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| Il varo del Medusa (da www.journals.openedition.org) |
Sommergibile di piccola crociera della classe Argonauta (650 tonnellate di dislocamento in superficie e 800 tonnellate di dislocamento in immersione). Si distingueva dalle altre unità della classe per il diverso apparato motore: motori sia diesel che elettrici CRDA, mentre tutti gli altri erano propulsi da diesel FIAT o Tosi (i motori elettrici erano invece CRDA anche sui gemelli costruiti a Monfalcone e La Spezia, mentre quelli costruiti a Taranto avevano motori elettrici Marelli).
In tempo di pace svolse intensa attività addestrativa in Mediterraneo. Unità non più giovane, scoppiata la guerra, dopo un semestre di attività offensivo/esplorativa nel Mediterraneo occidentale ed un periodo di lavori venne destinato, dal 5 marzo 1941 fino alla data della sua perdita, ad attività addestrativa presso la Scuola Sommergibili di Pola, alternando le uscite addestrative con qualche sporadico agguato difensivo antisommergibili nelle acque della Dalmazia, a sud di Punta Maestra (Quarnaro) e ad ovest di Cherso.
Durante il conflitto effettuò dieci missioni offensive/esplorative e nove di trasferimento, percorrendo 6311 miglia in superficie e 578 in immersione e trascorrendo 378 giorni in mare e 212 ai lavori. Compì inoltre 65 uscite addestrative per la Scuola Sommergibili di Pola.
Equivoco comune è quello di ritenere che il Medusa fosse dedicato alla celebre figura della mitologia greca, il cui sguardo pietrificava chi la guardava. In realtà, i sommergibili della classe Argonauta (altro nome che ad un esame superficiale poteva sembrare un richiamo alla mitologia greca) portavano i nomi di organismi marini: la medusa cui il sommergibile doveva il nome non era quindi la mitica gorgone, ma il più prosaico celenterato dai tentacoli urticanti.
Il suo motto era "Terret hostem Medusa" (Medusa spaventi il nemico).
Breve e parziale cronologia.
30 novembre 1929
Impostazione presso i Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 227).
10 dicembre 1931
Varo presso i Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone.
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| Il Medusa in costruzione (da “Gli squali dell’Adriatico. Monfalcone e i suoi sommergibili nella storia navale italiana” di Alessandro Turrini, Vittorelli Edizioni, 1999, via www.betasom.it) |
Due immagini del varo (sopra: da www.fredovalla.it; sotto: dall’articolo “Il sommergibile Medusa e il relitto di Pola” di Danilo Pellegrini, sul bollettino d’archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare)
Il Medusa subito dopo il varo (sopra: USMM; sotto: da www.fredovalla.it)
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La notizia del varo sul “Mattino Illustrato” (da www.teca.bsmc.it) |
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Gli invitati al varo posano per una foto davanti all’Alberto Impiegati di Monfalcone (foto Giovanni Cividini, via www.ipac.regione.fvg.it) |
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| Il Medusa ed il gemello Fisalia in allestimento a Monfalcone, in una foto datata 31 ottobre 1932 (da “I sommergibili italiani tra le due guerre mondiali” di Alessandro Turrini, 1990, via www.betasom.it) |
8 ottobre 1932
Entrata in servizio. Dislocato a Messina.
1934
Compie una lunga crociera addestrativa nel Mediterraneo orientale.
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| Il Medusa (terzo da sinistra) a Monfalcone con i gemelli Argonauta e Fisalia ed il Sakarya, sommergibile costruito dai CRDA per la Turchia e basato sul progetto della classe Argonauta (g.c. Aldo Cavallini, via www.naviearmatori.net) |
Fine 1935
Dislocato a Lero, insieme al gemello Jantina ed al comando del tenente di vascello Cristiano Masi, venendo inquadrato nell'VIII Squadriglia Sommergibili del Gruppo Sommergibili di Lero.
Fine 1936
Nuovamente trasferito a Messina.
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| Il Medusa in una foto scattata il 7 agosto 1937 presso i CRDA di Monfalcone (Naval History and Heritage Command) |
17 giugno 1937
Mentre il Medusa (tenente di vascello Fausto Sestini) è in navigazione verso la zona assegnata per un'esercitazione al largo di Trapani (su rilevamento 225° da Punta Grossa), un'onda anomala che si abbatte sulla coperta trascina in mare il capo silurista di seconda classe Giuseppe Bonelli, da Licata, che stava sorvegliando i preparativi per l'immersione. Le ricerche, cui partecipano anche altre unità, proseguono per tutto il giorno ed anche il giorno seguente, ma dello sfortunato sottufficiale verranno ritrovati soltanto il berretto ed il salvagente.
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| Il tenente di vascello Giovanni Celeste, comandante in seconda del Medusa, a bordo del sommergibile a fine anni Trenta (da www.granmirci.it) |
1939
Dislocato a Cagliari, in seno alla LXXII Squadriglia del VII Gruppo Sommergibili.
28 novembre 1939
Assume il comando del Medusa il tenente di vascello Enzo Grossi, di 31 anni.
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| Il tenente di vascello (poi capitano di corvetta) Enzo Grossi, comandante del Medusa per quasi due anni, dal 28 novembre 1939 al 9 agosto 1941 (da www.tracesofwar.org). Nato in Brasile nel 1908 da genitori originari di Corato (Bari), si trasferì in Italia dove entrò in Marina nel 1929. Allo scoppio della guerra aveva il comando del Medusa, che mantenne durante tutto il breve periodo di attività operativa di questo battello e poi anche nei primi mesi di impiego come unità addestrativa, conseguendo durante tale periodo una Medaglia d'Argento (per l'abbattimento, in realtà mai avvenuto, di un idrovolante Short Sunderland), una di Bronzo ed una Croce di Guerra al Valor Militare. Passato poi al comando, a richiesta, del sommergibile Barbarigo operante in Atlantico, rivendicò falsamente nel 1942 l'affondamento di ben due corazzate statunitensi, per il quale – nonostante l'opposizione del suo diretto superiore Romolo Polacchini, comandante della base atlantica di Betasom, giustamente scettico – ricevette due Medaglie d'Oro al Valor Militare (nonché, da parte tedesca, la Croce di Cavaliere della Croce di Ferro) e la promozione a capitano di fregata e poi a capitano di vascello, per poi sostituire lo stesso Polacchini al comando di Betasom. In seguito all'armistizio, aderì alla Repubblica Sociale Italiana e persuase la maggioranza del rimanente personale della base atlantica a fare lo stesso, riunendolo insieme ad altro personale militare italiano che si trovava in Francia nella "1ª Divisione Atlantica Fucilieri di Marina" di cui assunse il comando (a titolo puramente formale, in quanto tale divisione non esisté mai come unità organica ed i suoi uomini furono aggregati alle guarnigioni costiere tedesche della costa atlantica francese). Nel dopoguerra fu cancellato dai ruoli della Marina per collaborazionismo, e subì la revoca delle due Medaglie d'Oro quando un'inchiesta mostrò che non aveva affondato alcuna corazzata, bensì attaccato un incrociatore leggero ed una corvetta senza peraltro colpire niente. Emigrato in Argentina nel 1948 (vi avviò un'impresa commerciale insieme a Tullio Tamburini, già capo della polizia della RSI), fece ritorno in Italia dieci anni più tardi e morì per tumore a Corato nel 1960. |
8 giugno 1940
Al comando del tenente di vascello Enzo Grossi, il Medusa salpa da Cagliari alle 20.45 per un pattugliamento al largo di Ajaccio.
10 giugno 1940
L'Italia entra nella seconda guerra mondiale. Il Medusa (tenente di vascello Enzo Grossi) fa parte della LXXII Squadriglia Sommergibili (VII Grupsom), avente sede a Cagliari, insieme ai sommergibili Corallo, Diaspro e Turchese. Al momento della dichiarazione di guerra, si trova già in agguato nelle acque di Ajaccio.
15 giugno 1940
Conclude la sua prima missione di guerra rientrando a Cagliari alle 5.04, dopo aver percorso 590 miglia nautiche senza aver avvistato navi nemiche.
22 giugno 1940
Salpa da Cagliari alle 18.30, al comando del tenente di vascello Enzo Grossi, per un agguato in posizione 37°40' N e 09°40' E, 40 miglia a nordest della Galite.
24 giugno 1940
Rientra a Cagliari alle 17.35, dopo aver percorso 242 miglia.
6 luglio 1940
Uscita da Cagliari per esercitazione dalle 14.07 alle 16.38, al comando del tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse 22 miglia.
8 luglio 1940
Uscita da Cagliari per esercitazione dalle otto alle 16.44, al comando del tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse 20,5 miglia.
16 luglio 1940
Uscita da Cagliari per esercitazione dalle otto alle 10.45, al comando del tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse 25 miglia.
21 luglio 1940
Uscita da Cagliari dalle 9.25 alle 11.37, al comando del tenente di vascello Enzo Grossi. Percorso un miglio e mezzo.
22 luglio 1940
Uscita da Cagliari per esercitazione dalle otto alle 11.35, al comando del tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse 23,5 miglia.
31 luglio 1940
Uscita da Cagliari per esercitazione dalle 8.50 alle dieci, al comando del tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse sei miglia.
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| Il Medusa in una foto tratta dall'Almanacco Navale del 1939 (Coll. Giovanni Soprano, via Marcello Risolo e www.naviearmatori.net) |
1° agosto 1940
Salpa da Cagliari all'una di notte, al comando del tenente di vascello Enzo Grossi, per un pattugliamento a sud delle Baleari ed a nord di Capo Bougaroni, in posizione 37°40' N e 06°30' E. Deve formare uno sbarramento insieme ai sommergibili Diaspro, Turchese ed Axum.
Alle dieci del mattino il Medusa avvista un convoglio ad ovest della Sardegna: si tratta di navi della Francia di Vichy, i piroscafi Procida, Île Mousse e Rabelais. Il sommergibile è stato preavvisato del loro passaggio, anche se sono in ritardo sull'orario previsto.
Scopo dell'uscita in mare di Medusa, Diaspro, Turchese ed Axum è di intercettare la Forza H britannica, uscita da Gibilterra per effettuare l'operazione "Hurry", il lancio da parte della portaerei Argus di dodici caccia Hawker Hurricane e due bombardieri Blackburn Skua che andranno a rinforzare le forze aeree di base a Malta.
Si tratta della prima di una lunga serie di operazioni di questo tipo (soprannominate “Club Runs”) che i britannici condurranno nel corso del conflitto, e che più di una volta s'intrecceranno con la storia del Diaspro. "Hurry" comprende tre sotto-operazioni minori: "Crush", un attacco diversivo contro Cagliari da parte di velivoli decollati dalla portaerei Ark Royal; "Tube", l'invio di rifornimenti a Malta per mezzo di due sommergibili (Pandora e Proteus, partiti da Gibilterra rispettivamente il 31 luglio ed il 1° agosto); e "Spark", l'invio dell'incrociatore leggero Enterprise al largo di Minorca per effettuare trasmissioni radio con cui distogliere l'attenzione dei comandi italiani dall'operazione principale.
Supermarina, informata della partenza da Gibilterra della Forza H, ha disposto l'uscita in mare di sette sommergibili per contrastare l'operazione nemica, schierandoli su due linee di tre e quattro unità distanziate tra loro di dieci miglia (mentre la distanza tra due sommergibili di una stessa linea è di venti miglia); oltre alla linea formata da Medusa, Diaspro, Axum e Turchese vi è un'altra linea composta da Argo, Scirè e Neghelli.
La Forza H, composta da Argus, Ark Royal, le corazzate Valiant e Resolution, l'incrociatore da battaglia Hood (nave ammiraglia), gli incrociatori leggeri Arethusa ed Enterprise e dieci cacciatorpediniere (Active, Wrestler, Encounter, Escapade, Gallant, Greyhound, Faulknor, Fearless, Forester ed Hotspur), esce da Gibilterra tra le 8 e le 8.30 del 31 luglio. Alle 15.30 del 1° agosto, a nordovest di Bougie, la squadra britannica viene attaccata da tre aerosiluranti Savoia Marchetti S.M. 79 “Sparviero”, decollati dall'aeroporto cagliaritano di Elmas e guidati personalmente dal generale di brigata aerea Stefano Cagna, comandante della X Brigata Aerea Bombardamento Terrestre; l'attacco è infruttuoso e si conclude con l'abbattimento dello “Sparviero” del generale Cagna, che rimane ucciso con tutto l'equipaggio.
Alle 20.45, superata Maiorca, la Forza H si divide in due gruppi, destinati l'uno a "Hurry" e l'altro a "Crush", e tre quarti d'ora più tardi l'Enterprise si separa da quest'ultimo per effetture la propria missione.
Alle 2.30 del 2 agosto l'Ark Royal inizia a lanciare nove biplani Fairey Swordfish armati con bombe e tre muniti di mine per l'attacco contro Cagliari, ma a causa del maltempo uno degli Swordfish precipita con la perdita dell'intero equipaggio, ed il decollo degli altri viene rimandato fino all'alba, quando il tempo migliora. Gli Swordfish bombardieri colpiscono l'aeroporto di Cagliari, danneggiando quattro hangar e distruggendo o danneggiando al suolo diversi aerei, mentre i tre “colleghi” posano le loro mine all'imboccatura del porto. Uno degli attaccanti è colpito dalla contraerea e costretto ad un atterraggio di emergenza, venendo catturato con il suo equipaggio.
Nel mentre l'Argus, giunta a 420 miglia da Malta, lancia i suoi quattordici aerei, che raggiungono tutti la base maltese di Luqa, dove però due si schiantano in fase di atterraggio.
Completata la propria missione, la Forza H rientra a Gibilterra il 4 agosto. Nessuno dei sommergibili italiani ha avuto occasione di attaccarla, essendo essa passata a nord rispetto alle loro zone d'agguato.
2 agosto 1940
Il Medusa deve interrompere la missione e dirigere anticipatamente per il rientro a causa di un'avaria; lo sostituisce nello sbarramento il Luciano Manara.
4 agosto 1940
Termina la missione entrando a La Maddalena alle 15, dopo aver percorso 674 miglia.
15 agosto 1940
Uscita da Cagliari per esercitazione dalle 7.45 alle 13, al comando del tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse 38 miglia.
30 agosto 1940
Sempre al comando del tenente di vascello Enzo Grossi, il Medusa salpa da La Maddalena alle 22.55 per un pattugliamento tra Capo Spartivento e La Galite, in posizione 38°40' N e 09°00' E, formando uno sbarramento con i sommergibili Alagi, Axum e Diaspro (per altra fonte ne avrebbe fatto parte anche l'Aradam) a contrasto dell'operazione britannica "Hats", consistente in varie sotto-operazioni: trasferimento da Gibilterra ad Alessandria, per rinforzare la Mediterranean Fleet, della corazzata Valiant, della portaerei Illustrious e degli incrociatori Calcutta e Coventry (che formano, insieme ai cacciatorpediniere Gallant, Griffin, Greyhound ed Hotspur, la Forza F); invio di un convoglio da Alessandria a Malta e di un altro da Nauplia a Porto Said; bombardamenti su basi italiane in Sardegna e nell'Egeo.
I movimenti britannici collegati ad "Hats" sono iniziati nel pomeriggio del 22 agosto, quando le navi della Forza F (Valiant ed incrociatori hanno a bordo anche materiale militare da portare a Malta) hanno lasciato Liverpool diretti a Gibilterra, dove sono arrivate il mattino del 29. Alle 8.45 la Forza H (incrociatore da battaglia Renown, portaerei Ark Royal, incrociatore leggero Sheffield, cacciatorpediniere Encounter, Fury, Faulknor, Firedrake, Foresight, Fortune, Forester, Velox e Wishart), al comando dell'ammiraglio James Somerville, è salpata da Gibilterra insieme alla Forza F ed alla Forza A (cacciatorpediniere Janus, Hero, Nubian e Mohawk), giunta a Gibilterra da Malta il 29 agosto per rinforzare la scorta della Forza F nel Mediterraneo. La Forza H deve fornire scorta a distanza alla Forza F fino all'imbocco occidentale del Canale di Sicilia, e lanciare un attacco aereo contro la base aerea di Cagliari Elmas e la base degli idrovolanti di Stagno (operazione "Smash").
Il 31 agosto la Forza H giunge a sud delle Baleari, dove i caccia dell'Ark Royal abbattono due idroricognitori italiani che tentano di avvicinarsi, ed alle 21.50 Somerville distacca Velox e Wishart (Forza W) per l'operazione diversiva "Squawk" (i due cacciatorpediniere devono portarsi a nord di Minorca ed emettere intenso traffico radio ad alta frequenza per indurre i comandi italiani a credere che una grossa formazione britannica si trovi a nord delle Baleari, diretta verso il Golfo di Genova, mentre in realtà Somerville passa a sud della Sardegna).
Alle 3.30 del 1° settembre l'Ark Royal catapulta nove bombardieri Fairey Swordfish equipaggiati con bombe e spezzoni incendiari, che alle sei attaccano gli obiettivi di "Smash" provocando modesti danni per poi rientrare a bordo alle otto, dopo di che la Forza H compie una virata verso sudovest per ingannare la ricognizione italiana inducendola a ritenere che la squadra britannica stia dirigendo per il rientro a Gibilterra. Alle 10.30 questa torna invece in rotta verso est, verso il Canale di Sicilia, ed alle 22 si scinde: la Forza H dirige verso nord per lanciare nuovi attacchi aerei verso la Sardegna (operazione "Grab"), mentre le Forze A e F proseguono verso est, verso Malta.
Alle 3.30 del 2 settembre l'Ark Royal lancia di nuovo nove Swordfish incaricati di bombardare la base aerea di Elmas e la centrale elettrica di Cagliari, ma nebbia e nuvole basse costringono gli aerei a rientrare senza aver trovato gli obiettivi. La Forza H fa ritorno a Gibilterra alle undici del 3 settembre, mentre le Forze A e F raggiungono regolarmente le rispettive destinazioni. La flotta da battaglia italiana, uscita in forze da Taranto, Brindisi e Messina il 31 agosto con un totale di cinque corazzate, 13 incrociatori e 39 cacciatorpediniere in seguito all'uscita da Alessandria della Mediterranean Fleet (che ha preso il mare con due corazzate, una portaerei, cinque incrociatori e 12 cacciatorpediniere per coprire la navigazione verso Malta del convoglio MF 2 e l'arrivo delle Forze A e F, nonché per condurre attacchi aerei contro le basi italiane nel Dodecaneso), non riuscirà ad intercettarla a causa del maltempo, che ostacola il lavoro della ricognizione aerea e mette in seria difficoltà i cacciatorpediniere, costringendoli al rientro.
Nessuno dei sommergibili italiani (oltre allo sbarramento di cui fa parte il Medusa ce n'è un altro al largo di Malta, formato da Durbo, Berillo e Pier Capponi) avvista le navi britanniche.
4 settembre 1940
Il Medusa rientra alla Maddalena alle 18.35, dopo aver percorso 582,5 miglia senza eventi di rilievo.
10 settembre 1940
Lascia La Maddalena alle 18.30, al comando del tenente di vascello Enzo Grossi, per trasferirsi a Cagliari, insieme all'Alagi (capitano di corvetta Stefano Nurra).
11 settembre 1940
Arriva a Cagliari alle 12.45, dopo aver percorso 171 miglia.
16 settembre 1940
Il tenente di vascello Enzo Grossi viene promosso a capitano di corvetta.
23 settembre 1940
Alle 23.30 il Medusa salpa da Cagliari (insieme all'Alagi, preceduto dal dragamine ausiliario R 176 Balear) al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi per un pattugliamento a sudovest della Sardegna e trenta miglia a nord di Biserta, in un'area delimitata tra i meridiani 09°00' E e 10°00' E e i paralleli 37°40' N e 38°00' N. Insieme all'Alagi, inviato a nord di Philippeville, deve contrastare movimenti di forze britanniche di cui è stata segnalata l'uscita da Gibilterra, ma la segnalazione si rivelerà infondata.
24 settembre 1940
Alle 11.44 il Medusa avvista in posizione 38°05' N e 10°00' E (per altra fonte, probabilmente erronea, al largo di Philippeville) un velivolo identificato come un idrovolante Short Sunderland, contro cui il sommergibile apre il fuoco con le mitragliere: dopo che sono stati sparati appena 60 colpi, il Sunderland viene visto precipitare in mare, sollevando un'alta colonna d'acqua (per altra versione, sarebbe stato visto allontanarsi in fiamme, perdendo quota). Il 2 ottobre il bollettino di guerra 117 del Comando Supremo annuncerà che «Nel Mediterraneo centrale il nostro sommergibile Medusa ha abbattuto un quadrimotore inglese tipo Sunderland»; la notizia sarà data anche sulla stampa nazionale, ad esempio sull'“Illustrazione del Popolo”, che pubblicherà una tavola con didascalia «Il nostro sommergibile Medusa, attaccato improvvisamente nel mediterraneo centrale da un quadrimotore inglese del tipo Sunderland che sono chiamati “Fortezze Volanti”, invece di immergersi accettò il combattimento e, dopo avere con destrezza evitato una bomba che cadde a poca distanza, con un tiro ben aggiustato colpì l'apparecchio nemico che precipitò in mare e in breve scomparve sotto le onde». Grossi riceverà una Medaglia d'Argento al Valor Militare, con motivazione «Comandante di sommergibile, avvistato un quadrimotore nemico che dirigeva all'attacco dell'unità, sceglieva ed eseguiva la più adatta manovra difensiva e controffensiva e col fuoco della mitragliera personalmente abbatteva l'aereo nemico. Esempio di prontezza, calma, decisione e sprezzo del pericolo»; il guardiamarina Giuseppe Lacalamita riceverà una Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
Dalla documentazione britannica, tuttavia, non risulta che nessun Sunderland abbia attaccato un sommergibile in questa data, e tanto meno che un velivolo di questo tipo sia andato perduto.
Questa sarà solo la prima vittoria “immaginaria” della discutibile carriera di Grossi, destinato a dubbia fama in Atlantico al comando del sommergibile Barbarigo.
30 settembre 1940
Alle 14.25 vengono avvistati due aerosiluranti identificati come “tipo Armstrong Witworth” (Fairey Swordfish), che girano in cerchio attorno al Medusa ma proseguono poi verso ovest senza attaccare. Il sommergibile rimane in superficie, pronto a respingere un eventuale attacco con le mitragliere.
1° ottobre 1940
Rientra a Cagliari alle 11.48, dopo aver percorso 772 miglia.
A mezzanotte riparte, sempre al comando di Grossi, rientrando in porto dopo aver percorso altre 53 miglia (pattugliamento idrofonico?).
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| Il Medusa in porto nell’ottobre 1940 (Archivio Luce) |
9 novembre 1940
Alle 18.30 il Medusa, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, salpa da Cagliari per un pattugliamento a sudovest della Sardegna, a 50 miglia per 315° da La Galite, dove deve formare uno sbarramento a maglie larghe insieme a Diaspro, Alagi, Aradam ed Axum.
Scopo
di questo sbarramento è di contrastare l'operazione britannica
«Coat», iniziata tre giorni prima e consistente nell'invio da
Gibilterra a Malta di un convoglio di navi da guerra cariche di
truppe (2150 soldati) ed armi antiaeree (tre batterie di cannoni
contraerei), denominato Forza F e composto dalla
corazzata Barham (con
a bordo 700 soldati), dall'incrociatore pesante Berwick (con
750 soldati), dall'incrociatore leggero Glasgow (con
400 soldati) e dai
cacciatorpediniere Encounter, Gallant, Griffin e Greyhound (con
a bordo 50 soldati ciascuno), con una forza di copertura costituita
dalla Forza H dell'ammiraglio James Somerville, formata dalla
portaerei Ark
Royal (che lo stesso 9
novembre lancerà anche un attacco aereo diversivo su Cagliari con
bombardieri Fairey Swordfish, denominato operazione «Crack»
dell'810th,
818th e
820th Squadron
della Fleet Air Arm), dall'incrociatore leggero Sheffield e
dai
cacciatorpediniere Duncan, Forester, Fortune, Firedrake, Fury e Faulknor,
che le dovranno accompagnare fino a sud della Sardegna, nell'ambito
dell'operazione complessa «MB.8». Quest'ultima prevede anche altre
operazioni secondarie: il trasferimento di unità da guerra da
Gibilterra ad Alessandria a rinforzo della Mediterranean Fleet
(sempre nel quadro di «Coat»: le navi della Forza F, una volta
sbarcate le truppe a Malta, entreranno a far parte della
Mediterranean Fleet), l'invio da Alessandria a Malta del convoglio
«MW. 3» (cinque mercantili, partiti il 4 novembre e scortati dagli
incrociatori antiaerei Calcutta e Coventry e
dai cacciatorpediniere Dainty, Vampire, Voyager e Waterhen);
l'invio da Malta ad Alessandria del convoglio di ritorno «ME. 3» (i
mercantili scarichi Clan Macauley,
Clan Ferguson,
Memnon e
Lanarkshire,
scortati dalla corazzata Ramillies,
dal Coventry e
dai cacciatorpediniere Dainty,
Vampire e Waterhen),
l'invio di convogli in Grecia (l'«AN. 6», formato da quattro navi
cisterna partite da Port Said il 4 novembre e dirette a Suda con la
scorta di un peschereccio armato, nonché l'invio da Alessandria a
Suda degli incrociatori leggeri Ajax e Sydney il
5-6 novembre, poi ricongiuntisi con il grosso della Mediterranean
Fleet, e l'invio al Pireo dell'incrociatore leggero Orion,
tutti con rinforzi e rifornimenti per le truppe britanniche in
Grecia); il transito del convoglio di ritorno «AS. 5» dalla Grecia
all'Egitto, l'attacco di aerosiluranti contro Taranto dell'11-12
novembre (operazione «Judgment», ad opera della
portaerei Illustrious,
scortata dagli incrociatori York, Berwick, Glasgow e Gloucester e
dai cacciatorpediniere Havock,
Hasty,
Hyperion ed Ilex)
ed una puntata offensiva contro convogli italiani nel Canale
d'Otranto (da parte dei cacciatorpediniere Ajax, Orion e Sydney e
dei cacciatorpediniere Nubian
e
Mohawk).
L'operazione è coperta dal grosso della Mediterranean Fleet (Forza
A, al comando dell'ammiraglio Andrew Browne Cunningham), con le
corazzate Valiant, Warspite, Ramillies e Malaya,
la portaerei Illustrious (che
lancerà l'attacco contro Taranto), gli
incrociatori Orion, York e Gloucester ed
i cacciatorpediniere Nubian,
Mohawk,
Jervis, Janus,
Juno, Hyperion,
Hasty, Hereward,
Hero, Havock,
Ilex, Defender
e Decoy;
questa forza è anche quella incaricata dell'esecuzione di «Judgment»
(gli aerei decolleranno dalla Illustrious).
In tutto, sono in mare cinque corazzate, due portaerei, undici
incrociatori e venticinque cacciatorpediniere, oltre ai
mercantili.
Il Medusa e
gli altri quattro battelli si posizionano sul rilevamento 315° da La
Galite, a 30 miglia di distanza l'uno dall'altro, con l'incarico di
effettuare ricerca notturna per parallelo senza spingersi a più di
120 miglia ad ovest rispetto alla linea dello schieramento.
Supermarina (nella persona dell'ammiraglio Domenico Cavagnari) ha
ordinato a Maricosom (ammiraglio Mario Falangola) la formazione di
questo sbarramento nel Mediterraneo occidentale dopo averne già
fatto formare un altro a sudest di Malta con i sommergibili Topazio,
Pier Capponi
e Fratelli
Bandiera.
Agenti
italiani appostati sulla costa spagnola dello stretto di Gibilterra
hanno infatti riferito, la sera del 7 novembre, della partenza della
Forza H (ammiraglio James Somerville) da quel porto, e lo stesso
giorno un ricognitore S.M. 79 dell'Aeronautica della Libia ha notato
la mancanza delle grandi unità della Mediterranean Fleet nel porto
di Alessandria, notizia poi confermata dall'intercettazione di
traffico radio, dalla quale Supermarina ha dedotto che debbano essere
in navigazione da Alessandria verso ovest 2-3 corazzate, 6
incrociatori ed una dozzina di cacciatorpediniere. A Roma non si
conosce, naturalmente, lo scopo di questi movimenti.
Scopo dello
sbarramento di cui fa parte il Medusa è
di intercettare la Forza H, che secondo quanto riferito da
ricognitori aerei francesi e spagnoli è in navigazione verso il
Canale di Sicilia (per altra fonte, la Forza H sarebbe stata
localizzata il mattino del 9 novembre dalla Regia Aeronautica in
seguito all'attacco aereo contro Cagliari lanciato dagli Swordfish
dell'Ark Royal).
L'ordine di Cavagnari (n. 1772, urgentissimo e recapitato a mano), in
particolare, stabilisce: «Disponete
che cinque sommergibili pronti Cagliari partono al tramonto di oggi
eseguendo durante la notte trasferimento su linea sbarramento
orientata da La Galite per nord ovest (alt) Sommergibili a distanza
di 30 miglia l'uno dall'altro su linea anzidetta rimarranno in
agguato profondo idrofonico durante il giorno et eseguiranno durante
ore notturne agguato in superficie spostandosi per parallelo entro
limiti linea iniziale et linea parallela spostata 120 miglia verso
ponente (alt) Scopo attaccare forze navali nemiche in movimento nelle
acque fra la Sardegna e le Baleari (alt) Durante notte siano tenuti
pronti 2 tubi lanciasiluri per ogni estremità (alt) Unità
rientreranno all'ordine (alt) assicurare (alt) Cavagnari».
Conseguentemente,
nelle prime ore del 9 novembre Maricosom ha ordinato al VII Grupsom
di Cagliari, con il messaggio numero 43846, di inviare cinque
sommergibili (tra quelli scelti è appunto il Medusa)
che dovranno posizionarsi per parallelo a nordovest di La Galite,
spostandosi nottetempo, navigando in superficie, di 120 miglia verso
ovest.
Oltre a schierare sommergibili in entrambi i bacini del
Mediterraneo, Supermarina allerta anche la flotta perché sia pronta
a muovere entro l'8 mattina, e dispone crociere di vigilanza con
alcuni MAS, la XIV Squadriglia Cacciatorpediniere e la XIV
Squadriglia Torpediniere (MAS e cacciatorpediniere non potranno poi
compiere tali pattugliamenti a causa del mare mosso). Vengono infine
ordinate ricognizioni da parte degli idrovolanti dell'83° Gruppo
della Ricognizione Marittima della Sicilia, che alle 11 dell'8
avvistano cinque piroscafi, scortati da un incrociatore e quattro
cacciatorpediniere, 180 miglia ad est di Malta (dove evidentemente è
diretto), ed alle 15.20 localizzano anche due corazzate, una
portaerei e parecchi incrociatori e cacciatorpediniere che si trovano
a nord del convoglio, con l'apparente compito di proteggerlo.
Nessuno dei sommergibili riuscirà ad entrare in contatto con le forze nemiche, tranne il Pier Capponi dello sbarramento a sudest di Malta, che attaccherà senza successo la Ramillies. I sommergibili dello sbarramento occidentale, tra cui il Medusa, cercano il nemico senza successo dal 9 al 12 novembre. La Forza F sbarcherà le truppe a Malta il 10 novembre.
| Il Medusa con l'equipaggio schierato in coperta (dall'articolo di Danilo Pellegrini sul Bollettino d'Archivio USMM) |
12 novembre 1940
Rientra a Cagliari alle 21.05, dopo aver percorso 440,2 miglia senza eventi degni di nota.
14 novembre 1940
Salpa da Cagliari alle 9.14, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, per trasferirsi a Messina.
15 novembre 1940
Arriva a Messina alle 19, dopo aver percorso 344,6 miglia.
19 novembre 1940
Riparte da Messina alle 4.20, per trasferirsi a Pola, sempre al comando di Grossi.
20 novembre 1940
Alle 22.20 (per altra fonte, alle 23.30) il Medusa avvista ed evita due scie di siluri a dieci miglia per 060° dal faro di San Cataldo (Bari). Tuttavia, non risultando alcun attacco da parte di sommergibili nemici in ora e posizione compatibili con questo avvistamento, sembra probabile che l'equipaggio abbia scambiato per siluri delle scie di focene o delfini, caso non infrequente in tempo di guerra. (Qualcuno ha ipotizzato che l'attaccante fosse il sommergibile britannico Regulus, scomparso con tutto l'equipaggio dopo essere partito da Alessandria d'Egitto il 18 novembre per un pattugliamento nel Basso Adriatico, ma anche navigando alla massima velocità il Regulus non avrebbe potuto raggiungere le acque di Bari già la sera del 20 novembre).
In seguito alla segnalazione del Medusa, escono da Brindisi per dare la caccia al sommergibile attaccante le torpediniere Altair ed Aretusa ed i MAS 534, 535 e 539.
Alle 23.40 il Medusa avvista al largo di Bari un convoglio italiano diretto verso quel porto, che informa della presenza in zona di un sommergibile nemico sulla base di quanto accaduto un'ora prima; il convoglio inverte la rotta.
22 novembre 1940
Arriva a Pola alle 12.25, dopo aver percorso 707,8 miglia.
25 novembre 1940
Lascia Pola alle 7.51, sempre al comando di Grossi, per trasferirsi a Monfalcone, dove giunge alle 13.40, dopo aver percorso 64 miglia, e dove entra in cantiere per un periodo di lavori, al termine dei quali sarà assegnato con compiti addestrativi alla Scuola Sommergibili di Pola (Mariscuolasom, i cui battelli sono inquadrati nel XII Gruppo Sommergibili) insieme ai gemelli Jalea e Serpente.
(Altra fonte afferma che sarebbe stato ai lavori a Taranto dal 30 novembre 1940 al 20 febbraio 1941, ma sembra probabile un errore).
24 febbraio 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 9 alle 15.30, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 40 miglia.
27 febbraio 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 9.50 alle 17.02, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 64 miglia.
1° marzo 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8 alle 18.15, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 28,8 miglia.
3 marzo 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 6.32 alle 17.25, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, con la scorta della torpediniera Audace e delle navi scorta ausiliarie F 95 San Giorgio, F 88 Jadera e F 134 Laurana. Percorse 103,5 miglia.
6 marzo 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.15 alle 17.56, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi e con la scorta della Jadera e del rimorchiatore militare Tenace. Percorse 48,8 miglia.
7 marzo 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.24 alle 18.10, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi e con la scorta dell'Audace. Percorse 52,5 miglia.
10-11 marzo 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 9.15 del 10 all'1.10 dell'11, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 76,5 miglia.
13 marzo 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.17 alle 16.45, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi e con la scorta della Jadera. Percorse 50,5 miglia.
14-15 marzo 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.22 del 14 all'1.29 del 15, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 92,1 miglia.
Alcune immagini dell'equipaggio del Medusa (da www.fredovalla.it)
18 marzo 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 12.25 alle 13.15 (rientro anticipato, forse per avaria), al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi e con la scorta del Tenace.
27 marzo 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.12 alle 13.40, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, insieme ai sommergibili Jalea, Des Geneys e Marcantonio Bragadin e con la scorta di San Giorgio e Jadera. Percorse 41,5 miglia.
28 marzo 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.10 alle 16.50, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 65 miglia.
31 marzo-1° aprile 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 12.50 del 31 marzo alle 5.10 del 1° aprile, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 54,1 miglia.
Dopo tre ore di pausa, il Medusa esce nuovamente in mare dalle 8.13 alle 16.19 del 1° aprile per ulteriori esercitazioni, scortato da Laurana e San Giorgio; percorse altre 52 miglia.
2 aprile 1941
Lascia Pola alle 9.10, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, per trasferirsi a Monfalcone, dove arriva alle 14.23, dopo aver percorso 66 miglia.
3 aprile 1941
Riparte da Monfalcone alle 7.16 per fare ritorno a Pola, sempre al comando di Grossi, giungendovi alle 13.30 dopo aver percorso 62 miglia.
4 aprile 1941
Salpa da Pola alle 00.15, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, per pattugliare le acque in un raggio di 15 miglia dal punto 43°24' N e 15°48' E, lungo un asse orientato da nordovest a sudest. Deve però rientrare prematuramente alle 11.31, dopo aver percorso 123 miglia, per un'avaria (lo sostituisce lo Jalea), dopo di che riparte alle 14.10 diretto a Monfalcone, probabilmente per le necessarie riparazioni. Qui arriva alle 19.15, dopo aver percorso 60 miglia.
6 aprile 1941
Lascia Monfalcone alle otto, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, per fare ritorno a Pola, dove arriva alle 14.03, dopo aver percorso 60 miglia.
11 aprile 1941
Salpa da Pola alle 18.10, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, per un pattugliamento a sud di Cattaro (a protezione dei convogli in navigazione tra l'Italia e l'Albania), in un raggio di dieci miglia dal punto 41°50' N e 18°25' E, lungo un asse orientato da nordovest a sudest.
14 aprile 1941
Raggiunge la zona operativa assegnata al largo di Cattaro.
18 aprile 1941
Lascia la zona d'agguato per rientrare alla base.
20 aprile 1941
Rientra a Pola alle 2.50, dopo aver percorso 993,5 miglia rilevando rumore di macchine, ma senza mai avvistare niente.
27 aprile 1941
Lascia Pola alle 8.25, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, per trasferirsi a Monfalcone, dove arriva alle 13.50, dopo aver percorso 64 miglia.
Successivamente ritorna a Pola.
![]() |
| (da www.grupsom.com) |
7 maggio 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 9.45 alle 15.25, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 64 miglia.
14 maggio 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 10.37 alle 3.50, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Dapprima svolge esercitazioni insieme al sommergibile Alagi e con la scorta della San Giorgio, poi si sposta nella Zona 4 dove effettua esercitazioni di lancio siluri usando la torpediniera Castore come bersaglio, sotto la scorta del Tenace. Percorse 58 miglia.
17 maggio 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.10 alle 16.44, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi e con la scorta della Jadera. Percorse 48 miglia. Durante l'uscita le batterie rimangono danneggiate, il che richiede un periodo di riparazioni che si protrarranno per due mesi.
21 luglio 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 6.23 alle 18.25, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 95,1 miglia.
23 luglio 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 7.05 alle 15.45, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 58 miglia.
24 luglio 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 10.52 alle 16, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi e con la scorta della nave scorta ausiliaria F 107 Grado. Percorse 28 miglia.
26-27 luglio 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 7.41 del 26 alle 10.10 del 27, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 97 miglia.
29-30 luglio 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.05 del 29 alle 3.47 del 30, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, insieme al sommergibile Vettor Pisani e con la scorta della San Giorgio. Percorse 54 miglia.
31 luglio 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 7.45 alle 14, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 52,1 miglia.
6 agosto 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 6.47 alle 18.24, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 57 miglia.
9 agosto 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 7.50 alle 17.35, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 55 miglia.
Al rientro da questa uscita, il capitano di corvetta Grossi lascia il comando del Medusa, che viene assunto dal tenente di vascello Angelo Parodi.
11 agosto 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle otto alle 18.06, al comando del tenente di vascello Angelo Parodi. Percorse 57,2 miglia.
16 agosto 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 6.53 alle 17.24, al comando del tenente di vascello Angelo Parodi e con la scorta della Jadera. Percorse 62 miglia.
20 agosto 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 7.35 alle 16.31, al comando del tenente di vascello Angelo Parodi. Percorse 58,5 miglia.
22 agosto 1941
Uscita da Pola per esercitazione di lancio siluri dalle 7.05 alle 16.30, al comando del tenente di vascello Angelo Parodi, insieme al sommergibile Tito Speri ed alla torpediniera Insidioso e con la scorta della nave scorta ausiliaria F 79 Morrhua. Percorse 60 miglia.
25 agosto 1941
Il tenente di vascello Parodi lascia il comando del Medusa, che viene assunto dal capitano di corvetta Enrico Bertarelli, 35 anni, da Susa.
Pluridecorato veterano dell'Atlantico, Bertarelli è adesso incaricato della formazione delle “nuove leve” del sommergibilismo italiano: sarà l'ultimo comandante del Medusa, del quale condividerà la tragica sorte.
Lo stesso 25 agosto, il Medusa compie un'uscita per esercitazione da Pola, dalle 7.46 alle 17.50 (percorse 59,2 miglia), al comando del suo nuovo comandante.
28 agosto 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 7.30 alle 16.45, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme al sommergibile Giovanni Bausan, alla Morrhua ed all'Insidioso. Percorse 54 miglia.
30-31 agosto 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 10.30 del 30 alle tre di notte del 31, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 72 miglia.
2 settembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 7.47 alle 19.10, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 55 miglia.
3-4 settembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 22.11 del 3 alle 6.45 del 4, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme all'incrociatore leggero Alberico Da Barbiano ed alla torpediniera Audace. Percorse 48 miglia.
6-7 settembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 19.08 del 6 alle 2.45 del 7, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 50 miglia.
10 settembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 7.45 alle 17.40, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 54 miglia.
11 settembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 10.35 alle 19.06, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Speri e con la scorta della Jadera; effettua esercitazioni di lancio siluri contro la torpediniera Audace. Percorse 54,5 miglia.
13 settembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 7.45 alle 17, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme ai sommergibili Jalea, Pisani e Bausan e con la scorta di Insidioso, Morrhua e Jadera. Percorse 51 miglia.
15 settembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 7.42 alle 18.30, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Jalea e con la scorta di Audace e San Giorgio. Percorse 59 miglia.
25 settembre 1941
Salpa da Pola alle 18, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, per un pattugliamento antisommergibili in Alto Adriatico, in un'area delimitata dai paralleli 43°54.5' N e 44°47' N, dal meridiano 13°32' E e dalla costa adriatica occidentale.
28 settembre 1941
Rientra a Pola alle 11.40, dopo aver percorso 310 miglia senza eventi di rilievo.
1° ottobre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 13.20 alle 00.07, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Jalea e con la scorta della Jadera. Percorse 51 miglia.
3 ottobre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 10.17 alle 18.30, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 47 miglia.
4 ottobre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle dieci alle 18.05, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 51 miglia.
9 ottobre 1941
Salpa da Pola alle 16.22 per un pattugliamento difensivo, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli.
11 ottobre 1941
Rientra a Pola alle 3.55, dopo aver percorso 307,5 miglia.
![]() |
| (da “Un corpo sul fondo” di Pietro Spirito) |
14 ottobre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 10.30 alle 19.02, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 54 miglia.
17 ottobre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 13 alle 23.35, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme al Bausan e con la scorta della Grado. Percorse 64 miglia.
21-22 ottobre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 13 del 21 all'1.12 del 22, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli e con la scorta della nave ausiliaria Salvatore. Percorse 57 miglia.
23 ottobre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 7.35 alle 17.55, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli e con la scorta della Grado. Percorse 64 miglia.
25 ottobre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle otto alle 16.44, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli e con la scorta della Morrhua. Percorse 51 miglia.
28 ottobre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 13.10 alle 23.56, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 67 miglia.
30 ottobre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle otto alle 17.35, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme al sommergibile Goffredo Mameli e con la scorta dell'Audace. Percorse 52 miglia.
1° novembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.42 alle 16.52, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli e con la scorta della Grado. Percorse 46 miglia.
17 novembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.10 alle 17.01, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 53,5 miglia.
21 novembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.03 alle 16.50, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 53,5 miglia.
24 novembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.03 alle 16.50, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 52 miglia.
26 novembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.03 alle 16.52, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 54,5 miglia.
29 novembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.03 alle 17.23, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme ai sommergibili Vettor Pisani, Enrico Toti ed Emo e con la scorta della Jadera e della nave scorta ausiliaria F 148 Traù. Percorse 53 miglia.
1° dicembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.05 alle 16.50, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli e con la scorta di San Giorgio e Jadera. Percorse 53 miglia.
3 dicembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle otto alle 16.40, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, con la scorta di Audace, Jadera, San Giorgio e Traù. Percorse 55,5 miglia.
9 dicembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 16.20 alle 23.43, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Jalea e con la scorta dell'Insidioso. Percorse 70 miglia.
12-14 dicembre 1941
Pattugliamento tra Venezia e Trieste.
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| (da www.wrecks.cz) |
15 dicembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle otto alle 16.09, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Speri e con la scorta della San Giorgio. Percorse 55 miglia.
16 dicembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.05 alle 17.20, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 57,5 miglia.
20 dicembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.28 alle 17.20, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 58 miglia.
23 dicembre 1941
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.26 alle 17.25, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 59,5 miglia.
26 dicembre 1941
Salpa da Pola alle 16.55, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, per un pattugliamento idrofonico nel corso del quale dovrà anche partecipare ad esercitazioni con il nuovissimo cacciatorpediniere Mitragliere, fresco di cantiere e non ancora entrato in servizio, a 17 miglia per 044° dal faro di Ancona e poi a 23 miglia per 040° da Capo Pesaro.
27 dicembre 1941
Rientra a Pola alle 14.15, dopo aver percorso 146 miglia senza avvenimenti di rilievo.
30 dicembre 1941
Uscita da Pola dalle 8.05 alle 17.30, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, per esercitazioni di tiro con il cannone insieme ai sommergibili Toti e Speri e con la scorta di Jadera, Grado e Traù. Percorse 61,5 miglia.
4 gennaio 1942
Uscita da Pola per esercitazione dalle 9.10 alle 16.50, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme a Jalea, Toti e Des Geneys e con la scorta di Audace, Jadera e San Giorgio.
5 gennaio 1942
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.35 alle 18.25, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme ai sommergibili Jalea, Des Geneys, Speri ed Ondina e con la scorta di Audace, Jadera, San Giorgio e Traù.
7 gennaio 1942
Uscita da Pola per esercitazione dalle 9.20 alle 11.20, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli.
13 gennaio 1942
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.50 alle 16.20, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme al Pisani e con la scorta della Grado.
16 gennaio 1942
Uscita da Pola per esercitazione dalle 8.25 alle 18.15, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli.
21-22 gennaio 1942
Uscita da Pola per esercitazione dalle 16.35 del 21 all'1.20 del 22, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme al Pisani e con la scorta della Jadera.
24 gennaio 1942
Uscita da Pola per esercitazione dalle 9.50 alle 18.30, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli.
28 gennaio 1942
Uscita da Pola per esercitazione dalle 16.25 alle 18.35, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Jalea e con la scorta della San Giorgio.
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Il Medusa (Museo della Cantieristica di Monfalcone) |
Uomini sul fondo
Il mattino del 30 gennaio 1942 il Medusa, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, salpò da Pola per partecipare ad una serie di esercitazioni nelle acque istriane e più precisamente nella Zona 5, una sorta di quadrilatero tra Cherso e la costa istriana, nel golfo del Quarnaro, delimitato da Punta Nera, Scoglio Zaglava, Punta Merlera e l'isolotto di Levrera. A bordo c'erano in tutto 60 uomini, tra membri dell'equipaggio ed allievi della Scuola Sommergibilisti; questi ultimi erano 27, sei ufficiali e 21 tra sottocapi e marinai (altra versione afferma che a bordo si trovavano sei insegnanti e 21 allievi della Scuola Sommergibili, altra ancora parla genericamente di 27 tra istruttori ed allievi, ma risulterebbe che i sei ufficiali di Mariscuolasom fossero allievi e non istruttori).
Le esercitazioni si svolsero senza intoppi, ed alle 13.30 le unità che vi avevano partecipato diressero per il rientro a Pola: per ultimo il Medusa, che procedeva in coda alla formazione seguendo le rotte costiere. Il sommergibile procedeva a lento moto in superficie, senza protezione, ma si credeva che non ci fosse ragione di preoccuparsi: l'Alto Adriatico era un lago italiano, lontanissimo dai fronti “caldi” della guerra, al di fuori del raggio d'azione dell'aviazione britannica ed ancor più delle unità di superficie della Royal Navy. Entrambe le sponde dell'Adriatico erano saldamente sotto controllo italiano fin dalla conquista di Grecia e Jugoslavia nella primavera del 1941, ed i fondali poco profondi di quel mare facilitavano la posa di campi minati difensivi. Unico potenziale pericolo era costituito dai sommergibili, ma raramente questi avevano tentato di avventurarsi a nord del Canale d'Otranto. L'Alto Adriatico rappresentava l'angolo di Mediterraneo più sicuro per la Marina italiana, e proprio per questo era stato scelto per ospitare la Scuola Sommergibilisti: qui le reclute inesperte potevano addestrarsi lontano dai pericoli della guerra. O almeno così si credeva.
Il sommergibile britannico Thorn, al comando del capitano di corvetta Robert Galliano Norfolk, era partito da Alessandria d'Egitto il 17 gennaio per la sua quarta missione di guerra, da svolgere proprio nell'Adriatico.
Se il Medusa era un sommergibile relativamente anziano con i suoi dieci anni di servizio, il Thorn viceversa era nuovo di zecca: era entrato in servizio solo cinque mesi prima, il 26 agosto 1941. Meno di un mese dopo, terminato il periodo di collaudi ed addestramento nelle acque della Scozia, aveva lasciato l'Holy Loch per trasferirsi in Mediterraneo, dove era stato assegnato alla 1st Submarine Flotilla di Alessandria; giunto a Gibilterra il 29 settembre, ne era ripartoto il 3 ottobre diretto a Malta, dov'era arrivato il 10 ottobre. Tre giorni dopo era salpato dall'isola per la sua prima missione di guerra, un pattugliamento del Mar Ionio, al termine del quale aveva raggiunto Alessandria il 27 ottobre. Erano seguite altre due missioni nelle acque della Grecia con partenza da Alessandria, dal 10 al 27 novembre e dal 18 dicembre al 5 gennaio 1942, nel corso delle quali aveva sbarcato agenti, recuperato fuggiaschi e cannoneggiato installazioni costiere, ma affondato una sola nave, la cisterna Campina.
Nel corso della missione del 17 gennaio, il Thorn doveva spingersi nell'Adriatico ed effettuare anche due operazioni speciali, "Henna" e "Hydra", consistenti nello sbarco di agenti britannici e jugoslavi sulla costa dalmata-montenegrina.
Superato il Canale d'Otranto il 22 gennaio, tre giorni dopo aveva tentato di attuare l'operazione "Hydra" (sbarco di quattro agenti nelle vicinanze di Petrovac, in Montenegro) ma aveva dovuto rinunciare a causa del maltempo; nelle prime ore del 27 era invece riuscito ad attuare "Henna", sbarcando due agenti jugoslavi (un tenente dell'Esercito ed un ex poliziotto) vicino a Porto Sablonara, nell'isola di Meleda, prima di proseguire verso nord. Il 28 gennaio aveva attaccato ed affondato al largo di Punta Planka un piroscafo italiano, il Ninuccia, in navigazione da Spalato a Fiume; durante quest'azione aveva urtato il fondale, mettendo fuori uso i tre tubi lanciasiluri prodieri di dritta, ma non per questo aveva interrotto la missione. Si era anzi spinto ancora più a nord, giungendo il 29 gennaio a sud di Capo Promontore, dove si era posto in agguato.
Già alle 15.22 del 29 gennaio il Thorn aveva avvistato un mercantile italiano al largo di Capo Promontore, ma non aveva potuto attaccarlo perché troppo lontano; poi, nel corso della mattinata del 30 gennaio, si erano susseguiti gli avvistamenti. Alle 9.55 di quel mattino un sommergibile identificato come classe Sirena, in navigazione in superficie ad otto nodi con rotta 080°, a distanza eccessiva per poter tentare un attacco: si trattava, con ogni probabilità, proprio del Medusa diretto nella zona dell'esercitazione. Alle 10.35 era seguito un mercantile di 1500 tsl in zavorra, anch'esso in navigazione a 8 nodi con rotta 080°, ed anch'esso troppo lontano per essere attaccato; dieci minuti dopo una torpediniera a due fumaioli in navigazione anch'essa con rotta 080° ma a 15 nodi, probabilmente l'Insidioso. Anche questa era troppo distante, ed aveva continuato ad esserlo anche quando era stata avvistata nuovamente, più ad est, tra le 12.30 e l'una del pomeriggio.
Alle 13.30 il sommergibile britannico avvistò un piccolo mercantile di circa 300 tsl, armato con un cannone a poppa, in navigazione con rotta 080° e velocità 8 nodi: poteva essere il Grado; anche questa nave passò troppo lontana per un attacco, ma alle 13.54 il Thorn avvistò di nuovo un sommergibile “classe Sirena” a 4600 metri di distanza, su rilevamento 050°, in navigazione a 13 nodi su rotta 240°: si trattava del Medusa.
Era un pomeriggio freddo e soleggiato, con vento teso di bora da nordest e mare con onde “ben definite” anch'esse da nordest, quasi agitato. Ignaro del suo destino, il Medusa dirigeva per uscire dal golfo del Quarnaro, aveva appena superato l'isolotto di Fenera. Alle 14, mentre manovrava per attaccare il Medusa, il Thorn avvistò anche un mercantile in navigazione a otto nodi su rotta 250°, in allontanamento, ma Norfolk decise di non attaccarlo per proseguire il suo attacco contro il Medusa: si trattava del piroscafo Carlo Zeno.
Alle 14.02 il Thorn, da 3200 metri di distanza, lanciò quattro siluri contro l'ignaro sommergibile italiano.
Sulla plancia del Medusa, in quel momento, si trovavano otto uomini: il comandante Bertarelli, il comandante in seconda tenente di vascello Gastone Guida, il tenente di vascello Gaetano Arezzo della Targia, il sottotenente di vascello Luigi Del Monte, i guardiamarina Giovan Battista Firpo ed Arturo Fei, il sottocapo furiere Alberto Cusenza ed il marinaio cannoniere Emanuele Del Giusto (Fei era l'ufficiale di rotta del Medusa, mentre Del Monte, Firpo ed Arezzo della Targia erano tutti allievi della Scuola Sommergibili). Tutti setacciavano la superficie del mare attorno a loro con i binocoli, e fu il comandante in seconda Guida ad avvistare per primo la scia di un siluro in avvicinamento da sinistra: subito la indicò al comandante Bertarelli, che ordinò al guardiamarina Fei di lanciare il segnale di scoperta di sommergibile nemico per allertare le unità più vicine, la torpediniera Insidioso ed il sommergibile Goffredo Mameli. Poi diede ordine di mettere il timone a sinistra con tutta la barra, nel tentativo di evitare i siluri. (Fei stimò che il sommergibile attaccante avesse lanciato da un migliaio di metri di distanza, effettuando rapida emersione per poi tornare ad immergersi subito dopo).
Il primo siluro mancò il Medusa passandogli a proravia, ma il tenente di vascello Arezzo della Targia avvistò altre due scie, che indicò gridando: anche questi siluri mancarono il bersaglio, passandogli qualche metro a proravia (il 31 gennaio ed il 1° febbraio due dei siluri vennero ritrovati, intatti, sulla spiaggia di Medellino). Non così il quarto ed ultimo siluro, che puntò dritto sul sommergibile italiano: “Questo ci piglia” fu il semplice commento di Arezzo della Targia, espresso con una calma quasi innaturale. Pochi secondi dopo, l'apprezzamento del giovane ufficiale fu confermato da una tremenda esplosione.
Il siluro colpì il Medusa a centro nave, sul lato sinistro, proprio sotto la torretta. Lo scoppio uccise sul colpo il sottotenente di vascello Del Monte, il sottocapo Cusenza ed il cannoniere Del Giusto, e lanciò in mare gli altri cinque occupanti della plancia.
In pochi attimi il sommergibile affondò nel punto 44°45'45" N e 13°56'45" E (per altra fonte, 13°36' E), al largo di Capo Promontore, a circa un miglio dallo scoglio di Porer, sette miglia a sud di Brioni, undici miglia a sud di Pola ed a poco più di mezzo miglio dall'isolotto di Fenera, senza che nessuno di quanti si trovavano sottocoperta avesse il tempo di uscire. (L'orario indicato dalle fonti italiane sono le 14.10).
Sulla superficie rimasero soltanto una vasta chiazza di nafta, una boa telefonica – sganciatasi dal sommergibile in affondamento –, due cadaveri e cinque uomini ancora vivi: Bertarelli, Guida, Firpo, Fei, Arezzo della Targia. Solo Firpo era rimasto incredibilmente illeso, mentre Arezzo della Targia era rimasto ferito ad un piede, ad una spalla e ad un occhio. In condizioni peggiori versavano gli altri tre naufraghi: il comandante Bertarelli era ferito al volto e sanguinava copiosamente (aveva la faccia coperta di sangue), il comandante in seconda Guida aveva una grave ferita alla testa ed il guardiamarina Fei aveva entrambe le gambe spezzate e stentava a tenersi a galla.
Pur nelle sue condizioni, il comandante Bertarelli trovò la forza di avvicinarsi a Fei che stava per annegare, prenderlo per i capelli e dirgli di resistere: “Coraggio, la terra è vicina”, incoraggiamento che ripeté più volte. Fei gli chiese se fosse ferito anche lui, ed ebbe risposta affermativa: “Ad una gamba, credo”. Poi Bertarelli esaurì le forze, le onde lo separarono da Fei. L'ultima volta che il guardiamarina ferite vide il suo comandante, questi stava galleggiando sulla schiena a braccia aperte; qualche secondo dopo Bertarelli scomparve alla vista. Il suo corpo non sarebbe mai stato ritrovato.
Aveva assistito alla tragedia il Carlo Zeno. Dopo essersi rifornito di carbone ad Arsia, questo mercantile aveva imboccato imboccato la rotta costiera prescritta dalle disposizioni vigenti, e si era così venuto a trovare nella scia del Medusa, che lo precedeva di un miglio: aveva avvistato il sommergibile alle 13.40, quando nel giornale di bordo del piroscafo era stato annotato «smg. nazionale navigante in emersione proveniente dal largo sulla nostra sinistra e con rotta intorno a ponente, giunto all'altezza di Capo Merlera, si pone a noi di prua proseguendo verso Porer».
Il primo ufficiale del Carlo Zeno, Giuseppe Ballarin, stava osservando dalla plancia il Medusa e la sua scia quando all'improvviso – erano le 14.05 – il sommergibile era scomparso in un grande sbuffo d'acqua (altra fonte parla delle 14.42, ma si tratta certamente di un errore). Il rumore dell'esplosione non era giunto fino alla nave, ma Ballarin aveva capito all'istante cos'era successo e si era precipitato dal suo comandante, il capitano Umberto Curci, che si era ritirato da pochi minuti nella sua cabina sita sotto la plancia (alle 13.55, trovandosi al traverso di Capo Merlera, aveva ordinato di fare rotta verso l'isolotto di Fenera): entrato di corsa, Ballarin gli disse che «il sommergibile che ci precedeva in quel momento a una distanza di mg. 1,5 circa era saltato in aria nel turbine di una enorme colonna d'acqua e rottami scomparendo in qualche istante dalla superficie, presumibilmente a causa di una violenta esplosione, non udita però forse a ragione del mare e del vento sempre teso da NE».
Subito lo Zeno, forzando le macchine, si diresse verso il luogo dell'affondamento, puntando verso la chiazza di nafta e ciò che Curci identificò come un gavitello nero, ossia la boa telefonica, su rilevamento 266° da Porer e 354° da Punta Fenera. Vennero intanto preparate all'ammaino le lance di salvataggio.
Giunto sul posto alle 14.15 ed avvistati i naufraghi, il piroscafo mise in mare la lancia numero 1 di dritta al comando del primo ufficiale Ballarin, che guidata dalla nave per mezzo dei fischi della sirena, muovendo a voga arrangiata recuperò gli unici tre superstiti in vista – Firpo, Fei ed Arezzo della Targia – ed i corpi senza vita di Cusenza e Del Gusto (quello del sottotenente di vascello Del Monte non sarebbe mai ritrovato).
Verso le 15 per altra versione il Carlo Zeno avvistò due motoscafi veloci di passaggio nei pressi, che richiamò sul posto con fischi prolungati della sirena (per altra versione i motoscafi veloci sarebbero stati tre e sarebbero giunti sul posto già alle 14.40: si trattava probabilmente dei tre MAS che furono fatti partire da Pola subito dopo il siluramento); insieme ad essi ed alla scialuppa già in mare, il mercantile cercò invano altri naufraghi.
Iniziavano intanto ad arrivare sul posto alcune delle unità che avevano partecipato all'esercitazione nella Zona 5: per prima, alle 14.55, l'Insidioso, che raccolse l'unico altro naufrago ancora in vita, il comandante in seconda Guida; poi, verso le 15.10, la nave scorta ausiliaria F 107 Grado; quindi, alle 15.25, il sommergibile Mameli.
A questo punto lo Zeno diresse per il rientro in porto con il suo magrissimo carico di superstiti (altra fonte afferma che sarebbero stati recuperati in tutto tre naufraghi feriti e quattro cadaveri), destinato ad assottigliarsi ulteriormente nei giorni successivi: il comandante in seconda Guida sarebbe infatti morto per la gravità delle ferite prima ancora di giungere in ospedale, mentre il guardiamarina Fei, dopo aver dato apparenti segni di miglioramento (dal suo letto d'ospedale fu anche in Grado di raccontare l'accaduto: “Il mare era tranquillo e la navigazione procedeva senza problemi quando dalla torre, sulla quale mi trovavo con il capitano Bertarelli e altri cinque ufficiali, scorgemmo le scie di quattro siluri… Con prontezza, il comandante riuscì a manovrare evitandone tre, ma il quarto ci centrò in pieno… Sono salvo perché il comandante mi ha sorretto a lungo tenendomi per i capelli. Varie volte mi gridò: coraggio la terra è vicina. Il comandante sanguinava e il mare non faceva in tempo a lavargli la faccia che subito si macchiavano la fronte, le guance, la bocca di sangue. Gli dissi: “Comandante lei è ferito”. Mi rispose di sì, che era ferito ad una gamba. Improvvisamente sparì. Io venni issato su una barca, non ricordo più nulla”), sarebbe morto in ospedale il 3 febbraio per un'embolia cerebrale.
Sul luogo dell'affondamento, intanto, proseguivano i soccorsi. Uno dei motoscafi veloci fu inviato subito a terra per comunicare l'accaduto al posto della Guardia di Finanza, da dove partirono una serie di telefonate per dare l'allarme e mettere in moto la macchina dei soccorsi. Venne comunicato che il Medusa era stato silurato, e che sul luogo dell'affondamento galleggiava una boa telefonica. Il Comando Marina di Pola informò il Comando del XII Gruppo Sommergibili, e poi – erano le 15.30 – quello della Scuola Sommergibili, cui furono chieste disposizioni sui soccorsi ai naufraghi. Sul posto vennero inviate altre due torpediniere, l'Audace e la Calatafimi.
Il guardiamarina di complemento Cesare Cadario, che aveva assistito al siluramento dalla plancia della Grado ed aveva notato la boa telefonica che galleggiava nel punto in cui era affondato il Medusa, si fece condurre con un motoscafo fino alla boa insieme al guardiamarina Riccardo Vallesi, e tentò di mettersi in contatto con eventuali sopravvissuti all'interno del sommergibile: qualcuno rispose. Si trattava del capo silurista di terza classe Riccardo Vatteroni.
Cadario disse a Vatteroni che erano già iniziate le operazioni di soccorso e che il Medusa era affondato a meno di mille metri dall'isolotto di Fenera, ad una trentina di metri di profondità, dopo di che chiese al sottufficiale quanti uomini fossero con lui e quale fosse la loro situazione. Vatteroni spiegò che si trovava nella camera di lancio siluri poppiera e con lui c'erano ben tredici altri uomini, che elencò uno per uno: i secondi capi elettricisti Oronzo Corrado e Mario Vitali, i sottocapi elettricisti Paolo Congiu, Mario Basile e Carlo Valentini, il sottocapo motorista Gerardo Tuosto, il sottocapo silurista Augusto Scarioni, gli elettricisti Alberto Amadei, Celso Ravera e Francesco Cosmina, i siluristi Arturo Capra (uno degli allievi) e Giovanni Ausenda, il motorista Salvatore Agricola. Tutti erano illesi e per il momento in buone condizioni, ma la loro situazione non era delle migliori: erano al buio, salvo che per la luce di una sola lampada portatile ad accumulatori, e nel locale in cui si trovavano c'erano infiltrazioni d'acqua. Vatteroni disse anche a Cadario che il sommergibile era «un po' sbandato» a dritta, eufemismo non da poco visto che il Medusa giaceva in realtà completamente adagiato su un fianco.
A domanda di Cadario, Vatteroni aggiunse che aveva tentato di mettersi in contatto con le altre parti del sommergibile ma senza avere risposta, e di ritenere che non ci fossero altri sopravvissuti; affermò con certezza che il locale motori diesel, adiacente alla camera di lancio poppiera, era completamente allagato, in quanto da sotto la porta stagna filtravano in alcuni punti modeste infiltrazioni d'acqua. I quattordici superstiti respiravano con crescente difficoltà, l'aria era pesante, ma gli uomini erano calmi e sereni, per quanto lo si potesse essere in circostanze del genere.
Cadario incoraggiò Vatteroni e gli raccomandò di restare calmo e tenere calmi gli uomini che erano con lui, assicurando che sarebbe stata solo questione di tempo prima che venissero salvati.
Da Pola era infatti partito un barcone con tre palombari ed il direttore di Maricost, colonnello del Genio Navale Umberto Imperato, mentre il Comando del XII Grupsom predispose le attrezzature per il rifornimento d'aria sul sommergibile Otaria, che prese a sua volta il mare non appena fu pronto, alle 17.39.
Il primo ordine del Comando della Scuola Sommergibili, dopo il siluramento, era stato per l'immediato rientro di tutte le unità che si trovavano in mare per esercitazioni; poi era stato disposto l'approntamento delle torpediniere Audace e Calatafimi, chiesto l'invio di due MAS da Trieste e della torpediniera T 3 da Lussino, ed inviate sul luogo dell'attacco le navi già pronte per dare la caccia al sommergibile siluratore.
Furono messi in allarme i due grossi pontoni a gru GA 141 (che ricevette ordine di accendere, in previsione di un suo possibile impiego per il sollevamento del Medusa dal fondale) e GA 146 (sul quale vennero preparate le boe d'ormeggio), presenti nel porto di Pola, e venne richiesto l'invio di due rimorchiatori di elevata potenza da Marina Venezia per rimorchiarli sul posto (erano infatti stati approntati i rimorchiatori disponibili a Pola, ma non ve n'erano di abbastanza potenti da rimorchiare il grosso GA 141 in mare aperto e con tempo in peggioramento). Partirono il Taurus ed il Titanus, della Società Rimorchiatori Riuniti Panfido.
Intorno al punto in cui era affondato il Medusa, per scongiurare nuovi attacchi sulle unità impegnate nei soccorsi, venne stabilito un rigido sistema di sorveglianza ad anelli concentrici. La Grado fu incaricata della vigilanza antisommergibili diurna e notturna, la torpediniera T 3 della protezione antisommergibili notturna, l'Insidioso della protezione antisommergibili diurna, mentre le torpediniere Audace, Insidioso e Calatafimi furono disposte sugli “anelli” più esterni (successivamente, dopo l'arrivo dei mezzi di soccorso, l'assetto definitivo sarebbe stato il seguente: Medusa, Otaria e GA 141 al centro, insieme ad alcuni MAS ed al battello dei palombari, e poi in anelli concentrici, dall'interno verso l'esterno, la Grado, la T 3, l'Insidioso per il pattugliamento antisommergibili diurno, la Calatafimi per protezione antisommergibili diurna con l'uso dell'ecogoniometro, l'Insidioso per il pattugliamento antisommergibili notturno, e l'Audace per protezione antisommergibili diurna tenendosi al largo della secca Albanese). Assunse la direzione delle operazioni di soccorso il capitano di fregata Alberto Ginocchio, comandante della Scuola Sommergibili. Il tempo andava peggiorando, il mare iniziava ad alzarsi ed il vento aumentava d'intensità.
Poco dopo le 16 il capo silurista Vatteroni disse al guardiamarina Cadario che i superstiti intrappolati nella camera di lancio poppiera iniziavano ad avere freddo ed a risentire della mancanza d'aria. Per respirare usavano gli autorespiratori Davis, ma non ce n'erano a sufficienza per tutti, pertanto dovevano fare a turno. Il livello dell'acqua nel locale continuava a salire, lentamente ma inesorabilmente.
Alle 16.30 il capitano di fregata Ginocchio, avvicinatosi alla boa telefonica con un motoscafo, disse a Cadario di informare Vatteroni che avrebbe fatto mandare degli autorespiratori Davis; prima di lui il capitano di corvetta Alcide Bardi, comandante del Mameli, aveva parlato direttamente con Vatteroni, dicendogli che avrebbe provveduto ai soccorsi.
Cadario si mise in contatto più volte con Vatteroni, ripetendogli di dire agli altri di stare tranquilli, seduti e fermi, onde minimizzare il consumo d'ossigeno. Vatteroni rispose che erano tutti calmi e fiduciosi nei soccorsi: trovò persino la forza di mostrarsi allegro, financo di scherzare, dicendo che aspettavano tranquilli e sereni il momento in cui sarebbero tornati a vedere «sul mare la luce del sole o della luna», come recitava una canzone dell'epoca.
Ma non c'era molto spazio per l'allegria. Alle 17 Vatteroni disse a Cadario che l'acqua era giunta al livello del pagliolato, e continuava a salire al ritmo di una decina di centimetri all'ora; là sotto iniziava a mancare l'aria ed aveva freddo. Alle 17.15 il tenente medico Esposito si mise a sua volta in contatto con i superstiti dicendo che presto avrebbero avuto inizio le operazioni di sollevamento del sommergibile, ed alle 17.30 il guardiamarina Cadario informò Vatteroni che vedeva spuntare la barca dei palombari in avvicinamento da Capo Promontore: gli uomini intrappolati «furono molto contenti» e Vatteroni raccomandò di nuovo di far presto perché l'ossigeno scarseggiava e non c'erano abbastanza autorespiratori per tutti.
Alle 18.10 fu il comandante del XII Grupsom, capitano di fregata Folco Buonamici (giunto da Pola con maschere Davis e personale sanitario), a parlare con Vatteroni: questi gli chiese nuovamente aria, gli disse che nel locale non riuscivano più a respirare e che l'acqua continuava a salire. Buonamici tentò di rassicurarlo, raccomandò una volta di più di non muoversi e non agitarsi e disse di usare per respirare le capsule di calce sodata Boldrocchi della dotazione d'emergenza, che permettevano di filtrare l'anidride carbonica. Gli chiese inoltre se la porta stagna del locale motori diesel fosse chiusa, ma Vatteroni disse che era aperta: solo la porta stagna della camera di lancio poppiera era chiusa, il che significava che la garitta di salvataggio (che permetteva di accedere alla campana di salvataggio Girolimi Arata, con cui gli uomini intrappolati in un sommergibile affondato avrebbero potuto risalire in superficie uno per volta) era allagata. Stando così le cose, l'unico modo di salvare gli uomini intrappolati consisteva nel risollevare dal fondo il relitto, il prima possibile. Arrivò anche il capo di Stato Maggiore della Piazza Militare Marittima di Pola.
Alle 18.15 Cadario si rese conto che Vatteroni parlava a fatica – poco prima gli aveva detto “Dateci aria, si muore” – e gli disse di non parlare più, ed ascoltare solo le notizie che avrebbe continuato a comunicargli con continuità. Alle 18.20 Cadario informò Vatteroni per dirgli che al barca dei palombari era vicina e stava per mettersi sopravvento alla boa, che l'Otaria si stava avvicinando per fornire ossigeno e che a breve sarebbero state collegate le manichette, consentendo di pompare aria nel compartimento in cui si trovavano: il capo silurista ruppe il silenzio impostogli da Cadario per dire “Grazie per quanto state facendo per noi”. Fu l'ultima volta che Cadario sentì la voce del sottufficiale del Medusa.
La disposizione delle unità di soccorso e protezione attorno al relitto del Medusa (Danilo Pellegrini e Pierpaolo Zagnoni-Bollettino d’Archivio USMM) |
A terra, la notizia di quanto era accaduto si era rapidamente diffusa. La popolazione di Pola era accorsa sui moli ad assistere alla partenza delle unità soccorritrici: le donne pregavano; l'allora quattordicenne Fulvio Farba avrebbe ricordato che “…da casa mi mandavano continuamente a cercare notizie (non c'erano allora i telefoni dei quali attualmente siamo padroni e schiavi) dai carabinieri sul ponte de Scojo o sul porton de l'arsenal, per calmare la signora Trolis, la madre di Garibaldi Trolis, che abitava in via Tartini, al n. 2, al secondo piano (il che vuol dire alla porta attigua alla mia) la quale stava rivivendo la stessa straziante agonia di quattordici anni prima” (Garibaldi Trolis era il radiotelegrafista del sommergibile F 14 ed era morto insieme al resto dell'equipaggio in un tragico incidente nel 1928, cui si accennerà più oltre). Secondo Farba, vennero inviati in aereo da La Spezia uomini della X Flottiglia MAS che nel 1940 avevano partecipato al salvataggio di alcuni superstiti intrappolati nel relitto del sommergibile Iride, ma di ciò non si fa parola in nessun'altra fonte, il che induce a ritenere che Farba ricordasse male a questo proposito.
Alle 18.10 il barcone dei palombari aveva raggiunto la boa telefonica del Medusa, ormeggiandosi sulla verticale del relitto, ma nel frattempo era calata l'oscurità, la bora si era accresciuta d'intensità, la temperatura era crollata (5° C l'acqua, 1° C l'aria) ed il mare era diventato agitato (forza 3). Il primo palombaro destinato a scendere sul relitto impiegò quasi venti minuti per la vestizione: indossò due maglioni di lana pesante, un paio di mutandoni anch'essi pesanti, calzettoni alla coscia, berretto e sciarpa rossi, poi un vestito di tela gommata di 7 kg di peso, il collare da palombaro, le scarpe di cuoio, bronzo e piombo (peso 18 kg), 25 kg di zavorra di piombo ed infine l'elmo in rame (peso 21 kg). All'elmo venne collegata la manichetta, si provò il funzionamento della pompa insieme alla guida ed all'aiutante guida. Il mare faceva rollare e beccheggiare il barcone, il vento soffiava a raffiche.
Alle 18.35 il guardiamarina Cadario si accorse di non essere udito all'interno del Medusa, e si accorse che il mare mosso aveva provocato la rottura dei conduttori del cavo telefonico: tentò di ricollegare i fili, ma anche il circuito della boa telefonica non funzionava bene, non riuscì a rimettersi in contatto con gli uomini intrappolati. Siccome in quel momento passava nei pressi il capo servizio Genio Navale del XII Grupsom, Cadario lo informò del problema, e questi gli disse che avrebbe mandato un elettricista dell'Otaria – giunto intanto in prossimità della boa – per cercare di sistemarlo (l'elettricista riparò i conduttori telefonici, ma non si riuscì comunque a ristabilire il contatto ed all'1.30 il cavo che collegava la boa telefonica al Medusa si spezzò, troncando completamente e definitivamente ogni comunicazione con la superficie). Alle 19 Cadario, non potendo più fare niente, tornò sulla Grado.
Alle 18.30 il palombaro s'immerse, calandosi lungo la cima fino a raggiungere lo scafo del sommergibile affondato, a profondità compresa tra i 30 ed i 35 metri (altra fonte parla di 23 metri) ed a meno di mille metri dall'isolotto di Fenera. Sul fondale incontrò forte corrente e scarsa visibilità, a fatica riuscì a muoversi sopra ed intorno al relitto facendosi luce con una lampada stagna. Incredibilmente, mancavano le lampade a tenuta stagna, tanto che il palombaro aveva dovuto prenderne in prestito una dall'Otaria: era l'unica disponibile su tutte le unità presenti sul posto.
Compiuta una prima ricognizione, il palombaro tornò in superficie alle 19.40 e descrisse la situazione, disegnando anche uno schizzo del relitto da tre prospettive. Muoversi era problematico, per l'oscurità, la forte corrente e le lamiere contorte dall'esplosione, che ferivano le mani e minacciavano anche di tranciare la manichetta dell'aria; il Medusa giaceva sul lato di dritta, con uno sbandamento di circa 85°-90°, un grosso squarcio al centro all'altezza della torretta (in corrispondenza della camera di manovra e del locale accumulatori) che era stata quasi strappata, quasi spezzato in due, con i due tronconi che formavano un angolo. La garitta poppiera, come correttamente intuito già in precedenza, era allagata.
Per far fronte alla ridotta visibilità il capitano di fregata Buonamici mandò un motoscafo veloce a Pola a prelevare altre lampade stagne. Nel mentre giunsero altri cinque palombari di rinforzo, compresi tre civili della società privata di recuperi R.I.M.A.: a turno si calarono sul fondale e tentarono di raggiungere la poppa del Medusa, ma la violentissima corrente lo impedì (la poppa, per colmo di sfortuna, era sopracorrente). A niente servì aggrapparsi alle lamiere del relitto nel tentativo di progredire, né servirono a qualcosa i chili e chili di zavorra: tornarono in superficie sconfitti, con le mani piagate – dovettero avvolgerle in panni caldi –, qualcuno venne recuperato privo di sensi. Medicavano le ferite causate dalle lamiere, tornavano ad immergersi. (In tutto lavorarono ai tentativi di soccorso otto palombari, ossia i civili Giovanni Milotti, Ferdinando Reggente e Nazzareno Sturlese della ditta R.I.M.A. ed i militari Stefano Rosso, Luigi Mazza, Marcello Leghissa, Pietro Schergat e Francesco Marchesan. Molti di essi erano triestini, originari di Prosecco: dei tre civili Reggente, triestino, era il più giovane a 37 anni mentre Milotti e Sturlese, l'uno istriano di Parenzo e l'altro ligue di Portovenere, avevano entrambi 45 anni. Tutti e tre sarebbero stati decorati di Croce di Guerra al Valor Militare, con motivazione "In avverse condizioni di tempo, obbedendo ad un generoso impulso di solidarietà fraterna, volontariamente si prodigava con sereno ardimento e con strenua fatica, incurante d'ogni rischio, nell'apportare soccorso al personale rimasto a bordo di unità affondata, cooperando in acque esposte all'insidia nemica, al tentativo di ricupero").
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Lo schizzo del relitto eseguito dal palombaro (da “Un corpo sul fondo” di Pietro Spirito) |
Verso le 23, finalmente, la corrente calò d'intensità, ed un palombaro riuscì a fissare una cima sulla traversa poppiera del Medusa. Migliorata così la posizione del barcone dei palombari, si poté provvedere a collegare le due manichette dell'aria (una di mandata e l'altra di scarico) alle apposite prese situate all'altezza della camera di lancio poppiera: alle 00.40 del 31 gennaio il capitano di corvetta Emilio Berengan, comandante dell'Otaria, fu informato che il palombaro aveva collegato le manichette al relitto del Medusa e diede allora ordine di salpare per poi dare fondo una cinquantina di metri sopravento, filando quattro lunghezze di catena (per altra versione, l'Otaria si portò proprio sulla verticale del relitto tonneggiando sull'ancora, cui aveva dato fondo). Le manichette dell'Otaria, preparate intanto sotto la supervisione del direttore di macchina tenente del Genio Navale Leopoldo Rosi, furono collegate a quelle sistemate dal palombaro, così congiungendo i due sommergibili, quello in superficie e quello in fondo al mare. All'una di notte giunse sul posto il pontone GA 146, che stese un'ancora al vento a rinforzo dell'ormeggio dell'Otaria, che fu così messo in Grado di meglio mantenere la sua posizione sulla verticale del Medusa. Il tempo andava peggiorando: soffiava gelida la bora, il mare era sempre più mosso, stava per nevicare.
All'apertura dei rubinetti delle manichette si scoprì che l'aria non entrava e non usciva: ci si rese conto che i palombari, invece di aprire la valvola di mandata dell'aria, l'avevano chiusa, perché l'avevano già aperta dall'interno gli uomini intrappolati nel Medusa, ansiosi di accelerare l'operazione, senza però aver modo di comunicarlo ai soccorritori. Venne nuovamente mandato in immersione un palombaro, che riaprì la manichetta, e poco prima dell'una di notte (per altra versione, all'1.20 od all'1.47) si poté finalmente iniziare a pompare aria ai quattordici uomini intrappolati. Poi, dinanzi al peggioramento dello stato del mare ed all'aumento della forza del vento, che rendeva impossibile immergersi, fu giocoforza recuperare i palombari – era l'1.30 – ed attendere il mattino.
L'allagamento della garitta poppiera, lo sbandamento e l'impossibilità di comunicare con gli uomini intrappolati avevano fatto scartare come molto improbabile, se non del tutto impossibile, un tentativo di fuoriuscire con gli autorespiratori Davis, del resto in numero insufficiente per tutti. Ma per tentare il sollevamento del relitto, sarebbe stato necessario un miglioramento delle condizioni meteomarine: queste continuavano invece a peggiorare.
Alle 00.20 lasciò finalmente Pola il pontone di sollevamento GA 141: non essendo ancora giunti da Venezia i richiesti rimorchiatori Taurus e Titanus e non essendo adatti alla bisogna i piccoli rimorchiatori disponibili a Pola, per fare prima il pontone venne rimorchiato dai piroscafetti San Giorgio, Jadera e Traù, piccole navi passeggeri costiere requisite come navi scorta ausiliarie, come il Grado.
Da Pola, il prefetto Vincenzo Berti telegrafava sulla situazione a Roma: «Precisasi che affondamento Medusa est avvenuto prossimità Punta Promontore comune Pola. Riuscita immissione aria che perdura ha rianimato parte equipaggio rinchiuso. Su circa sessanta persone rimaste rispondettero [sic] appello soltanto quattordici. Mare agitato ostacola operazioni salvataggio».
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Il pontone GA 141 al rimorchio dei rimorchiatori Taurus e Titanus (g.c. Danilo Pellegrini) |
Trascorsa la notte, alle sette del mattino del 31 gennaio – mentre in superficie iniziava a cadere la neve – i palombari tornarono ad immergersi sul Medusa. Raggiunto il relitto, batterono sullo scafo con un martello, verso le 7.30: dalla camera di lancio poppiera giunsero vivaci e ripetute risposte, a confermare che all'interno erano ancora vivi. Ormai, rotto il cavo della boa telefonica, non c'era altro modo di comunicare. Il silenzio seguito ai colpi battuti in corrispondenza dei locali prodieri confermò che non vi erano altri sopravvissuti.
Alle otto del mattino (per altra fonte, verso le nove) giunse sul posto il GA 141, che iniziò le manovre per ormeggiarsi (a bordo era incaricato di coordinare il lavoro dei palombari il capitano marittimo Giovanni Vascotto); rimorchiato da Taurus e Titanus finalmente arrivati, venne ancorato sopravvento rispetto all'Otaria ed alle barche dei palombari per proteggerli dal vento e dal mare, e tenuto in posizione dai due rimorchiatori messisi alla cappa ed in forza sulle macchine per contrastare i movimenti causati dal mare mosso. Si manovrò per portarlo nella posizione di sollevamento, con i paranchi sulla verticale del relitto.
In base al piano preparato da Maricost, il GA 141 avrebbe dovuto imbragare la poppa del Medusa con cavi d'acciaio e sollevarla fino a farla affiorare in superficie (impossibile invece imbragare e riportare in superficie l'intero sommergibile, troppo grande e pesante), dopo di che gli uomini intrappolati sarebbero fuoriusciti attraverso i tubi lanciasiluri, oppure attraverso un'apertura nello scafo appositamente praticata con la fiamma ossidrica. Sollevando la poppa, il pontone avrebbe fatto ruotare lo scafo sul fulcro, spostandosi gradatamente verso prua; una volta raggiunga una minima inclinazione sarebbe stata pompata aria nei locali dei motori diesel, in modo da aumentare la spinta verso la superficie. Era stato calcolato che lo sforzo iniziale di sollevamento sarebbe stato di 300 tonnellate, compatibile con la portata dei cavi di sollevamento e la riserva di galleggiabilità del pontone. Via via che il sollevamento procedeva erano possibili due scenari: che lo scafo ruotasse sulla prua (in tal caso lo sforzo di sollevamento sarebbe stato quello previsto e la poppa sarebbe emersa con un angolo di circa 30°) oppure – ipotesi ritenuta più probabile – che cedesse al centro, dov'era squarciato dall'esplosione del siluro, ruotando sulla metà. In quest'ultimo caso lo sforzo di sollevamento sarebbe stato sensibilmente inferiore alle 300 tonnellate, e la poppa sarebbe emersa verticalmente.
I palombari scelsero e prepararono i punti di allacciamento allo scafo e misero in opera le cime per la guida delle braghe di sollevamento, che furono intanto predisposte sui paranchi. Di quando in quando battevano sullo scafo con il martello, e dall'interno giungevano prontamente altri colpi di risposta. Queste operazioni si protrassero per tutto il giorno.
Nel frattempo nella baia di San Martino, nella penisola di Capo Promontore, era stata allestita una base avanzata, da dove affluivano sul luogo dell'affondamento squadre di rinforzo, provviste ed anche alcolici per ritemprarsi.
Lo stato del mare continuava a peggiorare ed il vento iniziò anche a cambiare direzione, tanto che solo alle 18 del 31 gennaio fu possibile tentare di passare la prima braga: dal pontone fu calata sul fondale, dove i palombari tentarono di prenderla e fissarla ai punti di allacciamento preparati attorno allo scafo, ma senza successo a causa del maltempo. Le raffiche di vento e le onde del mare in peggioramento, in superficie, facevano muovere il pontone nonostante questi fosse quasi esattamente disposto al vento, causando oscillazioni pendolari e verticali ampie e pericolose delle braghe, con i cavi che minacciavano di colpire i palombari al lavoro: fu giocoforza sospendere i lavori, lasciando tutto nella posizione raggiunta in quel momento, in modo da poter ammainare le braghe non appena il tempo fosse un po' migliorato. Per tentare il sollevamento del Medusa, condizione indispensabile era l'immobilità del pontone, non ottenibile con quelle condizioni meteomarine.
Da Pola era intanto salpata una bettolina carica del materiale necessario ad illuminare la zona dei soccorsi in modo tale da proseguire i lavori anche di notte, ma il mare agitato obbligò la piccola unità a rifugiarsi a ridosso della baia di Veruda.
Calato il buio, la temperatura crollò mentre il vento gelido non accennava a calmarsi, finché l'ammiraglio Ernesto Baccon (comandante militare marittimo e della Piazza Marittima di Pola) non diede ordine di far tornare in superficie i palombari e sospendere le operazioni in attesa che il tempo migliorasse. Con quelle condizioni meteomarine, sarebbe stato impossibile risollevare il relitto dal fondale. Il battello dei palombari e le altre unità minori dovettero rifugiarsi nelle insenature di Capo Promontore.
Non solo il tempo non migliorò, ma continuò a peggiorare: alle sette del mattino del 1° febbraio, con il vento da nordest che rinfrescava parecchio determinando un peggioramento dello stato del mare, il GA 141, rollando con crescente violenza, si ritrovò sempre più in difficoltà nel mantenere l'ormeggio: gli ormeggi si ruppero più volte, il capitano Vascotto finì per due volte in mare. L'ammiraglio Baccon, temendo che con i suoi movimenti il pontone potesse scadere e strappare le manichette con cui l'Otaria pompava aria al Medusa, dispose il suo allontanamento, non essendo prevedibile un prossimo miglioramento del tempo. Rimorchiato, il GA 141 lasciò la zona insieme a barche e motoscafi e venne condotto in una baia riparata: con il Medusa rimase solo l'Otaria, ultima speranza, con il compito di mantenere in vita gli uomini intrappolati il più a lungo possibile continuando a pompare aria. Audace, Insidioso e Calatafimi pattugliavano verso il largo.
La condensa che gelava a valle della valvola riduttrice della manichetta provocava di tanto in tanto delle interruzioni nel pompaggio dell'aria, per fortuna di brevissima durata.
Da Pola il prefetto Berti continuava ad aggiornare Roma: «Operazioni salvataggio interrotte causa pessime condizioni mare. Permane qualche segno vita parte equipaggio rinchiuso».
A mezzogiorno il vento aumentò nuovamente d'intensità, sempre da est-nord-est, e la forte corrente fece traversare l'Otaria, con la coperta spazzata dal mare: gli uomini di guardia alle manichette ed alla riduttrice dovettero essere legati con cinghie per evitare di essere trascinati in acqua dalle onde. Da questo momento, la situazione andò rapidamente precipitando. All'una del pomeriggio l'ancora dell'Otaria iniziò a perdere presa ed arare il fondale, mentre si strappava il cavo che lo assicurava alla boa; il sommergibile cercò di mantenersi in posizione manovrando con i motori elettrici, ma alle 13.45 ci si rese conto che dalla manichetta di uscita non usciva più aria. Issatala a bordo, si rivelò essersi interrotta per scollegamento fra due elementi provocato dal momento di torsione, e sulle estremità recuperate si riscontrarono tracce di sfregamento, mentre in superficie appariva una seconda bolla nei pressi di quella che già saliva da tempo dal sommergibile affondato. La manichetta di mandata, invece, continuava a pompare regolarmente aria a 4 kg, con una pressione interna allo scafo equivalente a quella a 30 metri. Giunto un motoscafo nei pressi dell'Otaria, il comandante Berengan gli fece comunicare quanto accaduto affinché ne informasse Marina Pola.
Alle 15 l'Otaria era scaduto di una quarantina di metri, ma l'ancora era tornata a fare presa sul fondale (Berengan pensò che dovesse essersi impigliata nel relitto del Medusa) arrestando per il momento il suo spostamento; le due lunghezze di manichetta recuperate dallo scarico vennero aggiunte alla mandata, consentendo una più ampia oscillazione dell'Otaria rispetto al Medusa.
Alle 16 si mise a nevischiare, mentre vento e mare peggioravano fino a degenerare in una burrasca. Si rese necessario interrompere frequentemente il pompaggio di aria per scongelare la tubazione.
L'ultimo atto del dramma si consumò alle 19.40, quando l'ancora dell'Otaria perse nuovamente, e definitivamente, la presa sul fondale. Il sommergibile scarrocciò rapidamente verso Porer, rimanendo traversato e strappando definitivamente ed irrimediabilmente la manichetta di mandata che lo collegava al Medusa.
Ormai non c'era più niente da fare, alle 19.45 un piroscafo ausiliario sopraggiunto comunicò all'Otaria l'ordine di rientrare. Recuperati ancora e spezzone di manichetta, alle 20.20 il sommergibile diresse per Pola, dove giunse alle 22, scortato da Audace e Calatafimi insieme al piroscafo Veloce. In superficie infuriava la tempesta, sul fondale il Medusa era rimasto solo.
Il prefetto Berti inviò a Roma l'ultimo, mesto telegramma: «Per difficoltà ora insormontabili est cessata speranza salvataggio superstiti abbandonate operazioni sollevamento sommergibile».
Vento e mare non diedero tregua per due giorni: le giornate del 2 e del 3 febbraio trascorsero senza che fosse possibile mettere in atto il minimo tentativo. Solo il mattino del 4 febbraio, finalmente, l'Adriatico si placò, il tempo tornò ad essere bello, quasi beffardamente bello: mare piatto come una tavola, sole splendente. Un tempo del genere, qualche giorno prima, avrebbe fatto la differenza tra la vita e la morte, ma adesso sembrava solo una tragica presa in giro.
Una squadra di soccorritori prese subito il mare da Pola, ma nessuno poteva farsi illusioni. Giunti sul punto della tragedia, un palombaro scese sul Medusa. Adesso persino la visibilità sott'acqua era diventata ottima, già a venti metri di profondità il relitto appariva ben visibile per tutta la sua lunghezza, al centro il grande squarcio. Il palombaro scese sulla poppa, batté sullo scafo con il martello. Nessuna risposta. Riprovò in più punti, ma nessuno rispose. Tornato in superficie, il palombaro dovette confermare quello che tutti temevano: non c'erano più sopravvissuti. Vennero recuperate boe, ancore e cavi, i mezzi di soccorso diressero per il rientro alla base. Venne lasciato a Medolino soltanto un nucleo di palombari incaricati di eseguire accertamenti più approfonditi.
Morirono con il Medusa:
Salvatore Agricola, marinaio motorista, da Favignana
Alberto Amadei, marinaio elettricista, da Mirandola
Cosimo Antetomaso, marinaio, da Gaeta
Giuseppe Arrighini, marinaio silurista, da Brescia
Giovanni Ausenda, marinaio silurista, da Milano
Noemio Baldassarri, sottocapo cannoniere, da Palazzuolo sul Senio
Luigi Balestrino, sottocapo motorista, da Cagliari
Mario Basile, sottocapo elettricista, da Montella
Enrico Bertarelli, capitano di corvetta (comandante), da Susa
Rosario Bueti, marinaio furiere, da Scilla
Arturo Capra, marinaio silurista, da Monza
Ferdinando Caroselli, secondo capo nocchiere, da Genova
Teodoro Caroselli, capo radiotelegrafista di terza classe, da Brindisi
Pietro Carosi, sottocapo nocchiere, da Monterotondo
Giulio Cavicchioli, marinaio radiotelegrafista, da Montefiorino
Marcello Ciliberti, marinaio, da Capri
Felice Cinotti, capo meccanico di terza classe, da Viareggio
Isaia Colombaroli, marinaio silurista, da Porto Valtravaglia
Paolo Congiu, sottocapo elettricista, da Cagliari
Oronzo Corrado, secondo capo elettricista, da Maglie
Francesco Cosmina, marinaio elettricista, da Duino Aurisina
Alberto Cusenza, sottocapo furiere, da Trapani
Emanuele Del Giusto, marinaio cannoniere, da Gallipoli
Luigi Del Monte, sottotenente di vascello, da Sezze
Ciro Della Ventura, sottocapo cannoniere, da Maddaloni
Gaspare Di Tommaso, sottocapo motorista, da Siracusa
Arturo Fei, guardiamarina, da Roma
Paolo Furlan, secondo capo silurista, da Cordignano
Raffaele Gerardi, sottocapo segnalatore, da Sogliano Cavour
Umberto Giaquinto, sottocapo nocchiere, da Stella Cilento
Edoardo Giobbio, secondo capo segnalatore, da Bareggio
Vincenzo Graziano, marinaio, da Minturno
Gastone Guida, tenente di vascello (comandante in seconda), da Napoli
Mario Iannacone, marinaio, da Napoli
Renato Lavaroni, marinaio radiotelegrafista, da Bagnaria Arsa
Gaetano Leone, sottocapo furiere, da Balestrate
Silvano Lupidi, capitano del Genio Navale (direttore di macchina), da Piandimeleto
Pier Luigi Manetti, marinaio, da Campiglia Marittima
Giuseppe Mazzavillani, marinaio, da Cervia
Luigi Meazza, marinaio elettricista, da Milano
Carmelo Migliore, sottocapo silurista, da Modica
Demetrio Morando, marinaio radiotelegrafista, da Viarigi
Alberto Oliva, sottocapo radiotelegrafista, da Roma
Dario Perfili, marinaio elettricista, da Colonna
Bruno Periz, marinaio fuochista, nato in Jugoslavia
Cesare Quintavalle, aspirante sottotenente del Genio Navale, da Napoli
Celso Mattia Ravera, marinaio elettricista, da Savona
Carlo Renna, marinaio radiotelegrafista, da Lecce
Aldo Rossebastiano, marinaio motorista, da Favria
Antonio Saviano, marinaio motorista, da Napoli
Augusto Scarioni, sottocapo silurista, da Milano
Giovanni Sgrilli, sottocapo fuochista, da Livorno
Francesco Trovato, marinaio, da Balestrate
Gerardo Tuosto, sottocapo motorista, da Lioni
Carlo Valentini, sottocapo elettricista, da Genova
Riccardo Vatteroni, capo silurista di terza classe, da Carrara
Mario Vitali, secondo capo elettricista, da Firenze
Vincenzo Zavattieri, aspirante guardiamarina, da Termini Imerese
La motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare conferita alla memoria del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, nato a Susa (Torino) il 1° marzo 1906:
"Comandante di sommergibile ripetutamente attaccato con siluro da sommergibile nemico, manovrava con prontezza e sereno ardimento al fine di evitare l'offesa. Gravemente ferito e lanciato in mare dallo scoppio di un siluro, si preoccupava solo della salvezza dei suoi dipendenti e con eroica forza di volontà ed elevato senso di altruismo si prodigava, nonostante le sue precarie condizioni fisiche, per sorreggere e dare assistenza ad un ufficiale in procinto di essere sommerso dalle acque. Piegato dalle ferite e stremato di forze scompariva in mare dove, più volte vittorioso, aveva affermato le sue superiori qualità di combattente intrepido e Audace.
Mare Adriatico, 30 gennaio 1942".
La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del capo silurista di terza classe Riccardo Vatteroni, nato a Carrara il 31 maggio 1911:
"Capo silurista di sommergibile, affondato da siluro nemico, rimasto chiuso con i suoi uomini nella camera di lancio di poppa, conscio della disperata situazione, metteva in atto con assoluta calma e perizia i mezzi di segnalazione e di comunicazione, contribuendo a stabilire i contatti con l'esterno. Collaborava Tenacemente, con suprema dedizione, agli sforzi per operare il salvataggio e, instancabile animatore della sua gente, manteneva viva fino all'ultimo la fiamma della fede.
(Alto Adriatico, 30 gennaio 1942)."
La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del capitano del Genio Navale Silvano Lupidi, nato a Pian di Meleto (Pisa) il 13 gennaio 1910:
"Direttore di macchina di sommergibile partecipava a numerose missioni di guerra in acque insidiate dall'avversario. In ogni circostanza dimostrava perizia, coraggio ed alto sentimento del dovere. Scompariva in mare, combattendo per la Patria, in seguito all'affondamento dell'unità.
(Mediterraneo Centrale, 10 giugno 1941-30 gennaio 1942)."
L'affondamento del Medusa nel giornale di bordo del Thorn (da Uboat.net):
"0955B/30, Sighted a submarine on course 080° at a speed of 8 knots. She passed out of range.
1035B/30, Sighted a 1500 tons merchant vessel in ballast. She was on course 080° at a speed of 8 knots. She passed out of range.
1045B/30, Sighted a two-funnelled torpedo boat. She was on course 080° at a speed of 15 knots. She passed out of range. She was subsequently seen again further to the east around 1230-1300B/30.
1330B/30, Sighted a small merchant vessel of abouT 300 tons with a small gun on the ships poop. She was on course 080° at a speed of 8 knots. She passed out of range.
1354B/30 - Sighted a submarine bearing 050°, range 5000 yards.
1402B/30 - Fired four torpedoes from 3500 yards. One hit was obtained. Enemy HE ceased immediately. Following the sinking Thorn retired to the southward.
1400B/30 - During the attack on the submarine a merchant vessel was sighted proceeding on course 250° at a speed of 8 knots. She was not attacked as the attack on the submarine was ongoing.
1530B/30 - Sighted the two-funnelled torpedo boat again. She was on course 250° at a speed of 20 knots."
Il Thorn avvertì l'esplosione del siluro 165 secondi dopo il lancio, corrispondente a 3300 metri di corsa, e rilevò che il rumore dei motori del suo bersaglio era cessato subito. Alle 14.30 iniziò quindi a ritirarsi verso sud, avvistando alle 15.30 la torpediniera a due fumaioli di prima (l'Insidioso) che procedeva adesso su rotta 250° a 20 nodi, dopo di che emerse venti miglia a sud di Capo Promontore. Il 31 gennaio tornò ad avvicinarsi alla zona dell'attacco, ed alle otto di quel mattino avvistò ancora una volta la torpediniera a due fumaioli e quelli che Norfolk ritenne essere due cacciatorpediniere classe Sella o Sauro (erano in realtà altre torpediniere), intenti a pattugliare le acque a sud di Capo Promontore, nonché un grosso pontone gru e quattro rimorchiatori o navi per recuperi nei pressi del punto in cui il giorno precedente aveva affondato la sua vittima. Alle 16.30 del 31 il Thorn osservò che il pontone gru era sempre sul posto al pari dei quattro rimorchiatori/navi per recuperi, e che un cacciatorpediniere era in pattugliamento nei pressi. Norfolk intuì che la presenza del pontone poteva essere legata ad un tentativo di soccorrere eventuali superstiti del sommergibile affondato il giorno precedente ed accarezzò anche l'idea di affondare il pontone, ma alla fine decise di non attaccare per non scoprirsi, sperando che da parte italiana l'affondamento del Medusa potesse essere attribuito ad un'esplosione accidentale. Al tramonto il Thorn lasciò definitivamente la zona, dirigendo verso le acque di Ancona.
La sera del 3 febbraio Norfolk diede esecuzione all'operazione "Hydra", sbarcando quattro agenti (due britannici e due jugoslavi) vicino a Petrovac, mentre nei giorni successivi rimase in agguato in Adriatico senza cogliere altri successi; fece ritorno ad Alessandria l'11 febbraio.
Nei mesi successivi il Thorn avrebbe compiuto altre quattro missioni di guerra, ottenendo un solo successo, l'affondamento del cacciasommergibili ausiliario AS 91 Ottavia, un motoveliero improvvidamente convertito in “nave civetta” senza essere adeguatamente armato. Non avrebbe mai raggiunto il suo primo “compleanno”: il 6 agosto 1942, durante un tentativo di attacco conto un piccolo convoglio, sarebbe stato affondato con tutto l'equipaggio dalle bombe di profondità della torpediniera italiana Pegaso. Sul comandante Norfolk e sui suoi uomini si richiuse il mare, come già si era richiuso sullo sfortunato equipaggio del Medusa.
Fallito il tentativo di salvare gli uomini intrappolati, morto in ospedale il guardiamarina Fei, rimasero dunque due soli sopravvissuti dell'affondamento del Medusa: Giovan Battista Firpo e Gaetano Arezzo della Targia. Quest'ultimo, ottenuto il comando del sommergibile Uarsciek, sarebbe morto prima della fine di quello stesso anno nel suo affondamento, avvenuto al largo di Malta il 15 dicembre 1942 ad opera del cacciatorpediniere britannico Petard e del greco Vasilissa Olga.
Dei 60 uomini che erano stati a bordo del Medusa in quel fatidico 30 gennaio 1942, solo Giovan Battista Firpo vide la fine della guerra.
Il tenente di vascello Gaetano Arezzo della Targia, uno dei due sopravvissuti all'affondamento del Medusa (sopra: da www.antoniorandazzo.it; sotto: da La Voce del Marinaio). Nato a Siracusa il 31 luglio 1911, primogenito dei quattro figli di una famiglia aristocratica (sua madre era la baronessa Paola Lawestein e suo padre il barone Giambattista Arezzo della Targia), dopo la maturità classica entrò nell'Accademia Navale di Livorno nel 1927, uscendone nel 1932 con il grado di guardiamarina. Promosso sottotenente di vascello e poi, nel 1936, tenente di vascello, dopo un periodo come direttore di tiro sul cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco fu destinato sul Medusa per addestrarsi come primo ufficiale presso Mariscuolasom. Ferito nel suo affondamento (ricevette per la sua condotta in quel frangente una Croce di Guerra al Valor Militare con motivazione «Imbarcato su sommergibile fatto segno ad offesa nemica, si prodigava in plancia con prontezza e ardimento nell'esecuzione della manovra intesa a frustare l'attacco. Raccolto gravemente ferito, manifestava il suo fermo volere di riprendere al più presto il posto di combattimento. Capo Promontore, Istria, 30 gennaio 1942»), dopo il periodo di convalescenza chiese un nuovo incarico operativo nella flotta sottomarina, pur essendogli stato inizialmente proibito l'imbarco su altri sommergibili; dopo ripetuta insistenza ottenne l'autorizzazione a tornare sulle unità subacquee e nel giugno 1942 venne destinato come comandante in seconda sul sommergibile Uarsciek, del quale dopo qualche settimana ebbe il comando. Il 15 dicembre 1942 trovò la morte nel combattimento che si concluse con l'affondamento della sua unità.
Ebbero invece salva la vita per un caso fortuito almeno tre altri membri dell'equipaggio del Medusa. Uno di essi era il sottocapo elettricista Brunetto Montagnani, livornese: il comandante in seconda Guida, che viveva a Livorno, gli aveva concesso una breve licenza incaricandolo di far visita ai suoi anziani genitori per vedere se avessero bisogno di qualcosa; al ritorno a Pola il capostazione, che conosceva in quanto suo conterraneo (era di San Vincenzo), gli si recò incontro non appena scese dal treno e gli disse che il Medusa era stato affondato e che si stava cercando di salvare degli uomini ancora vivi intrappolati al suo interno. Nonostante il maltempo, Montagnani pagò un pescatore perché lo portasse sul luogo del disastro, ma non gli fu consentito di avvicinarsi (a molti anni di distanza, Montagnani avrebbe raccontato al giornalista e scrittore Pietro Spirito: “Avevo molti amici in quel battello, molti erano già morti e altri stavano morendo. Si diceva che volevano tagliare il sommergibile per recuperare la poppa con i naufraghi chiusi dentro, ma i Comandi non erano d'accordo. Sa cosa disse l'ammiraglio: Disse: ‘L'Italia non perde la guerra per un sommergibile, quindi il sommergibile non si taglia'. Lo ricordo bene, ne parlavano tutti”).
Il fuochista torinese Giuseppe Russo, trasferito sul battello dal deposito CREM di La Spezia da poche settimane, non poté imbarcare in occasione dell'uscita fatale grazie ad una provvidenziale febbre.
Mancò all'imbarco per un caso fortuito anche uno degli ufficiali, il sestrese Luigi Bregante: sarebbe vissuto fino a cento anni.
Il capitano del Genio Navale Guglielmo Lodato, penultimo direttore di macchina del Medusa, era sbarcato un mese prima del disastro. Morì il suo sostituto, il capitano Silvano Lupidi.
Per tante famiglie non ci fu nessuna fortunata coincidenza. Sei mesi dopo il disastro il sottotenente di vascello Almerico Riccio, che all'epoca della tragedia era stato imbarcato sulla nave scuola Cristoforo Colombo che si trovava a Poal, incontrò a Napoli un uomo dall'aria trasandata, con la barba lunga, che vedendo la sua divisa gli venne incontro con occhi stralunati e lo abbracciò esclamando: “Lei è ufficiale di Marina, ha conosciuto mio figlio… Io sono il capitano Quintavalle, il padre di Cesare”. Il ventenne aspirante del Genio Navale Cesare Quintavalle era affondato con il Medusa e Riccio lo sapeva, ma non ebbe il coraggio di dirglielo. Preferì una bugia pietosa, gli disse che forse era disperso in mare. Quintavalle dovette essere portato via, aveva un aspetto terribile.
Alcuni mesi dopo l'affondamento il comandante in capo della Squadra Sommergibili, ammiraglio Antonio Legnani, avrebbe inviato al capo di Stato Maggiore della Marina un promemoria riservato in cui osservava che «Poiché i fondali intorno alla penisola d'Istria lo consentono, le rotte di traffico costiero sono protette qua e là da sbarramenti di mine verso il largo. Non è possibile proteggerle per tutto il loro percorso perché il numero di armi occorrenti per la sola penisola d'Istria sarebbe elevatissimo, mentre le nostre riserve sono limitate», pertanto era probabile che «il sommergibile abbia potuto arrivare sulle rotte costiere passando tra i radi e limitati gruppi di mine. è probabile che un ufficiale jugoslavo fosse a bordo del sommergibile nemico per pilotarlo fra le isole e consigliarlo nei riguardi delle difficoltà idrografiche della regione (correnti, passaggi ristretti, riconoscimento di punti a terra ecc.)».
Il relitto del Medusa, bara per 52 uomini, giacque indisturbato sui fondali dell'Adriatico per più di un anno. Poi, nella tarda primavera del 1943, si decise di procedere al suo recupero. Dopo essere stato definitivamente separato in due tronconi tagliando quelle poche lamiere contorte che ancora tenevano insieme prua e poppa, il Medusa fu riportato in superficie e portato nell'Arsenale di Pola, dove si procedette al macabro lavoro di estrazione e, per quanto possibile, identificazione delle vittime (dai pochi documenti esistenti risulta che i lavori di recupero furono conclusi il 15 giugno 1943, ma almeno il troncone poppiero doveva essere giunto a terra già qualche giorno prima, considerato che le prime sepolture ebbero luogo già il 12 giugno). Vi presiedette il capitano medico Cherubino Trabucchi, assistito dal tenente cappellano Angelo Moiran (altra fonte parla del capitano medio Flavio Panelli, assistito dal cappellano Mario Fornaroli), al comando di una squadra di infermieri.
Di 52 uomini affondati con il sommergibile, solo 46 poterono essere interamente recuperati, di cui solo sette risultarono identificabili; di altri furono rinvenuti soltanto resti incompleti.
Le prime 23 salme, di cui solo tre identificabili (il silurista Arturo Capra ed i sottocapi cannonieri Noemio Baldassarri e Ciro Della Ventura), più “resti di salme già recuperate”, vennero sepolte nel cimitero civile di Monte Ghiro, a Pola, alle 11.30 del 12 giugno 1943 (Capra era uno dei quattordici uomini inizialmente sopravvissuti nella camera di lancio poppiera e poi morti per la tempesta che aveva paralizzato le operazioni di soccorso: fu l'unico di quel gruppo il cui corpo poté essere identificato). Cinque giorni dopo vennero sepolti altri 18 corpi, di cui solo tre poterono essere identificati (i radiotelegrafisti Carlo Renna e Demetrio Morando ed il silurista Isaia Colombaroli). Il 20 giugno furono sepolti altri cinque uomini, dei quali soltanto il marinaio Vincenzo Graziano risultò identificabile. Il 15 luglio 1943 vennero tumulati “resti di salme” ed il 28 agosto, per ultimo, un teschio. Tutti furono sepolti nel campo 2 del cimitero, fila 1. I loro effetti personali vennero invece portati all'ospedale militare marittimo della città, Marispeda 2. Per il difficile e penoso lavoro di estrazione di decine di corpi rimasti sott'acqua per oltre un anno, in condizioni che è facile immaginare, il comandante della base navale di Pola, ammiraglio di divisione Gustavo Strazzeri (succeduto all'ammiraglio Baccon), raccomandò in un documento datato 28 luglio 1943 (protocollo 36008, oggetto «Ricupero salme dal sommergibile Medusa») di elargire «gratificazioni al personale infermiere».
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La prima pagina della relazione dell'ammiraglio Baccon sull'accaduto (da “Un corpo sul fondo” di Pietro Spirito) |
Nemmeno dopo la morte i caduti del Medusa poterono riposare in pace. Alla fine della guerra Pola venne occupata dalle truppe jugoslave di Tito, ed il trattato di pace del 1947 assegnò formalmente la città, insieme al resto dell'Istria, alla Jugoslavia: abbandonata dalla quasi totalità della sua popolazione italiana, Pola divenne Pula, città croata. I nuovi proprietari mostrarono ben poco rispetto per i caduti italiani, che avevano combattuto dall'altra parte della barricata ed erano considerati dai titini fascisti ed occupanti. Quando negli anni Sessanta il cimitero di Monte Ghiro venne sottoposto a grandi lavori di ampliamento e riorganizzazione, le tombe degli uomini del Medusa vennero rimosse ed i resti ivi sepolti furono probabilmente trasferiti in uno degli ossari comuni del cimitero, senza che nessuno si prendesse la briga di annotare l'ubicazione della nuova sepoltura nei registri cimiteriali, o tanto meno di contrassegnare con una lapide il luogo del loro ultimo riposo. Fu così che anche i resti di quei pochi uomini del Medusa che avevano almeno potuto trovare una sepoltura con nome e cognome andarono definitivamente ed irrimediabilmente dispersi.
Diversa, ma altrettanto sconfortante, la vicenda del cannoniere gallipolino Emanuele Del Gusto, uno dei soli due morti del Medusa i cui corpi – trovandosi in plancia al momento del siluramento ed essendo stati gettati in mare dall'esplosione – vennero recuperati subito dopo l'affondamento e sepolti in tomba singola con il proprio nome. Del Gusto, nato in una famiglia numerosa (figlio di un barbiere, aveva due fratelli e quattro sorelle, tre delle delle quali morte in tenera età per l'epidemia di “spagnola”), era stato arruolato in Marina nel 1940; durante le licenze tornava ogni tanto a Gallipoli per qualche giorno, lamentandosi con i parenti del vitto pessimo e dell'eccessiva rigidità dei rapporti con i superiori, visti come troppo distanti. Dopo la notizia della tragedia Cosimo Del Gusto, uno dei fratelli di Emanuele, si era recato a Pola ed aveva riconosciuto il corpo del fratello, che era risultato essere morto per ferite e contusioni multiple, prevalentemente alla testa, ed assideramento; Emanuele fu sepolto nella tomba 89 del cimitero di Monte Ghiro a Pola, ma negli anni Sessanta i suoi resti furono trasferiti al Sacrario Militare dei Caduti d'Oltremare di Bari, dove finirono inspiegabilmente tra i caduti ignoti.
Anche la sorte finale del relitto del Medusa rimase per molto tempo avvolta dal mistero, confusa e dimenticata tra i tragici eventi che sconvolsero e insanguinarono l'Istria nel terribile biennio 1943-1945, fino a portare alla definitiva separazione dall'Italia di quella penisola contesa. Due ragazzi polesani, Germano Germanis e Renato Mancini, ricordavano di aver visto all'epoca il relitto del sommergibile sulla banchina dell'Arsenale, coperto da grandi teli bianchi (ricordavano anche i funerali: “Una mattina notammo una lunga fila di camion pieni di bare salire lentamente verso il cimitero, a Monte Ghiro. In città si diceva che c'era stato un incidente ad un sommergibile, ma nessuno sapeva altro”). Ma poi? Nel settembre 1943 Pola era stata occupata dalle truppe tedesche, venendo accorpata insieme al resto dell'Istria, della Venezia Giulia e del Friuli nella “zona d'operazioni del litorale adriatico”; qui la Repubblica Sociale Italiana non aveva avuto modo di estendere la propria pur limitata autorità, ma si erano ugualmente costituiti reparti militari della RSI che combattevano a fianco dei tedeschi, tra cui reparti navali della X Flottiglia MAS con sommergibili tascabili che avevano fatto di Pola la loro base orientale. Poi, nel maggio 1945, erano arrivati gli jugoslavi, che avevano occupato la città dando inizio alle esecuzioni sommarie di tedeschi, repubblichini e di qualsiasi italiano sospettato di aver appoggiato il fascismo o di osteggiare i piani titini di annessione dell'Istria alla Jugoslavia.
Nel maggio 1945 Italo Soncini, all'epoca venticinquenne membro del Corpo Volontari della Libertà e destinato a diventare un noto velista e giornalista triestino, si recò da Trieste a Pola per aiutare il capitano Giovanni Vascotto – lo stesso che aveva partecipato ai soccorsi al Medusa a bordo del pontone GA 141 – a fuggire in territorio sotto controllo italiano insieme alla moglie ed alla figlia, futura moglie dello stesso Soncini. Prima di lasciare per sempre Pola, Vascotto si recò in Arsenale insieme a Soncini, per recuperare alcuni documenti ed effetti personali. I due entrarono in un grande capannone deserto, e Vascotto mostrò a Soncini quel che restava del Medusa: il troncone prodiero dello scafo con la torretta, ridotto ad uno scheletro rugginoso, accantonato su un'invasatura in un angolo. Vascotto spiegò a Soncini che i tedeschi, appena arrivati, avevano spogliato il relitto di tutto ciò che potesse essere riutilizzato, dopo di che lo avevano abbandonato lì.
E poi? L'interesse sulla sorte finale del relitto si è riacceso nella primavera del 2002, quando il giornale croato "Jutarnji List" ha dato la notizia che un subacqueo che lavorava per conto del Ministero della Cultura della Croazia aveva scoperto casualmente il troncone poppiero del Medusa durante un'immersione al largo di Pola, a 36-38 metri di profondità ed a poche miglia dalla baia di Veruda, in posizione 44.84963° N e 13.80465° E (o 44.85013° N e 13.80564° E, o 44°55' N e 13°46' E; a soli 400-500 metri dalla riva, vicino al campeggio Stoja ed all'omonimo ex forte austroungarico, tra Pola e Verudela (o Verudella), nonché a circa sette miglia dal luogo di affondamento del Medusa). Il relitto, un troncone lungo circa 22-26 metri e del diametro di 5-6 metri troncato all'altezza del locale motori – che apparivano così ben visibili anche dall'esterno –, giaceva su un fondale sabbioso ed era in pessime condizioni, squarciato in più punti con segni evidenti di esplosioni (lamiere piegate verso l'esterno), privo di eliche e timoni e coperto in alcuni punti di spugne gialle ed arancioni. L'interno era stato svuotato da chi ne aveva tentato il recupero, vecchie reti da pesca erano impigliate nel relitto, e l'immersione risultava difficoltosa a causa della forte corrente sottomarina e della scarsa visibilità.
Dinanzi all'incongruenza con i documenti del 1943, da cui risultava che entrambi i tronconi del sommergibile erano stati recuperati e portati a terra entro il 15 giugno 1943, è stata avanzata l'ipotesi che durante il recupero od il trasporto verso Pola il troncone poppiero del battello fosse nuovamente scivolato in mare per un errore di manovra, venendo abbandonato sul fondale. Ad avvalorare questa ipotesi sembravano esserci la posizione del relitto – al largo di Punta Verudela, sulla rotta che portava all'Arsenale di Pola – ed il fatto che fosse imbragato in grosse corde di canapa e cavi d'acciaio, proprio come se fosse stato risollevato dal fondale e poi perso durante il trasferimento verso terra. (Un sito tedesco dedicato ai relitti afferma che il relitto sarebbe stato recuperato dalla Marina jugoslava nel 1948 e rimorchiato a Pola, affondando però nuovamente dopo essersi spezzato in tre parti poco prima di raggiungere il porto: versione priva di fondamento, in quanto è certo, da documenti e testimonianze, che il recupero avvenne già nel 1943). Contro di essa, il fatto che la quasi totalità delle vittime all'interno del sommergibile, comprese quelle della camera di lancio poppiera, fossero state recuperate, il che presupponeva che entrambi i tronconi fossero giunti a terra (del tutto illogico che i corpi fossero stati recuperati dal relitto mentre questo si trovava ancora sul pontone subito dopo il recupero, come ipotizzato da alcuni: l'operazione di recupero richiedeva molto tempo e poteva aver luogo soltanto dopo aver completamente prosciugato i locali).
Il fotografo subacqueo trevisano Giovanni Alban (capo istruttore del centro sub Treviso), dopo aver lungamente cercato notizie tra i pochi polesani viventi nel 1942 e che ancora erano rimasti nella città istrana, ha rintracciato un anziano pescatore, quattordicenne all'epoca dei fatti, secondo cui “prima fu recuperato un pezzo grande del Medusa. Il pontone lo portò in porto, lo scaricò sulla banchina e furono recuperati i corpi di molti uomini. Poi venne recuperata la poppa del sommergibile, e anche da lì furono recuperati i corpi dei marinai morti. Ma quando il pontone, trainato dai rimorchiatori, era già vicino al porto, subito fuori la diga foranea, per un'errata manovra la poppa del Medusa scivolò in mare, e là, a Punta Verudella, è rimasta. I morti erano stati recuperati, la guerra andava già male, tante navi venivano affondate e danneggiate. I palombari avevano altro da fare e lo sfortunato sommergibile fu dimenticato. A volte, in quella zona, rimangono nelle reti pezzi di ferro irriconoscibili con scritte in italiano e allora ci tornano in mente i poveri ragazzi del Medusa sepolti vicino ai marinai austriaci morti con l'affondamento della Szent Istvan”.
Anche l'addetto alla ricarica delle bombole del centro immersioni usato da Alban per immergersi sul relitto, tale Denis, avrebbe affermato che “…nel 1943 un pontone trainato da un rimorchiatore lavorò al recupero di un sommergibile italiano. Lo sollevò dal fondale, ma, mentre lo trasportava a Pola, il sommergibile, ormai vecchio e ricoperto di ruggine e vegetazione, perse la poppa, che affondò presso Punta Verudela, a una profondità di circa 40 metri. Dopo la guerra, le autorità jugoslave decisero di non recuperare quanto rimaneva del relitto del sommergibile. Dopo tutto, non valeva la pena spendere altri soldi per un po' di ferro”.
Alla pubblicazione della notizia del ritrovamento del relitto ha fatto seguito a stretto giro – il 9 maggio 2002 – un'interrogazione parlamentare avanzata dai deputati Gianni Mancuso e Sandro Delmastro Delle Vedove al ministro della Difesa, in cui si prendeva per certa l'identificazione del relitto come quello del Medusa e si chiedeva al governo di «valutare la possibilità di recuperare le salme dei marinai caduti per restituirle, con gli onori militari che meritano, alle famiglie» (nella risposta, presentata il 4 dicembre 2002 dal sottosegretario alla Difesa Filippo Berselli, si affermava che la Marina non disponeva dei mezzi necessari e che un'operazione del genere avrebbe distolto già esigue risorse operative e finanziarie dai compiti primari della forza armata, «pur condividendo pienamente le motivazioni di ordine etico, religioso e storico rappresentate dall'onorevole interrogante», rammentando altresì la lunga tradizione che vuole che la miglior tomba di un marinaio sia il mare; Delmastro Delle Vedove si è dichiarato «ampiamente soddisfatto» dalla risposta, «anche se dal punto di vista umano con il rammarico di non poter garantire alle famiglie dei sommergibilisti del Medusa la possibilità di avere le salme dei loro congiunti per gli onori che essi meritano e per l'umana pietà riservata nella nostra società ai defunti… È vero, da tempo immemore si ritiene che il mare sia, probabilmente, il sepolcro più indicato per coloro che hanno combattuto sulle navi e, soprattutto sui sommergibili. A volte è molto più rispettoso il mare, onorevole sottosegretario, con i suoi silenzi, che non la società dei vivi con i suoi clamori forse inopportuni rispetto a questi eventi e rispetto a questi atti di eroismo. Lasciamo, dunque, che riposino in pace»). Poco dopo, la sezione di Pordenone dell'Associazione Nazionale Marinai d'Italia ha collocato sul relitto una targa bronzea che commemorava i caduti del Medusa.
Nel maggio 2004 Giovanni Alban ed il ricercatore e subacqueo Pietro Faggioli hanno pubblicato sulla rivista “SUB” un resoconto della loro immersione sul relitto di Verudela, nel quale affermavano che i due motori diesel – entrambi agevolmente visibili in quanto il troncone iniziava proprio in corrispondenza del locale macchine, che risultava così “aperto” – erano marcati, rispettivamente, FIAT e CRDA, mentre un motore elettrico sembrava essere marcato Skoda, nonché di aver trovato numerosi proiettili da 102 mm (dunque di produzione italiana) sparsi nel fango e dentro lo scafo.
Danijel Frka, fotografo subacqueo croato, afferma nel numero 61 della "Sušačka Revija", pubblicato nel 2008, di aver osservato fori circolari sullo scafo, come sui sommergibili italiani, e proiettili da 102 mm, usati dai battelli della Regia Marina, e che esperti del Ministero della Cultura croato avevano esaminato il relitto e concluso che la disposizione dei portelli, la posizione dei motori ed altri particolari corrispondevano a quelli dei sommergibili classe Argonauta, pur non potendo arrivare ad un'identificazione certa. (Secondo Frka, a trovare il relitto era stato il subacqueo Igor Jelić di Pola, con l'aiuto di un pescatore).
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La lapide posta dall’ANMI di Pordenone sul relitto di Verudela (da “Un corpo sul fondo” di Pietro Spirito) |
Ancora oggi vari centri per immersioni croati pubblicizzano il relitto di Verudela come quello del Medusa, ma ricerche più approfondite hanno mostrato che in realtà i resti devastati che giacciono al largo della costa istriana appartengono ad un altro battello.
Il ricercatore e subacqueo Danilo Pellegrini, già autore insieme a Pierpaolo Zagnoni di un saggio sul Medusa pubblicato Bollettino d'Archivio dell'Ufficio Storico della Marina Militare del dicembre 1994 sul (ai fini della ricerca, essendo andata in gran parte perduta la documentazione relativa ai lavori di recupero, Pellegrini e Zagnoni si erano recati a Pola, Medolino e Fenera, rintracciando anche un testimone oculare che si era però mostrato alquanto reticente a parlare con degli stranieri mentre infuriava la guerra che stava dilaniando l'ex Jugoslavia), è stato tra i primi a contestare l'identificazione del relitto di Verudela come il Medusa. Pellegrini era a conoscenza dell'esistenza del relitto fin dagli anni Ottanta, avendo conosciuto personalmente chi vi si era immerso, guidato da pescatori locali, recuperando anche dei reperti; in un nuovo articolo, scritto nel 2012, ha confutato l'identificazione del relitto da parte di Faggioli ed Alban nel loro articolo del maggio 2004, evidenziando come non fosse possibile che i due motori del relitto fossero l'uno FIAT e l'altro CRDA, in quanto una simile disposizione – con due unità propulsive principali di due tipologie diverse – non era presente né sul Medusa, né su alcun altro sommergibile. Faggioli ed Alban erano stati tratti in inganno da un refuso presente nel testo di riferimento "I sommergibili italiani" di Alessandro Turrini ed Ottorino Ottone Miozzi, in cui si affermava erroneamente che il Medusa avesse un motore diesel FIAT ed uno CRDA, ma in realtà entrambi i motori diesel del Medusa, come anche quelli elettrici, erano di produzione CRDA, come mostrato anche dalla monografia riservata sui sommergibili classe Argonauta edita nel 1933 dai Cantieri Riuniti dell'Adriatico, una copia della quale era stata fornita a Pellegrini dallo stesso Alessandro Turrini. Fotografie dei motori del relitto di Verudela realizzate dal subacqueo tedesco Norbert Roller e filmati realizzati dal Mario Arena, celebre subacqueo e membro della Global Underwater Frontiers e della Wreck Diving Society di Trieste (che in precedenza si era già immerso anche nel punto in cui il Medusa era originariamente affondato, trovandovi soltanto una lamiera), mostrano i bilancieri di sei testate, mentre i motori CRDA del Medusa, modello S.T.T. (Stabilimento Tecnico Triestino) 4Q. 38, avevano solo quattro cilindri.
Altri elementi incompatibili con l'identificazione del relitto di Verudela come il Medusa provengono dall'esame dei particolari dello scafo. Il relitto presenta pochi sfiati per le casse di zavorra, di forma circolare ma in numero inferiore ed intervallati in modo diverso rispetto ai sommergibili classe Argonauta, dov'erano presenti lungo quasi tutto lo scafo, in fila doppia a prua e singola a poppa, con un intervallo tra l'uno e l'altro di poco inferiore al loro diametro; inoltre, a poppavia del locale motori sul lato di dritta esiste ancora una sezione di controcarene con paratia divisoria, che presenta una curvatura ellittica anziché semicircolare come sui battelli classe Argonauta. Infine, è visibile un bottazzo in profilato a "U" a protezione dello scafo non resistente, sotto la linea di galleggiamento ed in corrispondenza della curvatura massima, non presente sul Medusa ma caratteristico invece di molti U-Boote tedeschi della prima guerra mondiale.
I proiettili di cannone visibili all'interno ed in prossimità del relitto, ritenuti da Faggioli ed Alban essere da 102 mm e dunque di fabbricazione italiana, sono in realtà da 105 mm di produzione tedesca di inizio ‘900, come dimostrato dalle scritte ancora visibili sui fondelli dei bossoli, osservate da Mario Arena e da altri subacquei immersisi sul relitto: Patronen Fabrik-Polten-Magdeburg-1915. Lo stesso Danilo Pellegrini, insieme ad Arena e con il supporto del Diving Center Krnica di Pola, si è immerso sul relitto il 15 giugno 2011 e ha potuto esaminare i proiettili, recuperandone anche uno recante sul bossolo la punzonatura Patronen Fabrik-Karlsruhe – IX 1909. Già negli anni Ottanta era stato recuperato dal relitto, tra gli altri oggetti, un manometro con scritte in tedesco, mentre in epoca più recente un istruttore subacqueo del diving center di Puntisella vi ha rinvenuto una tazzina recante lo stemma della Marina imperiale tedesca.
Già qualche anno prima Mario Arena, il giornalista e scrittore Pietro Spirito ed i proprietari del Diving Center Indie di Pola si erano immersi sul relitto di Punta Verudela, giungendo alla conclusione che non poteva essere il Medusa. Un esame ravvicinato del relitto ha evidenziato una serie di difformità rispetto alle caratteristiche dei sommergibili classe Argonauta, dettagli invece compatibili con le caratteristiche degli U-Boote tedeschi della prima guerra mondiale: le prese d'aria, poche e di forma rettangolare come sugli U-Boote invece che numerose e circolari come sui battelli della classe Argonauta; un boccaporto poppiero con quattro maniglioni, non presenti sul Medusa; il diametro e l'altezza dello scafo, misurati con una cordicella metrica. Nei pressi del relitto erano anche state rinvenuti proiettili di fabbricazione tedesca, datati 1917.
Durante la Grande Guerra aveva base a Pola una flottiglia di sommergibili tedeschi, giunti in Adriatico in parte – i più piccoli – via ferrovia dalla Germania, in parte attraversando lo stretto di Gibilterra ed il Mediterraneo e superando lo sbarramento interalleato del Canale d'Otranto. Alla fine del conflitto, tra il 28 ed il 30 ottobre 1918, sette U-Boote superstiti (U 47, U 65, U 73, UB 48, UC 25, UC 34, UC 53) si erano autoaffondati al largo di Pola per non cadere in mano ai vincitori (altri tre sommergibili della flottiglia, U 54, UB 129 e U 72, si erano autoaffondati a Trieste, Fiume e Cattaro, mentre quelli in condizioni di efficienza erano rientrati in Germania compiendo a ritroso il viaggio attraverso il Mediterraneo e lo stretto di Gibilterra). Una parte era poi stata recuperata e demolita nel dopoguerra da una società fondata dal palombaro sardo Pietro Madau, ma evidentemente un troncone di uno di essi era nuovamente finito in mare durante i lavori di recupero: era questo il relitto erroneamente identificato come il Medusa.
Qualche fonte ha erroneamente identificato il relitto di Verudella come il sommergibile tedesco U 81, affondato durante la seconda guerra mondiale (il 9 gennaio 1944, da un attacco aereo statunitense), ma quel battello, affondato nel porto di Pola, venne recuperato e demolito già nell'aprile 1944. Pietro Spirito ha originariamente avanzato l'ipotesi che il troncone di Pola potesse appartenere all'UC 25, del quale esisteva una fotografia scattata durante il sollevamento in banchina nella quale il sommergibile appariva privo della poppa, ma sulla base delle caratteristiche del relitto (sommergibile a scafo singolo, armato con cannone da 105 mm, munito di tubi lanciamine del diametro di un metro) Danilo Pellegrini ha invece identificato i resti di Verudella come quelli dell'U 73, unico dei sette sommergibili autoaffondati nel 1918 a non avere doppio scafo e cannone da 88 mm, unico ad essere munito di tubi lanciamine del diametro di un metro (usava infatti mine UE 150, cilindriche e del diametro di 100 cm) ed unico nel quale il locale motori diesel si trovasse a 25 metri dall'estremità poppiera, come sul relitto. Altri particolari del relitto che corrispondevano a quelli della classe UE I, cui apparteneva l'U 73, erano la presenza di un singolo tubo lanciasiluri esterno laterale poppiero del diametro di 500 mm e la posizione, forma e dimensione dei bottazzi e dei loro puntali di rinforzo a "L", posizionati all'interno delle selle, tra scafo resistente e controcarene, corrispondenti a quelle risultanti dai piani costruttivi dell'U 73, nonché le lamiere di rinforzo di forma asolata in corrispondenza dei passaggi a scafo, tipiche dei cantieri Kaiserliche Werft Danzig che avevano costruito questo battello.
Una delle tante coincidenze della Storia volle che entrambi i sommergibili della Marina italiana che portarono il nome di Medusa incontrassero una sorte simile a poca distanza l'uno dall'altro: anche il primo Medusa, infatti, era andato perduto – nel 1915, durante la prima guerra mondiale – in Alto Adriatico per siluramento da parte di un sommergibile nemico (in quel caso, l'UB 13 tedesco, camuffato da austroungarico U 11 perché Italia e Germania ufficialmente non si dichiararono guerra fino all'agosto 1916) a poche miglia da una base amica (in quel caso, Venezia) e con la perdita di quasi tutto l'equipaggio. Anche quel Medusa venne recuperato e demolito dopo aver dato sepoltura ai resti degli uomini rimasti intrappolati al suo interno: anche se rimase in fondo all'Adriatico molto più a lungo del suo successore, venendo recuperato solo nel 1956.
Altra sinistra coincidenza è che proprio nelle acque di Pola si fosse consumata, quattordici anni prima, una tragedia analoga a quella del Medusa: l'affondamento dell'F 14, insieme a quello del Sebastiano Veniero (1925) il più grave incidente a coinvolgere un sommergibile italiano in tempo di pace. Il 6 agosto 1928 l'F 14, sommergibile adibito all'addestramento proprio come il Medusa, venne speronato nel corso di un'esercitazione dal cacciatorpediniere Giuseppe Missori, affondando a 40 metri di profondità: la maggior parte dei 27 uomini dell'equipaggio sopravvisse, inizialmente, in locali rimasti stagni ed asciutti, ma il maltempo ostacolò i tentativi di localizzare il sommergibile affondato ed anche se fu possibile riportarlo a galla in meno di 36 ore, l'intero equipaggio era già morto per asfissia. Ai tentativi di salvataggio dell'F 14 partecipò anche il pontone GA 141, lo stesso che quattordici anni dopo sarebbe stato protagonista degli altrettanto fallimentari soccorsi agli uomini del Medusa.
Questa ed altre tragedie sottomarine degli anni Venti e Trenta avevano ispirato il film “Uomini sul fondo” di Francesco De Robertis, del 1941, incentrato sul salvataggio – in questo caso, coronato da successo dopo molte difficoltà – dell'equipaggio di un sommergibile affondato. Per ennesima, sinistra coincidenza, avevano recitato in quel film alcuni uomini del Medusa e dell'Otaria: tra i primi Brunetto Montagnani, scampato perché in licenza il giorno della sciagura, e Pier Luigi Manetti, che invece trovò la morte nell'affondamento; tra i secondi l'ufficiale di rotta Bruno Gabbrielli ed il direttore di macchina Leopoldo Rosi, che parteciparono ai disperati quanto vani tentativi di salvataggio.
Nel primo decennio del XXI secolo la tragedia del Medusa ha ricevuto rinnovata attenzione, in parte proprio grazie alla disputa sorta sul relitto di Punta Verudela, attraverso la pubblicazione di un libro di Pietro Spirito, “Un corpo sul fondo” (2007), e la produzione di un film-documentario di Fredo Valla, “Medusa. Storie di uomini sul fondo” (2009), con la partecipazione dello stesso Spirito nonché di Enrico Sabena per le musiche, Massimo Toniutti al suono, Mattia Petullà al montaggio, Paolo De Paolis, Leda Zocchi e Samuela Renoglio alla produzione. Realizzato con il sostegno di Piemonte Doc Film Fund, Film Commission Torino Piemonte e Film Commission Marche, il documentario è stato girato tra Trieste, Pola, Napoli, Torino, Livorno, l'Isola d'Elba ed il Regno Unito.
Il Medusa sul sito del Museo della Cantieristica di Monfalcone
I sommergibili classe Argonauta su Betasom
Identificazione di un sommergibile: il sommergibile Medusa e il relitto di Pola
I sommergibili Medusa, due vicende parallele
Il sommergibile Medusa ed il relitto di Pola
Medusa, la maledizione di un nome
Emanuele Del Gusto, morto sul Medusa
Seconda guerra mondiale, l'affondamento del Medusa: il tributo del termitano Vincenzo Zavatteri e degli altri marinai
Il barone sommergibilista Gaetano Arezzo della Targia
Anche un marinaio friulano morì nell'affondamento del Medusa
Medusa, storie di uomini sul fondo
Medusa, un dramma subacqueo nel docu-film di Fredo Valla
Pietro Spirito, un corpo sul fondo
Medusa. Storie di uomini sul fondo
Tragedija podmornice "Medusa": osam desetljeća na dnu istarskog akvatorija
H2O Globe – The submarine Medusa
Resoconto stenografico della Camera dei Deputati – Seduta n. 234del 4/12/2002
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