 mm.
La storia ufficiale dell’USMM conclude così la narrazione sull’attività di dragaggio in Sardegna, dopo aver accennato a questo scambio di messaggi tra Maristat e Marina La Maddalena: "Non vi erano ormai più speranze. Il compito che però rimaneva, era quello di continuare ad adempiere al proprio dovere; così fecero le unità rimaste".

Il relitto dell’Amalia giace oggi a 40 metri di profondità, al largo della spiaggia della Cinta, vicino al paese sardo di San Teodoro.




L’affondamento dell’Amalia nel giornale di bordo del Safari (da Uboat.net):

“1345 hours - Sighted a Northbound motor minesweeper.
1405 hours - Surfaced for gun action. Range was 1600 yards. 34 Rounds were fired and several hits were obtained. The enemy at first replied with 2 machine guns wounding 2 of Safari's gun crew. The enemy however soon caught fire and was abandoned by her crew. The Captain was taken prisoner. The ship burnt until 1920 hours when it sank.
1430 hours - An Breda 65 aircraft appeared and opened cannon fire. Very wide.
1432 hours - Dived, proceeded to seaward.
1434 hours - One bomb was dropped, not very close. Went deep.
1503 hours - Returned to periscope depth. Soon afterwards 2 bombs were dropped quite near. No aircraft however was seen. Went to 120 feet.”




3 commenti:

  1. Ciao solo una nota, nel 1943 i Breda 65 erano ormai stati tutti radiati da almeno 2 anni.

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  2. ciao solo una nota, non può essere intervenuto un Breda 65 nel 1943, erano stati tutti radiati da almeno un paio di anni.

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    1. Grazie per la segnalazione, probabilmente si trattò di errata identificazione da parte del comandante del Safari. Provvedo a correggere.

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