mercoledì 22 maggio 2019

Pallade

La Pallade a Taranto nel 1939 (da “Le torpediniere italiane 1881-1964” di Paolo Mario Pollina, USMM, 2a edizione, 1974, via Marcello Risolo e www.naviearmatori.net)

Torpediniera della classe Spica tipo Alcione (dislocamento standard di 670 tonnellate, in carico normale 975 tonnellate, a pieno carico 1050 tonnellate).
Durante il secondo conflitto mondiale venne impiegata prevalentemente in attività di scorta convogli, dapprima (1940-febbraio 1941) sulle rotte tra l’Italia e l’Albania e successivamente (dal marzo 1941 in poi) su quelle tra Italia (specialmente i porti della Sicilia) e Africa Settentrionale, nonché sulle rotte costiere del cabotaggio libico. Compì azioni di bombardamento controcosta durante la campagna di Grecia ed svolse missioni di scorta anche tra Basso Adriatico, Mar Ionio ed Egeo. Eseguì diverse azioni antisommergibili, ma senza successi confermati, ed abbatté un aereo durante una missione di scorta. In tutto, effettuò 145 missioni di guerra, in maggioranza di scorta, percorrendo oltre 62.000 miglia nautiche. Secondo una fonte la Pallade sarebbe stata anche posta per un breve periodo a disposizione della X Flottiglia MAS.

Breve e parziale cronologia.

13 febbraio 1937
Impostazione presso le Officine e Cantieri Partenopei (già Bacini & Scali Napoletani) di Napoli.
19 dicembre 1937
Varo presso le Officine e Cantieri Partenopei di Napoli. Presenziano al varo l’ammiraglio che comanda il Dipartimento Militare Marittimo del Basso Tirreno, con il suo stato maggiore, ed il prefetto di Napoli.
5 ottobre 1938
Entrata in servizio. Assegnata alla XIV Squadriglia Torpediniere, alle dipendenze del Comando Militare Marittimo della Libia.

La Pallade nel 1938 (g.c. Vincenzo Claudio Piras)

1938
Assegnata alla Divisione Scuola Comando, con base ad Augusta, insieme alle gemelle Castore, Cigno, Centauro, Circe, Climene, Calliope, Clio, Calipso, Polluce, Partenope e Pleiadi, ai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi e Nicoloso Da Recco, agli incrociatori leggeri Giovanni delle Bande Nere e Luigi Cadorna ed alla 7a, 9a e 10a Squadriglia MAS.

Marinai della Pallade in Libia nel 1939 (g.c. Vincenzo Claudio Piras)
Foto di gruppo di marinai della Pallade in Libia (apparentemente presso delle rovine romane?) nel 1939-1940 (g.c. Vincenzo Claudio Piras)

6 giugno-10 luglio 1940
La Pallade partecipa, insieme alle gemelle Circe, Calliope, Clio, Alcione, Airone, Aretusa ed Ariel, alla posa di quattro campi minati antinave, per complessive 200 mine (50 in ogni sbarramento), tra Marsala e Capo Granitola.
10 giugno 1940
L’Italia entra in guerra. La Pallade forma la XIV Squadriglia Torpediniere, di base a Messina, insieme alle gemelle Polluce, PartenopePleiadi. La XIV Squadriglia, insieme alla XIII composta da CirceCalipsoCalliope e Clio, forma la 1a Flottiglia Torpediniere.
Secondo una fonte, nei primissimi mesi del confitto la Pallade avrebbe scortato convogl tra la Sicilia e Tripoli.


Lancio di un siluro dalla Pallade durante un’esercitazione effettuata al largo di Napoli, negli anni Trenta (g.c. Vincenzo Claudio Piras)


25 giugno 1940
In serata la Pallade riceve ordine di recarsi incontro al sommergibile Rubino (tenente di vascello Luigi Trebbi), di ritorno da un agguato al largo di Alessandria d’Egitto nel quale è stato danneggiato da bombe di profondità, e che per ordine di Maricosom (il Comando Squadra Sommergibili) si sta dirigendo verso Taranto, dove dovrebbe giungere la sera del 29. La decisione di inviare la Pallade è stata presa per garantire maggior sicurezza nella parte finale della navigazione del Rubino, avendo l’impressione che i britannici stiano intercettando e decifrando le comunicazioni dei sommergibili. Ma il Rubino non arriverà mai all’appuntamento con la Pallade, perché nel pomeriggio del 29 giugno verrà bombardato da un idrovolante britannico Short Sunderland, inabissandosi con 40 dei 44 uomini del suo equipaggio.
20 agosto 1940
La XIV Squadriglia Torpediniere viene trasferita dalla Sicilia alla Puglia e posta alle dipendenze del Comando Superiore Traffico Albania (Maritrafalba), avente sede a Brindisi, assieme ai vecchi cacciatorpediniere Carlo Mirabello ed Augusto Riboty, alle vecchie torpediniere PalestroSolferinoCastelfidardoMonzambanoAngelo BassiniNicola Fabrizi Giacomo Medici,  agli incrociatori ausiliari RAMB IIICapitano A. Cecchi e Barletta ed alla XIII Squadriglia MAS con i MAS 534535538 e 539. Tali unità sono destinate a compiti di scorta ai convogli tra Italia ed Albania, nonché ricerca e caccia antisommergibile sulle stesse rotte. Il trasferimento della XIV Squadriglia Torpediniere, che comporta una considerevole riduzione del dispositivo di sbarramento mobile del Canale di Sicilia, è stato deciso in seguito all’incremento del flusso di convogli tra Italia ed Albania (sta iniziando il potenziamento dello schieramento italiano in Albania, preludio dell’attacco alla Grecia) ed all’attività offensiva svolta dai sommergibili britannici nel Canale d’Otranto.

Squadra di calcio formata da marinai della Pallade, 1940 (g.c. Vincenzo Claudio Piras)

8 settembre 1940
La Pallade scorta da Valona a Brindisi il piroscafi scarico Hermada e la motonave Riv, anch’essa scarica.
13 settembre 1940
La Pallade e l’incrociatore ausiliario Capitano A. Cecchi scortano da Bari a Durazzo i piroscafi Quirinale e Galilea, aventi a bordo 2422 militari e 289 tonnellate di materiali vari, tra cui degli ospedali da campo.
14 settembre 1940
La Pallade scorta il Quirinale che rientra scarico da Durazzo a Bari.
17 settembre 1940
Pallade e Capitano Cecchi scortano le motonavi Catalani e Viminale, con 2305 soldati e 141 tonnellate di materiali, da Bari a Durazzo.
19 settembre 1940
La Pallade scorta Catalani e Viminale che tornano vuote da Durazzo a Bari.
21 settembre 1940
La Pallade, la gemella Polluce e l’incrociatore ausiliario RAMB III scortano da Bari a Durazzo il piroscafo Italia e la motonave Rossini, con a bordo 1800 militari e 140 tonnellate di materiali.
23 settembre 1940
La Pallade scorta da Bari a Durazzo il piroscafo Antonietta Costa, avente a bordo 814 quadrupedi, 33 veicoli e 123 tonnellate di materiali.
27 settembre 1940
Pallade e Polluce scortano da Durazzo a Bari l’Italia, il Rossini ed il piroscafo Perla, tutti di ritorno vuoti.
29 settembre 1940
PalladePolluce e Capitano Cecchi scortano da Bari a Durazzo i trasporti truppe PucciniGalilea e Quirinale, con 2581 militari e 84 tonnellate di materiali.
1° ottobre 1940
Pallade e Polluce scortano PucciniGalilea e Quirinale che rientrano vuoti da Durazzo a Bari.
4 ottobre 1940
Pallade, Capitano Cecchi e la torpediniera Giacomo Medici scortano da Bari a Durazzo i trasporti truppe Puccini, Verdi e Quirinale, aventi a bordo 2400 militari e 140 tonnellate di materiali vari.
5 ottobre 1940
Pallade e Medici scortano Puccini, Verdi e Quirinale che ritornano scariche da Durazzo a Bari.
11-12 novembre 1940
La Pallade si trova ormeggiata alla banchina torpediniere del Mar Piccolo a Taranto, insieme al resto della XIV Squadriglia (PollucePartenope e Pleiadi) ed a numerose altre unità (incrociatori pesanti Pola e Trento, incrociatori leggeri Duca degli Abruzzi e Garibaldi, cacciatorpediniere FrecciaDardoSaettaStraleMaestrale, Grecale, Libeccio, Scirocco, Camicia NeraCarabiniereCorazziereAscariLanciereGeniereDa ReccoPessagno ed Usodimare, portaidrovolanti Giuseppe Miraglia, posamine Vieste e rimorchiatore di salvataggio Teseo), quando la base viene attaccata da aerosiluranti britannici che affondano la corazzata Conte di Cavour e pongono fuori uso la Littorio e la Duilio.
Mentre gli aerosiluranti attaccano le corazzate, cinque bombardieri attaccano a più riprese le unità presenti in Mar Piccolo, a scopo diversivo, sganciando complessivamente una sessantina di bombe.
Alle 23.15 dell’11 le navi in Mar Piccolo aprono il fuoco contro alcuni aerei che sganciano bombe da una quota valutata in 500 metri; gli ordigni inquadrano i posti d’ormeggio dei cacciatorpediniere, ma una sola bomba va a segno, colpendo il Libeccio (che non subisce danni gravi, perché la bomba non esplode). Le torpediniere non subiscono alcun danno; la Pallade apre il fuoco con le mitragliere contro gli aerei attaccanti, ma senza risultato.
Ricorda in merito alla “notte di Taranto” Vincenzo Claudio Piras, figlio del sottocapo cannoniere Mario Piras all’epoca imbarcato sulla Pallade: “Durante la notte di Taranto dell'11 novembre 1940 il Pallade fu fra le unità che aprirono il fuoco con le mitragliere (erano ancora le 13,2mm). Egli trovandosi a bordo si portò immediatamente ad uno dei quattro complessi binati. Era difficilissimo individuare i velivoli inglesi, alle sue spalle si trovava un Guardiamarina che vedendo una luce rossa e scambiandola per una luce di posizione di un velivolo indicava la direzione verso cui sparare. Le munizioni erano traccianti, accecavano ed affumicavano maledettamente, per cui a più riprese il Guardiamarina  intravedeva la luce ed indicava la direzione verso cui sparare. Al mattino dopo mio padre ed il Guardiamarina guardando nella stessa direzione in cui avevano sparato si resero conto che la luce rossa apparteneva alla ciminiera della Franco Tosi”.



Sopra, Mario Piras nel 1938, e sotto, una foto di gruppo dell’equipaggio della Pallade (g.c. Vincenzo Claudio Piras)


28 novembre 1940
La Pallade esegue un’azione di bombardamento costiero contro le truppe greche lungo la costa albanese, in appoggio a reparti di alpini.
In merito a questa azione racconta ancora Vincenzo Claudio Piras: “durante il bombardamento tattico in appoggio alle truppe di terra del 28 novembre 1940 [il padre Mario] raccontava che gli alpini italiani si trovavano su un cucuzzolo di un colle con i greci che li circondavano alla base. Per fortuna avevano buone informazioni sulla situazione in campo per cui egli mirava alla base del colle (era Puntatore cannoniere scelto, scuola di Pola corso del 1937). Gli alpini, per timore di essere colpiti, per tutto il tempo dell'azione continuarono a sventolare il tricolore per segnalare la loro posizione. Il fatto che gli alpini sventolassero il tricolore era una cosa che lo faceva sorridere quando lo raccontava. Ciò era dovuto al fatto che egli era sicurissimo delle proprie capacità di mira”.
30 dicembre 1940
La Pallade (tenente di vascello Felice Masini) esegue un’azione di bombardamento controcosta sul litorale greco-albanese, cannoneggiando una colonna militare greca (il comandante Masini sarà decorato per l’azione con la Croce di Guerra al Valor Militare, con motivazione: «Al comando di una torpediniera, manovrava abilmente per portarsi a breve distanza dalla costa sottoponendo una colonna nemica a violento ed efficace fuoco di artiglieria con sicuri e gravi effetti distruttivi»).
ca. 1940-1941
Lavori di modifica dell’armamento contraereo: vengono eliminate le due mitragliere binate Vickers-Terni 1917 da 40/39 mm ed una mitragliera binata da 13,2/76 mm, mentre vengono installate tre mitragliere binate Breda 1935 da 20/65 mm.
1° gennaio 1941
La Pallade e l’incrociatore ausiliario Brioni salpano da Bari alle 22 per scortare a Durazzo le motonavi Città di Bastia e Donizetti, che hanno a bordo 1584 militari e 206 tonnellate di materiali.
2 gennaio 1941
Il convoglio raggiunge Durazzo alle 10.20.
4 gennaio 1941
La Pallade lascia Durazzo alle 17.30 per scortare in Italia Donizetti e Città di Bastia, che ritornano vuote.
5 gennaio 1941
Le tre navi arrivano a Bari alle 9.
6 gennaio 1941
La Pallade partecipa, insieme alle gemelle Partenope, Altair ed Andromeda (queste ultime due temporaneamente aggregate alla XIV Squadriglia Torpediniere) ed alla IX Squadriglia Cacciatorpediniere (Vittorio AlfieriVincenzo GiobertiGiosuè Carducci e Fulmine), ad un bombardamento navale delle linee greche nella zona Porto Palermo (vicino ad Himara, in Albania), sul fronte greco-albanese, dove infuria la lotta tra le forze elleniche – che, nel corso della loro controffensiva, stanno cercando di conquistare Valona – e quelle italiane, che cercano in ogni modo di impedire la caduta del fondamentale porto. Le unità, partite da Valona, eseguono il bombardamento all’alba del 6 gennaio e ritornano poi nella base albanese prima di mezzogiorno.
(Secondo altra fonte questo bombardamento, previsto per il 3 gennaio ma rimandato causa maltempo, sarebbe stato in realtà una duplice azione eseguita soltanto da Pallade, Partenope ed Andromeda e dai cacciatorpediniere Folgore e Fulmine: questi ultimi avrebbero cannoneggiato Himara, Piquerasi, Spilea e San Dimitrio, mentre le tre torpediniere avrebbero battuto la zona di Porto Palermo, il tutto con la protezione a distanza degli incrociatori dell’VIII Divisione Navale).
Analoghe azioni di bombardamento navale sulle linee greche saranno ripetute da altre siluranti italiane nei giorni successivi, fino al 9 gennaio; il 10 gennaio l’offensiva greca contro Valona si esaurirà senza essere riuscita a conquistare il vitale porto albanese.
12 gennaio 1941
La Pallade e l’incrociatore ausiliario Brindisi partono da Brindisi per Valona alle 6.40, scortando i piroscafi Argentina e Galilea, con a bordo 1778 militari e 309 tonnellate di materiali. Il convoglio raggiunge Valona alle 14.
13 gennaio 1941
La Pallade scorta il piroscafo Dea Mazzella, scarico, da Valona a Durazzo.
6 febbraio 1941
Pallade e Brindisi partono da Brindisi all’1.50 per scortare a Valona un convoglio formato dalle motonavi Città di Marsala e Città di Trapani e dai piroscafi Diana e Francesco Crispi, che trasportano 2580 militari, 362 quadrupedi e 243 tonnellate di artiglieria, munizioni, provviste, vestiario, foraggio e materiali vari.
Il convoglio arriva a Valona alle 10.
13 febbraio 1941
La Pallade parte da Valona alle 13 per scortare a Brindisi, dove giunge alle 22.25, il piroscafo Monrosa e la motonave Città di Trapani, ambedue scarichi.
22 febbraio 1941
La Pallade e l’incrociatore ausiliario Francesco Morosini salpano da Brindisi alle 8.15 per scortare a Valona, dove giungono dopo dieci ore, i piroscafi Francesco Crispi, Argentina e Viminale, aventi a bordo 3416 militari, 15 veicoli e 230 tonnellate di materiali.
9 marzo 1941
Pallade e Polluce salpano in serata da Palermo, insieme alla torpediniera Alcione, per scortare a Tripoli le motonavi Andrea Gritti e Sebastiano Venier (convoglio «Sonnenblume 9» per il trasferimento in Libia dell’Afrika Korps), provenienti da Napoli con la sola scorta, nel primo tratto, dell’Alcione.
11 marzo 1941
Raggiunto anche dalle torpediniere Centauro e Clio, inviategli incontro dal porto libico, il convoglio arriva a Tripoli alle 13.30.
27 marzo 1941
La Pallade salpa da Tripoli alle 22 scortando il piroscafo Honor, diretto a Sfax. La torpediniera scorta l’Honor soltanto fino alle isole Kerkennah, dopo di che il mercantile prosegue da solo (arriverà a Sfax il 29).


La Pallade in navigazione a velocità di crociera nel Basso Adriatico (g.c. Stefano Cioglia)

20 aprile 1941
La Pallade, insieme alle torpediniere Generale Carlo Montanari e Generale Achille Papa ed alla piccola nave scorta ausiliaria Luigi Rizzo, parte da Tripoli alle 12.30 di scorta ad un convoglio formato dalla motonave Col di Lana, dal piroscafo Ernesto e dalla nave cisterna Superga.
22 aprile 1941
Alle 16 Rizzo e Montanari raggiungono Trapani, mentre il resto del convoglio prosegue per Napoli, dove giunge alle 23.
25 maggio 1941
La Pallade, inviata da Messina insieme alle gemelle Cigno e Clio, partecipa al salvataggio dei naufraghi del trasporto truppe Conte Rosso, silurato ed affondato la sera precedente dal sommergibile britannico Upholder, durante la navigazione da Napoli a Tripoli, circa dieci miglia ad est (per 85°) di Capo Murro di Porco. Oltre a Pallade, Cigno e Clio, i soccorsi sono condotti dalle torpediniere Procione e Pegaso (che facevano già parte della scorta originaria del convoglio), dai cacciatorpediniere Lanciere e Corazziere e dalle navi ospedale Arno e Sicilia. In tutto vengono salvati 1432 o 1441 uomini, su 2729 imbarcati sul Conte Rosso; vengono anche recuperate 239 salme, mentre i dispersi sono più di mille.
26 maggio 1941
La Pallade (tenente di vascello Felice Masini), le torpediniere ProcioneCastoreCigno e Pegaso ed i cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi (caposcorta, capitano di vascello Giovanni Galati), Saetta ed Antonio Da Noli partono da Napoli alle 2.30 (altra versione indica l’orario di partenza nelle 23 del 25 maggio) per scortare a Tripoli un convoglio formato dalle motonavi Marco FoscariniAndrea GrittiSebastiano VenierBarbarigoRialto ed Ankara (tedesca).
Il convoglio, che ha scorta aerea per alcuni tratti, è scortato a distanza dalla III Divisione Navale, dallo stretto di Messina in poi; segue le rotte che passano ad est di Malta.
27 maggio 1941
Verso le 13 (poco dopo che gli aerei dell’Aeronautica di Sicilia della scorta aerea hanno lasciato il convoglio, mentre i velivoli che avrebbero dovuto sostituirli, provenienti dalla Libia, non sono potuti decollare a causa del forte ghibli) vengono avvistati sei aerei a 6-7 km di distanza, i quali volano a 10-20 metri di quota su rotta opposta al convoglio. Si tratta di bombardieri britannici Bristol Blenheim decollati da Malta, i quali si portano al traverso del convoglio e poi accostano per attaccare il gruppo formato da FoscariniBarbarigoVenierCigno e Da Noli. Le navi aprono subito il fuoco; due degli attaccanti (il V6460 del sergente E. B. Inman e lo Z6247 del capitano G. M. Fairburn) vengono abbattuti (secondo fonti italiane, dal fuoco contraereo; per i britannici, ambedue gli aerei sarebbero stati travolti e distrutti dallo scoppio delle bombe sganciate dallo stesso Inman su una delle motonavi), ma Foscarini e Venier sono colpite.
La Venier subisce solo danni lievi, perché l’unica bomba che la colpisce non esplode; ma la Foscarini viene incendiata ed immobilizzata. L’unico sopravvissuto dei sei uomini componenti gli equipaggi dei due aerei, il sergente K. P. Collins della 82a Squadriglia della R.A.F., gravemente ferito, viene recuperato dalla Cigno.
L’attacco è durato tre minuti.
Si tratta del primo attacco aereo verificatosi sulla rotta di levante per la Libia, nonché del primo bombardamento a bassa quota contro navi nella guerra del Mediterraneo.
Mentre il resto del convoglio prosegue, la Foscarini, in fiamme, viene assistita dal Da Noli e dalla Cigno (quest’ultima si ricongiunge però col convoglio dopo non molto tempo); successivamente, in risposta a ripetute sollecitazioni del caposcorta a Marina Tripoli (alle 16.25 chiede l’invio di un rimorchiatore, ed alle 17.20 di una silurante per cooperare con il Da Noli), vengono inviate sul posto la Pallade ed i rimorchiatori Pronta e Salvatore Primo, mandati da Marina Tripoli, che cooperano al tentativo di portare in salvo la motonave in fiamme.
Il marinaio Alfredo Natali, da Umbertide (all’epoca poco più che diciassettenne), imbarcato sulla Pallade, così descrive, a distanza di oltre settant’anni, l’attacco al convoglio, il danneggiamento della Foscarini e l’abbattimento degli aerei attaccanti: “…nel bel mezzo del Canale di Sicilia, venimmo attaccati da una forza rilevante di aerei siluranti inglesi, forse una decina se ricordo bene. Il rischio che correvamo era rilevante in quanto al contempo il mare si era ingrossato, forse forza 8 o 9 (il massimo), ma ecco che solo uno di questi tenta di superare il nostro sbarramento sperando di mimetizzarsi con quel mare le cui onde superavano talvolta anche 10/15 metri di altezza. Quei ragazzi, forse pieni di ideologia suicida super Britannica li abbattemmo all'istante. E seguitammo a colpire l'aereo abbattuto perché in tali circostanze la prudenza non è mai troppa. (…) Negli occhi nostri la triste visione dell'aereo abbattuto ed ormai inoffensivo. Ma andiamo avanti: non erano trascorsi più di 10 secondi dal fatto che ecco il resto degli aerei siluranti ci piomba addosso con una spaventosa linea di fuoco. Sentimmo i proiettili delle loro mitragliere colpire la parte superiore del fumaiolo, due compagni caduti, ma ecco nel trambusto gli aerei svolazzavano sopra le nostre teste come tanti farfalloni, uno di questi andò a colpire in pieno il collega che lo precedeva in "CABRATA" – impennandosi dall'aereo in ascensione. Per nostra disgrazia tutti e due gli aerei caddero, come una palla di fuoco, a poppavia di una nave da carico. Una tragedia immane in quanto quel bastimento era carico non solo di vettovaglie ma anche di esseri umani! Ma anche nei momenti più difficili, quando credi che tutto è perduto, ecco che una fiammella di una luminosità indescrivibile appare agli occhi: vedemmo che un qualche cosa galleggiava ad una distanza relativamente vicina al nostro battello; nella vita ci sono cose che non si possono spiegare, ma quel giorno dopo tanti lutti salvammo una vita. Era uno di quei ragazzi, probabilmente l'unico superstite dei due aerei caduti sulla nave da carico, e lo tirammo su. Corremmo un grande rischio. Il ragazzo aveva le gambe spezzate ma sicuramente le alte leve da Roma non avrebbero permesso quella operazione in quanto nei paraggi poteva trovarsi un sommergibile nemico. E qui mi viene in mente il detto: ITALIANI BRAVA GENTE perchè il nostro comandante, il tenente di vascello MASINI si era assunto tutte le responsabilità. La nave dove erano caduti i due aereo mobili inglesi – se ben ricordo – si chiamava "Reginaldo Foscarin" [Marco Foscarini, nda], nome nobile di una città nobile: Venezia. La conducemmo fortunosamente a rimorchio fino al porto di Tripoli dove seguitò a bruciare per circa 15 giorni”.
Alle 19.10 sopraggiungono, dopo ripetute richieste del caposcorta, quattro aerei da caccia ed un aerosilurante Savoia Marchetti S.M.79 per la scorta aerea.
28 maggio 1941
Il resto del convoglio giunge a Tripoli in mattinata.
30 maggio 1941
Rimorchiata fino a Tripoli, la Foscarini viene portata a poggiare sul fondo dell’avamporto, scongiurandone l’affondamento. Tuttavia, non verrà mai recuperata.
Lo stesso giorno, alle 8 la, Pallade salpa da Bengasi per scortare a Tripoli i piroscafi Tilly Russ (tedesco) e Cadamosto (italiano). Durante la navigazione, si unisce alla Pallade (o la sostituisce) la gemella Polluce.
Lo stesso giorno, un sommergibile (una fonte parla del britannico Utmost, ma si tratta di un errore) attacca il convoglio al largo di Zliten: nessuna nave viene colpita, ma Polluce e Tilly Russ s’incagliano a causa della manovra intrapresa per evitare i siluri. Entrambe le navi, tuttavia, riescono a disincagliarsi in breve tempo con i propri mezzi.
31 maggio 1941
PalladePolluceTilly Russ e Cadamosto arrivano a Tripoli alle 22.
2 giugno 1941
La Pallade salpa da Tripoli alle 19 per scortare a Bengasi il piroscafo tedesco Sparta.
4 giugno 1941
Pallade e Sparta arrivano a Bengasi alle 19.
9 giugno 1941
Pallade e Polluce (caposcorta) salpano da Tripoli alle 2.30 di scorta ai piroscafi Cadamosto e Silvio Scaroni ed al motoveliero Aosta, diretti a Bengasi.
12 giugno 1941
Il sommergibile britannico Taku (capitano di corvetta Edward Christian Frederic Nicolay) avvista il convoglio alle 4.35, in posizione 32°20’ N e 18°49’ E, ed alle 5.03 lancia due siluri contro l’ultima nave della fila. Uno di essi colpisce il Silvio Scaroni, che affonda con 10 dei 37 membri del suo equipaggio in posizione 32°27’ N e 18°42’ E (a 70 miglia per 283° da Bengasi, cioè a ponente di quella città). Pallade e Polluce danno infruttuosamente la caccia al Taku con bombe di profondità, poi proseguono con i due mercantili superstiti.
Il resto del convoglio giunge a Bengasi alle 18 dello stesso giorno.
14 giugno 1941
La Pallade parte da Bengasi alle 22 di scorta all’Aosta ed al piroscafetto Adua, diretti a Tripoli.
17 giugno 1941
Le tre navi arrivano a Tripoli alle 6.
24 giugno 1941
La Pallade salpa da Bengasi alle 18.30, diretta a Tripoli, scortando lo Sparta ed il piroscafo italiano Giuseppe Leva.
26 giugno 1941
Il convoglio arriva a Tripoli a mezzogiorno.
8 (o 9) luglio 1941
La Pallade e la cannoniera Scilla partono da Tripoli per Bengasi alle 10.45, scortando i motovelieri Alas, Rita, Unione e Provocazione.
11 luglio 1941
Il convoglietto giunge a Bengasi alle 11.30.
18 (o 19) luglio 1941
La Pallade lascia Tripoli alle 20 per scortare a Bengasi il piroscafo italiano Prospero, il tedesco Brook ed i motovelieri Cora ed Esperia.
21 luglio 1941
Le navi arrivano a Bengasi a mezzogiorno.
23 luglio 1941
La Pallade, uscita da Tripoli, va ad unirsi alla scorta di un convoglio in arrivo da Napoli, formato dai piroscafi Caffaro, Nicolò Odero e Maddalena Odero (un quarto piroscafo, il tedesco Preussen, è stato affondato il giorno precedente da un attacco aereo) con la scorta dei cacciatorpediniere Folgore, Fulmine, Saetta, Fuciliere ed Alpino. Il convoglio giunge in porto alle 17.


(g.c. Marcello Risolo via www.betasom.it)

2 agosto 1941
La Pallade, insieme alla gemella Centauro, viene inviata in agguato nel Canale di Sicilia, nelle acque di Pantelleria, per contrastare l’operazione britannica «Style». Quest’ultima, che ha prevo il via il 30 luglio, consiste nell’invio a Malta dell’incrociatore posamine Manxman e degli incrociatori leggeri Hermione ed Arethusa (Forza X, al comando del contrammiraglio Edward Neville Syfret), in missione di trasporto veloce di 1746 uomini (70 ufficiali e 1676 sottufficiali e soldati, in parte rimasti a Gibilterra quando il piroscafo Leinster, facente parte del precedente convoglio «Substance» diretto a Malta, si era incagliato, in parte imbarcati su navi dello stesso convoglio che erano dovute rientrare a Gibilterra perché danneggiate) e 130 tonnellate di rifornimenti, con la scorta diretta dei cacciatorpediniere Lightning e Sikh ed indiretta di parte della Forza H dell’ammiraglio James Somerville (corazzata Nelson, incrociatore da battaglia Renown, portaerei Ark Royal, due incrociatori ed otto cacciatorpediniere). Quale azione diversiva, i britannici effettuano anche un bombardamento di Porto Conte ed Alghero da parte dei cacciatorpediniere Maori e Cossack e di nove bombardieri Fairey Swordfish della portaerei Ark Royal (attacchi compiuti tra le 2.15 e le 4.45 del 1° agosto, con danni trascurabili).
Le navi dirette a Malta hanno lasciato Gibilterra alle sei del mattino del 30 luglio, ed alle 17.30 la notizia (che la Forza H è partita da Gibilterra alle 7, diretta verso est) è giunta a Supermarina, che dispone subito l’approntamento della Pallade e delle altre cinque torpediniere disponibili a Trapani (Castore, Cigno, Calliope, Centauro e Circe), l’invio in agguato di vari sommergibili (TembienZaffiroBandiera e Manara tra Malta e Pantelleria; AlagiAradamDiaspro e Serpente a sudovest della Sardegna), e varie altre misure (sospensione del traffico nel Mediterraneo Centrale, concentrazione a Trapani e Pantelleria di tredici MAS per effettuare rastrelli notturni nel Canale di Sicilia, ricognizioni aeree su vaste zone di entrambi i bacini del Mediterraneo, messa in stato di allarme delle difese costiere di Liguria, Sicilia, Sardegna e costa tirrenica italiana). Supermarina è già stata messa in allarme dall’intensificarsi, nei giorni precedenti, del traffico radio nemico a carattere operativo e degli attacchi aerei contro le basi aeree della ricognizione marittima in Sicilia e Sardegna, oltre che dalla comparsa di ricognitori britannici a Taranto e nelle basi del Tirreno meridionale: l’alto comando della Regia Marina prevede che la Forza H si stia spostando verso est e ritiene che potrebbe essere in atto un’operazione congiunta con la Mediterranean Fleet di Alessandria, siccome rivelazioni radiogoniometriche hanno rivelato la presenza di un’unità appartenente a quest’ultima alle 17.45 dello stesso giorno, a 60 miglia per 350° da Marsa Matruh. Alle due di notte del 31 luglio rilevazioni radiogoniometriche hanno individuato la Forza H nelle acque della Spagna, stimandone la velocità in una decina di nodi, e più tardi è giunta notizia della partenza da Gibilterra di alcuni mercantili e di tre incrociatori, con destinazione ignota (in realtà i mercantili sono diretti in Atlantico, e non c’è nessun incrociatore). Alle 8.45 il Servizio Informazioni dell’Aeronautica fa sapere che da Gibilterra sono partite, dirette in Mediterraneo, la portaerei Ark Royal, la corazzata Nelson, l’incrociatore da battaglia Renown e due incrociatori, arrivati nottetempo dall’Atlantico e di scorta a «due piroscafi carichi di truppe e otto mercantili carichi di materiali, munizioni e viveri, probabilmente destinati in Egitto (…) Fonte attendibile comunica che at Gibilterra si parla di rappresaglie contro l’Italia». Nonostante i ricognitori inviati dalla Sardegna durante il mattino a cercare tali forze non trovino nulla, alle 15.45 Supermarina dà ordine di approntare all’uscita in due ore la III Divisione Navale (incrociatori pesanti Trento, Trieste e Gorizia e XIII Squadriglia Cacciatorpediniere) a Messina e la V Divisione Navale (corazzate Cesare e Doria) e tutti i cacciatorpediniere disponibili a Taranto. Contestualmente viene ordinato anche alla IX Divisione Navale (corazzate Littorio e Vittorio Veneto) ed alla corazzata Duilio, a Napoli, di tenersi pronte a partire entro mezz’ora; viene ordinato che nella notte tra l’1 ed il 2 agosto inizino gli agguati di torpediniere e MAS al largo di Pantelleria e di Capo Bon; mentre la IV e VIII Divisione incrociatori, che si trovano a Palermo, vengono mantenuti in approntamento normale. In base alle informazioni raccolte, infatti, Supermarina ritiene più probabile che l’operazione britannica riguardi un attacco contro le coste tirreniche italiane che non l’invio di un convoglio attraverso il Canale di Sicilia, ritenuto a torto poco probabile. Alle 16.45 del 31 luglio un aereo di linea tedesco (della Lufthansa) segnala tredici navi da guerra, tra cui una portaerei, 50 miglia ad est delle Baleari, dirette verso est; durante la giornata del 1° agosto undici ricognitori dell’Aeronautica della Sardegna cercano la Forza H, che si è spostata a nordest delle Baleari, con rotta sudovest, e che è stata avvistata alle nove del mattino da un aereo francese (che ne ha stimato correttamente la composizione come una portaerei, due corazzate e dieci cacciatorpediniere, con rotta 160°), 35 miglia a nord di Minorca. Gli avvistamenti da parte di trimotori CANT Z. 1007 bis del 50° Gruppo segnalano che la Forza H sembra restare nello stesso punto in cui l’aveva trovata l’aereo francese (a nordest di Minorca e con rotta nordest), e quattro successivi rilevamenti radiogoniometrici individuano inoltre una nave sconosciuta a 70 miglia per 30° da Capo Sant’Antonio (a sud di Valencia). L’attenzione dell’apparato aeronavale italiano si concentra così sulla Forza H, mentre passa del tutto inosservato il transito in Mediterraneo occidentale della Forza X, che naviga ad alta velocità tenendosi vicina alle acque territoriali del nordafrica francese, seguendo la costa algerina e poi tunisina, dopo di che attraversa indisturbata il Canale di Sicilia. Supermarina, infatti, ha dato ordine che i MAS stanziati ad Augusta rimangano in porto in caso di mancato avvistamento di navi nemiche dirette verso il Mediterraneo centrale da parte della ricognizione (e nessun ricognitore le ha avvistate), mentre i MAS di Pantelleria non trovano niente a causa del mare grosso, che ne intralcia seriamente l’attività. Alle 7.35 del 2 agosto una rilevazione radiogoniometrica mostra che c’è un’unità britannica 50 miglia ad ovest di Malta, diretta verso tale isola; Supermarina chiede allora a Superaereo di condurre una ricognizione sul porto di La Valletta, e mette nuovamente in allarme la III Divisione a Messina e le corazzate a Napoli.
La Forza X raggiunge Malta alle nove del mattino del 2 agosto, scarica truppe e rifornimenti e riparte alle 16.30 per tornare a Gibilterra. Alle 18 la Forza X, in navigazione ad alta velocità una decina di chilometri a nordovest di Gozo (a levante di Malta), viene infine avvistata da dieci caccia Macchi Mc 200 del 10° Gruppo dell’Aeronautica della Sicilia, di ritorno dalla richiesta ricognizione su La Valletta, che riconoscono correttamente le navi avvistate come tre incrociatori e due cacciatorpediniere, diretti verso Gibilterra. In conseguenza di tale avvistamento, tre aerosiluranti S.M. 79 “Sparviero” della 278a Squadriglia decollano da Pantelleria per attaccare la Forza X (uno di essi, avvistata la formazione avversaria, lancia un siluro contro l’Hermione, che lo evita con la manovra); inoltre, la notizia arriva anche a Marina Messina, che intanto aveva ordinato un agguato notturno di quattro torpediniere ed altrettanti MAS tra Capo Bon, Pantelleria e Trapani, ed altri due MAS al largo di Malta. Alle 00.25 del 3 agosto Marina Messina ordina alla XV Squadriglia Cacciatorpediniere (Pigafetta, Pessagno, Da Mosto, Da Verrazzano ed Usodimare) di accendere le caldaie, ed alle 3.45 di salpare per portarsi entro le 8 trenta miglia a sud di Marettimo. Al contempo, Marina Messina ordina al Comando Militare Marittimo di Pantelleria di tenere Pallade e Castore in agguato sottocosta, vicino all’isola, e di tenere le batterie costiere pronte all’intervento. La Forza X passa però ad ovest di Pantelleria, dal lato opposto rispetto agli sbarramenti italiani, molto lontano dalle zone in cui si trovano le torpediniere ed i cacciatorpediniere italiani (che sono state scelte tenendo presente il concetto precauzionale di evitare un incontro notturno, data la superiorità britannica nel combattimento di notte), che non riescono così ad intercettarla (per loro fortuna, probabilmente, data la netta superiorità di armamento delle navi britanniche).
27 agosto 1941
La Pallade (caposcorta) e la gemella Centauro partono da Trapani per Tripoli alle 18, scortando la pirocisterna Alberto Fassio.
30 agosto 1941
Le tre navi arrivano a Tripoli alle 13.
4 settembre 1941
La Pallade lascia Tripoli alle 16 diretta a Bengasi, scortando il piroscafo Sirena ed i motovelieri Imperia e Sparviero.
5 settembre 1941
La Pallade lascia la scorta del convoglietto alle 16, venendo rimpiazzata dalla gemella Centauro.
13 settembre 1941
La Pallade parte da Tripoli alle 19 per scortare a Bengasi il Brook ed i motovelieri Rita ed Esperia.
16 settembre 1941
Il convoglietto giunge a Bengasi alle 19.30.
21 settembre 1941
La Pallade lascia Bengasi per Tripoli alle 00.30, scortando il Brook, il piroscafo italiano Una ed i motovelieri Esperia e Vito Fornari.
24 settembre 1941
Le navi arrivano a Tripoli alle 7.30.
7 ottobre 1941
La Pallade (tenente di vascello Felice Masini) viene colpita da una bomba a poppavia del fumaiolo, durante un’incursione aerea sul porto di Tripoli, riportando seri danni. Cinque membri del suo equipaggio rimangono uccisi: il marinaio fuochista Vaifro Bezzi, di 22 anni, da Milano; il secondo capo cannoniere Clinio Funari, di 27 anni, da Valmontone; il marinaio cannoniere Ugo Grasselli, di 20 anni, da Mantova; il marinaio fuochista Pietro Pellegrini, di 20 anni, da Belpasso; ed il marinaio fuochista Francesco Savoldi, di 21 anni, da Brescia.
La bomba provoca a poppa un violento incendio, che minaccia seriamente il deposito munizioni poppiero; su ordine del comandante Masini, tale deposito viene allagato a scopo precauzionale, mentre si procede a domare le fiamme. Ciò permette di salvare la nave, che tuttavia necessiterà comunque di alcuni mesi di riparazioni.
Il comandante Masini (35 anni, da Galliate) verrà decorato con la Croce di Guerra al Valor Militare con motivazione: «Comandante di torpediniera colpita, durante un'incursione aerea nemica, da bomba la cui esplosione provocava un violento incendio nei locali poppieri dell'unità, minacciando di estendersi al vicino deposito di munizioni, impartiva con prontezza e perizia le disposizioni atte ad assicurare la salvezza della nave e dell'equipaggio imbarcato, riducendo al minimo i danni sofferti». Analoga decorazione viene conferita anche: al comandante in seconda, sottotenente di vascello Alessandro Antonoff (28 anni, ucraino nato Poltava ed emigrato in Italia da bambino con i genitori, esuli dopo la rivoluzione russa), con motivazione «Ufficiale in 2° di torpediniera, colpita da bomba durante un'incursione aerea nemica, si prodigava con slancio e noncuranza del pericolo nell'opera di spegnimento di principii d'incendio sviluppatisi in locali contigui ad un deposito munizioni, coadiuvando efficacemente il Comandante per la salvezza dell'unità»; al capo meccanico di seconda classe Francesco Elefante (36 anni, da Castellammare di Stabia) ed al sottocapo motorista navale Edmondo Miccoli (23 anni, da Taranto), con motivazione «Imbarcato su silurante, colpita da bomba nel corso di un'incursione aerea nemica, si prodigava sotto l'incombente bombardamento, nell'opera di spegnimento di alcuni principii d'incendio e di allagamento di un deposito munizioni, dimostrando slancio e noncuranza del pericolo»; al capo silurista di terza classe Francesco Zannoni (29 anni, da Imola) ed al secondo capo segnalatore Luigi Vario (28 anni, da Trapani), con motivazione «Imbarcato su silurante, colpita da bomba durante un'incursione aerea nemica, accorreva decisamente, attraverso locali invasi da denso fumo, presso il deposito munizioni, apriva il portello, malgrado un'avaria al sistema di chiusura e segnalava tempestivamente al Comandante alcuni focolai d'incendio che venivano soffocati con prontezza, cooperando damente alla salvezza dell'unità»; al secondo capo elettricista Primo Bonezzi (29 anni, da Ravarino), con motivazione «Imbarcato su silurante, colpita da bomba nel corso di un'incursione aerea nemica, si prodigava con slancio e sereno coraggio sotto l’incombente bombardamento, per coadiuvare il Comandante nelle operazioni intese a garantire la sicurezza della nave, cooperando validamente all’opera di spegnimento di focolai d’incendio, manifestatisi in locali attigui ad un deposito munizioni»; al fuochista Giovanni Esposito (24 anni, da Sant’Agnello), con motivazione «Imbarcato su silurante, benché ferito da scheggie nel corso di un’incursione aerea nemica che aveva colpito la nave, si prodigava con impassibile serenità e coraggio nelle operazioni intese a garantire la sicurezza dell’unità, contribuendo efficacemente ad allagare un deposito munizioni nel quale si era manifestato un principio d’incendio»; al sottocapo radiotelegrafista Antonio Romeo (21 anni, da Sparanise), con motivazione: «Imbarcato su silurante, durante un'incursione aerea nemica, si prodigava con slancio e sereno coraggio per rimettere in efficienza l’antenna radio infranta da scheggie di bombe. Colpita l’unità da bomba, la cui esplosione provocava focolai d’incendio nei locali poppieri presso un deposito di munizioni, continuava a disimpegnare, con elevato senso del dovere, il proprio servizio, assicurando il collegamento r.t. della nave »; al sottocapo infermiere Luigi Dominici (21 anni, da Roma), con motivazione: «Imbarcato su silurante, durante un'incursione aerea nemica, da bomba, la cui esplosione provocava principii d’incendio nei locali poppieri in prossimità di un deposito munizioni, accorreva, noncurante del pericolo, in soccorso dei feriti e rincuorandoli, apportava loro pronta ed efficace assistenza»; al marinaio cannoniere puntatore mitragliere Alfredo Natali (18 anni, da Umbertide), al sottocapo cannoniere puntatore mitragliere Toni Gaeta (21 anni, da Aiello del Sabato), al cannoniere armaiolo Fernando Falossi (21 anni, da Firenze) ed al marinaio servizi vari Ermete Renna (21 anni, da salerno), con motivazione: «Destinato ad una mitragliera su silurante, colpita durante un’incursione nemica da bomba che causava principii di incendio in prossimità di un deposito munizioni, continuava con serenità e noncuranza del pericolo nella reazione di fuoco contro gli aerei avversari, dimostrando vivo senso del dovere».
La Croce di Guerra al Valor Militare viene decretata, inoltre, alla memoria dei cinque marinai che hanno perso la vita.
Il giorno seguente, i decrittatori britannici di “ULTRA” intercettano una comunicazione dalla quale apprendono la notizia del danneggiamento della Pallade.


Sopra, la Pallade danneggiata dopo l’attacco del 7 ottobre 1941 e sotto, operai al lavoro a bordo durante le riparazioni (Coll. Alfredo Natali, via Umbertide Cronache Online)


1941 ca.
Vengono installati sulla Pallade due nuovi lanciabombe per una capienza totale di 40 bombe di profondità.
16 novembre 1941
Al largo di Capo dell’Armi, l’ecogoniometro della Pallade (un apparato tedesco S-Gerät, da poco installato sulla torpediniera e presidiato da personale misto italiano e tedesco sotto la direzione del comandante Ahrens della Kriegsmarine, capo della missione tedesca incaricata di addestrare i sonaristi italiani nell’utilizzo del nuovo ecogoniometro tedesco) rileva un sommergibile, che viene attaccato con tre passaggi che vedono il lancio in tutto di 45 bombe di profondità, anch’esse di produzione tedesca. Dopo il terzo ed ultimo attacco, il contatto sonar viene perso in un punto in cui la profondità è di 1600 metri, e viene avvistata una chiazza di nafta di circa un chilometro per due.
Tuttavia, non risulta che nessun sommergibile Alleato sia stato danneggiato od affondato in questa azione: è possibile che l’attacco della Pallade sia stato diretto contro un “falso contatto”.
16 febbraio 1942
La Pallade viene inviata a dare la caccia al sommergibile britannico P 36 (tenente di vascello Larry Noel Edmonds), che a sud dello stretto di Messina (in posizione 37°42' N e 15°35' E) ha silurato il cacciatorpediniere Carabiniere, asportandogli la prua. Mentre il mutilato Carabiniere viene rimorchiato a Messina dal rimorchiatore Instancabile, con la scorta della torpediniera Generale Marcello Prestinari, la Pallade ottiene un contatto all’ecogoniometro e lo attacca con il lancio di ben 45 bombe di profondità. Al termine degli attacchi il contatto è scomparso, ed il comandante della Pallade ritiene di aver affondato il sommergibile, ma si sbaglia: il P 36 è sopravvissuto indenne al bombardamento. Il comandante Edmonds, da parte sua, registra un contrattacco iniziato alle 13.18 (tre minuti dopo il siluramento del Carabiniere, da parte degli altri cacciatorpediniere della formazione) e terminato prima delle 15.34, quando può tornare a quota periscopica; nei primi 45 minuti l’equipaggio britannico conta il lancio di ben 105 bombe di profondità, ritenendo che il contrattacco sia condotto da sei cacciatorpediniere (in realtà nella formazione attaccata ce n’erano solo tre – oltre ovviamente al Carabiniere, che per ovvi motivi non partecipa al contrattacco – : Bersagliere, Fuciliere ed Alpino, cui poi subentra la sola Pallade, appositamente inviata sul posto). Nessuna di queste bombe è esplosa “sgradevolmente vicina”.
21 febbraio 1942
Alle 17.30 la Pallade salpa da Messina insieme ai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi (nave ammiraglia del contrammiraglio Amedeo Nomis di Pollone, caposcorta), Lanzerotto Malocello, Nicolò ZenoStrale e Premuda, scortando un convoglio (il numero 1) composto dalle moderne motonavi MonginevroRavello ed Unione nell’ambito dell’operazione di traffico «K. 7».
I convogli in mare nell’ambito di tale operazione fruiscono inoltre della scorta indiretta del gruppo «Gorizia» (ammiraglio di divisione Angelo Parona; incrociatori pesanti Trento e Gorizia, incrociatore leggero Giovanni delle Bande Nere, cacciatorpediniere AlpinoAlfredo Oriani ed Antonio Da Noli) e del gruppo «Duilio», formato dall’omonima corazzata (ammiraglio di squadra Carlo Bergamini, comandante superiore in mare) insieme a quattro cacciatorpediniere (AviereGeniereAscari e Camicia Nera). La Pallade è probabilmente l’unica unità, tra quelle assegnate alla scorta del convoglio numero 1, ad essere dotata del sonar tedesco S-Gerät e dei nuovi lanciabombe di profondità di fabbricazione anch’essa tedesca, dei quali da qualche mese si è iniziata l’installazione su un certo numero di siluranti italiane.
Alle 23.15, la divisione «Gorizia» si unisce al convoglio n. 1, che prosegue per Tripoli seguendo rotte che passano a circa 190 miglia da Malta.
22 febbraio 1942
All’alba del 2 il convoglio n. 1 viene raggiunto anche dal gruppo «Duilio», che lo segue a breve distanza.
Intorno alle 12.45 (per altra versione, verso le dieci), 180 miglia ad est di Malta, il convoglio numero 1 si congiunge con il convoglio numero 2 della «K. 7», proveniente da Corfù e formato dalle motonavi Lerici e Monviso e dalla nave cisterna Giulio Giordani, con la scorta dei cacciatorpediniere Antonio Pigafetta (caposcorta, capitano di vascello Enrico Mirti della Valle), Emanuele PessagnoAntoniotto UsodimareMaestrale e Scirocco e della torpediniera Circe.
Il convoglio n. 2 si accoda – con una manovra piuttosto lenta – al convoglio n. 1. La formazione (di cui è caposcorta l’ammiraglio Nomis di Pollone) assume rotta 184° e velocità 14 nodi; sin dalla prima mattina (e fino alle 19.45) volano sul suo cielo aerei tedeschi Junkers Ju 88 e Messerschmitt Bf 110 decollati dalla Sicilia per la sua scorta.
I due convogli occupano complessivamente uno spazio di mare di circa un miglio per quattro, con i due gruppi di scorta sulla dritta, a distanza variabile tra uno e quattro miglia, «complesso (…) abbastanza compatto per poter essere protetto tutto bene dalla scorta ed abbastanza snello per dare ai singoli gruppi ampia libertà di manovra».
Dalle prime ore del mattino (precisamente, dalle 7.25) compaiono anche ricognitori britannici, che segnalano il convoglio agli aerei di base a Malta; tra le 14 e le 16 si verifica un attacco aereo, che i velivoli della Luftwaffe respingono, abbattendo tre degli aerei attaccanti ed impedendo agli altri di portare a fondo l’attacco (tranne un Boeing B 17 che lancia delle bombe di piccolo calibro contro la Duilio, senza colpirla). Quando l’ammiraglio Bergamini chiede altri aerei mediante il collegamento radio diretto, la richiesta viene prontamente soddisfatta. Bergamini scriverà poi nel suo rapporto: «…per la prima volta si è avuta una scorta aerea che ha funzionato veramente in modo ammirevole (…) circa i velivoli offensivi, la caccia li ha avvistati tutti e tutti sono stati intercettati ed attaccati o abbattuti. Il collegamento radiotelefonico con il Duilio è stato perfetto e lo scambio di notizie rapido ed efficiente. (…) La scorta fatta armonicamente a quota bassa, media ed alta con Ju. 88 e Me. 110 (…) dava un senso di sicurezza e di collaborazione veramente soddisfacente. (…) L’intervento di nuovi cacciatori chiesti dal Duilio, come al solito, direttamente al Comando C.A.T. Sicilia, è stato pronto, tempestivo, numeroso. Non si può fare a meno di rilevare con vivo senso di soddisfazione che l’ultimo aereo inglese (un Blenheim) è stato abbattuto alle 15.49 alla distanza di ben 220 miglia dalle basi della Sicilia. C’è molto da attendersi da questa collaborazione aereo-navale fatta a così notevole distanza dalla costa (…) L’arrivo degli aerei tedeschi sulla formazione il giorno 22 si è verificato alle primissime luci dell’alba e la partenza a buio fatto (19.45). Nel giorno 23 invece gli apparecchi tedeschi non hanno potuto trovare né il gruppo Duilio né il gruppo Gorizia ma ciò era realmente quasi impossibile date le condizioni meteorologiche…».
La sera del 22, in base agli ordini ricevuti, il gruppo «Duilio» lascia i convogli, che proseguono con la scorta diretta ed il gruppo «Gorizia».
Nella notte seguente il convoglio, che è rimasto diviso in due gruppi (cioè i convogli 1 e 2, che procedono uno dietro l’altro ma separati), viene più volte sorvolato da dei bengalieri nemici (tra le 00.30 e le 5.30 del 23 dei benGala si accendono sul cielo dei convogli), ma non subisce danni, grazie alle manovre ed all’emissione di cortine fumogene.
23 febbraio 1942
Poco dopo le otto del mattino sopraggiungono due torpediniere inviate da Marilibia in rinforzo alla scorta, cui l’ammiraglio Parona ordina di unirsi al gruppo «Vivaldi». La foschia impedisce ai due convogli, distanti solo 8-9 miglia, di vedersi, ed alla scorta aerea della Luftwaffe di trovare le navi; le trovano invece (alle 8.20), ma solo quelle del gruppo «Gorizia», i caccia italiani FIAT CR. 42 inviati anch’essi per la scorta. Solo verso le dieci, diradatasi finalmente la foschia, inizia a sopraggiungere sui cieli dei due convogli – che navigavano di conserva verso Tripoli senza riuscire a vedersi – un crescente numero di velivoli di scorta.
Alle 10.14 del mattino, una novantina di miglia ad est di Tripoli ed al largo di Capo Misurata, la Circe (“battistrada” del convoglio n. 2) localizza con l’ecogoniometro il sommergibile britannico P 38, che sta tentando di attaccare il convoglio (poco dopo ne viene avvistato anche il periscopio, che però subito scompare poiché il sommergibile, capendo di essere stato individuato, s’immerge a profondità maggiore); dopo aver ordinato al convoglio di virare a dritta, alle 10.32 la torpediniera bombarda il sommergibile con bombe di profondità, arrecandogli gravi danni. Subito dopo il P 38 affiora in superficie, per poi riaffondare subito: a questo punto si uniscono alla caccia anche l’Usodimare ed il Pessagno, che gettano altre cariche di profondità, e, insieme ad aerei della scorta, mitragliano il sommergibile. L’attacco è tanto violento e confuso che un marinaio, su una delle navi italiane, rimane ucciso dal tiro delle mitragliere, e la Circe deve richiamare le altre unità al loro posto per poter proseguire nella sua azione. Dopo questi ulteriori attacchi, la Circe effettua un nuovo attacco con bombe di profondità, ed alle 10.40 il sommergibile affiora di nuovo con la poppa, fortemente appruato, le eliche che girano all’impazzata ed i timoni orientati a salire, per poi affondare di prua con l’intero equipaggio in posizione 32°48’ N e 14°58’ E. Un’ampia chiazza di carburante, rottami e resti umani marcano la tomba dell’unità britannica. Alle 10.30, intanto, dopo la manovra eseguita per allontanarsi dal pericolo, il resto del convoglio ritorna in rotta e formazione.
Alle 11 il convoglio n. 1 avvista la terra, e rettifica la rotta di conseguenza; mezz’ora dopo viene raggiunto dalle due torpediniere provenienti da Tripoli, cui l’ammiraglio Parona ha ordinato di unirsi al convoglio.
Alle 11.25 un altro sommergibile britannico, il P 34 (tenente di vascello Peter Robert Helfrich Harrison), facente parte di uno sbarramento di tre sommergibili, avvista su rilevamento 040° il convoglio formato da RavelloUnione e Monginevro e scortato da Pallade, Calliope, Vivaldi, MalocelloZenoStralePremuda, che procede su rotta 250°. La Pallade, che funge da “battistrada” per il convoglio, non rileva la presenza del sommergibile. Harrison valuta il convoglio come composto da tre moderni mercantili di 9000 tsl che procedono in linea di fila, scortate da sette cacciatorpediniere di diversi tipi.
Alle 11.49 (fonti italiane parlano delle 12.02), in posizione 32°51’ N e 13°58’ E (un’ottantina di miglia ad est di Tripoli), il P 34 lancia quattro siluri da 4150 metri di distanza, con lancio da terra verso il largo (benché il convoglio stia ormai seguendo la rotta costiera): un caccia della scorta aerea avvista e segnala immediatamente, mitragliandole, le scie dei due siluri, che il convoglio evita con tempestiva manovra (i due siluri mancano l’Unione di pochi metri, passandole uno a proravia e l’altro a poppavia).
Nessuna nave è colpita, e la scorta inizia alle 11.58 un contrattacco nel quale sono lanciate 57 bombe di profondità (da parte del Vivaldi), alcune delle quali esplodono molto vicine al sommergibile. Il P 34, in ogni caso, riesce ad allontanarsi.
Nel frattempo, alle 10.30, lo Scirocco, come stabilito in precedenza, lascia la scorta del convoglio numero 2 e si aggrega al gruppo «Gorizia», che – essendo ormai il convoglio vicino a Tripoli, e non presentandosi più rischi di attacchi di navi di superficie – si avvia sulla rotta di rientro.
Alle 13.30 il convoglio n. 2, avendo forzato l’andatura, giunge in vista del convoglio n. 1; quest’ultimo giunge indenne a Tripoli alle 15, ed entro le 16.40 tutte le navi di entrambi i convogli sono in porto, con un ritardo complessivo di neanche un’ora rispetto a quanto programmato. Con l’operazione «K. 7» arrivano in Libia 113 carri armati, 575 automezzi con rimorchio, 11.559 tonnellate di materiali vari, 15.447 tonnellate di carburanti e lubrificanti, 2511 tonnellate di artiglieria e munizioni e 405 soldati.
27 febbraio 1942
La Pallade e la gemella Circe escono da Tripoli per dare la caccia al sommergibile britannico Upholder, che ha silurato ed affondato al largo di Zuara il piroscafo Tembien, con gravissimi perdite umane (quasi cinquecento uomini, in massima parte prigionieri britannici). Le torpediniere non colgono successi; in serata Pallade e Circe avvertono però una violentissima esplosione a non grande distanza, e notano poi una vastissima chiazza di nafta nei pressi di Marsa Dilo. Ciò sembra indicare che un sommergibile (non, comunque, l’Upholder) sia saltato su una delle molte mine presenti in zona, ma non risulta in realtà alcuna perdita britannica compatibile per data e luogo di scomparsa.
28 febbraio 1942
La Pallade salpa da Tripoli alle 10 per scortare a Bengasi il piroscafo tedesco Achaia. Nel pomeriggio la torpediniera lascia la scorta dell’Achaia, che raggiungerà Bengasi il 2 marzo.
9 marzo 1942
La Pallade salpa da Tripoli alle 19.30 scortando, insieme al cacciatorpediniere Antonio Da Noli (caposcorta), il convoglio «IOTA», composto dalla sola motonave Monviso.
10 marzo 1942
Alle 9.30, al largo di Lampione, il convoglio «IOTA» viene attaccato da un sommergibile, ma i siluri vengono evitati con la manovra, dopo di che la Pallade viene distaccata per dare la caccia al sommergibile.
A Trapani la scorta viene rinforzata dalla torpediniera Centauro.
11 marzo 1942
Il convoglio «IOTA» giunge a Palermo alle 2.15.
16 marzo 1942
La Pallade parte da Messina alle 16 insieme ai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi (caposcorta, capitano di vascello Ignazio Castrogiovanni), Lanzerotto Malocello, Emanuele Pessagno e Nicolò Zeno ed alla torpediniera Giuseppe Sirtori (quest’ultima poi rientrata a Messina), per scortare a Messina la motonave Vettor Pisani. È in corso l’operazione di traffico «Sirio», che vede in mare una serie di convogli da e per la Libia (motonavi Gino Allegri e Reginaldo Giuliani da Tripoli a Palermo con le torpediniere Perseo e Circe; piroscafo Assunta De Gregori da Palermo a Tripoli con il cacciatorpediniere Premuda e la torpediniera Castore; motonavi Nino Bixio e Monreale da Tripoli a Napoli con la stessa scorta che ha scortato Pisani e Reichenfels sulla rotta opposta) fruenti della protezione a distanza dell’incrociatore leggero Emanuele Filiberto Duca d’Aosta (nave di bandiera dell’ammiraglio di divisione Alberto Da Zara) e dei cacciatorpediniere Grecale e Scirocco.
Nello stretto di Messina Vettor Pisani e scorta si uniscono ad un secondo gruppo proveniente da Napoli, composto dalla motonave tedesca Reichenfels scortata dalla torpediniera Lince (che lascia quindi la scorta e raggiunge Messina).
Il convoglio così formato procede verso Tripoli lungo la rotta che passa ad est di Malta, con la protezione a distanza di Duca d’AostaScirocco e Grecale. Passato a circa 200 miglia dall’isola insieme alla forza di protezione, il convoglio punta poi su Tripoli.
Alle 16.37, al largo di Capo Bruzzano (Calabria, non lontano da Capo Spartivento), il sommergibile britannico Unbeaten (capitano di corvetta Edward Arthur Woodward) avvista la Pisani ed uno dei cacciatorpediniere della scorta, a 7 miglia per 241°. Iniziata la manovra d’attacco, Woodward sovrastima la stazza del bersaglio (11.000 tsl) e nota le altre due unità della scorta (in questo momento la Pisani sta procedendo con la scorta di SirtoriVivaldi e Malocello); alle 17.06 lancia quattro siluri da 3660 metri. L’idrovolante assegnato alla scorta aerea, il CANT Z. 501 n. 4 della 184a Squadriglia, avvista il siluro, stimandone la distanza di lancio dalle navi in circa 2000 metri, e dà l’allarme, poi sgancia due bombe da 160 kg sul presunto punto in cui si dovrebbe trovare il sommergibile. La Sirtori spara una salva per dare l’allarme, poi si dirige verso il sommergibile, gettando quattro bombe di profondità; il Malocello inverte la rotta e lancia a sua volta 16 bombe di profondità.
Nessuno dei siluri va a segno, così come è infruttuoso il contrattacco della scorta (l’ultima bomba di profondità viene gettata alle 18.25).
18 marzo 1942
Il convoglio, raggiunto in mattinata dalla torpediniera Generale Marcello Prestinari (inviata incontro da Tripoli), giunge a Tripoli alle 15.15.
Alle 19.30 Pallade, VivaldiMalocello, PessagnoZeno ripartono da Tripoli per scortare a Napoli le motonavi Nino Bixio e Monreale. Il convoglio segue le rotte del Canale di Sicilia.
19 marzo 1942
In serata Malocello e Vivaldi lasciano il convoglio, diretti a Trapani, dove giungono alle 19.
20 marzo 1942
In mattinata anche la Pallade lascia il convoglio, dirigendo per Messina, dove arriva alle 7.55. Il resto del convoglio arriverà regolarmente a Napoli poche ore dopo.
23 marzo 1942
La Pallade esce da Messina in mattinata per recarsi incontro alla III Divisione Navale (incrociatori pesanti Trento e Gorizia, incrociatore leggero Giovanni delle Bande Nere), di ritorno dalla seconda battaglia della Sirte, ma alle 11.15 deve tornare in porto a causa del mare grosso: il tempo sta rapidamente deteriorando in una vera e propria tempesta, che investirà in pieno la flotta italiana di ritorno dalla battaglia, facendo affondare i cacciatorpediniere Lanciere e Scirocco.
24 marzo 1942
Calmatasi, almeno in parte, la tempesta, la Pallade ed il cacciatorpediniere Folgore (capitano di corvetta Renato D’Elia, capo sezione) salpano da Messina alle 6.35 e vengono inviati dal Comando Militare Marittimo della Sicilia (in base ad ordini emanati da Supermarina), alla ricerca di sopravvissuti di Lanciere e Scirocco. Gli ordini prevedono di raggiungere il punto 36°24’ N e 16°02’ E (a 46 miglia per 111° da Capo Passero), posizione stimata di massima deriva possibile dello Scirocco, del quale non si hanno più notizie da un giorno. Pallade e Folgore giungono in tale punto alle 15, dopo di che intraprendono le ricerche procedendo in linea di fronte, distanziati di qualche chilometro, lungo la direttrice 115°. Dopo 50 miglia, le due navi si spostano cinque miglia più a nord ed invertono la rotta, proseguendo le ricerche su rotta parallela ed opposta alla precedente fino alle 19.30 circa. A questo punto Marina Messina ordina loro di tornare ad Augusta. Durante tutto il pomeriggio, non hanno avvistato niente.
Frattanto, però, prende improvvisamente a soffiare un violento vento da nord, ed il mare cresce rapidamente in eguale misura: alle 20.15 Pallade e Folgore sono obbligate a mettere la prua al mare e ridurre via via la velocità, sino ad appena 6 nodi. Si è scatenata una burrasca da nord, fenomeno che in Mediterraneo non di rado fa seguito al cadere delle tempeste di scirocco. Alle 20.30 iniziano a verificarsi delle avarie su entrambe le navi, e poco dopo mezzanotte, mentre le avarie aumentano, Pallade e Folgore si perdono di vista.
25 marzo 1942
Alle 6.50, dopo una nottata difficile, Pallade e Folgore riescono a rimettersi in contatto radio, ma senza riuscire a comunicare; alle 13.50 la Pallade raggiunge finalmente Messina, oltre tre ore e mezza dopo il Folgore. Nessun naufrago è stato salvato dalle due unità; altri mezzi salveranno in tutto solo 17 uomini, su 478 imbarcati su Lanciere e Scirocco.
1° aprile 1942
La Pallade partecipa, insieme alle gemelle Libra e Centauro, al cacciatorpediniere Aviere, al piccolo incrociatore ausiliario Lago Tana ed alla nave soccorso Capri, al salvataggio dei naufraghi dell’incrociatore leggero Giovanni delle Bande Nere, silurato e affondato dal sommergibile britannico Urge undici miglia a sudest di Stromboli. In tutto vengono tratti in salvo 391 sopravvissuti, mentre le vittime sono 381.
2 aprile 1942
A mezzanotte la Pallade sostituisce la gemella Cigno nella scorta alle motonavi Unione e Lerici, partite alle 12.50 da Taranto (con la scorta, oltre che della Cigno, dei cacciatorpediniere Euro, Da Noli e Pigafetta, quest’ultimo col ruolo di caposcorta) e dirette a Tripoli nell’ambito dell’operazione «Lupo».
3 aprile 1942
Alle otto del mattino, una sessantina di miglia ad est di Capo Murro di Porco, il convoglio che comprende la Pallade si unisce – come prestabilito – ad un secondo proveniente da Taranto e composto dalle motonavi Nino Bixio e Monviso, scortate dai cacciatorpediniere Emanuele Pessagno e Folgore e dalla torpediniera Centauro. Si forma così un unico convoglio, che imbocca una rotta che passa a 110 miglia da Malta per raggiungere Tripoli.
Al tramonto si aggregano al convoglio anche le motonavi Gino Allegri e Monreale, provenienti da Augusta con la scorta dei cacciatorpediniere Freccia e Nicolò Zeno.
4 aprile 1942
Il convoglio viene avvistato da ricognitori britannici e sottoposto a diversi attacchi aerei, ma non subisce alcun danno e giunge a Tripoli tra le 9 e le 10.30, portando a destinazione un prezioso carico di 14.955 tonnellate di munizioni e materiali vari, 6190 tonnellate di carburante, 769 tra automezzi e rimorchi, 82 carri armati e 327 militari.


La Pallade nel 1942 (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)

6 aprile 1942
La Pallade salpa da Tripoli alle 19 per scortare a Bengasi il piroscafo Gala e la motonave Rosa.
7 aprile 1942
Alle 12.25 il sommergibile britannico Thrasher (tenente di vascello Hugh Stirling Mackenzie) avvista il convoglio – correttamente identificato come composto da una torpediniera classe Spica e due piccoli mercantili – in posizione 32°22’ N e 15° 23’ E, ad otto miglia di distanza su rilevamento 275°. Il battello britannico tenta di avvicinarsi, ma non riesce a serrare le distanze a meno di 7315 metri, così Mackenzie decide di rimandare l’intercettazione alla notte successiva. Emerso alle 19.53, il Thrasher si mette all’inseguimento del convoglio, navigando in superficie per tutta la notte.
8 aprile 1942
Alle 8.27 il Thrasher torna ad immergersi, ma durante il resto della giornata non riesce a ritrovare il convoglio, che intanto prosegue ignaro per la sua rotta. Alle 19.50, calato il buio, il sommergibile emerge di nuovo.
9 aprile 1942
Alle 3.51 il Thrasher avvista nuovamente il convoglio italiano, in posizione 31°52’ N e 19°33’ E. Mackenzie fa aumentare la velocità e modificare la rotta per portarsi a proravia delle navi italiane, ed alle 5.04 si immerge per completare l’attacco in immersione, identificando le navi avvistate, in questo frangente, come le stesse di due giorni prima. Alle 5.35 il Thrasher lancia tre siluri da 1830 metri, mirando al mercantile di testa – il Gala –, valutato in circa 1500 tsl.
Alle 5.40 il Gala viene colpito a prora dritta da un siluro ed affonda in pochi minuti, 22 miglia a sudovest di Bengasi (in posizione 31°49’ N e 19°42’ E), in seguito allo scoppio delle caldaie. Alle 5.37, dopo aver visto che uno dei siluri ha colpito il bersaglio a proravia della plancia, Mackenzie ne fa lanciare altri tre contro il mercantile di coda, il Rosa, stavolta senza successo (il primo siluro, difettoso, affiora subito in superficie), poi scende a 24 metri di profondità alle 5.40 e si ritira verso sudovest. Mentre il Rosa prosegue a tutta forza verso Bengasi, la Pallade recupera i naufraghi del Gala (vi sono 21 vittime) e poi riprende a sua volta la navigazione: da parte italiana si ritiene, erroneamente, che il piroscafo abbia urtato una mina, per cui non c’è alcun contrattacco, né ricerca del sommergibile attaccante. Il Thrasher tornaa quota periscopica alle 6 e vede che il mercantile silurato è scomparso, mentre l’altro si sta allontanando a tutta velocità verso Bengasi e la torpediniera (la Pallade) sta recuperando superstiti della nave affondata; alle 6.35, secondo Mackenzie, la Pallade sta ispezionando l’area dell’attacco, con l’aiuto di un peschereccio o unità di pattugliamento giunta sul posto, mentre un idrovolante vola in cerchio nel cielo. Di conseguenza, il Thrasher torna a 24 metri e riprende ad allontanarsi verso sudovest.
Pallade e Rosa arrivano a Bengasi alle 11.
11 aprile 1942
La Pallade riparte da Bengasi alle 22.30 per scortare la Rosa a Tripoli.
13 aprile 1942
Pallade e Rosa arrivano a Buerat alle 6.40 e vi sostano per cinque giorni.
18 aprile 1942
Pallade e Rosa ripartono da Buerat alle 8.
19 aprile 1942
Pallade e Rosa arrivano a Tripoli alle 9.
22 aprile 1942
Alle 11 la Pallade salpa da Tripoli per scortare a Bengasi il piroscafetto Alato.
23 aprile 1942
In mattinata la Pallade lascia la scorta dell’Alato, che arriverà a Bengasi alle 9.30 del 25. La torpediniera, invece, va a rinforzare la scorta del convoglio «K» (partito da Tripoli alle 21 del 22 aprile, diretto a Napoli e formato dalle motonavi Vettor Pisani e Ravello, con la scorta iniziale della sola torpediniera Centauro), cui alle 17 si uniscono anche i cacciatorpediniere Antonio Pigafetta (che diviene caposcorta) e Nicolò Zeno, distaccati dalla scorta del convoglio «C» in navigazione su rotta opposta. Il convoglio «K» subisce attacchi di bombardieri ed aerosiluranti, ma nessuna nave è colpita.
24 aprile 1942
Il convoglio «K» arriva a Napoli alle 11.30.
La Pallade viene poi inviata ad assumere la scorta del piroscafo Regulus, partito da Lampedusa (dov’è giunto da Palermo) per Tripoli alle 20 del 25 (?) aprile.
28 aprile 1942
Il Regulus raggiunge Tripoli alle 17.15. La Pallade dovrebbe però averne lasciato la scorta prima (vedi sotto).
27 aprile 1942
La Pallade riparte da Tripoli alle 13, facendo parte della scorta del convoglio «Italia» diretto a Napoli: lo compongono le motonavi Reginaldo Giuliani e Reichenfels (tedesca) e lo scortano la Pallade, la Centauro ed il cacciatorpediniere Folgore (caposcorta).
29 aprile 1942
Alle 9.37, in posizione 35°57’ N e 11°55’ E, il convoglio viene attaccato – o almeno così si ritiene – da un sommergibile, contro il quale la Centauro lancia sei bombe di profondità; si unisce alla caccia anche la torpediniera Castore.
Alle 15.41, in posizione 35°12’ N e 12°20’ E, si verifica un altro presunto attacco di sommergibile; è di nuovo la Centauro ad attaccare, con il lancio di 6 pacchetti di bombe di profondità. Questa volta vengono anche a galla alcuni rottami, che vengono recuperati, inducendo a ritenere di aver affondato l’attaccante. In realtà, tuttavia, dall’esame della documentazione postbellica non risulta che nessun sommergibile nemico si trovasse nelle vicinanze del convoglio durante questo attacco o quello precedente: appare dunque probabile che i due “attacchi” fossero in realtà illusori, frutto di apprezzamenti errati (per esempio, scie di cetacei scambiate per scie di siluri, una evenienza abbastanza frequente in tempo di guerra). Un esame dei rottami recuperati dalla Centauro rivelerà infatti che sono di origine tedesca; probabilmente la torpediniera aveva localizzato e bombardato, credendolo un sommergibile, il relitto di una nave tedesca affondata qualche tempo prima.
Qualche ora dopo, al largo di Pantelleria, il convoglio «Italia» incontra il convoglio «Genova», diretto da Palermo a Tripoli con la nave cisterna Saturno ed il piroscafo San Luigi scortati dalle torpediniere Cigno (caposcorta), Castore e Lince: qui, come previsto, avviene un parziale scambio di scorte; la Centauro e il Folgore passano al convoglio «Genova» (del quale il Folgore diviene caposcorta), mentre Cigno e Lince passano al convoglio «Italia», col quale la Pallade è così l’unica nave rimasta della scorta originaria.
La Giuliani giunge a Napoli alle 22.40.
30 aprile 1942
Il Reichenfels arriva a Napoli alle 17.
10 maggio 1942
La Pallade parte da Napoli alle 17.15 insieme alla gemella Polluce ed ai cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco (caposcorta, capitano di vascello Aldo Cocchia) e Premuda, scortando le motonavi Agostino BertaniGino AllegriReginaldo Giuliani e Reichenfels (tedesca): si tratta del convoglio «G», uno dei tre in mare per l’operazione di traffico «Mira», consistente nell’invio a Tripoli di sei grandi e moderne motonavi cariche di rifornimenti, suddivise in tre convogli. Per la prima volta, per maggior protezione ed a titolo sperimentale, la scorta sarà interamente costituita da siluranti dotate di ecogoniometro.
11 maggio 1942
Alle 3.30 la Giuliani è colta da un’avaria al timone e dev’essere mandata a Palermo con la scorta del Premuda.
All’alba il convoglio «G» si congiunge con gli altri due convogli di «Mira», l’«X» (motonave Unione e torpediniera Climene, partite da Messina) e l’«H» (motonave Ravello e torpediniera Castore, partite da Napoli), costituendo un unico convoglio sotto il comando del capitano di vascello Aldo Cocchia sul Da Recco. Il convoglio imbocca la rotta di ponente per giungere a Tripoli.
12 maggio 1942
Alle 00.05 il convoglio viene raggiunto dalla torpediniera Generale Marcello Prestinari, inviata da Tripoli per pilotarlo sulle rotte di sicurezza.
Tutte le navi, nonostante attacchi aerei e subacquei nemici nel Canale di Sicilia, arrivano a Tripoli in mattinata (tra le 6.40 e le 9.45) con uno dei più grandi carichi mai portati in Libia da un singolo convoglio: 58 carri armati, 713 automezzi, 3086 tonnellate di carburanti e lubrificanti, 17.505 tonnellate di munizioni ed altri materiali e 513 uomini.
13 maggio 1942
La Pallade (caposcorta) parte da Tripoli alle 9.30 per scortare a Bengasi, unitamente alle motosiluranti tedesche S 9 e S 12, il piroscafo italiano Tripolino, il piroscafo tedesco Savona ed il rimorchiatore/dragamine ausiliario R 24 Priamar.
15 maggio 1942
Pallade, Savona e Tripolino arrivano a Bengasi alle 11.30, mentre Priamar, S 9 e S 12 sostano a Buerat ed a Sirte tra il 15 ed il 17 marzo, per poi raggiungere Bengasi il 19.
16 maggio 1942
La Pallade riparte da Bengasi alle 19.30, per scortare a Tripoli la motocisterna italiana Ennio ed il piroscafo tedesco Sturla.
19 maggio 1942
Il convoglietto arriva a Tripoli alle 9.45.
25 maggio 1942
La Pallade esce da Tripoli alle 4.20 e raggiunge il piroscafo Regulus, proveniente da Bengasi con la scorta dei cacciasommergibili ausiliari AS 7 Cotugno e AS 89 Nicolò Padre, assumendone la scorta.
27 maggio 1942
Pallade, Regulus e cacciasommergibili arrivano a Tripoli alle 6.40.
30 maggio 1942
La Pallade salpa da Tripoli alle 18 per scortare a Bengasi i piroscafi Sant’Antonio e Regulus.
2 giugno 1942
Il convoglietto raggiunge Bengasi alle 9.30.
3 giugno 1942
La Pallade salpa da Bengasi alle 6.15 per andare a rinforzare la scorta (cacciatorpediniere Freccia, torpediniere Partenope e Pegaso) della motonave Reginaldo Giuliani, partita da Taranto per Bengasi alle 22.45 del giorno precedente.
4 giugno 1942
Nella notte tra il 3 ed il 4 giugno il convoglio viene localizzato da ricognitori decollati dalla Cirenaica ed illuminato dallo sgancio di numerosi bengala, cui segue una serie di attacchi di aerosiluranti isolati, che si protraggono per più di due ore. Alle 4.52 (o 4.53; per altra versione, probabilmente erronea, alle 5.30) del 4 giugno, a 125-130 miglia per 20° da Bengasi (cioè a nord di tale porto), un aerosilurante riesce a portarsi molto vicino prima di sganciare, e la Giuliani viene colpita a poppa sinistra dal suo siluro, rimanendo immobilizzata con gravi danni. Il Freccia, dopo diversi tentativi, riesce prendere a rimorchio la motonave nel tentativo di portarla in salvo a Bengasi.
Durante il rimorchio le paratie della Giuliani cedono alla pressione dell’acqua, permettendo al mare di allagare progressivamente tutti i compartimenti ed impedendo di proseguire nel rimorchio. Da Bengasi viene inviato il rimorchiatore tedesco Max Barendt che cerca a sua volta di prenderla a rimorchio, ma senza successo; i 225 uomini imbarcati devono essere trasferiti sulle unità della scorta.
5 giugno 1942
Siccome la motonave risulta ormai irrecuperabile (non è possibile prenderla a rimorchio, e Bengasi dista 130 miglia), ma al contempo affonda troppo lentamente, giunge da Marina Bengasi l’ordine di darle il colpo di grazia e poi raggiungere Bengasi; è la Partenope ad assumersi il mesto incarico, affondandola alle 6.30 del 5 giugno.
Non avendo più nulla da fare, le unità della scorta raggiungono Bengasi, dove sbarcano i 225 naufraghi.
9 giugno 1942
La Pallade ed i cacciatorpediniere EuroFreccia (caposcorta) lasciano Bengasi per Taranto alle 5.30, scortando la motonave Monviso, che ha a bordo circa 200 prigionieri.
10 giugno 1942
A seguito della segnalazione dell’avvistamento di un sommergibile nemico, il convoglio viene fatto entrare a Gallipoli alle 20.45, sostandovi per alcune ore.
11 giugno 1942
Alle due di notte le navi lasciano Gallipoli per riprendere il viaggio verso Taranto, dove arrivano alle 9.30.
10 luglio 1942
La Pallade parte da Argostoli alle 3.50, insieme alla torpediniera Orsa (caposcorta), per scortare a Bengasi il convoglio «N», composto dalla sola motonave Apuania, proveniente da Napoli.
Alle 10 il convoglio «N» si congiunge al convoglio «S» (a sua volta frutto della riunione dei convogli «L» ed «O», partiti il primo da Patrasso ed il secondo da Gallipoli), formato dalle motonavi Unione, Lerici e Ravello scortate dai cacciatorpediniere Freccia (caposcorta, capitano di fregata Alvise Minio Paluello), Folgore e Lampo e dalle torpediniere PartenopePolluce e Calliope.
Alle 18 il cacciatorpediniere Saetta raggiunge il convoglio per poi separarsene di nuovo dopo un’ora e mezza, seguito però da Lerici e Polluce; le tre navi fanno rotta per Suda.
11 luglio 1942
Unione, Apuania e Ravello giungono a Bengasi alle 7.40.
Le navi della scorta non entrano in porto, perché devono assumere la scorta di un altro convoglio in uscita: alle 17, infatti, Pallade, Freccia (caposcorta), FolgoreLampoOrsaCalliope assumono la scorta del convoglio «Y», formato dalle motonavi Nino Bixio e Monviso dirette a Brindisi.
13 luglio 1942
Il convoglio arriva a Brindisi alle 13.50.
21 luglio 1942
La Pallade, la gemella Circe ed il cacciatorpediniere Grecale (caposcorta) partono da Suda per Bengasi alle 11, scortando il piroscafo tedesco Wachtfels, proveniente da Napoli.
22 luglio 1942
Raggiunto anche dalla torpediniera Clio, recataglisi incontro per rinforzarne la scorta, il convoglio raggiunge Bengasi alle 12.30.
Alle 15 Pallade, Polluce e Grecale (caposcorta) ripartono da Bengasi per scortare a Taranto la motonave Ravello.
24 luglio 1942
Il convoglietto giunge a Taranto alle 14.20.
27 luglio 1942
Lascia Bari alle 20 insieme alla Polluce ed al cacciatorpediniere Premuda (caposcorta), nonché all’incrociatore ausiliario Brindisi, per scortare a Bengasi (via Patrasso) il trasporto truppe Italia, avente a bordo 1098 militari e 315 tonnellate di rifornimenti.
29 luglio 1942
Il convoglio giunge a Patrasso a mezzogiorno.
31 luglio 1942
Il convoglio, senza più il Brindisi, lascia Patrasso alle sette; passa nel canale di Corinto alle 17.
2 agosto 1942
Il convoglio arriva a Bengasi alle 10.30. Già alle 15 ItaliaPalladePolluce e Premuda ne ripartono insieme alla motonave Manfredo Camperio; il convoglio si riunisce alle 19.45 ed il Premuda ne diviene caposcorta.
4 agosto 1942
Le navi arrivano al Pireo alle 18.30.

La Pallade ormeggiata di poppa al Pireo nell’agosto 1942 (g.c. Stefano Cioglia)

8 agosto 1942
Pallade e Premuda scortano dal Pireo a Suda il piroscafo Italia; poi, alle 16, la Pallade (caposcorta) e la gemella Sagittario salpano da Suda per Bengasi scortando il piroscafo tedesco Santa Fe.
10 agosto 1942
Pallade, Sagittario e Santa Fe arrivano a Bengasi alle 10.
14 agosto 1942
Pallade e Sagittario lasciano Bengasi alle 19 per scortare al Pireo il piroscafo tedesco Menes. Poco dopo aver lasciato il porto, il convoglietto viene infruttuosamente attaccato da un sommergibile.
16 agosto 1942
Pallade, Sagittario e Menes arrivano a Suda alle 11. Da qui il Menes proseguirà con la scorta del cacciatorpediniere Giovanni Da Verrazzano.
23 agosto 1942
Assume il comando della Pallade il tenente di vascello Filippo Ferrari Aggradi (29 anni, da La Maddalena).
6 settembre 1942
La Pallade salpa da Taranto alle due di notte, insieme ai cacciatorpediniere Freccia, BombardiereFuciliereGeniere, Corsaro e Camicia Nera, scortando il convoglio «N», formato dalle motonavi Luciano Manara e Ravello, con destinazione Bengasi.
Alle 10.40, al largo di Capo Santa Maria di Leuca, il convoglio «N» si unisce al convoglio «P», proveniente da Brindisi (motonavi Ankara e Sestriere, scortate dai cacciatorpediniere AviereLampo e Legionario e dalle torpediniere Partenope e Pegaso), formando un unico convoglio denominato «Lambda», che fruisce anche di nutrita scorta aerea da parte di velivoli italiani e tedeschi. Caposcorta è il capitano di vascello Ignazio Castrogiovanni, dell’Aviere.
In base alle disposizioni impartite, il convoglio naviga lungo la costa della Grecia; verso le 15.30, al largo di Corfù, si verifica un attacco di aerosiluranti decollati da Malta. Quattro degli aerei vengono abbattuti dalle navi della scorta, ma alle 15.40 la Manara viene colpita a poppa da un siluro; presa a rimorchio dal Freccia (capitano di fregata Minio Paluello), può essere portata all’incaglio nella baia di Arilla (Corfù). Il resto del convoglio prosegue; al tramonto si scinde nuovamente nei due gruppi originari (meno Freccia e Manara) che navigano separati per tutta la notte, pur seguendo entrambi la medesima rotta lungo la costa ellenica.
7 settembre 1942
All’alba i due gruppi si riuniscono di nuovo, assumendo una formazione con le motonavi disposte a triangolo (Ravello a dritta, Ankara a sinistra, Sestriere di poppa) e le navi scorta disposte tutt’intorno, oltre alla scorta aerea di 7 Junkers Ju 88 tedeschi, 5 caccia italiani Macchi Mc 200 ed un idrovolante CANT Z. 506.
Alle 8.35 il sommergibile britannico P 34 (tenente di vascello Peter Robert Helfrich Harrison), preavvisato del prossimo arrivo del convoglio, avvista su rilevamento 305° le alberature ed i fumaioli delle navi italiane. Iniziata la manovra d’attacco alle 8.40, il P 34 lancia quattro siluri alle 9.21, da 6400 metri, in posizione 36°17’ N e 21°03’ E (45 miglia a sudovest dell’isola greca di Schiza); Sestriere e Ravello, avvistati i siluri, li evitano con la manovra. Il Lampo (capitano di corvetta Antonio Cuzzaniti) viene temporaneamente distaccato per dargli la caccia, lanciando bombe di profondità a scopo intimidatorio, per poi riunirsi al convoglio; anche l’Aviere, che ha avvistato le scie dei siluri, effettua un attacco con bombe di profondità. Il contrattacco contro il P 34 si protrae dalle 9.36 alle 13 circa (con una pausa di circa un’ora), con il lancio in tutto di 83 bombe di profondità; gli scoppi delle bombe, oltre ad indurre il sommergibile a restare immerso in profondità per tutto il pomeriggio, arrecano seri danni al suo motore di sinistra (quando si cerca di metterlo in moto, scoppia un incendio), costringendolo ad interrompere la missione e rientrare a Malta per le riparazioni.
Per tutta la giornata del 7, e nella notte successiva, le navi vengono ripetutamente attaccate da bombardieri (di giorno si tratta di Consolidated B-24 “Liberator” statunitensi) ed aerosiluranti.
Alle 19.40 il convoglio «Lambda» si scinde nuovamente in due gruppi: PalladePegasoCamicia NeraAviereCorsaroLegionarioRavello e Sestriere fanno rotta per Bengasi, mentre GeniereLampoAnkara e Partenope dirigono per Tobruk. (Secondo una fonte, più o meno a quest’ora la Sestriere sarebbe stata mancata a poppa da due siluri, ad ovest di Creta).
8 settembre 1942
La Pallade e le altre navi del suo gruppo entrano a Bengasi alle 11.
9 settembre 1942
La Pallade ed il cacciatorpediniere Lampo (caposcorta) salpano da Bengasi alle 18 per scortare al Pireo il piroscafo Petrarca.
11 settembre 1942
Pallade, Lampo e Petrarca raggiungono il Pireo alle 22.30.
18 settembre 1942
La Pallade salpa da Taranto alle 18.50, scortando, insieme al cacciatorpediniere Antonio Da Noli ed alle torpediniere CentauroCiclone, la motonave Monginevro diretta a Bengasi (carica di 650 tonnellate di munizioni, 2354 di benzina e lubrificanti, 162 autoveicoli e tre carri armati, oltre a 82 militari di passaggio).
19 settembre 1942
Alle sette il convoglio cui appartiene la Pallade si unisce ad un altro, proveniente da Brindisi, composto dalla motonave Apuania con la scorta dei cacciatorpediniere Freccia (capitano di fregata Alvise Minio Paluello, che diviene caposcorta del convoglio unico) e Nicolò Zeno e della torpediniera Calliope. Il convoglio segue le rotte costiere della Grecia Occidentale.
20 settembre 1942
Dopo aver superato indenne degli attacchi di bombardieri durante la notte, all’alba il convoglio viene attaccato anche dal sommergibile Taku, che lancia una salva di siluri contro le motonavi; le armi vengono però evitate con la manovra.
Alle 17 il convoglio raggiunge indenne Bengasi.
Subito dopo Pallade, CentauroZenoFreccia (caposcorta) e Da Noli lasciano Bengasi – alle 17 – per scortare a Patrasso (e poi a Brindisi) la motonave scarica Sestriere.
21 settembre 1942
La Centauro lascia la scorta e dirige per Suda, dove giunge alle 20.15.
22 settembre 1942
Il resto del convoglio, compresa la Pallade, arriva a Patrasso alle 7.10.
30 ottobre 1942
La Pallade rileva la gemella Lince, alle 13, nella scorta dei piroscafi Giuseppe Leva e Zenobia Martini, provenienti da Trapani (da dove sono partiti alle 13.20 del 27 ottobre) e diretti a Tripoli.
31 ottobre 1942
Pallade, Martini e Leva arrivano a Tripoli alle 13.40.
18 novembre 1942
La Pallade salpa da Biserta a mezzogiorno scortando la piccola motocisterna Labor, diretta a Palermo. Il mare burrascoso costringe però le due navi a sostare a Tunisi; quando la Labor riparte successivamente per Palermo, ne assume la scorta, al posto della Pallade, la Climene.
21 novembre 1942
La Pallade salpa da Tunisi e si unisce al cacciatorpediniere Freccia (caposcorta) nella scorta al piroscafo tedesco Menes, partito da Biserta alle 19.20 e diretto a Napoli.
23 novembre 1942
Pallade, Freccia e Menes arrivano a Napoli alle 7.
30 novembre 1942
La Pallade parte da Napoli alle 14.30 per scortare in Tunisia, insieme alle torpediniere Sirio (caposcorta), Groppo ed Orione, il convoglio «B», formato dai piroscafi ArlesianaAchille LauroCampaniaMenes e Lisboa (i primi tre italiani, gli ultimi due tedeschi). Il convoglio procede a sette nodi.
1° dicembre 1942
Alle 7.10 la torpediniera di scorta Uragano si aggrega alla scorta del convoglio «B». Alle 14.40 il convoglio viene avvistato da ricognitori britannici, che da quel momento in poi lo tengono sotto sorveglianza (il segnale di scoperta intercettato da Supermarina, che, come fa abitualmente con tutti i segnali di questo tipo, dopo averlo decrittato lo ritrasmette all’aria, per allertare il convoglio).
Alle 17.30 esce da Bona, in Algeria, la Forza Q britannica (incrociatori leggeri AuroraSirius ed Argonaut, cacciatorpediniere Quiberon e Quentin), a caccia di convogli italiani. Supermarina ha contezza dei movimenti nemici già il 30 novembre, quanto intercetta un segnale di un ricognitore nemico che, alle 23 di quel giorno, ha comunicato di aver avvistato due convogli a sudovest di Napoli: si tratta del «B» e del «C», diretto invece a Tripoli (secondo una fonte, l’invio dell’Uragano in rinforzo alla scorta sarebbe stato deciso proprio in seguito alla notizia della presenza a Bona di navi di superficie britanniche). Al contempo (sera del 30) Supermarina ha appreso che forze leggere di superficie nemiche si trovano a Bona, e – dato che, viaggiando a 30 nodi, la Forza Q potrebbe raggiungere in sei ore i convogli «B» e «H» (altro convoglio diretto in Tunisia) – ha chiesto una ricognizione su tale porto al tramonto del 1° dicembre. Tuttavia, l’aereo tedesco inviato a compiere la ricognizione e l’aereo italiano che lo accompagna non fanno ritorno.
A motivo di ciò, alle 19.35 del 1° dicembre, per ordine di Supermarina, la scorta del convoglio «B» viene rinforzata con l’arrivo della X Squadriglia Cacciatorpediniere, con i cacciatorpediniere Maestrale (caposquadriglia, capitano di vascello Nicola Bedeschi), Ascari e Grecale.
Alle 23.30 Supermarina viene informata da Superaereo che un altro aereo tedesco ha avvistato cinque navi da guerra britanniche di medio tonnellaggio al largo delle coste algerine, con rotta 90°; dieci minuti dopo Supermarina lancia il segnale di scoperta.
La notizia che la Forza Q è uscita da Bona, tuttavia, induce Supermarina a disporre che il convoglio «B», ritenuto il più rischio d’intercettazione (viaggiando a 30 nodi, la Forza Q potrebbe raggiungere il convoglio in sei ore), venga infine dirottato su Palermo.
Un altro convoglio, l’«H», fatto proseguire, verrà distrutto nella notte seguente dalla Forza Q, con gravissime perdite, nello scontro divenuto noto come del banco di Skerki: le navi del convoglio «B» vedono esse stesse, durante la serata e la notte (a partire dalle 20.15), molti bengala accendersi nella direzione in cui si trova il convoglio «H» (verso proravia sinistra), così che alle 22.30 il caposcorta ordina alle navi di accostare verso est per non avvicinarsi troppo all’altro convoglio, che appare sotto attacco. Successivamente il convoglio «B» accosta per 150°.


Distintivo della Pallade (g.c. Giorgio Micoli)

2 dicembre 1942
All’una di notte il comandante del Maestrale ordina di fare rotta su Palermo, accostando a sinistra per rotta 80°, essendo ormai evidente che il convoglio «H» è sotto attacco da parte di una formazione navale.
Alle 7.06 il convoglio «B» riceve ordine di dirigere per Trapani, dove giunge alle 10.50.
Le navi ripartiranno poi in due gruppi (il Lisboa alle 12.20 del 5, preceduto dagli altri quattro mercantili alle 19 del 2) e giungeranno tutte a destinazione (Campania a Biserta alle 15.45 del 3, Arlesiana ed Achille Lauro a Tunisi alle 18.45 del 3, Lisboa a Susa alle 16 del 6), ad eccezione del Menes, affondato su mine alle 14.15 del 3, al largo dell’Isola dei Cani, senza vittime tra l’equipaggio.
7 dicembre 1942
La Pallade parte da Palermo alle due di notte per scortare a Biserta la motonave Calino. Le due navi giungono a destinazione alle 15.15.
9 dicembre 1942
La Pallade lascia Tunisi alle 10 per scortare a Napoli la motonave tedesca Ankara.
10 dicembre 1942
Pallade ed Ankara arrivano a Napoli alle 10.10.
Dicembre 1942
Secondo il Dizionario Biografico Uomini della Marina 1861-1946, nel dicembre 1942 avrebbe assunto il comando della Pallade e della relativa squadriglia il capitano di vascello (grado invero insolito per il comando di una torpediniera, anche caposquadriglia) Corrado Tagliamonte, tenendolo fino al 31 agosto 1943. Dai volumi dell’U.S.M.M. relativi alla difesa del traffico con l’Africa Settentrionale, tuttavia, risulta che la Pallade fu comandata dal tenente di vascello Filippo Ferrari Aggradi almeno fino al febbraio 1943, e che nell’aprile successivo ne era comandante il capitano di corvetta Antonio Giungi; sembra dunque verosimile che il Dizionario Biografico sia in errore a questo riguardo.
27 dicembre 1942
Alle 11.30 la Pallade (tenente di vascello Filippo Ferrari Aggradi) salpa da Napoli per scortare a Biserta la motonave tedesca Gran.
28 dicembre 1942
Poco dopo mezzanotte, al largo di Ustica, si aggrega alla scorta il cacciatorpediniere Lampo (capitano di corvetta Loris Albanese), proveniente da Palermo, che assume il ruolo di caposcorta.
Alle 5.55, una dozzina di miglia a nord di Marettimo, il Lampo rileva all’ecogoniometro un sommergibile nemico che si trova sulla sinistra del convoglio, ed ordina di accostare subito a dritta. La Gran, però, non esegue l’ordine, nonostante l’eccellente visibilità (la luna è allo zenit) renda impossibile non accorgersi del fatto che le due navi da guerra stanno accostando: la Pallade spara allora un colpo di cannone per richiamare l’attenzione del comandante della Gran, ma la nave tedesca continua a procedere lungo la precedente rotta. Si saprà poi che il comandante della Gran era alla sua prima missione in Mediterraneo ed inesperto in materia di navigazione in convoglio. Inesperienza fatale: il sommergibile rilevato dall’ecogoniometro del Lampo è il britannico Ursula (tenente di vascello Richard Barklie Lakin), che ha avvistato il convoglio alle 5.30, in posizione 38°09’ N e 11°51’ E, ad una distanza di 9150 metri, e che dopo essersi avvicinato ed essersi immerso alle 5.42 sta ora per attaccare. Pochi minuti dopo (fonti britanniche parlano delle 5.53, con leggera discrepanza rispetto a quelle italiane, che parlano delle 6), nel punto 38°09’ N e 11°54’ E, l’Ursula lancia tre siluri contro la Gran (della quale stima la stazza in 6000 tsl), da una distanza di appena 685 metri. Colpita in pieno, la motonave tedesca esplode, affondando rapidamente dodici miglia a nord/nordovest di Marettimo.
Pallade e Lampo danno la caccia al sommergibile attaccante (che dopo il lancio è sceso a 45 metri ed ha iniziato ad allontanarsi: i primi scoppi di bombe di profondità vengono avvertiti alle 6.06) per due ore, senza successo, dopo di che recuperano i naufraghi della Gran – diciotto, su 40 uomini che si trovavano a bordo della motonave – e raggiungono Biserta. Da qui ripartono alle 16 scortando la motonave Caterina Costa, diretta a Palermo. Pallade e Lampo la scortano però soltanto fino a Tunisi, dove vengono sostituiti dai cacciatorpediniere Bersagliere (caposcorta) e Mitragliere.
30 dicembre 1942
Alle due di notte la Pallade parte da Palermo, insieme ai cacciatorpediniere Maestrale (caposcorta), Lampo e Corsaro ed alla gemella Sirio, scortando le motonavi Mario RoselliManzoni ed Alfredo Oriani, dirette a Biserta.
Alle 5.04 il sommergibile britannico Ursula (tenente di vascello Richard Barklie Lakin), a circa 12 miglia per 360° da Capo San Vito siculo (nel punto approssimato 38°43’ N e 12°40’ E, dove si è appena spostato su ordine del comando flottiglia di Malta), avvista il convoglio italiano che procede a 15 nodi su rotta 240°, a 8200 metri di distanza. Alle 5.09 l’Ursula s’immerge e si avvicina alla massima velocità per attaccare il mercantile di testa (che sembra il più grande), immergendosi a quota leggermente maggiore alle 5.13 perché il cacciatorpediniere di testa gli passa vicino, salvo poi tornare a quota periscopica alle 5.15 per trovare che il convoglio ha zigzagato di 35° verso l’Ursula stesso. Alle 5.20 la motonave di testa è a soli 550 metri dall’Ursula – che ha già superato lo schermo dei cacciatorpediniere e sta per lanciare i siluri – e continua ad avvicinarsi; il sommergibile tenta di scendere più in profondità per evitare la collisione, ma rimane per oltre un minuto a 7,6 metri di profondità e viene così speronato, alle 5.22, quando si trova a soli 8,8 metri di profondità. La collisione danneggia la torretta e le camicie dei periscopi dell’Ursula (i periscopi e le relative camicie vanno distrutti, così come i telegrafi superiori e le luci esterne, mentre la plancia riporta danni superficiali e la sezione centrale del cavo anti-reti viene portata via), che è costretto ad abbandonare la missione. Le navi italiane proseguono senza aver nemmeno notato l’accaduto: alle 5.25 il cacciatorpediniere di coda passa sulla verticale dell’Ursula, che nel frattempo è riuscito a scendere a maggiore profondità, ed alle 6 il sommergibile perde ogni contatto sonoro con il convoglio. L’Ursula fa ritorno a Malta; necessiterà di lunghe riparazioni per i danni causati dalla collisione.
Infruttuosamente attaccato anche da aerei, e raggiunto alle 14.30 dalle motosiluranti MS 16 e MS 33 (provenienti da Biserta), il convoglio giunge a Biserta tra le 17 e le 17.30.
31 dicembre 1942
Pallade, Sirio e Lampo (caposcorta) ripartono da Biserta alle otto del mattino per scortare il piroscafo tedesco Balzac, diretto a Napoli.


La Pallade in una foto scattata verosimilmente nel 1942-1943 (g.c. Yevgeniy Zelikov via www.naviearmatori.net)

1° gennaio 1943
Il convoglietto arriva a Napoli alle 8.30.
10 gennaio 1943
La Pallade (tenente di vascello Filippo Ferrari Aggradi), la Sirio (caposcorta) e le corvette Gabbiano, Antilope ed Artemide partono da Palermo per Biserta alle 15.20, scortando la nave cisterna Saturno.
Alle 17.15 (fonti italiane; 17.05 secondo le fonti britanniche), ad ovest di Capo Gallo, la Pallade localizza all’ecogoniometro il sommergibile britannico Una (tenente di vascello John Dennis Martin), si porta prontamente sulla sua verticale e lo bombarda a più riprese con numerose cariche di profondità, fino a ritenere di averlo danneggiato od affondato. In realtà l’Una non subisce danni, anche se le bombe di profondità della Pallade esplodono “piuttosto vicine”. (Secondo fonti italiane, l’attacco della Pallade avvenne dopo che l’Una aveva infruttuosamente attaccato il convoglio; secondo fonti britanniche, invece, l’Una non si sarebbe accorto della presenza del convoglio, né prima né dopo essere stato bombardato con cariche di profondità).
11 gennaio 1943
Il convoglio arriva a Biserta alle 15.45.
5 febbraio 1943
Alle 15 la Pallade e la torpediniera di scorta Ciclone sostituiscono le torpediniere Libra ed Orione nella scorta ad un convoglio formato dalle motonavi Ines Corrado (italiana) e Pierre Claude (tedesca) e dal trasporto militare tedesco KT 3, partiti da Napoli alle quattro di quel mattino e diretti a Biserta. Il convoglio entra a Palermo alle 21 e vi sosta per alcune ore; quando riparte per Biserta, è scortato dalle torpediniere Fortunale e Calliope, anziché da Pallade e Sirio.
10 febbraio 1943
Alle 2.30 la Pallade (tenente di vascello Filippo Ferrari Aggradi) parte da Palermo per scortare a Susa la piccola motonave tedesca Jaedjoer. Alle 12.10, nelle acque antistanti Trapani, si aggrega al convoglietto anche il piroscafo Skotfoss, pure tedesco, partito alle 11.30.
11 febbraio 1943
Nella notte tra il 10 e l’11, a causa del tempo burrascoso con pioggia torrenziale, mare grosso, vento a 80 km/h e scarsa visibilità, la Pallade perde di vista la Jaedjoer. All’alba la torpediniera cerca vanamente la piccola nave tedesca nel mare in tempesta, ma senza successo: il comandante Ferrari Aggradi decide allora di proseguire con lo Skotfoss.
Alle 16.30 (o 16.15), siccome il tempo continua a peggiorare, Pallade e Skotfoss, non appena sono in vista della costa della Tunisia, si mettono alla fonda nella rada di Hammamet, che offre un certo riparo dagli elementi: qui passeranno il resto della giornata e la notte successiva. Alle 20, mentre le due navi sono alla fonda, viene avvistata dalla Pallade – a dispetto della pessima visibilità – un’alta colonna di fumo a grande distanza, in direzione di Ras Mahmur (all’estremità settentrionale del Golfo di Hammamet): viene correttamente intuito che questa rappresenti l’epitaffio della sfortunata Jaedjoer. Della motonave tedesca non verrà trovata alcuna traccia, tanto meno dei superstiti: da parte italiana si riterrà che abbia probabilmente urtato una mina. In realtà, responsabile del suo affondamento è stato il sommergibile britannico P 43 (tenente di vascello Anthony Robert Daniell), che l’ha attaccata alle 19.24 nel punto 36°26’ N e 10°55’ E (nel Golfo di Hammamet, al largo di Ras Mahmur), incendiandola a cannonate provocandone la successiva esplosione (la Jaedjoer aveva a bordo 250 tonnellate di munizioni), avvenuta più o meno all’ora in cui dalla Pallade è stata vista la colonna di fumo. L’equipaggio della Jaedjoer, secondo quanto rilevato dal comandante del P 43, ha abbandonato la nave su due scialuppe prima che questa affondasse, ma le due imbarcazioni non toccheranno mai terra, venendo inghiottite con tutti i loro occupanti dal mare tempestoso.
12 febbraio 1943
In mattinata, essendo leggermente migliorate le condizioni meteorologiche, Pallade e Skotfoss lasciano la rada di Hammamet e riprendono la navigazione verso Susa.
Alle 9.24, in posizione 38°58’ N e 10°40’ E, il sommergibile britannico P 44 (poi United, tenente di vascello John Charles Young Roxburgh) avvista in condizioni di scarsa visibilità la Pallade e lo Skotfoss, identificati accuratamente da Roxburgh rispettivamente come una torpediniera ‘classe Partenope’ ed un mercantile di 1500 tsl. Il P 44 tenta di attaccare, ma le due navi eseguono un cambiamento di rotta che le porta quasi in rotta di collisione con il sommergibile, costringendolo ad abbandonare l’attacco.
Pallade e Skotfoss arrivano a Susa alle 11.
4 aprile 1943
Il capitano di corvetta Filippo Ferrari Aggradi lascia il comando della Pallade, venendo sostituito dal capitano di corvetta Antonio Giungi (da Guastalla).
5 aprile 1943
Alle 3.20 la Pallade (capitano di corvetta Antonio Giungi) parte da Napoli per Biserta insieme alle torpediniere Orione (capitano di corvetta Luigi Colavolpe), Libra (capitano di corvetta Gustavo Lovatelli) e Perseo (capitano di corvetta Saverio Marotta; a bordo il comandante superiore in mare, capitano di fregata Ernesto Pellegrini), di scorta ad un convoglio formato dai piroscafi italiani Caserta e Rovereto e dai tedeschi Carbet e San Diego.
Alle 16.15 si uniscono alla scorta anche il vecchio cacciatorpediniere Augusto Riboty (tenente di vascello di complemento Nicola Ferrone) e la torpediniera Clio (capitano di corvetta Carlo Brambilla), usciti da Messina.
Subito dopo la partenza, il Caserta subisce un’avaria al timone, non riparabile in mare, che lo costringe a tornare in porto.
6 aprile 1943
Alle 2.30 il Carbet, scortato dal Riboty, si separa dal convoglio e fa rotta per Trapani, dove giunge alle 9.30 di quel giorno. Le rimanenti sette navi proseguono verso Biserta.
Già il 5 aprile “ULTRA” ha scoperto, tramite le sue decrittazioni, che RoveretoSan Diego e Caserta dovrebbero giungere a Biserta (i primi due) e Tunisi (il terzo) in breve tempo; questa informazione, di per sé insufficiente a pianificare un attacco, viene però arricchita l’indomani da nuove decrittazioni: i britannici vengono così a sapere che RoveretoSan Diego e Caserta sono partiti dal Golfo di Napoli intorno alle tre di notte del 5 aprile, a dieci nodi di velocità, e che all’1.30 del 6, 15 miglia a nordovest di Trapani, il Caserta si dovrebbe separare da loro per raggiungere tale porto, mentre gli altri due piroscafi dovrebbero raggiungere Biserta alle 15.30 dello stesso giorno.
La maggior parte del viaggio trascorre senza intoppi; quando le navi giungono in vista dell’isola di Zembra, viene avvistata l’anziana torpediniera Enrico Cosenz (tenente di vascello Alessandro Senzi), salpata da Biserta e mandata incontro al convoglio per pilotarlo sulla rotta di sicurezza di Zembra, che il convoglio ha appena imboccato. Poco dopo l’accostata sulla rotta di sicurezza, alle 9.25, sopraggiungono 18 bombardieri angloamericani, che vengono ingaggiati dai caccia della Luftwaffe che costituiscono la scorta aerea del convoglio. Nel combattimento tra gli aerei, uno dei velivoli tedeschi viene abbattuto; le navi del convoglio escono però indenni dalla pioggia di bombe sganciate dagli aerei avversari. Alle 9.54 la Cosenz raggiunge il convoglio.
Alle 11.10 l’attacco viene replicato, da parte di altri 18 bombardieri; la Perseo richiama ripetutamente sul posto i caccia tedeschi, ma questi non possono intervenire, perché a loro volta impegnati contro altri aerei nemici tra Tunisi e Biserta. Anche questo bombardamento viene tuttavia superato senza danni.
Alle 17.17, al largo di Capo Zebib, ha inizio il terzo attacco aereo: il convoglio ha appena accostato in direzione di Biserta – l’ultima accostata da compiere durante la navigazione – quando vengono avvistati 22 quadrimotori che volano in formazione a 3000 metri di quota, con rotta perpendicolare a quella del convoglio. Si tratta di bombardieri statunitensi Boeing B 17, le famose “fortezze volanti”. I sei caccia che formano in quel momento la scorta aerea tentano di intercettare gli aerei Alleati, ma invano.
La prima ondata di bombardieri non fa danni, ma la seconda colpisce sia il Rovereto che il San Diego: mentre quest’ultimo viene colpito a prua, con conseguente incendio a bordo, il Rovereto viene centrato in pieno dalle bombe e, avendo a bordo anche un notevole quantitativo di munizioni, salta in aria otto miglia ad est di Biserta.
La Clio e la Cosenz recuperano i pochi naufraghi del Rovereto (le vittime sono oltre cento), mentre il caposcorta Pellegrini manda l’Orione a Biserta per chiedere mezzi di salvataggio (vi arriverà alle 18.20 e da quel porto usciranno i rimorchiatori Tebessa e Gabes, rispettivamente tedesco e francese, per tentare un rimorchio del San Diego), ed al contempo Pallade, Libra e Perseo si avvicinano al San Diego per prestare assistenza. Pellegrini vuole valutare la possibilità di prenderlo a rimorchio da poppa, ma il progetto deve essere ben presto abbandonato in quanto l’incendio sviluppatosi nella stiva colpita, piena di benzina, si estende subito alle munizioni caricate a proravia della plancia, che iniziano a deflagrare. I 125 tra marinai e soldati imbarcati sul San Diego si gettano in mare; alle 19.15, dopo averli tratti in salvo, Pallade, Libra e Perseo si allontanano dal piroscafo tedesco, che può esplodere da un momento all’altro. Ciò avviene, infatti, alle 19.27.
Le torpediniere, con a bordo i naufraghi dei piroscafi affondati, raggiungono Biserta tra le 20.10 e le 21.35; i naufraghi vengono sbarcati e portati nei bunker di La Cariere, dove ricevono le prime cure.
1942-1943 ca.
Potenziamento dell’armamento contraereo: viene eliminata una mitragliera binata da 13,2/76 mm, ed installate quattro mitragliere singole Scotti-Isotta Fraschini 1939 da 20/70 mm.
24 luglio 1943
La Pallade si trova all’ancora davanti a Pace (Messina) insieme alla gemella Partenope ed alle corvette Gabbiano, Camoscio e Cicogna, durante la campagna di Sicilia, quando le cinque navi vengono attaccate alle 13.49 da otto cacciabombardieri angloamericani. Partenope, Cicogna e Camoscio vengono danneggiate, la Cicogna così gravemente da dover essere portata all’incaglio (verrà poi autoaffondata all’evacuazione di Messina).
29 luglio 1943
La Pallade lascia Milazzo per scortare a Napoli, via Messina, la motonave Alfieri, insieme alle motosiluranti MS 51 e MS 61.
Alle 12.59, in posizione 40°05’ N e 14°42’ E (circa 25 miglia ad ovest di Capo Palinuro), il piccolo convoglio viene attaccato da quattordici aerei britannici (otto aerosiluranti e sei caccia; altra fonte parla di quattordici aerosiluranti), che si avvicinano in formazione serrata e lanciano i loro siluri contro la nave mercantile: un caccia Bristol Beaufighter viene abbattuto dal tiro delle navi, precipitando in mare (l’equipaggio viene tratto in salvo e fatto prigioniero), ma due siluri vanno a segno, immobilizzando l’Alfieri. Durante l’attacco la Pallade viene mitragliata dai Beaufighter, subendo alcuni danni ed il ferimento di quattordici uomini dell’equipaggio, cinque dei quali in modo grave.
A causa dell’estrema scarsità delle scorte di carburante rimaste a bordo, la Pallade e le due motosiluranti si limitano a recuperare l’equipaggio dell’Alfieri, per poi proseguire subito verso Napoli; saranno le corvette Euterpe e Gabbiano ed il rimorchiatore Ciclope, appositamente inviati dalla città partenopea, a raggiungere la motonave immobilizzata per tentarne il rimorchio (ma il giorno seguente l’Alfieri verrà attaccata ancora da aerosiluranti ed affondata). La Pallade arriva a Napoli con appena cinque tonnellate di carburante nei serbatoi.


L’affondamento

Fin dall’inizio della guerra Napoli, per via della sua importanza come porto di partenza della maggior parte dei convogli diretti in Africa Settentrionale (nonché perché sede di uno dei più importanti snodi ferroviari dell’Italia meridionale, ed ancora di basi aeree, magazzini e stabilimenti industriali di interesse militare), si era ritrovata ad essere uno dei principali bersagli delle incursioni aeree Alleate sulla Penisola. I bombardamenti che ebbero luogo nel 1940, 1941, e fino all’autunno del 1942, però, pur provocando danni e vittime, furono ben poca cosa rispetto a quello che seguì con l’ingresso nello scacchiere mediterraneo dell’aviazione statunitense.
Fino al novembre 1942, infatti, tutti gli attacchi aerei diretti contro città dell’Italia meridionale erano stati lanciati dalle squadriglie della Royal Air Force di base a Malta (unica base Alleata, fino a quel momento, abbastanza vicina allo Stivale da poterlo raggiungere con i propri aerei), i cui mezzi offensivi per una campagna di bombardamento strategico, sia per numero che per tipo, erano piuttosto modesti: le incursioni su Napoli del 1940-1942 erano tipicamente condotte da una mezza dozzina di bombardieri bimotori, raramente di più, e causavano pertanto danni relativamente contenuti. Tutto cambiò con l’ingresso in scena dell’USAAF: partendo dalle nuove basi appena conquistate nel Nordafrica francese, l’aviazione statunitense, forte della propria abbondanza di mezzi, conduceva i suoi bombardamenti con formazioni di decine di velivoli, e non si trattava di bimotori come quelli in precedenza usati dalla RAF, bensì di quadrimotori (B-17 “Flying Fortress” e B-24 “Liberator”) in grado di trasportare una quantità di bombe nettamente maggiore. I bombardieri statunitensi attaccavano i loro obiettivi in pieno giorno (la RAF, invece, bombardava di notte) e da alta quota, in modo da tenersi al di fuori della portata della maggior parte della contraerea; a Napoli, il suo obiettivo più frequente era il porto, con le navi ivi ormeggiate, ma la grande imprecisione dei bombardamenti faceva sì che innumerevoli bombe cadessero anche sul centro abitato, seminando distruzione e morte tra la popolazione civile. Napoli fu probabilmente la città italiana che ebbe a lamentare il più alto numero di vittime civili per i bombardamenti aerei: recenti ricerche d’archivio hanno documentato oltre 6500 morti tra la popolazione civile della città, per questa causa, nel periodo 1940-1943.
L’USAAF compì il suo primo bombardamento su Napoli il 4 dicembre 1942: quel giorno, nel porto, l’intera VII Divisione Navale venne messa fuori combattimento in pochi minuti, con l’affondamento dell’incrociatore leggero Muzio Attendolo, il grave danneggiamento del gemello Raimondo Montecuccoli e quello meno grave dell’Eugenio di Savoia. A terra, tra i civili, i morti furono 159.
I mesi seguenti videro un infernale crescendo sui cieli della città partenopea: tra il dicembre 1942 e l’inizio dell’agosto 1943, senza contare le incursioni minori, Napoli venne martoriata da più di cinquanta bombardamenti, principalmente dall’USAAF ma anche dalla RAF, che aveva frattanto rimpinguato i suoi mezzi ed attaccava a sua volta, adesso, con formazioni di decine di bombardieri. Le incursioni più sanguinose, oltre a quella del 4 dicembre, furono quella dell’11 dicembre 1942 (117 vittime civili), dell’11 gennaio 1943 (136 vittime civili), del 7 febbraio (100 vittime civili), del 20 febbraio (186 vittime civili), del 24 febbraio (119 vittime civili), del 4 aprile (225 vittime civili), del 28 aprile (125 vittime civili), del 30 maggio (358 vittime civili), del 15 luglio (200 vittime civili), del 16 luglio (100 vittime civili).
Obiettivo principale della maggior parte di queste incursioni era il porto, che a poco a poco si trasformò in un vero cimitero di navi: dopo l’Attendolo, il 15 febbraio 1943 vennero affondati i piroscafi Lecce e Modica; il 1° marzo toccò alla torpediniera di scorta Monsone; il 4 aprile fu la volta del transatlantico Lombardia e della nave ospedale Sicilia; il 30 maggio andò distrutto il piroscafo Enna, carico di munizioni e saltato in aria dopo essere stato colpito; il 17 luglio venne centrato e affondato il piroscafo Tivoli; il 1° agosto affondò sotto le bombe il piroscafo Bari.

Ma il giorno peggiore di Napoli fu il 4 agosto 1943.
Non fu questo, in termini prettamente quantitativi, il più pesante tra i bombardamenti che si abbatterono sulla città partenopea nel corso del conflitto: l’attacco fu portato quel giorno da un’ottantina di bombardieri, mentre il 30 maggio erano stati 111, ed il 17 luglio addirittura 344. Ma il livello di devastazione di quel giorno non trovò precedenti: mentre fino a quel momento le bombe erano quasi sempre cadute nei quartieri attorno al porto, il 4 agosto non ci fu parte della città che venne risparmiata.
L’incursione avvenne nel pomeriggio. Dalle basi del Nordafrica occidentale erano decollate 82 “Fortezze Volanti” del 2nd e del 301st Bomb Group della 12th USAAF; 77 giunsero sui cieli di Napoli, dove i 37 bombardieri del 301st Bomb Group sganciarono le loro bombe – ben 444 ordigni da 500 libbre, cioè un totale di 100 tonnellate di esplosivo – sul porto, contrastati dal violento fuoco della contraerea e da una ventina di caccia della Regia Aeronautica, che inflissero danni di varia entità a quasi la metà degli attaccanti. I 40 bombardieri del 2nd Bomb Group, invece, dopo aver sganciato parte delle loro bombe sul porto, bombardarono anche la città: nonostante la vivace reazione della contraerea e di una trentina di aerei da caccia, che abbatterono due B-17 e ne danneggiarono molti altri, innumerevoli bombe caddero sull’abitato, colpendo lo scalo ferroviario ma anche l’Ospedale Pellegrini, i rioni Mercato, Santa Lucia, Bagnoli, Posillipo, Mergellina, Spaccanapoli; innumerevoli edifici lungo la via Toledo e la Riviera di Chiaia andarono distrutti, così come in Piazza Martiri, nella zona compresa tra Piazza Cavour e Piazza Carlo III, gli alberghi di via Caracciolo, gli edifici attorno all’Albergo dei Poveri ed in svariate altre parti della città, con estensione senza precedenti delle zone colpite. Grave anche l’impatto sul patrimonio artistico, con danni al Palazzo Reale, al Teatro San Carlo, alla Galleria Umberto I, alla basilica di San Lorenzo Maggiore, alla chiesa del Gesù Nuovo e soprattutto al trecentesco monastero di Santa Chiara, del quale rimasero in piedi soltanto i muri perimetrali.
In termini di perdite umane fu probabilmente il bombardamento più sanguinoso tra i tanti subiti da Napoli: mentre i bollettini ufficiali parlarono di 210 morti, stime successive da parte di vari storici ritengono molto più probabile un bilancio di circa 700 vittime. L’erogazione di acqua e luce rimasero interrotte per giorni, tanto che anche il cessato allarme lo si dovette dare con mezzi di fortuna, non potendo più suonare le sirene (e nei giorni seguenti, in attesa di riattivare le linee elettriche, l’allarme aereo venne dato dal tiro della contraerea, anziché dalle sirene).
L’estensione del bombardamento, che interessò gran parte della città anche in zone molto distanti dal porto, induce a mettere in dubbio che quello del 4 agosto sia stato – come invece le incursioni precedenti e seguenti – un bombardamento “di precisione” che per la sua imprecisione causò molti “danni collaterali”. Meno di due settimane prima, il 25 luglio, il regime fascista era caduto, Benito Mussolini deposto ed arrestato, sostituito al governo dal maresciallo Pietro Badoglio: gli Alleati, che avanzavano in Sicilia, intendevano spingere il nuovo governo ad arrendersi in tempi brevi, ed allo scopo intensificarono espressamente i bombardamenti sulle città italiane. Tra fine luglio e fine agosto, tra le 20.000 e le 30.000 tonnellate di bombe piovvero sull’Italia: oltre a Napoli, subirono pesantissimi bombardamenti Milano, Torino, Genova, Roma, Foggia, Pisa, Pescara, Terni, Reggio Calabria, Benevento, Catanzaro ed altre città, con enormi danni e migliaia di vittime tra i civili. Se una parte di questi attacchi era motivata dall’effettiva necessità di colpire obiettivi militari e industriali di importanza strategica, dall’altra la loro intensità senza precedenti (caddero più bombe sull’Italia nel luglio-agosto del 1943 che nei precedenti trentasette mesi di guerra) rispondeva al preciso scopo politico e psicologico di dare al governo italiano una dimostrazione di forza, mostrando le tremende conseguenze che avrebbe avuto per il Paese una prosecuzione della guerra. I bombardamenti su Milano, Torino e Genova dell’agosto 1943, compiuti dal Bomber Command della RAF, furono bombardamenti deliberatamente indiscriminati (furono colpiti soprattutto i centri storici delle città), rispondenti al concetto dell’"area bombing" propugnato dal generale Arthur Harris, che mirava specificamente a colpire il morale della popolazione dei centri colpiti. Si è ipotizzato, a posteriori, che anche il bombardamento di Napoli del 4 agosto 1943 – sebbene eseguito dall’USAAF, che a differenza della RAF non praticò praticamente mai l’"area bombing" sull’Italia – sia stato un bombardamento volutamente indiscriminato, attuato proprio nel quadro e per gli scopi sopra descritti. In effetti, la storia ufficiale del 2nd Bomb Group, a differenza del solito, non indica come obiettivo per il 4 agosto soltanto «porto», bensì «porto/città» (Docks/City), e parla apertamente di «saturation bombing», cioè bombardamento a tappeto, “area bombing”.

Il porto, che ad ogni modo rimaneva l’obiettivo principale di almeno una parte dei bombardieri, subì gravi danni anche questa volta: affondò sotto le bombe il piroscafo Sant’Agata, mentre un altro piroscafo, il Catania, fu gravemente danneggiato ed affondò successivamente per i danni subiti. Le bombe arrecarono inoltre ulteriori danni al relitto del grande transatlantico Lombardia, già semiaffondato in bassi fondali da quattro mesi.
La Pallade, quel giorno, si trovava ormeggiata in una calata del porto partenopeo: una bomba la colpì a poppa, provocando una falla dalla quale la nave imbarcò acqua in abbondanza. Nonostante gli sforzi dell’equipaggio, che cercò di arrestare gli allagamenti con le pompe e preparò anche un tentativo di rimorchio – sforzi intralciati da ulteriori attacchi aerei che colpirono la città in quelle ore –, le condizioni della Pallade continuarono a peggiorare, con crescente allagamento di numerosi locali, finché alle 9.20 del mattino del 5 agosto 1943 la torpediniera si capovolse ed affondò nelle acque della stessa città in cui appena cinque anni prima era “nata”.

Il Diario di Supermarina registrò la perdita della Pallade con poche semplici parole: "Alle 09.00 del 5 la torpediniera PALLADE è affondata capovolgendosi in seguito ad aumentate vie d'acqua non contenibili. Nessuna vittima". In realtà, dall’albo dei caduti e dispersi della Marina Militare nella seconda guerra mondiale, risulta che vi furono due dispersi: il sergente cannoniere Davide Bergamasco, di 22 anni, da Montagnana (Padova), ed il marinaio Angelo Bruno Simoni, di 20 anni, da Provaglio d’Iseo (Brescia).

Quando gli Alleati entrarono a Napoli, il 1° ottobre 1943, trovarono il porto ingombro di relitti: alle navi che loro stessi avevano affondato, nei mesi precedenti, con i loro bombardamenti, si erano aggiunte quelle autoaffondate dalle truppe tedesche in ritirata per evitare che cadessero in mano angloamericana (tra queste ultime era anche la torpediniera Partenope, gemella della Pallade ed ultima superstite della XIV Squadriglia Torpediniere). Per riportare a pieno regime il più grande porto dell’Italia meridionale, essenziale per il rifornimento delle forze angloamericane che stavano risalendo la penisola, occorreva provvedere al recupero o, quanto meno, allo spostamento di almeno una parte dei relitti, che ostruivano calate e banchine rendendole inutilizzabili. Il primo recupero ebbe per oggetto proprio il relitto della Pallade: nel febbraio 1944 la torpediniera venne riportata a galla da personale della Marina statunitense. Questo recupero aveva soltanto lo scopo di “liberare” il molo dall’ingombro rappresentato dal relitto della Pallade, che impediva di utilizzare il posto d’ormeggio; la carcassa della torpediniera venne semplicemente allontanata dalla banchina e rimorchiata in un altro punto del porto, dove fu poi riaffondata su un bassofondale in un punto in cui non costituiva un intralcio. Così rimase per altri tre anni; il recupero definitivo avvenne solo nel 1947. Il 21 gennaio di quell’anno la Pallade fu formalmente radiata dal ruolo del naviglio dello Stato con decreto del Capo Provvisorio dello Stato; del recupero del relitto fu incaricata la Cooperativa Vesuvio, che il 17 settembre 1947 risultava stare effettuando tale opera. Riportata a galla per una seconda volta, la Pallade venne demolita nel corso dello stesso anno.
Secondo il libro "Navi e marinai italiani nella seconda guerra mondiale" di Erminio Bagnasco, invece, dopo il recupero del 1944, siccome la Pallade continuava ad avere una galleggiabilità assai precaria, gli statunitensi si limitarono a rimorchiarla al largo, dove fu poi nuovamente affondata in acque profonde. Questa versione è anche quella presente sul sito del Naval History and Heritage Command della Marina statunitense ("She was towed outside the harbor and allowed to sink in deep water").


Il recupero del relitto della Pallade nel febbraio del 1944, sullo sfondo si riconoscono due navi Liberty statunitensi (sopra: g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net; sotto: g.c. STORIA militare e Vincenzo Claudio Piras)




Vicende di guerra del sottocapo (poi sergente) cannoniere puntatore scelto Mario Piras, da Bosa (Oristano), imbarcato sulla Pallade dal giugno 1940 all’aprile 1943 (si ringrazia il figlio Vincenzo Claudio):

Mio padre Mario imbarcò sul Pallade il giorno dopo la dichiarazione di guerra, esattamente l'11 giugno 1940 e sbarcò a metà aprile del 1943 destinato a La Maddalena "vicino casa" essendo nato a Bosa. Visti i tempi egli riuscì ad andare a casa alcune volte con mezzi di fortuna e percorrendo spesso gli ultimi 29 km da Macomer a Bosa andando a piedi e con lo zaino in spalla.
A La Maddalena fu destinato alla batteria di Punta Tegge che pare fu l'unica ad aprire il fuoco contro la motozzatera requisita dai tedeschi e contro i carri armati tedeschi che sparavano da Palau in movimento.
Pertanto, e fortunatamente, non si trovava a bordo del Pallade  durante il bombardamento del 4 agosto 1943 a Napoli.
Gli fu riferito che molti suoi compagni furono dilaniati dalle bombe ed i siluri distrutti con il tritolo che fuoriusciva dagli involucri.
Non mi raccontò molti particolari sulle missioni.
Ricordo che durante il bombardamento tattico in appoggio alle truppe di terra del 28 novembre 1940 raccontava che gli alpini italiani si trovavano su un cucuzzolo di un colle con i greci che li circondavano alla base.
Per fortuna avevano buone informazioni sulla situazione in campo per cui egli mirava alla base del colle (era Puntatore cannoniere scelto, scuola di Pola corso del 1937).
Gli alpini, per  timore di essere colpiti, per tutto il tempo dell'azione continuarono a sventolare il tricolore per segnalare la loro posizione.
Il fatto che gli alpini sventolassero il tricolore era una cosa che lo faceva sorridere quando lo raccontava.
Ciò era dovuto al fatto che egli era sicurissimo delle proprie capacità di mira. Quando, dopo l'8 settembre, fu imbarcato sull'incrociatore Duca d’Aosta e comandava la torre nr.1 durante le prove di tiro gli mettevano alle spalle un ufficiale della D.T. perché i millesimi di scarto che egli realizzava erano talmente bassi che facevano sospettare avesse escogitato qualche trucco.
Durante la notte di Taranto dell'11 novembre 1940 il Pallade fu fra le unità che aprirono il fuoco con le mitragliere (erano ancora le 13,2mm).  Egli trovandosi a bordo si portò immediatamente ad uno dei quattro complessi binati. Era difficilissimo individuare i velivoli inglesi, alle sue spalle si trovava un Guardiamarina che vedendo una luce rossa e scambiandola per una luce di posizione di un velivolo indicava la direzione verso cui sparare. Le munizioni erano traccianti,  accecavano ed affumicavano maledettamente, per cui a più riprese il Guardiamarina  intravedeva la luce ed indicava la direzione verso cui sparare.
Al mattino dopo mio padre ed il Guardiamarina guardando nella stessa direzione in cui avevano sparato si resero conto che la luce rossa apparteneva alla ciminiera della Franco Tosi.
Una vicenda che non riesco ad inquadrare temporalmente riguarda una navigazione nel canale di Sicilia durante la quale, nottetempo, avvistarono una formazione inglese. Il comandante avrebbe voluto attaccarla ma desistette quando il D.M. gli confermò che le macchine erano talmente usurate che non riuscivano a sviluppare neanche 10 nodi.
La sua grande delusione fu la mancata decorazione con medaglia di bronzo per la quale fu proposto per l'abbattimento di un aerosilurante nemico durante una delle numerose scorte convoglio.
Comunque fu una vita durissima alla quale fu sottoposto lui ed i suoi compagni durante tutto il periodo di imbarco a bordo del Pallade  che si prolungò per circa 35 mesi”.


Mario Piras e la moglie Anna, Napoli, 1947-1948 (g.c. Vincenzo Claudio Piras)



Gli attestati delle onorificenze ricevute da Mario Piras durante il servizio a bordo della Pallade, tra cui una Croce di Guerra al Valor Militare e due Croci al Merito di Guerra (g.c. Vincenzo Claudio Piras):







Un racconto di guerra di Alberto Natali, da Umbertide (Perugia), imbarcato sulla Pallade durante il conflitto (tratto da “Umbertide cronache”, periodico bimestrale del Comune di Umbertide, Anno IV, febbraio 2012):

A quei tempi ancorché giovanissimo (poco più che 17enne) ero destinato sulla Regia torpediniera PALLADE (dea mitologica della Sapienza) che unitamente ad altre unità leggere faceva da scorta ad un grosso convoglio con destinazione Tripoli di Libia. Quelle navi trasportavano fin laggiù vettovagliamento ma soprattutto esseri umani. Erano giovani e meno giovani, pronti, non appena giunti a destinazione, per essere avviati al fronte. Erano migliaia e qualcuno di loro magari non aveva mai visto il mare! Il sottoscritto ne aveva avuto già esperienza avendo fatto quel viaggio col "CONTE ROSSO" nel dicembre del 1940. Provate voi ad immaginare, voi che di mare sapete ben poco, ad un affondamento per siluro quale sarebbe stata la tragedia. Negli anni a venire ce ne furono molte, purtroppo! Ma ecco ora, nel bel mezzo del Canale di Sicilia, venimmo attaccati da una forza rilevante di aerei siluranti inglesi, forse una decina se ricordo bene. Il rischio che correvamo era rilevante in quanto al contempo il mare si era ingrossato, forse forza 8 o 9 (il massimo), ma ecco che solo uno di questi tenta di superare il nostro sbarramento sperando di mimetizzarsi con quel mare le cui onde superavano talvolta anche 10/15 metri di altezza. Quei ragazzi, forse pieni di ideologia suicida super Britannica li abbattemmo all'istante. E seguitammo a colpire l'aereo abbattuto perché in tali circostanze la prudenza non è mai troppa. Ma ora, ora soltanto un brivido mi viene spontaneo. Ma forse quei ragazzi in quel tragico momento non avevano forse una mamma che pregava per la loro incolumità? Ed allora perché il cosiddetto HOMO SAPIENS continua a volerle queste guerre? Forse per il "DIO" denaro oppure per sadismo? (…) Negli occhi nostri la triste visione dell'aereo abbattuto ed ormai inoffensivo. Ma andiamo avanti: non erano trascorsi più di 10 secondi dal fatto che ecco il resto degli aerei siluranti ci piomba addosso con una spaventosa linea di fuoco. Sentimmo i proiettili delle loro mitragliere colpire la parte superiore del fumaiolo, due compagni caduti, ma ecco nel trambusto gli aerei svolazzavano sopra le nostre teste come tanti farfalloni, uno di questi andò a colpire in pieno il collega che lo precedeva in "CABRATA" - impennandosi dall'aereo in ascensione. Per nostra disgrazia tutti e due gli aerei caddero, come una palla di fuoco, a poppavia di una nave da carico. Una tragedia immane in quanto quel bastimento era carico non solo di vettovaglie ma anche di esseri umani! Ma anche nei momenti più difficili, quando credi che tutto è perduto, ecco che una fiammella di una luminosità indescrivibile appare agli occhi: vedemmo che un qualche cosa galleggiava ad una distanza relativamente vicina al nostro battello; nella vita ci sono cose che non si possono spiegare, ma quel giorno dopo tanti lutti salvammo una vita. Era uno di quei ragazzi, probabilmente l'unico superstite dei due aerei caduti sulla nave da carico, e lo tirammo su. Corremmo un grande rischio. Il ragazzo aveva le gambe spezzate ma sicuramente le alte leve da Roma non avrebbero permesso quella operazione in quanto nei paraggi poteva trovarsi un sommergibile nemico. E qui mi viene in mente il detto: ITALIANI BRAVA GENTE perchè il nostro comandante, il tenente di vascello MASINI si era assunto tutte le responsabilità. La nave dove erano caduti i due aereo mobili inglesi - se ben ricordo - si chiamava "Reginaldo Foscarin" [Marco Foscarini, nda], nome nobile di una città nobile: Venezia. La conducemmo fortunosamente a rimorchio fino al porto di Tripoli dove seguitò a bruciare per circa 15 giorni. Ora la storia è veramente finita ma nella mia mente è tornato quel filo conduttore di cui alle prime righe di questo mio scritto: ed allora un monito indirizzato a quei vitelloni che un giorno seduti con certi cosidetti "amici" mi si tacciò di aver PERDUTO LA GUERRA. A buon intenditor poche parole! Ma vorrei ricordare a quei signori che la nostra vita è un dono sacro ma anche un'avventura (?) e con un po' di fortuna bisogna saperla anche vivere! Comunque "DULCIS IN FUNDO" sono orgoglioso di aver servito la patria facendo il mio dovere e se fosse necessario lo farei ancora. P.S. A bordo della "R. TORPEDINIERA PALLADE - DEA della sapienza" ho girato in lungo e in largo, per me è stata come una madre, da essa ho appreso quello che sono stato e che sono tuttora. Ricordo con tanto affetto il comandante in seconda ANTONOFF, figlio di esuli russi, e tutti i miei compagni con i quali ho diviso gioie e dolori. Di Tripoli ricordo il castello a ridosso del mare, il molo sottoflutto dove attraccavano le navi di piccolo cabotaggio, i grandi Hangar da dove partivano per missioni di guerra con la loro grande autonomia gli idrovolanti SAVOIA MARCHETTI, il fantastico lungomare con la fontana della "GAZZELLA" ed infine piazza ITALIA a ridosso dell'HOTEL HALAMBRA, il grande mercato SUC EL TURK dove si potevano ammirare fantastici prodotti di artigianato locale”.



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