domenica 22 luglio 2018

Clizia

La Clizia circondata dal ghiaccio nel porto di Costanza, in Romania, nel 1929 (g.c. Mauro Millefiorini, via www.naviearmatori.net)

Piroscafo cisterna di 3698 tsl, 2249 tsn e 5000 tpl, lunga 103,6 metri, larga 13,4 e pescante 7, con velocità di 8 nodi e autonomia massima di 2200 miglia. Appartenente alla Società Anonima Petroliere «APE» (cioè appunto Anonima PEtroliere), avente sede a Genova, ed iscritto con matricola 1426 al Compartimento Marittimo di Genova.

Breve e parziale cronologia.

31 maggio 1893
Impostata nei cantieri Tyne Iron Shipbuilding Company Ltd. di Willington Quay, Wallsend (per altra fonte, Newcastle-upon-Tyne).
9 dicembre 1893
Varata come britannica Duffield nei cantieri Tyne Iron Shipbuilding Company Ltd. di Willington Quay, Wallsend (numero di costruzione 101).
Gennaio 1894
Completata come Duffield per la Northern Petroleum Tank Steamship Company Ltd., avente sede a Newcastle.
Si tratta della prima nave cisterna della flotta della Northern Petroleum Tank Steamship Company, una nuova compagnia fondata nel 1893 dagli armatori britannici Charles Hunting (padre) e Charles Samuel Hunting di Newcastle dopo un’attività quasi ventennale (ditta Hunting & Pattison, sciolta nel 1891 e sostituita dalla Hunting & Son, formata da padre e figlio) nel settore del trasporto di merci via mare (con navi da carico secco). Le navi cisterna sono ancora una novità per l’epoca: la prima al mondo, la Glückauf, è stata costruita pochi anni prima, nel 1886 (in precedenza, petrolio, suoi derivati ed altri carichi liquidi erano semplicemente trasportati in barili imbarcati sulle normali navi da carico). Hunting padre e figlio hanno ordinato la loro prima petroliera già nel 1889, prima ancora di fondare la Northern Petroleum, ma ci sono voluti tre anni per perfezionarne il progetto, prima di procedere alla sua impostazione nel maggio 1893; il nome di Duffield è stato scelto in onore di James Duffield, primo presidente della Northern Petroleum nonché principale finanziatore della compagnia e della costruzione stessa della nave. La Duffield è dotata di illuminazione elettrica ed i suoi alloggi per l’equipaggio segnano un notevole passo in avanti rispetto alle navi cisterna contemporanee; grazie alle sue dimensioni, può trasportare 2000 tonnellate di petrolio in più della Glückauf. La Duffield è anche la prima nave cisterna ad essere costruita dai cantieri Tyne Iron Shipbuilding.

La Clizia sotto l’originario nome di Duffield (Lockett Graham, via www.wrecksite.eu)

1° febbraio 1894
Consegnata, dopo le prove in mare (durante le quali raggiunge una velocità di 11 nodi, notevole per l’epoca, grazie alle macchine a triplice espansione della Wallsend Slipway), alla Northern Petroleum Tank Steamship Company Ltd., in gestione a Hunting & Son Ltd.
Stazza lorda originaria 3767 o 3968 tsl, stazza netta 2426 tsn, portata lorda 5000 tpl.
Dati i risultati positivi del suo impiego, la Northern Petroleum ordinerà allo stesso cantiere tre navi gemelle della Duffield: Aureole, Oilfield e Bloomfield. Il suffisso "field" contraddistinguerà, nei decenni a venire, tutte le navi della Northern Petroleum.
27 luglio 1895
A causa della fitta nebbia la Duffield, proveniente da Rouen, entra in collisione nel Canale della Manica, al largo di Folkestone, con il piroscafo britannico Cleveland, in navigazione in zavorra da Londra a Cardiff. Il Cleveland affonda; cinque membri del suo equipaggio vengono salvati dal piroscafo Baltimore e portati a Gravesend, il comandante del Cleveland viene recuperato dal piroscafo City of Liverpool e sbarcato a Nieuwediep, mentre sei altri membri dell’equipaggio risultano dispersi.
7 giugno 1901
La Duffield viene venduta alla Anglo-American Oil Company Limited (che sarebbe in seguito divenuta la Esso UK), avente sede a Londra, che la acquista per studiare la praticità dell’impiego di navi cisterna. Ribattezzata Appalachee; impiegata nel trasporto di prodotti petroliferi tra Regno Unito e Stati Uniti.

La nave come Appalachee (Russell Priest via www.tynebuiltships.co.uk)

22 aprile 1912
L’Appalachee, in navigazione nel Nord Atlantico, avvista e segnala ben 24 iceberg nel corso di un singlo giorno: dapprima un piccolo iceberg in posizione 41°01’ N e 46°39’ O, poi un altro nel punto 41°18’ N e 46°11’ O e poi un terzo in posizione 41°22’ N e 46°04’ O, tutti di piccole dimensioni; poi ben 12 icebergs di varie dimensioni, con altezza variabile da 6 a 60 metri ed estensione variabile tra un quarto di acro e due acri, nel punto 41°28’ N e 45°54’ O. Infine, in posizione 41°42’ O e 45°13’ O, altri nove icebergs di varie dimensioni. La tragedia del Titanic si è verificata appena dieci giorni prima.
25 febbraio 1918
L’Appalachee, in navigazione in zavorra da Scapa Flow a Liverpool, viene silurata e danneggiata dal sommergibile tedesco U 19 (capitano di corvetta Johannes Spieß) cinque miglia a nordovest di Rathlin Island (Irlanda settentrionale). Nonostante i danni, la nave riesce a raggiungere Belfast (non è chiaro se con i propri mezzi od a rimorchio).
1926
Acquistata dall’armatore genovese Gerolamo Massabo, registrata a Genova e ribattezzata Clizia.
1927
Trasferita alla A.P.E. Società Anonima Petroliere (o Petroliera, o Petrolifera) di Genova, appartenente allo stesso Massabo.
1939
La Clizia trasporta greggio albanese dall’Albania, recentemente conquistata, alla raffineria ANIC di Livorno.

Un’altra immagine della nave come Duffield (da www.wrecksite.eu)

Violatori di blocco

Quando l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940, la Clizia, come più di duecento altre navi mercantili italiane, si trovava al di fuori del Mediterraneo. Partita da Haifa (Palestina) con un carico di 3680 tonnellate di petrolio greggio dall’Iraq, la pirocisterna fu sorpresa dalla dichiarazione di guerra nell’Atlantico settentrionale, e diresse per il porto neutrale più vicino: Gijon, sulla costa atlantica spagnola.
La difficile situazione che la Marina britannica (che aveva appena concluso l’evacuazione da Dunkerque del corpo di spedizione britannico in Francia e si trovava in quel momento concentrata nelle acque del Regno Unito per contrastare un potenziale sbarco tedesco in Gran Bretagna) attraversava in quei giorni fu una benedizione per i mercantili italiani che, come la Clizia, si trovavano in quel momento nell’Atlantico centrale e settentrionale: grazie all’inazione della Royal Navy, che non tentò di intercettarli, ben 32 bastimenti italiani (20 navi da carico per complessive 106.608 tsl e 12 navi cisterna per totali 67.952 tsl) riuscirono a rifugiarsi nei porti della Spagna atlantica e delle Canarie. Tredici navi, tra cui la Clizia, raggiunsero porti della Spagna; diciassette quelli delle Canarie; uno il possedimento coloniale spagnolo del Rio de Oro (Sahara spagnolo, Nordafrica occidentale) ed uno quello di Fernando Po (Guinea Equatoriale).
Sebbene avessero evitato di cadere in mano nemica, però, queste navi si trovavano ora bloccate in tali porti neutrali, con la prospettiva di passarvi tutta la guerra senza poter essere in alcun modo di aiuto allo sforzo bellico italiano. Non era questa l’opinione dei Comandi della Marina italiana, che presero la decisione di cercare di trasferire almeno una parte di tali bastimenti, violando la sorveglianza aeronavale britannica, in porti controllati dall’Asse: segnatamente, quelli della costa atlantica francese, occupata dalle forze tedesche, e più precisamente quello di Bordeaux, che era divenuto sede di una base atlantica di sommergibili italiani, «Betasom». In tal modo, non senza rischi, sarebbe stato almeno possibile recuperare i carichi di quei mercantili, consistenti in gran parte in materiali che sarebbero stati molto utili per l’industria bellica e le forze armate dell’Asse, come le quasi 3700 tonnellate di prezioso petrolio contenuto nelle cisterne della Clizia.
Nella pianificazione del trasferimento dei mercantili italiani dai porti neutrali di mezzo mondo a quelli della Francia occupata, la scelta ricadde, per prima cosa, proprio sui bastimenti rifugiatisi in Spagna e nelle Canarie: decisione logica, in quanto i porti spagnoli e canari erano quelli più vicini alla Francia, ergo le navi provenienti da tali sorgitori avrebbero compiuto un percorso più breve, e risultavano dunque più facilmente “recuperabili”. Agli inizi del 1941, le navi mercantili italiane internate in Spagna ed alle Canarie erano ancora in soddisfacenti condizioni di efficienza, ancorché la forzata inerzia in porto, protrattasi per diversi mesi, avesse influito negativamente sia sugli scafi che sugli equipaggi.
Le modalità ed i tempi per il trasferimento delle navi italiane dai porti neutrali a quelli francesi vennero definite a seguito di riunioni tenutesi a Roma tra rappresentanti dei Ministeri della Marina, delle Comunicazioni (che aveva competenza sulla Marina Mercantile), degli Esteri e degli Scambi e Valute nell’autunno del 1940, ed il 14 dicembre 1940 le relative disposizioni vennero trasmesse agli addetti navali italiani in Spagna ed in Brasile (altro Paese dal quale sarebbero partiti molti “violatori di blocco” diretti in Francia). Prima ancora che queste decisioni venissero poste in essere, tuttavia, nel febbraio 1941 venne deciso un primo trasferimento dalla Spagna alla Francia: due navi mercantili che si trovavano nei porti di Vigo e San Juan de Nieva (Avilés), nell’estremità nordoccidentale della costa atlantica spagnola. Questa decisione era motivata dalla vicinanza di Vigo e San Juan de Nieva a Bordeaux: le due navi avrebbero potuto compiere un viaggio particolarmente breve e relativamente sicuro, navigando sottocosta (avrebbero costeggiato la regione spagnola della Biscaglia fino al confine con la Francia) e venendo raggiunte al confine franco-spagnolo da mezzi della Kriegsmarine e della Luftwaffe, che ne avrebbero assunto la scorta fino all’arrivo a destinazione.
Le due navi destinate a compiere questa prima traversata, divenendo così i primi “violatori di blocco” italiani, erano proprio la Clizia, che il 15 dicembre 1940 si era trasferita da Gijon al vicino porticciolo di San Juan de Nieva (secondo una fonte, perché l’ampia baia di Gijon era considerata troppo esposta ad un possibile colpo di mano britannico), ed il piroscafo da carico Capo Lena, internato a Vigo.

Il 5 febbraio 1941 il capitano di vascello Aristotele Bona, addetto navale italiano a Madrid, comunicò al viceconsole italiano a La Coruña, capitano di fregata Edgardo Storich, le disposizioni necessarie alla preparazione del trasferimento di Clizia e Capo Lena dai rispettivi porti spagnoli a Bordeaux. Queste prescrivevano tra l’altro di procedere a verificare l’efficienza di scafi e motori delle due navi ed a completare il prima possibile, e con la massima segretezza consentita dalle circostanze, l’imbarco di provviste, acqua e carburante in quantità sufficiente alla traversata; una volta pronti, i due mercantili sarebbero dovuti partire per Bilbao, capitale della provincia spagnola di Biscaglia, dove poi avrebbero ricevuto ulteriori istruzioni per la parte finale del viaggio dalle locali autorità tedesche. La navigazione fino a Bilbao si sarebbe dovuta svolgere restando sempre entro le acque territoriali spagnole; era di capitale importanza che le navi, di notte, venissero completamente oscurate, e che osservassero un assoluto silenzio radio. Ad ulteriore tutela del segreto, che aveva capitale importanza per il successo della missione, soltanto i comandanti di Clizia e Capo Lena avrebbero dovuto essere informati del piano, e solo dopo la partenza questi ultimi avrebbero potuto annunciare ai loro equipaggi che la destinazione del viaggio era Bilbao, e  nulla di più. Non dovevano essere minimamente informati gli armatori, i proprietari dei carichi, gli assicuratori ed ogni altro soggetto avente interessi relativi alle navi o a quello che trasportavano; ogni comunicazione con questi soggetti era vietata. Una fuga di notizie, che avrebbe potuto avere conseguenze gravissime per le navi, sarebbe stata severamente punita in base al Codice Penale Marittimo. In caso di tentativo nemico di catturarle, gli equipaggi avrebbero dovuto impedire ad ogni costo che navi e carichi potessero essere utilizzati dal nemico, provvedendo all’autoaffondamento. Storich fu autorizzato a compiere tutte le spese occorrenti a rifornire Clizia e Capo Lena ed a prepararli alla partenza, con l’indicazione di rivolgersi all’ufficio dell’addetto navale italiano a Madrid per il rimborso.
Il mattino del 7 febbraio il capitano di fregata Storich andò di persona a San Juan de Nieva, dove si trovava la Clizia, e recapitò al comandante della petroliera, capitano di lungo corso Alessandro Lavagna, le istruzioni inviate dal comandante Bona. In aggiunta a quanto sopra elencato, in esse si precisava che la Clizia doveva essere la prima nave ad arrivare a Bilbao, e che qui avrebbe trovato il piroscafo tedesco Plus, insieme al quale avrebbe quasi sicuramente proseguito il viaggio. Gli accordi con i Comandi tedeschi dell’Atlantico relativi al viaggio da Bilbao a Bordeaux dovevano essere presi tramite il console di Germania a Bilbao, Friedhelm Burbach, che era in contatto diretto con Bordeaux; pertanto, una volta giunto nel porto spagnolo, Lavagna si sarebbe dovuto presentare a Burbach per ricevere gli ordini sulla prosecuzione della traversata.
Sulla base delle disposizioni ricevute, il comandante Lavagna stabilì inizialmente che la Clizia sarebbe dovuta salpare la sera dell’8 febbraio; la marea troppo bassa che si verificò quella sera, tuttavia, impedì di partire, il che obbligò così a rinviare la partenza al mattino seguente, con la nuova marea.
Il mattino del 9 febbraio 1941, finalmente, la Clizia lasciò San Juan de Nieva e fece rotta a tutta forza per Bilbao. La lunga sosta forzata aveva riempito la carena di alghe e incrostazioni, il che determinò una riduzione della (già non molto elevata) velocità massima raggiungibile dalla Clizia, ma la petroliera giunse sana e salva a Bilbao il 10 febbraio. Qui vennero concordati con i Comandi tedeschi dell’Atlantico le modalità per il prosieguo della traversata, la scorta e le norme di sicurezza; come detto più sopra, gli ordini alle navi in partenza da Bilbao erano impartiti per tramite del console Burbach, dunque il comandante Lavagna si presentò da lui per ricevere ulteriori disposizioni.
Quattro giorni più tardi arrivò a Bilbao anche il Capo Lena, dopo aver superato alcune difficoltà legate alla mancanza di carte nautiche della zona da attraversare, che vennero procurate dal viceconsole Storich.
Clizia e Capo Lena rimasero a Bilbao per dieci giorni, aspettando l’ordine di proseguire verso Bordeaux; era previsto che le due navi viaggiassero insieme ed unitamente al piroscafo tedesco Plus, anch’esso trasferitosi da Vigo a Bilbao (dov’era arrivato l’8 febbraio). Durante la sosta a Bilbao, si abbatté sulle coste settentrionali della Spagna un violento fortunale, che coinvolse anche i tre mercantili dell’Asse fermi nel porto biscaglino: il Capo Lena ruppe le catene delle ancore e venne sospinto fuori dal porto, evitando di stretta misura gravi danni, mentre il Plus venne gettato contro un molo e rimase danneggiato, anche se non così seriamente da non poter proseguire il viaggio. La Clizia, invece, rimase indenne.
Nonostante le già citate precauzioni volte a mantenere la segretezza sul trasferimento delle due navi italiane, gli informatori britannici riuscirono egualmente a carpire i principali particolari dell’operazione: il “Weekly Intelligence Report” n. 50 del 21 febbraio 1941, compilato dalla Naval Intelligence Division dell’Ammiragliato britannico, riferiva infatti che «La nave cisterna Clizia, di 3,968 tsl, ha lasciato Gijon il 9 febbraio ed è arrivata a Bilbao il giorno seguente con 3000 tonnellate di petrolio. Il Capo Lena, di 4,820 tsl, ha lasciato Vigo il 12 febbraio ed è arrivato a Bilbao il 14 febbraio». Ciononostante, la successiva navigazione non fu in alcun modo molestata dalle forze britanniche.
Il 24 febbraio 1941, all’alba, Clizia, Capo Lena e Plus lasciarono Bilbao per completare il loro viaggio verso Bordeaux: una volta giunti al largo di Saint-Jean-de-Luz, porto francese situato subito oltre il confine con la Spagna, i tre mercantili furono raggiunti dai dragamine tedeschi, che li scortarono verso la foce della Gironda. Il piccolo convoglio risalì la Gironda fino a Bordeaux, dove Clizia e Capo Lena si ormeggiarono il 27 febbraio: i primi di una lunga serie di violatori di blocco italiani che avrebbero raggiunto quella base nel corso del 1941. Sia Betasom che Supermarina (il comando in capo della Marina italiana) inviarono ai comandanti e agli equipaggi dei due bastimenti le loro congratulazioni.

Siccome i carichi di Clizia e Capo Lena appartenevano originariamente, del tutto in parte, a persone fisiche o giuridiche di Paesi nemici (Regno Unito, Francia, Grecia o Jugoslavia), il 21 aprile 1941 tali merci vennero catturate, dando applicazione dal comma 1 dell’articolo 154 della Legge di guerra. Si trattava di una mera formalità, che venne eseguita in seguito per tutti i carichi degli altri violatori di blocco giunti a Bordeaux. In base ad accordi presi tra Italia e Germania, le 3680 tonnellate di petrolio contenute nelle cisterne della Clizia vennero consegnate alle autorità tedesche. Poi, nella primavera di quello stesso anno, i 24 uomini che componevano l’equipaggio della Clizia vennero rimpatriati; l’anziana pirocisterna venne requisita il 26 maggio 1941 per conto del Ministero delle Comunicazioni e noleggiata, a partire dal giugno 1941, alla Marina tedesca (secondo una fonte, non confermata, il 6 giugno 1941 sarebbe stata trasferita sotto bandiera tedesca). Ancorata sulla Gironda, la Clizia venne classificata "Stützpunkttanker" (letteralmente “petroliera-base” o “petroliera appoggio”) ed utilizzata dalla Kriegsmarine come deposito di carburante.
Il 20 ottobre 1941 il capo di Stato Maggiore della Marina italiana, ammiraglio Arturo Riccardi, incaricò il Comando della base sommergibilistica di Betasom di esaminare la possibilità di allestire la Clizia per impiegarla nel rifornimento di sommergibili italiani, dipendenti da Betasom, in un porto delle Canarie o nelle acque circostanti, comunicando a Roma quali lavori e rifornimenti sarebbero stati necessari al tale scopo; ma alla fine non se ne fece nulla.
Per alcune fonti, la nave sarebbe stata trasferita alla Kriegsmarine nel 1942.

Per i successivi due anni, la Clizia rimase dunque ormeggiata a Bordeaux senza equipaggio, usata come deposito galleggiante. L’8 settembre 1943, in seguito all’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, la Clizia venne catturata a Bordeaux dalle forze tedesche, venendo incorporata nella Kriegsmarine; dato che la nave si trovava già priva di equipaggio ed utilizzata per conto della Marina tedesca, comunque, la sua situazione di fatto cambiò ben poco: per un altro anno, o quasi, l’anziana petroliera continuò a svolgere la sua funzione di deposito statico di combustibile per le forze tedesche. Da fonti francesi risulterebbe che la Clizia, al pari di altre cisterne italiane catturate a Bordeaux, venne anche usata per movimentare carburante tra la base di Bordeaux ed il paese di Bourg-sur-Gironde (situato, a dispetto del nome, non sulla Gironda ma sulla Dordogna, un suo affluente: questo perché in epoca antica la confluenza tra i due fiumi era situata a monte di Bourg, che all’epoca sorgeva così sulla Gironda, mentre nel 1943 si era ormai da tempo spostata a valle del paese), dove le forze tedesche avevano creato dei depositi sotterranei di carburante (sette cisterne profonde 11 metri, larghe 8,50 ed aventi lunghezze variabili tra i 44 e i 65 metri) trasformando delle vecchie cave di pietra scavate nella scogliera sottostante il castello della “cittadella” di Bourg. In quelle cisterne sotterranee vennero stivati i carichi di carburante portati da diversi violatori di blocco italiani, compreso probabilmente quello portato dalla Clizia nel febbraio 1941; secondo alcune fonti locali, la Clizia venne usata per trasportare carburante da Bordeaux a Bourg, dove veniva immesso nelle cisterne.
La guerra intanto proseguiva, e per la Germania si avvicinava la fine: nel giugno 1944 le forze angloamericane sbarcarono in Normandia (operazione "Overlord"), e due mesi più tardi altre forze Alleate sbarcarono in Provenza (operazione "Dragoon"); le truppe tedesche attestate sulla costa occidentale francese, per evitare di restare accerchiate ed intrappolate dall’avanzata delle forze Alleate, dovettero ripiegare, lasciando soltanto alcune guarnigioni con l’incarico di tenere il più a lungo possibile alcune basi-chiave come La Rochelle, Saint-Nazaire, Lorient e Brest (alcune delle quali vennero rapidamente conquistate dagli Alleati, mentre altre furono assediate ma non attaccate direttamente, e resistettero fino alla fine della guerra) per creare delle sacche di resistenza alle spalle dello schieramento Alleato. Anche Bordeaux dovette essere abbandonata dalle truppe tedesche, venendo liberata il 29 agosto 1944; prima di ritirarsi, tuttavia, i tedeschi provvidero al sistematico autoaffondamento di tutte le navi presenti nel porto e sulla Gironda, con il duplice scopo di evitare che tali navi cadessero intatte in mano Alleata e di ostruire il porto di Bordeaux ed il corso della Gironda e dei canali circostanti, in modo da renderli inutilizzabili il più a lungo possibile. Nel volgere di un paio di settimane, si autoaffondarono così nella Gironda decine di navi mercantili e ausiliarie di ogni tipo e dimensione, tedesche, ex francesi ed ex italiane. Tra queste ultime vi erano parecchi violatori di blocco che, raggiunta Bordeaux partendo dalle Canarie, dal Brasile o dall’Estremo Oriente, erano caduti in mano tedesca dopo l’8 settembre: le motonavi Himalaya e Fusijama, le navi cisterna Frisco, Todaro e Burano, e per l’appunto la Clizia.
Il 25 o 26 agosto 1944, pochi giorni prima di ritirarsi da Bordeaux, i tedeschi autoaffondarono la Clizia nel fiume Dordogna, davanti all’abitato di Bourg-sur-Gironde, la cui cittadella venne al contempo data alle fiamme per distruggere i depositi di carburante e non farli cadere in mano Alleata. A completamento del tutto, la Clizia, prima di essere autoaffondata, fu posizionata in modo da impedire agli Alleati di utilizzare l’approdo di Bourg.
Alcune fonti danno la Clizia come autoaffondata nel settembre 1944, ma ciò risulta del tutto inverosimile, dato che le truppe tedesche lasciarono Bordeaux entro il 29 agosto.
Affondata in soli tre metri d’acqua, proprio sotto i bastioni della cittadella, la nave rimase per la maggior parte al di fuori dell’acqua.

Benché il volume "Navi mercantili perdute" dell’U.S.M.M., caratterizzato da più di qualche errore, affermi che il relitto della Clizia venne successivamente demolito sul posto (notizia che è riportata anche da diversi siti, anche autorevoli), in realtà la vecchia pirocisterna venne lasciata dov’era, semiaffondata nelle acque della Dordogna. La burocrazia francese si interessò al relitto della vecchia cisterna a più riprese: dapprima il 12 dicembre 1944, quando la Clizia («petroliera nemica incagliata») venne formalmente dichiarata «catturata» a Bordeaux, e poi il 12 luglio 1956, ben dodici anni dopo l’affondamento, quando la Corte delle Prede (Conseil des prises) emise una sentenza a riguardo. Con quest’ultima sentenza si era ritenuto necessario accertare l’effettiva nazionalità della Clizia; a questo proposito venne riaffermato un vecchio principio della giurisprudenza francese, che asseriva che una nave, per essere considerata come della nazionalità rappresentata dalla bandiera che batteva, doveva appartenere per più della metà a persona fisica o giuridica residente in tale Stato. Per determinare la nazionalità della Clizia la Corte delle Prede considerò il Paese dov’era stata costruita, quello in cui si trovava il porto di registrazione, la nazionalità dell’armatore e quella di chi “controllava” effettivamente la nave; furono presi in considerazione persino la provenienza dei fondi usati per pagare il cantiere costruttore, la nazionalità di chi l’aveva pagato e le finalità d’impiego della nave.
Al di là di queste minuzie di natura legale, ad ogni modo, nessuno si interessò più alla Clizia, tanto che non si tentò nemmeno di recuperarla o demolirla per recuperarne il metallo, o per liberare il pontile davanti al quale era stata affondata: in breve la vecchia pirocisterna venne dimenticata da tutti, tranne che dagli abitanti di Bourg, che ce l’avevano sotto gli occhi ogni giorno. Il tempo e la differenza di lingue storpiarono, a poco a poco, il nome della nave: agli abitanti del posto, la vecchia petroliera è variabilmente nota come Clizia, Clezia, Glezia, Clisia, Glisia o Glysia.
Il relitto della Clizia giace ancor oggi dove fu affondato nel 1944: proprio davanti all’abitato di Bourg, a pochi metri dalla riva, ben visibile dal paese. La vecchia petroliera si presenta spezzata in due a centro nave, subito a poppavia del ponte di comando; il troncone prodiero è visibilmente appruato ed interamente sommerso, ad eccezione della sovrastruttura centrale con la plancia, che invece emerge completamente dalla superficie con la bassa marea. Il troncone poppiero è sbandato sulla dritta; con la bassa marea emergono completamente il fumaiolo, le poche sovrastrutture poppiere ed anche parte della murata di sinistra, mentre in condizioni di alta marea affiorano soltanto il fumaiolo e la parte superiore delle sovrastrutture. Le coordinate del relitto sono 45°2'16" N e 0°33'44" E (o 45°02'2764 N e 33'7472 O, punto geodetico WGS 84); ancora come abbastanza ben conservata dopo tanti decenni dall’affondamento, la Clizia è ormai divenuta parte integrante del paesaggio di Bourg. La sua campana – recante ancora l’originario nome di Duffield – è stata recuperata tempo addietro da barcaioli della Gironda, ripulita e restaurata.
In anni recenti, è stato messo allo studio un progetto per la realizzazione, a Bourg-sur-Gironde, di un impianto per la produzione dell’energia elettrica, alimentato da turbine che sfrutterebbero l’energia delle correnti della Dordogna. Le turbine verrebbero collocate proprio nel tratto di fiume immediatamente a monte del relitto della Clizia. Finora, il progetto non ha ancora avuto pratica attuazione.

 Una lunga serie di immagini che mostrano la Clizia come si presenta oggi:

La parte poppiera con il fumaiolo (poi parzialmente crollato) in una foto probabilmente antecedente al 2012 (Sergio De Phocée – via www.wrecksite.eu)
Un’altra immagine dello stesso periodo (da "Les Guides Bleus Marines – L’estuaire de la Gironde")


Nell’agosto 2012 (foto Laurent Theillet, via www.sudouest.fr)


Nell’aprile 2014 (g.c. Christophe Dedieu, via www.shipspotting.com):





Il 15 marzo 2015 (Nicolas Vogt via www.tynebuiltships.co.uk)
(Foto Nicolas Vogt – da Flickr)



Con l’alta marea (JHP Photographies – Flickr)

sabato 14 luglio 2018

Domenico Millelire

Il Millelire a Boston, il 1° maggio 1933; sullo sfondo le cannoniere Biglieri e Matteucci (Coll. Leslie Jones/Boston Public Library)

Sommergibile oceanico della classe Balilla (dislocamento di 1427 tonnellate in superficie e 1874 in immersione).
Nel secondo conflitto mondiale effettuò complessivamente 11 missioni di guerra (4 offensive e 7 di trasferimento), percorrendo in tutto 5121 miglia in superficie e 927 in immersione, e trascorrendo 57 giorni in mare.

Breve e parziale cronologia.

19 gennaio 1925
Impostazione nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano (La Spezia).
19 settembre 1927
Varo nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano (La Spezia). Madrina è Anita Susini-Millelire, pronipote di Domenico Millelire.
Durante le prove di collaudo il Millelire s’immerge fino ad una profondità di 122 metri, dodici in più della quota massima prevista dal progetto.



Sopra: il Millelire, forse appena varato, ed il gemello Humaytà, costruito per il Brasile, ormeggiati nei cantieri OTO del Muggiano nel 1927 (g.c. Marcello Risolo via www.naviearmatori.net); sotto, Millelire, Balilla e Humaytà in allestimento al Muggiano (da www.italie1935-45.com)


21 agosto 1928
Entrata in servizio.
Con i gemelli BalillaEnrico Toti ed Antonio Sciesa va a formare la I Squadriglia Sommergibili (detta "di grande crociera" perché composta da sommergibili oceanici con grande autonomia), di base a La Spezia.



Due foto del Millelire nel 1928 (sopra: Coll. Alessandro Burla via www.associazione-venus.it; sotto: Coll. Giuseppe Celeste via www.associazione-venus.it)


20 settembre 1928
Alle 10.40 il Millelire (capitano di corvetta Carlo Savio) riceve con una cerimonia solenne a La Maddalena, paese natale del patriota eponimo, la bandiera di combattimento, offerta dalla cittadinanza di La Maddalena. La bandiera viene consegnata da un comitato cittadino presieduto dal capitano di corvetta a riposo Paolino Spano, un anziano veterano della Regia Marina Sarda. Il sommergibile è ormeggiato per l’occasione ad est del moletto di Punta Nera, tra tale molo e la batteria galleggiante Faà di Bruno; presenziano alla cerimonia due pronipoti di Domenico Millelire, Anita Susini-Millelire e Francesco Romeo, nonché il comandante militare marittimo della Sardegna, contrammiraglio Fermo Spano, altri alti ufficiali della piazzaforte della Maddalena, le autorità civili locali, alcune rappresentanze di Comuni vicini, associazioni locali e numerosi maddalenini.
Il Millelire impavesato a La Maddalena il 20 settembre 1928 per la cerimonia della consegna della bandiera di combattimento (da www.betasom.it)

La bandiera di combattimento viene benedetta dal parroco della Maddalena, Antonio Vico, e poi consegnata al comandante Savio da Anita Susini-Millelire. Per l’occasione viene portato a bordo del Millelire anche lo stendardo che aveva sventolato sul forte di Sant’Andrea nel lontano 1793, durante la vittoriosa battaglia combattuta tra il presidio sardo guidato da Domenico Millelire e gli attaccanti francesi che comprendevano un giovane Napoleone.
Terminata la cerimonia, viene offerto a bordo un rinfresco alle autorità, e viene concessa al pubblico la visita del sommergibile, con afflusso continuo di visitatori per tutta la giornata. In serata gli ufficiali del Millelire vengono invitati ad una festa danzante tenuta nel Municipio di La Maddalena. In precedenza, il comandante Savio ha fatto deporre sulla tomba dell’eroe eponimo del sommergibile, nel cimitero della Maddalena, una corona di bronzo realizzata dall’Arsenale di La Spezia (che vi si trova tutt’ora), con la dedica "Il sommergibile Domenico Millelire all’Eroe di cui porta il nome – Settembre 1928".


Un’altra immagine del Millelire nel 1928 (Navypedia)

Marzo 1929
I quattro sommergibili della classe Balilla effettuano una crociera fino a Lisbona. Il Millelire è il primo sommergibile italiano ad effettuare una crociera in Atlantico (eccettuati quelli costruiti in Canada durante la prima guerra mondiale, che attraversarono l’oceano per il viaggio di consegna).(Per altra fonte il Millelire, al comando del capitano di corvetta Pietro Parenti, avrebbe compiuto la crociera insieme al più piccolo sommergibile Goffredo Mameli, al comando del capitano di corvetta Valerio Della Campana).


Sopra, l’equipaggio del Millelire nel 1929, al comando del capitano di corvetta Pietro Parenti, e sotto, nel 1930, al comando del capitano di corvetta Carlo Margottini (g.c. Giovanni Pinna)


1930
Millelire e Toti si recano nuovamente a Lisbona. Il 15 luglio 1930 gli equipaggi dei due sommergibili vengono invitati ad un ricevimento nella sede del fascio italiano di Lisbona.
In questo periodo è comandante del Millelire il capitano di corvetta Carlo Margottini.


Il Millelire nel 1933 (da “The Air and Sea”, Vol. 2, via Wikimedia Commons)

Marzo-Ottobre 1933
Insieme al Balilla (capitano di fregata Valerio Della Campana, comandante del gruppo di appoggio) ed alle cannoniere Giuseppe Biglieri e Pellegrino Matteucci, il Millelire (capitano di corvetta Franco Zannoni) viene impiegato in Atlantico settentrionale in appoggio alla Crociera aerea del Decennale (o Crociera Aerea Nord-Atlantica; Orbetello-Chicago-New York-Roma, 1° luglio-2 agosto 1933) di Italo Balbo.
Il Millelire funge da radiofaro, stazione radiogoniometrica e centro di comunicazione, effettua osservazioni meteorologiche e comunica le condizioni meteo agli aerei di Balbo, attraversando tutto l’Atlantico ed arrivando negli Stati Uniti. Oltre a questi servizi, la presenza delle unità di appoggio è importante anche per l’eventualità di incidenti od emergenze, che fortunatamente non avranno a verificarsi.
Dato che la missione deve svolgersi in acque burrascose, nebbiose e disseminate di blocchi di ghiaccio alla deriva, lo Stato Maggiore della Marina ha ritenuto inadatti a tale compito gli incrociatori leggeri ed i cacciatorpediniere, troppo “delicati” e con autonomia relativamente ridotta; si sono invece scelti i due sommergibili della classe Balilla in ragione della loro grande autonomia, della loro robustezza e delle loro qualità marine. L’impiego dei due battelli nel Nord Atlantico è anche visto dai vertici della Marina come un’ottima occasione per verificare il comportamento dei sommergibili e degli equipaggi in condizioni meteomarine estreme, e fare così esperienze che potranno tornare utili in caso di impiego bellico.
Gli aerei di Balbo (25 idrovolanti Savoia Marchetti S. 55), decollati da Orbetello, fanno tappa ad Amsterdam, Londonderry e Reykjavik (così percorrendo complessivamente 4300 km), poi attraversano l’Atlantico da Reykjavik a Cartwright, in Canada, con un viaggio di 2400 km.
Proprio nel tratto Reykjavik-Cartwright, il più difficile (la rotta più settentrionale, ai limiti dell’autonomia degli aerei del tempo, in precedenza attraversata da altri aerei soltanto cinque volte, e soltanto con scalo intermedio in Groenlandia; peraltro in zona di mare caratterizzata da frequenti burrasche, nebbie persistenti ed iceberg alla deriva), è determinante l’appoggio delle unità navali: queste vengono disposte a formare un’“aerovia” (già sperimentata, con esito soddisfacente, nella tappa Londonerry-Reykjavik), con l’impiego in totale di undici unità, tutte dotate di radio uguali a quelle in dotazione degli idrovolanti nonché di radiogoniometro "Marconi". Nel primo tratto del percorso (Islanda-Capo Farewell) vengono disposte quattro baleniere noleggiate per la traversata, mentre nel tratto successivo (Capo Farewell-Cartwright) vengono posizionate cinque unità, scaglionate ad intervalli regolari (circa 120 miglia tra una nave e l’altra), nell’ordine: baleniera San Sebastiano; Millelire; Balilla; Biglieri; rompighiaccio Ungava. La Matteucci e la baleniera Malaga vengono invece inviate in punti di osservazione collaterali. Su alcune delle navi sono imbarcati dei geofisici, per eseguire osservazioni meteorologiche.
La squadra aerea di Balbo decolla da Reykjavik il 12 luglio 1933; gli aerei incontrano nebbia e piovaschi, ma vengono guidati dalle onde elettromagnetiche dell’“aerovia”, sorvolando una dopo l’altra le diverse unità navali posizionate lungo la rotta: alcune vengono viste, mentre altre, non visibili a causa della nebbia e della pioggia, vengono rilevate con rilevamenti radiogoniometrici. Tra le 14.50 e le 17.15 gli idrovolanti sorvolano in successione Millelire, Balilla e Biglieri, i cui equipaggi si sbracciano in saluti entusiastici.
Giunti tutti a Cartwright, come da programma, gli idrovolanti proseguono nella crociera, facendo tappa a Shediac, Montreal, Chicago e New York, per poi ritornare a Shediac, fare scalo a Shoal Harbour e riattraversare l’Atlantico, toccando Ponta Delgada e Lisbona ed arrivando infine a Roma.


Quattro foto che ritraggono Millelire, Balilla e la nave appoggio Alice della Regia Aeronautica durante la sosta a St. John’s, Terranova (da www.grupsom.com):





Oltre alla funzione di supporto ai velivoli impegnati nella trasvolata, la crociera del Millelire e del Balilla permette anche di testare le qualità oceaniche della classe Balilla, con risultati che vengono giudicati positivi. Nei momenti “liberi”, in cui non sono impegnati ad eseguire rilevazioni meteo o comunicare con gli aerei, i due sommergibili effettuano esercitazioni di navigazione subacquea e simulazioni di attacco in superficie (col cannone) ed in immersione (con i siluri). Da queste esperienze, il capogruppo Della Campana trae le seguenti conclusioni, che indica nella sua relazione: la navigazione in superficie nella parte di oceano attraversata (quasi ai limiti con l’Artico) è piuttosto difficoltosa, e così pure il lavoro delle vedette, che per le condizioni proibitive non possono cercare ed avvistare obiettivi in superficie; la navigazione a quota periscopica è possibile, anche se con qualche difficoltà, ma l’osservazione al periscopio è pressoché impossibile; il mare agitato e le alte onde frequenti a quelle latitudini disturberebbero di molto il lancio di siluri, deviandoli dalla traiettoria; le condizioni meteomarine dell’area attraversata non impedirebbero la navigazione (che dovrebbe però avvenire in massima parte in immersione, emergendo soltanto per cambiare l’aria e ricaricare le batterie), ma renderebbero pressoché impossibile l’attività offensiva.
A Chicago, Millelire e Balilla vengono visitati con grande interesse da Italo Balbo, che rivolge poi un discorso di saluto agli equipaggi, salutando infine uno per uno tutti gli ufficiali e marinai al termine dell’adunata.


Il Millelire in arrivo a Boston il 1° maggio 1933, insieme a Biglieri e Matteucci (Coll. Leslie Jones/Boston Public Library)

1° maggio 1933
Millelire, Balilla, Biglieri e Matteucci arrivano a Boston.

Tre foto di Millelire (a destra) e Balilla al Boston Navy Yard (Coll. Leslie Jones/Boston Public Library):




Un’altra lunga serie di immagini del Millelire a Boston nel 1933 (Naval History and Heritage Command):













22 agosto 1933
Il Millelire, che si trova ancora in America, visita New York. È il primo sommergibile straniero a visitare la grande città statunitense dalla fine della prima guerra mondiale.
28 settembre 1933
Al loro ritorno dalla missione di appoggio della crociera aerea, Millelire, Balilla, Biglieri e Matteucci vengono visitati a Civitavecchia da Benito Mussolini e dal Ministro della Marina, ammiraglio Giuseppe Sirianni.
Complessivamente, il Millelire ha percorso 15.000 miglia per la missione di appoggio alla trasvolata atlantica, toccando Madera, le Bermuda e tutti i principali porti della costa atlantica del Canada e degli Stati Uniti. La missione, particolarmente impegnativa per la lunga durata e per le difficoltà nautiche e meteomarine trovate, e sempre superate, e l’efficiente assistenza data agli aerei (soprattutto per quanto concerne i collegamenti radio) vale un elogio ai comandanti del Millelire e delle altre unità impegnate.


Millelire e Balilla a Civitavecchia nel 1933, al ritorno dalla crociera transatlantica (g.c. Nedo B. Gonzales, da www.naviearmatori.net)

1934
Millelire e Balilla effettuano una crociera ad Alessandria d’Egitto, toccando il Pireo all’andata ed i porti dell’Africa Settentrionale Italiana al ritorno.
1934
Il cannone contraereo Odero-Terni-Orlando da 120/27 mm mod. 1924, stante le sue prestazioni insoddisfacenti, viene rimosso: l’arma, insieme a quelle prelevate da BalillaToti e Sciesa, sarà destinata alla difesa contraerea di Augusta e Messina. Al suo posto viene imbarcato un cannone da 120/45 mm OTO mod. 1931, posizionato in coperta anziché, come in precedenza, in torretta (ciò allo scopo di aumentare la stabilità). Al contempo le due mitragliere contraeree singole da 13,2/76 mm vengono sostituite con altrettante armi binate dello stesso tipo.


Un’altra immagine del Millelire (g.c. Marcello Risolo via www.naviearmatori.net)

17 dicembre 1936
Assume il comando del Millelire il capitano di corvetta Alberto Manlio Ginocchio.
1937
Partecipa alla guerra civile spagnola eseguendo due missioni clandestine a supporto delle forze nazionaliste.
Durante queste missioni presta servizio sul Millelire, quale ufficiale di rotta, il sottotenente di vascello Gianfranco Gazzana Priaroggia, futuro asso del sommergibilismo italiano.
Negli stessi anni è comandante del Millelire il tenente di vascello Gino Birindelli, futura MOVM, e sempre in questo periodo è imbarcato sul Millelire anche il tenente di vascello Luigi Longanesi Cattani, altro futuro asso, che vi effettua il tirocinio per il comando.
23 gennaio 1937
Il Millelire (capitano di corvetta Alberto Ginocchio), facente parte del II Gruppo Sommergibili di Napoli, lascia La Spezia per eseguire la sua prima missione clandestina durante la guerra civile spagnola.
Nella seconda metà di gennaio vengono inviati in tutto dodici sommergibili (Millelire, Galileo Galilei, Enrico Tazzoli, Torricelli, Giovanni Bausan, Tito Speri, Ciro Menotti, Pietro Micca, Ettore Fieramosca, Otaria, Diamante e Jantina) nelle acque tra Almeria e Barcellona, ad interdizione del traffico diretto nei porti della Spagna repubblicana. Il Millelire, in particolare, viene assegnato ad un settore d’agguato al largo di Cartagena.


Il Millelire in una foto dall’altro (g.c. Anton Shitarev via www.naviearmatori.net)

31 gennaio 1937
Termina la missione raggiungendo La Maddalena, senza aver avvistato alcuna nave repubblicana.
31 agosto 1937
Il Millelire (capitano di corvetta Giovanni Onis), facente ora parte del I Gruppo Sommergibili di La Spezia, parte da La Spezia per la sua seconda missione clandestina della guerra di Spagna: questa volta, il settore assegnato è al largo di Valencia.
6 settembre 1937
Rientra a La Spezia senza aver incontrato alcuna nave repubblicana.


Il Millelire con l’originaria sigla identificativa "ML", poi mutata in "MI" dopo l’entrata in servizio del nuovo sommergibile Marcello (cui andarono le lettere "ML") (da www.grupsom.com)

1938
Assegnato alla XV Squadriglia Sommergibili (I Gruppo Sommergibili, di base a La Spezia), composta dai più grandi sommergibili della Regia Marina: il Millelire ed i suoi tre gemelli, le tre unità della classe Calvi – Pietro CalviGiuseppe Finzi ed Enrico Tazzoli – e l’Ettore Fieramosca.
5 maggio 1938
Il Millelire prende parte alla rivista navale "H" organizzata nel Golfo di Napoli per la visita in Italia di Adolf Hitler. Partecipa alla rivista la maggior parte della flotta italiana: le corazzate Cesare e Cavour, i 7 incrociatori pesanti della I e III Divisione, gli 11 incrociatori leggeri della II, IV, VII e VIII Divisione, 7 "esploratori leggeri" classe Navigatori, 18 cacciatorpediniere (le Squadriglie VII, VIII, IX e X, più il Borea e lo Zeffiro), 30 torpediniere (le Squadriglie IX, X, XI e XII, più le vecchie Audace, Castelfidardo, Curtatone, Francesco Stocco, Nicola Fabrizi e Giuseppe La Masa ed i quattro "avvisi scorta" della classe Orsa), ben 85 sommergibili della Squadra Sommergibili al comando dell’ammiraglio Antonio Legnani, e 24 MAS (Squadriglie IV, V, VIII, IX, X e XI), nonché le navi scuola Cristoforo Colombo ed Amerigo Vespucci, il panfilo di Benito Mussolini, l’Aurora, la nave reale Savoia e la nave bersaglio San Marco.
La Squadra Sommergibili è protagonista di uno dei momenti più spettacolari della parata, nella quale gli 85 battelli effettuano una serie di manovre sincronizzate: dapprima, disposti su due colonne, alle 13.15 passano contromarcia tra le due squadre  navali che procedono su rotte parallele; poi, terminato il defilamento, alle 13.25 tutti i sommergibili effettuano un’immersione simultanea di massa, procedono per un breve tratto in immersione e poi emergono simultaneamente ed eseguono una salva di undici colpi con i rispettivi cannoni.



Sopra, il Millelire durante le prove per la rivista “H” (in secondo piano, il Fieramosca), a Napoli, nel maggio 1938 (g.c. STORIA militare); sotto, il Millelire durante la rivista “H” (da www.italie1935-45.com)


10 giugno 1940
All’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale il Millelire, insieme a Balilla, Enrico Toti ed Antonio Sciesa, forma la XL Squadriglia Sommergibili (dipendente dal IV Grupsom di Taranto), di base a Brindisi (ma per una fonte il Millelire si sarebbe trovato a Napoli al momento della dichiarazione di guerra).
19 agosto 1940
Prende il mare per la prima missione di guerra, un agguato all’imbocco del Canale di Caso, al comando del capitano di corvetta Francesco De Rosa De Leo.
4 settembre 1940
Ritorna alla base.
5 settembre 1940
Quando la Mediterranean Fleet britannica, di ritorno dall’Operazione «Hats», imbocca il canale dragato per rientrare ad Alessandria d’Egitto, il cacciatorpediniere Hereward ottiene un contatto al sonar, e la flotta britannica esegue un’accostata d’emergenza per sventare eventuali lanci. Il sommergibile localizzato dall’Hereward, secondo alcune fonti, potrebbe essere stato il Millelire, oppure il Giovanni Da Procida.
12 novembre 1940
A Taranto il Millelire, insieme al rimorchiatore Teseo, alla nave officina Quarnaro ed alla cisterna per acqua Po, è tra le unità mandate ad assistere la corazzata Littorio, colpita da tre siluri durante il famoso attacco notturno da parte degli aerosiluranti britannici (“notte di Taranto”). Millelire e Teseo affiancano la corazzata silurata sul lato sinistro, mente la Po si posiziona sulla dritta.
14 novembre 1940
Inviato a pattugliare il Canale d’Otranto, a protezione dei convogli che trasportano truppe e rifornimenti in Albania.
17 novembre 1940
Al crepuscolo, ad ovest dell’isola di Fano, avvista un sommergibile nemico ad ovest dell’isola di Fano e gli lancia contro due siluri, senza risultato.
22 novembre 1940
Rientra alla base.


Il Millelire in una foto dell’Almanacco Navale del 1942 (da www.betasom.it)

13 dicembre 1940
Prende il mare per la terza missione di guerra, nelle acque dell’isola di Fano.
17 dicembre 1940
Conclude la missione rientrando alla base.
1940-1941
Secondo una fonte, durante i giorni conclusivi di una missione al largo delle coste dell’Algeria, il Millelire s’imbatte in un battellino con a bordo l’equipaggio di un idrovolante italiano CANT Z. abbattuto (tenente pilota Cesare Palmieri), che trae in salvo. In realtà, tuttavia, non risulta che il Millelire abbia compiuto missioni in quelle acque, o che in generale abbia compiuto altre missioni di guerra oltre a quelle elencate in questa cronologia, ragion per cui è possibile un errore circa il nome del sommergibile.
21 gennaio 1941
Inviato in agguato ad ovest di Pago (per altra fonte, nel Canale d’Otranto). Rientrerà alla base a fine mese.


Il Millelire in emersione, probabilmente nei primi anni di servizio (g.c. Franco Lena via www.naviearmatori.net)

1941
Per qualche mese, il Millelire viene assegnato quale unità per addestramento alla Scuola Sommergibili di Pola, unitamente al Balilla e ad altri tra i sommergibili più anziani della Regia Marina (Toti, Des Geneys ed altri).
15 maggio 1941
Posto in disarmo e rinominato G.R. 248; trasformato in deposito galleggiante di carburante (G.R. significa "Galleggiante Rifornimento", termine che identificava le cisterne ad uso portuale iscritte al Registro dei Galleggianti anziché a quello del Naviglio Militare).
Per altre fonti sarebbe stato messo in disarmo il 15 aprile 1941, ma si tratta di un errore: "Navi militari perdute" dell’U.S.M.M. indica la data del 15 aprile, ed essa risulta anche la più logica, dato che al Millelire venne assegnata la sigla G.R. 248 successiva a quella (G.R. 247) assegnata al Balilla, che fu disarmato il 28 aprile (così non sarebbe stato se il Millelire fosse stato il primo ad essere radiato).
Luglio-Dicembre 1941
L’ex Millelire viene utilizzato per fornire energia elettrica durante le operazioni di recupero della corazzata Conte di Cavour, affondata da aerosiluranti britannici nella rada di Taranto nel novembre precedente. L’energia fornita dai generatori del Millelire e di altre unità viene impiegata per alimentare le pompe che espellono l’acqua dallo scafo della corazzata affondata, permettendo di riportarla a galla.

Il Millelire, sulla sinistra, affiancato alla Cavour il 12 luglio 1941, intento a fornire energia elettrica per il recupero (g.c. STORIA militare)

Benzina e lattice

Quando l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale, il Millelire era in assoluto una delle unità più anziane della numerosa flotta subacquea italiana, ormai troppo vetusto per poter essere efficacemente impiegato in guerra. Di conseguenza, dopo aver eseguito una manciata di missioni, il 15 maggio 1941 il sommergibile – ormai troppo vetusto e poco affidabile – venne posto in disarmo e trasformato in bettolina carburanti e pontone di carica, ricevendo al posto del nome la sigla G. R. 248; sorte toccata al contempo al gemello Balilla e, due anni più tardi, anche al Toti (lo Sciesa, adibito a missioni di trasporto verso l’Africa Settentrionale, venne invece affondato nel 1942).
Per circa un anno il G. R. 248 fu adibito a solo impiego portuale, ma nell’estate del 1942, mentre in Egitto infuriavano i combattimenti attorno ad El Alamein, lo Stato Maggiore della Marina, pressato da sempre più insistenti richieste di carburante da parte del Comando tedesco, decise tra le altre cose – insieme all’adozione di altri provvedimenti per incrementare la quantità di carburante inviata in Nordafrica, come l’utilizzo in missioni di trasporto degli incrociatori ausiliario Barletta e Brioni e quello dei cacciatorpediniere (che però ebbe luogo soltanto a partire dall’autunno) – di utilizzare il Millelire per trasportare carburante in Africa Settentrionale. Completamente svuotato degli apparati interni, viaggiando semisommerso a rimorchio del cacciatorpediniere Saetta (dotato di apposite attrezzature per rimorchi veloci), l’ex Millelire avrebbe potuto trasportare circa 1030 tonnellate di carburante nei propri compartimenti-serbatoi (altra fonte parla di 600 tonnellate di benzina in latte) ad una velocità relativamente elevata.
L’ex sommergibile venne così sottoposto a pesanti modifiche: vennero eliminate la torretta, i motori principali ed ausiliari, le eliche e qualsiasi altra parte superflua per il nuovo impiego, fino a lasciare un guscio vuoto. Lo scafo venne quindi diviso in compartimenti a tenuta stagna, ognuno dei quali avrebbe funto da cisterna, e la prua venne modificata in modo da avere una forma più idrodinamica, che avrebbe permesso il rimorchio dell’unità ad una velocità di 18 nodi.

Il Millelire, ormai convertito in bettolina/pontone e ribattezzato G.R. 248, in una foto scattata a Taranto nel 1941, durante i lavori di recupero della Cavour (Coll. Guido Alfano via Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)

Il 13 luglio 1942 il G.R. 248 “effettuò” la sua prima missione di questo tipo, venendo rimorchiato da Navarino a Suda dal Saetta, scortato dalla torpediniera Polluce.
Due mesi dopo, alle 8.45 del 13 settembre 1942, l’ex Millelire lasciò Taranto a rimorchio del Saetta (capitano di corvetta Enea Picchio) trasportando ben 690 tonnellate di carburante (247 di benzina e 443 di gasolio) destinate a Tobruk. Il rimorchio poteva avvenire a 14 nodi, velocità superiore a quella della maggior parte delle navi mercantili dell’epoca; Saetta e Millelire erano scortati dalla vecchia torpediniera Castelfidardo.
Giunte a Navarino alle 11 del 14 settembre, le due navi ed il sommergibile-bettolina ripartirono alle 7.15, procedendo a 14 nodi lungo le rotte costiere della Grecia occidentale. Durante la navigazione le unità vennero sorvolate da ricognitori e bengalieri, ma giunsero indenni a Tobruk alle 10 del 17 settembre.

Alle 16 dell’11 ottobre 1942 il G.R. 248 lasciò Tobruk nuovamente a rimorchio del Saetta (capitano di corvetta Enea Picchio), in convoglio con la motonave Col di Lana. Lo strano convoglio era scortato dal cacciatorpediniere Freccia (capitano di fregata Giuseppe Andriani) e dalle torpediniere Lupo (capitano di corvetta Carlo Zinchi) ed Antares (capitano di corvetta Maurizio Ciccone). Tra le 00.00 e l’1.40 del 12 ottobre il convoglio venne attaccato da bombardieri una settantina di miglia a nord di Tobruk; verso l’una di notte l’Antares venne colpita da alcune bombe, subendo gravi danni e perdite tra l’equipaggio (31 morti e 37 feriti), dovendo essere presa a rimorchio dalla Lupo, che la condusse a Suda (dove arrivarono alle 13 del giorno seguente).
Il resto del convoglio proseguì e, alle 17 del 12, si divise: Col di Lana, Freccia e la torpediniera Perseo (mandata da Suda) diressero per il Pireo, mentre il Saetta, con a rimorchio l’ex Millelire, fece rotta su Navarino, scortato dalla torpediniera Lira, inviata da Suda. Cacciatorpediniere, torpediniera e sommergibile-bettolina arrivarono a Navarino alle 2.30.
Complessivamente, i risultati dell’impiego del Millelire per il trasporto di carburante in Nordafrica furono giudicati positivi.

Quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia, il 10 luglio 1943, l’ex Millelire si trovava proprio in quell’isola; all’occupazione statunitense di Palermo, nel luglio del 1943, il relitto del sommergibile-bettolina venne trovato affondato nel porto di quella città.
Così rimase per due anni e mezzo, finché a guerra ormai finita da tempo, il 28 febbraio 1946, lo scafo dell’ex sommergibile venne riportato a galla. 


Il Millelire, trasformato in bettolina lattice della Pirelli, fotografato a Genova il 26 ottobre 1958 (g.c. Carlo Martinelli, via www.naviearmatori.net)

Il 18 ottobre 1946 il Millelire venne ufficialmente radiato dai quadri della Marina (ormai non più Regia), ma non andò alla demolizione: venne invece acquistato dalla Società Pirelli, che lo trasformò in una bettolina-deposito per trasporto di lattice di gomma e lo impiegò in questa funzione, ormeggiato alternativamente a Genova od a La Spezia (zona San Bartolomeo), per quasi trent’anni, dal 1948 al 1975. Trattandosi di un’unità già da tempo disarmata e trasformata in bettolina, e soprattutto di un relitto recuperato, l’ex Millelire non era soggetto a restrizioni per impiego civile (fu acquistato dalla Pirelli come rottame).



Due foto del Millelire ormeggiato a Genova come bettolina lattice, il 19 ottobre 1962 (foto Giorgio Ghiglione, via g.c. Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)


In questa nuova forma (senza più torretta, e con lo scafo pesantemente modificato), il Millelire si ritrovò così ad essere l’ultimo sommergibile della Regia Marina ancora esistente: i battelli sopravvissuti al conflitto erano stati tutti demoliti nel 1948 per disposizione del trattato di pace, ad eccezione di Giada e Vortice, i quali, dopo un lungo servizio nella Marina del dopoguerra, erano a loro volta andati incontro alla fiamma ossidrica alla fine degli anni Sessanta; anche i pochi sommergibili finiti in mano ad altre Marine per cattura o cessione – il greco Matrozos ex Perla, il francese Narval ex Bronzo, il britannico P 711 ex Galilei, lo jugoslavo Sava ex Nautilo, i sovietici S 32 ex Marea e S 41 ex Nichelio – erano ormai stati tutti demoliti.
Ma anche la lunga storia del Millelire vide infine il proprio epilogo. Ritenuto ormai non più utile anche dalla Pirelli, nel 1977 l’ultimo superstite di quella che un tempo era stata la seconda flotta subacquea del mondo venne demolito in sordina, nel 1977.

Un’altra foto del Millelire nella sua ultima forma (da www.betasom.it)