martedì 26 novembre 2013

Albatros

L’Albatros, prima unità della Regia Marina progettata e costruita per impiego contro i sommergibili (si trattava di un mezzo “sperimentale”), sarebbe dovuta essere il prototipo per una classe di 25 unità, ma la sua mediocre riuscita fece sì che rimanesse un’unità singola (foto g.c. Mauro Millefiorini)

Alle 9.02 gli uomini sulla plancia dell’Albatros avvistarono la scia di un siluro a circa 60° al traverso; il comandante Mazzetti ordinò correttamente di portare la velocità al massimo e mettere tutta la barra a sinistra nel tentativo di rivolgere la poppa al siluro, ma la bassa velocità della nave al momento dell’attacco rese la manovra troppo lenta, e quindici secondi dopo l’avvistamento della scia il siluro colpì l’Albatros sotto la plancia, spezzandolo in due. Il troncone prodiero affondò immediatamente, quello poppiero dopo circa cinque minuti, in posizione 38°24’ N e 15°22’ E, otto miglia a nordovest di Capo Rasocolmo (Milazzo). Coloro che rimasero indenni o feriti solo lievemente fecero il possibile per soccorrere i feriti gravi e liberare gli uomini intrappolati nei locali interni, ma non ve ne fu il tempo. Affondarono con la nave 32 membri dell’equipaggio, tra cui il direttore di macchina Guglielmo Musella, oltre al maggiore von Rucketschell ed al tenente Koch: i due ufficiali tedeschi rimasero probabilmente uccisi dall’esplosione perché, al momento dell’impatto del siluro, si trovavano nel locale dell’ecogoniometro, nella parte più bassa dello scafo, dov’erano scesi per osservare il funzionamento dello strumento.
(La cifra complessiva risulta così di 51 uomini tratti in salvo, ma probabilmente l’U 371, come accaduto in altri casi simili, non fornì una stima esatta dei naufraghi recuperati, magari contando erroneamente due volte qualche superstite. Gli uomini complessivamente recuperati dal mare, infatti, compresi due che non sopravvissero, furono 49 e non 51).
08:58 - An explosion after a torpedo run of 3000 yards."
Cacciasommergibili, dal 1939 riclassificato torpediniera per ragioni puramente burocratiche (non aveva alcun armamento silurante).
Prima unità della Regia Marina progettata e costruita espressamente per l’impiego contro i sommergibili, era un mezzo “sperimentale”, che ebbe una gestazione travagliata: gli studi preliminari per il progetto vennero avviati nel 1929, ma la nave venne effettivamente impostata solo nel novembre 1931, e dall’impostazione al suo completamento trascorsero ben tre anni, nonostante le sue ridotte dimensioni. Lunga 70,56 metri, larga 6,9 e pescante 1,71 metri in condizioni “standard” e 2,25 metri a pieno carico, l’Albatros aveva un dislocamento standard di sole 334 tonnellate (408 per altra fonte), che diventavano 490 a pieno carico (499,5 per altra fonte).
L’apparato propulsivo era costituito da due turbine Belluzzo della potenza complessiva di 4300 HP, su due eliche, alimentate da due caldaie; la velocità massima era di 24,5 nodi, non eccezionale ma sufficiente per la caccia ai sommergibili, l’autonomia di 1420 miglia a 14 nodi (con una riserva di 72 tonnellate di carburante).
L’equipaggio era composto da 52 uomini, tra cui tre ufficiali.
 
Frutto dell’esigenza, sorta nella Marina italiana alla fine degli anni Venti, di realizzare unità specificamente dedicate alla lotta antisommergibili, l’Albatros, la cui costruzione venne decisa a titolo sperimentale con il programma navale del 1930-1931, venne progettato dal Comitato Progettazione Navi di Genova in collaborazione con i cantieri navali di Genova, anche se la costruzione venne affidata a quelli di Palermo. Il progetto si ispirava alle forme di scafo delle piccole torpediniere costiere del primo ventennio del XX secolo; la nave sarebbe dovuta essere il prototipo per una classe di 25 unità, ma la sua mediocre riuscita fece sì che rimanesse un’unità singola. L’Albatros mostrò infatti scarse qualità di tenuta del mare in mare aperto e problemi nel funzionamento e nella manutenzione dell’apparato motore; il suo elevato coefficiente di finezza, pensato per garantire una velocità adeguata alla caccia ai sommergibili, andò però a discapito della sua robustezza, manovrabilità e tenuta del mare. Anche l’armamento artiglieresco e contraereo risultò inadeguato, consistendo in due cannoni da 100/47 mm in impianti singoli e quattro poco efficaci mitragliere contraeree da 13,2/76 mm (un impianto binato e due singoli), mentre contro i sommergibili c’erano quattro lanciabombe e due tramogge per bombe di profondità (nonché due torpedini da rimorchio). In origine era previsto che l’armamento comprendesse anche un impianto lanciasiluri binato da 450 mm, ma non venne mai installato, sostituito dalla mitragliera binata da 13,2 mm.
Già alla fine del 1936, accantonato il progetto dell’Albatros, la Regia Marina passò allo sviluppo di un tipo di nave scorta di maggiori dimensioni ed armamento più potente: i ben più riusciti “avvisi scorta” della classe Orsa, poi riprodotti e migliorati nelle torpediniere di scorta della classe Ciclone.
 
Nonostante le sue modeste prestazioni, l’Albatros riuscì ad ottenere un successo nella lotta antisommergibile, affondando con cariche di profondità, il 16 luglio 1940, il sommergibile britannico Phoenix. In quanto unico mezzo espressamente antisommergibile della Regia Marina, nel 1939 l’unità era stata la prima nave italiana ad imbarcare un ecogoniometro (foto Franco Bargoni, via Giuseppe Garufi)

Prova della scarsa fiducia nelle qualità dell’Albatros, preso degradata ad unità di “seconda linea”, è che nel 1937, a soli tre anni dall’entrata in servizio, i relativamente moderni cannoni da 100/47 mm vennero sbarcati e sostituiti con due antiquati cannoni Schneider-Armstrong Mod. 1914-1915 da 102/35 mm: si pensava evidentemente che per quel che doveva fare l’Albatros quegli obsoleti pezzi fossero più che sufficienti, mentre il suo originario armamento artiglieresco finì destinato proprio sui mezzi che era nato per combattere: i sommergibili. Persino l’armamento contraereo venne indebolito, eliminando anche l’impianto binato da 13,2 mm e riducendo così la difesa della piccola nave contro gli attacchi aerei a due sole mitragliere singole di quel calibro, cui poi furono aggiunte due ancor meno efficaci mitragliatrici da 8 mm.
(Secondo altra fonte, l’armamento contraereo dell’Albatros sarebbe stato costituito in origine da due mitragliere binate da 13,2 mm, sostituite nel 1937 con altrettante armi singole dello stesso calibro, sostituite nel 1939 con due mitragliatrici singole da 8 mm. Secondo altra ancora, l’armamento sarebbe stato composto da un unico complesso binato Breda Mod. 31 da 13,2 mm, sostituito nel 1937 da due mitragliere singole da 8 mm. Secondo Navypedia ed il libro “Italian Warships of World War 2” di Ian Allan ed Aldo Fraccaroli, invece, nel 1939 l’Albatros avrebbe ricevuto due mitragliere singole Breda 1939 da 37/54 mm, un netto miglioramento rispetto alle armi precedenti).
Di converso, nel 1939 l’Albatros fu la prima unità della Regia Marina a ricevere un ecogoniometro, a scopo sperimentale: all’entrata in guerra dell’Italia, l’anno successivo, era ancora l’unica nave italiana ad averne uno.
 
Durante la seconda guerra mondiale ebbe base a Messina, svolgendo attività di vigilanza antisommergibili nello Stretto e brevi missioni di scorta lungo le coste della Sicilia orientale ed in Mar Ionio. In sedici mesi di guerra svolse in tutto 136 missioni (50 di ricerca antisommergibili, 25 di scorta costiera, 3 per prove degli apparati elettroacustici, 3 per addestramento nell’uso delle armi di bordo, due per addestramento nell’uso dell’ecogoniometro – usando come bersaglio un sommergibile nazionale – e 20 di altro tipo, quali trasferimento, assistenza a navi danneggiate, salvataggio naufraghi etc.), trascorrendo 1904 ore in mare e percorrendo 16.320 miglia nautiche. Quasi tutte queste missioni vennero svolte nelle acque della Sicilia orientale, a sud e a nord dello stretto di Messina, una delle zone più frequentate dai sommergibili britannici.
A dispetto della pessima valutazione che ne danno gli storici e che ne diede lo stesso comando della Marina, va notato che l’Albatros riuscì, nella sua carriera, ad affondare un sommergibile – il britannico Phoenix –, a differenza di tante navi più… blasonate.
 
Breve e parziale cronologia.
 
20 novembre 1931
Impostazione nei Cantieri Navali Riuniti di Palermo.
27 maggio 1934
Varo nei Cantieri Navali Riuniti di Palermo.
31 dicembre 1934
Entrata in servizio. Classificato cacciasommergibili.

L’unità a La Spezia nel 1935 (da “Corvette e pattugliatori italiani” di Franco Bargoni e Franco Gay, USMM, Roma 2004). Durante la guerra l’Albatros effettuò 57 missioni, principalmente di scorta costiera ed antisommergibile nello Ionio e nelle acque della Sicilia, ed ebbe tra l’altro l’onore di scortare il transatlantico Rex nel suo ultimo viaggio da Genova a Trieste.

1935
Dislocata a La Spezia, a disposizione dell’Istituto per Sperimentazioni Navali (Mariperman). Vi rimarrà, impiegato come unità sperimentale, fino al giugno 1940, quando verrà trasferito a Messina nell’imminenza dell’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale.
1938 o 1939
Riclassificato torpediniera.

La nave in una foto del Jane’s Fighting Ships del 1938 (tratta da detta rivista, via g.c. Giuseppe Garufi)

Giugno 1939
Riceve l’ecogoniometro SAFAR 600, il primo sviluppato in Italia, e viene impiegata nella sua sperimentazione, che dà risultati soddisfacenti: grazie ad esso l’Albatros è in grado di localizzare sommergibili immersi a 3000-3500 metri di distanza, e nelle prove eseguite a inizio 1940, anche a 7000 metri di distanza. Le prove vengono eseguite nel Golfo della Spezia, ad una velocità massima di 12 nodi.
Nonostante i buoni risultati, il SAFAR 600 non viene riprodotto in massa, perché i vertici della Marina ritengono che l’ecogoniometro debba essere strumento prioritario per i sommergibili, più che per le unità di superficie: alla ditta SAFAR viene dunque ordinato di sospendere la produzione del SAFAR 600 per concentrarsi sulla produzione di un modello di ecogoniometro da impiegare sui sommergibili. Solo lo scoppio della seconda guerra mondiale indurrà, tardivamente, a riprendere la produzione dei SAFAR 600.
Inizio 1940
Durante prove effettuate nei primi mesi del 1940 l’ecogoniometro dell’Albatros riesce a localizzare sommergibili immersi da una distanza di 3000-3500 metri, ed occasionalmente anche da 7000 metri.
6 giugno 1940
Salpa da Genova scortando il grande transatlantico Rex, diretto a Trieste: in vista dell’imminente scoppio delle ostilità, si è deciso di trasferire gran parte dei più grandi e prestigiosi transatlantici italiani (Rex, Conte di Savoia, Giulio Cesare, Duilio, Saturnia, Vulcania) nell’Alto Adriatico, dove si ritiene saranno al sicuro dalle offese belliche. Il Rex non farà mai più ritorno a Genova.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. L’Albatros (al comando del capitano di corvetta Adriano Mazzetti di Pietralata, 33 anni, da Roma) forma la V Squadriglia Torpediniere, di base a Messina, insieme alle vecchie torpediniere Giuseppe Dezza, Giuseppe Cesare Abba, Simone Schiaffino e Giuseppe La Farina.
Cessata la fase di sperimentazione dell’ecogoniometro SAFAR, viene adibito a pattugliamenti antisommergibili nello Stretto di Messina, le cui forti correnti sottomarine ostacolano però l’impiego dell’ecogoniometro.
L’11 giugno il comandante dell’Albatros invia al Comando Militare Marittimo della Sicilia, da cui la nave dipende, un rapporto sullo stato di efficienza della nave; enumerando i quattro diversi apparati per la scoperta dei sommergibili di cui l’Albatros è dotato, il comandante Mazzetti scrive che il monoscopio a tripode ha dato risultati negativi ed è stato rimosso dal reparto Armamenti Navali, l’idrofono rimorchiabile ha dato risultati molto mediocri e non è al momento utilizzabile mentre sono allo studio le modifiche, i tubi C (idrofoni meccanici) hanno dato anch’essi scarsissimi risultati, in quanto l’ascolto è disturbato dal rumore dei motori ausiliari, che sono sempre in funzione; l’unico ad aver dato buoni, ed anzi eccellenti, risultati è l’ecogoniometro SAFAR, che tuttavia è anch’esso inutilizzabile perché gli ingegneri della ditta costruttrice, ritenendo di poterlo ancora migliorare, hanno smontato alcune componenti per apportare delle modifiche. Siccome l’ecogoniometro è l’unico apparato efficace per la scoperta dei sommergibili, scopo precipuo dell’Albatros, Mazzetti chiede di far rimettere a posto le componenti rimosse per renderlo nuovamente utilizzabile, pur continuando a studiare possibili migliorie.
Il volume "La lotta antisommergibili" dell’Ufficio Storico della Marina Militare descrive in dettaglio lo svolgimento delle azioni di ricerca antisommergibili dell’Albatros: generalmente, la nave operava isolata in un’area relativamente ridotta, di 100-150 miglia quadrate; entratavi riduceva la velocità a quattro nodi ed effettuava una ricerca a 360° della durata di circa mezz’ora, poi avanzava di 4-5 miglia a 16 nodi, senza usare l’ecogoniometro, per poi ridurre nuovamente la velocità a quattro nodi, effettuare di nuovo ricerca ecogoniometrica a 360° e così via. La rotta seguita era tale da permettere di coprire nella sua interezza l’area di ricerca. Questo sistema venne a posteriori criticato dai comandi della Marina, e dalla stessa storia ufficiale dell’USMM, in quanto la copertura dell’area di ricerca era soltanto illusoria e la bassissima velocità della nave durante la fase di ricerca ecogoniometrica dava al sommergibile la possibilità non solo di eluderla, ma anche di silurarla. Questo metodo era dovuto ad errate convinzioni sul funzionamento dell’ecogoniometro, che si riteneva dovesse emettere i suoi impulsi ad una bassa frequenza, 4-5 impulsi al minuto, il che faceva sì che una ricerca circolare (che richiedeva un’ottantina di impulsi) durasse circa venti minuti, che poi diventavano mezz’ora in quanto l’ecogoniometrista spesso si fermava più a lungo in alcuni settori per meglio indagare dei presunti contatti.
Durante le missioni di scorta l’Albatros si comportava come una qualsiasi torpediniera, con la differenza che di tanto in tanto riduceva la velocità ed effettuava un’esplorazione ecogoniometrica circolare.
Occasionalmente l’Albatros operava insieme a MAS ed idrovolanti della ricognizione marittima durante i suoi pattugliamenti antisommergibili, ma non vi era coordinazione; ciascuna unità aveva un’area di ricerca che perlustrava da sola, mentre gli aerei sorvolavano l’area e gli immediati dintorni, senza disporre di un collegamento radio diretto con le unità navali (se avvistavano un sommergibile, lo segnalavano sganciando una bomba e/o aprendo il fuoco con le mitragliatrici). L’USMM rileva anche che il comandante dell’Albatros non era a conoscenza degli effetti della stratificazione, delle correnti e delle scie sulla propagazione dei suoni nell’acqua, o della possibilità di sfruttare l’effetto Doppler per la ricerca, e che i risultati degli studi condotti in merito a Taranto negli anni Trenta sembravano essere stati completamente dimenticati. Altri problemi consistevano nelle frequenti avarie delle strumentazioni usate nella ricerca e nell’utilizzo di batterie non ricaricabili per alimentarle, il che costringeva a frequenti interruzioni per la loro sostituzione. Infine, non era stata determinata la velocità massima alla quale era possibile usare l’ecogoniometro, e per quanto esso avesse dato buoni risultati fino a dodici nodi, si continuò a preferire il suo utilizzo a bassissime velocità, “come se fosse stato un idrofono”.
In retrospettiva, la storia ufficiale dell’USMM trova sorprendente che l’Albatros, che svolse una notevole attività di ricerca antisommergibili in una delle zone più infestate da sommergibili (le acque attorno allo stretto di Messina), non abbia mai ottenuto un contatto sicuro con l’ecogoniometro attaccandolo poi sulla base dei dati da esso forniti (il Phoenix venne affondato senza avvalersi dell’ecogoniometro). A quanto risulta, l’Albatros ottenne un contatto all’ecogoniometro in una sola occasione, mantenendolo durante l’avvicinamento da 4000 a mille metri ma perdendolo nella fase finale; a posteriori, peraltro, risulta dubbio che il contatto in questione potesse effettivamente essere un sommergibile. Gli scarsi risultati così ottenuti vengono attribuiti alla velocità troppo bassa tenuta dalla nave durante la ricerca, che permetteva al sommergibile di allontanasi, nella scarsa affidabilità dell’ecogoniometro usato, che era sostanzialmente ancora un prototipo, nell’insufficiente addestramento e nel “discutibile” criterio d’impiego della nave.
22 giugno 1940
Mentre ancora è sprovvisto di sensori efficienti per la ricerca dei sommergibili, l’Albatros (capitano di corvetta Adriano Mazzetti) esce in mare per una missione di protezione indiretta antisommergibili della I Divisione incrociatori, in navigazione a nord dello stretto di Messina. Il transito della Divisione avviene senza incidenti, ma circa un quarto d’ora dopo il passaggio dell’ultimo incrociatore, le vedette dell’Albatros avvistano quello che ritengono essere il periscopio di un sommergibile e la scia di un siluro diretta verso la nave, otto miglia a nord di Capo Peloro. La nave manovra per evitare il siluro, che passa ad una cinquantina di metri di distanza, e subito passa al contrattacco con il lancio di tredici bombe di profondità nel punto da cui si ritiene sia partita la scia del siluro. Il comandante Mazzetti ritiene di aver affondato il sommergibile attaccante, e sarà per questo decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. In realtà, non risulta che alcun sommergibile britannico si trovasse nella zona di quest’azione, e certamente nessuno è stato affondato dall’Albatros in questa data.
Successivamente, l’Albatros viene posta alle dipendenze del neocostituito Ispettorato Antisommergibili, creato da Supermarina per contrastare la minaccia dei sommergibili nemici in agguato sulle rotte di accesso dei principali porti italiani.
15 agosto 1940
Scorta il Rex da Trieste a Pola.
16 luglio 1940
L’Albatros (capitano di corvetta Adriano Mazzetti) salpa da Messina alle 5.45 diretta a Reggio Calabria, dove alle 6.30 assume la scorta della nave cisterna Dora C., diretta ad Augusta; le due navi seguono la rotta di sicurezza, l’Albatros precede la Dora C. di circa seicento metri.
Alle 12.52, al largo del faro di Santa Croce (Augusta), in posizione 37°15’ N e 15°15’ E, il comandante dell’Albatros avvista le scie di due siluri provenienti dalla sinistra (cioè dal lato della costa), con rotte divergenti tra loro di circa 5°, con origine apparente a 1500 metri di distanza. Li ha lanciati il sommergibile britannico Phoenix (capitano di corvetta Gilbert Hugh Nowell), partito da Alessandria d’Egitto il 3 luglio per la sua quinta missione di guerra (la seconda in Mediterraneo), un agguato nelle acque antistanti la costa orientale della Sicilia.
L’Albatros accosta verso il punto d’origine dei siluri – le due armi lo mancano di poco, passandogli una a proravia e l’altra a poppavia –, risale le scie ed attacca il sommergibile con un “pacchetto” di dieci bombe di profondità, seguito da un altro “pacchetto” di otto bombe. Dopo i due attacchi vengono osservate delle bolle d’aria, ma nessuna traccia di rottami o carburante, il che induce il comandante dell’Albatros a ritenere che il sommergibile sia stato danneggiato, ma non affondato; mentre la Dora C. entra nella rada di Augusta, l’Albatros rimane sul luogo dell’attacco ed effettua ricerca antisom sistematica fino al mattino successivo, insieme a due MAS frattanto sopraggiunti, senza successo. Durante la ricerca notturna non è possibile utilizzare l’ecogoniometro, perché il suo indicatore di direzione è stato danneggiato dalle esplosioni delle bombe di profondità.
Il Phoenix non farà ritorno dalla sua missione, scomparendo insieme ai 55 uomini del suo equipaggio: con ogni probabilità le bombe di profondità dell’Albatros gli sono risultate fatali, a dispetto della valutazione “pessimistica” del comandante Mazzetti. Ironia della sorte, mentre meno di un mese prima Mazzetti ha ricevuto una Medaglia di Bronzo per l’affondamento di un sommergibile che, contrariamente alla sua valutazione, non c’è stato, per l’affondamento del Phoenix, che contrariamente alla sua valutazione c’è stato, non riceverà alcuna decorazione. I due opposti errati apprezzamenti fanno sì che alla fine i conti tornino: Mazzetti ha giustamente ricevuto una decorazione per l’affondamento di un sommergibile, anche se per l’azione… sbagliata.
Sull’azione che portò all’affondamento del Phoenix la storia ufficiale dell’USMM commenta che l’Albatros non sembrò aver usato correttamente l’ecogoniometro durante la caccia, neanche prima del lancio delle bombe che ne ridusse poi l’efficienza. La mancata apparizione di nafta in superficie viene spiegata con l’elevata profondità nella zona in cui il sommergibile affondò, un migliaio di metri, e con le forti correnti sottomarine che la caratterizzano, che avrebbero potuto far sì che la nafta venisse a galla solo dopo un certo lasso di tempo ed a considerevole distanza dal punto in cui la nave aveva lanciato le sue bombe.

Scheda dell’Albatros sul Jane’s Fighting Ships del 1940 (tratta da detta rivista, via g.c. Giuseppe Garufi)

11 febbraio 1941
L’Albatros viene inviato a dare la caccia al sommergibile britannico Rover (capitano di corvetta Hubert Anthony Lucius Marsham), avvistato al largo di Punta Stilo dalla scorta aerea di un convoglio (piroscafi tedeschi ArtaMaritza ed Heraklea, cacciatorpediniere Baleno, Alfredo Oriani e Giosuè Carducci) in navigazione da Taranto a Napoli. Non riesce a trovarlo.
26 giugno 1941
L’Albatros viene inviato, insieme alla torpediniera Castore, a dare la caccia al sommergibile britannico Utmost, che a mezzogiorno, a quattro miglia da Capo Todaro (nel punto 38°07’ N e 14°37’ E), ha silurato e affondato il piroscafo Enrico Costa in navigazione da Catania a Palermo con 3000 tonnellate di carbone. Né l’Albatros né la Castore riusciranno però a localizzare il battello nemico (mentre è l’Utmost, alle 14.25, ad avvistare l’Albatros, identificandolo correttamente).
30 giugno 1941
L’Albatros va a rinforzare la torpediniera Cigno nella scorta del piroscafo Capo Orso, partito il giorno precedente da Tripoli e diretto a Bengasi.
1° luglio 1941
Albatros e Cigno lasciano la scorta del Capo Orso, che prosegue da solo (giungerà indenne a Bengasi l’indomani).
14 luglio 1941
L’Albatros e l’incrociatore ausiliario Città di Napoli scortano da Patrasso a Taranto i piroscafi tedeschi Savona, Livorno e Castellon, con a bordo personale e materiale tedeschi.
26 agosto 1941
L’Albatros viene inviato a dare la caccia, in cooperazione con aerei e la vecchia torpediniera Giuseppe Missori, al sommergibile britannico Triumph (capitano di fregata Wilfrid John Wentworth Woods), che alle 6.38 ha silurato e danneggiato l’incrociatore pesante Bolzano in posizione 38°22’ N e 15°38’ E, all’imbocco dello stretto di Messina. La caccia non dà risultati.
3 settembre 1941
In mattinata l’Albatros viene inviato a rinforzare la scorta della motonave Francesco Barbaro (comandante militare capitano di fregata Luigi Martini, comandante civile capitano Giulio Zagabia), silurata la notte precedente da aerosiluranti britannici 24 miglia a sudest di Capo Spartivento calabro, durante la navigazione in convoglio da Napoli a Tripoli. La nave danneggiata è stata presa a rimorchio dal cacciatorpediniere Dardo (capitano di corvetta Ferdinando Corsi), che ha anche preso a bordo 395 tra membri dell’equipaggio e militari imbarcati di passaggio sulla motonave (poi in parte trasbordato sul cacciatorpediniere Strale); il piccolo convoglio, ostacolato anche dalle condizioni avverse di vento e di mare, dirige lentamente verso Messina, con la scorta dei cacciatorpediniere Ascari e Lanciere e di alcuni aerei. Dopo l’Albatros, sempre in mattinata, giunge di rinforzo alla scorta anche il cacciatorpediniere Carabiniere, mentre nel pomeriggio sopraggiungono i rimorchiatori TitanoPorto Recanati, inviati a dare assistenza al Dardo nel rimorchio. Alle 16.30 la Barbaro, senza fermarsi, passa un cavo d’acciaio anche al Titano, permettendo di aumentare un po’ la velocità del rimorchio.
Alle 18.30 (o 19) la Barbaro e la sua nutrita scorta riescono infine a raggiungere la rada di Messina.
23-24 settembre 1941
Effettua un pattugliamento antisommergibili nello stretto di Messina, in cooperazione con il sommergibile Ambra.
2-3 ottobre 1941
Altro pattugliamento antisommergibili nello stretto di Messina, sempre insieme all’Ambra.
 
La nave vista da poppa (foto Franco Bargoni, via Giuseppe Garufi)

Siluramento
 
Alle 6.40 del 27 settembre 1941 l’Albatros, al comando del capitano di corvetta Alessandro Mazzetti, partì da Messina per andare incontro al sommergibile tedesco U 371, appena entrato nel Mediterraneo, e scortarlo attraverso lo stretto di Messina. Il punto d’incontro previsto con il sommergibile era a dieci miglia per 335° da Capo Rasocolmo, l’ora del suo arrivo le 9.30. A bordo dell’Albatros, oltre ai 79 uomini dell’equipaggio, vi erano anche quattro ‘passeggeri’: il tenente di vascello Bruno Martelli e due ufficiali dell’esercito tedesco, il maggiore Walter von Rucketschell (che in tempo di pace era stato un celebrato illustratore, pittore e scultore) ed il suo aiutante tenente Albert Koch, presenti a bordo come ufficiali di collegamento e per dare istruzioni all’U 371 quando fosse arrivato; ed il giornalista Mario La Rosa, imbarcato come corrispondente di guerra.
L’Albatros raggiunse il punto prestabilito per l’appuntamento con l’U 371 poco dopo le 8.30, ed in attesa dell’arrivo dell’U-Boot ridusse la velocità a 6 nodi ed iniziò la ricerca ecogoniometrica.
Alle 8.20 dello stesso 27 settembre il sommergibile britannico Upright, al comando del tenente di vascello John Somerton Wraith, avvistò l’Albatros al largo di Milazzo.
Il battello britannico era partito da Malta cinque giorni prima, alle 16 del 22 settembre, per la sua diciassettesima missione di guerra (la quindicesima in Mediterraneo), un pattugliamento a nord della Sicilia. Wraith ritenne correttamente che la nave (che secondo quanto raccontò Jack Michell, l’ufficiale addetto ai siluri, venne erroneamente identificata come una vecchia torpediniera della classe Generali) stesse conducendo un rastrello antisommergibile a nordovest di Capo Rasocolmo, e decise di attaccare senza aspettare di serrare troppo le distanze, nel timore che la nave italiana potesse aumentare la velocità, rendendo più difficile attaccare. Secondo Jack Michell la nave italiana, la cui apparizione era stata preceduta da vari rumori premonitori, iniziò a descrivere cerchi attorno all’Upright, cercando di localizzarlo; quando l’Albatros oltrepassò la prua del sommergibile inglese in immersione per la prima volta, Wraith fece preparare i tubi lanciasiluri uno e due, mentre il sommergibile procedeva a bassa velocità, senza modificare la rotta. Alle 8.55, quando l’unità italiana sopraggiunse per la seconda volta, l’Upright lanciò due siluri Mk IV da circa 2750 metri di distanza, dai tubi 1 e 2, regolati per una profondità di 2,4 metri; punto di mira era la plancia del bersaglio, la cui velocità era stimata in cinque nodi, con un beta di 90°. Dopo il lancio, il sommergibile virò a dritta e scese rapidamente a 21 metri di profondità, assumendo una velocità di sei nodi per cinque minuti. Gli uomini dell’Upright sentirono un’esplosione e poi il rumore dell’ecogoniometro della nave italiana cessare improvvisamente.
Tornato a quota periscopica cinque minuti dopo l’attacco, l’Upright avvistò un MAS in avvicinamento, pertanto tornò a 21 metri ed assunse rotta di allontanamento verso Capo Milazzo. Mezz’ora dopo l’affondamento, secondo quanto riferito dal comandante Wraith, due cacciatorpediniere ed un aereo giunsero nella zona e cercarono il sommergibile attaccante, e gettarono in tutto sei bombe di profondità, tre alle 10.20 ed altre tre tra le 10.43 e le 11.05. Tutte e sei le cariche scoppiarono lontane, e l’Upright si allontanò senza danni.
 
L’U 371, giunto sul luogo dell’affondamento dell’Albatros verso le dieci del mattino, avvistò i naufraghi in mare e si rese subito conto di quel che era successo: si avvicinò allora alla zona dell’affondamento a zig zag, lanciando a mano bombe di profondità a scopo intimidatorio. Poi iniziò il salvataggio dei naufraghi; per evitare di essere silurato a sua volta rimanendo fermo nello stesso punto troppo a lungo, l’U-Boot si fermò sul posto per pochi attimi, recuperando una decina di naufraghi, poi rimise in moto e zigzagò prima di fermarsi di nuovo, recuperarne un’altra decina, rimettere in moto, e continuare con questo sistema finché non ebbe tratto in salvo la maggioranza degli uomini in mare, una quarantina di superstiti (42, secondo il rapporto del suo comandante). Alle 10.30 sopraggiunse sul posto anche il MAS 557 (tenente di vascello Roberto Baffigo), salpato da Messina subito dopo aver ricevuto notizia dell'affondamento verso le 9.15 (a bordo si era imbarcato anche il corrispondente di guerra Vero Roberti), che trasse in salvo altri sette uomini, uno dei quali ferito molto gravemente. All'arrivo sul posto del MAS, il sommergibile lasciò la zona dell'affondamento, dirigendo verso Messina; frattanto giunse sul posto anche la torpediniera San Martino, che mise a mare la sua motolancia per cercare ulteriori naufraghi, recuperandone altri due. Anche queste due unità, completato il salvataggio, diressero per Messina.
 
Dei 49 naufraghi recuperati, due morirono per le ferite, portando il bilancio a 36 vittime – due morti e 34 dispersi – e 47 sopravvissuti. Tra i superstiti vi furono il comandante Mazzetti, ferito ad un ginocchio, il tenente di vascello Martelli ed il giornalista La Rosa.
 
Con l’Albatros si perse anche tutta la documentazione relativa alle prove ed all’uso dell’ecogoniometro nel primo anno di guerra.
 
Morti nell’affondamento:
 
Guerriero Berluti, sottocapo meccanico, disperso
Artidoro Caverzaghi, marinaio segnalatore, disperso
Gino Cepelli, sottocapo cannoniere, disperso
Concetto Corallo, marinaio fuochista, disperso
Umberto Corrayn, marinaio radiotelegrafista, disperso
Aldo De Marchi, capo nocchiere di terza classe, disperso
Ignazio De Santis, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Dell’Orso, secondo capo cannoniere, disperso
Vittorio Di Brigida, marinaio fuochista, disperso
Bruno Faccio, marinaio radiotelegrafista, disperso
Ivo Gasperini, marinaio fuochista, deceduto
Ferdinando Guastalli, secondo capo meccanico, disperso
Alberto Imbaglione, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Emiddio Iovine, marinaio cannoniere, disperso
Albert Koch, tenente dell’Esercito tedesco, disperso
Salvatore Maiorana, marinaio fuochista, disperso
Luigi Mangiocca, marinaio fuochista, disperso
Angelo Marrucchi, capo elettricista di terza classe, deceduto
Aldo Martorana, sottocapo segnalatore, disperso
Sante Mezzoli, marinaio fuochista, disperso
Alfredo Morelli, sottocapo motorista, disperso
Pasquale Morgera, marinaio, deceduto
Michele Mormile, marinaio fuochista, disperso
Guglielmo Musella, capitano del Genio Navale (direttore di macchina), disperso
Pietro Palmiotti, sottocapo fuochista, disperso
Eugenio Perini, marinaio radiotelegrafista, disperso
Domenico Pittameglio, marinaio S. D. T., disperso
Fiorenzo Pochettino, marinaio fuochista, disperso
Mariano Ponticorvo, marinaio fuochista, disperso
Pietro Sanna, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Scalia, sottocapo infermiere, disperso
Celestino Stradi, sottocapo meccanico, disperso
Nicola Varlese, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Felice Vassena, marinaio fuochista, disperso
Walter von Rucketschell, maggiore dell’Esercito tedesco, disperso
Cesarino Zaffanella, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Zenzerovich, marinaio cannoniere, disperso
 
 
La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare conferita alla memoria del fuochista Salvatore Maiorana, nato a Milazzo il 28 marzo 1920:
 
"Componente l’equipaggio di un’unità sottile, affondata in seguito a siluramento, si prodigava instancabilmente nel soccorrere i compagni naufraghi, sostenendo i pericolanti ed incitandoli con la parola e con l’esempio a mantenere alto il morale, nell’attesa fiduciosa e serena dell’arrivo dei mezzi di soccorso. Perdeva la vita in un ultimo generoso tentativo di salvare un compagno in procinto di annegare. (Mar Tirreno, 27 settembre 1941)."
 
La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita al corrispondente di guerra Mario La Rosa:
 
"Corrispondente di guerra per la R. Marina, benché in imperfetto stato di salute, partecipava su unità di superficie e subacquee a numerose missioni di guerra in zone particolarmente insidiate dal nemico, assolvendo il suo importante compito con ardore combattivo e capacità professionale. Durante il suo imbarco su unità cacciasommergibili, fatta segno ad attacco nemico, mentre cooperava all'azione, veniva lanciato in acqua dall'esplosione di un siluro nemico e, sebbene con la vista offuscata per la perdita degli occhiali e col viso cosparso di nafta galleggiante sul mare, senza prospettiva di soccorsi, si univa con immutato spirito entusiastico agli altri naufraghi nel canto del fatidico inno «Giovinezza». (Mediterraneo, agosto 1940-settembre 1941)."
 
 
L’affondamento dell’Albatros nel giornale di bordo dell’Upright (da Uboat.net):
 
"0820 hours - Sighted one torpedo boat carrying out an A/S sweep North-West of Cape Rasocolmo. Decided to attack.
0855 hours - Fired two torpedoes from about 3000 yards. One hit was obtained and the HE of the target ceased. The result was not seen as Upright went deep upon firing. One aircraft and two destroyers arrived in the area after half an hour and searched the area.
1020 hours - Three depth charges were dropped astern, not at all close.
1043 to 1105 hours - Three single depth charges were dropped but these were not close also".
 
E dal rapporto di missione del sommergibile:
 
"08:20 - Sighted a torpedo boat in A/S search in position 8 miles N.W. of Cape Rasocolmo.
08:55 - Launched MK IV torpedo against the TB. that sailed on a constant course at 4-5 knots.
08:55.5 - Launched 2nd MK IV torpedo, deliberately aimed.

L’Albatros in navigazione (g.c. sito www.naviecapitani.it)

(Si ringrazia Flaminia Baffigo).


Naval Events, September 1941
L’affondamento dell’Albatros nel libro The Fighting Tenth
Patrol info for U 371, date lookup for 27 September 1941

Scheda dell’Albatros sul sito Naviecapitani
Pagina di Wikipedia sull’Albatros
Pagina di Wikipedia su Walter von Ruckteschell

7 commenti:

  1. Complimenti, bellissima la storia dell'Albatros che mi tocca da vicino. vorrei chiedervi s'è possibile risalire alla lista dei sopravvissuti. Tra quelli stava mio padre. Grazie.

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    1. Buonasera, la lista dei sopravvissuti probabilmente è conservata presso l'archivio dell'Ufficio Storico della Marina Militare, a Roma; può provare a scrivere a questo indirizzo: ufficiostorico@marina.difesa.it

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    2. Salve!Anche mio padre era tra i superstiti:Leonardo Pennucci e il giornalista La Rosa lo conobbe bene in quei frangenti...

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    3. Salve!anche mio padre era tra i superstiti: Leonardo Pennucci ed il giornalista La Rosa lo conobbe bene in quei frangenti....

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  2. Salve,anche mio nonno era tra i sopravvissuti, anche se poi è stato prigioniero..non so dove ne per quanto tempo però!come faccio a risalire a queste informazioni?devo chiedere ugualmente all'ufficio storico della marina militare?grazie!

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    1. Buongiorno,
      la cosa migliore sarebbe chiedere il foglio matricolare all'Archivio di Stato della provincia di nascita.

      Credo però che la cattura debba essere avvenuta in un'altra circostanza, in quanto tutti i superstiti dell'Albatros furono recuperati da unità italiane e tedesche.

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