venerdì 15 febbraio 2019

Crema

Il Crema sotto il precedente nome di Hébé (da www.navale.pagesperso-orange.fr)

Piroscafo da carico di 1684 tsl, 884 tsn e 2450 tpl, lungo 79,30 metri, largo 11,35 e pescante 4,98, con velocità di 10 nodi.
Ex francese Hébé, era tra le decine di navi mercantili francesi consegnate all’Italia ed alla Germania in conseguenza degli accordi Laval-Kaufmann, che prevedevano la consegna all’Asse di 159 bastimenti mercantili che si trovavano nei porti mediterranei della Francia di Vichy, in seguito alla sua occupazione da parte dell’Asse nel novembre 1942.
Il Crema fu affidato in gestione alla Società Anonima Mare Nostrum, con sede a Genova, ed iscritto al Compartimento Marittimo di Genova con matricola 19/F.

Breve e parziale cronologia.

6 marzo 1920
Varato nei cantieri della Blyth Shipbuilding & Drydock Company Ltd. di Blyth come francese Hébé (numero di costruzione 213).
Giugno 1920
Completato come nave carboniera Hébé per la Société Navale Caennaise (in gestione a G. Lamy G. & Cie) di Caen. Porto di registrazione Caen, nominativo di chiamata FOPT. Ha una nave gemella, il Niobé.
23 marzo 1923
Mentre l’Hébé sta caricando merci nel porto di Caen, si verifica un’esplosione in una stiva (a causa dell’accumulazione di gas esplosivi in un carbonile), che ferisce due marinai, uno dei quali in modo molto grave.
27 settembre 1939 (o 10 novembre 1939)
Requisito dallo Stato francese.
26 maggio 1940
L’Hébé, insieme al piroscafo francese Margaux, salpa da Cherbourg formando il convoglio «2E» con rifornimenti per le truppe francesi e britanniche circondate dalle forze tedesche nella sacca di Dunkerque. Giunti a Dunes, i due piroscafi si mettono all’ancora, in attesa di ordini.
29 o 30 maggio 1940
Alle 14 del 30 (per altra fonte, il 29) l’Hébé ed il Margaux, insieme ai piroscafi francesi Normanville e Kerkéna, lasciano la rada di Dunes diretti a Dunkerque, in seguito ad un ordine impartito dal cacciatorpediniere Épervier (che scorta il piccolo convoglio), per partecipare all’evacuazione delle truppe britanniche e francesi dalle spiagge di Dunkerque. Capoconvoglio è il comandante del Normanville, capitano Edmond Bouchard. (Secondo altra fonte, il convoglio trasporta rifornimenti da Cherbourg a Dunkerque per le truppe che stanno ancora resistendo in questa città; ma essendo Dunkerque caduta lo stesso giorno, le navi imbarcano quante più truppe possibile e poi ritornano a Cherbourg).
1° giugno 1940
L’Hébé giunge davanti a Dunkerque, imbarca 346 soldati francesi (tra cui soldati della 653e Batterie Anti-Chars, dei quali l’Hébé imbarca circa metà degli effettivi superstiti, e genieri delle due compagnie sorte dal disciolto 92ème Bataillon du Génie, aggregati alla 2e Division d'Infanterie Nord-Africaine: di questi ultimi, su 500 che erano, sono rimasti in 110), e poi riparte diretto a Plymouth. L’imbarco delle truppe avviene, a seconda delle fonti, alle quattro del mattino del 31 maggio (653e Batterie Anti-Chars) od alle undici di sera del 1° giugno (genieri).
I soldati attendevano da quattro giorni l’arrivo di una nave che potesse evacuarli: essendo Dunkerque ed i villaggi circostanti continuamente bombardati dalla Luftwaffe, rimanendo incendiati e semidistrutti al punto da non lasciare edifici intatti per alloggiare le truppe, i soldati hanno trascorso i quattro giorni accampati direttamente sulla riva del mare, quasi senza mangiare ed esposti agli attacchi aerei tedeschi. A intervalli quasi regolari, pressappoco ogni due ore, squadriglie di tre, quattro o cinque aerei tedeschi attaccano le truppe accampate sulla spiaggia, bombardando e mitragliando; altri attaccano le navi al largo, ed i soldati atterriti assistono all’affondamento di alcuni dei bastimenti che dovrebbero salvarli, a poca distanza dalla riva. Durante i quattro giorni, i soldati hanno realizzato un rudimentale pontile, “costruito” allineando i loro autocarri sulla sabbia nei periodi di bassa marea, in modo da potersi imbarcare sulle barche che li porteranno verso le navi più grandi, che attendono più al largo, senza dover entrare in acqua. L’imbarco avviene sotto il tiro delle artiglierie tedesche e gli attacchi dei loro aerei; una bomba, cadendo in mezzo ai soldati sulla spiaggia, ne uccide una decina e ne ferisce il doppio.
L’Hébé è una delle ultime navi di dimensioni non piccole a lasciare Dunkerque con truppe a bordo. Per la sua partecipazione all’evacuazione, la nave verrà simbolicamente decorata con la Croix de Guerre francese.
Pochi giorni dopo, l’11 giugno, il Niobé, gemello dell’Hébé, viene affondato da bombardieri tedeschi durante l’evacuazione di Le Havre, con almeno 800 vittime tra i militari e civili imbarcatisi.
2 giugno 1940
Raggiunge Dover alle quattro del mattino, poi segue la costa inglese fino a raggiungere Plymouth, alle otto.
Successivamente, l’Hébé trasporta le truppe recuperate da Plymouth a Cherbourg.
2 o 3 giugno 1940
Mentre si trova ancorato nella rada di Dunes, vicino a Dover, verso le sei del mattino l’Hébé viene urtato dal piccolo e vecchissimo (72 anni) piroscafo svedese Emma, che ha da poco salpato l’ancora per raggiungere Cherbourg. La nave svedese, proveniente da Hull e diretta a Brest con un carico di carbone, si era ancorata nella rada in attesa di disposizioni, che sono poi giunte sotto forma dell’ordine di raggiungere Cherbourg; dopo aver salpato l’ancora, per procedere verso il largo il comandante dell’Emma (capitano John Erik Axel Eriksson) ha cercato di aggirare l’Hébé, ancorato lì vicino, ma le esauste macchine dell’anzianissimo piroscafo si sono rivelate insufficienti a vincere la forte corrente (5 nodi), che l’ha invece portato a sbattere contro la poppa dell’Hébé. La collisione provoca un grosso squarcio in corrispondenza della sala caldaie dell’Emma, che imbarca acqua ed affonda rapidamente, senza vittime tra i 19 uomini dell’equipaggio (i quali lo abbandonano sulla lancia di sinistra, mentre quella di dritta è rimasta schiacciata nella collisione). L’Hébé riesce a raggiungere Bordeaux.
Successivamente passa in Mediterraneo.
25 giugno 1940
Derequisito.
Novembre 1942
Dopo gli sbarchi angloamericani nel Nordafrica francese (operazione "Torch", 8 novembre 1942) e il passaggio agli Alleati, dopo un’iniziale reazione, delle truppe francesi di Vichy ivi stanziate, le forze italo-tedesche lanciano l’Operazione "Anton" (10-11 novembre 1942), procedendo all’occupazione della Francia meridionale e della Corsica, fino a quel momento controllate dal regime francese collaborazionista di Vichy.
Anche la flotta mercantile francese nel Mediterraneo, concentrata nei porti di Marsiglia e Berre, cade al completo in mani italo-tedesche (non così quella militare, che si autoaffonda in massa a Tolone il 27 novembre). Il 20 novembre Germania pretende che tutti i mercantili francesi disponibili vengano messi a sua disposizione per essere impiegati per le esigenze belliche delle forze tedesche; già il giorno seguente, ad ogni modo, 900 militari tedeschi vengono inviati a Marsiglia per sorvegliare le navi francesi, a bordo delle quali sono mandate delle guardie armate, preparandosi ad impadronirsene con la forza nel caso la Francia dovesse rifiutarne la concessione.
Il presidente del consiglio di Vichy, il collaborazionista Pierre Laval, accetta verbalmente ed il 22 novembre 1942, in una lettera ad Hitler, informa quest’ultimo che 158 bastimenti mercantili francesi (112 navi da carico, 31 navi passeggeri e 16 navi cisterna), per quasi 650.000 tsl complessive, verranno messi a disposizione della Germania. Il 1° dicembre 1942 si tiene a Roma un incontro tra Karl Kaufmann ("Gauleiter" nazista di Amburgo e commissario del Reich alla Marina Mercantile), il gerarca nazista Hermann Göring, il feldmaresciallo Erwin Rommel, il maresciallo Albert Kesselring (comandante delle forze tedesche nel Mediterraneo), l’ammiraglio Arturo Riccardi (capo di Stato Maggiore della Regia Marina) ed il generale Ugo Cavallero (capo di Stato Maggiore generale delle forze armate italiane), nel quale viene decisa la spartizione tra Italia e Germania dei mercantili francesi: 83 andranno all’Italia e 75 alla Germania. Per la flotta mercantile italiana, duramente colpita dalla guerra, queste 83 navi sono una notevole boccata d’ossigeno, e permetteranno, a caro prezzo, il mantenimento dei collegamenti con la Tunisia.
L’accordo formale, detto accordo Laval-Kaufmann (dal nome di Laval e del firmatario da parte tedesca, Karl Kaufmann), verrà firmato a Parigi il 23 gennaio 1943; in base a tale impegno, il governo francese mette a disposizione dell’Asse un quarto della flotta mercantile francese del 1939. In base all’articolo 4 dell’accordo, le navi francesi devono essere in buone condizioni d’efficienza e pienamente equipaggiate; in cambio, il governo tedesco s’impegna a pagare alla Francia un indennizzo, eccezion fatta che per i viaggi verso il Nordafrica. Laval vorrebbe che le navi mantenessero bandiera ed equipaggio francese, ma la proposta viene rifiutata; vi è diffidenza verso i marinai francesi (specie dato il comportamento delle forze di Vichy nel Nordafrica francese) e, d’altro canto, sono ben pochi i marittimi francesi che desiderino navigare per conto dell’Asse.
Quando l’accordo viene firmato, comunque, la maggior parte dei mercantili francesi ha già lasciato la Francia per l’Italia.
11 dicembre 1942
Confiscato a Marsiglia dalle forze tedesche e trasferito al Governo italiano in seguito agli accordi Laval-Kaufmann.
19 dicembre 1942
Arriva a Savona, proveniente da Marsiglia. Affidato in gestione alla Società Anonima Mare Nostrum di Genova (una fonte francese parla erroneamente della S. A. di Navigazione Adriatica), viene ribattezzato Crema (secondo una fonte, il cambio di nome sarebbe avvenuto il 31 dicembre 1942). Non viene requisito dalla Regia Marina, né iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.

Convoglio «GG»

La storia del Crema e del suo convoglio è un esempio tragicamente eloquente di come la rotta per la Tunisia si sia guadagnata, tra gli equipaggi, la nomea di “rotta della morte”.
Il Crema partì da Napoli per Biserta alle 19.30 del 29 marzo, insieme ai piroscafi Chieti (diretto a Palermo) e Nuoro, coi quali formava un convoglio lento (9 nodi) denominato «GG». Doveva fare parte del convoglio anche un quarto piroscafo, il Benevento, che tuttavia fu trattenuto in porto da alcune non gravi avarie e partì pertanto da Napoli in ritardo, all’1.30 del 30 marzo. La partenza delle navi era stata originariamente programmata per il 27 marzo, ma era stata più volte rinviata a causa del maltempo.
A bordo del Crema si trovavano un carico di 1594 tonnellate di merci varie e 70 uomini: 60 di equipaggio (27 civili e 33 militari) e dieci militari di scorta al carico.
La scorta del convoglio era formata da due torpediniere della classe Spica, la Cigno (caposcorta, capitano di corvetta Carlo Maccaferri) e la Cassiopea (capitano di corvetta Virginio Nasta), e da due cacciasommergibili tedeschi, l’UJ 2203 e l’UJ 2210. Comandante superiore in mare era il capitano di vascello Francesco Camicia, imbarcato sulla Cigno. Una terza torpediniera della stessa classe, la Clio (capitano di corvetta Carlo Brambilla), rimase a Napoli con l’incarico di scortare il Benevento quando questo fosse potuto partire.
Alle quattro del pomeriggio del 30 marzo si aggregò al convoglio anche la moderna corvetta Cicogna (tenente di vascello Augusto Migliorini), partita da Trapani, che poco dopo se ne separò insieme al Chieti, la cui destinazione, a differenza delle altre navi, era Palermo. Scortato il Chieti fino al porto siciliano, dove giunse alle 23.35 dello stesso 30 marzo (e dove il piroscafo venne affondato due settimane più tardi da un bombardamento aereo), la Cicogna riprese subito il mare per tornare ad unirsi al convoglio.
Quest’ultimo, intanto, aveva raggiunto Trapani all’1.45 di notte del 31 marzo, sostando in quella rada fino alle tre di notte per aspettare il Benevento. Scortato dalla Clio e dal cacciasommergibili tedesco UJ 2207, il Benevento si riunì al convoglio – che intanto era ripartito da Trapani facendo rotta per Biserta – alle 6.30 del 31 marzo (per altra versione alle 5.30), al largo di Trapani e poco ad ovest delle Isole Egadi. Clio e UJ 2207 andarono a rinforzare la scorta del convoglio; dieci minuti più tardi, raggiunse il convoglio anche la Cicogna. Alle 14.43 del 30 marzo Benevento e Clio avevano evitato con la manovra due siluri lanciati dal sommergibile britannico Tribune (tenente di vascello Stewart Armstrong Porter), una cinquantina di miglia a nord di Ustica.
Così riunito, il convoglio «GG» puntò infine su Biserta. La scorta era di tutto rispetto: per proteggere tre piroscafi, erano state mobilitate tre torpediniere, una modernissima corvetta e tre cacciasommergibili, oltre ad una poderosa scorta aerea.
Tutti e tre i piroscafi del convoglio «GG» (come pure il Chieti) erano navi ex francesi, consegnate all’Italia in seguito all’occupazione della Francia meridionale; tutti e tre erano al loro primo viaggio verso la Tunisia; nessuno sarebbe mai arrivato a Biserta.
I comandi britannici erano al corrente del viaggio di questo convoglio già da giorni: la prima intercettazione da parte dei decrittatori di “ULTRA” di una comunicazione relativa alla partenza per l’Africa di quelle navi risaliva al 27 marzo, quando avevano decifrato un messaggio dal quale risultava che i mercantili Crema, Nuoro, Benevento, Capua e Caterina Costa erano «attesi a breve scadenza in Tunisia, provenienti dall’Italia». Il 28 marzo gli specialisti di “ULTRA” avevano decrittato un’altra comunicazione che aveva rivelato che «Benevento, Nuoro e Crema avrebbero dovuto lasciare Napoli il giorno 27 per la Tunisia, tempo permettendo», e l’indomani un’altra ancora da cui era risultato che «Sono attesi i seguenti arrivi, sempre condizionati dallo stato del tempo: a Tunisi il giorno 31 verso le 23.00 Crema, Nuoro e Benevento». Il 31 marzo, infine, un’ultima intercettazione aveva permesso ad “ULTRA” di apprendere che «Crema, Nuoro e Benevento hanno lasciato Napoli alle 22.00 del giorno 29. Essi doppieranno l’isola di Marettimo alle 6.30 del 31 e procederanno per Biserta». Le forze aeronavali britanniche si erano organizzate di conseguenza.

Il primo attacco aereo si verificò alle 13.52 del 31 marzo. In quel momento il convoglio si trovava una decina di miglia ad est del Banco di Skerki; otto bombardieri bimotori, identificati da parte italiana come Lockheed Hudson, apparvero volando ad una quota compresa tra i 2500 ed i 3000 metri, scortati da quattro o cinque caccia Lockheed P-38 “Lightning”. Sia i piroscafi che le navi scorta aprirono subito un rabbioso tiro contraereo con le loro mitragliere; nessuno dei velivoli attaccanti, tuttavia, venne colpito. I bombardieri sganciarono le bombe; sebbene il lancio risultasse centrato, nessuno degli ordigni andò a segno, ed il convoglio proseguì indenne.
In realtà, i bombardieri attaccanti non erano dei Lockheed Hudson, bensì dei North American B-25 “Mitchell” (anch’essi bimotori, e di aspetto vagamente somigliante a quello degli Hudson) del 321st Bomb Group dell’USAAF. I bombardieri di questo reparto avevano già compiuto un primo “rastrello antinave” durante il mattino, quando un gruppo di “Mitchell” era decollato alle 7.45 con la scorta di caccia P-38 “Lightning” del 1st Fighter Group. Gli aerei avevano però incontrato maltempo e non avevano trovato nulla, interrompendo pertanto la missione e rientrando alla base. Gli aerei che attaccarono il convoglio alle 13.52 erano invece decollati alle 13.45 (12.45 secondo le fonti statunitensi, che mostrano una differenza di un’ora rispetto a quelle italiane, evidentemente dovuta a differenze nel fuso orario); inizialmente la formazione era composta da quattordici B-25 del 321st Bomb Group, scortati da 25 caccia P-38 del 1st Fighter Group, ma sei bombardieri e tredici caccia erano tornati indietro poco più tardi. Il resto degli aerei aveva invece avvistato il convoglio «GG» alle 12.55 (fonti statunitensi, con la già menzionata differenza di fuso orario), una quindicina di miglia a nord di Capo Bon, stimandone la composizione in due grossi mercantili (probabilmente Nuoro e Benevento) ed altre quattro navi. Gli equipaggi statunitensi ritennero erroneamente di aver colpito con una bomba uno dei grossi mercantili, e di aver mancato di poco (“near miss”) un altro mercantile di piccole dimensioni (probabilmente il Crema, il più piccolo dei tre piroscafi). Sebbene il caposcorta Camicia avesse affermato nel suo rapporto che «gli aerei da caccia nazionali e alleati [tedeschi] non hanno avuto contatti con aerei nemici» perché al momento dell’attacco stavano volando a bassa quota, in realtà i “contatti” ci furono eccome: i piloti degli aerei americani riferirono di essere stati attaccati da un totale di sei caccia Messerschmitt Bf 109, tre Focke-Wulf Fw 190 e due Messerschmitt Bf 110. I mitraglieri dei B-25 rivendicarono il danneggiamento di un caccia tedesco ed il probabile abbattimento di un altro; da parte tedesca, i piloti dei Messerschmitt del 7./Jagdgeschwader 53 ritennero erroneamente di aver abbattuto tre B-25 (uno alle 14.25, dal sottotenente Karl Vockelmann, 25 km a nordovest di Capo Bon; uno alla stessa ora, dal sottotenente Walter Hicke, 30 km a nordovest di Capo Bon; uno alle 14.27, dal sergente Günter Seeger, 35 km a nordovest di Capo Bon). In realtà nessun aereo, né statunitense né tedesco, andò perduto in questo scontro.
Alle 14.24 le navi del convoglio avvistarono l’anziana torpediniera Enrico Cosenz (capitano di corvetta Emanuele Campagnoli), distaccata alle 11.25 di quel mattino dal caposcorta del convoglio «RR» (motonavi Belluno e Pierre Claude, in navigazione da Napoli a Tunisi con la scorta delle torpediniere Fortunale, Antares e Sagittario e di due cacciasommergibili tedeschi), che precedeva il «GG» di una quarantina di miglia, con il compito di rafforzare ulteriormente la scorta di quest’ultimo. Raggiunto il convoglio, la Cosenz funse inoltre da unità pilota sulla rotta di Zembretta; alle 15.57 le navi si trovavano già in linea di fila per imboccare la rotta obbligata di Zembretta, quando vennero attaccate da un totale di 31 tra bombardieri ed aerosiluranti angloamericani. Ciò secondo le stime italiane; da parte statunitense risulta che questo attacco fu portato da una formazione di quindici bombardieri B-25 Mitchell del 321st Bomb Group, al loro terzo ed ultimo “rastrello antinave” della giornata, scortati da venticinque caccia P-38 del 95th Squadron dell’82nd Fighter Group. Gli aerei erano decollati alle 13.45 (12.45 per le fonti statunitensi); uno dei B-25 e tre dei P-38 erano però dovuti rientrare alla base poco dopo il decollo. Gli altri avevano avvistato un convoglio al largo di Zembra verso le 15.50 (14.50 per le fonti statunitensi), apprezzandone la composizione come quattro cacciatorpediniere, un trasporto, un pontone Siebel e quattro chiatte, e poco lontano una nave scorta e quattro grossi mercantili, uno dei quali a rimorchio. In realtà, le navi avvistate erano quelle del convoglio «GG».
La scorta aerea italo-tedesca reagì prontamente: un singolo bombardiere Junkers Ju 88 del II./Kampfgeschwader 76 riuscì ad attirare su di sé l’attenzione di diverse squadriglie di P-38, portandoli lontano dai bombardieri; i piloti dell’82nd Fighter Group si ritrovarono sotto attacco da parte di un totale di dieci Messerschmitt Bf 109, uno Ju 88 ed alcuni caccia italiani (numero e tipo non specificato). Gli aerei dell’Asse scompaginarono la formazione dei bombardieri, costringendo molti di essi a scaricare le loro bombe in mare ed a ritirarsi senza attaccare; i restanti B-25 attaccarono in due gruppi, dei quali uno effettuò il suo attacco da appena 30 metri di quota, secondo la tattica dello “skip bombing” (nel quale le bombe venivano sganciate dal bombardiere a bassissima quota ed a ridotta distanza dalla nave attaccata, in modo tale da rimbalzare sulla superficie dell’acqua, come un sasso tirato a “rimbalzello”, e colpissero la nave), mentre l’altro sganciò le bombe da alta quota, circa 2440 metri.

Secondo il rapporto del caposcorta Camicia, i velivoli avversari attaccarono il convoglio in tre ondate, in rapida successione: la prima era composta da otto bombardieri Mitchell (di nuovo erroneamente identificati, da parte italiana, come degli Hudson), scortati da caccia “Lightning”, che sganciarono parecchie bombe da circa 2500 metri di quota, senza colpire nulla; la seconda era formata da otto bombardieri e quattro aerosiluranti, che attaccarono dalla direzione del sole (ovest, cioè dal lato di dritta del convoglio) e sganciarono svariate bombe e qualche siluro, di nuovo senza colpire nulla. Fu la terza ed ultima ondata, che seguì la seconda a brevissimo intervallo, a fare il danno: sei bombardieri e cinque aerosiluranti attaccarono il convoglio da entrambi i lati. Secondo il rapporto del caposcorta Camicia, il tiro contraereo delle navi riuscì ad abbattere due dei velivoli attaccanti (secondo quanto riferito allo Stato Maggiore della Kriegsmarine dagli ufficiali tedeschi di collegamento presso Supermarina, invece, le navi dell’Asse avrebbero rivendicato il probabile abbattimento di ben sei aerei, uno da un cacciasommergibili tedesco e gli altri cinque dalle unità italiane), mentre un terzo, un quadrimotore, fu abbattuto dai caccia della Luftwaffe di scorta aerea, che però subirono a loro volta la perdita di due dei loro aerei nei duelli combattuti sul cielo del convoglio.
Durante la battaglia aerea combattuta sul cielo del convoglio, i piloti dei P-38 statunitensi rivendicarono l’abbattimento di uno Ju 88 e di un Messerschmitt Bf 109 (rispettivamente da parte dei sottotenenti Marion Moore e Ralph C. Embrey, entrambi una ventina di miglia a nord-nord-est di Cap Zembra), mentre i mitraglieri dei B-25 (tre del 445th Bomb Squadron ed uno del 448th) ritennero di aver certamente abbattuto tre Messerschmitt Bf 109 ed un Focke-Wulf Fw 90, di aver probabilmente abbattuto un altro Bf 109 e di averne danneggiati altri tre. In realtà, le perdite complessive da parte tedesca ammontarono all’abbattimento di un singolo Messerschmitt Bf 109 (il WNr 15039 del caporale Konstantin Benzien del 4./JG. 27, abbattuto da caccia nemici 20 km a nord di Zembra e rimasto ferito) e di uno o due Junkers Ju 88 del 4./Kampfgeschwader 76 (questi ultimi andarono perduti mentre erano impegnati in compiti di scorta convogli; uno fu abbattuto alle 15.50, quasi certamente nel corso dei combattimenti aerei attorno al convoglio «GG», mentre meno sicuro è il coinvolgimento dell’altro Ju 88). I caccia tedeschi del II./Jagdgeschwader 27 e del III./Zerstörergeschwader 1 rivendicarono l’abbattimento di due P-38 e due B-25 (più precisamente, un P-38 dal sottotenente Hans Lewes del 5./JG 27, alle 15.58; un altro dal sergente Bernard Schneider dello stesso reparto; un B-25 dal caporale Hans Reiter del 4./JG 27; un presunto Lockheed Ventura – altro bimotore simile al B-25 – dal tenente Walter Lardy del III./ZG 1; i primi tre alle 15.58 ed il quarto alle 16, tutti 20 km a nordest di Zembra). In effetti, le fonti statunitensi riconoscono la perdita di due P-38 (quelli dei sottotenenti Joseph R. Sheen jr. e Francis M. Molloy, entrambi rimasti uccisi), ad ovest di Zembra, e di due B-25 del 448th Bomb Group, dei quali uno (il 41-13205 del tenente Charles A. McKinney, rimasto ucciso con sei uomini del suo equipaggio) abbattuto alle 16.14 da caccia nemici, e l’altro (il 41-13209 “Trouble” del tenente Robert G. Hess, morto insieme a cinque uomini del suo equipaggio) abbattuto alle 15.55 dal tiro contraereo delle navi.
Nonostante le perdite inflitte agli attaccanti, questa volta un siluro – o così si ritenne da parte italiana – andò a segno, colpendo il Nuoro sul lato sinistro. Il piroscafo, carico di munizioni, s’incendiò e venne abbandonato dall’equipaggio, saltando in aria alle 16.34. La Cicogna fu distaccata per recuperarne i naufraghi (fece poi rotta per Trapani, dove giunse alle 2.15 del 1° aprile), mentre il resto del convoglio proseguiva verso Biserta.
È da notare che il libro "A History of the Mediterranean Air War, 1940-1945", Vol. III "Tunisia and the End in Africa, November 1942-May 1943", non fa alcuna menzione dell’impiego di aerosiluranti in questo attacco. Si può fare questa ipotesi: gli “aerosiluranti” di cui parlano i rapporti italiani, probabilmente, erano in realtà i bombardieri che attaccarono a bassa quota secondo la citata tattica dello “skip bombing”, ed i “siluri” erano in realtà le bombe da essi sganciate. Il metodo dello “skip bombing”, infatti, era stato introdotto nel Mediterraneo da poco tempo, e gli equipaggi italiani probabilmente non ne erano ancora a conoscenza; l’avvicinamento al bersaglio a bassa quota e lo sgancio dell’ordigno a ridotta distanza erano tipici degli attacchi di aerosiluranti, e per marinai abituati a veder piovere le bombe dall’alto, direttamente sulle loro navi, una bomba che arrivava “di rimbalzo” contro il fianco della nave poteva essere scambiata per un siluro, specialmente nella concitazione di un attacco, ed a maggior ragione quando lo “skip bombing” avveniva in contemporanea con il bombardamento “tradizionale” da parte degli altri B-25. (Una fonte secondaria afferma che il Nuoro sarebbe stato silurato da velivoli britannici della Fleet Air Arm, ma sembra probabile un errore).
I piloti statunitensi – che durante l’attacco notarono che i tre mercantili erano dotati di palloni aerostatici di sbarramento, per ostacolare gli aerei che avessero attaccato a bassa quota – furono estremamente ottimistici nel valutare gli effetti dei loro attacchi: i piloti dei bombardieri che avevano attaccato con lo “skip bombing” ritennero di aver messo tre bombe a segno su un mercantile, che era stato visto appruato dopo l’attacco; i piloti dei B-25 che avevano sganciato le loro bombe da 2400 metri ritennero di aver affondato un mercantile ed incendiato altri tre, cioè uno in più del totale dei piroscafi effettivamente presenti. In realtà, l’unica nave colpita fu il Nuoro, che rimase probabilmente vittima dello “skip bombing”.

Calò il buio; dopo le quattro del pomeriggio non si manifestarono altri attacchi aerei, ma all’una di notte del 1° aprile (all’1.45, secondo il diario del reparto operazioni dello Stato Maggiore della Kriegsmarine), quando ormai il convoglio era giunto a sole dieci miglia da Biserta, due motosiluranti britanniche – la MTB 266 e la MTB 315 – attaccarono la formazione dal lato di dritta.
Le piccole unità nemiche facevano parte delle 10a e 15a Flottiglie Motosiluranti britanniche (10th e 15th MTB Flotilla), interamente composta da motosiluranti ELCO di origine americana, cedute dalla Marina statunitense a quella britannica nell’ambito del programma lend-lease: la 10th MTB Flotilla era formata da motosiluranti del tipo ELCO da 70 piedi, la 15th MTB Flotilla da unità del tipo ELCO da 77 piedi. La MTB 266 era la ex PT 17 statunitense (trasferita alla Royal Navy nell’aprile 1941), del tipo ELCO da 70 piedi; la MTB 315 era una motosilurante del tipo ELCO da 77 piedi, leggermente più grande, costruita negli Stati Uniti direttamente per la Royal Navy.
In origine le motosiluranti partite da Bona (Algeria) alle sei di sera del 31 marzo, con il compito di intercettare un convoglio italiano che era stato loro segnalato (probabilmente sulla scorta delle informazioni di “ULTRA”), erano state quattro: oltre alle MTB 266 e 315 c’erano anche la MTB 265, gemella della MTB 266, e la MTB 316, gemella della MTB 315 (una fonte afferma che avrebbe partecipato al successivo attacco anche la MTB 311, ma si tratta probabilmente di un errore). Sulla MTB 316 imbarcava il capo formazione, tenente di vascello Denis Jermain. Alle 21.50, tuttavia, al largo di Capo Serrat, la MTB 265 aveva perso un uomo, caduto in mare, ed era stata distaccata per cercarlo, dopo di che aveva ricevuto ordine di non ricongiungersi con la formazione. Un’ora più tardi era stata la MTB 316 a dover abbandonare la formazione, a causa di problemi ai motori; essendo il mare troppo mosso per consentire il trasbordo del tenente di vascello Jermain su una delle due rimanenti unità, aveva assunto il comando della dimezzata formazione il tenente di vascello Richard Routledge Smith, comandante della MTB 266. Alle 00.10 del 1° aprile la MTB 266 e la MTB 315 avevano raggiunto il punto prestabilito per l’agguato, un miglio a nord di Capo Zebib (e tre miglia a sud/sudovest dell’Isola dei Cani); fermati i motori, si erano messe ad attendere l’arrivo del convoglio, ferme e acquattate nel buio.
Alle 00.50 gli equipaggi britannici avvistarono delle navi in avvicinamento da est; entrambe le motosiluranti misero subito in moto i loro motori ed iniziarono a lento moto l’avvicinamento al convoglio, del quale apprezzarono la composizione come tre navi mercantili scortate da due cacciatorpediniere e diverse motosiluranti (“E-Boats”). Cogliendo di sorpresa il convoglio, le due MTB silurarono sia il Crema che il Benevento e subito dopo si dileguarono a tutta forza nell’oscurità, con il mare in poppa, nonostante una rapida e confusa mischia – nella quale la MTB 315 subì leggeri danni ed un ferito lieve tra l’equipaggio – con la Cassiopea e l’UJ 2203 (quest’ultimo ritenne infatti di aver “almeno danneggiato” una delle motosiluranti), che proteggevano i due mercantili sul lato di dritta.
La MTB 266, in particolare, lanciò entrambi i suoi siluri al secondo mercantile della formazione – il Crema – ed osservò l’esplosione di una delle armi tra la plancia ed il fumaiolo del bersaglio, che ritenne essere poi affondato, mentre ripiegava per allontanarsi. La motosilurante avvistò poi un “cacciatorpediniere” (evidentemente una delle torpediniere classe Spica) e tentò di attaccarlo con le sue bombe di profondità, ma fu respinta dalla sua violenta reazione. Intanto, la MTB 315 aveva silurato il Benevento.
Mentre quest’ultimo, un’unità di oltre 5000 tsl, resse inizialmente il danno e riuscì a trascinarsi fino alla vicina costa, andandosi ad incagliare presso Capo Zebib (il che permise di recuperare il carico ma non la nave, che venne considerata perduta), il ben più piccolo Crema, colpito da entrambi i siluri della MTB 266, affondò in meno di due minuti in un punto variamente indicato come 37°40’ N e 10°06’ E (forse troppo a nord rispetto al vero), 18 miglia ad est di Biserta, cinque miglia a nord di Capo Farina od a tre miglia per 210° dall’Isola dei Cani.
Il comandante della MTB 266, tenente di vascello Richard Routledge Smith, descrisse così, in seguito, lo svolgimento dell’attacco: “Misi in moto i motori ed iniziai ad avvicinarmi al nemico a bassa velocità per un attacco silenzioso. La notte era molto buia, e la visibilità era ulteriormente ridotta da una leggera foschia e dagli spruzzi causati dal mare mosso. Inizialmente risultò molto difficile distinguere tra le navi mercantili e le loro unità di scorta. Infine identificai due cacciatorpediniere e diverse E-Boat che setacciavano il mare poco a proravia di tre navi mercantili; ridussi la velocità per permettere a questo schermo di passarmi davanti. La velocità venne poi aumentata per compiere un attacco con i siluri contro la seconda nave del convoglio”. Cioè il Crema; “alle 00.05 [cioè l’1.05 per l’orario italiano] due siluri vennero lanciati contro questa nave. Una delle navi scorta ed una nave mercantile aprirono poi il fuoco ed io ripiegai e, procedendo ad alta velocità, passai a proravia della terza nave mercantile, che la MTB 315 stava attaccando. Osservai uno dei miei siluri colpire tra la plancia ed il fumaiolo della nave mercantile [il Crema] ed è probabile che anche il secondo [siluro] abbia colpito, dato che la nave affondò molto rapidamente; [visto che] la [MTB] 315 passò in mezzo ai naufraghi circa due minuti dopo. La MTB 315 osservò il primo siluro colpire il lato sinistro della [nave] nemica [che era il Benevento], immediatamente a proravia dell’albero di trinchetto; poi passò sotto la poppa del nemico e lanciò dal traverso a dritta del nemico. Ne risultò un’ulteriore esplosione, e quando l’acqua si fu calmata la nave era completamente scomparsa [in realtà, come detto, il Benevento non affondò subito: evidentemente la MTB 315 lo perse di vista dopo l’esplosione e ritenne erroneamente che fosse affondato]. Io cercai di avvicinarmi al cacciatorpediniere [che si trovava] a poppavia dritta del convoglio per attaccarlo con le bombe di profondità, ma il cacciatorpediniere aprì il fuoco mentre mi trovavo ancora ad una certa distanza ed a questo punto ripiegai e passai attraverso lo schermo poppiero senza subire alcun danno. La MTB 315 si disimpegnò [passando] a proravia di questo cacciatorpediniere a poppavia dritta e, procedendo verso nord, si ritrovò sotto il tiro accurato di cacciatorpediniere ed E-Boat. La 315 subì danni superficiali ed un ferito lieve. Le motosiluranti si riunirono in un punto al largo dell’Isola dei Cani, e venne fatta rotta per Bona”.
Completato l’attacco, la MTB 266 e la MTB 315 fecero rotta per Bona. La burrasca in peggioramento le costrinse a ridurre la velocità dapprima a 13 nodi e poi, dopo un’ora, a otto nodi; la MTB 266 imbarcava parecchia acqua nel locale motori e nel compartimento poppiero, costringendo l’equipaggio a sgottare ininterrottamente per tenere il livello degli allagamenti sotto controllo, e le sue estremità prodiera e poppiera si “piegavano” in modo preoccupante (di 12-15 centimetri) quando era sulla cresta di un’onda (Routledge Smith ritenne che ciò fosse dovuto alla rottura della chiglia della motosilurante, con conseguente apertura del fasciame del fondo e del lato dello scafo), ma entrambe le piccole unità raggiunsero Tabarka (Tunisia) a mezzogiorno.
Il fatto che le motosiluranti fossero riuscite ad attaccare nonostante il mare forza 4-5 portò i Comandi italo-tedeschi a ritenere che dovesse trattarsi di motosiluranti di grosse dimensioni.

Dei 70 uomini imbarcati sul Crema, soltanto 26 poterono essere salvati dalle unità della scorta: 14 membri dell’equipaggio civile, 9 militari italiani e tre militari tedeschi, che furono tutti sbarcati a Trapani. Sulla sorte degli altri 44 uomini del Crema, il 3 aprile 1943 un telegramma della Capitaneria di Porto di Trapani a quella di Genova riportava solamente: «Ignorasi sorte rimanenti persone imbarcate».
Un marinaio superstite raccontò alla moglie del secondo ufficiale del Crema Lorenzo Gianetto, suo compaesano e deceduto nell’affondamento, che a salvarsi erano stati coloro che erano scesi in mare da un lato della nave (lui compreso); quelli che avevano tentato di scendere in mare dal lato opposto, erano stati mitragliati. Anche quel marinaio, trasferito su un altro mercantile, trovò la morte pochissimo tempo dopo, quando anche la sua “nuova” nave venne affondata durante un’altra navigazione in convoglio. (Lorenzo Gianetto, prima di imbarcarsi sul Crema come secondo ufficiale di coperta, era stato un piccolo armatore, proprietario e comandante di una goletta affondata in guerra. Aveva combattuto in fanteria nella prima guerra mondiale, venendo decorato; all’età di sessantun anni, con due figli di quattro anni e dieci mesi, doveva ancora navigare per necessità).

Le vittime tra l’equipaggio civile del Crema:
(nomi tratti dall’Albo d’Oro della Marina Mercantile, si ringrazia Carlo Di Nitto)

Antonio Accardo, fuochista, da Torre del Greco
Francesco Ascione, cameriere, da Torre del Greco
Guglielmo Cacace, carbonaio, da Meta di Sorrento
Angelo D’Angelo, marinaio, da Pozzallo
Donato Del Gatto, carbonaio, da Torre del Greco
Vincenzo Ferraiolo, ingrassatore
Mario Fevola, garzone, da Genova
Raffaele Gargiulo, ufficiale di coperta, da Positano
Lorenzo Gianetto, secondo ufficiale, da Voltri
Antonio Montaldo, fuochista, da Rivarolo (Genova)
Ferdinando Natali, cuoco, da Santa Margherita Ligure
Beniamino Schiazzano, fuochista, da Bacoli
Camillo Totano, fuochista, da Napoli


Per altri quattro giorni, dopo la distruzione del convoglio «GG», “ULTRA” continuò ad intercettare e decifrare altre comunicazioni italiane dalle quali i britannici poterono ricostruire l’accaduto; il 3 aprile i decrittatori britannici poterono compilare un dispaccio nel quale, sulla scorta delle decrittazioni dei giorni precedenti, riassumevano la sorte del convoglio («Il Nuoro è stato affondato da attacchi aerei a circa 25 miglia a nord-nord-est di Zembretta alle 17.00 del 31. Il Crema è stato colato a picco da motosiluranti britanniche a 9 miglia a sudest dell’Isola di Cani alle 23.59 del 31. Il Benevento è stato silurato nello stesso attacco ed è stato portato ad incagliare a Capo Zebib a 8 miglia a est di Biserta»).
Per il successo conseguito contro il convoglio «GG», il tenente di vascello Richard Routledge Smith (soprannominato “Stinker”) sarebbe stato decorato con la Distinguished Service Cross; anche il resto dell’equipaggio della MTB 266 sarebbe stato decorato, con la Distinguisherd Service Medal per il sottocapo (Leading Seaman) nocchiere John Wilson ed il sottufficiale Robert Leonard Capindale (“For an attack by M.T.B.s 266 and 315 on a heavily escorted enemy convoy off Cape Zebib; as a result of the attack two of the three enemy ships in the convoy were sunk. Motor Mechanic Capindale, by displaying coolness in an emergency and by getting the centre engine started quickly, contributed largely to the safe withdrawal of M.T.B. 266 from the scene of action. He has always been untiring in his work of keeping his engines in running order and it is due to his work that no engine failures have occurred at sea”), e la “menzione nei dispacci” per il sottotenente di vascello John Norman Broad (comandante in seconda della MTB 266) ed il marinaio John Hyslop. Per tutti la motivazione era 'For bravery in skilful and determined attacks on enemy shipping in the Mediterranean made from light coastal craft and from the air' ("per il coraggio [mostrato] in abili e determinati attacchi contro naviglio nemico nel Mediterraneo, condotti da unità veloci costiere e dall’aria").


Il racconto dell’azione che portò all’affondamento del Crema nelle parole del tenente di vascello Richard Routledge Smith, comandante della MTB 266:

I started engines and commenced to close the enemy at slow speed for a silent attack. The night was very dark, and visibility was further reduced by a slight haze and the spray caused by heavy seas. It was extremely difficult to distinguish at first between merchant ships and their escort. I finally identified two destroyers and a number of E-Boats [in fact Italian torpedo boats] sweeping close ahead of three merchant ships; I reduced speed to allow this screen to pass ahead of me. Speed was then increased to carry out a torpedo attack on the second ship in the convoy.
At 0005 two torpedoes were fired at this ship. One of the escort and one merchant ship then opened fire and I turned away and, proceeding at high speed, ran across the bows of the third merchant ship which M.T.B. 315 was attacking. I observed one of my torpedoes explode between the bridge and the funnel of the merchant ship and it is probable that the second was also a hit, as the ship sank very quickly; 315 running through the survivors about two minutes later.
M.T.B. 315 observed the first torpedo hit the enemy's port side, just abaft the foremast; he then crossed under the enemy's stern and fired from the enemy's starboard beam. A further explosion resulted and when this subsided the ship had completely disappeared. I attempted to close the destroyer on the starboard quarter of the convoy to attack her with depth charges, but the destroyer opened fire whilst I was still some distance away and I then turned away and passed between the after screen without sustaining any damage.
M.T.B. 315 disengaged ahead of this destroyer on the starboard quarter and, steering due North came under accurate fire from the destroyers and E-Boats. 315 sustained superficial damage and one slight casualty. The boats reformed in position off Cani Rocks and course was set for Bone. The sea had now increased considerably and the boats were only able to make 13 knots: after one hours' steaming speed had to be reduced to 8 knots. It was found that M.T.B. 266 was making water fast in the Engine Room and after compartment, and constant bailing was requied to keep the water under control. The leaks were apparently due to the boat's back breaking and the side and bottom planking opening out. When daylight came the whole of the after deck could be seen to sag about five or six inches every time the boat crossed a swell
(…)”.
 
Telegramma della Capitaneria di Porto di Trapani alla Capitaneria di Porto di Genova relativo alla sorte dell’equipaggio del Crema (Ufficio Storico della Marina Militare)

venerdì 8 febbraio 2019

Anfitrite

L’Anfitrite alla banchina allestimento dei CRDA di Monfalcone nel gennaio 1934, poco prima della consegna (da it.wikipedia.org)

Sommergibile di piccola crociera della classe Sirena (dislocamento di 678 tonnellate in superficie, 842 tonnellate in immersione).
Durante la seconda guerra mondiale fu impiegato in missioni di pattugliamento ed agguato offensivo, inizialmente nel Canale d’Otranto e successivamente nel Mediterraneo orientale (soprattutto a sud di Creta, nelle acque comprese tra l’isolotto cretese di Gaudo e Derna, in Cirenaica, per insidiare le linee di rifornimento britanniche tra la Grecia e l’Egitto), effettuando complessivamente 7 missioni di guerra (5 missioni offensive/esplorative e 2 di trasferimento), percorrendo in tutto 4386 miglia in superficie e 970 in immersione, e trascorrendo 48 giorni in mare.

Breve e parziale cronologia.

11 luglio 1931
Impostazione presso i Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 258).


Anfitrite, Sirena, Medusa, Naiade, Nereide, Galatea ed Ondina in vari stadi di costruzione ai CRDA di Monfalcone, nel 1931 (da www.cad3d.it)

5 agosto 1933
Varo presso i Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone. Subito dopo il varo, l’Anfitrite viene posto a disposizione del Comando Marina di Pola per l’allestimento ed il collaudo, che vengono completati presso i CRDA.



L’Anfitrite pronto al varo (sopra, da www.grupsom.com, e sotto, Coll. Maurizio Brescia via www.associazione-venus.it)


Il varo (da “Gli squali dell’Adriatico. Monfalcone e i suoi sommergibili nella storia navale italiana” di Alessandro Turrini, Vittorelli Edizioni, 1999, via www.betasom.it)

22 marzo 1934
Entrata in servizio. Posto alle dipendenze dell’Ispettorato Sommergibili, viene assegnato alla X Squadriglia Sommergibili, con base a Brindisi ed alle dipendenze del Comando Divisione Sommergibili, che forma insieme ai gemelli SirenaNaiade, NereideOndinaGalatea; squadriglia chiamata, per via dei nomi dei battelli che la compongono, delle "deità marine".
1934-1937
Compie diverse crociere addestrative nei mari italiani. Secondo una fonte non verificabile, in questo periodo l’Anfitrite sarebbe anche stato dislocato a Lero e poi, durante la guerra d’Etiopia (1935-1936), a Massaua, in Eritrea.
Luglio 1937
L’Anfitrite riceve la bandiera di combattimento, insieme ai similari Ondina e Serpente, nell’ambito degli eventi della “Settimana del Mare”, organizzati dalla sezione di Taranto della Lega Navale. Le bandiere sono offerte dalle «donne fasciste» della sezione di Taranto della Lega Navale.
17 agosto 1937
L’Anfitrite (tenente di vascello Giovanni Bruno), inquadrato nel IV Grupsom di Taranto, salpa da Messina per compiere una missione clandestina nel Canale di Sicilia (un pattugliamento a nord di Capo Bon) durante la guerra civile spagnola, in appoggio alle forze nazionaliste di Francisco Franco.
29 agosto 1937
Rientra a Messina senza aver avvistato naviglio sospetto.
1938
Dislocato a Brindisi, inquadrato nella XLII Squadriglia Sommergibili insieme a SirenaNaiadeNereideOndina e Galatea.
1939
Trasferito a Tobruk, in Libia.
1939
Il comandante dell’Anfitrite, tenente di vascello Goliardo Zanfranceschi, si ritrova indagato per spionaggio a favore del servizio segreto francese, a seguito di complicate vicende spionistiche tra Francia e Italia. In realtà, Zanfranceschi si era prestato – volontariamente, per alcuni mesi, nel 1933 – a fingere di collaborare con il servizio segreto francese come agente doppiogiochista, ma lavorava per il servizio segreto della Marina italiana. Richiamato in “servizio” dal servizio segreto italiano nel 1939, è stato nuovamente “infiltrato” in una autentica rete di spie al servizio della Francia, contribuendo col suo lavoro all’arresto di decine di spie ed informatori due dei quali, il disertore dell’Esercito Aurelio Cocuzza ed il furiere della Marina Francesco Ghezzi, verranno successivamente condannati a morte e fucilati per tradimento, avendo consegnato informazioni militarmente sensibili alla Francia. (Secondo un libro di Giuseppina Mellace, Zanfranceschi, che “doveva restituire una cospicua cifra di denaro al servizio segreto francese, intascata per dei servigi poi non effettuati”, sarebbe stato nel medesimo periodo “agganciato” dalla spia austriaca Margit Gross, poco dopo arrestata). La difesa degli imputati (evidentemente ignorando il suo reale ruolo nella vicenda), durante il processo, cercherà di implicare proprio Zanfranceschi come loro complice; soltanto il 23 dicembre 1942 questi, chiarita la sua complicata posizione, verrà prosciolto. Per evitare altri problemi del genere, il capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Cavagnari, deciderà che per il futuro il ruolo del giovane ufficiale svogliato e disposto al tradimento, recitato da Zanfranceschi per carpire la fiducia del servizio segreto francese, dovrà essere svolto da personale esterno alla Marina (ad esempio, carabinieri).
10 giugno 1940
All’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, l’Anfitrite (tenente di vascello Bruno Ghersina) è l’unica unità della XLIV Squadriglia Sommergibili (appartenente al IV Gruppo Sommergibili), ed ha base a Taranto (per altra fonte, è invece distaccato presso la Flottiglia Sommergibili di Brindisi; per altra ancora, al momento della dichiarazione di guerra si trovava a Tobruk).


L’Anfitrite in navigazione (da “The Roya Navy and the Mediterranean, Vol. II: November 1940-December 1941”)

10-18 giugno 1940
Prima missione di guerra, un pattugliamento nel Canale d’Otranto, senza eventi di rilievo (per una fonte, l’Anfitrite sarebbe stato inviato al largo della costa greco-albanese, insieme ai sommergibili Balilla, Sciesa ed Uarsciek, già qualche ora prima dell’entrata in guerra). Al momento dell’ingresso in guerra, il 10 giugno, l’Anfitrite si trova già in mare per un’esercitazione: è il comandante Ghersina a dare agli uomini l’annuncio dell’entrata in guerra.
Al termine della missione raggiunge Lero, dove viene stabilmente dislocato presso la base sommergibili di San Giorgio.
15 giugno 1940
All’1.20 il sommergibile britannico Rorqual (capitano di corvetta Ronald Hugh Dewhurst) avvista l’Anfitrite che naviga in superficie su rotta 340°, nel Canale d’Otranto (forse in posizione 40°40’ N e 18°50’ E); portatosi in posizione di attacco, all’1.24, non essendo certo dell’identità dell’altro sommergibile, il Rorqual effettua il segnale di riconoscimento. Non avendo ottenuto risposta, il battello britannico lancia tre siluri contro l’Anfitrite; nessuno di essi va a segno (da parte italiana l’attacco, con differenza di un’ora a causa del fuso orario, è registrato come avvenuto alle 00.25).
Giugno 1940/Estate 1940
L’Anfitrite, trovandosi in porto sotto attacco aereo, contribuisce con le proprie armi alla difesa contraerea della base di Lero, contribuendo all’abbattimento di alcuni degli aerei attaccanti.
Fine giugno 1940
L’Anfitrite prende il mare per la seconda missione di guerra: insieme a Salpa, Ondina e Uebi Scebeli, dovrà andare a formare uno sbarramento di sommergibili tra Creta  la Cirenaica. Lo sbarramento, che dovrebbe formarsi a partire dal 30 giugno, è stato disposto dall’ Ordine Generale di Operazione n. 10 di Supermarina, che stabilisce che i sommergibili debbano posizionarsi a trenta miglia l’uno dall’altro – in modo che lo sbarramento abbia un’ampiezza complessiva di un centinaio di miglia – lungo la linea congiungente un punto prestabilito 15 miglia a sudovest di Gaudo ed un altro 40 miglia a nordest di Derna. Lo sbarramento, tuttavia, non riuscirà ad entrare in funzione, perché le forze antisommergibili britanniche (la Forza C con i cacciatorpediniere Dainty, Defender, Ilex, Decoy e Voyager, oltre a diversi idrovolanti antisom), incaricate di “rastrellare” le rotte dei convogli britannici in mare nell’ambito dell’operazione "M.A. 3" (che prevede l’invio di una serie di convogli tra Alessandria d’Egitto, Malta e i Dardanelli) per eliminare eventuali minacce subacquee, ispezioneranno a fondo la zona in cui si deve formare lo sbarramento – la cui esistenza sospettavano –, affondando l’Uebi Scebeli, danneggiando Salpa e Anfitrite ed attaccando anche l’Ondina. L’Uebi Scebeli, tra l’altro, prima di affondare viene abbordato da un drappello britannico che riesce ad impadronirsi di alcuni documenti segreti, dai quali scopre le posizioni assegnate agli altri sommergibili dello sbarramento: nel diario del Comando della Mediterranean Fleet, infatti, alla data del 29 giugno 1940 viene annotato "Have secret orders for Italian submarines which order them to be in the following positions tomorrow 30 June: ONDINA 34°16N, 23°24’E – ANFITRIDE 34°46’N, 23°40’E. (…), returning to Augusta 10 July (…) Am sweeping toward Northern position. (…) on receipt of the signal VOYAGER was ordered to Alexandria and STUART and HOSTILE to sea to join the hunt for ANFITRIDE and ONDINA". L’Anfitrite, tuttavia, non arriverà nemmeno nel punto indicato, perché danneggiato da un attacco aereo già durante la navigazione di trasferimento.
28 giugno 1940
Alle 11.36 l’Anfitrite, in navigazione in superficie verso l’area di agguato assegnata (situata nelle acque tra Gaudo e Derna) nell’ambito del costituendo sbarramento di sommergibili da formare a sud di Creta, viene attaccato in posizione 37°31’ N e 19°55’ E da un idrovolante britannico Short Sunderland, il velivolo L 5806 (aereo "Q") del 228th Squadron del Coastal Command della Royal Air Force, pilotato dal tenente colonnello Gilbert Edward Nicholetts (comandante del 228th Squadron). L’idrovolante lancia tre bombe, che mancano il sommergibile, che non riporta danni e prosegue nelle navigazione.
Poche ore dopo, alle 14.05 (secondo alcune fonti, mentre naviga in superficie; secondo un’altra, mentre si trova a quota periscopica), l’Anfitrite viene attaccato di nuovo al largo di Bengasi (o Tobruk), nel punto 37°29’ N e 19°51’ E (o 37°18’ N e 19°54’ E), da un altro Sunderland, l’L 5804 "S" del 230th Squadron (capitano William Weir Campbell, canadese, autore in quei giorni dell’affondamento di ben due sommergibili italiani nel giro di quarantott’ore: Argonauta e Rubino), decollato da Malta per un volo di pattugliamento (altra fonte parla erroneamente del Sunderland L 5803, l’aereo "T" del 230th Squadron; in realtà in quel momento tale idrovolante era in volo da Alessandria a Malta, e non effettuò alcun attacco il 28 giugno). L’aereo sorvola il sommergibile a bassa quota e sgancia due bombe di profondità da 250 libbre (113 kg) che mancano il bersaglio, ma cadono tanto vicine allo scafo da provocare con le sole concussioni danni piuttosto seri agli impianti vitali del sommergibile, che viene così costretto al rientro, interrompendo la missione. Si tratta dei primi attacchi da parte di un idrovolante Short Sunderland ai danni di un sommergibile italiano.
In seguito al danneggiamento dell’Anfitrite, all’affondamento da parte di cacciatorpediniere britannici di un secondo sommergibile, l’Uebi Scebeli, ed alla caccia subita da un terzo, l’Ondina, che non riuscirà così a portarsi nella posizione assegnata, dei quattro battelli che dovevano formare il previsto sbarramento tra Creta e la Cirenaica soltanto uno, il Salpa, riuscirà a raggiungere la posizione prevista.
L’episodio del bombardamento è così ricordato da un marinaio imbarcato sull’Anfitrite, Carlo Zuccon: “Era verso mezzogiorno, queste cose non si dimenticano, mi trovavo a poppavia e stavamo pranzando in coperta, le bombe caddero nelle immmediate vicinanze del sommergibile e danneggiarono i due periscopi e un asse del motore. Ci disimpegnammo ricorrendo all'immersione rapida, c'erano piatti e gamelle che volavano da tutte le parti. Scendemmo fino a 80 m, caddero un altro paio di bombe, poi gli aerei se ne andarono. Visti i danni rientrammo subito a Brindisi, dove il smg fu mandato ai lavori, mentre a noi fu data una licenza di 10 giorni”. Sempre secondo il ricordo di Zuccon, durante la medesima missione si sarebbe verificato un incontro con un sommergibile non identificato: “Nel corso della seconda missione,una notte udimmo un rumore come di motori e lamiere, al che il comandante in seconda Napoli, disse: "Signor comandante attacchiamo?" Ma Ghersina era restio ad attaccare perchè non riconosceva la sagoma e rispose: "E se è uno dei nostri, cosa facciamo?" Il secondo insistette: "O nostro o nemico non dovrebbe essere in questa nostra zona di agguato". Nel dubbio non attaccammo; venimmo poi a sapere che era veramente un battello nemico”.
27 luglio-5 agosto 1940
Missione offensiva a sudovest di Capo Krio (Creta).


L’Anfitrite in bacino per lavori, nella tarda estate del 1940 (g.c. Carlo Di Nitto)

17-21 ottobre 1940
Pattugliamento tra Creta e Ras Uleima, Egitto (per altra fonte la missione sarebbe stata svolta a sud di Creta, od al largo di Ras Uleima), al termine della quale raggiunge Taranto.
Nella stessa zona (a sud di Creta, tra quell’isola ed Alessandria d’Egitto) e periodo sono dispiegati anche i sommergibili Topazio, Ascianghi, Tito Speri, Fratelli Bandiera e Santorre Santarosa, coi quali l’Anfitrite forma uno sbarramento.
10 novembre 1940
Entra in bacino nell’Arsenale a Taranto per un turno di lavori di manutenzione, che dureranno due mesi e venti giorni.
1° febbraio 1941
Conclusione dei lavori di manutenzione.
20 febbraio 1941
Ritorna a Lero.

(da “I sommergibili di Monfalcone” di Alessandro Turrini, supplemento alla “Rivista Marittima” n. 11 del novembre 1998, via www.betasom.it)

L’affondamento

Il 4 marzo 1941 l’Anfitrite, sempre al comando del tenente di vascello Bruno Ghersina, salpò da Lero per una nuova missione di guerra, un agguato nel Canale di Caso, tra l’isola omonima e Creta (secondo una fonte, l’Anfitrite avrebbe dovuto attaccare in quelle acque un importante convoglio britannico che si sapeva essere in navigazione da Alessandria d’Egitto alla Grecia). Il 5 marzo il sommergibile raggiunse la posizione assegnata per l’agguato, ed il mattino del 6 marzo, mentre si trovava immerso in quella posizione, l’Anfitrite venne sottoposto ad un improvviso attacco con bombe di profondità: era stato infatti localizzato dai cacciatorpediniere britannici di scorta al convoglio AS. 16 (altre fonti parlano, erroneamente, del convoglio GA. 8, carico di truppe e diretto in Grecia, o dell’AS. 17, che in realtà prese il mare soltanto l’8 marzo), in navigazione dal Pireo a Port Said ("AS" significava infatti "Athens-Suez Canal", da Atene al Canale di Suez).
Secondo il libro "Navi militari perdute" dell’USMM, l’attacco avvenne da parte di «navi che [l’Anfitrite] aveva già rilevato agli idrofoni», il che peraltro sembrerebbe contraddire la repentinità dell’attacco, pure riferita dal medesimo libro; la maggior parte delle altre fonti, compresa la relazione dell’ufficiale di rotta Marino Ridi, afferma invece che l’idrofono dell’Anfitrite si trovava in quel momento in avaria, e che di conseguenza il sommergibile non si accorse del sopraggiungere delle navi nemiche
Il convoglio AS. 16, formato da 19 mercantili (i britannici Destro, Vasco e Cyprian Prince, il norvegese Egerø ed i greci Ais Giorgis, Axios, Ardena, Chryssoroi, Condylis, Corinthia, Hellas, Iacovos, Nicolas G. Culucundis, Pancration, Petroil, Prodromos, Santorini, Spyros e Tanais) e scortato dall’incrociatore antiaerei Calcutta e dai cacciatorpediniere Havock e Greyhound (erano partiti dal Pireo, per fornire copertura al convoglio, anche gli incrociatori leggeri Ajax e Perth), era salpato dal Pireo il 4 marzo, diretto ad Alessandria d’Egitto (dove poi giunse il 7 marzo, proseguendo poi fino a Port Said, arrivandovi il giorno seguente), nell’ambito dell’Operazione "Lustre".
Quest’ultima era stata decisa dai comandi britannici pochi giorni prima: essa consisteva nell’invio in Grecia, con convogli partiti dall’Egitto, di rinforzi e rifornimenti britannici, per aiutare l’esercito ellenico impegnato contro quello italiano in Albania ed ora minacciato anche dall’imminente intervento tedesco sul confine bulgaro, come risultava dalle decrittazioni di “ULTRA”. "Lustre" era cominciata proprio il 4 marzo, con l’invio delle prime navi cariche di rinforzi da Alessandria al Pireo; il convoglio AS. 16, che navigava su rotta opposta, era composto da mercantili scarichi che si recavano in Egitto a caricare truppe e rifornimenti, che avrebbero poi trasportato in Grecia. Tra marzo ed aprile 1941, con il duplice invio, ogni tre giorni (da Alessandria al Pireo ed a Volo), di un convoglio di navi mercantili scortate cariche di materiali ed un convoglio veloce di navi da guerra adibite a trasporto truppe (in tutto 27 convogli, 15 dall’Egitto alla Grecia e 12 sulla rotta opposta), furono trasferiti dall’Egitto alla Grecia 58.364 o 60.364 uomini (la 1a Brigata Corazzata, la 2a Divisione Neozelandese e la 6a e 7a Divisione Australiana) e 8588 tra veicoli, mezzi corazzati e pezzi d’artiglieria, più i relativi equipaggiamenti e rifornimenti. Per la difesa contraerea dei convogli erano a disposizione gli incrociatori antiaerei Coventry, Calcutta e Carlisle, mentre contro eventuali attacchi con navi di superficie prendeva il mare una forza di copertura solitamente composta da una corazzata od un incrociatore, più un gruppo di cacciatorpediniere.
Da parte italiana, ben undici sommergibili erano stati inviati nelle acque attorno a Creta (nei canali ad est ed ovest dell’isola, nonché a sudest della stessa) per ostacolare, durante tutto il mese di marzo, il flusso dei convogli britannici: oltre all’Anfitrite, anche il Beilul, il Galatea, il Malachite, lo Smeraldo, l’Ambra, l’Ascianghi, il Dagabur, il Nereide, l’Ondina e l’Onice. L’impiego di questi sommergibili fu però infruttuoso (non fu affondato nessun mercantile, anche se il 31 marzo l’Ambra colse un isolato successo affondando l’incrociatore leggero Bonaventure), come pure lo furono i primi attacchi aerei lanciati dalla Regia Aeronautica, il 6 marzo (dopo che l’Anfitrite era già andato perduto), contro i convogli AS. 16 e AN. 17 a sud del Canale di Caso: l’unico effetto fu di costringere la scorta a consumare tra il 30 % ed il 50 % delle proprie munizioni per respingere gli attacchi, ma nessuna nave fu colpita.
L’Anfitrite fu uno dei pochi sommergibili che entrarono in contatto con un convoglio britannico; ma per esso l’esito dell’incontro fu nefasto.

Sottoposto a ripetuti lanci di cariche di profondità (ciò secondo una versione italiana, ma da parte britannica risulterebbe un unico lancio, evidentemente molto centrato ed efficace dati i risultati), specialmente da parte del cacciatorpediniere britannico Greyhound (capitano di fregata Walter Roger Marshall-A’Deane), l’Anfitrite si ritrovò presto ridotto a mal partito: le esplosioni causarono gravi danni, i timoni vennero messi fuori uso, le lamiere dello scafo resistente si sconnessero generando notevoli vie d’acqua e principi di allagamento; fu giocoforza emergere.
Secondo fonti britanniche ("The Royal Navy and the Mediterranean: Vol. II: November 1940-December 1941"), il cacciatorpediniere Greyhound, di scorta al convoglio AS. 16 (che in quel momento stava uscendo dal Canale di Caso), attaccò alle 7.13 del 6 marzo un contatto sonar con sei bombe di profondità; un minuto dopo il lancio delle bombe, il sommergibile emerse, e venne subito preso sotto il tiro dei cannoni del Greyhound.
Tra gli ufficiali dell’Anfitrite c’era anche il sottotenente di vascello Marino Ridi, di 26 anni, che ricopriva l’incarico di ufficiale di rotta. Nativo di Rio nell’Elba, Ridi si era diplomato all’Istituto Nautico e si era arruolato in Marina nel 1936, come allievo ufficiale di complemento; dopo imbarchi sugli incrociatori Zara ed Alberico Da Barbiano, poco prima dell’inizio della guerra aveva ottenuto il trasferimento sui sommergibili, con l’imbarco sull’Anfitrite. Il mattino del 6 marzo, come scrisse nella relazione redatta al rientro dalla prigionia, Ridi stava dormendo (avendo smontato di guardia alle quattro del mattino) quando, intorno alle sette, venne svegliato dalle esplosioni delle bombe di profondità. Precipitatosi in camera di manovra, si rese presto conto che erano in atto le manovre di emersione, e venne a sapere che gli scoppi delle cariche di profondità avevano generato delle vie d’acqua nel locale motori ausiliari. Il comandante Ghersina ordinò a Ridi di tenersi pronto con l’archivio segreto, cosa che fece; pochi secondi più tardi, l’Anfitrite emerse.
Non appena giunse in superficie, il sommergibile venne immediatamente fatto oggetto del tiro delle artiglierie dell’Havock e del Greyhound. Il portello della torretta era bloccato, pertanto l’equipaggio salì in coperta attraverso il portello di poppa; il sottotenente di vascello Ridi fu il secondo uomo ad uscire, subito dopo il marinaio che aveva aperto il portello, e non appena fu in coperta provvide a gettare in mare le due cassette regolamentari contenenti l’archivio segreto, che andarono subito a fondo. Intanto, anche il resto dell’equipaggio stava ordinatamente uscendo in coperta; verso proravia Ridi vide un convoglio formato da una dozzina di piroscafi e da due cacciatorpediniere (Greyhound ed Havock), che aprirono subito il fuoco sull’Anfitrite. La seconda salva sparata dal Greyhound colpì il sommergibile alla base della torretta, uccidendo cinque uomini e ferendone altrettanti (ciò secondo la relazione di Ridi; altre fonti affermano che questo colpo avrebbe ucciso tre uomini, ferendone altri), mentre altri uomini, secondo una fonte, constatavano che il cannone di coperta era stato reso inservibile dalle esplosioni delle bombe di profondità. Il sergente elettricista Francesco D’Amelio, leccese, 23 anni (si era arruolato volontario in Marina nel 1937), avrebbe in seguito ricordato che l’Anfitrite emerse fortemente appoppato, con la prua molto rialzata; i primi uomini che fuoriuscirono dal portello fecero per spostarsi verso prua, forse per via dell’appoppamento, e vennero subito falciati da una raffica di mitragliera da una delle unità britanniche, probabilmente nella presunzione che si stessero dirigendo verso prua (ov’era ubicato il cannone) per tentare una reazione. Uno di quegli uomini, colpito in pieno da una raffica mentre stava uscendo in coperta, gli cadde addosso “quasi tagliato a metà”.

Non rimase che l’autoaffondamento; su ordine del comandante, il direttore di macchina, tenente del Genio Navale Perrucca, scese sottocoperta ed eseguì le necessarie manovre. Le navi britanniche, resesi conto che il sommergibile non era più in condizione di reagire, non tardarono a cessare il fuoco e misero a mare una lancia per soccorrere i naufraghi dell’Anfitrite; quando l’imbarcazione giunse sottobordo al sommergibile agonizzante, vi furono trasbordati i feriti, dopo di che venne dato l’ordine generale di abbandonare il battello. Erano trascorsi appena otto minuti dall’inizio dell’attacco del Greyhound: la già citata fonte britannica commenta a riguardo che “si ritenne che questo [il tempo trascorso dall’inizio dell’azione all’abbandono del sommergibile] fosse un primato”.
Poco dopo, intorno alle otto del mattino di quel 6 marzo, l’Anfitrite s’inabissò venti miglia a sudest di Capo Sidero, nell’isola di Caso, in posizione 34°55’ N e 26°43’ E (25 miglia ad est di Creta; altre fonti indica 34°55’ N e 23°45’ E o 35°15’ N e 26°43’ E, ma deve trattarsi di un errore).

Sempre dal libro "The Royal Navy and the Mediterranean: Vol. II: November 1940-December 1941" sorge un altro interrogativo: secondo la versione britannica, dopo essere stato colpito dal tiro britannico il sommergibile si arrese e dal Greyhound venne messa a mare una baleniera con una squadra d’abbordaggio; “nonostante difficoltà nell’affiancarsi [al sommergibile] ed intralcio da parte degli italiani che lottavano per salire sulla baleniera, il tenente di vascello [Robert] Scott e due uomini raggiunsero la camera di controllo del sommergibile e s’impadronirono di alcuni libri. Mentre tornavano sul ponte di coperta, l’Anfitrite affondò, obbligandoli ad abbandonare i libri e nuotare; ma alcuni dei libri vennero ripescati più tardi”. Ciò contrasta con la dichiarazione del sottotenente di vascello Ridi di aver gettato in mare l’archivio segreto subito dopo l’emersione; giova però notare che il dettagliato libro “Il vero traditore” di Alberto Santoni, che descrive – sulla scorta di ricerche negli archivi britannici – i diversi casi in cui marinai britannici s’impossessarono di cifrari italiani su sommergibili catturati od abbordati mentre si autoaffondavano, non fa menzione della cattura di documenti sull’Anfitrite. Per cui si potrebbe ipotizzare che l’archivio segreto sia stato effettivamente gettato in mare da Ridi per impedirne la cattura, e che Scott ed i suoi uomini si siano impadroniti di altre pubblicazioni non giudicate importanti, e per questo non distrutte o affondate (né si è trovata menzione di un utilizzo, da parte britannica, di documenti o cifrari catturati sull’Anfitrite).
Il tenente di vascello Robert Scott sarebbe stato poi decorato con la Distinguished Service Cross per il suo ruolo nell’affondamento dell’AnfitriteFor courage and skill in a successful attack on an Italian Submarine»), mentre sarebbe stato insignito del Distinguished Service Order, per la medesima motivazione, il comandante Walter Roger Marshall-A'Deane; altri tre membri dell’equipaggio del Greyhound (il sottufficiale Leonard George Charles Rose, il fuochista Frederick William Simpson, il marinaio Frank Robinson) avrebbero ricevuto la Distinguished Service Medal. Scott, Rose e Marshall-A’Deane avrebbero perso la vita meno di due mesi dopo, nell’affondamento del Greyhound, bombardato dalla Luftwaffe nella battaglia di Creta.
Un telegramma-rapporto sulla situazione militare, inviato da Londra (presumibilmente, agli Stati Uniti) il 9 marzo 1941 ed oggi conservato presso la Franklin D. Roosevelt Presidential Library and Museum, Great Britain Diplomatic Files, annunciava sinteticamente la distruzione del sommergibile italiano: "His Majesty's Destroyer "Greyhound" sank Italian submarine "Anfitrite" forty miles south of Creta on March 6th and took thirty-nine prisoners".
La notizia dell’affondamento dell’Anfitrite sarebbe stata data, piuttosto succintamente, da alcuni giornali britannici il 10 marzo («The Admiralty announced today that the Italian submarine Anfitrite (590 tons) attempted to attack a British convoy in the Aegean last Thursday and was immediately sunk by the convoy's escort. The Anfitrite, which was completed in 1933, normally carries a complement of 41»).

Dell’equipaggio dell’Anfitrite, cinque uomini morirono nel breve combattimento, ed altri due, feriti gravemente, spirarono a bordo del Greyhound.

I loro nomi:

Cataldo Antonante, sottocapo cannoniere, da Brindisi, disperso
Giacomo Certo, marinaio motorista, da Messina, deceduto
Michele Martinelli, sottocapo motorista, da Capannori, disperso
Doris Matteucci, marinaio elettricista, da Carmignano, disperso
Salvatore Perrone, marinaio elettricista, da Maglie, disperso
Alfredo Sebastianutti, capo meccanico di terza classe, da Udine, disperso
Guido Speciale, marinaio fuochista, da Napoli, disperso



Sopra, una foto dell’equipaggio dell’Anfitrite, e sotto, le firme dei membri dell’equipaggio (Coll. Alfredo Sebastianutti, via www.grupsom.com)


Il comandante Ghersina e gli altri sopravvissuti furono tutti recuperati dal mare dal Greyhound; parte dei naufraghi, tra cui il sottotenente di vascello Ridi, vennero inizialmente raccolti nell’antiquadrato del comandante britannico. Il numero complessivo dei superstiti dell’Anfitrite è variamente indicato dalle diverse fonti in 39 o 43; il già citato "The Royal Navy and the Mediterranean: Vol. II: November 1940-December 1941" parla di 43 naufraghi tratti in salvo, due dei quali deceduti a bordo del Greyhound, il che significherebbe che i sopravvissuti furono 41, mentre il telegramma britannico del 9 marzo 1941, sopra menzionato, parla di 39 superstiti.
Una volta ultimato il recupero dei naufraghi, il Greyhound rimise in moto. Il sottotenente di vascello Ridi, rimasto solo con il comandante Ghersina, apprese da questi che gli idrofoni dell’Anfitrite non avevano sentito il convoglio nemico, e che le esplosioni delle bombe di profondità avevano causato delle vie d’acqua nella camera ausiliari, costringendo all’emersione.
I naufraghi dell’Anfitrite furono sbarcati dal Greyhound ad Alessandria; da qui vennero dopo breve tempo trasferiti in un campo di smistamento vicino al Cairo, dove alcuni giorni più tardi vennero interrogati da ufficiali della Royal Navy (risulterebbe che ancora nel giugno 1941 i naufraghi del sommergibile, del tutto od in parte, fossero prigionieri in Egitto). Il sottotenente di vascello Ridi ricordò poi che le domande riguardavano la base da cui era partito l’Anfitrite, la posizione in cui era avvenuta la cattura, il numero di sommergibili che avevano base a Lero, ed altre cose che non ricordava; rifiutò di rispondere alle domande di carattere tecnico.
Poi, le strade degli uomini dell’Anfitrite si divisero: alcuni, come il sergente elettricista Francesco D’Amelio e parecchi compagni, furono portati in prigionia in Inghilterra; altri, come il sottotenente di vascello Marino Ridi, in India; altri ancora, come il sergente motorista Edmondo Tardi, rimasero in Sudafrica. Parecchi poterono fare ritorno in Italia soltanto nel 1946, ad un anno dalla fine della guerra: sia Francesco D’Amelio che Edmondo Tardi, ad esempio, vennero rilasciati dalla prigionia solo nell’aprile 1946; Marino Ridi, ancora più tardi.
Francesco D’Amelio fu inizialmente internato per qualche mese nel campo di prigionia n. 8 di Zonderwater, vicino a Pretoria, in Sudafrica, da dove successivamente venne trasferito in Inghilterra, nel campo di prigionia n. 59 di Sawtry (Huntingdonshire, contea del Cambridgeshire), rimanendovi fino al 23 aprile 1946. Il campo 59 di Sawtry (noto anche come campo di Wood Walton Lane) ospitava alcune centinaia di prigionieri italiani, alloggiati in prefabbricati in cemento (alcuni dei quali, usati nel dopoguerra per ospitare famiglie senzatetto, esistono ancor oggi) e “baracche nissen” (edifici tondeggianti in lamiera ondulata); era dotato anche di un proprio ospedale e di una cappella. Agli italiani si aggiunsero, più avanti nel corso della guerra, anche prigionieri tedeschi, il cui numero si accrebbe, entro la fine del conflitto, ad oltre un migliaio. I prigionieri erano adibiti al lavoro dei campi per le fattorie del luogo, od anche in lavori di “giardinaggio”. Dopo l’armistizio, apparentemente, il contingente di prigionieri italiani venne riorganizzato come 59th Italian Labour Battalion, del quale entrò a far parte anche D’Amelio; gli “Italian Labour Battalions” vennero creati dopo l’8 settembre 1943, quando l’Italia non era più nemica degli Alleati, ed erano composti da prigionieri – la maggioranza (circa 114.000, in tutto il Regno Unito), anche se ci fu un numero non trascurabile (40.000 nel Regno Unito) che rifiutò per vari motivi – che, data la nuova situazione, avevano accettato di collaborare allo sforzo bellico alleato (volontari cooperatori); essi avrebbero ricevuto un miglior trattamento lavorativo, sarebbero stati pagati di più ed in valuta britannica (anziché in valuta del campo) che avrebbero anche potuto inviare alle famiglie in Italia, ed avrebbero goduto di maggior libertà (eliminazione dei reticolati, abolizione delle guardie armate quando si recavano a lavorare).
Come tanti altri, a Sawtry Francesco D’Amelio fu fatto lavorare in una fattoria; il trattamento era buono, tanto che per parecchi anni dopo la guerra intrattenne cordiali rapporti epistolari con i proprietari della fattoria, e durante la prigionia ebbe anche modo di imparare molto bene l’inglese. Decisamente peggiore, nel suo ricordo, era stato il trattamento durante l’iniziale periodo di prigionia in Sudafrica.
Alla famiglia di D’Amelio, però, era stato inizialmente comunicato che questi era disperso nell’affondamento del sommergibile, non prigioniero: ritenuto morto in mare, ne venne celebrato un funerale solenne con partecipazione delle autorità locali e fu persino stampato un "ricordino" («Francesco Antonio D’Amelio, 5 ottobre 1917-20 marzo 1941, eroicamente caduto nel Mar Egeo per la grandezza d’Italia») con foto ed una preghiera in sua memoria. Soltanto dopo 6-8 mesi dall’affondamento si seppe che era vivo e prigioniero in Inghilterra; i familiari gli mandarono il ricordino-preghiera, e poté riderci sopra.


Il sottocapo elettricista Francesco D’Amelio, imbarcato sull’Anfritrite (Coll. Antonio D’Amelio, via www.grupsom.com)


Alcuni documenti d’identità di Francesco D’Amelio risalenti al periodo della prigionia (Coll. Antonio D’Amelio, via www.grupsom.com):




Il “ricordino” che doveva commemorare la “morte” di Francesco D’Amelio (Coll. Antonio D’Amelio, via www.grupsom.com)
Alcune foto di Francesco D’Amelio durante la prigionia (Coll. Antonio D’Amelio, via www.grupsom.com):





Fazzoletto ricamato da Francesco D’Amelio durante la permanenza nel campo di prigionia di Pretoria (Coll. Antonio D’Amelio, via www.grupsom.com)

Molto simile è la storia di Edmondo Tardi: anche lui venne dichiarato disperso in azione, e nel suo paese, Finale Ligure, ne venne celebrato un simbolico funerale, con una bara vuota. Sulla sua tomba, nel locale cimitero, venne eretta una croce che recitava: «Tardi Edmondo, 1917-1941, disperso». Cinque anni più tardi, “come un fantasma”, Edmondo Tardi riapparve vivo e vegeto davanti alla madre.
Diametralmente opposta, invece, è la storia del capo meccanico di terza classe Alfredo Sebastianutti, 31 anni, friulano. Nel suo caso, la famiglia ricevette una lettera che affermava che il loro congiunto fosse vivo e in salute, prigioniero in Grecia: ma poi non se ne seppe più nulla, non fece mai ritorno a guerra finita. Un caso misterioso per almeno due aspetti: a quanto risulta, i superstiti dell’Anfitrite dopo l’affondamento furono portati in Egitto, non in Grecia (dunque non si comprende come Sebastianutti potrebbe essere finito in un campo di prigionia greco); inoltre, sugli elenchi dei caduti e dispersi della Marina Militare nell’ultimo conflitto mondiale Sebastianutti Alfredo risulta disperso, non in prigionia ma in azione, in data 6 marzo 1941, cioè quella dell’affondamento dell’Anfitrite


(**) Cercando informazioni sulla perdita dell’Anfitrite è emersa anche una versione profondamente diversa, narrata su alcuni forum da un nipote di un sopravvissuto dell’Anfitrite, il sottocapo Edmondo Tardi. Secondo questi, l’Anfitrite avrebbe avvistato ed attaccato il convoglio (che sarebbe stato scortato da sei cacciatorpediniere), avvicinandosi con accorta manovra e lanciando dopo aver atteso il momento favorevole, calato il buio, una salva di siluri, che avrebbe colpito tre cacciatorpediniere, incendiandoli. Immersosi rapidamente ad alta profondità, il sommergibile sarebbe stato sottoposto ad una serie di attacchi con bombe di profondità, sempre più vicine, sino ad essere colpito dalle bombe ed affondato con alcune vittime tra l’equipaggio, mentre i superstiti, bloccati all’interno del sommergibile posato sul fondale ed impossibilitato a risalire, sarebbero fuoriusciti dal sommergibile ed avrebbero raggiunto la superficie, uno per volta, mediante la campana «Gerolimi-Arata» (un apparato installato sui sommergibili italiani negli anni Trenta e progettato appunto per la fuoriuscita e risalita da sommergibili affondati). La maggior parte degli uomini così riemersi sarebbero stati uccisi da tiro di armi automatiche non appena giunti in superficie, ad eccezione di sette (compreso Tardi, che sarebbe stato ferito alla coscia sinistra da un proiettile, in modo non grave), che sarebbero stati salvati dalle medesime navi britanniche dopo parecchie ore, all’alba del giorno seguente.
Questa versione non sembra attendibile, dal momento che essa appare del tutto incompatibile sia con la versione ufficiale riportata sia da fonti italiane che britanniche, sia con le testimonianze di altri superstiti dell’Anfitrite (che sono invece coerenti con la versione ufficiale: Marino Ridi, Francesco D’Amelio), sia perché risulta dagli elenchi della Marina Militare che i caduti dell’Anfitrite furono sette, e non la maggioranza dell’equipaggio. Infine, la risalita dei superstiti dal sommergibile affondato sarebbe stata del tutto impossibile, dal momento che nel punto in cui affondò l’Anfitrite il mare è profondo oltre mille metri, e qualora al suo interno fosse rimasto qualche compartimento ancora stagno, il battello sarebbe stato schiacciato dalla pressione ben prima di raggiungere il fondale (nessun sommergibile dell’epoca poteva resistere a più di 200-300 metri di profondità, e la campana Gerolimi-Arata – al pari di ogni altro sistema di fuoriuscita esistente all’epoca – avrebbe permesso la risalita soltanto da un sommergibile affondato ad una profondità non superiore al centinaio di metri). Né sembra plausibile che l’equipaggio britannico, se davvero avesse ucciso la maggior parte dei naufraghi via via che riemergevano, avrebbe poi cambiato idea e salvato i sette rimanenti, cioè altrettanti pericolosi testimoni di quello che sarebbe stato inequivocabilmente un crimine di guerra. Resta il quesito, anche considerando che il trascorrere del tempo spesso distorce la memoria dei reduci (Francesco D’Amelio, ad esempio, “ricordava” anche che l’Anfitrite, non avendo rilevato le navi nemiche a causa dell’idrofono guasto, fosse emerso accidentalmente proprio in mezzo al convoglio britannico, per poi immergersi subito con la rapida una volta accortosi dell’errore, ma venendo subito danneggiato dal contrattacco della scorta: questa emersione in mezzo al convoglio non risulta dalle fonti ufficiali), su come sia nato un racconto così difforme da quanto risulta da altri superstiti e dalle fonti ufficiali (il racconto sarebbe il frutto in parte del diario scritto da Edmondo Tardi durante la prigionia, ed in parte dai racconti dello stesso Tardi, riferiti però attraverso la moglie di questi, che li ascoltò dal marito e li raccontò al nipote a decenni di distanza; il nipote aveva solo tredici anni quando Tardi morì).

Un’altra immagine dell’Anfitrite (dal sito del Museo della Cantieristica di Monfalcone)