venerdì 16 giugno 2017

Milano

Il Milano (da www.forum.milanotrasporti.org)

Piroscafo mezzo salone ad elica, in servizio su Lago Maggiore. Lungo 43,30 metri e largo 5,80, con pescaggio 1,26 m e velocità 25,44 km/h. Dislocava 144 tonnellate e poteva trasportare 500 passeggeri, oltre ai 7 uomini di equipaggio.
Aveva due gemelli, Torino e Genova.

Breve e parziale cronologia.

12 agosto 1912
Completato dalla Ditta Bacigalupo di Genova Sampierdarena, entra in servizio per la Società Anonima Innocente Mangilli – Impresa di Navigazione sul Lago Maggiore. Collaudato al comando del capitano Cipriano Besana, è il primo dei tre piroscafi della sua serie ad essere ultimato.

Il Milano ad Intra (da www.forum.milanotrasporti.org)

Luglio 1917
In seguito al fallimento della ditta Mangilli passa, insieme al resto della flotta, in regime di requisizione e gestione provvisoria alle Ferrovie dello Stato, sino al 1923.

La nave a Locarno (da www.forum.milanotrasporti.org)

1923
Passa, con il resto della flotta, in gestione temporanea al Ministero dei Lavori Pubblici.

(da www.lavenomombelloedintorni.it)

1924
Come il resto della flotta, passa alla Società Subalpina Imprese Ferroviarie, che ha rilevato il servizio di navigazione sul Verbano. Ne viene valutata la possibilità di trasformazione (insieme a Torino e Genova) in motonave ad elica, che non viene però attuata.
 
Il Milano fotografato probabilmente in partenza.

L’affondamento

Anche dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, il Milano e gli altri battelli del Verbano proseguirono regolarmente il loro servizio di collegamento tra le opposte sponde del lago. Per più di quattro anni, mentre il destino dell’Italia in guerra si compiva, i battelli del Lago Maggiore continuarono nel loro monotono viavai tra le opposte sponde del lago; compatibilmente, s’intende, con la situazione di un Paese in guerra, con i suoi problemi e le sue ristrettezze.
Ma la guerra guerreggiata sembrava restare lontana dal Verbano; anche dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando calò sull’Italia la grigia cappa dell’occupazione tedesca, il Milano ed i suoi “colleghi” continuarono infaticabilmente a collegare i paesi e le cittadine che si specchiavano nelle acque del lago.
Ma il servizio dei battelli del Lago Maggiore doveva conoscere il suo periodo più nero proprio un anno dopo l’arrivo dei tedeschi.
L’autunno del 1944 vide infatti l’ingresso, su tutto il Nord Italia, di un nuovo flagello portato dalla guerra: innumerevoli aerei Alleati – bombardieri leggeri e cacciabombardieri – che volavano in “caccia libera”. Fino a quel momento erano state sottoposte a pesanti bombardamenti quasi esclusivamente le città di medie e grandi dimensioni, che ospitassero obiettivi d’importanza strategica (industrie impegnate nello sforzo bellico, aeroporti, snodi ferroviari): se queste incursioni causavano allarmi e notti insonni anche nei abitati minori che sorvolavano per raggiungere i loro obiettivi, non avevano però (quasi) mai provocato danni di rilievo.
Ora cambiava tutto: mentre le città continuavano ad essere l’obiettivo dei bombardieri medi e strategici, l’offensiva aerea angloamericana puntava adesso a paralizzare in ogni modo i collegamenti e gli spostamenti delle truppe tedesche (e repubblichine) nell’Italia occupata, iniziando a colpire indiscriminatamente ogni mezzo di trasporto che potesse essere utilizzato dalla Wehrmacht. Sulla Pianura Padana sfrecciavano i cacciabombardieri che gli abitanti presero presto a chiamare "Pippo", sempre in volo, isolati o in coppia, a portare lo scompiglio e, spesso, la morte: la loro preda non aveva un nome o una natura ben definita. I loro bersagli erano "targets of opportunity", obiettivi occasionali: loro scopo primario, come detto, era rintracciare e distruggere qualsiasi mezzo che i tedeschi potessero usare per i loro spostamenti. Ricadevano in questa categoria autocarri, automobili, corriere, convogli ferroviari, ed imbarcazioni di ogni tipo, compresi i battelli lacuali.
Difficilmente i piloti avevano modo di distinguere un mezzo in uso da parte delle forze tedesche (che potevano requisire ed impiegare anche mezzi civili) da uno impegnato nel trasporto di innocui civili: la possibilità di provocare vittime tra questi ultimi era accettata dai comandi Alleati, un inevitabile danno collaterale. In qualche caso, poi, si è forse autorizzati a pensare – a posteriori – che qualche pilota possa aver avuto un atteggiamento deliberatamente criminale.
In ogni caso, le pianure dell’Italia settentrionale non tardarono ad essere insanguinate da attacchi che spesso si tradussero in stragi di civili: a volte anche decine, sfollati e pendolari falciati mentre si spostavano in treno o in autobus. Oppure in battello.
Su ognuno dei quattro grandi laghi prealpini si dovettero lamentare battelli affondati e vittime tra i passeggeri e gli equipaggi: ad inaugurare la triste serie fu proprio il Verbano, il 25 settembre 1944.
Quel giorno, infatti, il Genova, gemello del Milano, fu attaccato e mitragliato da alcuni cacciabombardieri durante la navigazione da Pallanza a Baveno. Incendiato dai colpi, il piroscafo affondò poco al largo di Baveno, con la morte di 34 persone.
Poche ore dopo fu la volta del Torino: venne sorpreso anch’esso dai cacciabombardieri e mitragliato mentre era ormeggiato a Luino. Questa volta non ci furono vittime, ma la nave fu affondata.
 
Passeggeri scendono dal Milano (foto probabilmente scattata in tempo di pace).

In seguito all’affondamento dei due piroscafi, la direzione del servizio di navigazione decise si sospendere, durante le ore del giorno, i collegamenti con i battelli su tutto il lago.
Di conseguenza, quando il mattino successivo un gruppo di civili diretti ad Intra (tra cui, secondo una fonte, molti sfollati provenienti da Milano) si presentarono all’imbarcadero di Laveno Mombello per salire sul Milano, il comandante del piroscafo, capitano Antonio Colombo, disse loro che le partenze erano sospese.
Non solo i civili, però, premevano per raggiungere l’altra sponda del lago: c’era anche un reparto del II Battaglione "M" Venezia Giulia della Divisione "Etna" della Guardia Nazionale Repubblicana. Gran parte di questi uomini, quasi tutti allievi ufficiali, stavano rientrando dalla scuola allievi ufficiali G.N.R. di Varese, dove avevano sostenuto gli esami per la promozione a sergente; alcuni altri stavano rientrando dalla licenza. Erano diretti a Gravellona Toce: il 10 settembre, infatti, il paese piemontese era stato il luogo di un attacco da parte delle formazioni partigiane garibaldine di Cino Moscatelli, proprio nel giorno in cui la cacciata di tedeschi e repubblichini dalla Val d’Ossola aveva sancito la nascita della Repubblica partigiana dell’Ossola. A Gravellona i partigiani erano stati respinti, a causa anche dell’arrivo della colonna nazifascista in ritirata da Domodossola; si era però ritenuto necessario rinforzarne il presidio, anche in preparazione dell’offensiva tedesca e repubblichina per riconquistare la Val d’Ossola.
Il comandante del Battaglione "Venezia Giulia", maggiore Giovanni Ledo, respingendo le obiezioni del comandante Colombo e del personale della Navigazione, dopo lunghe discussioni impose di far salire a bordo i suoi uomini e partire; furono fatti salire a bordo (secondo una versione, dietro insistenza del "comandante della Piazza Militare di Laveno") anche i civili, che premevano anch’essi per raggiungere l’altra sponda del lago, essendo alcuni di loro bloccati fin dal giorno precedente.
Fu così che, alle 9.05 del mattino del 26 settembre 1944, il Milano mollò gli ormeggi da Laveno, sperando di raggiungere Intra senza essere attaccato. Il Lago Maggiore era liscio come l’olio, il cielo terso, “d’un azzurro lievemente striato sopra le morbide curve dei monti”, come ricordò decenni dopo la superstite Alice Spitti: una bella giornata di sole d’inizio autunno.
In tutto, sulla nave si trovavano 45 militari del battaglione "M" Venezia Giulia (3 ufficiali e 42 militi), l’equipaggio ed un numero di passeggeri civili su cui le varie versioni danno notizie contrastanti: una quindicina, una trentina, una quarantina (secondo il sopravvissuto Bruto Pozzetto), o "parecchie decine". Quasi tutti si sistemarono in coperta.      
Purtroppo, quanto temuto dal comandante Colombo e dai dirigenti della S.S.I.F. si avverò poco più tardi: non appena il Milano fu uscito dal Golfo di Laveno (per altra fonte, a metà strada tra Laveno e Intra), apparvero all’orizzonte tre caccia Alleati, probabilmente dei Republic P-47 "Thunderbolt" dell’USAAF (altra fonte parla di tre Supermarine Spitfire britannici, o ancora di sei caccia "angloamericani"). I militi sul Milano, non appena videro gli aerei, cercarono di mettersi al coperto per non farsi vedere, ma gli aerei passarono all’attacco.
La provenienza di questi aerei non è del tutto certa: secondo una versione, sarebbero stati velivoli dell’USAAF normalmente stanziati a Siena ma decollati in questa occasione dalla pista provvisoria allestita a Masera, nella Repubblica dell’Ossola, ed avrebbero attaccato il Milano proprio con l’intento di difendere questa Repubblica, ritenendo (non a torto) che trasportasse truppe repubblichine che avrebbero potuto essere impiegate contro di essa. Secondo varie fonti, anche gli attacchi al Torino ed al Genova, sospettati di trasportare armi e truppe repubblichine, sarebbero da inquadrarsi nell’ambito dell’appoggio angloamericano alla resistenza della Repubblica dell’Ossola, piuttosto che nella generale panoramica dei “target of opportunity”. Questi attacchi, che insieme a qualche lancio di armi furono l’unico concreto aiuto militare Alleato ai partigiani di quella Repubblica, avrebbero in effetti contribuito a rendere più caute le truppe repubblichine nella loro controffensiva, nei giorni seguenti, per il timore di finire sotto attacco da parte degli aerei angloamericani. Ma alla fine non cambiarono molto (la Repubblica dell’Ossola cadde il 23 ottobre 1944), mentre provocarono la morte di molti civili.

I tre cacciabombardieri effettuarono tre passaggi ciascuno, mitragliando e spezzonando la nave ogni volta: in tutto, nove passaggi di mitragliamento.
In pochi minuti lo scafo e le sovrastrutture del Milano furono crivellate da innumerevoli colpi, anche sotto la linea di galleggiamento, e le caldaie centrate e messe fuori uso, provocando forti perdite di vapore e scatenando un violento incendio; tra i passeggeri, sia all’aperto e che sottocoperta, fu una strage.
Il capitano Colombo fu il primo a morire, colpito alla testa mentre era al timone; rimasero uccisi con lui anche altri due membri dell’equipaggio, il marinaio Giovanni Tarazza ed il fuochista Giuseppe Colombara (quest’ultimo venne ritrovato sottocoperta, deceduto per le ustioni). Il macchinista, invece, rimase ferito, ma riuscì a mantenere in funzione le macchine, sia pure al minimo dei giri.
Una passeggera, la ventunenne Alice Spitti, era salita sul Milano assieme alla madre. Stava conversando con un’altra passeggera, una donna di Busto Arsizio, che le aveva chiesto se ci fosse pericolo di bombardamenti a Ghiffa, dove aveva lasciato il figlio piccolo; la ragazza l’aveva rassicurata, e le due stavano ancora parlando, quando videro i tre caccia spuntare dalla direzione di Cannobio. Gli aerei si avvicinarono al Milano ed aprirono il fuco: istintivamente, Alice Spitti si gettò sul ponte. Un uomo si gettò sopra di lei, salvandole la vita: fu infatti ucciso sul colpo dai proiettili, facendole scudo col suo corpo. Quando la giovane si alzò, il Milano era in fiamme; si sentivano continui scoppi, forse provenienti dalla caldaia, e la nave girava su sé stessa, senza controllo, deviando dalla sua rotta. Dappertutto sangue e fumo. Alice Spitti e la madre, entrambe ferite da schegge, furono aiutate ad uscire sul ponte all’aperto, ma qui la scena era ancora peggiore: corpi sparsi sul ponte, morti o feriti ovunque; il comandante Colombo riverso sul timone con la testa spaccata, il battello alla deriva.
Tra i militi del "Venezia Giulia" imbarcati sul Milano c’erano due giovani fratelli triestini, Sergio e Silvio Cosulich: Sergio, ventiduenne, rimase ucciso nell’attacco, mentre Silvio, di un anno più giovane, rimase gravemente ferito. Durante il primo passaggio fu colpito alle gambe, durante il secondo alla testa, durante il terzo (o il quarto) alla spalla; avrebbe passato quattro mesi in ospedale, prima ad Intra e poi a Varese.
Tra le tante vittime vi fu anche il maggiore Renato Ferrini, comandante del I Battaglione del 5° Reggimento della Divisione Fanteria di Marina "San Marco" della Repubblica Sociale Italiana: poco più di due anni prima, da capitano di corvetta della Regia Marina, aveva eseguito col suo sommergibile Axum una delle più brillanti azioni della guerra del Mediterraneo, affondando un incrociatore (il Cairo) e danneggiandone gravemente un altro (il Nigeria) ed una petroliera (l’Ohio) durante la battaglia di Mezzo Agosto. Aveva ricevuto una Medaglia d’Argento al Valor Militare per quel successo; dopo l’armistizio aveva deciso di aderire alla RSI, non più in Marina (la Marina della RSI era pressoché inesistente) bensì nella fanteria di Marina. Da ufficiale di Marina, forse Ferrini si era aspettato di morire su una nave, ma mai avrebbe pensato che sarebbe avvenuto da passeggero su un piccolo battello nelle acque di un lago, senza modo di difendersi.
Chi provò a reagire, senza nessuna speranza di successo, fu il milite Aldo Bucci del "Venezia Giulia": imbracciò il mitra (era l’unico a bordo ad averne uno: gli altri militi avevano solo il moschetto) ed aprì il fuoco contro gli aerei attaccanti. Venne falciato dal tiro delle mitragliatrici, che lo colpirono al ventre: proprio quel giorno compiva vent’anni.
Morto il comandante Colombo, ad assumere il comando fu il maggiore Ledo, che era rimasto ferito; il sergente allievo ufficiale Bruto Pozzetto, da Grado, anche lui del "Venezia Giulia", andò nella timoniera, i cui occupanti erano tutti morti, e prese il timone, facendo faticosamente rotta per l’Isolino San Giovanni e per Pallanza. Alice Spitti ricordò il militare, del quale non conosceva il nome, che chiese dove fosse Intra e poi, saltando le fiamme, raggiunse la timoniera e rimise in rotta il battello che stava deviando senza più nessuno al timone.
Con le macchine che ormai giravano al minimo, avvolto dalle fiamme, l’agonizzante Milano ci mise più di un’ora a raggiungere la riva (normalmente il tragitto da Laveno ad Intra richiedeva mezz’ora): molti passeggeri preferirono tuffarsi nelle acque del lago per cercare scampo, raggiungendo a nuoto la riva. Altri, invece, si erano rifugiati sottocoperta, dove speravano di essere più riparati da eventuali nuovi attacchi.
Claudio Tessitore, di professione bigliettaio, prestava normalmente servizio sul Milano: per puro caso, in quel giorno fatale, era stato assegnato ad un altro piroscafo, il Piemonte. Assisté da distanza all’attacco degli aerei ai danni del Milano, e si diresse verso il battello ferito con una piccola barca, per prestare aiuto: riuscì così a trarre in salvo alcuni militari feriti, oltre a recuperare alcuni cadaveri.
Alla fine, il Milano riuscì ad attraccare nella darsena di Villa Eremitaggio (Pallanza), tra San Remigio e Castagnola (altra fonte parla del muraglione di Villa Scagliola): a questo punto i militi superstiti lanciarono delle cime e, con l’aiuto di alcuni giardinieri e civili (tra cui gli operai di una vicina birreria) precipitatisi nel parco della villa, legarono il battello ai tronchi delle palme del giardino di Villa Eremitaggio, per impedire che andasse alla deriva mentre si procedeva ai soccorsi.
Pompieri, civili e militi della X Flottiglia MAS di stanza a Pallanza, con l’ausilio di scalette di legno e passerelle, aiutarono a sbarcare morti (alcuni dei quali carbonizzati), feriti e superstiti illesi. Alice Spitti fu legata con delle corde per poi essere issata e portata a riva; Sergio Cosulich, gravemente ferito, fu sollevato per una mano sola, essendo l’altra ferita.
I feriti, civili e militari, furono trasportati nell’ospedale di Intra, dove molti di essi morirono nelle ore e nei giorni seguenti; successivamente, i militi della G.N.R. sarebbero stati trasferiti all’Ospedale Militare di Varese.
Nel pomeriggio del 26 settembre, le fiamme che continuavano a divampare a bordo divorarono anche i cavi che trattenevano il Milano agli alberi della riva, ed il relitto del piroscafo (che, secondo una versione, era stato anche colpito a poppa da una bomba durante il quarto passaggio degli aerei) ruppe gli ormeggi e andò alla deriva, fino ad affondare, tra le 16 e le 17, al largo di Punta Castagnola (Verbania).



Due immagini del Milano in fiamme ed in procinto di affondare dopo il mitragliamento (sopra: da www.vfpiemonte.it; sotto: da www.lavenomombelloedintorni.it)



Secondo la stima più accreditata, le vittime del mitragliamento del Milano furono 26: 12 civili e 14 militari della Repubblica Sociale Italiana. Altra versione parla della morte di 10 militi del Battaglione "M" e di un imprecisato numero di civili; secondo il ricercatore Pier Amedeo Baldrati, che scrisse un articolo a riguardo per l’Istituto Storico R.S.I., le vittime del Milano furono 22, ed i feriti 31. Altrove si parla anche di una cinquantina di vittime od addirittura di una settantina, ma si tratta di dati piuttosto vaghi, di dubbia provenienza, e probabilmente esagerati, specie se si considera il numero di persone imbarcate sul Milano.
Tra le vittime di cui si conosce il nome vi sono i tre membri dell’equipaggio (il comandante Antonio Colombo, il marinaio timoniere Giovanni Tarazza ed il fuochista Antonio Colombara) e sedici militari della RSI: oltre al già citato maggiore Renato Ferrini della Divisione "San Marco" (aveva 32 anni ed era di La Spezia) ed al marò della X MAS Augusto Rino Proserpio (19 anni, da Verbania, in servizio alla Scuola Mezzi d’Assalto "Todaro") che si trovava in licenza, morirono quattordici uomini del battaglione "M", ovvero il tenente Carlo Colucci, 30 anni, da Molfetta; il sergente Giuseppe Sestilli, 20 anni, da Melfi; il milite Riccardo Cecconi, 25 anni, da Fiume; e gli allievi ufficiali Glauco Babbi, 39 anni, da Fiume; Aldo Bucci, 20 anni, da Roma; Elio Cosentino, 17 anni, da Napoli; Sergio Cosulich, 22 anni, da Trieste; Antonio Gargiulo, 19 anni, da Castellammare di Stabia; Ettore Ottaviani, 23 anni, da San Mauro in Pascoli; Bruno Pavariani, 18 anni compiuti da pochi giorni, da Cesena; Romolo Vogli, 21 anni, da Budrio; Pasquale Grosso, 18 anni, da Morra de Sanctis; Emilio Sepich, 18 anni, da Fiume; Romeo Montonesi, 19 anni. Colucci, Vogli, Babbi, Bucci e Cosulich morirono a bordo del Milano (i primi due poterono essere identificati, al pari di Ferrini, mentre gli ultimi tre furono trovati carbonizzati), mentre Pavani, Cecconi e Cosentino morirono poche ore dopo nell’ospedale di Intra. Sestilli, Grosso, Sepich e Montonesi morirono nei giorni seguenti, anch’essi nell’ospedale di Intra, per le ferite riportate: Sestilli morì il 28 settembre, Grosso e Sepich il 29 settembre, Montonesi l’11 ottobre 1944.
Ad essi si dovrebbero aggiungere almeno dieci passeggeri civili morti nell’attacco, i cui nomi non sono noti all’autore. Forse le vittime civili furono di più; secondo una fonte, dal registro mortuario del cimitero di Intra risulterebbero tredici civili seppelliti nel cimitero in seguito all’attacco del 26 settembre, ma altre vittime furono seppellite in altri cimiteri della zona.
Altri 29 militi del Battaglione "M" Venezia Giulia (tra cui il maggiore Ledo, il sottotenente Filippo Capelli ed i militi Aurelio Aquini, Italo Bruschi, Giovanni Chiarezza, Silvio Cosulich, Dario D’Aria, Benito Donà, Franco Falzhoger, Giovanni Filippi, Silvano Gerin, Giuseppe Gueli, Ireneo Ianora, Agostino Lo Piccolo, Aldo Pace, Tullio Pascolat, Renato Perisi, Tullio Sandri e Aldo Varicchi) furono ricoverati presso l’Ospedale Maggiore di Varese. Mancano informazioni sui feriti tra i civili.
Le vittime identificate furono sepolte individualmente nel cimitero di Intra o, per gli abitanti della zona, nei cimiteri dei paesi vicini; le salme carbonizzate e irriconoscibili furono sepolte in un’unica tomba per "ignoti", sempre nel cimitero di Intra. Non tutte le vittime, probabilmente, furono trovate; un paio, forse di più, affondarono con il Milano (secondo alcuni, molti civili che si erano rifugiati sottocoperta sarebbero affondati con la nave).
Per un anno dopo la tragedia, secondo il ricordo di alcuni abitanti del luogo, una bambina continuò a recarsi ogni giorno sulla riva del lago, chiamando il padre affondato con il Milano. Alice Spitti, sopravvissuta alla strage, fu visitata per anni da parenti di dispersi che le chiedevano se avesse visto, quel mattino, un loro parente di cui non avevano più avuto notizie.

Terminato il conflitto, le prime due nuove motonavi costruite dalla Navigazione Lago Maggiore ricevettero i nomi di Milano e Genova, a ricordo dei due battelli perduti.
Il 7 maggio 1959 la tragedia del Milano e del Genova venne commemorata con il lancio di una corona di fiori proprio dal Torino, alla presenza del capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Pecori Giraldi, di altri nove ammiragli e di una rappresentanza della Marina, oltre che di sindaci, autorità e popolazione rivierasca, compresi anche alcuni superstiti di quei tragici eventi.
Il 9 ottobre 1984, a quarant’anni dall’affondamento, si tenne una nuova commemorazione: di nuovo il Torino, antico gemello e compagno di sventura di Milano e Genova, imbarcò rappresentanze delle autorità civili e religiose e del personale NLM, i parenti dei membri dell’equipaggio deceduti sui due battelli ed altre persone, e depose due corone di fiori sui luoghi dell’affondamento dei due piroscafi. In entrambi i casi venne impartita una benedizione, e fu celebrata una messa di suffragio a bordo della nave. Nella stessa occasione fu realizzata ad Arona, nella sede della Navigazione Lago Maggiore, una targa in memoria dei cinque uomini della Navigazione periti sul Milano e sul Genova.
Attualmente l’affondamento del Milano viene commemorato annualmente esclusivamente da esponenti di gruppi di estrema destra ed associazioni reducistiche della RSI, con il lancio di una corona d’alloro nelle acque del lago, nel punto dove la nave fu affondata. Bruto Pozzetto, il legionario che si era messo al timone del Milano per portare a riva la nave danneggiata, presenziò a queste commemorazioni per molti decenni, così come il commilitone Silvio Cosulich. Nel 1991, per iniziativa di tali associazioni, una lapide in memoria delle vittime del Milano è stata apposta sulla tomba del cimitero di Intra che aveva accolto i resti delle vittime non identificate.

Le prime ricerche del relitto del Milano, per lungo tempo dimenticato, sono state condotte nel 1999 e nel 2003, ad opera dei Vigili del Fuoco della provincia del Verbano-Cusio-Ossola. A questi primi tentativi, rimasti senza risultato, sono seguite nuove ricerche verso la fine del 2007: il 7 novembre di quell’anno, durante un’esercitazione del nucleo sommozzatori della Direzione Regionale VV.FF. Lombardia (in cooperazione con il Comando di Verbania), il relitto del battello è stato individuato a profondità compresa tra i 235 e i 238 metri, a circa 205 metri dalla costa di Verbania, al largo di Villa Ermitage. Ad individuare e filmare il relitto per la prima volta è stato il mezzo ROV (Remotely Operated Vehicle) "Prometeo" dei Vigili del Fuoco, che ha anche recuperato un oggetto inizialmente irriconoscibile: è stato il vecchio bigliettaio del Milano, Claudio Tessitore, ad identificarlo come il gancio usato dal fuochista per pulire la caldaia. Giuseppe Colombara, il fuochista morto sul Milano, era un suo vecchio amico.
Il 10 maggio 2008 tre subacquei, gli italiani Alessandro Scuotto e Mario Marconi e l’olandese Pim Van Der Horst, hanno compiuto la più profonda immersione su relitto mai effettuata scendendo sul relitto del Milano.

Un piccolo mistero aleggia proprio sul ritrovamento del relitto: già nel 1990, infatti, un privato localizzò e filmò sul fondo del lago, mediante un ROV autocostruito, il relitto di uno scafo che giaceva alla profondità di 90 metri. Il relitto, sul quale erano presenti dei resti umani (due teschi), fu all’epoca identificato come il Milano: ma non poteva trattarsi di questa nave, il cui relitto è poi stato localizzato nel 2007 (ed identificato senza possibilità d’equivoco, essendo il nome ancora leggibile) in acque ben più profonde. Di quale nave poteva allora essere il relitto individuato nel 1990? Si potrebbe forse ipotizzare che si trattasse del gemello Genova, anche se non tutto combacia.

Il Milano giace spezzato in due tronconi, distanti una ventina di metri l’uno dall’altro: uno dei due tronconi giace su fondale piatto a profondità compresa tra i 230 e i 238 metri, mentre l’altro è adagiato su un fondale leggermente digradante a profondità di 215-220 metri.
 
Una cartolina colonizzata con il Milano in arrivo a Luino negli anni Trenta (da www.forum.milanotrasporti.org, utente DanieleTO)


lunedì 12 giugno 2017

Mar Glauco

Il Mar Glauco (Coll. Dennis Farrar via www.gooleships.co.uk)

Piroscafo da carico da 4690 tsl e 2964 tsn, lungo 116 metri, largo 15,6 e pescante 7,7, con velocità di 8-8,5 nodi. Appartenente all’armatore Mariano Maresca & C. di Genova, ed iscritto con matricola 1224 al Compartimento Marittimo di Genova.

Breve e parziale cronologia.

13 febbraio 1906
Varato nel cantiere Pallion Yard della William Doxford & Sons Ltd. come Drumcondra (numero di cantiere 355).
Marzo 1906
Completato come Drumcondra per la Astral Shipping Company Ltd. di Liverpool, che è il suo primo porto di registrazione. In gestione a Joseph Chadwick & Son Ltd.
Si tratta di una nave di tipo «turret deck». Tali bastimenti erano caratterizzati da uno scafo dalla forma inusuale, con fianchi arrotondati e ricurvi verso l’interno al di sopra della linea di galleggiamento: tale struttura, oltre a risultare più robusta, era pensata soprattutto per ridurre la stazza netta (cioè il volume) della nave, così da pagare "pedaggi" più bassi nell’attraversamento del Canale di Suez. Il "pedaggio" di ogni nave, infatti, era stabilito in base alla sua stazza netta: la nave di tipo «turret deck» aveva una stazza netta più ridotta a parità di portata lorda effettiva, e parte degli spazi di carico non erano considerati nel metodo di calcolo allora in uso per stabilire la tariffa per l’attraversamento del Canale di Suez (il metodo fu cambiato nel 1911, vanificando l’espediente delle «turret deck ships», che cessarono così di essere costruite).
Stazza lorda e netta originarie sono 4691 tsl e 2964 o 2971 tsn.
1913
Acquistato dalla L. Possehl & Co. di Lubecca e ribattezzato Lübeck.
Luglio 1914
Proprio mentre sta per scoppiare la prima guerra mondiale,  il Lübeck s’incaglia a Tranøy (Hamarøy, Norvegia), dove si è recato per imbarcare un pilota prima di proseguire per Narvik (Norvegia) e caricarvi minerale di ferro.
Disincagliato, ritorna in Germania.


Due immagini del Lübeck incagliato a Tranøy nel luglio 1914 (da www.jekte-og-jaktfart.origo.no)



1915
Acquistato dalla Nordisches Erzkontor G.m.b.H. di Stettino.
1919
A seguito della sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale, il Lübeck, come molte altre navi tedesche, viene consegnato alle autorità britanniche a titolo di riparazione dei danni di guerra. Lo Shipping Controller (agenzia governativa britannica incaricata della gestione del naviglio mercantile in tempo di guerra), suo nuovo proprietario, lo affida alla Turner, Brightman & Co. di Londra.
1921
Acquistato dalla Calvert Steam Ship Company Ltd. (armatore J. S. Calvert) di Goole, Yorkshire, e ribattezzato S. E. Calvert.

Il S. E. Calvert sotto carico (Coll. Dennis Farrar via www.gooleships.co.uk)

1923
Acquistato dalla Ditta Luigi Pittaluga Vapori, con sede a Genova.
1924
Ribattezzato Aquitania (per altra fonte anche l’acquisto da parte della ditta Pittaluga sarebbe avvenuto nel 1924).
1927
Acquistato dall’armatore Mariano Maresca & C. di Genova e ribattezzato Mar Glauco.
 
Un’altra immagine della nave sotto il nome di S. E. Calvert (Coll. Clive Kettley via www.gooleships.co.uk)

Dall’internamento alla… discarica

All’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, il Mar Glauco era nel numero delle tante navi mercantili italiane – oltre duecento – che si trovavano lontanissime dalla madrepatria: il piroscafo era nelle acque degli allora neutrali Stati Uniti, e fu così costretto a rifugiarsi nel porto di Norfolk, in Virginia. L’8 agosto 1940, previa autorizzazione delle autorità statunitensi, il Mar Glauco lasciò Norfolk e si trasferì a Philadelphia, in Pennsylvania.
Qui rimase internato, come nave mercantile di Paese belligerante in un porto neutrale, in condizioni di semi-disarmo. Non era solo: a Philadelphia, insieme al Mar Glauco, si trovavano internati anche i piroscafi italiani Antonietta, Santa Rosa e Belvedere. Tutti e quattro erano ormeggiati nel fiume Delaware, tra Philadelphia (Pennsylvania) e Gloucester City (New Jersey).
L’internamento del Mar Glauco durò per poco più di nove mesi, perché il 30 marzo 1941 le autorità statunitensi, sebbene tale Paese fosse ancora neutrale, disposero la confisca di tutte le navi di Paesi membri dell’Asse (od ad essa assoggettati, come la Danimarca) che si trovavano nei porti degli Stati Uniti. La scusa fu che gli equipaggi italiani e tedeschi avessero iniziato a sabotare i bastimenti, e che l’intervento militare statunitense fosse necessario per fermarli, in esecuzione delle norme dell’Espionage Act del 1917.
In effetti gli equipaggi delle navi dell’Asse avevano davvero iniziato a sabotare le loro navi: ciò in obbedienza ad una direttiva impartita dall’ammiraglio Alberto Lais, addetto navale italiano negli Stati Uniti, che già nel gennaio 1941 era venuto a conoscenza dei piani statunitensi per impadronirsi dei mercantili italiani presenti nei porti del Paese ed utilizzarli, con bandiera statunitense, per trasportare materiale bellico dall’America al Regno Unito (od anche, secondo un’altra versione, per consegnarli al Regno Unito, che aveva disperatamente bisogno di navi mercantili, visto il crescendo delle perdite inflitte dagli U-Boote tedeschi). All’inizio del marzo 1941 l’ammiraglio Lais aveva esposto le intenzioni del Dipartimento della Difesa statunitense circa il naviglio italiano in una riunione indetta dall’ambasciatore italiano negli USA, Ascanio Colonna. Ottenute da Roma le necessarie autorizzazioni, Lais aveva allora predisposto un piano per rendere le navi inutilizzabili (per un lungo periodo di tempo) prima della cattura, senza che le autorità statunitensi se ne accorgessero; il lavoro di distruzione si sarebbe concentrato esclusivamente sugli apparati motori, da rendere inservibili nel modo più silenzioso possibile (quindi rinunciando all’uso di esplosivi), mediante la fiamma ossidrica. Gli ordini precisavano che le navi non dovevano in alcun caso essere incendiate od affondate, per evitare di recare danno alle strutture portuali od ai cittadini statunitensi, non essendovi uno stato di guerra tra le due nazioni: l’opera di distruzione doveva essere esclusivamente “interna”.
Ciò che seguì, il primo caso di uso della forza militare da parte statunitense nella seconda guerra mondiale, portò alla cattura di 296.615 tsl di naviglio, tra navi italiane (28), tedesche (due) e danesi (35).
Fu questa anche la sorte del Mar Glauco, che venne catturato a Philadelphia, insieme ad Antonietta, Santa Rosa e Belvedere, da uomini della United States Coast Guard e dell’United States Marine Corps. L’ordine di sequestro era stato dato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.
Una flottiglia di una dozzina di vedette della Guardia Costiera statunitense, fatte accorrere anche da Cape May nel New Jersey, imboccò il Delaware nella notte tra il 30 ed il 31 marzo e circondò i quattro bastimenti italiani, abbordandoli e puntando su di essi cannoncini e mitragliere; indi fu lanciato un attacco a sorpresa. Un totale di 150 tra Marines (con le baionette inastate sui fucili) e uomini della Guardia Costiera (armati con fucili automatici calibro 45) sciamarono a bordo del Mar Glauco e delle altre navi, e ne assunsero il controllo; le bandiere italiane furono ammainate e sostituite da quelle statunitensi.
Non vi fu resistenza da parte degli equipaggi italiani; né sarebbe potuto accadere diversamente, con marittimi civili disarmati contro militari armati fino ai denti. In tutto, 108 o 124 tra ufficiali e marinai italiani delle quattro navi vennero catturati e trasferiti nel centro di smistamento per gli immigrati (United States Immigration Detention Barrack) di Gloucester, nel New Jersey.

Una serie di mmagini della cattura del Mar Glauco tratte da un filmato dell’epoca sulla confisca del naviglio dell’Asse nei porti statunitensi (Getty Images):










Su 26 delle 28 navi italiane catturate, in adempienza degli ordini dell’ammiraglio Lais, gli equipaggi avevano fatto in tempo a sabotare le navi per evitare che cadessero intatte in mano statunitense, tanto che tutte e 26 le navi sabotate richiesero lunghi lavori di riparazione in cantiere prima di poter tornare in efficienza. Un articolo del "New York Times" dell’11 febbraio 1942 menzionò che molte delle navi catturate erano state sabotate tanto abilmente che era stato impossibile scoprire la vera entità dei danni inflitti fino a quando non erano uscite una prima volta in mare aperto («many of the seized German and Italian ships were so deftly sabotaged that it was impossible to discover all of the damage until they took a pounding at sea»).
Secondo il "Greensburg Daily News" del 31 marzo 1941, non vi era notizia di sabotaggi attuati sulle quattro navi italiane catturate a Philadelphia, ma il "Pittsburgh Press" dello stesso giorno, citando quanto riferito dal capitano di corvetta Lester E. Wells della U. S. Coast Guard, affermava invece che gli equipaggi di Mar Glauco, Antonietta, Santa Rosa e Belvedere avevano bruciato con cannelli acetilenici – apparentemente, poche ore prima della cattura – gli assi principali ed altre parti vitali degli apparati motori, così che le quattro navi risultavano inservibili per via dei danni alle macchine. Inoltre le caldaie erano state prese a mazzate, aprendo vari squarci, e gli impianti di refrigerazione erano stati messi fuori uso.
Secondo un articolo su un giornale locale, i marittimi italiani sembravano contenti di essere sbarcati, e furono compiaciuti quando nella Immigration Station venne loro servito un pasto cucinato secondo i dettami della cucina italiana. Sempre secondo tale articolo, ai marittimi venne lasciata piena libertà di movimento (gli Stati Uniti e l’Italia non erano ancora nemici), così che ebbero la possibilità di passeggiare per la città e fare amicizia con vari abitanti del posto.
In seguito, però, l’equipaggio del Mar Glauco sarebbe stato processato presso la corte distrettuale della Pennsylvania, per poi finire in un campo d’internamento, al pari di tutti i marittimi italiani negli Stati Uniti.
I rappresentanti diplomatici della Germania e dell’Italia inviarono immediatamente lettere di protesta al segretario di Stato americano Cordell Hull, denunciando l’illegalità della cattura delle navi, e pretendendo il loro rilascio; tali istanze vennero però respinte. Da parte statunitense si sostenne che il sabotaggio delle navi aveva messo in pericolo la sicurezza dei porti americani e la libertà di navigazione, e che pertanto la confisca era stata necessaria e giustificata dall’Espionage Act; per giunta, il sabotaggio di una nave da parte del suo equipaggio nelle acque degli Stati Uniti era considerato reato dalla legge statunitense, dunque non vi sarebbe stata alcuna illegalità nel confiscarle, ed anzi sarebbe stato preciso dovere delle autorità statunitensi impedire che gli equipaggi potessero recare ai bastimenti ulteriore danno.
L’ammiraglio Lais, ritenuto – a ragione – responsabile di aver ordinato il sabotaggio, venne dichiarato persona non gradita ed immediatamente espulso dagli Stati Uniti. Al momento di lasciare il Paese, Lais lamentò l’utilizzo della parola “sabotaggio” da parte della stampa statunitense, supportò l’affermazione (rilasciata da uno dei comandanti) che le navi erano state sabotate per evitare che venissero usate per trasportare nel Regno Unito bombe destinate ad essere usate contro l’Italia, e dichiarò che i comandanti dei bastimenti italiani avevano «semplicemente seguito quel giuramento di onore e dovere scritto nel 1813 sulla bandiera del vostro valoroso commodoro Perry con le splendide parole “Non abbandonare la nave”».

Il 14 luglio 1941 il procuratore degli Stati Uniti J. Barton Rettew, sulla base di ordini diramati dal presidente Franklin Delano Roosevelt, depositò una denuncia la corte distrettuale di Philadelphia, richiedendo che gli armatori (cui erano dati 20 giorni di tempo per rispondere alle accuse) di Mar Glauco (che in quel momento si trovava ormeggiato a Tacony, sobborgo di Philadelphia), Santa Rosa, Antonietta e Belvedere perdessero la proprietà delle loro navi, essendo queste state sabotate dai loro equipaggi, sulla base dell’Espionage Act del 1917. Già il 15 luglio, peraltro, agenti dell’ufficio dello United States Marshal presero formalmente possesso del Mar Glauco e delle altre tre navi.
Il 12 settembre 1941 il Mar Glauco venne formalmente requisito dal Governo statunitense ed affidato alla United States Maritime Commission. Ribattezzato Mokatam (il nome di un celebre cavallo da corsa: i nomi dati a quasi tutte le navi italiane e tedesche catturate negli Stati Uniti furono curiosamente ispirati a questi purosangue; altre fonti datano il cambio di nome al dicembre 1941, dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti) e registrato, per ragioni di "praticità", sotto bandiera panamense, il piroscafo venne noleggiato alla Grace Line (cui fu consegnato a Philadelphia il 10 novembre 1941), che lo adibì al trasporto di nitrati dalla costa orientale dell’America meridionale. Le caratteristiche della nave, in servizio per gli Stati Uniti, risultavano: 4662 tsl, 2977 tsn e 7210 tpl.
Il 22 aprile 1943 il Mokatam fu trasferito (a Los Angeles) sotto il controllo dell’Esercito degli Stati Uniti, noleggiato "a scafo nudo" ("bareboat charter", cioè dato in noleggio senza equipaggio o dotazioni) come United States Army Transport (USAT) Mokatam; la bandiera, da panamese, divenne statunitense. Il piroscafo venne armato con alcune mitragliere contraeree da 12,7 mm (sistemate sulla plancia) e cannoncini da 75 mm (collocati a poppa, per difendersi dai sommergibili) ed impiegato come deposito galleggiante a Morotai, nelle Molucche (Indonesia). In precedenza, apparentemente, il Mokatam trasportò anche alcuni carichi di pistole Colt modello M1911 dal deposito della Marina statunitense (Naval Supply Depot, NSD) di San Pedro a quello di Oakland.
Probabilmente il piroscafo fu adibito a deposito galleggiante, anziché come trasporto militare, per via di una grave avaria di macchina che aveva subito nel dicembre 1943, durante la navigazione da San Francisco, che lo aveva costretto a farsi rimorchiare a Milne Bay, in Papua Nuova Guinea.
Dopo una lunga sosta in quella baia, il Mokatam venne preso a rimorchio dal rimorchiatore Arkansas Fall, che lo portò ad Oro Bay, dove – sempre a rimorchio – si unì ad un convoglio di una ventina di navi diretto a Finschafen, in Nuova Guinea. Il giorno seguente il Mokatam giunse a Dredger Harbour, a nove miglia da Finschafen, dove scaricò parte del proprio carico di materiali militari; poi si trasferì a Cape Gloucester (in Nuova Britannia), dove scaricò il resto del carico ed in particolare il prezioso gasolio in fusti, di cui necessitavano le forze statunitensi che, da poco sbarcate, avevano iniziato la battaglia per riconquistare Rabaul.
Dopo aver caricato altri fusti, il piroscafo lasciò Cape Gloucester (dove aveva sostato, in tutto, per 24 giorni) e ritornò, sempre a rimorchio, a Milne Bay.
Il 27 febbraio 1944 la nave venne danneggiata da un attacco aereo giapponese a Morotai; fu in seguito rimorchiata a Sydney e qui riparata.
A guerra finita, nel gennaio 1946, il Mokatam venne posto in disarmo a Newcastle, nel Nuovo Galles del Sud (Australia; da non confondersi con la più nota città britannica di Newcastle); vi rimase per tre anni (per altra fonte fu disarmato a Stockton, sempre nel Nuovo Galles del Sud).
Il Mokatam figurava tra le 14 navi ex italiane, catturate nel 1941, che l’Ordine Esecutivo 9935 del presidente statunitense Harry S. Truman (datato 16 marzo 1948) autorizzava a restituire al governo italiano; ciononostante, a differenza della maggior parte delle altre navi, questa nave non tornò mai in Italia. Ciò dipendeva probabilmente dalle condizioni pietose in cui ormai la nave versava, dopo quarant’anni di vita, un sabotaggio all’apparato motore ed un logorante servizio di guerra nel teatro del Pacifico: tanto che una nota del 1° gennaio 1947 riferiva che la nave, da tempo in disarmo a Newcastle, avrebbe potuto essere dichiarata «constructive total loss», termine con cui si designavano giuridicamente le navi ancora galleggianti, ma tanto danneggiate da risultare ormai inservibili ed irreparabili.

Rimasto a Stockton, nel 1949 il vecchio piroscafo venne venduto a R. Cunningham & H. Sutherland, i quali nel dicembre di quello stesso anno, insieme ad altri tre uomini, iniziarono lentamente a demolirne le sovrastrutture e la parte superiore dello scafo. La demolizione proseguì gradualmente fino al marzo 1950, quando il Mokatam venne rimorchiato in un’altra zona di Stockton ed ulteriormente demolito, fino a che non ne rimase il solo scafo "rasato" a 60 centimetri al di sopra della linea di galleggiamento.
Il 15 agosto 1950 i metalli da riciclare (destinati ad essere utilizzati per la produzione di attrezzi da costruzione) vennero estratti dallo scafo mediante  dei magneti, ed alle 9.30 del mattino del giorno seguente tre rimorchiatori del Dipartimento Lavori Pubblici rimorchiarono il guscio vuoto del Mokatam lungo il Platt’s Channel, parte del fiume Hunter (sempre nel Nuovo Galles del Sud: precisamente, nell'area portuale di Newcastle, nel sobborgo di Mayfield), finché, giunti nel luogo prescelto per il suo ultimo riposo, ne spinsero lo scafo quanto più vicino possibile alla riva. Delle cime vennero poi tese tra lo scafo rugginoso dell’ex Mar Glauco e due gru mobili, che trascinarono la nave ancora più vicino alla riva, fin sopra ad un banco fangoso del Platt’s Channel.
Riempita un po’ per volta con scorie ferrose, la vecchia nave finì così con l’essere gradualmente interrata, diventando una paratia di contenimento per una discarica di scorie ferrose, fino a diventare essa stessa un nuovo "banco", scomparendo sepolta nel fango e nelle scorie. Con ogni probabilità, si trova laggiù ancor oggi.
 
La nave sotto l’originario nome di Drumcondra (da www.searlecanada.org)

mercoledì 7 giugno 2017

H 1

L’H 1 (Coll. Maurizio Brescia, via www.betasom.it)

Sommergibile costiero della classe H (dislocamento di 360 tonnellate in superficie e 474 in immersione).
I sommergibili di questo tipo, di costruzione canadese, facevano parte della classe 'Holland type 602', che ebbe successo internazionale: prodotti dai cantieri Vickers Canada, ne vennero realizzate ben 83 unità per le Marine italiana, britannica, statunitense, russa, cilena e canadese. Erano sommergibili di piccole dimensioni, a scafo semplice (collaudato per una profondità di 80 metri) con doppi fondi (resistenti a 55 metri) interni allo scafo principale (al pari dei depositi del carburante), a sezioni circolari con calotte semisferiche esterne. Semplici, razionali, sicuri, veloci (la potenza dei motori elettrici per la navigazione in immersione era uguale a quella dei motori diesel per la navigazione in superficie) e manovrieri, specie in immersione, dimostrarono la loro validità in mari ristretti come il Mediterraneo, dove potevano operare senza allontanarsi troppo dalle basi. Erano inoltre caratterizzati da buona abilità e considerevole autonomia in immersione. Loro peculiarità era la chiusura esterna dei quattro tubi lanciasiluri, detti "lanciasiluri a revolver": un unico e solido "cappello" girevole dotato di quattro guarnizioni in gomma per la tenuta dei tubi, e di due fori per l’uscita dei siluri. I tubi erano resi stagni ruotando e spostando opportunamente il cappello; spostandolo in altro modo, era possibile lanciare una coppiola di siluri da due dei tubi, e poi una seconda coppiola dopo circa cinque secondi.

Fu l’Ammiragliato britannico a negoziare il contratto per la costruzione degli "H" italiani, dopo aver convinto la Regia Marina ad approfittare della capacità produttiva dei cantieri Canadian Vickers ed ordinare la costruzione di otto sommergibili di questa classe.
La buona qualità di queste unità è dimostrata dal fatto che sei degli otto "H" italiani erano ancora in servizio ed in buona efficienza nel 1940; sebbene ormai anziani, svolsero ancora un’utile attività di addestramento e di vigilanza antisommergibili presso le maggiori basi della Regia Marina.
L’H 1, attivo durante entrambi i conflitti mondiali, effettuò 39 missioni durante la prima guerra mondiale (26 offensive, lungo le coste orientali del Basso Adriatico, e 13 difensive, al largo di Brindisi), percorrendo complessivamente 1955 miglia (1109 in superficie e 846 in immersione), ed altre 88 nel periodo giugno 1940-settembre 1943 (31 offensive/esplorative, 51 addestrative, 7 di trasferimento), percorrendo in tutto 7899 miglia nautiche.

Breve e parziale cronologia.

31 maggio 1916
Impostazione nei cantieri della Electic Boat Company/Canadian Vickers di Montreal (numero di costruzione 3).
16 ottobre 1916
Varo nei cantieri della Electic Boat Company/Canadian Vickers di Montreal.
Dopo il varo, l’H 1 ed il gemello H 2 lasciano Montreal prima del congelamento invernale del San Lorenzo e raggiungono Halifax, dove completeranno le prove di collaudo.
23 dicembre 1916
Entrata in servizio. Suo primo comandante è il tenente di vascello Ugo Perricone.
In dicembre, terminati i collaudi e l’addestramento ad Halifax, H 1 e H 2 si trasferiscono a Shelburne, in preparazione del loro viaggio verso l’Italia.
Il trasferimento degli "H", suddivisi in tre gruppi (H 1 e H 2 formano il primo) avverrà con l’accompagnamento di navi mercantili fino a Gibilterra, dove navi militari italiane assumeranno la loro scorta fino all’arrivo in Italia. È previsto uno scalo alle Bermuda per fare rifornimento.
13 gennaio 1917
L’H 1 e l’H 2 partono da Shelburne, in Nuova Scozia (Canada), diretti a Bermuda, da dove poi proseguiranno per l’Italia.
Marzo 1917
L’H 1 e l’H 2, dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico insieme, giungono a Messina. Nell’ultimo tratto della navigazione, i due sommergibili sono scortati dal cacciatorpediniere Audace, anch’esso appena completato (in Inghilterra) ed in corso di trasferimento in Italia.
26 maggio 1917
L’H 1 arriva a Brindisi e viene qui dislocato, nel ruolo di caposquadriglia della I Squadriglia Sommergibili H. Viene adibito a compiti esplorativi ed offensivi nell’Adriatico meridionale.
Maggio 1917
Prime missioni di guerra: due tra Lissa e Punta Planca (Dalmazia) ed una al largo di Durazzo. Non avvista unità nemiche.
10 giugno 1917
Prende il mare al comando del tenente di vascello Ugo Perticoni, per una nuova missione di guerra al largo di Cattaro.

L’H 1 in Adriatico nel 1917 (da www.grupsom.com

11 giugno 1917
Avvista ed attacca la torpediniera austroungarica 74 T, ma il bersaglio viene mancato per malfunzionamento dei siluri.
12 giugno 1917
Attacca un’altra torpediniera austroungarica, ma di nuovo i siluri non vanno a segno perché difettosi. Subito attaccato da un aereo e da un sommergibile, riesce ad eludere indenne la caccia, e rientra alla base il giorno stesso.
1917 ca.
Durante una missione al largo della foce del Drin, sempre al comando del tenente di vascello Perticoni, l’H 1 rimane temporaneamente immobilizzato da un grosso cavo, impigliatosi nelle sue eliche. Due membri dell’equipaggio, il marinaio Angelo Tesoriere ed il sottonocchiere Rocco La Porta, si offrono volontari per liberare le eliche: tuffatisi nell’acqua gelida, riescono a sbrogliare il cavo ed a liberare il sommergibile.
13 febbraio 1918
L’H 1, insieme al gemello H 2 e con la scorta della torpediniera Astore, lascia Brindisi diretto a Malta. Per costringere l’Italia a distogliere forze dal fronte principale, infatti, la Germania sta inviando armi ai ribelli libici mediante gli U-Boote, per fomentare l’insurrezione in corso nella colonia; pertanto si è deciso di inviare alcuni sommergibili nelle acque della Libia, allo scopo di contrastare l’intenso contrabbando di armi per i ribelli da parte dei sommergibili tedeschi.
15 febbraio 1918
H 1, H 2 ed Astore, dopo uno scalo a Siracusa, raggiungono Malta.
28 febbraio 1918
L’H 1 lascia Malta diretto in un settore d’agguato al largo di Misurata, per la sua prima missione in acque libiche. Al momento della partenza le condizioni meteomarine sono abbastanza buone, ma in serata il tempo peggiora notevolmente: da una brezza da scirocco (sud-sud-est) si passa ad un forte vento di maestrale (nord-nord-est). Il comandante in seconda, sottotenente di vascello Luigi Donin (o Donini), viene trascinato in mare da una violenta ondata, scomparendo per sempre.
L’H 1 interrompe la missione.
1° marzo 1918
Arriva a Malta.
16 marzo 1918
Lascia Malta per una seconda missione lungo le coste della Libia. Stavolta la missione viene portata a termine, ma senza risultato.
31 marzo 1918
Terza missione nelle acque della Libia, anch’essa infruttuosa.
15 aprile 1918
Ritorna a Brindisi, dove risulterà ancora di base al 1° novembre 1918.
1918-1919 ca.
Finita la prima guerra mondiale, l’H 1 viene trasferito a Taranto.
1920
Imbarca un cannone da 76/30 mm Armstrong 1914.
Settembre 1923
Durante la Crisi di Corfù, causata dall’assassinio (avvenuto ad opera di ignoti il 27 agosto tra Giannina e Santi Quaranta) del generale Enrico Tellini e di una delegazione italiana che avrebbe dovuto definire i confini tra Grecia ed Albania, l’H 1 viene inviato nell’isola greca, che il 31 agosto è stata occupata – per rappresaglia della strage della delegazione italiana – da alcune migliaia di soldati italiani, sbarcati da una poderosa squadra navale salpata da Taranto la sera del 30.
L’H 1 rimane per dieci giorni a disposizione del governatore italiano di Corfù, ammiraglio Diego Simonetti, posto al comando di una forza navale composta da un incrociatore corazzato, cinque cacciatorpediniere ed alcuni sommergibili e MAS (il resto della squadra italiana è rientrato alle basi nei giorni seguenti allo sbarco).
Successivamente la crisi si risolverà, con gli onori resi dalla Grecia alla bandiera italiana al Falero (Atene) ed il pagamento di 50.000.000 di lire come risarcimento da parte della Grecia, e Corfù verrà lasciata dalle truppe italiane il 27 settembre; tutte le unità rientreranno a Taranto il 30 settembre.
Al suo rientro, l’H 1 viene dislocato a Messina, nuova sede della Squadriglia; partecipa a tutte le crociere d’addestramento effettuate dalla Squadra Navale nelle acque della Sicilia.
1927
Presta servizio sull’H 1 il tenente di vascello Romolo Polacchini, futuro ammiraglio comandante della base di Betasom.
Anni ’30
I sommergibili classe "H" vengono assegnati in prevalenza a compiti addestrativi ed alla sperimentazione.
Il cannone da 76/30 viene rimosso e sostituito con una mitragliera contraerea.
1935
Dislocato a La Spezia ed adibito all’addestramento. Durante questo periodo è comandante dell’H 1 il capitano di corvetta Vittorio Meneghini.
Nella seconda metà degli anni Trenta, l’H 1 viene messo a disposizione della neocostituita I Flottiglia MAS (la futura X Flottiglia MAS) quale "vettore", per la sperimentazione (e l’addestramento) del trasporto e rilascio del nuovo mezzo d’assalto subacqueo ideato dai capitani del Genio Navale Teseo Tesei ed Elios Toschi, il siluro a lenta corsa (SLC, noto anche come "maiale").
Verso la fine degli anni Trenta, l’anziano H 1 verrà sostituito in questo ruolo dal più moderno sommergibile Ametista.
Agosto 1937
Partecipa alla guerra civile spagnola con una missione clandestina al comando del tenente di vascello Torri.

L’H 1 in uscita dal Mar Piccolo di Taranto prima della seconda guerra mondiale (g.c. STORIA militare)

10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. L’H 1 (tenente di vascello Alberto Galeazzi), insieme alle residue unità della classe H (H 2, H 4, H 6 e H 8), forma la XVII Squadriglia Sommergibili del I Grupsom di La Spezia.
Lo stesso 10 giugno, l’H 1 viene inviato in agguato tra Capo Corso e la Gorgona, per insidiare le rotte tra Tolone e le coste toscane. La missione si conclude senza risultato.
19 giugno 1940
Prende il mare per la seconda missione di guerra, nel Golfo di Genova. L’H 1 avvista un sommergibile avversario a quota periscopica e tenta di attaccarlo, ma questi, approfittando della propria maggiore velocità, riesce a seminarlo.
25 giugno 1940
Rientra alla base.
3 febbraio 1941
A seguito della partenza da Gibilterra, il 31 gennaio, della Forza H britannica (corazzata Barham, incrociatore da battaglia Renown, portaerei Ark Royal, incrociatore Sheffield e 10 cacciatorpediniere), diretta verso est (il suo obiettivo è bombardare Genova il mattino del 3 febbraio), l’H 1 viene inviato in agguato al largo di La Spezia, a scopo difensivo. Causa il tempo avverso, però, la Forza H rinuncia al bombardamento e si limita a lanciare un attacco aereo contro la diga del Tirso, per poi rientrare alla base nel pomeriggio del 4; l’H 1 e gli altri sommergibili vengono allora fatti rientrare a La Spezia.
Il bombardamento navale di Genova sarà poi effettuato dai britannici in una successiva missione, il 9 febbraio 1941.
30 luglio 1941
Viene inviato in agguato nel Golfo di Genova, con altri due sommergibili (Marcantonio Colonna e H 4), a contrasto dell’operazione britannica «Style» , consistente anch’essa nell’invio di un convoglio a Malta (l’incrociatore posamine Manxman e gli incrociatori leggeri Hermione ed Arethusa in missione di trasporto di 1750 uomini e 130 tonnellate di rifornimenti, con la scorta diretta di due cacciatorpediniere ed indiretta di parte della Forza H) ed azioni diversive (bombardamento di Alghero da parte dei cacciatorpediniere Maori e Cossack e di aerei della portaerei Ark Royal). Non essendo noti a Supermarina gli obiettivi dell’operazione britannica, i tre sommergibili vengono inviati nel Golfo di Genova per intervenire nel caso la Royal Navy volesse replicare il bombardamento navale di Genova effettuato in febbraio.
25-27 settembre 1941
Inviato in pattugliamento difensivo in Mar Ligure durante l’operazione britannica «Halberd», consistente nell’invio di un convoglio a Malta (cisterna militare Breconshire e navi da carico Ajax, City of Lincoln, City of Calcutta, Clan MacDonald, Clan Ferguson, Rowallan Castle, Imperial Star e Dunedin Star con un carico complessivo di 81.000 tonnellate di rifornimenti), ma che i comandi italiani, non conoscendo il vero obiettivo dei britannici, temono invece essere un altro bombardamento navale contro le coste italiane, ragion per cui inviano alcuni sommergibili nel Mar Ligure.
1941-1943
Col procedere della guerra l’H 1, stante la sua anzianità, viene sempre più relegato a ruoli addestrativi presso la Scuola Idrofonisti di La Spezia. Contro le 23 missioni di guerra (offensive al traffico, di ascolto idrofonico, di contrasto a formazioni navali partite da Gibilterra) effettuate nel 1941, il battello ne svolge solo tre (o quattro) nel 1942 e due nel 1943, mentre effettua decine di missioni di addestramento per gli allievi della scuola idrofonisti.
7 settembre 1943
Nel pomeriggio, a seguito dell’avvistamento della forza navale statunitense diretta a Salerno per effettuarvi lo sbarco (Operazione «Avalanche»), l’H 1 (tenente di vascello Augusto Marracini) riceve ordine di trasferirsi da La Spezia a Ajaccio, in Corsica, da dove poi dovrà proseguire verso la zona di Salerno. Insieme ad esso vengono trasferiti in Corsica anche i gemelli H 2, H 4 e H 6 ed il sommergibile ex jugoslavo Francesco Rismondo. Per altra fonte tale trasferimento è disposto da Supermarina in vista dell’imminente annuncio dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, per spostare questi sommergibili da La Spezia e sottrarli così alla cattura da parte dei tedeschi che certamente occuperanno la base ligure.
L’H 1 lascia La Spezia alle 16.10.
8 settembre 1943
Giunge ad Ajaccio tra le 12.30 e le 13.30, unitamente ai gemelli H 2 e H 4 (l’H 6 è stato invece inviato a Bonifacio).
Alla dichiarazione dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, poche ore dopo, l’H 1 si trova ancora ad Ajaccio, e così pure i due gemelli.
Dopo il proclama di Badoglio, il capo squadriglia, capitano di corvetta Francesco Pedrotti, raduna gli equipaggi dei tre "H", mantenendo la calma e la disciplina, in attesa di ordini sul da farsi.
11 settembre 1943
Alle 00.30, arrivati gli ordini, il caposquadriglia Pedrotti fa imbarcare il personale della «MariSezSom Ajaccio» sull’H 1 e sui due gemelli, poi ordina che i tre sommergibili lascino Ajaccio diretti a Portoferraio. Così avviene.
A Portoferraio, H 1 e gemelli sbarcano il personale della MariSezSom Ajaccio, e si aggregano alla flottiglia di unità sottili confluita all’Elba agli ordini degli ammiragli Amedeo Nomis di Pollone ed Aimone di Savoia-Aosta. Insieme a questa flottiglia, i tre "H" proseguono per Palermo, in mano agli Alleati, come da ordini ricevuti.
19 settembre 1943
Lascia Palermo insieme a cinque altri sommergibili (H 2 e H 4, Filippo CorridoniNichelio ed Axum) ed a diverse navi di superficie (le torpediniere AliseoAnimosoArdimentosoArieteCalliopeFortunaleIndomito ed Antonio Mosto, le corvette ApeCormoranoDanaideGabbianoMinerva e Pellicano, il cacciasommergibili ausiliario AS 121 Regina Elena, le motosiluranti MS 35MS 55 e MS 64, i cacciasommergibili VAS 201VAS 204VAS 224VAS 233VAS 237VAS 240VAS 241VAS 246 VAS 248) diretto a Malta.
20 settembre 1943
Arriva a Malta.
21 settembre 1943
Viene temporaneamente dislocato nell’ormeggio di San Paolo/Sliema (Malta), insieme ad altri dieci sommergibili, alle "dipendenze" della nave appoggio Giuseppe Miraglia.
13 ottobre 1943
Nel giorno della dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania, l’H 1 lascia Malta e rientra in Italia (per altra fonte raggiunge Haifa, in Palestina), unitamente a H 2, H 4 ed altri dodici sommergibili (AlagiAtropoFratelli BandieraLuigi Settembrini, Marcantonio BragadinJaleaBrin, Squalo, Filippo CorridoniGalateaCiro Menotti e Zoea).
Fine 1943-Inizio 1944
Viene nuovamente inviato a Malta, dove opera sino al marzo 1944 partecipando ad un totale di 33 esercitazioni per la scuola di lotta antisommergibili. L’equipaggio, al pari di quelli di altri sommergibili italiani (H 2, Luciano Manara, Otaria, Diaspro, CB 9, CB 10 e CB 12) adibiti al medesimo utilizzo, viene alloggiato sul posamine in disarmo HMS Medusa, al quale i vari sommergibili si ormeggiano affiancati.
16 marzo 1944
L’H 1 (tenente di vascello Antonio Canezza) lascia Malta e rientra ad Augusta, dove viene dislocato.
Maggio 1944
Inviato a Taranto, viene sottoposto ad un periodo di lavori di manutenzione, della durata di quattro mesi.
Settembre 1944
Conclusi i lavori, viene assegnato al Gruppo Sommergibili di Taranto ed impiegato nell’addestramento degli equipaggi delle corvette nella caccia ai sommergibili.
Novembre 1944
Nuovamente inviato a Malta.
Aprile 1945
Rientra a Taranto.
Settembre 1945
Dislocato a Napoli.
Marzo 1946
Trasformato in pontone di carica nel porto di Napoli.
31 dicembre 1947 (o 23 marzo 1947)
Posto in disarmo.
1° febbraio 1948
In base alle disposizioni del trattato di pace, che impongono la demolizione dell’intera superstite flotta subacquea italiana, l’H 1 viene radiato ed avviato alla demolizione.
 
L’H 1 in transito nel canale navigabile di Taranto (g.c. Marcello Risolo, da www.marina.difesa.it)