sabato 1 dicembre 2018

Marco Foscarini (II)

La Marco Foscarini (da “Storia del cantiere navale di Monfalcone, 1908-2008” di Pietro Valenti, Luglio Editore, 2007, via Francesco De Domenico e www.naviearmatori.net)

Motonave da carico da 6404,87 (o 6406, o 6342) tsl, 3172 tsn e 10.325 (o 10.490) tpl, lunga 134,11 metri, larga 18,44-18,47 e pescante 11,84, con velocità di 14,5-16,5 nodi. Appartenente alla Società Italiana di Armamento (SIDARMA), con sede a Fiume, ed iscritta con matricola 107 al Compartimento Marittimo di Fiume.
Era armata, a scopo difensivo, con un cannone da 120/45 mm (sistemato a poppa) e ben 13 mitragliere contraeree singole da 20/70 mm, in plancette situate alle estremità e sulle sovrastrutture.

Seconda di questo nome (e per questo sovente menzionata come Foscarini II), la Foscarini faceva parte di una serie di nove grandi e moderne motonavi gemelle (nota come "classe Orseolo" o "classe Gritti"), costruite nei CRDA di Monfalcone per la SIDARMA, tutte battezzate con nomi di dogi ed altre figure importanti della storia della Repubblica di Venezia: le altre erano Marco Foscarini (I), Vettor Pisani, Sebastiano Venier (I), Andrea Gritti (I), Pietro Orseolo, Francesco Barbaro, Andrea Gritti (II) e Sebastiano Venier (II). Le prime sei, tra cui la prima Foscarini, erano state completate prima dello scoppio della guerra: Gritti (I), Orseolo e Pisani nel 1939, Foscarini (I), Barbaro e Venier (I) nel 1940. Foscarini II, Gritti II e Venier II, pressoché identiche alle prime sei, facevano invece parte del programma di costruzioni di guerra; impostate durante il conflitto ed entrate in servizio a partire dal 1943, ricevettero i nomi di tre navi del gruppo iniziale che nel frattempo erano andate perdute. La prima Foscarini era stata in assoluto la prima nave della serie ad andare perduta, venendo incendiata da un attacco aereo nel maggio 1941; portata all’incaglio davanti a Tripoli, era stata giudicata troppo danneggiata per poter essere riparata, ed il suo nome era stato così assegnato alla prima delle tre nuove motonavi messe in costruzione (il relitto della prima Foscarini fu poi autoaffondato alla caduta di Tripoli, nel gennaio 1943, e successivamente demolito dai britannici).

Nel dopoguerra, la SIDARMA acquistò dagli Stati Uniti una nave tipo "North Sands" (noto anche come tipo "Fort" o "Liberty canadese", un tipo standardizzato di piroscafo da carico costruito durante la guerra in 198 esemplari), la Fort Grahame, e la ribattezzò Marco Foscarini. La terza Foscarini era stata completata in Canada come Fort Grahame nel febbraio 1943, cioè proprio negli stessi giorni in cui la seconda Foscarini aveva lasciato i cantieri di Monfalcone. Passata sotto bandiera italiana nel 1948, questa nave rimase in servizio con la SIDARMA fino al 1959, terminando la sua esistenza in un cantiere di demolizione jugoslavo nel 1966.

Breve e parziale cronologia.

30 dicembre 1940
Impostata nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 1254).
28 settembre 1942
Varata nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone.
6 febbraio 1943
Completata per la Società Italiana di Armamento (SIDARMA), con sede a Fiume.
7 febbraio 1943
Requisita a Venezia dalla Regia Marina, senza essere iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
17 marzo 1943
La Foscarini salpa da Taranto per Biserta alle 2.30, insieme alla motonave Nicolò Tommaseo, con la scorta del cacciatorpediniere Lubiana (capitano di fregata Luigi Caneschi, caposcorta), della torpediniera di scorta Tifone (capitano di corvetta Stefano Baccarini), della torpediniera Antares (capitano di corvetta Maurizio Ciccone) e del cacciasommergibili VAS 221. La navigazione durante la notte si svolge tranquilla sino alla prima mattina.
Verso le 10, nel Golfo di Squillace, si verifica un primo allarme, e viene avvistato un ricognitore, che ha localizzato il convoglio e lo tallona tenendosi fuori tiro. Tra le 13.30 e le 14.30, al largo di Punta Stilo, il convoglio viene attaccato a più riprese da quelli che da parte italiana vengono identificati come dodici aerosiluranti. Dalle fonti britanniche risulta che la forza attaccante era composta da nove aerosiluranti Bristol Beaufort del 39th Squadron della Royal Air Force (guidati dal tenente colonnello Larry Gaine, comandante del 39th Squadron), decollati da Malta alle 11.25 e scortati da altrettanti caccia Bristol Beaufighter del 272nd Squadron R.A.F. (guidati dal tenente colonnello John Buchanan, comandante del 272nd Squadron). Uno dei Beaufort, pilotato dal sergente D. W. Frazer, è dovuto ammarare al largo della costa maltese appena cinque minuti dopo il decollo, a causa di un improvviso guasto ai motori (i due membri dell’equipaggio sono stati subito soccorsi); gli altri incontrano il convoglio al largo di Punta Stilo (alle 13.25 circa, secondo l’orario britannico), e vanno all’attacco. I Beaufighters, intanto, ingaggiano la scorta aerea, che viene apprezzata da parte britannica come composta da due bombardieri Junkers Ju 88, dieci caccia bimotori Messerschmitt Bf 110, uno Junkers Ju 52 (identificazione quasi certamente errata), un bombardiere Dornier Do 217 ed un idrosilurante Heinkel He 115 (identificazione quasi certamente errata), che volano in cerchio sopra il convoglio a quote comprese tra i 240 e i 300 metri. Nella battaglia aerea, diversi Beaufighters lamentano l’inceppamento dei loro cannoncini proprio nei momenti cruciali in cui hanno i bersagli nel mirino; nondimeno, i caccia britannici rivendicano il danneggiamento di un Me 110, un Do 217, uno Ju 52 ed un He 115, mentre subiscono la perdita di un Beaufighter, con la morte del suo equipaggio (sergenti Lancelot H. Schultz, della RAAF, e William R. Wainwright). Si buttano nella mischia anche quattro caccia Messerschmitt Bf 110 del III./ZG 26, i quali, trovandosi in volo da Trapani a Gerbini, hanno avvistato l’attacco in corso e sono subito intervenuti, gettando in mare (per alleggerirsi) i serbatoi alari supplementari. Godendo del vantaggio della sorpresa e della quota (attaccano infatti da quota più elevata), i quattro Me 110 del ZG 26 rivendicano l’abbattimento di quattro o cinque Beaufighters; in realtà risulta che solo due di questi aerei siano andati perduti: quello già citato di Schultz e Wainwright ed un altro precipitato in mare al largo di Malta durante il volo di rientro, a causa di problemi ai motori. Da parte tedesca risulta la perdita di uno Ju 88 del 2./KG. 54, caduto in mare al largo di Punta Stilo (tratti in salvo il pilota ed altri due uomini).
Nel mentre, i Beauforts attaccano le navi dalla direzione della costa, volando a pelo d’acqua: Lubiana e Antares, che si trovano tra gli aerei e le motonavi, aprono il fuoco per primi con tiro di sbarramento; la Tifone accelera per difendere la Foscarini, quindi apre il fuoco con i cannoni da 100/47 mm e le mitragliere da 20 mm, scompaginando la formazione attaccante e ritenendo (con eccessivo ottimismo) di aver abbattuto tre aerei. Gli aerei rimasti tornano all’attacco da un’altra direzione e lanciano siluri rimanenti, che vengono evitati con la manovra dall’Antares e dalle motonavi, poi si allontanano inseguiti dai caccia della Luftwaffe.
Sette dei Beaufort, fatti segno ad intenso fuoco contraereo dalle navi della scorta (mentre i velivoli della Luftwaffe interferiscono poco o niente, essendo impegnati nello scontro con i Beaufighter), sganciano i loro siluri; l’ottavo aerosilurante, pilotato dal tenente Norman Petch, ha perso il suo siluro a causa di un difetto nel congegno di sgancio. Nonostante i piloti britannici rivendichino tre siluri certamente a segno (quelli lanciati dai Beaufort del tenente colonnello Gaine, del sergente Harry Deacon e del sergente E. P. Twiname) e quattro probabili (maggiore Don Tilley, maggiore Colin Milson, capitano Stanley Muller-Rowland, sergente ‘Paddy’ Garland), in realtà nessun siluro ha fatto centro, e tutte le navi escono completamente indenni dall’attacco. Uno dei Beaufort, pilotato dal capitano australiano Donald I. Fraser, viene abbattuto da un caccia tedesco (un Messerschmitt Bf 109, secondo una fonte); i quattro uomini dell’equipaggio vengono salvati e fatti prigionieri dalla VAS 221. Gli altri Beaufort, terminato l’attacco, si riuniscono in formazione compatta per potersi meglio proteggere dai caccia della scorta aerea; rientreranno tutti alla base di Luqa (Malta) dopo aver rivendicato l’abbattimento di un Messerschmitt Bf 110, un secondo e forse un terzo Bf 110 probabilmente abbattuti e quattro o cinque danneggiati.
Al tramonto il convoglio raggiunge Messina, dove sosta in rada dalle 19 alle 22, poi prosegue per Biserta senza più la VAS 221 ma con il rinforzo del cacciatorpediniere Lampo (capitano di corvetta Loris Albanese) e delle torpediniere Perseo (capitano di corvetta Saverio Marotta) e Cassiopea (capitano di corvetta Virginio Nasta).
18 marzo 1943
Alle 14 Lubiana e Tifone lasciano la scorta del convoglio, dirigendo per Napoli, dove devono assumere la scorta di altri convogli in partenza per la Tunisia.

La sovrastruttura prodiera della Foscarini in una foto scattata a Trieste il 6 febbraio 1943 (g.c. STORIA militare)

19 marzo 1943
All’1.30 il Lampo subisce una grave avaria di macchina, al punto da dover essere preso a rimorchio dalla Cassiopea; entrambe le unità devono così lasciare la scorta del convoglio e dirigere per Napoli (dove arriveranno alle 2.50 del 20, scortate dal cacciatorpediniere Gioberti). La scorta di Foscarini e Tommaseo si trova così ridotta alla sola Antares: di conseguenza, il convoglio viene dirottato a Trapani, dove giunge alle 11.20.
20 marzo 1943
Il convoglio lascia Trapani alle 4.30, rinforzato nella scorta dalle torpediniere Sagittario (capitano di corvetta Vittorio Barich) e Fortunale (capitano di corvetta Mario Castelli della Vinca, che diviene il nuovo caposcorta), per raggiungere Biserta.
Alle 11.15 il convoglio viene avvistato in posizione 37°57’ N e 11°44’ E dal sommergibile britannico Saracen (tenente di vascello Michael Geoffrey Rawson Lumby), che ne apprezza la rotta in 240° e la velocità in 15 nodi; oltre alle torpediniere (che Lumby identifica come cacciatorpediniere, e delle quali sovrastima il numero, credendo di vederne quattro), Foscarini e Tommaseo godono in quel momento anche di nutrita scorta aerea (16 velivoli, sempre secondo l’apprezzamento del comandante britannico). Il Saracen si avvicina fino a 1460 metri dal convoglio e si appresta a lanciare i suoi siluri contro la Foscarini, che appare come la nave più grande, ma proprio quando Lumby sta per lanciare, la motonave italiana lancia un allarme sommergibili e vira prontamente nella direzione del Saracen, così vanificandone il tentativo di attacco. Dato che le distanze sono troppo ridotte per poter tentare di manovrare per lanciare col tubo poppiero, il sommergibile britannico deve rinunciare all’attacco. Contemporaneamente all’allarme lanciato dalla Foscarini, anche l’ecogoniometro della Sagittario localizza il Saracen; anche la torpediniera accosta in direzione del battello nemico, ma non inizia subito il lancio delle bombe di profondità, per cercare di mantenere il contatto sonar (le esplosioni delle bombe, infatti, farebbero perdere il contatto). Poco dopo, tuttavia, la Sagittario perde egualmente il contatto, ed il caposcorta le ordina di riunirsi al convoglio.
Avvistato di nuovo nel Canale di Sicilia, verso mezzogiorno il convoglio viene duramente attaccato (ad est-nord-est di Pantelleria) da ben 21 bombardieri quadrimotori Consolidated B-24 "Liberator" dell’USAAF (altra fonte parla di bimotori North American B-25 "Mitchell"), scortati da 25 caccia pesanti Lockheed P-38 "Lightning", anch’essi statunitensi. Mentre i "Liberator" attaccano il convoglio, i "Lightning" vengono attaccati da un nutrito “sciame” di caccia italiani Macchi M.C. 200 e tedeschi Messerschmitt Bf 109 (questi ultimi del Jadgeschwader 53) provenienti dalla Sicilia; i caccia statunitensi reagiscono, contrattaccando a coppie attraverso lo strato di nubi che coprono il mare. Nella successiva battaglia aerea, i piloti dei "Lightning" (appartenenti al 96th Fighter Squadron dell’USAAF) rivendicano l’abbattimento di undici aerei dell’Asse (due Ju 88, otto Bf 109 più altri due probabili, ed “un caccia italiano monomotore a due posti”: forse un idrovolante CANT Z. 501 della 197a Squadriglia della Ricognizione Marittima, perduto quel giorno al largo di Alicudi), mentre i piloti italiani rivendicano l’abbattimento di un bimotore e di un secondo aereo di tipo non identificato, entrambi a nord di Capo Bon, ed i tedeschi quello di tre P-38 e due B-25. In realtà, come sempre, le rivendicazioni sono esagerate da tutte le parti: complessivamente, le perdite statunitensi consistono in due bombardieri abbattuti al largo di Capo Serrat ed in un P-38 gravemente danneggiato e costretto ad un atterraggio d’emergenza (nel quale subisce danni tali da essere considerato perduto), quelle italiane in un Macchi C. 200 precipitato presso Chinisia durante il ritorno alla base (presumibilmente per danni riportati nel combattimento) e quelle tedesche in un Messerschmitt Bf 109 del 6./JG 53 (tenente Herst, deceduto) ed in un Messerschmitt Me 210 dell’8/ZG. 1 (abbattuto dai mitraglieri dei B-25).
Quello lanciato dall’USAAF contro Foscarini e Tommaseo costituisce uno dei più pesanti attacchi aerei fino a quel momento subiti da un convoglio diretto in Tunisia, ma nessuna nave subisce danni; le bombe cadono tutte in mare e l’Antares abbatte uno degli aerei nemici (per altre fonti, due), mentre un altro viene abbattuto dai caccia tedeschi che formano la scorta aerea. La Sagittario setaccia lungamente il mare alla ricerca dell’equipaggio di uno degli aerei tedeschi abbattuti durante lo scontro, ma senza successo (per questo, arriverà in porto quattro ore più tardi del resto del convoglio).
Alle 19 il convoglio raggiunge Biserta.
1° aprile 1943
La Foscarini lascia Biserta a mezzogiorno alla volta di Napoli, scortata dalle torpediniere Antares (caposcorta), Orione e Fortunale.
2 aprile 1943
Il convoglio giunge a Napoli alle 15.55.
14 aprile 1943
Alle 5.10 la Foscarini salpa da Napoli per Biserta, scortata dalle torpediniere Sagittario (caposcorta, capitano di fregata Marco Notarbartolo), Cigno e Groppo. Alle 10.45 si unisce alla scorta anche la torpediniera Cassiopea; il convoglio entra a Trapani alle 21.10 e ne riparte alle 23.40.
15 aprile 1943
Tra le 00.53 e le 5.43, tra Trapani e Zembra, il convoglio viene continuamente sorvolato da aerei isolati e subisce sei attacchi da parte di essi, che lanciano varie bombe ed un siluro. Nel primo attacco la Foscarini viene mitragliata, con la morte di un militare tedesco; nell’ultimo, un siluro manca la motonave di pochissimo, passandole qualche metro a proravia. Il caposcorta Notarbartolo osserverà poi che è stato probabilmente grazie alla notte molto buia, con nuvole basse, se non si sono verificati attacchi da parte di formazioni aeree più numerose.
Alle sei del mattino Cigno e Cassiopea lasciano la scorta per rientrare a Trapani, venendo rimpiazzate dalle gemelle Libra e Perseo.
Il resto del convoglio giunge a Biserta alle 11.08.
 
La Foscarini fotografata a Trieste al termine dell’allestimento, il 6 febbraio 1943. E' visibile il cannone da 120 mm installato a poppa (g.c. STORIA militare)

L’affondamento

Alle 4.30 del 21 aprile 1943 la Foscarini lasciò Biserta per rientrare a Napoli, scortata dalla moderna torpediniera di scorta Ardimentoso (caposcorta, capitano di corvetta Domenico Ravera) e dalla torpediniera Libra (capitano di corvetta Gustavo Lovatelli).
I comandi britannici sapevano del viaggio: già il giorno precedente i decrittatori di "ULTRA" avevano intercettato e decifrato delle comunicazioni dalle quali risultava che «la Belluno avrebbe dovuto lasciare Tunisi e la Foscarini II Biserta nella mattina del 20, per incontrarsi alle 7.00 e procedere insieme verso l’Italia»; e dato che la partenza della Foscarini era stata poi posticipata di un giorno, il 21 aprile un nuovo dispaccio di "ULTRA" si era affrettato a precisare che «…la Foscarini, che doveva lasciare Biserta per unirsi a questo piroscafo [Belluno, salpato da Tunisi alle 4 del 20 come previsto], è stata ritardata di ventiquattr’ore».
Le condizioni meteomarine non erano delle migliori: mare grosso e tempo pessimo.
Al largo delle Egadi, le sorti della Foscarini s’incrociarono con quelle del sommergibile britannico Unison (tenente di vascello Anthony Robert Daniell), che stava rientrando a Malta al termine di una missione particolarmente infruttuosa. Partito da Malta il 10 aprile, l’Unison aveva pattugliato per una decina di giorni il mare a nord della Sicilia, ma non aveva avvistato altro che navi ospedale; stava tornando alla base a mani vuote quando, giunto a ponente delle Egadi, aveva ricevuto ordine di trattenersi in quella zona (a sudovest di Marettimo) per un altro giorno, in quanto c’era una sorta di “ingorgo” di sommergibili nel Canale di Sicilia, ed era meglio evitare incidenti. Fu proprio questo rinvio di un giorno a risultare fortunato per l’Unison, e fatale per la Foscarini.
Alle 11.54 dello stesso 21 aprile, infatti, l’Unison rilevò in posizione 37°48’ N e 11°32’ E dei rumori prodotti da un motore diesel che stava andando a velocità piuttosto bassa, e si portò a quota periscopica per vedere di cosa si trattasse. Alle 11.57 il sommergibile britannico avvistò una grossa nave mercantile, scortata da una torpediniera (la seconda, evidentemente, non era visibile): si trattava della Foscarini e della sua scorta. L’Unison iniziò la manovra di attacco; giunto a circa mille metri di distanza, lanciò quattro siluri contro la motonave italiana, in una salva piuttosto ampia. Per ovviare al mare grosso, Daniell lanciò i siluri “parallelamente” alla direzione delle onde.
Le fonti italiane, con una divergenza di alcuni minuti rispetto a quelle britanniche, riportano l’attacco come avvenuto alle 12.18, a 28 miglia per 270° da Marettimo (cioè ad ovest di quell’isola). Dei quattro siluri lanciati dall’Unison, due andarono a segno, rispettivamente 60 e 66 secondi dopo il lancio del primo siluro (per altra fonte, la Foscarini fu colpita da un solo siluro); la Foscarini affondò in soli quattro minuti nel punto 37°50’ N e 11°30’ E (a nordest della Tunisia ed a ponente di Marsala), una quarantina di miglia (42, per una fonte) ad ovest di Favignana.
A bordo dell’Unison, il comandante Daniell invitò il secondo capo William George Barnett di dare un’occhiata al periscopio per assistere all’affondametno della loro vittima; Barnett avrebbe in seguito ricordato che la Foscarini, colpita da due siluri, “affondò come un sasso”. Furono anche scattate, attraverso il periscopio, alcune fotografie.
La Libra sottopose il sommergibile attaccante a pesante caccia, e vide affiorare in superficie una chiazza di nafta, il che indusse a ritenere di averlo certamente danneggiato. In realtà, l’Unison non subì danni; il comandante Daniell registrò nel diario di bordo che il contrattacco durò dalle 12.13 alle 13.12, con il lancio di 14 bombe di profondità che esplosero tutte lontane, in quanto la nave italiana non era riuscita ad ottenere un contatto.


Secondo William George Barnett, imbarcato sull’Unison, queste due immagini – scattate attraverso il periscopio del sommergibile – mostrerebbero il siluramento e affondamento della Foscarini (da www.bbc.co.uk). Si esprimono qui però dei dubbi su tale identificazione.



Secondo i documenti dell’U.S.M.M., consultati dal ricercatore Platon Alexiades, dei 125 uomini imbarcati sulla Foscarini 97 poterono essere salvati da Libra ed Ardimentoso, nonostante il mare grosso; le vittime furono 29, perché uno dei sopravvissuti, un militare tedesco, morì in seguito per le ferite.
Altra fonte (Uboat.net) fornisce dei dati leggermente differenti; gli uomini imbarcati sulla Foscarini sarebbero stati 120, ed i naufraghi raccolti 96, uno dei quali, un ufficiale tedesco, sarebbe successivamente deceduto per le ferite. In questo caso le vittime ed i superstiti sarebbero state rispettivamente 25 e 95.
Ultimato il salvataggio, le due torpediniere diressero per Trapani, dove giunsero alle 18.30 dello stesso giorno.

Alcune delle vittime della Foscarini:

Guglielmo Almerigotti, marittimo civile, da Trieste (Marina Mercantile)
Vito Barravecchia, marinaio carpentiere, da Catania (Regia Marina) (*)
Antonio Bonich, marittimo civile, da Lussinpiccolo (Marina Mercantile)
Matteo Bussani, mozzo, da Lussinpiccolo (Marina Mercantile)
Rodolfo Finderle, elettricista, da Fiume (Marina Mercantile)
Filippo Keliner, marittimo civile, da Muggia (Marina Mercantile)
Grazio Laghezza, marinaio fuochista, nato negli U.S.A. (Regia Marina) (*)
Egidio Lettis, marittimo civile, da Volosca (Marina Mercantile)
Cataldo Lupo, marinaio fuochista, da San Cataldo (Regia Marina) (*)
Ivo Maurizi, marinaio fuochista, da Arezzo (Regia Marina) (*)
Bruno Viezzoli, marittimo civile, da Pirano (Marina Mercantile)


(*) I nomi dei quattro marinai della Regia Marina sono stati estrapolati dall’albo dei caduti e dispersi della Marina Militare nella seconda guerra mondiale, nel quale non è indicato esplicitamente il nome della nave mercantile su cui erano imbarcati; tuttavia è indicata per essi, come reparto, la sigla "non specificato (012)" che designa il personale imbarcato su navi mercantili, e la data di dispersione del 21 aprile 1943. La Marco Foscarini è l’unica nave mercantile italiana affondata il 21 aprile 1943.


L’affondamento della Foscarini nel giornale di bordo dell’Unison (da Uboat.net):

“1154 hours - In position 37°48'N, 11°32'E heard slow diesel HE bearing 230°. Went to periscope depth.
1157 hours - On coming to periscope depth sighted a large merchant vessel escorted by a torpedo-boat. Started attack in which four torpedoes were fired from 1100 yards. Two torpedo hits were heard after 1m and 1m 6s after firing the first torpedo.
1213 hours - The escort started a counter attack but was never in contact. She dropped fourteen depth charges but none were close.
1312 hours - HE faded and A/S transmissions ceased.”


Il relitto della Foscarini, la cui presenza era nota ad alcuni pescatori delle Egadi (che però ne ignoravano l’identità), è stato ritrovato nell’agosto del 2017 dai subacquei del gruppo Rebreather Sicilia (tra cui Riccardo Cingillo, Mariano Pulizzi, Aldo Ferrucci, Massimiliano Piccolo e, per la seconda immersione, Mario Arena), indirizzati sul posto proprio da un amico pescatore, che aveva più volte parlato loro del relitto di una grossa nave che giaceva a sole 24 miglia dalle Egadi. La Foscarini giace adagiata sul fianco di dritta, a 98 metri di profondità; il relitto è strutturalmente integro ad eccezione della poppa, che è staccata dal resto della nave e giace poco lontano, orientata perpendicolarmente rispetto al resto del relitto. A causa dei decenni trascorsi in fondo al mare, e forse anche di lavori di recupero svolti in passato, la nave si presenta molto danneggiata, ad eccezione della sovrastruttura della plancia (che appare invece piuttosto ben conservata); le due stive prodiere contengono una grande quantità di fusti di carburante, che per effetto della corrosione causata dal mare perdono tuttora il loro contenuto, al punto che in condizioni di mare calmo si sente distintamente una forte puzza di carburante anche in superficie (il che ha contribuito ad agevolarne il ritrovamento). Sulla poppa è ancora riconoscibile una mitragliera contraerea. La zona in cui giace il relitto è spazzata da forti correnti, che insieme alla notevole profondità rendono difficile l’immersione.


Due fotografie del relitto della Marco Foscarini (da www.blogsicilia.it): sopra, la sovrastruttura prodiera adagiata su un fianco; sotto, fusti di carburante in una stiva.




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