domenica 1 marzo 2026

Giacinto Carini

La Giacinto Carini attraversa il canale navigabile di Taranto (g.c. Marcello Risolo, via www.naviearmatori.net)

Torpediniera, già cacciatorpediniere, della classe La Masa (dislocamento standard 660 tonnellate, in carico normale 840 tonnellate, a pieno carico 875 tonnellate).

Nella prima guerra mondiale fu attivo in Adriatico, mentre durante il periodo interbellico svolse intensa attività in Mediterraneo e Mar Rosso. Nel secondo conflitto mondiale svolse principalmente attività di scorta; complessivamente effettuò ben 348 missioni (160 di scorta, 17 di caccia antisommergibili, due di trasporto, 48 di trasferimento, 55 per esercitazione, 66 di altro tipo), percorrendo 56.344 miglia nautiche e trascorrendo 5117 ore in mare e 207 giorni ai lavori.

Durante la cobelligeranza svolse attività di scorta al servizio degli Alleati, lungo le coste dell'Italia meridionale.

Il suo motto era "Fide fidentia" ("con la fede l'ardimento").


Breve e parziale cronologia.


1° settembre 1916

Impostazione presso i cantieri Odero di Sestri Ponente.

7 novembre 1917

Varo presso i cantieri Odero di Sestri Ponente.

30 novembre 1917

Entrata in servizio. Assegnato alla IV Squadriglia Cacciatorpediniere, avente base a Brindisi.

10 marzo 1918

Il Carini prende il mare per una missione di appoggio ad un attacco di MAS, consistente in un'incursione dei MAS 99 e 100, rimorchiati da Brindisi fino in prossimità dell'obiettivo dai cacciatorpediniere Ippolito Nievo ed Antonio Mosto, contro il naviglio da guerra austroungarico ormeggiato a Portorose.

L'operazione è stata ordinata il 2 marzo dallo Stato Maggiore della Marina al Comando di Brindisi; il gruppo di appoggio, oltre al Carini, comprende un altro cacciatorpediniere italiano, il Pilade Bronzetti, gli esploratori leggeri Carlo Mirabello, Augusto Riboty (nave di bandiera del contrammiraglio Guido Biscaretti di Ruffia, comandante superiore in mare), Alessandro Poerio e Cesare Rossarol, ed una squadriglia di cacciatorpediniere francesi, la squadriglia «Casque-Mangini»; queste unità hanno il compito di posizionarsi a metà strada tra Brindisi e Punta d'Ostro, per fornire supporto alle operazioni. Le avverse condizioni del tempo costringono però i MAS a rimandare l'attacco e rientrare a Brindisi, dove rimarranno bloccati fino al 13 marzo.

16 marzo 1918

L'azione contro Portorose viene ritentata, ma nuovamente annullata per maltempo.

25-26 marzo 1918

Il Carini ed i cacciatorpediniere Antonio Mosto, Pilade Bronzetti ed Ippolito Nievo, insieme alle torpediniere d'alto mare Airone e Pallade ed alle torpediniere costiere 3 PN, 4 PN, 33 PN e 35 PN, forniscono appoggio a degli aerei inviati in ricognizione su Cattaro. Successivamente, i quattro cacciatorpediniere più 33 PN e 35 PN si mettono infruttuosamente alla ricerca di U-Boote austroungarici di ritorno in Adriatico.

8 aprile 1918

Nuovo tentativo di attacco con i MAS contro Portorose, abbandonato quando la ricognizione aerea mostra l'assenza di bersagli in quel porto.

Dato il progressivo accorciamento della notte, si decide di abbandonare, per il momento, ulteriori tentativi di operazioni di MAS contro Portorose.

9 aprile 1918

Il Carini salpa da Brindisi in serata insieme ad altri cinque (per altra fonte quattro) cacciatorpediniere italiani ed ai cacciatorpediniere francesi Faulx e Mangini per scortare a Taranto le corazzate Vittorio Emanuele, Regina Elena e Roma, che insieme alla gemella Napoli formano la II Divisione Navale. Il trasferimento delle corazzate è stato deciso dal capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Paolo Thaon di Revel, in seguito a notizie su una possibile azione navale austroungarica in grande stile in Adriatico (rafforzate dalla nomina in marzo del nuovo comandante della flotta asburgica, ammiraglio Miklós Horthy, e da un rapporto di inizio aprile dei servizi d'informazione italiani e britannici circa una concentrazione di sommergibili nemici in Adriatico): da parte italiana si teme che in concomitanza con la ripresa dell'offensiva terrestre sul fronte del Piave, Brindisi e Venezia possano essere attaccate dalla flotta da battaglia austroungarica, appoggiata da sommergibili e posamine; Thaon di Revel ha ricevuto informazioni secondo cui le moderne corazzate della classe Viribus Unitis sarebbero state trasferite a Cattaro e teme quindi che le più vecchie Regina Elena, del tipo pre-dreadnought, si troverebbero impossibilitate a difendersi efficacemente in caso di attacco austroungarico contro Brindisi da parte delle ben più grandi e meglio armate dreadnought asburgiche. Al duplice scopo di portare le corazzate al sicuro, e salvaguardare la città di Brindisi eliminando il principale obiettivo che potrebbe motivare un bombardamento navale austroungarico, ha dunque deciso di spostare tre delle quattro unità della II Divisione nella meglio protetta base di Taranto, lasciando a Brindisi la sola Napoli adibita in sostanza al ruolo di batteria galleggiante.

La decisione di trasferire le corazzate a Taranto è fortemente criticata dagli alleati francesi e britannici (l'ammiraglio Henri Frochot, comandante della flotta francese in Adriatico; l'ammiraglio Somerset Gough-Calthorpe, comandante della Mediterranean Fleet britannica; il commodoro William Archibald Howard Kelly, comandante della British Adriatic Force), in quanto priva le forze leggere di base a Brindisi dell'appoggio di navi maggiori in caso di incursioni austroungariche contro lo sbarramento del Canale d'Otranto o di altre occasioni di scontro con forze navali avversarie di entità superiore (anche se di fatto l'appoggio fornito dalle corazzate della II Divisione è più teorico che reale, in quanto gli equipaggi sono ridotti perché parte del personale è stato sbarcato per essere destinato ai nuovi cacciatorpediniere e navi scorta, e la carenza di carbone costringe a tenere le caldaie spente, il che significa che potrebbero prendere il mare soltanto con almeno cinque ore di preavviso: anche questa è una delle ragioni per cui Thaon di Revel preferisce spostarle a Taranto, ritenendo che a Brindisi con le caldaie spente sarebbero di fatto immobilizzate ed inermi in caso di attacco nemico).

Al momento della partenza delle navi da Brindisi il cielo è nuvoloso, con vento fresco. La formazione procede in linea di fila, a 17 nodi.

10 aprile 1918

Durante la navigazione di trasferimento nel Canale d'Otranto uno dei cacciatorpediniere francesi, il Mangini, subisce un'avaria al timone che verso mezzanotte lo porta traversarsi al vento, evitare di stretta misura la collisione con una delle corazzate e quindi speronare l'altro cacciatorpediniere francese, il Faulx, in corrispondenza della sala caldaie poppiera. (Le due navi perdono il contatto con il resto della formazione e rimangono sul posto fino alle otto del mattino, quando il Mangini rimette in moto con il Faulx a rimorchio: dopo pochi minuti di traino, tuttavia, il Faulx si spezza in due ed affonda con la morte di 14 uomini).

Circa un'ora più tardi, dopo che la formazione ha doppiato Capo Santa Maria di Leuca, è il Carini a speronare a centro nave, per un errore di manovra, il gemello Benedetto Cairoli, facente parte anch'esso della IV Squadriglia Cacciatorpediniere e che lo seguiva nella scia: anche il Cairoli affonda (per una versione immediatamente, per un'altra dopo alcune ore), al largo di Santa Maria di Leuca, mentre il Carini subisce la distruzione della prua, con danni di tale gravità – si renderà necessaria la sostituzione dell'intera prua – che le riparazioni si protrarranno fino a dopo la fine delle ostilità. Tra l'equipaggio del Cairoli si lamentano 28 vittime, tra cui il comandante in seconda ed il direttore di macchina, mentre è tra i sopravvissuti il comandante, capitano di corvetta Ildebrando Goiran, tratto in salvo dopo diverse ore passate in acqua. La corazzata Roma recupera alcune vittime, altri naufraghi vengono recuperati dal cacciatorpediniere australiano Torrens (che perde un marinaio, il diciassettenne Leslie Raymond Arthur Moore, spazzato fuori bordo dal mare in burrasca e mai più ritrovato).

Ex voto raffigurante la collisione tra Carini e Cairoli, conservato nella basilica di Nostra Signora di Bonaria (da www.bonaria.eu)



Alcune immagini del Carini danneggiato a Taranto dopo la collisione con il Cairoli, il 12 aprile 1918 (nell’ordine: g.c. STORIA militare, g.c. Marcello Risolo via www.naviearmatori.net, www.forums.airbase.ru e www.u-boat-lab.livejournal.com)



17 aprile 1918

In mattinata il Carini, in bacino di carenaggio a Taranto per i primi lavori di riparazione dei danni subiti, riceve la visita del capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Paolo Thaon di Revel. L'indomani Thaon di Revel farà visita ai feriti di Carini e Cairoli ricoverati all'ospedale della Croce Rossa di Gallipoli.

19 agosto 1918

Il Carini, ancora in arsenale a Taranto, viene nuovamente visitato dall'ammiraglio Thaon di Revel, accompagnato dal direttore dell'arsenale, capitano di vascello Arturo Cerbino.

La prua del Carini in ricostruzione nell’Arsenale di Taranto, in un’immagine del 30 agosto 1918 (sopra: Rosa Patrizi Landi-Facebook; sotto: da “Protagonisti in foto” dell’Arsenale Militare Marittimo di Taranto, aprile 2001)

1° novembre 1918

Il Carini risulta inquadrato nella IV Squadriglia Cacciatorpediniere della Flottiglia Siluranti di Brindisi, con Angelo Bassini, Pilade Bronzetti, Antonio Mosto, Ippolito Nievo, Simone Schiaffino, Ardente ed Animoso. Si trova però ancora in riparazione, a Genova.

20 febbraio 1919

Alle quattro del mattino il Carini salpa da Brindisi per trasportare ad Antivari l'ammiraglio Thaon di Revel, accompagnato dal contrammiraglio Arturo Cerbino e dal seguito, ad Antivari. Qui il Carini giunge alle 9.15: all'arrivo Thaon di Revel è ricevuto dalle autorità militari del Regio Esercito e dal comandante del Mosto, ivi dislocato. Accompagnato dal comandante del presidio, tenente colonnello Chiesa, Than di Revel passa in rivista le truppe schierate e ne visita gli accantonamenti, dopo di che si reca ad Antivari vecchia. Rientra sul Carini per fare colazione, dopo di che la nave riparte alle 13.30 per riportarlo a Brindisi, dove giunge sei ore dopo.

L'indomani Thaon di Revel inviterà lo stato maggiore del Carini a pranzo sull'ariete torpediniere Elba.

Aprile 1920

Il Carini trasporta a Genova un reparto di guardie regie, inviate a reprimere gli scioperi che stanno dilagando in tutto il Piemonte (si è in pieno "Biennio Rosso"); il tentativo governativo di inviare truppe a Torino per via ferroviaria è stato bloccato dallo sciopero dei ferrovieri, e quello di inviarle a Genova mediante navi mercantili è parimenti frustrato dal rifiuto dei marittimi. Si ripiega per questo sull'utilizzo di navi militari, il Carini e la corazzata Duilio, che al loro arrivo trovano il porto e la città di Genova in sciopero generale.

24 giugno 1923

Il Carini trasporta a Porto Empedocle il principe Filiberto di Saovia-Genova, duca di Pistoia, inviato da Vittorio Emanuele III quale suo rappresentante alla cerimonia d'inaugurazione del monumento dei caduti di Agrigento nella prima guerra mondiale, che si tiene nel quinto anniversario della battaglia del Piave. Il Carini sbarca il duca a Porto Empedocle alle otto del mattino; qui trova ad attenderlo il ministro della pubblica istruzione, Giovanni Gentile, venuto a prelevarlo in automobile insieme alle autorità locali.

30-31 agosto 1923

Nella tarda serata del 30 agosto il Carini lascia Taranto insieme ai similari Generale Antonino Cascino, Generale Carlo Montanari, Giuseppe La Farina e Giacomo Medici, all'esploratore Premuda, agli incrociatori corazzati San Giorgio e San Marco, alle corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour, alle torpediniere 50 OS e 53 AS, ai MAS 401, 404, 406 e 408 ed ai sommergibili Agostino Barbarigo ed Andrea Provana, per prendere parte all'occupazione di Corfù: è infatti in pieno svolgimento la crisi di Corfù, causata dall'assassinio – avvenuto ad opera di ignoti il 27 agosto, sulla strada tra Giannina e Santi Quaranta – del generale Enrico Tellini e di altri membri di una delegazione italiana (maggiore Luigi Corti, tenente Mario Bonacini, autista Remigio Farnetti, interprete albanese Thanas Gheziri) che avrebbe dovuto definire i confini tra Grecia ed Albania per conto della Società delle Nazioni, così risolvendo la disputa confinaria in atto tra i due Paesi balcanici. I giornali italiani ed il governo albanese hanno attribuito le responsabilità dell'eccidio alla Grecia, considerate le pessime relazioni esistenti tra la delegazione italiana e le autorità greche, che tramite un delegato avevano apertamente accusato il generale Tellini di parzialità in favore dell'Albania; il governo greco e l'ambasciatore romeno a Giannina hanno invece imputato la strage a banditi albanesi, ma nessun oggetto è stato rubato dalle vittime o dall'automobile su cui viaggiavano (secondo lo storico greco Aristotle Kallis, vi sarebbero indizi sufficienti da far ritenere che la strage sia stata compiuta da provocatori albanesi che avrebbero attraversato il confine allo scopo di far incolpare la Grecia). L'opinione pubblica italiana è schierata contro la Grecia, tanto che scoppiano manifestazioni antigreche; i giornali ellenici condannano l'eccidio di Giannina e si esprimono amichevolmente nei confronti dell'Italia, auspicando che il governo greco soddisfi quello italiano senza travalicare i confini dettati dall'orgoglio nazionale greco.

A capo del governo italiano è Benito Mussolini, in carica da pochi mesi e desideroso di "mostrare i muscoli" in campo internazionale: l'occasione è per lui perfetta sia per dare una dimostrazione di forza che aumenti il suo prestigio presso i nazionalisti italiani (presentandosi come il vendicatore della "vittoria mutilata") e che rafforzi la posizione dell'Italia come potenza militare in campo internazionale, in grado di ottenere ciò che vuole con la forza, sia, se possibile, per impadronirsi stabilmente di Corfù, il cui possesso faciliterebbe il controllo da parte italiana del Basso Adriatico e del Mar Ionio (e che Mussolini vede come "più italiana che greca" per via della plurisecolare dominazione veneziana). Mussolini, pertanto, accusa la Grecia di responsabilità dell'eccidio ed il 29 agosto impone un durissimo ultimatum al governo greco: questi ha ventiquattr'ore per porgere scuse solenni all'Italia (tramite la sua legazione di Atene) ed avviare un'inchiesta, con la collaborazione dell'addetto militare italiano in Grecia (colonnello Perone), che porti entro cinque giorni all'arresto e condanna a morte dei responsabili della strage; inoltre tutti i componenti del governo ellenico dovranno presenziare ai funerali delle vittime, che si dovranno tenere in forma solenne nella cattedrale cattolica di Atene, dovranno essere tributati gli onori militari agli uccisi, la flotta greca dovrà tributare gli onori alla bandiera di una squadra navale italiana che sarà appositamente inviata al Pireo, e la Grecia dovrà pagare all'Italia cinquanta milioni di lire a titolo di risarcimento entro cinque giorni. In caso contrario, l'Italia invaderà ed occuperà per ritorsione Corfù.

Il corpo di spedizione destinato a conquistare l'isola è composto da mille uomini del 48° Reggimento Fanteria "Ferrara", da una batteria di 8 cannoni da 75 mm del gruppo someggiato del 14o Reggimento Artiglieria, da reparti del reggimento di fanteria di Marina "San Marco" e dalle compagnie da sbarco delle navi, il tutto al comando dell'ammiraglio Emilio Solari, comandante in capo dell'Armata Navale. Le truppe, comandate dal colonnello Bruto Leonardi dell'Esercito, saranno sbarcate sulla costa settentrionale e su quella meridionale dell'isola. Il mattino del 30 agosto l'ammiraglio Solari emette l'ordine d'operazione n. 408 RR. P. ("Istruzioni per l'occupazione di Corfù"), che annuncia che "L'operazione ha per causa il rifiuto da parte del Governo Greco di accordare all'Italia le soddisfazioni richieste per l'uccisione della missione militare italiana per la delimitazione del confine albanese. Come rappresaglia è decisa l'occupazione di Corfù da eseguire nelle prime ore del mattino del 31 agosto con sbarco di truppe in due punti a nord e a sud dell'isola di Corfù. Le navi maggiori trasporteranno truppe del R. Esercito e l'operazione che dovrà essere sVolta nel modo più celere avverrà con il concorso delle forze da sbarco delle navi stesse. L'operazione sarà pronta con navi e dai cacciatorpediniere". Seguono disposizioni dettagliate sullo svolgimento dello sbarco, che dovrà essere completato prima di notte. A Napoli è inoltre pronto un corpo di spedizione più nutrito, da impiegare in caso di necessità, costituito da 5000 uomini di una brigata di fanteria e servizi della Divisione Militare Speciale al comando del generale Gustavo Berardi. Ad ogni modo, dalle informazioni raccolte da ufficiali italiani inviati a Corfù per raccogliere informazioni sulle difese dell'isola risulta che la forza da sbarco iniziale dovrebbe essere più che sufficiente ad averne ragione: le vecchie fortificazioni veneziane sono pressoché sguarnite, ed il presidio consiste unicamente in un battaglione di fanteria ad organico ridotto, più 150 allievi di una scuola della gendarmeria, inquadrati da ufficiali britannici.

Lo stesso 30 agosto il governo greco risponde all'ultimatum, accettando soltanto in parte le richieste italiane, che vengono fortemente ridimensionate: il comandante militare del Pireo esprimerà il cordoglio del governo greco per l'accaduto al locale ministro italiano, sarà tenuto un servizio religioso di commemorazione delle vittime alla presenza di membri del governo greco, un distaccamento della Guardia di Palazzo greca renderà gli onori alla bandiera italiana presso la sede della legazione d'Italia, e reparti militare greci renderanno onori ai feretri delle vittime quando questi saranno trasbordati su una nave da guerra italiana per essere riportati in patria. Viene inoltre offerta disponibilità a pagare un giusto indennizzo ai familiari delle vittime, mentre viene opposto un rifiuto alla conduzione di un'inchiesta in presenza dell'addetto militare italiano, dal quale però verrebbe accettata qualsiasi informazione che potesse agevolare l'individuazione degli assassini. Le altre richieste vengono respinte in quanto lederebbero l'onore e la sovranità della Grecia.

Mussolini ed il governo italiano dichiarano insoddisfacente ed inaccettabile la controproposta greca, con l'appoggio della stampa, che insiste affinché la Grecia ceda pienamente alle richieste italiane. Non avendo il governo greco ottemperato alle condizioni, l'operazione contro Corfù prende il via (la risposta del governo ellenico arriva a Mussolini alle 22.35 del 30 agosto, per mezzo dell'ambasciatore italiano ad Atene Giulio Montagna e dell'addetto militare colonnello Fernando Perrone di San Martino, e 50 minuti dopo l'ammiraglio Solari – già uscito con la flotta da Taranto da alcune ore ed in attesa di disposizioni davanti a Gallipoli – riceve l'ordine "esegua missione").

Dopo aver preso contatto con il Commissario dell'Aeronautica per coordinare la partecipazione all'operazione del dirigibile F 6 e del Gruppo idrovolanti della 1a Squadra Aerea, la flotta italiana doppia Capo Santa Maria di Leuca e si presenta davanti a Corfù alle 15.30 del 31 agosto, con un certo ritardo sull'orario previsto perché l'ammiraglio Solari, non volendo passare per l'entrata settentrionale del Tignoso (troppo stretta e facilmente minabile), ha preferito allungare il percorso per entrare dal più largo e profondo imbocco meridionale.

Precede il grosso della flotta l'esploratore Premuda con a bordo il capitano di vascello Antonio Foschini, capo di Stato Maggiore dell'ammiraglio Solari, recante un ultimatum del suo superiore al governatore greco di Corfù: in esso si impongono l'ammaino della bandiera greca da sostituire con quella italiana, la cessazione di tutte le comunicazioni, la resa e disarmo di truppe e gendarmeria ed il controllo di tutte le attività da parte dell'Italia. Il Premuda arriva a Corfù alle 13.45 ed il comandante Foschini, accompagnato dal console italiano, viene ricevuto dal prefetto Petros Evripaios, cui comunica l'imminente occupazione. Evripaios dichiara di non potersi opporre allo sbarco, ma verso le 15 sopraggiunge anche il comandante del presidio, maggiore Kricogolas, che dopo una breve discussione in privato con il prefetto annuncia al comandante Foschini la sua intenzione di opporsi allo sbarco.

Alle 16 del 31 agosto le unità italiane iniziano il tiro, protraendolo sino alle 16.15, sulle due fortezze di Corfù (Vecchia e Nuova) che tuttavia non sono in mano a truppe greche, bensì occupate da profughi provenienti dall'Anatolia, sedici dei quali rimangono uccisi, ed altri 32 feriti. Anche la locale scuola di polizia viene cannoneggiata.

Dopo un quarto d'ora di bombardamento, le autorità greche dell'isola si arrendono, e viene dato inizio allo sbarco del corpo di spedizione italiano (composto da alcune migliaia di uomini); il prefetto Evripaios ed altri ufficiali e funzionari ellenici vengono arrestati ed imprigionati a bordo delle navi italiane. Nel giro di pochi giorni le truppe italiane occupano Corfù e la maggior parte delle navi fa ritorno a Taranto, lasciando a Corfù un incrociatore corazzato, i cinque cacciatorpediniere e qualche sommergibile e MAS sotto il comando del contrammiraglio Aurelio Belleni, mentre il 2 settembre 1923 l'ammiraglio Diego Simonetti diviene governatore di Corfù.

Il bombardamento dell'isola, e specialmente le vittime civili da esso causate, provocheranno rimostranze in campo internazionale da parte del presidente del Save the Children Fund (in quanto tra le vittime vi sono anche diversi bambini), del Near East Relief e della Società delle Nazioni, che definiranno il bombardamento di Corfù come un atto disumano, inutile ed ingiustificabile, "un assassinio ufficiale da parte di una nazione civilizzata".

In Grecia, il governo decreta la legge marziale e ritira la flotta nel golfo di Volo, onde evitare contatti con la flotta italiana. Nella cattedrale di Atene viene tenuta una messa solenne in ricordo delle vittime del bombardamento di Corfù, e le campane di tutte le chiese suonano a lutto; sempre in segno di lutto, vengono chiusi tutti i luoghi di divertimento, mentre nelle piazze scoppiano proteste antiitaliane, tanto che un distaccamento di trenta militari greci dev'essere inviato a proteggere la sede della Legazione d'Italia ad Atene. I giornali greci condannano l'attacco italiano a Corfù, ed il quotidiano "Eleftheros Typos" si esprime pesantemente nei confronti degli italiani, tanto che a seguito delle proteste del Ministro d'Italia il governo ellenico ne sospende per un giorno la pubblicazione e destituisce il censore che ha permesso la pubblicazione dell'articolo incriminato.

Anche in Italia scoppiano nuove dimostrazioni antigreche, mentre il governo italiano chiude il Canale d'Otranto alle navi greche, chiude i porti alle navi greche (mentre i porti greci rimangono aperti alle navi italiane), ordina alle compagnie di navigazione italiane di evitare la Grecia e persino sequestra tutte le navi greche che si trovano in porti italiani (una viene addirittura fermata e catturata nel Canale d'Otranto da un sommergibile italiano); il 2 settembre, tuttavia, le navi greche verranno rilasciate per decisione del Ministero della Marina. Vengono espulsi dall'Italia i giornalisti greci, viene richiamato in patria l'addetto militare inviato ad indagare sull'eccidio di Giannina, ed i riservisti ricevono l'ordine di tenersi pronti ad un'eventuale mobilitazione; Vittorio Emanuele III lascia la sua residenza estiva per fare ritorno a Roma.

Anche altri Paesi nella regione prendono le parti dell'uno o dell'altro contendente e si preparano ad un eventuale conflitto: l'Albania rinforza il suo confine con la Grecia e proibisce a chiunque di attraversarlo, mentre la Jugoslavia dichiara che appoggerà la Grecia ed in Turchia la fazione più nazionalista suggerisce a Mustafà Kemal di cogliere l'occasione per riconquistare la Tracia occidentale ai danni della Grecia. La Cecoslovacchia esprime solidarietà alla Grecia e condanna l'iniziativa italiana.

Tra le poche voci contrarie, in Italia, all'occupazione di Corfù vi sono i diplomatici di professione, che ritengono che la spregiudicatezza di Mussolini possa mettere a repentaglio le trattative in corso per la cessione all'Italia, da parte del Regno Unito, dell'Oltregiuba e dell'oasi di Giarabub. Il segretario generale del Ministero degli Affari Esteri Salvatore Contarini, l'ambasciatore italiano in Francia Romano Avezzana ed il delegato italiano presso la Lega delle Nazioni Antonio Salandra (già primo ministro italiano nel 1915) cercano di persuadere Mussolini ad abbandonare le richieste più estreme ed accetti un compromesso.

George Curzon, segretario agli Affari Esteri del Regno Unito, definisce le richieste di Mussolini come eccessive e "molto peggiori dell'ultimatum [imposto alla Serbia dall'Impero Austroungarico] dopo Sarajevo", e scrive al primo ministro britannico Stanley Baldwin che l'azione di Mussolini è stata "violenta ed ingiustificabile" e che se il Regno Unito non appoggerà l'appello della Grecia presso la Società delle Nazioni, tanto varrebbe per tale istituzione chiudere baracca. Howard William Kennard, temporaneamente a capo dell'ambasciata britannica a Roma, scrive in un dispaccio a Curzon che Mussolini potrebbe essere pazzo, "un miscuglio di megalomania ed estremo patriottismo", e che potrebbe volutamente esasperare la situazione fino a scatenare una guerra tra Italia e Grecia. In generale, il Foreign Office si mostra orientato a proteggere la Grecia dall'Italia servendosi come tramite della Società delle Nazioni; Curzon propone di affidare la risoluzione della disputa alla Società delle Nazioni, ma Mussolini per tutta risposta minaccia di lasciarla. Inoltre, da parte britannica si ritiene probabile che la Francia porrebbe il veto su qualsiasi tentativo di imporre sanzioni contro l'Italia; per di più, gli Stati Uniti non sono un Paese membro della Società delle Nazioni e non sarebbero vincolati a rispettare eventuali sanzioni contro l'Italia, vanificandole ulteriormente, mentre l'Ammiragliato britannico asserisce che per imporre un blocco navale contro l'Italia dovrebbe prima esserci una dichiarazione di guerra. Il Regno Unito rafforza la Mediterranean Fleet in vista di un possibile scontro con l'Italia, mossa che provoca delle spaccature all'interno del "fronte" italiano: il ministro della Marina Paolo Thaon di Revel, insieme ai vertici della Marina, afferma che è necessario mantenere rapporti di amicizia con il Regno Unito, la cui flotta è troppo superiore a quella italiana per poterla affrontare con successo in un eventuale conflitto. In generale, tutti i ministri militari cercano di dissuadere Mussolini dal tirare troppo la corda, minacciando le dimissioni e paventando un conflitto che vedrebbe l'Italia contrapposta a Grecia, Jugoslavia, Regno Unito e probabilmente anche la Francia (che mentre è stata finora favorevole all'Italia, non lo sarebbe più se al partito antiitaliano dovesse unirsi anche la Jugoslavia, sua protetta).

Il 1° settembre la Grecia si appella alla Società delle Nazioni, ma il rappresentante dell'Italia, Antonio Salandra, spiega al Consiglio della Società delle Nazioni di non essere autorizzato a discutere la questione; Mussolini si rifiuta di collaborare con la Società delle Nazioni ed asserisce invece che la risoluzione della crisi dovrebbe essere affidata alla Conferenza degli Ambasciatori (organo istituito nel 1920 e formato dai rappresentanti di Italia, Francia, Regno Unito e Giappone, con l'incarico di far rispettare i trattati di pace e mediare le contese territoriali tra i Paesi europei), ripetendo che l'Italia lascerebbe la Società delle Nazioni piuttosto che accettarne l'interferenza. Francia e Regno Unito sono divisi: quest'ultimo sarebbe favorevole all'intervento della Società delle Nazioni, mentre la Francia è contraria, temendo che ciò possa costituire un precedente per una successiva interferenza della Società delle Nazioni nell'occupazione francese della Ruhr. Il risultato è che, come vuole Mussolini, la risoluzione della crisi viene affidata alla Conferenza degli Ambasciatori, che l'8 settembre 1923 annuncia le condizioni che le due parti dovranno adempiere per la risoluzione della disputa. Come previsto da Mussolini, la decisione della Conferenza degli Ambasciatori è in massima parte favorevole alle richieste italiane: la flotta greca dovrà salutare con 21 salve la flotta italiana, che allo scopo si recherà al Pireo insieme a navi da guerra francesi e britanniche (che saranno comprese nel saluto); il governo greco presenzierà ad una cerimonia funebre; i greci dovranno rendere gli onori militari alle vittime dell'eccidio di Giannina quando queste verranno imbarcate a Prevesa per il ritorno in Italia; la Grecia dovrà depositare in una banca svizzera 50 milioni di lire a titolo di garanzia; la massima autorità militare greca dovrà porgere le sue scuse ai rappresentanti italiano, francese e britannico ad Atene; la Grecia dovrà condurre un'inchiesta sull'eccidio di Giannina, da condurre sotto la supervisione di un'apposita commissione internazionale (presieduta dal tenente colonnello Shibuya, addetto militare presso l'ambasciata giapponese) e da completare entro il 27 settembre; la Grecia dovrà garantire la sicurezza della commissione d'inchiesta ed assumersene le spese. L'unica richiesta rivolta al governo albanese è di facilitare l'operato della commissione nel proprio territorio. La decisione è accolta favorevolmente dalla stampa italiana e dallo stesso Mussolini, la cui immagine esce rafforzata da questo episodio, mentre viceversa la Società delle Nazioni ha dato in questa occasione i primi segni della cronica debolezza che caratterizzerà tutta la sua travagliata esistenza: non è stata capace di proteggere una potenza minore da una più grande, la sua autorità è stata sminuita da uno dei suoi membri fondatori, nonché membro permanente del suo consiglio. Il regime fascista ha concluso con un successo la sua prima disputa internazionale; la prova di forza da parte dell'Italia dissuaderà inoltre la Grecia dall'insistere ulteriormente per la cessione delle isole del Dodecaneso e, secondo alcuni autori, avrebbe anche indotto la Jugoslavia a riconoscere la sovranità italiana su Fiume con il trattato di Roma, firmato nel 1924.

La Grecia accetta lo stesso 8 settembre le condizioni della Conferenza degli Ambasciatori, mentre l'Italia fa altrettanto due giorni dopo, e non prima di aver precisato che ritirerà le proprie truppe da Corfù soltanto una volta che la Grecia avrà interamente adempiuto alle propri obbligazioni.

L'11 settembre il delegato greco presso la Società delle Nazioni, Nikolaos Politis, informa il consiglio della Conferenza degli Ambasciatori che la Grecia ha depositato i 50 milioni di lire, e quattro giorni dopo la Conferenza informa Mussolini che l'Italia dovrà evacuare Corfù entro il 27 settembre. Il 26 settembre, prima ancora della conclusione dell'inchiesta sull'eccidio, la Conferenza degli Ambasciatori decreta il versamento di un'indennità di 50 milioni di lire (la somma depositata dalla Grecia in una banca svizzera a titolo di garanzia) in favore dell'Italia, perché "le autorità greche sono state colpevoli di una certa negligenza prima e dopo il delitto". Questa decisione è subita come una sconfitta da parte della Grecia, che ha in questo modo dovuto cedere a pressoché tutte le richieste iniziali di Mussolini. Per aggiungere la beffa al danno, l'Italia chiede anche che la Grecia rimborsi i costi di occupazione di Corfù: un milione di lire al giorno. A questo proposito, la Conferenza degli Ambasciatori stabilisce che l'Italia dovrà rivolgersi ad una Corte di Giustizia Internazionale.

Il 27 settembre, come stabilito, le truppe italiane vengono ritirate da Corfù; la bandiera italiana viene ammainata, salutata dalla flotta italiana e da un cacciatorpediniere greco, e rimpiazzata da quella greca, che viene salutata dalla nave ammiraglia italiana. Le navi italiane rimangono tuttavia a Corfù, avendo ricevuto l'ordine di non lasciare l'isola fino a quando l'Italia non avrà ricevuto i 50 milioni di lire: la somma depositata nella banca svizzera è stata infatti posta a disposizione del Tribunale dell'Aia, e la banca non intende trasferire il denaro a Roma senza l'autorizzazione della Banca Nazionale Greca. La sera dello stesso giorno, tuttavia, quest'ultima dà la sua autorizzazione. Il 30 settembre, dopo che la flotta greca ha tributato gli onori a quella italiana nel porto del Falero, le navi italiane rientrano a Taranto, lasciando sul posto un solo cacciatorpediniere.

(g.c. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net)

20-24 agosto 1924

Il Carini partecipa alle grandi manovre della flotta al largo della Sicilia. La flotta è divisa in due gruppi, di cui quello "nazionale", avente base ad Augusta al comando dell'ammiraglio Massimiliano Lovatelli, deve scortare un convoglio (avente velocità non superiore ai 7 nodi) da Tobruk ad un porto a scelta della Sicilia orientale, della costa ionica o del Basso Adriatico, mentre quello "nemico", avente base a Trapani al comando dell'ammiraglio Angelo Conz, deve impedire al convoglio di giungere a destinazione.

Alla mezzanotte del 20 agosto, aperte le "ostilità", l'esploratore Augusto Riboty (capitano di vascello Umberto Bucci) ed i cacciatorpediniere Generale Antonino Cascino, Generale Carlo Montanari, Generale Marcello Prestinari e Generale Achille Papa lasciano Tobruk scortando il convoglio – formato dai piroscafi Otranto, Augusta, Gallipoli, Lussin, Porto Corsini e Corazzin – per ordine dell'ammiraglio Lovatelli, facendo rotta su Capo Colonne (la rotta più breve e diretta) in modo da approdare a Crotone (rotta nord per le prime trenta miglia, poi accostata per 330° e navigazione su tale rotta per ventiquattr'ore). Lovatelli fa sbarrare il canale di Malta con siluranti, MAS e sommergibili, per costringere la squadra dell'ammiraglio Conz a passare a sud di Malta, mentre con il grosso delle sue forze (corazzate Duilio ed Andrea Doria, esploratori Aquila e Leone, due squadriglie di cacciatorpediniere delle classi Generali e Soldato) lascia Augusta per raggiungere il convoglio e fornirgli protezione diretta. La squadra di Conz, erroneamente convinto che il convoglio seguirà la costa libica mentre forze principali di Lovatelli lo attenderanno a sud di Malta per dare battaglia, dirige verso Tolmetta, dove pensa di intercettare il convoglio con una scorta leggera. Alle otto del 22 agosto la squadra di Lovatelli raggiunge il convoglio, con il quale naviga indisturbata per le successive dodici ore; ma il sommergibile Agostino Barbarigo, inviato da Conz al largo di Tobruk, scopre però la formazione, informandone l'ammiraglio via radio. L'esploratore Nino Bixio, del gruppo "nemico", che tenta di pedinare il convoglio, viene avvistato da circa 15 miglia dal Riboty ed il Leone viene inviato ad affrontarlo, ma dopo un lungo inseguimento il Bixio fa perdere le proprie tracce nella nebbia, per poi tornare a seguire il convoglio a distanza aggiornando Conz sui suoi movimenti. La squadra di Conz dirige per intercettare il convoglio, ma durante la notte del 23 quest'ultimo, avendo modificato la rotta al tramonto (dirigendo su Augusta invece che su Capo Colonne), sfugge alle ricerche passando proprio tra il gruppo principale di Conz (che attraversa la sua rotta trenta miglia più a nord) ed un suo gruppo esplorante avanzato.

"Vince" l'esercitazione il gruppo "nazionale", con l'arrivo del convoglio a Siracusa e la "perdita", da parte del "nemico", della corazzata Dante Alighieri, del cacciatorpediniere Palestro e di un sommergibile, mentre il gruppo "nazionale" subisce il "siluramento" della corazzata Andrea Doria. L'ammiraglio Alfredo Acton, comandane in capo dell'armata navale, segue le manovre dalla corazzata Conte di Cavour, su cui si è imbarcato con tutto il suo stato maggiore; alle 18 del 23 agosto la Cavour, preceduta dal Carini e seguita dalle corazzate Duilio ed Andrea Doria, da altri quattro cacciatorpediniere e da alcune torpediniere, incontra il convoglio tra il parallelo di Capo Passero ed il meridiano di Santa Maria di Leuca, per poi tornare a separarsene dopo mezz'ora. Alle undici del 24 agosto il convoglio con la squadra di Lovatelli giunge a Siracusa, dove li attende la Cavour, ed alle 11.10 viene proclamata la cessazione delle "ostilità". Le navi che hanno partecipato all'esercitazione verranno poi passate in rivista il 5 settembre nel Golfo di Napoli.

Dicembre 1925

Il Carini, insieme ai più moderni cacciatorpediniere Castelfidardo, Curtatone, Calatafimi e Monzambano, forma la IV Squadriglia Cacciatorpediniere della 2a Flottiglia della Divisione Siluranti, formata inoltre dall'esploratore Aquila (capo flottiglia) e dalla III Squadriglia Cacciatorpediniere (Confienza, San Martino, Solferino ed Enrico Cosenz). La Divisione Siluranti comprende anche l'esploratore Quarto (nave ammiraglia), la 1a Flottiglia Cacciatorpediniere (esploratore Carlo Mirabello; cacciatorpediniere Giuseppe La Masa, Giuseppe La Farina, Nicola Fabrizi e Giacomo Medici della III Squadriglia; cacciatorpediniere Generale Antonio Cantore, Generale Antonino Cascino, Generale Carlo Montanari, Generale Marcello Prestinari e Generale Achille Papa della IV Squadriglia) e la 3a Flottiglia Cacciatorpediniere (esploratore Falco; cacciatorpediniere Giuseppe Sirtori, Giuseppe Missori, Giovanni Acerbi e Vincenzo Giordano Orsini della V Squadriglia; cacciatorpediniere Fratelli Cairoli, Antonio Mosto, Simone Schiaffino, Rosolino Pilo e Giuseppe Dezza della VI Squadriglia).

28 giugno 1926

Il capitano di corvetta Carlo Bergamini assume il comando del Carini: per il futuro comandante delle forze navali da battaglia si tratta in assoluto del primo comando.

10 (o 23) dicembre 1928

Il comandante Bergamini, frattanto promosso a capitano di fregata il 25 settembre 1926, lascia il comando del Carini per andare a frequentare un corso dell'Istituto di Guerra Marittima a Livorno.

1929

Il Carini fa parte, con i similari Nicola Fabrizi, Angelo Bassini e Giuseppe La Farina, della V Squadriglia della 3a Flottiglia della III Divisione Siluranti (che comprende anche l'esploratore Carlo Mirabello ed i cacciatorpediniere Giuseppe La Masa, Generale Antonio Cantore, Generale Carlo Montanari, Generale Marcello Prestinari e Generale Achille Papa della VI Squadriglia), appartenente alla 2a Squadra Navale (con base a Taranto).

1° ottobre 1929

Declassato a torpediniera, come tutti i vecchi "tre pipe", ormai nettamente surclassati per dimensioni ed armamento dalle nuove classi di cacciatorpediniere.

Assegnata alla II Squadriglia Torpediniere della Divisione Speciale (al comando dell'ammiraglio Salvatore Denti Amari di Piraino e composta, oltre che dalla Carini, dagli esploratori Quarto e Falco e dalle torpediniere Giuseppe La Farina, Angelo Bassini, Nicola Fabrizi, Enrico Cosenz, Generale Antonino Cascino, Generale Antonio Chinotto e Generale Achille Papa).

1931

Fa parte, insieme ai similari Generale Antonio Cantore e Giuseppe La Farina, al più grande Alessandro Poerio ed all'esploratore Aquila, della IV Squadriglia Cacciatorpediniere, assegnata alla Divisione Speciale dell'ammiraglio Denti.

10 agosto 1931

La Carini, insieme alle similari Generale Antonio Chinotto e Generale Achille Papa ed all'esploratore Premuda, presenzia a Capodistria alla commemorazione del quindicesimo anniversario dell'esecuzione di Nazario Sauro.

16 luglio 1931-24 marzo 1932

È nuovamente comandante della Carini il capitano di fregata Carlo Bergamini, che vi sperimenta una centralina di tiro da lui progettata ("Galileo-Bergamini") il cui prototipo è stato appositamente installato sulla torpediniera. Bergamini ha sviluppato il progetto della centrale, la prima di progettazione e produzione interamente italiana, su incarico di Marinarmi (la Direzione generale armi ed armamenti navali), che ha poi affidato la realizzazione del prototipo alle Officine Galileo di Firenze; una volta pronto, il prototipo è installato sulla Carini il cui comando viene affidato allo stesso Bergamini (che ne ha seguito a Firenze le fasi di realizzazione) per effettuare le necessarie prove, che daranno eccellenti risultati.

Febbraio-Marzo 1932

La Carini partecipa, insieme alle similari Giuseppe La Masa, Generale Antonio Cantore e Generale Marcello Prestinari, all'esploratore Leone e ad alcuni MAS, ad esercitazioni congiunte di attacco e lancio di idrosiluranti tra la Marina e l'Aeronautica, con l'impiego di Savoia Marchetti S. 55 della 187a Squadriglia. Il rapporto finale steso al termine di queste esercitazioni rileva: «Si è vista la scarsa attendibilità delle distanze ottenute con telemetri a coincidenza nel caso di difesa antiaerea delle unità navali. (…) I quattro cannoni a.a. da 75 mm., del bersaglio tipo, sono stati considerati avere un raggio di azione di 6000 metri e una celerità di 6 colpi al minuto. Le mitragliere di medio calibro si è considerato abbiano i requisiti delle 13,2 H. Nella gran parte dei casi si è osservato come l'attacco parta logicamente dai settori prodieri e in essi si mantengano tutti gli aerei che non hanno ancora eseguito il lancio. (…) Dopo il lancio invece la possibilità di tiro è migliore poiché l'aereo che ha lanciato non può assumere subito una rotta di rapidissimo allontanamento. Si è verificato che il tiro in questa fase può da parte delle mitragliere durare fino a 3 minuti, tempo questo sufficiente per provocare sugli aerei danni e incendi notevoli. In detta fase anche il tiro dei cannoni è suscettibile di buon rendimento per il numero di granate che si possono lanciare a distanze utili. (…) Nei numerosi attacchi di controbordo e lanci angolati si è notato che i siluri hanno nella gran parte dei casi scarti superiori a 200 metri. Si esprime il parere che lancio angolato non sia per gli idrosiluranti suscettibile di utile impiego, perché vincola l'apparecchio determinati lati, rotte e rilevamenti, a meno di non ottenere sull'aereo in volo la possibilità di variare l'angolazione. Inoltre una leggera manovra protettiva può rendere nullo il lancio angolato. E' utile però non dimenticare che il lancio angolato permette all'aereo di sfilarsi dal più difficile dei tiri, per la forte variazione di brandeggio, nel minimo tempo. (…) Attacco rotte dirette: Gli attacchi di questo tipo hanno dato i migliori risultati e i minimi scarti. Gli aerei che svolgono questa manovra debbono essere slegati fra loro e distanti in modo da non costituire mai un unico bersaglio allo scoppio delle stesse granate. Gli osservatori debbono essere allenati ad assumere da un punto qualunque dell'orizzonte la appropriata rotta di attacco per posizioni finali utili al lancio ma alquanto diverse fra loro, per quanto da raggiungersi in istanti prossimi. Occorre dunque una conoscenza anche teorica del problema cinematico, e una formazione di esplorazioni, e da assumersi all'avvistamento, tale da permettere l'inizio quasi contemporaneo di tanti attacchi distinti quanti sono gli aerei. Si ritiene che questo tipo di attacco, che comprende come casi particolari tutti gli altri tipi di attacchi legati a certe posizioni iniziali, sia quello suscettibile del massimo rendimento. Però occorre un allenamento graduale e un affiatamento da raggiungersi dopo numerose e ordinatissime prove, poiché si tratta di rotte convergenti verso una zona ristretta. Si noti che le diverse posizioni di lancio che ogni aereo tende a raggiungere corrispondano al concetto di porre intorno al bersaglio un sufficiente numero di siluri, lanciati o da lanciarsi, tali da impedire che un energica manovra protettiva inutilizzi tutto l'attacco. Ciò mostri quanto sia necessario disporre di un forte numero di aerei. (…) La manovra protettiva largamente usata nelle esercitazioni è stata quella di mettere la prora sulla sezione attaccante più minacciosa, magari rivolgendola dopo qualche momento sulla sezione dall'altro lato. I rapporti dei Comandi Navali e Aerei sono stati naturalmente un po' in contrasto circa l'efficacia di tale manovra, ma si ritiene che quasi sempre la manovra suddetta abbia raggiunto lo scopo di inutilizzare l'attacco, se ciò si deve eseguire dagli scarti ottenuti al lancio senza manovra protettiva di sorta. A manovra accennata si deve eseguire un esatto tempismo, poiché provoca, se anticipata, la facile contromanovra degli aerei, e, se ritardata, la possibilità di essere inutile. Si ritiene che contro un attacco da un solo lato essa debba essere iniziata con tutta la barra fra 3000 e 4000 metri, e contro attacco dai due lati a distanza un po' maggiore contro il gruppo più vicino. A difesa di un attacco di controbordo e possibile lancio angolato non inoltre da escludere che un deciso cambiamento di andatura, oltre che di rotta, possa esser efficace. La manovra protettiva contro un attacco in massa su rotte dirette non può più consistere in una semplice accostata verso un aereo. Esperienza non è stata fatta ma si ritiene che la migliore manovra protettiva di fronte a una minaccia di questo genere consista nel portare rapidamente la nave in una zona del tutto diversa da quella verso cui si navigava, oltre naturalmente alla possibile difesa data da aerei propri. (…) L'arma idrosilurante è ancora in sul nascere e non ha nessuna esperienza di combattimenti reali; però per essa si possono prevedere ampi sviluppi e ottimi rendimenti. Lo studio dell'impiego degli idrosiluranti pare segua la stessa successione logica di esperimenti che a suo tempo si svolsero per le siluranti di superficie. Per accelerare questo sviluppo è necessario partire dalle più recenti nozioni riguardanti quell'altro impiego. I concetti basilari possono essere: Rotte dirette ̶ Masse di aerei. E' chiaro che in queste condizioni l'allenamento e la preparazione debbono essere continue e serissime, poiché si tratta per ogni osservatore di adattare rapidissimamente la propria manovra a casi tattici e cinematici in continuo cambiamento. Un aumento di velocità dell'aereo idrosilurante porterà indubbiamente all'aumento del suo rendimento. Il bersaglio tipo presenta forse uno scarso armamento a.a., però dai risultati degli attacchi e dai lanci eseguiti nelle esercitazioni svolte a questo proposito si può ritenere che detto bersaglio, col tiro e la manovra protettiva, avrebbe potuto quasi sempre diminuire di due terzi la probabilità di siluramento».

La Carini (g.c. Carlo Di Nitto, via La Voce del Marinaio)

Inizio 1936

Dislocata a Massaua, la Carini entra a far parte della Divisione Navale dell'Africa Orientale (ammiraglio di divisione Vittorio Tur), che comprende inoltre gli incrociatori leggeri Bari, Taranto e Quarto, gli esploratori Tigre, Leone e Pantera, i cacciatorpediniere Francesco Nullo e Daniele Manin, le torpediniere Audace e Generale Antonio Cantore, i sommergibili Luigi Settembrini, Ruggero Settimo, Narvalo, Tricheco, Salpa e Serpente e le navi appoggio sommergibili Alessandro Volta ed Antonio Pacinotti.

Autunno 1937-Aprile 1939

Durante la guerra civile spagnola, la Carini viene adibita al pattugliamento delle rotte mediterranee nel quadro del dispositivo internazionale stabilito dalla conferenza di Nyon, tenutasi tra il 10 ed il 14 settembre 1937 per affrontare la questione dei "sommergibili pirata" che nei mesi precedenti hanno attaccato numerose navi dirette nei porti spagnoli repubblicani affondandone alcune, tra cui anche navi battenti bandiera neutrale.

I sommergibili in questione altri non sono che quelli italiani, impiegati da Mussolini in appoggio dell'alleato spagnolo Francisco Franco per agevolarne la vittoria nella guerra civile, tagliando i flussi di rifornimenti che giungono alla Spagna repubblicana da Paesi esteri (specialmente l'Unione Sovietica). Non essendovi ufficialmente in vigore uno stato di guerra tra l'Italia e la Repubblica spagnola, questa campagna sottomarina è di fatto illegale e pressoché piratesca, ed i battelli italiani operano pertanto prevalentemente in immersione o col favore del buio, avendo rimosso ogni contrassegno che possa agevolarne l'identificazione, per non essere riconosciuti: ciononostante, la reale nazionalità dei sommergibili "fantasma" è in realtà universalmente nota, ma le autorità di Francia e Regno Unito, principali promotrici della politica di "non intervento" estero nella guerra civile in Spagna, preferiscono fingere ufficialmente di non conoscerla per evitare un eccessivo deterioramento dei rapporti dell'Italia, che si spera di riuscire ancora a separare dalla Germania nazista con una politica di "appeasement".

La situazione è precipitata in seguito al blocco del Canale di Sicilia disposto da Mussolini nell'agosto 1937 su richiesta di Franco, con l'impiego di ingenti forze aeree e navali sia di superficie che subacquee: pur avendo successo nel troncare il flusso di rifornimento verso i porti repubblicani, questa operazione ha provocato diversi "incidenti" che hanno provocato dure proteste a livello internazionale e seriamente rischiato di provocare un'espansione del conflitto. In risposta alla cosiddetta "crisi dei sommergibili fantasma" è stata pertanto indetta una conferenza internazionale a Nyon, in Francia, con la partecipazione di Francia, Regno Unito, Unione Sovietica, Turchia, Jugoslavia, Irlanda, Bulgaria, Grecia, Egitto e Romania; Italia e Germania, invitate a partecipare, hanno rifiutato in segno di protesta contro le – fondate – accuse sovietiche di pirateria rivolte all'Italia. Le nazioni partecipanti stabiliscono che per la navigazione d'altura in acque internazionali le proprie navi mercantili dovranno seguire delle rotte concordate tra i principali porti del Mediterraneo, rotte che saranno pattugliate da cacciatorpediniere ed aerei delle principali potenze aderenti all'accordo, ossia Francia e Regno Unito, che per i pattugliamenti nel Mediterraneo orientale si appoggeranno anche ad alcuni porti messi appositamente a disposizione dalle nazioni rivierasche. I Paesi partecipanti saranno responsabili ciascuno del pattugliamento delle proprie acque territoriali. Viene stabilito che in caso di attacco da parte dei sommergibili "pirati" (ogni riferimento alla loro nazionalità è accuratamente evitato) contro navi non spagnole, o loro tentativo di avvicinarsi in immersione alle rotte pattugliate, questi dovranno essere attaccati da tutte le unità di pattuglia presenti in zona, fino alla distruzione; in Mediterraneo i sommergibili si potranno spostare soltanto navigando in superficie, accompagnati da navi di superficie e dando preavviso del proprio passaggio. Gli accordi, sottoscritti dal 14 settembre, entrano in vigore dal 20 settembre.

All'Italia viene offerto, ed anzi chiesto, di provvedere a pattugliare con analoghe modalità le rotte del Mar Tirreno (l'Adriatico è invece escluso dagli accordi e non sarà soggetto a sorveglianza); la diplomazia britannica e francese fa ripetute pressioni affinché le autorità italiane accettino tale responsabilità, ma il 14 settembre il governo italiano rifiuta, adducendo a motivazione il mancato riconoscimento della parità con Francia e Regno Unito, cui è affidata la sorveglianza in tutto il resto del Mediterraneo. Il 21 settembre si tiene a Roma un colloquio tra il ministro degli Esteri italiano, Galeazzo Ciano, e gli incaricati britannico e francese, Edward Maurice Ingram e Jules Blondel, con cui viene chiarito che l'Italia potrebbe accettare di pattugliare il Tirreno se le venisse riconosciuta una posizione paritaria con le Marine francese e britannica nell'applicazione delle misure di protezione del traffico mercantile concordate a Nyon, ed il giorno stesso i governi francese e britannico propongono di tenere una riunione a tre a Parigi con rappresentanti italiani per emendare le decisioni prese a Nyon in modo da consentire l'adesione dell'Italia. La proposta viene accettata, ed i colloqui si tengono a Parigi dal 27 al 30 settembre: rappresentante italiano l'ammiraglio Wladimiro Pini, capo di Stato Maggiore della Regia Marina, rappresentante francese l'ammiraglio René-Émile Godfroy (che ha partecipato alla conferenza di Nyon), rappresentante britannico l'ammiraglio William Milbourne James, sottocapo di Stato Maggiore della Royal Navy. Al termine degli incontri, pressoché tutte le richieste italiane vengono accettate, e l'Italia entra a far parte del dispositivo di sorveglianza internazionale in condizioni di piena parità con Francia e Regno Unito: il Mediterraneo è diviso in tredici zone, e ad ognuna delle tre Marine è affidato il pattugliamento di una uguale lunghezza delle rotte che i mercantili dovranno seguire. L'Italia ottiene la sorveglianza di zone in tutti e tre i bacini del Mediterraneo, con un'area di competenza che va dalle Baleari al canale di Suez, comprese le rotte che uniscono la Cirenaica al Dodecaneso. Gli ultimi particolari (modalità di impiego delle navi, collegamenti e codici per le comunicazioni tra i rispettivi comandanti e le unità impegnate nei pattugliamenti) vengono concordati il 30 ottobre a Biserta tra gli ammiragli Romeo Bernotti (comandante in capo della 2a Squadra Navale italiana), Alfred Dudley Pound (comandante in capo della Mediterranean Fleet britannica) e Jean-Pierre Esteva (comandante in capo delle forze navali francesi nel Mediterraneo).

Ciano commenta significativamente nel suo diario questa vittoria diplomatica: "Una bella vittoria. Da imputati siluratori a poliziotti mediterranei, con esclusione degli affondati russi" (l'Unione Sovietica, principale accusatrice dell'Italia e proprietaria di alcune delle navi affondate, non è stata inclusa nel dispositivo di sorveglianza delle rotte).

Le rotte assegnate all'Italia per il pattugliamento sono la Genova-Algeri, la Marsiglia-Biserta-Port Said, la Marsiglia-Messina-Port Said, la Genova-Gibilterra, le rotte dalla Spagna al Mediterraneo orientale, quella dal Mar Nero ad Alessandria d'Egitto, quelle tra il Mediterraneo orientale e l'Adriatico e quelle tra il Mediterraneo occidentale e l'Adriatico. I compiti di pattugliamento vengono affidati alla 2a Squadra Navale, ed il suo comandante, ammiraglio Romeo Bernotti, è pertanto nominato comandante del dispositivo di sorveglianza, con comando a Palermo. Complessivamente, da parte italiana vengono destinati ai pattugliamenti due incrociatori leggeri (Alberico Da Barbiano e Giovanni delle Bande Nere), quattro esploratori (Ugolino Vivaldi, Antonio Da Noli, Leone Pancaldo, Antoniotto Usodimare), otto cacciatorpediniere (Confienza, Curtatone, Palestro, Euro, Turbine, Aquilone, Quintino Sella, Bettino Ricasoli), venti torpediniere (Altair, Andromeda, Antares, Aldebaran, Astore, Cigno, Canopo, Castore, Centauro, Cassiopea, Climene, Giuseppe Dezza, Giuseppe La Masa, Giacinto Carini, Giacomo Medici, Generale Antonio Cantore, Generale Carlo Montanari, Generale Marcello Prestinari, Sirio, Sagittario), due incrociatori ausiliari (Adriatico e Barletta) e le Squadriglie Idrovolanti 141, 146, 148 e 185 della Ricognizione Marittima. Le forze aeronavali impiegate nei pattugliamenti hanno base a Tripoli, Cagliari, Augusta, Messina, La Maddalena, Trapani, Brindisi, La Spezia, Lero e Tobruk.

La Carini, in particolare, è dislocata a Messina ed incaricata, insieme alle similari Giuseppe La Masa, Generale Antonio Cantore e Generale Marcello Prestinari, di pattugliare la rotta numero 9, tra i porti spagnoli ed il Mediterraneo orientale, passando a nord delle Baleari.

La Carini a La Spezia nel 1940 (g.c. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net)

1940

È comandante della Carini il capitano di corvetta Lorenzo Bezzi, che sbarcherà a fine maggio per assumere il comando del sommergibile Console Generale Liuzzi.

10 giugno 1940

All'entrata in guerra dell'Italia, la Carini fa parte della XVI Squadriglia Torpediniere, di base a La Spezia ed alle dipendenze del Dipartimento Militare Marittimo Alto Tirreno, insieme alla gemella Giuseppe La Masa ed alle meno anziane torpediniere Curtatone, Castelfidardo, Calatafimi e Monzambano. (Per altra fonte Carini e La Masa avrebbero fatto parte, insieme alle similari Generale Antonio Cantore e Generale Marcello Prestinari, della III Squadriglia Torpediniere di Napoli – per altra versione ancora la III Squadriglia Torpediniere sarebbe stata composta da Carini, La Masa, Prestinari e Francesco Stocco ed avrebbe avuto base a Taranto –, trovandosi però distaccate allo scoppio della guerra presso la XVI Squadriglia; per un'altra ancora sarebbero state aggregate alla X Squadriglia Torpediniere, formata dalle ben più moderne Sirio, Sagittario, Vega e Perseo, ma ciò appare alquanto improbabile data la disomogeneità delle caratteristiche dei due tipi).

9-15 giugno 1940

Carini, Curtatone e la più moderna torpediniera Sirio scortano i posamine Crotone e Fasana ed i posamine ausiliari Giuseppe Orlando ed Elbano Gasperi durante le operazioni di posa di campi minati nelle acque dell'Isola d'Elba.

Particolare della poppa della Carini, in un’altra immagine scattata a La Spezia nel 1940 (Coll. Giuseppe Celeste, via www.associazione-venus.it)

31 gennaio 1941

La Carini salpa da Tripoli alle 11 per scortare a Napoli i piroscafi tedeschi Adana, Kybfels e Ruhr.

2 febbraio 1941

Il convoglio giunge a Napoli alle 13.

3 marzo 1941

Carini e La Masa scortano i sommergibili H 1 e H 6 in uscita da La Spezia per un pattugliamento difensivo al largo dell'Isola del Tino.

24 aprile 1941

Alle cinque del mattino la Carini e la gemella Giuseppe La Masa incontrano in mare l'incrociatore leggero Raimondo Montecuccoli, diretto a La Spezia per un periodo di lavori, e ne assumono la scorta, come loro ordinato. Il tempo è pessimo.

25 aprile 1941

Carini, La Masa e Montecuccoli entrano a La Spezia alle 12.30.

Aprile-Maggio 1941

La Carini viene utilizzata per i primi esperimenti di utilizzo in navigazione del nuovo radar E.C.3 bis, il primo radar italiano, sviluppato dal Regio Istituto Elettronico delle Comunicazioni (RIEC, Marinelettro Livorno) in collaborazione con l'Accademia Navale, le Officine Galileo, la Marelli, la SAFAR, la FIMET e la FIVRE. I prototipi di questo modello sono stati sviluppati fin dal 1939 dal professor Ugo Tiberio, ma hanno ricevuto fino a quel momento scarso interesse e ancor minori finanziamenti; solo in seguito alla tragica sconfitta subita nella battaglia notturna di Capo Matapan, il 28 marzo 1941, i vertici della Marina hanno ordinato di condurre con essi esperienze ufficiali per verificare l'effettiva possibilità di affrontare un combattimento notturno con i radar (o radiotelemetri, come all'epoca sono chiamati in Italia) e per constatare i risultati del lavoro svolto dal RIEC. Il comandante della squadra navale, ammiraglio Angelo Iachino, ha ordinato di distogliere i pochi specialisti di Marinelettro Livorno da altri incarichi per concentrare il lavoro nella realizzazione del radar, allo scopo di giungere il prima possibile a disporre di un radar per avvistamento navale ed uno per la scoperta aerea.

L'apparato, che emette impulsi su una lunghezza d'onda di 70 cm (di piccola potenza, ad alta cadenza con 10.000 impulsi al secondo e modulati in ampiezza con oscillazione acustica di 500 Hertz, una portata di 20 km, ricevitore a superreazione ed indicatore acustico abbinato con

la manovra di uno sfasatore: un apparato di manovra complessa ma molto sensibile in rapporto alla potenza usata) ed è già stato testato a terra (sulla terrazza del RIEC, a Livorno, insieme alle precedenti versioni E.C. 1 ed E.C. 2) il 20 aprile ad opera dello stesso professor Tiberio ed alla presenza di una commissione interministeriale (durante tali prove ha individuato una nave da 12 km di distanza e degli aerei da 34 km), viene installato sulla torpediniera dal dottor Pietro Lombardini, il più giovane collaboratore del professor Tiberio. La Carini, che diviene così la prima nave italiana dotata di radar, compie poi delle sperimentazioni in mare ad inizio maggio. I risultati non sono molto soddisfacenti: anche se il radar riesce a rilevare a distanza contatti sia aerei (un aereo inviato appositamente da Pisa viene localizzato da ben 80 km di distanza, risultato definito "sorprendente") che navali (vengono rilevati bersagli di medio tonnellaggio a distanze comprese tra i 7 ed i 12 km, vengono rilevati echi provenienti dalle coste di Corsica e Sardegna a distanza di una ventina di km e da navi di un convoglio di cui la Carini fa parte), gli echi di ritorno sono tradotti in segnali sonori, come nel sonar, il che richiede un operatore particolarmente esperto e risulta sostanzialmente inutile ai fini della direzione del tiro d'artiglieria. Le prime visualizzazioni non risultano molto migliori; le sperimentazioni continueranno con la modifica del prototipo radar della Carini (che viene dotato di un ricevitore ad indicazione oscillografica) che qualche mese dopo viene trasferito sulla corazzata Littorio.

13 giugno 1941

La Carini viene inviata a dare la caccia al sommergibile olandese O 24, che ha affondato il motoveliero requisito V 121 Carloforte intorno all'1.30 a 36 miglia per 294° dalla Gorgona.

La ricerca intrapresa dalla torpediniera risulterà del tutto infruttuosa.

Luglio 1941

La Carini viene dotata di una versione perfezionata del radar E.C.3, l'E.C.3 ter "Gufo", col quale dovrebbe svolgere "le esperienze conclusive"; tuttavia le prove non possono mai avere luogo perché la Carini è sempre impegnata in missioni di scorta, il che porterà Supermarina a disporre, a fine settembre 1941, lo sbarco del radar dalla torpediniera a La Spezia. Solo nel settembre 1942 si arriverà ad una versione utilizzabile del radar.

5 settembre 1941

La Carini ed il rimorchiatore Torre Annunziata scortano il sommergibile Onice durante un'esercitazione al largo di La Spezia.

1941

È comandante della Carini il capitano di fregata Costanzo Casana, che nel gennaio 1942 passerà sul cacciatorpediniere Lanciere.

4 novembre 1941

La Carini scorta il sommergibile H 6 (sottotenente di vascello Filiberto Sturlese) in un'esercitazione al largo di La Spezia.

14-15 novembre 1941

La Carini lascia la Liguria per scortare al sud la motonave cisterna Iridio Mantovani.

Nel primo pomeriggio Carini e Mantovani al largo di Fiumicino i piroscafi Ninetto G. e Valsavoia, diretti a La Spezia e scortati dalla torpediniera Perseo; i mercantili si scambiano le rispettive torpediniere di scorta, poi proseguono ciascuno per la propria rotta. Alle 15.30 del 15 novembre, poco prima dello scambio delle scorte, il convoglio formato da Valsavoia (scambiato per una nave cisterna per via del fumaiolo a poppa), Ninetto G. e Perseo (scambiata per un cacciatorpediniere classe Lampo, si trova circa 915 metri al traverso a sinistra dei mercantili, che procedono in linea di fila) viene avvistato su rilevamento 140o dal sommergibile olandese O 21 (capitano di corvetta Johannes Frans Van Dulm) mentre procede a 8 nodi su rotta 315°, con la scorta aerea di un idrovolante CANT Z. 501 (avvistato alle 15.35). (Stranamente, Van Dulm parla nel suo giornale di bordo di tre mercantili, una nave cisterna scarica e due navi da carico, tutte di circa 5000 tsl, prima di avvistare anche la Mantovani).

Il sommergibile inizia la manovra d'attacco, ma alle 16.05 avvista a soli 460 metri di distanza una torpediniera identificata come della classe Abba: è la Carini; la segue una moderna nave cisterna carica valutata in circa 5000 tsl (sottostimandone di molto le dimensioni, abbastanza insolitamente: in realtà, è grande il doppio), ossia la Mantovani. Subito dopo, avendo visto la Perseo issare un segnale ed accostare verso di lui, l'O 21 rinuncia ad attaccare la petroliera nonostante la distanza di poche centinaia di metri, e scende in profondità.

Alle 16.20 la Carini accosta verso nord ed assume la scorta dei piroscafi, mentre la Perseo fa lo stesso con la Mantovani; alle 16.26, in posizione 41°47' N e 12°06' E, l'O 21 lancia due siluri contro il Ninetto G., ma subito dopo il lancio, non essendo riuscito ad eliminare tutta l'aria contenuta nel primo tubo lanciasiluri, viene in affioramento, e deve così rinunciare al lancio di un terzo siluro e poi immergersi precipitosamente a 60 metri di profondità (poi ridotti a 40 metri). I siluri mancano il bersaglio, e dalle 16.36 alle 16.56 l'O 21 viene sottoposto a caccia con bombe di profondità da parte della Carini, che ha avvistato le scie dei siluri; le prime bombe di profondità esplodono molto vicine al sommergibile, ma senza danneggiarlo. Terminata la caccia, la Carini si allontana verso nord.

1° dicembre 1941

La Carini, il MAS 525, il posamine Crotone ed il rimorchiatore militare Sant'Antioco scortano il sommergibile Platino durante un'esercitazione nelle acque di La Spezia.

15 dicembre 1941

La Carini, insieme al posamine Crotone, alla cannoniera Rimini ed ai rimorchiatori militari Capodistria e Favignana, scorta il sommergibile Ambra di ritorno a La Spezia al termine di un'esercitazione.

16 dicembre 1941

La Carini, insieme al cacciatorpediniere Premuda, al posamine Crotone ed ai rimorchiatori militari Sant'Antioco, Capodistria, Torre Annunziata e Favignana scorta i sommergibili Platino, Acciaio e H 6 in un'uscita mattutina dal Muggiano (La Spezia) per prove in mare ed esercitazioni.

La Carini nel 1942 (g.c. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net)

1942

Lavori di modifica dell'armamento: vengono eliminati due (per altra fonte tre) pezzi da 102/45 mm, i due da 76/40 mm e le due mitragliatrici da 6,5/80 mm vengono sostituiti con tre (o quattro) mitragliere binate Breda 1935 da 20/65 mm, ed uno dei due impianti lanciasiluri binati da 450 mm viene sbarcato e sostituito con uno trinato da 533 mm, installato a poppavia del terzo fumaiolo (per altra versione questo impianto lanciasiluri sarebbe stato installato in aggiunta ai due binati da 450 mm, ma sembra probabile un errore).

7 gennaio 1942

La Carini e la più moderna torpediniera Aretusa scortano da Brindisi a Taranto il piroscafo Ariosto e la cisterna militare Nettuno. Alle 14.10 il convoglio incontra il sommergibile Otaria al largo di Capo San Vito.

27 gennaio 1942

Scorta il sommergibile H 6 in un'altra esercitazione al largo di La Spezia, insieme al posamine Crotone ed al rimorchiatore militare Capodistria.

24 febbraio 1942

La Carini scorta il sommergibile tascabile CB 1 durante un'esercitazione nelle acque di La Spezia.

3 marzo 1942

La Carini, insieme al rimorchiatore militare Favignana ed al posamine Crotone, scorta i sommergibili Ambra e H 6 durante un'esercitazione nelle acque di La Spezia.

11-12 marzo 1942

La Carini scorta il sommergibile Acciaio in un'uscita da La Spezia per prove notturne di lancio siluri.

13 marzo 1942

La Carini scorta il sommergibile Marcantonio Colonna di ritorno da un'esercitazione al largo di La Spezia.

18 aprile 1942

Carini e La Masa scortano il sommergibile Francesco Rismondo in un'esercitazione al largo di La Spezia.

30 aprile 1942

La Carini scorta il Rismondo durante un'altra esercitazioni nelle acque di La Spezia.

11 novembre 1942

La Carini urta il motoveliero/vedetta foranea V 208 Araldo nel porto di Genova, danneggiandolo.

Lo stesso giorno la torpediniera salpa da La Spezia scortando la nave ausiliaria tedesca Bengasi, diretta a Cagliari, ma alle 16.06 il sommergibile britannico Turbulent (capitano di fregata John Wallace Linton) avvista il Bengasi – identificato come un mercantile di 4000 tsl a pieno carico – in avvicinamento da nord, una decina di miglia a sud di Capo Ferrato. Il Turbulent manovra per attaccare, ed alle 16.27, in posizione 39°10' N e 09°39' E (ad est dell'isoletta di Serpentara), lancia due siluri a ore dodici, da 1100 metri di distanza; una delle armi colpisce il Bengasi, che affonda una trentina di miglia ad est di Cagliari ed 8-10 miglia a nord-nord-est di Capo Carbonara (l'equipaggio del Turbulent avverte i rumori della nave in affondamento nove minuti dopo il siluramento). (Altra fonte indica l'affondamento come avvenuto a nord di Capo Ferrato e 32 miglia a sud di Cagliari).

Solo dopo aver lanciato Linton si avvede della presenza della Carini circa 2700 metri a poppavia del Bengasi: la torpediniera contrattacca con il lancio di alcune bombe di profondità, che però esplodono molto lontane dal Turbulent, dopo di che abbandona la caccia per provvedere al salvataggio dei naufraghi. Del Bengasi vengono tratti in salvo 78 naufraghi tra cui cinque feriti, le vittime sono tre.

Un’altra immagine della Carini nel 1942 (Navypedia)

30 novembre 1942

Nel pomeriggio la Carini (tenente di vascello Antonio Pucci, caposcorta), il posamine Crotone ed il cacciasommergibili ausiliario AS 121 Regina Elena salpano da Livorno per scortare a Bastia un convoglio formato dai piroscafetti Tabarca, Principessa Mafalda e Capitano Sauro e dal ben più grande Città di Trieste, aventi a bordo circa 1500 soldati diretti in Corsica, occupata poche settimane prima.

Le navi del convoglio iniziano ad uscire dal porto di Livorno nel tardo pomeriggio; ultima ad uscire è proprio la Carini, che salpa dal Molo Mediceo alle 20.30 e raggiunge le altre unità, che l'aspettano poco fuori dal porto, per procedere alla formazione del convoglio. Quest'operazione, da compiere ovviamente con le navi oscurate (come sempre in tempo di guerra), si rivela alquanto laboriosa: alle 21.25 la Carini si porta a dritta della rotta di sicurezza per cercare di localizzare le altre navi, ma fatica parecchio a vederle, perché le loro sagome si confondono con quelle della costa e per giunta la scarsa visibilità peggiora la situazione. Alle 21.28, comunque, la torpediniera riesce ad avvistare il resto del convoglio, ed il caposcorta Pucci dà ordine di accelerare e portarsi in formazione.

Lasciata Livorno, le sette navi fanno rotta verso sud, seguendo la rotta di sicurezza che, per aggirare i campi minati, passa al largo delle secche di Vada (frazione di Rosignano Marittimo, non lontano da Livorno). Fino al giorno precedente è stato in vigore un divieto di navigazione nelle acque a sud di quelle secche, nelle quali si ritenevano esistere dei campi minati; proprio il 29 novembre, tuttavia, si è conclusa un'operazione di dragaggio sistematico condotta dai dragamine della III Flottiglia inviati da Maridipart La Spezia (il comandante di quella flottiglia ha personalmente diretto l'operazione) nella fascia delimitata dai meridiani 10°23' N e 10°25' N e dai paralleli 43°16' E e 43°18' E. In seguito a questo intervento, le acque a sud delle secche di Vada sono state ritenute libere, ed il divieto di navigazione è stato revocato.

Alle 21.34 il convoglio inizia la navigazione su rotta 144°; alle 22.55 il caposcorta ordina di accostare per 229° per passare ad ovest delle secche di Vada.

Via via che le navi proseguono, la visibilità va progressivamente peggiorando a causa della formazione di foschia; entro le 23.10 la formazione del convoglio si è piuttosto frammentata, con nell'ordine Principessa Mafalda, Tabarca e Capitano Sauro (la presenza di quest'ultimo, però, sembra stranamente essere omessa da alcuni documenti) che formano un gruppo in posizione più avanzata, Crotone e Città di Trieste più arretrati, ed ancora più indietro il Regina Elena, rimasto isolato. La Carini accelera per portarsi in testa alla formazione; avvista nel buio un fanale azzurro che segnala "Regina Elena", ma non riesce a vedere la nave.

Alle 23.20 il Principessa Mafalda, che di fatto conduce la navigazione, accosta per 180°, ed alle 23.33 fa lo stesso anche la Tabarca, che lo segue. La Carini le raggiunge ed assume rotta parallela ad esse, navigando sul loro fianco a circa 600 metri di distanza; l'ulteriore peggioramento della visibilità ha frattanto fatto perdere di vista, oltre al Regina Elena, anche Crotone e Città di Trieste, che d'altra parte stanno ancora navigando su rotta 229°, non avendo ancora accostato.

Alle 23.44 la Tabarca effettua un'ampia accostata sulla dritta, tanto brusca da costringere la Carini ad una frettolosa contromanovra per non entrare in collisione; la torpediniera segnala la propria presenza con tre lampi luminosi. Alle 23.48 il gruppo di testa del convoglio è così disposto: la Carini si trova sulla dritta dei mercantili, a circa 1500 metri di distanza, tra il Principessa Mafalda e la Tabarca; il Principessa Mafalda sta accostando per 136°; la Tabarca è rimasta leggermente spostata sulla sinistra rispetto alla rotta seguita dall'unità di testa.

Alle 23.54, mentre il convoglio doppia il faro di Vada, poco a sud delle omonime secche, la Tabarca vira improvvisamente a dritta e subito dopo viene scossa da un'improvvisa esplosione a prua, sul lato sinistro. Da bordo della Carini viene sentito lo scoppio e vista un'alta colonna di fumo levarsi a proravia della Tabarca, dal cui fumaiolo fuoriescono vistose scintille; poi la piccola motonave affonda rapidamente, poco a sud delle secche di Vada.

Dopo l'affondamento della Tabarca, la Carini accosta a dritta di 14°, in modo da portarsi più al largo, e riduce la velocità a cinque nodi; temendo che possano esserci altre mine (non a torto: la lista delle navi saltate su mine nel tentativo di soccorrere altre unità che ne avevano urtate è tragicamente lunga), non si avvicina al punto in cui è affondata la piccola motonave, limitandosi invece a pendolare a bassa velocità per tentare di avvistare naufraghi o rottami. Fa così per un'ora, senza riuscire ad avvistare alcunché.

1° dicembre 1942

Alle 00.55, non avendo avvistato neanche un naufrago, il comandante Pucci decide di lasciare la zona e riunirsi al convoglio, che intanto ha proseguito per la sua rotta. Aumentata la velocità, all'1.05 la Carini raggiunge il resto del convoglio, che arriva indenne a Bastia alle 9.12 del 1° dicembre. Prima di lasciare la zona dell'affondamento, la Carini informa Marina Livorno dell'accaduto mediante un marconigramma, ed in seguito a tale notizia il Comando Marina di Livorno si attiva per organizzare i soccorsi.

Le unità inviate da Livorno riusciranno a salvare soltanto otto uomini, su 241 imbarcati sulla Tabarca.

14 gennaio 1943

La Carini parte da Biserta alle 23.30 per scortare a Napoli le motonavi Manzoni ed Alfredo Oriani.

15 gennaio 1943

Le tre navi raggiungono Napoli alle 24.

31 gennaio 1943

Alle 9.41 la Carini e la torpediniera San Martino partono da Trapani per scortare a Messina i piroscafi Marte e Volta.

Alle 12.15 il sommergibile britannico Turbulent (capitano di fregata John Wallace Linton) avvista i due piroscafi, che stima essere in zavorra ed avere una stazza di 2000 tsl, in avvicinamento su rotta 070o con la scorta di due "cacciatorpediniere/torpediniere"; trovandosi in posizione favorevole per un attacco, circa 1800 metri discosto dalla rotta, il sommergibile manovra per attaccare, ma poco dopo che ha iniziato la manovra il convoglio accosta per 010o. Linton prosegue comunque nell'attacco, ma due minuti dopo il convoglio accosta nuovamente, stavolta per 085o; il comandante britannico non demorde e decide di attaccare il mercantile di poppa, osservando che una delle due unità di scorta (la San Martino, identificata correttamente come una torpediniera classe Palestro) procede in testa al convoglio utilizzando le strumentazioni antisommergibili, mentre l'altra (la Carini, identificata anch'essa accuratamente come una torpediniera classe La Masa) si trova al traverso a sinistra del mercantile di coda. Poco dopo, tuttavia, Linton crede che la Carini abbia localizzato il Turbulent, ed abbandona l'attacco scendendo in profondità.

31 maggio 1943

La Carini salpa da Portoferraio per scortare a La Maddalena i piroscafi requisiti Andrea Sgarallino ed Elbano Gasperi.

Alle 8.50, in posizione 41°35' N e 09°42' E (per altra fonte 42°00' N e 11°22' E; ad ovest di Civitavecchia e ad est della Sardegna), il sommergibile britannico Seraph (tenente di vascello Norman Limbury Auchinleck Jewell) avvista il piccolo convoglio, di cui giudica la composizione come "due mercantili di 3000 tsl [in realtà Sgarallino e Gasperi stazzano poco più di 700 tsl ciascuno] scortati da una torpediniera vecchio tipo", con un aereo in pattugliamento nel cielo. Iniziata la manovra d'attacco, alle 9.33 apre i cappelli dei tubi lanciasiluri prodieri, ma i due piroscafi sembrano accostare per allontanarsi, il che induce Jewell a credere che l'aria fuoriuscita dai tubi sia risalita in superficie formando grosse bolle che sono state avvistate dall'aria. Nondimeno, alle 9.36 e 9.37 il Seraph lancia due siluri dai tubi poppieri, rispettivamente contro il mercantile più lontano (da 3200 metri) e contro quello più vicino (da 1100 metri). Sebbene a bordo del sommergibile venga avvertita un'esplosione, nessuno dei siluri va a segno: l'Elbano Gasperi avvista per primo le scie dei siluri e lancia l'allarme, e tutte le armi vengono evitate (una manca il Gasperi di soli venti metri, l'altra secondo una fonte avrebbe avuto rotta circolare per un guasto). Il piroscafo spara 22 colpi di cannone e 33 di mitragliera contro il Seraph, e la Carini si porta sul posto e contrattacca con il lancio di diverse bombe di profondità, che tuttavia non arrecano danni al sommergibile.

Settembre 1943

La Carini fa parte del I Gruppo Torpediniere di stanza a La Spezia, alle dipendenze del Dipartimento Militare Marittimo Alto Tirreno, insieme alle "tre pipe" Generale Antonino Cascino, Antonio Mosto e Generale Carlo Montanari (caposquadriglia.

8 settembre 1943
Alla data della proclamazione dell'armistizio tra l'Italia e gli Alleati, l
a Carini si trova a Pozzuoli, da dove salpa alle 19.30 alla volta di La Spezia, insieme alle più moderne torpediniere Calliope e Fortunale.

9 settembre 1943

Alle dieci del mattino Carini, Calliope e Fortunale, in navigazione verso La Spezia, ricevono ordine di raggiungere invece La Maddalena, ed alle 17 un nuovo contrordine le manda verso Portoferraio: l'Italia è nel caos e le truppe tedesche hanno avviato il piano "Achse" per la sua occupazione, La Spezia è in corso d'occupazione ed anche La Maddalena è stata temporaneamente occupata in seguito ad un colpo di mano. Nell'incertezza generale sul da farsi tutte le siluranti provenienti dai porti dell'Alto Tirreno convergono su Portoferraio, che trovandosi nell'Isola d'Elba è l'unico porto, almeno nell'immediato, al sicuro dai tedeschi: oltre a Carini, Calliope e Fortunale vi affluiscono in queste ore le torpediniere Impavido ed Indomito (la prima delle quali ha a bordo gli ammiragli Aimone di Savoia-Aosta ed Amedeo Nomis di Pollone, rispettivamente ispettore generale dei MAS e comandante superiore delle siluranti) da Lerici, Ardente ed Animoso da Genova, Aliseo ed Ardito da Bastia (per altra versione, la Carini si sarebbe trovata anch'essa a Bastia ed avrebbe raggiunto Portoferraio insieme ad esse, ma sembra probabile un errore), Antonio Mosto ed Ardimentoso da La Spezia e le corvette Ape (già presente a Portoferraio all'annuncio dell'armistizio), Folaga (da La Spezia), Cormorano (da Bastia), Danaide e Minerva (da La Maddalena), nonché i sommergibili Axum (da Gaeta), Filippo Corridoni (da La Maddalena), H 1, H 2 e H 4 (tutti da Ajaccio), la motosilurante MS 55 (da Gaeta), i MAS 544 (da La Spezia) e 551 (da Lerici), due cannoniere (da La Spezia e da Genova), il rimorchiatore militare Porto Palo (da La Spezia), l'incrociatore ausiliario Filippo Grimani ed una decina di vedette antisommergibili provenienti da La Spezia. L'ammiraglio Nomis di Pollone, per ordine di Supermarina, assume il comando di questa eterogenea flottiglia, denominata Divisione siluranti.

Alle 20 una formazione di aerei tedeschi tenta di attaccare il porto, ma viene respinta dal violento tiro di sbarramento delle batterie contraeree a terra e delle decine di cannoni e mitragliere antiaeree delle navi in rada.

(Dagli elenchi dei caduti e dispersi della Marina Militare risulta che il 9 settembre 1943 il marinaio Domenico Bruno della Carini, da Reggio Calabria, sarebbe stato dichiarato disperso in Grecia. Sembra probabile un errore).

10 settembre 1943

In serata Supermarina ordina all'ammiraglio Nomis di Pollone di partire per Malta, via Palermo, con tutte le navi in grado di muovere.

Da Portoferraio la Divisione siluranti riparte dunque verso sud, a gruppetti, con l'eccezione di Ardito (impossibilitata a proseguire per i danni subiti in un attacco tedesco a Bastia), Impavido (immobilizzata da un'avaria), i due MAS (anch'essi immobilizzati da avarie), il Porto Palo, il Grimani ed alcune VAS.

11 settembre 1943

In mattinata Carini, Calliope, Fortunale, Aliseo, Animoso, Ardimentoso, Ariete ed Indomito lasciano Portoferraio alla volta di Palermo.

12 settembre 1943

Le otto torpediniere arrivano a Palermo, sotto occupazione statunitense dal precedente luglio, alle dieci del mattino.

Qui le navi italiane sostano per alcuni giorni, risultando un incomodo non da poco per i locali comandi statunitensi; il comandante della locale base della US Navy, capitano di vascello Leonard Doughty, annuncerà ai suoi superiori l'arrivo della flottiglia di Nomis di Pollone parafrasando sarcasticamente il messaggio inviato in precedenza dall'ammiraglio Andrew Browne Cunningham (capo di Stato Maggiore della Royal Navy e comandante in capo della Mediterranean Fleet britannica) relativamente all'arrivo a Malta della flotta da battaglia italiana in seguito all'armistizio ("Mi compiaccio di informare le loro signorie che la flotta italiana è all'ancora sotto i cannoni della fortezza di Malta"): "Mi compiaccio di informare le loro signorie che Palermo è sotto i cannoni di una flotta italiana".

L'ammiraglio Cunningham ha già deciso di utilizzare le siluranti italiane per la scorta ai convogli Alleati nel Mediterraneo, in modo da liberare un eguale numero di siluranti angloamericane per altri impieghi; non avendo però ancora concordato tale collaborazione con l'ammiraglio Raffaele De Courten (capo di Stato Maggiore della Marina italiana) e non essendo del tutto certo della realizzabilità di un accordo del genere con l'ex nemico, decide per il momento di trasferire le navi di Nomis di Pollone a Malta (dove già è confluito, in base alle disposizioni armistiziali, il grosso della flotta italiana), dove potrà, nel peggiore dei casi, impossessarsene con la forza qualora non risultasse possibile raggiungere un accordo per il loro utilizzo.

Incontrati i due ammiragli italiani a bordo dell'Aliseo, il capitano di vascello Doughty e due suoi sottoposti organizzano il rifornimento delle navi italiane con provviste e medicinali, in modo da consentirne la prosecuzione verso Malta.

18 settembre 1943

In serata la Carini e le altre torpediniere possono finalmente entrare in porto a Palermo, dove durante la notte vengono abbondantemente rifornite di viveri ed acqua dalle autorità statunitensi, in vista della prosecuzione del loro viaggio verso Malta.

19 settembre 1943

La flottiglia di Nomis di Pollone inizia a lasciare Palermo all'alba del 19, raggiungendo Malta tra quel giorno ed il 23 settembre.

La Carini lascia Palermo per trasferirsi a Malta all'alba dello stesso 19, insieme alla gemella Fabrizi, ai sommergibili H 4 ed Axum ed al rimorchiatore militare Liscanera. Le torpediniere ed il rimorchiatore fungono da scorta per i due sommergibili.

21 settembre 1943

Carini e Fabrizi arrivano alla Valletta in mattinata. Le precede il grosso delle siluranti di Nomis di Pollone, giunte nell'isola il giorno precedente, mentre il Liscanera arriverà il 23 insieme ad alcune motosiluranti.

Con i viveri ricevuti a Palermo le torpediniere riforniscono le navi della flotta che hanno raggiunto Malta già da qualche settimana, che sono ormai a corto di provviste.

5 ottobre 1943
La
Carini lascia Malta e ritorna in Italia, insieme ad Aliseo, Animoso, Ardimentoso, Indomito, Fortunale, Mosto e Fabrizi.

18 dicembre 1943

Lascia Cagliari alle 13.20 per scortare a Palermo il piroscafo Lucera ed il sommergibile Diaspro.

20 dicembre 1943

Il convoglio arriva a Palermo alle 10.20.

21 dicembre 1943

Lascia Palermo alle 23.12 per scortare ad Augusta, insieme alla torpediniera Clio, un convoglio formato da Diaspro, Lucera, il piroscafo statunitense Conasauga ed i piroscafi britannici Portsea ed Empire Fay.

23 dicembre 1943

Il convoglio arriva ad Augusta alle 10.50.

17 agosto 1944

La Carini salpa da Taranto alle 12.12 rimorchiando il sommergibile tascabile CB 11 (guardiamarina Giovanni Rondoni), che deve portare a Brindisi. Giunta a Gallipoli alle 22.45, vi sosta per la notte.

18 agosto 1944

Riparte da Gallipoli alle 7.40 ed arriva ad Otranto alle 18.20, con il CB 11 a rimorchio.

19 agosto 1944

Lascia Otranto alle 6 ed arriva a Brindisi alle 15.19, lasciandovi il CB 11.

26 agosto 1944

La Carini salpa da Taranto alle 9.10 rimorchiando il sommergibile tascabile CB 8 (sottotenente di vascello Prospero Nebbia), che deve portare a Bari. Giunta a Gallipoli alle 19.05, vi sosta per la notte.

27 agosto 1944

Riparte da Gallipoli alle 5.20 ed arriva ad Otranto alle 16.45, con il CB 8 a rimorchio.

28 agosto 1944

Lascia Otranto alle 5.12 ed arriva a Brindisi alle 14.15, sempre rimorchiando il CB 8.

29 agosto 1944

Lasciata Brindisi alle 5.15, arriva a Bari alle 17.30 e qui lascia il CB 8.

6 settembre 1944

Lascia Brindisi alle 9.37 rimorchiando il CB 11, che deve riportare a Taranto. Giunta ad Otranto alle 13.30, vi sosta fino all'indomani mattina.

7 settembre 1944

Lascia Otranto alle 5.35 diretta a Gallipoli, dove giunge alle 16.30, sempre con il CB 11 a rimorchio.

(In questa data, secondo gli elenchi dei caduti e dispersi della Marina Militare, il capo S.D.T. di terza classe Rinaldo Moroni della Carini, di 30 anni, da Montemarciano, risulterebbe essere presso Auxonne, in Francia, per bombardamento aereo, mentre era prigioniero dei tedeschi. Ciò appare abbastanza strano, e siccome secondo l'ANMI di Numana Moroni era invece in servizio presso la base navale di Tolone all'epoca dell'armistizio, sembra probabile che la sua attribuzione alla Carini sia frutto di un errore).

8 settembre 1944

Riparte da Gallipoli alle 6 ed alle 15.50 arriva a Taranto, dove lascia il CB 11.

10 maggio 1945

Il secondo capo furiere Salvatore La Scola, di 28 anni, da Trabia, imbarcato sulla Carini, muore in territorio metropolitano.

14 luglio 1945

Il marinaio cannoniere Emanuele Capurro, di 29 anni, da Genova, imbarcato sulla Carini, muore in territorio metropolitano.

1947

La Carini è tra le navi lasciate alla Marina Militare italiana, non più regia, dal trattato di pace tra l'Italia e gli Alleati firmato a Parigi il 10 febbraio. Ha base a Taranto.

1948

Trasferita a Catania, dove viene adibita alla vigilanza della pesca.

La Carini alla Maddalena negli anni Cinquanta, ormeggiata dietro la corvetta Pomona (Giovanni Atzori-Facebook)

22 giugno 1952

La Carini presenzia a Finale Ligure alla cerimonia di sepoltura dei resti del maresciallo d'Italia Enrico Caviglia, esumata dalla sua originaria sepoltura nella basilica di San Giovanni Battista per essere traslata in un mausoleo ricavato in un'antica torre di avvistamento a Capo San Donato, come disposto dalle ultime volontà del maresciallo.

Alla cerimonia partecipano il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il comandante militare territoriale generale Carlo Gotti, il comandante del Dipartimento Militare Marittimo dell'Alto Tirreno ammiraglio Vittorio De Pace, l'aiutante di campo del presidente generale Mario Marazzani, i vicepresidenti del senato (Giovan Battista Bertone) e della camera dei deputati (Giuseppe Chiostergi), il ministro della Marina Mercantile Paolo Cappa, il sindaco di Finale Ligure Augusto Migliorini (già comandante di corvette e sommergibili in tempo di guerra), il prefetto ed il presidente della provincia di Savona, il presidente di Onorcaduti generale Panizzi ed il novantaduenne ex presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, contemporaneo di Caviglia (presidente del consiglio nel 1917-1919, è stato rappresentante dell'Italia alla conferenza di pace di Versailles: per questo è stato designato quale oratore ufficiale) e destinato a morire a sua volta di lì a pochi mesi. Partecipano inoltre gli addetti militari francese, britannico e statunitense ed i presidenti delle associazioni combattentistiche, nonché la sorella del maresciallo Caviglia.

All'arrivo del presidente Einaudi, la Carini, alla fonda nel golfo, spara le salve d'onore regolamentari.


La Carini alla Maddalena negli anni Cinquanta (sopra: Coll. Giovanni Mulas; sotto: Salvatore Atzori via Facebook)

1953

Declassata a dragamine meccanico costiero, riceve il nuovo distintivo alfanumerico M 5331 (per altra fonte il distintivo alfanumerico sarebbe stato assegnato nel 1954). Insieme alla gemella Nicola Fabrizi ed alle similari Giuseppe Cesare Abba, Rosolino Pilo ed Antonio Mosto, ossia tutte le "tre pipe" sopravvissute alla guerra, la Carini confluisce nella nuova "classe" Abba di dragamine meccanici. L'armamento artiglieresco e contraereo viene ridotto ad un cannone da 102 mm e tre mitragliere da 20 mm, mentre vengono installati radar ed attrezzature per il dragaggio (per altra fonte, in seguito alla conversione in dragamine nel 1953-1954 la Carini avrebbe subito la rimozione di tre mitragliere binate da 20/65 mm e di tutti i tubi lanciasiluri, mentre insieme a radar ed attrezzature da dragaggio sarebbe stato installato un cannone Schneider-Armstrong 1917 da 102/45 mm).

La Carini dopo la conversione in dragamine, sotto nel 1954 (USMM, via g.c. Marcello Risolo e www.naviearmatori.net)

1953-1955

Posta a disposizione di Mariscuole.

Sopra: la Carini ormeggiata in una Maddalena insolitamente imbiancata dalla nevicata del 1956; sotto, ormeggiata allo stesso molo negli anni ’50/’60, sullo sfondo a sinistra sono visibili un’altra “tre pipe” ed una corvetta classe Gabbiano (Salvatore Atzori-Facebook)

31 dicembre 1958

Radiata dai quadri del naviglio militare, provvedimento ufficializzato con decreto n. 73747 emesso dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi il 30 giugno 1959 («...considerato che lo stato di vetustà della torpediniera Giacinto Carini, e tenuto conto che non è conveniente, per motivi d'ordine tecnico-economico, provvedere alla rimessa in efficienza della stessa...»).

Viene ridotta a pontone, con la nuova denominazione di GM 517, ed impiegata staticamente a La Maddalena per l'addestramento degli allievi delle scuole sottufficiali CEMM, Mariscuole (ad esempio nelle esercitazioni per i corsi dei meccanici, che si esercitano a smontare e rimontare pompe, tubature ed altre parti del suo apparato motore).

La Carini in disarmo alla Maddalena, 1960-1961 (g.c. Giuseppe Peluso)

Maggio 1963

Rimorchiata a La Spezia dal rimorchiatore militare Panaria, ha qui inizio la demolizione.




Alcune immagini della Carini alla Maddalena tra gli anni Cinquanta e Sessanta (Salvatore Atzori-Facebook)



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