domenica 8 settembre 2019

Maggiore Baracca

Il Maggiore Baracca a La Spezia nel luglio 1940, poco dopo l’entrata in servizio (Coll. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net)

Sommergibile oceanico della classe Marconi (1191 tonnellate di dislocamento in superficie, 1489 in immersione).
Durante il conflitto svolse 6 missioni di guerra, tutte in Atlantico, percorrendo 23.296 miglia in superficie e 1566 in immersione, trascorrendo 158 giorni in mare ed affondando due navi mercantili per complessive 8553 tsl.

Breve e parziale cronologia.

1° marzo 1939
Impostazione nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano (La Spezia).
21 aprile 1940
Varo nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano. Madrina è la moglie del generale dell’Aeronautica Silvio Scaroni, già asso dell’aviazione italiana nella prima guerra mondiale (decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare, era stato per numero di vittorie – 26 – il secondo asso italiano in quel conflitto, preceduto soltanto da Francesco Baracca); presenzia al varo anche la contessa Paolina de Biancoli, madre di Francesco Baracca.


Sopra, il Baracca pronto al varo (da “Sommergibili italiani tra le due guerre mondiali” di Alessandro Turrini, MariStat/UDAP, 1990, via g.c. Sergio Mariotti e www.betasom.it), e sotto, il varo (da www.marinai.it)


10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. Viene nominato comandante in seconda del Baracca, che si trova ancora in allestimento a La Spezia, il tenente di vascello Giuliano Prini.
10 luglio 1940
Entrata in servizio.
Appena ultimato, al termine di un breve periodo di preparazione e di intenso addestramento (svolto a La Spezia), si decide di inviarlo in Atlantico, alle dipendenze della neocostituita base italiana di Betasom, avente sede nella città francese di Bordeaux.

Il Baracca in allestimento a Monfalcone (da “Sommergibili italiani” di Alessandro Turrini ed Ottorino Ottone Miozzi, USMM, Roma 1999, via www.betasom.it)

25 agosto 1940
Assume il comando del Baracca il capitano di corvetta Enrico Bertarelli, che lo terrà per un anno.
31 agosto 1940
Al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, il Baracca parte da La Spezia diretto in Atlantico. Fa parte di un “gruppo” di nove sommergibili (gli altri sono Comandante Faà di Bruno, Reginaldo Giuliani, Emo, Capitano Tarantini, Luigi Torelli, Guglielmo Marconi, Giuseppe Finzi e Alpino Bagnolini) che dovranno attraversare lo stretto di Gibilterra per raggiungere Bordeaux, approfittando del novilunio previsto per il 2 settembre. Sulla scorta delle esperienze fatte dal precedente gruppo di sommergibili che hanno attraversato lo Stretto, il Baracca e gli altri sommergibili del suo gruppo ricevono ordine di non eseguire osservazione periscopica durante l’attraversamento in immersione dello stretto (in precedenza, infatti, gli ordini erano di attraversare lo stretto a quota media portandosi di tanto in tanto a quota periscopica per controllare la posizione), ma invece di controllare la navigazione usando lo scandaglio ultrasonoro; ciò sia per evitare che i sommergibili, portandosi a quota periscopica, vengano avvistati dalle navi e dagli aerei britannici che pattugliano lo stretto, sia per evitare le improvvise “cadute” di profondità subite da diversi sommergibili nell’attraversamento dello stretto, cadute che si sono rivelate essere causate da perturbazioni ai timoni durante il passaggio da una quota ad un’altra.
La dislocazione dei sommergibili del “gruppo” del Baracca è stata decisa in base ad uno studio della Kriegsmarine relativo alle rotte seguite dal naviglio mercantile britannico in Atlantico dopo l’ingresso in guerra dell’Italia (che sono molto cambiate dopo il giugno 1940, avendo i convogli britannici abbandonato il Mediterraneo per seguire una nuova rotta che circumnaviga tutta l’Africa), inviato a Roma nella terza decade di agosto. Il Baracca, insieme a Faà di Bruno, Tarantini, Giuliani, Torelli ed Emo, viene inviato ad ovest della penisola iberica per insidiare il traffico tra Freetown (Sierra Leone) e l’Inghilterra, che secondo le informazioni disponibili segue una rotta che ricalca approssimativamente il meridiano 20° O, imboccata anche da navi e convogli provenienti da Gibilterra e da Lisbona. I sei sommergibili vengono dislocati in settori contigui tra Gibilterra, Madera e le Azzorre, e viene loro tassativamente proibito di attaccare il traffico isolato al di fuori delle zone loro assegnate, dalle quali potranno uscire soltanto in caso di segnalazione di convogli in movimento nei pressi. Prima di passare in Atlantico, il Baracca e gli altri cinque sommergibili del suo gruppo dovranno trattenersi in agguato per qualche giorno nel Mediterraneo occidentale, formando uno sbarramento per contrastare i movimenti della Royal Navy in atto in quei giorni in quelle acque.
7 settembre 1940
Attraversa lo stretto di Gibilterra in immersione, come da ordini ricevuti, durante la notte, senza rilevare attività antisom britannica. Poi fa rotta verso ovest, verso la sua zona d’agguato, al largo di Madera.
12-30 settembre 1940
In agguato a nordovest di Madera, non incontra navi nemiche. Il 30 settembre inizia la navigazione verso nord, per raggiungere Bordeaux.
1° ottobre 1940
Nel pomeriggio, durante la navigazione verso Bordeaux, il Baracca avvista il piroscafo greco Aghios Nikolaos (capitano Georgios Skinitis), di 3687 tsl, in posizione 40°00’ N e 16°55’ O (o 40°09’ N e 17°02’ O; al largo della costa iberica). La Grecia è ancora neutrale (l’Italia dichiarerà guerra a questo Paese quattro settimane più tardi) e la nave porta vistosi contrassegni di neutralità, grandi bandiere elleniche dipinte sulle murate (una fonte afferma che l’Aghios Nikolaos sarebbe stato fermato perchè “senza bandiera”, ma questo è smentito dalle foto scattate dal Baracca stesso prima di affondarlo); pertanto, il comandante Bertarelli le intima di fermarsi, dopo di che procede a controllarne i registri di navigazione, per appurarne il carico e la destinazione. Accertato che l’Aghios Nikolaos, proveniente da Santa Fe, è diretto nel Regno Unito – più precisamente a Belfast, in Irlanda del Nord; deve fare anche scalo intermedio a Lisbona – con un carico di legname quebracho e concentrati di zinco (caricato a Santa Fe) che potrebbe essere impiegato nella produzione bellica britannica, il comandante Bertarelli dà all’equipaggio mezz’ora per abbandonare la nave ed allontanarsi sulle lance (12 uomini, compreso il comandante Skinitis, salgono su una scialuppa; 14 uomini prendono posto in un’altra), poi la affonda a cannonate alle 16.15, 300 miglia ad ovest di Lisbona (o 423 miglia ad ovest-nord-ovest di tale città), a sudovest di Vigo e 300 o 400 miglia ad ovest di Porto.
Tutti i 26 membri dell’equipaggio dell’Aghios Nikolaos, 19 greci e sette stranieri, verranno tratti in salvo: la lancia del comandante Skinitis verrà soccorsa dal peschereccio portoghese Anna, che sbarcherà i naufraghi a Fieueira Da Foz, in Portogallo; l’altra imbarcazione, con 14 superstiti (le due scialuppe si sono perse di vista poco dopo l’affondamento), verrà soccorsa da un peschereccio spagnolo, che ne sbarcherà gli occupanti a Leixoes, sempre in Portogallo. I due gruppi di naufraghi verranno riuniti a Lisbona e poi rimpatriati via mare in Grecia.


Sopra, l’Aghios Nikolaos fermo per l’ispezione, in una foto scattata dal Baracca; sotto, la nave ellenica in fiamme ed in procinto di affondare dopo essere stata cannoneggiata (foto tratte da un saggio di Francesco Mattesini pubblicato su www.academia.edu)


5 ottobre 1940
In mattinata, giunto alla foce della Gironda, il Baracca si unisce ad un altro sommergibile italiano diretto a Bordeaux, il Reginaldo Giuliani, per l’ultimo tratto della navigazione. L’incontro tra i due sommergibili avviene verso le cinque di mattina; il Baracca raggiunge il Giuliani provenendo da poppa e, dopo lo scambio di segnali di riconoscimento, gli si accoda, proseguendo in linea di fila verso la boa foranea dell’imbocco della Gironda.
Verso le sette, i due sommergibili vengono raggiunti dai dragamine tedeschi M 9 e M 13, incaricati di scortarli fino a Bordeaux, che si dispongono sui loro lati.
Più o meno contemporaneamente, alle 6.58, Baracca e Giuliani vengono avvistati dal sommergibile britannico Tigris (capitano di corvetta Howard Francis Bone), in agguato al largo della Gironda. Il comandante britannico crede anzi di vedere ben tre sommergibili italiani, a distanze comprese tra 5500 e 7300 metri, e decide di attaccare il secondo ed il terzo, cioè il Giuliani ed il Baracca (che in realtà sono gli unici presenti: il terzo è un’illusione ottica). Alle 7.08 il Tigris avvista anche l’M 9 e l’M 13, che appaiono diretti proprio verso di esso ad elevata velocità; Bone lascia che il gruppo dei sommergibili e dragamine si avvicini, decidendo intanto – alle 7.10 – di concentrare l’attacco solo sul terzo sommergibile, il Giuliani, ed alle 7.16 lancia quattro siluri contro di esso da 2290 metri di distanza, in posizione 45°39’ N e 01°34’ O. Il Giuliani, tempestivamente avvisato dell’attacco dai dragamine di scorta, avvista tre dei siluri e li evita tutti con pronta manovra (le armi gli passano circa trecento metri a poppavia).
I due dragamine tedeschi danno la caccia al Tigris per circa mezz’ora, lanciando undici bombe di profondità tra le 7.25 e le 8.02, ma nessuna esplode vicina, ed il battello britannico si allontana indenne. Sommergibili e dragamine si scambiano numerosi messaggi, poi Baracca e Giuliani, sempre in linea di fila, passano al traverso del faro che segna l’imbocco della Gironda, per poi dare fondo al largo di Royan. Alle 17.30 i due sommergibili ripartono per Pauillac, dove arrivano verso le otto di sera, dando fondo in mezzo al fiume; manovrando per raggiungere il suo posto di fondo, il Baracca urta il Giuliani con la prua, ma nessuno dei due sommergibili riporta danni. Vengono prese precauzioni contro eventuali attacchi aerei e passa così la notte.
6 ottobre 1940
Il Baracca raggiunge Bordeaux di prima mattina, accolto festosamente dal personale di Betasom.
L’allora guardiamarina di complemento Amedeo Cacace, da Sorrento, all’epoca ventunenne – nominato guardiamarina appena tre giorni prima dell’entrata in guerra ed assegnato al Baracca proprio il 10 giugno, imbarcando due giorni dopo sul sommergibile ancora in allestimento a La Spezia – avrebbe descritto in questi termini, molti anni dopo, la prima missione e l’affondamento dell’Aghios Nikolaos: "Ricordo i momenti, emozionanti, del passaggio in immersione dello stretto di Gibilterra… All’epoca la sorveglianza a/s britannica non era pressante e continua come sarebbe stata nei mesi successivi e, partiti dalla Spezia il 31 agosto, forzammo Gibilterra il 7 di settembre… Raggiungemmo subito la zona d’agguato cui eravamo stati destinati, a Nord-Ovest di Madera, ma non incontrammo alcun traffico. Il 1° ottobre, mentre già stavamo facendo rotta verso Bordeaux, venne avvistato un mercantile nemico di medio tonnellaggio. Fermatolo ed appreso che si stava dirigendo verso Belfast con un carico destinato all’Inghilterra, demmo tempo all’equipaggio di mettersi in salvo sulle scialuppe, dopodichè affondammo la nave a cannonate. Si trattava del mercantile greco Agios Nikolaos, che venne affondato in posizione 40° N – 16°55’ W…".
Per l’affondamento dell’Aghios Nikolaos, il comandante Bertarelli riceverà la Croce di Guerra al Valor Militare, con motivazione: «Comandante di un sommergibile oceanico, affondava, nel corso di una crociera abilmente condotta, un piroscafo nemico». Analoga decorazione sarà conferita al direttore di macchina, capitano del Genio Navale Rinaldo Rondinini («Capo Servizio G. N. di un Sommergibile, durante una lunga missione di guerra si prodigava incessantemente nei vari servizi di bordo e, nella particolare occasione della eliminazione di una grave avaria, che infirmava l'efficienza bellica dell'unità, dimostrava entusiasmo, senso di responsabilità e perizia professionale»), al comandante in seconda Giuliano Prini («Ufficiale in Seconda di un sommergibile, durante una lunga missione di guerra coadiuvava in modo continuo ed efficace il Comandante e dirigeva con molta perizia il tiro nell’azione che ha portato all’affondamento col cannone di un grosso piroscafo nemico»), all’ufficiale di rotta Iginio Viti («Ufficiale di rotta di un sommergibile, coadiuvava con serenità, perizia e capacità il Comandante durante una lunga missione di guerra ed in particolare durante l’azione di affondamento col cannone di un grosso piroscafo nemico»), al capo elettricista di prima classe Agostino Pacione ed al secondo capo elettricista Clemente Rivetti («Imbarcato su un sommergibile durante una lunga missione di guerra, lavorando incessantemente in avverse condizioni di mare si prodigava per la pronta eliminazione di una grave avaria infirmante la efficienza bellica dell’unità»).
24 ottobre 1940
Dopo una sosta di poco più di due settimane – essendo di nuova costruzione, il sommergibile necessita ancora di poca manutenzione –, il Baracca (capitano di corvetta Enrico Bertarelli) lascia Bordeaux per la sua seconda missione atlantica, da svolgere ad ovest della Scozia (tra i meridiani 15° O e 20° O) in cooperazione con i sommergibili Giuseppe Finzi, Alpino Bagnolini e Guglielmo Marconi (gruppo "Bagnolini") ed in coordinazione con il B.d.U.
Lasciata la Francia, il Baracca assume rotta verso nord; le avverse condizioni del mare rendono difficile la navigazione.

Un sommergibile classe Marconi (forse il Baracca) durante l’allestimento al Muggiano (Coll. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net)

27 ottobre 1940
Incontra l’incrociatore ausiliario tedesco Widder, impiegato come “nave corsara” contro il naviglio mercantile britannico, che sta rientrando alla base dopo aver subito una serie di gravi avarie di macchina che hanno precluso l’ulteriore prosecuzione della sua missione (nella quale ha affondato o catturato, durante i quasi sei mesi trascorsi in mare, dieci navi mercantili per complessive 58.644 tsl). Quando incontra il Baracca, il Widder ha da poco virato verso est per avvicinarsi alla costa francese; il sommergibile italiano informa il comando del Gruppo Navale Ovest della Kriegsmarine dell’arrivo del Widder, al quale tale comando promette copertura aerea, che però non arriverà. Il Widder raggiungerà comunque Brest il 31 ottobre.
31 ottobre 1940
Al tramonto, durante la navigazione verso la sua area d’agguato, avvista un piroscafo di stazza stimata in circa 1500 tsl, che viaggia da solo; dopo aver atteso la completa oscurità, il Baracca gli lancia un siluro (per altra fonte due) senza riuscire a colpirlo, dopo di che il piroscafo cerca di speronarlo. Il sommergibile riesce ad evitare la collisione, ma la preda sfugge. (Per altra fonte, il Baracca lancia un siluro contro il piroscafo mentre questo sta già cercando di speronarlo; sia il lancio che lo speronamento vanno a vuoto, e le due unità proseguono su rotte opposte). Il maltempo impedisce al Baracca di raggiungere una velocità superiore agli otto nodi.
1° novembre 1940
Giunto nel settore assegnato, alle 18.14 il Baracca avvista un convoglio di quattro o cinque navi mercantili prive di scorta (altra fonte parla di 45 mercantili, ma si tratta di un refuso), con rotta imprecisata, in posizione 56°45’ N e 17°55’ O (a ponente di Rockall). Il sommergibile lancia il segnale di scoperta, che viene ritrasmesso dal Comando agli altri sommergibili in mare; manca però un dato cruciale, la direttrice di marcia delle navi avvistate. Intanto, dopo il tramonto, il Baracca tenta a più riprese di assumere una posizione adatta al lancio dei siluri, ma senza riuscirci.
2 novembre 1940
Alle 5.40 il Baracca comunica di stare uscendo dalla sua zona per dirigersi verso est-sud-est, inseguendo il convoglio. Solo in seguito a questa comunicazione, Betasom riesce a determinare almeno in modo approssimato la rotta delle navi nemiche, che comunica agli altri sommergibili in mare. Tuttavia, il Baracca finisce col perdere il contatto a causa della maggiore velocità del convoglio (per altra fonte, del maltempo), senza più riuscire a ritrovarlo; così non può né tentare di rinnovare i suoi attacchi, né mandare a Betasom informazioni più aggiornate su rotta e velocità del convoglio.
Nei giorni seguenti si verificano altri avvistamenti e tentativi di attacco, non coronati da successo.
8 novembre 1940
Il Baracca, insieme ai sommergibili italiani Giuseppe Finzi e Guglielmo Marconi ed ai tedeschi U 29, U 47, U 93, U 100, U 103, U 104, U 123, U 137 ed U 138, forma uno sbarramento di sommergibili a ponente del Canale del Nord. I sommergibili italiani assumono posizioni di agguato più ad ovest rispetto ai “colleghi” tedeschi (dei quali U 137 e U 138 operano lungo le coste dell’Irlanda del Nord, mentre U 93, U 100 e U 103 operano a nordovest del Canale del Nord contro i convogli in arrivo ed in partenza, ed U 29 e U 47 sono dislocati più ad ovest con funzione di battelli meteorologici), ma vicine ad essi, come concordato tra l’ammiraglio Parona e l’ammiraglio Dönitz (Parona ha proposto a Dönitz questa disposizione per formare una profonda linea d’agguato nelle acque antistanti il Canale del Nord).
9 novembre 1940
Avvista una veloce nave cisterna armata e tenta di attaccarla in immersione, ma questa elude l’attacco e si dà alla fuga mentre il Baracca non riesce ad inseguirla, a causa della sua minore velocità e del mare in burrasca, che la riduce ulteriormente (questo è un problema comune a molti sommergibili italiani: in condizioni di tempo fortemente avverso, la loro già non elevatissima velocità in superficie si riduce a tal punto da permettere di inseguire soltanto piroscafi vecchi e lenti).

Il Maggiore Baracca in navigazione in Atlantico nel 1940 (Fondazione Museo Storico in Trento)

16 novembre 1940
Ricevuto un segnale di scoperta relativo ad un convoglio in navigazione verso ovest (lo ha lanciato l’U 137, che in mattinata ha avvistato un convoglio in uscita dal Canale del Nord con rotta verso ovest, restando in contatto con esso fino alle 16), il Baracca esce dalla sua zona e forza i motori alla massima velocità per cercare di raggiungere il convoglio segnalato. Lo stesso fanno anche Finzi e Marconi; mentre però questi due finiscono col rinunciare a causa del pessimo stato del mare, tale da rendere difficile anche la navigazione, il Baracca persevera e raggiunge la zona segnalata dall’U 137, dove cerca il convoglio fino al mattino del 18 novembre, senza però riuscire a trovare nulla.
18 novembre 1940
Giunto ai limiti dell’autonomia, inizia la navigazione di rientro a Bordeaux. Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, alle 17.40 (o 17.04, o 17), il Baracca avvista il fumo di un piroscafo all’orizzonte, e si pone subito al suo inseguimento: si tratta del piroscafo britannico Lilian Moller (al comando del capitano William Simon Stewart Fowler, australiano), di 4866 tsl, unità dispersa del convoglio SLS. 53 (Freetown-Regno Unito).
L’inseguimento si protrae a lungo, a causa delle ripetute ed abili manovre evasive del piroscafo; ma alla fine il Baracca raggiunge la distanza utile di lancio e lancia due siluri da distanza ravvicinata contro il Lilian Moller, che viene colpito ed affonda immediatamente in posizione 52°57’ N e 18°05’ O (oppure 57°00’ N e 17°00’ O, o 52°57’ N e 18°03’ O), 250 miglia a nordovest dell’Irlanda.
Non ci sono sopravvissuti tra l’equipaggio del Lilian Moller, composto da 7 ufficiali britannici e 42 marittimi cinesi. Il piroscafo, di proprietà della Moller & Co. (una compagnia britannica con sede a Shanghai, dedita principalmente al traffico in acque cinesi), era stato requisito dal governo britannico nell’agosto precedente ed armato nel successivo settembre con un cannone contraereo da 101 mm (non erano stati imbarcati militari, ma erano stati addestrati al suo utilizzo tutti i componenti dell’equipaggio civile). Il Lilian Moller era alla sua prima navigazione di guerra in Atlantico: era partito da Calcutta con un carico destinato al Regno Unito (6000 tonnellate di cereali), e dopo aver attraversato l’Oceano Indiano e doppiato il Capo di Buona Speranza si era unito a Capetown ad un convoglio diretto in Gran Bretagna. La sua destinazione finale doveva essere Londra; l’ultimo scalo prima dell’affondamento era stato a Freetown, in Sierra Leone, a fine ottobre, da dove era partito il 27 ottobre aggregandosi al convoglio SLS. 53, dal quale era poi rimasto separato; avrebbe dovuto raggiungere Oban prima di proseguire per Londra. Il Lilian Moller è l’unica delle 24 navi mercantili di questo convoglio ad essere affondata; le altre raggiungeranno tutte Liverpool il 18 novembre. (Una biografia del capitano Fowler, presente in alcuni siti australiani, aggiunge questo dettaglio: ‘Ironicamente, la nave di Fowler venne affondata dagli italiani, che spesso nelle lettere a casa egli aveva spregiativamente etichettato come “dagos”’).
Amedeo Cacace ricorda così l’affondamento del Lilian Moller: “Mi trovavo di servizio sulla falsatorre e, con il binocolo, avvistai il fumo di un piroscafo all’orizzonte. Passai subito tutte le informazioni al Comandante, che si trovava dabbasso in camera di manovra, e il Baracca si mise ben presto all’inseguimento del mercantile nemico. La cosa risultò parecchio difficile, perché eravamo ormai all’imbrunire e – in quelle latitudini – l’oscurità cala presto ed è subito molto fitta… non persi quindi mai di vista il fumo del piroscafo continuando a segnalarne la posizione… Alla fine raggiungemmo la distanza utile per il lancio e, con due siluri, colpimmo il Lilian Moller che affondò in posizione 52°57’N – 18°05’W. Purtroppo non vi furono sopravvissuti…”.
24 novembre 1940
Arriva a Bordeaux. Durante questa missione si è riscontrata nel Baracca una velocità sensibilmente inferiore rispetto a quella di progetto ed a quella registrata alle prove in mare, tanto che il sommergibile non è riuscito neanche a raggiungere la velocità dei mercantili incontrati ed attaccati; inoltre, la violenza del mare gli ha provocato parecchi danni, sia allo scafo che alle strumentazioni di bordo. Specialmente le forme della torretta ed i trombini d’aerazione dei motori si rivelano particolarmente inadatti alla navigazione con mare avverso. Con il mare in burrasca, il cannone risulta del tutto inutilizzabile, ed anche i siluri vengono deviati dalle onde dalla loro rotta.
Nonostante questi problemi (del resto non imputabili all’equipaggio), il giudizio dell’ammiraglio Angelo Parona, comandante di Betasom, sull’operato del comandante Bertarelli è favorevole; anche Supermarina concorderà con questo parere, ed il 30 dicembre, dopo aver esaminato il rapporto di missione, comunicherà a Betasom e Maricosom la seguente valutazione: «…Anche le missioni del MARCONI e del BARACCA sono state eseguite con intelligenza e tenacia. Si dà corso alle proposte di ricompense al valor militare, avanzate per alcuni membri dell'equipaggio del BARACCA ed è in esame la possibilità di accogliere la proposta avanzata da codesto Comando con foglio 1639 del 2 dicembre».
Per questa missione, il comandante Bertarelli verrà decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con motivazione: «Comandante di un sommergibile oceanico, svolgeva una lunga missione di guerra invernale nel Nord Atlantico con deciso spirito aggressivo, abilità e sprezzo del pericolo. In un’azione condotta con particolare tenacia, dopo lungo inseguimento, affondava un piroscafo armato nemico». L’ufficiale alle armi, sottotenente di vascello Pierdonato Poli, riceverà la Croce di Guerra al Valor Militare (con motivazione «Ufficiale alle armi di un sommergibile oceanico nel corso di una lunga missione di guerra invernale nel Nord Atlantico, curava e manteneva le armi di bordo in perfetta efficienza permettendo al Comandante di fare sicuro affidamento su di esse; in particolare durante l'affondamento col siluro di un grosso piroscafo armato nemico dimostrava alto spirito di sacrificio, entusiasmo e sereno sprezzo del pericolo»), così come il direttore di macchina Rondinini («Capo Servizio G. N di sommergibile in missione di guerra in Atlantico, coadiuvava con elevata perizia e sereno ardimento il Comandante nell'azione di attacco e affondamento di un grosso piroscafo nemico»), il comandante in seconda Prini («Ufficiale in 2a di sommergibile in missione di guerra in Atlantico, coadiuvava con slancio e ardimento il Comandante nell'azione di attacco e affondamento di un grosso piroscafo nemico»), l’aspirante guardiamarina Amedeo Cacace («Sottordine alla rotta di un sommergibile oceanico, nei corso di due o lunghe missioni di guerra nell'Oceano Atlantico, dimostrava profondo entusiasmo e continuo attaccamento al servizio; in particolare, durante l'affondamento col siluro di un grosso piroscafo armato nemico, era di ausilio al Comandante dimostrando alto senso del dovere e sereno sprezzo del pericolo»), il sottonocchiere Giovanni Carcano («Timoniere orizzontale e di manovra a bordo di un sommergibile oceanico, nel corso di una lunga missione invernale di guerra nel Nord Atiantico dimostrava continuo profondo entusiasmo ed attaccamento al servizio; in particolare, durante l'affondamento col siluro di un grosso piroscafo armato nemico dimostrava alto senso del dovere e sereno sprezzo del pericolo»), il montatore di garanzia Armando Babbini («Imbarcato su un sommergibile oceanico, dimostrava entusiasmo ed alto senso del dovere; manteneva in efficienza, con il suo continuo interessamento, un importantissimo servizio di bordo, contribuendo così in modo notevole ai successi del sommergibile in due lunghe missioni di guerra in Oceano Atlantico. Nella particolare occasione di inseguimento ed affondamento di un grosso piroscafo armato nemico si prodigava con spirito di sacrificio e sereno sprezzo del pericolo»).

Il capitano di corvetta Enrico Bertarelli, comandante del Maggiore Baracca dall’agosto 1940 all’agosto 1941 (da "Cento sommergibili non sono tornati" di Teucle Meneghini, via Danilo Pellegrini). Nato a Susa il 1° marzo 1906, durante il conflitto ricevette complessivamente una Medaglia d’Argento, due di Bronzo e tre Croci di Guerra al Valor Militare; rimpatriato e destinato a compiti addestrativi presso la Scuola Sommergibili di Pola, trovò la morte il 30 gennaio 1942 nell’affondamento del sommergibile Medusa, silurato dal britannico Thorn al rientro da un’uscita addestrativa.

18 (o 19) gennaio 1941
Dopo un periodo di manutenzione, il Baracca (capitano di corvetta Enrico Bertarelli) lascia Bordeaux per la terza missione atlantica, da effettuare ad ovest dell’Irlanda. Forma insieme ad altri tre sommergibili (Otaria, Dandolo e Morosini) un gruppo denominato proprio "Baracca", i cui sommergibili devono porsi in agguato in settori adiacenti al largo della Scozia e restarvi in agguato fino al raggiungimento dei limiti d’autonomia.
Durante la missione viene a più riprese sottoposto a lunghe cacce antisommergibili, senza mai subire danni gravi ma senza riuscire ad affondare nessuna nave. Di nuovo, la missione è ostacolata dal mare tempestoso e dalla nebbia.
24 gennaio 1941
Il Baracca ed i sommergibili italiani Dandolo e Morosini vengono inviati a formare uno sbarramento ad ponente del Canale del Nord e della costa irlandese, posizionandosi più ad ovest rispetto ai sommergibili tedeschi U 48, U 52, U 96, U 101, U 103 e U 107. Questa disposizione è determinata dalla maggiore autonomia dei sommergibili italiani, che per questo vengono mandati a pattugliare settori più ad ovest mentre gli U-Boote e le navi di superficie tedesche si tengono più vicini alle Isole Britanniche.
26 gennaio 1941
Raggiunge il settore assegnato per la missione; poco dopo il suo arrivo avvista due cacciatorpediniere di scorta, un altro sommergibile ed un piroscafo, che non riesce ad inseguire.
29 gennaio 1941
Incontra in oceano uno degli altri battelli del suo gruppo, il Morosini (assegnato al suo stesso settore), in navigazione di trasferimento verso una nuova area d’agguato situata più ad ovest.
ca. 28-30 gennaio 1941
Si pone alla ricerca di una portaerei segnalata da Betasom nei pressi del suo settore d’agguato, ma non riesce a trovarla.
3-4 febbraio 1941
Il Baracca, insieme al Morosini ed ai sommergibili tedeschi U 52, U 96, U 103 e U 123, si pone alla ricerca del convoglio OB. 280, segnalato dall’U 107, che nella notte tra il 3 ed il 4 febbraio ha affondato una delle navi che lo componevano, l’"ocean boarding vessel" Crispin. Baracca e Morosini, subito avvisati da Betasom della presenza del convoglio in prossimità dei loro settori d’agguato, escono dalle rispettive zone per cercare il convoglio, ma non riescono a trovarlo, come del resto l’U 96, l’U 103 e l’U 123 (l’U 52 riesce invece ad affondare un piroscafo di quel convoglio, il norvegese Ringhorn, rimasto indietro rispetto al grosso).
4 febbraio 1941
Viene avvistato da un cacciasommergibili (per altra fonte, un cacciatorpediniere), ma grazie alla nebbia a banchi presente nella zona, il Baracca riesce ad immergersi e far perdere le proprie tracce, sfuggendo all’attacco dell’unità nemica che lo bombarda infruttuosamente con dieci bombe di profondità, le quali esplodono lontane senza causare alcun danno.
Nei giorni seguenti il maltempo continua, impedendo di avvistare bersagli.
12 febbraio 1941
Inizia la navigazione di ritorno alla base.
18 (o 19) febbraio 1941
Arriva a Bordeaux. Dopo questa missione, entra in cantiere e passa qualche tempo ai lavori per riparare l’usura dei macchinari ed i danni causati dal maltempo nel corso delle ultime due missioni.
Supermarina, esaminato il rapporto di questa missione, comunicherà a riguardo a Betasom, l’11 maggio: «Nulla da segnalare. Si prendono in considerazione le proposte di ricompensa al valore avanzate da codesto Comando».
7 (o 10) aprile 1941
Sempre al comando del capitano di corvetta Bertarelli, il Baracca prende il mare per la quarta missione atlantica, da svolgersi stavolta molto più a sud delle precedenti, al largo di Capo San Vincenzo, in Portogallo, a ponente di Lisbona e dello stretto di Gibilterra. Il settore assegnato è a nord del parallelo 36°00’ N.
A partire da febbraio, infatti, il comando di Betasom, in seguito ad accordi con il B.d.U. tedesco, ha deciso di tornare ad inviare i propri sommergibili ad ovest della penisola iberica, come aveva fatto nelle primissime missioni dell’estate del 1940, per insidiare il traffico da e per Gibilterra. Il Baracca è il quarto sommergibile italiano a “tornare” in quest’area, insieme al Dandolo, e dopo l’invio in febbraio di Glauco e Marconi. Baracca e Dandolo hanno il compito di porsi in agguato ad ovest dello stretto di Gibilterra per attaccare i convogli in partenza da quel porto, segnalati da agenti tedeschi “osservatori” che operano sulle coste meridionali della Spagna.
Queste missioni si riveleranno tuttavia infruttuose, tanto per la quasi totale assenza di traffico mercantile nei settori d’agguato assegnati, quanto per le poco favorevoli posizioni iniziali occupate dai sommergibili, che impediranno loro di attaccare il naviglio militare britannico che invece è assai copioso nella zona.


Due immagini dei lavori di modifica effettuati a Bordeaux sul Baracca per meglio adattarlo alle esigenze operative dell’Atlantico: riduzione della falsatorre ed abbassamento delle camicie dei periscopi (g.c. STORIA militare)


13 aprile 1941
Durante la navigazione di trasferimento verso il suo settore d’agguato, al largo di Lisbona, il Baracca viene attaccato da aerei e poi bombardato anche da navi di superficie: passa così, per l’equipaggio, la Pasqua del 1941. In serata il sommergibile riemerge e si riscontra una perdita di nafta, causata dal bombardamento; viene poi avvistato un veliero, il S. Jacinto, proveniente da Figueira da Foz (Portogallo) con un carico di sale. Il Baracca gli si accosta, ed il sottotenente di vascello Iginio Viti intima il fermo al megafono; appurato che la nave è di nazionalità neutrale, viene lasciata andare.
15 aprile 1941
Arriva nel settore assegnato per la missione.
16-19 aprile 1941
Insieme al Dandolo ed all’Enrico Tazzoli, il Baracca cerca infruttuosamente un convoglio nemico (probabilmente l’OG 59, partito da Liverpool il 15 aprile e giunto a Gibilterra il 28) al largo di Lisbona.
22 aprile 1941
Il Dandolo deve interrompere la missione e tornare alla base per avaria; il Baracca prosegue nella missione, ma non riesce ad intercettare il convoglio (per altra fonte, riesce ad avvistarlo ma non a portarsi in posizione idonea a lanciare i siluri).
25-28 aprile 1941
Ricerca di un convoglio, senza risultato.
30 aprile 1941
Inizia la navigazione di rientro.
4 maggio 1941
Arriva a Bordeaux senza aver colto successi.
Questa volta l’ammiraglio Parona esprime un giudizio negativo sull’operato del comandante Bertarelli; anche Supermarina, con comunicazione a Betasom e Maricosom del 6 luglio, concorda che «Le critiche mosse al Comandante Bertarelli per il modo in cui egli ha svolto la sua missione trovano giustificazione nell'apprezzamento delle circostanze di fatto, largamente esposte e commentate da codesto Comando. Tenuto conto delle doti di aggressività e di slancio dimostrate dal Comandante Bertarelli nelle precedenti missioni, non si ravvisa l'opportunità di prendere provvedimenti nei suoi riguardi: si prega per altro di voler dettagliamente riferire sullo svolgimento della prossima missione del BARACCA».
Segue un breve periodo in cantiere ed un turno di riposo per l’equipaggio.

Il Maggiore Baracca rientra a Bordeaux al termine di una missione, data imprecisata (il sito dell’Archivio Centrale dello Stato, da cui proviene la foto, indica "giugno 1942", che è del tutto impossibile)

18 giugno 1941
Ancora al comando del capitano di corvetta Bertarelli, il Baracca parte per la sua quinta missione atlantica, diretto a ponente dello stretto di Gibilterra, nelle acque delle Azzorre (per altra fonte deve attaccare il traffico convogliato nella zona compresa tra Gibilterra, Madera e le Canarie), facendo parte di un gruppo insieme ai sommergibili Morosini, Leonardo Da Vinci (che parte da Bordeaux insieme al Baracca), Alpino Bagnolini, Alessandro MalaspinaComandante CappelliniLuigi TorelliMichele BianchiBarbarigo. Questo gruppo inseguirà ben quattro convogli, senza riuscire a prendere contatto, e poi altri tre, ma questi ultimi quando ormai il Baracca sarà giunto ai limiti dell’autonomia e costretto al rientro alla base.
Nei primi giorni di missione, il Baracca segue rotta verso ovest per diversi giorni, spinto da un solo motore diesel, dopo di che viene fatto deviare dalla rotta prestabilita per cercare dei naufraghi. Successivamente riceve ordine di dirigersi verso sud e, giunto in zona, inizia il pendolamento.
27 giugno 1941
Avvista un cacciatorpediniere, ma di nuovo le sfavorevoli condizioni meteomarine impediscono di portarsi in posizione idonea ad attaccare.
5 luglio 1941
Insieme ai sommergibili Leonardo Da Vinci, Alessandro Malaspina e Morosini, il Baracca si mette alla ricerca di un piccolo convoglio segnalato dal Luigi Torelli ad ovest di Gibilterra, ma non riesce a trovarlo.
7 luglio 1941
Insieme a Da Vinci e Morosini ed al sommergibile tedesco U 103, il Baracca viene inviato a cercare un altro convoglio, diretto verso nord (o verso ovest; forse l’«HG 66»), segnalato dal Torelli, ma di nuovo non riesce a trovarlo, al pari degli altri sommergibili.
8 luglio 1941
Ricerca un altro convoglio, che non riesce ad intercettare.
Rientra poi alla base senza aver ottenuto successi: durante la missione ha anche avvistato una portaerei scortata da due cacciatorpediniere, ma non è riuscito ad attaccare a causa del maltempo.
20 agosto 1941
Dopo cinque missioni atlantiche, il capitano di corvetta Bertarelli lascia il comando del Baracca, venendo destinato all’addestramento delle “nuove leve” presso la Scuola Sommergibili di Pola, e viene sostituito come comandante del Baracca dal tenente di vascello Giorgio Viani.

Il Baracca a La Spezia a fine allestimento, nel luglio 1940: in via provvisoria è stato installato un cannone dell’obsoleto modello da 102/35 mm, in attesa dell’arrivo del più moderno pezzo da 100/47 mm (momentaneamente non disponibile) previsto dal progetto, che verrà installato di lì a poco (g.c. STORIA militare)

Affondamento e prigionia

Il 31 agosto 1941 il Maggiore Baracca, al comando del tenente di vascello Giorgio Viani, salpò da Bordeaux per la sua sesta missione atlantica, da svolgersi in una zona ad ovest dello stretto di Gibilterra, circa 200 miglia a nordest delle Azzorre. ("Navi militari perdute" dell’USMM afferma che il Baracca partì da Bordeaux il 6 settembre, ma questo sembra poco probabile).
Il Baracca doveva partecipare, insieme ad altri quattro o cinque sommergibili (Leonardo Da Vinci, Alessandro Malaspina, Comandante Cappellini, Luigi Torelli e Morosini, anch’essi inviati nelle acque delle Azzorre), all’attacco ad un convoglio britannico in partenza da Gibilterra (secondo www.wlb-stuttgart.de, tra il 4 ed il 6 settembre Baracca, insieme ai sommergibili Calvi, Da Vinci e Cappellini, cercò senza successo il convoglio HG. 72, partito da Gibilterra il 2 settembre e diretto nel Regno Unito). Dopo la partenza da Bordeaux, il sommergibile assunse rotta verso ovest per allontanarsi dalla costa francese, e poi verso sud.
Diverse fonti affermano che il 5 settembre 1941 il Baracca avrebbe affondato a cannonate la motocisterna panamense Trinidad, di 434 tsl. In realtà questa piccola nave fu vittima di un sommergibile tedesco, l’U 95; non esistono dubbi sulla paternità di questo affondamento, dal momento che l’U 95, prima di affondare la Trinidad a cannonate, la fermò, convocò a bordo il suo comandante e ne verificò i registri di carico (essendo una nave neutrale) per accertare che stesse trasportando un carico bellico destinato agli Alleati. L’erronea attribuzione dell’affondamento della Trinidad al Baracca sembra trarre origine dal libro "U-Boot-Erfolge der Achsenmächte 1939–1945" (“I successi dei sommergibili dell’Asse, 1939-1945”) dello storico tedesco Jürgen Rohwer (il quale lo redasse con l’aiuto di numerosi collaboratori, non sempre scrupolosi, e prima che i documenti relativi agli U-Boote, come il rapporto dell’U 95, diventassero accessibili al pubblico), pubblicato nel 1968, che erroneamente registra la Trinidad come affondata dal Baracca; essendo stata questa per lunghissimo tempo un’opera di riferimento nel settore, molti altri autori, basandosi su di essa, hanno riportato e diffuso l’errore (poi corretto in un’edizione successiva) negli anni successivi.

Quanto al Baracca, secondo una fonte proprio il 5 settembre 1941 venne attaccato da un cacciatorpediniere, che lo costrinse all’immersione rapida. Il 7 settembre raggiunse la sua zona d’agguato, che iniziò subito a pattugliare (secondo una fonte, non confermata e di incerta attendibilità, si sarebbe messo alla ricerca di un convoglio segnalato dalla base); quello stesso giorno, a mezzogiorno, il tenente di vascello Pier Donato Poli – ufficiale alle armi del Baracca – avvistò un altro sommergibile di prora, al limite dell’orizzonte. Era l’Enrico Tazzoli, che rientrava alla base dopo quasi due mesi di missione; il Baracca si avvicinò, fu effettuato il riconoscimento, scambiati segnali a mezzo bandierine, i due equipaggi si salutarono a gran voce con il megafono. Dal Tazzoli venne anche scattata una foto al Baracca.
L’allora sergente segnalatore Antonio Maronari, del Tazzoli, descrisse così l’incontro nel suo libro “Un sommergibile non è rientrato alla base”: «“Sembra un sommergibile…” mormora «Carletto» [Carlo Fecia di Cossato, il comandante del Tazzoli] che è salito sulla plancia e sta guardando attentamente. “Sì, è un sommergibile”. Ci avviciniamo: giunti ad una certa distanza, vediamo quattro stelle bianche innalzarsi sopra la piccola unità. È il nostro segnale di riconoscimento e rispondiamo subito, avvicinandoci ancora di più al compagno. È il Baracca… “Cessa il posto di combattimento!” grida il signor Gazzana. Tutto il bordo si anima; tutti vogliono salire in coperta a vedere il battello amico, questo piccolo lembo di Patria, sperduto nell’immensità dell’oceano, che ci viene incontro. Abbiamo le lacrime agli occhi e siamo soffocati da un’emozione che non si può descrivere e che ben pochi, estranei alla nostra vita, potrebbero comprendere. Sono 53 giorni che percorriamo l’oceano in lungo e in largo, sfidando allegramente mille pericoli e sopportando sacrifici d’ogni sorta senza pensarci neppure ed ecco che oggi quel piccolo scafo grigio, facendo un segnale, quattro stelle bianche e lucenti, riesce a farci piangere. Vorrei essere un grande scrittore e poter descrivere il tremito dei nostri cuori e delle nostre voci, nel momento in cui agitiamo freneticamente le braccia in segno di saluto e ci scambiamo, da un battello all’altro, parole semplici, saluti brevi, che racchiudono in sé poemi di fraterno affetto. “Tazzoli, evviva, in bocca al lupo!” “Buon viaggio Baracca!” “Auguri… auguri… evviva l’Italia!” Che Dio vi assista, uomini del mare! Di lì a pochi minuti il sommergibile Baracca non è più che un puntolino lontano. Pare sospeso a mezz’aria tra il cielo fosco e la linea cerulea all’orizzonte mentre naviga serenamente incontro al suo destino. (…) Nella commozione, insolitamente profonda, c’era forse il triste presentimento che non l’avremmo riveduto mai più…».

L’ultima foto del Maggiore Baracca, scattata dal Tazzoli durante l’incontro in Atlantico il 7 settembre 1941 (tratto da un articolo sulla rivista “OGGI”)

Durante la notte successiva, verso le quattro, il Baracca avvistò una nave da guerra nemica e s’immerse con la rapida. La notte trascorse senza eventi di rilievo; ma poche ore più tardi, il mattino dell’8 settembre 1941, il Baracca venne avvistato dal cacciatorpediniere britannico Croome.
Il Croome (capitano di corvetta John Douglas Hayes) era un cacciatorpediniere di scorta della classe Hunt tipo II, praticamente nuovo di zecca: era entrato in servizio il 29 giugno 1941 ed era giunto in Atlantico in agosto, al termine dell’addestramento, venendo assegnato al 12th Escort Group di Londonderry. Aveva lasciato il convoglio HG 72 (formato da 17 mercantili, partiti da Gibilterra il 2 settembre e diretti a Liverpool, dove arrivarono poi il 17) alle due della precedente notte per unirsi alla scorta di un altro convoglio, l’OG 73 (formato da 23 mercantili, partito da Liverpool il 29 agosto e diretto a Gibilterra, dove arrivò il 13 settembre), dietro ordine del Comandante in Capo degli Approcci Occidentali (Western Approaches, la zona di mare situata subito ad ovest delle Isole Britanniche, attraversata dai convogli provenienti dal Nordamerica ed in arrivo nel Regno Unito). La riunione con il convoglio OG 73 era prevista per le otto di quel mattino; il Croome aveva inizialmente assunto rotta e velocità tali da trovarsi entro le 7.15 in un punto situato 20 miglia più avanti rispetto al previsto punto di riunione con il convoglio, ed alle 7.20, giunto in quella posizione, aveva assunto rotta 335° per andare incontro al convoglio ed al contempo perlustrare le acque davanti ad esso. Le condizioni meteomarine in quel momento vedevano una bava di vento da nord, a due nodi, con una visibilità di quattro miglia e mezzo.
Fu proprio questo rastrello a condurre all’avvistamento del Baracca: alle 7.50, infatti, mentre sorgevano le prime luci dell’alba, la vedetta di dritta del Croome, marinaio William Brown, avvistò un oggetto al traverso a dritta, che venne presto identificato come un sommergibile emerso, con rotta verso sud, a cira 7700 metri di distanza. Era il Baracca.
(Una fonte afferma che il Baracca stava cercando di avvicinarsi al convoglio HG 72 quando fu avvistato dal Croome, ma ciò sembra poco verosimile, dato che il Croome aveva lasciato quel convoglio parecchie ore prima ed il Baracca fu affondato poco prima della sua prevista riunione col convoglio OG. 73. “Uomini sul fondo” di Giorgio Giorgerini afferma che il Croome localizzò il Baracca al radar, da una distanza di poco inferiore a 4570 metri, ma dal rapporto del comandante Hayes traspare che l’avvistamento avvenne otticamente, e da distanza superiore).
Il Croome accostò in direzione del sommergibile ed accelerò a 20 nodi; nel frattempo il Baracca, essendosi a sua volta accorto della presenza dell’unità britannica, si immerse rapidamente. Secondo gli appunti di Ettore Gabetta, guardiamarina sul Baracca, il sommergibile avvistò il Croome alle 6.30 (evidentemente c’era un’ora di fuso orario tra l’unità italiana e quella britannica) in posizione 40°15’ N (o 40°16’ N) e 20°25’ O, immergendosi subito con la rapida.
Il cacciatorpediniere proseguì verso il punto in cui aveva visto scomparire il battello avversario; quando fu giunto a 1830 metri da quel punto, ridusse la velocità a 15 nodi e diede inizio alla ricerca antisommergibili. Il Croome si spinse fino alla distanza massima che, in base ai suoi calcoli, il sommergibile in allontanamento poteva aver raggiunto; poi invertì la rotta, con un’accostata di 180°. Due minuti più tardi, il Baracca venne localizzato a proravia dritta del Croome, ad una distanza di mille metri.
Il cacciatorpediniere britannico eseguì un primo attacco con bombe di profondità, regolate per esplodere a 30, 45 e 60 metri (configurazione “C”), ma senza risultati apprezzabili; il Baracca si trovava infatti in quel momento già a 90 metri (e stava continuando a scendere lentamente a profondità superiore), e le esplosioni delle bombe di profondità si limitarono ia scuoterlo violentemente ed a causare danni molto lievi, tra cui l’inutilizzazione dell’indicatore di profondità. Il Croome tornò allora alla carica ed effettuò un un secondo attacco, stavolta regolando le bombe di profondità per una profondità maggiore (configurazione “E”, 76, 107 e 152 metri): questa volta le esplosioni investirono in pieno il Baracca, con risultati devastanti. Tutte le luci si spensero, i motori si fermarono, i timoni vennero messi fuori uso, si generarono vie d’acqua sia a prua che a poppa, perdite in deposito e locale ausiliari ed infiltrazioni d’acqua anche nel locale batterie. Dinanzi alla prospettiva di un imminente, rapido affondamento che non avrebbe lasciato scampo all’equipaggio, il comandante Viani ordinò di dare aria a tutte le casse e di emergere, per tentare un’ultima resistenza in superficie, il cui esito era scontato. (Secondo una fonte non verificabile, avrebbe partecipato all’azione anche un bombardiere Vickers Wellington del 221st Squadron della RAF; però il comandante del Croome non ne fa menzione nel suo rapporto).
Il Baracca venne in superficie a poppavia del Croome: subito il cacciatorpediniere aprì il fuoco con tutte le armi che poté puntare su di esso, ed al contempo mise le macchine avanti tutta e manovrò per speronarlo.
I cannonieri del Baracca, usciti in coperta, corsero al pezzo ed iniziarono a rispondere al fuoco, sotto la direzione del sottotenente di vascello Poli: i primi colpi, però, mancarono di parecchio il bersaglio, ed il tiro delle mitragliere Lewis situate sulle alette di plancia del Croome li falciò prima che potessero aggiustare il tiro. Tra i cannonieri rimasti uccisi in questo frangente erano i marinai Giuseppe Coletta e Benedetto Del Re.
Ridotta al silenzio ogni reazione, ed essendo imminente lo speronamento, gli uomini del Baracca iniziarono a gettarsi in mare; già nel momento in cui il sommergibile aveva aperto il fuoco il comandante Viani aveva ordinato al direttore di macchina, capitano del Genio Navale Rinaldo Rondinini, di provvedere all’autoaffondamento. Rondinini eseguì l’ordine, poi salì per ultimo in coperta insieme al comandante in seconda, tenente di vascello Piero Gherardelli.
Pochi attimi dopo, il Croome speronò il Baracca subito a poppavia della torretta, provocandone l’immediato affondamento di poppa; pochi secondi dopo che il sommergibile era scomparso sotto la superficie, venne sentita una forte esplosione subacquea, smorzata dall’acqua.
Il Maggiore Baracca si era inabissato in posizione 40°15’ N e 20°55’ O (o 40°30’ N e 21°15’ O, o 40°31’ N e 21°15’ O), a ponente di Gibilterra, 275 miglia a nordest delle Azzorre (secondo una fonte, più precisamente, 282 miglia a est-nord-est dell’isola di Sao Miguel, più o meno a metà strada tra il Portogallo e le Azzorre) e circa 600 miglia ad ovest di Porto; in quel punto, l’Atlantico è profondo quasi quattromila metri. Fonti italiane registrano l’ora dell’affondamento come le 9.30.

I naufraghi, molti dei quali feriti dal tiro delle mitragliere, rischiarono anche di essere risucchiati dalle eliche del Croome. Fu lo stesso cacciatorpediniere affondatore, mettendo a mare le proprie lance, a recuperare i sopravvissuti: 32, su un equipaggio di 60 uomini. (Qualche fonte britannica parla di 34 sopravvissuti – 6 ufficiali e 28 tra sottufficiali e marinai –, ma sembra probabile un errore, a meno che due dei naufraghi non siano deceduti dopo il salvataggio).
Tra i superstiti erano il comandante Viani e cinque ufficiali (il comandante in seconda Gherardelli, i sottotenenti di vascello Iginio Viti e Pier Donato Poli, il guardiamarina Ettore Gabetta ed il sottotenente del Genio Navale Antonio Ferrentino). Ventotto uomini del Baracca, tra cui il direttore di macchina Rondinini ed altri due ufficiali, erano morti nel breve combattimento.

Le vittime:

Roberto Abbandonato, marinaio, da L’Aquila, disperso
Marino Aresi, marinaio elettricista, da Brignano Gera d’Adda, disperso
Giuseppe Bellinetto, marinaio elettricista, da Vicenza, disperso
Plinio Bovi, marinaio cannoniere, da Chioggia, disperso
Domenico Burchielli, secondo capo nocchiere (nato in Cecoslovacchia), disperso
Giovanni Carcano, secondo capo nocchiere, da Milano, disperso
Settimio Castiglioni, sergente elettricista (nato negli U.S.A.), disperso
Giuseppe Coletta, marinaio cannoniere, da Milano, disperso
Aniello Damiano, secondo capo motorista, da Napoli, disperso
Renzo Del Bubba, secondo capo silurista, da Firenze, disperso
Benedetto Del Re, marinaio, da Mola di Bari, disperso
Vincenzo Fergola, marinaio silurista, da Napoli, disperso
Ugo Marra, capitano del Genio Navale, da Ariano Irpino, disperso
Corrado Menconi, sottocapo silurista, da Carrara, disperso
Giuseppe Napoli, sottocapo furiere, da Racalmuto, disperso
Orlando Nimis, marinaio silurista, da Faedis, disperso
Luigi Alfredo Odiardo, marinaio, da Meana di Susa, disperso
Francesco Parravicini, marinaio silurista, da Varedo, disperso
Carlo Pizzetti, aspirante del Genio Navale, da Novellara, disperso
Bruno Pratesi, marinaio elettricista, da Cogoleto, disperso
Francesco Putignano, marinaio, da Ostuni, disperso
Clemente Rivetti, capo elettricista di terza classe, da Rovato, disperso
Giovanni Rolle, marinaio silurista, da Candiolo, disperso
Rinaldo Rondinini, capitano del Genio Navale (direttore di macchina), da Napoli, disperso
Enrico Salvini, secondo capo radiotelegrafista, da Bibbiena, disperso
Giuseppe Smeraldi, sottocapo radiotelegrafista, da Zimella, disperso
Mariano Soprani, marinaio cannoniere, da Cerveteri, disperso
Bruno Vettorato, marinaio motorista, da Monselice, disperso


Ettore Gabetta, giunto nudo a bordo del Croome, scrisse poi sull’atteggiamento dell’equipaggio britannico: “La gente [cioè i marinai] ci tratta cordialmente, gli ufficiali sono alteri e distanti”. Qualcuno cercò di rivolgergli la parola in francese, ma lui non lo parlava.
Nel breve scontro con il Baracca, il Croome aveva sparato undici colpi di tipo semiperforante (S.A.P., Semi armour-piercing) con i cannoni da 101 mm Mark XVI, oltre a numerosi colpi di mitragliera.
Il cacciatorpediniere non uscì del tutto indenne dalla collisione; il direttore di macchina riferì al comandante Hayes che i compartimenti prodieri, fino al magazzino centrale, erano allagati, pertanto vennero sistemati dei puntelli per sostenere le paratie lesionate. Anche il sonar era stato messo fuori uso. Considerati i danni ed il fatto che la paratia prodiera “sana” era di costruzione piuttosto leggera, Hayes giudicò che la sua nave, in quelle condizioni, non fosse in grado di contribuire utilmente alla scorta del convoglio, e che piuttosto avrebbe rischiato grosso in caso di maltempo. Pertanto, il Croome fece rotta verso Gibilterra alla velocità di otto nodi. Sotto la direzione del direttore di macchina, l’equipaggio del cacciatorpediniere riuscì a prosciugare il locale cavi, puntellò e turò le falle nella paratia danneggiata, mentre le pompe riuscivano a mantenre il livello degli allagamenti sotto controllo. Gradualmente, il Croome incrementò la sua velocità fino a 16 nodi.
I naufraghi del Baracca passarono la prima notte dormendo sul pagliolato; il 9 settembre vennero portati in coperta, dove Ettore Gabetta sentì distintamente i rumori delle pompe che lavoravano a pieno regime per contenere gli allagamenti. Il 10 settembre il Croome passò all’altezza di Punta Tarifa; i prigionieri erano stati di nuovo condotti sottocoperta, in un locale con gli oblò chiusi. Hayes procedette all’interrogatorio dei prigionieri; dai naufraghi italiani il comandante del Croome apprese il nome del sommergibile affondato, nonché che questi si trovava in missione da una settimana, alla ricerca di un convoglio, e che normalmente le missioni duravano un mese. Seppe poi quali danni avevano causato al Baracca i suoi due attacchi con bombe di profondità.
Il Croome raggiunse il Gibilterra il 10 settembre, sbarcandovi i prigionieri; rimase poi in riparazione dal 12 settembre al 4 ottobre, quando poté riprendere la sua attività di scorta ai convogli.

Per l’affondamento del Baracca, il comandante Hayes del Croome venne insignito del Distinguished Service Order; il sottotenente di vascello Anthony Herbert Lane Harvey, addetto ai controlli antisom del Croome, ricevette la Distinguished Service Cross, mentre i marinai William Brown (la vedetta che aveva avvistato per prima il Baracca) ed Alexander Skea (operatore antisom) furono decorati con la Distinguished Service Medal.

Ettore Gabetta e gli altri naufraghi del Baracca vennero sbarcati a Gibilterra sotto la sorveglianza di un picchetto armato, poi condotti nelle “detention barracks”, ancora in mutande e senza scarpe (Gabetta scrisse che fu piuttosto fastidioso camminare a piedi nudi sul pietrisco). Per il primo pranzo una volta a terra furono fatti mettere in fila, a piedi nudi, ricevendo poi il pasto – cibo in scatola – in piatti di latta (Gabetta annota nei suoi appunti quella che sembra una domanda rivolta in spagnolo dal cuciniere: “no le gusta la sopa?”), sorvegliati da un sergente degli Highlanders. Gabetta venne poi sottoposto ad interrogatorio, sempre in mutande, da parte di tali capitano di fregata Clark e tenente di vascello Gallegos, dopo di che fu trasferito nella locale infermeria (altra annotazione criptica: “pistola sul comodino punta ala salto nel mare”), lato mediterraneo. Poté inviare una cartolina a casa.
Durante la loro permanenza a Gibilterra, gli uomini del Baracca poterono assistere al rientro della corazzata britannica Nelson gravemente danneggiata da un aerosilurante italiano, a fine settembre; la notte stessa del loro arrivo avevano sentito delle esplosioni in rada, che seppero essere state causate da un attacco di subacquei italiani: la notte del 10 settembre, infatti, i siluri a lenta corsa della X Flottiglia MAS avevano attaccato Gibilterra, affondando o danneggiando gravemente la grossa motonave Durham e le navi cisterna Denbydale e Fiona Shell.
Il 2 ottobre gli uomini del Baracca lasciarono Gibilterra diretti nel Regno Unito; furono portati a Scapa Flow, poi ad Edinburgo (altri appunti di Gabetta: “capitano Scozzesi lucido – Indice vittoria – Mussolini bastard”) ed infine a Londra, dove giunsero il 9 ottobre, venendo mandati in un campo per interrogatori. Qui incontrarono anche altri prigionieri italiani: il capitano del Genio Navale Renato Lisa del sommergibile Glauco, affondato al largo di Gibilterra nel giugno precedente; un tenente di vascello di Salice Terme; un capitano di artiglieria. (Ancora appunti criptici: “Microfoni isolamento. (…) Tenente di Vascello interrogatorio Salice Terme poi ributtato fuori sentinella sempre presente anche 00. Vestiti con bollo rosso. Capitano artiglieria campo golf passeggiata. Cravatta.”) Ci furono allarmi aerei, bombardamenti notturni della Luftwaffe; e proprio insieme a degli avieri della Luftwaffe, catturati dai britannici dopo l’abbattimento dei loro aerei, i naufraghi del Baracca vennero trasferiti in un altro campo provvisorio, da dove – dopo un iniziale rinvio del trasferimento – furono poi condotti alla Victoria Station sotto la scorta armata di giganteschi fucilieri dei Grenadier Guards, al comando di un giovane sottotenente tirato a lucido.

Per i superstiti del Baracca iniziavano quattro lunghi anni di prigionia. Un interessante spaccato di questo periodo è dato dalle lettere del già citato guardiamarina Ettore Gabetta, da Voghera, pubblicate dalla figlia Giovanna nel libro “Un poeta e due sommergibili”: da esse traspaiono la monotonia della prigionia, la preoccupazione per i famigliari rimasti in un’Italia sempre più sconvolta dalla guerra, lo sconcerto provato da un giovane ufficiale nel seguire i rivolgimenti avvenuti in un Paese che, in quei pochi anni, sarebbe radicalmente cambiato rispetto all’Italia che Ettore Gabetta aveva lasciato nel 1941.
La sua prima lettera alla famiglia da prigioniero, Ettore Gabetta la inviò il 13 ottobre 1941, oltre un mese dopo l’affondamento del Baracca: nella lettera Gabetta rassicurava sulle sue condizioni di salute e chiedeva alla famiglia di inviargli un pacco con «il mio vecchio pullover di lana bianca, un vecchio trattato di meccanica razionale che sta nel mio stipetto dei libri, e le vostre fotografie sciolte, cioè non montate su cartoncino», raccomandando di non metterci niente di valore, che sarebbe potuto andare perso se il pacco si fosse perduto.
Il 28 ottobre Gabetta ed i compagni giunsero nel campo di prigionia n. 13 di Swanwick, nel Derbyshire (Inghilterra). Qui i prigionieri, italiani e tedeschi, erano alloggiati in una residenza ottocentesca nota come Swanwick Hayes, usata in tempo di pace come centro conferenze (ancora oggi è in uso come Hayes Conference Centre). Due giorni dopo, il 30 ottobre, Gabetta scrisse una la prima lettera da Swanwick Hayes, in cui raccomandava ai genitori di non preoccuparsi per lui, dato che al campo poteva comprare tutto il necessario per sé; spiegava che i prigionieri potevano scrivere a casa due lettere a settimana e che l’ente patrocinatore dei prigionieri italiani era l’ambasciata del Brasile, Paese ancora neutrale che aveva assunto la tutela dei prigionieri di guerra italiani, pertanto richieste di informazioni od eventuali comunicazioni urgenti sarebbero dovute passare per essa. Aggiungeva ancora: «Mi sto facendo una preziosa esperienza che mi sarà molto utile in seguito: imparo a conoscere gli Inglesi così come ho imparato a conoscere Francesi e Spagnoli e Tedeschi. Un giorno potrò raccontare alle mie sorelline molte cose vere». In un’altra lettera, scritta il 24 novembre, raccomandava alla madre di non spedirgli nulla a parte fotografie, sia perché non gli occorreva nulla, potendo comprare tutto ciò che gli serviva direttamente al campo, sia perché «avendo fatto più di un anno di guerra al traffico in oceano, so come vanno a finire i pacchi». Tre giorni dopo, una lettera al padre Mario (appena richiamato alle armi, come sottufficiale degli Alpini, a cinquantun anni di età) si concludeva così: «Sento la Vittoria sempre più vicina, e ne fa fede il sacrificio dei 28 miei compagni di guerra che non torneranno. Il mio Comandante è contento di me, e questo mi basta. Non mandatemi nulla: non vi preoccupate per me. Mandate piuttosto qualcosa a chi combatte». Il 1° gennaio 1942, in un’altra lettera al padre, Ettore Gabetta spiegava la sorte toccata a quasi metà dell’equipaggio del Baracca: «il Cap. del genio Rondinini ed il Cap. del Genio Marra, l’Asp. Pizzetti ed altri 25 tra sottufficiali e comuni sono scomparsi, la maggior parte colpiti da fuoco di mitragliera». Gli altri erano insieme a lui nel campo di prigionia: tra di essi, nominati a più riprese in molte lettere a casa, i sottotenenti di vascello Iginio Viti e Pier Donato Poli ed il sottotenente del Genio Navale Antonio Ferrentino, i quali rimasero insieme a Gabetta per tutti i successivi quattro anni di prigionia, venendo trasferiti insieme di campo in campo. Questi tre ufficiali sono menzionati svariate volte nelle lettere a casa di Gabetta: per esempio il 1° gennaio 1942: «Pierdonato Poli ha ricevuto posta dai suoi genitori e dai suoi zii di Milano. So che siete in comunicazione con loro e con la famiglia Viti, e credo che abbiate sufficienti notizie sul nostro conto»; o il 15 gennaio: «Ti mando il saluto di Ferrentino e di Poli che avrai conosciuto attraverso i suoi zii di Milano»; od il 14 novembre 1941: «ora sto bene, ho un buon termosifone che mi riscalda e la compagnia di qualche ottimo amico, come Ferrentino, che mi aiutano a trascorrere queste lentissime ore di attesa» ed il successivo 27 novembre: «Sto benissimo, ed è con me Ferrentino che ti manda il suo saluto: se ti capita di vedere suo fratello in Alessandria digli che lo saluta e sta benissimo anche lui». Tra le famiglie di questi ufficiali, sparse in tutta Italia a grande distanza l’una dall’altra (Gabetta era lombardo, Poli piemontese, Viti fiumano, Ferrentino campano), sorse una specie di “legame” dato dalla comunanza della loro sorte: siccome il funzionamento servizio postale tra l’Italia ed il campo di prigionia era caratterizzato da forti differenze tra un individuo e l’altro (Poli e Viti, da quanto traspare dalle lettere, ricevevano posta con maggiore frequenza e minori ritardi rispetto a Gabetta), ciascuno degli ufficiali talvolta affidava alla corrispondenza dell’altro domande e notizie indirizzate alla propria famiglia, che i parenti del primo, ricevuta la lettera in Italia, avrebbero cercato di far ricevere loro. Fu così che le loro famiglie finirono col fare conoscenza reciproca, almeno per via postale, unite dal denominatore comune di avere un figlio prigioniero in terre lontane. Il 3 maggio Gabetta scriveva in una lettera alla madre: «Ti lascio immaginare la mia gioia nell’apprendere che sei stata finalmente anche tu da papà, ed anche che hai conosciuto la signora Viti e la sua bambina. Questo ha fatto molto piacere anche a Viti stesso, che me ne ha parlato a lungo».
Nella corrispondenza di Gabetta affioravano anche le prime lamentele sui continui ritardi nel servizio postale tra i prigionieri in Inghilterra e le loro famiglie in Italia, che sarebbero divenute una costante nelle lettere degli anni a venire («Di posta, neppure l’ombra; ma mi ci vado abituando e, pur non ricevendo vostre nuove, mi sento fiducioso e tranquillo, non so perché»). Il 15 gennaio 1942 Ettore Gabetta scriveva: «Qui fa piuttosto freddo, ma lo stipendio che ho mi ha permesso di premunirmi in tempo e largamente. (…) Ti chiedo scusa di queste lettere brevi e sconclusionate: ma sono proprio a corto di argomenti. Cosa d’altra parte abbastanza giustificata in un prigioniero. Il morale è sempre altissimo». Il 23 gennaio, in una lettera alla madre, rassicurazioni sulla propria situazione, ed un’esortazione: «Ti prego vivamente di non spedire pacchi: ti ripeto che ho il mio stipendio, che posso comperare quel che mi serve, che non manco affatto di indumenti, che sto benissimo di salute e col morale. (…) E se proprio vuoi mandare qualche pacco, mandalo a qualche combattente della Libia, o a qualche sommergibilista d’Atlantico, o in Russia a Pierino [amico di Ettore Gabetta, al fronte in Russia]. Sarà come se l’avessi mandato a me». Intanto Gabetta approfittava del tempo “morto” trascorso al campo per imparare l’inglese ed un po’ di tedesco, come riferiva in una lettera del 16 marzo 1942; forse riferendosi ai travolgenti successi giapponesi di quel periodo – che avevano visto le truppe del Sol Levante conquistare in pochi mesi Singapore, la Malesia, le Indie Olandesi ed avanzare speditamente nelle Filippine, sconfiggendo a più riprese le truppe britanniche, statunitensi, australiane ed olandesi – concludeva in proposito: «Ma ora penso che sarebbe quasi utile imparare il giapponese: il mondo diventa sempre più piccolo».
Il 6 maggio 1942, Ettore Gabetta ed i compagni del Baracca vennero trasferiti da Swanwick Hayes ad un altro campo di prigionia, il campo n. 4 di Ferryhill, nella contea di Durham. Anche questo campo “ospitava” prigionieri sia italiani che tedeschi. In una lettera alla madre del 18 maggio, Gabetta ironizzava su questo trasferimento: «ho cambiato ora residenza: capirai, a lungo andare ci si stanca degli stessi luoghi, ed è bene variare». Nella medesima lettera il giovane ufficiale descriveva il nuovo campo, e l’interminabile attesa dei pacchi da casa che non arrivavano mai: «Questa che ora abito è una grande villa, copiosa di reticolati alle finestre ed attorno alle mura, fra alberi accoglienti i nidi dei corvi, in una grande campagna collinosa e quieta. La giornata passa anche qui abbastanza veloce: attendo i soliti libri ordinati da mesi e mesi e che non arrivano mai, per i quali ti si risponde sempre: “tomorrow, tomorrow”, che significa: domani, domani. E’ un domani che si aspetta da quasi trenta settimane. Ma pure il domani verrà. Ed allora dovrò riderne!». Il 28 maggio, in una lettera al padre, Gabetta lamentava che nel nuovo campo il servizio postale era diventato ancora più lento; accennando poi al sommergibile Barbarigo, che aveva rivendicato (falsamente, ma questo ovviamente Gabetta non lo poteva sapere) l’affondamento di una corazzata americana, scriveva: «Hai sentito che ha fatto il Barbarigo? Non credo di essere immodesto se dico che anche noi qui rinchiusi, e più ancora coloro che qui non sono giunti, abbiamo un poco contribuito al raggiungimento di questi risultati», per poi concludere «Anche Viti e Poli mi incaricano di salutarti; essi come me stanno benissimo: una salute a tutta prova e una buona dose di allegria non mancano mai. Il numero dei miei compagni non è aumentato, dopo il mio arrivo: questo è sintomatico».
Dopo neanche due mesi passati a Ferryhill, Gabetta e compagni vennero trasferiti ancora: questa volta in Scozia, nel campo n. 12 di Edimburgo, situato negli edifici della Donaldson’s School, un’istituzione educativa rivolta all’istruzione di allievi sordi o con problemi comunicativi (il periodo della guerra rappresenta infatti l’unico lasso di tempo in cui la Donaldson’s School venne adibita ad un uso diverso a quello solito, nei suoi centocinquanta e più anni di storia). Questo nuovo trasferimento venne annunciato alla famiglia Gabetta da una lettera del 26 giugno: «Come vedi dalla variazione di indirizzo, ho cambiato nuovamente campo. Nulla di strano e di eccezionale: sono ancora più a Nord, ma sempre assieme a tutti i miei compagni. Ho ricevuto giorni fa un tuo pacco contenente effetti di vestiario e dolciumi, vi ho trovato gli aghi ed il filo, ti ringrazio. (…) Qui sono sistemato come di consueto: è un palazzone tetro come si usano qui, non abbiamo a disposizione la radio e pochissimi giornali. Ma questo non conta nulla: la guerra cammina, e tutto funziona secondo il previsto». In una cartolina del 25 luglio 1942, Gabetta rassicurava ancora una volta sulle sue condizioni, ma si lamentava di sfuggita circa la situazione del vestiario: «sono vestito come un pagliaccio». Situazione che venne risolta solo tre mesi più tardi, come attesta una lettera del 21 ottobre 1942: «dopo circa un anno di richieste, mi è stata finalmente consegnata una divisa. Non ho bisogno che tu mi invii i galloni od altro: sono riuscito qui a sistemare il tutto abbastanza bene, avendo messo insieme anche un trofeo ed un gallone per il berretto. Poiché tu devi sapere che ornai sono diventato una ottima massaia. Ho fatto progressi grandiosi nel lavare la biancheria: conosco gran parte dei segreti dell’ago e della forbice, so farmi il letto come non credo che altri riuscirebbe a sistemarlo, mi costruisco abiti ed arrivo anche a stirarli con una specie di macchina infernale che mi sono allestito coi mezzi di bordo. Tutto funziona, come vedi. La salute è come sempre ottima e nonostante il parere contrario degli avversari il morale è carburatissimo (…) Come di consueto Poli mi dà spesso notizie, così come Viti e Ferrentino, che non hanno mai cessato di essere per me degli ottimi compagni. Non c’è che da aspettare, mamma. Il tempo non sarà certo breve: ma ogni sacrificio avrà come premio la gioia più grande».
Intanto Gabetta aveva fatto conoscenza con altri ufficiali italiani prigionieri: Antonio Metallo, da Salerno, sottotenente di vascello osservatore sugli aerei, catturato nel luglio 1941 dopo l’abbattimento in mare del suo ricognitore; “Melosci”, menzionato in alcune lettere, probabilmente il tenente del Genio Navale Giovanni Melosci, da Acquaviva delle Fonti, direttore di macchina del sommergibile Cobalto affondato durante la battaglia di Mezzo Agosto del 1942.

Durante il periodo di prigionia, alcuni uomini del Baracca parteciparono ad un tentativo di fuga da parte di un gruppetto di prigionieri, che scavarono un tunnel per evadere dal campo; ma i fuggiaschi furono presto ricatturati, e ne venne deciso il trasferimento oltreoceano, negli Stati Uniti.
Anche Ettore Gabetta ed i suoi compagni vennero trasferiti in America: a fine novembre vennero imbarcati a Greenock su una nave diretta ad Halifax, in Canada, dove giunsero il 9 dicembre. Da qui, in tre giorni, raggiunsero la loro destinazione: il campo di prigionia 4-H di Crossville, nel Tennessee (Stati Uniti). Questo campo era stato realizzato a partire dal giugno 1942 per ospitare prigionieri italiani e tedeschi trasferiti in America dal Regno Unito: le autorità britanniche, stanti le difficili condizioni del Regno Unito in quel periodo, avevano difficoltà a mantenere il gran numero di prigionieri sparsi nei campi delle Isole Britanniche, ed avevano così deciso di trasferirne una parte ai loro ben più opulenti alleati d’oltreoceano. A Crossville furono “ospitati” circa 1500 prigionieri, in gran parte ufficiali; curiosamente, presso la gente del posto il campo di prigionia divenne noto come “Jap Camp” (campo giapponese), benché non un solo prigioniero nipponico vi sia mai passato durante l’intero conflitto. Il campo era situato a qualche miglio dal paesino di Crossville ed era delimitato da due recinti di filo spinato alti 3,6 metri, con torrette di guardia lungo il perimetro esterno; all’interno del campo si trovavano l’ufficio del comandante dei prigionieri, un ospedale, le baracche che ospitavano i prigionieri e la loro mensa. All’esterno erano invece il corpo di guardia, l’ufficio del comandante del campo, gli alloggi del personale statunitense, uffici amministrativi, una palestra con annesso auditorio ed una caserma dei pompieri. L’interno del campo era a sua volta suddiviso in quattro zone, riservate rispettivamente agli ufficiali italiani, agli ufficiali tedeschi, ai sottufficiali e soldati italiani ed ai sottufficiali e soldati tedeschi. Italo-tedeschi e statunitensi vivevano in sostanza in due mondi a parte: erano i prigionieri stessi ad autogestire il campo, mentre il personale statunitense vi entrava soltanto per compiere ispezioni e per altre formalità, o se si verificavano problemi gravi, ed almeno in teoria era vietato alle guardie di conversare con i prigionieri. Il campo era in originariamente privo di verde, ma i prigionieri stessi piantarono qua e là fiori, piante e cespugli per abbellirlo. Le baracche erano abbastanza comode; ciascuna Baracca era suddivisa in stanze da letto di tre metri per tre, ciascuna delle quali ospitava due prigionieri, ed ogni due stanze da letto c’era un’area comune provvista di armadi, stufa, tavolo e sedie. C’era anche del legname con cui i prigionieri potevano costruire da sé, se lo desideravano, ulteriore mobilio.
La giornata dei prigionieri iniziava poco prima delle otto del mattino, quando c’era la sveglia; la colazione era seguita dall’appello, dopo di che i prigionieri che avevano accettato di lavorare venivano avviati al lavoro, mentre quelli che avevano rifiutato potevano passare il loro tempo come meglio credevano fino all’ora di pranzo. Alle cinque del pomeriggio si faceva un altro appello, “il principale evento della giornata”, in cui i prigionieri erano contati anche più di una volta; poi si riprendevano le normali attività, fino alle dieci di sera, quando venivano chiusi i cancelli dei diversi settori del campo. Nondimeno, all’interno di ciascun settore non vigeva un coprifuoco. Tutti i sottufficiali e soldati prigionieri ricevano dieci centesimi al giorno per provvedere alle loro necessità; coloro che accettavano di lavorare ne ricevevano ottanta. Molto maggiore era la “paga” fornita agli ufficiali, che variava da 20 a 40 dollari in base al grado. Per chi accettava di lavorare, i lavori all’interno del campo consistevano in attività di costruzione e manutenzione, nonché servizi per gli altri prigionieri (barbieri, cuochi, addetti alle pulizie); molti prigionieri venivano invece distaccati per lavorare al di fuori del campo, presso privati, specialmente in lavori agricoli nelle fattorie della zona.
I primi prigionieri italo-tedeschi arrivarono a Camp Crossville nel novembre 1942: quello di Ettore Gabetta fu uno dei primissimi gruppi, se non il primo. La prima lettera di Gabetta alla famiglia dopo l’arrivo negli Stati Uniti risale al 17 dicembre 1942: «Di salute sto benissimo, mamma, come sempre; e tanto più ora che mi trovo in un clima assai più analogo a quello della mia bella Italia, e così diverso quindi da quello tristissimo del malaugurato paese nel quale fui costretto a vivere un anno intero». Il 28 dicembre, in una lettera al padre, Gabetta spiegava di poter inviare due lettere alla settimana, precisando: «Non credere ch’io lasci questi larghi margini che vedi a lato per pigrizia nello scrivere: è soltanto perché tali sono le prescrizioni del regolamento americano». Come già nella lettera precedente, esprimeva il suo apprezzamento per il clima del Tennessee rispetto a quello del Regno Unito: « Qui abbiamo un clima molto migliore di quello inglese, per quanto finora sia stato assai piovoso; e tutto ciò è molto bene per noi». Tre giorni dopo, mentre il 1942 volgeva al termine, Gabetta scriveva: «A pensarci bene, non so neppur’io spiegarmi come mai mi trovi qui in terra di Colombo pur essendo stato catturato dagli inglesi, in un combattimento con gli inglesi, prima ancora che gli Stati Uniti entrassero in guerra. Si vede che così si usa in terra cosiddetta di libertà». Il 7 gennaio 1943, in una lettera al padre, informava: «ancora una volta il mio indirizzo ha subito una variazione, stavolta assai leggera però: invece delle lettere P.o.W. si devono scrivere le altre I.S.N. che significano Internment Serial Number». Cinque giorni dopo, in una lettera alla madre, Gabetta ribadiva la notizia di questo cambiamento, aggiungendo: «non si tratta che di una variazione di tipo burocratico e scartoffiaio. La mia vita è sempre uguale, col solito contorno rinforzato di reticolati e sentinelle. Attendo sempre di ricevere un poco di posta, per quanto la speranza che ciò si avveri sia assai tenue; e vorrei che almeno tu potessi ricevere la mia. In questi ultimi mesi ho perduto completamente ogni collegamento con la Patria. Un tempo almeno sentivo con una certa frequenza la radio italiana, il nostro bollettino: ora vivo in un mondo dove la guerra sembra troppo lontana, dove si tengono le luci accese ma dove mi pare di essere più al buio di prima (…) Sono in baracca con Ferrentino; e tutti gli altri sono sempre con me». Il 25 gennaio era ribadita l’obiezione fatta neanche un mese prima: «Non ho mai capito come mai io sia capitato in America, visto che il giorno in cui ho sparato i miei ultimi colpi di cannone la America stessa era ancora ben lontana dal dichiararci guerra».
Il 1° febbraio 1943 i prigionieri italiani di Camp Crossville ricevettero la visita del vescovo cattolico di Nashville, che così Ettore Gabetta descriveva in una lettera a casa del giorno seguente: «…una bella figura di uomo dai capelli bianchi, dall’aspetto sereno. Ci ha rivolto la parola in Americano, e grosso modo ho potuto capire il significato di quel che disse; anche perché parlava con una certa velocità. Ci ha raccomandato di essere pazienti, di aspettare con fiducia il ritorno alle nostre case, di adempiere ai nostri doveri. Ci ha detto di aver avuto l’impressione di essere davanti a degli uomini duri, e che il Santo Padre sarà contento di noi. Ci ha benedetti. Mi ha fatto piacere vedere questo vecchio sereno, e sentirne il tono calmo della voce, anche se parlava in una lingua diversa; e mi ha fatto piacere perché in sedici mesi di prigionia è la prima volta che una autorità ecclesiastica si interessa direttamente di noi e dei nostri uomini».
Pochi giorni dopo, giunse al campo un gruppo di generali italiani catturati in Africa e trasferiti negli Stati Uniti dall’India, dov’erano stati inizialmente imprigionati. Era tra di essi uno dei più famosi generali del Regio Esercito ad essere caduti in mano nemica: Annibale Bergonzoli, “barba elettrica” (così chiamato appunto per via della sua caratteristica barba brizzolata), veterano di tutte le guerre italiane dal 1911 al 1940, catturato dai britannici in Libia nel febbraio 1941 dopo la battaglia di Beda Fomm. Un parente del generale viveva proprio a Voghera, dov’era primario presso il locale ospedale psichiatrico; la famiglia Gabetta abitava proprio nella villetta accanto, e nella lettera a casa dell’8 febbraio 1943 Ettore scriveva di portare al dottor Bergonzoli il saluto di “barba elettrica”. Ettore Gabetta fece presto amicizia con il generale Bergonzoli, del quale nella lettera dell’8 febbraio scriveva «è un uomo meraviglioso» ed in un’altra scritta quattro giorni dopo «Abbiamo parlato a lungo del nostro paese, di Salice, della famiglia Diana, di tante cose. (…) egli è sempre quel meraviglioso soldato, tale e quale abbiamo imparato a conoscerlo». Il 12 marzo, Gabetta raccontava: «quasi ogni giorno ascolto le parole dell’Eccellenza Bergonzoli, che viene nella nostra Baracca, e racconta cose addirittura preziose perché vengono dalla sua stessa esperienza, che è l’esperienza di un uomo d’eccezione»; e quattro giorni dopo: «Parlo spessissimo con S.E. Bergonzoli ed imparo moltissime cose, di utilità estrema sotto tutti i punti di vista; forse ti racconterò un giorno». Ancora il 25 maggio 1943: «Spessissimo ascolto gli insegnamenti del Generale Bergonzoli: tu puoi pensare quanto mi siano utili».
Continuavano, ed anzi peggioravano, i problemi relativi alla posta: le prime lettere dal suo arrivo in America, Gabetta le ricevette soltanto l’11 febbraio 1943, due mesi dopo il suo arrivo a Camp Crossville, e quattro mesi dopo il loro invio dall’Italia (risalivano a fine ottobre 1942; erano passate per Lisbona e per l’Inghilterra). A marzo arrivarono le lettere di novembre; rispondendo ad una di esse (spedita dalla madre), il 2 marzo 1943 Gabetta scriveva: «Qui non ho affatto bisogno di pelliccia e vestiario invernale, perché il clima è più o meno lo stesso del nostro: non ti preoccupare quindi per tutti i pacchi che non mi sono arrivati: soltanto io ti prego di non spedirmene più, all’infuori di quei libri di tedesco che papà già mi scrisse di aver procurato. Anche tutto ciò che tu mi scrivi indica che a casa tutto va bene, bombardamenti a parte: sono però sicuro che i detti idioti bombardamenti lasceranno imperturbabile il popolo nostro tutto». Qualche giorno dopo, arrivò anche una lettera dal padre risalente al 10 dicembre, col quale questi annunciava di aver spedito, come richiesto, alcuni libri di tedesco che Gabetta intendeva utilizzare per studiare quella lingua («…ora attendo di vedere se il pacco è andato ai pesci o se giungerà fino al Tennessee»). La situazione “postale” sembrava però differire da individuo a individuo: alcuni compagni di prigionia di Gabetta ricevettero, sempre nel mese di marzo, anche della corrispondenza da casa risalente “soltanto” a gennaio, arrivata direttamente dall’Italia. Solo il 13 luglio 1943 sarebbe giunta una comunicazione ufficiale della Croce Rossa a spiegare il perché di tanto ritardo. Una lettera del 2 febbraio giunse a Gabetta il 20 luglio, dopo due mesi e mezzo trascorsi senza che arrivasse una sola missiva; il 19 agosto, “per rendere il servizio postale più agevole”, la corrispondenza dei prigionieri venne modificata da due lettere a settimana ad una lettera ed una cartolina a settimana.
Dopo Annibale Bergonzoli, a metà marzo 1943 giunse a Camp Crossville un’altra “celebrità” italiana: il maggiore dell’Aeronautica Carlo Emanuele Buscaglia, uno dei più famosi piloti di aerosiluranti italiani, abbattuto con il suo aereo sopra Bougie (Algeria) il 12 novembre precedente, durante un attacco contro il naviglio angloamericano in quella rada. In Italia Buscaglia era stato creduto morto in quell’azione (come notato dallo stesso Gabetta), tanto da essere stato decorato alla memoria; in realtà, benché gravemente ustionato dalla benzina in fiamme del suo S.M. 79, era stato recuperato dal mare da un’unità britannica, unico superstite dell’equipaggio del suo aereo. Dopo le cure per le sue gravi ferite, era stato mandato in prigionia negli Stati Uniti. Anche di lui Gabetta scriveva a casa: «è un uomo straordinario».
Il 5 aprile 1943 Gabetta ricevette finalmente i libri di tedesco mandatigli dall’Italia sei mesi prima, che ormai riteneva essere finiti in fondo all’oceano, mentre continuava a non ricevere lettere più recenti di quelle inviate a metà dicembre. In una lettera alla madre spedita in quella data scriveva: «i mesi dello scorso inverno credo che siano stati per voi i più difficili della guerra. Sono però anche certo che abbiate superato con fiducia tutte le difficoltà come ne supererete in avvenire qualunque altra che dovesse sorgere sul cammino dell’Italia. La mia salute è sempre ottima: qui abbiamo un clima variabile con notevoli sbalzi di temperatura, come lo sono tutti i climi continentali; comunque sempre assai migliore di quello umido dell’Inghilterra. Anche il vitto, in confronto a quello d’Inghilterra, è più abbondante e vario». Il tempo, al campo, Gabetta lo passava studiando e lavorando: il 18 maggio scriveva a casa che «In questo periodo mi sto occupando un poco della vita del campo a vantaggio dei miei compagni, che sono cresciuti molto. Lavoro, mi stanco, e questo è per me un gran risultato, che mi permette di dormire la notte come da tempo non facevo»; il 25 maggio, che «Passo la mia giornata cercando di lavorare e di studiare il più possibile». Il 22 giugno scriveva di una partita di calcio disputata due giorni prima tra due squadre di prigionieri, l’una di marinai italiani (tra cui anche uomini del Baracca) e l’altra di soldati tedeschi. Il pubblico era rimasto diviso da un reticolato, italiani da una parte, tedeschi dall’altra.
Al contempo, Gabetta seguiva l’andamento della guerra per l’Italia: sempre nella lettera del 25 maggio, scriveva anche che «La Fede qui è diventata sempre più sicura: eppure le cose in questo periodo non ci sono favorevoli; eppure l’America sta scagliando la sua produzione contro l’Italia. Ma noi qui siamo certi che l’Italia starà ferma e immobile al suo posto. Più che mai sono sicuro che per la Patria, resistere significa vincere». Come non pochi prigionieri, la sua lunga assenza dall’Italia gli impediva di comprendere lo stato in cui versava il Paese dopo tre anni di guerra, mesi di bombardamenti sempre più intensi e le decisive sconfitte in Nordafrica (la resa finale in Tunisia risaliva a neanche due settimane prima) e Russia: per l’Italia del maggio 1943, la vittoria non era neanche più una lontana speranza, e molti si auguravano soltanto che la guerra finisse il prima possibile, comunque andasse. Per un giovane ufficiale educato, come tanti, agli ideali patriottico-nazionalisti del regime fascista, ciò appariva impensabile: Gabetta e i suoi compagni non avevano assistito alla “metamorfosi” verificatasi in Italia in quei pochi anni di loro lontananza. Sintomatico che a quell’epoca, ormai, si credesse nella vittoria più tra i combattenti prigionieri e lontani dall’Italia da troppo tempo per comprendere cosa vi stesse accadendo, che non tra chi in Italia si trovava e poteva assisterne al lento sfacelo. Il 29 giugno, partiva da Gabetta una durissima invettiva contro gli americani: «Ho imparato ad odiare tutti, e me lo hanno insegnato i nostri nemici. Pensa che all’inizio della guerra credevo ancora alla parola “avversario”! e’ stato un mio gravissimo errore. Ora so che cosa significa odio; e spero che tutti gli Italiani lo abbiano imparato; e spero che chi non lo ha ancora imparato abbia la sua razione di piombo». Forse tanta collera derivava dall’atteggiamento sprezzante sovente tenuto dagli anglosassoni nei confronti degli italiani, derisi e denigrati dalla propaganda bellica angloamericana – che non perdeva occasione di presentarli come codardi e incapaci – ed all’epoca ancora vittima di forti pregiudizi a sfondo razziale negli stessi Stati Uniti. Il 9 luglio, alla vigilia dello sbarco in Sicilia, Gabetta scriveva ancora a casa: «e soltanto il mio pensiero accarezza la certezza che l’Italia resisterà all’attacco potente che le forze dell’America e dell’Inghilterra le stanno facendo. Non importa che noi viviamo per anni mutilati della nostra libertà, completamente separati dal mondo, e questo solo per aver fatto il nostro dovere: non importa, ma importa solo che l’Italia vinca». Quattro giorni dopo, a sbarco avvenuto: «Stiamo attraversando i momenti più difficili della nostra storia e la mia preghiera continua, e la mia Fede, non sono rivolte che ad una invocazione: che il popolo d’Italia resista, perché l’Italia possa essere salva e gloriosa». La notizia della caduta del regime fascista, il 25 luglio, fu accolta con lo sconcerto di chi non capiva come si potesse “pensare a cambi di governo ed a fesserie innumerevoli” mentre l’Italia veniva invasa: come attesta un’altra durissima lettera a casa, risalente al 3 agosto 1943: «Sono completamente sconcertato per quello che sta succedendo in Italia. Mi sembra una cosa enorme che si debba pensare a cambi di governo ed a fesserie innumerevoli proprio nel momento in cui il nemico è in casa: un nemico che ci odia fino ai vertici più alti che l’odio possa raggiungere, che ci disprezza come si disprezza l’essere più abbietto. Perché non si capisce, in Italia, che non c’è altro da fare che combattere, perché sulla nostra terra non si deve tollerare nessuno? Forse tu mi conosci abbastanza, papà: ebbene, io ti assicuro che la mia rabbia raggiunge talvolta il delirio». In chiusura della lettera, Gabetta arrivava persino a dire che avrebbe desiderato morire insieme agli uomini affondati con il Baracca, piuttosto che «assistere così ad uno spettacolo desolante e profondamente doloroso». Il 13 agosto il giovane ufficiale si dichiarava ancora “letteralmente sbalordito” dal “cambiamento avvenuto in Italia”, ed il 21 agosto, caduta definitivamente la Sicilia, scriveva: «Durante questi giorni sono molto triste: non vedo l’Italia reagire; il nemico non mi fa paura; ma mi fanno paura gli Italiani. Ci aiutino i nostri morti, e diano ai vivi la forza di combattere ancora».
Pochi giorni dopo, tra il 26 ed il 27 agosto, Ettore Gabetta subì ancora una volta un trasferimento in un nuovo campo di prigionia: stavolta venne mandato nel campo di Monticello, in Arkansas. Il campo di Monticello è noto tra l’altro per aver ospitato tutti i prigionieri italiani di grado più elevato tra quelli finiti negli Stati Uniti: tra gli altri, insieme a Gabetta ed ai suoi soliti compagni del Baracca, vennero trasferiti da Crossville a Monticello il generale Bergonzoli ed il maggiore Buscaglia. Nell’agosto 1943 tutti i prigionieri italiani di Camp Crossville lasciarono il campo: si era infatti deciso di trasformare Crossville in un campo per soli prigionieri tedeschi, e di conseguenza era stato disposto il trasferimento di tutti gli italiani. Il campo di Monticello giunse ad “ospitare” fino ad un massimo di 3800 prigionieri italiani, e 1500 militari statunitensi. Il trattamento dei prigionieri a Monticello è stato descritto come “rigido, ma corretto” da alcuni reduci; il problema principale era piuttosto il clima caldo-umido della zona. Il vitto era abbondante (non pochi prigionieri, qui come in altri campi statunitensi, tornarono in Italia ingrassati, a differenza di tanti loro commilitoni imprigionati da tedeschi, russi, francesi od anche in diversi campi britannici, che erano deperiti al tempo del loro rimpatrio), i prigionieri avevano realizzato una cappella con statua della Madonna per le funzioni religiose, le “comodità” erano più o meno le stesse che a Crossville. Anche qui, chi accettava di lavorare era solitamente assegnato a squadre di lavoro che operavano fuori dal campo, soprattutto a tagliare la legna nei boschi della zona.
Non si viveva male, a Camp Monticello; ma Ettore Gabetta, quando vi giunse, aveva altro per la testa che la comodità o meno della sua nuova sistemazione. Pochi giorni dopo giunse l’8 settembre 1943: l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, l’occupazione tedesca di quasi tutto il Paese, trasformato in campo di battaglia per eserciti stranieri contrapposti. Nella sua prima lettera scritta da Monticello, il 28 settembre 1943 (un mese dopo il suo arrivo in questo campo), Gabetta scriveva a casa un’altra lettera carica di amarezza e preoccupazione: «conclusione logica di tutte le disgrazie accadute, sarà che la nostra posta non potrà più esservi recapitata e dovrete rimanere senza notizie, così come ne rimango io già da tempo. (…) La mancanza di notizie dirette, la lontananza della Patria, la situazione creatasi ed in continua evoluzione, la disparità e la continua incongruenza delle fonti di informazioni di quaggiù, hanno creato in me uno stato di profonda inquietudine che ogni giorno aumenta. Non so cosa pensare della mamma e delle sorelle: non so cosa pensare di te. Avete da mangiare? E’ la vostra vita tutelata da una autorità? Quali pericoli correte? Questi sono gli interrogativi che sempre mi trovo per la mente. E’ questo il premio per chi ha fatto il proprio dovere». Tutto il periodo post-armistiziale è definito da Gabetta, nella versione “di bella” dei suoi appunti di guerra, con due parole: “Gran Bailamme”.
Il 12 ottobre 1943 in una lettera alla madre egli scriveva ancora: «è molto difficile per me riuscire ad immaginare quale sia la vostra vita in questi giorni: mi voglio augurare però che sia rimasta il più possibile vicina alla normalità »; il 3 novembre informava «Sono sempre chiuso coi miei vecchi compagni e nulla è cambiato della nostra vita di prigionieri». Il 28 aprile 1944: «Cara mamma, tutto continua a svolgersi in modo monotono ed uguale nella mia vita di prigioniero. La mia salute è sempre ottima e nulla è cambiato, se non l’affollarsi dei pensieri nel cervello stanco e ormai da troppo tempo rimasto senza il conforto delle vostre care lettere, di cui le più recenti risalgono all’Agosto dello scorso anno. Solo Poli da qualche settimana riceve posta dai suoi genitori, i quali stanno bene in salute ma non hanno notizie danessuno di voi e sono quindi preoccupati. (…) Tu comprendi che non mi è possibile mantenere un tono spigliato, se non allegro, in queste mie lettere: troppe cose ho vedute, troppa gente, ed i capelli, come mi dicono i compagni, mi stanno diventando grigi. Ma mi auguro un giorno di potermi ancora sedere con te e papà e le sorelline attorno a quella piccola tavola che non dimentico mai, e lì veder di fare rimarginare le ferite che abbiamo nel cuore». Il 19 maggio: «I miei vecchi compagni sono sempre con me; e di essi Poli riceve adesso posta con una certa regolarità: i suoi stanno bene di salute, ma non sanno nulla di tutti voi. Qui siamo ormai in piena estate e non facciamo altro che pigliare il sole ed attendere che il destino ci permetta di riabbracciarvi. Sai, il sole non ha difficoltà a superare i reticolati e non soffre razionamenti». Il 15 giugno 1944: «la posta non arriva, le notizie sulla vostra vita risalgono ormai allo scorso agosto, la mia vita si svolge ormai da tre anni uguale e monotona e ben guardata dal filo spinato e dalle mitragliatrici. Poli e Ferrentino stanno ricevendo qualche lettera recente: lettere monotone ed uguali, come queste che io scrivo a te. Nell’immenso dolore che domina i nostri cuori non c’è posto per le parole, in questi interminabili giorni in cui tutto il nostro paese viene sistematicamente distrutto con tutti i metodi che la scienza sa mettere a disposizione dell’uomo quando si tratta di fare del male». Il tempo trascorreva nell’assoluta mancanza di notizie da casa: dal luglio 1943 in poi, Gabetta non aveva più ricevuto una singola lettera dall’Italia, come scriveva in una lettera alla madre il 28 luglio 1944 (Poli e Ferrentino, invece, ricevevano lettere abbastanza recenti dalle loro famiglie).
A Camp Monticello come in ogni altro campo contenente prigionieri italiani, dopo l’8 settembre, questi ultimi erano stati posti di fronte ad una scelta: dichiararsi fedeli a Vittorio Emanuele III o a Benito Mussolini, al Regno del Sud co-belligerante con gli Alleati od alla Repubblica Sociale Italiana alleata con la Germania; cooperare con gli Alleati o dichiararsi “non cooperanti”; venire meno al giuramento prestato al re o venir meno all’alleanza con la Germania. Negli Stati Uniti, coloro che scelsero il re, gli Alleati e la cooperazione – la maggioranza – poterono scegliere di lavorare nelle “Italian Service Units”, fruendo di maggiori libertà (pur essendo ancora prigionieri di guerra) e migliore trattamento (a Monticello, come in molte altre località, i “cooperanti” delle I.S.U. potevano girare abbastanza liberamente nel vicino abitato, intrattenendo anche rapporti amichevoli con la popolazione locale); ai “non cooperanti” venne riservato un trattamento spesso punitivo, con inasprimento delle condizioni di prigionia.
Ettore Gabetta, come altri giovani ufficiali, era stato riluttante dinanzi alla prospettiva di accettare di “cooperare” con gli ex nemici statunitensi; fu proprio il generale Bergonzoli a convincere lui ed i compagni a dichiararsi “cooperanti”: “Voi siete giovani, dovete pensare al vostro futuro”. Da parte sua, invece, il vecchio generale rifiutò ogni forma di collaborazione; venne trattato come un pazzo dai suoi carcerieri (o forse impazzì per davvero, non è chiaro) e da Camp Monticello venne trasferito in un ospedale in Oklahoma, dove avrebbe tentato il suicidio. Dopo il tentato suicidio, fu internato nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Long Island, dove rimase fino al marzo 1946, quando venne rimpatriato. Il maggiore Buscaglia fu invece tra quanti scelsero di cooperare, e ritornò in Italia per arruolarsi nell’Aeronautica cobelligerante con gli Alleati: trovò la morte il 24 agosto 1944 in circostanze controverse, in un incidente aereo.
Quanto ad Ettore Gabetta, lasciò Camp Monticello il 25 agosto 1944 per l’ennesimo trasferimento di campo: da Monticello fu portato a Little Rock (Arkansas), poi a Dallas (Texas), attraversò le pianure del Texas, passò per El Paso (Texas) e Yuma (Arizona) ed il 28 agosto raggiunse la sua destinazione, il campo di prigionia di Imperial Dam (vicino a Yuma), in Arizona. Qui rimase qualche mese, fino al novembre 1944; poi venne nuovamente trasferito, passando per El Centro (California), Seeley (California), Ajo (Arizona), il Lago Salton (California, 18 novembre 1944), Indio (California), Riverside (California), Los Angeles (dove in un appunto menzionava il Figueroa Hotel), Pasadena (California), San Bernardino (California). Il Natale del 1944 è riassunto da un breve appunto: «Natale 1944 Serg. Farmer nel bagagliaio wiskey».
E così giunse la fine della guerra, almeno in Europa. Il 23 maggio 1945, quando il conflitto che aveva devastato il Vecchio Continente era terminato da qualche settimana, Gabetta venne improvvisamente imprigionato di nuovo per un breve periodo; anche questo episodio venne da lui riassunto in una annotazione – “improvviso imprigionamento soliti metodi. Maserati è venuto a salutare eludendo la sorveglianza – chissà con quali ostacoli, ed ha pianto”.
Il 29 maggio 1945 Gabetta scrisse alla madre una nuova lettera con cui lamentava la mancanza di notizie su quanto stesse accadendo in Italia, ed il disinteresse delle autorità nei confronti dei prigionieri: «ho ricevuto vostre notizie del gennaio corrente anno, e ne sono stato contento. In questi giorni però è assai difficile farsi una idea di quale possa essere la vostra vita, perché i giornali non parlano dell’Italia che molto di rado, e comunque senza dareparticolari della vita in special modo del Nord. (…) La mia vita qui continua uguale come sempre: comunque ci stiamo lentissimamente avvicinando al giorno del ritorno; o per lo meno lo spero, perché a quanto pare nessuno si sta affatto, non dico preoccupando, ma neppure interessando del fatto che ci siano dei fessi, prigionieri da quattro anni o più, in una nazione a cui non hanno mai fatto la guerra (la mia cattura risale al Settembre ’41). Per cui ti dico, mamma, non essere troppo ottimista a questo riguardo. (…) Poli Ferrentino Viti Melosci sono sempre in ottima salute: anch’io lo sono, e spero soltanto che anche voi possiate tirare avanti senza troppo eccessivi sacrifici».
Il giorno seguente, Gabetta venne caricato con altri prigionieri su un carrozzone per detenuti e, passando per Abilene (Texas), venne riportato a Monticello, dove giunse il 2 giugno 1945. Alla fine di quel mese, il 30 giugno, una nuova lettera a casa rifletteva ancora una volta la preoccupazione per la situazione della famiglia e l’insofferenza per la propria: «Le ultime lettere ricevute da Mariuccia sono dei primi di gennaio, e tu certo comprendi con quanto desiderio io stia ora aspettando di sapere cosa è successo nel mese di maggio, dopo di che potrei considerami un poco più tranquillo. Nulla di nuovo nella mia vita; il solito reticolato, ed un silenzio opprimente da parte dei comandi su quel che riguarda il rimpatrio. Questo non aiuta certo a rialzare il morale, anzi. Ma pure, ora che siamo alla fine, qualcosa dovrebbe succedere. Che se ne vorranno fare di questa gente che da anni, e sono ormai quattro per me, non fa altro che aspettare che gli venga detto finalmente qualcosa? Ma certo chi in casa propria vive tranquillamente la sua vita normale non può preoccuparsi di simili piccolezze. Bah, lasciamo stare, e restiamo il più possibile tranquilli, mamma. Un giorno dovrà pur venire quando potrò scambiare con voi le mie impressioni su tutta questa pietosa umanità che sta dando all’universo un così avvilente spettacolo».
A inizio agosto arrivarono finalmente notizie dall’Italia risalenti a maggio, con una lettera della sorella, ma erano cattive notizie: uno zio di Ettore, Luigi Gabetta, che riforniva di viveri i partigiani ed aiutava i prigionieri Alleati fuggiti, era stato ucciso nel gennaio 1944 dai militi della Guardia Nazionale Repubblicana. L’8 agosto Ettore Gabetta scriveva: «sto pensando spesso alla notizia giuntami col messaggio di Mariuccia del 28 maggio riguardo zio Luigi, e mi domando quali altri momenti difficili abbiate dovuto superare. Attendo quindi ulteriori notizie e mi auguro che le mie lettere vi giungano ora con maggiore frequenza. Sono sempre nel campo di prigionia e sto bene, di salute, così come Poli e gli altri. Non so immaginare con esattezza quali siano le vostre difficoltà odierne, ma certo devono essere notevoli. Non ci sarà proprio nessuno che si occuperà di chi come me ha quattro anni e più di prigione?».
Il 15 agosto 1945 anche il Giappone si arrese alle forze Alleate; cinque giorni dopo, a Camp Monticello, il capitano statunitense Schinitzky annunciò finalmente che “quasi tutti” i prigionieri avrebbero lasciato il campo il 6 settembre 1945, per essere rimpatriati. Ritornarono per questo al campo i prigionieri che erano stati assegnati al lavoro al suo esterno nelle “Italian Service Units”; ma il 29 agosto giunse la notizia che la partenza era rimandata. “Dopo aver versato tutto, cocente delusione (disperazione)”.
A inizio settembre, con una lettera del padre (risalente al 13 maggio e pervenuta attraverso un’altra lettera scritta da una conoscente di famiglia, la signora Schiapelli: lettere dirette dal padre, Gabetta non ne riceveva fin dall’agosto 1943) giunsero altre cattive notizie dall’Italia. Anche l’avvocato Schiapelli, conoscente di famiglia, era morto. In risposta a questa lettera, scriveva il 3 settembre Ettore Gabetta: «E’ doloroso quanto tu scrivi; ma non è certo qui che io voglio parlartene. Preferisco attendere il momento in cui, dopo avervi riabbracciato, avremo molte cose da raccontarci e molte idee da mettere in chiaro. Per noi di rimpatrio non si parla per niente; comunque ti prego di rimanere tranquillo insieme alla mamma e di attendermi con fiducia. (…) Sono stato sorpreso dalla morte dell’avvocato Schiapelli, e mi domando quanta altra gente sia scomparsa in questi ultimi anni. D’altra parte, visto che in questi ultimi anni la Lombardia ha avuto invasioni tedesche e repubblicane e mongole e di chissà quali altri bei campioni della moderna civiltà, non ci si poteva aspettare altro che lutti e rovine». L’indomani, in una lettera alla sorella: «Il desiderio di abbracciare te e la mamma, di ascoltare la piccola Silvia, di discorrere con papà sta diventando una ossessione. Che si decidano finalmente a rimandarci alle nostre case!».
L’8 settembre 1945 la maggior parte dei prigionieri italiani a Camp Monticello poterono finalmente partire per l’Italia, compresi diversi uomini del Baracca (tra di essi anche Pierdonato Poli), ma non altri, tra cui Gabetta. Il 17 settembre questi scriveva una sconsolata lettera al padre: «La notizia che mi hai dato sulla morte dello zio Luigi mi torna con insistenza allamente, e vorrei poter parlare con te di molte cose. Non so cosa pensare sull’eventualità di un rimpatrio veloce: non si hanno notizie qui, nessuno si preoccupa di noi prigionieri da quattro e più anni, e questo ci avvilisce. La vita nostra è la solita: reticolato, monotonia. Vorrei che tutti voi foste in ottima salute, e vorrei poter avere una idea delle vostre difficoltà. Non mi faccio illusioni: penso che debbano essere enormi. Ora che la guerra è totalmente finita avrei sperato in un sollecito rimpatrio, ma nessuno ne accenna per nulla. Mandami, quando puoi, qualche notizia sulla vostra vita e sugli affari: la censura sulle notizie dall’Europa non ci permette di avere la minima idea di quel che succede, e talvolta fa pensare di essere diventati degli estranei anche in casa nostra». Poli ed altri compagni rimpatriandi avevano promesso di scrivere quanto prima, una volta tornati a casa, alla famiglia di Gabetta, per fargli avere sue notizie.
Il 20 settembre 1945 Gabetta venne trasferito ancora una volta in un altro campo di prigionia: quello di Ruston, in Louisiana, uno dei più grandi degli Stati Uniti. L’appunto sul trasferimento è accompagnato da un’altra criptica annotazione: «Sapone e racchetta da tennis. Tormento dei rumors».
Il 24 settembre Gabetta scriveva a casa: «ancora una volta ho cambiato di campo, e ti prego di prendere nota del mio indirizzo per tenerne conto nella posta che mi scriverai. Forse prima che ti sia giunta questa mia lettera sarà venuto da te qualche mio compagno di quelli rimpatriati ai primi del mese, e da loro avrai saputo qualcosa della mia vita in campi di prigionia. Del nostro rimpatrio ancora nulla sappiamo di ufficiale. Sappiamo soltanto che si dovrebbe ormai trattare di pochi mesi. (…) Mi preme ora di avere vostre notizie recenti. Le ultime lettere di papà sono del maggio, e quindi abbastanza vecchie, visto che qui alcuni pochi hanno ricevuto da circa un mese. Io sto bene di salute nonostante il quinto anno di prigionia, e la mia unica preoccupazione è il pensiero di voi tutti che vi accingete a superare il più duro inverno davanti al quale mai l’intera Europa si sia venuta a trovare. (…) mi auguro solo di poter al più presto tornare di nuovo accanto a voi per aiutarvi finalmente a rifare ciò che sarà possibile di tutto ciò che fu distrutto». Il 5 ottobre: «…Io non so nulla del nostro rimpatrio e vorrei che tu rimanessi tranquilla nonostante l’indifferenza che circonda la nostra sorte. Posta non me ne arriva: le vostre ultime notizie risalgono a Giugno, e se pensiamo che la guerra è finita da tanto tempo, non c’è che da congratularsi dei progressi che si sono fatti». Rimpatriò anche un altro compagno di prigionia, Giacomello; l’11 ottobre Gabetta ricevette finalmente qualche lettera un po’ più recente, del 25 agosto, con notizie almeno in parte rassicuranti. La speranza era di non passare il quinto Natale di fila in prigionia. Il 16 ottobre, scrisse alla sorella minore: «Cara Mariuccia, in una lettera del luglio scorso la mamma mi scrisse che tu avevi preferito rimanere a casa la scorsa estate anziché andare al mare; e che avevi fatto questo pensando al fratello lontano e prigioniero. Non so come ringraziarti di questo atto che mi è giunto più gradito di qualunque altra cosa. La spaventosa serie di delusioni morali che ho sofferto in questi cinque anni ha lasciato in me una sete violenta di bontà e di comprensione, e quindi ho apprezzato il tuo sacrificio in tutto il suo altissimo valore e te ne sono profondamente grato. Il mondo è precipitato ad un materialismo vergognoso: ha un bisogno estremo di donne e di uomini che sappiano compiere un sacrificio e pur sorridere e porgerlo sulla mano aperta, come un dono». Il 19 ottobre 1945, Ettore Gabetta compì trentun anni: ne aveva ventisei quando era partito per la guerra. Quello stesso giornò inviò a casa una cartolina da cui traspariva ancora una volta l’esasperazione di chi si sentiva dimenticato dalle autorità: «Io non so quando mi invieranno di nuovo alla mia casa: qui siamo completamente abbandonati. Ma vorrei tanto passare il Natale a casa!».
Il giorno successivo, finalmente, arrivò la notizia tanto attesa: il viaggio di rimpatrio sarebbe iniziato il 27 ottobre. Da Ruston Gabetta fu portato a Richmond, in Virginia, poi a Newark ed a Chesapeake; fu imbarcato su una nave in partenza per l’Italia, ma la sfortuna volle sferrare ancora un ultimo colpo prima di lasciarlo tornare a casa: la nave che lo trasportava entrò in collisione con un piroscafo Liberty, e dovette tornare in porto. Gabetta fu rimandato in campo base di smistamento (altra annotazione criptica: “Johnny comes marching”); “dopo testimonianza”, venne imbarcato di nuovo, stavolta su una nave tipo Victory, che dopo undici giorni, attraversato l’Atlantico – quello stesso oceano che aveva inghiottito tanti suoi compagni del Baracca e degli altri sommergibili di Betasom, e tanti marinai delle navi loro vittime, ormai non più campo di battaglia dopo sei anni –, giunse a Gibilterra. Entrata nel Mediterraneo, la nave giunse infine in vista delle coste italiane: Capri, poi Napoli, porto di destinazione.
Da qui Ettore Gabetta proseguì verso terra verso nord, verso Voghera, verso casa: vi giunse il 25 novembre 1945, dopo cinque anni di assenza, in una serata fredda e nebbiosa. Non aveva neanche avuto modo di informare la famiglia del suo arrivo, ma la gestrice del bar della stazione ferroviaria di Voghera, che lo conosceva, lo riconobbe quando scese dal treno e telefonò a casa per dare la notizia: la madre Adele accese tutte le luci in segno di festa, le sorelle gli corsero incontro lungo la strada, accompagnandolo a casa.
Ettore Gabetta, iscrivendosi nel 1933 al corso di ingegneria all’Università di Pavia (e poi al Politecnico di Milano per il triennio), aveva aderito ad un programma dell’Accademia Navale di Livorno che proponeva corsi estivi per gli studenti di ingegneria, i quali avrebbero potuto così ottenere il grado di guardiamarina insieme al conseguimento della laurea, in modo da ridurre il periodo di servizio militare obbligatorio rispetto a quello normalmente stabilito dalla legge: poi la guerra ci si era messa di mezzo, ed il suo servizio militare era finito col durare ben più del previsto.
Negli anni della sua vecchiaia, Ettore Gabetta avrebbe preso l’abitudine di festeggiare l’8 settembre con una torta o dei pasticcini, considerando quel giorno, in cui era stato tratto in salvo dopo l’affondamento del Baracca, come una “seconda nascita”.

Un altro, molto più breve, aneddoto relativo ad un superstite del Baracca riguarda il marinaio ponzese Giuseppe Papis. Il 24 febbraio 1995 il Comitato di San Giuseppe di Santa Maria di Ponza ricevette un breve telegramma: “A Te o glorioso Patriarca S. Giuseppe che ad una mia invocazione dalla profondità di 130 metri mi apparisti in visione sulla prora del sommergibile e sorridente mi dicesti ”Non temere, n’ave’ paura”. Mi salvasti dalle acque atlantiche quel fatidico mattino del giorno 8/9/1941 per l’affondamento del sommergibile “Baracca”. Invio questa mia piccola offerta in segno di perenne riconoscimento per i festeggiamenti che si terranno in tuo onore. Benedico sempre quel pezzetto di terra dove nacqui. Giuseppe Papis”.


La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare conferita alla memoria del capitano del Genio Navale Rinaldo Rondinini, nato a Napoli il 30 settembre 1910:

“Capo servizio G. N. di Sommergibile, che nel corso di missione di guerra dopo violenta caccia subacquea ed accanito combattimento in superficie veniva speronato ed affondato da C. T. avversario, dava con serena fermezza la propria esperienza ed ogni energia per mantenere in efficenza l'unità gravemente paralizzata, dando prova di eccezionali qualità professionali ed eroico valore. Ricevutone l'ordine, assicurava l'esecuzione per l'affondamento del battello, salendo per ultimo in coperta insieme all'Ufficiale in seconda. Scompariva in mare dando alla Patria nuova imperitura gloria.”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria dell’aspirante guardiamarina Carlo Pizzetti, nato a Novellara (Reggio Emilia) il 7 dicembre 1919:

“Ufficiale imbarcato su sommergibile, che nel corso di missione di guerra dopo violenta caccia subacquea ed accanito combattimento in superfice veniva speronato ed affondato da cacciatorpediniere avversario, disimpegnava i propri incarichi con freddo determinato coraggio per il mantenimento dell'efficienza del battello, dando prova di sereno spirito di sacrificio ed elevato spirito del dovere. Scompariva in mare nell'affondamento del battello.
Oceano Atlantico, 8 settembre 1941.”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del cannoniere armarolo Giuseppe Coletta, nato a Milano il 1° gennaio 1920:

“Destinato al cannone di sommergibile, che nel corso di missione di guerra dopo violenta caccia subacquea ed accanito combattimento in superficie veniva speronato ed affondato da cacciatorpediniere avversario, disimpegnava il proprio incarico sostenendo coraggiosamente l'impari duello, noncurante del nutrito cannoneggiamento e mitragliamento. Colpito a morte, scompariva in mare vittima del suo attaccamento al dovere.
(Oceano Atlantico, 8 settembre 1941)”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del marinaio Benedetto Del Re, nato a Mola di Bari l’11 settembre 1919:

“Servente del cannone di sommergibile, che nel corso di missione di guerra dopo violenta caccia subacquea ed accanito combattimento in superficie veniva speronato ed affondato da cacciatorpediniere avversario, disimpegnava il proprio incarico sostenendo coraggiosamente l'impari duello, noncurante del nutrito cannoneggiamento e mitragliamento. Colpito a morte, scompariva in mare vittima del suo attaccamento al dovere.
(Oceano Atlantico, 8 settembre 1941)”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del capitano del Genio Navale Ugo Marra, nato ad Ariano Irpino (Avellino) il 6 settembre 1913:

“Ufficiale imbarcato su sommergibile, che nel corso di missione di guerra dopo violenta caccia subacquea ed accanito combattimento in superficie veniva speronato ed affondato da cacciatorpediniere avversario, disimpegnava i propri incarichi con freddo determinato coraggio per il mantenimento dell'efficienza del battello, dando prova di sereno spirito di sacrifico ed elevato sentimento del dovere.
Oceano Atlantico, 8 settembre 1941.”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita al tenente di vascello Giorgio Viani, nato a Venezia il 2 settembre 1909:

“Comandante di sommergibile, che nel corso di missione di guerra veniva attaccato e colpito irreparabilmente da cacciatorpediniere avversario, con spirito aggressivo emergeva affrontando col cannone l'impari lotta. Vista la propria unità impossibilitata ad immergersi, con serenità di spirito, sotto il ravvicinato tiro delle artiglierie, ne ordinava l'abbandono e l'autoaffodamento. Nella circostanza dava prova di calma e sereno coraggio.
(Oceano Atlantico, 8 settembre 1941)”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita al sottotenente di vascello Pier Donato Poli, nato a Barengo (Novara) il 1° gennaio 1917:

“Ufficiale alle armi di sommergibile, che nel corso di missione di guerra, dopo violenta caccia subacquea ed accanito combattimento in superficie, veniva speronato ed affondato da cacciatorpediniere avversario, dirigeva il tiro sotto l'incessante martellamento del fuoco avversario che colpiva a morte numerosi marinai dell'armamento. Durante l'aspro e glorioso combattimento dava prova di elevate virtù di combattente e di marinaio.
(Oceano Atlantico, 8 settembre 1941)”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita al tenente di vascello Piero Gherardelli, nato a Sesto Fiorentino (Firenze) il 4 febbraio 1912:

“Ufficiale in 2a di sommergibile, che nel corso di missione di guerra, dopo violenta caccia subacquea ed accanito combattimento in superficie, veniva speronato ed affondato da cacciatorpediniere avversario, dava ogni propria energia per assicurare l'esecuzione delle manovre ed il mantenimento dell'efficienza del battello. Ricevutone l'ordine, provvedeva a mettere in salvo l'equipaggio e disponeva le manovre per l'autoaffondamento, salendo per ultimo in coperta insieme con il direttore di macchina. Nel corso dell'aspro glorioso combattimento dava prova di freddo coraggio, spirito di sacrificio ed elevato sentimento del dovere.
(Oceano Atlantico, 8 settembre 1941)”


Rapporto del comandante del Croome sull’affondamento del Maggiore Baracca (da www.regiamarina.net, documento originale conservato alla cartella ADM 1/11472 del Public Record Office – oggi National Archives – di Londra):

CONFIDENTIAL
Captain (D).,
13th Flotilla,
Sir,
I have the honour to submit the following report of proceedings.
H.M.S. Croome left Convoy H.G. 72 [1] at 0200/8 in position 40° 00’ N 22° 52’ W to join Convoy O.G. 75 [n.b. probabile errata trascrizione di OG 73, visto che l’OG 75 non partì che il 26 settembre, settimane dopo l’affondamento del Baracca, mentre l’OG 73 partì il 29 agosto e giunse a Gibilterra il 13 settembre] [2] at 0800/8 in accordance with C. in C. Western Approaches signal 1546A/6.
Course and speed were adjusted to reach a point 20 miles ahead of the convoy 0800 position, at 0715. At 0720 [3] course was altered to 335° to meet the convoy and sweep an area ahead of it. At 0750 just as it was getting light, the starboard lookout reported an object on the starboard beam.   This was identified as a submarine on the surface, range about 8500 yards, course South.  Course was altered towards and speed increased to 20 knots.  The submarine dived almost immediately.   When 2000 yards short of the position in which the submarine dived, speed was reduced to 15 knots and a search commenced.  After reaching the calculated "furthest on" position of the submarine, course was altered to 180° and two minutes later the submarine was detected on the starboard bow.[,] range 1100 yards.  A deliberate attack was carried out[4] without apparent success. A second attack [5], using a much deeper setting on the charges, was carried out, and the submarine surfaced astern.  Fire was immediately opened with all guns [6] that would bear, full speed was ordered and course altered to ram.  The submarine returned our fire with her gun, but the shots went very wide, and the gun was quickly silenced by Lewis gun fire from the wings of the bridge.   As we approached, the submarine's crew started to abandon ship, and we rammed her just abaft the conning tower.  She sank by the stern almost immediate and a few seconds later a big muffled explosion was heard. Survivors were then picked up.     
The Engineer Officer reported that the forward compartments, as far as the central store, were flooded, so shores were fitted as necessary.  The Asdic had been put out of action and since the forward sound bulkhead was of light construction, I decided that no useful purpose would be served by joining the convoy, to justify the risk of further damage to the ship, in the event of encountering bad weather.  Course was therefore laid for Gibraltar speed 8 knots.  The Engineer Officer succeeded in pumping down the water in the cable locker compartment, plugging the leaks in the bulkhead, and fitting shores, so that the pumps had the water under control.  Speed was then gradually increased to 16 knots.
From the prisoners it was learned that the submarine was the Italian submarine 'Baracca'. They had been on patrol for a week and were looking for a convoy. The normal duration of pat­rol is one month. The first attack only shook the submarine and caused very minor damage, including putting the depth gauge out of action.  They were then at 90 metres, and still diving slowly. The second attack put out all the lights, stopped the engines, put the steering gear out of action and water started to flood in forward and aft.  They blew all tanks and surfaced.     
With reference to W.A.G.O. 05015, I should like to bring to your notice, the names of the following Officers and men to whose skill and alertness, the success of this operation is chiefly due
Sub Lieutenant Anthony Herbert Lane Harvey -- A/S Control
Alexander Skea, A.B.,H.S.D. P/JSK 17327 --—- A/S Operator
William Brown, Ord.Sea.,D/JX 254955 ——  Lookout on [duty]  who sighted the [submarine]
I have the honour to be,
Sir,
Your obedient Servant,
Sd.) JOHN D. HAVES,
Lieutenant Commander.
[1] Departed Liverpool August 18th, 1941 and reached Gibraltar September 1st. 14 vessels.
[2] Departed Liverpool August 29th, 1941 and reached Gibraltar September 19th. 21 vessels.
[3] Conditions: wind 2 knots from North. Visibility 4 ½ miles. Depth 2162 phantoms.
[4] Depth charges setting “C” - 100, 150 and 200 feet.
[5] Depth Charges settings “E” - 250, 350 and 500 feet.
[6] 4” Mark XVI deck gun fired 11 S.A.P. shells.

E la sua traduzione in italiano:

CONFIDENZIALE
Comandante (D),
13a Flottiglia,
Signore,
Ho l'onore di presentarle il seguente resoconto degli eventi.
H.M.S. Croome lasciò il convoglio H.G. 72 [1] alle 0200 del giorno 8 [settembre] in posizione 40° 00' N 22° 52’ W per raggiungere il convoglio O.G. [2] 73 alle 0800 del giorno 8 come da ordini ricevuti con il messaggio 1546°/6 del comandante in Capo degli approcci occidentali.
Rotta e velocità furono cambiate per raggiungere alle 0715 un punto a circa 20 miglia a prora di quello in cui il convoglio sarebbe stato alle 0800. Alle 0720 [3] la rotta fu cambiata in direzione 335° per incontrare il convoglio e condurre un dragaggio nella zona davanti a questi. Alle 0750, quando cominciò a far luce, la vedetta di dritta segnalò un oggetto al traverso di dritta. Questi fu identificato quale un sommergibile in superficie alla distanza di circa 8500 iarde [7772 metri] rotta sud. Il sommergibile si immerse quasi immediatamente. Quando raggiungemmo la posizione a circa 2000 iarde [1829 metri] da quella in cui il sommergibile si era immerso, la velocità fu ridotta 15 nodi e la caccia cominciò.
Dopo aver raggiunto la posizione di distanza massima possibile del sommergibile, la rotta fu cambiata per 180° gradi e due minuti più tardi il sommergibile fu scoperto a dritta della prua ad una distanza di 1100 iarde [1000 metri] [4]. Un attacco fu condotto senza apparenti risultati. Un secondo attacco [5] fu condotto usando una regolazione più profonda sugli acciarini delle bombe di profondità ed il sommergibile affiorò a poppa. Tutti i cannoni [6] in raggio aprirono immediatamente il fuoco, velocità e rotta furono cambiate per speronare. Il sommergibile rispose immediatamente al fuoco, ma i colpi caddero lontani ed il cannone fu velocemente silenziato dalle mitragliatrici Lewis [installate] sulle alette della nave.
Mentre ci avvicinavamo, l'equipaggio del sommergibile cominciò ad abbandonare il battello che fu speronato poco a poppa della falsa torre. Il battello affondò di poppa quasi immediatamente e pochi secondi dopo si udì una esplosione soffocata. Dopo, i sopravvissuti furono tratti in salvo.
L'ufficiale di macchine [mi] informò che i compartimenti prodieri, fino al deposito centrale, erano allagati e che puntelli erano stati utilizzati come necessario. L'Asdic [sonar] era fuori uso e dato che le paratie prodiere erano di costruzione leggera, decisi che non ci sarebbe stato nessun vantaggio nel raggiungere il convoglio e rischiare altri danni nel caso di cattivo tempo. La rotta fu così cambiata per raggiungere Gibilterra alla velocità di 8 nodi. L'ufficiale macchine era riuscito a pompare l'acqua fuori nel cassone dei cavi, otturando le falle nella paratia e installando puntelli, in tal modo che le pompe riuscirono a mantenere l’acqua sotto controllo. Velocità fu gradualmente aumentata fino a 16 nodi.
Dai prigionieri si apprese che il sommergibile era l'italiano 'Baracca'. Era in perlustrazione da una settimana ed era in cerca di un convoglio. La durata normale di una missione è di un mese. Il primo attacco scosse il sommergibile causando danni minori, incluso il malfunzionamento dell'indicatore di profondità. Erano a 90 metri ed ancora e si stavano ancora immergendo lentamente. Il secondo attacco fece spegnere tutte le luci, fermò i motori, e mise il timone in avaria, mentre l'acqua cominciò ad infiltrarsi nei compartimenti di prua e poppa. Mandarono aria a tutte le casse ed emersero.
In riferimento al W.A.G.O. 05015, vorrei portare alla sua attenzione il nome dei seguenti ufficiali e marinai la cui prontezza e maestria hanno contribuito al successo di questa operazione.
Sottotenente di Vascello Antony Herbert Lane Harvey - Comandi antisommergibili
Alexander Skea, Marinaio scelto. P/JSK 17327 - Operatore antisommergibili
William Brown, Marinaio semplice. D/JX 254955 - La vedetta che scorse il sommergibile.
Ho l'onore di essere il suo obbediente servitore
John D. Hayes
[1] Partito da Liverpool il 18 agosto 1941 raggiunse Gibilterra il 1 settembre. 14 piroscafi.
[2] Partito da Liverpool il 29 agosto 1941 raggiunse Gibilterra il 19 settembre. 21 piroscafi.
[3] Condizioni: vento 2 nodi da nord. Visibilità 4 ½ miglia [marine]. Fondali 2162 fathoms.
[4] Cariche di profondità in posizione 'C' - 100, 150 and 200 piedi.
[5] Cariche di profondità in posizione 'E' - 250, 350 e 500 piedi.
[6] Cannone da 4' Mark XVI sparò 11 proietti tipo S.A.P.


Qualche altro ricordo dell’allora guardiamarina Amedeo Cacace, imbarcato sul Baracca durante le prime due missioni atlantiche (da www.betasom.it):

Ogni volta che uscivamo o entravamo dall’estuario della Gironde venivamo attaccati da velivoli britannici, e fummo sempre molto fortunati a non essere colpiti e affondati; questi momenti erano forse i più drammatici di ogni missione… La vita a bordo non era delle più facili, al fine di non intasare l’unico WC presente a bordo l’equipaggio utilizzava la coperta per l’espletamento delle proprie necessità “corporali” ma – se non altro – nella nostra permanenza all’esterno potevamo avvalerci di capi di abbigliamento pesanti forniti dagli alleati germanici… Infatti, eravamo stati destinati in Atlantico avendo in dotazione il normale vestiario previsto per le consuete missioni in Mediterraneo, e il freddo si era fatto sentire sin da subito durante la nostra prima navigazione oceanica. Al rientro da questa missione i tedeschi ci fornirono così di cappotti, impermeabili in tela cerata, maglioni ecc. che consentivano di proteggerci dal freddo durante il servizio in falsatorre e in coperta…



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