Torpediniera, già
cacciatorpediniere, capoclasse della classe omonima. Progetto Pattison-Odero
che riprendeva con alcune migliorie la precedente e ben riuscita classe Indomito,
i Pilo (chiamati anche, infatti, "Indomito migliorati") avevano un
dislocamento di 770 tonnellate in carico normale ed 806 a pieno carico (altre
fonti parlano di 614 o 645 tonnellate standard, 672 tonnellate in carico
normale e 720 o 850 o 878 a pieno carico); erano lunghi 73 metri fuori tutto
(72,5 tra le perpendicolari), larghi 7,34 e pescavano 2,33 metri in carico
normale e 2,72 a pieno carico, dimensioni replicate anche nelle successive
classi Sirtori, La Masa e Generali salvo un leggero incremento della lunghezza,
portata a 73,5 metri. L’apparato propulsivo, costituito da due turbine a vapore
realizzate dalla Franco Tosi di Legnano alimentate da quattro caldaie
Thornycroft, imprimeva a due eliche la potenza di 16.000 HP (tranne che per le
due unità costruite nei cantieri Pattison di Napoli, Mosto e Nullo, che
sviluppavano una potenza massima di 14.800 HP), consentendo una velocità
massima di trenta nodi (29 per Mosto
e Nullo) ed un’autonomia di 2400
miglia a 12 nodi e 1700 miglia a 15 nodi (con una riserva di 150 tonnellate di
nafta, incrementata del 50 % rispetto agli Indomito, grazie a serbatoi più
capienti; altra fonte parla invece di 1200 o 2000 miglia a 14 nodi o 1440 a 13
nodi). (Un sito afferma che i Pilo sarebbero stati "meno veloci ma più
resilienti" rispetto agli Indomito, un altro che furono i primi
cacciatorpediniere italiani a raggiungere e mantenere una velocità di trenta
nodi. Dalla maggior parte delle fonti risulta però che le due classi avessero
la stessa velocità massima: trenta nodi).
L’armamento
artiglieresco era originariamente costituito da quattro cannoni Ansaldo Mod.
1916 da 76/40 mm e da due pezzi contraerei da 76/30 mm Mod. 1916, quello
silurante da quattro tubi lanciasiluri W200-450 da 450 mm, in impianti singoli;
le unità della classe potevano inoltre trasportare e posare cinque mine. Principale
differenza rispetto agli Indomito era l’eliminazione del cannone singolo da
120/40 mm, che su tale classe era posizionato sul castello di prua, ed il
maggior numero di tubi lanciasiluri, quattro invece che due. Nel 1919 i pezzi
da 76 mm vennero sbarcati e sostituiti con cinque più potenti cannoni
Schneider-Armstrong Mod. 1914-1915 da 102/35 mm (derivato da un progetto
britannico, del peso di 1,2 tonnellate ed in grado di sparare un proiettile
perforante da 15 kg od esplosivo da 13,74 kg a 750 m/sec), e la capacità di
carico e posa di mine fu incrementata a dieci ordigni, mentre l’armamento
contraereo fu potenziato con l’aggiunta di due mitragliere Colt da 6,5/80 mm e
di due cannoncini contraerei Vickers-Terni da 40/39 mm; ne conseguì un aumento
del dislocamento, che salì a 912 tonnellate a pieno carico.
Le otto unità della
classe, battezzate con nomi di membri della spedizione dei Mille, furono
costruite dai cantieri Odero di Sestri Ponente (sei) e Pattison di Napoli
(due); pur dando il nome alla classe, il Pilo
non fu la prima unità ad entrare in servizio, venendo preceduto dal Francesco Nullo. Sette unità furono
impostate nel 1913, e l’ultima, il Giuseppe
Missori, nel gennaio 1914; sei entrarono in servizio tra maggio e novembre
1915 (Francesco Nullo, Rosolino Pilo, Giuseppe Cesare Abba, Antonio
Mosto, Ippolito Nievo e Simone Schiaffino) e le ultime due, Pilade Bronzetti e Giuseppe Missori, nel gennaio e nel marzo del 1916.
Risultarono nel
complesso delle navi ben riuscite, robuste e dalle buone qualità marine, e
furono intensamente impiegate in Adriatico durante la Grande Guerra. Entro
l’inizio della seconda guerra mondiale l’inarrestabile scorrere del tempo aveva
ormai fatto calare la loro velocità massima a 25 nodi e la loro concezione era
ampiamente obsoleta, ma ebbero comunque utile impiego come navi scorta, sulle
rotte verso la Grecia e l’Albania e lungo le coste della Libia. Tra il 1941 ed
il 1943 il numero dei cannoni da 102/35 mm venne ridotto a due o tre, mentre
l’armamento contraereo fu potenziato con l’aggiunta di 5-6 mitragliere da 20/65
mm, più confacenti ai compiti di scorta convogli cui queste navi erano ormai
assegnate. Venne anche incrementata la capacità di trasporto e posa di mine.
Da loro progetto venne
derivato, con alcune migliorie, quello della classe Sirtori (chiamata infatti anche
"Pilo migliorato"; la principale differenza era costituita dal
calibro dell’armamento principale, che adottò fin da subito i cannoni da 102/35
mm in luogo di quelli da 76/40, nonché dal fatto che i quattro tubi
lanciasiluri fossero in impianti binati, invece che singoli come sui Pilo, e da
forme della prua leggermente ritoccate), poi ulteriormente perfezionato nelle
classi La Masa e Generali, caratterizzate da una migliore stabilità.
Mentre tutte le unità
delle classi Sirtori e Generali andarono perdute nella seconda guerra mondiale,
tre della classe Pilo (la Pilo
stessa, l’Antonio Mosto e la Giuseppe Cesare Abba) e due della classe
La Masa (Giacinto Carini e Nicola
Fabrizi) sopravvissero al conflitto e furono trasformate in dragamine
meccanici, formando una nuova classe che venne denominata "classe Abba".
Il motto della Pilo era "Per l'onore del nome per la gloria d'Italia". Durante la prima
guerra mondiale ebbe base inizialmente a Venezia, poi a Brindisi e poi di nuovo
a Venezia nel 1918; operò intensamente anche nel periodo interbellico, partecipando
alle manovre della flotta, mentre durante il secondo conflitto mondiale, dopo
un breve periodo sulle rotte tra Italia e Libia, venne adibita a compiti di
scorta del trafico costiero in Sicilia e poi tra Italia ed Albania, effettuando
oltre duecento missioni (perlopiù di scorta) prima dell’armistizio ed altre 83
dopo.
Breve e parziale cronologia.
19 agosto 1913
Impostazione presso i
cantieri Odero di Sestri Ponente.
24 marzo 1915
Varo presso i
cantieri Odero di Sestri Ponente.
25 maggio 1915
Entrata in servizio.
Aggregato alla I Squadriglia Cacciatorpediniere, formata dai cacciatorpediniere
Ardito (capitano di corvetta Gustavo
Caccia), Ardente (capitano di
corvetta Ernesto Di Loreto), Audace
(capitano di corvetta Giuseppe Cantù), Animoso
(capitano di fregata Giuseppe Genoese Zerbi, caposquadriglia) e Francesco Nullo (capitano di corvetta Mario
Cattellani) ed avente base a Brindisi, in seno alla 2a Squadra
Navale del viceammiraglio Ernesto Presbitero.
6 agosto 1915
Verso le cinque del
mattino il Pilo urta un oggetto
sommerso lungo la rotta di sicurezza del Passo di Lido, nella laguna di Venezia,
subendo il danneggiamento di un’elica. L’oggetto in questione è con ogni
probabilità il sommergibile austroungarico U
12 (tenente di vascello Egon Lerch), che due giorni dopo, mentre sono in
corso delle operazioni di dragaggio per scoprire appunto cosa abbia urtato il Pilo, affonderà per urto contro una mina
a 7,6 miglia per 104° dal faro dei Sabbioni (altra fonte sembra invece
attribuire l’affondamento dell’U 12
ai danni subiti nella collisione con il Pilo,
ma si tratta probabilmente di un errore).
L’U 12, che al suo attivo aveva già
diversi successi (tra cui il siluramento della corazzata francese Jean Bart), era salpato da Pola pochi
giorni prima per la sua quarta missione di guerra, da svolgere nelle acque di
Venezia. L’8 agosto il personale italiano intento a dragare a poca distanza
dalla zona della collisione avvertirà una forte esplosione, in seguito alla
quale subacquei inviati sul posto (nella zona in cui si trova un campo minato
difensivo) per investigare scopriranno il relitto del sommergibile, privo della
poppa, distrutta dall’esplosione della mina. L’U 12 è il primo sommergibile perso in guerra dalla Marina
austroungarica; il relitto verrà recuperato a fine 1916 e portato nell’Arsenale
di Venezia, dove verranno estratti i resti dei 17 uomini dell’equipaggio, cui
sarà data sepoltura nel cimitero di San Michele, e dove si provvederà ad
esaminare il sommergibile prima di procedere alla sua demolizione, risultando
irreparabilmente danneggiato.
Pur non potendo
sapere con certezza cosa sia accaduto a bordo del battello austroungarico,
perdutosi senza superstiti, la versione generalmente accettata è che sia
rimasto seriamente danneggiato nella collisione con il Pilo, per poi affondare due giorni dopo in seguito ad urto contro
mina. (Una fonte afferma però che l’U 12
sarebbe salpato da Pola solo il 7 agosto, cioè il giorno dopo la collisione
della Pilo con l’oggetto subacqueo
sconosciuto, che non sarebbe pertanto potuto essere il sommergibile
austroungarico; e che la squadra inviata a dragare il punto della collisione
non vi avrebbe trovato niente, osservando poi l’esplosione della mina urtata
dall’U 12 mentre rientrava alla base.
In effetti non è chiaro perché l’U 12,
se fosse stato speronato e danneggiato dalla Pilo il 6 agosto, si sarebb trattenuto nella laguna di Venezia per
altri due giorni).
Voci circolate
all’epoca sostengono che Lerch avesse tentato di penetrare nel porto di
Venezia, la più munita base navale italiana dell’Adriatico, per amore:
innamorato, e corrisposto, dalla nipote dell’imperatore Francesco Giuseppe, arciduchessa
Elisabetta Maria d’Austria, avrebbe dovuto ottenere un titolo nobiliare per
poterla sposare, e proprio nel tentativo di ottenere un titolo nobiliare si sarebbe
imbarcato in un’impresa tanto temeraria come il forzamento della base di
Venezia.
29 dicembre 1915
Il Pilo salpa da Brindisi alle 9.30,
insieme ai gemelli Ippolito Nievo, Giuseppe Cesare Abba ed Antonio Mosto, all’esploratore Nino Bixio (nave di bandiera del
contrammiraglio Silvio Belleni, comandante della Divisione Esploratori) ed
all’incrociatore leggero britannico Weymouth,
per intercettare una formazione navale austroungarica (esploratore Helgoland, cacciatorpediniere Tatra, Triglav, Csepel, Balaton e Lika) che alle 6.30 ha bombardato il porto di Durazzo e le
postazioni italiane nei dintorni della città.
Le navi austroungariche
sono salpate da Cattaro a mezzanotte del 28 su ordine dell’ammiraglio Anton
Haus, informato della presenza a Durazzo dei cacciatorpediniere italiani Euro ed Ostro. Strada facendo, alle 2.30 della notte, l’Helgoland ha speronato il sommergibile
francese Monge, che procedeva a quota
periscopica, danneggiandolo e costringendolo ad emerger, per poi essere
affondato a cannonate dal Balaton;
giunte a Durazzo, le navi asburgiche non hanno trovato i cacciatorpediniere
italiani, già ripartiti, pertanto hanno diretto il loro tiro contro le uniche
navi presenti in rada – il piroscafo greco Mikel
e due velieri – affondandole.
Terminato il
bombardamento, alle otto del mattino la formazione austroungarica è stata presa
di mira dal fuoco delle batterie costiere, e manovrando per portarsi fuori tiro
è incappata su un campo minato italiano, perdendo il Lika e subendo il grave danneggiamento del Triglav, che ha dovuto essere preso a rimorchio dapprima dal Csepel e poi (in seguito
all’ingarbugliamento del cavo di rimorchio in un’elica del Csepel, che è così rimasta bloccata) dal Tatra. In seguito a queste perdite, il comandante austoungarico (capitano
di vascello Heinrich Seitz, dell’Helgoland)
ha deciso di fare ritorno a Cattaro, chiedendo rinforzi (allo scopo escono
infatti da Cattaro il sommergibile U 15
e poi l’incrociatore corazzato Kaiser
Karl III con quattro torpediniere).
La notizia
dell’attacco austroungarico a Durazzo è giunta a Brindisi alle sette del
mattino, e mezz’ora dopo è uscito in mare per intercettare la formazione nemica
(che in quel momento stava ancora bombardando Durazzo) un primo gruppo composto
dall’esploratore Quarto (capitano di
fregata Francesco Accinni), dall’incrociatore leggero britannico Dartmouth e dai cacciatorpediniere
francesi Commandant Bory, Commandant Lucas, Casque e Renaudin (altra
fonte parla anche di Mameluk e Lansquenet); il secondo gruppo, quello
di cui fa parte il Pilo, è stato
fatto uscire due ore più tardi con l’ordine di puntare su Cattaro in modo da
tagliare la via della ritirata alle unità avversarie.
La
formazione austroungarica, già impegnata dal gruppo del Dartmouth alle due del pomeriggio, è costretta a procedere a
velocità ridotta a causa delle condizioni di Csepel e Triglav, e viene
così raggiunta dal gruppo di cui fa parte il Pilo (che durante la navigazione è stato attaccato da idrovolanti
austroungarici, abbattendone uno) alle 16 (per altra fonte, alle 15.30): gli
austroungarici danno allora attuazione al piano stabilito per questa
eventualità, autoaffondando il Triglav
e distaccando l’azzoppato Csepel con
l’ordine di raggiungere Cattaro, mentre le rimanenti tre unità vanno incontro
alla formazione italo-britannica per coprirne la ritirata.
La
formazione dell’ammiraglio Belleni procede con il Bixio in testa, con il Weymouth
a poppavia sinistra della nave ammiraglia, Pilo
e Mosto sulla sinistra del Weymouth, e Nievo ed Abba sul lato
opposto del Bixio rispetto al nemico.
Avvicinandosi all’Helgoland il
comandante del Weymouth, capitano di
vascello Denis B. Crampton, avvista lo Csepel
verso sud ed alle 15.30 chiede all’ammiraglio Belleni il permesso di distaccare
Pilo e Mosto per isolarlo dal resto della formazione avversaria; alle
15.40 Belleni dà il suo assenso, ed i due cacciatorpediniere iniziano a
manovrare verso la scia dell’Helgoland.
(Alle 14.30 anche il Quarto ha
ricevuto ordine di isolare lo Csepel,
annullato alle 15.15, ma sembra che il suo comandante non abbia ricevuto il
contrordine).
Alle
15.51 il Weymouth apre il fuoco
contro l’Helgoland, cessandolo alle
16.08 per poi riprenderlo alle 16.46, interromperlo ancora tre minuti dopo e
riaprirlo alle 17.14 (l’Helgoland
risponde al fuoco alle 17.18). Sei minuti dopo apre il fuoco anche il Bixio.
Alle
16.40 l’Helgoland viene colpito; il
comandante Seitz assume rotta verso sudovest, verso il Gargano, in modo da
avvicinarsi alla costa italiana – giungerà, infine, a meno di venti miglia da
Brindisi – mantenendo le distanze con i suoi inseguitori (Bixio e Weymouth a
dritta, Quarto e Dartmouth a sinistra), mentre Abba
e Nievo vengono distaccati per
inseguire il Csepel.
La
distanza tra l’esploratore austroungarico e le navi di Belleni va però calando,
mentre Bixio e Weymouth sottopongono l’Helgoland
ad un pericoloso fuoco incrociato: i loro colpi cadono tutt’attorno al
bersaglio ed alle 16.45 l’Helgoland
viene colpito di nuovo, alla linea di galleggiamento, ma a questo punto la
precisione del tiro italo-britannico inizia a calare a causa del sopraggiungere
dell’oscurità.
Alle
17.20 Pilo e Mosto, che si trovano al traverso a sinistra del Weymouth (e stanno manovrando fin dalle
15.40, quando hanno ricevuto l’ordine di isolare lo Csepel, per portarsi in posizione), fanno un ultimo tentativo di
serrare le distanze con l’Helgoland a
sufficienza per lanciare i propri siluri; ma via via che si avvicinano al
bersaglio diviene evidente che non potranno portarsi in posizione favorevole
per il lancio senza finire sotto il tiro delle stesse navi italo-britanniche,
pertanto il tentativo viene abbandonato.
Alle
17.30 è il Bixio, che insieme al Weymouth è giunto a quattromila metri
dall’esploratore austroungarico, ad essere colpito, senza subire danni di
rilievo. Si tratta dell’unico colpo incassato dalle unità italiane in tutto il
combattimento. Abba e Nievo non riescono a raggiungere lo Csepel e lanciano i loro siluri contro
l’Helgoland, ma senza successo.
Nell’oscurità
l’ammiraglio Belleni crede di vedere il nemico accostare verso nord, e vira di
conseguenza con il Bixio; il Weymouth, che è più vicino e non ha
notato cambi di rotta, prosegue invece senza variazioni, e finisce così col
passare tra il Bixio e l’Helgoland, costringendo l’esploratore
italiano a cessare il fuoco.
Verso
le sei di sera, calato il buio, viene cessato il fuoco (il Bixio lo fa alle 17.34, il Weymouth
alle 17.50) e rotto il contatto; le superstiti unità austroungariche assumono
allora rotta nord e raggiungono Cattaro (per altra fonte, Sebenico), quelle
italo-franco-britanniche fanno ritorno a Brindisi.
 |
| Il Pilo durante la prima guerra mondiale
(da “Il martirio di Venezia durante la Grande Guerra e l’opera di difesa della
Marina italiana” di Giovanni Scarabello) |
20 gennaio 1916
Pilo
e Bronzetti salpano da Brindisi alle otto
di mattina insieme all’incrociatore britannico Weymouth, in crociera di protezione del traffico con l’Albania.
L’attività dei cacciatorpediniere durante le operazioni di salvataggio
dell’esercito serbo è così descritta nelle memorie dell’allora tenente di
vascello Alberto Da Zara, imbarcato sull’Ippolito
Nievo, gemello del Pilo e facente
parte con esso della Squadriglia “Abba”: "Scorte da Brindisi e Taranto per S. Giovanni di Medua, Durazzo, Valona
e viceversa, crociere Protettive, agguati notturni, puntate offensive con gli
incrociatori, caccia ai sommergibili, scorte ai posamine offensivi e difensivi
e agli idrovolanti bombardieri, trasporto di personaggi e di messi governativi
dall’una all’altra sponda, recupero di naufraghi, rimorchio di unità avariate,
crociere d’intercettazione. Il lavoro più pesante era per i cacciatorpediniere,
buoni a tutto fare, adatti alle scort e alla battaglia, all’agguato notturno e
all’azione diurna, più marini delle torpediniere, meno preziosi e più economici
degli incrociatori, meno insidiati dall’offesa subacquea fissa e mobile, atti
alle rapide accensioni e quindi ai provvedimenti di urgenza, così frequenti in
guerra e così cari alla nostra mentalità improvvisatrice; ma così scarsamente
equipaggiati, soprattutto nei ruoli ufficiali, da non poter assicurare mai un
turno più lasco di quello in tre, cioè, continuamente, quattro ore di guardia,
quattro ore di comandata e quattro ore di riposo, raramente assoluto e
continuo. Per tre mesi di seguito i cacciatorpediniere tennero il mare
rientrando quasi sempre solo per rifornirsi di combustibile, acqua e viveri. Ed
era perciò che, dirigendo verso il pontile della nafta, si aguzzavano gli
sguardi con mal celata ansia per vedere se era libero o se c’erano altre unità
che si rifornivano. Questo caso era salutato con gioia infantile, perché diceva
che il periodo di riposo era più o meno allungato (…). Nessun riposo fu mai più delizioso e forse più meritato di quello
passato al pontile della nafta di Brindisi, dove niente altro si faceva che
dormire, rimandando tutto: pulizia, pasti, compilazione di rapporti,
corrispondenze, lettura dei giornali, pratiche di servizio, alla permanenza in
mare, e dove anche gli attacchi aerei, pur con la innegabile influenza che per
la loro assoluta novità esercitavano su tutti, non turbavano, senza metafora, i
sonni di nessuno".
L’attività dei cacciatorpediniere durante le operazioni di salvataggio
dell’esercito serbo è così descritta nelle memorie dell’allora tenente di
vascello Alberto Da Zara, imbarcato sull’Ippolito
Nievo, gemello del Pilo e facente
parte con esso della Squadriglia “Abba”: "Scorte da Brindisi e Taranto per S. Giovanni di Medua, Durazzo, Valona
e viceversa, crociere Protettive, agguati notturni, puntate offensive con gli
incrociatori, caccia ai sommergibili, scorte ai posamine offensivi e difensivi
e agli idrovolanti bombardieri, trasporto di personaggi e di messi governativi
dall’una all’altra sponda, recupero di naufraghi, rimorchio di unità avariate,
crociere d’intercettazione. Il lavoro più pesante era per i cacciatorpediniere,
buoni a tutto fare, adatti alle scort e alla battaglia, all’agguato notturno e
all’azione diurna, più marini delle torpediniere, meno preziosi e più economici
degli incrociatori, meno insidiati dall’offesa subacquea fissa e mobile, atti
alle rapide accensioni e quindi ai provvedimenti di urgenza, così frequenti in
guerra e così cari alla nostra mentalità improvvisatrice; ma così scarsamente
equipaggiati, soprattutto nei ruoli ufficiali, da non poter assicurare mai un
turno più lasco di quello in tre, cioè, continuamente, quattro ore di guardia,
quattro ore di comandata e quattro ore di riposo, raramente assoluto e
continuo. Per tre mesi di seguito i cacciatorpediniere tennero il mare
rientrando quasi sempre solo per rifornirsi di combustibile, acqua e viveri. Ed
era perciò che, dirigendo verso il pontile della nafta, si aguzzavano gli
sguardi con mal celata ansia per vedere se era libero o se c’erano altre unità
che si rifornivano. Questo caso era salutato con gioia infantile, perché diceva
che il periodo di riposo era più o meno allungato (…). Nessun riposo fu mai più delizioso e forse più meritato di quello
passato al pontile della nafta di Brindisi, dove niente altro si faceva che
dormire, rimandando tutto: pulizia, pasti, compilazione di rapporti,
corrispondenze, lettura dei giornali, pratiche di servizio, alla permanenza in
mare, e dove anche gli attacchi aerei, pur con la innegabile influenza che per
la loro assoluta novità esercitavano su tutti, non turbavano, senza metafora, i
sonni di nessuno".
21 gennaio 1916
Alle tre di notte
viene incontrato un convoglio diretto a San Giovanni di Medua, e poco dopo
mezzogiorno l’Abba, che ha a bordo il
re del Montenegro, Nicola I, in fuga dal suo Paese che le forze austroungariche
hanno invaso e conquistato in una campagna durata meno di due settimane. Il Bronzetti viene distaccato per assumere
la scorta dell’Abba, mentre il Pilo rimane con il Weymouth.
22 gennaio 1916
All’una e mezza di
notte il Pilo riceve ordine dal Weymouth di tornare a Brindisi.
23 febbraio 1916
Il Pilo, il cacciatorpediniere francese Casque e l’incrociatore leggero
britannico Liverpool forniscono protezione
ravvicinata ad un convoglio diretto a Durazzo per evacuarvi le ultime truppe
serbe ed italiane ancora presenti, formato da dodici piroscafi e due
rimorchiatori, con la scorta diretta dei cacciatorpediniere Bersagliere, Corazziere, Garibaldino e
Mameluk (quest’ultimo francese).
26 febbraio 1916
Il Pilo, insieme ai cacciatorpediniere Bersagliere, Corazziere, Irrequieto e Giuseppe Cesare Abba, all’esploratore Libia, agli arieti torpedinieri Puglia ed Agordat, agli incrociatori ausiliari Città di Siracusa e Città di
Catania, ad una nave ospedale ed a diversi piroscafi, partecipa
all’evacuazione del presidio italiano di Durazzo, al termine delle operazioni
di salvataggio dell’esercito serbo dall’Albania. Pressate da preponderanti
forze austroungariche, le ultime truppe italiane mantengono ormai soltanto il
controllo delle colline attorno alla città; le artiglierie austroungariche
arrivano ormai a battere le spiagge dove avviene l’imbarco, e per consentire
che le operazioni di evacuazione si svolgano è necessario l’intervento dei
cannoni delle navi che dal mare controbattono le artiglierie avversarie.
Determinante è l’intervento delle artiglierie di Libia ed Agordat, che in
due ore di cannoneggiamento riescono a ridurre al silenzio tutte le batterie
austroungariche, proprio quando il nemico ha intensificato i propri attacchi
per cercare di impedire il reimbarco del presidio.
Al largo, intanto,
incrociano in crociera di protezione le corazzate Regina Elena e Napoli,
l’esploratore Marsala, gli
incrociatori leggeri britannici Liverpool
e Weymouth e nove cacciatorpediniere.
Il convoglio
italiano, giunto a Durazzo prima dell’alba, completa l’imbarco del contingente
italiano (comprese le artiglierie) e di numerosi profughi albanesi (in tutto,
10.000 persone) entro le otto di sera; ultimo ad essere evacuato è un gruppetto
di marinai rimasto a coprire la ritirata con due cannoni da sbarco da 76 mm,
che nell’impossibilità di essere portati via, vengono resi inutilizzabili.
Prima di andarsene i marinai provvedono anche a distruggere i viveri rimasti
nei magazzini e ad abbattere i cavalli che non si è riusciti ad imbarcare.
1916
Il Pilo (capitano di corvetta Alberto
Alessio) forma la squadriglia “Abba” insieme ai gemelli Giuseppe Cesare Abba (capitano di fregata Gian Battista Tanca,
caposquadriglia), Ippolito Nievo
(capitano di corvetta Ferdinando di Savoia-Genova) e Simone Schiaffino (capitano di corvetta Riccardo Gallo).
13 giugno 1916
Il Pilo (capitano di corvetta Alberto
Alessio), insieme ai cacciatorpediniere Audace
(capitano di corvetta Giuseppe Piazza), Pilade
Bronzetti (caposquadriglia, capitano di fregata Pietro Comolli) ed Antonio Mosto (capitano di corvetta
Giulio Menini), salpa da Brindisi e fornisce scorta e supporto ai MAS 5 e 7, i quali, salpati da Brindisi a rimorchio delle torpediniere
costiere 35 PN (capitano di fregata
Gustavo Vettori) e 37 PN (tenente di
vascello Riccardo Carpinacci), attaccano il porto albanese di San Giovanni di
Medua (sotto controllo austroungarico), abitualmente frequentato da piroscafi
austroungarici. In aggiunta alla scorta diretta di cui fa parte il Pilo, le unità uscite in mare fruiscono
dell’appoggio indiretto dell’incrociatore britannico Dartmouth e dei cacciatorpediniere francesi Casque, Fourche, Faulx e Mangini, in crociera di protezione al largo di Cattaro. Inoltre un
sommergibile, l’S 2 (tenente di
vascello Alessandro Giaccone), è dislocato in agguato al largo di Capo Pali.
A mezzanotte, a tre
miglia da San Giovanni di Medua, il rimorchio viene mollato ed i MAS iniziano
l’avvicinamento; constatata però l’assenza di naviglio nemico all’ormeggio,
viene deciso di abbandonare la missione e rientrare alla base. Mentre i MAS stanno
ripiegando, le batterie costiere di San Giovanni di Medua aprono il fuoco,
imitate poco dopo da quelle del Drin; le navi italiane reagiscono accelerando e
manovrando in modo da portarsi fuori tiro. (Secondo fonti austroungariche,
prima delle batterie costiere aprì il fuoco il cacciatorpediniere Wildfang, presente in rada e non visto
dagli italiani, che all’1.14 aveva avvistato due cacciatorpediniere nemici ad
un paio di miglia dal porto ed un minuto dopo aveva aperto il fuoco contro di
essi. Solo all’1.20 anche le batterie costiere aprirono il fuoco; all’1.35, con
i bersagli in rapido allontanamento, il Wildfang
cessò il fuoco, perdendoli definitivamente di vista cinque minuti più tardi).
All’1.32 la formazione si riunisce, alle 2.18 i MAS vengono nuovamente presi a
rimorchio dalle torpediniere, ed alle 9.15 tutte le navi entrano indenni a
Brindisi.
25-26 giugno 1916
Durante la notte tra
il 25 ed il 26 il Pilo (capitano di
corvetta Alberto Alessio), insieme ai gemelli Abba (capitano di fregata Giobatta Tanca), Mosto (capitano di corvetta Giulio Menini) e Nievo (capitano di corvetta Ferdinando di Savoia-Genova), fornisce
scorta ravvicinata ai MAS 5 e 7 che, rimorchiati rispettivamente dalle
torpediniere 36 PN (tenente di
vascello Giobatta Gabetti) e 34 PN (tenente
di vascello Vincenzo Magliocco), attaccano il naviglio austroungarico alla
fonda a Durazzo, dove una ricognizione aerea (piloti Caffarati, Jannello e
Rigobello) ha avvistato due piroscafi. È in mare anche un gruppo di protezione,
dislocato verso nord, composto dall’esploratore Marsala (capitano di fregata Gino Ducci), e dai cacciatorpediniere Audace, Impavido (capitano di corvetta Filippo Ortalda), Insidioso (capitano di corvetta Marco
Amici Grossi) ed Irrequieto (capitano
di corvetta Romeo Bernotti).
Alle 00.15 del 26 i
due MAS mollano il rimorchio a due miglia e mezzo dall’obiettivo; penetrati in
rada, in condizioni di calma assoluta di mare, avvistano i due piroscafi, dei
quali uno, di stazza valutata in poco meno di 3000 tsl, ha la prua rivolta
verso nord, e l’altro, stimato in 5000 tsl, ha la prua orientata verso est.
Giunti a 1500 metri
dai bersagli scatta l’allarme, ma i comandanti dei due MAS si fermano e, invece
di ritirarsi, rimangono in attesa sperando di poter proseguire l’attacco: ed
infatti dopo una decina di minuti, non essendosi manifestati movimenti di
siluranti, attaccano il più grande dei due piroscafi con il lancio di tre
siluri da trecento metri di distanza. Due delle armi vengono viste esplodere;
da terra si scatena un nutrito fuoco di fucileria, ma i MAS persistono
nell’attacco e mentre il MAS 5 attira
su di sé il tiro nemico lanciandosi attraverso la rada a tutta forza (rimanendo
a circa cinquecento metri dalle navi), all’1.45 il MAS 7 lancia l’ultimo siluro rimasto contro il piroscafo più
piccolo, da soli duecento metri di distanza. A questo punto i due MAS, sempre
sotto il violento fuoco nemico, lasciano la rada, ed alle 2.40 si riuniscono ai
cacciatorpediniere ed iniziano la navigazione di rientro.
Questa volta
l’attacco è stato coronato da successo: mentre i primi tre siluri sono finiti
contro le reti parasiluri, l’ultimo ha colpito ed affondato il piroscafo
austroungarico Sarajevo, di 1111 tsl.
2 agosto 1916
Pilo,
Abba, Mosto, Ardente ed Indomito, insieme al Bixio ed all’incrociatore leggero
britannico Liverpool, intercettano
una formazione navale austroungarica (incrociatore Protetto Aspern,
cacciatorpediniere Wildfang e Warasdiner) che ha bombardato Molfetta;
ne scaturisce un combattimento protrattosi per tre quarti d’ora, senza che
nessuna unità dei due schieramenti abbia a subire danni.
3-4 novembre 1916
Alle 19 del 3
novembre Pilo (capitano di corvetta
Giuseppe Gregoretti), Abba (capitano
di corvetta Pietro Civalleri) e Nievo
(capitano di corvetta Ferdinando di Savoia-Genova) escono in mare per fornire
scorta ai MAS 6 (tenente CREM
Santoro) e 7 (tenente di vascello
Gennaro Pagano di Melito), i quali, rimorchiati dalle torpediniere 34 PN (tenente di vascello Vincenzo
Magliocco), 35 PN (capitano di
corvetta Raffaele Lauro) e 36 PN (tenente
di vascello Giobatta Gabetti), sono stati incaricati di condurre un nuovo
attacco contro Durazzo, dov’è stata segnalata la presenza di alcuni piroscafi.
Alle 2.15 del 4
novembre viene mollato il rimorchio; i due MAS dirigono verso le ostruzioni ed
avvistano un grosso piroscafo (si tratta del Gorizia) ancorato all’interno, ma non riescono a superare le
ostruzioni. Uno dei MAS solleva la prua al di sopra delle ostruzioni ed alle
3.50 lancia ugualmente due siluri contro il mercantile, da soli 150 metri di
distanza, ma le armi esplodono contro le reti parasiluri (ancorché a bordo si
abbia l’impressione, errata, che abbiano colpito il bersaglio). Viene subito dato
l’allarme ed inizia un violento tiro avversario; i MAS ripiegano inseguiti da
due rimorchiatori armati, il MAS 6
verso nord, il MAS 7 dirigendosi
verso le torpediniere di scorta.
22-23 dicembre 1916
Alle 23 del 22
dicembre il Pilo (al comando del
comandante in seconda, tenente di vascello Luigi Bombardini, che sostituisce il
comandante titolare, ammalatosi) ed i gemelli Ippolito Nievo (capitano di corvetta Ferdinando di Savoia-Genova) e
Giuseppe Cesare Abba (capitano di
corvetta Pietro Civalleri) salpano da Brindisi per ordine del comando del
Gruppo "B" e fanno rotta su Capo Rodoni per intercettare i
cacciatorpediniere austroungarici Reka
(capitano di corvetta Milan von Millinkovic), Dinara (capitano di corvetta Virgil Sandor de Vist), Velebit (capitano di corvetta Method
Koch) e Scharfschutze (capitano di
corvetta Bogumil Notowny), che durante la notte hanno attaccato i pescherecci
britannici (detti “drifters”) addetti alle reti antisommergibili dello
sbarramento del canale d’Otranto.
L’incursione dei quattro
cacciatorpediniere, che fruiscono anche dell’appoggio dell’esploratore Helgoland, è stato deciso dal Comando
austroungarico di Cattaro per agevolare il rientro in Adriatico dei
sommergibili U 38 e U 52, che per rientrare alla base devono
affrontare lo sbarramento del canale d’Otranto. Alle 21.20 le unità
austroungariche hanno aperto il fuoco su due drifter, danneggiandone uno in
modo non grave, ma i pescherecci hanno lanciato dei razzi di segnalazione, in
risposta ai quali se ne sono alzati degli altri verso est: a lanciarli sono
stati i cacciatorpediniere francesi Casque,
Commandant Rivière, Commandant Bory, Dehorter, Protet e Boutefeu, di scorta ad un convoglio in
navigazione da Brindisi a Taranto (per altra fonte, in navigazione di
trasferimento tra le due basi), che hanno avvistato i segnali di soccorso dei
drifters (più precisamente, a vederli è stato il Casque, che si è subito diretto verso il punto di provenienza dei
razzi seguito dal Rivière, mentre gli
altri quattro sono rimasti più indietro). Ipotizzando correttamente la presenza
di unità nemiche, i cacciatorpediniere austroungarici hanno accostato verso
nord per ridurre le distanze, avvistando gli omologhi francesi – che appaiono
divisi in due gruppi – ed aprendo il fuoco alle 21.37, da circa duemila metri
di distanza.
Problemi nelle
comunicazioni fanno però sì che soltanto Casque
e Commandant Rivière ingaggino
effettivamente combattimento con le unità nemiche: si accende una mischia
confusa in cui alle 22.04 Casque e Velebit scambiano colpi da soli 600
metri di distanza (il Casque,
credendo erroneamente di essersi imbattuto in un drifter, ha acceso il
proiettore ed illuminato il Velebit,
il cui tiro centra proprio il proiettore della nave francese), mentre alle
22.07 fanno lo stesso Dinara e Rivière, entrambi senza riportare danni
gravi. Il Rivière decide poi di
rientrare alla base, mentre il Casque
prosegue da solo nell’inseguimento della formazione nemica: alle 22.55 apre
nuovamente il fuoco contro lo Scharfschutze
(che sulle prime lo ha scambiato per il Dinara)
e viene a sua volta bersagliato dal Velebit,
lanciando un siluro ma venendo colpito dopo pochi minuti sala caldaie, venendo
così costretto a ridurre la velocità a 22 nodi ed a rompere il contatto. In
tutto, nel corso del combattimento, il Casque
è stato colpito da un proiettile, lo Scharfschutze
da tre, Reka e Dinara da due ciascuno.
Gli altri
cacciatorpediniere francesi (fino a quel momento non coinvolti nello scontro),
nel mentre, dirigono verso nord ad elevata velocità, avvicinandosi al teatro
del combattimento. Le vampate dei cannoni sono state avvistate da terra, a Capo
Palascia, e la notizia dello scontro è stata comunicata a Brindisi alle 21.45,
determinando alle 22.15 l’ordine di partenza del gruppo di cui fa parte il Pilo.
Poco dopo la partenza
del gruppo di cui fa parte il Pilo,
escono da Brindisi anche l’incrociatore leggero britannico Gloucester ed i cacciatorpediniere Impavido ed Irrequieto.
Alla fine la
formazione austroungarica riuscirà a sfuggire all’inseguimento e rientrare a
Cattaro, mentre i gruppi di cacciatorpediniere italiano (che non ha trovato
l’avversario) e francese (formato dal Casque,
ancora all’inseguimento degli austriaci che non ha più visto da mezzanotte, da Bory e Boutefeu che l’hanno raggiunto e superato di poco, e da Dehortet e Protet che si trovano dieci miglia più a sud), incontrandosi ad
alta velocità nel buio della notte, non riusciranno a coordinare le rispettive
manovre, con esito disastroso. Per primi le navi italiane incontrano all’1.40
del 23 Dehortet e Protet, rimasti indietro, riconoscendoli
per poi proseguire verso nord; alle due di notte il Casque decide di abbandonare l’inseguimento e dirige per Brindisi,
ordinando alle altre unità di fare lo stesso, ma nel corso di tale manovra finisce
per finire addosso alla squadriglia italiana, che procede in linea di fila. L’Abba sperona il Casque, venendo poi speronato a sua volta dal Boutefeu, che ha evitato di stretta misura Pilo e Nievo, i quali
hanno scongiurato la collisione virando con tutta la barra a sinistra. Fortunatamente
nessuna delle tre unità ha subito danni tali da comprometterne la
galleggiabilità; due uomini rimangono uccisi.
Essendo sinistrati
entrambi i cacciatorpediniere caposquadriglia, ad assumere la direzione della
manovra tesa a sciogliere la “matassa” e prestare soccorso alle navi
danneggiate è il comandante del Nievo,
Ferdinando di Savoia-Genova, quale ufficiale più alto in grado tra i comandanti
delle unità rimaste indenni. Questi comunica per radio a tutte le unità di aver
assunto il comando, indi ordina di accendere i fanali di navigazione e poi ad Abba e Casque di segnalare la loro posizione con la “trappola” (fanale per
segnalazioni notturne) bianca; il Bory
prende a rimorchio il Casque, mentre
il Pilo fa lo stesso per l’Abba prendendolo a rimorchio di poppa,
avendo questi perso l’intera prua nella collisione. Il Boutefeu è invece in grado di procedere con i propri mezzi. Alle
cinque del mattino la formazione si mette in navigazione verso Brindisi, a soli
quattro nodi, con Pilo-Abba e Bory-Casque al centro,
seguiti dal Boutefeu e con i
cacciatorpediniere “sani” di scorta sui lati. Due ore dopo, in seguito a
richiesta di rinforzi via radio, si uniscono alla scorta anche l’incrociatore
leggero britannico Gloucester,
l’esploratore italiano Carlo Mirabello
ed i cacciatorpediniere Impavido ed
Insidiso, usciti da Brindisi. La formazione giunge in porto nel tardo
pomeriggio.
L’episodio è così
narrato nelle memorie di Alberto Da Zara, imbarcato sul Nievo: "La notte era
magnifica. Calma di mare e di vento; nel cielo splendeva stupenda la cintura
d’Orione, e Sirio brillava di intensa luce. Nonostante l’alta velocità, le
distanze fra cacciatorpediniere erano molto serrate (…) Arrivati senza aver fatto alcun avvistamento
a poche miglia da Capo Rodoni, fummo costretti a renderci conto che era stato
un errore quello di non dirigere su Cattaro, e l’Abba, senza esitare, accostò
per nord-ovest, accettando e ricercando la funzione di “rincalzo” ai francesi,
poiché quella di intercettazione e di accerchiamento era fallita. Poco dopo
aver accostato rilevammo una netta riduzione di visibilità sulla superficie del
mare e capimmo di correre in una zona in cui da poco erano transitati inseguiti
e inseguitori; la velocità non fu ridotta, ma la sorveglianza aumentata, almeno
sul Nievo. E fu premiata. Improvvisamente sulla nostra dritta, su rotta che
incrociava la nostra, apparvero a breve distanza le due squadriglie francesi
(…) Sul Nievo furono avvistate in tempo
(…) feci mettere tutto il timone a
sinistra, seguito per imitazione di manovra dal Pilo. Non ci fu bisogno di dare
spiegazioni: Abba e Casque, che non si erano avvistati, si abbordarono
violentemente, con un rimbombo di tuono, mentre un’alta colonna di fumo di
innalzava verso il cielo nell’aria senza vento. Trasportati dallo slancio, Nievo
e Pilo si trovarono presto lontani dal punto della collisione, e rintracciare
gli infortunati non fu cosa facile, data l’oscurità e il groviglio di unità che
si era formatosul posto: Abba, Casque, e anche Boutefeu, in avaria, circondati
da Rivière, Protet, Dehortet e Bory. (…) L’Abba all’ultimo momento aveva visto il Casque e aveva messo il timone
tutto a sinistra invertendo il moto delle macchine (…) Rinculando quindi sotto la spinta delle macchine aveva, per effetto del
timone, compiuto una mezza volta, in tempo per farsi speronare dal
sopravvenente Boutefeu (…) Questa
doppia, simmetrica speronata, degna di una avventura cinematografica, aveva
asportato completamente la prora; e poiché l’Abba taceva, nulla sapevamo della
sua situazione, ma eravamo raggianti constatando che nessuno mancava
all’appello, che l’Abba galleggiava e non faceva segnali di soccorso. Fu il Pilo
ad accorgersi del fatto; il che gli valse l’onore e l’onere di prendere a
rimorchio di poppa il sinistrato; manovra brillantemente compiuta dal
funzionante comandante, tenente di vascello Luigi Bombardini. Alle 5 del 23 il
mesto corteo si era formato e aveva messo in rotta alla velocità di 4 nodi per
Brindisi: al centro Pilo e Bory con a rimorchio rispettivamente Abba e Casque,
di poppa l’acciaccato Boutefeu, sui fianchi Protet, Dehortet, Nievo e Rivière.
Solo allora il comando delle siluranti, che da molte ore aveva tempestato
chiedendo notizie, fu informato dell’accaduto e richiesto di rinforzare la
scorta; il che fu fatto presto e facilmente, perché gli avvenimenti della notte
avevano portato all’approntamento di molte unità. Alle 7 infatti fummo
raggiunti da Gloucester, Mirabello, Impavido e Insidioso, e nel tardo
pomeriggio rientravamo tutti a Brindisi".
4-5 maggio 1917
Il Pilo, insieme ad altri sette
cacciatorpediniere (Simone Schiaffino, Pilade Bronzetti, Ippolito Nievo, Antonio Mosto, Giuseppe Missori, Francesco
Nullo ed Insidioso) e
due torpediniere (Airone e Pegaso), esce in mare per fornire
appoggio e guida ad una formazione di aerei inviati a bombardare la base
austroungarica di Cattaro. Le unità sono suddivise in sei gruppi: il Pilo costituisce il secondo, insieme al
gemello Pilade Bronzetti. Gli
altri sei gruppi sono composti da Simone
Schiaffino ed Ippolito Nievo (1°
Gruppo), Antonio Mosto e Giuseppe Missori (3° Gruppo), Insidioso (4° Gruppo), Francesco Nullo (5° Gruppo), Airone (6° Gruppo) e Pegaso (7° Gruppo). Il 1°, 2°
e 3° Gruppo, composti da due unità ciascuno, sono posizionati più vicini alle
coste nemiche. Sono in mare anche gli esploratori Aquila e Carlo
Alberto Racchia, per fornire appoggio a distanza alle siluranti.
Queste ultime
indicano agli aerei la rotta da seguire puntando i fari verso l’alto e verso le
loro scie, ed impiegando fuochi verdi o rossi per indicare ai velivoli se si
trovino a sud od a nord del segnalamento. Nonostante il forte scarroccio e la
fitta foschia rendano difficile l’avvistamento delle siluranti, dodici aerei
(su uno dei quali è imbarcato il poeta Gabriele D’Annunzio; comandante della
formazione è invece il maggiore Armani) riescono a raggiungere Cattaro ed a
sganciare le bombe sull’obiettivo, per poi rientrare alla base senza subire
perdite, dopo un volo di cinque ore e mezza.
15 maggio 1917
Alle 4.50 il Pilo ed il gemello Antonio Mosto salpano da Brindisi insieme all’incrociatore leggero
britannico Bristol ed assumono
rotta verso nordest, per intercettare una formazione austroungarica che ha
condotto una scorreria nel Canale d’Otranto.
Alle 3.48, infatti, è
giunto a Brindisi un messaggio della stazione di vedetta dell’isola albanese di
Saseno, che informava che un convoglio italiano in navigazione lungo la costa
albanese, formato dai piroscafi Bersagliere, Carroccio e Verità scortati dal
cacciatorpediniere Borea, è
stato attaccato da cacciatorpediniere austroungarici (due, lo Csepel ed il Balaton).
Tale attacco – che si
protrarrà dalle 3.06 alle 3.45 e porterà all’affondamento di Borea e Carroccio ed al danneggiamento delle altre due navi del
convoglio, in modo grave il Verità e
più lievemente il Bersagliere – è
solo un diversivo per una più importante incursione austroungarica nel canale
d’Otranto: sono infatti in mare anche gli esploratori Saida, Helgoland e Novara (al comando del capitano di
vascello Miklós Horthy, comandante della formazione austroungarica), che alle
3.30 hanno attaccato i drifters addetti alle reti antisommergibile dello
sbarramento del canale d’Otranto – obiettivo principale dell’operazione –
affondandone ben quattordici entro le 4.57 (per altra fonte, tra le 4.20 e le
5.47). Quella concepita dagli austroungarici è un’operazione complessa, di gran
lunga il più imponente dei diciotto attacchi lanciati dalla Marina asburgica
contro lo sbarramento del Canale d’Otranto nel corso del conflitto: oltre alle
due azioni navali, principale contro i “drifters” e secondaria contro il
convoglio, è infatti prevista anche la partecipazione di sommergibili ed aerei.
Dei sommergibili, l’U 4 è schierato
davanti a Valona, dove è giunto alle quatto del mattino del 15 maggio, per
attaccare eventuali navi maggiori dell’Intesa che dovessero salpare da questa
base; l’U 27 è inviato in agguato
(dalle 5.30 del mattino del 15) a venticinque miglia da Brindisi, sulla
congiungente tra tale porto e Punta d’Ostro; e l’U 89 ha posato all’alba un campo minato davanti a Brindisi, per poi
rimanere in agguato nei pressi. Per quanto riguarda gli aerei, da Cattaro e
Durazzo sono decollati rispettivamente alle 5.30 ed alle 6 degli idrovolanti
con l’incarico di volare verso Brindisi, spingendosi fino a 70 miglia (quelli
decollati da Cattaro) e 90 miglia (quelli da Durazzo) dalla costa della
Dalmazia, per poi fare rotta su Valona, contattando via radio le navi di Horthy
in caso di avvistamento.
Per il caso di un
intervento delle forze di superficie dell’Intesa, sono tenuti pronti a muovere
dalle cinque del mattino l’incrociatore corazzato Sankt Georg, la corazzata costiera Budapest, il cacciatorpediniere Warasdiner
e sette torpediniere (tra cui le TB 84,
88, 99 e 100).
Saida,
Helgoland e Novara, camuffati in modo da somigliare a grossi cacciatorpediniere
britannici per potersi avvicinare ai loro bersagli senza destare sospetti, sono
salpati da Cattaro alle 19.40 del 14 maggio, seguendo rotta verso sud fino
all’isola di Fanò/Othoni (la più occidentale delle Diapontie) per poi virare a
sinistra, separarsi alle 3.10 ad una decina di miglia da Otranto ed a quel
punto, distanziati tra di loro di quattordici miglia (il Novara 14 miglia ad ovest di Fanò, il Saida 28 miglia ad ovest e l’Helgoland
42 miglia ad ovest), rastrellare il mare verso est, affondando tutti i drifter
incontrati. Il Novara risparmia un
primo gruppo di drifters che ha avvistato perché è ancora troppo presto, ed
Horthy teme di mettere in allarme il nemico aprendo il fuoco su di essi; è
quindi il Saida il primo ad
attaccare. Per tutti i drifters la procedura seguita è la stessa: le navi di
Horthy concedono all’equipaggio il tempo di abbandonarlo, prima di procedere al
suo affondamento. Gli equipaggi di alcuni drifters, come il Floandi, il Gowan Lee ed il Morning Star
II, non obbediscono all’intimazione ed anzi reagiscono con i loro minuscoli
cannoncini: sorprendentemente, riescono ad indurre gli attaccanti a desistere,
pur subendo parecchi danni. Ad altri non va altrettanto bene, ed uno dopo
l’altro vengono affondati l’Admirable,
l’Avondale, il Coral Haven, il Craignowan,
il Felicitas, il Girl Rose, l’Helenore, il
Quarry Knowe, il Selby, il Serene, il Taits, il Transit, il Young Linnet. Su 47 drifters in servizio sullo sbarramento al momento
dell’attacco, quattordici vengono affondati e quattro danneggiati; gli
esploratori austroungarici raccolgono 72 naufraghi prima di terminare l’azione
e fare rotta verso nord. Il piano prevede la loro riunione, a quindici miglia
da Capo Linguetta, entro le 7.15 del mattino del 15 maggio, ossia non più di
un’ora dopo il passaggio in tale zona di Csepel
e Balaton (questo intervallo di
un’ora è motivato dalla decisione di mantenere i due cacciatorpediniere,
durante la navigazione di rientro, venti miglia a proravia degli esploratori e
sulla loro sinistra, in modo da coprirli da eventuali incontri con forze navali
dell’Intesa, che in caso di incontro dovranno attirare, facendosi inseguire,
verso le bocche di Cattaro). Per tutte le unità è imperativo il silenzio radio;
il Novara deve effettuare il suo
primo segnale solo dopo l’incontro con gli altri esploratori a Capo Linguetta,
per poi fare una segnalazione al semaforo di Castelnuovo dopo aver superato
Capo Rodoni.
Csepel (caposquadriglia, capitano di fregata Johannes principe di
Liechtenstein) e Balaton (capitano di
corvetta Franz Morin) hanno lasciato Cattaro alle 18.20 del 14 maggio, regolandosi
in modo da trovarsi a Dulcigno alle 21; poi, mantenendosi a quindici miglia da
Saseno, si sono diretti verso la costa albanese (zona di Monte Elia) in
formazione a ventaglio verso sudovest, alla ricerca di convogli dell’Intesa
provenienti o diretti in Albania, seguendo una rotta che evitasse di
incrociarsi con quella degli esploratori. Dovranno poi regolare il rientro in
modo da superare Capo Linguetta non oltre le 6.15 del mattino del 15 maggio.
Giunti nella zona assegnata per la ricerca alle 2.51 del 15 maggio, si sono
messi in cerca di prede navigando di conserva a mezzo miglio dalla costa
albanese fino alle 3.05, quando l’U 4 ha
segnalato loro quattro navi, che poco dopo hanno a loro volta avvistato alla
luce lunare (la luna è sorta alle spalle delle navi italiane, agevolando
l’avvistamento agli austroungarici e complicandolo agli italiani): il convoglio
formato da Borea (capitano di
corvetta Virgilio Franceschi), Bersagliere,
Carroccio e Verità, partito da Gallipoli alle dieci del mattino precedente e
diretto a Valona alla velocità di 6,5 nodi. Dopo aver avvistato a sua volta
delle sagome nell’oscurità ed aver effettuato, nel dubbio, il segnale di
riconoscimento, il Borea è divenuto
subito bersaglio del tiro concentrato dei due cacciatorpediniere
austroungarici, ben più grandi e pesantemente armati, venendo quasi subito
immobilizzato. Mentre il Csepel
continuava il martellamento dell’unica nave di scorta, il Balaton è passato a cannoneggiare i mercantili, incendiando
dapprima il Carroccio, poi
immobilizzando ed incendiando il Verità
ed infine colpendo ripetutamente il Bersagliere;
gli equipaggi dei tre mercantili Abbandonano
le rispettive navi mettendosi in salvo sulle lance. Completata l’opera di
distruzione, Csepel e Balaton hanno cessato il tiro ed hanno
iniziato la navigazione di ritorno alla base, senza raccogliere i naufraghi; a
questo provvedono varie unità italiane subito salpate da Valona e Porto
Palermo, allertate dal rumore delle cannonate e dai bagliori degli incendi:
trovano le quattro navi tutte ancora a galla, ma per Borea e Carroccio non c’è
più niente da fare, entrambi affondano poco dopo; il Verità può essere invece essere rimorchiato a Valona, mentre
l’equipaggio del Bersagliere risale a
bordo e riesce a portare la nave in porto con i propri mezzi. Procedendo a 25
nodi, Csepel e Balaton giungono alle 4.45 nel punto stabilito per l’incontro con gli
esploratori, quindici miglia a ponente di Saseno, e manovrano in modo tale da
trovarsi per le 7.30 venti miglia a proravia e sulla sinistra degli
esploratori.
Sul luogo
dell’attacco al convoglio italiano si sono già diretti, a seguito delle
segnalazioni giunte da Saseno (alle 4.10 del mattino: si parla di colpi di
cannone avvertiti verso sud/sudovest, e poco dopo è giunta notizia dell’attacco
al convoglio “Borea”) e degli ordini impartito alle 4.30 dall’ammiraglio Alfredo
Acton (comandante delle forze navali leggere dell’Intesa dislocate a Brindisi),
l’esploratore leggero Carlo
Mirabello (capitano di fregata Gerardo Vicuna) ed i cacciatorpediniere
francesi Commandant Rivière, Bisson e Cimeterre, che si trovavano già in mare nell’ambito del dispositivo
interalleato di sorveglianza del canale d’Otranto (in base allo stesso
dispositivo il Pilo, come pure Mosto, Acerbi, Schiaffino e Bristol, era tenuto pronto a muovere in
mezz’ora). Acton ha ordinato inoltre che tutte le navi pronte in 30, 60 e 90
minuti presenti a Brindisi escano in mare – il che ha portato alle 4.50 alla
partenza di Pilo, Mosto e Bristol (che erano pronti a partire in mezz’ora), che una volta in
mare assumono rotta verso nordest per intercettare la formazione nemica –,
per poi imbarcarsi a sua volta sull’incrociatore leggero britannico Dartmouth ed uscire alle 5.36, scortato
dai cacciatorpediniere Giovanni Acerbi
e Simone Schiaffino. Ha così inizio
la battaglia del canale d’Otranto.
Essendo il Bristol rallentato dalla propria carena
sporca, il suo gruppo finisce con l’essere raggiunto da quello del Dartmouth, pur essendo quest’ultimo
uscito in mare quasi cinquanta minuti dopo; alle 6.56 Acton ordina al Bristol di avvicinarsi al gruppo Dartmouth, accostando quindi verso
ovest. Le due formazioni guidate da Bristol e Dartmouth si riuniscono tra le 6.56
e le 7.12, quando il Bristol prende
posizione al traverso a dritta del Dartmouth
(per altra fonte i due gruppi si sarebbero riuniti alle 6.30, venendo poi
raggiunti dall’Aquila alle 6.40), poi
ricevono l’ordine di accostare per 35° e dirigere a 24 nodi verso il Golfo del
Drin; alle 5.55 ed alle 8.20, sempre per ordine di Acton, decollano due coppie
di idrovolanti per mettersi alla ricerca del nemico.
Dopo la riunione,
l’ammiraglio Acton decide di disporre le sue unità in linea di fronte, con Aquila in testa, seguito da Dartmouth e Bristol in linea di fronte, con Pilo,
Mosto, Schiaffino ed Acerbi in
posizione di scorta sui lati.
Alle 7.10, intanto,
il gruppo «Mirabello» ha incontrato i tre esploratori austroungarici; Horthy ha
a sua volta avvistato le unità franco-italiane alle 7.05, aprendo il fuoco
cinque minuti dopo da 8500 metri di distanza. Il Mirabello deve anche accostare per evitare un siluro lanciatogli
dall’U 4, ed a causa di questa
manovra i cacciatorpediniere francesi rimangono ben presto indietro rispetto
alla nave italiana; alla fine lo scambio di colpi cessa per l’aumentare della
distanza tra i due gruppi (le navi austroungariche, infatti, avendo completato
la missione, stanno rientrando alla propria base di Cattaro, cercando quindi di
sfuggire alle forze dell’Intesa). Il contrammiraglio Acton, venuto così a
sapere della posizione delle navi nemiche, dirige per intercettarle con tutta
la formazione al suo comando (Bristol, Dartmouth, Pilo, Mosto, Schiaffino, Acerbi e l’esploratore Aquila,
partito da Brindisi alle 6 ed unitosi alla formazione alle 7.40) procedendo a
24 nodi, il massimo permesso dalla lentezza del Bristol. Alle 7.30 la formazione di Acton viene frattanto avvistata
da un idrovolante austroungarico, che ne comunica la posizione.
Alle 7.45 le navi del
gruppo «Dartmouth» avvistano a poppa dritta (su rilevamento 140°), con rotta
035° e velocità di 24 nodi, i fumi prodotti da due navi nemiche: sono lo Csepel ed il Balaton, che, completato l’attacco al
convoglio e sulla via del ritorno, hanno già avvistato da dieci minuti i fumi
del gruppo navale italo-franco-britannico (sulla sinistra, verso nordovest,
seguiti dall’avvistamento delle alberature e delle sommità dei fumaioli di “tre
incrociatori e parecchi cacciatorpediniere”) ed hanno conseguentemente cambiato
rotta facendo rotta a 29 nodi verso Dulcigno, segnalando al contempo via radio
l’incontro al Novara; quattro minuti
dopo il comandante dello Csepel
identifica gli inseguitori come “un
grande C.T. di circa 1500 tonn. di nazionalità sconosciuta e di profilo simile
a quello del Quarto [l’Aquila], 4 Indomito [Pilo, Mosto, Acerbi e Schiaffino, di aspetto molto simile agli Indomito da cui sono derivati] e
2 Liverpool [Bristol e Dartmouth]”. Le unità di Acton, credendo
che si tratti degli esploratori austroungarici e che la posizione segnalata
dall’idrovolante fosse sbagliata, accostano subito per intercettarli (per altra
fonte, avrebbero proseguito per qualche minuto su rotte approssimativamente
parallele, con le navi italo-britanniche più verso nord, in posizione tale da
tagliare la ritirata verso Cattaro a quelle austroungariche), ma alle 9.01 si
rendono conto che si tratta di due cacciatorpediniere classe Tatra. Alle 8.10 l’Aquila, più veloce (procede a 35-36 nodi), viene inviato da Acton
in testa alla formazione italiana, all’attacco di Csepel e Balaton
(secondo altre fonti tale ordine sarebbe stato impartito alle 7.50 od alle 8),
insieme ai cacciatorpediniere, che lo seguono a dritta (Mosto e Schiaffino) ed a
sinista (Pilo ed Acerbi; inizialmente le quattro unità formano una sorta di linea di
fronte, con l’Aquila al centro, ma
l’esploratore, più veloce, si lascia presto alle spalle i quattro
cacciatorpediniere); alle 8.15 l’Aquila apre
il fuoco da 11.400 metri sulla nave di testa, che ha praticamente al traverso,
sparando dodici salve da 152 mm da distanze variabili tra gli 11.000 ed i 9500
metri, inquadrando il Balaton.
Entrambi i gruppi procedono a tutta forza, con velocità compresa tra 30 e 35
nodi; i due cacciatorpediniere austroungarici inizialmente non aprono il fuoco,
perché la distanza è eccessiva, ma quando le unità italiane serrano le distanze
iniziano anch’essi a sparare dalla massima elevazione. Intanto, Bristol e Dartmouth assumono rotta 070°, manovrando in modo da tagliare
ai due cacciatorpediniere nemici la via della ritirata verso Cattaro.
Lo scontro prosegue
senza risultati (salvo alcuni colpi a segno sul Balaton) finché, alle 8.30, l’Aquila
viene immobilizzato in posizione 41°30’ N e 18°50’ E da un proiettile del Csepel che lo colpisce nella sala
macchine, tranciando la conduttura principale del vapore, uccidendo sette
fuochisti e scatenando un incendio.
Le due unità
austroungariche approfittano dell’accaduto per aumentare le distanze con gli
inseguitori, cercando di portarsi sottocosta, sotto la protezione delle
batterie costiere. Pilo e Mosto superano a 30 nodi
l’immobilizzato Aquila e
continuano l’inseguimento aprendo il fuoco alle 8.40 (da una distanza di 10.000
metri), seguiti alle 9 dallo Schiaffino;
il tiro di tutti e tre risulta corto, ma quello dello Schiaffino, grazie ai pezzi da 102/35 mm (Pilo e Mosto sono
armati con cannoni da 76/40 mm), risulta più centrato.
Dei tre
cacciatorpediniere, il Pilo è quello
nella posizione più sfavorevole per l’inseguimento, essendo spostato troppo in
fuori rispetto alla “curva” formata dalla rotta delle navi austroungariche
dirette a Durazzo; non riesce a ridurre le distanze a meno di 10.000 metri, ed
il suo comandante si rende presto conto che il nemico riuscirà a raggiungere la
protezione dei campi minati e delle batterie costiere di Durazzo prima di
poterlo raggiungere, pertanto accosta per avvicinarsi all’immobilizzato Aquila, chiedendogli se abbia bisogno di
assistenza. Non ricevendo risposta, tuttavia, lascia l’Aquila e riprende l’inseguimento dei cacciatorpediniere avversari.
Inizialmente il tiro
di Csepel e Balaton, ed anche delle batterie
costiere di Durazzo (armate con pezzi da 150 mm), che aprono il fuoco alle 9,
si concentra sullo Schiaffino;
vistosi inquadrato dal tiro avversario, il cacciatorpediniere deve accostare in
fuori, e le batterie spostano il loro tiro su Pilo e Mosto per poi
cessare il fuoco alle 9.10, precedute di cinque minuti da Csepel e Balaton.
Alle 9.18
l’ammiraglio Acton richiama Pilo, Mosto e Schiaffino, tutti indenni, essendo ormai inutile proseguire
l’azione; le tre unità dirigono verso l’Aquila ancora
fermo, accanto al quale è rimasto l’Acerbi.
Alle 13.45 Csepel e Balaton, evitato anche un attacco da
parte del sommergibile francese Bernoulli,
si ormeggiano a Gjenovich, vicino a Dulcigno.
Nel frattempo, alle
8.35 sono partiti da Brindisi anche l’esploratore Marsala, l’esploratore leggero Carlo Alberto Racchia ed i cacciatorpediniere Impavido, Indomito ed Insidioso,
che procedono prima a 25 e poi a 26,5 nodi per riunirsi al gruppo «Dartmouth». Tra
le 8 e le 9 i tre esploratori austroungarici vengono infruttuosamente
bombardati da idrovolanti italiani, ed alle 8.45 il capitano di vascello Horthy
avvista del fumo a dritta e, ritenendo essere Csepel e Balaton in
avvicinamento, dirige verso di loro. Sono in realtà le navi italiane: alle 9.05
le due formazioni avversarie si avvistano reciprocamente, ed assumono rotta
convergente. I propositi dei comandanti sono differenti: Acton intende
proteggere l’ancora immobile Aquila,
che ritiene essere l’obiettivo delle navi nemiche, mentre Horthy crede di
essere riuscito a tagliare fuori un gruppo di unità leggere nemiche nei pressi
di una base amica – Cattaro – ed alle 9.06 segnala rotta e posizione, così che
l’incrociatore corazzato Sankt Georg,
il cacciatorpediniere Warasdiner e
le torpediniere TB 84, 88, 99 e 100,
appositamente tenute pronte, escano in mare e taglino la ritirata alle navi
dell’Intesa (per altra fonte, invece, Horthy intendeva distogliere le navi
dell’Intesa dall’inseguimento di Csepel
e Balaton). Il comandante
austroungarico identifica le navi nemiche come “due esploratori inglesi tipo Liverpool e Blanche, uno del tipo Quarto e
due c.t. del tipo Indomito”: il “tipo Quarto”
è in realtà l’Aquila, che Horthy non
ha notato essere immobilizzato, e che identifica erroneamente come nave comando
della flottiglia avversaria.
Per difendere l’immobilizzato Aquila, intorno alle 9.05 Bristol, Dartmouth, Acerbi e Mosto (questi ultimi due si sono
portati a poppavia del Bristol) assumono
rotta verso sudovest e poi verso nord e si interpongono tra esso e gli
esploratori nemici, riducendo le distanze. Il Pilo e lo Schiaffino ricevono
invece dall’ammiraglio Acton l’ordine di rimanere assieme all’Aquila, per proteggerlo qualora il
contrattacco delle altre unità non bastasse, o dovessero sopraggiungere altre
minacce. Alle 9.28 le navi dei due schieramenti aprono il fuoco, a una distanza
di 8500 metri; anche l’Aquila, benché
fermo e danneggiato, si unisce al tiro. Alle 9.30 le navi austroungariche
iniziano ad emettere fumo, per confondere le unità dell’Intesa ed approfittarne
per serrare le distanze per utilizzare anche i calibri secondari; nel farlo,
però, Horthy si rende conto che da sud i cacciatorpediniere dell’Intesa si
stanno avvicinando, preparandosi a lanciare i siluri. Il comandante
austroungarico decide allora di ripiegare verso nordovest, procedendo
parallelamente alla costa dalmata; ha così inzio un lungo inseguimento. L’avvicinamento
dei cacciatorpediniere italiani, da sinistra, riduce le distanze da 10.000 a
4700 metri, mentre Dartmouth e Bristol procedono parallelamente agli
avversari. Gli esploratori austroungarici concentrano il tiro sul Dartmouth, in posizione più avanzata,
colpendolo tre volte, mentre il Bristol
rimane indietro – la distanza rispetto all’ammiraglia cresce fino a ben 6 km – a
causa della carena sporca. Poi assumono rotta verso nord, tornando ad
avvicinarsi a Cattaro ed alle navi da lì uscite in suo appoggio (Sankt Georg, Warasdiner e torpediniere), che stanno procedendo verso di lui a
tutta forza. Il Novara viene colpito
più volte, ed alle 10.10 il capitano di vascello Horthy viene gravemente ferito
ed il suo secondo, capitano di corvetta Robert Szuborits, rimane ucciso; un
altro colpo raggiunge la sala macchine, ed alle 10.35 l’esploratore va via via
perdendo velocità, fino ad arrestarsi del tutto alle 10.55 per mancanza di
acqua di alimentazione delle caldaie. Lo prende a rimorchio il Saida, mentre l’Helgoland rimane di retroguardia per coprirli: così facendo rimane
in posizione arretrata, e viene preso di mira dal fuoco incrociato di Bristol e Dartmouth. Alle 11 quest’ultimo accosta a sinistra per tagliare
sulla coda la formazione avversaria e riduce le distanze a 7500 metri; in
questo frangente i due incrociatori vengono infruttuosamente attaccati da
aerei, ed informati che due grosse unità nemiche stanno dirigendo verso di loro
(si tratta di Sankt Georg e Warasdiner avvistati dalla ricognizione
aerea italiana). Avvistati anche i fumi dei preannunciati rinforzi avversari, e
constatato che il Sankt Georg è più
potente di qualsiasi unità della flottiglia dell’Intesa, l’ammiraglio Acton
ordina a tutte le unità di compattarsi in un’unica formazione – messaggio che
raggiunge solo parzialmente l’Acerbi,
che pertanto lo fraintende e si lancia in un solitario quanto infruttuoso
attacco contro gli esploratori austroungarici, fino a quando non viene
richiamato dall’ammiraglio – ed alle 12.05 (o 12.07) decide di rompere il
contatto e rientrare a Brindisi. Termina così la battaglia del canale
d’Otranto: alle 12.25 Saida, Helgoland e Novara vengono raggiunti dal gruppo Sankt Georg, alle 12.30 assumono rotta verso Cattaro ed alle 14.55
si uniscono al gruppo Budapest,
anch’esso uscito in mare in loro appoggio.
Nello scontro finale
diverse unità da ambo le parti hanno riportato vari danni: il Novara è stato colpito da undici
proiettili, subendo danni piuttosto gravi, l’Helgoland da tre, il Saida da
uno, il Dartmouth da
quattro ed il Bristol da
tre. Le perdite umane di quello che passerà alla storia come la più grande
battaglia navale combattuta nel Mediterraneo durante la prima guerra mondiale
risulteranno nel complesso piuttosto limitate, assommando in tutto a 37 morti e
35 feriti per le forze dell’Intesa e 15 morti e 54 feriti per gli
austroungarici.
Alle 10.15, nel
frattempo, il Mirabello si è dovuto
fermare a causa dello spegnimento delle caldaie, causato da contaminazione
della nafta con acqua di mare; rimesso in moto dopo mezz’ora, non riesce a
ricongiungersi col resto della formazione in tempo per prendere parte al
combattimento finale.
L’Aquila, sul quale gli incendi sono stati
domati, viene intanto preso a rimorchio dallo Schiaffino, che alle 10.30 si mette in navigazione alla volta di Brindisi,
con la scorta del Pilo e del
Cimeterre, frattanto distaccato dal
gruppo Mirabello (per una fonte,
anche del Bisson, che il Mirabello avrebbe distaccato insieme al Cimeterre dopo aver avvistato l’Aquila che procede a rimorchio di Pilo e Schiaffino). Durante l’allestimento del rimorchio la formazione
viene bombardata da un aereo austroungarico, ma senza subire danni; durante la
navigazione verso Brindisi il cavo di rimorchio si spezza, ma viene subito
sostituito. Successivamente si uniscono alla formazione anche due torpediniere
d’alto mare inviate da Brindisi; Pilo,
Schiaffino, Aquila e Cimeterre giungeranno
in porto alle 19.55 (20.30 per altra fonte), precedendo di un’ora Mirabello e Commandant Rivière, quest’ultimo a rimorchio del primo a causa di
un’avaria che lo ha colpito alle 11.45.
Alle 13.35 il Dartmouth, durante la navigazione di
rientro a Brindisi, è stato silurato dal sommergibile tedesco UC 25: risultato ingovernabile ed Abbandonato in un primo momento dall’equipaggio,
rimane tuttavia a galla, finché un gruppo di volontari torna a bordo e la nave
viene presa a rimorchio dal rimorchiatore Marittimo,
raggiungendo Brindisi alle tre di notte del 16 maggio con la scorta di Acerbi, Mosto, Impavido, Casque, Lucas e della torpediniera Airone.
Nel mentre anche l’Indomito ha subito
un’avaria in caldaia, che l’ha costretto a lasciare la formazione e rientrare a
Brindisi per conto proprio.
Proprio durante i
soccorsi al Dartmouth si verifica
l’ultima perdita della giornata: il cacciatorpediniere francese Boutefeu, uscito da Brindisi alle 22.55
per rinforzare la scorta dell’incrociatore danneggiato, urta una delle mine
posate la notte precedente dall’U 89 ed
affonda in un minuto, con la morte di undici degli 84 membri dell’equipaggio.
11 giugno 1917
Pilo, Nievo e la
torpediniera costiera 37 PN
forniscono supporto ad un’incursione su Durazzo da parte di nove idrovolanti
decollati da Brindisi. La formazione fruisce anche della scorta a distanza dei
cacciatorpediniere Irrequieto ed Insidioso e delle torpediniere Ardea ed Airone.
13-14 giugno 1917
Il Pilo e l’Acerbi scortano da Brindisi a Messina l’incrociatore leggero
britannico Liverpool.
Ottobre 1917
Il Pilo forma, insieme ai
gemelli Ippolito Nievo, Pilade Bronzetti e Simone Schiaffino, la VI Squadriglia
Cacciatorpediniere, di base a Brindisi.
19 ottobre 1917
Il Pilo, in navigazione da Valona a
Brindisi insieme al Nievo ed
all’incrociatore britannico Weymouth,
riceve ordine di unirsi ad una formazione italo-franco-britannica (incrociatori
britannici Gloucester e Newcastle, esploratori italiani Aquila e Sparviero, cacciatorpediniere francesi Commandant Rivière, Bory
e Bisson, cacciatorpediniere italiani
Indomito, Missori e Mosto) intenta
nell’inseguimento di una flottiglia austroungarica (esploratore Helgoland, cacciatorpediniere Lika, Triglaw, Tatra, Csepel, Orjen e Balaton)
salpata da Cattaro il giorno precedente per attaccare convogli italiani nelle
acque di Valona.
Quattro unità
austroungariche, aventi rotta verso nord, sono state avvistate alle 6.30 dalla
stazione di Brindisi, e subito sono decollati due aerei mentre hanno preso il
mare gli esploratori Guglielmo Pepe (con a bordo l’ammiraglio Guido
Biscaretti di Ruffia) ed Alessandro Poerio ed i cacciatorpediniere Insidioso, Simone Schiaffino e Pilade
Bronzetti, mentre venivano messi in approntamento Gloucester, Newcastle, Aquila, Sparviero, Rivière, Bory, Bisson, Mosto, Missori ed Indomito.
Le unità avvistate da
Brindisi sono in realtà due, Helgoland
e Lika, che non avendo trovato nessun
convoglio, si sono deliberatamente portati in vista di Brindisi al preciso
scopo di farsi inseguire dalle unità dell’Intesa per attirarle nei settori
d’agguato dei sommergibili U 32 (al
largo di Valona) e U 40 (davanti a
Saseno); il resto della formazione austroungarica si è diretto verso San
Cataldo in cerca di navi dell’Intesa, che non riesce a trovare. Il gruppo
dell’ammiraglio Biscaretti avvista i sommergibili nemici, che non solo non
riescono così a tendere un agguato alle navi italiane, ma vengono anche
attaccati da idrovolanti provenienti da Brindisi. Le navi dell’Intesa
proseguono l’inseguimento mentre quelle austroungariche si riuniscono e si
dividono nuovamente i due gruppi, uno formato dalla coppia Csepel-Triglav (che
dirige per rientrare direttamente a Cattaro) e l’altro dalle rimanenti unità,
che fanno rotta verso Punta Menders. Attaccato a sua volta da idrovolanti, con
il lieve danneggiamento dell’Helgoland,
anche il secondo gruppo decide di fare rotta per il rientro.
L’inseguimento da
parte delle forze italo-franco-britanniche continua, caratterizzato anche da uno
scontro aereo tra idrovolanti austrongarici decollati da Kumbor e quelli
italiani di Brindisi: un FBA4 italiano viene colpito, ma riesce comunque a
rientrare. Le unità dell’Intesa non riescono a serrare le distanze a
sufficienza per poter ingaggiare combattimento con quelle austroungariche, ed
una volta giunte all’altezza delle foci del Drin invertono la rotta per tornare
alla base.
1918
È comandante del Pilo il capitano di corvetta Riccardo
Paladini.
16 luglio 1918
Il Pilo soccorre l’equipaggio di un
bombardiere SIA 9B, costretto all’ammaraggio da un’avaria al motore di ritorno
da un’incursione aerea su Pola.
1° novembre 1918
Il Pilo fa parte della III Squadriglia
Cacciatorpediniere, di base a Venezia, che forma con i similari Nicola Fabrizi, Giuseppe Missori e Giuseppe La Masa. La III Squadriglia forma la Flottiglia
cacciatorpediniere di Venezia insieme alle Squadriglie I (Ardito, Audace, Francesco Nullo e Giuseppe Cesare Abba) e V (Giuseppe Sirtori, Francesco Stocco, Giovanni
Acerbi, Vincenzo Giordano Orsini).
3 novembre 1918
Durante l’offensiva
finale italiana, un giorno prima dell’annuncio dell’armistizio di Villa
Giusti, Pilo, Stocco, La Masa, Missori, Acerbi, Orsini, Audace (al
comando del capitano di corvetta Pietro Starita e con a bordo il capitano di
vascello Giobatta Tanca, comandante dei cacciatorpediniere dell’Adriatico, ed
il pilota Guido Tebaidi, esperto della navigazione tra Cortellazzo e Trieste)
ed un altro cacciatorpediniere, il Nicola
Fabrizi, lasciano Venezia diretti a Trieste, trasportando il generale Carlo
Petitti di Roreto (designato governatore di Trieste). Insieme a loro vi sono
anche le torpediniere d’altura Procione e Climene (partite da Cortellazzo),
mentre li segue un convoglio per trasporto truppe (piroscafetti Istria, Cervignano e Friuli;
vaporetti Sant’Elena, Roma e Clodia ciascuno con 300 uomini; vaporetti lagunari 1, 4, 17, 29, 38, 40, SV1, SV4 e San Secondo,
con 1450 uomini in tutto) scortato dalle torpediniere costiere 1 PN, 4 PN, 40 PN, 41 PN, 64 PN (con a bordo il generale Felice Coralli, comandante
della spedizione, ed il capitano di vascello Cesare Vaccaneo), 13 OS e 46 OS (40 PN e 41 PN prendono anche a rimorchio Cervignano e Friuli,
unitisi all’ultimo momento, perché troppo lenti) e Protetto anche dalle torpediniere Pellicano e 113 S,
dalle cannoniere Brondolo e Marghera e dai dragamine RD 1 e RD 2, che effettuano a coppie il dragaggio della rotta.
Le navi del convoglio
trasportano il 7° e l’11° Reggimento Bersaglieri (generale Felice Coralli), il
Battaglione "Golametto" del Reggimento Marina (capitano di corvetta
Cesare Repetto), la compagnia mitraglieri reggimentale FIAT (sottotenente di
vascello Mario Monti) del reggimento Marina (capitano di vascello Giuseppe
Sirianni) ed alcuni membri di reparti speciali. Scopo di queste truppe – 2600
uomini in tutto, oltre a 200 carabinieri imbarcati sull’Audace – è di procedere all’occupazione di Trieste: il 30
novembre, infatti, è giunta a Trieste la torpediniera ex austroungarica TB 3, recante parlamentari triestini
(italiani ed alcuni jugoslavi) che hanno riferito che i rappresentanti delle
autorità dell’Impero Austro-Ungarico (in rapida disgregazione) hanno lasciato
Trieste, e che la città è governata da un comitato di salute pubblica. Il 1°
novembre, pertanto, il Comando in Capo del Dipartimento di Venezia ha ricevuto
disposizione di procedere all’occupazione della città, operazione che prende il
via appunto il 3 novembre.
Compito del gruppo
dei cacciatorpediniere, che precede il convoglio con le truppe, è di proteggere
quest’ultimo e dragarne la rotta; le mine, unico concreto pericolo della
navigazione (circola anche la notizia che tre sommergibili siano usciti da
Pola, ma essa è priva di fondamento), non provocano problemi (due sole vengono
dragate, al largo di Cortellazzo).
Nell'ultimo tratto
della navigazione, il convoglio è scortato anche da una coppia di idrovolanti:
L7 e L8 al mattino, M28 e M30 al pomeriggio.
Pilotate dalla TB 3, le navi italiane entrano a Trieste
alle 16.10, sbarcandovi 200 carabinieri ed il generale Petitti di Roreto.
Quest’ultimo, appena sceso a terra, prende possesso della città in nome del re
d’Italia, tra la folla festante. Alle 17 l’Istria sbarca
la compagnia mitraglieri, che prende possesso dell’Arsenale militare, ed alle
18 attracca il resto del convoglio, che sbarca le truppe.
L’occupazione della
città non presenta problemi; sono presenti soltanto due torpediniere ex
austroungariche e personale del Comando Marina. Le truppe italiane provvedono
rapidamente a prendere possesso e dei principali edifici pubblici e militari,
oltre che al rimpatrio degli ex prigionieri italiani.
5 novembre 1918
Pilo, Abba, Missori, La Masa, la
corazzata Ammiraglio Saint Bon (con
a bordo l’ammiraglio Umberto Cagni, comandante della formazione), le
torpediniere d’altura Procione, Climene e Pellicano (che dragano la rotta davanti alla formazione), le
torpediniere costiere 2 PN, 3 PN, 4 PN, 10 PN, 16 OS, 41 PN e 64 PN,
quattro MAS ed il rimorchiatore-dragamine RD
1 (incaricato anch’esso del dragaggio insieme a Procione, Climene e Pellicano) salpano da Venezia all’alba
dirette a Pola, per procedere all’occupazione della città e piazzaforte già
austroungarica (secondo altra fonte, Cagni avrebbe alzato la sua insegna sulla 64 PN, e non sulla Saint Bon, sulla quale sarebbe trasbordato poco prima dell’ingresso
a Pola). A bordo delle navi sono imbarcate truppe da sbarco della Marina e
dell’Esercito: sui cacciatorpediniere, quattro compagnie da sbarco della Marina
con alcuni specialisti per le comunicazioni; sulla Saint Bon, un battaglione di fanteria e 100 carabinieri. Il tempo
non è dei migliori: nebbia (che costringe i due idrovolanti di scorta aerea a
rientrare poco dopo la partenza), nuvolaglia, vento di scirocco, piovaschi e
mare lungo.
La formazione supera
gli sbarramenti di Venezia prima delle cinque del mattino, ed alle dieci
aumenta la velocità, mentre il tempo migliora, anche se non si vede il sole; il
mare si calma. I cacciatorpediniere procedono in testa; su uno di essi è
imbarcato il capitano di fregata Costanzo Ciano, incaricato del pilotaggio
negli approcci al porto ed affiancato per lo scopo da un pilota civile. A
mezzogiorno, superata una zona minata, le navi italiane passano davanti a
Rovigno; alle 13.30 la formazione entra nel canale di Fasana, ma qui si ferma
in quanto lo sbarramento tra l’isola di San Gerolamo e Punta Rancon è chiuso
salvo che per un piccolo varco segnato da due boe. Poco dopo l’ammiraglio Cagni
dà ordine sbarcare truppe a Fasana (a cinque chilometri da Pola): prima il
capitano di vascello Antonio Foschini (che proseguirà per Pola con un MAS), poi
le compagnie da sbarco dei cacciatorpediniere, indi i reparti della Saint Bon; proseguiranno per Pola a
piedi. Mentre le prime compagnie da sbarco – personale del Reggimento Marina –
prendono terra, alle 13.50, Cagni ordina alla 4 PN (tenente di vascello Paolo Maroni; a bordo anche il
capitano di vascello Alessandro Ciano, che insieme al tenente Sem Benelli ha
l’incarico di prendere contatto con il comandante austroungarico a Pola per
ingiungergli di non interferire con l’occupazione italiana della città e dei
forti, stabilita dall’armistizio firmato a Villa Giusti) di precedere le altre
navi a Pola, per preannunciare l’occupazione della città. La torpediniera
esegue l’ordine, passando tra l’isola di Cosasa e la costa, doppiando Punta
Cristo ed entra a Pola alle 14.20. Qui il comandante Ciano viene condotto alla
sede dell’ammiragliato, dove parla con l’ammiraglio Metodio Koch, comandante
della neonata flotta jugoslava (sorta il 30 ottobre a seguito dell’unilaterale
cessione della flotta austroungarica al Consiglio Nazionale dei Serbi, Croati e
Sloveni). Alle tre del pomeriggio Ciano, lasciato Koch, torna nel canale di
Fasana con la 4 PN per informare
Cagni dell’esito del colloquio; la divisione navale rimette in moto ed il Pilo e le altre navi entrano a Pola
alle 16, in linea di fila. In serata giungono anche truppe di terra; per ordine
dell’ammiraglio Cagni, le bandiere jugoslave sulle fortezze vengono ammainate e
sostituite dal tricolore italiano (la decisione di issare solo la bandiera
nazionale, e non anche quelle degli altri Paesi dell’Intesa, desterà discussioni
che si protrarranno per diversi giorni), e Raffaele Rossetti e Raffaele
Paolucci, gli incursori imprigionati il giorno precedente in seguito all’azione
in cui hanno affondato la corazzata Viribus
Unitis (già ammiraglia della flotta austroungarica), vengono subito rimessi
in libertà.
Mentre la popolazione
della città – in maggioranza italiana – accoglie festosamente l’arrivo delle
truppe italiane, il considerevole numero di soldati e (soprattutto) marinai
jugoslavi presenti può presentare un problema per l’occupazione italiana.
Gli elementi sloveni
e croati negli equipaggi della flotta alla fonda, e nel personale addetto alle
installazioni della base navale, si sono ammutinati in massa dal 28 ottobre (i
primi atti di rivolta contro gli ufficiali erano iniziati già il 26), in
seguito alla richiesta di armistizio presentata dal governo asburgico, agli
appelli del Consiglio Nazionale dei serbi, croati e sloveni ed alla carenza
delle razioni di viveri, generando uno stato di anarchia caratterizzato da
disordini e saccheggi: nella speranza di riportare la calma, il 30 ottobre
l’imperatore Carlo ha ordinato la cessione di flotta ed installazioni di terra
al Comitato Nazionale Jugoslavo (avente sede a Zagabria), disponendo al
contempo il ritorno a casa dei marinai di etnia diversa da quelle slave. La
cessione ha avuto luogo il 31 ottobre, con la sostituzione della bandiera
austroungarica con quella jugoslava nel corso di una cerimonia ufficiale, il
giuramento al nascente Stato jugoslavo (che non sarà riconosciuto
internazionalmente fino al 1919) e la partenza dell’ammiraglio Horthy,
sostituito come comandante della flotta non più austroungarica dal capitano di
vascello croato (promosso per l’occasione a contrammiraglio) Janko Vukovic, il
cui comando non è però durato neanche dodici ore, avendo egli trovato la morte,
la notte del 1° novembre, nell’affondamento della Viribus Unitis, colata a picco dalle cariche esplosive piazzate
sullo scafo da Rossetti e Paolucci, penetrati nel porto con la loro “mignatta”
senza essere a conoscenza del cambio di bandiera dell’ultim’ora della flotta
asburgica. Il 3 novembre, dopo accordi presi via radio, il capitano di fregata
Ciano si è recato incontro, con la torpediniera 56 AS, ad una torpediniera ex austroungarica proveniente da Pola e
con a bordo delegati jugoslavi, che hanno chiesto ed ottenuto la cessazione di
ogni atto di ostilità nei confronti delle navi ex asburgiche.
All’arrivo degli
italiani, l’ammiraglio Koch inizialmente protesta e sostiene che la città di
Pola, le sue fortezze (su cui infatti sventola già la bandiera jugoslava) e la
flotta già austroungarica appartengono ora alla Jugoslavia; le clausole
dell’armistizio di Villa Giusti, tuttavia, prevedono la consegna della flotta e
l’occupazione interalleata (mentre il Patto di Londra parlava di occupazione
italiana) delle installazioni militari e degli arsenali e cantieri di Pola
(sarà anche la Francia a prendere posizione contro un’occupazione solamente
italiana, anziché da parte delle forze congiunte dell’Intesa, mentre le forze
francesi in Istria e Dalmazia manifestano apertamente amicizia nei confronti
degli jugoslavi, mentre i britannici sono poco presenti, preferendo mantenere
un basso profilo), ed i comandi italiani considerano priva di effetta
l’unilateriale cessione della flotta asburgica al nascente Stato jugoslavo,
nonostante i delegati jugoslavi insistano che i termini dell’armistizio non
sono applicabili a loro, che devono anzi essere considerati alla stregua di
alleati dell’Intesa. Alle proteste di Koch non segue una reale opposizione
all’occupazione italiana; le fortezze, la stazione radio e la polveriera
vengono occupate il 6 novembre, giorno in cui arrivano a rinforzo gli
incrociatori corazzati Pisa, San Giorgio e San Marco, al comando del contrammiraglio Osvaldo Paladini. Un
comitato italiano consegna la bandiera del sommergibile Giacinto Pullino, catturato dagli austroungarici due anni prima
dopo essersi incagliato sulla costa istriana, episodio costato la vita
all’irredentista capodistriano Nazario Sauro, imbarcato sul Pullino e condannato a morte dagli
assurgici per tradimento. I delegati jugoslavi tergiversano intanto sulla
consegna delle informazioni relative ai campi minati ed al naviglio mercantile,
pur prevista dall’armistizio.
I circa 30.000
militari ex austroungarici presenti in città se ne vanno nei giorni successivi,
mentre l’ammiraglio Cagni assumerà pieni poteri sull’arsenale, il porto e la
flotta il 7 novembre. Il 10 novembre giungeranno anche gli esploratori Guglielmo Pepe e Cesare Rossarol,
con altri rinforzi, ed una brigata di fanteria incaricata dell’occupazione
territoriale della piazzaforte; successivamente arriveranno a Pola anche
autorità navali statunitensi, interessate al naviglio militare ex
austroungarico, ed il Dartmouth, in
rappresentanza della Royal Navy. La tesa situazione a Pola si potrà considerare
normalizzata soltanto verso metà dicembre.
Intanto, il Pilo trasporta a Sebenico (occupata
anch’essa il 5 novembre, da una compagnia da sbarco giunta a bordo delle
torpediniere Albatros e Pallade inviate da Brindisi) il
viceammiraglio Enrico Millo, nominato comandante superiore marittimo della
Dalmazia.
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| Il Pilo (al centro) ormeggiato a Venezia
tra Giuseppe Missori e Giuseppe La Masa nell’estate del 1919.
In primo piano il cacciatorpediniere statunitense Kilty (Coll. Guido Alfano, via Giorgio Parodi) |
1919
Compie una missione
in Mar Nero durante la guerra civile russa.
1919-1920
Vengono sbarcati i
sei cannoni da 76/40 mm ed installati al loro posto cinque pezzi
Schneider-Armstrong 1914-1915 da 102/35 mm, due cannoncini singoli Vickers 1917
da 40/39 mm e due mitragliere da 6,5/80 mm. Di conseguenza il dislocamento a
pieno carico aumenta a 900 tonnellate.
27-28 giugno 1920
Il Pilo viene impiegato nella repressione
della cosiddetta “rivolta dei bersaglieri”, l’ammutinamento di un battaglione
dell’11° Reggimento Bersaglieri, di stanza nella caserma Villarey di Ancona,
che ha dato il via a più vasti moti popolari dilagati per tutto il capoluogo
marchigiano, con barricate nelle strade e scontri armati tra manifestanti e
forze dell’ordine.
All’alba del 27
giugno la nave trasporta ad Ancona rinforzi di carabinieri e riceve poi l’incarico di coprire il transito da Falconara
ad Ancona di un treno speciale, il 608 bis, partito da Roma la sera del 26 con
a bordo 550 guardie regie inviate a reprimere la rivolta: giunto a Falconara
alle otto del mattino del 27, dopo aver superato vari ostacoli posti lungo la
linea dai rivoltosi (da Ancona, infatti, la ribellione si è estesa anche ad
altre città), il treno prosegue per Ancona protetto dal mare dalle artiglierie
del Pilo, giungendo in città alle
9.30. La “scorta” fornita dal cacciatorpediniere non riesce però ad impedire
che il treno, transitando per la frazione anconetana di Borgaccio, venga preso
a fucilate dagli insorti, che uccidono il tenente Umberto Rolli e feriscono due
o tre guardie regie. Il transito del treno avviene a tutta velocità sotto il
fuoco dei rivoltosi, a loro volta cannoneggiati dal mare dal Pilo. Dopo questo scontro ed un
precedente episodio in cui un treno passeggeri è stato mitragliato per errore
dagli insorti, con cinque vittime tra i passeggeri, il traffico ferroviario tra
Falconara ed Ancona verrà del tutto soppresso a causa del rifiuto del personale
di prendere servizio.
Il 28 giugno ha luogo
l’“offensiva” finale delle forze governative contro i rivoltosi: le barricate
vengono attaccate da una colonna di carabinieri ed una di guardie regie,
appoggiate dal tiro delle artiglierie della Cittadella e da quelle del Pilo e di un altro cacciatorpediniere,
il Vincenzo Giordano Orsini (altra
fonte parla dell’impiego di ben cinque cacciatorpediniere). Entro sera ogni
resistenza è cessata. In tutto i moti di Ancona sono costati una ventina di
morti, e parecchie decine di feriti.
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| Il Pilo ai lavori nel 1920 circa (Agenzia
Bozzo) |
Aprile 1921
Il Pilo partecipa alle repressione della
rivolta dei minatori dell’Arsa, in Istria, che hanno occupato la cittadina di
Albona proclamandovi una repubblica autonoma ("Repubblica di Albona").
La rivolta è iniziata
il 2 marzo come sciopero dei minatori, circa duemila (italiani, sloveni,
croati, ungheresi, tedeschi, ed anche cechi, slovacchi e polacchi), in seguito
agli attacchi delle “squadracce” fasciste contro i loro rappresentanti
sindacali ed alla decisione da parte della società che gestisce le miniere, la
Società Anonima Carbonifera Arsa, di non pagare ai dipendenti un bonus per il
mese di febbraio perché hanno preso un giorno di ferie per celebrare la festa
della Candelora (il 2 febbraio, considerata dai minatori una delle festività
più importanti per il suo simbolismo legato alla luce) pur avendo la compagnia
abolito tale festività per i propri dipendenti. A capo dei minatori si è posto
il socialista Giovanni Pippan, inviato appositamente da Trieste, che tuttavia
il 1° marzo è stato aggredito e picchiato da un gruppo di fascisti alla
stazione ferroviaria di Pisino: in seguito a questa notizia, il 3 marzo i
minatori hanno deciso di occupare le miniere. Raggiunti poi da numerosi
contadini provenienti dall’entroterra, hanno organizzato una “guardia rossa”
armata con l’incarico di mantenere l’ordine, e il 7 marzo hanno proclamato la
nascita della “Repubblica di Albona”, dotandosi anche di un proprio governo e
gestendo le miniere per conto proprio.
L’occupazione delle
miniere e la repubblica dei minatori sopravvivono per un mese: alla fine le
autorità italiane decidono di intervenire con la forza, ed il 7 aprile il
commissario generale civile della Venezia Giulia, Antonio Mosconi, informa il
commissario civile di Pola, il comandante del presidio militare di Albona e
l’ammiraglio Diego Simonetti, comandante della piazza militare marittima di
Pola, della necessità, in concomitanza con l’operazione (prevista per le dieci
del mattino seguente) di rioccupazione delle miniere di Albona, di impedire che
i rivoltosi possano per rappresaglia dare alle fiamme un deposito di 40.000
tonnellate di carbone ubicato a Stallie, nel canale dell’Arsa. Non essendo tale
località raggiungibile via terra, la sorveglianza ed eventuale repressione di
un tentativo del genere dev’essere giocoforza esercitata dal mare: per questo
Mosconi chiede al comandante della piazza militare marittima di Pola di inviare
sul posto il mattino dell’8 una torpediniera con un distaccamento da sbarco di
un centinaio di uomini, accompagnato da un funzionario del commissariato civile
o da un ufficiale dei carabinieri, che deciderà in loco se e fino a che punto
usare la forza. L’ammiraglio Simonetti conseguentemente dispone che il Pilo imbarchi cento soldati e salpi da
Pola alle cinque del mattino dell’8 aprile, diretto a Stallie, dove dovrà
giungere entro le nove.
Nel corso della
giornata dell’8 aprile i soldati e le guardie di finanza inviate da Pola, in
tutto un migliaio di uomini, circondano ed occupano uno dopo l’altro tutti i
cantieri, depositi e miniere del bacino minerario di Albona, strappandoli al
controllo degli insorti. 52 dei minatori verranno incarcerati a Pola e Rovigno
e sottoposti a processo, venendo tuttavia assolti.
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| Il Pilo negli anni Venti (Agenzia Bozzo) |
Novembre 1922
Il Pilo riceve ad Abbazia la bandiera di
combattimento, offerto dalla cittadinanza di Volosca e di Abbazia.
1926
Assume il comando del
Pilo il capitano di fregata Bruto
Brivonesi.
1° ottobre 1929
Declassato a
torpediniera, come tutti gli altri vecchi “tre pipe” resi ormai obsoleti
dall’evoluzione delle costruzioni navali.
11 aprile 1936
È comandante della Pilo il tenente di vascello Gian Maria
Uzielli.
6-7 aprile 1939
La Pilo partecipa all’Operazione "OMT" ("Oltre
Mare Tirana"), l’invasione ed occupazione dell’Albania. La torpediniera fa
parte del II Gruppo Navale (al comando dell’ammiraglio di divisione Ettore
Sportiello), quello principale, incaricato dello sbarco a Durazzo: oltre
alla Pilo, lo compongono gli
incrociatori pesanti Zara, Pola, Fiume e Gorizia,
i cacciatorpediniere Quintino Sella,
Vittorio Alfieri, Alfredo Oriani, Vincenzo Gioberti e Giosuè Carducci, le torpediniere Lupo, Lince, Libra e Lira, la nave appoggio idrovolanti Giuseppe Miraglia – carica di carri
armati –, la nave officina Quarnaro,
le cisterne militari Tirso ed Adige (unità bivalenti, impiegabili
anche come navi da sbarco) ed i mercantili requisiti Adriatico, Argentario, Barletta, Palatino, Toscana e Valsavoia.
Il II Gruppo deve sbarcare la più nutrita delle quattro colonne su cui si
articola il corpo di spedizione (le altre tre sono sbarcate a Valona, Santi
Quaranta e San Giovanni di Medua), incaricata di conquistare Tirana; le truppe
da sbarco sono al comando del generale Giovanni Messe. La forza da sbarco, che
consta complessivamente di circa 4700 uomini, comprende un reggimento di
formazione al comando del colonnello Alberto Mannerini, composto dal I e II
Battaglione del 3° Reggimento Granatieri di Sardegna e dal I Battaglione del
47° Reggimento Fanteria; il 2° Reggimento Bersaglieri con il II e XVII
Battaglione Bersaglieri, più il XIV Battaglione del 3° Reggimento Bersaglieri;
un gruppo bersaglieri al comando del colonnello Amerigo Anderson, formato dal X
e XXVII Battaglione Bersaglieri (appartenenti rispettivamente al 7° ed all’11°
Reggimento Bersaglieri); un gruppo carri leggeri al comando del colonnello
Giovanni D’Antoni, formato dal VIII e X Battaglione Carri del 4° Reggimento
Fanteria Carrista, con carri armati L3/35; una batteria d’accompagnamento da
65/17 mm del 3° Reggimento Granatieri di Sardegna; una batteria contraerei da
20/65 mm del 14° Reggimento Artiglieria. Tali truppe sono trasportate da Adriatico, Argentario, Barletta, Palatino, Toscana, Quarnaro, Valsavoia, Adige, Tirso e Miraglia.
Le navi da guerra giungono a Durazzo già nel pomeriggio del 6 aprile (e
la Lupo, prima di ricongiungersi
alle altre unità, raggiunge il molo per recuperare il personale militare e
diplomatico italiano), mentre quelle mercantili ed ausiliarie (che hanno a
bordo le truppe ed i materiali da sbarcare) solo alle 4.50 del 7, con mezz’ora
di ritardo a causa della nebbia incontrata. Prima di dare inizio all’attacco
viene inviata a terra un’imbarcazione con a bordo una ventina di uomini, cui
gli albanesi impediscono di passare; ne consegue il primo scambio di colpi, che
dà inizio alla battaglia. Alle 5.25 ha inizio lo sbarco, che procede pur con
qualche inconveniente (ordini di precedenza non rispettati per il ritardo di
alcuni trasporti, impossibilità per alcuni di essi di entrare in porto a causa
dell’eccessivo pescaggio).
Le prime truppe a prendere terra sono i distaccamenti da spiaggia e le
compagnie da sbarco delle navi da guerra: a dispetto della calma apparente (la
città è illuminata), non appena i militari italiani scendono sui moli divengono
il bersaglio di violento tiro di fucili e mitragliatrici appostate tra i vicini
edifici portuali.
La difesa albanese è comandata dal maggiore Abaz Kupi della gendarmeria e dal
suo parigrado Alibali dell’esercito albanese; a contrastare lo sbarco vi sono
un battaglione di guardia di frontiera, un battaglione dell’esercito albanese,
un plotone di fanteria di Marina, una compagnia del Genio, una batteria da
montagna (con due cannoni da 75/13 mm) e numerosi volontari, armati di fucili
oltre a tre mitragliatrici Schwarzlose ed appoggiati dalla batteria costiera
"Prandaj" (dotata di quattro cannoni Skoda da 75/27 mm, al comando
del maggiore Gaqe Jorgo). Quest’ultima apre il fuoco sulle navi italiane,
colpendo, secondo alcune fonti, la catapulta dell’idrovolante del Fiume; anche la Lupo viene colpita dal tiro
proveniente da terra, senza riportare danni di rilievo ma subendo perdite tra
l’equipaggio.
La seconda ondata italiana, ben più numerosa della prima, viene accolta dai
difensori appostati dieto al frangiflutti del porto con tiro di mitragliatrice;
ad essere risolutiva è la terza ondata, appoggiata dal tiro delle navi. Vengono
sbarcati anche i mezzi corazzati; dopo alcune ore di combattimento, che si
spinge in alcuni casi al corpo a corpo, le truppe albanesi sono costrette a ritirarsi,
ed entro le nove del mattino Durazzo è saldamente in mano italiana.
Le perdite italiane ammontano a 25 morti e 97 feriti, quelle albanesi a 51
morti; insieme alla città ed alle batterie costiere vengono catturate quattro
motovedette della Marina albanese. Nel complesso, quella trovata a Durazzo
risulterà essere la resistenza più accanita incontrata dalle forze da sbarco
italiane in Albania; da Durazzo la colonna del generale Messe avanzerà verso
Tirana, che sarà conquistata il giorno seguente.
10 giugno 1940
All’entrata
dell’Italia nella seconda guerra mondiale, la Pilo (capitano di corvetta Giuseppe Angelotti) è
caposquadriglia della VI Squadriglia Torpediniere (avente base a Taranto ed
alle dipendenze del Dipartimento Militare Marittimo Ionio e Basso Adriatico, al
comando dell’ammiraglio Antonio Pasetti), che forma insieme alle similari Giuseppe Sirtori, Giuseppe Missori e Francesco
Stocco.
27-28 giugno 1940
Pilo
(capitano di corvetta Giuseppe Angelotti) e Missori salpano
da Taranto alle 9.45 per una missione di trasporto a Tobruk (per altra fonte,
Tripoli) di 52 soldati e dieci tonnellate di materiali dell’Esercito. I comandi
della Marina hanno deciso di approfittare del trasferimento a Tobruk delle due
torpediniere e di tre cacciatorpediniere della II Squadriglia (Espero, Ostro e Zeffiro, al
comando del capitano di vascello Enrico Baroni) per inviare uomini ed armi
richieste con urgenza in Cirenaica; il 27 giugno l’ammiraglio Antonio Pasetti,
comandante del Dipartimento Marittimo Jonio e Basso Adriatico, ha inviato alla Pilo ed all’Espero (con protocollo n. 959/S.R.P.) l’ordine di operazione numero
9, che stabilisce che le cinque siluranti dovranno dislocarsi a Tobruk e
passare "in temporanea dipendenza di
quel Comando di Settore Militare Marittimo", e che la navigazione
dovrà essere svolta "in completo
assetto di guerra con la massima dotazione di munizioni e di combustibile. Le
Unità imbarcheranno munizioni del Regio Esercito nella misura massima
consentita dalle esigenze relative allo impiego delle armi ed a quelle della
stabilità delle unità stesse. Imbarcheranno altresì, tenendo sempre presente le
esigenze belliche delle singole Unità e compatibilmente con lo sbarco a bordo,
Ufficiali e personale del Regio Esercito nonché personale della Regia Marina
diretto a Tobruch".
Nel pomeriggio del 28
giugno, tuttavia, la II Squadriglia Cacciatorpediniere s’imbatte in una
divisione di incrociatori britannici, che affondano l’Espero, sacrificatosi per coprire la ritirata delle altre due
unità. Alle 23 Supermarina, appreso dell’accaduto, ordina a Pilo e Missori di rifugiarsi ad Augusta.
7 luglio 1940
La Pilo (capitano di corvetta Giuseppe
Angelotti) e la gemella Giuseppe Missori
(la storia ufficiale dell’USMM presenta però una discrepanza: nel testo le
torpediniere sono indicate come Pilo e Missori, mentre nella cronologia sono
indicati i nomi del Pilo e
del Giuseppe Cesare Abba) salpano
da Catania a mezzogiorno per scortare in Libia la moderna motonave Francesco Barbaro, nell’ambito dell’Operazione «TCM» (Terra, Cielo, Mare).
Più tardi nello
stesso giorno, la Barbaro e
le due torpediniere si uniscono al convoglio principale dell’operazione,
formato dai trasporti truppe Esperia e Calitea e dalle motonavi da
carico Marco Foscarini e Vettor Pisani, scortate dalle
torpediniere Orsa, Procione, Orione e Pegaso della
IV Squadriglia.
Mentre il convoglio
si trova in Mar Ionio, Supermarina viene informato che alle otto del mattino
dello stesso 7 luglio la Forza H britannica (portaerei Ark Royal, corazzate Valiant e Resolution, incrociatore da battaglia Hood, incrociatori leggeri Arethusa, Delhi ed Enterprise, cacciatorpediniere Faulknor, Foxhound, Fearless, Douglas, Active, Velox, Vortingern, Wrestler, Escort e Forester) è uscita in mare da Gibilterra. Scopo di tale uscita
(operazione «MA 5») è attaccare gli aeroporti della Sardegna, per distogliere
l’attenzione dei comandi italiani da un traffico di convogli tra Alessandria a
Malta (due convogli di mercantili per l’evacuazione di civili e materiali da
inviare ad Alessandria, ed uno di cacciatorpediniere con alcuni rifornimenti
per Malta), con l’appoggio dell’intera Mediterranean Fleet (corazzate Warspite, Malaya e Royal Sovereign,
portaerei Eagle, incrociatori
leggeri Orion, Neptune, Sydney, Gloucester e Liverpool, cacciatorpediniere Dainty, Defender, Decoy, Hasty, Hero, Hereward, Hyperion, Hostile, Ilex, Nubian, Mohawk, Stuart, Voyager, Vampire, Janus e Juno); questo, però, non è a conoscenza
dei comandi italiani, che decidono di fornire protezione al convoglio diretto a
Bengasi, facendo uscire in mare l’intera flotta italiana.
La scorta diretta
viene così rinforzata dalla II Divisione Navale, con gli incrociatori Giovanni delle Bande Nere e Bartolomeo Colleoni e dalla X
Squadriglia Cacciatorpediniere con Maestrale, Grecale, Libeccio e Scirocco;
quale scorta a distanza, escono in mare da Taranto la 1a Squadra
Navale con le Divisioni IV (incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano, Alberto
Di Giussano, Luigi Cadorna ed Armando Diaz), V (corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour) e VIII (incrociatori
leggeri Luigi di Savoia Duca
degli Abruzzi e Giuseppe
Garibaldi) e le Squadriglie Cacciatorpediniere VII (Freccia, Dardo, Saetta, Strale), VIII (Folgore, Fulmine, Lampo, Baleno), XIV
(Leone Pancaldo, Ugolino Vivaldi, Antonio Da Noli), XV (Antonio Pigafetta, Nicolò Zeno) e XVI (Nicoloso Da Recco, Emanuele Pessagno, Antoniotto
Usodimare), e dalle basi della
Sicilia la 2a Squadra Navale con l’incrociatore
pesante Pola (nave ammiraglia, da Augusta), le Divisioni I
(incrociatori pesanti Zara, Fiume, Gorizia, da Messina), III (incrociatori pesanti Trento e Bolzano, da Messina) e VII (incrociatori leggeri Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Eugenio di Savoia, Raimondo
Montecuccoli e Muzio
Attendolo, da Palermo) e le Squadriglie Cacciatorpediniere IX (Vittorio Alfieri, Alfredo Oriani, Vincenzo Gioberti, Giosuè Carducci, da Messina), XI (Aviere, Artigliere, Geniere, Camicia Nera, da Messina), XII (Lanciere, Carabiniere, Ascari, Corazziere, da Augusta) e XIII (Granatiere, Bersagliere, Fuciliere, Alpino, da Palermo). Pola, I e III
Divisione, con le relative squadriglie di cacciatorpediniere (IX, XI e XII), si
posizionano 35 miglia ad est del convoglio, per proteggerlo da un attacco
navale proveniente da est, mentre la VII Divisione e la XIII Squadriglia,
posizionate 45 miglia ad ovest, forniscono protezione da attacchi provenienti
da Malta; il resto della flotta (IV, V e VIII Divisione, VII, VIII, XIV, XV e
XVI Squadriglia) forma infine un gruppo di sostegno. Non è tutto: viene
organizzata un’intensa ricognizione aerea con grandi aliquote dei velivoli
della ricognizione marittima, il posamine ausiliario Barletta viene inviato a posare mine a protezione del porto di
Bengasi, e vengono inviati in tutto 14 sommergibili in agguato nel Mediterraneo
orientale.
L’avvistamento anche
della Mediterranean Fleet, uscita da Alessandria nel pomeriggio del 7 – come si
è detto – per proteggere i convogli con Malta, non fa che confermare la
convinzione di Supermarina circa la necessità delle misure adottate.
Il convoglio,
procedendo a 14 nodi, segue rotta apparente verso Tobruk fino a giungere in un
punto situato 245 miglia a nordovest di Bengasi, quindi assume rotta verso
quest’ultimo porto; dopo altre 100 miglia il convoglio si divide, lasciando
proseguire a 18 nodi le più veloci Esperia e Calitea, mentre Barbaro, Foscarini e Pisani mantengono
una velocità di 14 nodi.
8 luglio 1940
All’1.50 l’ammiraglio
Inigo Campioni, comandante della flotta italiana, a seguito di avvistamenti
della ricognizione che rivelano la presenza in mare della Mediterranean Fleet
britannica (anch’essa uscita a tutela di convogli), ordina al convoglio, che si
trova in rotta 147° (per Bengasi) di assumere rotta 180°, in modo da essere
pronto ad essere dirottato su Tripoli in caso di necessità. Alle 7.10, appurato
che la Mediterranean Fleet non può essere diretta ad intercettare il convoglio,
Campioni ordina a quest’ultimo di tornare sulla rotta per Bengasi.
Le navi del convoglio
entrano a Bengasi tra le 18 e le 22, così concludendo la traversata senza
inconvenienti. In tutto, il convoglio porta in Libia 2190 uomini (1571 sull’Esperia e 619 sulla Calitea), 72 carri armati M11/39, 232
automezzi, 5720 tonnellate di carburante e 10.445 tonnellate di rifornimenti. A
causa delle scarse capacità logistiche del porto di Bengasi, ci vorranno dieci
giorni per scaricare le tre motonavi da carico.
Durante la
navigazione di rientro alle basi, la flotta italiana si scontrerà con quella
britannica, nell’inconclusivo confronto divenuto poi noto come battaglia di
Punta Stilo.
6 agosto 1940
La Pilo (capitano di corvetta Giuseppe
Angelotti) viene inviata a catturare un idrovolante britannico Short
Sunderland, costretto ad ammarare una ventina di miglia a nordovest di Tobruk.
L’aereo nemico, matricola N9025 (nominativo "OO-Y") del 228th
Squadron della RAF di base ad Abukir (Egitto), è stato intercettato nel
pomeriggio da due caccia FIAT CR. 42 pilotati dal capitano Luigi Monti e dal
sergente Alessandro Bladelli (appartenenti il primo all’84a
Squadriglia del 10° Gruppo da Caccia Terrestre ed il secondo alla 91a
Squadriglia), che l’hanno danneggiato e costretto all’ammaraggio.
Monti e Bladelli,
insieme ad un terzo caccia pilotato dal maresciallo Nicola Emiro (che ha però
dovuto interrompere la missione poco dopo il decollo a causa del malfunzionamento
delle sue mitragliatrici), sono decollati su allarme dall’aeroporto T.3 di El
Adem nel pomeriggio e, volando a 2500 metri di quota, si sono portati una
trentina di chilometri a nordest di Tobruk, dove hanno avvistato ed attaccato
il Sunderland (che aveva rilevato un altro velivolo dello stesso modello e
squadriglia, pilotato dal maggiore Guy Lambton Menzies, nel pedinamento di un
piccolo convoglio italiano avvistato in mattinata). Alla vista del mastodontico
idrovolante quadrimotore il tenente Neri Piccolomini, a bordo di uno dei due
caccia, esclama “Questo non è un aeroplano, questo è un tram!”.
I due caccia
italiani, attaccando dalla direzione del sole, dapprima mettono fuori uso la
torretta poppiera delle mitragliere del Sunderland, e poi, con due attacchi
separati, neutralizzano anche le due mitragliere laterali, quella di dritta e
quella di sinistra. L’equipaggio dell’idrovolante subisce diverse perdite; il
sergente H. J. Baxter viene ferito tre volte, l’aviere Colin James Campbell
Jones viene mortalmente ferito allo stomaco (spirerà un’ora dopo), l’aviere P.
F. O. Davies viene gravemente ferito allo stomaco ed all’occhio sinistro, ed
anche gli avieri W. J. Pitt e W. D. Price rimangono feriti sebbene in modo meno
grave. Uno dei due motori dell’ala destra viene messo fuori uso, ed il
serbatoio del carburante di dritta prende fuoco; alle 16.20, al termine di
quindici minuti di combattimento, il Sunderland deve ammarare nel punto 32°19’
N e 23°42’ E.
Terminato il
combattimento, l’aereo di Bladelli è poi rimasto sul posto a sorvegliare la
preda, volando in cerchio sopra di essa, mentre quello di Monti è rientrato
all’aeroporto T.2 di Tobruk per informare il locale Comando Marina, che ha
provveduto ad inviare la Pilo. (Secondo
il figlio di Monti, invece, Monti avrebbe fatto cenno a Bladelli di rientrare
all’aeroporto T.3 per avvisare la Marina onde provvedere alla cattura
dell’idrovolante, mentre con il carburante rimasto sarebbe rimasto di guardia sul
luogo dell’ammaraggio fino all’avvistamento della Pilo, che avrebbe poi cercato di guidare sul posto, salvo dover
lasciare la zona e raggiungere a sua volta l’aeroporto T.2bis a causa
dell’esaurimento del carburante. Una volta atterrato, Monti sarebbe sceso dal
CR. 42 per decollare subito una seconda volta a bordo di un FIAT CR. 32, col
quale sarebbe tornato sul luogo dello scontro ed avrebbe continuato a guidare
la Pilo verso l’idrovolante, che
venne raggiunto alle 19; un altro CR. 32, della 160a Squadriglia, pilotato
dal sergente Leopoldo Giovacchini, avrebbe assistito a tutto il combattimento e
segnalato la posizione del Sunderland alla Pilo
durante l’assenza di Monti). Alle 18.20 il pilota del Sunderland, capitano M.
W. T. Smith, invia un ultimo messaggio radio alla base per comunicare che un
membro dell’equipaggio è rimasto ucciso, e che un “cacciatorpediniere” è in
avvicinamento: si tratta della Pilo,
che poco dopo prende a rimorchio l’idrovolante (che mantiene il contatto radio
con la base fino a quando la nave italiana non lo affianca e lo prende a
rimorchio) e ne fa prigionieri gli otto uomini dell’equipaggio, ossia Smith, Baxter,
Pitt, Price, Davies, il tenente D. R. S. Bevan-John, il sottotenente I. T. G.
Stewart, e l’aviere A. McWhinnie, mentre l’aviere Jones è già morto.
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| Il Sunderland catturato in una foto
scattata da bordo della Pilo (USMM) |
Nonostante le affermazioni
da parte britannica che, forse per salvare la faccia, sosterranno che il
Sunderland sia affondato durante il rimorchio (facendo riferimento ad una non
meglio precisata “fonte affidabile”) o che sia stato autoaffondato
dall’equipaggio (che si sarebbe messo in salvo su un battellino) prima
dell’arrivo della Pilo, l’idrovolante
sarà condotto in porto dalla torpediniera, come confermato anche da un
ricognitore britannico Bristol Blenheim del 113th Squadron (che qualche
ora più tardi comunicherà di aver visto un Sunderland rimorchiato nel porto di
Tobruk). La cattura del Sunderland, per di più, permetterà al servizio segreto
della Marina italiana, il Servizio Informazioni Segrete (SIS), di mettere le
mani su una macchina cifrante britannica Syko e della relativa documentazione,
che l’equipaggio del Sunderland non ha provveduto a distruggere o gettare in
mare prima di arrendersi. Il Sunderland abbattuto da Monti e Bladelli
costituisce inoltre il primo aereo di questo modello perduto dai britannici in
Nordafrica. Il figlio del capitano Monti racconta che al rientro alla base «…quando [Monti] fece rapporto, non ricordo chi tra i superiori, di certo non uno del
4°, ma forse poteva essere anche un papavero della Marina, questi, commentando
il recupero del Sunderland, disse “Capitano, poteva sparargli con le
traccianti…” alludendo ad un sicuro incendio dell’aereo ammarato che perdeva
benzina. La risposta, secca, fu: “Sono un aviatore, non un criminale!”».
Sull’episodio della
cattura del Sunderland da parte della Pilo
verrà pubblicato nel 1941, dall’Editoriale di Propaganda/Gioventù Italiana del
Littorio di Roma, anche un opuscolo illustrato di trentadue pagine, a firma di
Guido Minichilli (imbarcato sulla Pilo
come corrispondente di guerra), facente parte della "Collana di monografie
sugli eroi del mare, del cielo e della terra" (costo, due lire
dell’epoca).
6 settembre 1940
La Pilo (capitano di corvetta Giuseppe
Angelotti) salpa da Tripoli per Bengasi alle 17, scortando il piroscafo San Giovanni Battista, la nave cisterna Marangona e la piccola motonave
frigorifera Amba Alagi.
8 settembre 1940
Il convoglio giunge a
Bengasi alle 20.
14 settembre 1940
La Pilo (capitano di corvetta Giuseppe
Angelotti) lascia Bengasi alle 23.30 per scortare a Derna e poi a Tobruk i
piroscafi Prospero, Marocchino e Mauro Croce.
15 settembre 1940
Il convoglio giunge a
Derna alle 16.
16 settembre 1940
Il convoglio giunge a
Tobruk alle 20.
Subito la Pilo ne riparte scortando un altro
convoglio, salpato alle 19, composto dai piroscafi Priaruggia, Argentea ed Ezilda Croce.
17 settembre 1940
Il convoglio arriva a
Bengasi in mattinata.
24 settembre 1940
La Pilo (capitano di corvetta Giuseppe
Angelotti) parte da Tripoli alle 23.30 per scortare a Bengasi i piroscafi Sirena e Famiglia.
27 settembre 1940
Il convoglietto
giunge a Bengasi alle 16.30. Da qui i due piroscafi proseguiranno con la scorta
della torpediniera Enrico Cosenz.
16 ottobre 1940
La Pilo (capitano di corvetta Giuseppe
Angelotti) lascia Bengasi a mezzogiorno per scortare a Tripoli il piroscafo Pallade e la motonave Francesco Barbaro.
18 ottobre 1940
Il convoglio giunge a
Tripoli alle sette del mattino.
2 novembre 1940
La Pilo salpa da Tripoli alle quattro del
mattino per scortare a Palermo i piroscafi Zena
ed Argentea.
10 novembre 1940
Il convoglio giunge a
Palermo alle quattro del mattino.
15 febbraio 1941
La Pilo e la torpediniera Generale Antonino Cascino (caposcorta)
partono da Napoli alle 11.30 per scortare a Tripoli il piroscafo Caffaro e le motonavi Andrea Gritti e Sebastiano Venier.
17 febbraio 1941
Al largo di Kuriat,
il convoglio viene infruttuosamente attaccato da un sommergibile intorno alle
cinque di mattina. Giunge poi a Tripoli tra le otto di sera e mezzanotte.
19 febbraio 1941
La Pilo viene inviata ad assumere la scorta
della motonave Mauly, silurata il
mattino del 12 febbraio (a nord di Zuara, in posizione 32°50’ N e 13°20’ E) dal
sommergibile britannico Utmost,
durante la navigazione in convoglio da Tripoli a Napoli, e presa a rimorchio
dapprima dalla nave soccorso Giuseppe
Orlando e poi dai rimorchiatori Pronta
e Polifemo. Sotto la protezione e con
l’assistenza della Pilo, dopo una
travagliata navigazione a rimorchio ostacolata dal mare grosso, la motonave
danneggiata rientra a Tripoli alle 9.30 del 19 febbraio. (Secondo altra fonte
la Pilo era giunta sul posto già il
12 febbraio, sostituendo la torpediniera di scorta Centauro, che era proseguita con il resto del convoglio. La Mauly impiegò una settimana per
raggiungere Tripoli).
20 febbraio 1941
La Pilo ed i cacciatorpediniere Luca Tarigo (caposcorta) e Lanzerotto Malocello partono da Tripoli
per Napoli alle nove del mattino, scortando i piroscafi Istria, Caffaro e Beatrice Costa.
22 febbraio 1941
Il convoglio giunge a
Napoli alle 20.
25 febbraio 1941
La Pilo salpa da Palermo alle 18 per
scortare a Tripoli i piroscafi Santa
Paola ed Honor.
26 febbraio 1941
Alle otto del mattino
si aggrega al convoglio la nave cisterna Caucaso,
proveniente da Biserta.
28 febbraio 1941
Il convoglio giunge a
Tripoli alle nove del mattino.
9 marzo 1941
La Pilo lascia Tripoli alle 22 per scortare
a Palermo il piroscafo Armando e la
nave cisterna Meteor.
14 marzo 1941
Il convoglio giunge a
Palermo alle 13.
La Pilo prosegue per Napoli, da dove alle
20.30 riparte alla volta di Tripoli insieme ai cacciatorpediniere Freccia e Luca Tarigo (caposcorta) ed alle torpediniere Giuseppe Missori e Giuseppe
La Farina, scortando un convoglio composto dai piroscafi tedeschi Adana, Aegina, Galilea ed Heraklea e dall’italiano Beatrice Costa, con truppe e materiali
dell’Afrika Korps.
18 marzo 1941
Il convoglio giunge a
Tripoli all’una di notte.
19 marzo 1941
Pilo,
Missori, Freccia e Tarigo
(caposcorta) lasciano Tripoli per Napoli alle 7.30, scortando Adana, Aegina, Galilea ed Heraklea di ritorno scarichi.
21 marzo 1941
Il convoglio arriva a
Napoli alle 20.
29 maggio 1941
A mezzogiorno la Pilo salpa da Palermo per scortare a
Tripoli il piroscafo tedesco Sparta.
31 maggio 1941
Alle 5.40 il
sommergibile britannico Ursula
(tenente di vascello Ian Lachlan Mackay McGeogh) avvista al largo di Zuara, a
3660 metri di distanza, un piroscafo a pieno carico di circa 4000 tsl scortato
da una torpediniera identificata come della classe Generali che procede circa
915 metri a proravia, su rotta 145°: si tratta probabilmente di Pilo e Sparta.
Alle 5.53, in
posizione 33°00’ N e 12°09’ E, l’Ursula
lancia due siluri da 1370 metri contro il piccolo convoglio, ma non riesce a
colpire; l’attacco non viene neanche notato dalle due navi dell’Asse, che
raggiungono regolarmente Tripoli alle 21 dello stesso giorno.
8 giugno 1941
Pilo
e Missori (caposcorta) salpano da
Tripoli alle otto di sera per scortare a Trapani la motonave Manfredo Camperio ed il rimorchiatore Salvatore Primo, avente a rimorchio il
piroscafo San Luigi.
11 giugno 1941
Il convoglio giunge a
Trapani alle 9.
9 luglio 1941
La Pilo e l’incrociatore ausiliario Città di Genova scortano da Catania a
Patrasso i piroscafi tedeschi Trapani,
Procida e Delos, carichi di truppe e materiali tedeschi.
24 luglio 1941
Alle 11.15 il sommergibile
britannico Upright (tenente
di vascello John Somerton Wraith) avvista le alberature ed i fumaioli di due
“cacciatorpediniere” che stanno doppiando Capo Spartivento, con due aerei in
pattugliamento lungo la costa, ed alle 11.20 avvista fumaioli ed alberature di
un terzo “cacciatorpediniere” ed altre due unità, seguite alle 11.22
dall’avvistamento di una nave lunga e bassa, ritenuta inizialmente simile ad
una portaerei ma poi identificata, alle 11.30, come un bacino galleggiante
rimorchiato da due rimorchiatori e scortato da tre cacciatorpediniere e due
aerei.
Il bacino galleggiante è infatti l’italiano GO. 22, in navigazione a rimorchio dei rimorchiatori Teseo e Valente; i “cacciatorpediniere” di scorta, che non sono tre ma due,
sono la Pilo e la più moderna
torpediniera Aretusa. Alle 12.37, al
largo di Capo dell’Armi (in posizione 37°52’ N e 15°50’ E), l’Upright lancia tre siluri (quattro
nelle intenzioni di Wraith, ma uno non parte) da una distanza di 1740 metri:
nessuno va a segno, ma uno colpisce il cavo di rimorchio, tranciandolo e
danneggiando lievemente il bacino galleggiante. L’esplosione (anzi, tre
esplosioni, due forti ed una più debole) viene sentita anche sull’Upright, che ritiene erroneamente di
aver colpito il bersaglio con due siluri.
Pilo ed Aretusa contrattaccano con un pesante bombardamento con cariche di
profondità: alle 12.41 viene lanciato un primo “pacchetto” di cinque bombe di
profondità, seguito da altri attacchi in cui le bombe lanciate esplodono
piuttosto vicine al sommergibile, senza danneggiarlo ma facendogli perdere
l’assetto e facendolo così sprofondare dai 45 metri previsti a 64 metri di
profondità: è possibile riassumere il controllo solo espellendo aria dalla
cassa principale, ma Wraith è riluttante a farlo con le unità italiane
impegnate nella caccia sulla sua verticale, dato che così facendo rivelerebbe
la propria posizione. L’Upright continua
a sprofondare fino a 103 metri di profondità, finché alle 13.15 viene data aria
alla cassa principale per riottenere il controllo; questa manovra sortisce
l’effetto desiderato, ma ha anche la conseguenza di attirare nuovamente sul
posto le torpediniere, che intanto si erano allontanate dall’effettiva
posizione dell’Upright, spostandosi
verso poppavia. Le bombe di profondità tornano così ad esplodere piuttosto
vicine al sommergibile, pur senza danneggiarlo (mentre lievi danni sono causati
dalla profondità cui è sprofondato). Si unisce alla caccia anche il MAS 524, uscito da Messina, che lancia
altre sei bombe di profondità. Alle 14.15 è trascorsa quasi un’ora senza
ulteriori lanci di bombe di profondità ed il rumore delle macchine delle
torpediniere si è allontanato verso poppa; l’Upright rimane a 60 metri di profondità, e le torpediniere si
trattengono in zona per tutto il pomeriggio, senza però lanciare altre bombe.
1° ottobre 1941
Alle 7.40 la Pilo viene avvistata al largo di Capo
Rasocolmo dal sommergibile britannico Upright
(tenente di vascello John Somerton Wraith), che però non riesce a portarsi in
posizione favorevole per lanciare i siluri.
31 ottobre 1941
La Pilo parte da Bari per scortare ad
Ancona un convoglio formato da tre navi cisterna, la Meteor, la Luisiano
e la Devoli.
Alle 15 il convoglio
viene avvistato, a 4,5 miglia per 080° da Punta Penna (a sudest di Ortona), dal
sommergibile britannico Truant (capitano
di corvetta Hugh Alfred Vernon Haggard). Al momento dell’avvistamento, il
convoglio è in avvicinamento da sud, e si tiene vicino alla costa; Haggard ne
identifica la composizione come due navi cisterna di piccole dimensioni
(1500-2000 tsl), cioè Meteor e Luisiano, che procedono in testa,
seguite da una terza di medie dimensioni (5000 tsl; la Devoli, che in realtà è più piccola di
2000 tsl), tutte e tre a pieno carico, scortate da una torpediniera “classe
Generali” (la Pilo, il cui profilo è
in effetti abbastanza simile a quello della classe Generali, come per tutte le
“tre pipe”) che continua ad incrociare avanti e indietro lungo il lato del
convoglio rivolto verso il mare aperto. Alle 15.59 il Truant lancia quattro siluri contro la Pilo, nel momento in cui questa si
“sovrappone”, nel periscopio, con la cisterna di testa, in modo da massimizzare
la probabilità di colpire almeno una delle due unità (e se possibile entrambe);
subito dopo, il sommergibile scende in profondità. La torpediniera non viene
colpita, ma la Meteor sì,
ed affonda rapidamente due miglia a sudest di Punta Penna, portando con sé 14
dei 21 membri dell’equipaggio.
Pochi secondi dopo il
siluramento, la Pilo si
porta sulla verticale del Truant (che
dopo il siluramento è sceso fino ad urtare il fondale profondo solo 12 metri,
per poi “rimbalzare” e risalire fino a 8 metri di profondità, riuscendo poi a
riguadagnare controllo prima di emergere, e tornando a posarsi sul fondale), incrociandovi
lungamente – e passando anche molto vicina al sommergibile immerso – ma senza
lanciare bombe di profondità. Alle 16.30 il Truant inizia a muovere a marcia indietro per cercare di raggiungere
acque più profonde, ma deve poco dopo interrompere il tentativo quando sente avvicinarsi
un’altra volta la torpediniera; la Pilo continua
ad incrociare sulla sua verticale (passandovi esattamente sopra alle 17.11) fino
alle 17.45, poi se ne va (nel frattempo, già alle 17.15, il Truant ha rimesso in moto, procedendo
lentamente a marcia indietro fino alle 17.45, quando si è girato ed ha assunto
rotta verso il mare aperto).
9 novembre 1941
La Pilo, la gemella Missori ed una terza vecchia
torpediniera, l’Audace, salpano da
Trieste alle 7 per scortare a Venezia la corazzata Roma, in corso di allestimento. Si tratta del primo viaggio
effettuato dalla Roma con
le proprie macchine, anziché a rimorchio. Il viaggio procede a velocità
comprese tra 13 e 17 nodi; alle 12.21 le navi superano gli sbarramenti del Lido
ed alle 13.08 la Roma si
ormeggia alle boe davanti all’arsenale.
8 dicembre 1941
La Pilo scorta da Valona a Bari le navi
cisterna Utilitas e Lucania.
16 gennaio 1942
Di ritorno a Pola da
un’esercitazione, la Pilo viene
speronata a poppa dal sommergibile Des
Geneys, che stava precedendo nel
portarsi all’ormeggio. Non riporta comunque danni di rilievo.
31 gennaio 1942
La Pilo scorta l’Utilitas da Bari a Valona.
4 febbraio 1942
La Pilo scorta la nave cisterna Celeno da Valona a Brindisi.
13 febbraio 1942
La Pilo, la torpediniera Calatafimi e l’incrociatore ausiliario Arborea scortano da Corfù a Patrasso il
piroscafo Galilea, la motonave Viminale e le navi cisterna Devoli ed Ossag (quest’ultima tedesca).
22 maggio 1942
Alle otto del mattino
la Pilo ed il cacciatorpediniere Francesco Crispi partono da Brindisi per
scortare a Bari i piroscafi Balkan
(bulgaro) e Chisone (italiano). Alle
8.20, poco più di due miglia a nord di Brindisi, in condizioni di mare calmo e
bel tempo, la Pilo avvista la scia di
un siluro (l’arma viene anche vista “delfinare”, guizzare fuori dall’acqua per
un istante), che evita con la manovra; riceve poi ordine dal Crispi di dare la caccia al sommergibile
attaccante, mentre il resto del convoglio prosegue aumentando la velocità.
Sprovvista di ecoscandaglio, la Pilo
mette a mare la torpedine da rimorchio ed inizia a girare attorno al luogo del
lancio del siluro, individuabile grazie ad una bolla d’aria; dopo mezz’ora la
torpedine incoccia in qualcosa ed esplode. Poi la torpediniera si riunisce al
convoglio, mentre per continuare la caccia vengono inviati sul posto la
torpediniera Orsa (capitano di
corvetta Eugenio Henke) e due aerei della 141a Squadriglia da
Ricognizione Marittima. L’Orsa
attacca dapprima un oggetto sommerso, nel punto in cui è esplosa la torpedine
da rimorchio della Pilo, che si
rivela però – in base ai rottami venuti a galla dopo il lancio delle bombe di
profondità – essere il relitto di una nave italiana (palombari inviati sul
posto da Marina Brindisi vi troveranno infatti il relitto dell’incrociatore
ausiliario Attilio Deffenu, affondato
mesi prima); successivamente, sulla base della segnalazione di un
idroricognitore (che ha avvistato una sottile scia di nafta), si dirige in un
punto tredici miglia ad est di Brindisi ed attacca ripetutamente con bombe di
profondità un secondo contatto, che viene ritenuto essere un vero sommergibile
– che procede lentamente ad una ventina di metri di profondità – ed attaccato,
fino all’emersione di un’enorme bolla d’aria ed alla formazione in superficie
di una vasta chiazza di nafta in posizione 40°29'40" N e 18°15'50" E.
Ciononostante, non risulta che nessun sommergibile britannico si trovasse nella
zona dell’attacco in questa data, ed i palombari inviati sul luogo del presunto
affondamento non troveranno niente: l’intero attacco è stato probabilmente un
equivoco scatenato dall’immaginazione di vedette troppo nervose, circostanza
del resto tutt’altro che infrequente in guerra.
Luglio 1942
Sottoposta ad un
turno di lavori nell’Arsenale di Venezia. L’armamento viene modificato: vengono
sbarcati tre dei cannoni da 102/35 mm, entrambi i pezzi da 40/39 e due dei tubi
lanciasiluri da 450 mm, mentre l’armamento contraereo viene potenziato con
l’installazione di sei mitragliere Breda 1940 da 20/65 mm e due lanciabombe per
bombe di profondità.
Viene inoltre
applicata a tutta la nave una colorazione mimetica standard, con schema diverso
per ogni lato.
 |
| La Pilo a Venezia dopo i lavori in arsenale
e l’applicazione della colorazione mimetica, luglio 1942 (g.c. STORIA militare) |
11 ottobre 1942
La Pilo e la torpediniera Audace scortano la nave cisterna
Portofino da Durazzo a Monopoli.
10 dicembre 1942
La Pilo scorta i piroscafi Motia ed Hermada (quest’ultimo diretto in Egeo) da Brindisi a Patrasso.
28 dicembre 1942
Alle cinque del
pomeriggio la Pilo salpa da Brindisi
di scorta alla motonave Manzoni.
29 dicembre 1942
Le due navi giungono
a Messina alle sei del mattino.
19 gennaio 1943
La Pilo e l’incrociatore ausiliario Brindisi scortano il piroscafo Rosandra, carico di truppe e materiali,
da Bari a Durazzo.
1° febbraio 1943
Pilo
e Brindisi scortano il Rosandra, di nuovo carico di truppe e
materiali, da Bari a Durazzo.
3 febbraio 1943
Pilo
e Brindisi scortano il Rosandra ed il piroscafo Milano, aventi a bordo truppe
rimpatrianti, da Durazzo a Bari.
5 febbraio 1943
La Pilo e l’incrociatore ausiliario Francesco Morosini scortano da Bari a
Durazzo il Milano, carico di truppe e
materiali.
8 febbraio 1943
Pilo
e Morosini scortano da Durazzo a Bari
il piroscafo Merano.
14 febbraio 1943
Alle 11.51 la Pilo ed il piroscafo Rosandra, che questa sta scortando,
vengono avvistati in posizione 39°06' N e 20°29' E, a quattro miglia di
distanza, dal sommergibile britannico Trooper (al
comando del tenente di vascello Reginald Peter Webb). Il battello britannico,
che prima di avvistare le navi italiane ne ha avvertito i rumori delle macchine
su rilevamento 345°, apprezza di trovarsi davanti ad un mercantile di 4000 tsl
(in realtà il Rosandra è anche più
grande) scortato da una torpediniera a tre fumaioli, “probabilmente un’unità
classe Abba”; Webb valuta la rotta
dell’avversario in 118°, e nota che è presente anche una scorta aerea costituita
da due velivoli in pattugliamento a proravia del convoglio.
Alle 12.10 il Trooper lancia sei siluri da 3930 metri
di distanza; il Rosandra avvista
le scie di due dei siluri, e riesce così ad evitare le armi (tre delle quali
esplodono in costa alle 12.21), mentre il sommergibile britannico avverte due
forti esplosioni alle 12.14 ed alle 12.15, attribuendole erroneamente a delle
armi a segno. Alle 12.16 il Trooper
sente la Pilo aumentare velocità, ed
alle 12.20 ha inizio il contrattacco, col lancio di tre bombe di profondità;
altre trenta bombe di profondità vengono lanciate dalle 12.22 alle 12.42, ma
nessuna esplode vicina al sommergibile, che scampa così indenne alla caccia.
All’una del pomeriggio il Trooper
sente il rumore delle macchine della Pilo
calare e poi svanire, su rilevamento 064°.
19 febbraio 1943
La Pilo scorta la nave cisterna Cesco da Valona a Bari.
22 febbraio 1943
Pilo,
Brindisi e l’incrociatore ausiliario Lazzaro Mocenigo scortano il Milano,
con truppe e materiali, da Bari a Durazzo.
25 giugno 1943
La Pilo e le più moderne torpediniere Lince e Sagittario scortano i piroscafi Italia
ed Argentina, carichi di truppe
rimpatrianti, da Patrasso a Brindisi.
28 giugno 1943
La Pilo scorta la piccola motonave
frigorifera Genepesca I da Taranto a
Patrasso.10 luglio 1943
La Pilo scorta i piroscafi Motia, Oria e Merano, carichi di
materiali vari, da Bari a Patrasso, via Corfù.
15 luglio 1943
Pilo,
Lince e l’incrociatore ausiliario Lubiana salpano da Patrasso per scortare
a Valona i piroscafi Italia ed Argentina (per altra fonte il convoglio
sarebbe partito da Bari e diretto a Patrasso).
16 luglio 1943
A dodici miglia per
265° (ad ovest) da Capo Dukato il convoglio viene attaccato da un sommergibile,
ma nessuno dei siluri va a segno. (Un sito identifica il sommergibile
attaccante come l’HMS Trooper, ma non
risultano attacchi da parte di questo battello in questa data).
19 luglio 1943
Pilo,
Lince e Lubiana scortano Italia
ed Argentina da Valona a Bari.
28 luglio 1943
Pilo
e Brindisi scortano Italia ed Argentina, carichi di truppe e materiali, da Bari a Durazzo.
30 luglio 1943
La Pilo scorta la nave cisterna Cassala da Durazzo a Bari.
6 agosto 1943
Alle 21.35 la Pilo ed il Brindisi (caposcorta, capitano di fregata Loris Greco) partono da
Bari per scortare a Teodo il piroscafo Italia,
avente a bordo un migliaio di soldati e 160 tonnellate di materiali.
Poco dopo alle 22, a
sei miglia da Bari (quando ancora il convoglio è sulla rotta di sicurezza), il Brindisi avvista la torretta di un
sommergibile affiorante e viene colpito da un siluro a poppa.
Il sommergibile è il
britannico Uproar (tenente di
vascello Laurence Edward Herrick), che alle 21.48 ha rilevato il convoglio al
radar, a 6400 metri di distanza su rilevamento 230° (in precedenza aveva già
ottenuto un contatto radar alle 21.29 a 4600 metri di distanza, sempre su
rilevamento 230°, inizialmente ritenuto un falso contatto: Herrick riterrà poi
che si trattasse di un cacciatorpediniere del convoglio, e dunque del Pilo), ed un minuto dopo ha avvistato
una nave oscurata sullo stesso rilevamento. Essendo troppo vicino per poter
lanciare (i siluri non si armerebbero), l’Uproar
ha messo i motori a marcia indietro per tre minuti, ed alle 21.55,
giudicando di essere ancora troppo vicino, li ha messi sull’indietro tutta.
Alle 21.58, raggiunta una distanza sufficiente (450-550 metri), l’Uproar ha lanciato tre siluri contro il Brindisi in posizione 41°11’ N e 16°56’
E (sette miglia a nordest di Bari), per poi immergersi un minuto dopo. Si è
trattato del primo attacco da parte di un sommergibile della 10a
Flottiglia britannica avvenuto con l’ausilio del radar.
Pilo
ed Italia invertono subito la rotta;
la torpediniera effettua i segnali prescritti per queste circostanze e, dal
momento che il Brindisi sembra
rimanere a galla, si allontana insieme all’Italia,
per scortarlo fino a Bari. Una volta entrato i porto il piroscafo, la Pilo riprende subito il largo per
tornare sul luogo del siluramento a prestare assistenza alla nave colpita,
seguita da varie unità minori.
Il Brindisi, irrimediabilmente danneggiato,
affonda alle 23.05, dopo che l’equipaggio l’ha ordinatamente abbandonato
prendendo posto in tre scialuppe, che saranno poi rimorchiate a Bari da un
rimorchiatore (si conteranno nove vittime, su 112 uomini dell’equipaggio).
3 settembre 1943
Pilo,
Missori e l’incrociatore ausiliario Arborea scortano Italia ed Argentina,
carichi di truppe e materiali, da Bari a Durazzo.
6 settembre 1943
Pilo,
Arborea e Missori scortano Italia
ed Argentina da Durazzo a Bari.
Successivamente le
tre navi tornano a Durazzo.
 |
| (dalla
rivista Interconair “Aviazione e Marina” numero 26 dell’agosto 1965, via g.c.
Marcello Risolo e www.naviearmatori.net) |
Fuga verso la libertà
L’annuncio
dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, l’8 settembre 1943, trovò la Pilo (al comando del tenente di
vascello di complemento Giuseppe Tullio Faggioni) a Durazzo, sede di un Comando
Marina (capitano di fregata richiamato Aldo Castellani) e del Comando Militare
Marittimo dell’Albania, retto dall’ammiraglio di divisione Manlio Tarantini.
Primo ad apprendere
dell’armistizio, a bordo della Pilo,
fu il capo radiotelegrafista, che captò l’annuncio diffuso via radio alle 18.30
di quel giorno: ne informò subito il comandante in seconda, sottotenente di
vascello Giovanni Buizza, senza che la notizia venisse per il momento diffusa
tra il resto dell’equipaggio. Non ci volle comunque molto prima che la voce si
spargesse.
Difesa da tre
batterie della Marina (una da 120 mm e due da 76 mm) e da cinque battaglioni
dell’Esercito (tre presidiari e due costieri, il tutto sotto il comando del
generale Emilio Peano) con otto batterie di vario calibro ed una dozzina di
mitragliere fisse, al momento dell’armistizio Durazzo era piuttosto affollata
di navi: oltre alla Pilo si
trovavano ormeggiate in porto la gemella Missori, l’incrociatore ausiliari Arborea, sette piroscafi e due motonavi, nonché due rimorchiatori ed
ad alcuni motovelieri convertiti in dragamine; fuori del porto erano inoltre
ancorate le moderne corvette Sfinge e Scimitarra. Pilo, Missori ed Arborea avrebbero dovuto assumere
la scorta dei piroscafi, i quali, giunti da Bari la sera del 4 settembre, avevano
scaricato le loro merci ed erano in attesa di tornare in convoglio in Italia: la
partenza era stata più volte rimandata per l’avvistamento di sommergibili
nemici nel Basso Adriatico, ed ancora l’8 settembre Marialbania e Marina
Brindisi, in contatto telefonico, avevano giudicato che la traversata fosse da
considerarsi ancora troppo rischiosa.
Quando seppe
dell’armistizio (alle 20.30 dell’8 settembre, quando fu trasmesso il proclama
Badoglio), l’ammiraglio Tarantini pensò inizialmente di far partire il
convoglio; dopo consultazioni col comandante del Comando Militare Marittimo di
Brindisi, ammiraglio Luigi Rubartelli, Tarantini decise però di trattenere le
navi a Durazzo, nonostante i comandanti delle unità destinate alla scorta
insistessero invece perché il convoglio partisse. Una decisione in questo senso
avrebbe, con ogni probabilità, salvato le navi. Invece partirono soltanto, alle
cinque del 9 settembre, la Sfinge e
la Scimitarra, per ordine
diretto di Supermarina.
Subito dopo
l’annuncio dell’armistizio, l’ammiraglio Tarantini radunò il personale di
Marina Durazzo; raccomandò calma e disciplina, fece intensificare la vigilanza
e rafforzare i picchetti, ed ordinò tenersi pronti a tutto.
In considerazione
della forte presenza del Regio Esercito (l’intera 11a Divisione
Fanteria "Brennero", che dopo l’annuncio dell’armistizio aveva
approntato un reparto corazzato, anche per l’eventualità di tumulti tra la
popolazione albanese) nella zona di Durazzo, e della scarsissima consistenza
delle truppe tedesche nella stessa area (circa 400 uomini con tre batterie da
88 mm e diverse mitragliere semoventi da 20 e 37 mm, anche se vi era notizia di
altre truppe tedesche in marcia verso la città), Tarantini riteneva improbabile
un attacco a sorpresa da parte delle forze tedesche, e non era preoccupato per
l’eventualità di un colpo di mano contro le navi ormeggiate in porto.
Il 9 settembre
trascorse tranquillo fino alle 18: a quell’ora il maggiore Göb, comandante del
presidio tedesco di Durazzo, si presentò all’ammiraglio Tarantini assieme a due
suoi ufficiali, riferendo che il generale suo comandante ingiungeva a Tarantini
di non permettere ad alcuna nave italiana di lasciare il porto; in caso
contrario, i tedeschi avrebbero impiegato ogni mezzo per impedire che le navi partissero.
L’ammiraglio rispose che gli italiani avrebbero risposto immediatamente a
qualsiasi azione ostile tedesca, ed il maggiore Göb si fece accordare tre ore
per riferire la risposta al suo generale e portare poi a Tarantini la decisione
definitiva da parte di questi.
L’ammiraglio ordinò
che le navi si preparassero a partire entro due ore dall’ordine, e dispose
inoltre che sia le navi che le batterie della Marina si tenessero pronte ad
entrare in azione; poi andò a chiedere al generale Carlo Spatocco, comandante
del IV Corpo d’Armata (da cui dipendeva il settore militare del generale Peano),
che l’Esercito collaborasse alla difesa di Durazzo in caso di attacco tedesco.
Qui Tarantini apprese notizie inquietanti: colonne tedesche, provenienti da più
direzioni, erano in marcia anche verso Valona; a Tirana i comandi italiani
stavano già trattando con quelli tedeschi.
Alle 21, come
pattuito, il maggiore Göb tornò con la risposta del suo generale: le navi
italiane non dovevano lasciare il porto.
L’atteggiamento
attendista del generale Lorenzo Dalmazzo, comandante la 9a Armata
a Tirana (cui apparteneva il IV Corpo d’Armata), certo non aiutava, ma
l’ammiraglio Tarantini riuscì a strappare al generale Spatocco l’ordine di
schierare le batterie del IV Corpo d’Armata in posizione tale da controbattere
quelle tedesche da 88 mm, in previsione di un attacco tedesco contro il porto
di Durazzo; Spatocco inviò inoltre un nutrito gruppo di carri armati della
Divisione "Brennero" ed un gruppo mobile di cannoni da 105, pronti ad
intervenire contro eventuali attacchi tedeschi. Sempre su richiesta di
Tarantini, il generale Peano inviò una compagnia di mitraglieri a rafforzare la
guardia agli accessi ai moli, e fece ostruire tali varchi di accesso con
pesanti rimorchi di camion.
Alle 22.30 un reparto
armato tedesco, guidato da un ufficiale, raggiunse il porto con l’intenzione di
occuparlo; Tarantini e Peano si precipitarono sul posto, e l’ammiraglio, per
guadagnare tempo e convincere i tedeschi ad andarsene, diede – su richiesta dell’ufficiale
tedesco – la sua parola d’onore che nessuna nave avrebbe tentato di fuggire o
di sabotarsi. Nondimeno, i tedeschi non si fidarono gran che, e per tutta la
notte illuminarono il porto con i proiettori.
Dopo una serata ed
una notte di tensione, i combattimenti scoppiarono infine all’alba del 10
settembre. Poco prima delle sei del mattino, infatti, un forte reparto tedesco,
guidato dal generale Gramm, giunse dinanzi ai varchi che portavano alle
banchine; Gramm prese a parlare al tenente colonnello italiano che comandava i
reparti incaricati di difendere tali varchi, ma, nel mentre, i soldati tedeschi
aggredirono alle spalle l’ufficiale italiano, sopraffecero e disarmarono i
mitraglieri, colti di sorpresa, e dilagarono nel porto.
La Pilo e la Missori, ormeggiate alla banchina, non tardarono a rispondere:
entrambe aprirono immediatamente il fuoco sugli attaccanti tedeschi, e fecero
lo stesso anche il piroscafo armato Marco ed
una batteria da 76 mm della Marina, quella situata sulla spiaggia antistante il
porto. I marinai del distaccamento addetto ai servizi della base navale si
unirono anch’essi ai combattimenti, mentre la batteria da 120 mm della Marina
non poté fare molto perché tenuta sotto tiro da una batteria tedesca, che si
trovava in posizione defilata rispetto a quella italiana.
I combattimenti tra
le forze tedesche ed il personale della Marina si estesero a tutta l’area
portuale, ma divenne presto evidente che le esigue forze della Marina non
avrebbero potuto tener testa da sole agli attaccanti. Contrariamente a quanto
promesso e pattuito, non giunse alcun aiuto da parte dell’Esercito: nella notte
precedente, infatti, il comando della 9a Armata (generale
Lorenzo Dalmazzo) aveva ordinato ai reparti stanziati a Durazzo di non prendere
nessuna iniziativa e di non opporsi ai movimenti delle forze tedesche, in
attesa che le trattative giungessero al termine; tenere il porto, ma evitando
conflitti. Le trattative che Dalmazzo stava conducendo con i tedeschi sarebbero
poi sfociate in un accordo per il completo disarmo delle truppe italiane in
Albania ed il passaggio di poteri sui territori da esse occupati ai tedeschi,
in cambio del loro rimpatrio in tempi brevi (in realtà i soldati, una volta
disarmati, furono condotti prigionieri in Germania).
Preso atto che la
situazione era insostenibile, l’ammiraglio Tarantini ordinò di cessare la
resistenza.
Gli scontri erano
durati circa un’ora; i morti tra il personale della Marina erano stati otto
(cinque sulle torpediniere, due tra gli artiglieri della batteria da 76 mm ed
uno tra quelli della batteria da 120 mm) oltre a decine di feriti, sulle
torpediniere, sul Marco e
tra il personale delle due batterie. Dell’equipaggio della Pilo, erano caduti al cannone di prua il capo nocchiere di seconda
classe Otello Panato, il marinaio Gaetano Marchigiani ed il fuochista Epilade
Picci.
Terminati i
combattimenti, furono presi accordi con i comandanti tedeschi affinché fossero
restituite le armi ai militari italiani presenti nel porto e questi ultimi
lasciassero il porto, fatta eccezione per quelli addetti ai servizi essenziali,
lasciando navi e porto sotto totale controllo tedesco. Dopo la cattura, la Pilo venne saccheggiata dalle truppe
tedesche, che asportarono tutte le armi portatili ed altro materiale di valore;
un gruppo di marinai tentò al contempo di fuggire in barca a remi, ma vennero
ricatturati dai tedeschi, e si salvarono solo grazie all’intervento dei
partigiani albanesi e di alcuni soldati italiani unitisi ad essi.
Le trattative ancora
in corso a Tirana, insieme all’arrendevolezza dei comandi dell’Esercito nei
Balcani, compromisero definitivamente la situazione. Il 10 settembre, il
comando della 9a Armata accettò di cedere navi e batterie alle
forze tedesche; anche le armi individuali sarebbero state consegnate. Tra le 3
e le 4 di notte dell’11 settembre, il generale Ezio Rosi, comandante del Gruppo
d’Armate Est, firmò con il generale tedesco Hans Bessel un accordo che
permetteva ai soldati italiani di tenere le armi portatili, obbligandoli a
consegnare tutto il resto; i soldati presenti nei Balcani sarebbero stati
inoltre trasferiti in Nord Italia.
L’11 settembre,
mattina, il maggiore tedesco Weiss assunse il comando a Durazzo, e l’ammiraglio
Tarantini divenne sostanzialmente un prigioniero. In quello stesso momento,
paracadutisti tedeschi catturavano a Tirana l’intero Comando della 9a Armata.
Trovandosi nella
necessità di sgomberare le truppe italiane presenti in Albania e Jugoslavia,
per minimizzare i tempi i comandi tedeschi decisero di utilizzare le navi catturate
a Durazzo, compresa la Pilo, per
i traffici lungo la sponda orientale dell’Adriatico. Le navi mantennero in via
temporanea gli equipaggi italiani, probabilmente perché non vi era sufficiente
personale della Kriegsmarine per poterle armare; per evitare però che potessero
tentare fughe una volta in mare aperto, su ognuna di esse – militare o
mercantile – venne imbarcato un picchetto di una decina di soldati tedeschi
muniti di fucili mitragliatori, col compito di sorvegliare l’equipaggio.
Fu in queste condizioni
che, alle sette di sera del 25 settembre 1943, la Pilo, la Missori e
l’Arborea lasciarono Durazzo per
Trieste. Scortavano un convoglio di cinque piroscafi carichi di truppe, come
avrebbero dovuto fare qualche settimana prima; ma ora i piroscafi erano diretti
a Trieste, le navi sotto controllo tedesco, le truppe – a loro insaputa –
avviate alla prigionia.
Queste ultime erano
rappresentate dall’intera Divisione "Brennero", ormai disarmata, che
i tedeschi avevano deciso di trasferire via mare a Trieste: dopo l’armistizio
il suo comandante, generale Aldo Princivalle (che avrebbe successivamente
aderito alla Repubblica Sociale Italiana), aveva intavolato trattative con i
comandi del XX Corpo da montagna tedesco (generale Hubert Lanz), conclusesi il
22 settembre in un accordo per il passaggio della Divisione all’esercito
tedesco come “reparto organico”. I sottoposti di Princivalle, tuttavia, non
condividevano le idee del loro comandante, ed avevano risposto tiepidamente
agli incalzanti interrogativi degli omologhi tedeschi, intenzionati a sapere se
davvero la "Brennero" fosse intenzionata a battersi al loro fianco: i
comandanti italiani avevano affermato che la loro disponibilità a collaborare
con i tedeschi non andava oltre il mantenimento dell’ordine pubblico, mentre
diversi ufficiali avevano intavolato trattative con le missioni britanniche ed
i partigiani albanesi e buona parte della truppa premeva per il rimpatrio. Alla
fine i Comandi tedeschi, preso atto dell’impossibilità di impiegare la
"Brennero" in Albania come unità organica incorporata nelle forze
tedesche, avevano deciso di disarmarla e trasferirla via mare a Trieste,
ufficialmente con destinazione finale Verona dove la divisione sarebbe stata
concentrata in attesa di ulteriori sviluppi, in realtà con l’intenzione di
mandarla nei campi di prigionia in Germania.
L’imbarco delle
truppe, iniziato in tarda mattinata – o, secondo il comandante Faggioni, alle
tre del pomeriggio –, era stato completato alle 18 di quello stesso giorno.
Tutte le navi avevano
a bordo picchetti armati tedeschi, per impedire tentativi di fuga verso
l’Italia; anche le unità di scorta (e specialmente l’Arborea) avevano imbarcato truppe. Sulla Pilo e sulla Missori,
in particolare, erano stati imbarcati anche i soldati della III Batteria del
558° Gruppo Semovente, al comando del capitano Pagan, per i quali non
c’era abbastanza spazio sui piroscafi. (Vi sono delle discrepanze sul
numero esatto di navi che formavano il convoglio: secondo il comandante
Faggioni questo era composto in tutto da cinque navi, comprese le torpediniere,
mentre il nocchiere della Pilo
Michele Russo parlava nelle sue memorie di sette navi in tutto, e l’Ufficio
Storico della Marina Militare afferma che ve ne fossero otto, cinque piroscafi
più Pilo, Missori ed Arborea. Gli
unici nomi noti con certezza sono quelli di Pilo,
Missori, Italia, Argentina ed Arborea).
Quando, verso la fine
delle operazioni d’imbarco, era apparso che sulle navi non ci fosse posto anche
per i quattro o cinquecento uomini del 558° Gruppo Semovente (giunti in porto
per ultimi, provenendo da due batterie situate lontano dalla città, dopo una
marcia di diversi chilometri a piedi), si era deciso in un primo momento di
lasciare a terra questo reparto; il capitano Pagan, accompagnato da un altro
ufficiale, aveva chiesto spiegazioni al comandante di divisione Princivalle,
che al termine di un’animata discussione si era a sua volta rivolto al
comandante dell’Arborea (sul quale
aveva preso imbarco il Comando di Divisione), capitano di fregata Filippo De
Palma, il quale aveva asserito che le navi fossero già troppo cariche e non
potevano imbarcare anche il 558°. Pagan, però, non si era dato per vinto, ed
insieme al tenente Fera si era recato a bordo della Pilo, interpellando il comandante Faggioni, che aveva dimostrato
che, distribuendoli equamente su tutte le navi del convoglio, ci sarebbe stato
spazio anche per gli uomini del 558° Gruppo. (Secondo un’altra versione, fu
Faggioni ad intervenire per sedare la lite tra Pagan, Fera e Princivalle,
offrendosi di imbarcare i soldati del 558° sulla sua nave).
Così era stato fatto,
e la batteria del capitano Pagan era stata imbarcata proprio su Pilo e Missori, ormeggiate una accanto all’altra; una volta a bordo della Pilo, il capitano Pagan aveva
prospettato al comandante Faggioni la possibilità di neutralizzare il picchetto
tedesco, una volta in mare aperto, e di fare rotta verso Brindisi, rimasta in
mano italiana. (Altra fonte afferma invece che Pagan non s’imbarcò sulla Pilo, ma sulla Missori, mentre sulla Pilo
andò il tenente Fera insieme ad un numero di soldati, disarmati, compreso tra
20 e 35 a seconda delle testimonianze; infatti Faggioni non menzionò nelle sue
memorie la presenza a bordo di un capitano dell’Esercito, esclusa anche dagli
ultimi reduci viventi della torpediniera intervistati da Adriano Arietti nei
primi anni 2000, anche se a questo proposito il sottocapo silurista Antonio
Mallozzi puntualizzò che alcuni dei militari dell’Esercito che presero imbarco
sulla Pilo erano vestiti con
abbigliamento accomodaticcio e non risultava perciò possibile identificarne con
certezza il grado). Faggioni non tardò a rendersi conto che l’idea era
tutt’altro che peregrina: la scorta tedesca consisteva soltanto di otto uomini,
un maresciallo e sette soldati, pur essendo questi armati di mitra, mentre i
soldati e marinai italiani imbarcati sulla Pilo
non disponevano di armi. Venne quindi concertato un piano: alle 23.45 sarebbe
stato dato un segnale con la sirena di bordo – quello dell’allarme per attacco
di sommergibili, in modo da distrarre le guardie –, e l’equipaggio si sarebbe
avventato sui tedeschi, disarmandoli – ed uccidendoli, qualora avessero opposto
resistenza – per poi dirigere per Brindisi. Principali artefici del Piano,
oltre al comandante Faggioni, erano il comandante in seconda Buizza, il
guardiamarina Mario Puglielli, il capo Ernesto Savassi, il sottocapo Carlo
Bossi ed il marinaio Filippo Malaspina. Tutti i particolari vennero
accuratamente esaminati: venne escogitato un espediente per distrarre le guardie
posizionate a poppa ed a prua; il momento scelto per l’“insurrezione” fu quello
del cambio di guardia, poiché a quell’ora, tra guardia montante e guardia
smontante, un maggior numero di uomini si sarebbero potuti muovere in giro per
la nave senza destare sospetti. Al fine di controbilanciare lo svantaggio dato
dall’assenza di armi, venne stabilito che ogni tedesco avrebbe dovuto essere
aggredito da almeno tre italiani.
Non era stato facile
mettere tutti d’accordo: alcuni membri dell’equipaggio erano contrari ad
un’azione di forza contro il picchetto tedesco, altri intendevano raggiungere
l’Italia settentrionale a tutti i costi. Il comandante Faggioni fu indotto in
dubbio sulle possibilità di successo dell’insurrezione, e si persuase a dare la
sua approvazione soltanto dopo essersi assicurato che gran parte
dell’equipaggio fosse d’accordo con il piano.
I cinque piroscafi
(tra i quali l’Italia e l’Argentina) erano preceduti dall’Arborea, che procedeva in testa, mentre
le due torpediniere erano sui lati: verso il mare aperto, la Pilo, il che facilitava ulteriormente il
piano di fuga; verso la costa, la Missori.
Sulla Pilo i militari tedeschi di
guardia si erano divisi in tre gruppi, per poter meglio sorvegliare tutta la
nave: uno a prua, uno a poppa ed uno (del quale faceva parte il sottufficiale
comandante) in controplancia. Nelle prime ore di navigazione il convoglio fu
seguito da un bimotore tedesco, che però se ne andò senza più essere
rimpiazzato.
All’ora stabilito il piano
venne messo in pratica: poco prima di mezzanotte alcune vedette dissero di aver
avvistato un sommergibile nell’oscurità, e venne suonata la sirena di allarme
subacqueo; subito dopo l’equipaggio della Pilo
si avventò sui tedeschi, distratti a cercare un inesistente sommergibile nel buio
della notte. La lotta fu breve ma feroce: il marinaio calabrese Filippo
Malaspina affrontò personalmente il maresciallo tedesco in una lotta corpo a
corpo, finché riuscì ad impadronirsi della sua pistola ed a sparargli,
uccidendolo. Altri tre tedeschi vennero scaraventati in mare dopo una minima
resistenza, mentre i rimanenti quattro furono disarmati e catturati. Nel buio e
nel parapiglia scatenatosi anche un militare della "Brennero" –
identificato dal comandante Faggioni come un sergente e da altri come un
ufficiale – che assieme ai marinai partecipò all’eliminazione delle due
sentinelle tedesche che sorvegliavano la poppa, venne scambiato a sua volta per
un tedesco e preso accidentalmente a pugni.
Si distinsero nella
breve lotta, tra gli altri, il sergente maggiore Raoul Tommasi, il caporale
maggiore Angelo Lain, il sottocapo telemetrista Carlo Bossi (romano,
ventunenne, che da civile faceva il pugile di professione) ed il caporale
Pastorino.
Così liberatasi, la
torpediniera si lasciò gradatamente scadere rispetto al resto della formazione,
indi abbandonò il convoglio senza però fare subito rotta per l’Italia: al fine
di eludere le ricerche che sarebbero state sicuramente lanciate dalla Luftwaffe
(e che si sarebbero probabilmente orientate lungo la rotta che avrebbe dovuto
seguire se avesse subito puntato verso le coste della Puglia), infatti,
Faggioni decise di assumere inizialmente rotta verso sud fino a Capo Linguetta
(vicino alla baia di Valona), e solo a quel punto attraversò il Canale
d’Otranto, facendo rotta per Brindisi. Qui la Pilo giunse felicemente alle sette (od otto) del mattino del 27
settembre (altra fonte parla invece delle otto del mattino del 26); strada
facendo trovò anche il modo di aiutare l’equipaggio della nave scorta
ausiliaria Pola, anch’essa in
navigazione – da Cattaro a Trieste – con a bordo un picchetto armato tedesco, a
liberarsi a sua volta della scorta e fare rotta anch’essa verso l’Italia.
I quattro tedeschi
fatti prigionieri, tutti di giovanissima età, erano stati medicati dall’equipaggio
stesso della Pilo dopo la fine della
lotta; all’arrivo in porto il sottocapo meccanico Valeriano Busardò di Como
offrì una sigaretta ad uno di essi, dopo di che vennero caricati su un
motoscafo e consegnati ad un tenente di vascello di quella base navale.
Ventidue membri
dell’equipaggio della Pilo vennero
decorati per il loro ruolo nella liberazione della loro nave: il comandante
Faggioni ricevette la Medaglia d’Argento al Valor Militare, il sottotenente di
vascello Buizza, il guardiamarina Puglielli, capo Savassi, il sottocapo Bossi
ed il marinaio Malaspina ebbero la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, ed
altri sedici uomini furono insigniti della Croce di Guerra al Valor Militare.
La motivazione della
Medaglia d’Argento al Valor Militare conferita al tenente di vascello Giuseppe
Tullio Faggioni, nato a Genova il 19 maggio 1909:
"Comandante di torpediniera dislocata in sede
oltremare in difficili condizioni politico-militari, agiva con decisione ed
energia per tentare di evitare la cattura della sua unità da parte di forze
ostili. Sopraffatto dalla forza e dalle circostanze sapeva tenere con l'esempio
e la parola alto il morale della sua gente. Costretto a scortare un convoglio
verso un porto controllato dalle forze avversarie, organizzava e dirigeva con i
suoi uomini una fortunata ardita azione di sorpresa che eliminava il presidio
armato avversario presente a bordo. Riportava così la sua torpediniera al
servizio della Patria. Esempio di sentimento del dovere, tenacia ed ardimento.
(Canale d'Otranto, settembre 1943)"
 |
| La Pilo ormeggiata presso la base
sommergibili di Lero nell’ottobre 1945, dopo la fine della guerra (foto Ugo
Pucci, via Enzo Lagorio ed Agenzia Bozzo) |
1943-1945
Durante la
cobelligeranza con gli Alleati, la Pilo
effettua 83 missioni di guerra, di cui 45 di scorta.
1947
Nel trattato di pace tra l’Italia e gli Alleati stipulato a Parigi il 10
febbraio, la Pilo viene inclusa
nell’"Elenco delle navi che l’Italia potrà conservare" (Allegato
XII): rimane così in servizio nella Marina Militare, non più regia.
24 maggio 1948
Posta in disarmo a La
Spezia.
1952 (o 1953)
Riclassificata
dragamine meccanico costiero, con sigla M
5336 (per altra fonte tale sigla sarebbe stata assegnata nel 1954). Non è
chiaro se sia stata anche modificata come Abba
e Mosto, o se sia rimasta in disarmo
e la conversione in dragamine sia stata puramente nominale: la maggior parte
delle fonti menziona la trasformazione in dragamine delle altre due unità, ma
non della Pilo.
1° ottobre 1954
Radiata dai quadri
del naviglio militare in seguito a decreto del presidente della Repubblica,
datato 26 settembre. Successivamente demolita.