martedì 13 settembre 2016

Smeraldo

Lo Smeraldo (da www.sommergibili.com

Sommergibile di piccola crociera della classe Sirena (dislocamento di 678 tonnellate in superficie, 842 in immersione).
Svolse in guerra 8 missioni offensive e 7 di trasferimento, percorrendo complessivamente 8459 miglia in superficie e 1886 in immersione.

Breve e parziale cronologia.

25 maggio 1931
Impostazione nei cantieri Franco Tosi di Taranto.
23 luglio 1933
Varo nei cantieri Franco Tosi di Taranto. Posto sotto il controllo del Comando in Capo di Taranto per l’allestimento e le prove di collaudo.
29 novembre 1933
Entrata in servizio. Dislocato a Taranto, sotto il comando dell’Ispettorato Sommergibili, col quale svolge l’addestramento iniziale.
1934
Effettua una crociera addestrativa nel Mediterraneo Orientale, facendo scalo a Navarino, Rodi, Portolago, Larnaca, Haifa e il Pireo per poi rientrare a Taranto.
1935
Assegnato alla VII Squadriglia Sommergibili, con base a Messina.
1936
Trasferito alla IX Squadriglia Sommergibili, sempre di base a Messina.
1937
Trasferito alla XLV Squadriglia Sommergibili (IV Gruppo Sommergibili), con base a Taranto.
25 agosto-6 settembre 1937
Al comando del capitano di corvetta Mario Canò, lo Smeraldo effettua una missione al largo di Capo Palos, così partecipando alla guerra civile spagnola. La missione risulta infruttuosa.
19 giugno 1938
Lo Smeraldo, insieme ai gemelli Diamante e Topazio, riceve la bandiera di combattimento nel porto di Civitavecchia, alla presenza del vescovo della città, che benedice i vessilli.
Le bandiere, donate dalle organizzazioni dell’artigianato di Roma, Napoli e Venezia, hanno per “madrine” tre “Giovani Italiane” figlie di caduti in guerra decorati al Valor Militare.
Febbraio 1939
Dislocato a Tobruk, in Libia.
Fine settembre 1939
Trasferito a Taranto, in seno al IV Gruppo Sommergibili.
Inizio 1940
Effettua una crociera addestrativa a Pola.
Viene poi trasferito ad Augusta e poi di nuovo a Tobruk.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. Lo Smeraldo (tenente di vascello Carlo Todaro) fa parte della LXI Squadriglia Sommergibili (VI Grupsom, di base a Tobruk), insieme ai similari Sirena, Fisalia, Naiade ed Argonauta.
Lo stesso 10 giugno lo Smeraldo salpa per la prima missione di guerra, da effettuarsi circa 60 miglia a ponente di Alessandria d’Egitto.
11 giugno 1940
Verso l’una di notte, durante la navigazione di trasferimento verso la zona d’agguato, lo Smeraldo lancia un siluro contro una nave mercantile stimata in 7000-8000 tsl, diretta verso ovest (con rotta opposta al sommergibile, che invece è diretto ad est, verso Alessandria) e scortata da una piccola nave da guerra. L’arma, per via del maltempo e del mare agitato, manca il bersaglio. È il primo siluro lanciato da un sommergibile italiano durante la seconda guerra mondiale.
20 o 23 giugno 1940
Non avendo avvistato altre navi, rientra a Tobruk.
3 luglio 1940
Prende il mare per la seconda missione di guerra, da svolgere sulla congiungente tra Gaudo (isolotto vicino a Creta) e Derna.
7-8 luglio 1940
Nella notte tra il 7 e l’8 lo Smeraldo viene localizzato da unità britanniche e bombardato con ben 200 bombe di profondità: è la più violenta caccia antisommergibili mai subita da un battello italiano. Sebbene seriamente  danneggiato (i più gravi sono delle infiltrazioni d’acqua attraverso i rivetti dello scafo resistente e la messa fuori uso di uno dei motori elettrici), lo Smeraldo riesce a sottrarsi alla caccia; per i danni subiti deve interrompere la missione e rientrare a Tobruk. Da qui, dato che le modeste attrezzature di tale base sono inadeguate all’entità delle riparazioni da effettuare, si trasferisce ad Augusta.
15 luglio-2 dicembre 1940
Lavori di riparazione, effettuati nell’Arsenale di Augusta. Augusta diviene anche la sua nuova base, in luogo di Tobruk.
15 dicembre 1940
Prende il mare per una nuova missione, da svolgere tra Ras el Tin (Cirenaica) e Marsa Matruh (Egitto). Sono in mare nella stessa zona anche i sommergibili Settembrini e Malachite; compito dei tre battelli è attaccare le navi britanniche (monitore Terror e cannoniera Aphis) impegnate nel bombardamento della piazzaforte di Bardia, circondata ed assediata dalle truppe del Commonwealth nell’ambito dell’operazione «Compass».
22 dicembre 1940
Rientra alla base senza aver avvistato navi nemiche.
16 gennaio 1941
Salpa per una nuova missione ad est di Malta.
18 gennaio 1941
Una grave avaria delle batterie (accumulatori) lo costringe a rientrare ad Augusta.
Segue un nuovo periodo di lavori di riparazione, che comportano la sostituzione delle batterie. Cambia anche il comandante: al tenente di vascello Todaro subentra il parigrado Vincenzo D’Amato.
15 marzo 1941
Tornato in efficienza, lo Smeraldo viene inviato nel Canale di Cerigotto, tra Creta ed il Peloponneso.
16 marzo 1941
In tarda mattinata, lo Smeraldo avvista 150 miglia a nordovest di Alessandria un convoglio di sette mercantili scortati da un incrociatore ed alcuni cacciatorpediniere, ma è troppo lontano ed in posizione inadeguata ad un tentativo d’attacco. (Per altra fonte ciò sarebbe avvenuto nella tarda mattinata del 13 marzo, durante la navigazione di trasferimento verso Lero).
18 marzo 1941
Tenta infruttuosamente di attaccare un’unità minore veloce, che però lo avvista e contrattacca violentemente, tentando di speronarlo; lo Smeraldo evita di stretta misura la collisione ed è costretto ad allontanarsi in immersione.
22 marzo 1941
Conclude la missione raggiungendo Lero, dove viene temporaneamente dislocato.
8 aprile 1941
Inviato a sud di Creta.
16 aprile 1941
Rientra alla base dopo una missione infruttuosa.
29 maggio 1941
Salpa per una nuova missione, da svolgere a sudovest di Capo Krio, in appoggio all’invasione tedesca di Creta.
3 o 4 giugno 1941
Rientra alla base senza aver colto risultati.
15 giugno-1° settembre 1941
Trasferito ad Augusta, vi compie un nuovo periodo di lavori di manutenzione. In questo periodo assume il comando dello Smeraldo il tenente di vascello Bartolomeo La Penna, mentre D’Amato passa al comando del nuovo sommergibile oceanico Ammiraglio Millo.
 
Un’altra immagine del sommergibile (da www.anmisavona.it

Scomparsa

Alle 6.25 del 15 settembre 1941 lo Smeraldo, al comando del tenente di vascello Bartolomeo La Penna, salpò da Augusta per formare con altre tre unità uno sbarramento di sommergibili nel Canale di Sicilia, a contrasto di forze navali britanniche salpate da Gibilterra tra l’8 ed il 14 settembre e dirette nel Mediterraneo Orientale.
Lo Smeraldo, in particolare, fu inviato al largo della costa tunisina, in prossimità delle rotte di sicurezza che attraversavano i campi minati; avrebbe dovuto pattugliare la zona "K 2", al largo di Kelibia, delimitata dai meridiani 36°53' N e 36°57' N, dal parallelo 11°12' E e dalla costa della Tunisia. Un secondo sommergibile, l’Alagi (partito da Cagliari nel pomeriggio dello stesso giorno), avrebbe dovuto contestualmente pattugliare l’adiacente zona "K 1", situata immediatamente a nord della "K 2".
Si riteneva imminente il passaggio di un convoglio britannico proveniente da Gibilterra e diretto a Malta, che si sospettava sarebbe transitato nelle acque della Tunisia (sotto il controllo della Francia di Vichy) per eludere il dispositivo di sorveglianza italiano nel Canale di Sicilia: se così fosse stato, Smeraldo ed Alagi lo avrebbero intercettato.
In realtà non vi era nessun convoglio, bensì un singolo mercantile, l’Empire Guillemot, proveniente da Glasgow e diretto a Malta in navigazione isolata (senza scalo intermedio a Gibilterra; era entrato in Mediterraneo nella notte tra il 13 ed il 14 settembre), privo di scorta e camuffato inizialmente da bastimento francese e poi da nave italiana. La sua navigazione, organizzata dai comandi britannici sotto il nome in codice di "Operazione Propeller", si sarebbe conclusa felicemente il 19 settembre con l’arrivo a Malta.

Nel corso della sua missione, lo Smeraldo venne regolarmente informato del passaggio nella sua zona di navi francesi, onde evitare incidenti; il 21 settembre gli fu ordinato di esplorare l’area "K 3", situata immediatamente a sud della "K 2", e secondo gli ordini ricevuti avrebbe dovuto iniziare la navigazione di rientro il 25 settembre, giungendo ad Augusta due giorni dopo.
Ma ad Augusta lo Smeraldo non arrivò mai: fin dalla sua partenza dalla base siciliana, anzi, il battello non ebbe più alcun contatto con la base o con altre unità. Nessuna indicazione su cosa potesse essergli successo: l’Alagi, dal canto suo, non aveva notato niente di strano durante la sua missione.
Tra le decine di sommergibili persi dalla Regia Marina in Mediterraneo, lo Smeraldo fu il solo, insieme al sommergibile posamine Foca, per il quale nemmeno l’analisi, nel dopoguerra, della documentazione britannica permise di rintracciare un’azione antisommergibili che fosse avvenuta in luogo e periodo temporale coerenti con quelli della perdita del battello.

Il tenente di vascello Bartolomeo La Penna, ultimo comandante dello Smeraldo (da www.corriereirpinia.it via Giovanni Pinna)


In mancanza di notizie, si poté soltanto ipotizzare che lo Smeraldo potesse aver urtato una mina, in data imprecisata tra il 16 ed il 26 settembre 1941.
La possibilità più concreta è che lo Smeraldo sia accidentalmente finito sullo sbarramento italiano 5 AN bis, 216 mine tipo Elia posate nella notte tra l’8 ed il 9 agosto 1940 dai cacciatorpediniere Maestrale, Grecale, Libeccio e Scirocco della X Squadriglia tra i punti 36°53' N e 11°16.4' E e 36°56' N e 11°30.2' E. Questo sbarramento, infatti, distava meno di quattro miglia dall’estremità orientale della zona "K 2": non è dunque inverosimile che lo Smeraldo possa avere inavvertitamente sconfinato di qualche miglio verso est dalla sua zona d’agguato, finendo su questo campo minato. Meno probabile è invece che lo Smeraldo possa essere incappato nello sbarramento 5 AN, posato dal posamine ausiliario Scilla la stessa notte del 5 AN bis, ma più ad est.
Un’altra possibilità è quella dell’incidente.
Scomparvero con l’unità il comandante La Penna, altri quattro ufficiali e 40 tra sottufficiali e marinai.

I loro nomi:

Vincenzo Ansardi, sottocapo silurista, da Gozzano
Salvatore Armenio, secondo capo motorista, da Gela
Luigi Avallone, marinaio, da Cetara
Gaetano Belintende, secondo capo silurista, da Assoro
                                   Ervildo Bergamini, sottocapo motorista, da Bondeno
Ferdinando Bertolotti, marinaio silurista, da Torre dei Negri
Antonio Bonanno, marinaio nocchiere, da Messina
Alfredo Brunelli, capo motorista di terza classe, da San Miniato
Amedeo Canessa, marinaio fuochista, da Piombino
Giulio Cesare Carta, sottotenente di vascello (comandante in seconda), da Torino
Cosimo Castaldi, sottocapo segnalatore, da Brindisi
Alberto Codermatz, sottotenente di vascello, da Laurana
Giuseppe De Tommasi, sottocapo elettricista, da Monteroni di Lecce
Giovanni Fancelli, marinaio fuochista, da Terni
Luigi Fonzetti, secondo capo motorista, da Monopoli
Francesco Formoso, marinaio, da Augusta
Paolo Gattuso, marinaio cannoniere, da Reggio Calabria
Luciano Gennari, capo silurista di prima classe, da Pesaro
Luigi Grisendi, sottocapo fuochista, da Milano
Giovanni Giuseppe Iodice, capo elettricista di prima classe, da Casagiove
Marino Iridio, marinaio silurista, da Torino
Bartolomeo La Penna, tenente di vascello (comandante), da Bisaccia
Luigi Losito, marinaio, da Margherita di Savoia
Attilio Maggiani, sottocapo cannoniere, da Sarzana
Dante Melone, sottocapo radiotelegrafista, da Cannobio
Giuseppe Monti, tenente del Genio Navale (direttore di macchina), da Trieste
Salvatore Mura, secondo capo radiotelegrafista, da Orvieto
Francesco Napoli, sottocapo elettricista, da Genova
Angelo Necchi, sottocapo cannoniere, da Trezzano Rosa
Filippo Nico, sottocapo furiere, da Gioia del Colle
Cesare Perin, marinaio elettricista, da Conegliano
Dino Picchi, aspirante guardiamarina, da Livorno
Tommaso Piscitelli, marinaio fuochista, da Giovinazzo
Pietro Piuri (o Biuri), marinaio fuochista, da Misinto
Francesco Portera, sottocapo nocchiere, da Cefalù
Mario Pusca, marinaio motorista, da Gemona del Friuli
Giacomo Remaggi (o Remagi), sergente segnalatore, da Genova
Salvatore Saia, marinaio furiere, da Palermo
Carmelo Santonocito, sergente silurista, da Catania
Giuseppe Sieni, marinaio, da Montespertoli
Antonio Talanca, marinaio, da Silvi
Martino Tecovini (Tecovich), marinaio, da Barbana d’Istria
Adolfo Testa, secondo capo elettricista, da Fontana Liri
Mauro Todisco, marinaio, da Bisceglie
Randolfo Varricchio, marinaio silurista, da San Leucio del Sannio


In entrata a Taranto poco prima della guerra (g.c. Carlo Di Nitto)

mercoledì 7 settembre 2016

Achille

La nave sotto il precedente nome di Llanthony Abbey (York Collection/Harold Appleyard, via www.teesbuiltships.co.uk

Piroscafo da carico da 2425 tsl e 1513 tsn, lungo 88,4 metri, largo 11,9 e pescante 5,67, con velocità di 10 nodi. Appartenente all’armatore Matteo Scuderi di Catania, iscritto con matricola 77 al Compartimento Marittimo di Catania, nominativo di chiamata NBLR.

Breve e parziale cronologia.

27 novembre 1890
Varato come Llanthony Abbey (numero di cantiere 254) dai cantieri Ropner Shipbuilding & Repairing Company – Ropner & Sons Ltd. di Stockton-On-Tees.
Dicembre 1890
Completato come Llanthony Abbey per gli armatori Pyman, Watson & Co. di Cardiff (o Newport). Le prove in mare hanno esito pienamente soddisfacente.
27 novembre-27 dicembre 1897
Il Llanthony Abbey, salpato da Dunkerque il 27 novembre diretto a New York al comando del capitano Townsend, s’imbatte in un periodo di maltempo eccezionale (definito da Townsend il peggiore da lui incontrato), dovendo lottare continuamente contro burrasche da ovest ed anche – la vigilia di Natale – una tempesta di neve, tanto da non riuscire ad avanzare minimamente per giorni interi, e da riuscire solo a percorrere un centinaio di miglia in altri giorni (il giorno migliore vengono percorse 215 miglia). Quando finalmente raggiunge New York, il mattino del 27 dicembre, l’Achille ha quasi completamente esaurito il carbone (ne sono rimaste solo tre tonnellate) e le provviste.
1916
Venduto agli armatori Allen, Adam & Co. Ltd. di Southampton, senza cambiare nome.
1921
Acquistato dalla Harrison H. Shipping Ltd., con sede a Liverpool e Londra.
1924
Acquistato dall’armatore Matteo Scuderi di Catania e ribattezzato Achille.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. L’Achille non sarà mai requisito dalla Regia Marina, né iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
13 agosto 1940
L’Achille e la motonave cisterna Caucaso salpano da Palermo per Tripoli alle 12.30, scortati dalla torpediniera Antares.
17 agosto 1940
Il convoglio giunge a Tripoli alle 13.
4 settembre 1940
L’Achille ed il piroscafo Bainsizza lasciano Tripoli alle 8.30, scortati dalla torpediniera Procione.
6 settembre 1940
Le tre navi arrivano a Palermo alle 16.30. Proseguono per Napoli.
9 settembre 1940
Achille, Procione e Bainsizza giungono a Napoli alle 11.30.
5 gennaio 1941
L’Achille salpa da Crotone, diretto a Tripoli. Lungo il tragitto, viene scortato da unità differenti a seconda della giurisdizione dei tratti di mare che attraversa.
7 gennaio 1941
Arriva a Tripoli a mezzogiorno.

Sabotaggio

Nel giugno 1941, mentre si trovava nel porto di La Goletta (Tunisi) per caricare minerale di ferro, l’Achille cadde vittima di una rete di sabotatori della Resistenza francese, organizzata dall’avvocato André Mounier e dal maggiore Jean Breuillac, che bersagliava proprio le navi italiane impegnate nel traffico dei fosfati e del minerale di ferro dalla Tunisia.
Nella notte tra l’8 ed il 9 giugno 1941 due nuotatori d’attacco non molto dissimili dai «Gamma» italiani della X MAS (ancorché, naturalmente, non inquadrati in una formazione regolare), il belga François Vallée ed il francese Henri Gaillot, s’immersero nel porto di La Goletta ed applicarono delle mine adesive (fornite alla rete Mounier-Breuillac dallo Special Operations Executive britannico) agli scafi dell’Achille, che si trovava ormeggiato al pontile imbarco minerali di ferro (minerali che aveva già caricato), e di un altro piroscafo italiano, il Sirio. Fu Vallée a piazzare le mine sullo scafo dell’Achille.
Alle 00.45 (per altra fonte alle cinque del mattino) del 9 giugno l’Achille fu scosso dalle esplosioni delle cariche in una stiva ed affondò all’ormeggio, senza vittime tra l’equipaggio. Miglior sorte ebbe il Sirio, le cui cariche non esplosero e vennero poi individuate e rimosse al suo arrivo a Napoli il 12 giugno. Vallée venne successivamente catturato il 23 giugno, durante un nuovo tentativo di sabotaggio (questa volta ai danni della nave cisterna Proserpina), e confessò di essere il responsabile dell’affondamento dell’Achille; la sua cattura portò allo smantellamento della rete Mounier-Breuillac.
Essendo affondato in acque basse, e non troppo danneggiato dalle detonazioni, l’Achille poté essere recuperato e riparato.

Secondo ed ultimo affondamento

Il 24 ottobre 1941, terminate le riparazioni dei danni subiti nel sabotaggio di giugno, l’Achille lasciò Tunisi per rientrare in Italia: al comando del capitano catanese Placido Lizzio, la nave fece rotta per Palermo, navigando isolata e senza scorta. A bordo si trovavano i venticinque uomini dell'equipaggio ed un unico passeggero, il trapanese Giuseppe Caradonno, residente da qualche tempo in Tunisia ed imbarcatosi sull'Achille per tornare in Italia.
Verso le 11.15 del mattino dello stesso 24 ottobre, il vecchio piroscafo venne attaccato da alcuni aerei britannici; colpito da bombe, l'Achille s'inabissò alle 11.30 nel punto 38°26' N e 11°24' E, una novantina di miglia a nord/nordest dell'Isola dei Cani nonché a nordovest di Trapani e di Ustica.

Dei 26 uomini che si trovavano a bordo dell'Achille, le uniche vittime nell'attacco che provocò l'affondamento della nave furono i fuochisti Gennaro Salvino e Raffaele Guarracina, uccisi dallo scoppio di una bomba; il resto dell'equipaggio e l'unico passeggero riuscì invece ad abbandonare la nave su due scialuppe. Il comandante Lizzio, altri 17 uomini dell'equipaggio ed il passeggero presero posto in una lancia, mentre cinque membri dell'equipaggio, tra cui il capo fuochista Pasquale Strano, salirono sull'altra; ma soltanto quest'ultima venne in seguito soccorsa, da alcuni pescatori, nei pressi di Ustica.
Sulla sorte dell'altra lancia con 19 naufraghi, i cinque sopravvissuti raccontarono di averla vista mentre veniva mitragliata da uno degli aerei attaccanti, sceso a bassa quota. I superstiti non poterono precisare se e quante vittime causò quest'azione criminale, ma gli occupanti della lancia non furono mai più ritrovati. La Capitaneria di Porto di Palermo, nel verbale di scomparizione in mare stilato in data 28 ottobre 1941, rilevò anche che a detta dei sopravvissuti dell'altra imbarcazione la scialuppa del comandante appariva sovraccarica, e che il tempo pessimo che infuriava al momento dell'affondamento e nei giorni immediatamente successivi rendeva improbabile che qualcuno si fosse salvato. 
I morti dell’Achille furono 21.

I loro nomi:
(si ringraziano Carlo Di Nitto e Michele Strazzeri)

Cosimo Allegretta, marconista, da Molfetta
Sergio Andreula, fuochista, da Molfetta
Giuseppe Caradonno, passeggero, da Trapani
Stefano Ciaravolo, fuochista, da Torre del Greco
Luigi Crisafulli, cuoco, da Catania
Lorenzo Cumicich, mozzo, da Morchiena
Giovanni Di Franco, marinaio, da Torre del Greco
Giuseppe Dilangi, marinaio, da Modica
Antonio Giordano, fuochista, da Messina
Raffaele Guarracino, carbonaio, da Torre del Greco
Placido Lizzio, comandante, da Catania
Gaspare Nancini, giovanotto, da Fiume
Angelo Pidatella, primo ufficiale, da Catania
Oreste Ronzitti, cameriere, da Vasto
Gennaro Salvino, fuochista, da Torre del Greco
Saverio Sasso, marinaio, da Molfetta
Natale Scuderi, nostromo, da Catania
Rosario Strazzulla, secondo ufficiale, da Catania
Salvatore Tomarchio, direttore di macchina, da Catania
Antonio Trigale, primo ufficiale di macchina, da Catania
Domenico Ventaloro, ingrassatore, da Catania


Il verbale di scomparizione redatto dalla Capitaneria di Porto di Palermo (g.c. Michele Strazzeri)


Il marinaio Saverio Sasso, nativo di Molfetta e residente a Procida (Napoli), morto in seguito all’affondamento dell’Achille. Era tra i naufraghi imbarcatisi sulla lancia che venne mitragliata (si ringrazia la nipote Maria Zoppo)

Luigi Crisafulli, cuoco dell'Achille, nato a Catania il 28 agosto 1896. Il suo corpo venne ritrovato quasi un mese dopo l'affondamento sulla spiaggia di Acate; sepolto inizialmente nel cimitero militare di Siracusa, venne traslato a Catania negli anni Sessanta su richiesta della famiglia. L'atto di morte redatto dopo il ritrovamento della salma attesta che la morte fu causata da "asfissia per annegamento previa ferita gravissima riportata per mitragliatrice alla gamba" (si ringrazia la pronipote Valentina Finocchiaro)



giovedì 1 settembre 2016

Palestro

La Palestro (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net

Torpediniera, già cacciatorpediniere, capoclasse della classe Palestro (862 tonnellate di dislocamento standard, 1033 in carico normale, 1180 a pieno carico).
La classe Palestro fu ordinata ai cantieri Orlando di Livorno agli inizi della prima guerra mondiale, il 31 dicembre 1915, basandosi parzialmente sulle classi Audace ed Indomito; rispetto alla classe Audace, i Palestro avrebbero avuto maggiori dimensioni, un apparato motore più potente di quasi il 50 % (il che consentiva una maggiore velocità), un armamento più potente e migliorie strutturali, tra cui il frazionamento dei compartimenti stagni.
In origine erano previste otto unità, ma – a causa della carenza di materiali in tempo di guerra – solo quattro furono impostate, nel 1917, e la loro costruzione andò tanto a rilento che vennero completate molto dopo la fine della guerra; il progetto delle altre quattro, la cui costruzione era stata rimandata a data indefinita, fu modificato ed esse divennero così un’altra classe, la classe Curtatone.
Le unità della classe, con un dislocamento a pieno carico di 1200 tonnellate, erano propulse da due turbine alimentate da quattro caldaie, che sviluppavano una potenza di 22.000 HP consentendo una velocità di 33 nodi. L’armamento era identico a quello della precedente classe La Masa (quattro pezzi singoli da 102/45 mm – due situati sul castello di prua, uno in prossimità del secondo fumaiolo ed uno a poppa – e due da 76/40 mm, situati a centro nave assieme a due tubi lanciasiluri binati da 450 mm, uno per lato) dalla quale i Palestro si differenziavano per il differente numero di fumaioli (due anziché tre) e la maggiore lunghezza del castello di prua.
Ancorché abbastanza moderni per l’epoca e migliori dei “tre pipe” delle classi Pilo, Sirtori e La Masa, i Palestro non vennero giudicati navi particolarmente riuscite; partendo dal loro progetto venne pertanto ideata una classe di unità di maggiori dimensioni, i Sella.
Durante la guerra la Palestro operò nel Basso Adriatico, principalmente in compiti di scorta convogli e caccia antisommergibile.

Breve e parziale cronologia.

12 aprile 1917
Impostazione nei cantieri Fratelli Orlando di Livorno.
23 marzo 1920
Varo nei cantieri Fratelli Orlando di Livorno.


Due immagini del Palestro scattate nel 1920 al largo dei cantieri Orlando di Livorno, verosimilmente durante le prove a mare (Archivio Storico Cantiere Azimut-Benetti di Livorno, via www.associazione-venus.it)


26 gennaio 1921
Entrata in servizio, come cacciatorpediniere. È comandante in seconda il tenente di vascello Luigi Biancheri, futuro ammiraglio durante la seconda guerra mondiale.
La bandiera di combattimento viene consegnata a Livorno nello stesso anno, alla presenza di Aimone di Savoia.
3-5 marzo 1921
Il 3 marzo il Palestro si presenta nella rada di Antibes, in Francia, per imbarcare la salma del re del Montenegro Nicola I (padre della regina Elena), deceduto ad Antibes due giorni prima, e portarla a Sanremo, dov’egli aveva espresso il desiderio di essere sepolto. Salgono a bordo anche la vedova Milena, i figli ed il seguito. Il mattino del 5 marzo il Palestro lascia Antibes diretto a Sanremo, dove giunge alle 11; sale a bordo Vittorio Emanale III, poi la salma di Nicola I viene portata a terra per il funerale. Alle 15 il Palestro lascia Sanremo scortando l’esploratore Falco, che riporta Vittorio Emanuele III a Civitavecchia.
Primi anni Venti
Opera alle dipendenze dell’Accademia Navale di Livorno.
Negli anni successivi prende parte a diverse crociere nel Mediterraneo.

Il Palestro in navigazione nella seconda metà degli anni Venti, con in secondo piano il Generale Antonio Cantore (g.c. Dante Flore)

1929
Il Palestro, unitamente ai gemelli Confienza, San Martino e Solferino, forma la VII Squadriglia Cacciatorpediniere, che, insieme alla VIII Squadriglia (Curtatone, Castelfidardo, Calatafimi e Monzambano) ed all’esploratore leggero Augusto Riboty, costituisce la 4a Flottiglia Cacciatorpediniere della II Divisione Siluranti, inquadrata nella 2a Squadra Navale di base a Taranto.
5-18 giugno 1929
Il Palestro, insieme ai cacciatorpediniere Curtatone, Calatafimi e Monzambano ed all’esploratore Augusto Riboty, fa parte della flottiglia di supporto logistico dislocata lungo la rotta percorsa da 35 idrovolanti Savoia Marchetti S. 55 e S. 59 (con a bordo 170 tra militari, giornalisti e politici) guidati da Italo Balbo nella crociera aviatoria nel Mediterraneo Orientale, con partenza ed arrivo a Taranto via Atene, Costantinopoli, Varna ed Odessa. Il Palestro imbarca una squadra meteorologica guidata dal professor Filippo Eredia, primo capo del Servizio Meteorologico della Regia Aeronautica. Durante tale missione, la nave si spinge fino in Mar Nero.
1930
Il fumaiolo prodiero, avente in origine la medesima altezza di quello poppiero, viene allungato per evitare che il fumo ostacoli la punteria e la direzione del tiro.
1931
Forma, insieme agli incrociatori leggeri Bari e Taranto, ai cacciatorpediniere San Martino e Monzambano ed alla torpediniera Giuseppe Dezza, la IV Divisione Navale (2a Squadra Navale).
1934-1935
Inviato in Mar Rosso ed assegnato al Comando Superiore Navale Africa Orientale Italiana (insieme all’incrociatore leggero Bari, all’esploratore Pantera, alla torpediniera Audace, ai posamine Azio ed Ostia ed alla cisterna militare Niobe).


Due immagini della Palestro, scattate probabilmente nella seconda metà degli anni Trenta (Coll. fam. Bonadies, via Mirco Martinini)


30 settembre 1935
All’inizio della guerra d’Etiopia, il Palestro si trova dislocata a Massaua, in Eritrea, insieme agli anziani incrociatori leggeri Bari e Taranto, ai cacciatorpediniere Tigre, Pantera e Francesco Nullo, alla torpediniera Audace ed ai sommergibili Narvalo, Tricheco, Luigi Settembrini e Ruggiero Settimo.
Anni Trenta
Trasferito in Cirenaica.
1° ottobre 1938
Declassata a torpediniera.
Negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della seconda guerra mondiale si pianifica un potenziamento dell’armamento contraereo delle navi della classe Palestro, mediante la sostituzione di uno dei cannoni da 102 mm e di entrambi quelli da 76 mm con quattro mitragliere Breda da 20/65 mm. Il progetto, tuttavia, resterà sulla carta.
19 novembre 1938
Assume il comando della Palestro il tenente di vascello Luigi Risso.

In navigazione (da www.marina.difesa.it

10 giugno 1940
All’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, la Palestro forma, con le gemelle Confienza, San Martino e Solferino, la XV Squadriglia Torpediniere di base a Venezia (Settore Alto Adriatico).
20 agosto 1940
A seguito della creazione del Comando Superiore Traffico Albania (Maritrafalba), attivato il 5 settembre, la Palestro viene dislocata a Brindisi e posta alle dipendenze di tale Comando, insieme alla gemella Solferino, alle vecchie torpediniere CastelfidardoMonzambanoAngelo BassiniNicola Fabrizi e Giacomo Medici, alle più moderne PollucePartenope e Pleiadi, ai vetusti cacciatorpediniere Carlo Mirabello ed Augusto Riboty, agli incrociatori ausiliari RAMB IIICapitano A. Cecchi e Barletta ed alla XIII Squadriglia MAS con i MAS 534535538 e 539. Viene destinata a compiti di scorta ai convogli tra Italia ed Albania nonché ricerca e caccia antisommergibile sulle stesse rotte.
26 agosto 1940
La Palestro, insieme alla Solferino, alla Bassini ed ad un cacciatorpediniere (oltre ad alcuni aerei), viene inviata nel punto 41°13’ N e 18°55’ E (ad una trentina di miglia da Durazzo) per dare la caccia ad un sommergibile avvistato e segnalato alle 12.57, in tale punto, dalla motonave Filippo Grimani. Il sommergibile è il britannico Perseus (capitano di corvetta Peter Joseph Howell Bartlett), che alle 13.33 ha lanciato infruttuosamente quattro siluri contro la Grimani (che alle 13.53 lancia un altro messaggio col quale comunica l’avvistamento delle scie dei siluri). La caccia da parte della Palestro e delle altre unità sarà infruttuosa.
5 settembre 1940
Prima missione per Maritrafalba: la Palestro scorta da Bari a Durazzo, unitamente all’incrociatore ausiliario Barletta ed alla torpediniera Giacomo Medici, i trasporti truppe Rossini ed Italia, aventi a bordo 1090 uomini della 49a Divisione Fanteria «Parma» nonché 97 tonnellate di materiali.
6 settembre 1940
Palestro e Medici scortano Italia e Rossini che rientrano vuoti da Durazzo a Bari.
7 settembre 1940
Scorta da Brindisi a Durazzo il piroscafo Nita e la motonave Maria, che trasportano 212 automezzi e 18 motocicli.
10 settembre 1940
Palestro e Solferino scortano da Durazzo a Bari i piroscafi Galilea, Oreste e Quirinale, di ritorno scarichi in Italia.
12 settembre 1940
Scorta da Bari a Durazzo i piroscafi Premuda, Oreste ed Antonietta Costa, carichi di 1305 quadrupedi e 135 tonnellate di rifornimenti.
15 settembre 1940
Scorta da Durazzo a Bari i piroscafi Chisone e Nita, scarichi.
19 settembre 1940
La Palestro e l’incrociatore ausiliario Capitano A. Cecchi scortano da Bari a Durazzo la motonave Maria ed i piroscafi Perla, Oreste e Premuda, con a bordo 929 quadrupedi e 2520 tonnellate di automezzi ed altri materiali.

Foto ufficiale della Palestro (da www.marina.difesa.it


L’affondamento

Alle 12.30 del 22 settembre 1940 la Palestro (al comando del tenente di vascello di complemento Luigi Risso) salpò da Durazzo per scortare a Bari un convoglio di mercantili vuoti che rientravano: i piroscafi Oreste (capitano di lungo corso Erasmo Papale) e Premuda (capitano di lungo corso Vito Tamma) e la piccola motonave Carlotta (capitano di lungo corso Giacomo Cozzolino).
Il convoglio era disposto in linea di fila, con la Carlotta, nave più lenta (soli sette nodi di velocità massima, e di conseguenza questa fu anche la velocità che il convoglio fu costretto a tenere), in testa, seguita dal Premuda e per ultimo dall’Oreste, in coda. La Palestro, invece, eseguiva il suo compito di scorta cambiando continuamente rotta, velocità e posizione rispetto al convoglio.
Alle 18.20 la Palestro si trovava in testa al convoglio (che in quel momento si trovava ad una trentina di miglia da Durazzo) ed in quel momento accostò a sinistra – apparentemente con l’intento di portarsi in coda oppure di effettuare un giro attorno al convoglio –, ma senza incrementare subito la velocità.
Non appena la nave ebbe completato l’inversione di rotta, tuttavia, vennero avvistate tre scie di siluri sulla sinistra: li aveva lanciati il sommergibile britannico Osiris, al comando del capitano di corvetta John Robert Garstin Harvey.
Il comandante Risso ordinò di mettere le macchine avanti tutta e tutta la barra a sinistra, per schivare i siluri e dirigersi verso il sommergibile attaccante, con il probabile intento di speronarlo: prima che questo fosse possibile, tuttavia, un siluro colpì la Palestro sotto la plancia, tra le caldaie prodiere ed il deposito munizioni.
L’esito fu catastrofico: l’esplosione spezzò in due la nave, uccidendo il comandante Risso e tutti coloro che si trovavano in plancia; il troncone prodiero si abbatté immediatamente sul lato di dritta e colò rapidamente a picco assieme a più di metà dell’equipaggio, mentre il troncone poppiero rimase a galla appena quattro minuti, giusto il tempo perché gli uomini che vi si trovavano potessero abbandonarlo, poi scomparve anch’esso nel punto 41°19' N e 18°34' E (o 41°16’ N e 18°36’ E; nel Canale d’Otranto, circa 40 miglia a ponente di Durazzo e 75 miglia ad est di Bari).

Nonostante il rischio di essere a loro volta silurati, i tre mercantili si prodigarono nei soccorsi ai superstiti della Palestro, permettendo il rapido salvataggio di tutti i naufraghi. La Carlotta raggiunse subito il punto dell’affondamento, calò in mare le proprie imbarcazioni e recuperò così i 43 naufraghi ancora vivi; il Premuda lanciò subito il segnale di soccorso ed accostò a sinistra, verso il punto dal quale si originavano le scie dei siluri (che l’equipaggio aveva avvistato), per impedire al sommergibile di lanciare altri siluri o di emergere per attaccare i mercantili col cannone. Diversi membri dell’equipaggio sentirono uno scossone allo scafo che attribuirono prima ad un siluro che avesse colpito la loro nave e poi, verificato che così non era, all’avvenuto speronamento del sommergibile. In realtà, l’Osiris non fu speronato; si ritenne poi che il Premuda avesse urtato qualche relitto.
Dopo questo “contrattacco”, il Premuda si diresse anch’esso sul luogo dell’affondamento della Palestro e calò un’imbarcazione, indi zigzagò intorno alla Carlotta per proteggerla mentre questa recuperava i superstiti della torpediniera. Al contempo, il piroscafo rispose a tutte le richieste di notizie giunte via radio.
L’Oreste, dopo aver manovrato per evitare altri due siluri dei quali aveva avvistato le scie, tenne comportamento analogo a quello del Premuda.
Terminato il salvataggio dei naufraghi, il convoglio proseguì per Bari, col Premuda in testa.

Nonostante il pronto soccorso da parte dei mercantili, il bilancio fu pesante: su 125 uomini che componevano l’equipaggio della Palestro, sopravvissero soltanto due ufficiali e 51 sottufficiali e marinai. I morti furono tre ufficiali (compreso il comandante Risso) e 69 tra sottufficiali e marinai.


I loro nomi:

Giovanni Acilio, marinaio fuochista, disperso
Angelo Carlo Airoldi, marinaio fuochista, disperso
Domenico Amara, marinaio, disperso
Antonino Amoroso, marinaio fuochista, disperso
Vincenzo Andiloro, marinaio fuochista, disperso
Rosario Ardito, marinaio segnalatore, disperso
Lucio Beltrame, sottocapo nocchiere, disperso
Nicolò Bolis, guardiamarina, disperso
Gaetano Borgesi, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Bovo, marinaio, disperso
Gaetano Calcagno, marinaio fuochista, disperso
Mario Calvo, secondo capo segnalatore, disperso
Giuseppe Caramagno, sottocapo nocchiere, disperso
Domenico Caruso, marinaio fuochista, disperso
Dino Cavallo, marinaio, disperso
Ernesto Cescatti, marinaio furiere, disperso
Luigi Chiaranda, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Consoli, marinaio, disperso
Adamo Costa, marinaio cannoniere, disperso
Vittorio D’Aloia, marinaio, deceduto
Leonardo D’Amico, marinaio, disperso
Michele De Ceglie, marinaio nocchiere, disperso
Edoardo De Socus, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Della Femina, marinaio fuochista, disperso
Enrico Dodi, marinaio palombaro, disperso
Giovanni Emili, marinaio cannoniere, disperso
Dionigi Fagnani, marinaio fuochista, disperso
Mario Falco, sottocapo cannoniere, disperso
Giuseppe Garozzo, marinaio, disperso
Ciro Gattoni, secondo capo nocchiere, disperso
Giuseppe Gervasi, marinaio cannoniere, disperso
Pompilio Goldin, capo meccanico di prima classe, disperso
Mario Grassi, marinaio torpediniere, disperso
Salvatore Greco, marinaio, disperso
Bruno Guandalini, sergente meccanico, disperso
Luigi Guidi, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Giuseppe Lacava, marinaio, disperso
Vittorio Lo Faro, sottocapo cannoniere, disperso
Giorgio Longega, sottocapo S. D. T., disperso
Nicola Margheritini, capo meccanico di seconda classe, disperso
Guerrino Masolini, marinaio cannoniere, disperso
Placido Maugeri, marinaio, disperso
Giuseppe Merenda, marinaio fuochista, disperso
Giacomo Musarò, marinaio, disperso
Sergio Orselli, secondo capo elettricista, disperso
Adelchi Padellaro, marinaio radiotelegrafista, disperso
Giordano Palladini, marinaio radiotelegrafista, disperso
Luciano Passarello, marinaio, disperso
Giulio Patrizi, marinaio fuochista, disperso
Galliano Pellegrini, sottocapo motorista, disperso
Edoardo Penzo, marinaio S. D. T., disperso
Vincenzo Perna, secondo capo silurista, disperso
Aldo Pietropoli, marinaio cannoniere, disperso
Ugo Pirovano, marinaio radiotelegrafista, disperso
Stefano Porcelli, marinaio fuochista, disperso
Attilio Rabuini, sottocapo nocchiere, disperso
Luigi Risso, tenente di vascello (comandante), disperso
Artero Roccheggiani, secondo capo furiere, disperso
Bartolo Saltalamacchia, marinaio furiere, disperso
Mario Scarzello, sottocapo silurista, disperso
Giovanni Semperboni, secondo capo meccanico, disperso
Francesco Sfregola, secondo capo meccanico, disperso
Carlo Sommariva, sottocapo meccanico, disperso
Leo Springolo, marinaio fuochista, disperso
Antonio Stanzione, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Steffè, sottotenente di vascello, disperso
Natale Testani, marinaio S. D. T., disperso
Gaetano Timpanaro, marinaio fuochista, disperso
Egidio Vezzoso, marinaio, disperso
Massimiliano Vit, secondo capo meccanico, disperso
Francesco Zanfardino, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Zucchi, marinaio fuochista, disperso


Al suo ritorno ad Alessandria d’Egitto, l’Osiris ebbe un’accoglienza trionfale: era il primo sommergibile ad affondare una nave italiana nell’Adriatico, oltre che il primo ad affondare una nave da guerra di superficie della Regia Marina. Quando giunse all’imboccatura del porto di Alessandria, il comandante della 1st Submarine Flotilla gli mandò incontro una motobarca con a bordo un pacco sigillato contenente la “Jolly Roger”, la bandiera con teschio e tibie incrociate usata dai pirati; l’Osiris si ormeggiò alla banchina sventolando tale bandiera in segno di vittoria. Quella di issare la “Jolly Roger” di ritorno da missioni fruttuose divenne poi un’usanza dei sommergibili britannici (era già stata tale durante la prima guerra mondiale, poi era caduta in disuso).
Il 7 ottobre 1940, giornali britannici diedero la notizia che il giorno precedente dei pescatori jugoslavi avevano rinvenuto dei rottami della Palestro, compresi vari documenti che avevano permesso di risalire all’identità della nave affondata.

In sede d’inchiesta si ritenne che la moderata velocità tenuta dalla Palestro al momento dell’attacco potesse aver concorso alla sua perdita, anche se un lancio multiplo di siluri era comunque molto pericoloso. Maritrafalba raccomandò ai comandanti delle unità dipendenti di attenersi alle norme sulle posizioni di scorta in maniera elastica, mantenendo sempre una velocità non inferiore ai 16 nodi.
I comandanti dei tre mercantili, Cozzolino, Tamma e Papale, vennero decorati con la Croce di Guerra al Valor Militare per la calma e lo sprezzo del pericolo mostrati nel soccorso prestato ai naufraghi della Palestro. Alla memoria del comandante Risso della Palestro venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
La Palestro fu la prima torpediniera della Regia Marina ad essere affondata durante la seconda guerra mondiale.
 

Un’altra immagine della Palestro al largo dei cantieri di Livorno nel 1921 (Archivio Storico Cantiere Azimut-Benetti di Livorno, via www.associazione-venus.it)