martedì 19 dicembre 2017

Pleiadi

La Pleiadi in uscita dal Mar Piccolo di Taranto nel 1939 (da “Le torpediniere italiane 1881-1964” di Mario Paolo Pollina, seconda edizione, USMM, Roma 1974)

Torpediniera della serie Alcione della classe Spica (dislocamento di 670 tonnellate standard, 975 in carico normale, 1050 a pieno carico). Durante la seconda guerra mondiale operò prevalentemente in Mar Jonio e Basso Tirrenio, svolgendo in tutto 22 missioni di scorta e 5 missioni di ricerca o caccia antisommergibili.

Breve e parziale cronologia.

4 gennaio 1937
Impostazione nei Bacini & Scali Napoletani di Napoli.
5 settembre 1937
Varo nei Bacini & Scali Napoletani di Napoli, alla presenza del prefetto di Napoli e dell’ammiraglio comandante il Dipartimento Militare Marittimo del Basso Tirreno.
4 luglio 1938
Entrata in servizio. Assegnata alla XIV Squadriglia Torpediniere, alle dipendenze del Comando Marina della Libia.
Poco dopo l’entrata in servizio, la nave visita dapprima Malta e poi Cattaro e Sebenico.
Estate 1939
Trasferita alla Divisione Scuola Comando di Augusta.
7-9 aprile 1939
La Pleiadi partecipa all’occupazione di San Giovanni di Medua durante le operazioni per l’invasione dell’Albania (Operazione «Oltre Mare Tirana», OMT). La Pleiadi è per l’occasione inquadrata nel I Gruppo Navale (al comando dell’ammiraglio di divisione Angelo Iachino), insieme alla gemella Polluce, all’incrociatore leggero Giovanni delle Bande Nere, ai cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco, Folgore e Fulmine, alla nave cisterna e da sbarco Garigliano ed al grosso piroscafo Umbria: queste navi devono sbarcare due compagnie del Reggimento «San Marco» e tre battaglioni di bersaglieri (il III Battaglione dell’8° Reggimento Bersaglieri, il VI Battaglione del 6° Bersaglieri ed il XXVIII Battaglione del 9° Bersaglieri), al comando del colonnello Arturo Scattini.
Lo sbarco, preceduto da un bombardamento navale, viene contrastato dai difensori albanesi con fuoco di fucileria e qualche mitragliatrice, che causano qualche perdita; alcune navi intervengono coi loro cannoni in supporto delle truppe da sbarco, che occupano San Giovanni di Medua nel giro di un’ora circa. Il giorno seguente la colonna del colonnello Scattini conquista Scutari, suo obiettivo principale.
1939-1941
Lavori di modifica: le quattro mitragliere binate da 13,2/76 mm vengono sostituite con sei mitragliere binate Breda 1935 da 20/65 mm.
10 giugno 1940
L’Italia entra in guerra. La Pleiadi (tenente di vascello Carlo Borello, 31 anni, da Napoli) forma la XIV Squadriglia Torpediniere, di base a Messina, insieme alle gemelle Pallade, Polluce e Partenope (tale Squadriglia, insieme alla XIII composta da Circe, Calipso, Calliope e Clio, forma la 1a Flottiglia Torpediniere).
16 giugno 1940
Riceve a Crotone la bandiera di combattimento, donata dalla locale sezione della Lega Navale Italiana, con il contributo del Comune.
Nei mesi seguenti la Pleiadi, di base a Gallipoli, svolgerà missioni di vigilanza nel Golfo di Taranto.
5-6 agosto 1940
La Pleiadi, con le gemelle CignoCassiopea ed Aldebaran, scorta gli incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano ed Alberto Di Giussano ed i cacciatorpediniere Antonio Pigafetta e Nicolò Zeno in una missione di posa di mine al largo di Pantelleria. Le quattro torpediniere partono da Augusta insieme alle unità incaricate di posare le mine alle 16 del 5 agosto, ma già alle 20.30 vengono lasciate libere e ritornano ad Augusta, dove arrivano all’1.30 del 6 agosto.
20 agosto 1940
Posta alle dipendenze del Comando Superiore Traffico Albania (Maritrafalba), avente sede a Brindisi, assieme a Polluce e Partenope, ai vecchi cacciatorpediniere Carlo Mirabello ed Augusto Riboty, alle vecchie torpediniere Palestro, Solferino, Castelfidardo, Monzambano, Angelo Bassini, Nicola Fabrizi e Giacomo Medici,  agli incrociatori ausiliari RAMB IIICapitano A. Cecchi e Barletta ed alla XIII Squadriglia MAS con i MAS 534535538 e 539; viene destinata a compiti di scorta ai convogli tra Italia ed Albania nonché ricerca e caccia antisommergibile sulle stesse rotte.
28 agosto 1940
Pleiadi e Partenope salpano da Palermo per scortare a Pola l’incrociatore leggero Alberico Da Barbiano, là inviato per lavori.
29 agosto 1940
Durante la notte, all’1.51, il Da Barbiano sperona il motoveliero Buona Fortuna: preso a rimorchio dalla Partenope, affonderà alle 7.10. Il Da Barbiano giungerà a Pola alle 8.30 del 31 agosto.
1° settembre 1940
In mattinata, la Pleiadi e la Partenope scortano la corazzata Giulio Cesare da Taranto fino al punto di riunione col grosso delle forze navali (1a e 2a Squadra Navale), in mare a contrasto dell’operazione britannica "Hats". La Cesare non è potuta partire col resto delle navi a causa di problemi ai condensatori, manifestatisi al momento della partenza da Taranto.
12 ottobre 1940
Maritrafalba viene sciolto (sarà successivamente ricostituito, ma senza più la Pleiadi alle sue dipendenze).
11-12 novembre 1940
La Pleiadi si trova ormeggiata in Mar Piccolo a Taranto (in banchina, insieme agli incrociatori pesanti Pola e Trento, agli incrociatori leggeri Duca degli Abruzzi e Garibaldi, ai cacciatorpediniere FrecciaStraleDardoSaettaMaestraleLibeccioGrecaleSciroccoCamicia NeraCarabiniereCorazziereAscari, Lanciere, GeniereDa ReccoPessagno ed Usodimare, alle torpediniere Pallade, Polluce e Partenope, alla portaidrovolanti Giuseppe Miraglia, al posamine Vieste ed al rimorchiatore di salvataggio Teseo), quando la base viene attaccata da aerosiluranti britannici che affondano la corazzata Conte di Cavour e pongono fuori uso la Littorio e la Duilio.
Mentre gli aerosiluranti attaccano le corazzate, cinque bombardieri attaccano a più riprese le unità presenti in Mar Piccolo, a scopo diversivo, sganciando complessivamente una sessantina di bombe.
Alle 23.15 dell’11 le navi in Mar Piccolo aprono il fuoco contro alcuni aerei che sganciano bombe da una quota valutata in 500 metri; gli ordigni inquadrano i posti d’ormeggio dei cacciatorpediniere, ma solo uno va a segno, senza esplodere (sul Libeccio, che riporta solo lievi danni).
14 febbraio 1941
La Pleiadi viene fatta salpare da Gallipoli per cercare eventuali naufraghi della nave cisterna Cesco, silurata e danneggiata dal sommergibile britannico Rover tre miglia a sudest di Capo Rizzuto, e per cercare il sommergibile stesso e dargli la caccia. La torpediniera accorre sul posto a 25 nodi.
15 febbraio 1941
Missione di ricerca e caccia antisommergibili nel Golfo di Squillace. Scorta inoltre il piroscafo San Giorgio ed il trasporto militare Enrichetta da Crotone a Punta Stalettì.
16 febbraio 1941
Scorta la cisterna militare Velino da Punta Stalettì a Taranto.
22 marzo 1941
La Pleiadi e l’incrociatore ausiliario RAMB III salpano da Tripoli per Napoli alle 00.30, scortando il piroscafo tedesco Arta.
25 marzo 1941
Le tre navi raggiungono Napoli alle 18.30.
(La medesima cronologia dell’USMM riporta anche che la Pleiadi sarebbe partita da Tripoli alle 00.30 del 23 insieme alla Polluce, scortando fino alle Kerkennah il piroscafo Santa Paola, diretto a Sfax: è evidente l’incongruenza).
31 marzo 1941
La Pleiadi viene inviata a rinforzare la scorta (torpediniere Cigno e Clio) di un convoglio in navigazione da Tripoli a Napoli e composto dai piroscafi Aquitania, Caffaro, Beatrice Costa e Galilea (tedesco). Poche ore prima, il convoglio è stato attaccato dal sommergibile britannico Upright, che ha silurato il Galilea, il quale è dovuto tornare a Tripoli assistito dalle altre due torpediniere della scorta, Calliope e Pegaso.
2 aprile 1941
Il resto del convoglio raggiunge Napoli alle 20.30.
14 aprile 1941
La Pleiadi ed i cacciatorpediniere Aviere (caposcorta, capitano di vascello Bigi), Geniere, Grecale e Camicia Nera partono da Napoli per Tripoli all’1.45, scortando un convoglio formato dai piroscafi tedeschi Maritza, Procida, Alicante e Santa Fe, con truppe e materiali dell’Afrika Korps.
17 aprile 1941
In seguito alla distruzione di un altro convoglio, il «Tarigo», da parte di una squadriglia di cacciatorpediniere britannici, il convoglio di cui fa parte la Pleiadi (convoglio «Alicante») viene temporaneamente dirottato a Palermo, dove giunge alle tre.
18 aprile 1941
Il convoglio riparte da Palermo alle 8.
20 aprile 1941
Il convoglio giunge a Tripoli alle 5.
21 aprile 1941
Dopo alcuni attacchi aerei (tra l’1.50 e le 3.51) da parte di bombardieri Vickers Wellington (decollati da Malta), Fairey Albacore e Fairey Swordfish (in parte decollati da Malta, in parte dalla portaerei Formidable), tra le 4.03 e le 5 il porto di Tripoli viene bombardato da una nutrita formazione navale britannica, che comprende le corazzate Warspite, Valiant e Barham, gli incrociatori leggeri Ajax, Orion, Perth e Gloucester e tredici cacciatorpediniere (Havock, Hasty, Hero, Hereward, Havock, Hotspur, Jervis, Janus, Juno, Jaguar, Griffin, Defender, Kingston, Kimberley): si tratta dell’operazione «M.D. 3».
Il bombardamento, protrattosi per tre quarti d’ora, colpisce duramente la città, provocando elevate perdite tra la popolazione civile, ma arreca danni relativamente contenuti alle attrezzature portuali ed al naviglio presente. Vengono affondati il piroscafo Marocchino, la motonave Assiria e la motovedetta Cicconetti della Guardia di Finanza, mentre subiscono danni non gravi il cacciatorpediniere Geniere, la torpediniera Partenope, la cisterna militare Taranto ed alcune unità minori. Le perdite militari ammontano in tutto a 5 morti e 21 feriti.
3 maggio 1941
Un idrovolante CANT Z. 501 della 188a Squadriglia della Regia Aeronautica (decollato da Tripoli e pilotato dal sottotenente di vascello Arnaldo Panaria), dopo aver attaccato con bombe una chiazza d’olio avvistata al largo di Zuara, richiama sul posto la Pleiadi, che – alle 8.30 – lancia a sua volta undici bombe di profondità.
L’esito dell’attacco è incerto; non vi è alcun elemento che possa confermare l’affondamento di un sommergibile. Il sommergibile britannico Undaunted (tenente di vascello James Lees Livesey) risulta essere scomparso in questi giorni nella medesima zona dell’attacco, ed è pertanto possibile che sia rimasto vittima, con il suo intero equipaggio, dell’attacco della Pleiadi, come ritengono varie fonti; all’epoca, tuttavia, si ritenne che la chiazza d’olio avvistata dal CANT Z. 501 potesse essere semplicemente del carburante affiorante dal relitto della nave cisterna Persiano, affondata poco tempo prima nella stessa zona dal sommergibile britannico Tetrarch. Non esistono certezze sulla sorte dell’Undaunted: è possibile anche che sia affondato su un campo minato italiano (posato il 1° maggio dai cacciatorpediniere Da Mosto e Da Verrazzano) al largo di Tripoli, o persino che sia stato affondato per errore, il 9 maggio, dai cacciatorpediniere britannici Jervis e Kandahar, che lo avrebbero scambiato per un sommergibile nemico.
10 maggio 1941
La Pleiadi lascia Tripoli alle 19, per scortare a Bengasi il piroscafo Bosforo.
12 maggio 1941
Al largo di Tripoli, la Pleiadi attacca un sommergibile immerso: secondo alcune fonti potrebbe trattarsi del già citato Undaunted, ma ciò risulta improbabile, dato che sarebbe dovuto rientrare a Malta l’11 maggio. Restano invece i dubbi sull’azione del 3 maggio.
Pleiadi e Bosforo arrivano a Bengasi alle 10.30.
19 maggio 1941
La Pleiadi salpa da Tripoli alle 5 di scorta al piroscafo Silvio Scaroni, diretto a Bengasi.
Alle 12.19, in posizione 32°46’ N e 14°06’ E, il sommergibile britannico Unbeaten (tenente di vascello Edward Arthur Woodward) avvista Pleiadi e Scaroni che procedono verso est, e si avvicina per attaccare; alle 12.45, al largo di Tagiura, l’Unbeaten lancia tre siluri da 3200 metri. In realtà, solo una delle tre armi si dirige verso il bersaglio: il primo siluro, infatti, cozza contro il fondale ed esplode otto secondi dopo il lancio, ed il terzo, a causa dell’esplosione del primo (che ha fatto perdere temporaneamente all’equipaggio il controllo della quota), viene lanciato con il sommergibile fortemente appruato, così finisce anch’esso per schiantarsi contro il fondo ed esplodere.
La Pleiadi avvista il restante siluro, diretto contro di essa, lo evita con la manovra e ne risale la scia; portatasi sul punto in cui ritiene trovarsi il sommergibile, vi scarica sopra l’intera riserva di bombe di profondità, 27 in tutto. Alcune delle bombe esplodono piuttosto vicine all’Unbeaten, ma causano solo danni di poco conto; il sommergibile resterà immerso per dodici ore, fino a quando la Pleiadi non se ne sarà andata.
23 maggio 1941
Pleiadi e Silvio Scaroni raggiungono Bengasi alle 5.
Alle 21.45 la Pleiadi, trasferitasi a Tripoli, ne parte nuovamente per scortare a Bengasi il piroscafo Capo Orso.
24 maggio 1941
Alle 6.30 la Pleiadi, a causa del maltempo, deve lasciare la scorta del Capo Orso, che prosegue da solo (arriverà regolarmente a Bengasi alle 15).
25 maggio 1941
La Pleiadi salpa da Tripoli per Trapani alle 8, scortando la motonave Manfredo Camperio, a rimorchio del rimorchiatore Salvatore Primo.
26 maggio 1941
Il convoglietto rientra in serata a Tripoli, causa allarme navale.
27 maggio 1941
Il convoglietto riparte da Tripoli alle 20.
29 maggio 1941
Le navi giungono a Trapani alle 17.

Il varo della Pleiadi (fotogramma da un filmato dell’Archivio Storico Istituto Luce)

L’affondamento

Il mattino del 30 maggio 1941 la Pleiadi si trovava ormeggiata nel porto di Tripoli, dov’era da poco arrivata al termine di una missione di scorta dall’Italia, quando un idrovolante CANT Z. 501 della 141a Squadriglia Ricognizione Marittima della Regia Aeronautica, appena decollato, compì una manovra errata, che lo portò a precipitare. Disgrazia volle che l’aereo, cadendo, si schiantasse proprio sulla coperta della Pleiadi, a poppa: erano le undici del mattino (per altra fonte, mezzogiorno circa).
Lo schianto causò un’esplosione, che devastò le strutture della torpediniera e scatenò un violento incendio. Divenuta insostenibile la situazione, il comandante ordinò l’abbandono della nave: molti uomini si tuffarono direttamente in mare da prua, altri salirono sugli zatterini di salvataggio. Il carburante in fiamme galleggiava sulla superficie del mare continuando a bruciare, costituendo un ulteriore pericolo per i naufraghi (insieme, secondo un superstite, agli squali); alcuni si misero in salvo allontanandosi a nuoto sott’acqua, mentre la superficie sopra di loro era coperta di carburante incendiato. I naufraghi vennero successivamente raccolti dai rimorchiatori e da altri mezzi portuali.
La Pleiadi, in fiamme, dovette essere rimorchiata nell’avamporto, per allontanarla dalle altre navi ed evitare conseguenze disastrose nel caso l’incendio avesse raggiunto i suoi depositi di munizioni; si tentò di portarla all’incaglio, ma verso le 12.30, nonostante ogni sforzo per salvarla, la torpediniera affondò nell’avamporto, lasciando affiorare le sovrastrutture centro-prodiere.
Si dovettero purtroppo lamentare diverse vittime: una fonte parla di 18 morti e 21 feriti, mentre dall’albo dei caduti e dispersi della Marina Militare nel secondo conflitto mondiale risulterebbero i nomi di tredici membri dell’equipaggio della Pleiadi periti il 30 maggio 1941.

I loro nomi:

Guido Brogiani, sottotenente medico, disperso
Tullio De Martin, sottocapo elettricista, deceduto
Fobelli Guido, marinaio torpediniere, disperso
Giacomo Gambino, capo meccanico di terza classe, disperso
Carlo Liccardo, capitano del Genio Navale, deceduto
Adolfo Peroni, marinaio, deceduto
Mario Proclemer, guardiamarina, disperso
Alessandro Raffaglio, marinaio elettricista, disperso
Franco Rech, sottocapo torpediniere, disperso
Pietro Rivano, sottocapo nocchiere, deceduto
Mario Rotella, secondo capo meccanico, deceduto
Andrea Tilotta, sergente radiotelegrafista, disperso
Carlo Torboli, sottocapo cannoniere, deceduto


Una serie di immagini della Pleiadi in fiamme il 30 maggio 1941, scattate mentre ne era in corso il tentativo di rimorchio fuori dal porto di Tripoli (foto Coll. Prospero Solimano, via www.scmncamogli.org)





 
Un’altra foto scattata mentre si cercava di rimorchiare la Pleiadi in fiamme fuori dal porto di Tripoli, il 30 maggio 1941 (g.c. STORIA militare)


Ancora due immagini dell’incendio, scattate da bordo del cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi (g.c. Battista Pasqua)


Si decise successivamente di recuperare la Pleiadi, ma la malasorte si accanì contro questa torpediniera. Il 13 ottobre 1941, quando già i lavori di recupero erano a buon punto, la nave venne centrata da una bomba durante un attacco aereo britannico. Il giorno seguente, come se non bastasse, ci si mise anche una violenta mareggiata, che ridusse la Pleiadi in uno stato tale da renderla del tutto inutilizzabile ed irrecuperabile.
La nave fu considerata come completamente perduta il 14 ottobre 1941, spogliata di tutto ciò che poteva essere riutilizzato, ed abbandonata.
Anche in questa circostanza si dovette lamentare un’altra vittima: il 14 ottobre 1941 morì infatti il marinaio cannoniere Francesco Dagnino, di ventuno anni, genovese.


mercoledì 13 dicembre 2017

Loreto

Il Loreto (da www.regionesicilia.it)

Piroscafo da carico di 1055 tsl, 541 tsn e 1300 tpl, lungo 67,90-70,6 metri, largo 10,20 e pescante 4,88, con velocità di 10,5-11 nodi. Appartenente all’armatore napoletano Achille Lauro ed iscritto con matricola 390 al Compartimento Marittimo di Napoli; nominativo di chiamata IPOK.

Breve e parziale cronologia.

25 gennaio 1912
Varato come francese Astrée (numero di cantiere 268) nel cantiere South Dock della Sunderland Shipbuilding Company di Sunderland (Regno Unito).
Febbraio 1912
Completato come nave carboniera Astrée per la Société Navale Caennaise (armatori Gaston Lamy & Cie.) con sede a Caen. Caratteristiche originarie 1069 tsl, 427 tsn e 1480 tpl.
20 novembre 1915
Requisito a Caen, entra in servizio per la Marine Nationale (la Marina francese) come nave ausiliaria Astrée I. Armato con un cannone da 47 mm.
2 dicembre 1916
L’Astrée, in navigazione a 8 nodi da Glasgow a Lorient con un carico di carbone, al comando del capitano Honoré Moizan, avvista alle 10.20, in posizione 50°55’ N e 08°58’ O, un piroscafo sotto attacco da parte di un U-Boot, che lo sta cannoneggiando da circa 500 metri di distanza. Si tratta del piroscafo britannico Harpalus, in navigazione da Penarth a Nantes con un carico di carbone, e del sommergibile tedesco U 33 (tenente di vascello Heinz Ziemer).
Subito dopo l’avvistamento, l’Astrée vira a dritta in modo da dare la poppa all’U-Boot, mentre viene ordinato il post di combattimento; le macchine sono spinte al massimo per sottrarsi al pericolo, ed il denso fumo generato dalla combustione del carbone caricato a Glasgow occulta sia l’Harpalus (che finirà con l’essere affondato dal sommergibile) che l’U 33, i quali vengono così persi di vista.
L’Astrée si dirige verso Queenstown per riferire dell’accaduto; incontrati due piropescherecci armati, li informa dell’attacco, dopo di che prosegue a zig zag nella navigazione verso Lorient, dove giunge il giorno seguente.
31 marzo 1917
Derequisito e radiato dai quadri della Marine Nationale.
Settembre 1917
Affonda a seguito di una collisione con il piroscafo norvegese Dageide. Successivamente recuperato e riparato.
10 marzo 1918
L’Astrée (al comando del capitano P. Le Bihan) salpa da Cardiff diretto a Cherbourg, con un carico di carbone bituminoso e merci varie per il Governo francese. Navigando a zig zag lungo la costa, alle 12.18 viene ricevuto per radio il messaggio «Germaine silurato»; viene subito ordinato il posto di combattimento, ed alle 12.30 si comunica con il piroscafo Radium, che informa l’Astrée della presenza di un sommergibile al largo di Trevose Head, in Cornovaglia (ed a circa un miglio dalla costa nei pressi di Padstow). Alle 13.30 l’Astrée avvista la scia di un sommergibile immerso a 45° a dritta, in posizione 50°35’ N e 05°00’ O; l’equipaggio apre subito il fuoco con i due cannoni in dotazione (per primo quello di poppa, con alzo 1500 metri), mentre le macchine vengono portate sull’avanti tutta. I primi colpi sparati cadono lunghi, ma il terzo ed il quarto sembrano andare a segno; il periscopio dell’U-Boot viene visto per un po’, dopo di che sparisce, ed altri colpi vengono sparati nella scia. Nondimeno, il sommergibile continua a guadagnare terreno; la scia scompare dopo una decina di minuti, ma riappare a 140° a sinistra, venendo nuovamente fatto oggetto del tiro dei cannoni di bordo (ora con alzo 700 metri). Dopo tre cannonate, il sommergibile scompare, e viene cessato il tiro.
Per cercare di ostacolare eventuali lanci di siluri, la nave mette prima tutta la barra a sinistra, poi a dritta. Alle 14, sparita ogni traccia del sommergibile, il piroscafo cessa il fuoco e prosegue per la sua rotta zigzagando, mantenendo però l’equipaggio ai posti di combattimento. Sono stati sparati in tutto venti colpi di cannone: otto dal pezzo di prua e dodici da quello di poppa.
Il sommergibile avvistato era quasi certamente l’U 110 (capitano di corvetta Carl Albrecht Kroll), che aveva appena silurato ed affondato il piroscafo francese Germaine.
1° ottobre 1932 o 1933
Venduto all’armatore Giovanni Longobardo & C. di Napoli, registrato a Napoli e ribattezzato Loreto.
1935
Venduto all’armatore Giuseppe Parisi, sempre di Napoli.
1937
Venduto all’armatore Achille Lauro di Napoli.
6 luglio 1934
Il Loreto viene coinvolto in un sinistro al largo di Gallipoli, durante la navigazione da Ravenna a Gallipoli.
20 novembre 1934
Coinvolto in un altro incidente nelle acque di Gallipoli, mentre è in navigazione sulla rotta Ravenna-Lissa-Brindisi-Otranto-Gallipoli.
6 marzo 1941
Il Loreto, con a bordo 572 tonnellate di munizioni e materiale da costruzione, salpa da Brindisi alle due di notte insieme al piroscafo postale Merano, con la scorta del vecchio cacciatorpediniere Augusto Riboty. Le tre navi raggiungono Durazzo alle 11.
6 aprile 1941
Il Loreto, insieme ai piroscafi Polcevera e Bucintoro, lascia scarico Durazzo alle 19.20 per rientrare in Italia, con la scorta della torpediniera Castelfidardo.
7 aprile 1941
Il convoglio raggiunge Bari alle 21.30.
15 aprile 1941
Il Loreto ed il piroscafo Armando, entrambi adibiti a traffico civile, salpano da Bari alle 20.15 diretti a Durazzo. Al largo di Brindisi vengono raggiunti dalla torpediniera Sirio, che ne assume la scorta.
16 aprile 1941
Le navi arrivano a Durazzo alle 16.25.
3 giugno 1941
Il Loreto lascia Durazzo e rientra a Bari, solo e senza scorta.
2 luglio 1941
Compie un viaggio da Valona a Brindisi, di nuovo da solo e privo di scorta.
12 luglio 1941
Il Loreto ed il piroscafo Tripolino trasportano un carico di materiali vari da Brindisi a Patrasso, scortati dall’incrociatore ausiliario Olbia.
25 luglio 1941
Il Loreto lascia Patrasso e rientra a Brindisi, passando per Prevesa, da solo e senza scorta.
3 agosto 1941
Il Loreto ed il piroscafo Acilia, privi di scorta, trasportano da Bari a Valona un carico di materiali del Regio Esercito.
15 agosto 1941
Parte da Porto Edda e raggiunge Brindisi, da solo e senza scorta.
23 agosto 1941
Compie un viaggio da Bari a Valona, in navigazione isolata.
13 settembre 1941
Altro viaggio da Porto Edda a Brindisi, da solo e senza scorta.
8 ottobre 1941
Il Loreto ed il piroscafo Costante C. compiono un viaggio da Valona a Brindisi.
18 ottobre 1941
Trasporta un carico di materiali vari da Bari a Valona, da solo e privo di scorta.
24 novembre 1941
Trasporta un carico di materiali vari da Bari a Valona, sempre in navigazione isolata.
14 dicembre 1941
Il Loreto, in convoglio con i piroscafi Audace, Carlo Zeno e Capo Pino, trasporta truppe e materiali dal Pireo a Kavaliani, con la scorta della torpediniera Castelfidardo e di due motovedette tedesche.
29 dicembre 1941
Loreto, Audace e Carlo Zeno rientrano da Kavaliani al Pireo scortati dal dragamine RD 17 e da un MAS.
24 gennaio 1942
Il Loreto lascia Valona e raggiunge Bari, da solo e senza scorta.
21 febbraio 1942
Viaggio da Bari a Durazzo, in navigazione isolata.
23 maggio 1942
Viaggio da Durazzo a Bari, da solo e senza scorta.
31 maggio 1942
Viaggio da Bari ad Antivari, da solo e senza scorta.
15 luglio 1942
Viaggio da Bari ad Antivari, in navigazione isolata.
19 luglio 1942
Viaggio da Antivari a Bari, da solo e privo di scorta.
27 luglio 1942
Viaggio da Bari ad Antivari, da solo e senza scorta.
18 agosto 1942
Viaggio da Bari a Valona, ancora in navigazione isolata.
27 agosto 1942
Viaggio da Valona a Bari, da solo e senza scorta.
2 settembre 1942
Requisito a Bari dalla Regia Marina, senza essere iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
9 settembre 1942
Il Loreto, insieme al piroscafo Leonardo Palomba, salpa da Crotone diretto a Messina, con la scorta della vecchia torpediniera Giuseppe Sirtori. Il sommergibile britannico P 42 (tenente di vascello Alastair Campbell Gillespie Mars), in agguato fuori del porto, avvista entrambi i piroscafi non appena essi escono dal porto, il primo alle 18.22 ed il secondo alle 18.40; alle 19.22 attacca il secondo piroscafo col lancio di due siluri, dalla distanza di 4115 metri. Nessuno dei siluri va a segno, e la Sirtori contrattacca alle 19.50 col lancio di quattro bombe di profondità, che non arrecano danni al P 42.
17 settembre 1942
Salpa da Palermo per Tripoli a mezzogiorno, da solo e senza scorta, con un carico di benzina per aerei in fusti.
21 settembre 1942
Dopo aver seguito le rotte costiere della Tunisia, il Loreto raggiunge Tripoli alle 14.20.

La nave con il precedente nome di Astrée, negli anni Venti (g.c. Mauro Millefiorini, via www.naviearmatori.net)

L’affondamento

Alle 5.20 del 9 ottobre 1942 il Loreto salpò da Tripoli diretto a Palermo, trasportando fusti di benzina vuoti e soprattutto 400 prigionieri di guerra indiani con 26 (per altra fonte, 21) militari italiani di scorta, oltre ai 26 uomini dell’equipaggio (tra cui undici militari addetti all’armamento contraereo del piroscafo). Poco tempo dopo la partenza, al largo di Djerba, il Loreto venne fermato dalla nave soccorso Laurana, che aveva a bordo alcuni naufraghi del piroscafo Alga, affondato poche ore prima in navigazione sulla rotta opposta. Dal momento che tre dei naufraghi erano gravemente feriti e necessitavano di essere trasferiti con urgenza a Palermo, dove avrebbero potuto ricevere cure migliori, la Laurana li trasbordò sul Loreto, che fu poi lasciato proseguire per la sua rotta (per altra fonte, i naufraghi furono trasbordati sul Loreto da un MAS). Il carico umano del vecchio piroscafo veniva così ad assommare in tutto a ben 455 anime, tra naufraghi, soldati, prigionieri e marinai.
Dal momento che il Loreto disponeva di un buon armamento difensivo (4 mitragliere da 20 mm; qualche fonte parla anche di "quattro cannoni contraerei", ma sembra probabile che si intendano in realtà sempre le mitragliere) si decise di farlo navigare da solo, senza alcuna scorta. Dopo lo scalo a Palermo, dove la nave avrebbe fatto rifornimento, il viaggio sarebbe dovuto proseguire fino alla meta finale, Napoli.
Ancora una volta, i comandi britannici sapevano del viaggio prima ancora che la nave partisse: già l’8 ottobre, infatti, un dispaccio di “ULTRA” annunciava, sulla base dei messaggi italiani decrittati, che «…Il Loreto probabilmente partirà da Tripoli ventiquattr’ore più tardi [rispetto al piroscafo Castore, che doveva partire alle 8 dell’8 ottobre], sempre per Napoli.» Il giorno seguente, 9 ottobre, “ULTRA” precisò la natura del "carico" del piroscafo, insieme a molte altre informazioni sul viaggio: «Il Loreto lascerà Tripoli alle 9 del giorno 9, velocità 7 nodi, e dovrà arrivare a Napoli alle 7.30 del 13. Trasporterà 350 prigionieri di guerra»; il 10 ottobre l’orario di partenza venne corretto da un nuovo messaggio, il quale annunciò che «Il Loreto è salpato alle 5.20 del giorno 9 per Napoli». L’11 ottobre, infine, ulteriori intercettazioni permisero ad “ULTRA” di riferire che «Il Loreto con 350 prigionieri di guerra è partito da Tripoli alle 5.20 del 9 ottobre per Napoli, dove giungerà alle 7.30 del 13».
Fin dall’8 ottobre le autorità navali britanniche nel Mediterraneo furono informate da Londra che il Loreto trasportava prigionieri, come ammesso in un rapporto dell’Ammiragliato datato 20 novembre 1942; ci sarebbero stati quattro o cinque giorni per organizzarsi ed impedire che venisse attaccato, ma si scelse di non fare niente. Se le navi che trasportavano prigionieri fossero state sempre risparmiate, mentre le altre venivano attaccate, il rischio era che i comandi italiani sospettassero che i loro messaggi venivano intercettati e decifrati, e decidessero dunque di cambiare i codici, vanificando il lavoro fatto da “ULTRA” per penetrarli; i comandi britannici avevano pertanto deciso che alcune centinaia di prigionieri potevano essere sacrificate, se ciò permetteva di mantenere il segreto su “ULTRA”. Il Loreto stava per diventare il penultimo di una triste serie di sanguinosi affondamenti di navi italiane cariche di prigionieri Alleati; lo avrebbe seguito, esattamente un mese più tardi, lo Scillin, ultimo e più catastrofico di questi casi.

La piccola e vecchia nave, data la sua modesta velocità, ci mise più di quattro giorni per attraversare il Canale di Sicilia; ma nel pomeriggio del 13 ottobre la costa siciliana appariva finalmente in vista, e sicuramente, a bordo, si doveva pensare di averla scampata, quando alle 16.40 il Loreto venne avvistato dal sommergibile britannico P 46 (poi Unruffled, al comando del tenente di vascello John Samuel Stevens). Secondo un articolo del ricercatore Pietro Faggioli, il Loreto raggiunse indenne Trapani, dopo di che imboccò la rotta costiera verso Palermo, dove avrebbe dovuto fare un rifornimento straordinario di provviste ed acqua per i prigionieri; l’incontro col P 46 avvenne quando ormai la nave, navigando sottocosta, era quasi giunta a Palermo.
Il P 46 avvistò dapprima gli alberi ed il fumaiolo del Loreto, del quale stimò che stesse navigando verso est ad una velocità di 6 o 7 nodi, cercando di mimetizzarsi con le alture della costa; alle 17.20 iniziò la manovra d’attaco. Stevens identificò il suo bersaglio come una nave mercantile di circa 1500 tsl, con un cannone a poppa, apparentemente scarica. Alle 17.33 (l’orario indicato dalle fonti italiane differisce di un minuto, risultando le 17.32 come ora del siluramento), in posizione 38°14’ N e 13°14’ E (a quattro miglia per 280° da Capo Gallo, cioè ad ovest-nord-ovest di tale capo) il P 46 lanciò infine tre siluri da 1050 metri di distanza.
Due dei siluri mancarono il bersaglio, uno dei quali esplodendo contro gli scogli dell’isolotto antistante Isola delle Femmine, ma un altro andò a segno, colpendo il Loreto sotto la poppa.
Il piroscafo affondò di poppa in soli dodici minuti: alle 17.43 la nave era per metà sott’acqua, con la poppa già completamente sommersa, ed un minuto più tardi scivolò definitivamente sotto la superficie, portando con sé 124 uomini, affondati con la nave o risucchiati dal gorgo generato dall’affondamento.


Il Loreto in affondamento, in una foto scattata attraverso il periscopio del P 46 (da “Focus” n. 122 – dicembre 2002, via www.pietrocristini.com

I pescatori dei vicini paesi di Isola delle Femmine (distante un miglio e mezzo dal luogo del siluramento) e Sferracavallo (distante tre miglia), messi sull’avviso dalle esplosioni dei siluri, avvistarono il Loreto in affondamento al largo della costa, e si precipitarono sul posto per prestare soccorso con tutte le barche disponibili, sia a motore che a remi. Tra i pescatori accorsi vi furono Salvatore Favaloro (che aveva perso un figlio in guerra, e proprio in mare, scomparso nel 1940 nell’affondamento del sommergibile Provana) e due suoi figli, Salvatore Di Maggio (affetto da problemi cardiaci, ebbe una crisi poco dopo l’affondamento del Loreto e morì quattro mesi più tardi), Vincenzo Riso, Pietro Riso, Salvatorino d’Ippolito, Erasmo Lucido, Giuseppe Lucido (la cui barca recuperò dal mare 13 naufraghi italiani), Giovanni e Cosimo Polizzi, Angelo Randazzo, Ignazio Favaloro ed altri.
Così l’allora corrispondente di guerra Libero Accini, nel suo libro “La rotta della morte”, narra la fine del Loreto, attraverso le parole di un sottufficiale incontrato con gli altri naufraghi sul Molo Piave del porto di Palermo: "Il nostro bastimento, una vecchia carretta, teneva bene il mare. I prigionieri erano stivati sotto coperta. A bordo avevamo ventisei militari di scorta. Servivano per la sorveglianza ai prigionieri. Disponevamo anche di un armamento difensivo contraereo che in caso di attacco dall’aria ci sarebbe servito poco o niente. I soldati di scorta avevano paura del mare. Si riunivano a prora e guardavano noi di bordo con espreswioni astiose. Come fossimo stati noi a richiamarli dalle loro case per mandarli a fare la guerra! Io sono un borghese... Da anni navigavo sul Loreto e mi ci trovavo bene. Credevamo di avercela fatta, ormai, dopo quattro giorni di navigazione eravamo a poche miglia da Capo San Gallo. Là cera l’Isola delle Femmine. I soldati della scorta parevano avere ritrovato la ducia in noi. Ci chiedevano quando saremmo arrivati in porto e qualcuno di essi spingeva la propria condenza fino a mostrarci le fotograe delle danzate o delle mogli o delle sorelle o delle madri. Un caporale mi ha addirittura mostrato la lettera che gli aveva scritto una madrina di guerra, una insegnante delle elementari, di un paese dei dintorni di Bologna. La madrina gli scriveva le solite parole «gloria, vittoria immancabile» e nalmente, al fondo della lettera, lo invitava a trascorrere qualche giorno con lei, nella villetta che abitava. Il caporale pensava ai giorni che sarebbero venuti, alla sua madrina che si aveva inviato dieci lire. Se gli aveva mandato dieci lire signicava che gli voleva bene. All’improvviso è avvenuto il disastro. Un sommergibile ci ha avvistati. L’ho già detto, non avevamo scorta. Che cosa può fare un carretta contro un sommergibile? Il sommergibile lancia una doppietta di siluri. Un siluro esplode contro l’Isola delle Femmine. L’altro siluro ci colpisce a poppa. I soldati sono sbiancati dalla paura…" Il sottufficiale parla, parla. Parole e visioni di fatti che stanno accadendo. Il Loreto non può manovrare, scade di poppa. Non c’è niente da fare. I soldati corrono qua e là sulla coperta che rapidamente si appoppa. I prigionieri urlano. Bisogna salvare i prigionieri. Salvarli. La nave continua ad appopparsi. Non c’è scampo. Lancio di fuochi Very. Urla. «Madonna mia... Madonna di Lourdes salvami... » La Madonna, neanche quella di Lourdes, non si fa viva. La coperta è una confusione di uomini. Prigionieri di guerra e soldati. I superstiti del naufragio del Loreto non si muovono. Che cosa fanno? Sono lì impietriti e guardano davanti a sé senza vedere niente. Le barche di salvataggio sono state fracassate dall’esplosione del siluro. La nave continua a sprofondare. La gente di bordo tenta di portare un po’ d’ordine. «Calma... Calma... Siamo vicini alla costa...» Le parole restano parole. Non hanno senso. Una massa impaurita si lancia in mare senza aspettare l’«abbandono nave». A qualcuno salta in mente di urlare «Viva il Re». È una voce che si sperde nell’aria. Gli indiani, quelli restati a bordo, hanno la paura in faccia. (…) L’acqua è a due terzi della nave. Il Loreto continua a sprofondare. Urla, urla, urla. Gemiti di feriti. Finalmente è dato l’«abbandono nave». I soldati e i prigionieri di guerra indiani sono già in mare. Alcuni di essi scompaiono inghiottiti dall’acqua. L’abisso ha fame. (…) Un soldato bacia un cartoncino con l’immagine di un santo, chiude gli occhi e si lascia andare in mare. Ha la cintura di salvataggio. Ormai sul bastimento non sono restati che i cadaveri dei marinai, di quelli uccisi dall’esplosione del siluro. (…) Arrivano barche di pescatori. I pescatori di Capo Gallo, dell’Isola delle Femmine ricuperano i naufraghi. Ne ricuperano quanti possono. Dopo un certo tempo arrivano i mezzi della Marina da Guerra."




L’affondamento del Loreto in alcune immagini scattate dalla costa siciliana: sopra, la nave poco dopo essere stata silurata, verso le 17.32; sotto, il Loreto impenna la prua al termine alla sua agonia, alle 17.43, mentre le barche dei pescatori hanno già preso il mare e dirigono verso il luogo del disastro (da www.regionesicilia.it)


Strada facendo, dirigendo verso il luogo dell’affondamento, gli improvvisati soccorritori incontrarono le imbarcazioni di salvataggio del Loreto, dirette verso l’isolotto antistante Isola delle Femmine; una volta giunti sul posto, i pescatori trovarono il mare pieno di naufraghi, decine se non centinaia, che si tenevano a galla nuotando nel mare cosparso di olio, alzando le braccia per chiedere aiuto. Alcuni erano già morti. Alcuni dei pescatori, raccolti i naufraghi, li portavano immediatamente fino al paese di Isola delle Femmine, mentre altri li sbarcavano sul vicino isolotto per poi tornare sul luogo dell’affondamento e soccorrerne altri. Sbarcarono sull’isolotto anche i naufraghi che erano riusciti ad imbarcarsi su scialuppe e zattere di salvataggio prima che la nave affondasse. I pescatori recuperarono quanti più uomini possibile prima di tornare verso terra, ma nelle loro piccole barche non c’era abbastanza posto per tutti i naufraghi, e intanto stava già calando il buio.
Vi sono alcune discrepanze sul numero dei morti e dei sopravvissuti; secondo il volume dell’USMM "La difesa del traffico con l’Africa Settentrionale dall’1.10.1942 alla caduta della Tunisia", le vittime furono 124 (un militare italiano e 123 prigionieri di guerra indiani) ed i sopravvissuti 331, in parte salvati dai pescatori del posto ed in parte da mezzi della Regia Marina accorsi sul luogo del siluramento. Altre fonti, indicando sempre in 124 il numero dei morti, parlano invece di 326 sopravvissuti, 49 italiani e 277 prigionieri, dei quali 131 (32 italiani e 99 prigionieri) furono salvati dai pescatori, e 195 (17 italiani e 178 prigionieri) dalle unità della Regia Marina. Il Bollettino delle Forze Armate n. 871 del 14 ottobre 1942, riportato nel diario di guerra di Supermarina e consultato dal ricercatore Platon Alexiades, menziona invece un bilancio più pesante: si parla di 457 uomini a bordo del Loreto, 400 indiani e 57 italiani, dei quali sarebbero stati salvati 271 prigionieri e 39 italiani, il che significherebbe che morirono 129 prigionieri di guerra, anziché 123, e 18 italiani, anziché uno. Ma considerato che tali notizie risalgono al giorno immediatamente successivo all’affondamento, è possibile che ai Comandi italiani fossero giunte informazioni incomplete sul numero dei sopravvissuti raccolti dalle varie unità, e che il dato riportato nel volume USMM sia successivo e più corretto.
I tre naufraghi feriti dell’Alga si trovarono a subire un secondo affondamento nel giro di quattro giorni, ma sopravvissero tutti e tre anche a questa nuova disavventura.

La maggior parte dei prigionieri superstiti furono sbarcati a Isola delle Femmine, ed i restanti a Sferracavallo; dopo i primi soccorsi prestati dalla gente del luogo, vennero caricati su degli autobus e trasportati a Palermo. L’incontro con i prigionieri indiani destò un singolare equivoco tra i poveri pescatori, che ben di rado vedevano stranieri, di qualsiasi nazionalità, e mai in vita loro avevano visto né un indiano d’India né un "indiano" d’America: i prigionieri indicavano sé stessi e dicevano "Amico, io Indian POW", ma i pescatori non conoscevano il significato della parola "POW" ("Prisoner of War", prigioniero di guerra), e pensarono che quelle parole volessero dire che quegli uomini erano indiani d’America, della tribù dei “Pow” o “Poe”. Sulla base del loro aspetto (pelle olivastra, capelli lunghi e neri con treccine, oltre ad essere sporchi e fradici dopo il naufragio), i pescatori giunsero anche alla conclusione che dovessero essere indiani catturati come schiavi; da allora il Loreto divenne noto, per gli abitanti del luogo, come "nave degli schiavi", un appellativo che ancor oggi è legato al suo relitto.
Tra i prigionieri indiani sopravvissuti all’affondameno vi fu anche Chanan Singh Dhillon, dei Bengal Sappers, che nel dopoguerra avrebbe proseguito la sua carriera nel nuovo esercito dell’India indipendente fino a raggiungere il grado di tenente colonnello.
Il 16 ottobre “ULTRA” completò il suo lugubre lavoro, annunciando freddamente che «Il Loreto è stato affondato a quattro miglia da Capo Gallo, Sicilia, alle 17.30 del giorno 13 dal sommergibile P 46».
Nei giorni e nelle settimane successive all’affondamento, anche a seguito di una burrasca, numerose salme, anche in stato di decomposizione via via che passava tempo da quando la nave era colata a picco, vennero portate a riva dalle onde, tra Isola delle Femmine e Sferracavallo. Gli abitanti del posto le recuperarono e le seppellirono nel locale cimitero.

Il relitto del Loreto, meta di subacquei, giace oggi su un fondale fangoso a 85-90 metri di profondità, a 1,5 miglia dal porticciolo di Isola delle Femmine. La prima esplorazione del relitto, ad opera dei subacquei Deny Orlando, Umberto Trapani, Pino Li Muli e Beppe Montaina, risale al 1991. La nave si presenta in assetto di navigazione, con la prora rivolta verso terra, a nordest dell’isolotto che dà il nome al paese; nelle stive si trovano ancora numerosi fusti vuoti di benzina, ed è ben visibile lo squarcio aperto dal siluro che provocò l’affondamento. Nonostante l’elevato numero di vittime, sono mai stati rinvenuti, invece, resti umani all’interno del relitto.
Dal 2015 una targa, apposta su iniziativa dell’Associazione BCsicilia, ricorda ad Isola delle Femmine le vittime del Loreto ed i pescatori che soccorsero i sopravvissuti; il 18 ottobre 2017, nel 75° anniversario dell’affondamento, una cerimonia commemorativa è stata celebrata presso il monumento, seguita dal lancio in mare di fiori.


L’affondamento del Loreto nel giornale di bordo dell’Unruffled (da Uboat.net):

1640 hours - Sighted masts and funnels of an eastbound ship keeping close inshore.
1720 hours - Started attack. The target was a merchant vessel of 1500 tons. A gun was seen aft and she was in ballast.
1733 hours - In position 38°14'N, 13°14'E fired three torpedoes from 1150 yards. Two hits were obtained.
1745 hours - The ship was seen to sink by the stern.”