sabato 26 marzo 2016

Capo Vado

Il Capo Vado (Coll. Malcolm Cranfield, via www.naviearmatori.net)

Piroscafo da carico da 4391 tsl e 2713 tsn, lungo 115,8 metri, largo 15,5 e pescante 7, con velocità di 10 nodi. Appartenente alla Compagnia Genovese (o Generale) di Navigazione a Vapore, con sede a Genova; iscritto con matricola 1469 al Compartimento Marittimo di Genova, nominativo di chiamata IBAG.

Breve e parziale cronologia.

9 febbraio 1906
Varato nel cantiere Neptune Yard di Low Walker (Newcastle) della Swan, Hunter & Wigham Richardson Ltd. come Dochra (numero di cantiere 756). Stazza lorda 4710 tsl, stazza netta 2755 tsn.
Settembre 1906
Completato per la La Plata Steamship Company Ltd. di Liverpool (Barber & Co. Inc. di New York). Impiegato sulla linea merci Buenos Aires-Genova-Napoli-Francia-New York.
1914
Trasferito dalla Barber & Co. Inc. di New York.
Febbraio 1917
Il Dochra è la prima nave statunitense a partire da New York per l’Europa, sfidando la minaccia degli U-Boote tedeschi, dopo che il 31 gennaio il Kaiser Guglielmo II ha annunciato la ripresa della guerra sottomarina senza limiti. Giunge indenne a Gibilterra il 20 febbraio, poi prosegue per Genova.
21 ottobre 1917
Requisito dalle autorità statunitensi e posto sotto il temporaneo controllo dello United States Shipping Board, entra in servizio nella United States Navy come trasporto USS Dochra (ID-1758, dislocamento di 10.000 tonnellate, equipaggio di 82 uomini), al comando dapprima del capitano di corvetta C. H. R. Longbottom e successivamente del capitano di fregata William Rind. Armato con due cannoni da 100/40 mm, viene impiegato per i collegamenti con la Francia.
21 novembre 1917-16 marzo 1919
Il Dochra effettua sei viaggi da Halifax, Norfolk e New York a vari porti della Francia, trasportando 11.874 tonnellate di rifornimenti (soprattutto manzo ed altre vettovaglie) per la American Expeditionary Force e per le forze navali statunitensi dislocate in Europa.
25 giugno 1918
Il Dochra, partito da Halifax carico di idrovolanti destinati alla Francia e facente parte di un convoglio di mercantili armati (salpato da New York il 15 giugno con la scorta dell’incrociatore protetto statunitense Columbia) disperso da una tempesta nell’Atlantico settentrionale, intercetta il segnale di soccorso lanciato da un’altra unità dispersa dello stesso convoglio, il piroscafo britannico Glenlee, sotto attacco da parte del sommergibile tedesco U 151. Il Glenlee riesce a respingere l’attacco, e l’U 151, in cerca di altre navi, s’imbatte proprio nel Dochra, alle 19 (dodici ore dopo l’attacco al Glenlee, ed a 75 miglia di distanza), in posizione 40°25’ N e 47°29’ O. L’U-Boot apre il fuoco coi cannoni da una distanza di un miglio e mezzo, sparando tre colpi che cadono tutti a poppavia del Dochra; i cannonieri del mercantile rispondono al fuoco con dieci salve dei loro pezzi da 100 mm, tiro accurato che, pur non colpendo, induce l’U 151 ad interrompere l’attacco ed immergersi. Per evitare che il sommergibile possa avvicinarsi in immersione e silurare il Dochra, il Columbia ordina a quest’ultimo di rientrare ad Halifax. (Altra fonte colloca la partenza da Halifax al 29 giugno, e l’attacco dell’U 151 al 1° luglio).
29 luglio 1918
Il marinaio di seconda classe Cleo Francis Byerly muore per problemi respiratori a bordo del Dochra.
8 novembre 1918
Il fuochista Bernard Mattson muore per polmonite a bordo del Dochra.
26 marzo 1919
Salpa da New York con un carico di rifornimenti per la flotta dislocata a Guantanamo Bay, Cuba.
16 aprile 1919
Dopo aver recapitato il carico, torna a Norfolk.
10 maggio 1919
Radiato dai quadri della US Navy a New York, trasferito allo Shipping Board e restituito agli armatori.
1920
Nuovamente trasferito alla La Plata Steamship Company Ltd. di Liverpool (Barber & Co. Inc. di New York).
1925
Acquistato dalla D/S A/S Normannia (AN Hansen & Co.) di Copenhagen e ribattezzato Alderney.
1926
Acquistato dalla Compagnia Genovese di Navigazione a Vapore S. A., con sede a Genova, e ribattezzato Capo Vado.
Gennaio 1928
Viene rimorchiato da Boulogne a Rotterdam dal rimorchiatore olandese Gele Zee.
25 gennaio 1929
Il Capo Vado, mentre è in navigazione nell’Atlantico (partito da Costantinopoli il 24 dicembre 1928 con 25 uomini di equipaggio ed un carico di 2713 tonnellate di minerale di manganese caricato a Poti in URSS, diretto a Baltimora), si trova in difficoltà tra le Azzorre e le Bermuda (durante una violenta tempesta, che crea problemi anche ad altre navi), tanto da lanciare un SOS (nel quale segnala la sua posizione – 31°23’ N e 48°46’ O, cioè 600 miglia a sudovest delle Azzorre e 750 miglia ad est di Bermuda – ma non precisa quale sia il problema). Il messaggio viene captato dal piroscafo statunitense Western Knight, che lo ritrasmette alla stazione radio di Chatam. Il piroscafo britannico Cleanthis ed il rimorchiatore Humber vengono inviati in suo aiuto; dopo giorni di angoscia (per tre giorni la nave non dà più notizia di sé e non risponde alle chiamate), il Capo Vado riuscirà a raggiungere il porto.
1931
Assegnato, assieme ai piroscafi Capo Faro e Capo Rino della stessa compagnia, al servizio sulla prima e nuova linea regolare Spagna-Romania.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. Il Capo Vado non sarà mai requisito dalla Regia Marina, né iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato; sarà invece noleggiato.
2 novembre 1940
Il Capo Vado salpa da Brindisi alle 00.50, facendo parte di un grosso convoglio composto dai trasporti truppe Italia, Città di Savona, Città di Bastia, Città di Agrigento e Città di Trapani, dalla motonave da carico Marin Sanudo e dalle cisterne/navi da sbarco Tirso e Sesia. Il convoglio, scortato dalle vecchie torpediniere Generale Antonio Cantore e Giacomo Medici, trasporta in tutto 240 quadrupedi, 100 automezzi, 48 motocicli, quattro autocarri, tre carri armati, sedici carri armati leggeri, undici “carrette”, quattro forni, nove autocannoni, due autobarche, 326,5 tonnellate di munizioni, 431 tonnellate di carburante e 325 tonnellate di materiali. Le navi giungono a Valona alle nove del mattino.

La nave fotografata tra il 1917 ed il 1919, quando prestava servizio nella Marina statunitense come Dochra (da www.navsource.org

Scorreria nel Canale d’Otranto

L’attacco degli aerosiluranti britannici a Taranto (“notte di Taranto”) dell’11/12 novembre 1940, che causò il temporaneo dimezzamento della flotta da battaglia italiana (affondata la corazzata Conte di Cavour, messe fuori uso per molti mesi le corazzate Littorio e Duilio) ed ispirò l’attacco giapponese a Pearl Harbour, è probabilmente uno degli eventi più celebri della guerra del Mediterraneo.
Meno noto è, invece, che quell’operazione – chiamata dai britannici «MB.8» – comprese anche una puntata offensiva nel canale d’Otranto, a scopo diversivo.
Nella stessa notte in cui fu lanciato l’attacco degli aerosiluranti (la notte tra l’11 ed il 12 novembre 1940), pertanto, una formazione britannica composta dagli incrociatori leggeri Orion, Ajax e Sydney (quest’ultimo australiano), cioè il 7th Cruiser Squadron, e dai cacciatorpediniere Nubian e Mohawk (le cinque navi formavano la Forza X), al comando del viceammiraglio Henry Pridham-Wippell (imbarcato sull’Orion), s’introdusse nel Canale d’Otranto con lo scopo di attaccare i convogli italiani in navigazione tra l’Italia e l’Albania, per appoggiare la resistenza delle forze greche (che in quel momento stavano fronteggiando l’offensiva italiana) ed al contempo infliggere uno smacco morale alla Marina italiana, infliggendole perdite in acque che essa riteneva protette.
In base agli ordini ricevuti via radio nella mattinata dell’11 novembre, Pridham-Wippell doveva passare con le sue navi attraverso il punto 39°10’ N e 19°30’ E (a sudest di Corfù) alle 20.30 di quella sera, indi assumere rotta 340° e velocità 25 nodi fino alle 22.30, quando avrebbe ridotto a 20 nodi; all’una di notte del 12 novembre avrebbero invertito la rotta, riunendosi al gruppo principale alle otto del mattino, in posizione 38°20’ N e 19°50’ E (al largo di Cefalonia). Pridham-Wippell avrebbe dovuto tenere i suoi incrociatori in linea di fila, con l’Orion in testa, seguito dall’Ajax e per ultimo dal Sydney, ed i due cacciatorpediniere sui lati (Nubian a dritta, Mohawk a sinistra), a due miglia di distanza. Qualsiasi nave oscurata che avessero incontrato avrebbe dovuto essere considerata nemica e trattata come tale; se una delle unità britanniche avesse perso contatto con le altre, si sarebbe dovuta pertanto ritirate immediatamente verso sud. Qualora fosse stata necessaria dell’illuminazione, sarebbe stato preferibile utilizzare proiettili illuminanti, anziché proiettori.
Se la formazione avesse incontrato un mercantile isolato, l’incrociatore di coda si sarebbe dovuto separare dagli altri per occuparsene; se invece avesse incontrato un convoglio, le navi non sarebbero dovute restare rigidamente nelle rispettive posizioni, ma avrebbero manovrato in base alle esigenze, avendo però cura di restare in contatto l’una con l’altra.
Tenendo la sua formazione unita, e procedendo nella notte rischiarata dalla luce lunare, Pridham-Wippell assunse una rotta che lo portasse al centro del Canale d’Otranto, passando una decina di miglia ad est dell’Isola di Fano.
Il mare era calmo, il vento forza 1, il cielo coperto per sette decimi e la luna era al terzo quarto, a sudovest rispetto alle navi britanniche.

Proprio in quelle ore, nel canale d’Otranto, si trovava in navigazione un convoglio (denominato «Locatelli») di quattro navi mercantili, tra cui il Capo Vado. Degli altri tre, due erano anch’essi piroscafi da carico: Antonio Locatelli e Premuda; e l’ultima una motonave passeggeri adibita a trasporto truppe: la Catalani. Erano partiti da Valona alle 22.30 dell’11 novembre, per rientrare a Bari; essendo in viaggio di ritorno in Italia, i quattro bastimenti erano, fortunatamente, scarichi. La loro scorta era modesta, ma d’altra parte commisurata al basso livello di rischio che presentavano le rotte tra Italia ed Albania (insidiate saltuariamente solo da qualche sommergibile, con perdite estremamente ridotte): una vecchia torpediniera risalente al primo conflitto mondiale, la Nicola Fabrizi (tenente di vascello Giovanni Barbini) ed una motonave bananiera convertita in incrociatore ausiliario, la RAMB III (capitano di fregata Francesco De Angelini). Quest’ultimo era l’unità caposcorta. La Fabrizi procedeva in testa al convoglio, seguita in linea di fila, nell’ordine, da Locatelli, Premuda, Capo Vado e Catalani, con il RAMB III in coda alla formazione.
La visibilità era eccezionalmente buona e la luna, prossima al plenilunio, era già alta. Superato le ostruzioni del porto di Valona tra le 22.28 e le 22.45, il convoglio, giunto al traverso di Saseno, imboccò la rotta di sicurezza.
Superati i campi minati di Valona alle 00.20 e così lasciata la rotta di sicurezza, il convoglio modificò la formazione, assumendo quella prescritta per i viaggi diurni (per via dell’eccezionale chiarore lunare): i mercantili rimasero in linea di fila, ma RAMB III e Fabrizi passarono sui lati, rispettivamente a dritta ed a sinistra, cominciando inoltre a zigzagare (i trasporti continuarono invece su rotta diretta). Iniziò così la navigazione nel Canale d’Otranto, alla modesta velocità di otto nodi, per quella che gli equipaggi credevano sarebbe stata solo una normale, anonima traversata priva di eventi, come le tante effettuate in precedenza.
All’1.10, una dozzina di miglia ad ovest di Saseno, il convoglio accostò per 315°, così rivolgendo la prua verso Brindisi.

Dopo aver attraversato indisturbata il canale d’Otranto, senza essere notata da nessuno, la formazione di Pridham-Wippell raggiunse la congiungente Brindisi-Valona, mentre – per questioni di tempo – non poté arrivare alla congiungente Bari-Durazzo. Restava solo mezz’ora per un’eventuale azione contro navi italiane; all’una di notte del 12 novembre il gruppo britannico raggiunse il limite settentrionale della zona da perlustrare, quindi invertì la rotta per tornare indietro.
Fu all’1.15 che il Mohawk, il quale si trovava a prora sinistra dell’Orion, avvistò navi oscurate su rilevamento 120°, a circa otto miglia di distanza. Era il convoglio di cui faceva parte il Capo Vado. I britannici identificarono le navi avvistate, quasi esattamente, come quattro mercantili in convoglio, scortati da un cacciatorpediniere (unico errore: in realtà era il RAMB III) e da una torpediniera (la Fabrizi), che procedevano con rotta nordovest in direzione di Brindisi. Il convoglio si trovava a dodici miglia per 315° da Saseno con rotta nord, mentre la Forza X aveva rotta sud.

Il Mohawk accelerò a 25 nodi e lanciò il segnale d’allarme al Nubian, poi virò per 120° per avvicinarsi alle navi italiane, mentre queste ultime avvistavano a loro volta i nuovi arrivati. Mentre i mercantili accostavano subito di 90° a dritta, in direzione opposta a quella di provenienza delle navi britanniche (nonché verso la costa albanese, dove cercare rifugio), la Fabrizi si diresse incontro alla Forza X per tentare di contrattaccare.
All’1.25 il Mohawk aprì il fuoco da 3660 metri di distanza, contro la Nicola Fabrizi; stimò di aver messo a segno un colpo con la quarta salva, dopo di che la torpediniera ripiegò emettendo una cortina fumogena.
L’Orion, che aveva avvistato il convoglio contemporaneamente al Mohawk, tagliò la strada alle navi italiane – passando a proravia del convoglio – ed all’1.28 aprì a sua volta il fuoco con i pezzi da 152 mm sul terzo mercantile, cioè il Capo Vado, sparando al contempo quattro salve da 100 mm contro la Fabrizi, da una distanza di 5850 metri, rilevamento 088°. Il comandante Barbini della Fabrizi ordinò di lanciare i siluri contro l’Orion, ma i colpi da 100 mm giunti a bordo causarono vari danni e troncarono anche le comunicazioni, così l’ordine di lanciare non raggiunse l’ufficiale addetto. All’1.28 la torpediniera virò a dritta, aprì il fuoco con i suoi cannoni da 100 mm ed iniziò ad emettere cortine fumogene per tentare di dare al convoglio il tempo necessario a diradarsi per fuggire, ma era un tentativo vano.
La reazione del RAMB III, che si trovava in quel momento sul lato opposto del convoglio, fu anch’essa diametralmente opposta a quella della Fabrizi. L’incrociatore ausiliario, infatti, virò verso nordest insieme al convoglio e si limitò a sparare 17 salve da 120 mm in direzione delle vampe che indicavano la posizione delle navi nemiche, poi si ritirò, dato che il comandante De Angelini ritenne – probabilmente non a torto – che se avesse tentato il contrattacco la sua nave sarebbe andata perduta inutilmente. (Il RAMB III raggiunse Bari indenne, ma all’arrivo De Angelini sarebbe stato immediatamente sollevato dal comando e processato per aver abbandonato il convoglio a lui affidato.)
Di diverso avviso era il comandante Barbini della Fabrizi, che continuò accanitamente a tentare di fermare le navi britanniche: invertì la rotta, per continuare ad interporsi tra gli attaccanti ed i mercantili da proteggere, e, benché centrata e devastata da diversi colpi, seguitò a rispondere al fuoco con i cannoni ancora funzionanti, per attirare su di sé l’attenzione degli avversari. Quando i danni divennero troppo gravi per poter proseguire nell’azione – parte dei cannoni fuori uso, incendi a bordo, molti morti e feriti gravi tra cui lo stesso comandante Barbini, la nave a rischio di affondare –, Barbini diresse verso i campi minati difensivi di Valona, nel tentativo di farsi seguire ed attirare le navi britanniche sulle mine. La sua eroica difesa, purtroppo, non poté egualmente salvare il convoglio dal massacro.

Centrato da ben 31 salve da 152 mm dell’Orion, il Capo Vado venne “gradualmente demolito” dall’intenso e continuo fuoco nemico: i colpi da 152, una vera pioggia ininterrotta, centrarono ripetutamente e devastarono la plancia, il timone e la sala macchine; il timone colpito andò in avaria, poi i danni subiti in sala macchine fecero mancare la luce. Parecchi membri dell’equipaggio rimasero uccisi o feriti.
Ritenendo di aver cannoneggiato a sufficienza il suo bersaglio, che giaceva in fiamme e gravemente danneggiato, all’1.33 l’Orion completò la sua opera distruttiva col lancio di due siluri, uno dei quali colpì la nave; a bordo dell’incrociatore britannico si ritenne che il Capo Vado fosse affondato, ma non era così. All’1.48 – dopo venti minuti di martellamento – il piroscafo venne avvolto da una vampata, cui seguì un’esplosione (da parte italiana non si parla delle sue origini, ma potrebbe essere stato il siluro dell’Orion: in tal caso, però, vi è una forte discrepanza tra gli orari); ma rimase a galla, continuando a bruciare. Nondimeno, il Capo Vado stava iniziando a sbandare a sinistra, ed era evidente che fosse spacciato; i comandanti civile e militare (quest’ultimo era il tenente di vascello di complemento Aristide Lagorio) distrussero i documenti segreti, poi ordinarono all’equipaggio di mettersi in salvo sulle imbarcazioni. Queste vennero messe a mare, ed i marinai superstiti si tuffarono in acqua, e le raggiunsero a nuoto.
Il direttore di macchina del Capo Vado, Amelio Pagano, riferì in seguito che i naufraghi erano stati mitragliati da circa 500 metri di distanza, ma nessun altro superstite fece affermazioni analoghe. Forse Pagano vide delle raffiche di mitragliera, sparate nella confusione del combattimento, cadergli vicino, e pensò che si stesse sparando ai naufraghi.

Dopo aver illuminato la scena con proiettili illuminanti sparati dai cannoni da 100 mm, l’incrociatore di Pridham-Wippell spostò il tiro delle artiglierie da 152 sulla quarta nave mercantile, la Catalani, distante 4850 metri su rilevamento 063°. Anche questa venne centrata più volte, incendiata ed abbandonata dall’equipaggio, dopo di che l’Orion la colpì con un siluro (lanciato da 4570 metri, con rilevamento 012°) e la motonave iniziò ad appopparsi.
L’Ajax, che aveva avvistato il convoglio all’1.25, aprì il fuoco all’1.30 verso il “cacciatorpediniere” – in realtà il RAMB III –, che però non fu colpito e si ritirò passando a poppavia dell’Ajax, al di fuori della portata delle sue artiglierie. L’incrociatore, allora, cambiò bersaglio, incendiando uno dei mercantili; poi spostò ancora il tiro su un altro mercantile, mancandolo con un siluro ma centrandolo con due salve, dopo di che questi iniziò ad affondare.
Il Sydney, ultima nave della fila britannica, aveva avvistato cinque navi oscurate all’1.21 ed aprì il fuoco da 6400 metri contro la nave di testa, l’Antonio Locatelli, che venne incendiata. Spostò poi il tiro sulla seconda nave da destra, il Premuda, che aveva avvistato all’1.32 alla luce di un proiettile illuminante, mentre questa tentava di allontanarsi circondata dalle esplosioni dei proiettili; poi il Sydney spostò ancora il tiro, stavolta contro la Fabrizi, che stava emettendo fumo ma si allontanò, e l’incrociatore tornò a sparare contro Locatelli e Premuda, che si trovavano ora raggruppati. Lì colpì, poi li perse di vista nel buio. All’1.40 la scia di un siluro fu vista passare sotto il Sydney (doveva essere stato lanciato dalla Fabrizi). L’incrociatore cambiò ancora bersaglio, sparando ora contro una nave immobilizzata e già oggetto del tiro di altre unità britanniche: era il Capo Vado, che venne nuovamente colpito, subendo ulteriori danni. Dopo aver accostato verso sudest, il Sydney lanciò due siluri all’1.48, contro una nave che si trovava sulla dritta di quella già in fiamme, ed all’1.50 cessò il fuoco. In quel momento si vedevano sue navi su rilevamento 020° e 025° ed una in fiamme su rilevamento 349°; quest’ultima venne vista affondare alle due di notte.
Il Nubian, che all’1.19 aveva avvistato quattro mercantili a prora sinistra (rilevamento 110°), aveva aperto il fuoco all’1.31, da 7300 meti, contro una nave di colore grigio chiaro; quando questa fu incendiata, il cacciatorpediniere spostò il tiro su un’altra che si trovava alla sua dritta. Il Mohawk, dopo lo scontro con la Fabrizi, lanciò un siluro contro il secondo mercantile da sinistra; il convoglio si stava sparpagliando. All’1.45 le navi britanniche videro la terra verso sudest.
Mentre il Nubian ritornava nella sua posizione in coda alla formazione, il Mohawk spostò il tiro sulla quarta nave da sinistra. L’ultima nave – la Catalani –, colpita a poppa da una salva, era immobilizzata ed emetteva nuvole di vapore; il Nubian iniziò a cannoneggiarla ed il Mohawk stava per virare a dritta per portarsi a poppavia del Nubian e lanciare i propri siluri contro le navi immobilizzate, quando all’1.53 Pridham Wippell gli ordinò di assumere rotta 160° e velocità 28 nodi.
Così fu fatto, e le navi britanniche interruppero l’attacco, allontanantosi. Pridham-Wippell aveva preso questa decisione perché aveva ricevuto un messaggio dall’addetto navale ad Ankara, nel quale si diceva che la flotta italiana intendeva uscire in mare quella notte per bombardare Corfù (in realtà era pianificato un bombardamento contro Suda da parte degli incrociatori pesanti della I Divisione, poi non eseguito a causa dell’attacco a Taranto). Temendo che una superiore formazione di incrociatori italiani potesse essere in arrivo nel Canale d’Otranto, con il proposito di impedirgli la ritirata, l’ammiraglio britannico, considerando che il convoglio era comunque ormai stato distrutto – uno dei mercantili era affondato, altri due erano avvolti dalle fiamme ed in lento affondamento ed il quarto era stato visto per l’ultima volta mentre arrancava in fiamme verso Valona –, decise di andarsene.

Pridham-Wippell si ricongiunse al resto della Mediterranean Fleet alle undici del mattino del 12 novembre.
La Nicola Fabrizi, gravemente danneggiata e con incendi a bordo e perdite tra l’equipaggio (11 morti e 17 feriti), riuscì faticosamente a raggiungere Valona.
I quattro mercantili, ridotti a relitti in fiamme, affondarono uno dopo l’altro nel corso della notte. Il Capo Vado affondò alle 3.30 di quella notte, a dodici miglia da Saseno, mentre la Catalani, dopo un vano tentativo di fuga, era colata a picco per prima, già alle due, il Locatelli andò a fondo alle 3.35 ed il Premuda s’inabissò per ultimo, alle 4.05.
A Valona le notizie su cosa stesse accadendo giunsero inizialmente frammentarie e confuse, anche perché l’unico piroscafo che avesse chiesto aiuto via radio, il Locatelli (i marconisti degli altri tre non erano in turno di guardia al momento dell’attacco), aveva per sbaglio lanciato, nella concitazione del momento, il segnale di attacco aereo. Verso le quattro del mattino presero il mare per i soccorsi, su ordine di Marina Valona, le torpediniere Solferino e Curtatone; le comunicazioni dei soccorritori vennero ostacolate dalle conseguenze dell’attacco contro Taranto, che aveva provocato un fitto scambio di messaggi che occupava le linee radiotelegrafiche in modo quasi ininterrotto. Passando davanti a Saseno, Solferino e Curtatone incontrarono la malridotta Fabrizi, in attesa dell’autorizzazione ad entrare in porto, che riferì loro le coordinate del luogo dell’attacco. La Curtatone si diresse subito verso la posizione indicata, mentre ordinò alla Solferino di ispezionare la fascia costiera. Alle ricerche si unirono poi anche alcuni motovelieri. Le navi si spinsero fino ai margini dei campi minati, dopo di che, non potendo avanzare ulteriormente, vi inviarono le proprie imbarcazioni.
Alla fine, la Solferino riuscì a salvare 75 naufraghi e la Curtatone recuperò 65 sopravvissuti dei quattro mercantili; in tutto le vittime furono 25 ed i feriti altrettanti (oltre alle perdite della Fabrizi). Verso mezzogiorno, le due torpediniere ed i motovelieri, concluso il salvataggio, entrarono a Saseno e trasbordarono i naufraghi sulla nave ospedale California, sulla quale erano già stati portati i feriti della Fabrizi. Nel primo pomeriggio venne inviato un idrovolante CANT Z. 501 ad effettuare un ultimo controllo nelle acque del combattimento, ma l’aereo vide solo una gran copia di rottami e grandi chiazze di nafta.
Il Capo Vado fu, tra i quattro mercantili affondati, quello che ebbe le perdite più pesanti: morirono undici uomini del suo equipaggio (di uno solo fu recuperato il corpo, gli altri dieci furono dichiarati dispersi) ed altri sette rimasero feriti.

L’attacco dell’11/12 novembre 1940 nel Canale d’Otranto fu l’unico attacco compiuto da navi di superficie ai danni di un convoglio italiano in navigazione tra l’Italia e l’Albania; fu anche la prima azione notturna da parte di navi britanniche contro un convoglio italiano, e rispecchiava, nei tristi risultati, quelle che sarebbero seguite sulle rotte per il Nordafrica. L’attacco indusse comunque i comandi italiani a potenziare le scorte dei convogli da e per l’Albania, prevedendo l’impiego di tre torpediniere ed un incrociatore ausiliario per i convogli composti da quattro mercantili.



mercoledì 23 marzo 2016

Ariel

Il varo dell’Ariel (da “Navi e velieri” – DeAgostini)

Torpediniera della classe Spica tipo Alcione (dislocamento standard di 670 tonnellate, in carico normale 975 tonnellate, a pieno carico 1050 tonnellate).
Nel suo breve servizio bellico – fu la prima di 23 navi della sua classe ad essere affondate in guerra – fu inizialmente adibita a compiti di posa di mine, vigilanza e caccia antisommergibile nelle acque della Sicilia, e successivamente anche alla scorta di convogli in navigazione tra l’Italia e Tripoli e Bengasi.

Breve e parziale cronologia.

29 ottobre 1936
Impostazione nei cantieri Ansaldo di Sestri Ponente.
14 marzo 1938
Varo nei cantieri Ansaldo di Sestri Ponente.
1° luglio 1938
Entrata in servizio. Dopo un periodo di addestramento in Alto Tirreno, viene assegnata alla I Squadriglia Torpediniere, alle dipendenze della Divisione Scuola Comando di Augusta.
7-9 aprile 1939
L’Ariel, inquadrata nel IV Gruppo Navale (al comando dell’ammiraglio di divisione Oscar Di Giamberardino) insieme agli incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi, ai cacciatorpediniere Freccia e Baleno, alle gemelle AlcioneAirone ed Aretusa, alle navi cisterna-sbarco Scrivia e Sesia, alla cisterna Garda, al trasporto Asmara ed alla motonave Marin Sanudo, partecipa all’occupazione di Santi Quaranta durante le operazioni per l’invasione dell’Albania (Operazione «OMT»).
1939
Assume il comando dell’Ariel il tenente di vascello Corrado Del Greco.

Il tenente di vascello Corrado Del Greco (da www.movm.it)

Maggio 1940
Assume il comando dell’Ariel, al posto di Del Greco, il tenente di vascello Mario Ruta.
8 giugno 1940
Airone ed Ariel posano un campo minato (50 mine) al largo di Capo Granitola. Il giorno seguente il piccolo piroscafo Angiulin, in navigazione in zona, finirà accidentalmente su questo campo minato (o su un altro posato in prossimità dall’Alcione e dall’Aretusa), affondando con tutto l’equipaggio.
10 giugno 1940
All’entrata in guerra dell’Italia, l’Ariel forma con le gemelle Alcione, Airone ed Aretusa la I Squadriglia Torpediniere, di base a Messina.
11 giugno 1940
Ariel ed Airone salpano da Trapani alle 18 scortando il posamine ausiliario (ex traghetto ferroviario) Scilla (capitano di fregata Menini), incaricato di posare gli sbarramenti di mine «1 AS» e «1 AS bis» tra la Sicilia e Pantelleria. Le tre navi escono dal porto in linea di fila, con Airone in testa, Scilla al centro ed Ariel in coda; dopo aver percorso le rotte di sicurezza a 14 nodi, alle 21.07 (giunte al largo di Capo Granitola, con rotta vera 217°) dirigono per Pantelleria. Stabilita la posizione alle 23.57, raggiungono l’estremità sudoccidentale dello sbarramento, riducendo la velocità a 12 nodi a mezzanotte. Ariel ed Airone si posizionano ai lati dello Scilla.
12 giugno 1940
Lo Scilla inizia la posa delle 400 mine che ha a bordo alle 00.25, completandola alle 2.15; lo sbarramento è delimitato dai meridiani 36°55’ N e 37°10’,7 N e dai paralleli 12°05’,3 E e 12°24’,1 E. Appena terminata la posa, le tre navi si rimettono in rotta verso Capo Granitola (rotta vera 36°) con una velocità di 14 nodi, sempre in linea di fila. Giunte presso il capo alle 3.57, imboccano la rotta di sicurezza per Trapani ed arrivano qui alle 7.30.
6 giugno-10 luglio 1940
L’Ariel, insieme alle gemelle Andromeda, Alcione, Aldebaran, Airone ed Aretusa ed al posamine ausiliario Adriatico, partecipa alla posa di numerosi campi minati nelle acque della Sicilia: due sbarramenti antinave ed uno antisommergibile, tutti di 45 mine tipo Elia o tipo Bollo, a nord di Trapani; uno antinave di 50 mine e due antisommergibile (uno di 45 mine e l’altro di 50) tra Marittimo e Levanzo; e due sbarramenti antisom di 50 mine ciascuno tra Marettimo e Favignana, tutti con mine tipo Elia o tipo Bollo (insieme, di volta in volta, alle torpediniere ed Ariel).
29 luglio 1940
Ariel, Alcione, Airone ed Aretusa assumono a Messina la scorta di un convoglio (trasporti truppe Marco Polo, incrociatori ausiliari Città di Palermo e Città di Napoli) in navigazione da Napoli a Bengasi, nell’ambito dell’operazione «Trasporto Veloce Lento», sostituendo la III Squadriglia Torpediniere (Circe, Clio, Climene e Centauro).
A supporto dell’operazione prendono il mare gli incrociatori pesanti Pola, Zara, Fiume, Gorizia e Trento, gli incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano, Alberto Di Giussano, Eugenio di Savoia, Muzio Attendolo, Raimondo Montecuccoli e Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi ed i cacciatorpediniere delle Squadriglie IX (Vittorio Alfieri, Alfredo Oriani, Vincenzo Gioberti, Giosuè Carducci), XII (Lanciere, Carabiniere, Ascari, Corazziere), XIII (Granatiere, Bersagliere, Fuciliere, Alpino) e XIV (Antonio Pigafetta, Lanzerotto Malocello e Nicolò Zeno).
31 luglio 1940
Il convoglio raggiunge Bengasi.
5 settembre 1940
Ariel (tenente di vascello Mario Ruta), Alcione (tenente di vascello Luigi Bonatti), Altair (caposquadriglia, capitano di fregata Adone Del Cima) ed Aretusa (tenente di vascello Mario Castelli della Vinca) salpano da Augusta alle 18.40, per effettuare la posa del primo sbarramento di mine offensivo al largo di Malta, pensato per ostacolare l’invio di convogli di rifornimento all’isola. Ognuna delle torpediniere ha a bordo 28 mine tipo E 1.
Ariel ed Altair formano la prima sezione, Alcione ed Aretusa la seconda. Una volta in franchia delle ostruzioni, le quattro torpediniere si dispongono in linea di fila e dirigono dapprima per il vertice del settore di avvicinamento di Capo Passero e poi (a 23 nodi) verso il punto prestabilito «E», dove giungono alle 21.17; qui riducono la velocità a 16 nodi e dirigono verso il punto prestabilito «F», dove arrivano alle 23.04. Qui il caposquadriglia Del Cima distacca Alcione ed Aretusa per eseguire la posa della loro parte di campo minato (nella zona indicata come «M 1»), mentre Altair ed Ariel proseguono senza cambiare rotta e velocità (rispettivamente 149,5° e 16 nodi) verso il punto prestabilito «Alfa 1» della zona designata «M 2» (lunga nove miglia e larga 3, a sudest di Malta). Alle 23.42, in direzione di Malta (a dritta delle navi), si accende un proiettore, diretto verso Alcione ed Aretusa, cui alle 24 se ne aggiunge un altro, nella medesima direzione ma puntato verso Ariel ed Altair. I proiettori cercano insistentemente nella direzione delle torpediniere, muovendosi a tratti con lentezza ed a tratti con rapidità, ma soffermandosi solo per pochi minuti nella loro direzione; si spegneranno solo alle 00.31.
6 settembre 1940
Alle 00.07 vengono avvistate anche le sorgenti luminose dei due fasci di proiettori; in questo momento Ariel ed Altair si trovano in posizione 35°48’,5 N e 14°52’,5 E. Alle 00.26 le due torpediniere dirigono verso il punto «Alfa 1», alle 00.40 riducono la velocità a 8 nodi (velocità prescritta per la posa) ed alle 00.48 giungono nel punto «Alfa 1». Qui l’Altair dà all’Ariel libertà di manovra, così che possa posare le sue mine nella parte nordorientale della zona «M 2». Le mine vengono posate a grappoli, con rotte varie e serpeggianti; la profondità delle mine è di quattro metri, la distanza tra ciascun grappolo non è minore di 700 metri, e quella delle singole mine di ogni grappolo è di 60-80 metri. Mancando il solcometro, per misurare il percorso compiuto si contano i giri delle eliche rilevati dal contatore continuo. Grazie anche a mare e vento calmi ed alla buona visibilità, l’operazione si svolge senza intoppi.
Terminata la posa, l’Ariel si ricongiunge con l’Altair alle 5.42, ed alle 5.55 le due navi ritornano nel punto «E», dove assumono rotta nord e – dopo aver chiesto al semaforo di Cozzo Spadaro se Alcione ed Aretusa siano già tornate ad Augusta, ottenendo risposta positiva – imboccano le rotte costiere di sicurezza per rientrare ad Augusta, dove arrivano alle 8.28.

L’Ariel a Taranto nel 1939 (da “Le torpediniere italiane 1881-1964” dell’USMM, 2° edizione, Roma 1974, via Marcello Risolo e www.naviearmatori.net

Attacco notturno

Tra le 20 e le 20.30 dell’11 ottobre 1940 l’Ariel, al comando del tenente di vascello Mario Ruta, salpò da Augusta insieme alle gemelle Airone (caposquadriglia, capitano di corvetta Alberto Banfi) ed Alcione (tenente di vascello Luigi Bonatti) della I Squadriglia Torpediniere, nonché ai quattro cacciatorpediniere della XI Squadriglia Cacciatorpediniere (Aviere, Artigliere, Geniere e Camicia Nera).
Compito delle sette siluranti era effettuare ricerca a rastrello a levante di Malta, alla ricerca di unità britanniche.
Alle 8.45 dell’11 ottobre, infatti, un velivolo di linea italiano aveva avvistato 20 navi britanniche (15 navi da guerra e 5 di tipo imprecisato) con rotta 220° (ma all’arrivo dell’aereo avevano virato di 90° a dritta) in posizione 35°20’ N e 15°40’ O, a 65 miglia per 115° da (ad est-sudest di) Malta. Un’ora dopo Superareo ne aveva informato Supermarina, che – nell’impossibilità di fare uscire in mare le forze navali maggiori prima dell’indomani – aveva ordinato al Comando Militare Marittimo della Sicilia (ammiraglio di divisione Pietro Barone, con sede a Messina), cui era affidata l’operazione, di predisporre una ricerca offensiva notturna mediante l’impiego di aerei per la ricognizione ed unità sottili (cacciatorpediniere, torpediniere e MAS) per la ricerca del contatto e l’eventuale attacco. Tra i vari provvedimenti disposti (ricognizioni con aerei, invio dei MAS 512, 513 e 517 in agguato notturno al largo della Valletta, approntamento in tre ore delle due squadre navali, messa in allarme delle difese di Taranto, della Sicilia e della Libia, interruzione del traffico tra Italia e Libia) era stato perciò deciso di mandare numerose siluranti a controllare e, se avessero trovato unità avversarie, attaccare col favore della notte (oltre alla I Squadriglia Torpediniere ed alla XI Squadriglia Cacciatorpediniere, avrebbe preso il mare anche la VII Squadriglia Cacciatorpediniere – Freccia, Dardo, Saetta e Strale –, ma cercando sulla congiungente Marettimo-Zembra, dove il passaggio era meno probabile). Nel giro di ventiquattr’ore sarebbe stato possibile fare uscire le forze da battaglia da Taranto, Augusta e Messina, per appoggiare l’azione notturna delle siluranti, o sfruttarne gli eventuali risultati positivi.
Ciò che l’aereo di linea italiano aveva avvistato era l’intera Mediterranean Fleet (le corazzate Valiant, Warspite, Ramillies e Malaya, le portaerei Eagle ed Illustrious, l’incrociatore pesante York, gli incrociatori leggeri Ajax, Orion, Sydney, Liverpool e Gloucester ed i cacciatorpediniere Havock, Hasty, Hyperion, Hero, Hereward, Ilex, Jervis, Janus, Juno, Dainty, Defender, Decoy, Nubian, Vampire e Vendetta), uscita in mare l’8 ottobre per fornire scorta a distanza ad un convoglio diretto a Malta (l’«M.F. 3») ed ora, dopo l’arrivo in porto dei mercantili (avvenuto l’11 ottobre), in attesa di assumere la scorta di tre piroscafi scarichi (Aphis, Plumleaf e Volo, del convoglio «M.F. 4») di ritorno ad Alessandria d’Egitto. Per ordine del comandante della Mediterranean Fleet, ammiraglio Andrew Browne Cunningham, a nord della squadra navale britannica era stato costituito uno ‘schermo’ di incrociatori (le unità del 7th Cruiser Squadron: Ajax, Orion e Sydney), con compiti di ricognizione, l’ultimo dei quali (il più a nord) era l’incrociatore leggero Ajax, al comando del capitano di vascello E. D. B. McCarthy, che procedeva a zig zag alla velocità di 17 nodi una settantina di miglia a nord della formazione britannica ed ad altrettante miglia da Malta. Le altre unità dello schermo erano l’incrociatore pesante York, gli incrociatori leggeri Orion e Sydney ed i cacciatorpediniere Nubian e Mohawk; le navi procedevano in linea di rilevamento, a notevole distanza l’una dall’altra.

I primi ricognitori italiani, degli idrovolanti CANT Z. 501 delle Squadriglie 144a (di base a Stagnone), 184a, 186a (di base entrambe ad Augusta) e 189a (di base a Siracusa) della Regia Aeronautica, decollarono nel primo pomeriggio dell’11 ottobre, quando il cielo – fino ad allora coperto dalle nuvole, con scariche elettriche, forti raffiche di vento e visibilità molto limitata, a causa di una perturbazione sul Mediterraneo centrale iniziata il 9 ottobre – iniziò a rasserenarsi, permettendo un progressivo miglioramento della visibilità. Il CANT Z. 501 decollato per primo da Stagnone esplorò il settore più occidentale (tra il meridiano di Capo Bon ed il 13° meridiano) ma non trovò nulla; altri due idrovolanti erano decollati da Augusta sempre nel primo pomeriggio dell’11 e condussero una ricerca (distanziati di 30 miglia e con percorsi paralleli ed opposti) che andava da Malta al meridiano 22° E, ma di nuovo senza risultati; un quarto CANT Z. 501, decollato da Siracusa ed assegnato all’esplorazione di un settore a sud ed ad est di Malta, non vide nulla.


Le sette navi della I Squadriglia Torpediniere e della XI Squadriglia Cacciatorpediniere, arrivate a mezzanotte dell’11 ottobre sul meridiano 16°40’ E (ad un centinaio di miglia da Malta), si irradiarono sul rastrello con base 28 miglia, disponendosi, da nord verso sud, nell’ordine Alcione, Airone, Ariel, Geniere, Aviere, Artigliere e Camicia Nera, procedendo affiancate ad una distanza di circa quattro miglia l’una dall’altra, con un intervallo di otto miglia tra la I Squadriglia Torpediniere (più a nord) e la XI Squadriglia Cacciatorpediniere (più a sud). All’una di notte del 12 ottobre, terminato il posizionamento sul rastrello, le sette siluranti iniziarono la ricerca. Le navi procedevano a 12 nodi con rotta 270°, con direttrice della ricerca da est verso ovest. L’eccezionale visibilità (grazie alla luce lunare da sudovest, che rendeva tale settore, verso il quale si sviluppava la ricerca, molto luminoso) e la direttrice avrebbero permesso alle navi italiane di individuare le unità nemiche nei loro settori prodieri prima di essere viste a loro volta (le condizioni di luce lunare erano particolarmente favorevoli alle torpediniere). La ricerca del nemico si svolgeva a sud del parallelo di Malta, nell’area compresa tra i paralleli 35°54’ N e 35°25’ N a partire dal meridiano 16°40’ E.

Contemporaneamente, la Mediterranean Fleet procedeva a dodici nodi una cinquantina di miglia a sudest di Malta, con rotta 90° (opposta a quella delle navi italiane); la linea protettiva degli incrociatori era dispiegata in linea di rilevamento a nordest del grosso della squadra britannica, con l’Ajax posizionato esternamente verso nord. Ancora più a nord procedevano i tre mercantili del convoglio salpato da Malta alle 22.30, diretti verso est e scortati dagli incrociatori antiaerei Coventry e Calcutta e dai cacciatorpediniere Stuart, Voyager, Wryneck e Waterhen.
Il tempo era migliorato, con vento e mare da sudest forza 2-3 in diminuzione e cielo sereno. La luna, rispetto alle navi italiane, si trovava alle spalle delle unità britanniche, il che avrebbe facilitato il loro avvistamento.

All’1.37 del 12 ottobre, in piena notte (bene illuminata dalla luna – che tra un paio d’ore sarebbe tramontata verso ovest-sudovest –, mancando solo quattro giorni alla luna piena), l’Alcione avvistò a circa 18.000 metri, 40° a sinistra della prua, la sagoma di una nave nemica che procedeva su rotta opposta: era l’Ajax (capitano di vascello Edward Desmond Bewley McCarthy), che procedeva a zig zag a 17 nodi.
Ebbe così inizio la manovra di attacco delle torpediniere. Dopo l’Alcione, che provvide a lanciare il segnale di scoperta per radiosegnalatore (identificando correttamente la nave incontrata come un “incrociatore tipo Orion”), l’Airone avvistò l’Ajax all’1.42, mentre non è noto con certezza l’orario in cui l’incrociatore venne avvistato dall’Ariel: con ogni probabilità, comunque, ciò avvenne tra l’1.40 e l’1.50, dopo di che la nave accostò verso nordovest.
Le tre unità, abbandonato il rastrello, misero la prua sull’incrociatore e conversero sul bersaglio a 19 nodi di velocità, agendo per imitazione di manovra; avvicinatesi all’Ajax (una di fronte ad esso e le altre due ai lati dell’incrociatore, manovra d’attacco poi giudicata ben eseguita) senza essere state avvistate (l’incrociatore era dotato di un radar, ma era un apparato progettato per rilevare gli aerei, non le navi), serrarono le distanze, cercarono di ottenere dei beta adatti al lancio e lanciarono i loro siluri quasi simultaneamente. L’Alcione ne lanciò due all’1.57, da 1800 metri di distanza, mentre l’Airone ne lanciò due alla stessa ora (da 2000 metri) ed altri due un minuto dopo, da soli 900 metri.
La morte della maggior parte dell’equipaggio dell’Ariel, invece, impedisce di avere informazioni precise su come si svolse il suo attacco: in ogni caso, la torpediniera attaccò contemporaneamente alle due gemelle e lanciò un solo siluro (Ruta aveva in realtà ordinato di lanciarne due, ma poi venne aperto il fuoco e l’Ajax colpì l’Ariel in plancia prima che l’ordine potesse essere trasmesso a centro nave), sul lato dritto dell’Ajax (verso prua), da una distanza di un migliaio di metri. Secondo una fonte, il siluro lanciato venne deviato dalla scia dell’Airone.
Nessuno dei sette siluri lanciati dalle torpediniere andò a segno: probabilmente avevano sovrastimato la velocità dell’Ajax. Inoltre l’incrociatore aveva avvistato l’Alcione all’1.55 – all’ultimo momento – e, incerto circa l’identità del nuovo arrivato, aveva effettuato il segnale di riconoscimento; non avendo ottenuto risposta, l’Ajax aveva accelerato (dapprima alla massima velocità, poi ridotta a 25 nodi) e modificato continuamente la rotta, il che aveva contribuito a vanificare i lanci.
La manovra di avvicinamento ed attacco delle torpediniere era stata ben eseguita, ma aveva contribuito a frustrarla, oltre alla contromanovra dell’Ajax, anche la disposizione dei tubi lanciasiluri sulle unità del tipo Alcione della classe Spica: sebbene fossero armate con quattro tubi lanciasiluri ciascuna, soltanto due per lato potevano essere usati, così ne poterono essere lanciati soltanto cinque in un primo momento (l’Ariel ne lanciò solo uno perché colpita prima di poter lanciare il secondo) e subito dopo altri due (perché l’Airone, dopo il primo lancio, riuscì a virare in modo da usare anche i tubi dell’altro lato) invece che dodici contemporaneamente, che avrebbero costituito una minaccia ben più grave per l’Ajax.

Il comandante Banfi dell’Airone, all’1.59, ordinò anche di aprire il fuoco contro l’incrociatore, con i suoi pezzi da 100 mm; pochi secondi dopo, anche Airone ed Ariel fecero lo stesso, in contemporanea (secondo una versione, l’Ariel aprì il fuoco prima ancora di lanciare il siluro, perché intanto l’Ajax aveva aperto il fuoco contro di essa). Tale decisione fu coraggiosa, ma probabilmente imprudente: le torpediniere (o per lo meno Airone ed Ariel) erano ancora troppo vicine all’Ajax, che avrebbe potuto facilmente distruggerle con il tiro dei suoi cannoni, mentre le artiglierie delle unità della classe Spica non avrebbero potuto arrecare danni gravi ad un incrociatore leggero.
E questo fu precisamente ciò che accadde. Dopo essere stato colpito da alcuni proiettili dell’Airone (subendo perdite tra l’equipaggio, ma danni non gravi) ed aver completato un’inversione di rotta, l’Ajax rispose al fuoco alle due di notte. Nel volgere di pochi minuti, la caposquadriglia della I Squadriglia Torpediniere venne ridotta ad un relitto galleggiante, carico di morti e feriti.
Sorte ancor peggiore toccò all’Ariel, che fece in tempo a sparare solo due salve. La prima salva da 152 mm dell’Ajax (che avvistò l’Ariel ancor prima dell’Airone, a dritta della prua e con rotta opposta alla sua), sparata da 4000 metri di distanza (i britannici stimarono invece 3660 metri), centrò la plancia della torpediniera, facendo strage di chi vi si trovava e ferendo a morte il comandante Ruta; la torpediniera rimase subito immobilizzata (aveva appena lanciato il siluro) e l’incrociatore le riversò addosso un intensissimo fuoco con i pezzi secondari da 102 mm. Le salve successive alla prima colpirono la nave in vari punti dello scafo e delle sovrastrutture ma soprattutto in corrispondenza della linea di galleggiamento (con ogni probabilità anche al di sotto, con conseguenti falle ed allagamenti), decretandone così la rapida fine. L’Ariel continuò a sparare fino alla fine; affondò alle 2.05, in posizione 35°37’ N e 14°62’ E, senza nemmeno che si sviluppassero degli incendi a bordo (altra fonte invece parla di violento incendio ed esplosione di un deposito munizioni, ma deve trattarsi di un errore).
Il comandante in seconda, cui il moribondo comandante Ruta aveva trasferito il comando, affondò con la nave.

Poco dopo, anche i cacciatorpediniere della XI Squadriglia passarono all’attacco, ma non ebbero miglior sorte delle torpediniere che li aveva preceduti. L’Ajax ormai era in allarme, e questa volta fu l’incrociatore ad avvistare per primo le navi italiane ed aprire il fuoco: l’Artigliere venne subito ridotto in condizioni non molto migliori dell’Airone, ed ebbe metà dell’equipaggio morto o ferito (tra le vittime anche il comandante e caposquadriglia della XI Squadriglia Cacciatorpediniere, capitano di vascello Carlo Margottini); l’Aviere fu a sua volta colpito e costretto a ritirarsi con gravi danni, 7 morti e 14 feriti a bordo; Geniere e Camicia Nera interruppero presto l’azione. L’Ajax fu colpito altre quattro volte (dall’Artigliere), riportando alcuni altri danni non particolarmente gravi.
Alle 3.06 l’Ajax informò l’ammiraglio Cunningham dell’accaduto, e ricevette l’ordine di convergere verso il grosso insieme al resto del 7th Cruiser Squadron.
Intanto (alle 3.03) l’Alcione, unica scampata alla strage della I Squadriglia, tornò sul luogo dell’attacco iniziale e trovò l’Airone ancora galleggiante, ma in fiamme ed in procinto di affondare. Nell’avvicinarsi all’Airone, l’Alcione passò presso il punto dove aveva visto l’Ariel venire immobilizzata dal tiro dell’Ajax, ma questa non c’era più: era già affondata da quasi un’ora. Dopo aver recuperato 72 naufraghi dell’Airone (che s’inabissò alle 3.34), operazione  che richiese circa un’ora, l’Alcione lasciò sul posto una motolancia e fece rotta per Augusta, dove giunse alle otto del mattino.

Quattro ore dopo arrivarono in quel porto anche Aviere e Geniere, mentre il Camicia Nera tornò sul luogo del combattimento e prese a rimorchio l’Artigliere, che ancora galleggiava. Alle sette del mattino, tuttavia, le due navi furono attaccate da aerei e contemporaneamente videro unità nemiche profilarsi all’orizzonte: erano il 3rd (York, Liverpool, Gloucester) ed il 7th Cruiser Squadron (Orion e Sydney, l’Ajax non era invece tornato) più quattro cacciatorpediniere (tra cui il Nubian ed il Vampire), informati da dei ricognitori della presenza in zona dei due cacciatorpediniere, si erano avvicinati per distruggerli. Non potendo fare più nulla, il Camicia Nera dovette abbandonare il rimorchio e ritirarsi a tutta forza in direzione di Augusta.

L’Artigliere venne finito dall’incrociatore pesante York, affondando alle 9.05, mentre il Camicia Nera riuscì ad eludere l’inseguimento della formazione britannica e raggiungere a sua volta Augusta, poco prima di mezzogiorno.

Nel lasciare la zona, le unità britanniche non raccolsero che una ventina dei naufraghi dell’Artigliere, temendo di essere altrimenti attaccate da aerei durante il salvataggio (com’era successo qualche mese prima dopo l’affondamento dell’incrociatore Colleoni); lo York, tuttavia, comunicò in chiaro, in italiano e su frequenze commerciali, la posizione dei superstiti («Naufraghi di cacciatorpediniere italiani posizione 35° 50' N 16° 22' E», messaggio lanciato alle 11.40).
A causa dei confusi eventi della notte e della mattina, i naufraghi delle tre navi affondate si erano venute a trovare tutti a poca distanza gli uni dagli altri, una novantina di miglia ad est di Malta. Questo era accaduto perché Airone ed Ariel avevano mantenuto rotte convergenti durante l’attacco all’Ajax, venendo così affondate a poca distanza l’una dall’altra, e l’Artigliere – che durante il rastrello si trovava 16 miglia a sud dell’Ariel – durante il combattimento aveva assunto rotta verso nord, finendo con l’essere affondato nei pressi del punto di affondamento delle due torpediniere.
I sopravvissuti di Airone, Ariel ed Artigliere, più di 150 in tutto, erano soli in mezzo al mare, parte sulle poche imbarcazioni disponibili (la iole lasciata dall’Alcione sul posto e la motobarca lasciata dal Camicia Nera il mattino del 12, prima di allontanarsi), i più a bordo di zatterini e battellini.
Il più alto in grado, fra i naufraghi, era il comandante dell’Airone e della I Squadriglia, capitano di corvetta Banfi, seriamente ferito ma sopravvissuto all’affondamento della propria nave, e recuperato dalla iole dell’Airone. Banfi assunse il comando della flottiglia di natanti su cui erano imbarcati i naufraghi; ordinò alla motobarca del Camicia Nera di radunare tutti gli zatterini e battellini, per poi prenderli a rimorchio e dirigere verso nordovest.
Si era in quel momento nella prima mattina del 12 ottobre, e le informazioni disponibili a Supermarina e Marina Messina erano ancora molto limitate: soltanto l’Alcione era già giunta in porto, con la notizia che l’Airone era affondata ed i sopravvissuti che aveva potuto recuperare, ma niente si sapeva dell’Ariel e nemmeno di cosa fosse successo all’Artigliere dopo che il Camicia Nera era stato costretto ad abbandonarlo. Durante la notte e la mattina erano arrivate solo comunicazioni molto frammentarie dalle unità coinvolte, insufficienti a farsi un quadro preciso della situazione.
Da Messina, alle otto del mattino, vennero fatte uscire in mare la III Divisione Navale (incrociatori pesanti Trento, Trieste e Bolzano) e la XIV Squadriglia Cacciatorpediniere (Ugolino Vivaldi, Luca Tarigo ed Antonio Da Noli); alle 10.15, appreso dalle intercettazioni che il Camicia Nera non aveva più bisogno di aiuto e che per l’Artigliere non c’era più nulla da fare, la III Divisione ridusse la velocità a 25 nodi, ed a mezzogiorno le fu ordinato di rientrare.
Già prima che lo York comunicasse la posizione dei naufraghi, Marina Messina aveva disposto una ricognizione aerea nel tratto di mare dove aveva avuto luogo lo scontro, per cercare eventuali superstiti; l’aereo incaricato della ricerca, l’idrovolante 189/2 della 189a Squadriglia di Siracusa, decollò intorno a mezzogiorno per esplorare un settore di 1600 miglia quadrate compreso tra i paralleli 35° 40' N e 36° 20' N ed i meridiani 16° E e 16° 40' E (ottanta miglia ad est di Malta). Poco dopo, con l’arrivo ad Augusta del Camicia Nera e l’intercettazione del messaggio dello York, Marina Messina comprese che l’Artigliere doveva essere affondato e che il suo equipaggio era in mare, proprio nella zona in cui era stato inviato l’idrovolante. Venne allora deciso di inviare sul posto i MAS 547, 548 e 550 della XV Squadriglia ed un altro idrovolante; quest’ultimo col compito individuare i naufraghi e guidare i MAS sulla loro posizione. I MAS salparono da Augusta poco dopo le 14, e l’idrovolante, il 184/8 della 184a Squadriglia, decollò dalla stessa base poco prima delle 15.
Il tempo aveva cominciato a peggiorare: si verificavano frequenti piovaschi, che riducevano di molto la visibilità, e l’idrovolante della 189a Squadriglia, nella sua prolungata esplorazione dell’area assegnata (tornò alla base alle 16.30), avvistò delle chiazze di nafta, ma nessun naufrago, né rottami. Lo videro invece, con ogni probabilità, i naufraghi stessi, che videro un aereo sconosciuto nel pomeriggio del 12, molto lontano.
Andò anche peggio all’idrovolante della 184a Squadriglia, che fu investito dai piovaschi, non trovò niente (la visibilità era ulteriormente peggiorata) e perse anche il contatto coi MAS, prima di tornare alla base. I MAS, dal canto loro, erano stati avvistati ed attaccati da un idrovolante britannico Short Sunderland, che li bombardò e li mitragliò senza risultato; dopo averlo respinto col fuoco delle loro mitragliere, giunsero nella zona assegnata ed arrivarono tanto vicini ai naufraghi che questi sentirono il rumore dei loro motori, ma non riuscirono ad avvistarli, così come i MAS non riuscirono ad avvistare i superstiti. Il mare era ora forza 4 ed in aumento, e dopo poco calò il buio della sera: a notte inoltrata i MAS dovettero rientrare ad Augusta (dove arrivarono all’una di notte del 13, dopo aver affrontato con difficoltà una forte libecciata con mare al traverso). Per la seconda volta in poche ore i naufraghi delle tre siluranti, dopo essere stati ad un passo dalla salvezza, si ritrovavano soli a lottare contro gli elementi.
Il temporale scoppiato nel tardo pomeriggio del 12 ottobre, infatti, aveva investito il gruppo dei superstiti con grande violenza; i natanti vennero dispersi ed alcuni si capovolsero, e molti naufraghi scomparvero in mare.
Verso l’alba del 13 ottobre, quando il tempo iniziò a migliorare, Banfi riunì di nuovo i natanti superstiti e si rimise in rotta verso nordovest, alla misera velocità che una motobarca gravata da rimorchio poteva fare.
Il mattino del 13 ottobre ripresero le ricerche aeree; i MAS erano in porto, pronti a salpare non appena fosse stato comunicato un avvistamento. Alle 8.30 decollò da Augusta il CANT Z. 184/9 della 184a Squadriglia, per esplorare la stessa zona del giorno precedente, ed al contempo prese il volo dalla stessa base un CANT Z. 506 della 170a Squadriglia.
Il 184/9 avvistò finalmente qualcosa alle 11.30: un’imbarcazione con dei naufraghi a 50 miglia per 130° da Capo Passero, allo spigolo nordoccidentale del settore di ricerca. All’idrovolante fu ordinato di volare in cerchio attorno all’imbarcazione per segnalarne la posizione ai MAS, che partirono subito da Augusta; Marina Messina contattò subito anche il comando della 2a Squadra Aerea di Palermo, richiedendo l’invio di un idrovolante di soccorso CANT Z. 506 da Siracusa. Ciò fu fatto ma l’aereo, giunto nell’area indicata, non riuscì a trovare i superstiti.
Intanto, invece, fu il 170/7 a trovare qualcosa, segnalando un gruppo di zattere con naufraghi poco lontano dall’avvistamento del 184/9. Il 170/7 era però giunto al limite dell’autonomia, e doveva rientrare a breve; per questo la 184a e la 186a Squadriglia misero a disposizione altri due idrovolanti, il 186/4 (che decollò da Augusta alle 14.50 con l’ordine di esplorare la zona segnalata e, in caso di avvistamento di naufraghi, tenersi sul loro cielo per guidarvi i MAS) ed il 184/6 (il quale decollò da Augusta alle 15.20 con l’incarico di tenersi in crociera fra il punto dell’ultima segnalazione del gruppo di zattere e Malta, per preavvisare dell’eventuale arrivo di navi nemiche dall’isola). Un altro CANT Z. 501, il 189/7 della 189a Squadriglia, in volo da Tripoli ad Augusta, venne dirottato sul luogo dello scontro per partecipare alle ricerche, ed in breve avvistò anch’esso dei naufraghi nella stessa zona dei due precedenti avvistamenti, segnalandoli ai MAS. Alle 15.10, l’Alcione lasciò Augusta diretta a Capo Passero, per poi proseguire verso la zona dove si trovavano i superstiti. La nave ospedale Aquileia, in navigazione nel Mediterraneo centrale, ricevette da Supermarina l’ordine di passare nella zona dello scontro, pur senza ricevere specifico ordine di raggiungere il punto indicato dagli idrovolanti. Marina Messina richiese ancora a Supermarina, che assentì, l’utilizzo della XIV Squadriglia Cacciatorpediniere (Vivaldi, Tarigo e Da Noli), che salpò da Messina alle 18.30 per rastrellare, fino alle otto del mattino seguente, un vasto settore attorno al punto di avvistamento delle zattere trovate dall’idrovolante 189/7 (zona che i cacciatorpediniere raggiunsero a notte fatta).

I primi a raggiungere i naufraghi furono i MAS; per prima trovarono la iole dell’Alcione, poi l’idrovolante 184/6 li guidò fino agli altri natanti. I naufraghi erano ormai in mare da 36 ore; ne erano rimasti in vita 137, che furono tutti recuperati dai MAS. Dato che i tre fragili scafi erano ora sovraccarichi, l’idrovolante 184/6 guidò verso di loro l’Alcione, che prese a bordo da essi una sessantina di sopravvissuti. Fattasi sera, MAS ed Alcione si misero in rotta verso Augusta, dove arrivarono alle 23.50; lo stesso fece il 184/6, che ammarò alla base a notte fatta.
Durante la notte le ricerche vennero proseguite dalla XIV Squadriglia Cacciatorpediniere, che (su ordine di Supermarina) rastrellarono l’area fino alle 3.40, per poi tornare ad Augusta alle otto senza aver trovato niente. Alle 7.15 del 14 ottobre, intanto, decollarono da Augusta gli idrovolanti 184/3 e 186/1, che esplorarono la solita zona; questa volta, però, trovarono solo zattere vuote, rottami e tre salme.
Alle nove arrivò ad Augusta l’Aquileia; venne fatta ripartire alle 10.30, con l’ordine di portarsi nel punto 80 miglia ad est di Gozo ed effettuare ulteriori ricerche (ciò avvenne alle 18.15).
Alle 12.40 decollarono da Augusta il 184/9 ed il 186/4, che perlustrarono la metà superiore della zona senza più trovare nessun naufrago in vita; soltanto rottami, salvagenti in kapok, zatterini carley vuoti e tre gruppi di cadaveri, con indosso i salvagente. Mentre tornavano alla base, gli idrovolanti videro che l’Aquileia era giunta nei pressi, ed aveva messo a mare le imbarcazioni. Appena giunta nel punto assegnato, infatti, la nave ospedale aveva avvistato dei rottami, e recuperato cinque cadaveri. Rimase in zona per tutta la notte, a lento moto, ma non avvistò superstiti, né sentì grida di aiuto; all’alba avvistò altri rottami, altre zattere ed un altro corpo senza vita.
Alle 7.40 del 15 ottobre decollò da Augusta l’idrovolante 186/4, che effettuò un’altra minuziosa ricerca ma trovò soltanto zattere e rottami.
Alle 9.30 l’Aquileia, non avendo avvistato sopravvissuti né ricevuto segnalazioni da aerei, si mise in navigazione per tornare ad Augusta.
Alle 13 decollò da Siracusa l’idrovolante 189/7; la sua accurata ricerca permise di nuovo di trovare solo natanti, zattere e rottami. Avvistò anche un cadavere e, grazie al miglioramento del tempo, poté ammarare nei suoi pressi, recuperando la piastrina di riconoscimento.
Nell’evidenza che non vi erano altri naufraghi da salvare, le ricerche vennero concluse. Durante tali operazioni alcuni degli idrovolanti erano stati attaccati da aerei britannici da caccia e ricognizione, ma erano sempre riusciti ad uscirne intatti.
I 137 naufraghi recuperati dai MAS il 13 ottobre erano 82 superstiti dell’Artigliere, 41 dell’Ariel e 12 dell’Airone, oltre a due marinai del Camicia Nera rimasti a bordo della motolancia quando la loro nave se n’era andata.
Compresi i naufraghi già salvati dall’Alcione subito dopo lo scontro e dal Camicia Nera prima di lasciare l’Artigliere, vennero recuperati in tutto 225 sopravvissuti, di cui 100 dell’Artigliere, 84 dell’Airone e 41 dell’Ariel; circa metà di quanti erano imbarcati sulle tre navi affondate.
Delle tre navi affondate nello scontro, l’Ariel fu quella che subì le perdite più pesanti in rapporto al totale degli uomini imbarcati: di 139 uomini che componevano il suo equipaggio ne furono salvati 41, meno di un terzo. Morirono 7 ufficiali, 15 sottufficiali e 76 tra sottocapi e marinai.
Per incredibile coincidenza, morì nello stesso scontro anche il precedente comandante dell’Ariel, il tenente di vascello Corrado Del Greco, ora Assistente di Squadriglia della XI Squadriglia Cacciatorpediniere (imbarcato sull’Artigliere). Sia a lui che al comandante Ruta venne conferita, alla memoria, la Medaglia d’Oro al Valor Militare.


I caduti tra l’equipaggio dell’Ariel:

Vincenzo Accolla, marinaio, disperso
Vincenzo Agrillo, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Albanese, marinaio, disperso
Corrado Avarino, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Balbiani, marinaio silurista, disperso
Ciro Barone, marinaio, disperso
Michele Beltrami, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Benzia, marinaio, disperso
Egidio Berchicci, marinaio fuochista, disperso
Fiorenzo Boi, secondo capo nocchiere, disperso
Matteo Bonaccurso, sottocapo meccanico, disperso
Mario Bonau, capitano del Genio Navale, deceduto
Massimo Braggio, sottotenente di vascello, disperso
Giovanni Bruno, marinaio fuochista, disperso
Nicola Buono, marinaio fuochista, disperso
Ignazio Calì, sottocapo cannoniere, disperso
Evelino Calvetti, sottocapo torpediniere, disperso
Antonio Calobbruni, marinaio cannoniere, disperso
Vincenzo Campobasso, sottocapo furiere, disperso
Francesco Cangiano, marinaio, disperso
Pasquale Caorsi, sottocapo cannoniere, disperso
Domenico Cartisano, sergente nocchiere, disperso
Mario Casanova, marinaio nocchiere, disperso
Giovanni Cecchini, marinaio, disperso
Bruno Cernigoi, marinaio fuochista, disperso
Emilio Colombo, marinaio, disperso
Antonino Costantino, sottocapo cannoniere, disperso
Emilio D’Alò, marinaio silurista, disperso
Paolo Dall’Orso, sottotenente di vascello, deceduto
Vittorio De Palma, marinaio S. D. T., disperso
Osvaldo Della Giusta, guardiamarina, deceduto
Vincenzo Di Pietro, marinaio furiere, disperso
Ettore Feletti, sergente cannoniere, disperso
Vittorio Finotti, sottocapo elettricista, disperso
Pasquale Franzese, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Eugenio Fullone, secondo capo segnalatore, disperso)
Carmelo Gallano, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Gallo, marinaio fuochista, disperso
Carmine Gambardella, marinaio, disperso
Ateo Gaudino, marinaio cannoniere, disperso
Gaetano Geroli, sottocapo cannoniere, deceduto
Natale Graziano, sergente cannoniere, disperso
Domenico Iannello, marinaio fuochista, disperso
Francesco Ielapi, sergente cannoniere, disperso
Giovanni La Cava, capo meccanico di terza classe, disperso
Carlo La Rosa, marinaio, disperso
Guglielmo Licini, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Lo Conte, marinaio, disperso
Antonio Loi, marinaio fuochista, disperso
Giuliano Longoni, aspirante guardiamarina, disperso
Carmelo Lorenzi, marinaio fuochista, disperso
Alido Lori, marinaio elettricista, disperso
Pasquale Losito, marinaio fuochista, disperso
Severo Luciano, sottocapo cannoniere, disperso
Francesco Lupetin, marinaio fuochista, disperso
Enzo Madrigali, marinaio radiotelegrafista, disperso
Giuseppe Magri, capo meccanico di prima classe, disperso
Pietro Marchetto, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Masia, marinaio cannoniere, disperso
Rolando Masieri, secondo capo silurista, disperso
Mario Mattana, marinaio cannoniere, disperso
Silvio Mazzola, marinaio fuochista, disperso
Euro Menini, sottotenente commissario, disperso
Vincenzo Miceli, sottocapo cannoniere, disperso
Santo Motta, marinaio, disperso
Vincenzo Muro, marinaio fuochista, disperso
Danillo Muzio, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Ognissanti, marinaio silurista, disperso
Giovanni Oresta, sottocapo elettricista, disperso
Giordano Orsenigo, marinaio fuochista, disperso
Luigi Palomba, marinaio, disperso
Aldo Pantaloni, secondo capo silurista, disperso
Giuseppe Papagni, capo cannoniere di seconda classe, disperso
Domenico Papaleo, marinaio cannoniere, disperso
Mario Pari, marinaio torpediniere, disperso
Giuseppe Paternò, marinaio, disperso
Mario Patrone, marinaio fuochista, disperso
Marcello Pironi, sottocapo motorista, disperso
Francesco Quartara, marinaio radiotelegrafista, disperso
Vincenzo Raneri, marinaio, disperso
Carlo Robello, sottocapo cannoniere, disperso
Alide Rosa, marinaio fuochista, disperso
Mario Ruta, tenente di vascello (comandante), disperso
Vitantonio Santoro, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Scimone, sottocapo S. D. T., disperso
Anselmo Semprini, marinaio, disperso
Giuseppe Serra, marinaio cannoniere, disperso
Michele Serreli, marinaio torpediniere, disperso
Arnaldo Sibilli, capo meccanico di prima classe, disperso
Alberto Soldani, marinaio radiotelegrafista, disperso
Angelo Tomassi, sottocapo segnalatore, disperso
Aldo Tonello, sergente meccanico, disperso
Giuseppe Tudisco, marinaio cannoniere, disperso
Domenico Tulli, marinaio fuochista, disperso
Pietro Vigna, sottocapo infermiere, disperso
Emilio Visintin, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Zavoli, marinaio fuochista, disperso
Bruno Zeni, sergente S. D. T., disperso

Il tenente di vascello Mario Ruta, comandante dell’Ariel scomparso con la sua nave (g.c. Giovanni Pinna)

La motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita alla memoria del tenente di vascello Mario Ruta, nato a Napoli il 12 febbraio 1911:

“Comandante di torpediniera, ne curò appassionatamente la preparazione, prodigando le sue eccellenti doti di organizzatore e di animatore.

Durante una ricerca notturna in prossimità di base nemica, avvistato un incrociatore inglese, con pronta ed ardita manovra si portò all'attacco spingendosi a distanza ravvicinatissima, conscio del gravissimo rischio ma deciso ad ottenere il più sicuro effetto delle sue armi.
Lanciati i siluri e aperto il tiro contro il nemico, la sua unità fu fatta segno alla preponderante reazione del fuoco avversario ed egli cadde tra i primi.
Mortalmente ferito, riuscì ancora a dare disposizioni perché l'azione fosse continuata. Le estreme parole di sereno incitamento furono da lui pronunciate mentre sotto i colpi del nemico affondava la sua nave, alla quale egli rimaneva affidato per sempre.
Si chiudeva così gloriosamente una giovane vita tutta dedicata alla marina, ma rimaneva il più luminoso esempio di fulgido eroismo.
Canale di Sicilia, 12 ottobre 1940.”


Un’altra immagine dell’Ariel scattata, con ogni probabilità, nella stessa occasione della precedente (Bollettino d’Archivio USMM)