martedì 14 gennaio 2014

D'Annunzio


Una motonave della serie Poeti, molto probabilmente la D’Annunzio (g.c. Mauro Millefiorini)

La D’Annunzio era una moderna motonave da carico da 4357 tsl, di proprietà della Società Anonima di Navigazione Tirrenia (di Napoli), ed iscritta con matricola 104 al Compartimento Marittimo di Fiume.
Impostata nei Cantieri Navali del Quarnaro (di Fiume), il 31 luglio 1940 con numero di costruzione 221, varata il 18 dicembre 1941 e completata nel settembre 1942, la nave faceva parte della classe “Poeti”, una serie di undici moderne motonavi concepite sia per il servizio commerciale per la Tirrenia (sulle rotte dell’Europa settentrionale e lungo le coste italiane) che per l’impiego bellico nel trasporto di rifornimenti: a questo scopo le navi della classe “Poeti” avevano dimensioni inferiori alle altre motonavi di nuova costruzione (stazza lorda sulle 4500 tsl invece di 6000-8000 tsl come le altre navi) ed una sagoma studiata, al pari delle dimensioni, per ridurre la possibilità del loro avvistamento. Robuste e dotate di buone qualità nautiche, le “Poeti” raggiungevano la notevole velocità (per una nave mercantile) di oltre 14 nodi, anch’essa utile per ridurre il rischio di essere intercettate e, in caso di attacco, colpite. La lunghezza era di 117 metri e la larghezza di 15,2.
Come tutte le moderne motonavi di nuova costruzione, appena entrata in servizio la D’Annunzio venne requisita dalla Regia Marina (il 25 settembre 1942, a Fiume), armata con un cannone da 120/45 mm e 5-7 mitragliere contraeree Oerlikon da 20 mm, ed assegnata al trasporto di rifornimenti sulle rotte per la Libia.

Il 12 ottobre 1942, alle otto di sera, la D’Annunzio salpò da Brindisi diretta in Libia, scortata dai cacciatorpediniere Folgore e Nicoloso Da Recco, dalla torpediniera di scorta Ardito e dalla torpediniera Clio. Durante la navigazione il convoglio si unì ad un altro partito da Corfù, e composto dalla motonave Foscolo (gemella della D’Annunzio) scortata dal cacciatorpediniere Lampo e dalla torpediniera Partenope. La scorta aerea raggiunse il convoglio secondo i piani e si mantenne sul suo cielo per tutto il giorno, nonostante le condizioni meteorologiche avverse. Il convoglio venne violentemente attaccato dal cielo nella notte tra il 13 ed il 14, ma l’intenso tiro delle armi contraeree delle navi italiane respinse i velivoli attaccanti, e tutte le navi raggiunsero indenni la loro destinazione alle due del pomeriggio del 14 ottobre.

Il 2 novembre 1942 la D’Annunzio giunse nella baia di Potamòs, a Corfù, dove imbarcò celermente i mezzi ed i materiali del Reggimento “Cavalleggeri di Lodi” (precisamente lo Squadrone Contraerei con otto mitragliere contraeree da 20 mm, il 2° Squadrone Motociclisti ed il 1° Squadrone Autoblindo con 17 autoblindo Fiat-Ansaldo AB41), trasbordati dalla motonave Valfiorita, portata ad incagliare a Corfù a fine settembre dopo essere stata gravemente danneggiata da un attacco aereo nel corso di un viaggio verso la Libia. Terminato il trasbordo, la D’Annunzio ripartì per la Libia la notte del 4 novembre, ma dovette essere dirottata al Pireo per sfuggire alla caccia britannica, restandovi per dieci giorni. Partita ancora una volta con la copertura della notte ed approfittando del maltempo (preannunciato dalle previsioni meteorologiche ed effettivamente arrivato), che si supponeva potesse garantire una maggiore sicurezza ostacolando eventuali attaccanti, la D’Annunzio, dopo tre giorni di navigazione nel mare in burrasca, raggiunse Tripoli e mise subito a terra il carico. Subito dopo lo sbarco, nel pomeriggio dello stesso giorno, la moderna motonave fu gravemente danneggiata (il capitano Tullio Confalonieri dei “Cavalleggeri di Lodi” annotò addirittura nel suo diario, scritto successivamente durante la prigionia, che la D’Annunzio era stata semiaffondata) da un attacco aereo mentre si trovava nella rada di Tripoli.

Il 15 gennaio 1943 la D’Annunzio, al comando del capitano Vincenzo Nardo, lasciò Tripoli, ormai prossima alla caduta, con la scorta della torpediniera Perseo (tenente di vascello Saverio Marotta). Anche la torpediniera Calliope aveva preso il mare (a mezzogiorno, secondo un membro del suo equipaggio) per scortare la motonave insieme alla Perseo, ma la burrasca in corso – mare grosso da tramontana – costrinse la Calliope a rientrare a Tripoli dopo appena 40 minuti. La D’Annunzio, diretta a Trapani (od a Palermo), aveva a bordo circa trecento uomini, compresi 100 detenuti delle carceri di Tripoli da trasferire a Napoli, tra cui degli antifascisti, prigionieri politici (secondo “Con la pelle appesa a un chiodo” di Vero Roberti si trattava di 100 detenuti politici, mentre per altra versione riportata dal sito Trentoincina – sulla scorta di quanto riportato dal sottotenente di vascello Romualdo Balzano, ufficiale della Perseo – erano i detenuti delle carceri di Tripoli, che la D’Annunzio doveva trasferire a Napoli in previsione della caduta della città libica; probabilmente si trattava di tutti i detenuti, sia criminali comuni che prigionieri politici). I comandi britannici, tuttavia, aspettandosi che le navi italiane rimaste a Tripoli sarebbero state fatte partire in un ultimo tentativo di evacuarle prima che andassero distrutte, disposero l’invio di forze aeree, navali e subacquee per intercettarle e distruggerle, attaccando a colpo sicuro le poche e prevedibili rotte rimaste. Il convoglio formato dalla D’Annunzio e dalla Perseo venne avvistato da un ricognitore britannico, e da Malta prese il mare la Forza Q (per altra versione Forza K) per intercettarlo: la componevano gli incrociatori leggeri Dido ed Euryalus ed i cacciatorpediniere Nubian, Kelvin e Javelin.
Alle 3.19 del 16 gennaio, a 50 miglia per 180° da Lampedusa, la Perseo avvistò, a 4000 metri sulla sinistra del convoglio, il profilo di una nave da guerra: era una delle navi della Forza K, che da parte sua aveva già rilevato sul radar le navi italiane. Nel momento stesso in cui la torpediniera italiana avvistò l’unità nemica, si ritrovò inquadrata dalla luce di un proiettore ed al tempo stesso dalla prima salva d’artiglieria. Due minuti dopo anche le altre unità britanniche (si trattava dei soli Nubian e Kelvin) aprirono il fuoco, anch’esse sulla Perseo; tra le 3.22 e le 3.25 la torpediniera, mentre tentava di accostare, accelerare e rispondere al fuoco, venne colpita più volte da diversi proiettili, subendo gravi danni e perdite tra l’equipaggio. Alle 3.26 i due cacciatorpediniere iniziarono a convergere verso la D’Annunzio, che illuminarono con un proiettore ed immediatamente bersagliarono con il tiro dei loro cannoni; mentre – alle 3.27 – la Perseo invertiva la rotta per contrattaccare, la motonave venne colpita ed incendiata, ma ciononostante alle 3.29 aprì a sua volta il fuoco con il cannone e le mitragliere, in un disperato tentativo di difendersi. Dopo essere andata due volte, inutilmente, all’attacco silurante – neppure notato dai cacciatorpediniere britannici, concentrati a distruggere il mercantile –, alle 3.35 ed alle 3.45, ed aver così esaurito tutti i siluri di cui era dotata, la Perseo dovette ritirarsi verso nord a 15 nodi: aveva un violento incendio a bordo, i cannoni poppieri erano fuori uso (erano stati centrati dalla prima salva britannica), parecchi uomini del suo equipaggio erano rimasti uccisi o feriti.
La D’Annunzio, ridotta ad un relitto in fiamme dalle salve del Nubian e del Kelvin (secondo “Navi mercantili perdute” dell’USMM dei cacciatorpediniere Paladin e Javelin, ma per la verità sembrerebbe che il Paladin non fosse nemmeno presente allo scontro, mentre lo Javelin non vi prese direttamente parte), venne finita dal Kelvin con una salva di cinque siluri, uno dei quali andò a segno: scossa dall’esplosione del siluro, la D’Annunzio s’inabissò intorno alle quattro del mattino, in posizione 33°44’ N e 11°30’ E, una sessantina di miglia a sud di Lampedusa.

Il Nubian raccolse solo cinque naufraghi della motonave, da un’imbarcazione che aveva avvistato subito dopo l’affondamento (per altra fonte ne recuperò dieci, ma probabilmente è un errore derivante dal numero totale dei superstiti; altra fonte ancora, di dubbia affidabilità, afferma che le navi britanniche recuperarono in tutto nove sopravvissuti ed un corpo senza vita, quello del terzo ufficiale Ugo Turcio). In conseguenza dei gravi danni subiti nel combattimento, la Perseo, giunta a Lampedusa alle otto del mattino, non poté ripartire per tornare sul luogo dello scontro a soccorrere i sopravvissuti.
Una decina di giorni dopo l’affondamento una zattera della D’Annunzio, spinta dalle correnti, raggiunse la terra vicino a Zuara, nella Libia ormai completamente occupata dalle forze alleate: a bordo aveva soltanto due sopravvissuti, stremati dai dieci giorni trascorsi alla deriva.
Anche altri tre uomini riuscirono a salvarsi; furono pertanto dieci, in tutto, i sopravvissuti della D’Annunzio. Del resto dei trecento uomini imbarcati sulla sfortunata motonave, tra cui il comandante Nardo e quasi tutti i detenuti di Tripoli, non si seppe più nulla.


Le vittime tra l’equipaggio civile della D’Annunzio:

Matteo Bacchia, secondo cuoco, da Chersano
Tommaso Barcovich, primo cuoco, da Valsantamarina
Ferdinando Blasich, nostromo, da Abbazia
Carlo Braiuca (o Braiuta), marinaio, da Pola
Pantaleo Cassanelli, carpentiere, da Molfetta
Renato Cecchi, direttore di macchina, da Laurana
Andrea Chersi, giovanotto di coperta, da Cherso
Antonio Cossi, marittimo, da Albona
Mario Cossi, giovanotto di coperta, da Fiume
Giovanni Craizar, carpentiere, da Abbazia
Giovanni Craizar, fuochista, da Bogliuno
Giovanni Crulcich, secondo ufficiale di macchina, da Fiume (41 anni)
Alessandro Delchiaro, primo ufficiale di macchina, da Fiume (49 anni)
Antonio Gerdisco, marittimo, da Laurana
Albino Ghersovich, cameriere, da Valsantamarina
Guido Grava, marinaio, da Fiume
Matteo Hlanuda, cameriere, da Abbazia
Ladislao Hlavaty, elettricista, da Trieste
Gabriele Hreglia, panettiere, da Valsantamarina
Rodolfo Mandich, marinaio, da Fiume
Mario Micaucic, marinaio, da Valdarsa
Vincenzo Nardo, comandante, da Pola
Francesco Nitsch, primo elettricista, da Fiume
Antonio Noventa, elettricista, da Trieste
Mario Stancich, fuochista, da Brioni
Giuseppe Tomsich, primo ufficiale, da Fiume
Ugo Turcio, terzo ufficiale, da Palermo
Amedeo Uratorin, marinaio, da Fiume


Nulla è stato possibile trovare in merito al resto dei trecento uomini imbarcati.



[Qualche tempo fa è stato pubblicato su una cosiddetta rivista croata, che qui non si nominerà per evitare di farne accidentalmente pubblicità, un articolo da parte di un presunto giornalista, tale Slavko Suzic, il quale dopo una premessa arricchita da un pregevole quantitativo di inesatte idiozie relative alla guerra dei convogli tra l’Italia e l’Africa Settentrionale ed al ruolo che in essa ebbe la Marina Mercantile italiana, ha descritto l’episodio dell’affondamento della D’Annunzio. Ignorando tutte le fonti esistenti, il predetto scribacchino ha affermato nel suo “articolo” che la Perseo fuggì al momento dell’apparire dei cacciatorpediniere britannici, condendo il tutto con una foto di uno dei cacciatorpediniere presentata come ritraente la Perseo stessa, a riconferma della propria incompetenza in materia. Qualcuno potrebbe far presente al Suzic i gravi danni che la Perseo subì nella disperata difesa della motonave, che lasciò soltanto quando questa era già incendiata e agonizzante, e dopo essere stata a sua volta gravemente danneggiata attaccando forze soverchianti, contrattacchi nei quali aveva lanciato tutti i suoi siluri; qualcuno potrebbe fare i nomi dei marinai della Perseo – Eugenio Codebo, Giovanni De Franceschi, Luigi De Rosa, Domenico La Forgia, Gino Motta, Giuseppe Nicosia, Carmelo Raniolo, e Vincenzo Riccardi – che morirono nell’impari combattimento. Qualcuno ha in verità scritto alla suddetta rivista denunciando le suddette menzogne, ma gli autori si sono coraggiosamente astenuti dal rispondere. Tutto ciò si è voluto far qui presente ad infamia del Suzic.]








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