Sommergibile
di piccola crociera della classe Argonauta
(650 tonnellate di dislocamento in superficie e 800 tonnellate di
dislocamento in immersione). Si distingueva dalle altre unità della
classe per il diverso apparato motore: motori sia diesel che
elettrici CRDA, mentre tutti gli altri erano propulsi da diesel FIAT
o Tosi (i motori elettrici erano invece CRDA anche sui gemelli
costruiti a Monfalcone e La Spezia, mentre quelli costruiti a Taranto
avevano motori elettrici Marelli).
In
tempo di pace svolse intensa attività addestrativa in Mediterraneo.
Unità non più giovane, scoppiata la guerra, dopo un semestre di
attività offensivo/esplorativa nel Mediterraneo occidentale ed un
periodo di lavori venne destinato, dal 5 marzo 1941 fino alla data
della sua perdita, ad attività addestrativa presso la Scuola
Sommergibili di Pola, alternando le uscite addestrative con qualche
sporadico agguato difensivo antisommergibili nelle acque della
Dalmazia, a sud di Punta Maestra (Quarnaro) e ad ovest di Cherso.
Durante
il conflitto effettuò dieci missioni offensive/esplorative e nove di
trasferimento, percorrendo 6311 miglia in superficie e 578 in
immersione e trascorrendo 378 giorni in mare e 212 ai lavori. Compì
inoltre 65 uscite addestrative per la Scuola Sommergibili di Pola.
Equivoco
comune è quello di ritenere che il Medusa
fosse dedicato alla celebre figura della mitologia greca, il cui
sguardo pietrificava chi la guardava. In realtà, i sommergibili
della classe Argonauta
(altro nome che ad un esame superficiale poteva sembrare un richiamo
alla mitologia greca) portavano i nomi di organismi marini: la medusa
cui il sommergibile doveva il nome non era quindi la mitica gorgone,
ma il più prosaico celenterato dai tentacoli urticanti.
Il
suo motto era "Terret hostem Medusa"
(Medusa
spaventi il nemico).
Breve
e parziale cronologia.
30
novembre 1929
Impostazione
presso i Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone (numero di
costruzione 227).
10
dicembre 1931
Varo
presso i Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone.
.jpg) |
| Il Medusa in costruzione (da “Gli squali dell’Adriatico. Monfalcone e i suoi sommergibili nella storia navale italiana” di Alessandro Turrini, Vittorelli Edizioni, 1999, via www.betasom.it) |
2.jpg)
Due
immagini del varo (sopra: da www.fredovalla.it;
sotto: dall’articolo “Il sommergibile Medusa e il relitto
di Pola” di Danilo Pellegrini, sul bollettino d’archivio
dell’Ufficio Storico della Marina Militare)
.jpg) |
Gli
invitati al varo posano per una foto davanti all’Alberto Impiegati
di Monfalcone (foto Giovanni Cividini, via www.ipac.regione.fvg.it) |
.jpg) |
| Il Medusa ed il gemello Fisalia in allestimento a Monfalcone, in una foto datata 31 ottobre 1932 (da “I sommergibili italiani tra le due guerre mondiali” di Alessandro Turrini, 1990, via www.betasom.it) |
8
ottobre 1932
Entrata
in servizio. Dislocato a Messina.
1934
Compie
una lunga crociera addestrativa nel Mediterraneo orientale.
%20con%20Argonauta%20Fisalia%20e%20Sakarya%20a%20Monfalcone%20(Aldo%20Cavallini).jpg) |
| Il Medusa (terzo da sinistra) a Monfalcone con i gemelli Argonauta e Fisalia ed il Sakarya, sommergibile costruito dai CRDA per la Turchia e basato sul progetto della classe Argonauta (g.c. Aldo Cavallini, via www.naviearmatori.net) |
Fine
1935
Dislocato
a Lero, insieme al gemello Jantina
ed al comando del tenente di vascello Cristiano Masi, venendo
inquadrato nell'VIII Squadriglia Sommergibili del Gruppo Sommergibili
di Lero.
Fine
1936
Nuovamente
trasferito a Messina.
.jpg) |
| Il Medusa in una foto scattata il 7 agosto 1937 presso i CRDA di Monfalcone (Naval History and Heritage Command) |
17
giugno 1937
Mentre
il Medusa
(tenente di vascello Fausto Sestini) è in navigazione verso la zona
assegnata per un'esercitazione al largo di Trapani (su rilevamento
225° da Punta Grossa), un'onda anomala che si abbatte sulla coperta
trascina in mare il capo silurista di seconda classe Giuseppe
Bonelli, da Licata, che stava sorvegliando i preparativi per
l'immersione. Le ricerche, cui partecipano anche altre unità,
proseguono per tutto il giorno ed anche il giorno seguente, ma dello
sfortunato sottufficiale verranno ritrovati soltanto il berretto ed
il salvagente.
.jpg) |
| Il tenente di vascello Giovanni Celeste, comandante in seconda del Medusa, a bordo del sommergibile a fine anni Trenta (da www.granmirci.it) |
1939
Dislocato
a Cagliari, in seno alla LXXII Squadriglia del VII Gruppo
Sommergibili.
28
novembre 1939
Assume
il comando del Medusa
il tenente di vascello Enzo Grossi, di 31 anni.
.jpg) |
| Il tenente di vascello (poi capitano di corvetta) Enzo Grossi, comandante del Medusa per quasi due anni, dal 28 novembre 1939 al 9 agosto 1941 (da www.tracesofwar.org). Nato in Brasile nel 1908 da genitori originari di Corato (Bari), si trasferì in Italia dove entrò in Marina nel 1929. Allo scoppio della guerra aveva il comando del Medusa, che mantenne durante tutto il breve periodo di attività operativa di questo battello e poi anche nei primi mesi di impiego come unità addestrativa, conseguendo durante tale periodo una Medaglia d'Argento (per l'abbattimento, in realtà mai avvenuto, di un idrovolante Short Sunderland), una di Bronzo ed una Croce di Guerra al Valor Militare. Passato poi al comando, a richiesta, del sommergibile Barbarigo operante in Atlantico, rivendicò falsamente nel 1942 l'affondamento di ben due corazzate statunitensi, per il quale – nonostante l'opposizione del suo diretto superiore Romolo Polacchini, comandante della base atlantica di Betasom, giustamente scettico – ricevette due Medaglie d'Oro al Valor Militare (nonché, da parte tedesca, la Croce di Cavaliere della Croce di Ferro) e la promozione a capitano di fregata e poi a capitano di vascello, per poi sostituire lo stesso Polacchini al comando di Betasom. In seguito all'armistizio, aderì alla Repubblica Sociale Italiana e persuase la maggioranza del rimanente personale della base atlantica a fare lo stesso, riunendolo insieme ad altro personale militare italiano che si trovava in Francia nella "1ª Divisione Atlantica Fucilieri di Marina" di cui assunse il comando (a titolo puramente formale, in quanto tale divisione non esisté mai come unità organica ed i suoi uomini furono aggregati alle guarnigioni costiere tedesche della costa atlantica francese). Nel dopoguerra fu cancellato dai ruoli della Marina per collaborazionismo, e subì la revoca delle due Medaglie d'Oro quando un'inchiesta mostrò che non aveva affondato alcuna corazzata, bensì attaccato un incrociatore leggero ed una corvetta senza peraltro colpire niente. Emigrato in Argentina nel 1948 (vi avviò un'impresa commerciale insieme a Tullio Tamburini, già capo della polizia della RSI), fece ritorno in Italia dieci anni più tardi e morì per tumore a Corato nel 1960. |
8
giugno 1940
Al
comando del tenente di vascello Enzo Grossi, il Medusa
salpa da Cagliari alle 20.45 per un pattugliamento al largo di
Ajaccio.
10
giugno 1940
L'Italia
entra nella seconda guerra mondiale. Il Medusa
(tenente di vascello Enzo Grossi) fa parte della LXXII
Squadriglia Sommergibili (VII Grupsom), avente sede a Cagliari,
insieme ai sommergibili Corallo, Diaspro
e Turchese.
Al momento della dichiarazione di guerra, si trova già in agguato
nelle acque di Ajaccio.
15
giugno 1940
Conclude
la sua prima missione di guerra rientrando a Cagliari alle 5.04, dopo
aver percorso 590 miglia nautiche senza aver avvistato navi nemiche.
22
giugno 1940
Salpa
da Cagliari alle 18.30, al comando del tenente di vascello Enzo
Grossi, per un agguato in posizione 37°40' N e 09°40' E, 40 miglia
a nordest della Galite.
24
giugno 1940
Rientra
a Cagliari alle 17.35, dopo aver percorso 242 miglia.
6
luglio 1940
Uscita
da Cagliari per esercitazione dalle 14.07 alle 16.38, al comando del
tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse 22 miglia.
8
luglio 1940
Uscita
da Cagliari per esercitazione dalle otto alle 16.44, al comando del
tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse 20,5 miglia.
16
luglio 1940
Uscita
da Cagliari per esercitazione dalle otto alle 10.45, al comando del
tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse 25 miglia.
21
luglio 1940
Uscita
da Cagliari dalle 9.25 alle 11.37, al comando del tenente di vascello
Enzo Grossi. Percorso un miglio e mezzo.
22
luglio 1940
Uscita
da Cagliari per esercitazione dalle otto alle 11.35, al comando del
tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse 23,5 miglia.
31
luglio 1940
Uscita
da Cagliari per esercitazione dalle 8.50 alle dieci, al comando del
tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse sei miglia.
.jpg) |
| Il Medusa in una foto tratta dall'Almanacco Navale del 1939 (Coll. Giovanni Soprano, via Marcello Risolo e www.naviearmatori.net) |
1°
agosto 1940
Salpa
da Cagliari all'una di notte, al comando del tenente di vascello Enzo
Grossi, per un pattugliamento a sud delle Baleari ed a nord di Capo
Bougaroni, in posizione 37°40' N e 06°30' E. Deve formare uno
sbarramento insieme ai sommergibili Diaspro,
Turchese
ed Axum.
Alle
dieci del mattino il Medusa
avvista un convoglio ad ovest della Sardegna: si tratta di navi della
Francia di Vichy, i piroscafi Procida,
Île
Mousse e
Rabelais.
Il sommergibile è stato preavvisato del loro passaggio, anche se
sono in ritardo sull'orario previsto.
Scopo
dell'uscita in mare di Medusa,
Diaspro,
Turchese
ed Axum
è di intercettare la Forza H britannica, uscita da Gibilterra per
effettuare l'operazione "Hurry", il lancio da parte della
portaerei Argus di
dodici caccia Hawker Hurricane e due bombardieri Blackburn Skua che
andranno a rinforzare le forze aeree di base a Malta.
Si
tratta della prima di una lunga serie di operazioni di questo tipo
(soprannominate “Club Runs”) che i britannici condurranno nel
corso del conflitto, e che più di una volta s'intrecceranno con la
storia del Diaspro.
"Hurry" comprende tre sotto-operazioni minori: "Crush",
un attacco diversivo contro Cagliari da parte di velivoli decollati
dalla portaerei Ark
Royal;
"Tube", l'invio di rifornimenti a Malta per mezzo di due
sommergibili (Pandora e Proteus,
partiti da Gibilterra rispettivamente il 31 luglio ed il 1° agosto);
e "Spark", l'invio dell'incrociatore leggero Enterprise al
largo di Minorca per effettuare trasmissioni radio con cui
distogliere l'attenzione dei comandi italiani dall'operazione
principale.
Supermarina,
informata della partenza da Gibilterra della Forza H, ha disposto
l'uscita in mare di sette sommergibili per contrastare l'operazione
nemica, schierandoli su due linee di tre e quattro unità distanziate
tra loro di dieci miglia (mentre la distanza tra due sommergibili di
una stessa linea è di venti miglia); oltre alla linea formata da
Medusa,
Diaspro,
Axum
e Turchese vi
è un'altra linea composta da Argo, Scirè e Neghelli.
La
Forza H, composta da Argus, Ark
Royal, le
corazzate Valiant e Resolution,
l'incrociatore da battaglia Hood (nave
ammiraglia), gli incrociatori leggeri Arethusa ed Enterprise e
dieci cacciatorpediniere (Active, Wrestler,
Encounter,
Escapade, Gallant,
Greyhound, Faulknor,
Fearless,
Forester
ed Hotspur),
esce da Gibilterra tra le 8 e le 8.30 del 31 luglio. Alle 15.30 del
1° agosto, a nordovest di Bougie, la squadra britannica viene
attaccata da tre aerosiluranti Savoia Marchetti S.M. 79 “Sparviero”,
decollati dall'aeroporto cagliaritano di Elmas e guidati
personalmente dal generale di brigata aerea Stefano Cagna, comandante
della X Brigata Aerea Bombardamento Terrestre; l'attacco è
infruttuoso e si conclude con l'abbattimento dello “Sparviero”
del generale Cagna, che rimane ucciso con tutto l'equipaggio.
Alle
20.45, superata Maiorca, la Forza H si divide in due gruppi,
destinati l'uno a "Hurry" e l'altro a "Crush", e
tre quarti d'ora più tardi l'Enterprise
si separa da quest'ultimo per effetture la propria missione.
Alle
2.30 del 2 agosto l'Ark
Royal inizia a
lanciare nove biplani Fairey Swordfish armati con bombe e tre muniti
di mine per l'attacco contro Cagliari, ma a causa del maltempo uno
degli Swordfish precipita con la perdita dell'intero equipaggio, ed
il decollo degli altri viene rimandato fino all'alba, quando il tempo
migliora. Gli Swordfish bombardieri colpiscono l'aeroporto di
Cagliari, danneggiando quattro hangar e distruggendo o danneggiando
al suolo diversi aerei, mentre i tre “colleghi” posano le loro
mine all'imboccatura del porto. Uno degli attaccanti è colpito dalla
contraerea e costretto ad un atterraggio di emergenza, venendo
catturato con il suo equipaggio.
Nel
mentre l'Argus,
giunta a 420 miglia da Malta, lancia i suoi quattordici aerei, che
raggiungono tutti la base maltese di Luqa, dove però due si
schiantano in fase di atterraggio.
Completata
la propria missione, la Forza H rientra a Gibilterra il 4 agosto.
Nessuno dei sommergibili italiani ha avuto occasione di attaccarla,
essendo essa passata a nord rispetto alle loro zone d'agguato.
2
agosto 1940
Il
Medusa
deve interrompere la missione e dirigere anticipatamente per il
rientro a causa di un'avaria; lo sostituisce nello sbarramento il
Luciano Manara.
4
agosto 1940
Termina
la missione entrando a La Maddalena alle 15, dopo aver percorso 674
miglia.
15
agosto 1940
Uscita
da Cagliari per esercitazione dalle 7.45 alle 13, al comando del
tenente di vascello Enzo Grossi. Percorse 38 miglia.
30
agosto 1940
Sempre
al comando del tenente di vascello Enzo Grossi, il Medusa
salpa da La Maddalena alle 22.55 per un pattugliamento tra Capo
Spartivento e La Galite, in posizione 38°40' N e 09°00' E, formando
uno sbarramento con i sommergibili Alagi,
Axum
e Diaspro
(per altra fonte ne avrebbe fatto parte anche l'Aradam)
a contrasto dell'operazione britannica "Hats", consistente
in varie sotto-operazioni: trasferimento da Gibilterra ad
Alessandria, per rinforzare la Mediterranean Fleet, della
corazzata Valiant,
della portaerei Illustrious e
degli incrociatori Calcutta e Coventry
(che formano, insieme ai cacciatorpediniere Gallant,
Griffin,
Greyhound
ed Hotspur,
la Forza F); invio di un convoglio da Alessandria a Malta e di un
altro da Nauplia a Porto Said; bombardamenti su basi italiane in
Sardegna e nell'Egeo.
I
movimenti britannici collegati ad "Hats" sono iniziati nel
pomeriggio del 22 agosto, quando le navi della Forza F (Valiant
ed incrociatori hanno a bordo anche materiale militare da portare a
Malta) hanno lasciato Liverpool diretti a Gibilterra, dove sono
arrivate il mattino del 29. Alle 8.45 la Forza H (incrociatore da
battaglia Renown,
portaerei Ark Royal,
incrociatore leggero Sheffield,
cacciatorpediniere Encounter,
Fury,
Faulknor,
Firedrake,
Foresight,
Fortune,
Forester,
Velox
e Wishart),
al comando dell'ammiraglio James Somerville, è salpata da Gibilterra
insieme alla Forza F ed alla Forza A (cacciatorpediniere Janus,
Hero,
Nubian
e Mohawk),
giunta a Gibilterra da Malta il 29 agosto per rinforzare la scorta
della Forza F nel Mediterraneo. La Forza H deve fornire scorta a
distanza alla Forza F fino all'imbocco occidentale del Canale di
Sicilia, e lanciare un attacco aereo contro la base aerea di Cagliari
Elmas e la base degli idrovolanti di Stagno (operazione "Smash").
Il
31 agosto la Forza H giunge a sud delle Baleari, dove i caccia
dell'Ark Royal
abbattono due idroricognitori italiani che tentano di avvicinarsi, ed
alle 21.50 Somerville distacca Velox
e Wishart
(Forza W) per l'operazione diversiva "Squawk" (i due
cacciatorpediniere devono portarsi a nord di Minorca ed emettere
intenso traffico radio ad alta frequenza per indurre i comandi
italiani a credere che una grossa formazione britannica si trovi a
nord delle Baleari, diretta verso il Golfo di Genova, mentre in
realtà Somerville passa a sud della Sardegna).
Alle
3.30 del 1° settembre l'Ark
Royal catapulta nove
bombardieri Fairey Swordfish equipaggiati con bombe e spezzoni
incendiari, che alle sei attaccano gli obiettivi di "Smash"
provocando modesti danni per poi rientrare a bordo alle otto, dopo di
che la Forza H compie una virata verso sudovest per ingannare la
ricognizione italiana inducendola a ritenere che la squadra
britannica stia dirigendo per il rientro a Gibilterra. Alle 10.30
questa torna invece in rotta verso est, verso il Canale di Sicilia,
ed alle 22 si scinde: la Forza H dirige verso nord per lanciare nuovi
attacchi aerei verso la Sardegna (operazione "Grab"),
mentre le Forze A e F proseguono verso est, verso Malta.
Alle
3.30 del 2 settembre l'Ark
Royal lancia di nuovo nove
Swordfish incaricati di bombardare la base aerea di Elmas e la
centrale elettrica di Cagliari, ma nebbia e nuvole basse costringono
gli aerei a rientrare senza aver trovato gli obiettivi. La Forza H fa
ritorno a Gibilterra alle undici del 3 settembre, mentre le Forze A e
F raggiungono regolarmente le rispettive destinazioni. La flotta da
battaglia italiana, uscita in forze da Taranto, Brindisi e Messina il
31 agosto con un totale di cinque corazzate, 13 incrociatori e 39
cacciatorpediniere in seguito all'uscita da Alessandria della
Mediterranean Fleet (che ha preso il mare con due corazzate, una
portaerei, cinque incrociatori e 12 cacciatorpediniere per coprire la
navigazione verso Malta del convoglio MF 2 e l'arrivo delle Forze A e
F, nonché per condurre attacchi aerei contro le basi italiane nel
Dodecaneso), non riuscirà ad intercettarla a causa del maltempo, che
ostacola il lavoro della ricognizione aerea e mette in seria
difficoltà i cacciatorpediniere, costringendoli al rientro.
Nessuno
dei sommergibili italiani (oltre allo sbarramento di cui fa parte il
Medusa
ce n'è un altro al largo di Malta, formato da Durbo,
Berillo
e Pier
Capponi)
avvista le navi britanniche.
4
settembre 1940
Il
Medusa
rientra alla Maddalena alle 18.35, dopo aver percorso 582,5 miglia
senza eventi di rilievo.
10
settembre 1940
Lascia
La Maddalena alle 18.30, al comando del tenente di vascello Enzo
Grossi, per trasferirsi a Cagliari, insieme all'Alagi
(capitano di corvetta Stefano Nurra).
11
settembre 1940
Arriva
a Cagliari alle 12.45, dopo aver percorso 171 miglia.
16
settembre 1940
Il
tenente di vascello Enzo Grossi viene promosso a capitano di
corvetta.
23
settembre 1940
Alle
23.30 il Medusa
salpa da Cagliari (insieme all'Alagi,
preceduto dal dragamine ausiliario R
176 Balear)
al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi per un pattugliamento
a sudovest della Sardegna e trenta miglia a nord di Biserta, in
un'area delimitata tra i meridiani 09°00' E e 10°00' E e i
paralleli 37°40' N e 38°00' N. Insieme all'Alagi,
inviato a nord di Philippeville, deve contrastare movimenti di forze
britanniche di cui è stata segnalata l'uscita da Gibilterra, ma la
segnalazione si rivelerà infondata.
24
settembre 1940
Alle
11.44 il Medusa
avvista in posizione 38°05' N e 10°00' E (per altra fonte,
probabilmente erronea, al largo di Philippeville) un velivolo
identificato come un idrovolante Short Sunderland, contro cui il
sommergibile apre il fuoco con le mitragliere: dopo che sono stati
sparati appena 60 colpi, il Sunderland viene visto precipitare in
mare, sollevando un'alta colonna d'acqua (per altra versione, sarebbe
stato visto allontanarsi in fiamme, perdendo quota). Il 2 ottobre il
bollettino di guerra 117 del Comando Supremo annuncerà che «Nel
Mediterraneo centrale il nostro sommergibile Medusa ha abbattuto un
quadrimotore inglese tipo Sunderland»;
la notizia sarà data anche sulla stampa nazionale, ad esempio
sull'“Illustrazione del Popolo”, che pubblicherà una tavola con
didascalia «Il nostro
sommergibile Medusa, attaccato improvvisamente nel mediterraneo
centrale da un quadrimotore inglese del tipo Sunderland che sono
chiamati “Fortezze Volanti”, invece di immergersi accettò il
combattimento e, dopo avere con destrezza evitato una bomba che cadde
a poca distanza, con un tiro ben aggiustato colpì l'apparecchio
nemico che precipitò in mare e in breve scomparve sotto le onde».
Grossi riceverà una Medaglia d'Argento al Valor Militare, con
motivazione «Comandante di
sommergibile, avvistato un quadrimotore nemico che dirigeva
all'attacco dell'unità, sceglieva ed eseguiva la più adatta manovra
difensiva e controffensiva e col fuoco della mitragliera
personalmente abbatteva l'aereo nemico. Esempio di prontezza, calma,
decisione e sprezzo del pericolo»;
il guardiamarina Giuseppe Lacalamita riceverà una Medaglia di Bronzo
al Valor Militare.
Dalla
documentazione britannica, tuttavia, non risulta che nessun
Sunderland abbia attaccato un sommergibile in questa data, e tanto
meno che un velivolo di questo tipo sia andato perduto.
Questa
sarà solo la prima vittoria “immaginaria” della discutibile
carriera di Grossi, destinato a dubbia fama in Atlantico al comando
del sommergibile Barbarigo.
30
settembre 1940
Alle
14.25 vengono avvistati due aerosiluranti identificati come “tipo
Armstrong Witworth” (Fairey Swordfish), che girano in cerchio
attorno al Medusa
ma proseguono poi verso ovest senza attaccare. Il sommergibile rimane
in superficie, pronto a respingere un eventuale attacco con le
mitragliere.
1°
ottobre 1940
Rientra
a Cagliari alle 11.48, dopo aver percorso 772 miglia.
A
mezzanotte riparte, sempre al comando di Grossi, rientrando in porto
dopo aver percorso altre 53 miglia (pattugliamento idrofonico?).
.jpg) |
| Il Medusa in porto nell’ottobre 1940 (Archivio Luce) |
9
novembre 1940
Alle
18.30 il Medusa,
al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, salpa da Cagliari
per un pattugliamento a sudovest della Sardegna, a 50 miglia per 315°
da La Galite, dove deve formare uno sbarramento a maglie larghe
insieme a Diaspro,
Alagi,
Aradam
ed Axum.
Scopo
di questo sbarramento è di contrastare l'operazione britannica
«Coat», iniziata tre giorni prima e consistente nell'invio da
Gibilterra a Malta di un convoglio di navi da guerra cariche di
truppe (2150 soldati) ed armi antiaeree (tre batterie di cannoni
contraerei), denominato Forza F e composto dalla
corazzata Barham (con
a bordo 700 soldati), dall'incrociatore pesante Berwick (con
750 soldati), dall'incrociatore leggero Glasgow (con
400 soldati) e dai
cacciatorpediniere Encounter, Gallant, Griffin e Greyhound (con
a bordo 50 soldati ciascuno), con una forza di copertura costituita
dalla Forza H dell'ammiraglio James Somerville, formata dalla
portaerei Ark
Royal (che lo stesso 9
novembre lancerà anche un attacco aereo diversivo su Cagliari con
bombardieri Fairey Swordfish, denominato operazione «Crack»
dell'810th,
818th e
820th Squadron
della Fleet Air Arm), dall'incrociatore leggero Sheffield e
dai
cacciatorpediniere Duncan, Forester, Fortune, Firedrake, Fury e Faulknor,
che le dovranno accompagnare fino a sud della Sardegna, nell'ambito
dell'operazione complessa «MB.8». Quest'ultima prevede anche altre
operazioni secondarie: il trasferimento di unità da guerra da
Gibilterra ad Alessandria a rinforzo della Mediterranean Fleet
(sempre nel quadro di «Coat»: le navi della Forza F, una volta
sbarcate le truppe a Malta, entreranno a far parte della
Mediterranean Fleet), l'invio da Alessandria a Malta del convoglio
«MW. 3» (cinque mercantili, partiti il 4 novembre e scortati dagli
incrociatori antiaerei Calcutta e Coventry e
dai cacciatorpediniere Dainty, Vampire, Voyager e Waterhen);
l'invio da Malta ad Alessandria del convoglio di ritorno «ME. 3» (i
mercantili scarichi Clan Macauley,
Clan Ferguson,
Memnon e
Lanarkshire,
scortati dalla corazzata Ramillies,
dal Coventry e
dai cacciatorpediniere Dainty,
Vampire e Waterhen),
l'invio di convogli in Grecia (l'«AN. 6», formato da quattro navi
cisterna partite da Port Said il 4 novembre e dirette a Suda con la
scorta di un peschereccio armato, nonché l'invio da Alessandria a
Suda degli incrociatori leggeri Ajax e Sydney il
5-6 novembre, poi ricongiuntisi con il grosso della Mediterranean
Fleet, e l'invio al Pireo dell'incrociatore leggero Orion,
tutti con rinforzi e rifornimenti per le truppe britanniche in
Grecia); il transito del convoglio di ritorno «AS. 5» dalla Grecia
all'Egitto, l'attacco di aerosiluranti contro Taranto dell'11-12
novembre (operazione «Judgment», ad opera della
portaerei Illustrious,
scortata dagli incrociatori York, Berwick, Glasgow e Gloucester e
dai cacciatorpediniere Havock,
Hasty,
Hyperion ed Ilex)
ed una puntata offensiva contro convogli italiani nel Canale
d'Otranto (da parte dei cacciatorpediniere Ajax, Orion e Sydney e
dei cacciatorpediniere Nubian
e
Mohawk).
L'operazione è coperta dal grosso della Mediterranean Fleet (Forza
A, al comando dell'ammiraglio Andrew Browne Cunningham), con le
corazzate Valiant, Warspite, Ramillies e Malaya,
la portaerei Illustrious (che
lancerà l'attacco contro Taranto), gli
incrociatori Orion, York e Gloucester ed
i cacciatorpediniere Nubian,
Mohawk,
Jervis, Janus,
Juno, Hyperion,
Hasty, Hereward,
Hero, Havock,
Ilex, Defender
e Decoy;
questa forza è anche quella incaricata dell'esecuzione di «Judgment»
(gli aerei decolleranno dalla Illustrious).
In tutto, sono in mare cinque corazzate, due portaerei, undici
incrociatori e venticinque cacciatorpediniere, oltre ai
mercantili.
Il Medusa e
gli altri quattro battelli si posizionano sul rilevamento 315° da La
Galite, a 30 miglia di distanza l'uno dall'altro, con l'incarico di
effettuare ricerca notturna per parallelo senza spingersi a più di
120 miglia ad ovest rispetto alla linea dello schieramento.
Supermarina (nella persona dell'ammiraglio Domenico Cavagnari) ha
ordinato a Maricosom (ammiraglio Mario Falangola) la formazione di
questo sbarramento nel Mediterraneo occidentale dopo averne già
fatto formare un altro a sudest di Malta con i sommergibili Topazio,
Pier Capponi
e Fratelli
Bandiera.
Agenti
italiani appostati sulla costa spagnola dello stretto di Gibilterra
hanno infatti riferito, la sera del 7 novembre, della partenza della
Forza H (ammiraglio James Somerville) da quel porto, e lo stesso
giorno un ricognitore S.M. 79 dell'Aeronautica della Libia ha notato
la mancanza delle grandi unità della Mediterranean Fleet nel porto
di Alessandria, notizia poi confermata dall'intercettazione di
traffico radio, dalla quale Supermarina ha dedotto che debbano essere
in navigazione da Alessandria verso ovest 2-3 corazzate, 6
incrociatori ed una dozzina di cacciatorpediniere. A Roma non si
conosce, naturalmente, lo scopo di questi movimenti.
Scopo dello
sbarramento di cui fa parte il Medusa è
di intercettare la Forza H, che secondo quanto riferito da
ricognitori aerei francesi e spagnoli è in navigazione verso il
Canale di Sicilia (per altra fonte, la Forza H sarebbe stata
localizzata il mattino del 9 novembre dalla Regia Aeronautica in
seguito all'attacco aereo contro Cagliari lanciato dagli Swordfish
dell'Ark Royal).
L'ordine di Cavagnari (n. 1772, urgentissimo e recapitato a mano), in
particolare, stabilisce: «Disponete
che cinque sommergibili pronti Cagliari partono al tramonto di oggi
eseguendo durante la notte trasferimento su linea sbarramento
orientata da La Galite per nord ovest (alt) Sommergibili a distanza
di 30 miglia l'uno dall'altro su linea anzidetta rimarranno in
agguato profondo idrofonico durante il giorno et eseguiranno durante
ore notturne agguato in superficie spostandosi per parallelo entro
limiti linea iniziale et linea parallela spostata 120 miglia verso
ponente (alt) Scopo attaccare forze navali nemiche in movimento nelle
acque fra la Sardegna e le Baleari (alt) Durante notte siano tenuti
pronti 2 tubi lanciasiluri per ogni estremità (alt) Unità
rientreranno all'ordine (alt) assicurare (alt) Cavagnari».
Conseguentemente,
nelle prime ore del 9 novembre Maricosom ha ordinato al VII Grupsom
di Cagliari, con il messaggio numero 43846, di inviare cinque
sommergibili (tra quelli scelti è appunto il Medusa)
che dovranno posizionarsi per parallelo a nordovest di La Galite,
spostandosi nottetempo, navigando in superficie, di 120 miglia verso
ovest.
Oltre a schierare sommergibili in entrambi i bacini del
Mediterraneo, Supermarina allerta anche la flotta perché sia pronta
a muovere entro l'8 mattina, e dispone crociere di vigilanza con
alcuni MAS, la XIV Squadriglia Cacciatorpediniere e la XIV
Squadriglia Torpediniere (MAS e cacciatorpediniere non potranno poi
compiere tali pattugliamenti a causa del mare mosso). Vengono infine
ordinate ricognizioni da parte degli idrovolanti dell'83° Gruppo
della Ricognizione Marittima della Sicilia, che alle 11 dell'8
avvistano cinque piroscafi, scortati da un incrociatore e quattro
cacciatorpediniere, 180 miglia ad est di Malta (dove evidentemente è
diretto), ed alle 15.20 localizzano anche due corazzate, una
portaerei e parecchi incrociatori e cacciatorpediniere che si trovano
a nord del convoglio, con l'apparente compito di proteggerlo.
Nessuno
dei sommergibili riuscirà ad entrare in contatto con le forze
nemiche, tranne il Pier Capponi dello
sbarramento a sudest di Malta, che attaccherà senza successo
la Ramillies.
I sommergibili dello sbarramento occidentale, tra cui il Medusa,
cercano il nemico senza successo dal 9 al 12 novembre. La Forza F
sbarcherà le truppe a Malta il 10 novembre.
.JPG) |
| Il Medusa con l'equipaggio schierato in coperta (dall'articolo di Danilo Pellegrini sul Bollettino d'Archivio USMM) |
12
novembre 1940
Rientra
a Cagliari alle 21.05, dopo aver percorso 440,2 miglia senza eventi
degni di nota.
14
novembre 1940
Salpa
da Cagliari alle 9.14, al comando del capitano di corvetta Enzo
Grossi, per trasferirsi a Messina.
15
novembre 1940
Arriva
a Messina alle 19, dopo aver percorso 344,6 miglia.
19
novembre 1940
Riparte
da Messina alle 4.20, per trasferirsi a Pola, sempre al comando di
Grossi.
20
novembre 1940
Alle
22.20 (per altra fonte, alle 23.30) il Medusa
avvista ed evita due scie di siluri a dieci miglia per 060° dal faro
di San Cataldo (Bari). Tuttavia, non risultando alcun attacco da
parte di sommergibili nemici in ora e posizione compatibili con
questo avvistamento, sembra probabile che l'equipaggio abbia
scambiato per siluri delle scie di focene o delfini, caso non
infrequente in tempo di guerra. (Qualcuno ha ipotizzato che
l'attaccante fosse il sommergibile britannico Regulus,
scomparso con tutto l'equipaggio dopo essere partito da Alessandria
d'Egitto il 18 novembre per un pattugliamento nel Basso Adriatico, ma
anche navigando alla massima velocità il Regulus
non avrebbe potuto raggiungere le acque di Bari già la sera del 20
novembre).
In
seguito alla segnalazione del Medusa,
escono da Brindisi per dare la caccia al sommergibile attaccante le
torpediniere Altair
ed Aretusa
ed i MAS
534,
535
e 539.
Alle
23.40 il Medusa
avvista al largo di Bari un convoglio italiano diretto verso quel
porto, che informa della presenza in zona di un sommergibile nemico
sulla base di quanto accaduto un'ora prima; il convoglio inverte la
rotta.
22
novembre 1940
Arriva
a Pola alle 12.25, dopo aver percorso 707,8 miglia.
25
novembre 1940
Lascia
Pola alle 7.51, sempre al comando di Grossi, per trasferirsi a
Monfalcone, dove giunge alle 13.40, dopo aver percorso 64 miglia, e
dove entra in cantiere per un periodo di lavori, al termine dei quali
sarà assegnato con compiti addestrativi alla Scuola Sommergibili di
Pola (Mariscuolasom, i cui battelli sono inquadrati nel XII Gruppo
Sommergibili) insieme ai gemelli Jalea
e Serpente.
(Altra
fonte afferma che sarebbe stato ai lavori a Taranto dal 30 novembre
1940 al 20 febbraio 1941, ma sembra probabile un errore).
24
febbraio 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 9 alle 15.30, al comando del capitano
di corvetta Enzo Grossi. Percorse 40 miglia.
27
febbraio 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 9.50 alle 17.02, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 64 miglia.
1°
marzo 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8 alle 18.15, al comando del capitano
di corvetta Enzo Grossi. Percorse 28,8 miglia.
3
marzo 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 6.32 alle 17.25, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi, con la scorta della torpediniera
Audace
e delle
navi scorta ausiliarie F
95 San Giorgio,
F
88 Jadera
e F
134 Laurana.
Percorse 103,5 miglia.
6
marzo 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.15 alle 17.56, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi e con la scorta della Jadera
e del rimorchiatore militare Tenace.
Percorse 48,8 miglia.
7
marzo 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.24 alle 18.10, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi e con la scorta dell'Audace.
Percorse 52,5 miglia.
10-11
marzo 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 9.15 del 10 all'1.10 dell'11, al
comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 76,5 miglia.
13
marzo 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.17 alle 16.45, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi e con la scorta della Jadera.
Percorse 50,5 miglia.
14-15
marzo 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.22 del 14 all'1.29 del 15, al
comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 92,1 miglia.
Alcune
immagini dell'equipaggio del Medusa
(da www.fredovalla.it)
18
marzo 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 12.25 alle 13.15 (rientro anticipato,
forse per avaria), al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi e
con la scorta del Tenace.
27
marzo 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.12 alle 13.40, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi, insieme ai sommergibili Jalea,
Des Geneys
e Marcantonio Bragadin
e con la scorta di San
Giorgio e Jadera.
Percorse 41,5 miglia.
28
marzo 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.10 alle 16.50, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 65 miglia.
31
marzo-1° aprile 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 12.50 del 31 marzo alle 5.10 del 1°
aprile, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse
54,1 miglia.
Dopo
tre ore di pausa, il Medusa
esce nuovamente in mare dalle 8.13 alle 16.19 del 1° aprile per
ulteriori esercitazioni, scortato da Laurana
e San Giorgio;
percorse altre 52 miglia.
2
aprile 1941
Lascia
Pola alle 9.10, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, per
trasferirsi a Monfalcone, dove arriva alle 14.23, dopo aver percorso
66 miglia.
3
aprile 1941
Riparte
da Monfalcone alle 7.16 per fare ritorno a Pola, sempre al comando di
Grossi, giungendovi alle 13.30 dopo aver percorso 62 miglia.
4
aprile 1941
Salpa
da Pola alle 00.15, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi,
per pattugliare le acque in un raggio di 15 miglia dal punto 43°24'
N e 15°48' E, lungo un asse orientato da nordovest a sudest. Deve
però rientrare prematuramente alle 11.31, dopo aver percorso 123
miglia, per un'avaria (lo sostituisce lo Jalea),
dopo di che riparte alle 14.10 diretto a Monfalcone, probabilmente
per le necessarie riparazioni. Qui arriva alle 19.15, dopo aver
percorso 60 miglia.
6
aprile 1941
Lascia
Monfalcone alle otto, al comando del capitano di corvetta Enzo
Grossi, per fare ritorno a Pola, dove arriva alle 14.03, dopo aver
percorso 60 miglia.
11
aprile 1941
Salpa
da Pola alle 18.10, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi,
per un pattugliamento a sud di Cattaro (a protezione dei convogli in
navigazione tra l'Italia e l'Albania), in un raggio di dieci miglia
dal punto 41°50' N e 18°25' E, lungo un asse orientato da nordovest
a sudest.
14
aprile 1941
Raggiunge
la zona operativa assegnata al largo di Cattaro.
18
aprile 1941
Lascia
la zona d'agguato per rientrare alla base.
20
aprile 1941
Rientra
a Pola alle 2.50, dopo aver percorso 993,5 miglia rilevando rumore di
macchine, ma senza mai avvistare niente.
27
aprile 1941
Lascia
Pola alle 8.25, al comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, per
trasferirsi a Monfalcone, dove arriva alle 13.50, dopo aver percorso
64 miglia.
Successivamente
ritorna a Pola.
7
maggio 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 9.45 alle 15.25, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 64 miglia.
14
maggio 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 10.37 alle 3.50, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi. Dapprima svolge esercitazioni
insieme al sommergibile Alagi
e con la scorta della San
Giorgio, poi si sposta
nella Zona 4 dove effettua esercitazioni di lancio siluri usando la
torpediniera Castore
come bersaglio, sotto la scorta del Tenace.
Percorse 58 miglia.
17
maggio 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.10 alle 16.44, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi e con la scorta della Jadera.
Percorse 48 miglia. Durante l'uscita le batterie rimangono
danneggiate, il che richiede un periodo di riparazioni che si
protrarranno per due mesi.
21
luglio 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 6.23 alle 18.25, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 95,1 miglia.
23
luglio 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 7.05 alle 15.45, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 58 miglia.
24
luglio 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 10.52 alle 16, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi e con la scorta della nave scorta
ausiliaria F 107 Grado.
Percorse 28 miglia.
26-27
luglio 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 7.41 del 26 alle 10.10 del 27, al
comando del capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 97 miglia.
29-30
luglio 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.05 del 29 alle 3.47 del 30, al
comando del capitano di corvetta Enzo Grossi, insieme al sommergibile
Vettor Pisani
e con la scorta della San
Giorgio. Percorse 54
miglia.
31
luglio 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 7.45 alle 14, al comando del capitano
di corvetta Enzo Grossi. Percorse 52,1 miglia.
6
agosto 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 6.47 alle 18.24, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 57 miglia.
9
agosto 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 7.50 alle 17.35, al comando del
capitano di corvetta Enzo Grossi. Percorse 55 miglia.
Al
rientro da questa uscita, il capitano di corvetta Grossi lascia il
comando del Medusa,
che viene assunto dal tenente di vascello Angelo Parodi.
11
agosto 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle otto alle 18.06, al comando del
tenente di vascello Angelo Parodi. Percorse 57,2 miglia.
16
agosto 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 6.53 alle 17.24, al comando del
tenente di vascello Angelo Parodi e con la scorta della Jadera.
Percorse 62 miglia.
20
agosto 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 7.35 alle 16.31, al comando del
tenente di vascello Angelo Parodi. Percorse 58,5 miglia.
22
agosto 1941
Uscita
da Pola per esercitazione di lancio siluri dalle 7.05 alle 16.30, al
comando del tenente di vascello Angelo Parodi, insieme al
sommergibile Tito Speri
ed alla torpediniera Insidioso
e con la scorta della nave scorta ausiliaria F
79
Morrhua.
Percorse 60 miglia.
25
agosto 1941
Il
tenente di vascello Parodi lascia il comando del Medusa,
che viene assunto dal capitano di corvetta Enrico Bertarelli, 35
anni, da Susa.
Pluridecorato
veterano dell'Atlantico, Bertarelli è adesso incaricato della
formazione delle “nuove leve” del sommergibilismo italiano: sarà
l'ultimo comandante del Medusa,
del quale condividerà la tragica sorte.
Lo
stesso 25 agosto, il Medusa
compie un'uscita per esercitazione da Pola, dalle 7.46 alle 17.50
(percorse 59,2 miglia), al comando del suo nuovo comandante.
.jpg) |
| Il capitano di corvetta Enrico Bertarelli, ultimo comandante del Medusa. Nato a Susa (Torino) il 1° marzo 1906, uscì dall'Accademia Navale di Livorno con il grado di guardiamarina nel 1927, venendo promosso sottotenente di vascello due anni dopo; il suo primo imbarco su un sommergibile fu nel 1930, sul Tito Speri. Dopo un periodo di imbarchi su navi di superficie (la corazzata Andrea Doria nel 1932 e l'esploratore Antonio Pigafetta nel 1934-1935, con incarico di responsabile del servizio torpedini della 1a Flottiglia Cacciatorpediniere), durante il quale fu promosso a tenente di vascello nel 1932, tornò definitivamente sui sommergibili nel 1935, come ufficiale di rotta del Ruggiero Settimo di stanza in Mar Rosso durante la guerra d'Etiopia; nel 1937 ebbe il suo primo comando, il Perla, con cui partecipò all'offensiva contro il traffico repubblicano durante la guerra civile spagnola e che condusse poi un una crociera sperimentale nell'Oceano Indiano durante la stagione dei monsoni. Nel 1938 passò al comando del Narvalo in Mar Rosso e l'anno successivo, in Mediterraneo, assunse il comando del Goffredo Mameli e poi del Giovanni Da Procida, con cui partecipò all'occupazione dell'Albania nell'aprile 1939. Promosso a capitano di corvetta nel 1940, ebbe il comando del nuovissimo sommergibile oceanico Maggiore Baracca, col quale partecipò alla battaglia dell'Atlantico affondando due mercantili e conseguendo due Medaglie di Bronzo e due Croci di Guerra al Valor Militare. Rimpatriato per malattia nell'agosto 1941, fu destinato quale istruttore alla Scuola Sommergibili di Pola ed ebbe il comando del Medusa, sul quale trovò tragica morte il 30 gennaio 1942. Alla sua memoria fu conferita la Medaglia d'Argento al Valor Militare, con motivazione «Comandante di sommergibile ripetutamente attaccato con siluro da sommergibile nemico, manovrava con prontezza e sereno ardimento al fine di evitare l'offesa. Gravemente ferito e lanciato in mare dallo scoppio di un siluro, si preoccupava solo della salvezza dei suoi dipendenti e con eroica forza di volontà ed elevato senso di altruismo si prodigava, nonostante le sue precarie condizioni fisiche, per sorreggere e dare assistenza ad un ufficiale in procinto di essere sommerso dalle acque. Piegato dalle ferite e stremato di forze scompariva in mare dove, più volte vittorioso, aveva affermato le sue superiori qualità di combattente intrepido e Audace. Mare Adriatico, 30 gennaio 1942». |
28
agosto 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 7.30 alle 16.45, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme al sommergibile
Giovanni Bausan,
alla Morrhua
ed all'Insidioso.
Percorse 54 miglia.
30-31
agosto 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 10.30 del 30 alle tre di notte del
31, al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse
72 miglia.
2
settembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 7.47 alle 19.10, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 55 miglia.
3-4
settembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 22.11 del 3 alle 6.45 del 4, al
comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme
all'incrociatore leggero Alberico
Da
Barbiano
ed alla torpediniera Audace.
Percorse 48 miglia.
6-7
settembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 19.08 del 6 alle 2.45 del 7, al
comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 50
miglia.
10
settembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 7.45 alle 17.40, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 54 miglia.
11
settembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 10.35 alle 19.06, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Speri
e con la scorta della Jadera;
effettua esercitazioni di lancio siluri contro la torpediniera
Audace.
Percorse 54,5 miglia.
13
settembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 7.45 alle 17, al comando del capitano
di corvetta Enrico Bertarelli, insieme ai sommergibili Jalea,
Pisani
e Bausan
e con la scorta di Insidioso,
Morrhua
e Jadera.
Percorse 51 miglia.
15
settembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 7.42 alle 18.30, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Jalea
e con la scorta di Audace
e San Giorgio.
Percorse 59 miglia.
25
settembre 1941
Salpa
da Pola alle 18, al comando del capitano di corvetta Enrico
Bertarelli, per un pattugliamento antisommergibili in Alto Adriatico,
in un'area delimitata dai paralleli 43°54.5' N e 44°47' N, dal
meridiano 13°32' E e dalla costa adriatica occidentale.
28
settembre 1941
Rientra
a Pola alle 11.40, dopo aver percorso 310 miglia senza eventi di
rilievo.
1°
ottobre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 13.20 alle 00.07, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Jalea
e con la scorta della Jadera.
Percorse 51 miglia.
3
ottobre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 10.17 alle 18.30, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 47 miglia.
4
ottobre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle dieci alle 18.05, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 51 miglia.
9
ottobre 1941
Salpa
da Pola alle 16.22 per un pattugliamento difensivo, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli.
11
ottobre 1941
Rientra
a Pola alle 3.55, dopo aver percorso 307,5 miglia.
2.jpg) |
| (da “Un corpo sul fondo” di Pietro Spirito) |
14
ottobre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 10.30 alle 19.02, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 54 miglia.
17
ottobre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 13 alle 23.35, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme al Bausan
e con la scorta della Grado.
Percorse 64 miglia.
21-22
ottobre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 13 del 21 all'1.12 del 22, al comando
del capitano di corvetta Enrico Bertarelli e con la scorta della nave
ausiliaria Salvatore.
Percorse 57 miglia.
23
ottobre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 7.35 alle 17.55, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli e con la scorta della Grado.
Percorse 64 miglia.
25
ottobre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle otto alle 16.44, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli e con la scorta della Morrhua.
Percorse 51 miglia.
28
ottobre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 13.10 alle 23.56, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 67 miglia.
30
ottobre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle otto alle 17.35, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme al sommergibile
Goffredo Mameli
e con la scorta dell'Audace.
Percorse 52 miglia.
1°
novembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.42 alle 16.52, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli e con la scorta della Grado.
Percorse 46 miglia.
17
novembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.10 alle 17.01, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 53,5 miglia.
21
novembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.03 alle 16.50, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 53,5 miglia.
24
novembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.03 alle 16.50, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 52 miglia.
26
novembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.03 alle 16.52, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 54,5 miglia.
29
novembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.03 alle 17.23, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme ai sommergibili
Vettor Pisani,
Enrico
Toti
ed Emo
e con la scorta della Jadera
e della nave scorta ausiliaria F
148
Traù.
Percorse 53 miglia.
1°
dicembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.05 alle 16.50, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli e con la scorta di San
Giorgio e Jadera.
Percorse 53 miglia.
3
dicembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle otto alle 16.40, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, con la scorta di Audace,
Jadera,
San Giorgio
e Traù.
Percorse 55,5 miglia.
9
dicembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 16.20 alle 23.43, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Jalea
e con la scorta dell'Insidioso.
Percorse 70 miglia.
12-14
dicembre 1941
Pattugliamento
tra Venezia e Trieste.
15
dicembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle otto alle 16.09, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Speri
e con la scorta della San
Giorgio. Percorse 55
miglia.
16
dicembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.05 alle 17.20, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 57,5 miglia.
20
dicembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.28 alle 17.20, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 58 miglia.
23
dicembre 1941
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.26 alle 17.25, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli. Percorse 59,5 miglia.
26
dicembre 1941
Salpa
da Pola alle 16.55, al comando del capitano di corvetta Enrico
Bertarelli, per un pattugliamento idrofonico nel corso del quale
dovrà anche partecipare ad esercitazioni con il nuovissimo
cacciatorpediniere Mitragliere,
fresco di cantiere e non ancora entrato in servizio, a 17 miglia per
044° dal faro di Ancona e poi a 23 miglia per 040° da Capo Pesaro.
27
dicembre 1941
Rientra
a Pola alle 14.15, dopo aver percorso 146 miglia senza avvenimenti di
rilievo.
30
dicembre 1941
Uscita
da Pola dalle 8.05 alle 17.30, al comando del capitano di corvetta
Enrico Bertarelli, per esercitazioni di tiro con il cannone insieme
ai sommergibili Toti
e Speri
e con la scorta di Jadera,
Grado
e Traù.
Percorse 61,5 miglia.
4
gennaio 1942
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 9.10 alle 16.50, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme a Jalea,
Toti
e Des Geneys
e con la scorta di Audace,
Jadera
e San Giorgio.
5
gennaio 1942
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.35 alle 18.25, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme ai sommergibili
Jalea,
Des Geneys,
Speri
ed Ondina
e con la scorta di Audace,
Jadera,
San Giorgio
e Traù.
7
gennaio 1942
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 9.20 alle 11.20, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli.
13
gennaio 1942
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.50 alle 16.20, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme al Pisani
e con la scorta della Grado.
16
gennaio 1942
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 8.25 alle 18.15, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli.
21-22
gennaio 1942
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 16.35 del 21 all'1.20 del 22, al
comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme al Pisani
e con la scorta della Jadera.
24
gennaio 1942
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 9.50 alle 18.30, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli.
28
gennaio 1942
Uscita
da Pola per esercitazione dalle 16.25 alle 18.35, al comando del
capitano di corvetta Enrico Bertarelli, insieme allo Jalea
e con la scorta della San
Giorgio.
.jpg) |
Il
Medusa
(Museo della Cantieristica di Monfalcone) |
Uomini
sul fondo
Il
mattino del 30 gennaio 1942 il Medusa,
al comando del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, salpò da Pola
per partecipare ad una serie di esercitazioni nelle acque istriane e
più precisamente nella Zona 5, una sorta di quadrilatero tra Cherso
e la costa istriana, nel golfo del Quarnaro, delimitato da Punta
Nera, Scoglio Zaglava, Punta Merlera e l'isolotto di Levrera. A bordo
c'erano in tutto 60 uomini, tra membri dell'equipaggio ed allievi
della Scuola Sommergibilisti; questi ultimi erano 27, sei ufficiali e
21 tra sottocapi e marinai (altra versione afferma che a bordo si
trovavano sei insegnanti e 21 allievi della Scuola Sommergibili,
altra ancora parla genericamente di 27 tra istruttori ed allievi, ma
risulterebbe che i sei ufficiali di Mariscuolasom fossero allievi e
non istruttori).
Le
esercitazioni si svolsero senza intoppi, ed alle 13.30 le unità che
vi avevano partecipato diressero per il rientro a Pola: per ultimo il
Medusa,
che procedeva in coda alla formazione seguendo le rotte costiere. Il
sommergibile procedeva a lento moto in superficie, senza protezione,
ma si credeva che non ci fosse ragione di preoccuparsi: l'Alto
Adriatico era un lago italiano, lontanissimo dai fronti “caldi”
della guerra, al di fuori del raggio d'azione dell'aviazione
britannica ed ancor più delle unità di superficie della Royal Navy.
Entrambe le sponde dell'Adriatico erano saldamente sotto controllo
italiano fin dalla conquista di Grecia e Jugoslavia nella primavera
del 1941, ed i fondali poco profondi di quel mare facilitavano la
posa di campi minati difensivi. Unico potenziale pericolo era
costituito dai sommergibili, ma raramente questi avevano tentato di
avventurarsi a nord del Canale d'Otranto. L'Alto Adriatico
rappresentava l'angolo di Mediterraneo più sicuro per la Marina
italiana, e proprio per questo era stato scelto per ospitare la
Scuola Sommergibilisti: qui le reclute inesperte potevano addestrarsi
lontano dai pericoli della guerra. O almeno così si credeva.
Il
sommergibile britannico Thorn,
al comando del capitano di corvetta Robert Galliano Norfolk, era
partito da Alessandria d'Egitto il 17 gennaio per la sua quarta
missione di guerra, da svolgere proprio nell'Adriatico.
Se
il Medusa
era un sommergibile relativamente anziano con i suoi dieci anni di
servizio, il Thorn
viceversa era nuovo di zecca: era entrato in servizio solo cinque
mesi prima, il 26 agosto 1941. Meno di un mese dopo, terminato il
periodo di collaudi ed addestramento nelle acque della Scozia, aveva
lasciato l'Holy Loch per trasferirsi in Mediterraneo, dove era stato
assegnato alla 1st
Submarine Flotilla di Alessandria; giunto a Gibilterra il 29
settembre, ne era ripartoto il 3 ottobre diretto a Malta, dov'era
arrivato il 10 ottobre. Tre giorni dopo era salpato dall'isola per la
sua prima missione di guerra, un pattugliamento del Mar Ionio, al
termine del quale aveva raggiunto Alessandria il 27 ottobre. Erano
seguite altre due missioni nelle acque della Grecia con partenza da
Alessandria, dal 10 al 27 novembre e dal 18 dicembre al 5 gennaio
1942, nel corso delle quali aveva sbarcato agenti, recuperato
fuggiaschi e cannoneggiato installazioni costiere, ma affondato una
sola nave, la cisterna Campina.
Nel
corso della missione del 17 gennaio, il Thorn
doveva spingersi nell'Adriatico ed effettuare anche due operazioni
speciali, "Henna" e "Hydra", consistenti nello
sbarco di agenti britannici e jugoslavi sulla costa
dalmata-montenegrina.
Superato
il Canale d'Otranto il 22 gennaio, tre giorni dopo aveva tentato di
attuare l'operazione "Hydra" (sbarco di quattro agenti
nelle vicinanze di Petrovac, in Montenegro) ma aveva dovuto
rinunciare a causa del maltempo; nelle prime ore del 27 era invece
riuscito ad attuare "Henna", sbarcando due agenti jugoslavi
(un tenente dell'Esercito ed un ex poliziotto) vicino a Porto
Sablonara, nell'isola di Meleda, prima di proseguire verso nord. Il
28 gennaio aveva attaccato ed affondato al largo di Punta Planka un
piroscafo italiano, il Ninuccia,
in navigazione da Spalato a Fiume; durante quest'azione aveva urtato
il fondale, mettendo fuori uso i tre tubi lanciasiluri prodieri di
dritta, ma non per questo aveva interrotto la missione. Si era anzi
spinto ancora più a nord, giungendo il 29 gennaio a sud di Capo
Promontore, dove si era posto in agguato.
Già
alle 15.22 del 29 gennaio il Thorn
aveva avvistato un mercantile italiano al largo di Capo Promontore,
ma non aveva potuto attaccarlo perché troppo lontano; poi, nel corso
della mattinata del 30 gennaio, si erano susseguiti gli avvistamenti.
Alle 9.55 di quel mattino un sommergibile identificato come classe
Sirena, in navigazione in superficie ad otto nodi con rotta 080°, a
distanza eccessiva per poter tentare un attacco: si trattava, con
ogni probabilità, proprio del Medusa
diretto nella zona dell'esercitazione. Alle 10.35 era seguito un
mercantile di 1500 tsl in zavorra, anch'esso in navigazione a 8 nodi
con rotta 080°, ed anch'esso troppo lontano per essere attaccato;
dieci minuti dopo una torpediniera a due fumaioli in navigazione
anch'essa con rotta 080° ma a 15 nodi, probabilmente l'Insidioso.
Anche questa era troppo distante, ed aveva continuato ad esserlo
anche quando era stata avvistata nuovamente, più ad est, tra le
12.30 e l'una del pomeriggio.
Alle
13.30 il sommergibile britannico avvistò un piccolo mercantile di
circa 300 tsl, armato con un cannone a poppa, in navigazione con
rotta 080° e velocità 8 nodi: poteva essere il Grado;
anche questa nave passò troppo lontana per un attacco, ma alle 13.54
il Thorn
avvistò di nuovo un sommergibile “classe Sirena” a 4600 metri di
distanza, su rilevamento 050°, in navigazione a 13 nodi su rotta
240°: si trattava del Medusa.
Era
un pomeriggio freddo e soleggiato, con vento teso di bora da nordest
e mare con onde “ben definite” anch'esse da nordest, quasi
agitato. Ignaro del suo destino, il Medusa
dirigeva per uscire dal golfo del Quarnaro, aveva appena superato
l'isolotto di Fenera. Alle 14, mentre manovrava per attaccare il
Medusa,
il Thorn
avvistò anche un mercantile in navigazione a otto nodi su rotta
250°, in allontanamento, ma Norfolk decise di non attaccarlo per
proseguire il suo attacco contro il Medusa:
si trattava del piroscafo Carlo
Zeno.
Alle
14.02 il Thorn,
da 3200 metri di distanza, lanciò quattro siluri contro l'ignaro
sommergibile italiano.
Sulla
plancia del Medusa,
in quel momento, si trovavano otto uomini: il comandante Bertarelli,
il comandante in seconda tenente di vascello Gastone Guida, il
tenente di vascello Gaetano Arezzo della Targia, il sottotenente di
vascello Luigi Del Monte, i guardiamarina Giovan Battista Firpo ed
Arturo Fei, il sottocapo furiere Alberto Cusenza ed il marinaio
cannoniere Emanuele Del Giusto (Fei era l'ufficiale di rotta del
Medusa,
mentre Del Monte, Firpo ed Arezzo della Targia erano tutti allievi
della Scuola Sommergibili). Tutti setacciavano la superficie del mare
attorno a loro con i binocoli, e fu il comandante in seconda Guida ad
avvistare per primo la scia di un siluro in avvicinamento da
sinistra: subito la indicò al comandante Bertarelli, che ordinò al
guardiamarina Fei di lanciare il segnale di scoperta di sommergibile
nemico per allertare le unità più vicine, la torpediniera Insidioso
ed il sommergibile Goffredo
Mameli. Poi diede ordine di
mettere il timone a sinistra con tutta la barra, nel tentativo di
evitare i siluri. (Fei stimò che il sommergibile attaccante avesse
lanciato da un migliaio di metri di distanza, effettuando rapida
emersione per poi tornare ad immergersi subito dopo).
Il
primo siluro mancò il Medusa
passandogli a proravia, ma il tenente di vascello Arezzo della Targia
avvistò altre due scie, che indicò gridando: anche questi siluri
mancarono il bersaglio, passandogli qualche metro a proravia (il 31
gennaio ed il 1° febbraio due dei siluri vennero ritrovati, intatti,
sulla spiaggia di Medellino). Non così il quarto ed ultimo siluro,
che puntò dritto sul sommergibile italiano: “Questo ci piglia”
fu il semplice commento di Arezzo della Targia, espresso con una
calma quasi innaturale. Pochi secondi dopo, l'apprezzamento del
giovane ufficiale fu confermato da una tremenda esplosione.
Il
siluro colpì il Medusa
a centro nave, sul lato sinistro, proprio sotto la torretta. Lo
scoppio uccise sul colpo il sottotenente di vascello Del Monte, il
sottocapo Cusenza ed il cannoniere Del Giusto, e lanciò in mare gli
altri cinque occupanti della plancia.
In
pochi attimi il sommergibile affondò nel punto 44°45'45" N e
13°56'45" E (per altra fonte, 13°36' E), al largo di Capo
Promontore, a circa un miglio dallo scoglio di Porer, sette miglia a
sud di Brioni, undici miglia a sud di Pola ed a poco più di mezzo
miglio dall'isolotto di Fenera, senza che nessuno di quanti si
trovavano sottocoperta avesse il tempo di uscire. (L'orario indicato
dalle fonti italiane sono le 14.10).
Sulla
superficie rimasero soltanto una vasta chiazza di nafta, una boa
telefonica – sganciatasi dal sommergibile in affondamento –, due
cadaveri e cinque uomini ancora vivi: Bertarelli, Guida, Firpo, Fei,
Arezzo della Targia. Solo Firpo era rimasto incredibilmente illeso,
mentre Arezzo della Targia era rimasto ferito ad un piede, ad una
spalla e ad un occhio. In condizioni peggiori versavano gli altri tre
naufraghi: il comandante Bertarelli era ferito al volto e sanguinava
copiosamente (aveva la faccia coperta di sangue), il comandante in
seconda Guida aveva una grave ferita alla testa ed il guardiamarina
Fei aveva entrambe le gambe spezzate e stentava a tenersi a galla.
Pur
nelle sue condizioni, il comandante Bertarelli trovò la forza di
avvicinarsi a Fei che stava per annegare, prenderlo per i capelli e
dirgli di resistere: “Coraggio, la terra è vicina”,
incoraggiamento che ripeté più volte. Fei gli chiese se fosse
ferito anche lui, ed ebbe risposta affermativa: “Ad una gamba,
credo”. Poi Bertarelli esaurì le forze, le onde lo separarono da
Fei. L'ultima volta che il guardiamarina ferite vide il suo
comandante, questi stava galleggiando sulla schiena a braccia aperte;
qualche secondo dopo Bertarelli scomparve alla vista. Il suo corpo
non sarebbe mai stato ritrovato.
Aveva
assistito alla tragedia il Carlo
Zeno. Dopo essersi
rifornito di carbone ad Arsia, questo mercantile aveva imboccato
imboccato la rotta costiera prescritta dalle disposizioni vigenti, e
si era così venuto a trovare nella scia del Medusa,
che lo precedeva di un miglio: aveva avvistato il sommergibile alle
13.40, quando nel giornale di bordo del piroscafo era stato annotato
«smg. nazionale navigante
in emersione proveniente dal largo sulla nostra sinistra e con rotta
intorno a ponente, giunto all'altezza di Capo Merlera, si pone a noi
di prua proseguendo verso Porer».
Il
primo ufficiale del Carlo
Zeno, Giuseppe Ballarin,
stava osservando dalla plancia il Medusa
e la sua scia quando all'improvviso – erano le 14.05 – il
sommergibile era scomparso in un grande sbuffo d'acqua (altra fonte
parla delle 14.42, ma si tratta certamente di un errore). Il rumore
dell'esplosione non era giunto fino alla nave, ma Ballarin aveva
capito all'istante cos'era successo e si era precipitato dal suo
comandante, il capitano Umberto Curci, che si era ritirato da pochi
minuti nella sua cabina sita sotto la plancia (alle 13.55, trovandosi
al traverso di Capo Merlera, aveva ordinato di fare rotta verso
l'isolotto di Fenera): entrato di corsa, Ballarin gli disse che «il
sommergibile che ci precedeva in quel momento a una distanza di mg.
1,5 circa era saltato in aria nel turbine di una enorme colonna
d'acqua e rottami scomparendo in qualche istante dalla superficie,
presumibilmente a causa di una violenta esplosione, non udita però
forse a ragione del mare e del vento sempre teso da NE».
Subito
lo Zeno, forzando le macchine, si diresse verso il luogo
dell'affondamento, puntando verso la chiazza di nafta e ciò che
Curci identificò come un gavitello nero, ossia la boa telefonica, su
rilevamento 266° da Porer e 354° da Punta Fenera. Vennero intanto
preparate all'ammaino le lance di salvataggio.
Giunto
sul posto alle 14.15 ed avvistati i naufraghi, il piroscafo mise in
mare la lancia numero 1 di dritta al comando del primo ufficiale
Ballarin, che guidata dalla nave per mezzo dei fischi della sirena,
muovendo a voga arrangiata recuperò gli unici tre superstiti in
vista – Firpo, Fei ed Arezzo della Targia – ed i corpi senza vita
di Cusenza e Del Gusto (quello del sottotenente di vascello Del Monte
non sarebbe mai ritrovato).
Verso
le 15 per altra versione il Carlo
Zeno avvistò due motoscafi
veloci di passaggio nei pressi, che richiamò sul posto con fischi
prolungati della sirena (per altra versione i motoscafi veloci
sarebbero stati tre e sarebbero giunti sul posto già alle 14.40: si
trattava probabilmente dei tre MAS che furono fatti partire da Pola
subito dopo il siluramento); insieme ad essi ed alla scialuppa già
in mare, il mercantile cercò invano altri naufraghi.
Iniziavano
intanto ad arrivare sul posto alcune delle unità che avevano
partecipato all'esercitazione nella Zona 5: per prima, alle 14.55,
l'Insidioso,
che raccolse l'unico altro naufrago ancora in vita, il comandante in
seconda Guida; poi, verso le 15.10, la nave scorta ausiliaria F
107 Grado;
quindi, alle 15.25, il sommergibile Mameli.
A
questo punto lo Zeno
diresse per il rientro in porto con il suo magrissimo carico di
superstiti (altra fonte afferma che sarebbero stati recuperati in
tutto tre naufraghi feriti e quattro cadaveri), destinato ad
assottigliarsi ulteriormente nei giorni successivi: il comandante in
seconda Guida sarebbe infatti morto per la gravità delle ferite
prima ancora di giungere in ospedale, mentre il guardiamarina Fei,
dopo aver dato apparenti segni di miglioramento (dal suo letto
d'ospedale fu anche in Grado
di raccontare l'accaduto: “Il
mare era tranquillo e la navigazione procedeva senza problemi quando
dalla torre, sulla quale mi trovavo con il capitano Bertarelli e
altri cinque ufficiali, scorgemmo le scie di quattro siluri… Con
prontezza, il comandante riuscì a manovrare evitandone tre, ma il
quarto ci centrò in pieno… Sono salvo perché il comandante mi ha
sorretto a lungo tenendomi per i capelli. Varie volte mi gridò:
coraggio la terra è vicina. Il comandante sanguinava e il mare non
faceva in tempo a lavargli la faccia che subito si macchiavano la
fronte, le guance, la bocca di sangue. Gli dissi: “Comandante lei è
ferito”. Mi rispose di sì, che era ferito ad una gamba.
Improvvisamente sparì. Io venni issato su una barca, non ricordo più
nulla”), sarebbe morto in
ospedale il 3 febbraio per un'embolia cerebrale.
Sul
luogo dell'affondamento, intanto, proseguivano i soccorsi. Uno dei
motoscafi veloci fu inviato subito a terra per comunicare l'accaduto
al posto della Guardia di Finanza, da dove partirono una serie di
telefonate per dare l'allarme e mettere in moto la macchina dei
soccorsi. Venne comunicato che il Medusa
era stato silurato, e che sul luogo dell'affondamento galleggiava una
boa telefonica. Il Comando Marina di Pola informò il Comando del XII
Gruppo Sommergibili, e poi – erano le 15.30 – quello della Scuola
Sommergibili, cui furono chieste disposizioni sui soccorsi ai
naufraghi. Sul posto vennero inviate altre due torpediniere, l'Audace
e la Calatafimi.
Il
guardiamarina di complemento Cesare Cadario, che aveva assistito al
siluramento dalla plancia della Grado
ed aveva notato la boa telefonica che galleggiava nel punto in cui
era affondato il Medusa,
si fece condurre con un motoscafo fino alla boa insieme al
guardiamarina Riccardo Vallesi, e tentò di mettersi in contatto con
eventuali sopravvissuti all'interno del sommergibile: qualcuno
rispose. Si trattava del capo silurista di terza classe Riccardo
Vatteroni.
Cadario
disse a Vatteroni che erano già iniziate le operazioni di soccorso e
che il Medusa
era affondato a meno di mille metri dall'isolotto di Fenera, ad una
trentina di metri di profondità, dopo di che chiese al sottufficiale
quanti uomini fossero con lui e quale fosse la loro situazione.
Vatteroni spiegò che si trovava nella camera di lancio siluri
poppiera e con lui c'erano ben tredici altri uomini, che elencò uno
per uno: i secondi capi elettricisti Oronzo Corrado e Mario Vitali, i
sottocapi elettricisti Paolo Congiu, Mario Basile e Carlo Valentini,
il sottocapo motorista Gerardo Tuosto, il sottocapo silurista Augusto
Scarioni, gli elettricisti Alberto Amadei, Celso Ravera e Francesco
Cosmina, i siluristi Arturo Capra (uno degli allievi) e Giovanni
Ausenda, il motorista Salvatore
Agricola. Tutti erano illesi e per il momento in buone condizioni, ma
la loro situazione non era delle migliori: erano al buio, salvo che
per la luce di una sola lampada portatile ad accumulatori, e nel
locale in cui si trovavano c'erano infiltrazioni d'acqua. Vatteroni
disse anche a Cadario che il sommergibile era «un
po' sbandato» a dritta,
eufemismo non da poco visto che il Medusa
giaceva in realtà completamente adagiato su un fianco.
A
domanda di Cadario, Vatteroni aggiunse che aveva tentato di mettersi
in contatto con le altre parti del sommergibile ma senza avere
risposta, e di ritenere che non ci fossero altri sopravvissuti;
affermò con certezza che il locale motori diesel, adiacente alla
camera di lancio poppiera, era completamente allagato, in quanto da
sotto la porta stagna filtravano in alcuni punti modeste
infiltrazioni d'acqua. I quattordici superstiti respiravano con
crescente difficoltà, l'aria era pesante, ma gli uomini erano calmi
e sereni, per quanto lo si potesse essere in circostanze del genere.
Cadario
incoraggiò Vatteroni e gli raccomandò di restare calmo e tenere
calmi gli uomini che erano con lui, assicurando che sarebbe stata
solo questione di tempo prima che venissero salvati.
.jpg) |
Il
capo silurista di terza classe Riccardo Vatteroni, che assunse il
comando dei quattordici uomini intrappolati nella camera di lancio
poppiera e mantenne i contatti con la superficie fino a quando il
cavo telefonico non si spezzò (foto
Giuliana Vatteroni, tratta dal libro “Un corpo sul fondo” di
Pietro Spirito). Nato a Carrara
il 31 maggio 1911, figlio di Battista Vatteroni ed Assunta Impani,
sposò nel 1939 Liliana Tognini, di sei anni più giovane, dalla
quale ebbe una figlia, Giuliana; la famiglia, residente ad Avenza, lo
seguì a Pola quando vi venne trasferito. Rimasta orfana del padre a
poco più di due anni, Giuliana Vatteroni battezzò il figlio
Riccardo, nato nel 1961, in ricordo del nonno; anche lui divenne
sommergibilista. Come la maggior parte dei parenti delle vittime del
Medusa,
Giuliana Vatteroni non seppe mai che le salme del padre e degli altri
erano state recuperate e sepolte nel cimitero di Pola, né i
particolari di quanto era accaduto: per anni chiese ai compaesani che
si recavano in Jugoslavia di gettare in mare una rosa per suo padre. |
Da
Pola era infatti partito un barcone con tre palombari ed il direttore
di Maricost, colonnello del Genio Navale Umberto Imperato, mentre il
Comando del XII Grupsom predispose le attrezzature per il
rifornimento d'aria sul sommergibile Otaria,
che prese a sua volta il mare non appena fu pronto, alle 17.39.
Il
primo ordine del Comando della Scuola Sommergibili, dopo il
siluramento, era stato per l'immediato rientro di tutte le unità che
si trovavano in mare per esercitazioni; poi era stato disposto
l'approntamento delle torpediniere Audace
e Calatafimi,
chiesto l'invio di due MAS da Trieste e della torpediniera T
3 da Lussino, ed inviate
sul luogo dell'attacco le navi già pronte per dare la caccia al
sommergibile siluratore.
Furono
messi in allarme i due grossi pontoni a gru GA
141 (che ricevette ordine
di accendere, in previsione di un suo possibile impiego per il
sollevamento del Medusa
dal fondale) e GA 146
(sul quale vennero preparate le boe d'ormeggio), presenti nel porto
di Pola, e venne richiesto l'invio di due rimorchiatori di elevata
potenza da Marina Venezia per rimorchiarli sul posto (erano infatti
stati approntati i rimorchiatori disponibili a Pola, ma non ve
n'erano di abbastanza potenti da rimorchiare il grosso GA
141 in mare aperto e con
tempo in peggioramento). Partirono il Taurus
ed il Titanus,
della Società Rimorchiatori Riuniti Panfido.
Intorno
al punto in cui era affondato il Medusa,
per scongiurare nuovi attacchi sulle unità impegnate nei soccorsi,
venne stabilito un rigido sistema di sorveglianza ad anelli
concentrici. La Grado
fu incaricata della vigilanza antisommergibili diurna e notturna, la
torpediniera T 3
della protezione antisommergibili notturna, l'Insidioso
della protezione antisommergibili diurna, mentre le torpediniere
Audace,
Insidioso
e Calatafimi
furono disposte sugli “anelli” più esterni (successivamente,
dopo l'arrivo dei mezzi di soccorso, l'assetto definitivo sarebbe
stato il seguente: Medusa,
Otaria
e GA 141
al centro, insieme ad alcuni MAS ed al battello dei palombari, e poi
in anelli concentrici, dall'interno verso l'esterno, la Grado,
la T 3,
l'Insidioso
per il pattugliamento antisommergibili diurno, la Calatafimi
per protezione antisommergibili diurna con l'uso dell'ecogoniometro,
l'Insidioso
per il pattugliamento antisommergibili notturno, e l'Audace
per protezione antisommergibili diurna tenendosi al largo della secca
Albanese). Assunse la direzione delle operazioni di soccorso il
capitano di fregata Alberto
Ginocchio,
comandante della Scuola Sommergibili. Il tempo andava peggiorando, il
mare iniziava ad alzarsi ed il vento aumentava d'intensità.
Poco
dopo le 16 il capo silurista Vatteroni disse al guardiamarina Cadario
che i superstiti intrappolati nella camera di lancio poppiera
iniziavano ad avere freddo ed a risentire della mancanza d'aria. Per
respirare usavano gli autorespiratori Davis, ma non ce n'erano a
sufficienza per tutti, pertanto dovevano fare a turno. Il livello
dell'acqua nel locale continuava a salire, lentamente ma
inesorabilmente.
Alle
16.30 il capitano di fregata Ginocchio, avvicinatosi alla boa
telefonica con un motoscafo, disse a Cadario di informare Vatteroni
che avrebbe fatto mandare degli autorespiratori Davis; prima di lui
il capitano di corvetta Alcide Bardi, comandante del Mameli,
aveva parlato direttamente con Vatteroni, dicendogli che avrebbe
provveduto ai soccorsi.
Cadario
si mise in contatto più volte con Vatteroni, ripetendogli di dire
agli altri di stare tranquilli, seduti e fermi, onde minimizzare il
consumo d'ossigeno. Vatteroni rispose che erano tutti calmi e
fiduciosi nei soccorsi: trovò persino la forza di mostrarsi allegro,
financo di scherzare, dicendo che aspettavano tranquilli e sereni il
momento in cui sarebbero tornati a vedere «sul mare la luce del sole
o della luna», come recitava una canzone dell'epoca.
Ma
non c'era molto spazio per l'allegria. Alle 17 Vatteroni disse a
Cadario che l'acqua era giunta al livello del pagliolato, e
continuava a salire al ritmo di una decina di centimetri all'ora; là
sotto iniziava a mancare l'aria ed aveva freddo. Alle 17.15 il
tenente medico Esposito si mise a sua volta in contatto con i
superstiti dicendo che presto avrebbero avuto inizio le operazioni di
sollevamento del sommergibile, ed alle 17.30 il guardiamarina Cadario
informò Vatteroni che vedeva spuntare la barca dei palombari in
avvicinamento da Capo Promontore: gli uomini intrappolati «furono
molto contenti» e
Vatteroni raccomandò di nuovo di far presto perché l'ossigeno
scarseggiava e non c'erano abbastanza autorespiratori per tutti.
Alle
18.10 fu il comandante del XII Grupsom, capitano di fregata Folco
Buonamici (giunto da Pola con maschere Davis e personale sanitario),
a parlare con Vatteroni: questi gli chiese nuovamente aria, gli disse
che nel locale non riuscivano più a respirare e che l'acqua
continuava a salire. Buonamici tentò di rassicurarlo, raccomandò
una volta di più di non muoversi e non agitarsi e disse di usare per
respirare le capsule di calce sodata Boldrocchi della dotazione
d'emergenza, che permettevano di filtrare l'anidride carbonica. Gli
chiese inoltre se la porta stagna del locale motori diesel fosse
chiusa, ma Vatteroni disse che era aperta: solo la porta stagna della
camera di lancio poppiera era chiusa, il che significava che la
garitta di salvataggio (che permetteva di accedere alla campana di
salvataggio Girolimi Arata, con cui gli uomini intrappolati in un
sommergibile affondato avrebbero potuto risalire in superficie uno
per volta) era allagata. Stando così le cose, l'unico modo di
salvare gli uomini intrappolati consisteva nel risollevare dal fondo
il relitto, il prima possibile. Arrivò anche il capo di Stato
Maggiore della Piazza Militare Marittima di Pola.
Alle
18.15 Cadario si rese conto che Vatteroni parlava a fatica – poco
prima gli aveva detto “Dateci aria, si muore” – e gli disse di
non parlare più, ed ascoltare solo le notizie che avrebbe continuato
a comunicargli con continuità. Alle 18.20 Cadario informò Vatteroni
per dirgli che al barca dei palombari era vicina e stava per mettersi
sopravvento alla boa, che l'Otaria
si stava avvicinando per fornire ossigeno e che a breve sarebbero
state collegate le manichette, consentendo di pompare aria nel
compartimento in cui si trovavano: il capo silurista ruppe il
silenzio impostogli da Cadario per dire “Grazie per quanto state
facendo per noi”. Fu l'ultima volta che Cadario sentì la voce del
sottufficiale del Medusa.
.JPG) |
La
disposizione delle unità di soccorso e protezione attorno al relitto
del Medusa (Danilo Pellegrini e Pierpaolo Zagnoni-Bollettino
d’Archivio USMM) |
A
terra, la notizia di quanto era accaduto si era rapidamente diffusa.
La popolazione di Pola era accorsa sui moli ad assistere alla
partenza delle unità soccorritrici: le donne pregavano; l'allora
quattordicenne Fulvio Farba avrebbe ricordato che “…da
casa mi mandavano continuamente a cercare notizie (non c'erano allora
i telefoni dei quali attualmente siamo padroni e schiavi) dai
carabinieri sul ponte de Scojo o sul porton de l'arsenal, per calmare
la signora Trolis, la madre di Garibaldi Trolis, che abitava in via
Tartini, al n. 2, al secondo piano (il che vuol dire alla porta
attigua alla mia) la quale stava rivivendo la stessa straziante
agonia di quattordici anni prima”
(Garibaldi Trolis era il radiotelegrafista del sommergibile F
14 ed era morto insieme al
resto dell'equipaggio in un tragico incidente nel 1928, cui si
accennerà più oltre). Secondo Farba, vennero inviati in aereo da La
Spezia uomini della X Flottiglia MAS che nel 1940 avevano partecipato
al salvataggio di alcuni superstiti intrappolati nel relitto del
sommergibile Iride, ma di ciò non si fa parola in nessun'altra
fonte, il che induce a ritenere che Farba ricordasse male a questo
proposito.
Alle
18.10 il barcone dei palombari aveva raggiunto la boa telefonica del
Medusa,
ormeggiandosi sulla verticale del relitto, ma nel frattempo era
calata l'oscurità, la bora si era accresciuta d'intensità, la
temperatura era crollata (5° C l'acqua, 1° C l'aria) ed il mare era
diventato agitato (forza 3). Il primo palombaro destinato a scendere
sul relitto impiegò quasi venti minuti per la vestizione: indossò
due maglioni di lana pesante, un paio di mutandoni anch'essi pesanti,
calzettoni alla coscia, berretto e sciarpa rossi, poi un vestito di
tela gommata di 7 kg di peso, il collare da palombaro, le scarpe di
cuoio, bronzo e piombo (peso 18 kg), 25 kg di zavorra di piombo ed
infine l'elmo in rame (peso 21 kg). All'elmo venne collegata la
manichetta, si provò il funzionamento della pompa insieme alla guida
ed all'aiutante guida. Il mare faceva rollare e beccheggiare il
barcone, il vento soffiava a raffiche.
Alle
18.35 il guardiamarina Cadario si accorse di non essere udito
all'interno del Medusa,
e si accorse che il mare mosso aveva provocato la rottura dei
conduttori del cavo telefonico: tentò di ricollegare i fili, ma
anche il circuito della boa telefonica non funzionava bene, non
riuscì a rimettersi in contatto con gli uomini intrappolati. Siccome
in quel momento passava nei pressi il capo servizio Genio Navale del
XII Grupsom, Cadario lo informò del problema, e questi gli disse che
avrebbe mandato un elettricista dell'Otaria
– giunto intanto in prossimità della boa – per cercare di
sistemarlo (l'elettricista riparò i conduttori telefonici, ma non si
riuscì comunque a ristabilire il contatto ed all'1.30 il cavo che
collegava la boa telefonica al Medusa
si spezzò, troncando completamente e definitivamente ogni
comunicazione con la superficie). Alle 19 Cadario, non potendo più
fare niente, tornò sulla Grado.
Alle
18.30 il palombaro s'immerse, calandosi lungo la cima fino a
raggiungere lo scafo del sommergibile affondato, a profondità
compresa tra i 30 ed i 35 metri (altra fonte parla di 23 metri) ed a
meno di mille metri dall'isolotto di Fenera. Sul fondale incontrò
forte corrente e scarsa visibilità, a fatica riuscì a muoversi
sopra ed intorno al relitto facendosi luce con una lampada stagna.
Incredibilmente, mancavano le lampade a tenuta stagna, tanto che il
palombaro aveva dovuto prenderne in prestito una dall'Otaria:
era l'unica disponibile su tutte le unità presenti sul posto.
Compiuta
una prima ricognizione, il palombaro tornò in superficie alle 19.40
e descrisse la situazione, disegnando anche uno schizzo del relitto
da tre prospettive. Muoversi era problematico, per l'oscurità, la
forte corrente e le lamiere contorte dall'esplosione, che ferivano le
mani e minacciavano anche di tranciare la manichetta dell'aria; il
Medusa
giaceva sul lato di dritta, con uno sbandamento di circa 85°-90°,
un grosso squarcio al centro all'altezza della torretta (in
corrispondenza della camera di manovra e del locale accumulatori) che
era stata quasi strappata, quasi spezzato in due, con i due tronconi
che formavano un angolo. La garitta poppiera, come correttamente
intuito già in precedenza, era allagata.
Per
far fronte alla ridotta visibilità il capitano di fregata Buonamici
mandò un motoscafo veloce a Pola a prelevare altre lampade stagne.
Nel mentre giunsero altri cinque palombari di rinforzo, compresi tre
civili della società privata di recuperi R.I.M.A.: a turno si
calarono sul fondale e tentarono di raggiungere la poppa del Medusa,
ma la violentissima corrente lo impedì (la poppa, per colmo di
sfortuna, era sopracorrente). A niente servì aggrapparsi alle
lamiere del relitto nel tentativo di progredire, né servirono a
qualcosa i chili e chili di zavorra: tornarono in superficie
sconfitti, con le mani piagate – dovettero avvolgerle in panni
caldi –, qualcuno venne recuperato privo di sensi. Medicavano le
ferite causate dalle lamiere, tornavano ad immergersi. (In tutto
lavorarono ai tentativi di soccorso otto palombari, ossia i civili
Giovanni Milotti, Ferdinando Reggente e Nazzareno Sturlese della
ditta R.I.M.A. ed i militari Stefano Rosso, Luigi Mazza, Marcello
Leghissa, Pietro Schergat e Francesco Marchesan. Molti di essi erano
triestini, originari di Prosecco: dei tre civili Reggente, triestino,
era il più giovane a 37 anni mentre Milotti e Sturlese, l'uno
istriano di Parenzo e l'altro ligue di Portovenere, avevano entrambi
45 anni. Tutti e tre sarebbero stati decorati di Croce di Guerra al
Valor Militare, con motivazione "In
avverse condizioni di tempo, obbedendo ad un generoso impulso di
solidarietà fraterna, volontariamente si prodigava con sereno
ardimento e con strenua fatica, incurante d'ogni rischio,
nell'apportare soccorso al personale rimasto a bordo di unità
affondata, cooperando in acque esposte all'insidia nemica, al
tentativo di ricupero").
.jpg) |
Lo
schizzo del relitto eseguito dal palombaro (da “Un corpo sul fondo”
di Pietro Spirito) |
Verso
le 23, finalmente, la corrente calò d'intensità, ed un palombaro
riuscì a fissare una cima sulla traversa poppiera del Medusa.
Migliorata così la posizione del barcone dei palombari, si poté
provvedere a collegare le due manichette dell'aria (una di mandata e
l'altra di scarico) alle apposite prese situate all'altezza della
camera di lancio poppiera: alle 00.40 del 31 gennaio il capitano di
corvetta Emilio Berengan, comandante dell'Otaria,
fu informato che il palombaro aveva collegato le manichette al
relitto del Medusa
e diede allora ordine di salpare per poi dare fondo una cinquantina
di metri sopravento, filando quattro lunghezze di catena (per altra
versione, l'Otaria
si portò proprio sulla verticale del relitto tonneggiando
sull'ancora, cui aveva dato fondo). Le manichette dell'Otaria,
preparate intanto sotto la supervisione del direttore di macchina
tenente del Genio Navale Leopoldo Rosi, furono collegate a quelle
sistemate dal palombaro, così congiungendo i due sommergibili,
quello in superficie e quello in fondo al mare. All'una di notte
giunse sul posto il pontone GA
146, che stese un'ancora al
vento a rinforzo dell'ormeggio dell'Otaria,
che fu così messo in Grado
di meglio mantenere la sua posizione sulla verticale del Medusa.
Il tempo andava peggiorando: soffiava gelida la bora, il mare era
sempre più mosso, stava per nevicare.
All'apertura
dei rubinetti delle manichette si scoprì che l'aria non entrava e
non usciva: ci si rese conto che i palombari, invece di aprire la
valvola di mandata dell'aria, l'avevano chiusa, perché l'avevano già
aperta dall'interno gli uomini intrappolati nel Medusa,
ansiosi di accelerare l'operazione, senza però aver modo di
comunicarlo ai soccorritori. Venne nuovamente mandato in immersione
un palombaro, che riaprì la manichetta, e poco prima dell'una di
notte (per altra versione, all'1.20 od all'1.47) si poté finalmente
iniziare a pompare aria ai quattordici uomini intrappolati. Poi,
dinanzi al peggioramento dello stato del mare ed all'aumento della
forza del vento, che rendeva impossibile immergersi, fu giocoforza
recuperare i palombari – era l'1.30 – ed attendere il mattino.
L'allagamento
della garitta poppiera, lo sbandamento e l'impossibilità di
comunicare con gli uomini intrappolati avevano fatto scartare come
molto improbabile, se non del tutto impossibile, un tentativo di
fuoriuscire con gli autorespiratori Davis, del resto in numero
insufficiente per tutti. Ma per tentare il sollevamento del relitto,
sarebbe stato necessario un miglioramento delle condizioni
meteomarine: queste continuavano invece a peggiorare.
Alle
00.20 lasciò finalmente Pola il pontone di sollevamento GA
141: non essendo ancora
giunti da Venezia i richiesti rimorchiatori Taurus
e Titanus
e non essendo adatti alla bisogna i piccoli rimorchiatori disponibili
a Pola, per fare prima il pontone venne rimorchiato dai piroscafetti
San Giorgio,
Jadera
e Traù,
piccole navi passeggeri costiere requisite come navi scorta
ausiliarie, come il Grado.
Da
Pola, il prefetto Vincenzo Berti telegrafava sulla situazione a Roma:
«Precisasi che affondamento
Medusa est avvenuto prossimità Punta Promontore comune Pola.
Riuscita immissione aria che perdura ha rianimato parte equipaggio
rinchiuso. Su circa sessanta persone rimaste rispondettero [sic] appello
soltanto quattordici. Mare agitato ostacola operazioni salvataggio».
.png) |
Il
pontone GA
141
al rimorchio dei rimorchiatori Taurus
e Titanus
(g.c. Danilo Pellegrini) |
Trascorsa
la notte, alle sette del mattino del 31 gennaio – mentre in
superficie iniziava a cadere la neve – i palombari tornarono ad
immergersi sul Medusa.
Raggiunto il relitto, batterono sullo scafo con un martello, verso le
7.30: dalla camera di lancio poppiera giunsero vivaci e ripetute
risposte, a confermare che all'interno erano ancora vivi. Ormai,
rotto il cavo della boa telefonica, non c'era altro modo di
comunicare. Il silenzio seguito ai colpi battuti in corrispondenza
dei locali prodieri confermò che non vi erano altri sopravvissuti.
Alle
otto del mattino (per altra fonte, verso le nove) giunse sul posto il
GA 141,
che iniziò le manovre per ormeggiarsi (a bordo era incaricato di
coordinare il lavoro dei palombari il capitano marittimo Giovanni
Vascotto); rimorchiato da Taurus
e Titanus
finalmente arrivati, venne ancorato sopravvento rispetto all'Otaria
ed alle barche dei palombari per proteggerli dal vento e dal mare, e
tenuto in posizione dai due rimorchiatori messisi alla cappa ed in
forza sulle macchine per contrastare i movimenti causati dal mare
mosso. Si manovrò per portarlo nella posizione di sollevamento, con
i paranchi sulla verticale del relitto.
In
base al piano preparato da Maricost, il GA
141 avrebbe dovuto
imbragare la poppa del Medusa
con cavi d'acciaio e sollevarla fino a farla affiorare in superficie
(impossibile invece imbragare e riportare in superficie l'intero
sommergibile, troppo grande e pesante), dopo di che gli uomini
intrappolati sarebbero fuoriusciti attraverso i tubi lanciasiluri,
oppure attraverso un'apertura nello scafo appositamente praticata con
la fiamma ossidrica. Sollevando la poppa, il pontone avrebbe fatto
ruotare lo scafo sul fulcro, spostandosi gradatamente verso prua; una
volta raggiunga una minima inclinazione sarebbe stata pompata aria
nei locali dei motori diesel, in modo da aumentare la spinta verso la
superficie. Era stato calcolato che lo sforzo iniziale di
sollevamento sarebbe stato di 300 tonnellate, compatibile con la
portata dei cavi di sollevamento e la riserva di galleggiabilità del
pontone. Via via che il sollevamento procedeva erano possibili due
scenari: che lo scafo ruotasse sulla prua (in tal caso lo sforzo di
sollevamento sarebbe stato quello previsto e la poppa sarebbe emersa
con un angolo di circa 30°) oppure – ipotesi ritenuta più
probabile – che cedesse al centro, dov'era squarciato
dall'esplosione del siluro, ruotando sulla metà. In quest'ultimo
caso lo sforzo di sollevamento sarebbe stato sensibilmente inferiore
alle 300 tonnellate, e la poppa sarebbe emersa verticalmente.
I
palombari scelsero e prepararono i punti di allacciamento allo scafo
e misero in opera le cime per la guida delle braghe di sollevamento,
che furono intanto predisposte sui paranchi. Di quando in quando
battevano sullo scafo con il martello, e dall'interno giungevano
prontamente altri colpi di risposta. Queste operazioni si protrassero
per tutto il giorno.
Nel
frattempo nella baia di San Martino, nella penisola di Capo
Promontore, era stata allestita una base avanzata, da dove affluivano
sul luogo dell'affondamento squadre di rinforzo, provviste ed anche
alcolici per ritemprarsi.
Lo
stato del mare continuava a peggiorare ed il vento iniziò anche a
cambiare direzione, tanto che solo alle 18 del 31 gennaio fu
possibile tentare di passare la prima braga: dal pontone fu calata
sul fondale, dove i palombari tentarono di prenderla e fissarla ai
punti di allacciamento preparati attorno allo scafo, ma senza
successo a causa del maltempo. Le raffiche di vento e le onde del
mare in peggioramento, in superficie, facevano muovere il pontone
nonostante questi fosse quasi esattamente disposto al vento, causando
oscillazioni pendolari e verticali ampie e pericolose delle braghe,
con i cavi che minacciavano di colpire i palombari al lavoro: fu
giocoforza sospendere i lavori, lasciando tutto nella posizione
raggiunta in quel momento, in modo da poter ammainare le braghe non
appena il tempo fosse un po' migliorato. Per tentare il sollevamento
del Medusa,
condizione indispensabile era l'immobilità del pontone, non
ottenibile con quelle condizioni meteomarine.
Da
Pola era intanto salpata una bettolina carica del materiale
necessario ad illuminare la zona dei soccorsi in modo tale da
proseguire i lavori anche di notte, ma il mare agitato obbligò la
piccola unità a rifugiarsi a ridosso della baia di Veruda.
Calato
il buio, la temperatura crollò mentre il vento gelido non accennava
a calmarsi, finché l'ammiraglio Ernesto Baccon (comandante militare
marittimo e della Piazza Marittima di Pola) non diede ordine di far
tornare in superficie i palombari e sospendere le operazioni in
attesa che il tempo migliorasse. Con quelle condizioni meteomarine,
sarebbe stato impossibile risollevare il relitto dal fondale. Il
battello dei palombari e le altre unità minori dovettero rifugiarsi
nelle insenature di Capo Promontore.
Non
solo il tempo non migliorò, ma continuò a peggiorare: alle sette
del mattino del 1° febbraio, con il vento da nordest che rinfrescava
parecchio determinando un peggioramento dello stato del mare, il GA
141, rollando con crescente
violenza, si ritrovò sempre più in difficoltà nel mantenere
l'ormeggio: gli ormeggi si ruppero più volte, il capitano Vascotto
finì per due volte in mare. L'ammiraglio Baccon, temendo che con i
suoi movimenti il pontone potesse scadere e strappare le manichette
con cui l'Otaria
pompava aria al Medusa,
dispose il suo allontanamento, non essendo prevedibile un prossimo
miglioramento del tempo. Rimorchiato, il GA
141 lasciò la zona insieme
a barche e motoscafi e venne condotto in una baia riparata: con il
Medusa
rimase solo l'Otaria,
ultima speranza, con il compito di mantenere in vita gli uomini
intrappolati il più a lungo possibile continuando a pompare aria.
Audace,
Insidioso
e Calatafimi
pattugliavano verso il largo.
La
condensa che gelava a valle della valvola riduttrice della manichetta
provocava di tanto in tanto delle interruzioni nel pompaggio
dell'aria, per fortuna di brevissima durata.
Da
Pola il prefetto Berti continuava ad aggiornare Roma: «Operazioni
salvataggio interrotte causa pessime condizioni mare. Permane qualche
segno vita parte equipaggio rinchiuso».
A
mezzogiorno il vento aumentò nuovamente d'intensità, sempre da
est-nord-est, e la forte corrente fece traversare l'Otaria,
con la coperta spazzata dal mare: gli uomini di guardia alle
manichette ed alla riduttrice dovettero essere legati con cinghie per
evitare di essere trascinati in acqua dalle onde. Da questo momento,
la situazione andò rapidamente precipitando. All'una del pomeriggio
l'ancora dell'Otaria
iniziò a perdere presa ed arare il fondale, mentre si strappava il
cavo che lo assicurava alla boa; il sommergibile cercò di mantenersi
in posizione manovrando con i motori elettrici, ma alle 13.45 ci si
rese conto che dalla manichetta di uscita non usciva più aria.
Issatala a bordo, si rivelò essersi interrotta per scollegamento fra
due elementi provocato dal momento di torsione, e sulle estremità
recuperate si riscontrarono tracce di sfregamento, mentre in
superficie appariva una seconda bolla nei pressi di quella che già
saliva da tempo dal sommergibile affondato. La manichetta di mandata,
invece, continuava a pompare regolarmente aria a 4 kg, con una
pressione interna allo scafo equivalente a quella a 30 metri. Giunto
un motoscafo nei pressi dell'Otaria,
il comandante Berengan gli fece comunicare quanto accaduto affinché
ne informasse Marina Pola.
Alle
15 l'Otaria
era scaduto di una quarantina di metri, ma l'ancora era tornata a
fare presa sul fondale (Berengan pensò che dovesse essersi
impigliata nel relitto del Medusa)
arrestando per il momento il suo spostamento; le due lunghezze di
manichetta recuperate dallo scarico vennero aggiunte alla mandata,
consentendo una più ampia oscillazione dell'Otaria
rispetto al Medusa.
Alle
16 si mise a nevischiare, mentre vento e mare peggioravano fino a
degenerare in una burrasca. Si rese necessario interrompere
frequentemente il pompaggio di aria per scongelare la tubazione.
L'ultimo
atto del dramma si consumò alle 19.40, quando l'ancora dell'Otaria
perse nuovamente, e definitivamente, la presa sul fondale. Il
sommergibile scarrocciò rapidamente verso Porer, rimanendo
traversato e strappando definitivamente ed irrimediabilmente la
manichetta di mandata che lo collegava al Medusa.
Ormai
non c'era più niente da fare, alle 19.45 un piroscafo ausiliario
sopraggiunto comunicò all'Otaria
l'ordine di rientrare. Recuperati ancora e spezzone di manichetta,
alle 20.20 il sommergibile diresse per Pola, dove giunse alle 22,
scortato da Audace
e Calatafimi
insieme al piroscafo Veloce.
In superficie infuriava la tempesta, sul fondale il Medusa
era rimasto solo.
Il
prefetto Berti
inviò a Roma l'ultimo, mesto telegramma: «Per
difficoltà ora insormontabili est cessata speranza salvataggio
superstiti abbandonate operazioni sollevamento sommergibile».
Vento
e mare non diedero tregua per due giorni: le giornate del 2 e del 3
febbraio trascorsero senza che fosse possibile mettere in atto il
minimo tentativo. Solo il mattino del 4 febbraio, finalmente,
l'Adriatico si placò, il tempo tornò ad essere bello, quasi
beffardamente bello: mare piatto come una tavola, sole splendente. Un
tempo del genere, qualche giorno prima, avrebbe fatto la differenza
tra la vita e la morte, ma adesso sembrava solo una tragica presa in
giro.
Una
squadra di soccorritori prese subito il mare da Pola, ma nessuno
poteva farsi illusioni. Giunti sul punto della tragedia, un palombaro
scese sul Medusa.
Adesso persino la visibilità sott'acqua era diventata ottima, già a
venti metri di profondità il relitto appariva ben visibile per tutta
la sua lunghezza, al centro il grande squarcio. Il palombaro scese
sulla poppa, batté sullo scafo con il martello. Nessuna risposta.
Riprovò in più punti, ma nessuno rispose. Tornato in superficie, il
palombaro dovette confermare quello che tutti temevano: non c'erano
più sopravvissuti. Vennero recuperate boe, ancore e cavi, i mezzi di
soccorso diressero per il rientro alla base. Venne lasciato a
Medolino soltanto un nucleo di palombari incaricati di eseguire
accertamenti più approfonditi.
Morirono
con il Medusa:
Salvatore
Agricola, marinaio motorista, da Favignana
Alberto Amadei, marinaio elettricista,
da Mirandola
Cosimo Antetomaso, marinaio, da Gaeta
Giuseppe Arrighini, marinaio
silurista, da Brescia
Giovanni Ausenda, marinaio silurista,
da Milano
Noemio Baldassarri, sottocapo
cannoniere, da Palazzuolo sul Senio
Luigi Balestrino, sottocapo motorista,
da Cagliari
Mario Basile, sottocapo elettricista,
da Montella
Enrico Bertarelli, capitano di
corvetta (comandante), da Susa
Rosario Bueti, marinaio furiere, da
Scilla
Arturo Capra, marinaio silurista, da
Monza
Ferdinando Caroselli, secondo capo
nocchiere, da Genova
Teodoro Caroselli, capo
radiotelegrafista di terza classe, da Brindisi
Pietro Carosi, sottocapo nocchiere, da
Monterotondo
Giulio Cavicchioli, marinaio
radiotelegrafista, da Montefiorino
Marcello Ciliberti, marinaio, da Capri
Felice Cinotti, capo meccanico di
terza classe, da Viareggio
Isaia Colombaroli, marinaio silurista,
da Porto Valtravaglia
Paolo Congiu, sottocapo elettricista,
da Cagliari
Oronzo Corrado, secondo capo
elettricista, da Maglie
Francesco Cosmina, marinaio
elettricista, da Duino Aurisina
Alberto Cusenza, sottocapo furiere, da
Trapani
Emanuele Del Giusto, marinaio
cannoniere, da Gallipoli
Luigi Del Monte, sottotenente di
vascello, da Sezze
Ciro Della Ventura, sottocapo
cannoniere, da Maddaloni
Gaspare Di Tommaso, sottocapo
motorista, da Siracusa
Arturo Fei, guardiamarina, da Roma
Paolo Furlan, secondo capo silurista,
da Cordignano
Raffaele Gerardi, sottocapo
segnalatore, da Sogliano Cavour
Umberto Giaquinto, sottocapo
nocchiere, da Stella Cilento
Edoardo Giobbio, secondo capo
segnalatore, da Bareggio
Vincenzo Graziano, marinaio, da
Minturno
Gastone Guida, tenente di vascello
(comandante in seconda), da Napoli
Mario Iannacone, marinaio, da Napoli
Renato Lavaroni, marinaio
radiotelegrafista, da Bagnaria Arsa
Gaetano Leone, sottocapo furiere, da
Balestrate
Silvano Lupidi, capitano del Genio
Navale (direttore di macchina), da Piandimeleto
Pier Luigi Manetti, marinaio, da
Campiglia Marittima
Giuseppe Mazzavillani, marinaio, da
Cervia
Luigi Meazza, marinaio elettricista,
da Milano
Carmelo Migliore, sottocapo silurista,
da Modica
Demetrio Morando, marinaio
radiotelegrafista, da Viarigi
Alberto Oliva, sottocapo
radiotelegrafista, da Roma
Dario Perfili, marinaio elettricista,
da Colonna
Bruno Periz, marinaio fuochista, nato
in Jugoslavia
Cesare Quintavalle, aspirante
sottotenente del Genio Navale, da Napoli
Celso Mattia Ravera, marinaio
elettricista, da Savona
Carlo Renna, marinaio
radiotelegrafista, da Lecce
Aldo Rossebastiano, marinaio
motorista, da Favria
Antonio Saviano, marinaio motorista,
da Napoli
Augusto Scarioni, sottocapo silurista,
da Milano
Giovanni Sgrilli, sottocapo fuochista,
da Livorno
Francesco Trovato, marinaio, da
Balestrate
Gerardo Tuosto, sottocapo motorista,
da Lioni
Carlo Valentini, sottocapo
elettricista, da Genova
Riccardo Vatteroni, capo silurista di
terza classe, da Carrara
Mario Vitali, secondo capo
elettricista, da Firenze
Vincenzo Zavattieri, aspirante
guardiamarina, da Termini Imerese
.jpg) |
Il
sottocapo elettricista Francesco “Francko” Cosmina, 21 anni, da
Duino-Aurisina, era uno dei 14 uomini intrappolati nella camera di
lancio poppiera del Medusa (Coll. Maria Cosmina, foto tratta
dal libro “Un corpo sul fondo” di Pietro Spirito). Nella vita
civile era operaio dei CRDA di Monfalcone, dove il Medusa era
stato costruito, come decine di altri sommergibili italiani; di
bell'aspetto, riscuoteva notevole successo tra le ragazze del suo
paese natale. Dopo la chiamata alle armi fu inizialmente destinato a
La Spezia, per poi essere trasferito a Pola nella seconda metà di
gennaio del 1942, poco prima della tragedia. Colto da un presagio, il
giorno prima dell'uscita fatale aveva inghiottito una manciata di
bottoni per stare male ed evitare l'imbarco, ma senza successo.
Secondo quanto raccontato anni dopo dalla sorella Maria al
giornalista Pietro Spirito, nella notte del 30 gennaio 1942 il padre
Francesco sognò la moglie Amalia, morta cinque anni prima, che da un
mazzo di rose rosse – sette come i figli, tre maschi e quattro
femmine – ne prese una annunciando “Porto con me la più bella”.
Il giorno seguente il messo comunale di Aurisina si presentò alla
porta della famiglia Cosmina per informarli in via confidenziale che
il sommergibile su cui Francesco era imbarcato era stato silurato e
che erano in corso tentativi di salvare degli uomini intrappolati
all'interno ed ancora vivi. Federico Cosmina, fratello di Francesco e
come lui operaio nei CRDA, partì subito per Pola, ma non ci fu
niente da fare. Nel 1946 al padre fu assegnata la pensione di guerra
del figlio, ufficialmente considerato disperso. La famiglia non seppe
del recupero del Medusa e della sepoltura delle vittime nel
cimitero di Pola fino agli anni Settanta, quando ormai erano stati
avviati i lavori di rifacimento del camposanto di Monte Ghiro: le
sorelle ancora in vita di Francesco Cosmina, subito recatesi a Pola,
non trovarono più niente. |
La
motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare conferita alla
memoria del capitano di corvetta Enrico Bertarelli, nato a Susa
(Torino) il 1° marzo 1906:
"Comandante
di sommergibile ripetutamente attaccato con siluro da sommergibile
nemico, manovrava con prontezza e sereno ardimento al fine di evitare
l'offesa. Gravemente ferito e lanciato in mare dallo scoppio di un
siluro, si preoccupava solo della salvezza dei suoi dipendenti e con
eroica forza di volontà ed elevato senso di altruismo si prodigava,
nonostante le sue precarie condizioni fisiche, per sorreggere e dare
assistenza ad un ufficiale in procinto di essere sommerso dalle
acque. Piegato dalle ferite e stremato di forze scompariva in mare
dove, più volte vittorioso, aveva affermato le sue superiori qualità
di combattente intrepido e Audace.
Mare
Adriatico, 30 gennaio 1942".
La
motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla
memoria del capo silurista di terza classe Riccardo Vatteroni, nato a
Carrara il 31 maggio 1911:
"Capo
silurista di sommergibile, affondato da siluro nemico, rimasto chiuso
con i suoi uomini nella camera di lancio di poppa, conscio della
disperata situazione, metteva in atto con assoluta calma e perizia i
mezzi di segnalazione e di comunicazione, contribuendo a stabilire i
contatti con l'esterno. Collaborava Tenacemente, con suprema
dedizione, agli sforzi per operare il salvataggio e, instancabile
animatore della sua gente, manteneva viva fino all'ultimo la fiamma
della fede.
(Alto
Adriatico, 30 gennaio 1942)."
La
motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla
memoria del capitano del Genio Navale Silvano Lupidi, nato a Pian di
Meleto (Pisa) il 13 gennaio 1910:
"Direttore
di macchina di sommergibile partecipava a numerose missioni di guerra
in acque insidiate dall'avversario. In ogni circostanza dimostrava
perizia, coraggio ed alto sentimento del dovere. Scompariva in mare,
combattendo per la Patria, in seguito all'affondamento dell'unità.
(Mediterraneo
Centrale, 10 giugno 1941-30 gennaio 1942)."
L'affondamento
del Medusa
nel giornale di bordo del Thorn
(da Uboat.net):
"0955B/30,
Sighted a submarine on course 080° at a speed of 8 knots. She passed
out of range.
1035B/30,
Sighted a 1500 tons merchant vessel in ballast. She was on course
080° at a speed of 8 knots. She passed out of range.
1045B/30,
Sighted a two-funnelled torpedo boat. She was on course 080° at a
speed of 15 knots. She passed out of range. She was subsequently seen
again further to the east around 1230-1300B/30.
1330B/30,
Sighted a small merchant vessel of abouT
300 tons with a small gun
on the ships poop. She was on course 080° at a speed of 8 knots. She
passed out of range.
1354B/30
- Sighted a submarine bearing 050°, range 5000 yards.
1402B/30
- Fired four torpedoes from 3500 yards. One hit was obtained. Enemy
HE ceased immediately. Following the sinking Thorn
retired to the southward.
1400B/30
- During the attack on the submarine a merchant vessel was sighted
proceeding on course 250° at a speed of 8 knots. She was not
attacked as the attack on the submarine was ongoing.
1530B/30
- Sighted the two-funnelled torpedo boat again. She was on course
250° at a speed of 20 knots."
Il
Thorn
avvertì l'esplosione del siluro 165 secondi dopo il lancio,
corrispondente a 3300 metri di corsa, e rilevò che il rumore dei
motori del suo bersaglio era cessato subito. Alle 14.30 iniziò
quindi a ritirarsi verso sud, avvistando alle 15.30 la torpediniera a
due fumaioli di prima (l'Insidioso)
che procedeva adesso su rotta 250° a 20 nodi, dopo di che emerse
venti miglia a sud di Capo Promontore. Il 31 gennaio tornò ad
avvicinarsi alla zona dell'attacco, ed alle otto di quel mattino
avvistò ancora una volta la torpediniera a due fumaioli e quelli che
Norfolk ritenne essere due cacciatorpediniere classe Sella o Sauro
(erano in realtà altre torpediniere), intenti a pattugliare le acque
a sud di Capo Promontore, nonché un grosso pontone gru e quattro
rimorchiatori o navi per recuperi nei pressi del punto in cui il
giorno precedente aveva affondato la sua vittima. Alle 16.30 del 31
il Thorn
osservò che il pontone gru era sempre sul posto al pari dei quattro
rimorchiatori/navi per recuperi, e che un cacciatorpediniere era in
pattugliamento nei pressi. Norfolk intuì che la presenza del pontone
poteva essere legata ad un tentativo di soccorrere eventuali
superstiti del sommergibile affondato il giorno precedente ed
accarezzò anche l'idea di affondare il pontone, ma alla fine decise
di non attaccare per non scoprirsi, sperando che da parte italiana
l'affondamento del Medusa
potesse essere attribuito ad un'esplosione accidentale. Al tramonto
il Thorn
lasciò definitivamente la zona, dirigendo verso le acque di Ancona.
La
sera del 3 febbraio Norfolk diede esecuzione all'operazione "Hydra",
sbarcando quattro agenti (due britannici e due jugoslavi) vicino a
Petrovac, mentre nei giorni successivi rimase in agguato in Adriatico
senza cogliere altri successi; fece ritorno ad Alessandria l'11
febbraio.
Nei
mesi successivi il Thorn
avrebbe compiuto altre quattro missioni di guerra, ottenendo un solo
successo, l'affondamento del cacciasommergibili ausiliario AS
91 Ottavia, un motoveliero
improvvidamente convertito in “nave civetta” senza essere
adeguatamente armato. Non avrebbe mai raggiunto il suo primo
“compleanno”: il 6 agosto 1942, durante un tentativo di attacco
conto un piccolo convoglio, sarebbe stato affondato con tutto
l'equipaggio dalle bombe di profondità della torpediniera italiana
Pegaso.
Sul comandante Norfolk e sui suoi uomini si richiuse il mare, come
già si era richiuso sullo sfortunato equipaggio del Medusa.
Fallito
il tentativo di salvare gli uomini intrappolati, morto in ospedale il
guardiamarina Fei, rimasero dunque due soli sopravvissuti
dell'affondamento del Medusa:
Giovan Battista Firpo e Gaetano Arezzo della Targia. Quest'ultimo,
ottenuto il comando del sommergibile Uarsciek,
sarebbe morto prima della fine di quello stesso anno nel suo
affondamento, avvenuto al largo di Malta il 15 dicembre 1942 ad opera
del cacciatorpediniere britannico Petard
e del greco Vasilissa
Olga.
Dei
60 uomini che erano stati a bordo del Medusa
in quel fatidico 30 gennaio 1942, solo Giovan Battista Firpo vide la
fine della guerra.
.jpg)
Il
tenente di vascello Gaetano Arezzo della Targia, uno dei due
sopravvissuti all'affondamento del Medusa
(sopra:
da www.antoniorandazzo.it;
sotto: da La Voce del Marinaio).
Nato a Siracusa il 31 luglio 1911, primogenito dei quattro figli di
una famiglia aristocratica (sua madre era la baronessa Paola
Lawestein e suo padre il barone Giambattista Arezzo della Targia),
dopo la maturità classica entrò nell'Accademia Navale di Livorno
nel 1927, uscendone nel 1932 con il grado
di guardiamarina. Promosso sottotenente di vascello e poi, nel 1936,
tenente di vascello, dopo un periodo come direttore di tiro sul
cacciatorpediniere Nicoloso
Da
Recco fu destinato sul Medusa
per addestrarsi come primo ufficiale presso Mariscuolasom. Ferito nel
suo affondamento (ricevette per la sua condotta in quel frangente una
Croce di Guerra al Valor Militare con motivazione «Imbarcato
su sommergibile fatto segno ad offesa nemica, si prodigava in plancia
con prontezza e ardimento nell'esecuzione della manovra intesa a
frustare l'attacco. Raccolto gravemente ferito, manifestava il suo
fermo volere di riprendere al più presto il posto di combattimento.
Capo Promontore, Istria, 30 gennaio 1942»),
dopo il periodo di convalescenza chiese un nuovo incarico operativo
nella flotta sottomarina, pur essendogli stato inizialmente proibito
l'imbarco su altri sommergibili; dopo ripetuta insistenza ottenne
l'autorizzazione a tornare sulle unità subacquee e nel giugno 1942
venne destinato come comandante in seconda sul sommergibile Uarsciek,
del quale dopo qualche settimana ebbe il comando. Il 15 dicembre 1942
trovò la morte nel combattimento che si concluse con l'affondamento
della sua unità.
.jpg)
Ebbero
invece salva la vita per un caso fortuito almeno tre altri membri
dell'equipaggio del Medusa.
Uno di essi era il sottocapo elettricista Brunetto Montagnani,
livornese: il comandante in seconda Guida, che viveva a Livorno, gli
aveva concesso una breve licenza incaricandolo di far visita ai suoi
anziani genitori per vedere se avessero bisogno di qualcosa; al
ritorno a Pola il capostazione, che conosceva in quanto suo
conterraneo (era di San Vincenzo), gli si recò incontro non appena
scese dal treno e gli disse che il Medusa
era stato affondato e che si stava cercando di salvare degli uomini
ancora vivi intrappolati al suo interno. Nonostante il maltempo,
Montagnani pagò un pescatore perché lo portasse sul luogo del
disastro, ma non gli fu consentito di avvicinarsi (a molti anni di
distanza, Montagnani avrebbe raccontato al giornalista e scrittore
Pietro Spirito: “Avevo
molti amici in quel battello, molti erano già morti e altri stavano
morendo. Si diceva che volevano tagliare il sommergibile per
recuperare la poppa con i naufraghi chiusi dentro, ma i Comandi non
erano d'accordo. Sa cosa disse l'ammiraglio: Disse: ‘L'Italia non
perde la guerra per un sommergibile, quindi il sommergibile non si
taglia'. Lo ricordo bene, ne parlavano tutti”).
Il
fuochista torinese Giuseppe Russo, trasferito sul battello dal
deposito CREM di La Spezia da poche settimane, non poté imbarcare in
occasione dell'uscita fatale grazie ad una provvidenziale febbre.
Mancò
all'imbarco per un caso fortuito anche uno degli ufficiali, il
sestrese Luigi Bregante: sarebbe vissuto fino a cento anni.
Il
capitano del Genio Navale Guglielmo Lodato, penultimo direttore di
macchina del Medusa,
era sbarcato un mese prima del disastro. Morì il suo sostituto, il
capitano Silvano Lupidi.
Per
tante famiglie non ci fu nessuna fortunata coincidenza. Sei mesi dopo
il disastro il sottotenente di vascello Almerico Riccio, che
all'epoca della tragedia era stato imbarcato sulla nave scuola
Cristoforo
Colombo
che si trovava a Poal, incontrò a Napoli un uomo dall'aria
trasandata, con la barba lunga, che vedendo la sua divisa gli venne
incontro con occhi stralunati e lo abbracciò esclamando: “Lei è
ufficiale di Marina, ha conosciuto mio figlio… Io sono il capitano
Quintavalle, il padre di Cesare”. Il ventenne aspirante del Genio
Navale Cesare Quintavalle era affondato con il Medusa
e Riccio lo sapeva, ma non ebbe il coraggio di dirglielo. Preferì
una bugia pietosa, gli disse che forse era disperso in mare.
Quintavalle dovette essere portato via, aveva un aspetto terribile.
Alcuni
mesi dopo l'affondamento il comandante in capo della Squadra
Sommergibili, ammiraglio Antonio Legnani, avrebbe inviato al capo di
Stato Maggiore della Marina un promemoria riservato in cui osservava
che «Poiché i fondali
intorno alla penisola d'Istria lo consentono, le rotte di traffico
costiero sono protette qua e là da sbarramenti di mine verso il
largo. Non è possibile proteggerle per tutto il loro percorso perché
il numero di armi occorrenti per la sola penisola d'Istria sarebbe
elevatissimo, mentre le nostre riserve sono limitate»,
pertanto era probabile che «il
sommergibile abbia potuto arrivare sulle rotte costiere passando tra
i radi e limitati gruppi di mine. è probabile che un ufficiale
jugoslavo fosse a bordo del sommergibile nemico per pilotarlo fra le
isole e consigliarlo nei riguardi delle difficoltà idrografiche
della regione (correnti, passaggi ristretti, riconoscimento di punti
a terra ecc.)».
Il
relitto del Medusa,
bara per 52 uomini, giacque indisturbato sui fondali dell'Adriatico
per più di un anno. Poi, nella tarda primavera del 1943, si decise
di procedere al suo recupero. Dopo essere stato definitivamente
separato in due tronconi tagliando quelle poche lamiere contorte che
ancora tenevano insieme prua e poppa, il Medusa
fu riportato in superficie e portato nell'Arsenale di Pola, dove si
procedette al macabro lavoro di estrazione e, per quanto possibile,
identificazione delle vittime (dai pochi documenti esistenti risulta
che i lavori di recupero furono conclusi il 15 giugno 1943, ma almeno
il troncone poppiero doveva essere giunto a terra già qualche giorno
prima, considerato che le prime sepolture ebbero luogo già il 12
giugno). Vi presiedette il capitano medico Cherubino Trabucchi,
assistito dal tenente cappellano Angelo Moiran (altra fonte parla del
capitano medio Flavio Panelli, assistito dal cappellano Mario
Fornaroli), al comando di una squadra di infermieri.
Di
52 uomini affondati con il sommergibile, solo 46 poterono essere
interamente recuperati, di cui solo sette risultarono identificabili;
di altri furono rinvenuti soltanto resti incompleti.
Le
prime 23 salme, di cui solo tre identificabili (il silurista Arturo
Capra ed i sottocapi cannonieri Noemio Baldassarri e Ciro Della
Ventura), più “resti di salme già recuperate”, vennero sepolte
nel cimitero civile di Monte Ghiro, a Pola, alle 11.30 del 12 giugno
1943 (Capra era uno dei quattordici uomini inizialmente sopravvissuti
nella camera di lancio poppiera e poi morti per la tempesta che aveva
paralizzato le operazioni di soccorso: fu l'unico di quel gruppo il
cui corpo poté essere identificato). Cinque giorni dopo vennero
sepolti altri 18 corpi, di cui solo tre poterono essere identificati
(i radiotelegrafisti Carlo Renna e Demetrio Morando ed il silurista
Isaia Colombaroli). Il 20 giugno furono sepolti altri cinque uomini,
dei quali soltanto il marinaio Vincenzo Graziano risultò
identificabile. Il 15 luglio 1943 vennero tumulati “resti di salme”
ed il 28 agosto, per ultimo, un teschio. Tutti furono sepolti nel
campo 2 del cimitero, fila 1. I loro effetti personali vennero invece
portati all'ospedale militare marittimo della città, Marispeda 2.
Per il difficile e penoso lavoro di estrazione di decine di corpi
rimasti sott'acqua per oltre un anno, in condizioni che è facile
immaginare, il comandante della base navale di Pola, ammiraglio di
divisione Gustavo Strazzeri (succeduto all'ammiraglio Baccon),
raccomandò in un documento datato 28 luglio 1943 (protocollo 36008,
oggetto «Ricupero salme dal sommergibile Medusa»)
di elargire «gratificazioni
al personale infermiere».
.jpg) |
La
prima pagina della relazione dell'ammiraglio Baccon sull'accaduto
(da “Un corpo sul fondo” di Pietro Spirito) |
Nemmeno
dopo la morte i caduti del Medusa
poterono riposare in pace. Alla fine della guerra Pola venne occupata
dalle truppe jugoslave di Tito, ed il trattato di pace del 1947
assegnò formalmente la città, insieme al resto dell'Istria, alla
Jugoslavia: abbandonata dalla quasi totalità della sua popolazione
italiana, Pola divenne Pula, città croata. I nuovi proprietari
mostrarono ben poco rispetto per i caduti italiani, che avevano
combattuto dall'altra parte della barricata ed erano considerati dai
titini fascisti ed occupanti. Quando negli anni Sessanta il cimitero
di Monte Ghiro venne sottoposto a grandi lavori di ampliamento e
riorganizzazione, le tombe degli uomini del Medusa
vennero rimosse ed i resti ivi sepolti furono probabilmente
trasferiti in uno degli ossari comuni del cimitero, senza che nessuno
si prendesse la briga di annotare l'ubicazione della nuova sepoltura
nei registri cimiteriali, o tanto meno di contrassegnare con una
lapide il luogo del loro ultimo riposo. Fu così che anche i resti di
quei pochi uomini del Medusa
che avevano almeno potuto trovare una sepoltura con nome e cognome
andarono definitivamente ed irrimediabilmente dispersi.
Diversa,
ma altrettanto sconfortante, la vicenda del cannoniere gallipolino
Emanuele Del Gusto, uno dei soli due morti del Medusa
i cui corpi – trovandosi in plancia al momento del siluramento ed
essendo stati gettati in mare dall'esplosione – vennero recuperati
subito dopo l'affondamento e sepolti in tomba singola con il proprio
nome. Del Gusto, nato in una famiglia numerosa (figlio di un
barbiere, aveva due fratelli e quattro sorelle, tre delle delle quali
morte in tenera età per l'epidemia di “spagnola”), era stato
arruolato in Marina nel 1940; durante le licenze tornava ogni tanto a
Gallipoli per qualche giorno, lamentandosi con i parenti del vitto
pessimo e dell'eccessiva rigidità dei rapporti con i superiori,
visti come troppo distanti. Dopo la notizia della tragedia Cosimo Del
Gusto, uno dei fratelli di Emanuele, si era recato a Pola ed aveva
riconosciuto il corpo del fratello, che era risultato essere morto
per ferite e contusioni multiple, prevalentemente alla testa, ed
assideramento; Emanuele fu sepolto nella tomba 89 del cimitero di
Monte Ghiro a Pola, ma negli anni Sessanta i suoi resti furono
trasferiti al Sacrario Militare dei Caduti d'Oltremare di Bari, dove
finirono inspiegabilmente tra i caduti ignoti.
Anche
la sorte finale del relitto del Medusa
rimase per molto tempo avvolta dal mistero, confusa e dimenticata tra
i tragici eventi che sconvolsero e insanguinarono l'Istria nel
terribile biennio 1943-1945, fino a portare alla definitiva
separazione dall'Italia di quella penisola contesa. Due ragazzi
polesani, Germano Germanis e Renato Mancini, ricordavano di aver
visto all'epoca il relitto del sommergibile sulla banchina
dell'Arsenale, coperto da grandi teli bianchi (ricordavano anche i
funerali: “Una mattina
notammo una lunga fila di camion pieni di bare salire lentamente
verso il cimitero, a Monte Ghiro. In città si diceva che c'era stato
un incidente ad un sommergibile, ma nessuno sapeva altro”).
Ma poi? Nel settembre 1943 Pola era stata occupata dalle truppe
tedesche, venendo accorpata insieme al resto dell'Istria, della
Venezia Giulia e del Friuli nella “zona d'operazioni del litorale
adriatico”; qui la Repubblica Sociale Italiana non aveva avuto modo
di estendere la propria pur limitata autorità, ma si erano
ugualmente costituiti reparti militari della RSI che combattevano a
fianco dei tedeschi, tra cui reparti navali della X Flottiglia MAS
con sommergibili tascabili che avevano fatto di Pola la loro base
orientale. Poi, nel maggio 1945, erano arrivati gli jugoslavi, che
avevano occupato la città dando inizio alle esecuzioni sommarie di
tedeschi, repubblichini e di qualsiasi italiano sospettato di aver
appoggiato il fascismo o di osteggiare i piani titini di annessione
dell'Istria alla Jugoslavia.
Nel
maggio 1945 Italo Soncini, all'epoca venticinquenne membro del Corpo
Volontari della Libertà e destinato a diventare un noto velista e
giornalista triestino, si recò da Trieste a Pola per aiutare il
capitano Giovanni Vascotto – lo stesso che aveva partecipato ai
soccorsi al Medusa
a bordo del pontone GA 141
– a fuggire in territorio sotto controllo italiano insieme alla
moglie ed alla figlia, futura moglie dello stesso Soncini. Prima di
lasciare per sempre Pola, Vascotto si recò in Arsenale insieme a
Soncini, per recuperare alcuni documenti ed effetti personali. I due
entrarono in un grande capannone deserto, e Vascotto mostrò a
Soncini quel che restava del Medusa:
il troncone prodiero dello scafo con la torretta, ridotto ad uno
scheletro rugginoso, accantonato su un'invasatura in un angolo.
Vascotto spiegò a Soncini che i tedeschi, appena arrivati, avevano
spogliato il relitto di tutto ciò che potesse essere riutilizzato,
dopo di che lo avevano abbandonato lì.
E
poi? L'interesse sulla sorte finale del relitto si è riacceso nella
primavera del 2002, quando il giornale croato "Jutarnji List"
ha dato la notizia che un subacqueo che lavorava per conto del
Ministero della Cultura della Croazia aveva scoperto casualmente il
troncone poppiero del Medusa
durante un'immersione al largo di Pola, a 36-38 metri di profondità
ed a poche miglia dalla baia di Veruda, in posizione 44.84963° N e
13.80465° E (o 44.85013° N e 13.80564° E, o 44°55' N e 13°46' E;
a soli 400-500 metri dalla riva, vicino al campeggio Stoja ed
all'omonimo ex forte austroungarico, tra Pola e Verudela (o
Verudella), nonché a circa sette miglia dal luogo di affondamento
del Medusa).
Il relitto, un troncone lungo circa 22-26 metri e del diametro di 5-6
metri troncato all'altezza del locale motori – che apparivano così
ben visibili anche dall'esterno –, giaceva su un fondale sabbioso
ed era in pessime condizioni, squarciato in più punti con segni
evidenti di esplosioni (lamiere piegate verso l'esterno), privo di
eliche e timoni e coperto in alcuni punti di spugne gialle ed
arancioni. L'interno era stato svuotato da chi ne aveva tentato il
recupero, vecchie reti da pesca erano impigliate nel relitto, e
l'immersione risultava difficoltosa a causa della forte corrente
sottomarina e della scarsa visibilità.
Dinanzi
all'incongruenza con i documenti del 1943, da cui risultava che
entrambi i tronconi del sommergibile erano stati recuperati e portati
a terra entro il 15 giugno 1943, è stata avanzata l'ipotesi che
durante il recupero od il trasporto verso Pola il troncone poppiero
del battello fosse nuovamente scivolato in mare per un errore di
manovra, venendo abbandonato sul fondale. Ad avvalorare questa
ipotesi sembravano esserci la posizione del relitto – al largo di
Punta Verudela, sulla rotta che portava all'Arsenale di Pola – ed
il fatto che fosse imbragato in grosse corde di canapa e cavi
d'acciaio, proprio come se fosse stato risollevato dal fondale e poi
perso durante il trasferimento verso terra. (Un sito tedesco dedicato
ai relitti afferma che il relitto sarebbe stato recuperato dalla
Marina jugoslava nel 1948 e rimorchiato a Pola, affondando però
nuovamente dopo essersi spezzato in tre parti poco prima di
raggiungere il porto: versione priva di fondamento, in quanto è
certo, da documenti e testimonianze, che il recupero avvenne già nel
1943). Contro di essa, il fatto che la quasi totalità delle vittime
all'interno del sommergibile, comprese quelle della camera di lancio
poppiera, fossero state recuperate, il che presupponeva che entrambi
i tronconi fossero giunti a terra (del tutto illogico che i corpi
fossero stati recuperati dal relitto mentre questo si trovava ancora
sul pontone subito dopo il recupero, come ipotizzato da alcuni:
l'operazione di recupero richiedeva molto tempo e poteva aver luogo
soltanto dopo aver completamente prosciugato i locali).
Il
fotografo subacqueo trevisano Giovanni Alban (capo istruttore del
centro sub Treviso), dopo aver lungamente cercato notizie tra i pochi
polesani viventi nel 1942 e che ancora erano rimasti nella città
istrana, ha rintracciato un anziano pescatore, quattordicenne
all'epoca dei fatti, secondo cui “prima
fu recuperato un pezzo grande del Medusa. Il pontone lo portò in
porto, lo scaricò sulla banchina e furono recuperati i corpi di
molti uomini. Poi venne recuperata la poppa del sommergibile, e anche
da lì furono recuperati i corpi dei marinai morti. Ma quando il
pontone, trainato dai rimorchiatori, era già vicino al porto, subito
fuori la diga foranea, per un'errata manovra la poppa del Medusa
scivolò in mare, e là, a Punta Verudella, è rimasta. I morti erano
stati recuperati, la guerra andava già male, tante navi venivano
affondate e danneggiate. I palombari avevano altro da fare e lo
sfortunato sommergibile fu dimenticato. A volte, in quella zona,
rimangono nelle reti pezzi di ferro irriconoscibili con scritte in
italiano e allora ci tornano in mente i poveri ragazzi del Medusa
sepolti vicino ai marinai austriaci morti con l'affondamento della
Szent Istvan”.
Anche
l'addetto alla ricarica delle bombole del centro immersioni usato da
Alban per immergersi sul relitto, tale Denis, avrebbe affermato che
“…nel 1943 un pontone
trainato da un rimorchiatore lavorò al recupero di un sommergibile
italiano. Lo sollevò dal fondale, ma, mentre lo trasportava a Pola,
il sommergibile, ormai vecchio e ricoperto di ruggine e vegetazione,
perse la poppa, che affondò presso Punta Verudela, a una profondità
di circa 40 metri. Dopo la guerra, le autorità jugoslave decisero di
non recuperare quanto rimaneva del relitto del sommergibile. Dopo
tutto, non valeva la pena spendere altri soldi per un po' di ferro”.
Alla
pubblicazione della notizia del ritrovamento del relitto ha fatto
seguito a stretto giro
– il 9 maggio 2002 – un'interrogazione parlamentare avanzata dai
deputati Gianni Mancuso e
Sandro Delmastro Delle Vedove al ministro della Difesa, in cui si
prendeva per certa l'identificazione del relitto come quello del
Medusa
e si chiedeva al governo di «valutare
la possibilità di recuperare le salme dei marinai caduti per
restituirle, con gli onori militari che meritano, alle famiglie»
(nella risposta, presentata il 4 dicembre 2002 dal sottosegretario
alla Difesa Filippo Berselli, si affermava che la Marina non
disponeva dei mezzi necessari e che un'operazione del genere avrebbe
distolto già esigue risorse operative e finanziarie dai compiti
primari della forza armata, «pur
condividendo pienamente le motivazioni di ordine etico, religioso e
storico rappresentate dall'onorevole interrogante»,
rammentando altresì la lunga tradizione che vuole che la miglior
tomba di un marinaio sia il mare; Delmastro Delle Vedove si è
dichiarato «ampiamente soddisfatto» dalla risposta, «anche
se dal punto di vista umano con il rammarico di non poter garantire
alle famiglie dei sommergibilisti del Medusa la possibilità
di avere le salme dei loro congiunti per gli onori che essi meritano
e per l'umana pietà riservata nella nostra società ai defunti… È
vero, da tempo immemore si ritiene che il mare sia, probabilmente, il
sepolcro più indicato per coloro che hanno combattuto sulle navi e,
soprattutto sui sommergibili. A volte è molto più rispettoso il
mare, onorevole sottosegretario, con i suoi silenzi, che non la
società dei vivi con i suoi clamori forse inopportuni rispetto a
questi eventi e rispetto a questi atti di eroismo. Lasciamo, dunque,
che riposino in pace»).
Poco dopo, la sezione di Pordenone dell'Associazione Nazionale
Marinai d'Italia ha collocato sul relitto una targa bronzea che
commemorava i caduti del Medusa.
Nel
maggio 2004 Giovanni Alban ed il ricercatore e subacqueo Pietro
Faggioli hanno pubblicato sulla rivista “SUB” un resoconto della
loro immersione sul relitto di Verudela, nel quale affermavano che i
due motori diesel – entrambi agevolmente visibili in quanto il
troncone iniziava proprio in corrispondenza del locale macchine, che
risultava così “aperto” – erano marcati, rispettivamente, FIAT
e CRDA, mentre un motore elettrico sembrava essere marcato Skoda,
nonché di aver trovato numerosi proiettili da 102 mm (dunque di
produzione italiana) sparsi nel fango e dentro lo scafo.
Danijel
Frka, fotografo subacqueo croato, afferma nel numero 61 della
"Sušačka Revija", pubblicato nel 2008, di aver osservato
fori circolari sullo scafo, come sui sommergibili italiani, e
proiettili da 102 mm, usati dai battelli della Regia Marina, e che
esperti del Ministero della Cultura croato avevano esaminato il
relitto e concluso che la disposizione dei portelli, la posizione dei
motori ed altri particolari corrispondevano a quelli dei sommergibili
classe Argonauta,
pur non potendo arrivare ad un'identificazione certa. (Secondo Frka,
a trovare il relitto era stato il subacqueo Igor Jelić di Pola, con
l'aiuto di un pescatore).
.jpg) |
La
lapide posta dall’ANMI di Pordenone sul relitto di Verudela (da “Un
corpo sul fondo” di Pietro Spirito) |
Ancora
oggi vari centri per immersioni croati pubblicizzano il relitto di
Verudela come quello del Medusa,
ma ricerche più approfondite hanno mostrato che in realtà i resti
devastati che giacciono al largo della costa istriana appartengono ad
un altro battello.
Il
ricercatore e subacqueo Danilo Pellegrini, già autore insieme a
Pierpaolo Zagnoni di un saggio sul Medusa
pubblicato Bollettino d'Archivio dell'Ufficio Storico della Marina
Militare del dicembre 1994 sul (ai fini della ricerca, essendo andata
in gran parte perduta la documentazione relativa ai lavori di
recupero, Pellegrini e Zagnoni si erano recati a Pola, Medolino e
Fenera, rintracciando anche un testimone oculare che si era però
mostrato alquanto reticente a parlare con degli stranieri mentre
infuriava la guerra che stava dilaniando l'ex Jugoslavia), è stato
tra i primi a contestare l'identificazione del relitto di Verudela
come il Medusa.
Pellegrini era a conoscenza dell'esistenza del relitto fin dagli anni
Ottanta, avendo conosciuto personalmente chi vi si era immerso,
guidato da pescatori locali, recuperando anche dei reperti; in un
nuovo articolo, scritto nel 2012, ha confutato l'identificazione del
relitto da parte di Faggioli ed Alban nel loro articolo del maggio
2004, evidenziando come non fosse possibile che i due motori del
relitto fossero l'uno FIAT e l'altro CRDA, in quanto una simile
disposizione – con due unità propulsive principali di due
tipologie diverse – non era presente né sul Medusa,
né su alcun altro sommergibile. Faggioli ed Alban erano stati tratti
in inganno da un refuso presente nel testo di riferimento "I
sommergibili italiani" di Alessandro Turrini ed Ottorino Ottone
Miozzi, in cui si affermava erroneamente che il Medusa
avesse un motore diesel FIAT ed uno CRDA, ma in realtà entrambi i
motori diesel del Medusa,
come anche quelli elettrici, erano di produzione CRDA, come mostrato
anche dalla monografia riservata sui sommergibili classe Argonauta
edita nel 1933 dai Cantieri Riuniti dell'Adriatico, una copia della
quale era stata fornita a Pellegrini dallo stesso Alessandro Turrini.
Fotografie dei motori del relitto di Verudela realizzate dal
subacqueo tedesco Norbert Roller e filmati realizzati dal Mario
Arena, celebre subacqueo e membro della Global Underwater Frontiers e
della Wreck Diving Society di Trieste (che in precedenza si era già
immerso anche nel punto in cui il Medusa
era originariamente affondato, trovandovi soltanto una lamiera),
mostrano i bilancieri di sei testate, mentre i motori CRDA del
Medusa,
modello S.T.T. (Stabilimento Tecnico Triestino) 4Q. 38, avevano solo
quattro cilindri.
Altri
elementi incompatibili con l'identificazione del relitto di Verudela
come il Medusa
provengono dall'esame dei particolari dello scafo. Il relitto
presenta pochi sfiati per le casse di zavorra, di forma circolare ma
in numero inferiore ed intervallati in modo diverso rispetto ai
sommergibili classe Argonauta,
dov'erano presenti lungo quasi tutto lo scafo, in fila doppia a prua
e singola a poppa, con un intervallo tra l'uno e l'altro di poco
inferiore al loro diametro; inoltre, a poppavia del locale motori sul
lato di dritta esiste ancora una sezione di controcarene con paratia
divisoria, che presenta una curvatura ellittica anziché
semicircolare come sui battelli classe Argonauta.
Infine, è visibile un bottazzo in profilato a "U" a
protezione dello scafo non resistente, sotto la linea di
galleggiamento ed in corrispondenza della curvatura massima, non
presente sul Medusa
ma caratteristico invece di molti U-Boote tedeschi della prima guerra
mondiale.
I
proiettili di cannone visibili all'interno ed in prossimità del
relitto, ritenuti da Faggioli ed Alban essere da 102 mm e dunque di
fabbricazione italiana, sono in realtà da 105 mm di produzione
tedesca di inizio ‘900, come dimostrato dalle scritte ancora
visibili sui fondelli dei bossoli, osservate da Mario Arena e da
altri subacquei immersisi sul relitto: Patronen
Fabrik-Polten-Magdeburg-1915. Lo stesso Danilo Pellegrini, insieme ad
Arena e con il supporto del Diving Center Krnica di Pola, si è
immerso sul relitto il 15 giugno 2011 e ha potuto esaminare i
proiettili, recuperandone anche uno recante sul bossolo la
punzonatura Patronen Fabrik-Karlsruhe – IX 1909. Già negli anni
Ottanta era stato recuperato dal relitto, tra gli altri oggetti, un
manometro con scritte in tedesco, mentre in epoca più recente un
istruttore subacqueo del diving center di Puntisella vi ha rinvenuto
una tazzina recante lo stemma della Marina imperiale tedesca.
Già
qualche anno prima Mario Arena, il giornalista e scrittore Pietro
Spirito ed i proprietari del Diving Center Indie di Pola si erano
immersi sul relitto di Punta Verudela, giungendo alla conclusione che
non poteva essere il Medusa.
Un esame ravvicinato del relitto ha evidenziato una serie di
difformità rispetto alle caratteristiche dei sommergibili classe
Argonauta,
dettagli invece compatibili con le caratteristiche degli U-Boote
tedeschi della prima guerra mondiale: le prese d'aria, poche e di
forma rettangolare come sugli U-Boote invece che numerose e circolari
come sui battelli della classe Argonauta;
un boccaporto poppiero con quattro maniglioni, non presenti sul
Medusa;
il diametro e l'altezza dello scafo, misurati con una cordicella
metrica. Nei pressi del relitto erano anche state rinvenuti
proiettili di fabbricazione tedesca, datati 1917.
Durante
la Grande Guerra aveva base a Pola una flottiglia di sommergibili
tedeschi, giunti in Adriatico in parte – i più piccoli – via
ferrovia dalla Germania, in parte attraversando lo stretto di
Gibilterra ed il Mediterraneo e superando lo sbarramento interalleato
del Canale d'Otranto. Alla fine del conflitto, tra il 28 ed il 30
ottobre 1918, sette U-Boote superstiti (U
47, U
65, U
73, UB
48,
UC
25,
UC
34,
UC
53)
si erano autoaffondati al largo di Pola per non cadere in mano ai
vincitori (altri tre sommergibili della flottiglia,
U 54,
UB
129
e U
72, si
erano autoaffondati a Trieste, Fiume e Cattaro, mentre quelli in
condizioni di efficienza erano rientrati in Germania compiendo a
ritroso il viaggio attraverso il Mediterraneo e lo stretto di
Gibilterra). Una parte era poi stata recuperata e demolita nel
dopoguerra da una società fondata dal palombaro sardo Pietro Madau,
ma evidentemente un troncone di uno di essi era nuovamente finito in
mare durante i lavori di recupero: era questo il relitto erroneamente
identificato come il Medusa.
Qualche
fonte ha erroneamente identificato il relitto di Verudella come il
sommergibile tedesco U
81,
affondato durante la seconda guerra mondiale (il 9 gennaio 1944, da
un attacco aereo statunitense), ma quel battello, affondato nel porto
di Pola, venne recuperato e demolito già nell'aprile 1944. Pietro
Spirito ha originariamente avanzato l'ipotesi che il troncone di Pola
potesse appartenere all'UC
25,
del quale esisteva una fotografia scattata durante il sollevamento in
banchina nella quale il sommergibile appariva privo della poppa, ma
sulla base delle caratteristiche del relitto (sommergibile a scafo
singolo, armato con cannone da 105 mm, munito di tubi lanciamine del
diametro di un metro) Danilo Pellegrini ha invece identificato i
resti di Verudella come quelli dell'U
73,
unico dei sette sommergibili autoaffondati nel 1918 a non avere
doppio scafo e cannone da 88 mm, unico ad essere munito di tubi
lanciamine del diametro di un metro (usava infatti mine UE 150,
cilindriche e del diametro di 100 cm) ed unico nel quale il locale
motori diesel si trovasse a 25 metri dall'estremità poppiera, come
sul relitto. Altri particolari del relitto che corrispondevano a
quelli della classe UE I, cui apparteneva l'U
73, erano la presenza di un
singolo tubo lanciasiluri esterno laterale poppiero del diametro di
500 mm e la posizione, forma e dimensione dei bottazzi e dei loro
puntali di rinforzo a "L", posizionati all'interno delle
selle, tra scafo resistente e controcarene, corrispondenti a quelle
risultanti dai piani costruttivi dell'U
73, nonché le lamiere di
rinforzo di forma asolata in corrispondenza dei passaggi a scafo,
tipiche dei cantieri Kaiserliche Werft Danzig che avevano costruito
questo battello.
Una
delle tante coincidenze della Storia volle che entrambi i
sommergibili della Marina italiana che portarono il nome di Medusa
incontrassero una sorte simile a poca distanza l'uno dall'altro:
anche il primo Medusa,
infatti, era andato perduto – nel 1915, durante la prima guerra
mondiale – in Alto Adriatico per siluramento da parte di un
sommergibile nemico (in quel caso, l'UB
13 tedesco, camuffato da
austroungarico U
11 perché
Italia e Germania ufficialmente non si dichiararono guerra fino
all'agosto 1916) a poche miglia da una base amica (in quel caso,
Venezia) e con la perdita di quasi tutto l'equipaggio. Anche quel
Medusa
venne recuperato e demolito dopo aver dato sepoltura ai resti degli
uomini rimasti intrappolati al suo interno: anche se rimase in fondo
all'Adriatico molto più a lungo del suo successore, venendo
recuperato solo nel 1956.
Altra
sinistra coincidenza è che proprio nelle acque di Pola si fosse
consumata, quattordici anni prima, una tragedia analoga a quella del
Medusa:
l'affondamento dell'F 14,
insieme a quello del Sebastiano
Veniero
(1925) il più grave incidente a coinvolgere un sommergibile italiano
in tempo di pace. Il 6 agosto 1928 l'F
14, sommergibile adibito
all'addestramento proprio come il Medusa,
venne speronato nel corso di un'esercitazione dal cacciatorpediniere
Giuseppe Missori, affondando a 40 metri di profondità: la maggior
parte dei 27 uomini dell'equipaggio sopravvisse, inizialmente, in
locali rimasti stagni ed asciutti, ma il maltempo ostacolò i
tentativi di localizzare il sommergibile affondato ed anche se fu
possibile riportarlo a galla in meno di 36 ore, l'intero equipaggio
era già morto per asfissia. Ai tentativi di salvataggio dell'F
14 partecipò anche il
pontone GA 141,
lo stesso che quattordici anni dopo sarebbe stato protagonista degli
altrettanto fallimentari soccorsi agli uomini del Medusa.
Questa
ed altre tragedie sottomarine degli anni Venti e Trenta avevano
ispirato il film “Uomini sul fondo” di Francesco De Robertis, del
1941, incentrato sul salvataggio – in questo caso, coronato da
successo dopo molte difficoltà – dell'equipaggio di un
sommergibile affondato. Per ennesima, sinistra coincidenza, avevano
recitato in quel film alcuni uomini del Medusa
e dell'Otaria:
tra i primi Brunetto Montagnani, scampato perché in licenza il
giorno della sciagura, e Pier Luigi Manetti, che invece trovò la
morte nell'affondamento; tra i secondi l'ufficiale di rotta Bruno
Gabbrielli ed il direttore di macchina Leopoldo Rosi, che
parteciparono ai disperati quanto vani tentativi di salvataggio.
Nel
primo decennio del XXI secolo la tragedia del Medusa
ha ricevuto rinnovata attenzione, in parte proprio grazie alla
disputa sorta sul relitto di Punta Verudela, attraverso la
pubblicazione di un libro di Pietro Spirito, “Un corpo sul fondo”
(2007), e la produzione di un film-documentario di Fredo Valla,
“Medusa.
Storie di uomini sul fondo” (2009), con la partecipazione dello
stesso Spirito nonché di Enrico Sabena per le musiche, Massimo
Toniutti al suono, Mattia Petullà al montaggio, Paolo De Paolis,
Leda Zocchi e Samuela Renoglio alla produzione. Realizzato con il
sostegno di Piemonte Doc Film Fund, Film Commission Torino Piemonte e
Film Commission Marche, il documentario è stato girato tra Trieste,
Pola, Napoli, Torino, Livorno, l'Isola d'Elba ed il Regno Unito.
Il Medusa
su Regiamarina.net
Il Medusa
su Uboat.net
Il Medusa
sul sito del Museo della Cantieristica di Monfalcone
I sommergibili classe Argonauta
su Betasom
Regio Sommergibile Medusa
Il Medusa
su Trentoincina
Identificazione di un sommergibile: il sommergibile Medusa
e il relitto di Pola
I sommergibili Medusa,
due vicende parallele
Il sommergibile Medusa
ed il relitto di Pola
Medusa,
la maledizione di un nome
L'HMS Thorn
su Uboat.net
Emanuele Del Gusto, morto sul Medusa
Seconda guerra mondiale, l'affondamento del Medusa:
il tributo del termitano Vincenzo Zavatteri e degli altri marinai
Il barone sommergibilista Gaetano Arezzo della Targia
Anche un marinaio friulano morì nell'affondamento del Medusa
Medusa,
storie di uomini sul fondo
La guerra di Fredo
Medusa,
un dramma subacqueo nel docu-film di Fredo Valla
Pietro Spirito, un corpo sul fondo
Medusa.
Storie di uomini sul fondo
Tragedija podmornice "Medusa":
osam desetljeća na dnu istarskog akvatorija
H2O Globe – The submarine Medusa
Olupina Medusa
Tragom nepoznate podmornice
Medusa
– Italienisches U-Boot
“Medusa,
relitto immersioni”
Resoconto stenografico della Camera dei Deputati – Seduta n. 234del 4/12/2002