.jpg) |
La
Giacinto
Carini
attraversa il canale navigabile di Taranto (g.c. Marcello Risolo, via
www.naviearmatori.net) |
Torpediniera,
già cacciatorpediniere, della classe
La Masa
(dislocamento standard 660 tonnellate, in carico normale 840
tonnellate, a pieno carico 875 tonnellate).
Nella
prima guerra
mondiale fu attivo in Adriatico, mentre durante il periodo
interbellico svolse intensa attività in Mediterraneo e Mar Rosso.
Nel secondo conflitto mondiale svolse principalmente attività di
scorta; complessivamente effettuò ben 348 missioni (160 di scorta,
17 di caccia antisommergibili, due di trasporto, 48 di trasferimento,
55 per esercitazione, 66 di altro tipo), percorrendo 56.344 miglia
nautiche e trascorrendo 5117 ore in mare e 207 giorni ai lavori.
Durante
la cobelligeranza svolse attività di scorta al servizio degli
Alleati, lungo le coste dell'Italia meridionale.
Il
suo motto era "Fide fidentia" ("con
la fede l'ardimento").
Breve
e parziale cronologia.
1°
settembre 1916
Impostazione
presso i cantieri Odero di Sestri Ponente.
7
novembre 1917
Varo
presso i cantieri Odero di Sestri Ponente.
30
novembre 1917
Entrata
in servizio. Assegnato alla IV Squadriglia Cacciatorpediniere, avente
base a Brindisi.
10
marzo 1918
Il
Carini
prende il mare per una missione di appoggio ad un attacco di MAS,
consistente in un'incursione dei MAS
99
e 100,
rimorchiati da Brindisi fino in prossimità dell'obiettivo dai
cacciatorpediniere Ippolito
Nievo ed Antonio
Mosto, contro il naviglio
da guerra austroungarico ormeggiato a Portorose.
L'operazione
è stata ordinata il 2 marzo dallo Stato Maggiore della Marina al
Comando di Brindisi; il gruppo di appoggio, oltre al Carini,
comprende un altro cacciatorpediniere italiano, il Pilade
Bronzetti, gli esploratori
leggeri Carlo Mirabello,
Augusto Riboty
(nave di bandiera del contrammiraglio Guido Biscaretti di Ruffia,
comandante superiore in mare), Alessandro
Poerio e Cesare
Rossarol, ed una
squadriglia di cacciatorpediniere francesi, la squadriglia
«Casque-Mangini»; queste unità hanno il compito di posizionarsi a
metà strada tra Brindisi
e Punta d'Ostro, per fornire supporto alle operazioni. Le avverse
condizioni del tempo costringono però i MAS a rimandare l'attacco e
rientrare a Brindisi, dove rimarranno bloccati fino al 13 marzo.
16
marzo 1918
L'azione
contro Portorose viene ritentata, ma nuovamente annullata per
maltempo.
25-26
marzo 1918
Il
Carini
ed i cacciatorpediniere Antonio
Mosto, Pilade
Bronzetti ed Ippolito
Nievo, insieme alle
torpediniere d'alto mare Airone
e Pallade
ed
alle torpediniere costiere 3
PN, 4
PN, 33
PN e
35
PN,
forniscono appoggio a degli aerei inviati in ricognizione su Cattaro.
Successivamente, i quattro cacciatorpediniere più 33
PN
e 35
PN
si
mettono infruttuosamente alla ricerca di U-Boote austroungarici di
ritorno in Adriatico.
8
aprile 1918
Nuovo
tentativo di attacco con i MAS contro Portorose, abbandonato quando
la ricognizione aerea mostra l'assenza di bersagli in quel porto.
Dato
il progressivo accorciamento della notte, si decide di abbandonare,
per il momento, ulteriori tentativi di operazioni di MAS contro
Portorose.
9
aprile 1918
Il
Carini
salpa da Brindisi in serata insieme ad altri cinque (per altra fonte
quattro) cacciatorpediniere italiani ed ai cacciatorpediniere
francesi Faulx
e Mangini
per
scortare a Taranto le corazzate Vittorio
Emanuele,
Regina
Elena
e Roma,
che insieme alla gemella Napoli
formano la II Divisione Navale. Il trasferimento delle corazzate è
stato deciso dal capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio
Paolo Thaon di Revel, in seguito a notizie su una possibile azione
navale austroungarica in grande stile in Adriatico (rafforzate dalla
nomina in marzo del nuovo comandante della flotta asburgica,
ammiraglio Miklós Horthy, e da un rapporto di inizio aprile dei
servizi d'informazione italiani e britannici circa una concentrazione
di sommergibili nemici in Adriatico): da parte italiana si teme che
in concomitanza con la ripresa dell'offensiva terrestre sul fronte
del Piave, Brindisi e Venezia possano essere attaccate dalla flotta
da battaglia austroungarica, appoggiata da sommergibili e posamine;
Thaon di Revel ha ricevuto informazioni secondo cui le moderne
corazzate della classe Viribus Unitis sarebbero state trasferite a
Cattaro e teme quindi che le più vecchie Regina
Elena, del tipo
pre-dreadnought, si troverebbero impossibilitate a difendersi
efficacemente in caso di attacco austroungarico contro Brindisi da
parte delle ben più grandi e meglio armate dreadnought asburgiche.
Al duplice scopo di portare le corazzate al sicuro, e salvaguardare
la città di Brindisi eliminando il principale obiettivo che potrebbe
motivare un bombardamento navale austroungarico, ha dunque deciso di
spostare tre delle quattro unità della II Divisione nella meglio
protetta base di Taranto, lasciando a Brindisi la sola Napoli adibita
in sostanza al ruolo di batteria galleggiante.
La
decisione di trasferire le corazzate a Taranto è fortemente
criticata dagli alleati francesi e britannici (l'ammiraglio
Henri Frochot, comandante della flotta francese in Adriatico;
l'ammiraglio Somerset Gough-Calthorpe, comandante della Mediterranean
Fleet britannica; il commodoro William Archibald Howard Kelly,
comandante della British Adriatic Force), in quanto priva le forze
leggere di base a Brindisi dell'appoggio di navi maggiori
in caso di incursioni austroungariche contro lo sbarramento del
Canale d'Otranto o di altre occasioni di scontro con forze navali
avversarie di entità superiore (anche se di fatto l'appoggio fornito
dalle corazzate della II Divisione è più teorico che reale, in
quanto gli equipaggi sono ridotti perché parte del personale è
stato sbarcato per essere destinato ai nuovi cacciatorpediniere e
navi scorta, e la carenza di carbone costringe a tenere le caldaie
spente, il che significa che potrebbero prendere il mare soltanto con
almeno cinque ore di preavviso: anche questa è una delle ragioni per
cui Thaon di Revel preferisce spostarle a Taranto, ritenendo che a
Brindisi con le caldaie spente sarebbero di fatto immobilizzate ed
inermi in caso di attacco nemico).
Al
momento della partenza delle navi da Brindisi il cielo è nuvoloso,
con vento fresco. La formazione procede in linea di fila, a 17 nodi.
10
aprile 1918
Durante
la navigazione di trasferimento nel Canale d'Otranto uno dei
cacciatorpediniere francesi, il Mangini,
subisce un'avaria al timone che verso mezzanotte lo porta traversarsi
al vento, evitare di stretta misura la collisione con una delle
corazzate e quindi speronare l'altro cacciatorpediniere francese, il
Faulx,
in corrispondenza della sala caldaie poppiera. (Le due navi perdono
il contatto con il resto della formazione e rimangono sul posto fino
alle otto del mattino, quando il Mangini
rimette in moto con il Faulx
a rimorchio: dopo pochi minuti di traino, tuttavia, il Faulx
si spezza in due ed affonda con la morte di 14 uomini).
Circa
un'ora più tardi, dopo che la formazione ha doppiato Capo Santa
Maria di Leuca, è il Carini
a speronare a centro nave, per un errore di manovra, il gemello
Benedetto Cairoli,
facente parte anch'esso della IV Squadriglia Cacciatorpediniere e che
lo seguiva nella scia: anche il Cairoli
affonda (per una versione immediatamente, per un'altra dopo alcune
ore), al largo di Santa Maria di Leuca, mentre il Carini
subisce la distruzione della prua, con danni di tale gravità – si
renderà necessaria la sostituzione dell'intera prua – che le
riparazioni si protrarranno fino a dopo la fine delle ostilità. Tra
l'equipaggio del Cairoli
si lamentano 28 vittime, tra cui il comandante in seconda ed il
direttore di macchina, mentre è tra i sopravvissuti il comandante,
capitano di corvetta Ildebrando Goiran, tratto in salvo dopo diverse
ore passate in acqua. La corazzata Roma
recupera alcune vittime, altri naufraghi vengono recuperati dal
cacciatorpediniere australiano Torrens (che perde un marinaio, il
diciassettenne Leslie Raymond Arthur Moore, spazzato fuori bordo dal
mare in burrasca e mai più ritrovato).
.jpg) |
| Ex voto raffigurante la collisione tra Carini e Cairoli, conservato nella basilica di Nostra Signora di Bonaria (da www.bonaria.eu) |
Alcune
immagini del Carini
danneggiato a Taranto dopo la collisione con il Cairoli,
il 12 aprile 1918 (nell’ordine: g.c. STORIA militare, g.c. Marcello
Risolo via www.naviearmatori.net,
www.forums.airbase.ru e
www.u-boat-lab.livejournal.com)
17
aprile 1918
In
mattinata il Carini,
in bacino di carenaggio a Taranto per i primi lavori di riparazione
dei danni subiti, riceve la visita del capo di Stato Maggiore della
Marina, ammiraglio Paolo Thaon di Revel. L'indomani Thaon di Revel
farà visita ai feriti di Carini
e Cairoli
ricoverati all'ospedale della Croce Rossa di Gallipoli.
19
agosto 1918
Il
Carini,
ancora in arsenale a Taranto, viene nuovamente visitato
dall'ammiraglio Thaon di Revel, accompagnato dal direttore
dell'arsenale, capitano di vascello Arturo
Cerbino.
La
prua del Carini
in ricostruzione nell’Arsenale di Taranto, in un’immagine del 30
agosto 1918 (sopra: Rosa Patrizi Landi-Facebook; sotto: da
“Protagonisti in foto” dell’Arsenale Militare Marittimo di
Taranto, aprile 2001)
1°
novembre 1918
Il
Carini
risulta inquadrato nella IV Squadriglia Cacciatorpediniere della
Flottiglia Siluranti di Brindisi, con Angelo
Bassini, Pilade
Bronzetti, Antonio
Mosto, Ippolito
Nievo, Simone
Schiaffino, Ardente
ed Animoso.
Si trova però ancora in riparazione, a Genova.
20
febbraio 1919
Alle
quattro del mattino il Carini
salpa da Brindisi per trasportare ad Antivari l'ammiraglio Thaon di
Revel, accompagnato dal contrammiraglio
Arturo Cerbino e dal seguito, ad Antivari. Qui il Carini
giunge alle 9.15: all'arrivo Thaon di Revel è
ricevuto dalle autorità militari del Regio Esercito e dal comandante
del Mosto,
ivi dislocato. Accompagnato dal comandante del presidio, tenente
colonnello Chiesa, Than di Revel passa in rivista le truppe schierate
e ne visita gli accantonamenti, dopo di che
si reca ad Antivari vecchia. Rientra sul Carini
per fare colazione, dopo di che la nave riparte alle 13.30 per
riportarlo a Brindisi, dove giunge sei ore dopo.
L'indomani
Thaon di Revel inviterà lo stato maggiore del Carini
a pranzo sull'ariete torpediniere Elba.
Aprile 1920
Il
Carini
trasporta a Genova un reparto di guardie regie, inviate a reprimere
gli scioperi che stanno dilagando in tutto il Piemonte (si è in
pieno "Biennio Rosso"); il tentativo governativo di inviare
truppe a Torino per via ferroviaria è stato bloccato dallo sciopero
dei ferrovieri, e quello di inviarle a Genova mediante navi
mercantili è parimenti frustrato dal rifiuto dei marittimi. Si
ripiega per questo sull'utilizzo di navi militari, il Carini
e la corazzata Duilio,
che al loro arrivo trovano il porto e la città di Genova in sciopero
generale.
24
giugno 1923
Il
Carini
trasporta a Porto Empedocle il principe Filiberto di Saovia-Genova,
duca di Pistoia, inviato da Vittorio
Emanuele III
quale suo rappresentante alla cerimonia d'inaugurazione del monumento
dei caduti di Agrigento nella prima guerra mondiale, che si tiene nel
quinto anniversario della battaglia del Piave. Il Carini
sbarca il duca a Porto Empedocle alle otto del mattino; qui trova ad
attenderlo il ministro della pubblica istruzione, Giovanni Gentile,
venuto a prelevarlo in automobile insieme alle autorità locali.
30-31
agosto 1923
Nella
tarda serata del 30 agosto il Carini
lascia Taranto insieme ai similari Generale
Antonino Cascino, Generale
Carlo Montanari, Giuseppe
La Farina e Giacomo
Medici, all'esploratore
Premuda,
agli incrociatori corazzati San
Giorgio e San
Marco,
alle corazzate Giulio Cesare
e Conte di Cavour,
alle torpediniere 50
OS
e 53
AS,
ai MAS
401,
404,
406
e 408
ed ai sommergibili Agostino
Barbarigo ed Andrea
Provana,
per prendere parte all'occupazione di Corfù: è infatti in pieno
svolgimento la crisi di Corfù, causata dall'assassinio – avvenuto
ad opera di ignoti il 27 agosto, sulla strada tra Giannina e Santi
Quaranta – del generale Enrico Tellini e di altri membri di una
delegazione italiana (maggiore Luigi Corti, tenente Mario Bonacini,
autista Remigio Farnetti, interprete albanese Thanas Gheziri) che
avrebbe dovuto definire i confini tra Grecia ed Albania per conto
della Società delle Nazioni, così risolvendo la disputa confinaria
in atto tra i due Paesi balcanici. I giornali italiani ed il governo
albanese hanno attribuito le responsabilità dell'eccidio alla
Grecia, considerate le pessime relazioni esistenti tra la delegazione
italiana e le autorità greche, che tramite un delegato avevano
apertamente accusato il generale Tellini di parzialità in favore
dell'Albania; il governo greco e l'ambasciatore romeno a Giannina
hanno invece imputato la strage a banditi albanesi, ma nessun oggetto
è stato rubato dalle vittime o dall'automobile su cui viaggiavano
(secondo lo storico greco Aristotle Kallis, vi sarebbero indizi
sufficienti da far ritenere che la strage sia stata compiuta da
provocatori albanesi che avrebbero attraversato il confine allo scopo
di far incolpare la Grecia). L'opinione pubblica italiana è
schierata contro la Grecia, tanto che scoppiano manifestazioni
antigreche; i giornali ellenici condannano l'eccidio di Giannina e si
esprimono amichevolmente nei confronti dell'Italia, auspicando che il
governo greco soddisfi quello italiano senza travalicare i confini
dettati dall'orgoglio nazionale greco.
A
capo del governo italiano è Benito Mussolini, in carica da pochi
mesi e desideroso di "mostrare i muscoli" in campo
internazionale: l'occasione è per lui perfetta sia per dare una
dimostrazione di forza che aumenti il suo prestigio presso i
nazionalisti italiani (presentandosi come il vendicatore della
"vittoria mutilata") e che rafforzi la posizione
dell'Italia come potenza militare in campo internazionale, in grado
di ottenere ciò che vuole con la forza, sia, se possibile, per
impadronirsi stabilmente di Corfù, il cui possesso faciliterebbe il
controllo da parte italiana del Basso Adriatico e del Mar Ionio (e
che Mussolini vede come "più italiana che greca" per via
della plurisecolare dominazione veneziana). Mussolini, pertanto,
accusa la Grecia di responsabilità dell'eccidio ed il 29 agosto
impone un durissimo ultimatum al governo greco: questi ha
ventiquattr'ore per porgere scuse solenni all'Italia (tramite la sua
legazione di Atene) ed avviare un'inchiesta, con la collaborazione
dell'addetto militare italiano in Grecia (colonnello Perone), che
porti entro cinque giorni all'arresto e condanna a morte dei
responsabili della strage; inoltre tutti i componenti del governo
ellenico dovranno presenziare ai funerali delle vittime, che si
dovranno tenere in forma solenne nella cattedrale cattolica di Atene,
dovranno essere tributati gli onori militari agli uccisi, la flotta
greca dovrà tributare gli onori alla bandiera di una squadra navale
italiana che sarà appositamente inviata al Pireo, e la Grecia dovrà
pagare all'Italia cinquanta milioni di lire a titolo di risarcimento
entro cinque giorni. In caso contrario, l'Italia invaderà ed
occuperà per ritorsione Corfù.
Il
corpo di spedizione destinato a conquistare l'isola è composto da
mille uomini del 48° Reggimento Fanteria "Ferrara", da una
batteria di 8 cannoni da 75 mm del gruppo someggiato del 14o
Reggimento Artiglieria, da reparti del reggimento di fanteria di
Marina "San Marco" e dalle compagnie da sbarco delle navi,
il tutto al comando dell'ammiraglio
Emilio Solari, comandante in capo dell'Armata Navale. Le truppe,
comandate dal colonnello Bruto Leonardi dell'Esercito, saranno
sbarcate sulla costa settentrionale e su quella meridionale
dell'isola.
Il mattino del 30 agosto l'ammiraglio Solari emette l'ordine
d'operazione n. 408 RR. P. ("Istruzioni per l'occupazione di
Corfù"), che annuncia che "L'operazione
ha per causa il rifiuto da parte del Governo Greco di accordare
all'Italia le soddisfazioni richieste per l'uccisione della missione
militare italiana per la delimitazione del confine albanese. Come
rappresaglia è decisa l'occupazione di Corfù da eseguire nelle
prime ore del mattino del 31 agosto con sbarco di truppe in due punti
a nord e a sud dell'isola di Corfù. Le navi maggiori trasporteranno
truppe del R. Esercito e l'operazione che dovrà essere sVolta nel
modo più celere avverrà con il concorso delle forze da sbarco delle
navi stesse. L'operazione sarà pronta con navi e dai
cacciatorpediniere".
Seguono disposizioni dettagliate sullo svolgimento dello sbarco, che
dovrà essere completato prima di notte. A Napoli è inoltre pronto
un corpo di spedizione più nutrito, da impiegare in caso di
necessità, costituito da 5000 uomini di una brigata di fanteria e
servizi della Divisione Militare Speciale al comando del generale
Gustavo Berardi. Ad ogni modo, dalle informazioni raccolte da
ufficiali italiani inviati a Corfù per raccogliere informazioni
sulle difese dell'isola risulta che la forza da sbarco iniziale
dovrebbe essere più che sufficiente ad averne ragione: le vecchie
fortificazioni veneziane sono pressoché sguarnite, ed il presidio
consiste unicamente in un battaglione di fanteria ad organico
ridotto, più 150 allievi di una scuola della gendarmeria, inquadrati
da ufficiali britannici.
Lo
stesso 30 agosto il governo greco risponde all'ultimatum, accettando
soltanto in parte le richieste italiane, che vengono fortemente
ridimensionate: il comandante militare del Pireo esprimerà il
cordoglio del governo greco per l'accaduto al locale ministro
italiano, sarà tenuto un servizio religioso di commemorazione delle
vittime alla presenza di membri del governo greco, un distaccamento
della Guardia di Palazzo greca renderà gli onori alla bandiera
italiana presso la sede della legazione d'Italia, e reparti militare
greci renderanno onori ai feretri delle vittime quando questi saranno
trasbordati su una nave da guerra italiana per essere riportati in
patria. Viene inoltre offerta disponibilità a pagare un giusto
indennizzo ai familiari delle vittime, mentre viene opposto un
rifiuto alla conduzione di un'inchiesta in presenza dell'addetto
militare italiano, dal quale però verrebbe accettata qualsiasi
informazione che potesse agevolare l'individuazione degli assassini.
Le altre richieste vengono respinte in quanto lederebbero l'onore e
la sovranità della Grecia.
Mussolini
ed il governo italiano dichiarano insoddisfacente ed inaccettabile la
controproposta greca, con l'appoggio della stampa, che insiste
affinché la Grecia ceda pienamente alle richieste italiane. Non
avendo il governo greco ottemperato alle condizioni, l'operazione
contro Corfù prende il via (la risposta del governo ellenico arriva
a Mussolini alle 22.35 del 30 agosto, per mezzo dell'ambasciatore
italiano ad Atene Giulio Montagna e dell'addetto militare colonnello
Fernando Perrone di San
Martino, e 50 minuti
dopo l'ammiraglio Solari – già uscito con la flotta da Taranto da
alcune ore ed in attesa di disposizioni davanti a Gallipoli –
riceve l'ordine "esegua
missione").
Dopo
aver preso contatto con
il Commissario dell'Aeronautica per coordinare la partecipazione
all'operazione del dirigibile F
6
e del Gruppo idrovolanti della 1a
Squadra Aerea, la flotta italiana doppia Capo Santa Maria di Leuca e
si presenta davanti
a Corfù alle 15.30 del 31 agosto, con un certo ritardo sull'orario
previsto perché l'ammiraglio Solari, non volendo passare per
l'entrata settentrionale del Tignoso (troppo stretta e facilmente
minabile), ha preferito allungare il percorso per entrare dal più
largo e profondo imbocco meridionale.
Precede
il grosso della flotta l'esploratore Premuda
con a bordo il capitano di vascello Antonio Foschini, capo di Stato
Maggiore dell'ammiraglio Solari, recante un ultimatum del suo
superiore al governatore greco di Corfù: in esso si impongono
l'ammaino della bandiera greca da sostituire con quella italiana, la
cessazione di tutte le comunicazioni, la resa e disarmo di truppe
e gendarmeria ed il controllo di tutte le attività da parte
dell'Italia. Il Premuda
arriva a Corfù alle 13.45 ed il comandante Foschini, accompagnato
dal console italiano, viene ricevuto dal prefetto Petros Evripaios,
cui comunica l'imminente occupazione. Evripaios dichiara di non
potersi opporre allo sbarco, ma verso le 15 sopraggiunge anche il
comandante del presidio, maggiore Kricogolas, che dopo una breve
discussione in privato con il prefetto annuncia al comandante
Foschini la sua intenzione di opporsi allo sbarco.
Alle
16 del 31 agosto le unità italiane iniziano il tiro, protraendolo
sino alle 16.15, sulle due fortezze
di Corfù (Vecchia e Nuova) che tuttavia non sono in mano a truppe
greche, bensì occupate da profughi provenienti dall'Anatolia, sedici
dei quali rimangono uccisi, ed altri 32 feriti. Anche la locale
scuola di polizia viene cannoneggiata.
Dopo
un quarto
d'ora di bombardamento, le autorità greche dell'isola si arrendono,
e viene dato inizio allo sbarco del corpo di spedizione italiano
(composto da alcune migliaia di uomini); il prefetto Evripaios ed
altri ufficiali e funzionari ellenici vengono arrestati ed
imprigionati a bordo delle navi italiane. Nel giro di pochi giorni le
truppe italiane occupano Corfù e la maggior parte delle navi fa
ritorno a Taranto, lasciando a Corfù un incrociatore corazzato, i
cinque cacciatorpediniere e qualche sommergibile e MAS sotto il
comando del contrammiraglio Aurelio Belleni, mentre il 2 settembre
1923 l'ammiraglio Diego Simonetti diviene governatore di Corfù.
Il
bombardamento dell'isola, e specialmente le vittime civili da esso
causate, provocheranno rimostranze in campo internazionale da parte
del presidente del Save the Children Fund (in quanto tra le vittime
vi sono anche diversi bambini), del Near East Relief e della Società
delle Nazioni, che definiranno il bombardamento di Corfù come un
atto disumano, inutile ed ingiustificabile, "un assassinio
ufficiale da parte di una nazione civilizzata".
In
Grecia, il governo decreta la legge marziale e ritira la flotta nel
golfo di Volo, onde evitare contatti con la flotta italiana. Nella
cattedrale di Atene viene tenuta una messa solenne in ricordo delle
vittime del bombardamento di Corfù, e le campane di tutte le chiese
suonano a lutto; sempre in segno di lutto, vengono chiusi tutti i
luoghi di divertimento, mentre nelle piazze scoppiano proteste
antiitaliane, tanto che un distaccamento di trenta militari greci
dev'essere inviato a proteggere la sede della Legazione d'Italia ad
Atene. I giornali greci condannano l'attacco italiano a Corfù, ed il
quotidiano "Eleftheros Typos" si esprime pesantemente nei
confronti degli italiani, tanto che a seguito delle proteste del
Ministro d'Italia il governo ellenico ne sospende per un giorno la
pubblicazione e destituisce il censore che ha permesso la
pubblicazione dell'articolo incriminato.
Anche
in Italia scoppiano nuove dimostrazioni antigreche, mentre il governo
italiano chiude il Canale d'Otranto alle navi greche, chiude i porti
alle navi greche (mentre i porti greci rimangono aperti alle navi
italiane), ordina alle compagnie di navigazione italiane di evitare
la Grecia e persino sequestra tutte le navi greche che si trovano in
porti italiani (una viene addirittura fermata e catturata nel Canale
d'Otranto da un sommergibile italiano); il 2 settembre, tuttavia, le
navi greche verranno rilasciate per decisione del Ministero della
Marina. Vengono espulsi dall'Italia i giornalisti greci, viene
richiamato in patria l'addetto militare inviato ad indagare
sull'eccidio di Giannina, ed i riservisti ricevono l'ordine di
tenersi pronti ad un'eventuale mobilitazione;
Vittorio Emanuele III lascia la sua residenza estiva per fare ritorno
a Roma.
Anche
altri Paesi nella regione prendono le parti dell'uno o dell'altro
contendente e si preparano ad un eventuale conflitto: l'Albania
rinforza il suo confine con la Grecia e proibisce a chiunque di
attraversarlo, mentre la Jugoslavia dichiara che appoggerà la Grecia
ed in Turchia la fazione più nazionalista suggerisce a Mustafà
Kemal di cogliere l'occasione per riconquistare la Tracia occidentale
ai danni della Grecia. La Cecoslovacchia esprime solidarietà alla
Grecia e condanna l'iniziativa italiana.
Tra
le poche voci contrarie, in Italia, all'occupazione di Corfù vi sono
i diplomatici di professione, che ritengono che la spregiudicatezza
di Mussolini possa mettere a repentaglio le trattative in corso per
la cessione all'Italia, da parte del Regno Unito, dell'Oltregiuba e
dell'oasi di Giarabub. Il segretario generale del Ministero degli
Affari Esteri Salvatore Contarini, l'ambasciatore italiano in Francia
Romano Avezzana ed il
delegato italiano presso la Lega delle Nazioni Antonio Salandra (già
primo ministro italiano nel 1915) cercano di persuadere Mussolini ad
abbandonare le richieste più estreme ed accetti un compromesso.
George
Curzon, segretario agli Affari Esteri del Regno Unito, definisce le
richieste di Mussolini come eccessive e "molto
peggiori dell'ultimatum
[imposto alla Serbia dall'Impero Austroungarico] dopo
Sarajevo",
e scrive al primo ministro britannico Stanley Baldwin che l'azione di
Mussolini è stata "violenta
ed
ingiustificabile"
e che se il Regno Unito non appoggerà l'appello della Grecia presso
la Società delle Nazioni, tanto varrebbe per tale istituzione
chiudere baracca. Howard William Kennard, temporaneamente a capo
dell'ambasciata britannica a Roma,
scrive in un dispaccio a Curzon che Mussolini potrebbe essere pazzo,
"un
miscuglio di megalomania ed estremo patriottismo",
e che potrebbe volutamente esasperare la situazione fino a scatenare
una guerra tra Italia e Grecia. In generale, il Foreign Office si
mostra orientato a proteggere la Grecia dall'Italia servendosi come
tramite della Società delle Nazioni; Curzon propone di affidare la
risoluzione della disputa alla Società delle Nazioni, ma Mussolini
per tutta risposta minaccia di lasciarla. Inoltre, da parte
britannica si ritiene probabile che la Francia porrebbe il veto su
qualsiasi tentativo di imporre sanzioni contro l'Italia; per di più,
gli Stati Uniti non sono un Paese membro della Società delle Nazioni
e non sarebbero vincolati a rispettare eventuali sanzioni contro
l'Italia, vanificandole ulteriormente, mentre l'Ammiragliato
britannico asserisce che per imporre un blocco navale contro l'Italia
dovrebbe prima esserci una dichiarazione di guerra. Il Regno Unito
rafforza la Mediterranean Fleet in vista di un possibile scontro con
l'Italia, mossa che provoca delle spaccature all'interno del "fronte"
italiano: il ministro della Marina Paolo Thaon di Revel, insieme ai
vertici della Marina, afferma che è necessario mantenere rapporti di
amicizia con il Regno Unito, la cui flotta è troppo superiore a
quella italiana per poterla affrontare con successo in un eventuale
conflitto. In generale, tutti i ministri militari cercano di
dissuadere Mussolini dal tirare troppo la corda, minacciando le
dimissioni e paventando un conflitto che vedrebbe l'Italia
contrapposta a Grecia, Jugoslavia, Regno Unito e probabilmente anche
la Francia (che mentre è stata finora favorevole all'Italia, non lo
sarebbe più se al partito antiitaliano dovesse unirsi anche la
Jugoslavia, sua protetta).
Il
1° settembre la Grecia si appella alla Società delle Nazioni, ma il
rappresentante dell'Italia, Antonio Salandra, spiega al Consiglio
della Società delle Nazioni di non essere autorizzato a discutere la
questione; Mussolini si rifiuta di collaborare con la Società delle
Nazioni ed asserisce invece che la risoluzione della crisi dovrebbe
essere affidata alla Conferenza degli Ambasciatori (organo istituito
nel 1920 e formato dai rappresentanti di Italia, Francia, Regno Unito
e Giappone, con l'incarico di far rispettare i trattati di pace e
mediare le contese territoriali tra i Paesi europei), ripetendo che
l'Italia lascerebbe la Società delle Nazioni piuttosto che
accettarne l'interferenza. Francia e Regno Unito sono divisi:
quest'ultimo sarebbe favorevole all'intervento della Società delle
Nazioni, mentre la Francia è contraria, temendo che ciò possa
costituire un precedente per una successiva interferenza della
Società delle Nazioni nell'occupazione francese della Ruhr. Il
risultato è che, come vuole Mussolini, la risoluzione della crisi
viene affidata alla Conferenza degli Ambasciatori, che l'8 settembre
1923 annuncia le condizioni che le due parti dovranno adempiere per
la risoluzione della disputa. Come previsto da Mussolini, la
decisione della Conferenza degli Ambasciatori è in massima parte
favorevole alle richieste italiane: la flotta greca dovrà salutare
con 21 salve la flotta italiana, che allo scopo si recherà al Pireo
insieme a navi da guerra francesi e britanniche (che saranno comprese
nel saluto); il governo greco presenzierà ad una cerimonia funebre;
i greci dovranno rendere gli onori militari alle vittime dell'eccidio
di Giannina quando queste verranno imbarcate a Prevesa per il ritorno
in Italia; la Grecia dovrà depositare in una banca svizzera 50
milioni di lire a titolo di garanzia; la massima autorità militare
greca dovrà porgere le sue scuse ai rappresentanti italiano,
francese e britannico ad Atene; la Grecia dovrà condurre
un'inchiesta sull'eccidio di Giannina, da condurre sotto la
supervisione di un'apposita commissione internazionale (presieduta
dal tenente colonnello Shibuya, addetto militare presso l'ambasciata
giapponese) e da completare entro il 27 settembre; la Grecia dovrà
garantire la sicurezza della commissione d'inchiesta ed assumersene
le spese. L'unica richiesta rivolta
al governo albanese è di facilitare l'operato della commissione nel
proprio territorio. La decisione è accolta favorevolmente dalla
stampa italiana e dallo stesso Mussolini, la cui immagine esce
rafforzata da questo episodio, mentre viceversa la Società delle
Nazioni ha dato in questa occasione i primi segni della cronica
debolezza che caratterizzerà tutta la sua travagliata esistenza: non
è stata capace di proteggere una potenza minore da una più grande,
la sua autorità è stata sminuita da uno dei suoi membri fondatori,
nonché membro permanente del suo consiglio. Il regime fascista ha
concluso con un successo la sua prima disputa internazionale; la
prova di forza da parte dell'Italia dissuaderà inoltre la Grecia
dall'insistere ulteriormente per la cessione delle isole del
Dodecaneso e, secondo alcuni autori, avrebbe anche indotto la
Jugoslavia a riconoscere la sovranità italiana su Fiume con il
trattato di Roma,
firmato nel 1924.
La
Grecia accetta lo stesso 8 settembre le condizioni della Conferenza
degli Ambasciatori, mentre l'Italia fa altrettanto due giorni dopo, e
non prima di aver precisato che ritirerà le proprie truppe da Corfù
soltanto una volta
che la Grecia avrà interamente adempiuto alle propri obbligazioni.
L'11
settembre il delegato greco presso la Società delle Nazioni,
Nikolaos Politis, informa il consiglio della Conferenza degli
Ambasciatori che la Grecia ha depositato i 50 milioni di lire, e
quattro giorni dopo la Conferenza informa Mussolini che l'Italia
dovrà evacuare Corfù entro il 27 settembre. Il 26 settembre, prima
ancora della conclusione dell'inchiesta sull'eccidio, la Conferenza
degli Ambasciatori decreta il versamento di un'indennità di 50
milioni di lire (la somma depositata dalla Grecia in una banca
svizzera a titolo di garanzia) in favore dell'Italia, perché "le
autorità greche sono state colpevoli di una certa negligenza prima e
dopo il delitto". Questa decisione è subita come una sconfitta
da parte della Grecia, che ha in questo modo dovuto cedere a
pressoché tutte le richieste iniziali di Mussolini. Per aggiungere
la beffa al danno, l'Italia chiede anche che la Grecia rimborsi i
costi di occupazione di Corfù: un milione di lire al giorno. A
questo proposito, la Conferenza degli Ambasciatori stabilisce che
l'Italia dovrà rivolgersi ad una Corte di Giustizia Internazionale.
Il
27 settembre, come stabilito, le truppe italiane vengono ritirate da
Corfù; la bandiera italiana viene ammainata, salutata dalla flotta
italiana e da un cacciatorpediniere greco, e rimpiazzata da quella
greca, che viene salutata dalla nave ammiraglia italiana. Le navi
italiane rimangono tuttavia a Corfù, avendo ricevuto l'ordine di non
lasciare l'isola fino a quando l'Italia non avrà ricevuto i 50
milioni di lire: la somma depositata nella banca svizzera è stata
infatti posta a disposizione del Tribunale dell'Aia,
e la banca non intende trasferire il denaro a Roma
senza l'autorizzazione della Banca Nazionale Greca. La sera dello
stesso giorno, tuttavia, quest'ultima dà la sua autorizzazione. Il
30 settembre, dopo che la flotta greca ha tributato gli onori a
quella italiana nel porto del Falero, le navi italiane rientrano a
Taranto, lasciando sul posto un solo cacciatorpediniere.
20-24
agosto 1924
Il
Carini
partecipa alle grandi manovre della flotta al largo della Sicilia. La
flotta è divisa in due gruppi, di cui quello "nazionale",
avente base ad Augusta al comando dell'ammiraglio Massimiliano
Lovatelli, deve scortare un convoglio (avente velocità non superiore
ai 7 nodi) da Tobruk ad un porto a scelta della Sicilia orientale,
della costa ionica o del Basso Adriatico, mentre quello "nemico",
avente base a Trapani al comando dell'ammiraglio Angelo Conz, deve
impedire al convoglio di giungere a destinazione.
Alla
mezzanotte del 20 agosto, aperte le "ostilità",
l'esploratore Augusto
Riboty
(capitano di vascello Umberto Bucci) ed i cacciatorpediniere Generale
Antonino Cascino,
Generale
Carlo Montanari,
Generale
Marcello Prestinari
e Generale
Achille Papa
lasciano Tobruk scortando il convoglio – formato dai piroscafi
Otranto,
Augusta,
Gallipoli,
Lussin,
Porto
Corsini
e Corazzin
– per ordine dell'ammiraglio Lovatelli, facendo rotta su Capo
Colonne (la rotta più breve e diretta) in modo da approdare a
Crotone
(rotta nord per le prime trenta miglia, poi accostata per 330° e
navigazione su tale rotta per ventiquattr'ore). Lovatelli fa sbarrare
il canale di Malta con siluranti, MAS e sommergibili, per costringere
la squadra dell'ammiraglio Conz a passare a sud di Malta, mentre con
il grosso delle sue forze (corazzate Duilio
ed Andrea
Doria,
esploratori Aquila
e Leone,
due squadriglie di cacciatorpediniere delle classi Generali e
Soldato) lascia Augusta per raggiungere il convoglio e fornirgli
protezione diretta. La squadra di Conz, erroneamente convinto che il
convoglio seguirà la costa libica mentre forze principali di
Lovatelli lo attenderanno a sud di Malta per dare battaglia, dirige
verso Tolmetta, dove pensa di intercettare il convoglio con una
scorta leggera. Alle otto del 22 agosto la squadra di Lovatelli
raggiunge il convoglio, con il quale naviga indisturbata per le
successive dodici ore; ma il sommergibile Agostino
Barbarigo,
inviato da Conz al largo di Tobruk, scopre però la formazione,
informandone l'ammiraglio via radio. L'esploratore Nino
Bixio,
del gruppo "nemico", che tenta di pedinare il convoglio,
viene avvistato da circa 15 miglia dal Riboty
ed il Leone
viene inviato ad affrontarlo, ma dopo un lungo inseguimento il Bixio
fa perdere le proprie tracce nella nebbia, per poi tornare a seguire
il convoglio a distanza aggiornando Conz sui suoi movimenti. La
squadra di Conz dirige per intercettare il convoglio, ma durante la
notte del 23 quest'ultimo, avendo modificato la rotta al tramonto
(dirigendo su Augusta invece che su Capo Colonne), sfugge alle
ricerche passando proprio tra il gruppo principale di Conz (che
attraversa la sua rotta trenta miglia più a nord) ed un suo gruppo
esplorante avanzato.
"Vince"
l'esercitazione il gruppo "nazionale", con l'arrivo del
convoglio a Siracusa e la "perdita", da parte del "nemico",
della corazzata Dante
Alighieri,
del cacciatorpediniere Palestro e di un sommergibile, mentre il
gruppo "nazionale" subisce il "siluramento" della
corazzata Andrea
Doria.
L'ammiraglio Alfredo Acton, comandane in capo dell'armata navale,
segue le manovre dalla corazzata Conte
di Cavour,
su cui si è imbarcato con tutto il suo stato maggiore; alle 18 del
23 agosto la Cavour,
preceduta dal Carini
e seguita dalle corazzate Duilio
ed Andrea
Doria,
da altri quattro cacciatorpediniere e da alcune torpediniere,
incontra il convoglio tra il parallelo di Capo Passero ed il
meridiano di Santa Maria di Leuca, per poi tornare a separarsene dopo
mezz'ora. Alle undici del 24 agosto il convoglio con la squadra di
Lovatelli giunge a Siracusa, dove li attende la Cavour,
ed alle 11.10 viene proclamata la cessazione delle "ostilità".
Le navi che hanno partecipato all'esercitazione verranno poi passate
in rivista il 5 settembre nel Golfo di Napoli.
Dicembre
1925
Il
Carini,
insieme ai più moderni cacciatorpediniere Castelfidardo,
Curtatone,
Calatafimi
e Monzambano,
forma la IV Squadriglia Cacciatorpediniere della 2a
Flottiglia della Divisione Siluranti, formata inoltre
dall'esploratore Aquila
(capo flottiglia) e dalla III Squadriglia Cacciatorpediniere
(Confienza,
San Martino,
Solferino
ed Enrico Cosenz).
La Divisione Siluranti comprende anche l'esploratore Quarto
(nave ammiraglia), la 1a
Flottiglia Cacciatorpediniere (esploratore Carlo
Mirabello;
cacciatorpediniere Giuseppe
La Masa, Giuseppe
La Farina, Nicola
Fabrizi e Giacomo
Medici della III
Squadriglia; cacciatorpediniere Generale
Antonio Cantore, Generale
Antonino Cascino, Generale
Carlo Montanari, Generale
Marcello Prestinari e
Generale Achille Papa
della IV Squadriglia) e la 3a
Flottiglia Cacciatorpediniere (esploratore Falco;
cacciatorpediniere Giuseppe
Sirtori, Giuseppe
Missori, Giovanni
Acerbi e Vincenzo
Giordano
Orsini
della V Squadriglia; cacciatorpediniere Fratelli
Cairoli, Antonio
Mosto, Simone
Schiaffino, Rosolino
Pilo e Giuseppe
Dezza della VI
Squadriglia).
28
giugno 1926
Il
capitano di corvetta Carlo Bergamini assume il comando del Carini:
per il futuro comandante delle forze navali da battaglia si tratta in
assoluto del primo comando.
10
(o 23) dicembre 1928
Il
comandante Bergamini, frattanto promosso a capitano di fregata il 25
settembre 1926, lascia il comando del Carini
per andare a frequentare un corso dell'Istituto di Guerra Marittima a
Livorno.
1929
Il
Carini
fa parte, con i similari Nicola
Fabrizi, Angelo
Bassini e Giuseppe
La Farina, della V
Squadriglia della 3a
Flottiglia della III Divisione Siluranti (che comprende anche
l'esploratore Carlo
Mirabello ed i
cacciatorpediniere Giuseppe
La Masa, Generale
Antonio Cantore, Generale
Carlo Montanari, Generale
Marcello Prestinari e
Generale Achille Papa
della VI Squadriglia), appartenente alla 2a
Squadra Navale (con base a Taranto).
1°
ottobre 1929
Declassato
a torpediniera, come tutti i vecchi "tre pipe", ormai
nettamente surclassati per dimensioni ed armamento dalle nuove classi
di cacciatorpediniere.
Assegnata
alla II Squadriglia Torpediniere della Divisione Speciale (al comando
dell'ammiraglio Salvatore Denti Amari di Piraino e composta, oltre
che dalla Carini,
dagli esploratori Quarto
e Falco
e dalle torpediniere Giuseppe
La Farina, Angelo
Bassini, Nicola
Fabrizi, Enrico
Cosenz, Generale
Antonino Cascino, Generale
Antonio Chinotto e Generale
Achille Papa).
1931
Fa
parte, insieme ai similari Generale
Antonio Cantore e Giuseppe
La Farina, al più grande
Alessandro Poerio
ed all'esploratore Aquila,
della IV Squadriglia
Cacciatorpediniere,
assegnata alla Divisione Speciale dell'ammiraglio Denti.
10
agosto 1931
La
Carini,
insieme alle similari Generale
Antonio Chinotto e Generale
Achille Papa ed
all'esploratore Premuda,
presenzia a Capodistria
alla commemorazione del quindicesimo anniversario dell'esecuzione di
Nazario Sauro.
16
luglio 1931-24 marzo 1932
È
nuovamente comandante della Carini
il capitano di fregata Carlo Bergamini, che vi sperimenta una
centralina di tiro da lui progettata ("Galileo-Bergamini")
il cui prototipo è stato appositamente installato sulla
torpediniera. Bergamini ha sviluppato il progetto della centrale, la
prima di progettazione e produzione interamente italiana, su incarico
di Marinarmi (la Direzione generale armi ed armamenti navali), che ha
poi affidato la realizzazione del prototipo alle Officine Galileo di
Firenze; una volta
pronto, il prototipo è installato sulla Carini
il cui comando viene affidato allo stesso Bergamini (che ne ha
seguito a Firenze le fasi di realizzazione) per effettuare le
necessarie prove, che daranno eccellenti risultati.
Febbraio-Marzo
1932
La
Carini
partecipa, insieme alle similari Giuseppe
La Masa, Generale
Antonio Cantore e Generale
Marcello Prestinari,
all'esploratore Leone
e ad alcuni MAS, ad esercitazioni congiunte di attacco e lancio di
idrosiluranti tra la Marina e l'Aeronautica, con l'impiego di Savoia
Marchetti S. 55 della 187a
Squadriglia. Il rapporto finale steso al termine di queste
esercitazioni rileva: «Si è
vista la scarsa attendibilità delle distanze ottenute con telemetri
a coincidenza nel caso di difesa antiaerea delle unità navali. (…)
I
quattro cannoni a.a. da 75 mm., del bersaglio tipo, sono stati
considerati avere un raggio di azione di 6000 metri e una celerità
di 6 colpi al minuto. Le mitragliere di medio calibro si è
considerato abbiano i requisiti delle 13,2 H. Nella gran parte dei
casi si è osservato come l'attacco parta logicamente dai settori
prodieri e in essi si mantengano tutti gli aerei che non hanno ancora
eseguito il lancio.
(…) Dopo
il lancio invece la possibilità di tiro è migliore poiché l'aereo
che ha lanciato non può assumere subito una rotta di rapidissimo
allontanamento. Si è verificato che il tiro in questa fase può da
parte delle mitragliere durare fino a 3 minuti, tempo questo
sufficiente per provocare sugli aerei danni e incendi notevoli. In
detta fase anche il tiro dei cannoni è suscettibile di buon
rendimento per il numero di granate che si possono lanciare a
distanze utili. (…)
Nei
numerosi attacchi di controbordo e lanci angolati si è notato che i
siluri hanno nella gran parte dei casi scarti superiori a 200 metri.
Si esprime il parere che lancio angolato non sia per gli
idrosiluranti suscettibile di utile impiego, perché vincola
l'apparecchio determinati lati, rotte e rilevamenti, a meno di non
ottenere sull'aereo in volo la possibilità di variare l'angolazione.
Inoltre una leggera manovra protettiva può rendere nullo il lancio
angolato. E' utile però non dimenticare che il lancio angolato
permette all'aereo di sfilarsi dal più difficile dei tiri, per la
forte variazione di brandeggio, nel minimo tempo. (…)
Attacco
rotte dirette: Gli attacchi di questo tipo hanno dato i migliori
risultati e i minimi scarti. Gli aerei che svolgono questa manovra
debbono essere slegati fra loro e distanti in modo da non costituire
mai un unico bersaglio allo scoppio delle stesse granate. Gli
osservatori debbono essere allenati ad assumere da un punto qualunque
dell'orizzonte la appropriata rotta di attacco per posizioni finali
utili al lancio ma alquanto diverse fra loro, per quanto da
raggiungersi in istanti prossimi. Occorre dunque una conoscenza anche
teorica del problema cinematico, e una formazione di esplorazioni, e
da assumersi all'avvistamento, tale da permettere l'inizio quasi
contemporaneo di tanti attacchi distinti quanti sono gli aerei. Si
ritiene che questo tipo di attacco, che comprende come casi
particolari tutti gli altri tipi di attacchi legati a certe posizioni
iniziali, sia quello suscettibile del massimo rendimento. Però
occorre un allenamento graduale e un affiatamento da raggiungersi
dopo numerose e ordinatissime prove, poiché si tratta di rotte
convergenti verso una zona ristretta. Si noti che le diverse
posizioni di lancio che ogni aereo tende a raggiungere corrispondano
al concetto di porre intorno al bersaglio un sufficiente numero di
siluri, lanciati o da lanciarsi, tali da impedire che un energica
manovra protettiva inutilizzi tutto l'attacco. Ciò mostri quanto sia
necessario disporre di un forte numero di aerei. (…)
La
manovra protettiva largamente usata nelle esercitazioni è stata
quella di mettere la prora sulla sezione attaccante più minacciosa,
magari rivolgendola dopo qualche momento sulla sezione dall'altro
lato. I rapporti dei Comandi Navali e Aerei sono stati naturalmente
un po' in contrasto circa l'efficacia di tale manovra, ma si ritiene
che quasi sempre la manovra suddetta abbia raggiunto lo scopo di
inutilizzare l'attacco, se ciò si deve eseguire dagli scarti
ottenuti al lancio senza manovra protettiva di sorta. A manovra
accennata si deve eseguire un esatto tempismo, poiché provoca, se
anticipata, la facile contromanovra degli aerei, e, se ritardata, la
possibilità di essere inutile. Si ritiene che contro un attacco da
un solo lato essa debba essere iniziata con tutta la barra fra 3000 e
4000 metri, e contro attacco dai due lati a distanza un po' maggiore
contro il gruppo più vicino. A difesa di un attacco di controbordo e
possibile lancio angolato non inoltre da escludere che un deciso
cambiamento di andatura, oltre che di rotta, possa esser efficace. La
manovra protettiva contro un attacco in massa su rotte dirette non
può più consistere in una semplice accostata verso un aereo.
Esperienza non è stata fatta ma si ritiene che la migliore manovra
protettiva di fronte a una minaccia di questo genere consista nel
portare rapidamente la nave in una zona del tutto diversa da quella
verso cui si navigava, oltre naturalmente alla possibile difesa data
da aerei propri. (…)
L'arma
idrosilurante è ancora in sul nascere e non ha nessuna esperienza di
combattimenti reali; però per essa si possono prevedere ampi
sviluppi e ottimi rendimenti. Lo studio dell'impiego degli
idrosiluranti pare segua la stessa successione logica di esperimenti
che a suo tempo si svolsero per le siluranti di superficie. Per
accelerare questo sviluppo è necessario partire dalle più recenti
nozioni riguardanti quell'altro impiego. I concetti basilari possono
essere: Rotte dirette ̶ Masse di aerei. E' chiaro che in queste
condizioni l'allenamento e la preparazione debbono essere continue e
serissime, poiché si tratta per ogni osservatore di adattare
rapidissimamente la propria manovra a casi tattici e cinematici in
continuo cambiamento. Un aumento di velocità dell'aereo
idrosilurante porterà indubbiamente all'aumento del suo rendimento.
Il bersaglio tipo presenta forse uno scarso armamento a.a., però dai
risultati degli attacchi e dai lanci eseguiti nelle esercitazioni
svolte a questo proposito si può ritenere che detto bersaglio, col
tiro e la manovra protettiva, avrebbe potuto quasi sempre diminuire
di due terzi la probabilità di siluramento».
.jpeg) |
| La Carini (g.c. Carlo Di Nitto, via La Voce del Marinaio) |
Inizio
1936
Dislocata
a Massaua, la Carini
entra a far parte della Divisione Navale dell'Africa Orientale
(ammiraglio di divisione Vittorio Tur), che comprende inoltre gli
incrociatori leggeri Bari,
Taranto
e
Quarto,
gli esploratori Tigre,
Leone
e Pantera,
i cacciatorpediniere Francesco
Nullo
e
Daniele
Manin,
le torpediniere Audace
e Generale
Antonio Cantore,
i sommergibili Luigi
Settembrini,
Ruggero
Settimo,
Narvalo,
Tricheco,
Salpa
e
Serpente
e le navi appoggio sommergibili Alessandro
Volta
ed
Antonio
Pacinotti.
Autunno
1937-Aprile 1939
Durante
la guerra civile spagnola, la Carini
viene adibita al pattugliamento delle rotte mediterranee nel quadro
del dispositivo internazionale stabilito dalla conferenza di Nyon,
tenutasi tra il 10 ed il 14 settembre 1937 per affrontare la
questione dei "sommergibili pirata" che nei mesi precedenti
hanno attaccato numerose navi dirette nei porti spagnoli repubblicani
affondandone alcune, tra cui anche navi battenti bandiera neutrale.
I
sommergibili in questione altri non sono che quelli italiani,
impiegati da Mussolini in appoggio dell'alleato spagnolo Francisco
Franco per agevolarne la vittoria nella guerra civile, tagliando i
flussi di rifornimenti che giungono alla Spagna repubblicana da Paesi
esteri (specialmente l'Unione Sovietica). Non essendovi ufficialmente
in vigore uno stato di guerra tra l'Italia e la Repubblica spagnola,
questa campagna sottomarina è di fatto illegale e pressoché
piratesca, ed i battelli italiani operano pertanto prevalentemente in
immersione o col favore del buio, avendo rimosso ogni contrassegno
che possa agevolarne l'identificazione, per non essere riconosciuti:
ciononostante, la reale nazionalità dei sommergibili "fantasma"
è in realtà universalmente nota, ma le autorità di Francia e Regno
Unito, principali promotrici della politica di "non intervento"
estero nella guerra civile in Spagna, preferiscono fingere
ufficialmente di non conoscerla per evitare un eccessivo
deterioramento dei rapporti dell'Italia, che si spera di riuscire
ancora a separare dalla Germania nazista con una politica di
"appeasement".
La
situazione è precipitata in seguito al blocco del Canale di Sicilia
disposto da Mussolini nell'agosto 1937 su richiesta di Franco, con
l'impiego di ingenti forze aeree e navali sia di superficie che
subacquee: pur avendo successo nel troncare il flusso di rifornimento
verso i porti repubblicani, questa operazione ha provocato diversi
"incidenti" che hanno provocato dure proteste a livello
internazionale e seriamente rischiato di provocare un'espansione del
conflitto. In risposta alla cosiddetta "crisi dei sommergibili
fantasma" è stata pertanto indetta una conferenza
internazionale a Nyon, in Francia, con la partecipazione di Francia,
Regno Unito, Unione Sovietica, Turchia, Jugoslavia, Irlanda,
Bulgaria, Grecia, Egitto e Romania;
Italia e Germania, invitate a partecipare, hanno rifiutato in segno
di protesta contro le – fondate – accuse sovietiche di pirateria
rivolte all'Italia. Le nazioni partecipanti stabiliscono che per la
navigazione d'altura in acque internazionali le proprie navi
mercantili dovranno seguire delle rotte concordate tra i principali
porti del Mediterraneo, rotte che saranno pattugliate da
cacciatorpediniere ed aerei delle principali potenze aderenti
all'accordo, ossia Francia e Regno Unito, che per i pattugliamenti
nel Mediterraneo orientale si appoggeranno anche ad alcuni porti
messi appositamente a disposizione dalle nazioni rivierasche. I Paesi
partecipanti saranno responsabili ciascuno del pattugliamento delle
proprie acque territoriali. Viene stabilito che in caso di attacco da
parte dei sommergibili "pirati" (ogni riferimento alla loro
nazionalità è accuratamente evitato) contro navi non spagnole, o
loro tentativo di avvicinarsi in immersione alle rotte pattugliate,
questi dovranno essere attaccati da tutte le unità di pattuglia
presenti in zona, fino alla distruzione; in Mediterraneo i
sommergibili si potranno spostare soltanto navigando in superficie,
accompagnati da navi di superficie e dando preavviso del proprio
passaggio. Gli accordi, sottoscritti dal 14 settembre, entrano in
vigore dal 20 settembre.
All'Italia
viene offerto, ed anzi chiesto, di provvedere a pattugliare con
analoghe modalità le rotte del Mar Tirreno (l'Adriatico è invece
escluso dagli accordi e non sarà soggetto a sorveglianza); la
diplomazia britannica e francese fa ripetute pressioni affinché le
autorità italiane accettino tale responsabilità, ma il 14 settembre
il governo italiano rifiuta, adducendo a motivazione il mancato
riconoscimento della parità con Francia e Regno Unito, cui è
affidata la sorveglianza in tutto il resto del Mediterraneo. Il 21
settembre si tiene a Roma
un colloquio tra il ministro degli Esteri italiano, Galeazzo Ciano, e
gli incaricati britannico e francese, Edward Maurice Ingram e Jules
Blondel, con cui viene chiarito che l'Italia potrebbe accettare di
pattugliare il Tirreno se le venisse riconosciuta una posizione
paritaria con le Marine francese e britannica nell'applicazione delle
misure di protezione del traffico mercantile concordate a Nyon, ed il
giorno stesso i governi francese e britannico propongono di tenere
una riunione a tre a Parigi con rappresentanti italiani per emendare
le decisioni prese a Nyon in modo da consentire l'adesione
dell'Italia. La proposta viene accettata, ed i colloqui si tengono a
Parigi dal 27 al 30 settembre: rappresentante italiano l'ammiraglio
Wladimiro Pini, capo di Stato Maggiore della Regia Marina,
rappresentante francese l'ammiraglio René-Émile Godfroy (che ha
partecipato alla conferenza di Nyon), rappresentante britannico
l'ammiraglio William Milbourne James, sottocapo di Stato Maggiore
della Royal Navy. Al termine degli incontri, pressoché tutte le
richieste italiane vengono accettate, e l'Italia entra a far parte
del dispositivo di sorveglianza internazionale in condizioni di piena
parità con Francia e Regno Unito: il Mediterraneo è diviso in
tredici zone, e ad ognuna delle tre Marine è affidato il
pattugliamento di una uguale lunghezza delle rotte che i mercantili
dovranno seguire. L'Italia ottiene la sorveglianza di zone in tutti e
tre i bacini del Mediterraneo, con un'area di competenza che va dalle
Baleari al canale di Suez, comprese le rotte che uniscono la
Cirenaica al Dodecaneso. Gli ultimi particolari (modalità di impiego
delle navi, collegamenti e codici per le comunicazioni tra i
rispettivi comandanti e le unità impegnate nei pattugliamenti)
vengono concordati il 30 ottobre a Biserta tra gli ammiragli Romeo
Bernotti (comandante in capo della 2a
Squadra Navale italiana), Alfred Dudley Pound (comandante in capo
della Mediterranean Fleet britannica) e Jean-Pierre Esteva
(comandante in capo delle forze navali francesi nel Mediterraneo).
Ciano
commenta significativamente nel suo diario questa vittoria
diplomatica: "Una bella
vittoria. Da imputati siluratori a poliziotti mediterranei, con
esclusione degli affondati russi"
(l'Unione Sovietica, principale accusatrice dell'Italia e
proprietaria di alcune delle navi affondate, non è stata inclusa nel
dispositivo di sorveglianza delle rotte).
Le
rotte assegnate all'Italia per il pattugliamento sono la
Genova-Algeri, la Marsiglia-Biserta-Port Said, la
Marsiglia-Messina-Port Said, la Genova-Gibilterra, le rotte dalla
Spagna al Mediterraneo orientale, quella dal Mar Nero ad Alessandria
d'Egitto, quelle tra il Mediterraneo orientale e l'Adriatico e quelle
tra il Mediterraneo occidentale e l'Adriatico. I compiti di
pattugliamento vengono affidati alla 2a
Squadra Navale, ed il suo comandante, ammiraglio Romeo Bernotti, è
pertanto nominato comandante del dispositivo di sorveglianza, con
comando a Palermo. Complessivamente, da parte italiana vengono
destinati ai pattugliamenti due incrociatori leggeri (Alberico
Da
Barbiano
e Giovanni
delle
Bande
Nere),
quattro esploratori (Ugolino
Vivaldi,
Antonio
Da
Noli,
Leone
Pancaldo,
Antoniotto
Usodimare),
otto cacciatorpediniere (Confienza,
Curtatone,
Palestro,
Euro,
Turbine,
Aquilone,
Quintino
Sella,
Bettino
Ricasoli),
venti torpediniere (Altair,
Andromeda,
Antares,
Aldebaran,
Astore,
Cigno,
Canopo,
Castore,
Centauro,
Cassiopea,
Climene,
Giuseppe Dezza,
Giuseppe La Masa,
Giacinto Carini,
Giacomo Medici,
Generale Antonio Cantore,
Generale Carlo Montanari,
Generale Marcello
Prestinari, Sirio,
Sagittario),
due incrociatori ausiliari (Adriatico
e Barletta)
e le Squadriglie Idrovolanti 141, 146, 148 e 185 della Ricognizione
Marittima. Le forze aeronavali impiegate nei pattugliamenti hanno
base a Tripoli, Cagliari, Augusta, Messina, La Maddalena, Trapani,
Brindisi, La Spezia, Lero e Tobruk.
La
Carini,
in particolare, è dislocata a Messina ed incaricata, insieme alle
similari Giuseppe
La Masa,
Generale
Antonio Cantore
e Generale
Marcello Prestinari,
di pattugliare la rotta numero 9, tra i porti spagnoli ed il
Mediterraneo orientale, passando a nord delle Baleari.
1940
È
comandante della Carini
il capitano di corvetta Lorenzo Bezzi, che sbarcherà a fine maggio
per assumere il comando del sommergibile Console
Generale
Liuzzi.
10
giugno 1940
All'entrata
in guerra dell'Italia, la Carini
fa parte della XVI Squadriglia Torpediniere, di base a La Spezia ed
alle dipendenze del Dipartimento Militare Marittimo Alto Tirreno,
insieme alla gemella Giuseppe
La Masa ed alle meno
anziane torpediniere Curtatone,
Castelfidardo,
Calatafimi
e Monzambano.
(Per altra fonte Carini
e La Masa
avrebbero fatto parte, insieme alle similari Generale
Antonio Cantore e Generale
Marcello Prestinari, della
III Squadriglia Torpediniere di Napoli – per altra versione ancora
la III Squadriglia Torpediniere sarebbe stata composta da Carini,
La Masa,
Prestinari
e Francesco
Stocco
ed avrebbe avuto base a Taranto –, trovandosi però distaccate allo
scoppio della guerra presso la XVI Squadriglia; per un'altra ancora
sarebbero state aggregate alla X Squadriglia Torpediniere, formata
dalle ben più moderne Sirio,
Sagittario,
Vega
e Perseo,
ma ciò appare alquanto improbabile data la disomogeneità delle
caratteristiche dei due tipi).
9-15
giugno 1940
Carini,
Curtatone
e la più moderna torpediniera Sirio
scortano i posamine Crotone
e Fasana
ed i posamine ausiliari Giuseppe
Orlando
ed Elbano Gasperi
durante le operazioni di posa di campi minati nelle acque dell'Isola
d'Elba.
.jpg) |
| Particolare della poppa della Carini, in un’altra immagine scattata a La Spezia nel 1940 (Coll. Giuseppe Celeste, via www.associazione-venus.it) |
31
gennaio 1941
La
Carini
salpa da Tripoli alle 11 per scortare a Napoli i piroscafi tedeschi
Adana,
Kybfels
e Ruhr.
2
febbraio 1941
Il
convoglio giunge a Napoli alle 13.
3
marzo 1941
Carini
e La Masa
scortano i sommergibili H
1 e H
6 in uscita da La Spezia
per un pattugliamento difensivo al largo dell'Isola del Tino.
24
aprile 1941
Alle
cinque del mattino la Carini
e la gemella Giuseppe La
Masa incontrano in mare
l'incrociatore leggero Raimondo
Montecuccoli,
diretto a La Spezia per un periodo di lavori, e ne assumono la
scorta, come loro ordinato. Il tempo è pessimo.
25
aprile 1941
Carini,
La Masa
e Montecuccoli
entrano a La Spezia alle 12.30.
Aprile-Maggio
1941
La
Carini
viene utilizzata per i primi esperimenti di utilizzo in navigazione
del nuovo radar E.C.3 bis, il primo radar italiano, sviluppato dal
Regio Istituto Elettronico delle Comunicazioni (RIEC, Marinelettro
Livorno) in collaborazione con l'Accademia Navale, le Officine
Galileo, la Marelli, la SAFAR, la FIMET e la FIVRE. I prototipi di
questo modello sono stati sviluppati fin dal 1939 dal professor Ugo
Tiberio, ma hanno ricevuto fino a quel momento scarso interesse e
ancor minori finanziamenti; solo in seguito alla tragica sconfitta
subita nella battaglia notturna di Capo Matapan, il 28 marzo 1941, i
vertici della Marina hanno ordinato di condurre con essi esperienze
ufficiali per verificare l'effettiva possibilità di affrontare un
combattimento notturno con i radar (o radiotelemetri, come all'epoca
sono chiamati in Italia) e per constatare i risultati del lavoro
svolto dal RIEC. Il comandante della squadra navale, ammiraglio
Angelo Iachino, ha ordinato di distogliere i pochi specialisti di
Marinelettro Livorno da altri incarichi per concentrare il lavoro
nella realizzazione del radar, allo scopo di giungere il prima
possibile a disporre di un radar per avvistamento navale ed uno per
la scoperta aerea.
L'apparato,
che emette impulsi su una lunghezza d'onda di 70 cm (di piccola
potenza, ad alta cadenza con 10.000 impulsi al secondo e modulati in
ampiezza con oscillazione acustica di 500 Hertz, una portata di 20
km, ricevitore a superreazione ed indicatore acustico abbinato con
la
manovra di uno sfasatore: un apparato di manovra complessa ma molto
sensibile in rapporto alla potenza usata) ed è già stato testato a
terra (sulla terrazza del RIEC, a Livorno, insieme alle precedenti
versioni E.C. 1 ed E.C. 2) il 20 aprile ad opera dello stesso
professor Tiberio ed alla presenza di una commissione
interministeriale (durante tali prove ha individuato una nave da 12
km di distanza e degli aerei da 34 km), viene installato sulla
torpediniera dal dottor Pietro Lombardini, il più giovane
collaboratore del professor Tiberio. La Carini,
che diviene così la prima nave italiana dotata di radar, compie poi
delle sperimentazioni in mare ad inizio maggio. I risultati non sono
molto soddisfacenti: anche se il radar riesce a rilevare a distanza
contatti sia aerei (un aereo inviato appositamente da Pisa viene
localizzato da ben 80 km di distanza, risultato definito
"sorprendente") che navali (vengono rilevati bersagli di
medio tonnellaggio a distanze comprese tra i 7 ed i 12 km, vengono
rilevati echi provenienti dalle coste di Corsica e Sardegna a
distanza di una ventina di km e da navi di un convoglio di cui la
Carini
fa parte), gli echi di ritorno sono tradotti in segnali sonori, come
nel sonar, il che richiede un operatore particolarmente esperto e
risulta sostanzialmente inutile ai fini della direzione del tiro
d'artiglieria. Le prime visualizzazioni non risultano molto migliori;
le sperimentazioni continueranno con la modifica del prototipo radar
della Carini
(che viene dotato di un ricevitore ad indicazione oscillografica) che
qualche mese dopo viene trasferito sulla corazzata Littorio.
13
giugno 1941
La
Carini
viene inviata a dare la caccia al sommergibile olandese O
24,
che ha affondato il motoveliero requisito V
121 Carloforte intorno
all'1.30 a 36 miglia per 294° dalla Gorgona.
La
ricerca intrapresa dalla torpediniera risulterà del tutto
infruttuosa.
Luglio
1941
La
Carini
viene dotata di una versione perfezionata del radar E.C.3, l'E.C.3
ter "Gufo", col quale dovrebbe svolgere "le esperienze
conclusive"; tuttavia le prove non possono mai avere luogo
perché la Carini
è sempre impegnata in missioni di scorta, il che porterà
Supermarina a disporre, a fine settembre 1941, lo sbarco del radar
dalla torpediniera a La Spezia. Solo nel settembre 1942 si arriverà
ad una versione utilizzabile del radar.
5
settembre 1941
La
Carini
ed il rimorchiatore Torre
Annunziata
scortano il sommergibile Onice
durante un'esercitazione al largo di La Spezia.
1941
È
comandante della Carini
il capitano di fregata Costanzo Casana, che nel gennaio 1942 passerà
sul cacciatorpediniere Lanciere.
4
novembre 1941
La
Carini
scorta il sommergibile H 6
(sottotenente di vascello Filiberto Sturlese) in un'esercitazione al
largo di La Spezia.
14-15
novembre 1941
La
Carini
lascia la Liguria per scortare al sud la motonave cisterna Iridio
Mantovani.
Nel
primo pomeriggio Carini
e Mantovani
al largo di Fiumicino i piroscafi Ninetto
G. e Valsavoia,
diretti a La Spezia e scortati dalla torpediniera Perseo;
i mercantili si scambiano le rispettive torpediniere di scorta, poi
proseguono ciascuno per la propria rotta. Alle 15.30 del 15 novembre,
poco prima dello scambio delle scorte, il convoglio formato da
Valsavoia
(scambiato per una nave cisterna per via del fumaiolo a poppa),
Ninetto G.
e Perseo
(scambiata per un cacciatorpediniere classe Lampo, si trova circa 915
metri al traverso a sinistra dei mercantili, che procedono in linea
di fila) viene avvistato su rilevamento 140o
dal sommergibile olandese O
21 (capitano di corvetta
Johannes Frans Van Dulm) mentre procede a 8 nodi su rotta 315°, con
la scorta aerea di un idrovolante CANT Z. 501 (avvistato alle 15.35).
(Stranamente, Van Dulm parla nel suo giornale di bordo di tre
mercantili, una nave cisterna scarica e due navi da carico, tutte di
circa 5000 tsl, prima di avvistare anche la Mantovani).
Il
sommergibile inizia la manovra d'attacco, ma alle 16.05 avvista a
soli 460 metri di distanza una torpediniera identificata come della
classe Abba: è la Carini;
la segue una moderna nave cisterna carica valutata in circa 5000 tsl
(sottostimandone di molto le dimensioni, abbastanza insolitamente: in
realtà, è grande il doppio), ossia la Mantovani.
Subito dopo, avendo visto la Perseo
issare un segnale ed accostare verso di lui, l'O
21 rinuncia ad attaccare la
petroliera nonostante la distanza di poche centinaia di metri, e
scende in profondità.
Alle
16.20 la Carini
accosta verso nord ed assume la scorta dei piroscafi, mentre la
Perseo
fa lo stesso con la Mantovani;
alle 16.26, in posizione 41°47' N e 12°06' E, l'O
21 lancia due siluri contro
il Ninetto G.,
ma subito dopo il lancio, non essendo riuscito ad eliminare tutta
l'aria contenuta nel primo tubo lanciasiluri, viene in affioramento,
e deve così rinunciare al lancio di un terzo siluro e poi immergersi
precipitosamente a 60 metri di profondità (poi ridotti a 40 metri).
I siluri mancano il bersaglio, e dalle 16.36 alle 16.56 l'O
21 viene sottoposto a
caccia con bombe di profondità da parte della Carini,
che ha avvistato le scie dei siluri; le prime bombe di profondità
esplodono molto vicine al sommergibile, ma senza danneggiarlo.
Terminata la caccia, la Carini
si allontana verso nord.
1°
dicembre 1941
La
Carini,
il MAS 525,
il posamine Crotone
ed il rimorchiatore militare Sant'Antioco
scortano il sommergibile Platino
durante un'esercitazione nelle acque di La Spezia.
15
dicembre 1941
La
Carini,
insieme al posamine Crotone,
alla cannoniera Rimini
ed ai rimorchiatori militari Capodistria
e Favignana,
scorta il sommergibile Ambra
di ritorno a La Spezia al termine di un'esercitazione.
16
dicembre 1941
La
Carini,
insieme al cacciatorpediniere Premuda,
al posamine Crotone
ed ai rimorchiatori militari Sant'Antioco,
Capodistria,
Torre
Annunziata
e Favignana
scorta i sommergibili Platino,
Acciaio
e H 6
in un'uscita mattutina dal Muggiano (La Spezia) per prove in mare ed
esercitazioni.
1942
Lavori
di modifica dell'armamento: vengono eliminati due (per altra fonte
tre) pezzi da 102/45 mm, i due da 76/40 mm e le due mitragliatrici da
6,5/80 mm vengono sostituiti con tre (o quattro) mitragliere binate
Breda 1935 da 20/65 mm, ed uno dei due impianti lanciasiluri binati
da 450 mm viene sbarcato e sostituito con uno trinato da 533 mm,
installato a poppavia del terzo fumaiolo (per altra versione questo
impianto lanciasiluri sarebbe stato installato in aggiunta ai due
binati da 450 mm, ma sembra probabile un errore).
7
gennaio 1942
La
Carini
e la più moderna torpediniera Aretusa
scortano da Brindisi a Taranto il piroscafo Ariosto
e la cisterna militare Nettuno.
Alle 14.10 il convoglio incontra il sommergibile Otaria
al largo di Capo San Vito.
27
gennaio 1942
Scorta
il sommergibile H 6
in un'altra esercitazione al largo di La Spezia, insieme al posamine
Crotone
ed al rimorchiatore militare Capodistria.
24
febbraio 1942
La
Carini
scorta il sommergibile tascabile CB
1 durante un'esercitazione
nelle acque di La Spezia.
3
marzo 1942
La
Carini,
insieme al rimorchiatore militare Favignana
ed al posamine Crotone,
scorta i sommergibili Ambra
e H 6
durante un'esercitazione nelle acque di La Spezia.
11-12
marzo 1942
La
Carini
scorta il sommergibile Acciaio
in un'uscita da La Spezia per prove notturne di lancio siluri.
13
marzo 1942
La
Carini
scorta il sommergibile Marcantonio
Colonna
di ritorno da un'esercitazione al largo di La Spezia.
18
aprile 1942
Carini
e La Masa
scortano il sommergibile Francesco
Rismondo
in un'esercitazione al largo di La Spezia.
30
aprile 1942
La
Carini
scorta il Rismondo
durante un'altra esercitazioni nelle acque di La Spezia.
11
novembre 1942
La
Carini
urta il motoveliero/vedetta foranea V
208 Araldo
nel porto di Genova, danneggiandolo.
Lo
stesso giorno la torpediniera salpa da La Spezia scortando la nave
ausiliaria tedesca Bengasi,
diretta a Cagliari, ma alle 16.06 il sommergibile britannico
Turbulent
(capitano di fregata John Wallace Linton) avvista il Bengasi
– identificato come un mercantile di 4000 tsl a pieno carico – in
avvicinamento da nord, una decina di miglia a sud di
Capo Ferrato. Il Turbulent
manovra per attaccare, ed alle 16.27, in posizione 39°10' N e 09°39'
E (ad est dell'isoletta di Serpentara), lancia due siluri a ore
dodici, da 1100 metri di distanza; una delle armi colpisce il
Bengasi,
che affonda una trentina di miglia ad est di Cagliari ed 8-10 miglia
a nord-nord-est di Capo Carbonara (l'equipaggio del Turbulent
avverte i rumori della nave in affondamento nove minuti dopo il
siluramento). (Altra fonte indica l'affondamento come avvenuto a nord
di Capo Ferrato e 32 miglia a sud di Cagliari).
Solo
dopo aver lanciato Linton si avvede della presenza della Carini
circa 2700 metri a poppavia del Bengasi:
la torpediniera contrattacca con il lancio di alcune bombe di
profondità, che però esplodono molto lontane dal Turbulent,
dopo di che abbandona la caccia per provvedere al salvataggio dei
naufraghi. Del Bengasi
vengono tratti in salvo 78 naufraghi tra cui cinque feriti, le
vittime sono tre.
.JPG) |
| Un’altra immagine della Carini nel 1942 (Navypedia) |
30
novembre 1942
Nel
pomeriggio la Carini
(tenente di vascello Antonio Pucci, caposcorta), il posamine Crotone
ed il cacciasommergibili ausiliario AS
121 Regina
Elena salpano da Livorno
per scortare a Bastia un convoglio formato dai piroscafetti Tabarca,
Principessa Mafalda
e Capitano Sauro
e dal ben più grande Città
di Trieste, aventi a bordo
circa 1500 soldati diretti in Corsica, occupata poche settimane
prima.
Le
navi del convoglio iniziano ad uscire dal porto di Livorno nel tardo
pomeriggio; ultima ad uscire è proprio la Carini,
che salpa dal Molo Mediceo alle 20.30 e raggiunge le altre unità,
che l'aspettano poco fuori dal porto, per procedere alla formazione
del convoglio. Quest'operazione, da compiere ovviamente con le navi
oscurate (come sempre in tempo di guerra), si rivela alquanto
laboriosa: alle 21.25 la Carini
si porta a dritta della rotta di sicurezza per cercare di localizzare
le altre navi, ma fatica parecchio a vederle, perché le loro sagome
si confondono con quelle della costa e per giunta la scarsa
visibilità peggiora la situazione. Alle 21.28, comunque, la
torpediniera riesce ad avvistare il resto del convoglio, ed il
caposcorta Pucci dà ordine di accelerare e portarsi in formazione.
Lasciata
Livorno, le sette navi fanno rotta verso sud, seguendo la rotta di
sicurezza che, per aggirare i campi minati, passa al largo delle
secche di Vada (frazione di Rosignano Marittimo, non lontano da
Livorno). Fino al giorno precedente è stato in vigore un divieto di
navigazione nelle acque a sud di quelle secche, nelle quali si
ritenevano esistere dei campi minati; proprio il 29 novembre,
tuttavia, si è conclusa un'operazione di dragaggio sistematico
condotta dai dragamine della III Flottiglia inviati da Maridipart La
Spezia (il comandante di quella flottiglia ha personalmente diretto
l'operazione) nella fascia delimitata dai meridiani 10°23' N e
10°25' N e dai paralleli 43°16' E e 43°18' E. In seguito a questo
intervento, le acque a sud delle secche di Vada sono state ritenute
libere, ed il divieto di navigazione è stato revocato.
Alle
21.34 il convoglio inizia la navigazione su rotta 144°; alle 22.55
il caposcorta ordina di accostare per 229° per passare ad ovest
delle secche di Vada.
Via
via che le navi proseguono, la visibilità va progressivamente
peggiorando a causa della formazione di foschia; entro le 23.10 la
formazione del convoglio si è piuttosto frammentata, con nell'ordine
Principessa Mafalda,
Tabarca
e Capitano Sauro
(la presenza di quest'ultimo, però, sembra stranamente essere omessa
da alcuni documenti) che formano un gruppo in posizione più
avanzata, Crotone
e Città di Trieste
più arretrati, ed ancora più indietro il Regina
Elena, rimasto isolato. La
Carini
accelera per portarsi in testa alla formazione; avvista nel buio un
fanale azzurro che segnala "Regina
Elena", ma non riesce
a vedere la nave.
Alle
23.20 il Principessa
Mafalda, che di fatto
conduce la navigazione, accosta per 180°, ed alle 23.33 fa lo stesso
anche la Tabarca,
che lo segue. La Carini
le raggiunge ed assume rotta parallela ad esse, navigando sul loro
fianco a circa 600 metri di distanza; l'ulteriore peggioramento della
visibilità ha frattanto fatto perdere di vista, oltre al Regina
Elena, anche Crotone
e Città di Trieste,
che d'altra parte stanno ancora navigando su rotta 229°, non avendo
ancora accostato.
Alle
23.44 la Tabarca
effettua un'ampia accostata sulla dritta, tanto brusca da costringere
la Carini
ad una frettolosa contromanovra
per non entrare in collisione; la torpediniera segnala la propria
presenza con tre lampi luminosi. Alle 23.48 il gruppo di testa del
convoglio è così disposto: la Carini
si trova sulla dritta dei mercantili, a circa 1500 metri di distanza,
tra il Principessa Mafalda
e la Tabarca;
il Principessa Mafalda
sta accostando per 136°; la Tabarca
è rimasta leggermente spostata sulla sinistra rispetto alla rotta
seguita dall'unità di testa.
Alle
23.54, mentre il convoglio doppia il faro di Vada, poco a sud delle
omonime secche, la Tabarca
vira improvvisamente a dritta e subito dopo viene scossa da
un'improvvisa esplosione a prua, sul lato sinistro. Da bordo della
Carini
viene sentito lo scoppio e vista un'alta colonna di fumo levarsi a
proravia della Tabarca,
dal cui fumaiolo fuoriescono vistose scintille; poi la piccola
motonave affonda rapidamente, poco a sud delle secche di Vada.
Dopo
l'affondamento della Tabarca,
la Carini
accosta a dritta di 14°, in modo da portarsi più al largo, e riduce
la velocità a cinque nodi; temendo che possano esserci altre mine
(non a torto: la lista delle navi saltate su mine nel tentativo di
soccorrere altre unità che ne avevano urtate è tragicamente lunga),
non si avvicina al punto in cui è affondata la piccola motonave,
limitandosi invece a pendolare a bassa velocità per tentare di
avvistare naufraghi o rottami. Fa così per un'ora, senza riuscire ad
avvistare alcunché.
1°
dicembre 1942
Alle
00.55, non avendo avvistato neanche un naufrago, il comandante Pucci
decide di lasciare la zona e riunirsi al convoglio, che intanto ha
proseguito per la sua rotta. Aumentata la velocità, all'1.05 la
Carini
raggiunge il resto del convoglio, che arriva indenne a Bastia alle
9.12 del 1° dicembre. Prima di lasciare la zona dell'affondamento,
la Carini
informa Marina Livorno dell'accaduto mediante un marconigramma, ed in
seguito a tale notizia il Comando Marina di Livorno si attiva per
organizzare i soccorsi.
Le
unità inviate da Livorno riusciranno a salvare soltanto otto uomini,
su 241 imbarcati sulla Tabarca.
14
gennaio 1943
La
Carini
parte da Biserta alle 23.30 per scortare a Napoli le motonavi Manzoni
ed Alfredo Oriani.
15
gennaio 1943
Le
tre navi raggiungono Napoli alle 24.
31
gennaio 1943
Alle
9.41 la Carini
e la torpediniera San
Martino partono da Trapani
per scortare a Messina i piroscafi Marte
e Volta.
Alle
12.15 il sommergibile britannico Turbulent
(capitano di fregata John Wallace Linton) avvista i due piroscafi,
che stima essere in zavorra ed avere una stazza di 2000 tsl, in
avvicinamento su rotta 070o
con
la scorta di due "cacciatorpediniere/torpediniere";
trovandosi in posizione favorevole per un attacco, circa 1800 metri
discosto dalla rotta, il sommergibile manovra per attaccare, ma poco
dopo che ha iniziato la manovra il convoglio accosta per 010o.
Linton prosegue comunque nell'attacco, ma due minuti dopo il
convoglio accosta nuovamente, stavolta
per 085o;
il comandante britannico non demorde e decide di attaccare il
mercantile di poppa, osservando che una delle due unità di scorta
(la San
Martino,
identificata correttamente come una torpediniera classe Palestro)
procede in testa al convoglio utilizzando le strumentazioni
antisommergibili, mentre l'altra (la Carini,
identificata anch'essa accuratamente come una torpediniera classe
La Masa)
si trova al traverso a sinistra del mercantile di coda. Poco dopo,
tuttavia, Linton crede che la Carini
abbia localizzato il Turbulent,
ed abbandona l'attacco scendendo in profondità.
31
maggio 1943
La
Carini
salpa da Portoferraio per scortare a La Maddalena i piroscafi
requisiti Andrea
Sgarallino
ed Elbano
Gasperi.
Alle
8.50, in posizione 41°35' N e 09°42' E (per altra fonte 42°00' N e
11°22' E; ad ovest di Civitavecchia e ad est della Sardegna), il
sommergibile britannico Seraph
(tenente di vascello Norman Limbury Auchinleck Jewell) avvista il
piccolo convoglio, di cui giudica la composizione come "due
mercantili di 3000 tsl
[in realtà Sgarallino
e Gasperi
stazzano poco più di 700 tsl ciascuno] scortati
da una torpediniera vecchio tipo",
con un aereo in pattugliamento nel cielo. Iniziata la manovra
d'attacco, alle 9.33 apre i cappelli dei tubi lanciasiluri prodieri,
ma i due piroscafi sembrano accostare per allontanarsi, il che induce
Jewell a credere che l'aria fuoriuscita dai tubi sia risalita in
superficie formando grosse bolle che sono state avvistate dall'aria.
Nondimeno, alle 9.36 e 9.37 il Seraph
lancia due siluri dai tubi poppieri, rispettivamente contro il
mercantile più lontano (da 3200 metri) e contro quello più vicino
(da 1100 metri). Sebbene a bordo del sommergibile venga avvertita
un'esplosione, nessuno dei siluri va a segno: l'Elbano
Gasperi
avvista per primo le scie dei siluri e lancia l'allarme, e tutte le
armi vengono evitate (una manca il Gasperi
di soli venti metri, l'altra secondo una fonte avrebbe avuto rotta
circolare per un guasto). Il piroscafo spara 22 colpi di cannone e 33
di mitragliera contro il Seraph,
e la Carini
si porta sul posto e contrattacca con il lancio di diverse bombe di
profondità, che tuttavia non arrecano danni al sommergibile.
Settembre
1943
La
Carini
fa parte del I Gruppo Torpediniere di stanza a La Spezia, alle
dipendenze del Dipartimento Militare Marittimo Alto Tirreno, insieme
alle "tre pipe" Generale
Antonino Cascino,
Antonio
Mosto e
Generale
Carlo Montanari (caposquadriglia.
8
settembre 1943
Alla
data della proclamazione dell'armistizio tra l'Italia e gli Alleati,
la Carini
si trova a Pozzuoli, da dove salpa alle 19.30 alla volta
di La Spezia, insieme alle più moderne torpediniere Calliope
e Fortunale.
9
settembre 1943
Alle
dieci del mattino Carini,
Calliope
e Fortunale,
in navigazione verso La Spezia, ricevono ordine di raggiungere invece
La Maddalena, ed alle 17 un nuovo contrordine le manda verso
Portoferraio: l'Italia è nel caos e le truppe tedesche hanno avviato
il piano "Achse" per la sua occupazione, La Spezia è in
corso d'occupazione ed anche La Maddalena è stata temporaneamente
occupata in seguito ad un colpo di mano. Nell'incertezza generale sul
da farsi tutte le siluranti provenienti dai porti dell'Alto Tirreno
convergono su Portoferraio, che trovandosi nell'Isola d'Elba è
l'unico porto, almeno nell'immediato, al sicuro dai tedeschi: oltre a
Carini,
Calliope
e Fortunale
vi affluiscono in queste ore le torpediniere Impavido
ed Indomito
(la prima delle quali ha a
bordo gli ammiragli Aimone di Savoia-Aosta ed Amedeo Nomis di
Pollone, rispettivamente ispettore generale dei MAS e comandante
superiore delle siluranti) da Lerici, Ardente ed Animoso
da Genova, Aliseo
ed Ardito
da Bastia (per altra versione, la Carini
si sarebbe trovata anch'essa a Bastia ed avrebbe raggiunto
Portoferraio insieme ad esse, ma sembra probabile un errore), Antonio
Mosto ed Ardimentoso
da La Spezia e le corvette Ape
(già presente a Portoferraio all'annuncio dell'armistizio), Folaga
(da La Spezia), Cormorano
(da Bastia), Danaide
e Minerva
(da La Maddalena), nonché i sommergibili Axum
(da Gaeta), Filippo
Corridoni
(da La Maddalena), H
1, H
2 e H
4 (tutti
da Ajaccio), la motosilurante MS
55
(da Gaeta), i MAS
544
(da La Spezia) e 551
(da Lerici), due cannoniere (da La Spezia e da Genova), il
rimorchiatore militare Porto
Palo
(da La Spezia),
l'incrociatore ausiliario Filippo
Grimani ed una decina di
vedette antisommergibili provenienti da La Spezia. L'ammiraglio Nomis
di Pollone, per ordine di Supermarina, assume il comando di questa
eterogenea flottiglia, denominata Divisione siluranti.
Alle
20 una formazione di aerei tedeschi tenta di attaccare il porto, ma
viene respinta dal violento tiro di sbarramento delle batterie
contraeree a terra e delle decine di cannoni e mitragliere antiaeree
delle navi in rada.
(Dagli
elenchi dei caduti e dispersi della Marina Militare risulta che il 9
settembre 1943 il marinaio Domenico Bruno della Carini,
da Reggio Calabria, sarebbe stato dichiarato disperso in Grecia.
Sembra probabile un errore).
10
settembre 1943
In
serata Supermarina ordina all'ammiraglio Nomis di Pollone di partire
per Malta, via Palermo, con tutte le navi in grado di muovere.
Da
Portoferraio la Divisione siluranti riparte dunque verso sud, a
gruppetti, con l'eccezione di Ardito
(impossibilitata a
proseguire per i danni subiti in un attacco tedesco a Bastia),
Impavido (immobilizzata
da un'avaria), i due MAS (anch'essi immobilizzati da avarie), il
Porto Palo,
il Grimani ed
alcune VAS.
11
settembre 1943
In
mattinata Carini,
Calliope,
Fortunale,
Aliseo,
Animoso,
Ardimentoso,
Ariete ed Indomito
lasciano Portoferraio alla volta
di Palermo.
12
settembre 1943
Le
otto torpediniere arrivano a Palermo, sotto occupazione statunitense
dal precedente luglio, alle dieci del mattino.
Qui
le navi italiane sostano per alcuni giorni, risultando un incomodo
non da poco per i locali comandi statunitensi; il comandante della
locale base della US Navy, capitano di vascello Leonard Doughty,
annuncerà ai suoi superiori l'arrivo della flottiglia di Nomis di
Pollone parafrasando sarcasticamente il messaggio inviato in
precedenza dall'ammiraglio Andrew Browne Cunningham (capo di Stato
Maggiore della Royal Navy e comandante in capo della Mediterranean
Fleet britannica) relativamente all'arrivo a Malta della flotta da
battaglia italiana in seguito all'armistizio ("Mi
compiaccio di informare le loro signorie che la flotta italiana è
all'ancora sotto i cannoni della fortezza di Malta"):
"Mi
compiaccio di informare le loro signorie che Palermo è sotto i
cannoni di una flotta italiana".
L'ammiraglio
Cunningham ha già deciso di utilizzare le siluranti italiane per la
scorta ai convogli Alleati nel Mediterraneo, in modo da liberare un
eguale numero di siluranti angloamericane per altri impieghi; non
avendo però ancora concordato tale collaborazione con l'ammiraglio
Raffaele De Courten (capo di Stato Maggiore della Marina italiana) e
non essendo del tutto certo della realizzabilità di un accordo del
genere con l'ex nemico, decide per il momento di trasferire le navi
di Nomis di Pollone a Malta (dove già è confluito, in base alle
disposizioni armistiziali, il grosso della flotta italiana), dove
potrà, nel peggiore dei casi, impossessarsene con la forza qualora
non risultasse possibile raggiungere un accordo per il loro utilizzo.
Incontrati
i due ammiragli italiani a bordo dell'Aliseo,
il capitano di vascello Doughty e due suoi sottoposti organizzano il
rifornimento delle navi italiane con provviste e medicinali,
in modo da consentirne la prosecuzione verso Malta.
18
settembre 1943
In
serata la Carini
e le altre torpediniere possono finalmente entrare in porto a
Palermo, dove durante la notte vengono abbondantemente rifornite di
viveri ed acqua dalle autorità statunitensi, in vista della
prosecuzione del loro viaggio verso Malta.
19
settembre 1943
La
flottiglia di Nomis di Pollone inizia a lasciare Palermo all'alba del
19, raggiungendo Malta tra quel giorno ed il 23 settembre.
La
Carini
lascia Palermo per trasferirsi a Malta all'alba dello stesso 19,
insieme alla gemella Fabrizi,
ai sommergibili H 4
ed Axum
ed al rimorchiatore militare Liscanera.
Le torpediniere ed il rimorchiatore fungono da scorta per i due
sommergibili.
21
settembre 1943
Carini
e Fabrizi
arrivano alla Valletta in mattinata. Le precede il grosso delle
siluranti di Nomis di Pollone, giunte nell'isola il giorno
precedente, mentre il Liscanera
arriverà il 23 insieme ad alcune motosiluranti.
Con
i viveri ricevuti a Palermo le torpediniere riforniscono le navi
della flotta che hanno raggiunto Malta già da qualche settimana, che
sono ormai a corto di provviste.
5
ottobre 1943
La
Carini lascia
Malta e ritorna in Italia, insieme ad Aliseo,
Animoso,
Ardimentoso,
Indomito,
Fortunale,
Mosto e
Fabrizi.
18
dicembre 1943
Lascia
Cagliari alle 13.20 per scortare a Palermo il piroscafo Lucera
ed il sommergibile Diaspro.
20
dicembre 1943
Il
convoglio arriva a Palermo alle 10.20.
21
dicembre 1943
Lascia
Palermo alle 23.12 per scortare ad Augusta, insieme alla torpediniera
Clio,
un convoglio formato da Diaspro,
Lucera,
il piroscafo statunitense Conasauga
ed i piroscafi britannici Portsea
ed Empire
Fay.
23
dicembre 1943
Il
convoglio arriva ad Augusta alle 10.50.
17
agosto 1944
La
Carini
salpa da Taranto alle 12.12 rimorchiando il sommergibile tascabile CB
11 (guardiamarina Giovanni
Rondoni), che deve portare a Brindisi. Giunta a Gallipoli alle 22.45,
vi sosta per la notte.
18
agosto 1944
Riparte
da Gallipoli alle 7.40 ed arriva ad Otranto alle 18.20, con il CB
11 a rimorchio.
19
agosto 1944
Lascia
Otranto alle 6 ed arriva a Brindisi alle 15.19, lasciandovi il CB
11.
26
agosto 1944
La
Carini
salpa da Taranto alle 9.10 rimorchiando il sommergibile tascabile CB
8 (sottotenente di vascello
Prospero Nebbia), che deve portare a Bari. Giunta a Gallipoli alle
19.05, vi sosta per la notte.
27
agosto 1944
Riparte
da Gallipoli alle 5.20 ed arriva ad Otranto alle 16.45, con il CB
8 a rimorchio.
28
agosto 1944
Lascia
Otranto alle 5.12 ed arriva a Brindisi alle 14.15, sempre
rimorchiando il CB 8.
29
agosto 1944
Lasciata
Brindisi alle 5.15, arriva a Bari alle 17.30 e qui lascia il CB
8.
6
settembre 1944
Lascia
Brindisi alle 9.37 rimorchiando il CB
11, che deve riportare a
Taranto. Giunta ad Otranto alle 13.30, vi sosta fino all'indomani
mattina.
7
settembre 1944
Lascia
Otranto alle 5.35 diretta a Gallipoli, dove giunge alle 16.30, sempre
con il CB 11
a rimorchio.
(In
questa data, secondo gli elenchi dei caduti e dispersi della Marina
Militare, il capo S.D.T. di terza classe Rinaldo Moroni della Carini,
di 30 anni, da Montemarciano, risulterebbe essere presso Auxonne, in
Francia, per bombardamento aereo, mentre era prigioniero dei
tedeschi. Ciò appare abbastanza strano, e siccome secondo l'ANMI di
Numana Moroni era invece in servizio presso la base navale di Tolone
all'epoca dell'armistizio, sembra probabile che la sua attribuzione
alla Carini
sia frutto di un errore).
8
settembre 1944
Riparte
da Gallipoli alle 6 ed alle 15.50 arriva a Taranto, dove lascia il CB
11.
10
maggio 1945
Il
secondo capo furiere Salvatore La Scola, di 28 anni, da Trabia,
imbarcato sulla Carini,
muore in territorio metropolitano.
14
luglio 1945
Il
marinaio cannoniere Emanuele Capurro, di 29 anni, da Genova,
imbarcato sulla Carini,
muore in territorio metropolitano.
1947
La
Carini
è tra le navi lasciate alla Marina Militare italiana, non più
regia, dal trattato di pace tra l'Italia e gli Alleati firmato a
Parigi il 10 febbraio. Ha base a Taranto.
1948
Trasferita
a Catania, dove viene adibita alla vigilanza della pesca.
.JPG) |
| La Carini alla Maddalena negli anni Cinquanta, ormeggiata dietro la corvetta Pomona (Giovanni Atzori-Facebook) |
22
giugno 1952
La
Carini
presenzia a Finale Ligure alla cerimonia di sepoltura dei resti del
maresciallo d'Italia Enrico Caviglia, esumata dalla sua originaria
sepoltura nella basilica di San Giovanni Battista per essere traslata
in un mausoleo ricavato in un'antica torre di avvistamento a Capo San
Donato, come disposto dalle ultime volontà del maresciallo.
Alla
cerimonia partecipano il presidente della Repubblica Luigi Einaudi,
il comandante militare territoriale generale Carlo
Gotti, il comandante
del Dipartimento Militare Marittimo dell'Alto Tirreno ammiraglio
Vittorio De Pace, l'aiutante
di campo del presidente generale Mario
Marazzani,
i vicepresidenti del senato (Giovan Battista
Bertone)
e della
camera dei deputati (Giuseppe Chiostergi), il ministro della Marina
Mercantile Paolo Cappa, il sindaco di Finale Ligure Augusto
Migliorini (già comandante di corvette e sommergibili in tempo di
guerra), il prefetto ed il presidente della provincia di Savona, il
presidente di Onorcaduti generale Panizzi ed il novantaduenne ex
presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, contemporaneo di
Caviglia (presidente del consiglio nel 1917-1919, è stato
rappresentante dell'Italia alla conferenza
di pace di Versailles: per questo è stato designato quale oratore
ufficiale) e destinato a morire a sua volta di lì a pochi mesi.
Partecipano inoltre gli addetti militari francese, britannico e
statunitense ed i
presidenti delle associazioni combattentistiche, nonché la sorella
del maresciallo Caviglia.
All'arrivo
del presidente Einaudi, la Carini,
alla fonda nel golfo, spara le salve d'onore regolamentari.
La
Carini
alla Maddalena negli anni Cinquanta (sopra: Coll. Giovanni Mulas;
sotto: Salvatore Atzori via Facebook)
1953
Declassata
a dragamine meccanico costiero, riceve il nuovo distintivo
alfanumerico M
5331
(per altra fonte il distintivo alfanumerico sarebbe stato assegnato
nel 1954). Insieme alla gemella Nicola
Fabrizi ed alle similari
Giuseppe
Cesare
Abba,
Rosolino Pilo
ed Antonio Mosto,
ossia tutte le "tre pipe" sopravvissute alla guerra, la
Carini
confluisce nella nuova "classe" Abba di dragamine
meccanici. L'armamento artiglieresco e contraereo viene ridotto ad un
cannone da 102 mm e tre mitragliere da 20 mm, mentre vengono
installati radar ed attrezzature per il dragaggio (per altra fonte,
in seguito alla conversione in dragamine nel 1953-1954 la Carini
avrebbe subito la rimozione di tre mitragliere binate da 20/65 mm e
di tutti i tubi lanciasiluri, mentre insieme a radar ed attrezzature
da dragaggio sarebbe stato installato un cannone Schneider-Armstrong
1917 da 102/45 mm).
La
Carini
dopo la conversione in dragamine, sotto nel 1954 (USMM, via g.c.
Marcello Risolo e www.naviearmatori.net)
1953-1955
Posta
a disposizione di Mariscuole.
Sopra:
la Carini
ormeggiata in una Maddalena insolitamente imbiancata dalla nevicata
del 1956; sotto, ormeggiata allo stesso molo negli anni ’50/’60,
sullo sfondo a sinistra sono visibili un’altra “tre pipe” ed
una corvetta classe Gabbiano (Salvatore Atzori-Facebook)
31
dicembre 1958
Radiata
dai quadri del naviglio militare, provvedimento ufficializzato con
decreto n. 73747 emesso dal presidente della Repubblica Giovanni
Gronchi il 30 giugno 1959 («...considerato
che lo stato di vetustà della torpediniera Giacinto Carini, e tenuto
conto che non è conveniente,
per motivi d'ordine tecnico-economico, provvedere alla rimessa in
efficienza della stessa...»).
Viene
ridotta a pontone, con la nuova denominazione di GM
517,
ed impiegata staticamente a La Maddalena per l'addestramento degli
allievi delle scuole sottufficiali CEMM, Mariscuole (ad esempio nelle
esercitazioni per i corsi dei meccanici, che si esercitano a smontare
e rimontare pompe, tubature ed altre parti del suo apparato motore).
La
Carini
in disarmo alla Maddalena, 1960-1961 (g.c. Giuseppe Peluso)
Maggio
1963
Rimorchiata
a La Spezia dal rimorchiatore militare Panaria, ha qui inizio la
demolizione.
Alcune
immagini della Carini alla Maddalena tra gli anni Cinquanta e
Sessanta (Salvatore Atzori-Facebook)
Le torpediniere classe
La Masa su Navypedia
7-12 settembre 1943 – Lo Stato in fuga
The Naval War in the Mediterranean: 1914-1918
La storia del radar in Italia prima e durante la guerra 1940-1945